N el 2024 a Barcellona è comparso un murale con tre donne. María Soliña,
accusata di stregoneria nel 1621, condannata alla confisca dei beni e costretta
a indossare per sei mesi un abito penitenziale. María Pérez Lacruz, La Jabalina,
attivista fucilata a venticinque anni in seguito alla sentenza di un tribunale
militare, nel 1942. Casilda Hernández, militante del fronte antifascista europeo
durante e dopo la guerra civile spagnola, morta in Francia nel 1992 e autrice
della frase che dà il titolo all’opera: “Dona, ets foc que no s’apaga” (Donna,
sei fuoco che non si spegne). Le loro vicende fanno intravedere le pieghe e le
lacerazioni del tempo. Viste da vicino, non sono né lineari né rassicuranti, ma
rivelano le interrelazioni tra vite distinte. Mostrano la storia come spazio
aperto, modellato anche da tragedie compiute e alternative irrealizzate. Per
questo sono finite sul muro esterno dell’ex istituto penitenziario La Model,
quello che le dittature spagnole del Ventesimo secolo riempirono di dissidenti e
che oggi è un crocevia di memorie. Con i volti di Soliña, Lacruz e Hernández si
possono indagare le sfumature del travagliato percorso per il riconoscimento
dell’autonomia femminile nelle società occidentali.
Un percorso che, se si fosse ragionato solo in termini di realismo politico e
rapporti di forza sociali, avrebbe dovuto essere interrotto nell’istante in cui
fu concepito, prima dell’inizio. Non è casuale che il murale contenga un rimando
a Rosie the Riveter, il poster creato nel 1942 dall’artista Howard Miller per la
compagnia statunitense Westinghouse Electric (con l’operaia in bandana rossa a
pois, tuta da lavoro e manica arrotolata che fa: “We Can Do It!”). Un’icona che,
se durante la Seconda guerra mondiale diede peso simbolico alle lavoratrici in
fabbrica, divenne poi, grazie a un’operazione di risignificazione, un
riferimento visivo del femminismo. La rivettatrice ricorda così l’essenziale: la
storia è una tela cucita da mani diverse in tempi differenti, ragion per cui,
scrutandola, l’angolazione che scegliamo può rivelare trame inaspettate, fili
trascurati e cuciture raffazzonate che coprono gli squarci più larghi.
La storia che scalpita
Dona, ets foc que no s’apaga, dall’artista Levico, fa riemergere il passato nel
presente. È un’iniziativa di Rap for Memories, un progetto di EUROM – European
Observatory on Memories, della Solidarity Foundation dell’Università di
Barcellona – in collaborazione con la scuola popolare itinerante Versembrant e
la scuola di arte La Industrial. Dal 2020 unisce musica, narrazione orale e arte
urbana per ri-raccontare la storia spagnola senza commemorazioni acritiche. Non
è una goccia nel mare, però. I modi per affacciarsi sulla storia stanno
cambiando un po’ dappertutto. Da Barcellona a Roma, a farci caso, il passo non è
lungo. L’associazione Topografia per la storia (TPS) rende accessibile la
documentazione multimediale sul sistema repressivo del fascismo italiano, sui
campi di internamento dell’Italia di Mussolini – i Campi del duce (2019), di cui
parla anche Carlo Spartaco Capogreco. Con portali digitali, mappe interattive e
corsi didattici si amplia lo spettro dello sguardo. Si capisce quanto fosse
elastica, allora, la categoria dei nemici di volta in volta bersagliati. Oppure
per notare che, a dispetto dei tentativi del fascismo di costruire consenso, sia
esistita anche un’Italia produttrice di dissenso, pur latente o minoritario.
Un’Italia che, prima della Resistenza, rifiutò l’idea che l’identità collettiva
dovesse farsi timbrare dal bollo dell’ideologia politica. Fare storia diventa
così un atto plurale di decifrazione, senza dar per scontato che il susseguirsi
delle generazioni, di per sé, equivalga a indurire il nocciolo della
consapevolezza pubblica.
Il punto di partenza di queste iniziative è sempre lo stesso: per essere
sciolti, i nodi della complessità hanno bisogno di mediazioni. Il NEHME (Network
on European and Mediterranean History and Memories), formalizzato a Bari nel
2021, si concentra per questo sugli usi e gli abusi della storia, promuovendo
reti di studio sull’identità europea. Nel frattempo, fuori dalle università
italiane si organizzano convegni, festival, workshop, rievocazioni. La storia
prende corpo in modalità non convenzionali. Un autentico fermento fende la
penisola. Si avverte un risuonare di voci che ha nell’Istituto nazionale
Ferruccio Parri un vivace catalizzatore. Il sapere storico scalpita: prova a
uscire dalle aule, a mescolarsi con quel trova, a democratizzarsi. Molti tra
storici e storiche si interrogano non tanto su come somministrare dall’alto
informazioni verificate, quanto su come rendere la storia, con le sue pratiche,
fruibile e maneggiabile.
> Non si tratta dell’ennesima riverniciatura di noiose forme di divulgazione
> culturale. Dietro alla Public history c’è una postura precisa verso la storia,
> il bisogno di mostrarne la tridimensionalità.
In Italia è arrivata anche la Public history (PH), un settore delle scienze
storiche che vuol portare la storia verso la cittadinanza e che agisce, come
sottolinea il Manifesto dell’AIPH, (Associazione Italiana di Public History),
“tanto all’interno quanto all’esterno degli ambiti accademici e istituzionali,
nel pubblico e nel privato”. Frequentare la Public history – un cantiere in
espansione – significa piantare i piedi nel passato senza separarsi dal
presente. Ricordarsi che si può essere più di semplici spettatori inerti. In
Public history. Discussioni e pratiche (2017), lo storico Lorenzo Bertucelli
scrive che condividere i metodi critici della storiografia, accettando una
negoziazione continua tra punti di vista diversi, può indicare direzioni alla
ricerca e permettere al pubblico di “compiere il cammino intellettuale dal fatto
all’intepretazione”. Creare un collegamento stabile tra disciplina storica e
società civile.
Non si tratta dell’ennesima riverniciatura di noiose forme di divulgazione
culturale. C’è sotto una postura precisa verso la storia, c’è il bisogno di
mostrarne la tridimensionalità. Eppure, nonostante ciò, il discorso pubblico e
politico sulla contemporaneità sembra oggi orientarsi in tutt’altra direzione.
La gabbia geopolitica
Soprattutto dal 2022, con il ritorno compiuto della guerra in Europa, il
successo della geopolitica è stato decisamente più visibile. La geopolitica –
termine dal tratto elegante che fa capolinea nelle rassegna stampa e nella TV
generalista, per non dire dei social media – ha piantato radici. Nella sua
versione mediatica, spolpata fino all’osso, piace molto. Crea ordine nel
disordine. Incasella tessere, offre mappe mentali nitide, traiettorie
calcolabili, risultanze coerenti. Quando si tratta di dover dedicare un po’ di
attenzione alle dinamiche del mondo, pare ormai aver scalzato diciture e
discipline più caute come le relazioni internazionali.
La disinvolta lucidità che esibiscono gli esperti geopolitici, perfino nel tono
della voce, ha però un prezzo teorico molto alto e poco dibattuto. Nella visione
geopolitica la storia viene compressa. L’approccio geopolitico trasforma infatti
lo spazio geografico in una gabbia concettuale capace di appiattire la densità
del passato. Variabili rigide ed elementi cartografici sopprimono quasi del
tutto la temporalità. Singoli contendenti si fanno soggetti meccanici attivi su
un campo delimitato (la scacchiera internazionale), con episodi e avvenimenti
del passato spogliati della propria storicità. La geopolitica meno avvertita –
ma ugualmente sdoganata – glissa sulla necessità di rendere conto dei processi,
delle istanze, delle frizioni, delle continuità e delle discontinuità che danno
concretezza alla storia. Di più: fa quello che la storiografia sconsiglia.
Tratta l’azione selettiva del periodizzare, cioè del dividere in blocchi
logico-temporali il fluire incessante dello scorrere degli anni, più come un
esercizio di suddivisione del tempo da svolgere per scopi prettamente pratici
(operazione utile, ma insufficiente) che non come un atto interpretativo che
condiziona la ricostruzione e la contestualizzazione logico-analitica degli
eventi stessi.
> Quando si tratta di doversi dedicare alle dinamiche del mondo, la geopolitica
> pare ormai aver scalzato diciture e discipline più caute come le relazioni
> internazionali.
La storia, specie quella contemporanea, in molte analisi geopolitiche è un
cappello introduttivo. Viene levigata, smussata o tagliuzzata in funzione
dell’attualità. Le differenti idee di modernità, le dispute filosofiche, le
evoluzioni e le rivoluzioni, le resistenze e le tensioni interne ai singoli
contesti o le mobilitazioni sociali non trovano posto. Oppure, se ci sono, sono
leggerissime. La società civile si polverizza, spuntano categorie impersonali
(la psicologia collettiva, le sfere di influenza) e valutazioni apodittiche
(quasi arcane per i non addetti ai lavori). Dove arriva la geopolitica, lo
sforzo per cavare dei significati intellegibili dalla storia sulla base di
sensibilità, esigenze, ragioni e passioni si interrompe. E si va oltre la
finalità descrittiva. Si indica, si indirizza, si orienta. La “geopolitica da
tabloid”, come ha osservato lo storico Mario del Pero, “rivendica non solo
funzioni analitiche, ma anche capacità predittive e, quindi, un ruolo
prescrittivo: è conoscenza applicata, orientata verso un futuro che le sue leggi
imperiture, validate dal processo storico, permettono di anticipare e se
necessario influenzare”. Questa geopolitica invoca la storia, sì, ma poi la
depotenzia, facendone una sorta di sfondo decorativo dove si alternano – lungo i
decenni, i secoli, i millenni – modelli statici di interazione tra entità
guidate da comportamenti per lo più immutati.
Buona parte della geopolitica, destoricizzando il passato, ci esenta persino dal
cercare qualcosa di simile allo Zeitgeist. Al di là delle esteriorità, infatti,
sembrerebbe esserci, dentro tutta la storia, una non meglio specificata essenza
originale che tempra l’agire collettivo. Il timore è che la vaghezza sia voluta,
quando si lascia intendere che gli esseri umani siano destinati a rimanere
incatenati ai propri vizi e schiavi dei propri demoni, legati a suggestioni
ancestrali che non consentono vie d’uscita praticabili. E allora, che si tratti
della Persia di Ciro il Grande o dell’Iran degli Ayatollah, della Francia del re
Sole o di quella di Charles de Gaulle, della Cina imperiale della dinastia Qing
o della Repubblica popolare di Xi Jinping la storia non ha davvero spessore. È
uno splendido repertorio di figure ricorrenti, un palcoscenico dove i
protagonisti cambiano maschera ma le sceneggiature faticano ad aggiornarsi. Che
poi anche gli stessi studiosi di geografia umana, oggi, come fa l’inglese Paul
Richardson, ci mettono in guardia dalle “bugie delle mappe” e dai “miti” che non
di rado muovono le opinioni pubbliche e le classi dirigenti delle società
occidentali ( su continenti, confini, nazioni), ma questo non sembra intaccare
l’assertività con cui, quasi quotidianamente, ci viene impartita la severissima
lezione geopolitica.
La grammatica del disincanto
Tutto ciò non solo reca tracce di un ingombrante determinismo ma è spesso
funzionale al consolidamento delle identità blindate, dei disegni egemonici e
del potere degli Stati-nazione. Di quali Stati-nazione, nello specifico, è
presto detto: l’analisi geopolitica più in voga si concentra su chi platealmente
primeggia nel presente, dal momento che, per farlo, deve aver dimostrato nel
passato di possedere tutte le carte in regola per vincere la partita. Con
ragionamenti capziosi la geopolitica, che non si espone al principio di
falsificabilità, costruisce narrazioni che non rischiano la smentita: se i fatti
le confermano, diventano prove della validità delle tesi proposte; se invece le
contraddicono, sono ridotte ad anomalie passeggere, rumore di fondo. In ogni
caso, la geopolitica assicura una griglia interpretativa totale e circolare:
retrospettivamente, giustifica ciò che è già accaduto; prospetticamente, rende
plausibile ciò che potrà accadere, ma sulla base degli stessi assunti e delle
stesse premesse già utilizzate.
Minimizzando l’impatto che le culture politiche, le mutazioni interne o la
stessa contingenza possono avere sul movimento della storia, la geopolitica non
si sottrae dal suggerire che se alcuni continuano a dominare e altri a subire
una ragione deve pur esserci. Come ha scritto lo storico statunitense Daniel
Immerwahr, in un articolo pubblicato sul Guardian e tradotto da Internazionale:
“I geopolitici sono bravissimi a spiegare perché le cose non cambiano. Sono meno
capaci di spiegare come e perché le cose cambiano. Questo forse giustifica la
leggerezza con cui parlano di storia”.
> Minimizzando l’impatto che le culture politiche, le mutazioni interne o la
> stessa contingenza possono avere sul movimento della storia, la geopolitica
> suggerisce che se alcuni continuano a dominare e altri a subire una ragione
> deve pur esserci.
L’approccio geopolitico, professandosi avalutativo, esibisce poi un sottile
cinismo analitico, specialmente quando ribadisce, anche in modo indiretto, che
la vittoria di un attore nazionale sulla scena internazionale corrisponde alla
sconfitta di un altro. Quando è così, non sorprende che le organizzazioni
sovranazionali che puntano sulla cooperazione o quelle indipendenti dagli
Stati-nazione non siano esattamente nel cuore della geopolitica. Le distrazioni
non sono consentite. In questo senso tutto quanto si colloca all’infuori della
dimensione della competizione non è storia, ma un accidente della storia.
Un’illusione di cui dovremmo fare a meno. Il modo in cui si argomentano
questioni pressanti come l’opportunità per l’Unione Europea di dotarsi di
maggiori capacità belliche, per fare un esempio, è indicativo. L’ombra della
guerra assomiglia più al frutto avvelenato di una sorte ineludibile, sottratto
al libero arbitrio, che a uno degli sbocchi potenziali a fronte di una serie di
fattori storicamente situati e socialmente e politicamente influenzabili.
Per di più il cuore del pensiero geopolitico viene veicolato con il piglio
condiscendente di chi taglia in due il campo del pensabile: da un lato i
pragmatici, quelli che vanno oltre le retoriche patinate, dall’altro gli
inconsapevoli, sprovveduti o ingenui. La geopolitica, qui, si colloca con quelli
che non se la bevono, per richiamare la “Congregazione degli apoti” di Giuseppe
Prezzolini, delineata appena prima del Ventennio. Il fascino di questa forma di
cinismo deriva tuttavia da una tendenza ormai stratificata e piuttosto
trasversale che si propaga nel corpaccione delle società occidentali. Una
tendenza che non è affatto creata dalla geopolitica, ma spiana la strada della
sua ascesa mediatica.
Un’idea da discutere, insomma, può essere questa: la geopolitica oggi fa parte
di una più ampia grammatica del disincanto. È seducente nella misura in cui il
cinismo è già una delle cifre culturali del presente, in un tempo storico in cui
il pessimismo rasenta la saggezza e la cittadinanza tocca con mano quel
“deconsolidamento democratico” che interroga la politologia. Del resto, anche le
scienze sociali guardano all’estensione e alle implicazioni del zero-sum
thinking, una mentalità secondo cui il vantaggio di un soggetto comporta lo
svantaggio di un altro, il che porta a percepirsi come strutturalmente in
competizione. Un articolo della ricercatrice Patricia Andrews Fearon ha fatto
riferimento addirittura a un “zero-sum mindset”. Un atteggiamento che ostacola
la cooperazione e talvolta si rivela auto-avverante: presupponendo condizioni di
ostilità reciproca e conflitti inevitabili, si possono concretizzare le proprie
aspettative negative trascurando invece le alternative.
Se questi appunti sono fondati, occorre alzare il tiro delle domande. Bisogna
chiedersi se la sintesi geopolitica – quella che vediamo, ascoltiamo, leggiamo,
navighiamo – non sia il puntello più avanzato di un ordine internazionale che va
ricostituendosi su basi teoriche che pensavamo di aver superato. Guardando
infatti alla seconda metà del Novecento come a una progressiva soluzione di
continuità rispetto a dinamiche di esercizio del potere a lungo dominanti,
dovremmo chiederci se l’approccio geopolitico non finisca per lanciare un
messaggio antitrasformativo, proprio mentre gli equilibri contemporanei sembrano
frantumarsi. Perché sia così facile, cioè, bucare lo schermo sostenendo che non
soltanto il mondo è quel che è (oggi) ma che nemmeno può pretendere di essere
molto altro (domani), dal momento che lo scorrere del tempo (ieri) ha già
dimostrato quali siano le più solide direttrici che muovono gli esseri umani,
anche quando si tenta di gestire con accortezza e creatività la convivenza
civile su scala planetaria.
Domande sul presente
Quando si difendono dalle non molte critiche ricevute, i teorici della
geopolitica puntano il dito sulle storture generate dall’uso scorretto che altri
fanno del loro oggetto di studio. Ma se certe semplificazioni si moltiplicano
forse il problema non è soltanto nella banalizzazione di concetti e categorie ma
in limiti epistemologici non ancora oltrepassati. Criticare l’approccio
geopolitico non significa allora negare l’importanza dei rapporti di forza o
delle coordinate geografiche. Vuol dire preservare le peculiarità della storia.
La storia come lente di ingrandimento su una combinazione di circostanze che, se
ha prodotto un certo esito, avrebbe potuto produrne anche altri. Già il fatto di
mettere in evidenza l’esistenza di una geopolitica critica – attenta alle
interdipendenze e capace di decostruire l’eredità della tradizione classica –
può rivelarsi utile per inquadrare questioni che travalicano i confini
nazionali, come la crisi climatica o le migrazioni, e per riconoscere che le
relazioni tra spazio e potere non sono oggettive.
Eppure la geopolitica che imperversa nei canali all-news e dentro i talk show,
negli scaffali delle librerie e nelle teche delle edicole, assomiglia a un
monolite. E non solo: sottolinea di continuo il proprio essere sopra le parti,
lontano da condizionamenti ideologici di qualsiasi tipo. Facendolo coglie
indubbiamente nel segno, dopo decenni di legittimazione della tecnica impolitica
come strumento di ingegneria sociale. L’essere distaccati, anche quando non lo
si è, garantisce infatti autorevolezza. D’altro canto sarebbe complicato
pretendere la formalizzazione di una materia che sfugge alle formalità. Quando
si diventa cultori di geopolitica? Con quali percorsi? Come si problematizza il
sapere accumulato nell’ambito della pratica sperimentata? E chi verifica la
qualità del lavoro di un esperto di geopolitica? Lo scarto tra l’irrilevanza e
la performatività chiama in causa più l’approccio generale che alcuni metodi
codificati, più il modo di porsi nei confronti dell’attualità che precise prassi
da seguire, così come la disponibilità ai giudizi forti e connotati rispetto
alle letture laterali e complementari. Accettare che i saperi della geopolitica
possano essere appresi e trasmessi tramite una sorta di iniziazione gestita da
pochi e caparbi analisti davanti al banco di prova del pubblico può così
portarci ad assuefarci, a sottovalutare tutte le volte in cui la geopolitica
finisce per non essere neutra.
> La geopolitica oggi fa parte di una più ampia grammatica del disincanto. È
> seducente nella misura in cui il cinismo è già una delle cifre culturali del
> presente.
Anche per questo, la geopolitica si muove in senso contrario di fronte al
progetto di aprire la proverbiale cassetta degli attrezzi della storia per
condividere competenze e conoscenze. Adottando la visuale della geopolitica
odierna, la storia va contemplata con il naso all’insù, dal basso verso l’alto.
Se per un verso, anche con la Public history, si vuol avvicinare la storia al
pubblico, fino a farne un soggetto centrale, dall’altro la storia viene posta su
un piedistallo inarrivabile, con i discenti (telespettatori, ascoltatori,
lettori, utenti) sospinti ad affidarsi a valutazioni taglienti e posizioni
ardite che, senza essere troppo spiegate, presuppongono la scarsa incidenza dei
singoli nel quadro dello spietato match contemporaneo. Se l’insieme delle
pratiche che intendono rinnovare il “fare storia” procedono per via orizzontale,
o almeno cercano di farlo, la geopolitica, fuori dagli ambienti in cui un
confronto teorico esiste davvero, è del tutto verticale. Nel racconto
geopolitico, cittadini e cittadine sono comparse passive che non possono non
essere sovrastati.
Con le opportune verifiche, dovremmo dunque iniziare a chiederci se la
geopolitica sia in fondo ancora incapace di dar peso alle molteplici prospettive
del passato. E se quindi non sia il caso di sottrarci dagli orizzonti di un modo
di intendere la realtà che con la storia, a guardar bene, non ha molto a che
fare.
L'articolo La seduzione geopolitica proviene da Il Tascabile.
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“H i, how are you?”.
Non so cosa l’abbia portato a scrivermi. Quando gli rispondo non so nulla di
lui.
Per mesi l’algoritmo di Instagram ha continuato a suggerirmi i profili di
giornalisti gazawi, quelli che negli ultimi due anni hanno lavorato sotto le
bombe. Il peso emotivo della loro duplicità è enorme: il loro mestiere li
costringeva a stare nello stesso tempo dentro e fuori dalla guerra. Uscivano a
scattare e a intervistare, spostandosi a piedi per ore e ore per raccontare una
storia, perché la benzina non c’era o costava troppo. Ma quando tornavano a casa
e si liberavano del giubbotto antiproiettile non trovavano un posto sicuro. I
bombardamenti e le sirene non erano meno lontani, bucavano le orecchie come di
giorno, come quando si lavorava sul campo. Molti di loro hanno raccontato su
Instagram e su Al Jazeera i loro stessi spostamenti forzati. Da Sud a Nord, e
poi di nuovo da Nord a Sud, e poi chissà dove. I loro figli, gli oggetti
lasciati a casa e quelli caricati nel retro di una macchina, la fame. Diventare
target dei proiettili israeliani. La loro stessa vita quotidiana, nella sua
concretezza, è diventata materiale giornalistico prezioso, in una lingua di
terra blindata da tutti i lati, il cui accesso è interdetto da due anni a
qualsiasi giornalista internazionale.
Il suo profilo di Instagram mi sembra simile a quello di tanti giornalisti che
ho incrociato durante questa guerra. “I’m fine”, gli rispondo. “Are you a
journalist?” Mi dice che no, non è un giornalista. È uno studente. “Do you live
in Gaza?”, gli chiedo ancora. “Yes, I am in Gaza”. Si chiama Malik, ha 17 anni.
Probabilmente mi ha scritto per noia, perché deve essere impossibile vivere
sotto assedio giorno dopo giorno, impossibile, in quelle condizioni, restare
lucidi occupandosi solo dell’inferno immediatamente sotto il proprio sguardo.
Stava cercando un varco, voleva intercettare qualcuno che vive fuori per
stemperare il peso dell’angoscia. Da quel giorno è un amico di penna.
Malik Abu Raida fa parte della generazione più giovane dei gazawi, quella
sottoposta dalla nascita al blocco israeliano cominciato nel 2007. È originario
di Bani Suheila, un’area nella regione di Khan Younis, nel sud della Striscia.
La scuola è tra le prime cose che mi racconta. Il 7 ottobre 2023 aveva 15 anni.
Gli piaceva studiare. Anche la sua scuola, come la sua casa, è stata rasa al
suolo. Ne vedo le macerie nel reel che ha pubblicato mesi fa sul suo profilo. Lo
scorso dicembre l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione immediata di
Bani Suheila. Nell’ultimo anno lui e la sua famiglia sono stati costretti più
volte a prendere tutte le loro cose e a cercare un posto nuovo dove stare. Da
est a ovest, dalla casa di famiglia a quella della nonna, semidistrutta dai raid
israeliani. Da Rafah ad Al-Mawasi.
Il “displacement”, lo sradicamento dalla propria terra per volere dell’esercito
israeliano, è un trauma antico. I due terzi della popolazione di Gaza sono figli
e nipoti di famiglie evacuate dalla Palestina storica durante la Nakba, l’esodo
forzato della popolazione araba palestinese alla nascita dello Stato di Israele.
I nonni di Malik sono originari di Jaffa, nella Palestina storica. Jaffa era una
città importante per il popolo palestinese, è menzionata nella Bibbia e nella
mitologia greca. Per i palestinesi più anziani è un punto di riferimento nella
geografia fisica e in quella affettiva.
> Si chiama Malik, ha 17 anni. Probabilmente mi ha scritto per noia, perché deve
> essere impossibile vivere sotto assedio giorno dopo giorno. Impossibile, in
> quelle condizioni, restare lucidi occupandosi solo dell’inferno immediatamente
> sotto il proprio sguardo.
Poi ci fu il 1948. Jaffa fu assorbita in quella che oggi è Tel Aviv, e i
palestinesi rimasti subirono una damnatio memoriae: cancellata la loro identità,
violata la loro storia, riscritta la loro geografia. Degli oltre 120.000
palestinesi di Jaffa, soltanto 3.900 sopravvissero alla pulizia etnica di
Israele. Vennero confinati nel quartiere Ajami, nella parte meridionale della
città, ed esclusi da qualunque processo decisionale. Prigionieri nella loro
stessa terra d’origine. Per gli altri fu la diaspora: in Giordania, in Libano,
in Siria, nella Striscia di Gaza, nei campi profughi.
Ho chiesto a Malik di raccontarmi questa storia. Si è preso del tempo e mi ha
lasciato un lungo messaggio pieno di dettagli, riportandomi i racconti del
bisnonno e le proprie considerazioni su quello che è accaduto dopo la Nakba,
dopo “la catastrofe”. Ibrahim, il nonno di sua madre, aveva 25 anni quando i
primi ebrei arrivarono nell’area di Jaffa. Allora i palestinesi lavoravano nelle
coltivazioni di arance succosissime e la vita era semplice e meravigliosa. Ben
presto i nuovi arrivati cominciarono a organizzarsi in gruppi violenti e a
depredare, invadere città e villaggi, prendere possesso delle terre con l’uso
della forza. I pionieri sionisti tentarono da subito di espandere il proprio
territorio costruendo insediamenti aldilà dei confini proposti per lo Stato di
Israele, con l’obiettivo di rivendicare tutta la Palestina per sé. I nativi
palestinesi non avevano armamenti in grado di competere con la forza degli
israeliani e non poterono fare altro che soccombere. Ma il diritto a ritornare è
un sentimento di tutto coloro che hanno dovuto lasciare la propria casa, anche
ora che, con il genocidio, lo sradicamento è diventato duplice o triplice.
Dopo avergli raccontato questa storia, Ibrahim ha messo tra le mani del nipote
la chiave della casa di Jaffa, lasciata per sempre durante la Nakba. La chiave
di casa è il simbolo di quel diritto al ritorno che non può essere messo in
discussione neanche dalla più atroce forma di violenza. Malik mi ha scritto:
“Dobbiamo dirci chiaramente che lo Stato di Israele è nato sul sangue di bambini
e donne e sul massacro di persone innocenti”. Le sue parole sono piene di
rabbia, una rabbia fiera, consapevole. Gliela faccio notare, e lui mi chiede
cosa penso di quella rabbia. Penso che sia il suo modo di sfidare un presente
che lo vorrebbe incatenato e passivo. Che sia ciò che restituisce dignità a un
ragazzo in tempo di guerra, il modo in cui lo slancio vitale si conserva e
continua a sollevare la polvere.
Molti palestinesi esiliati nel 1948 ricordano la grande menzogna che la Nakba ha
lasciato dietro di sé: la promessa che in pochi giorni sarebbero tornati nella
loro terra non fu mai mantenuta, e non può esserlo ora più che mai. Quando Malik
mi ha raccontato questa storia, mi ha scritto “stiamo ancora aspettando di
tornare”. Ho pensato alla potenza di quel noi. Una storia così importante non
può restare dentro i confini della pelle di chi l’ha subita, esonda nei corpi di
figli e nipoti, trabocca fuori dall’individuo e diventa identità collettiva, un
calco nell’anima di un popolo in grado di trapassare le generazioni, come la
chiave di quella casa che non c’è più.
> Il diritto a ritornare è un sentimento di tutti coloro che hanno dovuto
> lasciare la propria casa, anche ora che, con il genocidio, lo sradicamento è
> diventato duplice o triplice.
E ora accade di nuovo. Quando Malik e la sua famiglia hanno lasciato Bani
Suheila, non sapevano se sarebbero tornati a casa, né quando questo sarebbe
accaduto. Hanno raccolto le cose essenziali e hanno lasciato il villaggio.
“Quando ce ne siamo andati io mi sentivo morire in ogni istante”. Da nove mesi
vivono in una tenda ad Al-Mawasi e aspettano. L’attesa è la cifra della loro
esistenza. Il pensiero del ritorno a casa affiora anche adesso che quella casa è
un cumulo di macerie. Si spera di tornare perché lì ci sono radici e legami,
perché la terra che ci vede nascere non può essere sostituita da nessun altro
rifugio, soprattutto se costruito nella precarietà, sotto costrizione, tra le
bombe. Se la vita è ridotta all’attesa in una tenda fragile e nessuna routine è
più praticabile, anche il pensiero è esule e non trova riposo. “Penso tanto e mi
sento sopraffatto”, mi ha scritto. “Non riesco più a concentrarmi”.
Conversazione dopo conversazione, sono entrata nella quotidianità ristretta
dall’occupazione. Nell’area umanitaria di Al-Mawasi, le mattine di Malik sono
dedicate allo studio: lascia la tenda troppo rumorosa, si siede in uno dei tanti
“cafe” che punteggiano la costa e segue le lezioni online tenute da insegnanti
di Gaza e della Cisgiordania. Da quando Gaza è sotto assedio non ci sono
programmi scolastici strutturati e ognuno ha trovato il proprio modo per
continuare a studiare. Da pochi giorni è stato ammesso nella scuola in presenza,
nata vicino alla tendopoli in cui vive. C’era tanta gioia in questa notizia. Ha
aspettato nove mesi prima di riuscire a entrare in quella lista di studenti,
perché i ragazzi sono troppi e queste scuole di fortuna nate durante il
genocidio troppo poche. Deve essere stato doloroso, per un ragazzo studioso come
lui, rinunciare alla scuola e imparare a studiare da solo, come in un lockdown
più crudele e imprevedibile.
Ha imparato a fare i conti con la mancanza e la rinuncia forzata. Quando leggo
le sue considerazioni, mi chiedo come faccia a conservare la lucidità nonostante
ciò che ha dovuto vedere. Studia, procura il cibo per la famiglia, parla con le
persone, pianifica il suo futuro. Si è fatto portavoce di Gaza per giornalisti
internazionali che gli hanno chiesto delle interviste. Lo ha fatto con
gentilezza, ma anche con quella rabbia quieta e lucida. Una rabbia che non fa
sconti e mette al muro anche me.
Mi ha raccontato della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), l’organizzazione con
sede nel Delaware, sostenuta da Stati Uniti e Israele, che lo scorso maggio ha
criminalmente monopolizzato la distribuzione di cibo nella Striscia, sopprimendo
tutte le altre associazioni umanitarie (circa 200) con l’obiettivo di gestire a
proprio modo la faccenda degli aiuti, per centellinare le calorie ammesse nella
Striscia e proseguire il programma di affamamento della popolazione di Gaza. Le
attività della fondazione sono partite con uno scopo programmatico chiaro:
soddisfare il bisogno di cibo a Gaza. Ma per tutti i mesi in cui
l’organizzazione ha operato sono rimaste molte opacità: non sono mai state
chiarite le fonti di finanziamento, né perché abbia impiegato dei contractor
americani armati per delle attività di natura ufficialmente umanitaria.
Il meccanismo di distribuzione degli aiuti, inoltre, è avvenuto con l’uccisione
sistematica dei palestinesi che si dirigevano verso gli hub della fondazione:
per tutto il periodo in cui la GHF ha operato, dallo scorso 27 maggio, i soldati
israeliani hanno sparato in maniera indiscriminata sui civili accalcati, con
l’obiettivo dichiarato di disperdere la folla che cresceva quando i siti di
distribuzione venivano aperti. Secondo fonti palestinesi, tra il 27 maggio e il
20 giugno attorno ai siti della GHF sono stati contati circa trecento morti. La
Striscia di Gaza ha un’area complessiva di circa 400 chilometri quadrati. Su
questo territorio, prima dell’arrivo della GHF erano distribuiti circa 400 siti
di aiuti umanitari adesso chiusi. Con l’inizio delle attività della GHF, i siti
di distribuzione si sono ridotti a quattro, tutti controllati dai militari, e
nessuno dei quali nel nord della Striscia: questo ha precluso l’accesso al cibo
a una porzione non indifferente della popolazione che è morta di fame o si è
ammalata per denutrizione.
> Da quando Gaza è sotto assedio non ci sono programmi scolastici strutturati e
> ognuno ha trovato il proprio modo per continuare a studiare.
Uno dei quattro siti della GHF è nei pressi di Al-Mawasi. Malik ci è andato più
volte, spinto dalla fame della sua famiglia. È il più grande dei fratelli e
sente un forte senso di responsabilità verso di loro. In questi casi ha
trascorso la notte in spiaggia per poter raggiungere il sito il prima possibile
il giorno dopo, prima del levare del sole. La regola delle grandi distribuzioni
della GHF è “first come first served”, perciò occorre arrivare il prima
possibile, anche rinunciare a dormire per l’intera notte se necessario. “La
prima volta che ci sono andato non avevo idea di cosa mi aspettava ed è stato
tragico”, mi ha raccontato. Mi manda i video che ha fatto. “Quando sono
arrivato, ho visto che continuavano a sparare. Hanno sparato alla testa della
persona che mi stava accanto”. Conosco tutto questo attraverso l’informazione
italiana, ma quando il suo racconto arriva, dal corpo di un sopravvissuto a quel
laboratorio di massacri, mi trova impreparata.
Per un tragico effetto domino, la fame e l’insufficienza degli aiuti hanno
generato altre dinamiche nella Striscia. Ad esempio il mercato di cibo illegale.
C’è chi riesce a fare scorta di cibo dalla GHF e rivende quanto ottenuto a
prezzi altissimi. Dal momento che non ci sono banche aperte, anche il prelievo
di denaro da conto bancario avviene tramite intermediari che impongono
commissioni altissime. Nel periodo peggiore, durante la carestia dello scorso
inverno, Malik ha visto le commissioni arrivare al 53%.
Quando siamo stanchi di parlare di guerra giochiamo al “question game”: una
domanda per ciascuno, a cui dobbiamo rispondere in maniera secca e sincera. Gli
chiedo di dirmi uno dei suoi più grandi sogni. Mi risponde senza esitazione. “La
fine della guerra, lasciare Gaza”. Probabilmente avrebbe amato vivere per tutta
la vita a Khan Younis, a pochi passi dal mare. Mi chiede quanto tempo passerà
prima di riabituarsi alla vita dopo questa lunga apnea di annullamento. Se
lasciasse Gaza si porterebbe dietro il peso della doppia assenza, l’inevitabile
marchio del rifugiato, che lo renderebbe estraneo alla propria terra di origine
una volta partito, e che lo renderebbe estraneo al Paese di arrivo perché nulla
sarà mai come Gaza, né come gli anni dell’infanzia trascorsi a Bani Suheila, tra
la scuola, la strada e la moschea, quando il pensiero della morte non aveva un
odore conosciuto.
È difficile immaginare un “dopo” anche se questo “dopo” avvenisse dentro una
lingua di terra annientata. Lo scorso agosto l’Organizzazione delle Nazioni
Unite per l’alimentazione e l’agricoltura ha condotto una valutazione
analizzando delle immagini satellitari della Striscia di Gaza. Già allora, il
98,5% dei terreni coltivabili era danneggiato o inaccessibile. Dopo il cessate
il fuoco, è stato stimato che circa l’80% dei palazzi di Gaza sono danneggiati o
distrutti, e che il 90% delle strade sono inaccessibili o non ci sono più. Malik
sa bene che oltre l’area umanitaria di Al-Mawasi ci sono chilometri e chilometri
di macerie: 40 milioni di tonnellate, secondo le stime di UNOSAT (United Nations
Satellite Centre). E che il ritorno alla vita sarà difficile e doloroso. “Sarò
una persona diversa,” mi scrive alla fine. “Cercherò di abituarmi di nuovo alla
vita, voglio scoprire le mie capacità, voglio imparare meglio l’inglese, voglio
costruire una nuova routine” ‒ bisogni fondamentali che per mesi ha dovuto
dimenticare. “E voglio ricordare al mondo il sacrificio della popolazione di
Gaza e denunciare i crimini di Israele. Lascerò ovunque il mio segno di
palestinese sopravvissuto al genocidio”.
> Quando siamo stanchi di parlare di guerra giochiamo al “question game”: una
> domanda per ciascuno, a cui dobbiamo rispondere in maniera secca e sincera. Mi
> ha chiesto: cosa pensi del 7 ottobre?
Le categorie mobilitate dall’Occidente per descrivere i palestinesi prima che
tutto cominciasse, ma soprattutto dopo, hanno disumanizzato un popolo e lo hanno
reso invisibile, assecondando il progetto coloniale di Israele. La questione
palestinese viene trattata come lo scomodo collaterale di un conflitto storico
in cui loro, comunque vada, non hanno mai voce. Da quando un filo invisibile mi
lega a Malik, passo tante ore ad ascoltarlo. “Il mondo osserva in silenzio ciò
che sta accadendo oggi,” mi ha scritto “ritardando qualsiasi vera soluzione o la
creazione di uno Stato palestinese. Ma quanto accaduto a Gaza il 7 ottobre, e
tutto quello che c’è stato dopo, è il risultato del silenzio del mondo e della
sua negligenza nei confronti della causa palestinese”. La sua voce è la voce di
un popolo che non ha paura di raccontarsi le proprie sofferenze, che ha
interiorizzato l’attesa: di un futuro, di un riconoscimento, di una rinascita.
Poco prima del cessate il fuoco abbiamo discusso della resistenza palestinese.
Non gli ho scritto subito le mie considerazioni. Allora, dopo qualche giorno, è
ritornato sull’argomento. Ha scritto “Adesso però voglio una risposta” e mi ha
chiesto: “Cosa pensi del 7 ottobre?”. Tutto ciò che conosco su Hamas e sul
conflitto israelo-palestinese l’ho studiato dalla storiografia occidentale. Gli
dico che la versione ufficiale di questa storia, quella diffusa in Occidente, è
profondamente coloniale, che nelle scuole italiane si parla di rado di
occupazione e di suprematismo sionista. Gli dico che l’Europa, incapace di
elaborare la colpa originaria della Shoah, sta continuando a sostenere uno Stato
genocida, coprendo i propri rimossi con la forza politica di cui gode. Gli
scrivo tutto questo, ma in realtà sto cercando di prendere tempo. Mi chiede:
“Bene, e cosa ti hanno insegnato i colonialisti?”. Mi fa il verso, risponde
piccato alle mie premesse autoassolutorie. Tra le righe ingessate e telegrafiche
dei messaggi WhatsApp, avverto la sua urgenza di capire come la penso.
Percepisco, oltre ogni morale e ogni retorica, la vitalità senza condizioni di
un ragazzo sotto assedio, che non ha potuto scegliere un’esistenza disimpegnata
perché anche la terra dove ha imparato a camminare non è mai stata gratuita né
scontata.
Il giorno della firma dei primi accordi tra Israele e Hamas, il 9 ottobre 2025,
i gazawi erano in festa. Il mio feed di Instagram si è riempito di video della
loro esultanza: dopo 730 giorni, sono i primi reel rincuoranti dei giornalisti
di Gaza rimasti in vita. Malik era gioioso: poteva tornare alla vita, poteva
lasciare l’area umanitaria per alcune ore, poteva spostarsi liberamente nella
Striscia. Appena le truppe israeliane hanno lasciato l’area di Khan Younis,
Malik è tornato a casa. Voleva vedere cosa è cambiato in questi mesi. Era
impaziente e terrorizzato all’idea di non trovare la casa della nonna, che era
ancora parzialmente salva il giorno in cui si erano trasferiti ad Al-Mawasi. È
partito da solo, ha dormito vicino al mare e la mattina successiva è arrivato.
La casa della nonna era distrutta. Mi ha mandato un video: un lungo slalom tra i
ruderi. In quei cumuli di pareti macerate, muri portanti bucati, funi di acciaio
a vista, emergevano gli spazi di una casa, i luoghi di un’intimità violata: un
frigo, una credenza di legno, lo schienale blu di un divano polveroso. Secondo
Malik quest’ultimo cessate il fuoco è arrivato troppo tardi, quando il lavoro di
Israele sulla Striscia è compiuto. Ormai Gaza è distrutta, i morti ancora
innumerevoli, e i sopravvissuti, annientati da due anni di genocidio, non hanno
più forze per pensare che all’essenziale: le protesi per i bambini amputati, la
ricostruzione di intere città ‒ e con quali soldi, poi?
Inoltre, per il momento questa tregua non sembra aver posto fine all’assedio. Le
forze armate israeliane continuano a controllare larghe porzioni della Striscia.
In alcune giornate, nonostante gli accordi in lavorazione tra Israele e Hamas,
hanno bombardato. Malik e i suoi hanno sentito quelle bombe da Al-Mawasi, ed è
tornata quell’angoscia che per due anni è stata così familiare. È tornato il
terrore che la storia possa ripetersi: lo scorso gennaio un cessate il fuoco era
stato già dichiarato, ma dopo poche settimane era sfumato. Se una qualche “pace”
proseguirà, il progetto di Malik è di trovare soldi per la ricostruzione, in un
modo o nell’altro. Vuole restituire una casa ai suoi prima di lasciare la
Striscia e continuare gli studi lontano da questo inferno. Mi dice che fin
quando i firmatari degli accordi di pace non saranno palestinesi interessati
davvero alla popolazione di Gaza, l’occupazione non cesserà. E porterà, presto o
tardi, a nuova sofferenza.
> Quest’ultimo cessate il fuoco è arrivato troppo tardi, quando il lavoro di
> Israele sulla Striscia è compiuto. Ormai Gaza è distrutta, i morti ancora
> innumerevoli, e i sopravvissuti, annientati da due anni di genocidio, non
> hanno più forze per pensare che all’essenziale.
La mancanza di casa che era di Ibrahim, il bisnonno, adesso la sente lui, figlio
di un duplice esilio. Quella mancanza è parte della memoria storica di un popolo
che ha organizzato gran parte della propria identità sul dolore della perdita.
In queste settimane gli ho scritto più volte “sentiti libero di fermarmi se le
mie domande sono inopportune”. L’ultima volta che l’ho fatto, mi ha chiesto
perché mai dire la verità dovrebbe essere inopportuno. “Perché la verità è
dolorosa”, gli dico, e lui mi risponde: “Ma il dolore è ciò che ci rende vivi. È
il motivo per cui resistiamo”.
L'articolo Voci da Gaza proviene da Il Tascabile.
I l 14 ottobre 1980 una fiumana silenziosa di persone attraversa il centro di
Torino. Sono in gran parte impiegati, tecnici e quadri della Fiat, affiancati da
qualche operaio e da cittadini comuni – artigiani, piccoli imprenditori,
commercianti – tutti decisi a manifestare a sostegno della più grande azienda
italiana e contro coloro che, a loro avviso, ne stavano frenando l’attività.
Dietro di loro c’è la fabbrica simbolo della città, Mirafiori, da 35 giorni
paralizzata da picchetti sindacali e scioperi a oltranza. Davanti a loro c’è un
obiettivo chiaro: rivendicare il diritto al lavoro e chiedere la riapertura dei
cancelli, sfidando apertamente lo sciopero indetto dai sindacati.
In poche ore quel corteo atipico – passato alla storia come la “marcia dei
quarantamila” – segna una svolta drammatica. Il giorno seguente, di fronte
all’impatto di quella manifestazione, i vertici sindacali firmano un accordo che
pone fine alla vertenza alle condizioni dettate dall’azienda. Si conclude così,
bruscamente, uno dei più lunghi conflitti operai del dopoguerra, con una cocente
sconfitta del movimento sindacale e l’inizio di una nuova fase nei rapporti tra
capitale e lavoro. Storici e osservatori parleranno poi di “fine di un’epoca”:
nell’arco di una sola giornata si chiude simbolicamente la stagione delle grandi
lotte operaie fordiste e se ne apre un’altra, dominata dalla ristrutturazione
industriale, dalla flessibilità del lavoro e da un diverso clima sociale.
Per comprendere il significato di quella marcia occorre inserirla nel contesto
delle lotte sindacali degli anni Settanta. Il decennio precedente era stato
segnato da un’ondata di mobilitazioni operaie senza precedenti: l’“autunno
caldo” del 1969 aveva visto gli operai italiani – e torinesi in particolare –
conquistare aumenti salariali e nuovi diritti, spingendo il parlamento ad
approvare lo Statuto dei lavoratori (1970) che introduceva tutele avanzate in
fabbrica. Negli anni successivi le grandi fabbriche come la Fiat diventarono
teatro di conflitti accesi e continui, con scioperi, picchetti e assemblee che
misero in discussione l’organizzazione del lavoro fordista e i rapporti
gerarchici tradizionali. Il movimento operaio esercitava una forza contrattuale
notevole: la contrapposizione tra “tute blu” e vertici aziendali fu il motore di
un conflitto sociale che per oltre un decennio condizionò profondamente la vita
politica ed economica italiana.
Tuttavia, sul finire degli anni Settanta, quella stagione di mobilitazione
mostrava segni di logoramento: la crisi economica seguita allo shock petrolifero
del 1973 aveva fatto esplodere inflazione e disoccupazione, erodendo il potere
negoziale dei lavoratori. Allo stesso tempo, le tensioni sociali avevano
imboccato la via tragica del terrorismo: le frange estremiste, come le Brigate
rosse, ingaggiarono una lotta armata che culminò nel sequestro Moro (1978) e
contribuì a isolare le componenti più radicali del movimento. Sul piano
politico, l’Italia di fine anni Settanta era attraversata da instabilità di
governo e dal compromesso storico tra Democrazia cristiana (DC) e Partito
comunista italiano (PCI), mentre il clima internazionale virava verso una fase
di offensiva neoliberista (con l’ascesa di Thatcher e Reagan) e di
ristrutturazioni industriali su scala globale.
> Nell’arco di una sola giornata si chiude simbolicamente la stagione delle
> grandi lotte operaie fordiste e se ne apre un’altra, dominata dalla
> ristrutturazione industriale, dalla flessibilità del lavoro e da un diverso
> clima sociale.
In questo contesto crepuscolare, la figura dell’operaio-massa – l’operaio di
linea, non specializzato ma centrale nella produzione di massa fordista – era
ancora formalmente protagonista, ma la sua centralità cominciava a vacillare. È
Mario Tronti, teorico dell’operaismo italiano, a definire negli anni Sessanta
l’operaio-massa come il nuovo soggetto collettivo emerso con la catena di
montaggio e destinato a guidare lo scontro di classe nell’era del fordismo. Ed
effettivamente per tutti gli anni Settanta l’operaio-massa è il “protagonista
indiscusso delle lotte e delle conquiste”, la figura attorno a cui ruotano sia
l’organizzazione della produzione sia l’immaginario della sinistra.
Ma all’alba degli anni Ottanta questo ciclo storico volge al termine, ed è
proprio in quel 14 ottobre 1980 che l’operaio-massa esce di scena, per lasciare
spazio a nuove identità sociali basate sulla ricerca del benessere individuale e
sul primato del mercato e della produttività. La marcia dei quarantamila sarà
l’inequivocabile evento-simbolo di questo tramonto.
Ma cosa accadde precisamente? All’inizio del 1980 la Fiat entra in una fase di
crisi che non è solo congiunturale. Le vendite crollano, i piazzali di Mirafiori
sono colmi di auto invendute, la produttività appare troppo bassa in un mercato
ormai globalizzato. La famiglia Agnelli decide di cambiare passo: a fine luglio
l’amministratore delegato Umberto Agnelli si dimette, sostituito da Cesare
Romiti. Con lui la direzione aziendale abbandona ogni atteggiamento attendista e
sceglie la linea della fermezza. Romiti intende ristrutturare in profondità,
ridurre drasticamente gli organici, riportare disciplina in fabbrica dopo un
decennio di protagonismo operaio.
Il 5 settembre la nuova dirigenza annuncia diciotto mesi di cassa integrazione
per ventiquattromila dipendenti, quasi tutti operai. Pochi giorni dopo comunica
ufficialmente quattordicimila licenziamenti: un taglio occupazionale di
proporzioni senza precedenti. I sindacati metalmeccanici reagiscono proclamando
lo sciopero e organizzando picchetti permanenti che paralizzano gli
stabilimenti. Mirafiori diventa l’epicentro di una vertenza che assume subito un
carattere politico nazionale: il ministro del Lavoro Franco Foschi tenta una
mediazione, mentre lo stesso Enrico Berlinguer si reca ai cancelli della
fabbrica per manifestare solidarietà agli operai.
> È Mario Tronti a definire negli anni Sessanta l’operaio-massa come il nuovo
> soggetto collettivo emerso con la catena di montaggio e destinato a guidare lo
> scontro di classe nell’era del fordismo. Ma all’alba degli anni Ottanta questo
> ciclo storico volge al termine.
La caduta del governo Cossiga, il 27 settembre, rende vano ogni tentativo di
compromesso. La Fiat alza allora ulteriormente la posta: sospende formalmente la
procedura di licenziamento, ma invia a ventitremila lavoratori la comunicazione
di cassa integrazione a zero ore. Nelle liste compaiono soprattutto i delegati
più combattivi, segnale chiaro della volontà di epurare la fabbrica dalla
rappresentanza sindacale più radicale. Il sindacato denuncia trattarsi di una
vera e propria “lista di proscrizione”, ma continua a mantenere i presidi.
È in queste settimane che la compattezza operaia comincia a incrinarsi.
Impiegati, tecnici e capi intermedi, inizialmente rimasti in disparte, avvertono
sempre più il conflitto come estraneo e persino dannoso. Temono per la tenuta
dell’azienda e guardano con ostilità crescente all’egemonia dei delegati di
fabbrica. Nasce così un coordinamento dei quadri, che diffonde comunicati contro
i sindacati e arriva persino a scontrarsi fisicamente con i picchetti.
Parallelamente, la Fiat affianca alla pressione economica e organizzativa una
strategia legale: gli esposti contro i blocchi portano a centinaia di
convocazioni per gli operai attivi nei presidi. Alla vigilia del 14 ottobre il
conflitto non è più soltanto tra azienda e lavoratori, ma attraversa lo stesso
fronte del lavoro: da un lato gli operai di linea, dall’altro il ceto
impiegatizio che si prepara a uscire allo scoperto. La marcia dei quarantamila
sarà la conseguenza diretta di questa frattura già consumata.
Se è vero che in Italia è venuta affermandosi una teorizzazione nuova
dell’operaio – quella dell’operaio-massa, elaborata da Mario Tronti –, è vero
anche che con la marcia dei quarantamila ci si è ritrovati di fronte a una forma
inedita di crumiraggio: per la prima volta, a memoria di operaio, un nutrito
schieramento di colletti bianchi scese in piazza contro uno sciopero operaio,
mettendosi – di fatto – dalla parte del “padrone”. Questo evento ebbe un enorme
impatto simbolico. Durante le lotte degli anni Sessanta-Settanta, pur nelle
diversità di ruoli, impiegati e operai avevano spesso mantenuto una forma di
solidarietà: i primi raramente scioperavano, ma neppure si sarebbero sognati di
sfilare contro i secondi. La “marcia dei capi” (così venne anche chiamata) ruppe
questo tabù.
Cosa significò? In primo luogo, segnalò l’emergere di interessi divergenti
all’interno del mondo del lavoro Fiat: molti impiegati e tecnici – probabilmente
timorosi di perdere il posto se la crisi fosse degenerata – sposarono la causa
aziendale della ripresa produttiva a ogni costo, mentre gli operai rivendicavano
la tutela del posto di lavoro collettivamente e senza concessioni. Era anche uno
scontro tra culture del lavoro: da un lato la cultura operaia della solidarietà
di classe, dall’altro quella, tipica del ceto medio impiegatizio,
dell’individualismo meritocratico e del professionalismo. La marcia rese
visibile questa faglia. Di fronte a loro, l’unità di classe proclamata dalle
confederazioni si rivelò, in quel frangente, un’illusione impotente.
> Alla vigilia del 14 ottobre il conflitto non è più soltanto tra azienda e
> lavoratori, ma attraversa lo stesso fronte del lavoro: da un lato gli operai
> di linea, dall’altro il ceto impiegatizio che si prepara a uscire allo
> scoperto.
Molti commentatori sottolinearono come il sindacato avesse sottovalutato quella
spaccatura interna. Anni di retorica sull’unità dei lavoratori forse avevano
indotto i leader sindacali a credere che impiegati e operai condividessero gli
stessi obiettivi. In realtà, nell’autunno 1980, una parte consistente del
personale Fiat non si riconosceva più nella linea oltranzista dei delegati di
fabbrica. Secondo alcuni osservatori, i sindacalisti avrebbero dovuto intuire
per tempo questo malessere e cambiare strategia, evitando di arroccarsi su
posizioni estreme “per una falsa unità di classe”.
Lo stesso segretario della FIOM (Federazione Impiegati Operai Metallurgici)
torinese, Claudio Sabattini, pochi anni dopo ammise che l’errore fu impedire
agli operai di rientrare al lavoro per adottare forme di protesta più
sostenibili nel lungo periodo. D’altronde non va dimenticato il trauma sociale
che la sconfitta causò tra gli stessi operai: oltre alla perdita del posto per
migliaia di essi, uno studio ha contato ben 149 suicidi di lavoratori Fiat tra
il 1980 e il 1984, un dato agghiacciante che testimonia la disperazione seguita
a quella débâcle. La rottura della solidarietà si pagò con ferite profonde nel
tessuto operaio torinese.
I manifestanti dipinsero sé stessi come cittadini moderati e ragionevoli,
stanchi di subire le prepotenze di una minoranza rumorosa (i delegati sindacali,
i cassintegrati in perenne sciopero). Si chiedeva il ripristino dei diritti
civili, con l’implicita accusa al sindacato di avere instaurato un regime di
fatto attorno a Mirafiori, violando i diritti di chi voleva lavorare. Si trattò
in parte di una sapiente costruzione retorica – alimentata anche dalla stampa
moderata – ma che fece presa su larghi strati dell’opinione pubblica.
Per la sinistra fu un duro colpo: significava che il consenso sociale attorno
alle lotte operaie si era eroso, non solo tra gli impiegati Fiat ma anche tra i
cittadini comuni. La classe operaia apparve isolata, quasi “colpevole” di aver
frenato lo sviluppo. In tal modo la marcia sancì la fine di un’alleanza sociale
che per decenni aveva visto movimenti studenteschi, intellettuali, ceti medi
progressisti e operai combattere fianco a fianco per l’emancipazione collettiva.
Nell’Italia del 1980 quell’alleanza era svanita: al suo posto emergeva una
ricomposizione degli schieramenti sociali, con il ceto medio produttivo e parte
del mondo del lavoro schierati con il capitale in nome della “ripresa”
economica.
> La marcia sancì la fine di un’alleanza sociale che per decenni aveva visto
> movimenti studenteschi, intellettuali, ceti medi progressisti e operai
> combattere fianco a fianco per l’emancipazione collettiva.
“Con la marcia del 1980 non finì soltanto una dura disputa sindacale, ma – in
un’ottica di medio periodo – terminarono anche gli ‘anni ’68’, cioè quel lungo
ciclo di conflitti iniziato con le lotte studentesche oltre dieci anni prima”,
ha scritto lo storico Fabrizio Loreto. E in un’ottica di lungo periodo,
quell’evento segnò davvero la conclusione dell’età del fordismo. Il modello
produttivo fordista – basato su grandi fabbriche, produzione di massa
standardizzata e una forza-lavoro operaia concentrata e omogenea – entrò in
crisi definitiva.
Gli anni Ottanta furono infatti gli anni della ristrutturazione. In Italia, come
altrove, le imprese colsero la sconfitta operaia come un via libera per innovare
profondamente processi e prodotti. Nuove tecnologie fecero il loro ingresso:
robotica, automazione, elettronica. La stessa Fiat, dopo il trauma del 1980,
avviò un vasto programma di ammodernamento in tutti gli stabilimenti,
introducendo sistemi produttivi più flessibili. Nel 1983 lanciò la Uno, la prima
utilitaria progettata interamente nell’era post-sciopero, prodotta con linee
automatizzate avanzate (il “robogate”). Nel 1986 Gianni Agnelli poté dichiarare
concluso il risanamento. La Fiat aveva recuperato una posizione di piena
centralità, contendendosi la leadership del mercato europeo con la Volkswagen.
La restaurazione manageriale sembrava aver dato i suoi frutti: la produttività
era risalita, i bilanci tornati in attivo. La parabola dell’operaio-massa
appariva chiusa, sostituita da una nuova centralità del “fattore impresa”.
In effetti, la figura dell’operaio di linea quale soggetto collettivo si eclissa
dopo il 1980. Nel lessico sociologico fa capolino un nuovo termine:
“flessibilità”. Le imprese, per competere in mercati sempre più globali e
instabili, adottano modelli organizzativi snelli, sul modello giapponese
(toyotismo). La produzione si frammenta in distretti industriali territoriali e
filiere di subfornitura (un processo di decentramento produttivo che in Italia
era già avanzato in regioni come Veneto ed Emilia). L’occupazione industriale si
riduce nelle grandi fabbriche e cresce in piccole e medie imprese. Si affermano
nuove categorie di lavoratori: tecnici specializzati, operai interinali,
impiegati del terziario avanzato, mentre il tradizionale operaio di catena
diventa sempre più raro. Teorici post-operai come Antonio Negri parleranno di
operaio sociale per indicare un lavoratore diffuso nella società, non più
concentrato solo in fabbrica. Ma soprattutto, dagli anni Ottanta in poi il mito
della flessibilità viene esaltato nel discorso pubblico – salvo tradursi, per
molti lavoratori, in una condizione cronica di precarietà.
Gli anni Ottanta divennero un periodo di espansione economica: dopo la
recessione del 1981-82, l’Italia conobbe un deciso rilancio con tassi di
crescita annui intorno al 3% a metà decennio. Furono anche gli anni del
cosiddetto made in Italy: accanto ai successi dell’auto si affermarono a livello
globale prodotti come i computer Olivetti (M24) e l’alta moda italiana – segno
di un Paese in trasformazione. Il sociologo Francesco Alberoni parlò addirittura
di “nuovo Rinascimento” italiano.
> La parabola dell’operaio-massa appariva chiusa, sostituita da una nuova
> centralità del “fattore impresa”.
Eppure, nonostante la grave perdita di quella figura operaia, quella fu anche
dal punto di vista dello sviluppo capitalistico un’occasione perduta: l’euforia
degli anni Ottanta non sfociò in riforme strutturali durature. Mancò la “virtù”
di investire sul lungo periodo, e il sistema-Italia dissipò in parte quei
vantaggi, ritrovandosi fragile alle soglie degli anni Novanta. Resta il fatto
che, dal punto di vista sociale, il protagonismo operaio arretrò bruscamente. Il
sindacato, scottato dalla sconfitta Fiat, nei decenni successivi assunse quasi
sempre posizioni più caute e negoziali, inaugurando la stagione della
concertazione tra parti sociali negli anni Novanta. Certamente, nessuna
mobilitazione operaia, nei 40-50 anni seguenti, ha più raggiunto la forza d’urto
di quelle degli anni Sessanta e Settanta.
A più di quarant’anni di distanza, la marcia dei quarantamila resta un
evento-simbolo ricco di significati per il presente. Da un lato, essa segnò il
tramonto di un modello di conflitto sociale basato sul potere contrattuale
concentrato della grande fabbrica. Quel modello – l’operaio-massa fordista,
organizzato nel sindacato di fabbrica – aveva ottenuto conquiste importanti, ma
mostrava già la corda di fronte ai mutamenti dell’economia. La sconfitta del
1980 certificò che non era più possibile tornare indietro: il capitalismo
italiano aveva voltato pagina, aprendosi all’era della flessibilità e della
globalizzazione nascente.
Dall’altro lato, molti dei nodi irrisolti di allora si ripresentano oggi sotto
altre forme. La frattura tra impiegati e operai può ricordare, per certi versi,
le nuove divisioni nel mondo del lavoro contemporaneo: da una parte lavoratori
garantiti (spesso più qualificati e integrati nei processi globali), dall’altra
lavoratori precari o marginali, con minore tutela e potere contrattuale. Il
declino della solidarietà di classe che emerse in nuce nel 1980 è oggi
amplificato da una frammentazione estrema del lavoro: la fabbrica diffusa e
l’outsourcing hanno disperso la forza lavoro in miriadi di piccole unità,
rendendo più difficile l’organizzazione collettiva. Allo stesso tempo,
l’offensiva neoliberista che negli anni Ottanta muoveva i primi passi è giunta a
piena maturazione: deregolamentazione, competitività sfrenata e precarietà sono
realtà quotidiane per milioni di persone. In questo senso, la marcia dei
quarantamila può essere vista come l’atto iniziale di un lungo processo di
ristrutturazione che prosegue ancora oggi.
La Waterloo del sindacato è stata vista dall’imprenditoria a trazione liberale
come una sconfitta cocente ma forse necessaria per spingere le organizzazioni
dei lavoratori a rinnovarsi. Dal punto di vista della storia del lavoro, la
marcia dei quarantamila segna un punto di non ritorno. Dopo quell’episodio, la
figura dell’operaio-massa – attorno a cui si erano costruite teorie (Tronti,
Negri) e strategie politiche – perde centralità, mentre emergono nuovi soggetti
e nuove forme di conflitto (si pensi, ad esempio, ai movimenti dei lavoratori
precari degli ultimi anni, ben diversi per composizione e rivendicazioni). In
definitiva, l’eredità di quell’autunno torinese è duplice: da un lato, il mondo
delle fabbriche non fu più lo stesso, dall’altro le questioni del potere e dei
diritti nel lavoro assunsero forme più complesse, meno visibili.
> La frattura tra impiegati e operai può ricordare, per certi versi, le nuove
> divisioni nel mondo del lavoro contemporaneo: da una parte lavoratori
> garantiti (spesso più qualificati e integrati nei processi globali),
> dall’altra lavoratori precari o marginali, con minore tutela e potere
> contrattuale.
Beninteso, per Mario Tronti l’operaio-massa non entra in crisi con la marcia dei
quarantamila, ma molto prima. Già alla vigilia del Sessantotto, con
l’affacciarsi di nuove soggettività politiche e sociali, Tronti aveva colto i
segnali di esaurimento di quella figura: un soggetto che era stato centrale
nell’organizzazione fordista e nel ciclo di lotte operaie, ma che mostrava crepe
evidenti nel momento stesso in cui diventava protagonista. La sua parabola,
insomma, era inscritta fin dall’inizio nella trasformazione più ampia dei
rapporti di produzione e nelle mutazioni della società industriale. In questo
senso la marcia dei quarantamila ebbe un valore simbolico non dissimile, per il
mondo operaio occidentale, da quello che la caduta del Muro di Berlino ebbe per
l’Unione Sovietica: il gesto che non inaugura la crisi, ma la rende
irreversibile e visibile a tutti.
Nel bilancio storico-sociologico di quell’evento, dunque, possiamo leggere sia
la fine di un’epoca sia l’inizio di contraddizioni nuove. Fu la fine dell’epoca
in cui il conflitto capitale-lavoro aveva il volto coriaceo e oleoso
dell’operaio di Mirafiori; l’inizio di un’era in cui quel conflitto si sarebbe
espresso in maniera più frammentata e diffusa, spesso silenziosa.
La marcia dei quarantamila resta lì a ricordarci che anche il “noi” dei
lavoratori può andare in frantumi se cambiano le condizioni – e che ogni
stagione di lotta, per quanto gloriosa, può conoscere il suo autunno. Un
autunno, quello del 1980, che vide cadere le foglie di un’intera cultura
operaia, preparando un inverno di cambiamenti da cui sarebbe germogliato il
mondo del lavoro contemporaneo.
L'articolo La marcia dei quarantamila proviene da Il Tascabile.
Nel 2025 la storia ha premuto l’acceleratore. In un mondo che muta troppo
velocemente per essere compreso, questo testo traccia una mappa parziale…
L'articolo Vignette dalla Fine del Mondo sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
E ra l’estate del 2007 quando il Rhino, lo squat più conosciuto di Ginevra, fu
sgomberato dalla polizia. La fine di questa esperienza iniziata nel 1988 ha
rappresentato anche l’epilogo di un lungo periodo in cui le case occupate
ginevrine hanno attirato persone da ogni Paese d’Europa. A partire dalla metà
degli anni Settanta e con un incremento dalla fine degli anni Ottanta, infatti,
ci fu una proliferazione eccezionale delle occupazioni, dovuta alla penuria di
alloggi e alla grande speculazione immobiliare in atto nella città della
Svizzera romanda: un fenomeno che stava producendo l’allontanamento delle classi
sociali meno agiate dal centro urbano e che ha invece generato una reazione
storica agevolata dalle condizioni economiche e dalla situazione politica di
allora. Molti immobili dismessi, insomma, venivano popolati abusivamente da
gruppi di persone, per lo più giovani, che li sistemavano in autonomia puntando,
quando possibile, sul reimpiego di materiali e oggetti. Ne è seguita una lunga
stagione in cui questi spazi sono diventati degli esperimenti riusciti di vita
comunitaria ‒ per lo più tra artisti, creativi e studenti ‒ in cui si
promuovevano le culture underground e alternative in un clima di accoglienza,
socialità, solidarietà, convivialità, creatività e tolleranza.
All’inizio del 1995 nel comune di Ginevra risiedevano poco più di 175.000
persone: tra queste, circa duemila stavano occupando in contemporanea tra i 150
e i 250 spazi abbandonati, che avevano rivitalizzato, chi aprendosi al pubblico
e chi vivendoci in piena discrezione. Tra quelli più attivi pubblicamente c’era
il Rhino, il cui nome era stato scelto dagli occupanti dello stabile perché
acronimo di Retour des Habitants dans les Immeubles Non Occupés, ossia “ritorno
degli abitanti negli immobili non occupati”. Gli anni Novanta hanno costituito
l’epoca d’oro degli squat un po’ ovunque ‒ Italia compresa ‒ e in Europa Ginevra
era uno dei centri nevralgici di questo movimento.
Con ogni probabilità, però, per molti era il meno prevedibile perché la città
svizzera era ed è conosciuta nel mondo soprattutto per essere una delle sedi
predilette delle multinazionali e dei milionari (non a caso nel 2025 è ancora
una delle capitali internazionali dei servizi di private banking). A metà degli
anni Novanta se, da italiani, si passava per Ginevra, si restava colpiti per
come la città fosse quieta e pulita, e per quanto si percepisse la presenza
della ricchezza. Anche per queste ragioni passare nelle zone dove si
concentravano gli squat, ad esempio vicino all’università, nel quartiere
Plainpalais, apriva un panorama completamente inaspettato, molto differente dal
resto della città, quanto mai vivo e colorato: sulla facciata del Rhino, in
particolare, oltre agli striscioni con frasi sul concetto e sullo spirito
dell’occupazione, spiccava la riproduzione di un corno di rinoceronte enorme e
rosso.
“Bar, teatri, sale da concerto, ristoranti a prezzi modici e asili nido
autogestiti hanno costituito un arcipelago provvidenziale nella città svizzera,
sia per le fasce più precarie della popolazione sia per i giovani che, senza di
essi, avrebbero rischiato di morire di noia” ha scritto Mona Chollet, scrittrice
e giornalista svizzera romanda, su Le Monde Diplomatique (nel periodo in cui ne
era caporedattrice), per raccontare questa realtà. E al suo elenco iniziale si
potrebbero quanto meno aggiungere sale prove musicali, spazi espositivi, atelier
e negozi alternativi con prodotti provenienti dai circuiti dell’autoproduzione.
> Gli anni Novanta hanno costituito l’epoca d’oro degli squat un po’ ovunque ‒
> Italia compresa ‒ e in Europa Ginevra era uno dei centri nevralgici di questo
> movimento. Con ogni probabilità, però, per molti era il meno prevedibile.
Per anni la dimensione del fenomeno è stata tale che le istituzioni non potevano
permettersi di ignorarlo, ma neanche di reprimerlo con la violenza mettendo a
rischio l’ordine pubblico. Di conseguenza, si erano organizzate. Esisteva,
infatti, un corpo speciale della gendarmeria di Ginevra chiamato Brigade des
squats che per lo più provvedeva a fare da intermediario tra gli occupanti e i
proprietari degli immobili. Responsabile di questa “brigata” dal 1990, Christian
Pasquier, nel 2002 in un articolo del quotidiano locale La Tribune de Genève ha
sintetizzato l’essenza del lavoro svolto da lui e dai suoi colleghi in questo
modo: “Secondo la volontà del Consiglio di Stato cerchiamo di gestire la
situazione nella maniera meno conflittuale possibile”. In un post di un gruppo
Facebook fino a pochi anni fa molto vivo, Histoire des Squats à Genève (“Storia
degli Squat a Ginevra”), in cui si parla di questi poliziotti, i commenti delle
persone che all’epoca vivevano nelle case occupate si dividono tra chi li
ricorda come tolleranti, umani e disponibili, “più assistenti sociali che
poliziotti”, e chi li definisce subdoli, ipocriti e crudeli, “dei cani al
servizio del potere in carica”.
Senza dubbio quando agli inizi degli anni Duemila è cambiato il procuratore
generale e il clima di relativa tolleranza si è incrinato, si sono create le
condizioni per attuare una serie di sgomberi sistematici, e questi stessi
rappresentanti delle forze dell’ordine hanno messo in pratica tutte le misure
per evacuare gli spazi senza particolari “gentilezze”. Anche qualche anno prima,
in ogni caso, il clima non era sempre e comunque amichevole, come si deduce da
un volantino del 1995 redatto dal coordinamento di tutti questi spazi occupati,
Intersquat, che sottolineava un paradosso: “ci mandano in prigione coperti di
elogi”.
Le divergenze d’opinione riguardo alla polizia, anche dopo tanti anni dai fatti,
svela in parte un conflitto che si riscontrava anche su altre questioni. Il
sociologo urbano svizzero romando di origine italiana Luca Pattaroni, professore
della EPFL (École Polytechnique Fédérale de Lausanne), si occupa da anni di
squat, e in particolare di quelli ginevrini, anche perché ha vissuto in uno di
questi spazi grazie a un contratto fiduciario – un sistema controverso, non
amato dagli squatter più radicali (che concepivano le occupazioni esclusivamente
come illegali), ma comunque abbastanza diffuso. L’ho contattato perché provasse
a sintetizzarmi la realtà degli squat di allora, a cui ha dedicato molti
scritti. Mi ha spiegato che tra gli squatter di Ginevra non c’erano delle
tensioni molto forti, anche se c’erano delle divisioni e una di queste era
proprio in relazione alla tipologia di squat. “Alla fine, però, il coordinamento
Intersquat raggruppava tutte le tipologie di squat: da quelli illegali a quelli
con i contratti fiduciari, dai più radicali e più o meno politicizzati fino a
quelli più ‘festosi’ e ‘culturali’. La situazione era diversa, ad esempio, da
quella di Parigi, dove gli squat militanti erano repressi e quelli ‘culturali’
valorizzati, dunque lì ci sono state fratture alquanto dure”. Ma questo tipo di
divisioni erano meno presenti a Ginevra: “il Rhino, per capirci, era un grande
squat illegale la cui attività era prevalentemente culturale, perché era animato
da molti studenti di Belle arti”. Va specificato, mi spiega, che in Svizzera le
forme politiche della sinistra radicale sono sempre state più miti rispetto alla
tradizione francese, ma anche a quella italiana. Solo negli anni Duemila, quando
sono cominciati gli sgomberi, la situazione si è un po’ inasprita: “Poi, certo,
gli squatter più radicali si sono sempre rifiutati di dialogare con la Brigade
des squats perché per loro rappresentava un sistema di controllo, un modo per
rendere gli squat una realtà non anticapitalista ma capace di colmare un vuoto
fino a quando non ci sarebbe stato di nuovo bisogno di quel vuoto per fare
soldi”.
E alla fine è quello che è successo, specialmente da quando, negli anni Duemila,
i tassi ipotecari si sono abbassati (prima, tra il 1990 e il 1995 erano molto
alti). Dal 1998, in pratica, sono iniziate le dispute tra gli occupanti e il
procuratore generale Bernard Bertossa, un socialista nonché principale artefice
di questo clima di relativa tolleranza. “Questa dottrina faceva comodo anche a
un deputato di destra” prosegue Pattaroni “il membro del Partito liberale
svizzero Claude Haegi, ex consigliere amministrativo della città di Ginevra e
consigliere di Stato del Cantone di Ginevra, molto vicino agli ambienti del
mercato immobiliare ‒ in quel momento poco florido – e promotore in qualche modo
della politica del ‘self-help’. In pratica, Haegi lasciava il rinnovo delle
abitazioni a carico degli squatter, li trattava come imprenditori, e lo Stato
non spendeva nulla, ma poi la destra ha iniziato a criticarlo perché con i
contratti fiduciari sono arrivati dei costi per lo Stato”.
Inoltre tra il 1995 e il 1998 nel settore immobiliare è tornato a circolare il
denaro e quindi molti proprietari hanno depositato domande di autorizzazione per
attuare una serie di demolizioni e costruzioni. “Dal momento in cui sono stati
concessi loro i permessi, il procuratore ha iniziato ad autorizzare degli
sgomberi, ma non perché stesse ritrattando la sua dottrina di tolleranza,
semplicemente perché le condizioni del mercato immobiliare erano cambiate”.
Infine nel 2002 la situazione è cambiata ulteriormente con l’arrivo di un nuovo
procuratore, Daniel Zappelli ‒ vicino all’ambiente del mercato immobiliare ‒,
che, già durante la campagna elettorale, aveva promesso di sgomberare gli squat.
Lo farà anche grazie al supporto di un politico, Mark Muller (anche lui vicino
al mercato immobiliare), e alla virata a destra dei vertici della polizia. “Per
esaminare la storia degli squat bisogna considerare le vicende politiche ma
anche quelle economiche” conclude Pattaroni “perché va detto che le case vuote
che venivano occupate erano tutte fuori mercato, non rispettavano le norme per
poter stare sul mercato, e le statistiche dicono che a Ginevra il picco di
questo tipo di abitazioni è stato raggiunto nel 1995, lo stesso anno in cui ci
sono stati più squat nella storia della città”.
Di certo i semplici frequentatori, nella maggioranza dei casi ignari delle
dinamiche politico-economiche, restavano per lo più colpiti dall’intensa
programmazione culturale degli squat aperti al pubblico che, come si sottolinea
in un lungo servizio del 1993 realizzato dalla Radio televisione svizzera (RTS),
La culture squat, era ricercata e di qualità. In questo documentario televisivo
le dichiarazioni degli occupanti permettono soprattutto di capire lo spirito che
li animava. Ad esempio quando la giornalista di RTS chiede ad Anne, una giovane
stilista che vive nella casa occupata Philos da tre anni, “qual è il vantaggio
di abitare in uno squat?”, la risposta è questa: “Il vantaggio di poter… di
poter lavorare a dei progetti perché ci interessano e non perché sono pagati o
meno. Io ho voglia di fare quello che voglio e non di essere obbligata a
regolare la mia vita in relazione al denaro. Ossia, se alla fine del mese ho un
affitto da pagare, bisogna che accetti quel lavoro che mi dà quel tanto, anche
se me ne interessa un altro che non mi porta nulla: io così ho la libertà di
scegliere il lavoro che mi interessa e non quello che mi permette di pagare
l’affitto”.
> Un volantino del 1995 redatto dal coordinamento di tutti questi spazi
> occupati, Intersquat, sottolineava un paradosso: “ci mandano in prigione
> coperti di elogi”.
Ribadisce il concetto il fotografo Julien Gregorio, che ha vissuto in più di uno
squat ginevrino e nel 2012 ha pubblicato un libro ‒ con una postfazione
circostanziata di Pattaroni – che raccoglie una serie di immagini che
documentano la fase finale di questa lunga stagione di occupazioni: Squats.
Genève 2002-2012. Nell’introduzione al suo libro, Gregorio scrive: “In questi
luoghi vuoti e fatiscenti, abbandonati da anni, si è sviluppata una maniera di
vivere parallela, prima di tutto comunitaria e associativa, basata sulla
condivisione e sulla sperimentazione di modelli alternativi alla società del
commercio e del consumo”. Anche su un quotidiano conservatore, il Journal de
Genève, nel 1991 il giornalista Oliver Perrin sottolineava questo spirito: “gli
squatter tendono a recuperare un ideale culturale comunitario in una società
che, come tutti sappiamo, privilegia lo sviluppo economico e individuale”.
Insomma si trattava di una sorta di anticapitalismo molto pratico e poco
dogmatico, lo stesso che ha coinvolto attivamente una buona parte della
Generazione X europea prima che il cosiddetto movimento No global dai primi anni
del Duemila in poi (e in particolare nel 2001), fosse represso con violenza.
La memoria della lunga esperienza degli spazi occupati di Ginevra resta viva
grazie al lavoro di studiosi come Luca Pattaroni ma anche a iniziative di
attivisti come, ad esempio, Marie Hélène Grinevald, che ha precorso il periodo
più rigoglioso degli squat occupando una casa nella prima metà degli anni
Ottanta. Grinevald lavora soprattutto per tramandare lo spirito di quegli
ambienti e da circa dieci anni è una guida qualificata nel campo della cultura e
del turismo che ha organizzato per molto tempo delle passeggiate alla scoperta
degli squat ginevrini. Nel periodo in cui guidava questi tour si presentava così
online: “In questa città la lotta per gli alloggi nel centro a prezzi
accessibili (purtroppo non oso più usare il termine ‘a buon mercato’) rimane una
battaglia di attualità. Finché il diritto alla proprietà continuerà a prevalere
sul diritto alla casa, finché il diritto alla casa sarà solo un obiettivo
sociale e non un diritto fondamentale, continuerò a raccontare questa storia di
lotta per dei valori, delle culture e dei modi di vita diversi da quelli che ci
vengono imposti”.
Oggi, come racconta Pattaroni, a Ginevra le realtà in qualche modo riconducibili
all’esperienza degli squat degli anni Novanta e Duemila sono rappresentate da
una rete di collettivi engagé che ha a cuore la controcultura e, in specifiche
occasioni, organizza delle manifestazioni. Ma le poche occupazioni rimaste
esistono grazie ai contratti fiduciari e sono quasi tutte molto discrete, ovvero
raramente ospitano iniziative pubbliche. L’edificio dove ha preso vita il Rhino,
nel frattempo, è stato completamente ristrutturato ed è diventato un palazzo
residenziale, e la stessa sorte è capitata agli altri spazi occupati che non
sono stati demoliti. Alcuni occupanti hanno preso atto che i proprietari hanno
beneficiato della loro presenza perché un immobile abitato gode sempre di una
certa manutenzione che lo preserva dalla rovina, e quegli edifici senza di loro
sarebbero rimasti vuoti ancora per molto tempo proprio a causa della crisi del
mercato immobiliare di allora.
Non certo solo per questo, e non solo a Ginevra, quindi, gli appartenenti alla
Generazione X, in media, hanno una certa nostalgia di questa epoca d’oro degli
squat. Gli anni Novanta del resto arrivavano dopo gli anni Ottanta, che furono
una sinistra anticipazione di ciò che sarebbe stato il nuovo millennio. Forse di
fronte a questa anticipazione dell’impassibile avanzata del capitalismo, alcune
persone si sono giustamente impaurite e hanno tentato di reagire. Oggi in molte
città europee gli spazi occupati esistono ancora, sono attivi e resistono, ma
negli anni Novanta nell’Europa occidentale costituivano una fitta rete che
rendeva quanto mai rilevante la controcultura e faceva sentire a casa chi si
riconosceva in quello spirito e, arrivato per la prima volta in città lontane,
li andava subito a cercare.
L'articolo Ginevra occupata proviene da Il Tascabile.
A narchico, ironico, astuto, generoso, James Campbell Scott ha pubblicato decine
di libri ‒ senza contare articoli, conferenze e apparizione pubbliche ‒, e
ciascuno è stato in grado di generare un dibattito arrivato ben al di là dei
confini abituali di un professore ordinario di antropologia alla prestigiosa
università di Yale. Insieme a Colin Ward, David Graeber, Noam Chomsky e pochi
altri, James C. Scott è uno di quei pensatori che ci ricordano il motivo per cui
la critica radicale rimane un’esigenza fondamentale di qualsiasi tempo, come
quella di smascherare il volto innocuo di qualsiasi potere per tenere vivo il
desiderio di un futuro, se non migliore, almeno più autentico e consapevole.
Scott risponde a questo bisogno anche quando a essere raccontata è una storia
geograficamente lontana, come nel caso di L’infrapolitica dei senza potere
(2024). Si tratta della “storia ombra” del Sud-Est asiatico (ma non solo),
quella dei contadini che in Malesia come in Thailandia e in Vietnam oppongono
resistenza al controllo e alla repressione attraverso pratiche quotidiane di
truffa, menzogna, diserzione, ostruzione. Un’infrapolitica molteplice che è
l’unico mezzo nelle mani di chi non ha strumenti o risorse per resistere in
maniera eroica, “Storica”, con la maiuscola, insomma evidente. Una condizione
che non è riservata ai contadini dell’Asia ma, a maggior ragione in questo
momento storico, riguarda anche noi sempre più da vicino.
James C. Scott è stato un antropologo statunitense attivo dagli anni Sessanta
fino al 2024, anno della sua morte. Dopo quasi vent’anni dedicati all’economia
rurale malese si è interessato a tutto il Sud-Est asiatico, portando avanti la
sua ricerca all’università di Yale e vivendo in una fattoria nel Connecticut. I
suoi libri indagano gli strumenti e gli effetti della repressione politica e
sociale, dall’uso di mappe e catasti (Lo sguardo dello Stato, 2019) alle
politiche fiscali e territoriali (I contadini tra sopravvivenza e rivolta,
1981). Scott ha raccontato la storia di questi luoghi guardando a chi rimane,
normalmente, schiacciato: i margini dell’impero, le campagne minacciate dalla
globalizzazione, i contadini in lotta per la sussistenza, spesso analfabeti, che
in gran parte delle narrazioni storiche hanno il ruolo di marionette silenziose
alle spalle dei paragrafi dedicati ai grandi stravolgimenti politici.
Lo sguardo tipico di Scott, la sua capacità di dare una dignità “esplosiva” alle
interlinee dei libri di storia, è evidente anche in L’infrapolitica dei senza
potere. Qui Scott riesce a fare tre cose diverse. Per prima cosa raccoglie un
campionario di esperimenti, storie e tattiche adottate dalle comunità subalterne
del Sud-Est asiatico per conquistare libertà nonostante la subordinazione. Poi
riassume i temi più importanti della sua ricerca – la politica dei subalterni,
l’antropologia contadina, la critica radicale ai sistemi di potere – facendo una
specie di introduzione “indisciplinata” al proprio pensiero. Infine, offre
indirettamente più di una risposta alla domanda che tutti ci facciamo di fronte
a un libro che parla di popoli distanti decine di migliaia di chilometri da noi,
ossia: a cosa ci servono le loro storie?
> L’infrapolitica dei senza potere è una “storia ombra” del Sud-Est asiatico,
> quella dei contadini che oppongono resistenza al controllo e alla repressione
> attraverso pratiche quotidiane di truffa, menzogna, diserzione, ostruzione.
Il lavoro di Scott ricorda la microstoria, quel modo di raccontare gli eventi
storici partendo dai dettagli che normalmente sfuggono al campo largo dello
studioso. La microstoria è nata tra le pagine degli Annales di Marc Bloch e
Lucien Febvre; in Italia, ad averla resa nota al medio-pubblico, sono stati
successi editoriali e scientifici come Il formaggio e i vermi di Carlo Ginzburg
(1976). In quest’ultimo libro la Storia, maiuscola, passa letteralmente
attraverso il corpo di un mugnaio friulano sui generis, Menocchio, colpevole di
essersi distaccato troppo dalle convinzioni del suo tempo, di cui, per
contrappasso, si è rivelato essere un ottimo testimone.
James C. Scott parla di uomini e donne, di popoli e comunità, ma rifiuta questo
particolarismo secondo cui il mondo si rispecchia fedelmente anche in una
piccola goccia d’acqua. La sua non è una storia di individui ma di classi che,
oltre a essere sociali, sono anche geografiche: campagna contro città,
braccianti agricoli e contadini contro ceto medio-alto di burocrati al servizio
diretto del potere, capanne contro palazzi. La storia di Scott non è
microscopica nel senso di “piccola”, piuttosto emerge dagli spazi bianchi della
storia comune, tradizionale, padronale. È un’infrastoria che scorre,
violentemente, nelle pieghe della Storia stessa. La stessa storiografia, scrive
Scott, estromette e opprime le classi distanti dai centri semplicemente
determinando una “soglia” dell’azione politica – rivoluzione, movimento di
massa, guerra frontale – troppo alta perché ci siano concorrenti non legati a un
potere centrale. La stessa volontà di assimilare le classi periferiche ai propri
progetti è una forma di soggiogamento ai danni dei subalterni.
Nelle prime pagine di L’infrapolitica dei senza potere si dichiara quello che
sarà lo scopo del libro: “esiste qualcosa di sistematico nello slittamento tra
le idee religiose e politiche così come vengono intese e praticate in città e le
loro varianti rurali proprie delle piccole tradizioni”. Secondo Scott le
caratteristiche sociali delle comunità rurali – “piccole tradizioni” fatte di
villaggi, ceti e ideologie relativamente omogenei, stabili economie di
sussistenza – sono così diverse da quelle degli abitanti delle città in cui ha
sede il potere – “grande tradizione” fatta di norme giuridiche, ceti medi o
alti, economie di mercato – che è necessario pensare l’agire politico, e quindi
la storia sociale, in due modi diversi, di cui finora uno solo ha avuto diritto
di parola. “Il modello classico dei rapporti cooperativi tra grande e piccola
tradizione – un modello che esalta collaborazione, reciprocità e complementarità
– è l’ideologia sociale del patronato” o, in parole povere, l’idea che la Storia
sia una sola, per le città e le campagne, fa parte della struttura oppressiva
del potere ai danni delle popolazioni geograficamente marginali.
Torniamo al titolo del saggio. Infrapolitica è un termine che Scott usa per la
prima volta in Il dominio e l’arte della resistenza (2006) per indicare forme di
insubordinazione o ribellione così impastate con la vita quotidiana da non
apparire come vere e proprie azioni politiche. Il titolo originale di
L’infrapolitica dei senza potere è, in realtà, un altro: Decoding subaltern
politics, “decodificare le politiche subalterne”. Infrapolitica è quindi la
chiave che “decodifica”, se così si può dire, la politica dei subalterni. La
politica dei subalterni non si esprime con gli stessi strumenti di quella delle
classi dominanti perché, secondo Scott, rispecchia un localismo tipico: per
prima cosa “la preoccupazione primaria del localismo sono i diritti di
sussistenza. […] Non si tratta in alcun modo di un concetto di egualitarismo
radicale: non afferma che tutti debbano essere uguali, ma che tutti debbano
avere di che vivere”. Mentre nei centri di potere urbano l’economia è complessa
e non dipende più dal sostentamento dei singoli nuclei, nei contesti locali la
priorità è il sostentamento. A diversi bisogni rispondono modi di agire diversi:
da un lato la volontà di espansione, la propensione al guadagno, non solo
economico, per aumentare la propria influenza e il proprio potere, dall’altro la
ricerca di una stabilità moderata, ma garantita. Un esempio più vicino alle
nostre vite quotidiane sono i casi delle rivolte che scoppiano nei CPR (Centri
di Permanenza per i Rimpatri) italiani o nei campi profughi costruiti lungo le
frontiere dell’Europa: chi non ha documenti né denaro né alcun’altra leva, non
può accedere alla politica per come l’intendiamo noi, come rappresentazione
democratica, quindi è costretto, per esprimere un bisogno politico a tutti gli
effetti, a usare mezzi diversi per la propria lotta di classe.
> James C. Scott parla di uomini e donne, di popoli e comunità, ma rifiuta il
> particolarismo secondo cui il mondo si rispecchia fedelmente anche in una
> piccola goccia d’acqua. La sua non è una storia di individui ma di classi che,
> oltre ad essere sociali, sono anche geografiche.
Tornando ai “margini dell’impero”, raramente le persone che li abitano si
interessano di questioni nazionali, politica internazionale e così via.
L’interesse è, anche qui, locale, nel senso di legato alle necessità di una vita
il cui perimetro è disegnato dalle attività quotidiane. Le questioni politiche
nazionali – a partire dal nazionalismo, perché è ingenuo pensare che tutte le
politiche subalterne siano rivoluzionarie – diventano importanti solo quando
hanno immediate ripercussioni nell’ecosistema sociale locale. Di fronte alle
lotte nazionali o internazionali d’espansione, la “piccola tradizione” si pone
in una condizione di “subordinazione negoziata” o, quando la negoziazione
fallisce, di “dissimulazione”, “ostruzionismo” e “resistenza passiva”. “È un
tipo di tenacia brechtiana che potremmo persino considerare come il modello
normale della lotta di classe per i contadini”: paradossalmente, secondo Scott,
la stessa storia della lotta di classe è stata sistematicamente distorta “in una
direzione Stato-centrica”. Il fatto cioè che le azioni quotidiane di
ostruzionismo, diserzione, truffa ai danni del potere non vengano menzionati
come processi rivoluzionari è l’ennesimo modo con cui la repressione si attua ai
danni della piccola tradizione, “ma così come milioni di polipi antozoi creano,
volenti o nolenti, una barriera corallina, allo stesso modo migliaia di atti
individuali di insubordinazione ed elusione creano una propria barriera
corallina politica ed economica.”
I capitoli di L’infrapolitica dei senza potere rappresentano anche un
campionario di tattiche eversive, soprattutto in ambito rurale. Ad esempio, i
contadini malesi per evitare di pagare una tassa eccessiva sui propri raccolti
(già miseri, in particolare nelle stagioni peggiori), mescolano varietà
tassabili con varietà non tassabili di grano, dichiarando poi che tutto il campo
era piantato con la varietà non tassabile e sfruttando la maturazione più tarda
delle prime per nasconderle al momento del controllo. Altri agricoltori omettono
di dichiarare le bonifiche di nuove aree coltivabili, nascondendole tra alberi,
canne e grano alto. Sono moltissimi gli esempi di ribellioni silenziose nei
confronti di prelievi forzati che, improvvisamente, diventano da volontari o
consuetudinari a obbligatori: è il caso dello zakat islamico o, per uscire dai
confini dell’Asia, della decima cristiana. In tutti questi casi gli stratagemmi
sono infiniti: menzogne, occultamenti, sottostime e così via. Il risultato è
l’indebolimento sostanziale delle riserve alimentari ed economiche del potere
centrale, che non di rado hanno contribuito a eventi storici ben più evidenti.
Lo stesso vale sul campo di battaglia vero e proprio: anche senza il dichiarato
ammutinamento delle truppe, la diffusa diserzione dei soldati è stato un
tassello fondamentale di molte sconfitte belliche, a partire dalla
Confederazione durante la guerra civile americana. Quando i contadini sono
venuti a conoscenza del fatto che i figli di molti dei proprietari delle
piantagioni del Sud erano stati esentati dalla leva, non hanno imbracciato le
armi contro l’oppressore, il che avrebbe scatenato un bagno di sangue, ma hanno
semplicemente abbandonato il campo di battaglia condannando la Confederazione
alla sconfitta.
Un’altra serie di esempi interessanti riguarda il titanico progetto portato
avanti tanto in Europa quanto in Asia di creare un sistema universale di cognomi
permanenti. La tesi di Scott è che i patronimici permanenti siano un costrutto
sociale nato per rendere la popolazione maggiormente leggibile agli occhi dello
Stato, scopo che contraddistingue, al di là di questo progetto, buona parte
delle attività statali. Escluse le più rilevanti famiglie nobiliari, quasi
nessuno possedeva un cognome stabile all’interno delle economie e delle società
rurali. A ben vedere, trattandosi di società chiuse, il bisogno non c’era. Ha
cominciato a esistere nel momento in cui lo “sguardo dello Stato”, come lo
chiama Scott, si è elevato come giudice e padrone astratto, a cui ciascun
individuo in quanto “cittadino” deve esser noto. In Inghilterra, il sistema di
patronimici perenni ha coinciso con lo smembramento delle proprietà comuni, i
commons, che erano la forma territoriale più diffusa per consuetudine in tutte
le aree rurali. Nel caso dei cognomi la resistenza è più difficile e,
soprattutto oggi, anche i luoghi più recalcitranti sono costretti a uniformarsi
a un sistema divenuto quasi universale grazie alla globalizzazione. Si tratta
comunque, almeno in alcuni casi, di processi recentissimi, come il “progetto
cognomi” attuato sugli Inuit e datato 1970, che alla fine si è concluso,
racconta Scott, con una serie di violente incomprensioni e prove di forza tra le
comunità e il governo canadese.
“L’infrapolitica dei senza potere” si esprime quindi attraverso sotterfugi,
omissioni, piccole truffe, inadempienza: se tutto questo sembra poco eroico,
magari biasimabile, è perché forse gli eroi sui quali misuriamo i nostri giudizi
non facevano parte delle classi subalterne. Questi gesti infrapolitici si
mettono letteralmente “nel mezzo” degli strumenti con cui il potere attua il
proprio progetto repressivo e bisogna fare attenzione – mette in guardia Scott –
a non fare inavvertitamente il loro gioco. “La tendenza a dare priorità, ad
assegnare un maggior peso storico, alla resistenza organizzata e politica invece
che a quella quotidiana, è una posizione che fraintende in modo fondamentale la
stessa base della lotta economica e politica condotta ogni giorno dalle classi
subordinate – non soltanto contadine – nei contesti repressivi”. Il rischio non
è solo dimenticare lo sforzo di una moltitudine di persone nel ribaltare, anche
lentamente, un ordine che le opprimeva, ma anche quello di non riconoscere la
violenza di un sistema repressivo che costringe al sotterfugio perché impedisce
l’opposizione diretta, soprattutto da parte di chi non ha risorse adatte per
fare una rivoluzione.
> Il fatto che le azioni quotidiane di ostruzionismo, diserzione, truffa ai
> danni del potere non vengano menzionati come processi rivoluzionari è
> l’ennesimo modo con cui la repressione si attua ai danni della piccola
> tradizione.
Al di là delle storie raccontate da Scott, delle sue analisi e del suo tono, a
tratti veramente magnetico, dobbiamo chiederci quale sia il senso attuale di un
libro del genere. Uscito per la prima volta nel 2013, tradotto nel 2024,
incentrato su vicende che cominciano nel Novecento e affondano le proprie radici
nei secoli passati; a cosa serve, se serve? Questa domanda non è una domanda di
cortesia. Nel caso del libro di Scott è una domanda che nasce dalla sensazione
che questo libro abbia una profonda utilità, adesso, e questo malgrado una serie
di considerazioni necessarie che vanno al di là della distanza tra noi e la
Malesia o il popolo Inuit.
Prima tra tutte il fatto che oggi la separazione tra “piccola tradizione” e
“grande tradizione” o, in altri termini, la differenza sociale tra città-centri
di potere e campagne-margini dell’impero si sta riducendo notevolmente. La
tecnologia informatica e dei trasporti permette di coprire la distanza tra una
città e il più remoto angolo di campagna in ore, minuti, anche pochi secondi. Le
aree così remote da aver bisogno necessariamente di ore di cammino per
raggiungere un centro “globalizzato” sono pochissime. Oggi l’isolamento, di
qualsiasi grado, è quasi sempre una scelta. Se non la si fa, si può
tranquillamente rimanere connessi con le traiettorie politiche globali da
qualsiasi anfratto dotato di una connessione Internet.
Una seconda differenza ugualmente determinante la fanno le “protesi” di cui oggi
può avvalersi lo “sguardo dello Stato”. Prima lo Stato era costretto ad
avvalersi di funzionari e registri cartacei, ma oggi tra sistemi di identità
digitale, riconoscimento facciale, tracciabilità satellitare – per dirne solo
alcuni – le strategie di ostruzione raccontate da Scott non sono più così
efficaci. È difficile sottrarsi alle maglie della rete, che diventano ogni
giorno più fini, così come è difficile farla franca quando ci si prova.
L’ultima considerazione “contro” l’attualità del testo di Scott riguarda ancora
una volta la distinzione netta tra localismo rurale e spinta accentratrice del
potere centrale. Oggi molte delle lotte politiche di resistenza locale
contraddicono questo modello. Movimenti come quello No TAV in Val Susa o mosaici
di battaglie territoriali come quelli dei Soulevement de La Terre in Francia o,
ancora, le lotte dei popoli indigeni dell’Amazzonia contro i cercatori d’oro e
lo Stato brasiliano sono istanze locali che riescono benissimo a intercettare
temi globali come l’ecologia, l’oppressione e la lotta allo sfruttamento dei
territori. Locale e universale si saldano, da un lato come concrezione di un
problema politico in una situazione, dall’altro come espressione astratta e
violenta di un’idea.
> “L’infrapolitica dei senza potere” si esprime attraverso sotterfugi,
> omissioni, piccole truffe, inadempienza: se tutto questo sembra poco eroico,
> magari biasimabile, è perché forse gli eroi sui quali misuriamo i nostri
> giudizi non facevano parte delle classi subalterne.
Nel 2017 l’editore Zones ha pubblicato un saggio del filosofo Jean Baptiste
Vidalou chiamato Être forêts. Habiter des territoires en lutte. Questo testo
rappresenta perfettamente il sodalizio tra lotte locali e questioni universali,
in questo caso ecologiche e filosofiche, che uniscono territori sparsi per il
mondo. Vidalou racconta in prima persona la difficoltà di abitare nelle zone
contese tra cementificazione e tradizione secolare di conservazione delle
risorse naturali, in particolare le foreste nel Nord-Ovest della Francia. Nelle
pagine di questo libro si scambiano continuamente considerazioni sull’emergenza
ecologica, questioni antropologiche sul rapporto dell’essere umano con la natura
e storie di prima mano di lotte incarnate, come l’occupazione dell’area
destinata all’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes, a sud di Nantes, in corso da
più di dieci anni. Il saggio di Vidalou è solo uno degli esempi dell’alleanza di
scala che sta nascendo nel campo dell’ecologia e della lotta politica, e credo
che questo sodalizio, oltre a racchiudere una grande forza trasformatrice, vada
ancora in buona parte compreso nel suo potenziale.
A essere in procinto di scomparire sono invece le lotte territoriali in quanto
tali, le piccole alzate di scudi in difesa del proprio villaggio o del proprio
isolotto. Lo squilibrio di potere, in questi casi, è troppo schiacciante. Il
mondo fatto di un mosaico di luoghi distanti e distaccati, di villaggi,
metaforici o no, separati tra loro e impegnati autonomamente nella loro
conservazione, forse è veramente un mondo “vinto”, come scriveva Nuto Revelli
mezzo secolo fa, tracciando un requiem a un mondo contadino che tuttavia è stato
in grado, almeno parzialmente, di contraddirlo.
Le vittorie del “mondo dei vinti” di cui racconta anche James C. Scott, sebbene
questo mondo stia scomparendo, non vanno dimenticate. L’agency politica che
hanno dimostrato i contadini va prima di tutto riconosciuta – in questo
L’infrapolitica dei senza potere è uno strumento molto efficace – e poi se ne
può far tesoro. Se oggi, evidentemente, viviamo in un momento storico in cui il
livello di controllo e repressione cresce esponenzialmente in Europa e non solo,
non è detto che le infrapolitiche testimoniate da Scott non possano essere
d’ispirazione o, addirittura, d’aiuto. Le ondate di repressione violenta che si
abbattono su qualsiasi movimento di resistenza – l’arresto quotidiano di
manifestanti pacifici in Italia, negli Stati Uniti, in Turchia, in Germania, per
fare solo qualche esempio – mettono in discussione l’esistenza stessa di uno
spazio di dissenso politico e la proporzione tra il nostro potere collettivo e
quello dell’intesa nazionale e internazionale è sempre più sbilanciata.
Per di più l’accentramento brutale delle risorse materiali e immateriali – le
cosiddette oligarchie alle spalle dei governi più importanti – non fa altro che
creare un’immensa provincia dell’impero a cui, nostro malgrado, apparteniamo. Le
infrapolitiche testimoniate da Scott hanno lentamente mutilato i poteri centrali
in Malesia, Vietnam, Thailandia, ma anche negli Stati Uniti o in Francia, e per
questo hanno qualcosa da insegnarci anche solo per aprire nuovi spazi d’azione e
dissenso al di sotto di un piano politico diventato opprimente. Anche quando lo
scontro non si può vincere, la lotta va avanti in maniera quotidiana, vitale,
quasi abitudinaria, riappropriandosi, fra l’altro, di una dimensione di gioia e
compassione che è essenziale allo sviluppo del desiderio.
Michel de Certeau scrive nel 1980 uno dei libri più importanti per lo sviluppo
di un senso critico delle azioni quotidiane: L’invenzione del quotidiano è una
riflessione su come la politica non si riduca mai alle sue forme più
appariscenti o spettacolari, ma si sviluppi come una specie di radice
sotterranea fino a raggiungere anche i gesti più piccoli della vita quotidiana
degli individui. De Certeau fa una distinzione fondamentale: tattica e strategia
configurano due modi di lotta diversi e opposti. Strategica è l’azione nel
territorio, che viene portata avanti dalla parte avvantaggiata quanto a forze,
economie e potenza. La strategia nasce da una scelta autonoma di posizionamento,
fatta da chi può combattere in campo aperto e deve solo scegliere come disporsi
al meglio. La tattica, al contrario, è azione con il territorio, lavoro di
negoziazione e sfruttamento delle caratteristiche del campo di battaglia per
ribaltare uno stato di minorità.
Sia Scott che Vidalou citano la rivolta dei Camisardi, durata dal 1703 al 1709
nei boschi delle Cevenne, una zona montuosa del Sud-Est della Francia. Questa
rivolta vide contrapposti sparuti gruppi di ugonotti protestanti e l’esercito di
Luigi XIV, che gli dava la caccia. La frustrazione che si legge nei diari dei
generali francesi, costretti a combattere per anni contro una manciata di
contadini, nasce proprio dalla capacità di questi ultimi di sfruttare a loro
favore un territorio che per gli strateghi del re era completamente illeggibile.
Anche in stato di schiacciante minoranza e di crisi profonda, conoscere il
territorio e sfruttarlo a proprio favore attraverso lotte infrapolitiche può
significare ottenere ampi e insperati margini di cambiamento. È lo stesso
procedimento attuato dai contadini malesi, ben consapevoli delle caratteristiche
delle proprie varietà di riso e grano.
> Se oggi viviamo in un momento storico in cui il livello di controllo e
> repressione cresce esponenzialmente anche in Europa, non è detto che le
> infrapolitiche testimoniate da Scott non possano essere d’ispirazione o,
> addirittura, d’aiuto.
E noi quale territorio dobbiamo conoscere e saper usare? A questa domanda
impossibile provo a dare una risposta facile: il nostro, la terra, l’ecosistema
in pericolo. E, come abbiamo visto, questo può significare semplicemente una
valle, un bosco, un fiume che rispecchiano la stessa complessità del resto. Per
farlo non basta muoversi, bisogna incontrare le persone e stare ad ascoltare
storie che non ci coinvolgono, ma ci riguardano. Essere attenti testimoni e
ascoltatori partecipanti. Anche in questo Scott è un imprescindibile maestro.
L'articolo La resistenza invisibile dei subalterni proviene da Il Tascabile.
N ell’introduzione del saggio Il braccio armato del potere. Storie e idee per
conoscere la polizia italiana (2024) Michele Di Giorgio scrive: “Ho adottato un
approccio sempre critico, senza avere un’impostazione ‘contro’”. “Pur essendo
costruito con un approccio che mette costantemente in discussione le ricerche
più allineate e le narrazioni istituzionali, questo è il lavoro di un
ricercatore, è un libro di storia della polizia – mi racconta l’autore –. Non
avevo alcun interesse a scrivere un opuscolo di denuncia o un ‘libro nero’, non
fa parte del mio modo di lavorare, mi interessava costruire un lavoro che
aiutasse a comprendere la storia della polizia”. Il volume è sostenuto da ampi
riferimenti agli studi esistenti e alle ricerche più aggiornate, non soltanto di
storia, ma anche di sociologia e criminologia ed è frutto di lunghi periodi di
ricerca sulle fonti primarie d’archivio, a stampa e orali.
QUALE SPAZIO INTENDE OCCUPARE QUESTO LIBRO?
In una sua pubblicazione recente, Giuseppe Campesi ha evidenziato come in Italia
sia mancata, tra gli studiosi delle polizie, la forza e la volontà di veicolare
a un pubblico più vasto le conoscenze acquisite nella ricerca. Il mio lavoro
cerca di dare una prima risposta anche a questa esigenza divulgativa.
SU QUALI STUDI SI BASA QUESTO LIBRO DI DIVULGAZIONE?
Ho iniziato a studiare la storia della Pubblica sicurezza, il corpo da cui è
nata la Polizia di Stato, già nel corso della mia formazione universitaria. È in
quel periodo che mi sono appassionato alla storia del movimento democratico per
la smilitarizzazione e del sindacato della polizia negli anni Settanta e
successivamente, dopo aver vinto una borsa di dottorato all’Università Ca’
Foscari Venezia, mi sono dedicato a tempo pieno a quel tema per alcuni anni. Ho
poi seguito e sviluppato l’interesse per le polizie durante vari incarichi di
ricerca, approfondendo le vicende della polizia nella storia unitaria d’Italia
dall’Ottocento fino alla riforma, aprendomi anche a un approccio di lavoro più
interdisciplinare, poiché sulle polizie possiamo imparare molto dal lavoro fatto
dai sociologi e dai criminologi.
I miei studi si sono concentrati innanzitutto sulla stampa professionale
riservata alla polizia. L’accesso alla documentazione archivistica non è sempre
facile e per questo motivo riviste e giornali mi hanno molto aiutato a
comprendere la polizia. Si tratta di fonti interessantissime, che sin dalla
seconda metà dell’Ottocento raccontano la vita e le visioni dell’istituzione, la
mentalità, le culture, le trasformazioni, ma anche i problemi e le difficoltà di
chi sceglieva il mestiere di poliziotto. Su questi argomenti è stato
fondamentale, naturalmente, anche un lungo e profondo lavoro di scavo e analisi
archivistica, che ho svolto principalmente sui materiali che sono in parte
disponibili presso l’Archivio centrale dello Stato, che è stato basilare per
comprendere i funzionamenti di molti meccanismi istituzionali. Alle ricerche su
queste fonti specifiche ho sempre affiancato sguardi diversi sulle polizie, meno
istituzionali, come quelli provenienti dalla stampa periodica o dalla
pubblicistica coeva, che mi hanno aiutato molto spesso ad avere una visione più
articolata delle questioni e a poter collocare meglio la storia della polizia in
quella della società italiana. Oltre a queste e ad altre ricerche documentali,
c’è naturalmente un vasto lavoro di lettura bibliografica e di confronto con
altri esperti della materia. Negli anni ho avuto la fortuna di potermi
confrontare con colleghe e colleghi che, a vari livelli e partendo da discipline
diverse, si occupano o si sono occupati di polizia.
NELLE MODALITÀ DI COMUNICAZIONE DELLE POLIZIE SPESSO CI SI TROVA DI FRONTE A
CELEBRAZIONI ACRITICHE, ISTITUZIONALIZZATE, COME SCRIVI, O A NARRATIVE DI
FINZIONE CHE RESTITUISCONO UNA IMMAGINE SE NON ALTRO PARZIALE.
Queste sono forme di rappresentazione molto forti. Da un lato ci sono le
istituzioni, che curano e difendono la loro immagine con tutti gli strumenti che
la modernità consente: comunicazione, social media, spot, prodotti televisivi,
spazi museali, pubblicazioni. Nell’armamentario propagandistico istituzionale
possiamo includere anche gran parte del giornalismo mainstream, che attinge alle
fonti ufficiali senza nessun approccio critico. Dall’altro ci sono prodotti di
finzione indipendenti (o presunti tali), che sono altrettanto fuorvianti e in
parte riflettono e distorcono culture e visioni istituzionali.
Si tratta di visioni, immaginari e racconti che ci allontanano dalle vicende
delle polizie. Dinanzi a fenomeni complessi e stratificati come quelli delle
istituzioni poliziesche, si propongono al contrario chiavi di lettura comode,
semplificate e spesso fuorvianti. A farne le spese come sempre è lo spirito
critico, la capacità di farsi un’idea articolata del problema.
I FATTI DI GENOVA DEL G8 DEL 2001 COME HANNO INCISO SULLA NARRAZIONE DELLE
POLIZIE?
Le violenze di quei giorni hanno sicuramente segnato con forza l’immagine e la
percezione che una parte degli italiani ha della polizia. Non poteva essere
altrimenti vista l’enorme esposizione mediatica che ebbero quelle giornate,
senza contare il fatto che migliaia di persone subirono la violenza delle forze
dell’ordine o furono testimoni di abusi. Si tratta di qualcosa che ha segnato
nel profondo anche l’opinione pubblica internazionale, e non certo per la
condanna della Corte Europea dei diritti dell’uomo (arrivata quattordici anni
dopo), ma per il clamore immediato suscitato da fatti avvenuti davanti alla
stampa di mezzo mondo e per i racconti di tanti ragazzi e ragazze stranieri che
subirono abusi.
Il ricordo di quelle giornate sembra essersi diffuso anche nella memoria delle
generazioni più giovani, che di quegli episodi non hanno una memoria diretta.
Sull’altro fronte i processi e le successive condanne di agenti hanno lasciato
qualche segno anche nelle istituzioni, ma resta ancora da capire se e quanto ci
sia stato un dibattito interno su quelle vicende. Sul piano della comunicazione
istituzionale, la Polizia di Stato ha tentato di archiviare in maniera piuttosto
frettolosa quella pagina, pur riconoscendo “degli errori”. Da parte degli altri
corpi coinvolti invece il silenzio è stato quasi totale.
IL SISTEMA POLIZIESCO ITALIANO È COMPOSTO DA UNA PLURALITÀ DI CORPI. IL COMPARTO
SICUREZZA È FORMATO DA DIVERSI CORPI, MILITARI E CIVILI, DIPENDENTI DA MINISTERI
DIFFERENTI, CON FUNZIONI DIVERSE MA ANCHE IN PARTE SOVRAPPOSTE, CHE COOPERANO
NELLA GESTIONE DELL’ORDINE PUBBLICO. IL TEMA, O PROBLEMA, DEL COORDINAMENTO
DELLE FORZE È ANTICO, COME RICORRE NEL SAGGIO. CHE COSA RAPPRESENTA ANCORA OGGI?
Sul fronte del coordinamento alcuni dei problemi che esistevano in passato
appaiono oggi superati, almeno in parte. Permane ancora una frammentazione del
comparto e con essa una concorrenza tra i corpi, soprattutto a livello
dirigenziale e di comando, ma ci sono in parallelo potenti organismi di
collegamento che in passato non c’erano. Oltre a ciò, tutte le polizie hanno
fatto negli ultimi trent’anni un colossale sforzo informatico, tecnologico e
logistico che ha giovato anche sul piano del coordinamento. Per capire a quali
strutture mi riferisco, basta pensare ai grossi “uffici” interforze che
coordinano l’attività delle tre principali polizie, specialmente su problemi
specifici e importanti. Si pensi alla Direzione investigativa antimafia, oppure
alla Direzione centrale per i servizi antidroga.
QUAL È L’AMBITO PIÙ CRITICO?
Se si osserva la storia del comparto negli ultimi trent’anni, si ha
l’impressione che ciascun corpo tenda comunque a replicare le funzioni degli
altri e a moltiplicare competenze e articolazioni. Carabinieri, Polizia di Stato
e Guardia di finanza esprimono comunque poteri, tradizioni, interessi e
ambizioni solo in parte convergenti; sarebbe compito della classe politica
mettere ordine in questa partita e razionalizzare il comparto, poiché davanti ai
numeri imponenti degli organici è difficile dire che il sistema non abbia
bisogno di essere riformato.
IL GIUDICE ROCCO CHINNICI NEL GIORNO DEL FUNERALE DEL MAGISTRATO CIACCIO
MONTALTO, ASSASSINATO DALLA MAFIA, ESPRESSE AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA LA
DRAMMATICA URGENZA E IL RITARDO NELLA ISTITUZIONE DELLA BANCA DATI NAZIONALE
SULLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA. SAPPIAMO QUANTO SIA DECISIVO IL FLUSSO DELLE
INFORMAZIONI. QUAL È LO STATO DELL’ARTE OGGI TRA LE FORZE DI POLIZIA?
Da quel momento sono passati più di quarant’anni e molti progressi sono stati
fatti. Esistono, per le forme criminali specifiche e più urgenti (è il caso ad
esempio di criminalità organizzata e traffico di droga) degli organismi
interforze in cui convivono appartenenti di tutte e quattro le polizie, insieme
con personale civile del ministero dell’Interno; nel caso specifico della
criminalità organizzata esiste dal 1991 la DIA (Direzione Investigativa
Antimafia). Accanto alla creazione di questi uffici centrali, lo sforzo compiuto
dalle istituzioni sul piano tecnologico e informatico ha giovato enormemente
alla circolazione delle informazioni. Rispetto al passato le polizie dispongono
di mezzi di indagine e basi informative di dimensioni poderose, interrogabili in
maniera rapida ed efficace. Tutto sommato, su questioni gravi e importanti come
l’antimafia sembra esserci tra le istituzioni un discreto livello di
comunicazione.
CHE COSA INTENDE PER “PERVASIVITÀ” DELL’APPARATO POLIZIESCO?
È un fenomeno che osservatori e studiosi hanno sottolineato spesso, una
deformazione di lungo periodo delle polizie italiane. Si tratta di un modo
sintetico per descrivere la tendenza degli apparati a diffondersi e a scivolare,
con la loro attività, in molti campi della vita civile che non attengono
strettamente al lavoro di polizia. Storicamente se guardiamo alla vasta quantità
di mansioni amministrative delle polizie gli esempi abbondano: si pensi soltanto
ai passaporti o ai permessi di soggiorno che ancora oggi sono in gran parte di
competenza delle questure. Più in generale, se vogliamo fare un esempio meno
tecnico che guardi alla contemporaneità, questa pervasività si esprime nella
gestione esclusivamente poliziesca di quelli che sono di fatto problemi sociali,
che attengono alla carenza di welfare e all’assenza di risposte pubbliche
adeguate nei confronti delle categorie più deboli.
MOLTE DELLE QUESTIONI AFFRONTATE NEL SAGGIO RICONDUCONO AL RAPPORTO TRA POTERE
POLITICO E POLIZIA. SCRIVE CHE IN ITALIA LE FORZE DELL’ORDINE HANNO AVUTO DA
SEMPRE UN LEGAME MOLTO STRETTO CON LA POLITICA. COME SI È EVOLUTO QUESTO
RAPPORTO E C’È STATO UN MOMENTO DI CESURA? LEI COLLOCA QUESTA FASE IN
COINCIDENZA DELLA FINE DELLA PRIMA REPUBBLICA.
Un parziale cambiamento ci fu già qualche anno prima della riforma del 1981, in
parte perché la situazione politica del Paese iniziava a mutare: il movimento
democratico nato all’interno della polizia era riuscito a portare con forza nel
dibattito pubblico l’idea di una possibile democratizzazione della polizia.
Un’ulteriore discontinuità avvenne in effetti con la fine della Prima Repubblica
e nel corso di tutti gli anni Novanta, ma si tratta di una fase ambivalente e
ancora piuttosto nebulosa dati i pochi studi sul periodo. Non possiamo pertanto
dare una definizione del tutto chiara di come si siano trasformati i rapporti
tra i governi e le polizie, anche se il legame resta sempre forte. Alcuni
osservatori e studiosi hanno notato una certa capacità, da parte dei vertici di
istituzioni e corpi, d’influenzare i ministri di turno riguardo alle politiche
di sicurezza e alla gestione del comparto polizie. Condivido in pieno questa
visione, anche se sono convinto che ciò sia dipeso più da una sostanziale
insipienza delle gestioni politiche del ministero dell’Interno che non
dall’attivismo di un presunto “partito della polizia”.
“NELLA RIORGANIZZAZIONE POSTBELLICA DELLA POLIZIA PREVALSE IN SOSTANZA UNA
VISIONE DI PARTE, FORTEMENTE CONSERVATRICE, E RIENTRARONO IN TUTTI I LIVELLI
DELL’ISTITUZIONE UOMINI COMPROMESSI CON IL FASCISMO”. SI TRATTÒ DI UNA
RESTAURAZIONE?
Ci sono ormai decine di studi importanti che illuminano la continuità e il
passaggio di uomini tra fascismo e Repubblica e non soltanto per quanto riguarda
le polizie. Innanzitutto è un fatto che la polizia non subì alcuna riforma dopo
la caduta del fascismo, se non – in negativo – una militarizzazione
emergenziale, che poi divenne permanente. L’unico segno di progresso e di
cambiamento al termine del conflitto fu l’immissione nella polizia di un grosso
contingente di uomini provenienti dalle file della Resistenza. Migliaia di ex
partigiani che a partire dal 1947, dopo l’avvento del ministro democristiano
Mario Scelba, furono in gran parte cacciati dal corpo, con le buone o con le
cattive.
Ne conseguì che dal punto di vista democratico la polizia rimase, come nel
passato, uno strumento del partito di maggioranza e la militarizzazione risultò
congeniale al suo utilizzo in funzione anticomunista. Questa modalità d’impiego
incise molto anche sulla preparazione professionale del personale. D’altro
canto, la disciplina militare, l’obbligo al celibato e alla vita di caserma
peggiorarono molto le condizioni di vita degli agenti, che per legge furono
anche privati di molti diritti civili, tra cui la possibilità di appartenere a
un partito politico o a un sindacato. Da un punto di vista democratico, un
utilizzo così parziale delle polizie alterò profondamente il loro rapporto con
una porzione significativa di cittadini, che mantenne per le istituzioni la
stessa diffidenza (e talvolta ostilità) che aveva nutrito durante la dittatura
fascista.
LA MILITARIZZAZIONE EBBE STORICAMENTE UN IMPATTO PIUTTOSTO PESANTE ANCHE SULLA
FORMAZIONE DEL PERSONALE DI POLIZIA. CHE COSA È CAMBIATO NEI DECENNI SOPRATTUTTO
CON LA RIFORMA DELLA PUBBLICA SICUREZZA DEL 1981 E LA SUCCESSIVA NASCITA DELLA
POLIZIA DI STATO?
La riforma del 1981 consentì la smilitarizzazione completa e la creazione di una
nuova istituzione civile, la Polizia di Stato, in cui fu garantito alle donne un
accesso almeno formalmente paritario. Si trattò di una novità significativa,
visto che fino a quel momento il comparto polizie italiano era stato interamente
militare, un caso unico tra i Paesi democratici dell’Europa occidentale.
QUALI FURONO GLI EFFETTI DELLA SMILITARIZZAZIONE DEL CORPO E LA CREAZIONE DI UNA
NUOVA ISTITUZIONE INTERAMENTE CIVILE?
Per il personale ci furono benefici quasi immediati e sul piano professionale il
sistema del reclutamento, delle scuole e della formazione subì una lenta ma
profonda trasformazione, che portò a miglioramenti notevoli nella preparazione
dei nuovi agenti.
ALL’INIZIO DEGLI ANNI SETTANTA NELLA PUBBLICA SICUREZZA SI FORMÒ UN MOVIMENTO
DEMOCRATICO CHE NEL GIRO DI POCHI ANNI GIUNSE A COINVOLGERE MIGLIAIA DI
POLIZIOTTI. QUALI FURONO LA NATURA, GLI SCOPI E I PROGRESSI DEL MOVIMENTO
DEMOCRATICO CHE SI SVILUPPÒ?
Il movimento per la smilitarizzazione, la riforma e il sindacato della Pubblica
sicurezza nacque in forma clandestina all’inizio degli anni Settanta. Sorse dal
basso, nella base del corpo, tra le guardie e i sottufficiali, e nel corso degli
anni raggiunse una dimensione importante, soprattutto grazie al supporto della
rivista Ordine pubblico e del suo direttore, Franco Fedeli, un giornalista e
fotografo con un passato da partigiano. Al termine della fase clandestina, a
partire dalla fine del 1974, i poliziotti scelsero di portare allo scoperto il
movimento e condurre la battaglia apertamente, approfittando del grande supporto
offerto dalla Federazione sindacale unitaria (CGIL, CISL, UIL) e da alcuni
partiti.
CHE COSA CHIEDEVANO I POLIZIOTTI DEMOCRATICI?
La smilitarizzazione della polizia, una sua riforma profonda, la possibilità di
appartenere a un sindacato e di partecipare in pieno alla vita politica e
democratica del paese. Dopo un periodo intenso di battaglie con la parte più
conservatrice dell’istituzione, non privo di lunghi periodi di stasi e
repressione, il movimento riuscì a portare il corpo alla riforma, alla
smilitarizzazione e a una parziale sindacalizzazione.
QUALI SONO STATI GLI OSTACOLI NELLA CRESCITA DEL SINDACALISMO NELLE FORZE DI
POLIZIA?
Il sindacalismo di polizia nacque già segnato dal divieto, stabilito dalla legge
di riforma del 1981, di legarsi direttamente alle grandi centrali sindacali che
avevano supportato gli agenti del movimento democratico. Si volle creare una
separazione sindacale, impedendo agli agenti di entrare e appartenere
direttamente alle organizzazioni degli altri lavoratori, per limitare in qualche
modo i fattori di crescita dal punto di vista politico e democratico. In parte
questo divieto venne aggirato creando collegamenti più o meno forti con CGIL,
CISL e UIL, ma nel lungo periodo hanno poi prevalso le tendenze autonome.
A DISTANZA DI QUARANT’ANNI DALLA RIFORMA COME APPARE IL SETTORE DEI SINDACATI DI
POLIZIA?
È occupato da una costellazione di sindacati in gran parte autonomi, quasi del
tutto privi dello spirito e della carica che aveva contraddistinto l’avvio del
processo di sindacalizzazione della polizia. Se invece guardiamo ai Carabinieri
e alla Guardia di finanza, non è possibile nemmeno parlare di sindacati, data la
natura associazionistica che hanno le sigle nate negli ultimi anni. Difatti per
i sindacati delle polizie militari e delle forze armate si è scelta, di recente,
una strada normativa ancora più chiusa e restrittiva. La separazione dai
sindacati degli altri lavoratori è totale.
OGGI NON APPARE LIMITANTE, DAVANTI ANCHE AI DIVERSI LIVELLI DI PROFESSIONALITÀ,
UNA LETTURA UNIVOCA E STEREOTIPATA DELLA COMPOSIZIONE DELLA PUBBLICA SICUREZZA
ANCORA DIFFUSA? INSOMMA NON È PIÙ SOLO IL FIGLIO DEL POVERO A PRESENTARE LA
DOMANDA D’INGRESSO IN POLIZIA.
Pur essendo notevolmente aumentata l’attrattiva sociale dei corpi di polizia,
rimane vero che i bacini di reclutamento sembrano sempre i soliti. Non parliamo
di poveri, ma l’impressione – i dati sul presente sono pochi – è comunque che
nei corpi finisca in netta prevalenza, almeno nella base, una grossa quantità di
persone che non ha avuto possibilità di accesso a studi superiori e, in
generale, a possibilità lavorative migliori. Non si spiegherebbe altrimenti la
netta prevalenza, in tutti i corpi, di uomini e donne di provenienza
meridionale. Nel volume ho citato le statistiche attuali dell’esercito, che sono
pubbliche e offrono un buon metro di paragone: oltre il 70% dei militari di
quella forza armata proviene dal Sud e dalle isole.
LA POLIZIA FEMMINILE FU CONCEPITA COME UN CORPO CIVILE SEPARATO, CON UN ORGANICO
DI POCO PIÙ DI 500 DONNE, DISTINTO SIA DAL RUOLO DEI FUNZIONARI CHE DALLA
COMPONENTE MILITARE DELLA POLIZIA, RAPPRESENTATA DAL CORPO DELLE GUARDIE DI
PUBBLICA SICUREZZA. DOPO LA RIFORMA E LA CREAZIONE DELLA POLIZIA DI STATO, LE
DONNE SONO STATE REALMENTE INSERITE ALL’INTERNO DELL’ISTITUZIONE CON LE STESSE
POSSIBILITÀ DI ACCESSO E DI CARRIERA DEGLI UOMINI?
Purtroppo a questa domanda dobbiamo ancora oggi rispondere con un netto no. Pur
essendo passati quarant’anni dalla riforma, le ricerche recenti sulla presenza
femminile nelle polizie – nel volume cito uno studio delle criminologhe Rossella
Selmini e Giulia Fabini – ci forniscono ancora una volta percentuali piuttosto
basse e nettamente al di sotto dei numeri che si registrano in molti Paesi
dell’Unione Europea. La Polizia di Stato è il corpo che presenta il tasso più
alto di presenza femminile, in ragione dei molti anni trascorsi dalla riforma,
ma si tratta ancora di una percentuale molto bassa. Carabinieri e Guardia di
finanza hanno iniziato a fare entrare le donne nei corpi a partire dal 2000 e le
percentuali sono tuttora irrisorie.
LEI RICORDA GIUSTAMENTE L’ALTISSIMO PREZZO DI SANGUE PAGATO DALLE MIGLIORI FORZE
DI POLIZIA NEL CONTRASTO ALLE MAFIE. PENSO A FIGURE COME NINNI CASSARÀ,
ASSASSINATO A COLPI DI KALASHNIKOV SULLE SCALE DI CASA, CHE CON LA SUA AZIONE
INVESTIGATIVA CONTRIBUÌ IN MODO DECISIVO ALLE CONDANNE DEL MAXIPROCESSO DI
PALERMO. COME HA CAMBIATO QUELLA STAGIONE LA PERCEZIONE GENERALE DELLE FORZE DI
POLIZIA NEL PAESE?
Si tratta di questioni che andrebbero indagate più a fondo, ma l’impressione è
che nel corso degli anni Novanta, proprio grazie alle battaglie antimafia e al
sacrificio personale di molti agenti, si fosse creato un certo consenso intorno
alla polizia. Da studioso posso solo aggiungere che anche quella stagione
andrebbe osservata e studiata in maniera critica, con un atteggiamento
possibilmente privo di intenti celebrativi.
NEI CASI DI ABUSI E VIOLENZE DA PARTE DELLE FORZE DELL’ORDINE, QUANTO ANCORA IL
SENSO D’APPARTENENZA VIENE CONFUSO CON L’OMERTÀ?
Non credo esistano forme “positive” di senso d’appartenenza o di spirito di
corpo, come sarebbe meglio dire parlando di polizie. Si tratta di meccanismi che
in passato venivano incentivati dalle istituzioni per creare una mentalità
collettiva, favorire una chiusura corporativa e incoraggiare un legame che
agisse da fattore di coesione proprio nei momenti più “difficili”. Oggi
determinati meccanismi sono più deboli, sono diverse le istituzioni, è cambiato
il Paese e spesso le persone che lavorano nelle polizie hanno molti più contatti
con la società rispetto al passato, pertanto determinate forme di spirito di
corpo sono meno presenti. Nonostante ciò, davanti ai casi di abuso degli ultimi
due decenni, si è assistito spesso a forme di chiusura corporativa, di malsana
solidarietà interna, talvolta favorite da alcune sigle sindacali.
LA CONCLUSIONE DISEGNA UNO SCENARIO COMPLESSO E NEGATIVO RISPETTO AL RUOLO DELLE
POLIZIE CHE NELLA LETTURA DEL LIBRO SONO CHIAMATE A INTERPRETARE UN RUOLO DI
“PULIZIA SOCIALE”. IL RAPPORTO DIRETTO CON LE MARGINALITÀ E POVERTÀ SOCIALI
SULLA STRADA NON DERIVA DALL’ASSENZA DI ALTRE RISPOSTE COME QUELLE DELLA
POLITICA?
Sì, è essenzialmente questo il problema, da parte politica si è scelto spesso di
rispondere in maniera muscolare e repressiva ai problemi sociali,
all’immigrazione, alla marginalità e alla povertà. In determinate questioni le
polizie sono usate ancora una volta come strumento per sopperire all’assenza di
un progetto politico e sociale, spesso mortificando anche la professionalità
degli stessi agenti. Tra l’altro, come ha ben evidenziato Enrico Gargiulo nei
suoi studi, accanto a questi provvedimenti repressivi, da parte politica si sono
perfezionati negli anni anche una serie di strumenti di esclusione di natura
amministrativa che vanno a colpire proprio le categorie più deboli.
NEL FRONTEGGIARE LE QUESTIONI SOCIALI L’IMMAGINE CHE APPARE DEI POLIZIOTTI È
QUELLA DEL PUNCHING BALL O VEDE UN RUOLO ATTIVO?
Sociologi e criminologi hanno già scritto e hanno uno sguardo più lucido sul
presente. Personalmente, da studioso di storia, posso solo azzardare delle
ipotesi. Sembra che nei vertici dei corpi abbia preso piede da tempo una visione
del lavoro di polizia legata alla performance e, come per altri settori, le
polizie tendano di conseguenza a soddisfare un committente, che in questo caso
può essere individuato nella politica di governo e nella parte di società che
rappresenta. Per questo motivo, senza dimenticare che le responsabilità maggiori
sono attribuibili alla politica, credo che anche le polizie stiano svolgendo un
ruolo attivo e consapevole in determinate scelte legate alla gestione della
sicurezza.
L'articolo Il braccio armato del potere proviene da Il Tascabile.
Q ualche anno fa ho scoperto che il mio bisnonno morì dopo un lungo ricovero, o
meglio dopo una lunghissima reclusione, presso l’istituto psichiatrico di
Cogoleto, all’epoca (gli anni Quaranta del secolo scorso) ancora manicomio sotto
il diretto controllo del ministero degli Interni e non della Sanità. Questa
storia mi ha ossessionato talmente tanto da avermi fatto entrare in possesso
della sua cartella clinica vecchia di più di ottant’anni nella quale sono
contenute tutte le informazioni sul suo ricovero, le lettere della moglie,
quelle di un suo caro amico, tanta burocrazia (eravamo in pieno regime
fascista), appunti medici oggi privi di ogni logica, considerazioni del
direttore dell’istituto, infine il telegramma con cui, dopo anni di
internamento, ne comunicavano il decesso in modo freddo e sbrigativo.
Rimettendo assieme i pezzi di quel puzzle ho scoperto che si trattò di una
storia di immigrazione finita male, come ne sono accadute tante, come ne
accadono anche oggi. Era andato a lavorare a Genova lasciando moglie e tre figli
piccoli a cinquecento chilometri di distanza, ebbe un grave incidente sul lavoro
e non venne mai pagato per l’infortunio né tanto meno per il lavoro svolto fino
a quel momento, decise di restare a Genova pur nell’indigenza per la paura di
non ricevere il dovuto, tutto ciò recandosi a protestare più e più volte al
cantiere fino a quando, non potendolo arrestare, lo fecero internare in
manicomio. Una volta lì, tra contenzione, botte, continue privazioni durate anni
probabilmente un po’ “matto” lo divenne davvero.
Dagli anni Quaranta del Novecento ai Venti del nostro secolo, le cose non sono
cambiate tanto. Il 28 novembre 2021 Wissem Abdel Latif, un ragazzo tunisino di
ventisei anni, muore a Roma nel corridoio dell’ospedale San Camillo dopo essere
stato lasciato per più di novanta ore legato a un letto, imbottito di
psicofarmaci e senza alcuna assistenza. Era in Italia da meno di un mese e
questo non era ciò che si aspettava di trovarci.
Quella di Wissem è una delle storie che Gianpaolo Contestabile ci racconta nel
suo Psicologia della resistenza. Di salute mentale, cambiamento e lotta (2024)
e lo fa ricostruendola nei minimi dettagli e passaggi, descrivendo quella che
lui stesso definisce come normalità: “la violenza estrema che ha subito Wissem
non è un errore, non è un incidente né un caso isolato ma è la normalità di un
sistema concentrazionario, razzista e autoritario nato con lo scopo di annullare
i diritti e la vita stessa delle persone in viaggio dai paesi più poveri.” Come
lo stesso autore ci dice, questa storia è esemplare perché presenta tutta la
catena delle istituzioni oppressive: dal ministero dell’Interno ai Servizi
psichiatrici di diagnosi e cura, dalla guardia costiera agli psicologi dei CPR
(Centri di Permanenza e Rimpatrio).
> La storia di Wissem Abdel Latif presenta tutta la catena delle istituzioni
> oppressive: dal ministero dell’Interno ai Servizi psichiatrici di diagnosi e
> cura, dalla guardia costiera agli psicologi dei CPR.
Per strada mi capita sempre più spesso di trovare gettati in terra blister di
alluminio vuoti, li rigiro con un colpetto di piede e la più parte delle volte
su quello sfondo argentato campeggia la scritta Rivotril. Si tratta di un
farmaco generalmente prescritto per l’epilessia.
È una benzodiazepina ma, nonostante questo accada con tante altre molecole della
stessa classe farmaceutica, è inusuale e non indicato per trattare problemi
psichiatrici e disturbi legati all’ansia. Il suo utilizzo medico è autorizzato
per il trattamento e la prevenzione di crisi epilettiche, da solo o in
associazione con altri farmaci qualora non bastasse e un altro suo utilizzo
off-label sfrutta le forti capacità miorilassanti (quasi al limite della
controindicazione) per patologie muscoloscheletriche gravi che non rispondono ad
altri trattamenti.
I miei incontri con i blister vuoti di Rivotril che trovo a terra aumentano di
intensità ogni volta che mi avvicino a zone in cui ci sono persone indigenti,
spesso extracomunitarie, costrette a vivere in strada. Mi sono chiesto quando
una molecola prima così poco nota nel mercato nero delle sostanze sia diventata
tanto conosciuta (a volte accade per coincidenza, altre per moda, a volte perché
citata in una canzone), ma in questo caso particolare la vedo ben presente e
diffusa solo in una certa fascia di popolazione. Leggendo il libro di
Contestabile ho trovato una risposta a questa mia domanda, venendo a conoscenza
del suo utilizzo, fatto con molta leggerezza e facilità di prescrizione, nei CPR
per ammansire fino a rendere quasi zombie privi di volontà le persone che vi
vengono recluse; la stessa facilità e le stesse ragioni con cui questa molecola
viene utilizzata anche nelle carceri italiane. È in questi luoghi di detenzione
e punizione che una certa fascia della popolazione è entrata in contatto con il
Rivotril e ha imparato a usarlo per non percepire più la propria insopportabile
esistenza.
Contestabile struttura il suo saggio in quattro blocchi suddivisi in capitoli:
il primo blocco è Della salute, il secondo Dello sfruttamento, il terzo Della
catastrofe, il quarto Della resistenza. Poi ci sono altri due grandi blocchi
contrapposti diffusi lungo tutto il testo: leggendolo andremo a ripercorrere la
storia e le storie che hanno fatto la psicanalisi occidentale – con degli
affondi molto belli sulla natura borghese della pratica psicoanalitica, sia
parlandoci di chi può permettersi di accedere a un percorso terapeutico, sia con
il racconto, spesso poco trattato, di un percorso di studi e di formazione che
non tutti possono permettersi, essendo molto lungo, dispendioso, costellato di
tirocini non retribuiti e di scuole private care e quasi sempre localizzate in
grandi città, con tutte le spese che comporta il viverci tra affitti alti e il
maggiore costo della vita rispetto alla provincia.
> Contestabile si augura una riconciliazione della frattura tra Freud e Marx e
> la sua ricetta per farlo passa dal riconoscimento del processo dialettico tra
> il nostro inconscio e la cultura.
Queste storie “occidentali” vengono poi paragonate con la storia dello sviluppo,
su una retta parallela, della psicologia nei Paesi socialisti: scrive
Contestabile che “il socialismo è stato l’habitat ideale per dare vita a una
nuova psicologia capace di liberarsi dai confini dell’individuo e capire la
connessione tra cultura, storia, corteccia cerebrale, coscienza, ambiente e
personalità”. Riconoscendo ovviamente le storture nate durante il regime
stalinista ‒ in cui tutto ciò che veniva da Occidente (in questo caso tutta la
pratica psicoanalitica sviluppatasi fino a quel momento) era visto come agente
della controrivoluzione e quindi inammissibile, dando vita a una dottrina
meccanicista che escludeva l’individuo ‒, Contestabile si augura una
riconciliazione della frattura tra Freud e Marx e la sua ricetta per farlo passa
dal riconoscimento del processo dialettico tra il nostro inconscio e la cultura,
alle modificazioni delle nostre reti neurali in funzione dell’ambiente, a come i
nostri disturbi mentali trasformano la società e le politiche economiche.
Ma non è un libro di storia della psicoanalisi, è una riflessione molto attenta
e puntuale sulle politiche della salute mentale, su come la psicoanalisi presti
il fianco al capitalismo e su come noi, e per noi qui si intende la comunità non
il singolo, possiamo (e dobbiamo) riappropriarcene per il benessere collettivo.
È un libro che ci parla di cura collettiva, delle varie pratiche di resistenza
sviluppatesi in contesti diversi, in cui il comune denominatore è sempre
l’oppressione esercitata dal sistema capitalista, dei paradossi che si generano
anche quando ci sono buone intenzioni (la grande ondata del rinascimento
psichedelico con la messa in pericolo delle piante maestre nei loro habitat
originali per esempio).
E qui apprendiamo che la salute mentale non può essere attribuita alle scelte
del singolo, non può passare dal tè verde biologico che beviamo al mattino,
dallo yoga fatto nel salotto di casa (se ne abbiamo uno), dalle pratiche di
meditazione: non può essere demandata all’individuo. Veniamo messi in guardia
dal pericolo di far diventare i disastri globali dei problemi personali da
affrontare in solitudine o peggio ancora da curare con la reclusione e i
farmaci.
Ci presenta il pensiero di menti illuminate nel campo: Ignacio Martín-Baró,
padre della psicologia della liberazione (quanto è bella l’idea della teologia
della liberazione per cui il regno dei cieli non deve essere una ricompensa
nell’aldilà ma va preteso ora?), Franco Basaglia, colui che fece la più
importante rivoluzione sociale mai avvenuta nel nostro Paese; ricostruisce la
storia personale di Che Guevara per introdurci alla rivoluzione e al bene
collettivo, ci fa conoscere la potenza del pensiero di Frantz Fanon per
l’autodeterminazione dei popoli oppressi, Mark Fisher e il realismo capitalista.
> È un libro che ci parla di pratiche di resistenza sviluppatesi in contesti
> diversi in cui il comune denominatore è sempre l’oppressione esercitata dal
> sistema capitalista, e dei paradossi che si generano anche quando ci sono
> buone intenzioni.
Contestabile lo fa con una capacità di divulgazione invidiabile, e se non
bastasse, per rendere il tutto più fruibile, ci sono analisi di film, serie TV e
anime inerenti i temi trattati, riletti in chiave psicoanalitica, probabilmente
la chiave di lettura più utilizzata per il cinema ma non per questo meno utile
allo scopo dell’autore: divulgare, fare conoscere, spiegarci le cose con un
linguaggio che ci accompagna tenendoci per mano lungo il percorso, anche
attraverso elementi della cultura pop quando necessario.
Avrà anche dei difetti questo volume? Sì, quello che spesso hanno i testi che
trattano certi temi: sono libri che parlano a persone che hanno già una certa
idea di società e questo è un peccato perché così si depotenzia il loro effetto
sulla realtà. È difficile che qualcuno entri in libreria e acquisti questo libro
se non ha già la stessa visione dell’autore: la copertina con un’immagine che
tanto ricorda l’estetica usata spesso anche nella comunicazione delle
manifestazioni e i colori rosso/nero dell’anarchia, tutto chiama a sé un certo
tipo di lettore, lasciando fuori dal dibattito coloro sui quali potrebbe e
dovrebbe essere davvero illuminante. Il mio augurio è che venga adottato come
libro di testo in qualche corso universitario, o perché no, anche consigliato da
qualche bravo professore a scuola.
In chiusura l’autore tesse una proposta ricongiungendo tutti i fili dei discorsi
fatti nei capitoli precedenti e tutto ritorna perfettamente, tutto ci porta a
una conclusione indiscutibile: “La resistenza è terapeutica”.
L'articolo Psicologia della resistenza di Gianpaolo Contestabile proviene da Il
Tascabile.
S i vive in tanti modi, si muore in tanti modi. Dare forma alla propria fine è
un modo per ricomporre la forma della propria vita, e per consentire a chi resta
di ereditarla senza sfigurarla. Non è da tutti: ci vuole del talento, e il dono
del tempo necessario per poterlo fare. Mario Tronti, uno degli intellettuali
comunisti più originali e influenti del Novecento italiano ed europeo, è morto
il 7 agosto 2023 a novantadue anni, dopo una malattia abbastanza veloce da
sottrarcelo senza che noi – le sue “amicizie politiche”, come gli piaceva
chiamarci – ce ne rendessimo conto, ma abbastanza lunga da fargli licenziare il
libro a cui stava lavorando. “Questo è pronto”, aveva detto consegnandolo a sua
figlia Antonia pochi giorni prima di andarsene. Il testo è ora in libreria per
il Saggiatore, a cura di Giulia Dettori, titolo (hegeliano) Il proprio tempo
appreso col pensiero, sottotitolo (scarno) “libro politico postumo”. La
copertina bianca con sopra il tronco di un albero rosso riproduce la ginestra
essiccata che Tronti aveva fatto verniciare nel giardino della sua casa di
Ferentillo dove si rifugiava a scrivere, ma funziona anche come citazione
cromatica del quadro di El Lissitzky del 1920 sulla rivoluzione bolscevica,
Spezza i Bianchi col cuneo rosso, di cui Tronti teneva sempre una copia bene in
vista sulla scrivania e che ricorre anche in quest’ultimo scritto.
1.
Si tratta di un testo intenzionalmente, non accidentalmente, postumo, come prova
un appunto dell’agosto 2021, risalente a ben prima della malattia, ritrovato per
caso in uno dei tanti quaderni su cui Tronti annotava di tutto e posto ora in
esergo al testo: “Un libro volutamente postumo, lasciato forse non finito.
Scrivo non alcune pagine, ma alcune righe al giorno, e non tutti i giorni… un
distillato di pensiero”. Un lascito ereditario dunque, affidato
performativamente a un testo che (anche) sul tema dell’eredità ruota. L’eredità
del Novecento nel secolo successivo che ne è un rovesciamento, l’eredità della
politica moderna nell’epoca dell’antipolitica postmoderna, l’eredità del
Movimento operaio nel tempo della sua sconfitta certificata. La postura è quella
dell’angelo di Benjamin, con lo sguardo su un panorama di rovine e il futuro
alle spalle: “Il passato in generale, e il passato novecentesco in particolare,
sta davanti a noi come una città morta che il tempo ha devastato. Ma le rovine
sono a cielo aperto. Nascoste sotto i detriti vivono dimenticati tesori di
civiltà”.
Di fronte a questo deposito archeologico, e contro “il vuoto di memoria voluto e
coltivato” dai “cattivi eredi” del movimento operaio che ne hanno dissipato il
lascito, la memoria diventa una “risorsa antagonistica” strategica, il conflitto
sull’interpretazione del passato diventa un conflitto sul presente, la decisione
sull’eredità – su che cosa della tradizione merita di rivivere, e come – diventa
una decisione politica. Alla rilevanza per il presente di questa triangolazione
fra storia, memoria e tradizione Tronti ci aveva già abituati, con il “pensiero
della fine” – fine del Novecento, finis Europae, fine della politica moderna,
fine del conflitto di classe – che ha caratterizzato l’ultimo trentennio della
sua produzione. Ma nel libro-testamento c’è un salto di tono e di umore. Se in
precedenza la scrittura trontiana aveva il timbro di una pratica di elaborazione
del lutto, adesso il lavoro del lutto è finito. “Le illusioni sono tutte
consumate, i rischiaramenti tutti esauriti, le volontà abbattute, le velleità
tutte ridicolizzate”: si può e si deve ricominciare da capo. “Dalla critica di
tutto ciò che c’è”, perché nel conformismo pervasivo che connota lo spirito del
nostro tempo è in primo luogo l’attitudine alla critica che è andata perduta:
“Siamo in una condizione pre-marxiana”, dentro un contesto dominato da un
dispositivo accelerato di innovazione reazionaria. Perciò, “mordere nuovamente
bisogna. Con passaggi inediti, e strumenti sorprendenti, e strappi nella
tradizione teorica, e ricongiungimenti con la tradizione storica”.
> Colpendo al cuore il discorso pubblico dominante, di destra e di sinistra,
> Tronti approda a una critica affilata della “democrazia reale” che dopo la
> guerra fredda si è imposta come il regime politico vincente e come l’unico
> desiderabile.
Questo libro infatti morde in profondità, colpendo al cuore il discorso pubblico
dominante, di destra e di sinistra, con una interpretazione in controtendenza
della fase storica e politica che va dal 1989 ai giorni nostri, interpretazione
che a sua volta riverbera sulla lettura dell’intero Novecento approdando a una
critica affilata della “democrazia reale” che dopo la guerra fredda si è imposta
come il regime politico vincente e come l’unico desiderabile. Basterebbero i due
imperativi programmatici posti al centro del volume – “liberare la rivoluzione
dal socialismo” e “liberare la libertà dalla democrazia” – per far trasalire
tutto quel novero di uomini e donne “catturati dai lustri del Palazzo e dai
meriti dell’Accademia”, nonché dalle luci del palcoscenico mediatico, nei quali
Tronti vede i principali responsabili del “lento graduale processo di
imborghesimento dei ceti politici e intellettuali” del nostro Paese. Ma prima di
addentrarsi nei contenuti del libro è bene fermarsi ancora un momento sul
significato che questo lascito testamentario “volutamente postumo” assume a
conclusione della traiettoria teorica e politica dell’autore.
2.
Mario Tronti è da decenni consacrato in Italia e nel mondo, ed è stato ricordato
nel momento della morte anche dall’informazione mainstream, come il padre
dell’operaismo italiano. Inscindibilmente legata alla sua opera più famosa,
Operai e capitale (Einaudi 1966), alla scossa antistoricista e antidogmatica che
quel testo provocò nel marxismo italiano di allora, alla risonanza da cult-book
che ebbe nel contesto delle lotte operaie degli anni Sessanta e del movimento
del Sessantotto, questa definizione è incontrovertibile. E tuttavia non
dev’essere considerata esaustiva dell’intero percorso di Tronti, soprattutto se
finisce con l’oscurarne l’ultima stagione, incentrata sulla critica della
democrazia politica, cui egli attribuiva la stessa intenzionalità sovversiva
della prima, incentrata sulla critica dell’economia politica. Tronti stesso del
resto, in una concisa e autoironica autobiografia filosofica scritta nel 2008
per Bompiani (poi in Dall’estremo possibile, a cura di Pasquale Serra, Futura
2011) avvertiva il rischio di poter restare “quasi imprigionato” nell’icona del
leader teorico dell’operaismo (“Un consiglio: mai scrivere un libro di successo
da giovani. Si rimane per tutta la vita quella cosa lì”, scrisse in un’altra
circostanza).
Sia chiaro: non si tratta di disconoscere la matrice operaista del percorso di
Tronti, né di derubricarne la portata. Basta leggere uno dei suoi testi più
intensi, Noi operaisti (introduzione al volume su L’operaismo degli anni
Sessanta, 2008), per capire quanto l’esperienza di Quaderni Rossi e Classe
operaia, le due riviste-laboratorio dell’operaismo in cui maturò anche la
stesura di Operai e capitale, abbia segnato per sempre la sua postura
esistenziale e intellettuale, cristallizzandosi in uno “stile” inconfondibile:
“dal modo di scrivere, battente come il ritmo della fabbrica, al modo di
pensare, fuori dalla norma, in una sorta di stato d’eccezione intellettuale
permanente” (“Fuori norma. Lo stile operaista”, il manifesto, 20 giugno 2006).
Nemmeno si tratta, come pure è stato fatto insistentemente, di giocare una
contro l’altra le diverse stagioni del percorso trontiano, soprattutto la
seconda, quella incentrata sull’autonomia del politico, contro la prima, quella
operaista. Più volte Tronti ha rivendicato l’intima coerenza di un itinerario
che mantiene fermi alcuni punti di metodo e di merito – il punto di vista di
parte, la critica radicale dell’esistente, l’intreccio originale fra marxismo
antidogmatico, tradizione politica moderna, cultura della crisi, teologia
politica – modificando di volta in volta il campo dell’analisi e l’oggetto della
messa a fuoco, in stretto rapporto con le domande poste dal contesto
storico-politico.
A volerla ripercorrere in estrema sintesi, l’analisi trontiana si concentra sul
rapporto fra capitale e classe nella fase operaista, calata nelle lotte di
fabbrica degli anni Sessanta; si sposta sulla sfera politica all’inizio degli
anni Settanta, quando Tronti avverte che il conflitto anticapitalistico deve
varcare i confini della fabbrica e assumere il politico come campo d’iniziativa
autonomo dall’economico e dal sociale (Sull’autonomia del politico, Feltrinelli
1972); ingaggia di conseguenza, durante i venti anni d’insegnamento
all’università di Siena, un corpo a corpo con i classici del pensiero politico
moderno, da Machiavelli a Nietzsche passando per un blasfemo accostamento fra
Marx e Schmitt (Hegel politico, Istituto dell’Enciclopedia italiana, 1975; Il
tempo della politica, Editori riuniti 1980; Il politico, Feltrinelli 1979-1982).
Si sporge oltre i bordi della tradizione politica moderna, verso il pensiero
teologico e mistico, quando il cambio di stagione annunciato dalle
trasformazioni del capitalismo degli anni Ottanta domanda l’elaborazione di un
nuovo paradigma antropologico-politico (Con le spalle al futuro, Editori riuniti
1992). E si concentra nell’ultima stagione, quella già citata del “pensiero
della fine”, sulla critica della democrazia, sullo statuto della libertà e sul
rilancio del criterio del politico in tempi di antipolitica (La politica al
tramonto, Einaudi 1998; Dello spirito libero, Il Saggiatore 2015; Il popolo
perduto, con Andrea Bianchi, Nutrimenti 2019). Fra un passaggio e l’altro,
costante rimane il rapporto insieme problematico e inossidabile con il PCI
(Partito Comunista Italiano, e poi con il PDS-DS, Partito Democratico della
Sinistra – Democratici di Sinistra), e incessante la frequentazione di reti di
elaborazione collettiva come la rivista Laboratorio politico negli anni Ottanta,
l’eremo camaldolese di Montegiove e la rivista Bailamme fra anni Ottanta e
Novanta, il Centro studi per la riforma dello Stato di cui Tronti è stato
presidente dal 2004 al 2015.
> Tronti invita a confrontarsi con la critica, “urgente e incomunicabile”, per
> non dire blasfema, della religione democratica, nell’epoca in cui su di essa a
> tutti, e a tutte, viene richiesto ogni giorno un giuramento di fede, quando
> non un arruolamento armato.
Chi volesse approcciare per la prima volta e nella sua interezza questo percorso
dispone oggi, oltre che della monografia su Tronti di Franco Milanesi (Nel
Novecento, Mimesis 2014), dell’ottima antologia dei principali testi trontiani
uscita nel 2017 per il Mulino con il titolo Il demone della politica e curata da
Matteo Cavalleri, Michele Filippini e Jamila Mascat, tre dei giovani studiosi di
cui Tronti amava circondarsi negli ultimi vent’anni, in grado di ereditarne il
lascito anche “per cesura” generazionale, come essi stessi scrivono e com’è
giusto che sia. E chi volesse addentrarsi nell’annoso ma sempre vivo dibattito
sul rapporto fra il Tronti operaista e il Tronti pensatore del politico dispone
altresì del piccolo e prezioso Anatomia del politico (Quodlibet 2022, anch’esso
curato da Jamila Mascat), che raccoglie un dibattito parigino del 2019 fra
Tronti, Étienne Balibar e Toni Negri precisamente sulla “tensione tra la
continuità del punto di vista e la discontinuità dei punti di svolta”, come
scrive Mascat, dell’itinerario trontiano. Vi si rintracciano tra l’altro,
attualizzati, tutti i motivi della divaricazione delle due traiettorie di Tronti
e Negri rispetto alla comune matrice operaista, nonché, avanzate da Balibar,
alcune obiezioni che dalla prospettiva dei teorici della democrazia radicale
possono essere rivolte alla prospettiva trontiana di critica radicale della
democrazia.
Ma per tornare al libro postumo, ecco come qui lo stesso Tronti chiude la
questione della coerenza della sua traiettoria: “E comunque si sappia che tutto
questo accidentato percorso di matta e disperatissima ricerca ‒ operaismo,
autonomia del politico, teologia politica, spiritualità e politica, grande
pensiero conservatore, urlo di profezia, concretezza di utopia e perfino
monachesimo combattente – ha in sé un filo che lega i passaggi, gli
attraversamenti, tutti mirati a un al di là rispetto a questo tipo di mondo, a
questo tipo di vita. Dietro, a fondamento, il punto di vista di parte,
conquistato una volta per tutte, in giovane età”. Ed è vero che la tonalità
battente di questo ultimo testo e la sua mira polemica contro “il senso comune
intellettuale di massa” riportano, come in una magica chiusura del cerchio della
vita, al “primo” Tronti. Tuttavia non è un caso che il cerchio si chiuda su
questo testo, che porta a sintesi e coronamento “l’ultimo” Tronti, e non su un
altro. Come se nel momento della fine “il pensatore politico, anzi il politico
pensante”, come Tronti era solito definirsi per sottolineare la vocazione
militante del suo lavoro filosofico, ci invitasse a non rinchiuderlo nella
galleria dei classici, dove un posto post-mortem non si nega a nessuno, nemmeno
al padre fondatore di una tradizione sovversiva come l’operaismo, ma a
confrontarci con il suo messaggio più urticante per il presente e fin qui non
abbastanza recepito, con il “passaggio più difficile, aspro, respingente,
improponibile”, della sua ricerca: la critica, “urgente e incomunicabile”, per
non dire blasfema, della religione democratica, nell’epoca in cui su di essa a
tutti, e a tutte, viene richiesto ogni giorno un giuramento di fede, quando non
un arruolamento armato.
3.
Il progetto intitolato “Per la critica della democrazia politica”, parafrasi e
complemento della marxiana critica dell’economia politica, venne lanciato da
Tronti – ne sono testimone diretta – in un seminario alla Certosa di Pontignano
del 1988, quando gli eventi del 1989-91 non erano né previsti né prevedibili, ma
il XVIII Congresso aveva già innescato nella cultura del PCI la sostituzione
dell’“orizzonte del comunismo”, come lo chiamava Cesare Luporini, con
l’orizzonte liberaldemocratico, sostituzione che diventerà esplicita e
programmatica con la svolta della Bolognina all’indomani del crollo del Muro di
Berlino. Da allora la critica della democrazia reale non ha più smesso di
contrassegnare la produzione trontiana: compare già in Con le spalle al futuro,
viene messa a tema in due saggi del 2001 e del 2005 entrambi intitolati per
l’appunto Per la critica della democrazia politica, si fa più affilata nelle
Tesi su Benjamin che concludono La politica al tramonto, ricompare in Dello
spirito libero, si cala nel vivo della crisi della sinistra e dell’emergenza
populista ne Il popolo perduto. Fin dall’inizio si intreccia con la
reinterpretazione storica del Novecento, mette in tensione filosoficamente la
tradizione del pensiero liberale con quella democratica, e nel corso del tempo
si confronta con la cronaca della crisi estenuante ed estenuata delle democrazie
contemporanee. Soprattutto, e a differenza dei molti altri discorsi sullo stato
delle democrazie occidentali, non guarda solo né tanto al disfunzionamento dei
sistemi politici e istituzionali: va, a monte, alla radice del paradigma
democratico, mettendo sotto analisi le sue aporie costitutive; e insiste, a
valle, sulla crisi antropologica che attacca lo stato di salute del demos ancor
più di quanto non appaia compromesso quello del kratos. Questo stesso impianto
analitico ritorna nel libro-testamento, ma supportato da una diagnosi più
stringente dei processi storici che ne radicalizza la prognosi politica.
4.
Il punto di partenza è la data spartiacque del 1989-91, il “biennio bianco” come
lo chiama Tronti riprendendo il titolo del suo intervento a un convegno del CRS
(Centro per la Riforma dello Stato) sul trentennale della caduta del Muro. Il
nome, in evidente contrapposizione con il “biennio rosso” operaio del 1919-20,
dice la cosa. Celebrati dalla narrativa neoliberale dominante, di destra e di
sinistra, come l’inizio di un’era di libertà, progresso economico e ordine
mondiale, l’abbattimento del Muro e il crollo dell’Unione Sovietica – il secondo
per Tronti più importante del primo, per implicazioni e conseguenze storiche e
geopolitiche – sono stati in realtà il sigillo di un’età di restaurazione. Più
precisamente, il coronamento definitivo del “ritorno all’ordine” decretato dalla
Trilateral già nel 1973 contro il “disordine” sociale degli anni
Sessanta-Settanta, e portata avanti già durante gli anni Ottanta dalla
ristrutturazione postindustriale del capitalismo e dalla razionalità
neoliberale, unite nel demolire le condizioni di esistenza del conflitto di
classe.
> Celebrati dalla narrativa neoliberale dominante, di destra e di sinistra, come
> l’inizio di un’era di libertà, progresso economico e ordine mondiale,
> l’abbattimento del Muro e il crollo dell’Unione Sovietica sono stati in realtà
> il sigillo di un’età di restaurazione.
Il 1989-91 completa l’opera, con una tragica ambivalenza che la versione dei
vincitori traduce in una marcia trionfale. Il crollo del Muro sancisce sì la
liberazione dall’oppressione totalitaria dei regimi dell’Est, ma con la libertà
degli individui scatena anche quella degli “spiriti animali” del capitalismo che
quei regimi “avevano malamente trattenuto”. Il collasso dell’Unione Sovietica
mette sì la parola fine a un esperimento fallito, ma con la fine di
quell’esperimento viene decretata anche la fine tout court del conflitto fra
capitalismo e socialismo. Abbattuta la carica simbolica del suo Altro, scrive
Tronti, resta in campo solo la potenza indiscussa del capitalismo reale – ma qui
si potrebbe dire, con Jacques Lacan, il Reale del capitalismo, o con Mark Fisher
il “realismo capitalista” –, senza più nemmeno la pensabilità di un’alternativa
di sistema.
Non avere tenuto aperta questa pensabilità è l’imperdonabile colpa che Tronti
attribuisce alla sinistra post-1989, italiana ed europea. Il “biennio bianco”
segna una rottura in senso proprio catastrofica del corso della storia, che
andava pensata come tale e contrastata con un contrattacco, e che invece i
cattivi eredi del Movimento operaio hanno interpretato come una tappa evolutiva
verso il meglio, accodandosi alla narrativa dominante e attaccandosi alla tara
storicista e progressista della propria cultura. Nessuna lettura critica della
fine della guerra fredda da parte degli sconfitti, nessun laboratorio
paragonabile alla Vienna o alla Weimar del primo dopoguerra. Nessuna analisi del
perché e per come “un miracolo cominciato con il ‘che fare?’ di Lenin sia giunto
alla fine con le sbronze di Eltsin” senza riuscire a mettere al mondo “l’uomo
nuovo”, ovvero un’antropologia politica alternativa a quella della società
capitalistica. E dunque, nessun tentativo di salvare l’assalto al cielo del 1917
dai misfatti dello stalinismo e dall’esito fallimentare del socialismo reale
(“Quei regimi meritavano di cadere? Sì. Quell’esperimento meritava di morire?
No”). Nell’“agghiacciante silenzio dei perdenti” la narrativa messianica dei
vincitori – modernizzazione, globalizzazione e democrazia come unico regime
politico legittimo e desiderabile, da esportare con le buone o con le cattive –
diventa l’unico paradigma in campo. “I postcomunisti ne rimasero abbagliati,
come il gatto che di notte si ferma davanti ai fari dell’auto in corsa”.
Da quell’abbaglio, le sinistre europee non si sono mai più riprese; e basta
pensare alla loro sostanziale indistinguibilità dal fronte di centrodestra nella
gestione europea della guerra d’Ucraina per capire quanto pesi tuttora nella
loro cultura politica un difetto d’analisi del 1989-91 e dei suoi effetti di
lungo periodo. Ma è la vicenda del principale partito della sinistra italiana,
con quel progressivo slittamento dall’aggettivo “comunista” all’aggettivo
“democratico” senza più neanche il sostantivo “sinistra”, a restare la più
emblematica su scala continentale di quello che dopo il 1989-91 non fu affatto
il “nuovo inizio” allora predicato, bensì “un cupio dissolvi” e “una resa senza
condizioni”. Per uno come Tronti, che del PCI-PDS è stato un iscritto fedele
ancorché eterodosso per quaranta anni, e che del PD è stato senatore sia pure
indipendente dal 2013 al 2018, si tratta di un giudizio forse tardivo, ma
definitivo e senza appello.
5.
Ma non è solo dal punto di vista delle sorti della sinistra che con il 1989-91
“i conti non sono stati fatti”: il “biennio bianco” riverbera all’indietro,
sulla lettura complessiva del Novecento, e in avanti, sulla lettura complessiva
del presente. È una tesi nota e discussa di Tronti, fin da La politica al
tramonto, che la fine dell’assetto bipolare del mondo chiuda l’epoca della
“grande politica” basata sul criterio amico/nemico, di cui la guerra fredda e il
conflitto di classe sarebbero state l’ultima e civilizzata forma, e apra
un’epoca di spoliticizzazione di massa sotto le insegne della democrazia. Nuova
è invece in quest’ultimo libro l’analisi delle variazioni che il criterio
dell’amico/nemico subisce fra la Prima e la Seconda guerra mondiale, con effetti
che si prolungano per tutta la guerra fredda e arrivano ai giorni nostri.
> La contrapposizione fra democrazia e totalitarismo trapassa intatta dalla
> Seconda guerra mondiale alla guerra fredda, con la conseguenza nefasta
> dell’equiparazione fra il totalitarismo nazista e quello comunista, che furono
> invece contrapposti, per origini e fini. E rimane operativa anche dopo la fine
> della guerra fredda, quando viene riattivata nella sequenza di guerre
> “giuste”.
È con la Seconda guerra mondiale che alle motivazioni militaristiche
tradizionali dei conflitti armati subentra il paradigma di ascendenze medievali
della guerra giusta e moralmente giustificata contro un nemico identificato come
il male assoluto. Non poteva che essere così, ed era giusto che fosse così,
sottolinea Tronti, contro il nazismo che combatteva a sua volta in nome della
superiorità della razza ariana: “Nasce sui cruenti campi di battaglia la
contrapposizione ideale fra democrazia e totalitarismo che segnerà la seconda
metà del Novecento”. E “il Movimento operaio degli anni Trenta fece la scelta
giusta, irreversibile, di schierarsi dalla parte della democrazie”, mettendo fra
parentesi il conflitto di classe per dare la priorità ai fronti popolari
antifascisti; la guerra civile spagnola e la Resistenza italiana restano nella
loro drammaticità scuole ineguagliate di formazione di un’intera generazione.
Senonché “Qual è il problema? Il problema è che quella parentesi non si è più
chiusa”. Lo schema di gioco della contrapposizione fra democrazia e
totalitarismo trapassa intatto dalla Seconda guerra mondiale alla guerra fredda,
con la conseguenza nefasta dell’equiparazione fra il totalitarismo nazista e
quello comunista, che furono invece radicalmente diversi, anzi contrapposti, per
origini e fini. E rimane operativo anche dopo la fine della guerra fredda,
quando viene periodicamente riattivato nella sequenza di guerre “giuste”
condotte in nome della democrazia contro nemici di varia natura, dai terroristi
ai dittatori agli autocrati, ogni volta rappresentati come il male assoluto e
ogni volta paragonati, non a caso, a Hitler. La risposta del fronte atlantista
all’invasione russa dell’Ucraina (sulla quale Tronti si esprime più ampiamente
nella bella intervista con Andrea Ampollini che chiude la recente riedizione
DeriveApprodi di La politica al tramonto) è l’ultimo esempio di questa sequenza.
Non solo. Nel corso dei decenni il conflitto democrazia/totalitarismo ha finito
con l’oscurare, anzi con l’eclissare, il conflitto di classe. “Si guardi a
quanto è facile oggi essere antifascisti, quanto difficile essere
anticapitalisti”. Si potrebbe obiettare, e molti di sicuro obietteranno, che
oggi, di fronte alla nuova “internazionale nera” che va stringendo in una
tenaglia le due sponde dell’Atlantico, essere antifascisti torna a essere un
esercizio tutt’altro che facile oltre che necessario. Ma proprio la difficoltà
di assegnare automaticamente alla categoria storica del fascismo le nuove
destre, figlie dell’epoca neoliberale e contraddittoriamente intessute di
reazione tradizionalista e innovazione capitalista, di gerarchismo e
libertarismo, di protezionismo antiglobale e liberismo sfrenato, dimostra che
oggi come e più di un secolo fa l’antifascismo senza analisi e critica del
capitalismo rischia di essere una postura tanto nobile quanto insufficiente.
Un’altra sveglia che suona, o dovrebbe, per una sinistra di cui il capitalismo è
diventato, come denunciava Slavoj Žižek già svariati anni fa, il “fantasma
fondamentale”, rimosso e innominabile.
6.
Dunque che cosa resta, un secolo dopo, della contrapposizione frontale fra
democrazia e totalitarismo che ha plasmato il discorso teorico e orientato le
politiche e la geopolitica novecenteschi, e che tuttora si ripresenta nel
dibattito pubblico nella forma della contrapposizione fra democrazia e
autocrazia? La categoria apparentemente ossimorica di “totalitarismo
democratico” cui Tronti approda nel libro-testamento – ma che compare già nel
primo dei due già citati saggi Per la critica della democrazia politica, e
ricompare nella produzione successiva – dice che quella contrapposizione non
funziona più o non è più così frontale, e suggerisce di ripensare entrambi i
termini che la compongono, nelle differenze che li distinguono ma anche nelle
segrete affinità che li accomunano, o nelle porosità che rendono possibile lo
slittamento dall’uno all’altro. Tronti definisce il totalitarismo come “un
sistema chiuso, internamente totalizzante, che mira a introiettare la funzione
del potere nelle singole soggettività”, uniformando e massificando la coscienza
individuale attraverso un forte apparato ideologico e l’uso dall’alto di mezzi
di formazione di un consenso fideistico. Totalitario, attenzione, non è sinonimo
di autoritario: che i due totalitarismi novecenteschi si siano avvalsi di metodi
e forme di governo autoritari non esclude che la vocazione o la deriva
totalitaria di un sistema politico possano presentarsi senza supporto
autoritario o repressivo, o con un supporto autoritario debole infiltrato nella
centralizzazione e verticalizzazione delle forme di esercizio del potere. Che è
precisamente quello che sta accadendo nelle democrazie contemporanee. Dove la
massificazione procede grazie alla “conta quantitativa dell’individuo senza
qualità” e all’omologazione delle forme di vita, “la dittatura non è imposta con
la violenza ma introdotta con il messaggio”, e “la servitù volontaria prende il
posto della proibizione imposta”.
Non si tratta per Tronti, si badi, solo dell’effetto contingente delle note
tendenze degenerative dei sistemi democratici contemporanei (torsione
maggioritaria, presidenzialismo, uso manipolativo dei mass media), bensì di una
deriva inerente allo statuto del modello democratico, contrassegnato ab origine
da una matrice identitaria che annoda demos e kratos e non sopporta il taglio
conflittuale della differenza (e infatti lo assorbe costantemente in un
differenzialismo inclusivo che si ribalta sempre in pluralismo identitario). A
questa deriva totalitaria originaria – che spiega fra l’altro il rispecchiamento
fra popolo e leader tipico dei populismi contemporanei – se ne aggiunge al
compimento della parabola democratica un’altra, che è la controfaccia del
trionfo planetario conseguito dalla democrazia dopo il 1989-91, un trionfo che
consacrandola come destino universale senza alternative ne alimenta perciò
stesso la pretesa totalizzante.
7.
Ma se queste derive totalitarie sono vere, e se il totalitarismo è nemico della
libertà, occorre spezzare il nesso automatico e scontato che tanto nella teoria
quanto nel senso comune lega democrazia e libertà. Non si tratta solo, sul piano
politico, di prendere atto che nelle democrazie contemporanee, tutte
attraversate dai processi di massificazione della società e di verticalizzazione
e personalizzazione del potere di cui sopra, “la libertà non viene negata ma
raggirata” e il suo esercizio “diventa sempre più formale”. Si tratta anche di
prendere atto sul piano teorico che la democrazia può divaricare dal liberalismo
e rivelarsi invece compatibile con il totalitarismo. Accade all’esito di un
processo storico e concettuale che per un verso ha annodato libertà politica e
libertà economica fino a sovrapporle, per l’altro verso ha creduto di presidiare
la libertà politica agganciandola a un sistema di diritti e garanzie giuridiche
che finisce con l’essere complice di un individualismo esasperato e
spoliticizzato. E accade all’esito di un gigantesco equivoco, anche questo
teorico e politico, che equiparando autorità e autoritarismo ha messo in
contrapposizione libertà e autorità.
> Nel corso dei decenni il conflitto democrazia/totalitarismo ha finito con
> l’oscurare, anzi con l’eclissare, il conflitto di classe: “Si guardi a quanto
> è facile oggi essere antifascisti, quanto difficile essere anticapitalisti”.
Fra libertà e autorità – qui è esplicito il debito di Tronti con il laboratorio
teorico-politico del femminismo della differenza – va riattivato invece un
circolo positivo, perché la libertà è correlata al riconoscimento spontaneo
della valenza simbolica dell’autorità e ne è potenziata. E viceversa,
l’autoritarismo spunta proprio nei sistemi politici caratterizzati da un potere
privo di autorità: una condizione, quest’ultima, che accomuna la parabola
fallimentare del socialismo reale, dove l’esperimento rivoluzionario non ha
generato una classe dirigente alla sua altezza, e la crisi terminale delle
democrazie reali, dove il deficit d’autorità della politica sta alla radice
dell’antipolitica e del populismo. Ne consegue un duplice compito, concettuale e
pratico. Per un verso l’autorità va riformulata in positivo contro la sua
identificazione corrente con l’autoritarismo, e “la distinzione fra potere e
autorità acquista una portata strategica”. Per l’altro verso la libertà va
riformulata come autonomia di pensiero contro il conformismo dilagante e come
libertà affermativa, politica e relazionale contro la sua concezione
individualistica e impolitica corrente. Repressa dai totalitarismi, impensata o
subordinata all’eguaglianza dal marxismo, ridotta a libertà negativa dal
liberalismo, a libertà di mercato dal neoliberalismo, a catalogo di diritti dal
costituzionalismo, la libertà è il problema che il Novecento ci consegna aperto,
e oggi più che mai domanda, come diceva Hannah Arendt, di essere rimessa al
mondo.
8.
Al fondo, ciò che muove la critica trontiana della democrazia non è solo la
constatazione che le democrazie contemporanee mostrano una crescente incapacità
di governare crisi sistemiche ricorrenti (economiche, ecologiche, pandemiche,
belliche), ma soprattutto la duplice convinzione che la base quantitativa e
contabile del paradigma democratico è strutturalmente convergente con la logica
capitalistica della merce, e che la democrazia reale si è rivelata “la forma
politica finora meglio riuscita di neutralizzazione e spoliticizzazione del
conflitto sociale”. Quest’ultima tesi è correlata al punto forse più contestato
– anche dalla sottoscritta – dell’ultimo Tronti, la sua svalutazione del
Sessantotto come una stagione solo illusoriamente rivoluzionaria, di fatto
riassorbita dai processi di modernizzazione capitalistica e di inclusione
democratica. È vero che nel ragionamento trontiano la denuncia della deriva
spoliticizzante della democrazia fa velo alla comprensione dei processi di
politicizzazione – non solo della sfera produttiva ma di quella riproduttiva, e
della vita intera – che dal Sessantotto e dal femminismo in poi i movimenti
sociali non cessano di innescare, scuotendo il teatro democratico e invadendolo
con forme di soggettivazione irriducibili alla sua contabilità individualistica,
alla sua grammatica dei diritti, alla sua sintassi rappresentativa. Ma è anche
vero che il problema dell’effettiva capacità di rottura antisistemica di queste
insorgenze è un punto irrisolto in tutta la teoria politica critica
contemporanea, da quella marxista e moltitudinaria di Toni Negri e Michael Hardt
a quella postmarxista e populista di Ernesto Laclau.
Lascio aperto questo punto – peraltro a mio avviso indecidibile solo in punta di
teoria – per fare un’ultima considerazione. Tronti ha sempre presentato la sua
critica della democrazia come una postazione teorica priva di implicazioni
pratiche contro la democrazia. “Si può fare oggi critica della democrazia
politica accettando, difendendo, sviluppando, riformando i sistemi politici
democratici”, aveva scritto qualche anno fa (Dello spirito libero, p. 183)
rivendicando, come altre volte, lo scarto fra teoria e pratica che spesso gli è
stato contestato. Quella trontiana è dunque soprattutto una sfida per la
pensabilità e l’immaginazione di un’altra forma di vita e di regime politico,
contro le pretese universali e totalizzanti della religione democratica. Questa
sfida deve partire dalla presa d’atto che il paradigma democratico è ormai
realizzato e compiuto, che la sua crisi non dipende dalle sue promesse mancate,
come sosteneva Norberto Bobbio già mezzo secolo fa, ma dalle sue premesse
realizzate, e che dunque “è scaduto il termine per un uso diverso del concetto”
(ibidem) e si sono ristretti i margini per riformarne gli esiti storici.
9.
Rispetto a quando, un anno e mezzo fa, Mario Tronti ha licenziato il suo
libro-testamento, la storia si è messa a correre rendendo tanto più difficile
quanto più necessario “apprendere il proprio tempo col pensiero”. E ha impresso
un’accelerazione vertiginosa alla crisi della democrazia, che oggi non appare
tanto, o soltanto, assediata da regimi autocratici ostili, come recita la
vulgata dominante, quanto divorata dalle sue contraddizioni interne, come
dimostra la parabola degli Stati Uniti trumpiani nonché il moto retrogrado delle
democrazie europee verso suggestioni neo- e postfasciste che parevano consegnate
all’archivio della storia. Il sodalizio fra democrazia e liberalismo sembra
avviato a un divorzio tutt’altro che consensuale, l’autoritarismo avanza forte
del consenso popolare, l’ottimismo progressista delle sinistre post-1989 viene
stracciato dal futurismo tradizionalista della coppia Trump–Musk, il capitalismo
tecnocratico e oligarchico è chiaramente intenzionato a emanciparsi
definitivamente dalle correzioni redistributive novecentesche e comanda alla
politica di riarmarsi, la libertà individualistica, prestazionale e competitiva
dell’epoca neoliberale evolve nel libertarismo sovranista di quelli che possono,
basato sulla schiavitù e la deportazione di quelli che non possono.
> Occorre spezzare il nesso che tanto nella teoria quanto nel senso comune lega
> democrazia e libertà: nelle democrazie contemporanee “la libertà non viene
> negata ma raggirata” e il suo esercizio “diventa sempre più formale”.
Ma mentre la crisi della democrazia galoppa, la critica – e l’autocritica –
tace, balbetta, indugia su rattoppi inefficaci e su retoriche poco credibili, si
rifugia dentro trincee difensive friabili. Non ci voleva l’aggressione di Putin
all’Ucraina per accorgersi che l’ordine mondiale istituito dopo la fine della
guerra fredda stava per implodere. E non ci voleva la seconda incoronazione di
Trump per accorgersi che la democrazia rischia di entrare a far parte del
panorama di macerie novecentesche da cui avrebbe dovuto salvarsi e salvarci. Di
fronte a questo rischio che impone ultimativamente la necessità di pensare
un’altra forma di vita prima che un altro regime politico, la sfida lanciata da
Tronti suona ancora più urgente, e ancora più calzante il suo invito a “cercare
ancora” e a “credere nel possibile, malgrado tutte le prove empiriche dimostrino
l’impossibile”. Cercheremo di essere all’altezza.
L'articolo Totalitarismo democratico proviene da Il Tascabile.
L a narrazione dominante sull’intelligenza artificiale (IA o AI, Artificial
Intelligence, all’inglese) racconta di una tecnologia rivoluzionaria in grado di
trasformare radicalmente la nostra società a partire dal modo in cui produciamo
valore con il nostro lavoro. Dai Large language models ai sistemi predittivi,
dalle automazioni industriali alle piattaforme digitali, l’IA promette
efficienza, ottimizzazione di processi, risorse e decisioni e una maggiore
libertà rispetto alle mansioni più ripetitive. Ma al contrario di quanto si
possa pensare, non è una buona notizia.
Per comprendere l’impatto dell’IA sul mondo del lavoro, è necessario partire
dalle radici storiche della sua logica operativa: gli algoritmi. Per chi non lo
avesse ancora chiesto a ChatGPT, un algoritmo è una sequenza finita di
istruzioni che, eseguite in un ordine preciso, permettono di risolvere un
problema o svolgere un compito e possono essere espresse in vari modi: con il
linguaggio naturale, con diagrammi di flusso o con il codice informatico.
Pensiamo alla ricetta per la preparazione di un piatto o alle istruzioni per
assemblare un prodotto IKEA: anche questi sono algoritmi.
Come osserva Matteo Pasquinelli in The Eye of the Master: A Social History of
Artificial Intelligence (2023), ben prima della loro applicazione alle moderne
reti neurali, gli algoritmi hanno sempre rappresentato una forma di
automatizzazione della decisione, da quelli meccanici del primo Ottocento ai
modelli statistici del Ventesimo secolo; gli algoritmi, infatti, non nascono per
replicare l’intelligenza biologica dell’uomo nel suo insieme, ma come strumenti
per catturare, sistematizzare e riprodurre l’intelligenza umana applicata al
lavoro. Questa intelligenza del lavoro non è un’astrazione individuale, ma un
sapere pratico che si sviluppa nell’attività collettiva, nell’interazione con
strumenti e tecnologie.
Fin dall’epoca industriale i processi produttivi sono stati scomposti in
operazioni elementari rese misurabili e trasferite alle macchine sotto forma di
algoritmi o, se preferiamo, istruzioni. Una logica che oggi troviamo nei sistemi
di IA, i quali funzionano proprio grazie a una vasta accumulazione di conoscenza
umana estratta dal lavoro, trasformata in dati e utilizzata per addestrare i
modelli a riconoscere schemi (pattern) e prendere decisioni.
> Gli algoritmi non nascono per replicare l’intelligenza umana nel suo insieme,
> ma come strumenti per catturare, sistematizzare e riprodurre quella applicata
> al lavoro.
Il lavoro dal quale si estrae la conoscenza non è solo quello salariato, ma
anche quello informale gratuito ‒ si pensi ai social media dove gli utenti
generano contenuti, interazioni e metadati che le aziende usano per addestrare
IA sempre più sofisticate ‒ così come i prodotti della cultura e della
creatività, anch’essi inglobati in questa dinamica estrattiva (dataset come
LAION-5B contengono miliardi di immagini prese dal web, molte delle quali
provenienti da artisti e fotografi che non hanno dato il loro consenso e che
vedono il loro stile replicato fedelmente da sistemi come Midjourney e Stable
Diffusion) e infine l’interazione diretta dell’uomo con la macchina, per esempio
attraverso i chatbot e gli assistenti vocali, dove il semplice atto di
comunicare con la tecnologia contribuisce a perfezionarla.
Questa accumulazione di conoscenza non è affatto neutrale. La tecnologia subisce
sempre l’influenza della società che la sviluppa: prende forma sulla base di
obiettivi precisi che aderiscono a un sistema di valori specifici. Non è un caso
che l’intelligenza artificiale venga presentata prima di tutto come uno
strumento per ottimizzare processi e decisioni, per produrre di più e più
velocemente. In un sistema che pone l’efficienza al centro, anche la conoscenza,
il lavoro e perfino la creatività finiscono per essere trattati come risorse da
gestire secondo logiche di rendimento.
L’intelligenza artificiale, in questo scenario, non si limita a processare
informazioni: dalle fabbriche alle piattaforme digitali, l’IA sta ridefinendo i
meccanismi di controllo, organizzazione e accesso al mondo del lavoro, a partire
dalle assunzioni, dove algoritmi di screening analizzano curriculum, test
psicometrici e persino espressioni facciali attraverso i videocolloqui,
assumendo o escludendo i candidati senza alcuna trasparenza sui criteri
adottati. A ciò si aggiungono l’incremento della sorveglianza sui dipendenti,
l’assegnazione di turni e mansioni sulla base di obiettivi sempre più esigenti
spesso calcolati da sistemi statistici e la valutazione “intelligente” delle
performance che decide automaticamente sui licenziamenti. Da questo punto di
vista l’IA tratta gli esseri umani alla pari: come macchine da valutare,
ottimizzare o dismettere e sostituire con nuove unità.
Questo non è un fenomeno nuovo. Con l’avvento della rivoluzione industriale e
dell’automazione, l’introduzione di telai meccanici, filatoi e motori a vapore
consentì aumenti significativi della produzione, ma le conseguenze per gli
operai furono spesso drammatiche. Un esempio emblematico è quello dell’industria
tessile inglese dei primi dell’Ottocento, nella quale centinaia di migliaia di
tessitori artigiani qualificati persero il lavoro, sostituiti da un numero
inferiore di addetti alla gestione dei nuovi telai meccanici, pagati con salari
più bassi e costretti a condizioni di lavoro più alienanti.
> Ogni ondata tecnologica è stata inizialmente presentata come un’opportunità
> per produrre di più lavorando meno e in condizioni migliori. Tuttavia, la
> realtà ha spesso tradito queste aspettative.
E ancora, nelle fabbriche tessili e siderurgiche dell’Inghilterra vittoriana,
turni di dodici, quattordici ore giornaliere erano la norma, così come l’impiego
di manodopera femminile e minorile a bassissimo costo. I primi decenni dell’era
industriale e dell’automazione videro anzi un inasprimento dello sfruttamento:
solo dopo dure lotte sindacali e sociali si arrivò alle prime leggi sul lavoro
nel Regno Unito (cfr. il Factories Act del 1833) che limitarono i turni in
fabbrica a dieci ore e bandirono il lavoro minorile. Un dato interessante: gli
effetti benefici della maggiore produttività si fecero attendere per intere
generazioni. I salari medi in Inghilterra iniziarono infatti a crescere
sensibilmente solo dopo il 1850, quasi settant’anni dopo l’inizio della
rivoluzione industriale .
Nel corso del tardo Diciannovesimo secolo e poi nel Ventesimo secolo, dalla
meccanizzazione delle fabbriche fino all’informatizzazione e alla
digitalizzazione, ogni ondata tecnologica è stata inizialmente presentata come
un’opportunità per produrre di più lavorando meno e in condizioni migliori.
Tuttavia, la realtà ha spesso tradito queste aspettative. L’introduzione della
catena di montaggio negli stabilimenti automobilistici all’inizio del Novecento,
come nella Ford Motor Co., ne è un esempio: aumentò enormemente la produttività
ma rese il lavoro più ripetitivo e alienante. Gli operai vennero ridotti a
ingranaggi umani, con gesti sincronizzati al nastro trasportatore, una
condizione immortalata nel film di Charlie Chaplin, Tempi moderni, del 1936,
ispirato dalle misere condizioni nelle quali era sprofondata l’Europa durante il
periodo della Grande depressione.
Henry Ford fu costretto a raddoppiare i salari nel 1914, soprattutto per
compensare la durissima disciplina di fabbrica che causava alti tassi di
abbandono del personale. Ancora una volta, la tecnologia di per sé non umanizzò
il lavoro: furono necessarie pressioni sindacali e organizzative perché, ad
esempio, negli anni Venti e Trenta, insieme a salari più alti si affermasse la
giornata lavorativa di otto ore. Nonostante ciò, l’idea che la sola tecnologia
avrebbe liberato l’umanità dalla necessità del lavoro è rimasta a lungo
attraente. L’economista John M. Keynes nel suo Economic Possibilities for Our
Grandchildren del 1930, profetizzò che entro pochi decenni la settimana
lavorativa si sarebbe ridotta a quindici ore grazie all’aumento vertiginoso
della produttività . Analogamente, nel 1965, una commissione del senato USA
stimò che entro l’anno 2000 si sarebbe lavorato solo quattordici ore a settimana
.
> Per molto tempo si è creduto che la sola tecnologia avrebbe liberato l’umanità
> dalla necessità del lavoro.
Queste previsioni, come sappiamo, si sono rivelate errate: nei Paesi avanzati
del Ventunesimo secolo, la settimana lavorativa standard resta intorno alle 40
ore e in alcuni casi il trend si è invertito. Negli Stati Uniti, ad esempio, gli
impiegati qualificati spesso fanno straordinari ben oltre il classico orario
9-17, senza diritto ad alcun pagamento extra (cfr. Fair Labor Standards Act). Il
dividendo del progresso tecnologico non si è tradotto in più tempo libero per la
maggioranza, ma è stato in gran parte incamerato altrove. Come osservato dallo
storico Rutger Bregman nel suo libro Utopia per realisti. Come costruire davvero
il mondo ideale (2017, ed. or. 2014), la società dispone da tempo dei mezzi
tecnici per lavorare meno, eppure la riduzione dell’orario si è fermata: “ci era
stato promesso un futuro di tempo libero, ma ci siamo ritrovati in una
‘desertificazione del tempo libero’”, in cui molti lavoratori faticano a
ritagliarsi momenti di riposo.
La ragione di questo fenomeno è certamente legata a chi controlla la tecnologia
e a quale scopo. Sotto il capitalismo, le scelte sull’uso delle innovazioni sono
guidate prima di tutto dal profitto. Non è la tecnologia in sé a determinare
esiti equi o iniqui, ma il contesto socioeconomico in cui viene applicata.
Un’evidenza che spesso tendiamo a trascurare.
In passato, laddove vi sono state forti organizzazioni dei lavoratori e
interventi pubblici attenti alla giustizia sociale, i guadagni di una maggiore
produttività legata all’automazione sono stati distribuiti in modo relativamente
più ampio, ad esempio nel trentennio d’oro 1945-1975 in Occidente,
caratterizzato da crescita condivisa, salari in aumento e riduzione dell’orario
in alcuni Paesi. Al contrario, in assenza di contropoteri o di regolamentazioni,
le imprese tendono a usare l’automazione con più disinvoltura per ridurre i
costi e aumentare i margini di profitto, accentuando il divario tra chi possiede
il capitale e chi vende la propria forza lavoro.
L’IA e l’automazione avanzata potrebbero consentire realmente di produrre valore
con meno sforzo umano, aprendo la strada a orari di lavoro più brevi, salari più
alti e a una maggiore creatività dei lavoratori nei processi produttivi. A ciò
si aggiungono i vantaggi, molti, che questa tecnologia può portare nel campo
della ricerca, per esempio nel settore medico-scientifico. Tuttavia, in assenza
di cambiamenti strutturali, l’IA rischia di seguire la traiettoria delle
precedenti automazioni.
> Non è la tecnologia in sé a determinare esiti equi o iniqui, ma il contesto
> socio-economico in cui viene applicata.
Di fatto, molte implementazioni attuali di IA nelle aziende mirano
esplicitamente a tagliare costi e massimizzare l’efficienza, non a migliorare la
vita dei dipendenti, i quali ne sembrano già consapevoli: un sondaggio citato
dalla Brookings Institution rileva che circa metà degli americani si aspetta che
l’uso crescente dell’IA aumenti le disuguaglianze di reddito e polarizzi
ulteriormente la società . Anche istituzioni internazionali come l’OCSE
(Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e l’FMI (Fondo
Monetario Internazionale) avvertono che senza adeguate politiche, l’IA potrebbe
accentuare i divari esistenti . Un segnale allarmante viene già dai dati
macroeconomici: uno studio della Bank for International Settelments (BIS) su 86
Paesi nel periodo 2010-2019 mostra che a maggiori investimenti in IA corrisponde
una maggiore disuguaglianza di reddito .
Inoltre, ancora secondo la BIS, l’adozione di IA si accompagna a una contrazione
dell’occupazione complessiva, a uno spostamento dell’occupazione verso posizioni
di alta qualificazione manageriale e – elemento cruciale – a una riduzione della
quota del lavoro sul reddito nazionale . Questo significa che una porzione
crescente del valore aggiunto prodotto va ai profitti e una porzione calante va
ai salari. In termini più banali, l’IA sta aiutando il capitale a prendere una
fetta sempre più grande della torta.
Questa dinamica non è nuova: dal tardo Novecento si osserva una divergenza
marcata tra produttività e salari medi. Negli Stati Uniti, ad esempio, come
riporta l’Economic Policy Institute, mentre la produttività del lavoro è
cresciuta costantemente grazie all’automazione (+61% circa dal 1979 al 2020), il
salario orario medio del lavoratore tipico è rimasto quasi fermo in termini
reali (+17% nello stesso periodo) . Il risultato è un gap crescente tra quanto
produce un lavoratore e quanto guadagna. In parallelo, la quota dei redditi da
capitale (profitti, dividendi, rendite) è aumentata, mentre la quota destinata
al lavoro ha raggiunto minimi storici in molte economie avanzate .
> Molte implementazioni attuali di IA nelle aziende mirano esplicitamente a
> tagliare costi e massimizzare l’efficienza, non a migliorare la vita dei
> dipendenti.
Uno studio dell’economista Daron Acemoglu (MIT, Massachusetts Institute of
Technology), conferma i dati dell’Economic Policy Institute sopra citati,
quantificando l’impatto dell’automazione sull’aumento delle disuguaglianze di
reddito negli Stati Uniti. Secondo la sua ricerca, l’automazione è responsabile
da sola di circa metà dell’aumento del divario salariale tra i lavoratori negli
ultimi quarant’anni . In altri termini, macchine e software che hanno
rimpiazzato il lavoro umano spiegano almeno il 50% della crescita della
disuguaglianza salariale registrata dal 1980 a oggi. L’intelligenza artificiale
sembra inserirsi in questo trend: invece di realizzare la storica utopia che
prevede lo sfruttamento delle macchine in favore di un maggiore benessere per
gli esseri umani, viene utilizzata soprattutto per aumentare ulteriormente i
profitti e il controllo sui dipendenti.
È il caso di citare alcuni esempi concreti per comprendere come l’IA, lontano
dall’aver inaugurato una nuova era di emancipazione, sia in continuità con le
forme di sfruttamento del passato. Un caso emblematico è quello di Amazon, il
colosso della logistica e del commercio elettronico, che ha integrato
l’intelligenza artificiale nei suoi magazzini con un livello di monitoraggio
senza precedenti. L’azienda utilizza sistemi algoritmici come ADAPT (Associate
Development and Performance Tracker), che tracciano ogni movimento dei
lavoratori in tempo reale, calcolando il loro time off task ‒ il tempo trascorso
senza eseguire operazioni di scansione o movimentazione merci. Se il sistema
rileva una quantità eccessiva di tempo inattivo, può inviare automaticamente un
avviso di performance insufficiente e generare lettere di licenziamento senza
intervento umano diretto.
Un fenomeno simile si osserva nella gig-economy, dove piattaforme come Uber,
Glovo e Deliveroo impiegano sistemi di gestione algoritmica per dirigere il
lavoro di autisti e rider. Come illustrato da un recente articolo di Robert
Booth sul Guardian, gli algoritmi assegnano automaticamente le consegne,
regolano le tariffe e monitorano le prestazioni di ciascun lavoratore attraverso
il GPS e altri dati raccolti dai dispositivi mobili. Il sistema impone ritmi
serrati e premia coloro che accettano più corse o consegne, mantenendo tempi
stretti e accumulando punteggi elevati. Chi rifiuta troppi incarichi o non
mantiene un certo livello di efficienza può essere escluso dall’assegnazione
delle chiamate, il che equivale a una sospensione o a un licenziamento di fatto,
senza che vi sia mai stato un contratto formale con la piattaforma.
> Macchine e software che hanno rimpiazzato il lavoro umano spiegano almeno il
> 50% della crescita della disuguaglianza salariale registrata dal 1980 a oggi.
Questo sistema riduce la possibilità di contrattazione collettiva e porta i
lavoratori a interiorizzare le regole dell’algoritmo, spingendoli a lavorare più
ore e ad accettare condizioni sempre più precarie per rimanere competitivi. In
alcuni casi, è stato documentato come rider e autisti siano portati a violare
regole del traffico o a mettere a rischio la propria sicurezza per rispettare le
tempistiche imposte dalla piattaforma.
Un altro ambito in cui l’IA sta ridefinendo in peggio le condizioni lavorative è
la grande distribuzione e il settore della ristorazione, dove vengono impiegati
sistemi di scheduling algoritmico per ottimizzare i turni del personale in base
alla domanda prevista. Software come Kronos, UKG e Shyft analizzano dati storici
di vendita, previsioni meteo e altri fattori per decidere quanti dipendenti
devono essere in servizio in ogni ora del giorno. Questa logica di just-in-time
scheduling (programmazione dei turni in tempo reale) consente ai datori di
lavoro di minimizzare il tempo in cui i dipendenti sono pagati senza produrre
valore diretto, riducendo i costi. Tuttavia, per i lavoratori significa orari
imprevedibili, turni comunicati all’ultimo minuto e flessibilità imposta
dall’alto.
Al di fuori di questi settori specifici, si stanno diffondendo anche forme di
sorveglianza digitale negli uffici, con l’adozione di bossware ‒ software di
monitoraggio avanzati che registrano ogni attività svolta dai dipendenti su
computer aziendali. Alcuni di questi sistemi, basati sull’IA, scattano
screenshot dello schermo a intervalli casuali, tracciano i movimenti del mouse e
registrano il tempo trascorso su ogni applicazione. Alcuni software più avanzati
analizzano persino il tono di voce degli operatori dei call center per suggerire
script o valutare automaticamente la loro performance.
Questi strumenti, introdotti per migliorare la produttività, finiscono per
aumentare la pressione psicologica sui lavoratori e riducono la loro autonomia.
Come riporta il Times, studi accademici hanno ampiamente dimostrato che
l’eccesso di sorveglianza tende a ridurre la produttività nel lungo periodo e ad
aumentare il turnover, poiché genera insoddisfazione e alienazione. Nonostante
ciò, molte aziende continuano a investire in questi strumenti, poiché nel breve
periodo permettono di spremere più lavoro dai dipendenti senza dover migliorare
salari o condizioni.
> Strumenti introdotti per migliorare la produttività finiscono per aumentare la
> pressione psicologica sui lavoratori e riducono la loro autonomia.
Questi esempi mostrano come l’IA venga oggi impiegata per rendere il lavoro più
frammentato, più sorvegliato e più precario senza alcuna discontinuità rispetto
al passato. Premi Nobel per l’economia come Paul Romer e Joseph Stiglitz
concordano su questa analisi, e hanno citato il concetto di “trappola di Turing”
per descrivere la tendenza delle imprese a investire in IA che replicano e
controllano il lavoro umano invece di sviluppare tecnologie per migliorarne le
condizioni. L’espressione trappola di Turing (coniata da Erik Brynjolfsson)
allude al fatto che puntare a sostituire l’uomo con la macchina può generare
profitti nell’immediato, ma lascia la società con meno posti di lavoro e una
domanda aggregata stagnante perché i lavoratori impoveriti consumano meno.
Questa, lo abbiamo detto, non è una traiettoria obbligata, ma il frutto di
scelte di politica tecnologica e incentivi economici distorti: ad esempio, negli
Stati Uniti attuali il costo del capitale (anche per vantaggi fiscali e
deregolamentazione) è relativamente basso rispetto al costo del lavoro, perciò
le imprese guardano all’automazione come una risorsa. Le aziende leader nell’IA
e nella tecnologia (Google, Amazon, Microsoft, Meta, Apple) sono oggi tra le più
ricche al mondo. Hanno profitti stratosferici e capitalizzazioni di borsa
enormi, in buona parte grazie a piattaforme e sistemi automatizzati che possono
essere estesi su scala globale senza richiedere un aumento proporzionale della
manodopera.
Allo stesso tempo, in aziende come Amazon ‒ dove sono state introdotte decine di
migliaia di unità-robot nei magazzini ‒ si continua a impiegare milioni di
lavoratori sparsi per il mondo, in condizioni precarie, con contratti
temporanei, salari di base modesti e un controllo asfissiante. L’automazione
consente a queste aziende di far crescere la produttività per dipendente senza
dover migliorare proporzionalmente le retribuzioni e le condizioni del
personale.
Sebbene sia solo un’unità di misura che riflette la valutazione complessiva
dell’azienda rispetto al numero dei suoi dipendenti, il valore di mercato per
dipendente di aziende come Google o Apple è di svariati milioni di dollari, ma
come sappiamo la paga media dei loro lavoratori è ben lontana da quelle cifre:
indice che la maggior parte del valore creato, ancora una volta, va al capitale
e non al lavoro. In settori come l’automotive o la manifattura avanzata, dove
l’automazione robotica è alta, si osserva spesso una riduzione dell’occupazione
e la creazione di pochi ruoli altamente specializzati. Ad esempio, una fabbrica
moderna di auto produce molte più unità per lavoratore rispetto a 30 anni fa e
impiega un numero inferiore di operai, mentre i profitti per auto venduta
tendono a crescere concentrandosi su capitale e management. Questo porta a meno
posti di medio reddito, più posti di alto livello (ingegneri, manager) e una
massa enorme di lavori a basso reddito (magari proprio i driver che portano in
giro i manager di cui sopra, coordinati da app come Uber).
> L’eccesso di sorveglianza tende a ridurre la produttività nel lungo periodo e
> ad aumentare il turnover, poiché genera insoddisfazione e alienazione.
L’IA, come altre tecnologie, tende a generare vantaggi che premiano pochi grandi
attori, quelli con accesso ai migliori algoritmi, alla mole di dati necessaria
per addestrarli e ai capitali per investirvi: ciò aumenta il potere di mercato
di queste imprese permettendogli di imporre le loro condizioni sul lavoro.
Quando questi attori acquisiscono anche un’influenza politica diretta, si pensi
a Elon Musk e al suo ruolo nel governo americano, il rischio si amplifica: Il
loro controllo sulle infrastrutture digitali e sui dati si traduce in un potere
di orientamento delle politiche pubbliche, influenzando le strategie nazionali
per l’IA, gli investimenti in innovazione e le scelte fiscali in favore delle
Big Tech. Inoltre, hanno un impatto decisivo sulla regolamentazione,
determinando il grado di protezione della privacy, le norme sulla gestione dei
dati, le leggi sulla concorrenza e le regole sull’impiego dell’IA nel lavoro e
nell’ordine pubblico. Infine, la loro posizione dominante incide sul dibattito
sociale, orientando la percezione pubblica sulle implicazioni etiche della
tecnologia, con il rischio di consolidare narrazioni che legittimano il loro
stesso potere.
In assenza di correttivi, questo continuerà a intensificare lo sfruttamento e la
concentrazione dei frutti della tecnologia nelle mani di pochi. Come abbiamo
visto, non si tratta di un esito ineluttabile causato dalla tecnologia in sé, ma
dal modo in cui è governata. Le stesse macchine che sotto certe condizioni
producono alienazione e sfruttamento, in altri scenari potrebbero realmente
offrire un contributo positivo di crescita condivisa e aggiungerei sostenibile,
laddove scelte etiche e non esclusivamente economiche intorno all’IA potrebbero
spingere a reinvestire i profitti nella ricerca di soluzioni che ne riducano
anche l‘impatto ambientale. La fine del lavoro sfruttato è possibile da molto
tempo: il problema rimane politico ed economico, non tecnico.
Redistribuire i benefici dell’automazione è la sfida cruciale. Ciò potrebbe
avvenire tramite varie strade discusse da autorevoli economisti contemporanei:
dalla riduzione dell’orario di lavoro (ad esempio sperimentando la settimana di
4 giorni senza taglio salariale), a sistemi di partecipazione agli utili per i
dipendenti, a una tassazione dell’automazione con cui finanziare redditi minimi
o formazione continua, fino a modelli più radicali di democratizzazione delle
decisioni tecnologiche in azienda, coinvolgendo i lavoratori nella scelta di
quali processi automatizzare e come. Senza interventi di questo genere, è
prevedibile che l’IA prosegua lungo il cammino storico tracciato dalla storia
delle automazioni: crescita della produttività accompagnata da un aumento del
divario economico tra chi possiede la tecnologia e chi ne subisce l’utilizzo.
Come cittadini abbiamo il compito di stimolare un dibattito su quali scelte
sociali fare attorno all’IA. Le recenti regolamentazioni europee in materia di
intelligenza artificiale sono già un buon esempio in questa direzione, le prime
al mondo a fissare i limiti etici dell’industria digitale a tutela dei cittadini
in materia di privacy, diritti umani, diritto d’autore, informazione,
concorrenza sleale. Si tratta di normative che hanno attirato le critiche degli
sviluppatori americani, i quali lamentano la difficoltà di adattare i loro
prodotti a regolamentazioni così scrupolose dimostrando, di fatto, la necessità
di tali provvedimenti per la protezione dei cittadini.
> La fine del lavoro sfruttato è possibile da molto tempo: il problema rimane
> politico ed economico, non tecnico.
Occorre ricordare che l’automazione può e deve avere uno sviluppo controllabile:
è la società nel suo insieme a doverla orientare verso il benessere collettivo,
non lo farà il mercato.
L'articolo Come l’IA (non) trasforma il lavoro proviene da Il Tascabile.