Nel 1956 Alberto Arbasino intervistava Céline a Meudon, incontrando «un vecchio
sfinito, abbandonato dentro un maglione a pezzi, fra mobili e pavimenti che
gridano “ma non ce l’avete uno straccio per la polvere in questa casa? Piuttosto
ve lo porto io”, troppo stanco e confuso e al di là d’ogni possibile moto del
cuore perché sembrasse importargli di nulla».
Però, quest’uomo forse così sfinito non era, se diceva:
> «gli accademici e i gesuiti non hanno inteso i valori e il mistero delle
> letteratura classica, inafferrabili con strumenti ordinari, compresi soltanto
> dai mistici e dai romantici tedeschi».
Oltre l’apparente esaurimento delle forze, questo padrone di casa osava
coltivare formule e fiori per l’immortalità?
Le sue vere, disperate, prime preoccupazioni: cose molto difficili, come il
dolore, la vita, la morte, la grazia. In un mondo spesso ripugnante, la bellezza
vera dove si rifugerà? Ecco, le idee etiche ed estetiche più urgenti per Céline
sono la consistenza del trapezio (come in Verlaine) e lo stile:
> «ormai – spiega Céline ad Arbasino – i contatti umani sono così invadenti che
> l’insegnamento e l’informazione non hanno più niente in comune con la
> letteratura, e viceversa. E poi c’è troppa gente che gira in automobile, che
> vuole arrivare in fretta. Vivono tra il comunismo fittizio e le vendite a
> rate: sempre più fedeli ai dettati borghesi».
Per lui questi dettati (riassunti nella parola «fingere») sono un veleno che
irrigidisce il ritmo del cuore, sterilizza l’emozione del respiro, sacrifica
l’oralità e il corpo della frase.
È la grigia, piccola lingua senza musica degli uomini qualsiasi che tengono la
morte (e quindi la vita) a distanza, con la «sintassi perfetta» ed evitano il
rischio, mettendo in sordina la verità per restare presentabili e defunti.
«Finzione di sé» che Céline sabota col fraseggio scosso, i tre puntini come
sfiato, la radiosità intermittente (ironia della sorte, la sua insubordinazione
è diventata nuovo canone che i borghesi d’oggi fingono di desiderare e capire?).
Céline ribadisce fino alla morte la fiducia nelle sue invenzioni linguistiche,
nell’argot, nella tecnica della sua scrittura, con l’intento di proseguire la
sua vocazione estetica oltre la vita, quasi un debito morale verso sé stesso e
verso gli altri che vorrebbe diversi, migliori: «voglio continuare a fare il
vecchio clown su un trapezio, lassù, a quarantacinque metri». Ma è difficile
praticare quelle alture per la gente qualsiasi dove la vita è solo una rovina
tutta coltivata al suolo. Cosa che pure Pasolini (altro uomo del trapezio)
sapeva.
Che cos’hanno in comune due autori come Pasolini e Céline? Essere contesissimi
ostaggi per malati ideologici, fra destre e sinistre. Portati entrambi a forza
al commissariato per certificare adesioni totalizzanti e precise mai
avvenute. Tutti e due molto «amati», cioè svenduti, per incarnare la scrittura
schierata a esprimere un’impossibile e indesiderabile «letteratura politica». In
particolare c’è sempre molta attenta, ossessiva, filologia riguardo
inequivocabili intenzioni di Céline in materia di razzismi, nazismi, fanatismi.
Ma nessun amatore d’arte letteraria dovrebbe occuparsi di questi folklori,
figurarsi la critica. Non ci sono troppi dubbi: l’attuale ricezione di Céline è
storpia, distratta, patologica, impronta una telenovela. Per miracolo, a
proporre il farmaco a questa malattia insopportabile è già lo stesso
Céline in Céline, talentuoso patologo. Una comprensione ardita, ossia rovesciata
e paradossale della sua opera. Forse i lettori di Céline sono anche suoi
‘pazienti’? Se sì, lui è un medico severo. Riga dopo riga, chiede: “sei
stupido?”, “sei vivo”?, “quanta merda inghiotti?”.
Louis-Ferdinand Céline (1894-1961)
Fra le mentite spoglie del finto cameratismo, i libri di Céline negano ai
curiosi il diritto a mentire sulla loro eventuale condizione deprimente di
cadaveri. Non cercano nel lettore un complice ma un colpevole di morte in vita.
È il tranello perfetto di un medico-poeta del romanzo.
Travestito da guascone disilluso, chiede per tutto il tempo della sua
letteratura, serissimo: che cosa hai fatto della tua coscienza? Della tua vita?
Del tuo tempo storico? Sei il famigerato morto che cammina? Questo scrittore,
questo sciamano, cerca un colpevole che ha compiuto una specie di vilipendio di
verità e di desiderio. Involontario ospite dello sguardo filosofico di Cristo
sul mondo, pare Céline abbia osservato fino all’ultimo quella legge biblica che
già «Ferdinand» bambino aveva trascritta «nella carne del cuore»: la vita non ha
bisogno di essere redenta ma pronunciata, e per intero, senza esitazione o
pietà. Il «fico secco» è condannato.
Però, come si blinda una così alta idea dell’esistenza (e quindi anche della
morte) da sguaiate effrazioni dei superficialini e dei fans?
Infatti, Louis-Ferdinand Céline (un nome, un brand, un trend?), coincide
amaramente con tentativi multipli di sintesi maledettiste, perfette per
cacciatori di titoli e scandalini: “dissacrante”, “proibito”,
“ingovernabile”, “mostruoso”, “geniale”, “dissacrante”, “sconcertante”,
“realista, “osceno”, “pessimista”, “scorrettissimo”, “grottesco”, “visionario”,
“illeggibile”, “delirante”, “disturbante”, “innovativo”, “maledetto”,
“impopolare”, “innominabile”, “vietato”, “morboso”, “angosciante”, “crudo”,
“irascibile”, “collerico”, “arrabbiato”, “narratore dell’orrore di questo mondo”
(per tacere la targhetta “Nichilista”, e Disincanto&Cinismo, quasi in una sete
di naming). Tutto vero o tutto falso?
Forse solo banale, dunque osceno, qualunquistico.
Molestia alla sua intima irriducibilità. Etichette che suonano puerili, in
accumulo compulsivo di aggettivi, prova indiretta dell’incapacità critica nel
sostenere il passo della parola céliniana. Perché la sua scrittura, più che da
fotografare con termini veloci, è da guardare come vita che pulsa oltre il mito
mediatico del cantore della dissoluzione. Una vita piena, sovrabbondante,
eruttiva, verticale. Rigore mascherato da tenebroso caos, che invece è un sole e
una guida abbagliante?
In molte tradizioni filosofiche ciò che è più vivo non è evidente, ma nascosto.
L’Ātman indiano, quella «tenebra sovrabbondante» di luce inaccessibile alla
ragione discorsiva, coincide con quella dimensione che i greci chiamavano zoé,
il più di vita, la vita che rende viva la vita, e non è semplice sopravvivenza,
ma intensificazione irriducibile dell’esperienza. Céline conosce questa
dimensione intimamente. L’ha sperimentata nel solo modo possibile, con
l’attraversamento della morte, con la carne, il dolore, la rinascita. Da vero
artista, ha osato, manganellianamente, «abitare la soglia», fino a scoprire che
l’energia vitale, se mossa dal vero desiderio, sa crescere quando più viene
messa in pericolo dai tradimenti mortiferi che la vita rischia di infiggerle:
seppellire la propria verità la rivolterà contro il suo carnefice. Il pensiero
di Céline è un anatema a Thanatos, quasi un «chi conserva la propria vita la
perderà».
Da questo punto di vista, la sua opera somiglia a un’insolita epifania bardica
più che all’accessibile bestemmia moderna. «Io sono celtico, prima di tutto»,
confessava in lettera a Milton Hindus, «sognatore bardico… la mia musica è la
leggenda». Questa è la via per il forziere di Ferdinand/Céline? La leggenda come
patria dell’anima, custode dell’Essere? (altro che “anti-eroe”!). Quali elementi
Céline ci autorizza a bruciare come incensi e quali, invece, a «buttare nel
cesso»? Cosa fa, quando scrive? La sua scrittura non è nemmeno nel segno del
«realismo. C’è, in apparenza, seppure in forma di piccolo strumento, piegato
come un prigioniero alla vendetta contro la crudeltà del mondo; ma sotto la
superficie di una forsennata tendenza al «racconto» e al «fatto», come un
segreto canto di fondo vibra qualcosa di enorme: avranno le orecchie per
danzarlo, tutti questi veloci lettori céliniani?
Marina Alberghini annoda – nel suo saggio Céline magico – il segno metafisico a
questo vibrare. Céline si circonda di «Fiori dell’Essere» (mémoire des
fleurs)[1], mondo marittimo e celeste, d’altrove e d’oltre, extrasensoriale,
abitato da figure simboliche, nobili archetipi, forze mitiche, Onde, da cui
diceva gli arrivasse la voce che lo rendeva romanziere. Eppure a fiumi lo
chiamano nichilista.
L’idea che Céline sia notista letterario della morte è facile ma povera.
Il suo cruccio è lontano dal beatificare la fine, e sembra invece punire,
confinare, in ogni sua mossa (che sia letteraria, o di opinione critica, lungo
risposte inesorabili durante interviste), la morte e i suoi effetti, in un
carcere di massima sicurezza, e farla incapace di pronunciare l’ultima parola.
Questo carcere è quel tipo di opzione che una parte degli esseri umani sceglie
di attraversare nel modo più scemo possibile: suicidandosi da vivi. Céline
quindi non «celebra la morte», ma la comicità che vede nella scelta
maggioritaria di farne una ridicola, grottesca edificazione a stile e postura
nel vissuto (travestimento ipocrita, o alibi, della sopravvivenza).
Come i veri poeti, non conosceva il vuoto: l’assenza di pienezza è la vita non
poetica, non generativa, non trascendentale. Sapeva che l’unica «vittoria»
possibile è contro sé stessi – contro le miserie dell’ego rapace e materiale –,
è intensificare la vita fino a percepirla più forte della sua negazione (se il
dolore, come il bello, va udito e poi coltivato con l’anima, non estetizzato).
Leggere Céline, che insegue, minacciandolo, il suo lettore, puntandogli un
coltello alla schiena, richiede esperienza del profondo, o almeno il desiderio
di farne una, e non si può parlare della sua visione dell’Essere senza aver
misurato la propria, nelle scelte, nella rinascita vigorosa quotidiana di sé.
Chi scriverà su Céline senza essersi bruciato il cuore, senza aver accettato di
vedersi e da altri essere visto, di portare la ferita alla luce, resta un suo
grigio commentatore, esterno, inservibile. Va indossato, senza esitazione, il
piglio del bardo e dello sciamano, travestiti da uomini qualsiasi.
Morte a credito lo dimostra, con una grinta intellettiva che non ha bisogno di
interpretazioni astratte. Il libro scorre come sangue freschissimo, irruento, in
dono al lettore anemico. Céline incita, pagina dopo pagina, a uscire allo
scoperto, a correre il rischio di essere riconosciuti. Nascondersi significa
morire per gradi, vivere significa aprirsi al suono più vero dell’anima propria,
costi quel che costi. E Ferdinand, bambino-funambolo tra miseria, frustrazione e
pressioni familiari, fatte di malumori e ricatti morali, lo sa. Gli schiaffi del
padre, la durezza della madre, le aspettative schiaccianti della “Coccinella”,
il grigiore del Passage non producono in lui vittimismo ma visione. E Courtial
De Pereires, brillante imbroglione, non è solo un personaggio, è l’allegoria
esplosiva del sogno che insiste anche quando tutto lo contraddice. L’unico
credito che non si riscuote mai è quello che vale davvero?
Così pare dica il nostro Dottor Ferdinand.
Céline non permette alla realtà di diventare palude. Non negozia la vita al
ribasso, e anche quando odia, odia per amore della vita.
Il Passage des Bérésinas è tutto: geografia, teatro del mondo, destino. Céline
lo dipinge con un tocco pienissimo di realtà che mai risuona cinico. La miseria
per lui non è retorica impressionista, è dato compositivo con cui la scrittura
fa nascere una musica nuova. Pagine graveolenti, piene di gas, urine, catarri e
sputi, e di meraviglia divertita, come un film delle comiche girato dentro la
pellicola della tragedia.
Grandezza infante dell’occhio di Ferdinand, amorevolmente lì a tradurre e
sublimare la farsa in rivelazione e il dolore in beffa: la verità dei malnati è
tutta nel silenzio che segue il rospo quotidiano inghiottito senza batter
ciglio, e la violenza nasce esattamente e sempre là dove la parola è assente,
quando parlano solo i corpi con le loro acri smorfie di malessere. Il mondo dei
subalterni, e dei morti viventi, può parlare solo con una lingua ibrida,
spezzata, piena di ripetizioni, ricca di lessico basso. Il francese elegante non
rappresenta chi non ha le parole, chi non parla mai veramente, o non è nato
mai.
E infatti l’argot è la tattica designata a ritrarre e livellare «tutto quello
che fa schifo secondo Céline», i borghesi e i mascalzoni da strada funzionano,
nel mondo, allo stesso modo, sono malati dello stessa malattia. Argot che
viaggia sulla petite musique, canzone che è traduzione del parlato e del battito
sulla pagina, così come del pensato, del vissuto.
Possiamo dire su Céline solo quanto ci ha indicato di ereditare. Detesta la
felicità superficiale, quella che si ostenta per non sentire il dolore della
vita. Gli interessa la gioia vera, che nasce solo dal combattimento con la
realtà, ed è questo forse una prospettiva di Céline che oggi pochi critici hanno
curiosità di osservare, quella trascendentale. Non religiosa – in senso
tradizionale – ma radicata nella convinzione che esista una sfera dell’Essere
conosciuta solo da mistici, sensitivi, artisti.
Di certo, lui la abitava, per questo chi lo inquadra nel nichilismo è sordo al
bersaglio. Certo che si potrebbe accusare Céline di nichilismo. E sarebbe
corretto, se non fosse che il suo però è un nichilismo pieno, attivo, non
contemplativo. Non prolifera nel dire «niente ha senso!» ma nell’esporre
l’abominio dei meccanismi che triturano gli individui, e nonostante questo
continuano a «funzionare», indipendentemente dalle idee, dalle cadute in basso e
dalle speranze.
Il suo sguardo è quello del medico, che non può curare la malattia e deve però
descriverla con precisione, la sua etica è l’onestà nel referto.
Da qui la potenza rifrattiva della sua scrittura, Céline non consola,
diagnostica.
Ma la critica letteraria non serve per assolvere o condannare.
È compito del lettore adulto, non del pedagogo, confrontarsi con ciò che Céline
ha edificato, un monumento alla parte buia, un’opera che costringe a guardarci
senza abbellimenti.
La diagnosi poco accurata che gli viene rifilata — “nichilista”, “disincantato”
— nasce forse, nei più ingenui, cioè nei lettori sentimentali, dallo shock della
sua messa a nudo che da una reale pulsione a cancellare il mondo: il nichilista
prosciuga i significati, Céline invece comprime la vita per farne esplodere la
densità.
Questa lettura pànica di Céline (poco conforme alla moda attuale che lo vuole un
po’ instancabile becchino e un po’ distruttore sadico), trova appoggio nelle
ricerche che hanno indagato l’origine della sua voce letteraria: una “musica”
interna — la petite musique — e una fedeltà a immagini e archetipi (la leggenda,
la danza, le “Onde”) che sono lontani da un vuoto ontologico e vicini a una
esperienza trascendente della vita trasformativa. La stessa struttura testuale
di Céline – la sintassi schiacciata, la ripetizione ossessiva, l’oralità
scorticata – non è indizio di un desiderio di annientare senso. Persino le
interpretazioni, abbastanza retoriche, che collegano la prosa ai soliti dogmi
“trauma & memoria” (in particolare le analisi post-belliche e quelle sulla
ferita della Grande Guerra) non possono mentire più di tanto; la frammentazione
narrativa è spesso letta come modalità di rappresentare una vitalità scissa e
riportata alla pagina per resistere alla morte.
Il frammento, il balbettìo, la punteggiatura come sparatoria, sono il volto
della messa in forma dell’esclamazione vitalistica: quanto a chi ignora tale
profondità e preferisce leggere Céline come folklore di «torbidume e infimità»,
si può soltanto constatare un fatto elementare: certi lettori, davanti a un
immaginario che pretende coraggio scelgono la comodità del loro piccolo
orizzonte, e lo scambiano per giudizio. Ma non c’è nulla da spiegare a chi è
fiero della propria cecità – Céline avrebbe detto che per loro la letteratura è
già troppo lunga alla prima riga.
Secondo Marina Alberghini, ridurre Céline a semplice «catalogatore disperato»
della miseria indica ignorare l’intero impianto metafisico che attraversa la sua
opera. Alberghini insiste su un punto decisivo, ossia che il «delirio» di Céline
non è distrazione esoterica, né rifugio evasivo, una pratica semmai di
ostinazione contro la decomposizione del reale. La féerie – quella “realtà
fatata” che egli inseguiva – opera per scarti, folgorazioni, come un’antica
controfigura del mondo che permette allo scrittore di abitare con rigore il caos
senza farsene inghiottire.
Non c’è dunque fuga nel mito, ma una forma di vita nel mito.
Questa è la «perla metafisica» custodita dentro la sua scrittura e la sua
geografia, dove agiscono simboli anteriori alla storia, quelle Onde che
avvertiva come correnti arcaiche, autentiche pressioni del mito sul presente.
Céline ha generato questi incantevoli crateri a partire da una scia ricchissima
e lontana, ha iniziato una ricerca nuova dentro quella «tradizione illustre» che
si tenderebbe a ignorare, ma di cui lui era amante e studioso
consapevole. Una ricerca, quella celiniana, fiorita lungo esempi lontani,
letterari e pittorici: le lugubri ballate di Villon e del romanzo «carnevalesco»
e polifonico di Rabelais. Omaggi a El Greco, Goya, e a quelli che lo stesso
Céline indica come i suoi pittori prediletti, Bruegel e Bosch.
Attitudini letterarie di Céline che alcuni, insultandolo, leggono come
«rivoluzionarie» (ossia sradicate), sono parte della tradizione francese fino
all’Ottocento (la miglior letteratura francese!), dai racconti fantastici di
Gautier ai romanzi d’avventure di Verne, agli impianti immaginativi e alle
figure simboliche di Hugo, al gusto decadente di Baudelaire, agli itinerari
spirituali di Verlaine, Mallarmé, Rimbaud.
Rubina Mendola
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[1] In un’intervista, poco prima di morire, disse: «Je ne suis pas un artiste,
mais j’ai la mémoire des fleurs». È una frase che ci lascia nel dubbio: la
«memoria dei fiori» è ricordare i fiori, ma forse Céline vuole dirci che
possiede la memoria peculiare e misteriosa, inaccessibile, che può avere un
fiore?
L'articolo “Voglio continuare a fare il vecchio clown”. Perché è impossibile
ingabbiare Céline in didascalie museruole proviene da Pangea.
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In uno dei momenti più belli del libro, di primordiale bellezza, “Antonio
dell’isola delle Ghiandaie” fissa le stelle. Non riesce a dormire, eppure “su
tutta l’ampiezza del cielo e della terra regnavano una pace e una mitezza che
annunciavano il giorno”. Gli si fa al fianco un mandriano. Insieme, danno i nomi
alle costellazioni.
> “Quelle, disse Antonio, io le chiamerò ‘la ferita della donna’. Le chiamerò
> così perché fanno come un buco nella notte”.
Il mandriano offre ad Antonio il suo mantello; è freddo “per te che resti fermo
a guardare la notte”. Antonio continua a enumerare le stelle, a inventare i
nomi. Un grumo di luci, a est,
> “Le chiamerò ‘gli occhi’. Perché credo che siano come lo sguardo di colei che
> sta dormento e non ha ancora aperto le palpebre”.
È una scena straordinaria, potremmo trovarla nella Teogonia di Esiodo o
nell’Esodo, nei primi libri dell’uomo, epopee di stelle e di grandi cacce, di
duelli e di imperi d’erba, di genti selvagge e di domestiche bestie, di briglie
e di imbrogli. D’altronde, il compito di uno scrittore non è altro: assemblare i
nomi, assegnare miti alle stelle. Un libro è come una stele. Così, il cosmo
informe dà forma a una cronaca e dal caos si caglia armonia.
Jean Giono pubblica Le chant du monde nel 1934, per Gallimard. Diceva di aver
tratto quel titolo – che è poi un incanto, un incantesimo – da Walt Whitman;
amava Melville, di cui avrebbe tradotto Moby Dick; più che altro, l’incarnato
del romanzo, il più potente di Giono (ora, nella sgargiante traduzione di
Leopoldo Carra, per Settecolori come Il canto del mondo), è omerico. Ambientato
in un senza tempo da inizio e termine del mondo, tra età dell’oro e
apocalisse, Il canto del mondo parla di razzie e di vagabondaggi, di fuochi e di
fiumi, di patti d’amicizia e di atroci vendette, di terra e cielo, di amore e
morte.
La scrittura di Giono è armata di uno splendore petroglifico, si sente, in
sottofondo, un ritmo di tamburi (ascoltate: “All’alba le bestie vennero avanti.
Antonio vide uscire dalle ombre a occidente i tori con le corna a lira.
Spuntavano dai pascoli all’imbocco della valle, e subito il sole nascente si
posava sulle loro fronti”), una limpidezza nuova, che non ha lignaggio né trama
d’eredi. Mescolando Stendhal all’epopea di Gilgamesh, Jean Giono ha portato il
romanzo, creatura di città, nei boschi, a far leggenda tra gli acquitrini. In
questo libro – mai così sconfinato – appaiono le “uldre” e il “grongo”, “un
pesce che assomiglia al serpente”; c’è il sesso e l’assassinio; c’è un sentore
di sangue che rintrona la mente, che non dà pace.
Non bello ma volitivo, occhi grandi, di creatura d’acqua dolce, Jean Giono nel
’34 andava per i quaranta. Figlio di umile gente – il padre era un ciabattino,
anarchico, originario del Piemonte – era nato nel 1895 a Manosque, in Alta
Provenza, e fece di quel borgo – fondato dai Celti, abitato dai Romani,
saccheggiato dai Saraceni – il proprio eden, la scaturigine dei propri australi
romanzi. Avrebbe dovuto impiegarsi in banca, leggeva, nel tempo libero, Tacito,
Seneca, Virgilio, Eschilo; il successo del primo libro, Colline (edito da
Grasset nel 1929), gli permise di alienarsi dal mondo, di mollare la banca, di
allearsi alla scrittura. Mobilitato durante la Prima guerra, ne uscì sconvolto:
sperimentò l’imperio della macchina, il massacro privo di cavalierato, la
canaglieria degli Stati. Fu sui campi più duri – si fece Verdun, la Somme, lo
Chamin des Dames – assistendo alla morte degli amici. Sulla rivista “Europe”,
proprio nell’anno in cui pubblica Il canto del mondo, Giono scrive Refus
d’obéissance, uno degli inni più potenti contro il militarismo. Scrive “di non
aver ammazzato nessuno” durante la Prima guerra, di aver “partecipato agli
attacchi senza fucile o con un fucile inutilizzabile”. “Non ho avuto il coraggio
di disertare”, scrive. Poi l’onda d’urto di quello straziante j’accuse monta:
> “Ho annusato l’odore dei morti. Ho mostrato corpi in frantumi. Ho riempito le
> stanze di fantasmi lordi di fango, con le orbite succhiate dagli uccelli. I
> feriti gemevano sulle mie ginocchia. Quando ho detto ‘mai più’ tutti, in coro,
> hanno ripetuto ‘no, no, mai più’. Ma il giorno dopo riprendevano posto nel
> reggimento civile borghese. Ricominciavano a creare il capitale per il
> capitalista. Erano meri strumenti della società capitalista”.
Giono attacca l’ipocrisia del “regime borghese”, il sistema coercitivo del
lavoro cittadino, “ideato per assopirci, per instillare in noi uno spirito di
schiavitù”.
Agli albori della Seconda guerra, l’ardore pacifista di Giono fu preso per
tradimento: lo scrittore fu arrestato nel settembre del ’39; rilasciato, si
ritirò nella sua fattoria. Durante Vichy diede rifugio a transfughi ebrei e a
comunisti; le riviste di regime – il periodico nazista “Signal”, ad esempio –
parlarono con curiosità del suo “neoprimitivismo”. I resistenti non gli
perdonarono di aver pubblicato un paio di racconti su “La Gerbe”, il giornale
collaborazionista: prima cercarono di ucciderlo – piazzando una bomba, nel
gennaio del ’43, davanti a casa sua – poi lo arrestarono – dal settembre del ’44
al gennaio dell’anno dopo – infine lo processarono; il “Comité national des
écrivains”, con sarcastica pignoleria, gli impedì di pubblicare per un paio di
anni.
Poligrafo dallo stile vertiginoso, Giono scrisse L’ussaro sul tetto e L’uomo che
piantava gli alberi, i libri per cui è più noto, nei primi anni Cinquanta. Nel
1965 Marcel Camus trasse una versione cinematografica da Le chant du monde –
passata in Italia con il titolo, assurdamente hard, Ossessione nuda – con
Catherine Deneuve nel ruolo di Clara, la donna dai “grandi occhi di gesso e di
menta”, la tanto amata. Giono morì cinque anni dopo, nella sua dimora, a
Manosque, in pieno estro verbale (L’Iris de Suse era uscito da poco).
Per capire l’importanza di Jean Giono basta sfogliare il catalogo della
‘Pléiade’: otto tomi, di cui sei dedicati alle Œuvres romanesques complète. A
differenza degli “esistenzialisti”, Giono – il cui talento è d’altro conio, più
puro, di quello di Albert Camus – ha cantato la brutalità della gioia, le glorie
della carne. Amato da Henry Miller – che lo insediò tra i pochi, grandi
scrittori della sua vita – è l’esatto opposto di Céline – che lo sopportava a
tratti. Se uno è il cantore della notte e dell’oscurità, l’altro lo è della
luce. Jean Giono è lo scrittore dell’estate perpetua, dell’avventura totale,
dell’elemento primo, di preistorica eloquenza.
Non ammette lettori vili.
L'articolo Non ammette lettori vili. Vasto elogio di Jean Giono proviene da
Pangea.
Sette sono – a cavallo dei secoli XIX e XX – i grandi nomi, in alcuni casi
apocalittici come i famosi cavalieri biblici, della letteratura cattolica di
Francia: senza dimenticare il ruolo di Villiers de L’Isle-Adam, di Francis
Jammes, e di altri ancora, Charles Baudelaire, Paul Verlaine, Joris-Karl
Huysmans, Paul Claudel, Léon Bloy, Charles Péguy, e, per finire, Georges
Bernanos. Nel caso degli ultimi tre di questi sette nomi, lo sforzo della
scrittura assume toni particolarmente vibranti, traccia evidente di un lavoro
artigianale che trascende la letteratura e che fa sentire tutta la fatica, la
materialità della parola messa su carta; questo certo né un fatto accidentale né
un dato secondario per la comprensione del settimo, nato a Parigi nel 1888 e
morto a sessant’anni.
Lo ha d’altronde esplicitamente confessato egli stesso in un passo de I grandi
cimiteri sotto la luna:
> “No, io non sono uno scrittore. La sola vista di un foglio di carta bianca mi
> disanima. Lo speciale raccoglimento fisico imposto da un tale lavoro m’è così
> odioso che l’evito sinché posso. Scrivo nei caffè, col rischio di passare per
> ubriacone, e di fatto lo sarei forse diventato se…”.
Lo sarebbe forse diventato se il demone della scrittura e l’orientamento che
essa assunse nella sua penna non l’avessero colto, e se non avesse trovato
quello strano equilibrio tra immersione negli altri e distacco dalla folla che
contraddistingue più di un “collega” dei tempi: per esempio Maurice Barrès,
oppure lo stesso “estroso” Huysmans, o il nomade D. H. Lawrence, o il collabò
Pierre Drieu La Rochelle. E paradossalmente lo sarebbe forse diventato se non
avesse trovato proprio quella fatica figlia prediletta, primogenita di quel
demone che lo attanaglia, come ammette poche righe prima di quella dichiarazione
di “poetica” del cuore: l’“a che pro?”.
Il pro non è certo lo stile letterario, sebbene lo stesso Drieu lo annoveri tra
“i grandi stilisti che rendono onore alla nostra generazione” e tra i pochi veri
cristiani dei tempi moderni – a fronte delle gravi mancanze della Chiesa, in
quanto istituzione –, tutti per questo poeti, come lo furono Nerval, Rimbaud e
Verlaine, consustanzialmente dotati di un modus letterario, tutto originale.
Il pro è la ragione che lo tormenta. Non una ragione, né tantomeno la ragione
dei Lumi, bensì la ragione. Quella del cristianesimo, la quale, come nel caso di
Bloy e di Péguy (forse i soli due scrittori che, per Bernanos, furono davvero
necessari alla sua attività, anche perché, per lui come per questi suoi maestri,
il cattolicesimo non è ascesi, bensì immersione nella realtà, con tutto
l’impegno fisico e morale che ciò comporta), vuole applicare alla scrittura
affinché si dispieghi nel mondo, nella vita, nei dibattiti politici, negli
eventi politici, in maniera concreta, sebbene sia un arduo lavoro (Carlo Bo,
presentando il ‘Meridiano’ dei suoi romanzi, fa riferimento al mito di Sisifo,
per descrivere il demone di un autore che non per nulla esordì con Sotto il sole
di Satana, libro che definire dai toni inquieti, e tormentato, è un eufemismo),
ma – stoicamente volens aut nolens – il suo, dal quale non può e non vuole
distaccarsi, pur sapendo che, una volta partito verso l’avventura dello
scrivere, non c’è ritorno. Il prezzo che si paga è l’esser tagliati per giorni
fuori dalla vita, per poi restituirla con modi differenti.
Eroe santo – in senso “laico” (ovviamente) – che così si spiega: “ho sognato di
santi e di eroi”, e che così chiosa: “le forme intermedie le ho trascurate
perché mi sono accorto che esistono appena”; l’autore di Diario di un curato di
campagna, membro in gioventù dei Camelots du Roi, lasciò l’Action Française di
Charles Maurras, autore di uno dei testi cui più fece riferimento, L’avvenire
dell’intelligenza, per disporre del massimo di libertà per “comprendere” e non
fare come capita ai tanti sventurati preda del delirio, i quali finiscono per
“inciampare in un’ingiustizia accuratamente nascosta sotto l’erba, come un
trabocchetto”, e pensare con Dio, il Cristo.
Roger Nimier, suo figlioccio letterario, ha colto puntualmente il senso della
sua rottura con l’Azione:
> “L’universo di Maurras, privo di Dio, esige comunque una trascendenza d’idee
> che mantenga la forma delle cose. Viceversa, con Dio, Bernanos si trova a pie’
> pari nel secolo […]. Per lui la vera trascendenza è molto più alta, e se vuol
> smuovere la Storia, le basta mutare i cuori”.
*
All’epoca dei Camelots du Roi, Bernanos, e con lui molti altri giovani di
destra, era finito in prigione per alcuni scontri e tumulti di piazza, e aveva
persino partecipato a un fallito complotto inteso a restaurare la monarchia in
Portogallo, e ancora, seppur riformato alla visita di leva, aveva preso parte da
volontario alla Prima guerra mondiale, venendo più volte ferito, e meritandosi
una decorazione.
All’azione preferirà ben presto la scrittura, e allo stare al fianco di Maurras,
schierato per un monarchismo senza Dio, l’autonomia intellettuale e l’esilio,
prima in patria, poi in Brasile, per dedicarsi unicamente al racconto di vite di
personaggi che sono spesso giovani, disagiati e poveri – come esemplarmente la
Mouchette poi trasposta sullo schermo da Robert Bresson –, nei quali tuttavia a
trionfare è l’umanità, e la grazia, quella evocata dal suo moribondo curato,
alla fine del suo romanzo più famoso.
La chiave è lo spirito di povertà che anima i santi di Bernanos, e che si fonda,
come nel suo cuore, sulla speranza che a sua volta ha le proprie basi nella fede
nella compassione di Dio – “la dolce pietà di Dio”, ovvero “la profonda
Eternità” –, che egli è in grado di distillare sapientemente e correttamente
anche da un romanzo come il Viaggio di Céline, pure in tutta la sua crudezza. È
la monarchia, secondo l’autore parigino, a garantire la crescita del cristiano,
vale a dire di un uomo che sia davvero libero, e, come scrive, sempre
appassionatamente, Nimier ne Le Grand d’Espagne:
> “Monarchico, chiede molto al suo Re e più ancora ai francesi. La virtù è un
> affare con Dio, ma l’onore è il garante del temporale. Tale è la chiave del
> suo ragionamento politico”.
Ma è anche l’infanzia, tema frequentatissimo dalla letteratura francese di
quegli anni (tra gli altri I ragazzi terribili di Jean Cocteau, Dalla parte di
Swann di Marcel Proust, Morte a credito di Louis-Ferdinand Céline, ecc.) e che
(con Zero in condotta di Jean Vigo, con I quattrocento colpi di François
Truffaut, con Mes petites amoureuses di Jean Eustache, ecc.) troverà poi il suo
spazio nel cinema.
Essa gioca, per l’autore della storia di Mouchette, il ruolo di luogo ideale
d’educazione alla vita; rappresenta la profondità stessa della vita, come
suggerito anche da Montherlant, che pure v’insinua accenti erotici, e sulla
quale poggia il cristianesimo, come suggerisce l’immagine popolare del Natale,
la mangiatoia col Bambino, decisamente più grande, agli occhi di Bernanos, di
una dipendenza del palazzo di Erode, simbolo invece di un mondo altrettanto
vecchio, ma anche meno solido, quello borghese.
La borghesia è un nuovo Impero, del XIX secolo, della finanza, cui oppone la
monarchia, e il presepe, la culla dello spirito, che rimanda ai ricordi
d’infanzia, tra le pagine de I grandi cimiteri sotto la luna:
> “All’epoca della mia giovinezza, abitavo in una vecchia cara casa tra gli
> alberi, in un minuscolo borgo del contado di Artois, pieno di mormorii di
> foglie e d’acque correnti”.
Tutto comincia in una piccola realtà, come quella di una dimora di campagna. È
qui che esiste, se esiste, una patria, fatta d’aria e di terra, d’acqua e di
alberi. È la terra dei padri, contesto della fanciullezza e delle tradizioni,
quelle concrete del cristianesimo, a un tempo locali e universali, non della
Tradizione astratta di Guénon, né tantomeno dei concili vaticani
modernizzatori. In tale spazio esisteva una dottrina che era attitudine di vita,
garanzia di libertà – perché, secondo Bernanos, “solo l’uomo libero può amare”
–, e il senso di povertà di cui ha raccontato le storie, in presenza di una vera
Chiesa, concretizzata nelle chiesette di paese, anche se, come ha affermato
Stenio Solinas, “il suo è un cattolicesimo da grandi cattedrali”, e fu
d’altronde lo stesso autore di Diario di un curato di campagna, con toni accesi,
a ricordare che era proprio il grande cristianesimo – e con esso la sua virtù
della forza, quella degli eroi, dei santi, dei martiri – ciò che più si era
indebolito negli ultimi due secoli, a opera dei modernizzatori. La logica è
stringente. Quindi: “Senza la virtù della forza, la carità stessa si degrada e
si avvilisce”. Perché: “Ridiscende da Dio all’uomo invece d’innalzarsi dall’uomo
a Dio”.
*
…Ciò accadde in coincidenza con l’affermazione della borghesia. Scrive
Bernanos:
> “Esiste una borghesia di sinistra e una borghesia di destra. Non c’è invece un
> popolo di sinistra e un popolo di destra, c’è un popolo solo. L’idea che io mi
> faccio del popolo non è per nulla ispirata da un sentimento democratico. La
> democrazia è un’invenzione degli intellettuali, all’identico modo, in fin dei
> conti, della monarchia […]. Il popolo esige il lavoro, il pane, e un onore che
> gli sia affine”.
Tuttavia, stando a Bernanos, più che una semplice e circoscrivibile classe
sociale, è una mentalità, la borghesia. È l’antitesi di quanto è descritto da
Péguy ne Il denaro, l’antitesi del mangiare nella mano di Dio, caro a entrambi,
ed è il pensiero di massa dei mediocri, farisei benpensanti che rendono disumano
ogni ambito della società, rovesciando la gerarchia tra l’uomo e il denaro, tra
l’uomo e la macchina, infondendo paura, timore, tramite la sostituzione del
filosofo, del poeta, del soldato e del sacerdote col burocrate, col sociologo,
con lo statistico e l’ingegnere, insomma col “Meccanismo”. Così, la “società
moderna lascia distruggere lentamente, in fondo alla propria cantina, una
meravigliosa creazione della natura e della storia […]: [è] il popolo che dà a
ogni patria il suo carattere originale”.
È questo il suo mondo, il suo humus, ma anche a fronte di un profondo legame con
lo spirito della sua Francia, faro di civiltà, il suo radicamento fu altrove, ed
egli, prima da rappresentante di commercio e poi da scrittore esule per scelta,
fu un vagabondo la cui patria, come detto, fu semmai la fanciullezza, fase della
vita in cui si è forse davvero sentito parlare cristiano, come annota in Les
Enfants humiliés, diario dei primi due anni della Seconda guerra mondiale,
scritto in Brasile, tornando sul tema esposto ne I grandi cimiteri sotto la
luna. E ribadendo:
> “Il mondo sarà giudicato dai fanciulli. Sarà lo spirito dell’infanzia a
> giudicare il mondo”.
Dai bambini oltre che dagli eroi, dai santi, dai martiri, il che è più scontato,
se non altro per la più savia Chiesa, ma quanto alla possibilità di riscattare
il mondo Bernanos ha, soltanto, “l’intima certezza che la parte del mondo ancora
suscettibile di riscatti è solo quella dei fanciulli”.
…E accadde anche in coincidenza con l’affermarsi della nazione. Scrive:
> “Non sono, non sono mai stato né sarò mai nazionale, anche se il governo della
> repubblica mi accordasse un giorno solenni esequie con questa etichetta. Non
> sono nazionale perché mi piace sapere con esattezza quello che sono, e la
> parola ‘nazionale’, di per sé, non è assolutamente in grado d’insegnarmelo.
> Ignoro anche chi l’abbia inventata. Da quando gli uomini di destra si chiamano
> nazionali?”.
Da che trionfa la bestialità, avrebbero risposto Franz Grillparzer, Joseph Roth,
Stefan Zweig, i grandi austriaci.
Bernanos, di suo, tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, risponde
ulteriormente che è da quando c’è chi vede nel paganesimo della Germania la
tentazione di una pseudo-morale da padroni – grande tentazione per chi addita
una morale da schiavi, quale sarebbe a loro avviso quella cristiana, cui si può
sostituire, in realtà, solo quella dei predatori, della cupidigia – ma
soprattutto da che la decadenza della Chiesa, così tremenda, è accompagnata da
quella della Francia, che non sta meglio. Anzi, la
“Francia è in stato di peccato mortale, la Francia perde la sua anima. La
Francia è nelle mani dei farisei. Sono i mediocri che, per salvare il resto,
vendono pezzo a pezzo l’onore del mio Paese”.
Mai una battaglia di retroguardia, quale tende a essere quella nazionalista, e
questo a dispetto della visione che poté offrire a Nimier, allorché questi nel
1946 andò a trovarlo nel Quartiere latino, presso l’Hôtel Cayré, dove il suo
maestro era di stanza appena tornato dal suo esilio volontario in Brasile, e con
un paio d’anni di vita da vivere, l’aria di un colonnello ferito a Waterloo, o
di un Grande di Spagna, per l’appunto, il quale avrebbe proseguito la sua lotta
antinazionalista sì, ma per il suo Paese, antifascista e anticomunista a un
tempo, domandando: la “Chiesa ha bisogno delle masse, o le masse hanno bisogno
della Chiesa? Imbecilli!”. Che rincorrono le masse invece di guidarle a Dio,
mentre esse si allontano dalla Chiesa, e mentre la nazione impone una giustizia
che è spesso ingiustizia, “nell’attesa che diventi un’ingiustizia onorata,
sanzionata dai giudici e benedetta dagli arcivescovi”.
*
È in una piccola fattoria bianca e azzurra, nei pressi di Barbacena, oggi
divenuta museo, che lo scrittore aveva scelto di fermarsi, nel suo esilio
brasiliano, e non perché gli fosse piaciuta, ma perché il nome della vicina
collina (Croce delle Anime) lo aveva conquistato. Qui, nella regione del Minas
Gerais, la Central do Brasil, ovvero la locale posta ferroviaria, dal “carattere
a volte un po’ capriccioso”, faceva sì che, alla distanza geografica, immensa e
sofferta, dalla sua Francia, si sommasse a volte un ulteriore sfasamento
temporale. È il caso della lettura ritardata di un articolo del 17 aprile 1942 a
firma del direttore di “O Jornal”, quotidiano che avrebbe in seguito dato
spazio, e più precisamente tra il maggio e il settembre di quello stesso anno, a
una serie di sei articoli del romanziere, successivamente ritradotti in lingua
francese nel secondo dei due volumi dei fondamentali “Saggi e scritti di lotta”,
editi da Gallimard nella Pléiade.
L’autore di Sotto il sole di Satana, in quel di Barbacena, sente in maniera
viscerale il dovere di rispondere a Francisco de Assis Chateaubriand,
proprietario nonché direttore del giornale e del gruppo “Diários Associados”,
futuro accademico brasiliano, il quale, nel suo articolo O novo gauleiter, “Il
nuovo collabò”, esaltava l’idea di una collaborazione, questa volta democratica,
tra Francia e Germania. Un “argomento capitale” ancora oggi per ogni paese
europeo, e a maggior ragione per la Francia, paese che per Bernanos
rappresentava un deposito di valori che sentiva sotto minaccia, tanto da
scrivere nel suo quarto articolo:
> “Basta che si fermi, o che soltanto diminuisca il ritmo del suo ardente
> slancio storico, affinché i parassiti intellettuali che pullulano oggi sul
> mondo come i pidocchi sulla pelle di un animale malato si scaglino
> immediatamente su di lei come su di una preda”.
Quella che difende, e a cui si rifà, è la Francia dalla vocazione universalista
cattolica, deformata dalla Rivoluzione e dai “diritti del cittadino” spesso
confusi con l’istanza che dà il titolo a “La difesa dei valori umani”, uno di
quei sei testi. L’uomo, affermerà ne La Francia contro i Robot, è infatti un
“animale religioso”, e non solo l’“animale economico” che lo ha reso la
modernità:
> “non solo lo schiavo, ma l’oggetto, la materia quasi inerte, irresponsabile,
> del determinismo economico”.
L’orizzonte che intravede in questa nuova collaborazione non è una Pax Europæa,
bensì l’interesse della finanza, l’asservimento della patria, ridotta allo
status di una ballerina del Crazy Horse, o del Moulin Rouge, e i prodromi di una
guerra totale: “Appiccherebbero il fuoco all’umanità per un colpo in Borsa,
senza curarsi un istante di sapere come spegnerlo”, ha scritto ne I grandi
cimiteri sotto la luna. La serie, oltre alla qualità, degli scrittori che hanno
detto la loro sul denaro, la finanza, è impressionante: Balzac, Vigny,
Baudelaire e Zola, Rimbaud (“In vendita i Corpi senza prezzo, […] le abitazioni
e le migrazioni […]! Slancio insensato e infinito”), Bloy, Pessoa, Hamsun e
Pound, Fitzgerald e Péguy, D. H. Lawrence e Henry Miller, Drieu La Rochelle e
Céline, Rebatet e Montherlant, senza dimenticare né Dostoevskij, giocatore
d’azzardo, né il John Updike di Sei ricco, Coniglio. Bernanos, lui, fa ancora
eco a Péguy, secondo il quale il “denaro è tutto, domina tutto nel mondo
moderno”. Comune è dunque la denuncia della sovversione dei valori con l’avvento
di una sola legge, quella economica. Un sistema di cui i due contestano il senso
e la tenuta razionale.
Il “dandy del presepe” e altero cavallerizzo di Barbacena, di suo, ricolmo di
una profonda amarezza per la propria patria, sprezzava il denaro. L’attualità di
questo esule di una guerra di ottant’anni fa deve dunque colpire, perché la
questione non è risolta, ma è anzi più essenziale che mai.
Marco Settimini
*Per gentile concessione si pubblica l’introduzione di Marco Settimini a:
Georges Bernanos, “No! Antologia di testi critici e di lotta”, De Piante, 2025
In copertina: Georges Bernanos, appassionato motociclista © collection famille
Jean-Loup Bernanos
L'articolo Georges Bernanos o la “rivolta universale dello spirito” contro
l’inumano dei totalitarismi moderni proviene da Pangea.
Ho letto La ballerina di Patrick Modiano, Einaudi, mentre sto leggendo Il
ritorno del barone Wenckheim, Bompiani, di László Krasznahorkai (hai voglia a
riascoltare online come andrebbe pronunciato, bisognerebbe allenarsi a lungo per
pronunciarlo bene, occorrerebbe una disciplina da ballerini), e io non leggo mai
due romanzi assieme, al massimo un romanzo e un saggio, ma due romanzi di due
scrittori-scrittori assieme no, diventa un’esperienza schizofrenica, però
Modiano – l’idea era dare un’occhiata alla prima pagina, sentirne giusto
l’incipit – ha prevalso su Krasznahorkai.
Modiano sa che Krasznahorkai prevede una lettura lunga e avvolta come lo è il
suo stile, suo di Krasznahorkai, mentre il suo di Modiano ha una fretta, una
urgenza, cui tra l’altro non corrisponde nulla, contenutisticamente, Modiano
racconta, inventa, storie sospese e sfrondate che resteranno lì nella debole
eternità della mente che si spegnerà assieme a chi avrà brevemente immaginato
che esista un’eternità possibile, un sempre-presente magari confermato in campo
quantistico ma che in nulla modifica la nostra esperienza mortale e
macromolecolare del tempo, dunque del mondo.
Di Modiano ammiro tutto ciò che inizialmente di Modiano detestavo: un
annebbiamento diradato a sprazzi, la liceità sbruffona di deciderlo lui quale
pezzetto raccontare e quale no, un minimalismo che definivo depressivo prima di
riconoscerlo per una seria e asciutta malinconia assai sensata.
In La ballerina c’è una giovane donna che grazie alla disciplina dalla danza
riesce dare un corso a una vita sbalestrata dall’età degli incontri, c’è un
giovane uomo che non sa ancora cosa farsene di sé e che perciò ammira la
disciplina a cui sa sottoporsi la giovane ballerina che ha un figlio, un padre
del figlio che è dovuto scomparire, un molestatore che viene dal passato, come
pure un protettore e una professoressa che le fece leggere le mistiche a suo
tempo e una donna che la accoglie in casa e nel proprio letto, e per un periodo
prevedibilmente precario una relazione con il compagno di danza che le fa
finalmente sentire la mistica dell’incandescenza.
Ci sono bar, boulevard, le stazioni parigine, Repetto – il negozio – e
appartamenti umili di salvataggio, sormontati dalla città indescrivibile se non
per precisi indirizzi, per precisi tragitti, per arrivare a dire almeno qualcosa
della Città che attira tutti col miraggio dell’anonimato possibile,
dell’occasione data di poter fare “un po’ di ordine”.
Modiano racconta l’ordalia della gioventù, è la consapevolezza ultima di molti
suoi romanzi. Scrive in La ballerina:
> “Che cos’è di preciso un errore di gioventù? si chiese. La maggior parte delle
> volte, quasi nulla. A quell’età tutto si cicatrizza molto più in fretta, e
> presto non rimane nemmeno traccia della cicatrice. Più nessun testimone. Più
> nessuna traccia di niente. Di nuovo l’innocenza.”
Una menzogna, sia, non è dato a nessuno il sollievo dell’oblio totale, resta
tutto del dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani, accompagnato però a
una stanchezza, finanche a una noia di te stesso quando la ripercorri,
smarrendoti ogni volta, abbinata a un segreto vergognoso: la nostalgia di quel
tempo non perché ci fosse qualcosa di desiderabile, una bellezza percepita col
senno di poi. Soltanto la nostalgia della giovinezza capace alle volte di
vincere l’amarezza per averla dovuta vivere proprio così, per averla sprecata,
perduta, neanche fossa mai possibile il viceversa, come se il modo migliore per
mancare la gioventù non fosse il non smarrirvisi dentro, lasciando a te che le
sopravvivi, se le sopravvivi, l’alibi per mettersi in cerca dello sconosciuto
che siamo stati.
Chi non si è mai dato la necessità di cercarsi, lui sì che è perduto.
antonio coda
*In copertina: opera di Edgar Degas (1834-1927)
L'articolo “Più nessuna traccia di niente. Di nuovo l’innocenza”. Su un libro di
Modiano proviene da Pangea.
C’è come una voluttà nel farsi imprendibile – imprenditore dell’imprendibile –
la sequela disseccata. Una pratica dell’elusione portata al punto di rottura:
alla soglia del fantasma.
Ovvio: ci piacciono i libri impossibili. Quelli che sfuggono alla gabbia stessa
del libro – questo sono le parole, d’altronde: corde, coltelli, cani da slitta,
strumenti di evasione dalla massa. Le parole non stanno ben intruppate in un
libro: il libro non è un pollaio, non è una caserma. Il libro non è un
parlamento. Sta allo scrittore forzare i sigilli del libro; al lettore il
coraggio di cavalcare a pelo nudo un simile destriero.
Ci piacciono i libri disabili all’editoria odierna. Ci piace questo scalpitio di
libri che obbligano l’ascesi al lettore – cercalo, affrontalo, sfiatalo.
Torno a Dominique Rouche, lo scrittore più elusivo della letteratura francese.
Anche la parola scrittore lo irrita; anche dire letteratura. Dominique scrive –
e vive. Le notizie sul suo conto sono rade, le fotografie inaffidabili; l’anno
prossimo dovrebbe compiere ottant’anni – nel 1973, per Gallimard, ha pubblicato
Hiulques Copules, libro di spiazzante bellezza, ascritto, senza troppa ragione,
al magma ‘sperimentale’. In realtà – come ha compreso Michel de Certeau, mistico
fan del poeta – Dominique Rouche si muove a ritroso, verso l’origine del
linguaggio, all’Ur del Verbo. Di qui, il disastro grammaticale, la dizione
animale, la lacerazione tra trafittura eraclitea e glossolalia. Più che i
nouveau, a qualsiasi sigla appartengano, in Rouche agisce, semmai, il dire di
Angelus Silesius, l’angelologia dello Pseudo-Dionigi, il razzolare tra locuste
aforistiche, tra spine verbose.
Togliere il vello al linguaggio, fare lo scalpo al logos. Che questo deambulare
tra gli estremi comporti un romitaggio da sé, l’occlusione, il silenzio è ovvio.
Chi scrive, vive – scrivendo, c’è chi si inscrive in una storia, la propria,
illusoria, con le ecchimosi della fama, e chi, meticolosamente, si cancella.
Ricalcare uno scritto, screpolandolo.
Ad ogni modo, Dominique mi scrive da Parigi – una città, immagino, in cui si può
vivere sparendo, come in un anfratto della Tebaide.
Un giorno, allo zenit dell’estate, nel suo italiano inventato, un Petrarca col
cilicio, Dominique mi reclama:
> “Ho baciato l’alba estiva. È davvero Rimbaud a dettare questo a tutti coloro
> che sono coinvolti in questa ineffabile avventura alla quale siamo destinati?
> In quale lotta siamo impegnati? La letteratura potrebbe essere quest’arma di
> cui non comprendiamo appieno la portata? Quindi siamo gettati in questa lotta
> senza armi a proteggerci.
>
> A questo proposito, come da lei richiesto, le invio uno dei miei libri
> intitolato Dieue, al quale sono molto affezionato. Vorrei permettermi di
> elencare alcuni requisiti essenziali per la lettura di quest’opera prematura:
> aprire il libro a caso e decifrarne l’intera portata; leggere lentamente ogni
> riga in cui il testo è affrontato nella sua interezza. Privo di qualsiasi
> cronologia narrativa, questo racconto frammentato non ha né inizio né fine:
> incarna il ciclo della scrittura di cui forse abbiamo ignorato la portata.
> Tutto questo vi sembrerà vano, dal momento che sapete già leggere tutto ciò
> che conta in questo vangelo, in questa apocalisse in cui dispieghiamo il
> nostro talento, così modesto e tuttavia così ambizioso. Ho baciato l’alba
> d’estate: questo è tutto ciò che c’è da ripetere”.
Poco più tardi, mi arriva il libro. Dieue – spietata sintesi tra dieu, dio, e to
die, morire – è un libro introvabile, fuori mercato, fuori da tutto. Lo ha
pubblicato, nel 2006, Editions QUE; il sito dell’editore risulta attualmente
scomparso. Stampato senza troppa grazia, in copertina reca una voragine scura,
qualcosa tra il buco nero e la mammella – il nutrimento e la sete, il corpo e la
stella – su fondo bianco. Sottotitolo: Hymne à la déesse blanche. In esergo:
frasi sparse di Jacques Lacan, Thomas de Quincey, Goethe, Franz Rosenzweig. Il
biglietto di Dominique è in una calligrafia che non riesco a districare; il
libro è stato tirato in cinquecento copie; l’ultima parola: “l’essere
soggiogato”.
Trecentocinquanta pagine: fitte, nottambule, che alternano il racconto mitico,
la quest, all’apoftegma, la ‘regola’ all’epica, l’impennata lirica al dire tra
gli stenti. Coltivazione di apparizioni; spettri in quantità – spesso malevoli.
E poi: una purezza, una tenerezza, come di chi, ovunque, scavi fino al latte,
fino al sì. Uno scrivere a stalattiti.
I supporti al libro sono fatti per dissuadere. Si dice che “Dieue è linguaggio
crollato nell’abisso della soggettività. Leggere, a questo punto, equivale a
essere posseduti dal lirismo della trasgressione”. Dei libri di Dominique Rouche
si dice che hanno “messo in scacco la critica”; viene citata una frase tratta da
un articolo uscito su “Le Monde”: “un capolavoro dell’inafferrabile”.
Nonostante i manichini e le quinte teatrali, le turbe da impossessato, Dominique
non sobilla le ombre. Mi scrive: “Mehr licht: questo è lo scopo di un’opera del
genere. ‘Più luce’ implica l’oscurità in cui siamo tutti immersi”.
Qui si traducono le prime pagine di Dieue. Genesi e Apocalisse paiono rimeditate
alla luce di Lautréamont – ma c’è un momento in cui anche il gioco delle
assonanze, il gioco delle discendenze e della specie reietta e della specie
rettile non ha più senso. Il linguaggio si usura per esaltazione, qui, con i
capitelli della luce: ciò che ne esce già urla, già va a mensura di latrato.
Che bello: c’è qualcosa da cui siamo espulsi, qualcosa che nessuna intelligenza
può più comprendere.
Ed esserne grati, al colmo.
***
Dieue
Sì, il serpente addormentato sotto il tripode si agita, dilaga, come una
scrittura sacra che, con le sue spire, compone tutta la verità furente e ancora
con le travi: ebbro, allora, legge i lemmi scavati sul bordo dell’altare, sente
l’offerta in sangue devota alla Sua furia, alla Sua collera. Offre alla lettura
un manoscritto disfatto che la falesia del deserto contesta radicalmente con
tutto l’ardore della sua negata altezza.
L’eroe – perché è qui che inizia il nuovo canto, che non sarà smentito dal cielo
occluso di stelle, dalle inverate costellazioni, le enervate – mostra il viso,
illuminato da un sole dimentico, dissimulato dalla lava, eclissi sublimata di
uno stile senza ornamenti. Apre al nuovo e all’allarmato il dire: apre i
bastioni a un’avventura a cui solo lui può donarsi, su cui misura le passioni
dimenticate.
Solleva il viso: a precipizio la scrittura su cui grava l’interdetto
dell’incesto e del parricidio. Attribuisco la mia furia d’amare al nulla, ai
calcoli di chi nega, e i filatteri del cielo rimandano alla parola incarnata del
dio crocefisso che s’incarica di ogni verità perduta ai confini di un Oriente
travestito.
Parla – la sua violenza trafigge la verginità della pagina dove il nome del dio
senza imperfezioni illumina la finestra di una stanza misteriosa, gelida. Il
fuoco cova nel camino, sdraiato sui tappeti di una calcolata resurrezione conta
le crepe sul soffitto, sempre sul punto di crollare, sempre sotto il tiro di un
cataclisma annunciato.
Il lettore, immagino, è pallido, è nello sconcerto come chi legge di nascosto,
strappa il manoscritto del sogno e ne sparge i frammenti a casaccio,
nell’eternità – e comprende l’intera portata della sua perdita. Le pagine,
questo paradiso, questa colpa, volano nel cielo moribondo: cosmo e caos sono una
colonna di marmo che sprofonda nell’abside dove giace il corpo verginale, le sue
vesti, blu o viola.
Pronuncio il sacro nome, la grafia segreta, e verso di me crollano i carri della
fama – sul sentiero geme la voce esausta, sotto dettatura.
*
Infallibile, freddo avanzo su questa terra dannata e la maschera
dell’interiorità è slacciata: il volto si inchina al mago mitridatizzato in cui
vita e morte sono mescolate. Ma lui parla, la sua violenza irrompe nella nube e
io scrivo per un morto che continua a esistere in me – diluvia, e i mondi sono
riverginati nei primi fondamenti.
Esiste un lettore perfetto: ha letto il vangelo della crudeltà e la sua ferocia
irrompe, incide chiose ai margini del dire in fiamme. La trappola di una prosa
troppo complessa si chiude sul lettore, in gabbia, davanti ai cancelli di una
verità inappropriata.
*
Ma egli calcola, fracassa il sogno dalle invise pareti, sfiora l’adolescente che
riposa sui tappetti ammonticchiati: penetrerà nel regno che gli è dato e il suo
rifiuto scalpita sotto la ragione, esposta ai quattro angoli di un cielo
veritiero. Perché: non esiste passaggio obbligato alla realtà del desiderio: non
esiste barriera infinita al verbo incarnato: egli regna, assiso sul vuoto, e il
discorso, contorto, si avvolge tra le sue mani – anelli di zaffiro lo accertano.
*
Cosa dice la volontà del padrone, presto dimenticata perché non ha rimpiazzi?
Enuncia la legge della menzogna e della crudeltà: enuncia la paratia del vero
che si offre a chi varca soglie che non ammettono ritorno, in cui egli, adorato
e solo, è affrancato dalla trasgressione, dall’obbligo del candore. Graffi
incisi sulla pella di una vittima assetata di verità: scrittura che traccia
scogliere: inchiostro misto a sangue.
*
La ferocia del dire e del nominare comporta l’aldilà della voce, una voce
rappresa che ruggisce nella scrittura, dove riversa ogni conoscenza, ogni
calcolo del destino: la castrazione è un inganno, è ingiuria al vero: esiste
solo un solo passaggio: l’essere che distrugge l’istante della sua morte
annunciata: la seconda morte è rinviata ai residui dell’essere – sole che si
eclissa sul deserto e illumina senza sfarzo il poeta, accucciato tra gli
stracci.
Dorme o finge di sonnecchiare – perché gli è apparecchiata una via dove può
avanzare libero dalle sue presunte catene –, le mani scarnificate: perdura nella
morte che gli si oppone ma non lo scalfisce: rivive nel discepolo designato la
voce impossibile di Colui che per primo lo ha insultato.
Se muore è per approdare sulla riva dove l’eroe torna carico dei fiori
dell’immortalità, il petto nudo che erutta nubi e sangue, la sostanza del suo
corpo universale. Il maestro crolla nella replica della sconfitta e il discepolo
gli vela il viso: eco che riverbera ai quattro angoli di un cielo trafitto, che
si spiega sul nulla.
Il mondo torna sull’inveterato asse, il logos riappare all’orizzonte della
volontà. Castrazione e morte si scambiano – l’impossibile può essere realizzato
nell’essenza della libertà.
Dominique Rouche
*In copertina: un’opera di Pierre Soulages
L'articolo “L’aldilà della voce”. Intorno a un libro impossibile di Dominique
Rouche proviene da Pangea.
È stato Roger Munier, munifico in amicizia, a far incontrare Martin Heidegger e
René Char. Era il 1955, Jean Beaufret aveva invitato Heidegger a un
convegno, Qu’est-ce que la philosophie?, a Cerisy-la-Salle; Jacques Lacan
avrebbe ospitato il filosofo tedesco a casa sua. Ne sortì, tra estremi, un
legame possente. Undici anni dopo, Char invita Heidegger a Le Thor, in Provenza,
a parlare di Eraclito.
Nato a Nancy il 21 dicembre del 1923, Roger Munier aveva incontrato Heidegger a
Todtnauberg, nella Foresta Nera, nel 1949: aveva ventisei anni, cominciò a
tradurre la Lettera sull’“umanismo”, uscita, infine, nel ’53 sui “Cahiers du
Sud”. Si era avventurato in Germania per sfidare, viso-nel-viso, quell’uomo che
gli aveva in certa misura cambiato la vita. Heidegger, come sempre, maculato di
sorrisi e di allusioni, fu cordiale, generoso, di quarzo.
Che figura straordinaria quella di Roger Munier: ha tenuto insieme mondi,
spiriti, con l’arguzia di una merlettaia del pensiero; sì, proprio come una
devota figura di Vermeer, sempre a distanza dal centro verminaio del quadro –
per eccesso di sapienza –, sempre così azzurra.
Scoprì Heidegger mentre studiava teologia tra i Gesuiti: per un po’, Munier fu
folgorato dall’ordine, stigmatizzato da una specie di conversione. Mollo tutto
nel ’53, impegnandosi, da allora, nei ranghi dell’Otua (Office technique pour
l’utilisation de l’acier), organizzazione legata all’industria siderurgica, per
cui ricoprirà alti incarichi. In Francia, si legò a Paul Celan; riceveva
biglietti affettuosi da Emil Cioran. In Giappone, si innamorò della poesia
orientale: ne amava l’asciuttezza, la tirannia dello sguardo, quelle immagini al
contempo brusche come un colpo d’ascia, tenere come un fiore. La passione
fermentò in un libro, Haiku, pubblicato da Fayard nella collana di documents
spirituels “L’espace intérieur”, diretta proprio da Munier; tra i titoli in
catalogo spiccano un saggio di Thomas Merton sul Taoismo, la Guida spirituale di
Miguel de Molinos, il padre del “quietismo”, la biografia di Milarepa tradotta
da Jacques Bacot (attualmente in catalogo Adelphi) e un libro di Julius Evola
sullo yoga tantrico. A corredo del libro, eletto alla bellezza, un sublime
saggio di Yves Bonnefoy, Du haiku.
Negli anni, Munier, figura tanto centrale da restare elusiva ai più, eletta da
un istinto allo straniamento, si trincerò dietro un fortino di autori-totem: a
lui dobbiamo la traduzione in francese di Angelo Silesio e di Antonio Porchia,
di Roberto Juarroz e dei libri più importanti di Octavio Paz. Per i “Cahier de
l’Herne” voltò nel proprio idioma Che cos’è metafisica?, il celebre lavoro di
Heidegger; per le edizioni Fata Morgana ha tradotto e commentato l’ottava
delle Elegie duinesi di Rilke: lo affascinava il punto di “completa lacerazione”
della poesia, quello in cui “la visione si apre, finalmente, senza schemi né
limiti, e lo sguardo, liberato, si effonde nella profondità dell’animale”.
Nel 1973 Gallimard aveva pubblicato L’Instant, indocile esordio poetico di
Munier. Si legge, in quel procedere per frizioni e slogature grammaticali – che
sorbite in calce all’articolo –, lo sgocciolio di Celan; soprattutto: i
vagabondaggi nel linguaggio di Eraclito. Con “l’Oscuro” di Efeso Munier si
confronta per anni: nel 1991 Fata Morgana pubblica un’edizione
dei Fragments che, a dire di chi sa, resiste per aurea nitidezza. Anche qui:
Munier è affascinato dal crollo del linguaggio, dalla sua imbestiata
beatitudine, da una solitudine solare – scrive di una “parola-cosmo, il primo e
ultimo dire di tutte le cose”. Come a dire aiuto – come a dire amore.
Autore di un’opera erratica, dal 1995 comincia a raccogliere i diari con il
titolo simbolico Opus incertum(qualcosa esce per Gallimard, poi è gara tra
diversi editori, per una mole di oltre tremila pagine; l’ultimo tomo, La Voix de
l’érable, Opus incertum VII, Mars 1995 – Septembre 1997, è uscito quest’anno per
le edizioni Arfuyen). Si tratta, scrive Munier, di “pensieri quotidiani che
s’incastrano l’uno nell’altro con un certo disordine, non senza un movimento
segreto che li governi… è un percorso da nottambuli”. Disordine, segreto, notte.
Già: omaggiare il linguaggio nella sua disparità; romperne il carapace, essere
capaci nel fuoco.
In questa tratta nell’aldilà della parola, è quasi naturale che Munier abbia
ingaggiato una lotta senza quartiere con Rimbaud, con quel dire senza diaria,
senza ricompensa. Nel 1976, per “Archives des Lettres modernes”, cura una
inchiesta, aujourd’hui, Rimbaud…, che mette in fila pensatori, scrittori, poeti.
Tra i tanti, partecipano Le Clézio e Bonnefoy, Derrida e René Char, che rinviene
con un’illuminazione:
> “Bisogna vivere Rimbaud, l’inverno, attraverso un ramo verde la cui linfa
> ribolle e schiuma nel camino, nell’indifferenza di un fuoco di ceppi morti che
> si inchinano”.
Naturalmente, all’alto consesso partecipò, avvolto in titanica stola, anche
Heidegger; come sempre, portò il discorso in un altrove terribile: “Intendiamo
con sufficiente chiarezza, nel dire che dice la poesia di Arthur Rimbaud, ciò
che tace? Vediamo, già, l’orizzonte a cui è giunto?”.
Nessun punto di sutura tra noi e il linguaggio – dacché la parola esiste per
scatenarci. Dunque: si dice per recidere (non per recitare, non per decidere).
Muore, infine, Roger Munier, nell’agosto del 2010, riposa a Xertigny, nei Vosgi,
la terra degli avi; un bel sito è consacrato alla sua memoria.
***
I privi di tutto
Chi nomini – cosa?
Nulla ha nome
il nome nomino.
Il mare non conosce
la tua musica – tu
ignori la sua
È l’albero
che freme al vento
o il vento
che freme nell’albero?
Chi si muove:
albero o vento?
Un corvo nero, aguzzo
nel giorno opale
artiglia l’opale.
Il brusio del torrente
se nessuno lo intende
è niente.
Non esiste brusio
non è che nulla.
Ma urla.
Il canto
del Nulla.
Predilige l’alba
che nel suo imbelle chiarore
tiene sotto chiave la notte.
Qualcosa viene
il solo che viene
e non viene
porzione del nostro oblio.
Il tempo avviene
infaticabile
continuo come il divenire
di ciò che viene.
Tutto è chiuso
e si conferma
nel centro della sua notte.
Tutto ciò che si spalanca
è ferita.
Il giorno non sfugge alla notte
né la notte al giorno:
ciò che esiste esiste
perché sia annientato.
Il nulla non è il terribile:
terribile è la lotta
nel giorno della sua apparizione
questa agonia che viene.
Cercò una parola
l’ultima parola.
Quella che metterà
fine a quel dire
inutile e infinito.
Soltanto una parola
ha tale potere.
Niente
non c’è da dire
su ciò che ci fa
parlare.
Dicembre 1974
*
Da La traccia
Destituire. Strappare.
Nulla se non l’aleatorio
eppure non è caos.
Quando perdi il filo
e insinuarsi non è più possibile
quando l’ostacolo è massiccio
compatto, continuo
allora tocchi il continuo
l’esattezza del continuo
continuamente.
Niente che possa vedere
niente – è indubbio. Niente
è lì se non lo vedo.
Fissa… cosa? L’istante? No.
La figura. Quella che appare e sparisce
nel volgere dell’istante.
Che rinvenga
che ritorni dissotterrato
il puro momento
che tutto miracolosamente
disfa – essendo sé
(nello splendore) e dunque
indistinto, fuso
nell’unità perenne…
Il cielo si copre.
Remissione, rapimento.
Nel grigio del mare:
il caglio del tempo.
Se viene, se è
è nel deviare. È come
decentrato e devi
sporgerti per raggiungerlo.
Nell’inatteso – di lato.
No, il sole in effetti
non si leva né cala.
Nel ritrarsi della traccia
appare, al di là di ogni
designare. Insignificante
apparenza: non è che
se stesso. Perde perfino
il nome.
L’uccello riceve la pioggia
nel becco, nel cranio tesi
verso ciò che precipita.
È pioggia? No: specie
di crollo, l’impalpabile
si effonde e affonda
un venire, un avvento
silente, dall’alto.
La pioggia, la pioggia…
Come la fine di una
distanza.
La gioia risaputa
non è più gioia
gioia non è – nulla
può essere identificato –
poi: identità comincia.
La pioggia cessa
all’improvviso
qualcuno la trattiene
è riottosa, reticente. Poi:
comincia a martellare
ricomincia, incerta…
Il tempo – cos’è il tempo?
Tutto è lo stesso ed è
immobile, ma mai
un precedente.
Nuvole: grigia
lega, lenta lana
che nega, assolve
la sera, svanisce.
**
Da Haiku
Ah… poter essere
un bambino
il primo giorno dell’anno
(Issa)
*
Mi sono voltato
ma l’uomo si era
già perso nella nebbia
(Shiki)
*
Sovrasta il mare
un sole ingabbiato
tra rovi di nebbia
(Buson)
*
Pioggia di primavera –
e ogni cosa
torna a splendere
(Chiyo-ni)
*
Nel più lungo giorno
muschio negli occhi
che fissano il mare
(Taigi)
*
Ignaro
del lignaggio del luogo
un uomo taglia l’erba
(Shiki)
*
Anche sulla legna
ammassata per il fuoco
nascono germogli
(Bonché)
*
Prima che l’ipomea
fiorisca, consumiamo
il pasto: siamo umani
(Basho)
*
Ho colto la peonia:
stasera mi coglie
una profonda nostalgia
(Hokushi)
L'articolo “Il canto del Nulla”. Su Roger Munier: un poeta-pensatore tra
Heidegger e Celan proviene da Pangea.
Nel 1917, per le edizioni di Georges Crès, pubblicò un libro delizioso, La
Maison dans l’œil du chat. I disegni, vigorosamente liberty – che un po’
ricordano, frenati per gioia ingenua, Aubrey Beardsley, l’inquieto illustratore
di Wilde –, scortavano uno strampalato libro ‘per bambini’, che alternava brani
in prosa a brevi testi poetici. Crès era l’editore di Victor Segalen e di Marcel
Schwob, aveva stampato Noa Noa di Paul Gauguin: il fiabesco e l’esotico, cioè,
dalle tinte perturbanti.
L’autrice, Mireille Havet, era giovanissima: nata nell’ottobre del 1898 a Médan,
aveva scritto quei testi, in origine, a quindici anni, pubblicandoli su “Les
Soirées de Paris”, la rivista su cui pubblicavano, tra gli altri, Blaise
Cendrars e Giovanni Papini, Alberto Savinio e Max Jacob. Il padre, nevrastenico,
si era suicidato proprio quell’anno, era il 1913, nel ricovero psichiatrico dove
l’avevano rinchiuso; lei dirà di aver vissuto l’infanzia nell’agone di una
libertà “terribile”. Negli “avvertimenti”, Mireille – un nome che sa di miracolo
e di sole – scrive di aver “lasciato alcune pagine bianche per il lettore: sono
tue. Scrivi la tua storia (una storia che potrebbe essere più bella di quelle
che ho scritto io), fai il tuo disegno”. Il libro – di cui abbiamo tradotto
alcuni brani, in calce – ha la violenta innocenza dell’infanzia: sguardi che
recano more e coltelli.
L’introduzione l’aveva scritta Colette, la superstar della letteratura francese,
l’autrice del ciclo di “Claudine”. In realtà, l’introduzione di Colette è una
lettera a Bel-Gazou, Colette de Jouvenel, la figlia, nata nell’estate del 1913:
> “Bel-Gazou, bimba mia, nata esattamente dodici mesi prima della guerra, ancora
> non sai leggere. Serberò per te questo libro, il primo che leggerai. È stato
> scritto da una bambina, non vi troverai le frivolezze degli adulti. Gli
> adulti, mia Bel-Gazou, aspettano sempre che sia troppo tardi per scrivere un
> libro per bambini. Quando lo fanno, hanno dimenticato che l’infanzia è una
> cosa seria, spesso disprezzano la farsa e non capiscono i racconti
> stravaganti… Colei che conversa, con fare infantile, con il Gatto e con la
> Rana, non esita a cantare le Stelle, a seguire le orme della Notte, del Fumo,
> del Raggio; si protende con familiarità verso l’Eterno… Amerai questo libro,
> Bel-Gazou, lo amerai così tanto che sarà il tuo primo segreto, il primo libro
> che troverò nascosto sotto il tuo cuscino”.
Cresciuta in un ambiente supremamente autarchico – cioè, in piene ristrettezze
– Mireille divenne il souvenir e il passepartout dei grandi scrittori del tempo.
Colette la adorava, Guillaume Apollinaire, il suo mentore, la vezzeggiava,
chiamandola “le petite poyétesse”; Jean Cocteau tentò di rubarle l’ispirazione,
fece di lei la sua musa-musetto. Il suo primo romanzo, Carnaval, pubblicato nel
1922 da Arthème Fayard, ne consacrò il talento: fu applaudito da André Gide e da
René Crevel, gareggiò per il Goncourt. Il resto era il sapido frutto della sua
audacia: bella, disinvolta, lasciva, Mireille vestiva da uomo, professava con
ribalderia la propria omosessualità, dicono fosse insaziabile, un cannibale con
il viso da bambola. Nell’anno in cui esce Carnaval,scrive sul diario una frase
che ne identifica l’indole:
> “Procedere, rompere, non ammettere altro, distruggere e respingere tutto ciò
> che, pur da molto lontano, minaccia la mia indipendenza anche soltanto per un
> secondo: questa sia la mia legge. Non una politica di conciliazione ma di
> rivolta. Non mangerò il tuo pane. Sarò sconvolgente fino alla fine”.
Dal 1919 fu letteralmente schiava dell’oppio e della cocaina. La
bambina terrible che scriveva con leggiadra sapienza mutò in vampiro: si dava a
chiunque, di notte, nelle catacombe parigine, per pochi denari, a corroborare le
proprie manie. Tubercolotica, tossica, divorò tutti e fu da tutti rigettata, fin
dalla fine degli anni Venti – morì in un sanatorio, nel marzo del 1932, a
trentatré anni. Prima di morire, aveva consegnato i suoi scritti a Ludmila
Savitzky, attrice, poetessa, traduttrice (tra l’altro, di Joyce, Virginia Woolf
e Frederic Prokosch). Nel 1995, Dominique Tiry, nipote di Ludmila, scovò nella
soffitta di famiglia i diari di Mireille. Fu un evento sconvolgente:
nei Journal, tenuti tra il 1913 e il 1929, Mireille Havet descrive, con
micidiale minuzia, la sua “vita da dannata”. Il ‘genere’ canonico della
letteratura francese – il diario, genio dell’egotismo supremo, viziato gioco di
maschere – viene sviscerato fino al suo contrario: l’ego non è che bocca che
trabocca, denti che mordono, lingua che lecca. “Il mondo intero ti tira per il
ventre”, scrive Mireille. I Journal di Mireille sono stati stampati, in cinque
tomi, tra il 2003 e il 2010 dalle Éditions Claire Paulhan; in Italia esiste una
porzione del Diario (1918-1919) divulgata da Editoria & Spettacolo nel 2015. Il
fondo dei suoi scritti, invece, è custodito, insieme al fondo Jean Cocteu,
presso l’Université Paul Valery di Montpellier.
A tratti, la ferocia di Mireille Havet, così come traspare dai diari, ricorda
quella di Alejandra Pizarnik. Mireille usa la scrittura per scotennarsi, per
annientarsi – dunque: per esistere. Dicendo il proprio abominio, lo abbellisce e
lo abolisce; scrivendo l’abisso, lo abita, lo domina.
Fu l’androgino di quei folli anni – figura che penetra e comprime tutti gli
opposti, sapienza nell’abiezione e nell’elezione. Tentò di restare un’eterna
bambina, l’effimero ‘maschiaccio’, l’imperdonabile a cui tutto è perdonato. Finì
per esplodere – gli altri, intanto, osservavano, distratti, a tratti.
**
Da La Maison dans l’œil du chat
Quello che pensano
“Mi piacciono gli abeti neri, dice Jacques, dove si nascondono le volpi”.
“Preferisco le radure, dice Luce, dove sbocciano i papaveri”.
Il grande fuoco crepita e offre agli occhi il mistero del bosco che si sgretola,
rivelando nella cenere città e luoghi che non potranno mai possedere.
*
Marmellata di mele
È duro coltivare le mele, ma hanno un buon profumo, un profumo che evoca il
mistero delle dispense chiuse, dove sono stipate, dormienti, le marmellate di
qualche anno fa, insieme alle tovaglie degli sposi. Forza, coraggio! Abbiamo
superato i tre alberi, manca soltanto il sentiero del paese. Ma il sole picchia
e abbiamo le braccia nude. Non importa. Avremo una mela da assaggiare, una mela
tutta per noi, da mangiare al lavatoio: i pioppi muovono lentamente le loro
cime, a sera.
*
La pecora
La pecora si chiama Robin.
Lo so, ne avevo un’altra che si chiamava Robin; poi Blanchot, ma Robin è sempre
stata la più carina.
Ci allontaniamo, fianco a fianco, come due fratellini nel gorgo della vita. Una
pecora pascola, l’Altra sogna. Entrambe, ci voltiamo verso i prati in fiore.
Poi, quando arriviamo presso un albero frondoso, mi fermo all’ombra e stringo la
mia pecora al cuore.
La lana è morbida. La pecora profuma di timo selvatico. Nelle grandi orecchie
piene di lana, le sussurro la storia di un principe che aveva tre castelli
stregati. La pecora ascolta in silenzio, con la solita aria triste e rassegnata…
Poi, seguendo il fiume, torniamo a casa, come due fratellini nel gorgo della
vita.
*
Il mare
Alla fine del sentiero, la chiesa:
la croce si alza come una mano
verso l’azzurro cielo.
Il sentiero si snoda
per il dolce pendio della collina
che domina sulla Casa del Buon Dio.
Il tempo è bello su tutta la terra
perché in uno spiraglio del paesaggio
c’è l’immenso mare…
uno zaffiro gigante.
Le barche danzano sul mare.
Pescherecci, barche a vela partite
all’alba, che la marea di mezzogiorno
fa rincasare: le vele lacere formano
rombi d’ombra contro il cielo.
L’universo intero è qui
placido, esatto.
Dal mare alla chiesa, solo la luce
e un sentiero che sale come una preghiera
per configgersi nel Chiaro.
*
Nel prato
Tutta la dolcezza del mondo
si annida nell’erba alta:
non c’è altro che Pace
nei labirinti del prato
e il sole sboccia
come il fiore dei re.
Insegui serenamente il tuo sogno
pieno del felice fascino
che dispensa il bel tempo.
Le mucche ritmiche
muovono le code come
orologi magnifici e potenti:
ti insegnano la fermezza del tempo ideale
dove cola l’infanzia
pura come un cristallo.
*
Sss…
Claude si è addormentato, a voi divinare, prima di chiudere il libro, qual è il
meraviglioso sogno che vaga sotto le sue palpebre.
Quanto a me, non posso dirvi nulla: Claude dorme… Sss!
Camminate piano e non svegliatelo, sapete meglio di me che le anime dei bambini
misteriosamente tornano in cielo. Claude si è addormentato mentre giocava…
**
Dal Journal
Il mio vizio non è l’amore né la ricerca del più infimo piacere fisico, perché
in fondo faccio l’amore per guadagnarmi da vivere e ottenere dalle mie amanti il
reddito necessario ai miei veri appetiti, per sfamare il mio ego, e comprarmi,
soprattutto, sostanze tossiche, morfina più che altro, nella cui presunta
ebbrezza incenerisco la mia anima calcolatrice e il mio corpo, innamorato di
quell’oblio artificiale che mi permette di dimenticare le sconvenienze della mia
carriera illecita.
[…] I miei libri? Le poesie? Costruzioni di un tossico con il cervello
surriscaldato dagli stupefacenti e l’idea fissa di camuffare la propria vera
identità con l’aura del poeta prodigio, ignaro, per eccesso di purezza e incuria
d’intelletto, delle realtà materiali della vita.
[…] Infine, non sono che un operaio della distruzione e dello scandalo, della
putrefazione contagiosa, del disordine nelle famiglie, sono un subdolo
istigatore, avveleno le donne che mi si avvicinano, che cadono nelle mie
trappole.
L’unica giusta punizione è abbandonarmi per sempre, lasciarmi nel mio
inevitabile deserto, nella miseria.
Che mi arrangi.
Siete avvertiti: chiudete le porte e i cuori alla mia doppiezza, alla mia
prevaricazione. Nessuno mi deve niente, nessuno mi perdoni – questo mi basta.
Ho ventotto anni.
19 e 20 gennaio 1927
*
Progressivamente, lo ripeto, come un rullo compressore che avanza, inesorabile,
senza incontrare ostacoli, compiendo il suo lavoro ora dopo ora, la morfina ha
distrutto tutto, minato tutto, annientato tutto, e io da tutti sono alienata,
dagli amici, dai soldi, dalle case, dalla fiducia negli altri, dalla salute,
dagli anni, dal mio talento, dal mio coraggio, dalla mia naturalezza, dall’amore
e dall’amicizia, dalla poesia che si ritrae da me come il mare da un ingrato
scoglio, che d’ora in poi, frantumato, lurido, sorgerà nudo, senza più onde,
senza uccelli, senza semi, senza terra, soprattutto, dove i semi portati dagli
uccelli possono germogliare, senza più nulla nell’infinito dell’eternità se non
il cielo e il mare, entrambi egualmente lontani, sempre più lontani,
lontanissimi.
Tutto ho perduto, la vita, l’istinto a vivere, la ripugnanza per il male, il
desiderio di guarire. La morfina, quella spina invisibile, è diventata il mio
pugnale, l’alabarda che si è impossessata del mio corpo e mi ha trafitto il
cuore, mi ha ucciso, inchiodandomi alla bassezza, alla terra fangosa dove sarò
sepolta… era ora! La morfina e sua sorella, la cocaina, e l’eroina, la più
grande, sette volte più pericolosa e tossica di un veleno, hanno gradualmente
sostituito tutto: ora rimango io, sola.
Come puoi aspettarti che non avendo più nulla non abbia venduto l’anima al
diavolo e stretto un patto con lui? È per comprare la droga che prendo in
prestito, do tutto, imploro a chiunque. Venderò tutto per questa spesa che mi
distrugge, unica e dominante.
Giovedì 24 maggio 1928
*
Trent’anni! L’età in cui ho perso tutto ciò che avevo a venti. Mi ci sono voluti
dieci anni per liberarmi dei miei privilegi e della mia eredità, dieci anni per
distruggermi, impoverirmi, annientarmi in ogni modo – si potrebbe dire, per
sempre.
29 giugno 1929
L'articolo “Chiudete le porte del cuore, sono uno scandalo”. Storia tragica di
Mireille Havet proviene da Pangea.
È l’estate del 1922 quando un giovane artista, che diverrà un celebre storico,
Jacques Benoist-Méchin, si trova di fronte a uno dei più grandi scrittori della
letteratura francese: Marcel Proust. Dopo un breve scambio epistolare, i due si
incontrano all’Hôtel Ritz di Parigi, la seconda casa di Proust, nei suoi ultimi
anni.
Accompagnato dal Signor Olivier, celebre maître d’hotel e confidente personale
di Proust, il giovane Jacques giunge in una sala dove regnava un’oscurità simile
a quella di una grotta marina, appena illuminata da una piccola lampada con un
paralume di taffettà rosa. Disteso su un lettuccio, Proust indossava
uno smoking impeccabile, le gambe avvolte da una coperta, le mani rivestite da
guanti di cotone grigio. Benché rasate, le sue guance parevano essere state
sfiorate da un carboncino. “Un mago assiro dalle palpebre cascanti e dalla voce
sommessa”, così lo descrive Jacques. Ma, sopra a tutto, furono gli occhi dello
scrittore ad incantarlo “due occhi di velluto, scuri, profondi, penetranti (due
occhi proprio da nictalopo, come diceva Marthe Bibesco). Luminosi, vellutati,
splendenti intelligenza…”.
In quella sala del Ritz, tra Proust e Jacques vi fu un momento di profonda
condivisione, una di quelle rarissime occasioni della vita in cui “l’essenza di
ciò che si vuole trasmettere all’altro è situata ben al di là delle parole”.
Le pagine che Jacques Benoist-Méchin ci tramanda sul suo leggendario incontro
con Marcel Proust al Ritz contengono preziosi frammenti sui segreti dell’opera e
sulla sua vita interiore di Proust, sulla sua percezione della reincarnazione
delle anime, sulla contemplazione del mondo (in Italia: Jacques
Benoist-Méchin, Un incontro con Proust, Morcelliana, 2021).
Pochi mesi prima della morte (che lo coglierà alle cinque del pomeriggio del 18
novembre 1922), Proust guarda al mondo già “dall’altro lato”: è attraversato da
un’estasi onirica incontenibile, dove il tempo e la vita sono già ultraterreni.
Appare come un elegante moribondo che vaga per altre dimensioni. Ha parole da
mistico:
> “La mia Ricerca del tempo perduto è…una lunga esplorazione, un viaggio, non
> attraverso lo spazio, ma attraverso l’anima umana. Uno sforzo per accedere in
> quella regione dove tutto sarà comunicabile, dove noi potremo vedere non
> un altro mondo – non sono certo infatti che esista – ma questo mondo qui con
> gli occhi di un altro, di cento altri, di vedere i cento altri universi che
> ognuno è.”
Si tratta del viaggio esistenziale che Proust ha mirabilmente descritto
nella Prigioniera:
> “L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza sarebbe non andare verso
> nuovi paesaggi, ma avere altri occhi.”
Occhi nuovi, dunque, per ricordare e trasformare il tempo perduto in tempo
ritrovato, non solo per sé, ma per tutti: questo era il sogno di Marcel Proust.
I suoi ambiziosi progetti sul destino della memoria dell’umanità e sulla
“comunione universale degli spiriti” lo conducono nondimeno a constatare
l’inevitabile fallimento di quell’eterna adorazione della vita con cui voleva
terminare la sua Recherche. Non dimentichiamo che Proust aveva esitato a lungo
sul titolo dell’ultimo volume della sua opera, che voleva nominare L’adorazione
perpetua. Poi, convinto che non sarebbe riuscito a raggiungere “il segreto della
verità e della bellezza”, si era rassegnato a titolarlo Il tempo ritrovato, con
la consapevolezza di dover rinunciare al più intimo desiderio del suo spirito.
Voler penetrare in quella regione privilegiata dove le anime comunicheranno tra
di loro e dove l’uomo sfuggirà alla categoria del tempo era un’impresa temeraria
e Proust deve constatare di non esserci riuscito. Forse, si chiede, solo la
musica può consentire la resurrezione della vita… Ancora una volta, Marcel
pensava alla “piccola frase” di Vinteuil. Ancora una volta, riviveva
quell’attimo di pura, estatica, felicità che anni prima essa aveva recato a
Swann:
> “Cominciava a rendersi conto di quanto ci fosse di doloroso, fors’anche di
> segretamente inappagato in fondo alla dolcezza di quella frase, ma non poteva
> soffrirne. Che importava se gli diceva che l’amore è fragile, il suo era così
> forte! Scherzava con la tristezza che ne fluiva, la sentiva passare su di sé,
> ma come una carezza che rendeva più profonda e più dolce la sensazione ch’egli
> aveva della propria felicità. La faceva suonare dieci, venti volte di seguito
> a Odette, esigendo che intanto non smettesse di baciarlo.”
Ora, nella Prigioniera (che doveva ancora uscire all’epoca), la piccola frase
ricompariva in forma più ricca e solenne: non si trattava più solo una sonata
per violino e pianoforte, ma addirittura di un settimino. Sempre presente
nell’animo di Proust, la piccola frase era ancora lì, come un arcobaleno di onde
colorate, come un delizioso e fragile gioco di prestigio da ascoltare immobili
per non correre il rischio di vederlo svanire.
Come Swann, quello che Proust chiedeva alla musica non era il piacere o la
gioia, ma l’essere ammesso all’eterno ed universale stato d’ascolto, in
quell’arcano luogo interiore in cui il suono, superata la parola, varca le porte
dell’Io ed esprime l’indicibile.
Gravemente malato da anni, chiuso nella sua camera, circondato dai suoi
manoscritti e dalla nebbia delle fumigazioni, Proust viveva immerso nella sua
musica interiore, al cui ritmo andava componendo quell’immensa sinfonia di
parole che è la Recherche.
Marilena Garis
L'articolo “Avere altri occhi”. Incontro con Marcel Proust, “un mago assiro”
proviene da Pangea.
“Lei non era di qui” [1], quasi sveniva trasognato Cioran a proposito di Susana
Soca – lo stesso si potrebbe dire di miriadi d’altre “incandescenti” che
divamparono lungo la notte sacra prima di spegnersi, in intimo accordo col
decreto del buio. Vedove dell’ultimo cielo, votate alle nozze postume
coll’Assoluto defunto alla vita e talvolta ritrovato nella segreta ipnagogia
funebre della poesia, spose dai corpi di bruma che, crivellate da stelle,
indugiavano innamorate e nostalgiche sulla Soglia in attesa del bacio dello
Sposo, dell’Altro, della morte.
E certamente a questo peculiare ordine di vestali abusate dal nulla, di
«paralitiche della luna» come diceva Lorca, apparteneva anche Béatrice Douvre,
questa poetessa francese obliata come teneramente si dimentica il nome d’un
fiore. Infatti, come i fiori estinti, di lei s’hanno poche ed errabonde
informazioni. Nata a Neuilly-Sur-Seine nel 1967 e morta di brutale sfinimento
ventisette anni più tardi a Mans nel treno in cui entrò e donde non uscì che
defunta: la ritrovarono assisa, nella compostezza trasparente della sua postura
di serafico silenzio, lo sguardo lontano, infinitamente lontano, oltre la
finestra, oltre l’oltre…
Quello sfinimento fu il triste obolo offerto da anni di anoressia, di cui soffre
dall’età di tredici anni. L’ardore della fame, nelle sue policefale diramazioni,
è infatti il sole nero che strapiomba la sua opera. La desianza dell’Invisibile,
d’un’ostia intagliata nella carne stessa del cielo e che sazi infine l’anima.
Definisce molto chiaramente queste tensioni nella sua tesi di laurea: Anorexie
et orexie dans l’œuvre d’Arthur Rimbaud e che potrebbe essere riassunto coi
versi di Rilke, nella settima Elegia: “Come un braccio proteso, è il grido mio./
E la sua mano che si scaglia in alto/ schiusa a ghermire, ti rimane innanzi/
aperta, dentro gl’infiniti spazii/ difesa e ammonimento, o Inafferrabile!”[3].
Necessità dell’Altro, e impossibilità fatale di raggiungerlo – e solo da tale
irredimibile colpa sorge e si apre l’infimo e atroce spazio in cui tremando
precariamente abitare, nello sisma che investe le ossa liriche, e, di bruciore
in bruciore. Mi piace pensare che le sia accaduto di leggere Caterina da Siena,
quest’altra anoressica teofaga, questa sitibonda d’edenico sangue.
Douvre scrive nell’eccesso, nel venir meno della parola, nella casa chiusa al
quadrivio del paradiso dove passano a turno a violentarla gli angeli. È una mal
nata, una Maddalena psicopompa, una “prostituta piena d’amore”, come dice lei
stessa. Vietato ogni ricevere, la poetessa poteva solo offrirsi, dilapidarsi,
crepare dozzinalmente, a pieno regime, irrigare del proprio sangue i solchi che
percorrono ogni poesia onde fecondarle, chiamare a raccolta tutti gli uccelli
dell’oltretomba a becchettarle i seni che si sfogliano in briciole… Dare pieno
rogo di sé, consacrare con alla notte il suo pube in fiamme, attendendo tutta
affebbrata che la morte la insemini.
In Francia, i pochi che sanno che esistette la ricordano come la “viandante del
pericolo”. Philippe Jaccottet nella prefazione alla sua raccolta di poesie
pubblicate postume ne fa un ritratto commovente:
> “Mi ricordo di Béatrice Douvre, era, lo si indovinava, una sorta di elfo
> diafano, un essere vibratile, troppo frale per questo mondo dove gli elfi non
> posso mettere radice, ma soltanto fluttuare a metà via tra terra e cielo.
> Fluttuare in siffatto modo è talvolta la loro felicità, ma certamente anche la
> loro dannazione. Béatrice Douvre era un elfo doloroso, del quale non si poteva
> che intuire con timore il destino”. [4]
De Saint-Cyr
**
Offriamo di seguito per la prima volta una traduzione in italiano di qualche
spina della fiamma del fuoco del suo diario, “Journal de Belfort” [5];
Belfort, 12 febbraio 1994
Città aperta, cammino per le tue vie, rosseggiante, le mani piene di ghiaia, il
ventre eccitato dalle tue fosse, il volto coperto di rossori cristiani.
Follia dei corpi aggrovigliati delle città, sessi esibiti a Stalingrado,
prostituzione piena d’amore, puttane agonizzanti di verginità, sono il vostro
cammino di grazia. Ruscelli di sangue labirintici, patisco le mie vene malate,
gonfiando i miei seni gemelli, esibendo la mia solitudine. Michel mi mormora
all’orecchio il suo sesso diciassettenne, per un po’ di tempo gli tenni la mano,
gli occhi negli occhi dell’infanzia. Sulle strade d’ieri – immortali parole, del
sudore in volto, il ventre cinto di birre; notte verde, abitata, lenzuola che
sanguinano dormendo, ho male di amare, voglio morire, selvaggiamente sperma
sulla lingua. Polvere vinosa, ho l’alito dei poveri, la trasparenza degli
amanti, la dolcezza delle madonne. […]
*
Parigi, 15 febbraio 1994
Alba indomita, febbrose lenzuola, ho il risveglio dei sogni insolenti, potenti e
fredde le mani, la pietra è in sudore, voglio il freddo sudario della mia
fecondità, il sale sulla lingua venenosa, e sul dolce nido del mio ventre la sua
mano… Voglio allargata la ferita, ruscellanti le alghe poi luccicanti, la roccia
scoscesa come le parole. Vago pei lastricati grassi, nel fango rosso e nero,
armonie dorate nimbavano i viali, una mano nativa nella mia, ma la mano di
nessuno. […]
Non sono la sua amante e quasi non più sua sorella. Rimango altra e irreale, ho
in me la dolcezza delle lontananze, mi abbandono alla collina, sono il riflesso
d’un cielo stretto. Spettrale il tempo mi perseguita, la morte mi eccita, mi
visita talvolta, io sono il suo oste stellato e perdura la notte tra lei e me,
forse il passaggio. I sessi nemici si sotterrano nel vento, mi carezza ma io
sono l’intervallo vicino al focolare freddo del molto basso.
Peccato di carne nascosta e redento nella pietra stessa, madidore dei sentimenti
troppo scialbi. Io voglio il sale e il linguaggio, avida la bocca e scavata come
i ciottoli del mare. Popolato d’uccelli è il silenzio, ma io, angelo malato,
imploro il suo corpo come una terra, un sacramento, la tomba bianca (sarò
Raffaello senz’ali), per lui, per me, per la prossimità di vivere.
La mia malattia mi feconda il ventre neutro.
*
Parigi, 14 febbraio 1994
[…] Confusa beltà dei ruscelli, oscura percorro le vostre sponde malate, ho la
follia degli impazienti, delle prigioni narrative.
Piccoli seni gonfi d’acqua, curvi sotto il vento, come Eva nel balzo. Il piede
scalzo, animale, il serpente nel frutteto, come grappoli i frutti, penduli, ho
l’ala di un angelo aguzzo sopra il membro stretto.
Spiegacciamento delle sere alla Madeleine, Parigi barocca, illuminata.
Attenderò, ai piedi delle cattedrali, e coagulata nella nostalgia dei seni
sprigionati, il veleno di una passione traforare, come una daga, la mia pelle
imberbe e intoccabile. […]
*
Parigi, 18 febbraio 1994
Rimango rigida e nuda nella notte torrentizia, il fango scoppia sulle disgrazie
altrui. Una pazza piange per la città e poi tace come una nave. Intorno al mio
girovita indolente una collana si sottomette, nelle mie mani, una rondine
costruisce quasi una primavera. Sono sola a morire nell’immondo, odio il mio
ritiro sacro, il mio corpo casto dal secolo scorso, le notti verdi lasciate a
far collare il miele.
Io sono la fiaccola e l’olio, l’innominato abitacolo presso sorgenti fertili.
Vivi l’epoca nata, privilegia il giorno. Si sollevano le foglie e vorticano gli
astri. Sono l’estate dei palmi nelle braccia dei riflessi. Oh ramo
inaccessibile, il troppo corto vento, ho affrettato la benedizione degli astri
nulli. Polvere dei templi, grandi divinità assise e meditanti, voi vi cibate
dell’obolo dei fedeli sognando all’alito offeso dei fanciulli. Ricurve Madonne,
cosce colmi, e dischiuse dal pudore, io benedico i vostri seni biondi per
accrescere il vento.
****
[1] “Esercizi di ammirazione”, E. Cioran, Adelphi, 1988.
[2] “Juego y teoría del duende”, F.G. Lorca, Alionza, 1984.
[3] “Elegie Duinesi”, Settima Elegia, R.M. Rilke, Sansoni, 1941.
[4] “Œuvres poétiques, peintures et dessins”, B. Douvre, Éditions Voix d’Encre,
2015.
[5] “Journal de Belfort”, B. Douvre, Éditions de la coopérative, 2019.
L'articolo Oltre l’oltre. Béatrice Douvre, vita & opera di “un elfo doloroso”
proviene da Pangea.
Per comprenderne l’indole, dobbiamo partire dalla fine. Alfred De Vigny – che
una celebre fotografia di Nadar mostra a braccia incrociate, il viso
corrucciato, la giacca ad ampie falde: un pipistrello, insomma – morì nel
settembre del 1863. Soffriva, da tempo, di un cancro allo stomaco; passò gli
ultimi anni a curare la moglie, Lydia Jane Bunbury, di origine inglese,
bellissimo, dicono, ricchissima, sprofondata in una nera demenza. L’amore della
sua vita – ovviamente: tormentato, inquieto, destinato a niente – fu però
l’attrice Marie Dorval, tra le più grandi dell’epoca, pervicace nella posa e nel
capriccio. Da anni alieno ai circoli letterari, per il disgusto verso le mode
imperanti, per una disciplina all’arte della sprezzatura, nel buon ritiro di
Maine-Giraud, un maniero in Charente, Alfred De Vigny, il poeta idolatrato da
Marcel Proust – da ragazzo lo considerava, insieme a Baudelaire, “il più grande
poeta del XIX secolo: anche nelle sue poesie meno note, mantiene una calma,
quell’ineffabile bellezza che ci sfuggono” – morì solo. La biografia redatta
dall’Académie française è spietata per rigore: “Indifferente al pubblico, fu il
vuoto intorno alla sua bara, accompagnata soltanto da qualche romantico della
prima ora”.
Fu eletto al seggio 32 – attualmente occupato da Pascal Ory, vi sedette, tra gli
altri, Alain Robbe-Grillet – nel maggio del 1845, dopo essere stato rifiutato
per sette volte. Gli “accademici” non amavano le sregolatezze dei Romantici;
Vigny rifiutò di presentarsi al cospetto di Luigi Filippo I di Francia. Quando
tentò di far eleggere tra i ranghi dell’Accademia Balzac, gli andò male.
Rampollo di una genia di militari, Alfred de Vigny passò la giovinezza in armi.
Pensava di fare carriera, di mettere alla prova la sua ideale audacia; languì
nella palude di guarnigioni mal assemblate. I fasti napoleonici – esemplificati
nello schietto romanzo di Conrad, I duellanti – erano un ricordo. Ottenne i
gradi, si licenziò capitano; in un ritratto, ragazzo, con la divisa della
“Maison du roi”, ha lo sguardo languido, la bellezza scapigliata, ininterrotta.
Alfred de Vigny (1797-1864) fotografato da Nadar
Dicono fosse incapace di “capire la realtà” – il che, per un poeta, non è poi
grave –, crebbe nel mito di Lord Byron, fece parte del circolo di Victor Hugo.
Tradusse – con spigliata grazia, in versi – Shakespeare, i suoi Poèmes antiques
et modernes (usciti, in edizione definitiva, nel 1829 e aggiornata nel 1841) gli
diedero autorevolezza lirica. I critici dicono che i “poèmes philosophiques”
raccolti come Les Destinées nel 1864, la sua opera definitiva, annunciano le
innovazioni di Stéphane Mallarmé (dei Poemi antichi e moderni e de I
destini esiste una traduzione di Lanfranco Binni, edita da Garzanti nel 1991).
Il capolavoro di Alfred de Vigny resta comunque Chatterton: andata in scena al
Théâtre français il 12 febbraio del 1835 (con l’amata Marie Dorval nei panni di
protagonista femminile), la pièce riscosse un successo assoluto; fu applaudita,
tra gli altri, da George Sand e da Sainte-Beuve. Da quel testo, Leoncavallo
trasse un’opera lirica assai meno fortunata, omonima, andata sul palco del
Teatro Drammatico Nazionale di Roma nel 1896, con scarse repliche.
Alfred de Vigny era ossessionato dalla figura di Thomas Chatterton, l’acerbo,
geniale poeta di Bristol, suicidatosi a poco meno di diciotto anni, nel 1770, a
Londra. Gli pareva, più di ogni altro, prima di tutti, l’emblema del poeta,
eternamente giovane, che si schianta contro l’indifferenza della società
letteraria e “va fino in fondo”. Il poeta che si immola per la poesia, con
disperazione messianica. Thomas Chatterton, amato da Coleridge e da Keats,
sbandierato, via via, come un simbolo, più citato che letto (la sua storia e la
sua opera sono state recepite per la prima volta in Italia di recente, in: T.
Chatterton, Nell’aura del fulmine, Feltrinelli, 2025), sarebbe piaciuto a
Borges: quindicenne, si era corazzato con un alter ego, il monaco Thomas Rowley,
vissuto nel XV secolo, che scriveva odi in un inglese antico di inedito conio,
fitto di indecifrabili invenzioni. L’eterno fanciullo della poesia inglese,
ridotto in miseria, malcompreso (da Horace Walpole, soprattutto, l’autore
del Castello di Otranto, doge dei circoli letterari londinesi del tempo), fu il
primo a scatenarsi contro le viete formalità della cultura – scriveva versi
audaci fino al rebus, pieni di abissi, di ferina ingenuità, che delizieranno
Dylan Thomas.
Già in Stello – romanzo nottambulo del 1832 – Alfred de Vigny si era appellato a
Thomas Chatterton come a uno spettro amico; con Chatterton ideò il più vigoroso
manifesto del romanticismo francese. In particolare, sono le pagine poste a
introdurre la pièce, Dernière nuit de travail, a costituire una sorta di manuale
dell’indole romantica di allora. Alfred de Vigny fa di Chatterton il poeta per
antonomasia, l’ispirato assoluto, che non si piega di fronte alla necessità del
mondo, non scende a compromessi, ed è trattato dagli uomini come uno strano, un
estraneo, un folle. Il testo – qui tradotto, in calce – evita i rischi della
secca retorica perché Vigny è sorretto da un’intuizione sagace: Chatterton non è
colpevole di suicidio, è la società ad averlo costretto a uccidersi. Il poeta è
come lo scorpione rinchiuso per gioco dai bambini in un cerchio di fuoco;
vedendosi perduto, l’artropode rivolge contro di sé il velenoso aculeo e muore,
mentre gli altri, intorno, ridono. L’idea del suicidato dalla società sarà
ripresa con furia da Antonin Artaud parlando di Vincent Van Gogh, un altro
artista messianico. Ci sono artisti la cui scelta si staglia come un’opera con
esiti spesso sfrenati, inattesi.
Di fronte alla morte di un ragazzo – eternata da quadri che ne hanno fatto una
specie di figurina pronta alla lacrima e al solido applauso – bisogna tumularsi
nel silenzio – anzi, nella preghiera. Più che altro, Alfred de Vigny ha
profetizzato la figura del maledetto: a lui Paul Verlaine si riferisce quando,
nel 1884, licenzia il saggio sui Poètes maudits. Thomas Chatterton ha
stigmatizzato i poeti, costringendoli alla sequela estrema, “li condanna
all’eterno esempio di una morte in miseria, abbandono, speranza mutilata”. Tutti
gli altri – chi stringe accordi con il tempo, ‘a fin di bene’, per sopravvivere
– è, in fondo, reo di tradimento, un vile.
A suo modo, Alfred de Vigny si allineò al duro addestramento di Chatterton.
Voltò le spalle alla città, rifiutò di pubblicare, continuando a molare e ad
approfondire l’opera. Vedeva Chatterton ogni giorno, nei brevi boschi che
circondavano la sua villa – era mutato in volpe, diceva.
***
Ultima notte di lavoro. Per Thomas Chatterton
La causa: il perpetuo martirio e la perpetua immolazione del Poeta. La causa: il
diritto che egli ha di vivere. La causa: il pane che gli viene sottratto. La
causa: la morte che è costretto a infliggersi.
Da dove tutto questo? Dal fatto che lodiamo il genio, ma uccidiamo i geniali. Li
uccidiamo negando loro la vita. Potremmo pensare, vista la scarsa importanza con
cui viene trattato, che il Poeta sia cosa comune. Una nazione dovrebbe essere
orgogliosa se avrà due Poeti in dieci secoli. Ci sono Stati che non ne hanno mai
avuto uno. Eppure: perché così tante stelle si estinguono appena cominciano a
brillare?
Perché ignorate cosa sia un Poeta.
Continuerete ancora a non vedere? Per quanto?
Tre tipi umani, che non dobbiamo confondere, agiscono nella società tramite il
pensiero, muovendosi in regioni separate.
L’uomo esperto negli affari della vita, apprezzato dal mondo, si incontra ad
ogni passo. A tutti adatto, a tutto si adatta. Ha una flessibilità e una
disinvoltura che rasentano il prodigio. La sua mente è libera, sempre fresca,
pronta a ogni risposta. Privo di autentiche emozioni, restituisce buone parole a
seconda delle occasioni. Scrive di economia come di letteratura. Pratica l’arte
come la critica, assume per l’una toni alla moda per l’altra la dissertazione
sentenziosa. Sa combinare le parole per creare l’effimero della passione, della
malinconia, dell’erudizione, dell’entusiasmo. È posseduto da fredde
inclinazioni, che intuisce più che comprendere; le respira da lontano, come i
vaghi odori di fiori sconosciuti. Crea il linguaggio dei ‘generi’ come si
forgiano le maschere per i volti. Può scrivere commedie e orazioni funebri,
romanzi e fiabe, epistole e tragedie, poesie e discorsi politici. È l’uomo di
lettere, da sempre amato e compreso, sempre in auge, bene in vista, mai
inviso. Quest’uomo non ha bisogno della nostra pietà.
Sopra di lui, c’è un uomo dalla natura più forte e raffinata. Una profonda e
grave convinzione fonda le sue opere, che riversa su una terra cruda, spesso
ingrata. Ha meditato in solitudine la propria filosofia, la vede al colpo
d’occhio, squadernata, la tiene in mano come una catena: sa che il primo anello
condurrà all’ultimo, sa come ogni anello si colleghi agli altri. La sua memoria
è ricca, quasi infallibile, il giudizio sano, è uno studioso completo, calmo. Il
suo genio è attenzione al massimo grado, buon senso nella più piena espressione.
Il linguaggio è coerente, limpido, franco, grandioso nel portamento, vigoroso
nei tratti. Soprattutto, gli occorrono ordine e chiarezza. L’ardore della lotta
perpetua infiamma la sua vita e i suoi scritti. Il suo cuore racchiude grandi
rivolte e l’ira superba, che lo rode in segreto. Sa seminare a grande profondità
e attendere che l’opera germogli: è spaventoso quando è immobile, in veglia. È
padrone di se stesso e di molte anime, che conduce a Nord e a Sud, a suo
piacere; tiene in mano un polo, e l’opinione che la gente ha di lui lo obbliga a
custodire la propria vita, a mantenere desto il suo amor proprio. È il
vero, grande scrittore.
Non è infelice; ha ciò che desidera; sarà sempre in lotta, ma quando concederà
tregua ai nemici, riceverà degni omaggi. Vincitore o vinto, sarà sempre
incoronato. Non ha bisogno della vostra pietà.
Ma c’è un altro tipo, dalla natura passionale più pura e più rara. La sua opera
proviene da Dio e giunge al mondo a intervalli rari. È un peso per gli altri,
perché appartiene completamente alla stirpe degli ispirati. L’emozione, in lui,
è così intima e profonda che vi si è immerso fin dall’infanzia. L’immaginazione
lo possiede sopra ogni cosa. Al minimo urto, si sbriciola; al minimo respiro,
volta verso mondi sconosciuti. Da allora in poi, smette i rapporti con la
creatura umana. La sua sensibilità è troppo vivida; ferisce fino al sangue; i
suoi eccessivi entusiasmi lo traviano; le sue simpatie sono troppo veraci;
compatisce chi soffre infinitamente meno di lui, muore dei dolori degli altri.
Le resistenze della società umana, il suo disgusto, lo gettano in un profondo
sconforto, in una nera indignazione, in una desolazione insormontabile, perché
tutto comprende, e troppo profondamente. In questo modo, tace, si ripiega su se
stesso, recluso nella sua prigione. Lì si forma qualcosa di simile a un vulcano.
Il fuoco cova lento, la lava è armoniosa. Ma quando esploderà? Si direbbe che
assista come uno straniero a ciò che accade dentro di lui. Cammina come un
malato, non sa dove andare, vaga per giorni. Non ha bisogno di fare nulla,
perché accada la sua arte. Non deve fare nulla, perché gli accordi del mondo si
formano comunque nella sua anima: il roco rumore del lavoro regolare irrompe, li
interrompe. Lui è il poeta. Appena si mostra, è mutilato – tutte le lacrime,
tutta la nostra pietà sia per lui!
La lingua che ha scelto è compresa da un infimo numero di uomini ed è a loro che
egli grida: “Ascoltatemi, fatemi vivere a mio modo!”. Ma molti sono inebriati
dalle proprie opere, altri lo sdegnano perché in quel perenne bambino vogliono
la perfezione dell’uomo maturo; i più sono distratti, indifferenti; tutti sono
impotenti nel bene.
E lui grida ai Poteri: “Ascoltatemi, fate che non muoia!”. Ma i Poteri
proteggono soltanto gli interessi positivi, sono estranei al genio, che li
offende.
Se ne ha la forza, diventerà un soldato, trascorrendo la vita sotto le armi; una
vita attiva, rozza, che ucciderà il suo essere morale. Altrimenti, se ha
costanza, si condannerà alle fatiche del numero, al calcolo che uccide le
illusioni. Se il suo cuore non si impenna con violenza, può piegarsi, molare i
pensieri, smettere il canto. Si farà, allora, uomo di lettere; oppure, se la
filosofia lo sorregge e incoraggia, diventare un grande scrittore; ma a lungo
andare il giudizio soffocherà la visione, schiacciando il poema che aveva in
petto.
In ogni caso, ucciderà una parte di sé, ma per questi suicidi a metà, per queste
immense irragionate rassegnazioni è necessaria una forza rara, nera. Se questa
forza non gli è data, quale strada gli resta da intraprendere? Quella di Thomas
Chatterton: il suicidio radicale.
Dunque, è un criminale! Un criminale davanti a Dio e agli uomini, dacché il
suicidio è un crimine, religioso e sociale. Chi può negarlo? Il dovere e la
ragione lo confermano. Si tratta soltanto di capire se la disperazione non sia
qualcosa di più forte di dovere e ragione. […] La vera disperazione è un potere
che divora, irresistibile, famelico, al di là della ragione, che comincia
annichilendo il pensiero. La disperazione non è un’idea, è una bestia che
tortura, che stringe, schiaccia e lacera il cuore di un uomo, fino a farlo
impazzire.
Ma è lui, il poeta, il vero colpevole o lo è la società, che lo disarma, che lo
bracca senza fine?
C’è un gioco terribile comune ai bambini del Midi. Essi costruiscono un cerchio
con i carboni ardenti; in mezzo, mettono uno scorpione, catturato con le pinze.
All’inizio, lo scorpione resta immobile. Quando il fuoco comincia a bruciarlo,
si agita. I bimbi ridono. La creatura cerca di evadere dalle fiamme, facendosi
strada tra i carboni ardenti; ma il dolore è troppo e si ritira. E ridono. Lo
scorpione cerca un passaggio impossibile, uno spiraglio. Poi ritorna al centro,
in una più oscura quiete. Infine, rivolge il dardo avvelenato contro se stesso e
muore, sul colpo. E ridono – e ridono più forte di prima. È lo scorpione il
colpevole? I bambini sono innocenti e buoni?
Quando un uomo muore nello stesso modo, è davvero un suicida? No. È la società a
gettarlo nel fuoco.
I bei versi, dobbiamo dirlo, sono merce che non piace alla gente comune. La
moltitudine mira a moltiplicare il proprio stipendio; nelle nazioni più nobili,
la massa ama ciò che amano tutti. Soltanto dopo una lenta istruzione e un
continuo addestramento può apprezzare la bellezza; nel frattempo, schiaccia il
talento nascente, il genio sorgivo, senza udire le grida della sua angoscia.
Ho voluto mostrare l’uomo spirituale soffocato dalla società materialista, dove
l’avido calcolo sfrutta senza pietà l’intelligenza e il lavoro. Non voglio
giustificare gli atti disperati degli sventurati ma protestare contro
l’indifferenza che costringe costoro a compierli.
Il Poeta è tutto per me; Chatterton è il nome di un uomo – ho omesso i fatti
esatti della sua esistenza per trarre dal suo destino l’emblema eterno di una
nobile miseria.
Oggi i tuoi compatrioti, caro Chatterton, ti chiamano ‘ragazzo meraviglia’… Eri
infelice – tanto mi basta. Anima desolata, povera anima diciottenne! Perdonami
di aver eretto a simbolo il nome mortale che indossavi su questa terra, per fare
del bene nel tuo nome.
Tra il 29 e il 30 giugno 1834
Alfred de Vigny
*In copertina: Egon Schiele, Bildnis Paris von Gütersloh, 1918
L'articolo Il poeta, “il suicidato dalla società”. Un testo di Alfred de Vigny
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