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La violenza e noi
P er degli inspiegabili sommovimenti dell’algoritmo, qualche settimana fa sul mio feed è comparso un video postato da un anonimo profilo privato, non dissimile da quello di qualsiasi vostro conoscente o amico. A prima vista il reel postato da @aaayushh245 – questo il nome dell’account – non è troppo diverso dai migliaia di contenuti che ogni giorno invadono Instagram o Tik Tok: una sequenza di spezzoni visivi dalla durata di pochi frame, montati uno di seguito all’altro, con un breve testo in primo piano e un sottofondo musicale d’accompagnamento. Solo che in questo caso, a differenza del solito pattume che dura lo spazio di uno scroll, il reel si differenziava non solo per la scelta musicale, piuttosto dissonante rispetto al contesto, ma anche per il messaggio stesso veicolato dal testo. Sul ritornello di The Winner Takes It All degli Abba, infatti, il video proponeva una sequenza di palazzi in fiamme, rivolte, scontri con la polizia, folle che incitano alla devastazione e al linciaggio. È questa una testimonianza di quanto accaduto in Nepal a inizio settembre, dove, a seguito del divieto di utilizzo dei social media e in risposta agli altissimi livelli di corruzione, giovani e giovanissimi sono scesi in piazza, di fatto rovesciando il governo in carica nell’arco di 48 ore. La “rivolta della Gen Z” – com’è stata denominata a seguito dell’età della maggior parte dei manifestanti – è, a conti fatti, una rivoluzione che – attraverso una votazione su Discord! – ha portato Sushila Karki, ex presidente della Corte suprema, a essere la prima donna premier del Paese. Questo risultato, com’è immaginabile, è frutto di un’ingente e incontrollata dose di violenza, che il summenzionato video non manca di mostrare. Hanno fatto il giro del web le immagini del ministro delle Finanze che, spogliato, viene inseguito nel fiume dai manifestanti. Il Parlamento, come la casa del primo ministro e di altri membri di spicco dell’amministrazione nepalese sono stati dati alle fiamme. Stessa sorte è toccata all’hotel Hilton di Katmandu, alle sedi dei media considerati vicini all’establishment, ma anche alla sede del Nepali Congress, il principale partito di opposizione. Sher Bahadur Deuba, leader dell’opposizione, e la moglie Arzu Rana Deuba, a capo del ministero degli Affari esteri, sono stati filmati mentre venivano presi a calci e pugni. Il bilancio parla di oltre 400 feriti e decine di morti, tra cui anche la moglie dell’ex primo ministro Jhala Nath Khanal, arsa viva quando la folla ha appiccato fuoco alla sua casa. L’elemento di fatale attrazione del video, però, è proprio la consapevolezza dell’autore dell’ambiguità di una protesta dal basso che si alimenta e ha successo attraverso la violenza. Infatti, mentre le immagini scorrono, la scritta in sovrimpressione recita: “Abbiamo vinto! Ma a che prezzo? Forse è quello che serviva. Dobbiamo accettare questo fatto: rivoluzione e violenza procedono mano nella mano. Eppure, resta da capire se abbiamo vinto davvero”. > L’agire esplicitamente violento della protesta nepalese viene situato in una > zona grigia, in cui affiorano dubbi sulla legittimità e sulla necessità del > gesto, così come sulle sue conseguenze. Questa testimonianza è eccezionale non tanto perché mostra la geopolitica internazionale in presa diretta, quanto perché è una delle rare volte in cui l’azione politica viene tematizzata in un modo non univoco dai suoi stessi protagonisti. Di conseguenza, l’agire esplicitamente violento della protesta viene situato in una zona grigia, in cui affiorano dubbi sulla legittimità e sulla necessità del gesto, così come sulle sue conseguenze. Il caso discretamente istruttivo del Nepal riassume una serie di temi che, nonostante lo strepitio di voci in merito alla violenza fisica e verbale nell’agone politico contemporaneo, sembrano quasi assenti dal dibattito mainstream sul tema. Al di là della retorica del giusto-o-sbagliato, il video di @aaayushh245 esemplifica alcune questioni dirimenti, che toccano non solo le modalità di fruizione della violenza, ma anche la legittimità e le conseguenze di tale posizionamento. Fruizione Sulla scia di Noam Chomsky e del suo classico La fabbrica del consenso. La politica e i mass media (1988), pare oggi vieppiù lampante che la presunta neutralità degli organi di informazione sia minata di continuo, anche nei Paesi considerati fari della democrazia, in un’ottica di costruzione del consenso per mezzi propagandistici. E d’altra parte pare pienamente compiuta la profezia di Guy Debord contenuta in La società dello spettacolo (1967), come dimostra il recente Lo stratega contro (2025) a firma di Gabriele Fadini, che conferma l’attualità del filosofo francese. In una società in cui la spettacolarizzazione della vita quotidiana operata dai mezzi di comunicazione ha raggiunto lo zenith, saturando con la sua presenza ogni momento della vita privata, si decuplicano le possibilità di essere sottoposti a immagini di violenza mediatizzata, ovvero veicolata dai media. Se si considerano insieme la parzialità delle narrazioni mainstream e la spettacolarizzazione dell’oggetto dell’informazione, mi parrebbe utile, posti di fronte all’evenienza della violenza, interrogarsi non solo sul cosa, ma sul come viene veicolata, narrata, propagandata e, spesso, omessa la violenza. Poiché la presenza del medium a fare da filtro tra noi e l’evento reale – una guerra, un omicidio, una rissa tra manifestanti e polizia, continuate voi – non è neutra: provare a capirne la natura parziale e l’effetto che genera sul contenuto potrebbe essere importante per un’analisi che non si fermi alla violenza in sé, ma che provi a porla in rapporto causale con il contesto. È chiaro, per fare un esempio, che le immagini dei militanti dell’Isis che decapitano i prigionieri politici a favore di telecamere porta lo spettatore immediatamente a empatizzare col condannato. Tuttavia, il modo in cui quelle immagini ci sono state proposte, segmentate all’interno al flusso di altre notizie, programmi e pubblicità, rende complesso ricordare che l’ascesa di al-Qaeda – da cui poi avrà vita l’Isis – è frutto anche del vuoto di potere creato dall’invasione statunitense in Iraq nel 2003. > Il processo di spettacolarizzazione del conflitto comporta un livellamento > verso il basso del cuore semantico dell’informazione, una riduzione della > violenza a contenuto mediatico. Allo stesso modo, le immagini dei bombardamenti in Ucraina generano subito una risposta emotiva nel pubblico occidentale. Tuttavia, questa ha reso difficoltosa la ricostruzione del complesso panorama geopolitico che ha fatto da sfondo al logorio dei rapporti tra Russia e blocco occidentale. Il processo di spettacolarizzazione del conflitto – iniziato forse da qualche parte tra la prima Guerra del Golfo e l’attacco alle Torri gemelle – comporta un livellamento verso il basso del cuore semantico dell’informazione, una riduzione della violenza a contenuto mediatico, a slide di Instagram, a video di TikTok, creato velocemente per essere consumato velocemente e altrettanto velocemente gettato via. Parlando della cultura promossa dai media, Jean Baudrillard diceva che nella società odierna “questa diviene oggetto di consumo nella misura in cui […] diviene sostituibile e omogenea (sebbene gerarchicamente superiore) ad altri oggetti”. Qualcosa di simile si potrebbe dire per la violenza. Nel cyberspazio generato dai media, da un punto di vista di fruizione, non c’è praticamente nessuna differenza, per esempio, tra una guerra e la sintesi di una partita di calcio. Ma capirne le modalità di fruizione è essenziale per stabilire delle contronarrazioni che tematizzino la violenza in senso storico, critico e politico. Il rischio, altrimenti, è quello di relazionarci di fronte a essa nello stesso modo in cui il tifoso prende parte al rito collettivo della partita, in cui si amano i buoni – la propria squadra – e si odiano i cattivi – gli avversari. Riflessione L’omicidio dell’attivista della destra americana estrema Charlie Kirk, colpito da un’arma da fuoco durante un incontro con gli studenti in un campus universitario nello Utah, è abbastanza esplicativo della reazione dell’opinione pubblica di fronte alla violenza. Nonostante in Italia fosse già tarda serata, per puro caso ho avuto l’occasione di seguire in diretta sui media americani la cronistoria dell’evento. Fin dai primissimi minuti il popolo di Internet si è spaccato tra chi glorificava Kirk come martire della libertà di pensiero e del diritto di parola e chi gioiva per l’attentato a danno di un pericoloso promotore di ideologie intolleranti e violente. Questa dialettica degli schieramenti opposti è stata subito fatta propria dai politici statunitensi e poi europei. I repubblicani hanno addossato le colpe dell’omicidio alla sinistra fintamente liberale, rea di incitare all’odio e di voler silenziare chi non la pensa come loro. I democratici, pur condannando in toto l’omicidio, hanno respinto al mittente, dicendo che è invece la destra MAGA (Make America Great Again) a fomentare un clima di violenza in un Paese in cui il tema del possesso delle armi è, oggettivamente, un problema. E tutto questo ben prima che venisse arrestato il presunto autore dell’attentato, il ventiduenne Tyler Robinson che, stando a quanto si conosce al momento, non corrisponde all’identikit del pericoloso leftist radicale a cui si pensava nelle prime ore. > L’omicidio di Charlie Kirk, colpito da un’arma da fuoco durante un incontro > con gli studenti in un campus universitario nello Utah, è abbastanza > esplicativo della reazione dell’opinione pubblica di fronte alla violenza. Nonostante l’omicidio di Kirk rientri in uno scontro tutto statunitense tra MAGA e liberals, anche da noi accuse, controaccuse, strumentalizzazioni e propaganda hanno subito fatto perdere il punto della questione. Il modo in cui l’omicidio è stato narrato, ha fatto sì che si sia passati immediatamente dal fatto, alle possibilità strumentali del fatto. Eradicata dal rapporto di causalità con il contesto americano, la violenza è stata usata solo in senso simbolico per un fuoco incrociato di slogan – che, per inciso, di certo non stemperano gli animi, ma anzi li infiammano, trasferendo sul piano verbale la violenza fisica. Mi pare esplicativo che l’intero spettro della sinistra internazionale abbia speso molte energie per “prendere le distanze” dal killer. Non solo è un paradosso logico doversi distanziare da qualcuno con cui non si ha nessuna vicinanza fattuale, ma farlo per dover ribadire quello che è naturalmente e giuridicamente un caposaldo del dibattito democratico – la condanna della violenza – è un’aporia del sistema. Il fatto che io stesso mi senta qui obbligato a esplicitare la ferma condanna rispetto a quanto accaduto per evitare di incappare in accuse di giustificazionismo è esplicativo di come la violenza, anche a sinistra, sia ormai introiettata nel discorso politico solo per la sua componente spettacolarmente simbolica, mentre manca qualsiasi tipo di analisi materialista. Un’operazione di questo genere non rientra, storicamente, né negli interessi, né, forse, nelle capacità di una destra che trae il suo potere mediatico – e anche il suo appoggio elettorale – dalla semplificazione per estremi e dalla polarizzazione del dibattito, per cui l’uso strumentale della violenza è di supporto alla creazione del consenso e al mantenimento del potere – e qui si guardi, ancora, al già citato Chomsky. Tuttavia, è lecito aspettarsi da chiunque afferisca all’ampio spettro della sinistra un approccio alla violenza in campo politico che sappia interpretarla attraverso l’analisi delle condizioni materiali, delle basi economiche e delle relazioni tra classi sociali, piuttosto che attraverso valori e ideali astratti. Un approccio di questo tipo non è solo legittimo, ma necessario per provare a capire a favore di chi gioca la violenza. Chi trae vantaggio dall’uso della violenza in campo politico? Quali rapporti di forza si nascondono dietro l’uso della violenza? E, soprattutto, quale influenza ha la violenza sull’agentività del nostro schieramento politico nell’ottica di una rinata (ma forse mai estinta) lotta di classe? Al di là dei possibili discorsi etici sul personaggio, se analizzato in quest’ottica, l’omicidio Kirk non sono sicuro vada a vantaggio della sinistra democratica. L’evento, infatti, fornisce alla destra trumpiana – e poi internazionale – non solo un martire, ma il lasciapassare ideologico per l’inasprimento di una retorica securitaria che diventa poi pratica repressiva. E poco importa se il presunto killer non è un radicale, fricchettone, esaltato di sinistra, né che, negli ultimi dieci anni, la percentuale degli omicidi riconducibili alla destra estrema sul numero di azioni violente commesse a fini ideologici negli Stati Uniti sia di oltre il 75% (dati: Anti Defamation League). Tutto ciò, tra l’altro, non sposta di una virgola i rapporti di forza rispetto alle rivendicazioni delle classi sociali povere e delle minoranze nei confronti della repressione statale. > Non solo è un paradosso logico doversi distanziare da qualcuno con cui non si > ha nessuna vicinanza fattuale, ma farlo per dover ribadire quello che è > naturalmente e giuridicamente un caposaldo del dibattito democratico – la > condanna della violenza – è un’aporia del sistema. Dall’altra parte, quello che non si sta riuscendo a fare nel caso di Kirk, è riuscito, almeno in parte, con Gaza. Dico “in parte”, perché ancora una volta l’analisi materialista del genocidio è stata condotta pressoché in toto al di fuori della politica dei partiti e promossa dalla società civile, da attivisti, da organi di ricerca indipendenti e da un’esigua parte della stampa internazionale. Questi attori, però, hanno contribuito a mantenere viva l’attenzione sui crimini commessi da Israele, tanto a livello mediatico che politico, attraverso un’intensa attività di mobilitazione dal basso. Il movimento pro-Palestina è stato abile nel tenere insieme tanto la condanna alla violenza contro i civili, quanto l’analisi degli interessi politici ed economici che sostanziano l’intento genocidario – poi rilanciati in sede istituzionale dai report della relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese (Genocide as Colonial Erasure e From Economy of Occupation to Economy of Genocide). La condanna ideologica, unita a un’analisi materialista del genocidio, non solo ha impedito una lenta, ma spesso inesorabile assuefazione alla violenza, ma ha denunciato in maniera fragorosa la vergognosa complicità nella mattanza di un Occidente “necrocapitalista”, razzista e imperialista. Il successo, almeno parziale, di tale narrazione mi pare verificabile se si considera che anche nel dibattito mainstream molti sono costretti a riconoscere la propaganda sionista per quello che è. Il “conflitto per la liberazione degli ostaggi” è per tanti – anche per l’ONU, ma non per molti vessilliferi del moderatismo – un genocidio. I tentativi di manipolazione dell’opinione pubblica da parte di Israele – come l’invio di influencer nella Striscia per testimoniare i presunti aiuti umanitari da parte dell’Idf – risultano grotteschi. Le parole di ministri come Smotrich e Ben-Gvir non sono più le boutade di qualche estremista, ma le dichiarazioni d’intenti di criminali di guerra. Questo, come si può vedere, non vuol dire che la politica assecondi o sostenga le richieste del movimento pro-Pal. Anzi, tutt’altro. Ma la verità sostanziale dei fatti affiancata a principi di carattere etico-morale fornisce il fuoco ideologico delle rivendicazioni che, nell’intento dei manifestanti, non sono destinate a rimanere solo sul piano simbolico dell’utopia. Azione Per quello che se ne capisce, l’approccio fin qui descritto diventa il minimo comune denominatore necessario nel momento in cui la speculazione teorica vuole diventare pratica attiva. Come dimostra il prima citato esempio del Nepal, è possibile che arrivi un momento in cui sarà doveroso interrogarsi sulla necessità o meno della violenza, su come esercitarla e in che grado. Mi pare superfluo ribadire – ma di questi tempi non è mai troppo – che l’adesione totale alla non-violenza è il presupposto minimo per poter partecipare al dibattito democratico. E tuttavia, il paradosso democratico enunciato da Karl Popper in La società aperta e i suoi nemici (1945) impone un certo grado di repressione verso gli intolleranti al fine di salvaguardare lo stesso sistema democratico. In termini pratici, come ci insegnano innumerevoli esempi di storia, questo si traduce in una continua negoziazione sulla necessità e sulla legittimità della violenza in senso politico quando le regole del gioco democratico vengono meno. Quale dialettica è possibile con un’ipotetica squadraccia fascista che viene a rastrellare gli oppositori politici? Interrogato sulla questione, Sandro Pertini, figura che difficilmente potrà essere accusata di populismo, la risposta pareva averla molto chiara. E tuttavia, nelle nostre società contemporanee pare un sacrilegio anche solo teorizzare una possibile risposta violenta, pure laddove questa risponda solamente a scopi difensivi. > Il movimento pro-Palestina è stato abile nel tenere insieme tanto la condanna > alla violenza contro i civili, quanto l’analisi degli interessi politici ed > economici che sostanziano l’intento genocidario. A questo proposito, vale la pena riprendere le parole del sociologo francese Nicolas Framont pubblicate nella newsletter di settembre del progetto di estetica politica Iconografie (@iconografiexxi). Framont sottolinea come, al di là dell’ordinamento giuridico-costituzionale sulla base del quale giudichiamo qualsiasi forma di violenza dal basso come intrinsecamente esecrabile, chi detiene il potere – la “classe borghese”, per lui – esercita nei fatti un grado di violenza altissimo, giustificato in quanto statalizzato. Le élite del potere capitalista, dunque, non solo continuano a teorizzare la necessità della violenza, ma non hanno nessuna remora nell’esercitarla, in spregio a qualsiasi tipo di ordinamento giuridico. Di esempi, anche in questo caso, se ne potrebbero fare molti: dalla repressione violenta delle manifestazioni di piazza da parte della polizia – pratica talmente diffusa che ormai non fa più notizia – alla violenza nelle carceri, fino, per venire a un caso specificatamente italiano, al trasferimento forzato nei centri per migranti in Albania. Per rendersi conto del grado di violenza introiettato e normalizzato da parte degli apparati statali, basta una lettura dei report annuali di Amnesty International. Rispetto a questa legittimazione de facto della violenza da parte di chi detiene il potere – che non vuol dire solo potere legislativo, ma anche economico – mi sembra significativo il post che Trump ha pubblicato su Truth in data 6 settembre, con il quale minacciava Chicago di un inasprimento delle politiche anti-immigrazione e una maggior repressione da parte delle forze dell’ordine federali. Il post, accompagnato da un’immagine generata dall’Intelligenza artificiale con il presidente degli Stati Uniti in panni militari in un chiaro riferimento al film Apocalypse Now, recitava: “‘Mi piace l’odore delle deportazioni al mattino…’ Chicago sta per scoprire perché è chiamato Dipartimento della GUERRA”. Ancora una volta, tuttavia, l’esempio più denso di senso rimane il genocidio in corso a Gaza, per la sua capacità di dare forma plastica – addirittura quantificabile, negli oltre 60.000 morti – alla pratica omicida portata avanti nel nome della “democrazia” israeliana e dell’Occidente “civilizzato”. La radicalità della violenza perpetrata sulla pelle del popolo palestinese è esplicativa della morale vergognosa con cui il consesso delle grandi democrazie dell’Occidente non prova, nei fatti, nessun tipo di moto di fronte all’eccidio di civili inermi, ma si affretta a gettare strali e biasimo su un manifestante che tira un sampietrino durante una manifestazione. Per dirla con le parole di Franco Palazzi, autore di La politica della rabbia (2021), “da una parte lo stato liberaldemocratico fa manifestamente impiego di numerose forme di violenza tanto diretta […], quanto indiretta […]; dall’altra la menzione della violenza appare ammissibile nella sfera pubblica liberaldemocratica unicamente nel registro retorico della condanna”. Per Palazzi, “queste contraddizioni sono il frutto della scarsa capacità contemporanea di pensare la politica al di là dell’ipoteca, a un tempo istituzionale e concettuale, dello stato moderno”. Ma è proprio da questo tipo di squilibri che deriverebbe, secondo Framont, la simpatia di larghe fasce della popolazione verso figure come quella di Luigi Mangione, sospettato di aver assassinato Brian Thompson, CEO del colosso assicurativo UnitedHealthcare. Framont – autore di Saint Luigi (2025), un saggio sul culto mediatico e ideologico riscosso proprio dal presunto killer italoamericano – afferma che di fronte alla crescente, assidua violenza a cui le classi meno abbienti sono sottoposte, gesti estremi come quello di Mangione servono a ricordarci che servirebbe ristabilire un equilibrio tra le parti. > Le élite del potere capitalista, dunque, non solo continuano a teorizzare la > necessità della violenza, ma non hanno nessuna remora nell’esercitarla, in > spregio a qualsiasi tipo di ordinamento giuridico. Tuttavia, al pari dell’assassinio di Kirk, delitti come l’assassinio di Thompson, se condannabili da un punto di vista morale, rischiano di essere perfino controproducenti nell’ottica materialista del conseguimento degli obiettivi. Che l’uso omicidiario della violenza – ma anche, per esempio, la devastazione di negozi e beni comuni durante gli scontri di piazza – possa essere però allo stesso tempo una forma di lotta di classe e un gesto populista non deve trarre in inganno. Stabilita la legittimità ideologica delle richieste degli oppressi verso gli oppressori, c’è poi la riflessione sulle strategie. Fermandosi solo agli esempi fatti fin qui, i gesti eclatanti di Mangione e Robinson non muovono oltre il piano simbolico, privi di qualsiasi potenzialità nell’ottica di una rinegoziazione dello status quo. Di fronte al populismo di questa violenza performativa, è doveroso però che le sinistre internazionali inizino almeno a tematizzare le strategie attraverso le quali difendersi rispetto alla violenza del sistema, catalizzando la rabbia popolare in una lotta dove il nemico non si farà scrupoli ad uccidere se questo assicura il mantenimento fattuale del potere. In fondo, quello che pare domandarsi @aaayushh245 nel suo video sul Nepal è: può esistere una violenza generativa? L'articolo La violenza e noi proviene da Il Tascabile.
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Media e crisi della mediazione
F ino a qualche decennio fa non era necessario che un singolo individuo sostenesse una grande quantità di informazioni per farsi un’idea. La possibilità di comprendere era affidata a persone qualificate che filtravano le nozioni da trasferire nei circoli istituzionali del partito, della chiesa, del sindacato. Ci si raccomandava alla competenza del professore, del vescovo, dello scienziato, dell’intellettuale, che formavano classi dirigenti capaci di raccogliere le necessità della comunità, analizzare cause e conseguenze, fornire prospettive nel lungo termine, promuovere cambiamenti e perfino rivoluzioni. Nel bene o nel male, la formazione delle opinioni non faceva capo solo a grandi interessi politico-economici, ma spesso era legata a giornali indipendenti, sostenuti soprattutto dai lettori che si riconoscevano attorno a una visione di mondo costruita con gli strumenti della cultura, del confronto e del ragionamento. A ciò si aggiungeva la presenza del cosiddetto “terzo posto”, come i caffè, i circoli, le sezioni, le piazze, che dopo la casa e il lavoro diventavano spazi di aggregazione e di confronto reale e che dall’Illuminismo agli anni Novanta del Novecento avevano dato vita a movimenti culturali impetuosi e capaci di eleggere rappresentanze in grado di incidere sulla realtà. Sebbene la trasmissione verticale del sapere non raffiguri il migliore dei mondi possibili, soprattutto perché l’accesso alla conoscenza e alle informazioni era spesso prerogativa della borghesia, mentre le classi meno abbienti e le donne erano quasi del tutto escluse anche dal dibattito, è comunque  utile riferirsi a un modello gerarchico di organizzazione e trasmissione delle informazioni, non per rivalutarlo nostalgicamente, ma per riflettere sulla formazione dell’opinione pubblica nel contesto di una rappresentanza in grado di interpretare la realtà, restituendone una immagine complessa e per mettere in luce le implicazioni politiche tra informazione e democrazia, in un mondo dove la presa di parola del singolo non è più fondata sull’argomento, sulla ragione, sul confronto e sulla partecipazione, ma piuttosto sulla reazione immediata e solitaria a contenuti personalizzati, dentro piattaforme private che impediscono la costruzione di un sapere competente e democratico. Oggi si sono confusi tutti i piani di una rappresentanza in grado di filtrare e formare le conoscenze per gradi e ci ritroviamo immersi in una grande mole di informazioni non mediate da figure specializzate. I dirigenti dei partiti non hanno capacità analitiche, filosofiche, sociali o scientifiche con le quali interpretare il mondo, non sono cioè intellettuali di riferimento, ma opinionisti e comunicatori abili per lo più a costruire community fondate su opinioni di tendenza selezionate dai loro spin doctor. I giornali, quando non sono interamente di proprietà di gruppi finanziari, trattano l’informazione solo come una merce anziché come un dato della conoscenza, inseguendo la sensazionalità per garantire maggiore visibilità agli investitori che applicano sulle pagine di riferimento i loro banner pubblicitari. Tutto ciò con ovvie ripercussioni sulla qualità dei contenuti, dal momento che sono i gossip a ottenere la maggior parte dei click. > L’apertura massiva e generalizzata all’informazione non ha eliminato la > differenza tra dominati e dominanti nell’accesso al sapere, anzi ne ha > amplificato le distanze. Alla perdita di rispettabilità degli organi di stampa, delle istituzioni del sapere e delle organizzazioni politiche, si unisce una generale demonizzazione dell’intellettuale e la rinuncia a una complessità che mette sullo stesso piano lo scienziato e lo youtuber. Dai guru dello sviluppo personale, che affiancano la spiritualità alla fisica quantistica, fino ai no-vax che invitano a iniettarsi la varechina contro il Corona virus, ai counselor e ai personal coach che si improvvisano psicologi, elargendo consigli sulla salute mentale senza avere neppure una laurea triennale, vengono usati canali diretti come blog, chat e reel per fornire informazioni a un pubblico di persone comuni che in ogni caso non ha le competenze per poterle verificare. L’assenza di gerarchie nelle idee ha fatto sì che l’opinione di uno scienziato, per esempio su temi medico-farmacologici, valesse quanto quella di un imprenditore immobiliare. Il confronto, che avviene soprattutto online, spesso è risolto in un dissidio tra privati, la critica si dirige verso un utente considerato di pari grado nella formulazione delle opinioni al quale, piuttosto che rivolgere argomenti razionali, nella migliore delle ipotesi, si inviano brevi commenti sgrammaticati pieni di risentimento. Diversamente dal passato, il potere mediatico favorisce omogeneità e uguaglianza tra consumatori e produttori di informazioni. Non opprime, non censura, offre a ognuno pari dignità nell’espressione della propria opinione. Se dunque l’accesso democratico all’informazione per certi aspetti è salutare, dall’altro comporta il rischio di una qualità informativa scadente e di un confronto dominato dalle emozioni piuttosto che dal ragionamento, dunque infruttuoso, praticamente inesistente e con conseguenze dirette sulla verità dei fatti. Questa direzione è confermata, per esempio, dall’abolizione del fact cheking di Meta, sostituito con le community notes, ovvero con note prodotte dagli stessi utenti per autoregolarsi nella verifica delle informazioni. Per quanto blanda e di per sé inutile, dato il caos irrefrenabile di fake news che proliferano nella rete, l’eliminazione del fact cheking è il sintomo di un potere mediatico che non vuole intermediari o gerarchie nelle idee divulgate. Sebbene possa sembrare lodevole questa iniziativa, affidare alla community il compito della verifica dei fatti, equivale però a delegare la costruzione di un viadotto al giudizio di chiunque si trovi a passare casualmente davanti al cantiere. Bisogna inoltre considerare che l’apertura massiva e generalizzata all’informazione non ha eliminato la differenza tra dominati e dominanti nell’accesso al sapere, anzi ne ha amplificato le distanze. Da un lato, élite proprietarie delle piattaforme dirigono i flussi dell’informazione, basando i loro business su contenuti prodotti dagli utenti stessi. Dall’altro, uno sciame di individui, pressoché uguali tra loro nei diritti e nelle libertà, attinge a risorse mediatiche sotto la spinta di un consumo sommario di articoli, reel e immagini senza alcuna verifica delle fonti, ma guidato piuttosto da una percezione capace di innalzare la sensazione soggettiva a dignità di dato statistico. L’accesso libero e diretto ai contenuti, spesso somministrati da chi mira a persuadere o a orientare il comportamento verso l’acquisto di un corso, di un prodotto o di una idea, genera l’illusione di essere sufficientemente competenti per inoltrarsi con disinvoltura in ogni ambito della conoscenza e di poter discernere in autonomia il vero dal falso. La persona che non attinge più a risorse collettive fornite dai partiti, dalle organizzazioni, dalla stampa, dagli specialisti, cerca dunque di soddisfare in solitaria il bisogno di conoscenza attraverso le narrazioni fornite dai media. Questo induce a credere di poter ottenere un grado di abilità tale da consentire di risolvere problemi che sono al di fuori della nostra portata. L’idea che si possa fare affidamento solo su sé stessi per affrontare individualmente sia il proprio destino sia quello del pianeta, spegnendo ad esempio i termosifoni per contrastare la guerra in Ucraina, oppure risolvere il cambiamento climatico raccogliendo le cicche da terra o migliorare le proprie condizioni di vita con la logica del merito, si riflette anche nell’ambito della conoscenza e dell’acquisizione delle informazioni. > L’idea che si possa fare affidamento solo su sé stessi per affrontare > individualmente sia il proprio destino sia quello del pianeta si riflette > anche nell’ambito della conoscenza e dell’acquisizione delle informazioni. Si ha l’impressione di potersi creare un’opinione tra miliardi di informazioni per dare risposte soggettive a eventi, problemi e quesiti di grande entità, rispetto ai quali anche lo studioso più formato avrebbe difficoltà a rispondere. D’altronde, così come per il mercato siamo tutti classe imprenditoriale, capaci di “farci da soli”, allo stesso modo, nella libera informazione siamo in grado di accedere a ogni tipo di contenuto, di produrlo e consumarlo per diventare all’occasione speleologi, psicologi, filosofi o infettivologi. Ci siamo liberati dei grandi apparati di senso che dirigevano le nostre vite per affidarci a noi stessi o alla contingenza di voci prive di autorevolezza. Tutto ciò alimenta anche l’arroganza di chi è convinto di poter esprimere una opinione ben formata solo perché ha visto un reel su Instagram, unendo alla sfiducia nella scienza, nel sapere e nell’informazione la reticenza a delegare a un altro più competente il compendio della propria ignoranza. Nonostante la sicurezza ostentata nei propri mezzi, il consumo bulimico di contenuti lascia tuttavia insoddisfatto il bisogno di conoscenza. L’accumulo di informazioni non garantisce infatti alcuna stabilità nel lungo termine, mettendo l’utente in una condizione di costante incertezza rispetto a ciò che conosce. Mantenere sempre aperto il desiderio di sapere è un circolo virtuoso in un mercato di contenuti per il quale è l’offerta a generare la domanda. Questa dinamica, piuttosto che garantire una pluralità dell’informazione di qualità, sprona a consumare un numero sempre maggiore di contenuti, senza mai raggiungere un’acquisizione stabile, approfondita e corretta sull’argomento di interesse. Favorisce invece la proliferazione di prodotti editoriali che aggiungono entropia a un sistema di informazioni già di per sé caotico e di bassa qualità. Sebbene non avere certezze assolute sia l’essenza di un approccio critico e aperto al sapere, la sostanziale e necessaria superficialità delle nozioni ottenute dai media si risolve invece in un radicamento nelle proprie convinzioni, alimentato anche da un senso di sopravvivenza. La molteplicità delle informazioni è diventata infatti insostenibile per il singolo anche dal punto di vista cognitivo. In un mondo sempre più complesso nel quale a ognuno è affidata la responsabilità di farcela da solo, di procurarsi le informazioni da solo e in ultima analisi di salvarsi da solo, c’è bisogno di posizioni chiare e distinte per navigare con sicurezza nel grande mare dell’infosfera. Per reazione a una condizione nella quale tutte le voci si equivalgono, si risponde semplificando. Nonostante la complessità, o proprio in virtù di questa, le polarizzazioni del dibattito diventano più nette da ogni parte della barricata. Se si solleva un dubbio sui vaccini o su un d.p.c.m. si è complottisti, se si solleva un dubbio sull’intervento in Ucraina si è putiniani. Questa semplificazione consente un grado di certezza adeguata ad avanzare con sicurezza in un mondo percepito come minaccioso, complesso, incomprensibile e imprevedibile. Nell’urgenza di ottenere una risposta istantanea per far fronte alle imminenti catastrofi che la comunicazione sensazionalistica ci propina ogni giorno, il soggetto pare non abbia il tempo di valutare, di ragionare o di lasciare sedimentare le informazioni per farle diventare conoscenze. La sua percezione reagisce alle informazioni come l’occhio alla luce e si ritrova vincolata alla necessità di rispondere immediatamente ai dati che si presentano alla coscienza. Nel freezing dell’angoscia di non sapere, il soggetto risulta incapace di universalizzare, di prendere le distanze, di trascendere, di astrarre, per individuare altre vie di fuga all’evidenza della sensazione. Nella progressiva decadenza del senso e dell’autorevolezza delle figure di riferimento del sapere, della politica e dell’etica, non esistono altre verità scientifiche o filosofiche alle quale affidarsi. > Per reazione a una condizione nella quale tutte le voci si equivalgono, si > risponde semplificando. L’unica certezza possibile, l’unica verità che non si può mettere in dubbio, è quella della sensazione. Si crede solo a ciò che si sente. E questo sentire non può essere problematizzato né da esperti né da evidenze scientifiche. La fede nelle sensazioni ha le stesse dinamiche di una dittatura per semplicità e forza. La sensazione non può avere dubbi o alternative così come un potere assoluto non può avere opposizioni. Se infatti ogni sapere critico e falsificabile si oppone all’assolutismo della percezione soggettiva, evolvendo nel tempo e basando la sua prassi su una messa in discussione costante dei suoi paradigmi, la sensazione rimane uguale a sé stessa attraverso le epoche, tendendo alla conservazione piuttosto che alla progressione. La sovranità della percezione diventa oggi l’emblema di uno scetticismo radicale che paradossalmente mette in salvo ciò che nella storia del pensiero è sempre stata la prima cosa della quale dubitare, ovvero la sensazione. Nel confronto delle idee e nella lotta all’attenzione, non prevale l’informazione vera, ragionata e approfondita, ma quella che predomina sulle altre e che in virtù della propria forza comunicativa, emotiva, persuasiva e sintetica sa arrivare allo stomaco di chi l’ascolta. La sensazionalità delle informazioni gioca un ruolo fondamentale nell’individualizzazione dell’opinione. Se infatti la ragione logico-discorsiva è uguale per tutti in ogni parte del mondo, la sensazione è particolare e soggettiva. Sebbene tutti proviamo le stesse sensazioni, ognuno le prova a modo suo, sul proprio corpo e nella solitudine delle proprie percezioni, che diventano convinzioni, che diventano verità. Nell’insicurezza generale di non sapere a cosa credere, la sensazione offre un supporto sicuro al quale aggrapparsi, diventando garanzia materiale dell’esistenza di almeno una certezza, la propria, che si sente fin dentro al corpo. La credenza nelle percezioni non mediate consente di avere in mano una verità che le istituzioni corrotte dai “poteri forti” non possono garantire con la stessa pregnanza. Il populismo, il complottismo, il razzismo, basano la loro forza sull’autoevidenza della sensazione, semplificando i fenomeni in una regola percettiva, immediata e particolare, che si rivela generale. Allo sguardo la terra è piatta. Se ci si ferma solo a questo stadio, chi infatti può dire il contrario? Ogni complotto, come ogni populismo, trova almeno un dato reale sul quale costruire intere teorie del sospetto. Si estrapola un elemento dal contesto e si crea una modello per giustificare una prassi, anche se i dati confermano l’esatto contrario: un immigrato ha fatto una rapina-tutti gli immigrati sono criminali. Le analisi delle autorità regolatorie del farmaco hanno confermato un potenziale collegamento tra la miocardite e la pericardite quali eventi avversi dopo la somministrazione di vaccini a mRNA. Ursula von der Leyen e la Commissione Europea sono stati condannati dalla corte di giustizia dell’Unione Europea per mancanza di trasparenza durante l’acquisto di vaccini anti-Covid nel luglio 2024. Non è quindi del tutto folle chiedersi dove stia l’interesse nel fornire notizie inappropriate pur di ottenere consenso e compensi economici sulla pelle della popolazione. Tuttavia, per quanto possa essere legittimo nutrire il sospetto, questo non è sufficiente per rinunciare alle uniche soluzioni medico-sanitarie adottate per contrastare tempestivamente la diffusione del virus e tutelare la salute pubblica. È inoltre necessario considerare che la verità è venuta a galla proprio grazie ai comitati scientifici di sorveglianza sul farmaco. Questo potrebbe ricordare a tutti che le attività interne di ogni governo e di ogni scelta politica non si basano su decisioni istintive, ma sul calcolo dell’utilità e che le considerazioni politiche hanno una logica intrinseca che va sciolta con il ragionamento, non solo con il cuore o con le sensazioni. > Trascendere la sensazione significa porre una distanza dal dato percettivo per > creare un modello linguistico, culturale o scientifico con il quale negoziare > le condizioni di verità. Quindi, se si vuole dissentire o contrastare qualcosa che si ritiene ingiusto o sospetto è necessario opporvi quantomeno lo stesso grado di razionalità. È infatti solo sospendendo la reazione alla sensazione che è possibile costruire un’alternativa capace di spiegare ciò che non si può immediatamente capire o percepire. Trascendere la sensazione significa porre una distanza dal dato percettivo per creare un modello linguistico, culturale o scientifico con il quale negoziare le condizioni di verità. Questo processo consente di organizzare un sistema di conoscenza nel quale il succedersi degli argomenti chiarisce progressivamente l’intero contenuto, per avvicinarsi il più possibile a una oggettività dalla quale derivare scelte consapevoli, approfondite e informate. Su questa dinamica razionale si basano le istituzioni. Le istituzioni sono fondate sulla rinuncia alla particolarità per creare universali di senso basati su criteri di verità condivisi. Consistono nell’organizzazione dei mezzi collettivi per soddisfare bisogni personali. La scienza è un’istituzione nel momento in cui organizza i mezzi della conoscenza per soddisfare bisogni di scoperta, di comodità e di sopravvivenza. Il bisogno di mangiare genera l’istituzione del lavoro e dell’industria come organizzazione di competenze e strumenti per nutrirsi. “Bisogno” e “istituzione” camminano insieme. Se viene meno l’“istituzione” come entità di mediazione collettiva, rimane solo l’“istinto” immediato e la convinzione soggettiva di poter rispondere singolarmente ai bisogni, quando invece possono essere soddisfatti solo collettivamente e istituzionalmente. La prevalenza della sensazionalità sulla razionalità chiude l’agire di ognuno in un percorso in linea retta che deve condurre istantaneamente, senza scelta e senza ambiguità, all’oggetto di soddisfazione, alla conoscenza, generando una pericolosa autoreferenzialità incapace di costruire comunità. Oggi le istituzioni politiche e dell’informazione, oltre ad aver perso la fiducia delle persone, non vengono percepite come un ambiente all’interno del quale trovare risposte collettive a bisogni personali ma come un intralcio all’attività di acquisizione dell’informazione, delle risorse finanziarie o del potere politico. Le informazioni che bypassano l’intermediazione giornalistica, specialistica e istituzionale, condividono con la politica sia la tendenza alla semplificazione, sia una volontà di individualizzazione del potere con la quale ottenere una maggiore libertà esecutiva. Così come la comunicazione punta alla produzione di figure singolari che emergono dai social per influenzare e monopolizzare l’attenzione su aspetti commerciali, minimizzando lo sforzo dell’apprendimento, ugualmente la politica tende a snellire i processi costituzionali per favorire, ad esempio, l’accentramento dei poteri parlamentari. Una piattaforma che soddisfa istantaneamente il desiderio di sapere dei suoi utenti, senza richiedere ulteriori speculazioni, è reputata più sostenibile rispetto a un’altra che invita a fermarsi per riflettere. La politica che libera ogni genere di attività economica dalle briglie della burocrazia o dell’etica risulta più feconda di un’altra che tiene in conto i vincoli ambientali o la salute delle persone. > Un mondo dove tutti sono persuasi dall’idea di poter compiere scelte basate > sulla libertà individuale nel produrre e consumare informazioni, non ha > bisogno di partiti, comunità, chiese, sindacati e specialisti per capire quale > direzione intraprendere e a chi delegare il futuro o la difesa dei propri > diritti. L’immediatezza delle informazioni prive di filtri specialistici garantisce una trasmissione più efficace del potere rispetto ad articolate analisi del contesto che rallenterebbero la produzione del consenso e la messa in opera di programmi e strategie di engagement. La delega e la rappresentanza non sono più quindi dei paradigmi utili per un qualsiasi tipo di potere che aspira all’esclusività. Se dal punto di vista governativo non possiamo però ancora parlare di un vero e proprio rischio democratico, perché i governi occidentali, comprese le democrazie presidenziali, sono eletti all’interno di un sistema di contrappesi e di misure volto a impedire abusi di potere e ascese incontrollate di leader politici, dal punto di vista della comunicazione il discorso potrebbe farsi preoccupante, perché la comunicazione è lo strumento principale attraverso il quale l’attività politica costruisce il proprio consenso; e se l’unico vero potere di un presidente in una democrazia presidenziale è quello di avere in mano la gestione di un’opinione pubblica formata da singoli individui che prendono decisioni autonome sulla base delle sensazioni piuttosto che del ragionamento, l’uso di un’informazione priva di intermediari specializzati può generare una legittimità tale da cambiare ogni assetto costituzionale. L’ideologia alla base di questo processo celebra l’empowerment individuale riflettendo l’idea che il controllo dei media stia passando nelle mani dei singoli piuttosto che restare in quelle delle istituzioni o dei professionisti. Un mondo del genere, dove tutti sono persuasi dall’idea di poter compiere delle scelte basate sulla libertà individuale nel produrre e consumare informazioni, non ha bisogno di partiti, comunità, chiese, sindacati e specialisti per capire quale direzione intraprendere e a chi delegare il futuro o la difesa dei propri diritti. Oggi infatti, la forma di governo “migliore” non è la democrazia parlamentare e rappresentativa, ma la democrazia diretta, la democrazia non mediata, cioè quel tipo di democrazia che consente ai singoli di decidere, facendogli credere di avere libertà, saperi e poteri reali che rendono superflua la rappresentanza, le istituzioni, l’intermediazione specialistica o intellettuale. La democrazia, insomma, dell’uno vale uno. Ed è per questo che Elon Musk può festeggiare la vittoria di Trump postando a gran voce “Media is you” su un social network di sua proprietà. L'articolo Media e crisi della mediazione proviene da Il Tascabile.
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