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La seduzione geopolitica
N el 2024 a Barcellona è comparso un murale con tre donne. María Soliña, accusata di stregoneria nel 1621, condannata alla confisca dei beni e costretta a indossare per sei mesi un abito penitenziale. María Pérez Lacruz, La Jabalina, attivista fucilata a venticinque anni in seguito alla sentenza di un tribunale militare, nel 1942. Casilda Hernández, militante del fronte antifascista europeo durante e dopo la guerra civile spagnola, morta in Francia nel 1992 e autrice della frase che dà il titolo all’opera: “Dona, ets foc que no s’apaga” (Donna, sei fuoco che non si spegne). Le loro vicende fanno intravedere le pieghe e le lacerazioni del tempo. Viste da vicino, non sono né lineari né rassicuranti, ma rivelano le interrelazioni tra vite distinte. Mostrano la storia come spazio aperto, modellato anche da tragedie compiute e alternative irrealizzate. Per questo sono finite sul muro esterno dell’ex istituto penitenziario La Model, quello che le dittature spagnole del Ventesimo secolo riempirono di dissidenti e che oggi è un crocevia di memorie. Con i volti di Soliña, Lacruz e Hernández si possono indagare le sfumature del travagliato percorso per il riconoscimento dell’autonomia femminile nelle società occidentali. Un percorso che, se si fosse ragionato solo in termini di realismo politico e rapporti di forza sociali, avrebbe dovuto essere interrotto nell’istante in cui fu concepito, prima dell’inizio. Non è casuale che il murale contenga un rimando a Rosie the Riveter, il poster creato nel 1942 dall’artista Howard Miller per la compagnia statunitense Westinghouse Electric (con l’operaia in bandana rossa a pois, tuta da lavoro e manica arrotolata che fa: “We Can Do It!”). Un’icona che, se durante la Seconda guerra mondiale diede peso simbolico alle lavoratrici in fabbrica, divenne poi, grazie a un’operazione di risignificazione, un riferimento visivo del femminismo. La rivettatrice ricorda così l’essenziale: la storia è una tela cucita da mani diverse in tempi differenti, ragion per cui, scrutandola, l’angolazione che scegliamo può rivelare trame inaspettate, fili trascurati e cuciture raffazzonate che coprono gli squarci più larghi. La storia che scalpita Dona, ets foc que no s’apaga, dall’artista Levico, fa riemergere il passato nel presente. È un’iniziativa di Rap for Memories, un progetto di EUROM – European Observatory on Memories, della Solidarity Foundation dell’Università di Barcellona – in collaborazione con la scuola popolare itinerante Versembrant e la scuola di arte La Industrial. Dal 2020 unisce musica, narrazione orale e arte urbana per ri-raccontare la storia spagnola senza commemorazioni acritiche. Non è una goccia nel mare, però. I modi per affacciarsi sulla storia stanno cambiando un po’ dappertutto. Da Barcellona a Roma, a farci caso, il passo non è lungo. L’associazione Topografia per la storia (TPS) rende accessibile la documentazione multimediale sul sistema repressivo del fascismo italiano, sui campi di internamento dell’Italia di Mussolini – i Campi del duce (2019), di cui parla anche Carlo Spartaco Capogreco. Con portali digitali, mappe interattive e corsi didattici si amplia lo spettro dello sguardo. Si capisce quanto fosse elastica, allora, la categoria dei nemici di volta in volta bersagliati. Oppure per notare che, a dispetto dei tentativi del fascismo di costruire consenso, sia esistita anche un’Italia produttrice di dissenso, pur latente o minoritario. Un’Italia che, prima della Resistenza, rifiutò l’idea che l’identità collettiva dovesse farsi timbrare dal bollo dell’ideologia politica. Fare storia diventa così un atto plurale di decifrazione, senza dar per scontato che il susseguirsi delle generazioni, di per sé, equivalga a indurire il nocciolo della consapevolezza pubblica. Il punto di partenza di queste iniziative è sempre lo stesso: per essere sciolti, i nodi della complessità hanno bisogno di mediazioni. Il NEHME (Network on European and Mediterranean History and Memories), formalizzato a Bari nel 2021, si concentra per questo sugli usi e gli abusi della storia, promuovendo reti di studio sull’identità europea. Nel frattempo, fuori dalle università italiane si organizzano convegni, festival, workshop, rievocazioni. La storia prende corpo in modalità non convenzionali. Un autentico fermento fende la penisola. Si avverte un risuonare di voci che ha nell’Istituto nazionale Ferruccio Parri un vivace catalizzatore. Il sapere storico scalpita: prova a uscire dalle aule, a mescolarsi con quel trova, a democratizzarsi. Molti tra storici e storiche si interrogano non tanto su come somministrare dall’alto informazioni verificate, quanto su come rendere la storia, con le sue pratiche, fruibile e maneggiabile. > Non si tratta dell’ennesima riverniciatura di noiose forme di divulgazione > culturale. Dietro alla Public history c’è una postura precisa verso la storia, > il bisogno di mostrarne la tridimensionalità. In Italia è arrivata anche la Public history (PH), un settore delle scienze storiche che vuol portare la storia verso la cittadinanza e che agisce, come sottolinea il Manifesto dell’AIPH, (Associazione Italiana di Public History), “tanto all’interno quanto all’esterno degli ambiti accademici e istituzionali, nel pubblico e nel privato”. Frequentare la Public history – un cantiere in espansione – significa piantare i piedi nel passato senza separarsi dal presente. Ricordarsi che si può essere più di semplici spettatori inerti. In Public history. Discussioni e pratiche (2017), lo storico Lorenzo Bertucelli scrive che condividere i metodi critici della storiografia, accettando una negoziazione continua tra punti di vista diversi, può indicare direzioni alla ricerca e permettere al pubblico di “compiere il cammino intellettuale dal fatto all’intepretazione”. Creare un collegamento stabile tra disciplina storica e società civile. Non si tratta dell’ennesima riverniciatura di noiose forme di divulgazione culturale. C’è sotto una postura precisa verso la storia, c’è il bisogno di mostrarne la tridimensionalità. Eppure, nonostante ciò, il discorso pubblico e politico sulla contemporaneità sembra oggi orientarsi in tutt’altra direzione. La gabbia geopolitica Soprattutto dal 2022, con il ritorno compiuto della guerra in Europa, il successo della geopolitica è stato decisamente più visibile. La geopolitica – termine dal tratto elegante che fa capolinea nelle rassegna stampa e nella TV generalista, per non dire dei social media – ha piantato radici. Nella sua versione mediatica, spolpata fino all’osso, piace molto. Crea ordine nel disordine. Incasella tessere, offre mappe mentali nitide, traiettorie calcolabili, risultanze coerenti. Quando si tratta di dover dedicare un po’ di attenzione alle dinamiche del mondo, pare ormai aver scalzato diciture e discipline più caute come le relazioni internazionali. La disinvolta lucidità che esibiscono gli esperti geopolitici, perfino nel tono della voce, ha però un prezzo teorico molto alto e poco dibattuto. Nella visione geopolitica la storia viene compressa. L’approccio geopolitico trasforma infatti lo spazio geografico in una gabbia concettuale capace di appiattire la densità del passato. Variabili rigide ed elementi cartografici sopprimono quasi del tutto la temporalità. Singoli contendenti si fanno soggetti meccanici attivi su un campo delimitato (la scacchiera internazionale), con episodi e avvenimenti del passato spogliati della propria storicità. La geopolitica meno avvertita – ma ugualmente sdoganata – glissa sulla necessità di rendere conto dei processi, delle istanze, delle frizioni, delle continuità e delle discontinuità che danno concretezza alla storia. Di più: fa quello che la storiografia sconsiglia. Tratta l’azione selettiva del periodizzare, cioè del dividere in blocchi logico-temporali il fluire incessante dello scorrere degli anni, più come un esercizio di suddivisione del tempo da svolgere per scopi prettamente pratici (operazione utile, ma insufficiente) che non come un atto interpretativo che condiziona la ricostruzione e la contestualizzazione logico-analitica degli eventi stessi. > Quando si tratta di doversi dedicare alle dinamiche del mondo, la geopolitica > pare ormai aver scalzato diciture e discipline più caute come le relazioni > internazionali. La storia, specie quella contemporanea, in molte analisi geopolitiche è un cappello introduttivo. Viene levigata, smussata o tagliuzzata in funzione dell’attualità. Le differenti idee di modernità, le dispute filosofiche, le evoluzioni e le rivoluzioni, le resistenze e le tensioni interne ai singoli contesti o le mobilitazioni sociali non trovano posto. Oppure, se ci sono, sono leggerissime. La società civile si polverizza, spuntano categorie impersonali (la psicologia collettiva, le sfere di influenza) e valutazioni apodittiche (quasi arcane per i non addetti ai lavori). Dove arriva la geopolitica, lo sforzo per cavare dei significati intellegibili dalla storia sulla base di sensibilità, esigenze, ragioni e passioni si interrompe. E si va oltre la finalità descrittiva. Si indica, si indirizza, si orienta. La “geopolitica da tabloid”, come ha osservato lo storico Mario del Pero, “rivendica non solo funzioni analitiche, ma anche capacità predittive e, quindi, un ruolo prescrittivo: è conoscenza applicata, orientata verso un futuro che le sue leggi imperiture, validate dal processo storico, permettono di anticipare e se necessario influenzare”. Questa geopolitica invoca la storia, sì, ma poi la depotenzia, facendone una sorta di sfondo decorativo dove si alternano – lungo i decenni, i secoli, i millenni – modelli statici di interazione tra entità guidate da comportamenti per lo più immutati. Buona parte della geopolitica, destoricizzando il passato, ci esenta persino dal cercare qualcosa di simile allo Zeitgeist. Al di là delle esteriorità, infatti, sembrerebbe esserci, dentro tutta la storia, una non meglio specificata essenza originale che tempra l’agire collettivo. Il timore è che la vaghezza sia voluta, quando si lascia intendere che gli esseri umani siano destinati a rimanere incatenati ai propri vizi e schiavi dei propri demoni, legati a suggestioni ancestrali che non consentono vie d’uscita praticabili. E allora, che si tratti della Persia di Ciro il Grande o dell’Iran degli Ayatollah, della Francia del re Sole o di quella di Charles de Gaulle, della Cina imperiale della dinastia Qing o della Repubblica popolare di Xi Jinping la storia non ha davvero spessore. È uno splendido repertorio di figure ricorrenti, un palcoscenico dove i protagonisti cambiano maschera ma le sceneggiature faticano ad aggiornarsi. Che poi anche gli stessi studiosi di geografia umana, oggi, come fa l’inglese Paul Richardson, ci mettono in guardia dalle “bugie delle mappe” e dai “miti” che non di rado muovono le opinioni pubbliche e le classi dirigenti delle società occidentali ( su continenti, confini, nazioni), ma questo non sembra intaccare l’assertività con cui, quasi quotidianamente, ci viene impartita la severissima lezione geopolitica. La grammatica del disincanto Tutto ciò non solo reca tracce di un ingombrante determinismo ma è spesso funzionale al consolidamento delle identità blindate, dei disegni egemonici e del potere degli Stati-nazione. Di quali Stati-nazione, nello specifico, è presto detto: l’analisi geopolitica più in voga si concentra su chi platealmente primeggia nel presente, dal momento che, per farlo, deve aver dimostrato nel passato di possedere tutte le carte in regola per vincere la partita. Con ragionamenti capziosi la geopolitica, che non si espone al principio di falsificabilità, costruisce narrazioni che non rischiano la smentita: se i fatti le confermano, diventano prove della validità delle tesi proposte; se invece le contraddicono, sono ridotte ad anomalie passeggere, rumore di fondo. In ogni caso, la geopolitica assicura una griglia interpretativa totale e circolare: retrospettivamente, giustifica ciò che è già accaduto; prospetticamente, rende plausibile ciò che potrà accadere, ma sulla base degli stessi assunti e delle stesse premesse già utilizzate. Minimizzando l’impatto che le culture politiche, le mutazioni interne o la stessa contingenza possono avere sul movimento della storia, la geopolitica non si sottrae dal suggerire che se alcuni continuano a dominare e altri a subire una ragione deve pur esserci. Come ha scritto lo storico statunitense Daniel Immerwahr, in un articolo pubblicato sul Guardian e tradotto da Internazionale: “I geopolitici sono bravissimi a spiegare perché le cose non cambiano. Sono meno capaci di spiegare come e perché le cose cambiano. Questo forse giustifica la leggerezza con cui parlano di storia”. > Minimizzando l’impatto che le culture politiche, le mutazioni interne o la > stessa contingenza possono avere sul movimento della storia, la geopolitica > suggerisce che se alcuni continuano a dominare e altri a subire una ragione > deve pur esserci. L’approccio geopolitico, professandosi avalutativo, esibisce poi un sottile cinismo analitico, specialmente quando ribadisce, anche in modo indiretto, che la vittoria di un attore nazionale sulla scena internazionale corrisponde alla sconfitta di un altro. Quando è così, non sorprende che le organizzazioni sovranazionali che puntano sulla cooperazione o quelle indipendenti dagli Stati-nazione non siano esattamente nel cuore della geopolitica. Le distrazioni non sono consentite. In questo senso tutto quanto si colloca all’infuori della dimensione della competizione non è storia, ma un accidente della storia. Un’illusione di cui dovremmo fare a meno. Il modo in cui si argomentano questioni pressanti come l’opportunità per l’Unione Europea di dotarsi di maggiori capacità belliche, per fare un esempio, è indicativo. L’ombra della guerra assomiglia più al frutto avvelenato di una sorte ineludibile, sottratto al libero arbitrio, che a uno degli sbocchi potenziali a fronte di una serie di fattori storicamente situati e socialmente e politicamente influenzabili. Per di più il cuore del pensiero geopolitico viene veicolato con il piglio condiscendente di chi taglia in due il campo del pensabile: da un lato i pragmatici, quelli che vanno oltre le retoriche patinate, dall’altro gli inconsapevoli, sprovveduti o ingenui. La geopolitica, qui, si colloca con quelli che non se la bevono, per richiamare la “Congregazione degli apoti” di Giuseppe Prezzolini, delineata appena prima del Ventennio. Il fascino di questa forma di cinismo deriva tuttavia da una tendenza ormai stratificata e piuttosto trasversale che si propaga nel corpaccione delle società occidentali. Una tendenza che non è affatto creata dalla geopolitica, ma spiana la strada della sua ascesa mediatica. Un’idea da discutere, insomma, può essere questa: la geopolitica oggi fa parte di una più ampia grammatica del disincanto. È seducente nella misura in cui il cinismo è già una delle cifre culturali del presente, in un tempo storico in cui il pessimismo rasenta la saggezza e la cittadinanza tocca con mano quel “deconsolidamento democratico” che interroga la politologia. Del resto, anche le scienze sociali guardano all’estensione e alle implicazioni del zero-sum thinking, una mentalità secondo cui il vantaggio di un soggetto comporta lo svantaggio di un altro, il che porta a percepirsi come strutturalmente in competizione. Un articolo della ricercatrice Patricia Andrews Fearon ha fatto riferimento addirittura a un “zero-sum mindset”. Un atteggiamento che ostacola la cooperazione e talvolta si rivela auto-avverante: presupponendo condizioni di ostilità reciproca e conflitti inevitabili, si possono concretizzare le proprie aspettative negative trascurando invece le alternative. Se questi appunti sono fondati, occorre alzare il tiro delle domande. Bisogna chiedersi se la sintesi geopolitica – quella che vediamo, ascoltiamo, leggiamo, navighiamo – non sia il puntello più avanzato di un ordine internazionale che va ricostituendosi su basi teoriche che pensavamo di aver superato. Guardando infatti alla seconda metà del Novecento come a una progressiva soluzione di continuità rispetto a dinamiche di esercizio del potere a lungo dominanti, dovremmo chiederci se l’approccio geopolitico non finisca per lanciare un messaggio antitrasformativo, proprio mentre gli equilibri contemporanei sembrano frantumarsi. Perché sia così facile, cioè, bucare lo schermo sostenendo che non soltanto il mondo è quel che è (oggi) ma che nemmeno può pretendere di essere molto altro (domani), dal momento che lo scorrere del tempo (ieri) ha già dimostrato quali siano le più solide direttrici che muovono gli esseri umani, anche quando si tenta di gestire con accortezza e creatività la convivenza civile su scala planetaria. Domande sul presente Quando si difendono dalle non molte critiche ricevute, i teorici della geopolitica puntano il dito sulle storture generate dall’uso scorretto che altri fanno del loro oggetto di studio. Ma se certe semplificazioni si moltiplicano forse il problema non è soltanto nella banalizzazione di concetti e categorie ma in limiti epistemologici non ancora oltrepassati. Criticare l’approccio geopolitico non significa allora negare l’importanza dei rapporti di forza o delle coordinate geografiche. Vuol dire preservare le peculiarità della storia. La storia come lente di ingrandimento su una combinazione di circostanze che, se ha prodotto un certo esito, avrebbe potuto produrne anche altri. Già il fatto di mettere in evidenza l’esistenza di una geopolitica critica – attenta alle interdipendenze e capace di decostruire l’eredità della tradizione classica – può rivelarsi utile per inquadrare questioni che travalicano i confini nazionali, come la crisi climatica o le migrazioni, e per riconoscere che le relazioni tra spazio e potere non sono oggettive. Eppure la geopolitica che imperversa nei canali all-news e dentro i talk show, negli scaffali delle librerie e nelle teche delle edicole, assomiglia a un monolite. E non solo: sottolinea di continuo il proprio essere sopra le parti, lontano da condizionamenti ideologici di qualsiasi tipo. Facendolo coglie indubbiamente nel segno, dopo decenni di legittimazione della tecnica impolitica come strumento di ingegneria sociale. L’essere distaccati, anche quando non lo si è, garantisce infatti autorevolezza. D’altro canto sarebbe complicato pretendere la formalizzazione di una materia che sfugge alle formalità. Quando si diventa cultori di geopolitica? Con quali percorsi? Come si problematizza il sapere accumulato nell’ambito della pratica sperimentata? E chi verifica la qualità del lavoro di un esperto di geopolitica? Lo scarto tra l’irrilevanza e la performatività chiama in causa più l’approccio generale che alcuni metodi codificati, più il modo di porsi nei confronti dell’attualità che precise prassi da seguire, così come la disponibilità ai giudizi forti e connotati rispetto alle letture laterali e complementari. Accettare che i saperi della geopolitica possano essere appresi e trasmessi tramite una sorta di iniziazione gestita da pochi e caparbi analisti davanti al banco di prova del pubblico può così portarci ad assuefarci, a sottovalutare tutte le volte in cui la geopolitica finisce per non essere neutra. > La geopolitica oggi fa parte di una più ampia grammatica del disincanto. È > seducente nella misura in cui il cinismo è già una delle cifre culturali del > presente. Anche per questo, la geopolitica si muove in senso contrario di fronte al progetto di aprire la proverbiale cassetta degli attrezzi della storia per condividere competenze e conoscenze. Adottando la visuale della geopolitica odierna, la storia va contemplata con il naso all’insù, dal basso verso l’alto. Se per un verso, anche con la Public history, si vuol avvicinare la storia al pubblico, fino a farne un soggetto centrale, dall’altro la storia viene posta su un piedistallo inarrivabile, con i discenti (telespettatori, ascoltatori, lettori, utenti) sospinti ad affidarsi a valutazioni taglienti e posizioni ardite che, senza essere troppo spiegate, presuppongono la scarsa incidenza dei singoli nel quadro dello spietato match contemporaneo. Se l’insieme delle pratiche che intendono rinnovare il “fare storia” procedono per via orizzontale, o almeno cercano di farlo, la geopolitica, fuori dagli ambienti in cui un confronto teorico esiste davvero, è del tutto verticale. Nel racconto geopolitico, cittadini e cittadine sono comparse passive che non possono non essere sovrastati. Con le opportune verifiche, dovremmo dunque iniziare a chiederci se la geopolitica sia in fondo ancora incapace di dar peso alle molteplici prospettive del passato. E se quindi non sia il caso di sottrarci dagli orizzonti di un modo di intendere la realtà che con la storia, a guardar bene, non ha molto a che fare. L'articolo La seduzione geopolitica proviene da Il Tascabile.
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Voci da Gaza
“H i, how are you?”. Non so cosa l’abbia portato a scrivermi. Quando gli rispondo non so nulla di lui. Per mesi l’algoritmo di Instagram ha continuato a suggerirmi i profili di giornalisti gazawi, quelli che negli ultimi due anni hanno lavorato sotto le bombe. Il peso emotivo della loro duplicità è enorme: il loro mestiere li costringeva a stare nello stesso tempo dentro e fuori dalla guerra. Uscivano a scattare e a intervistare, spostandosi a piedi per ore e ore per raccontare una storia, perché la benzina non c’era o costava troppo. Ma quando tornavano a casa e si liberavano del giubbotto antiproiettile non trovavano un posto sicuro. I bombardamenti e le sirene non erano meno lontani, bucavano le orecchie come di giorno, come quando si lavorava sul campo. Molti di loro hanno raccontato su Instagram e su Al Jazeera i loro stessi spostamenti forzati. Da Sud a Nord, e poi di nuovo da Nord a Sud, e poi chissà dove. I loro figli, gli oggetti lasciati a casa e quelli caricati nel retro di una macchina, la fame. Diventare target dei proiettili israeliani. La loro stessa vita quotidiana, nella sua concretezza, è diventata materiale giornalistico prezioso, in una lingua di terra blindata da tutti i lati, il cui accesso è interdetto da due anni a qualsiasi giornalista internazionale. Il suo profilo di Instagram mi sembra simile a quello di tanti giornalisti che ho incrociato durante questa guerra. “I’m fine”, gli rispondo. “Are you a journalist?” Mi dice che no, non è un giornalista. È uno studente. “Do you live in Gaza?”, gli chiedo ancora. “Yes, I am in Gaza”. Si chiama Malik, ha 17 anni. Probabilmente mi ha scritto per noia, perché deve essere impossibile vivere sotto assedio giorno dopo giorno, impossibile, in quelle condizioni, restare lucidi occupandosi solo dell’inferno immediatamente sotto il proprio sguardo. Stava cercando un varco, voleva intercettare qualcuno che vive fuori per stemperare il peso dell’angoscia. Da quel giorno è un amico di penna. Malik Abu Raida fa parte della generazione più giovane dei gazawi, quella sottoposta dalla nascita al blocco israeliano cominciato nel 2007. È originario di Bani Suheila, un’area nella regione di Khan Younis, nel sud della Striscia. La scuola è tra le prime cose che mi racconta. Il 7 ottobre 2023 aveva 15 anni. Gli piaceva studiare. Anche la sua scuola, come la sua casa, è stata rasa al suolo. Ne vedo le macerie nel reel che ha pubblicato mesi fa sul suo profilo. Lo scorso dicembre l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione immediata di Bani Suheila. Nell’ultimo anno lui e la sua famiglia sono stati costretti più volte a prendere tutte le loro cose e a cercare un posto nuovo dove stare. Da est a ovest, dalla casa di famiglia a quella della nonna, semidistrutta dai raid israeliani. Da Rafah ad Al-Mawasi. Il “displacement”, lo sradicamento dalla propria terra per volere dell’esercito israeliano, è un trauma antico. I due terzi della popolazione di Gaza sono figli e nipoti di famiglie evacuate dalla Palestina storica durante la Nakba, l’esodo forzato della popolazione araba palestinese alla nascita dello Stato di Israele. I nonni di Malik sono originari di Jaffa, nella Palestina storica. Jaffa era una città importante per il popolo palestinese, è menzionata nella Bibbia e nella mitologia greca. Per i palestinesi più anziani è un punto di riferimento nella geografia fisica e in quella affettiva. > Si chiama Malik, ha 17 anni. Probabilmente mi ha scritto per noia, perché deve > essere impossibile vivere sotto assedio giorno dopo giorno. Impossibile, in > quelle condizioni, restare lucidi occupandosi solo dell’inferno immediatamente > sotto il proprio sguardo. Poi ci fu il 1948. Jaffa fu assorbita in quella che oggi è Tel Aviv, e i palestinesi rimasti subirono una damnatio memoriae: cancellata la loro identità, violata la loro storia, riscritta la loro geografia. Degli oltre 120.000 palestinesi di Jaffa, soltanto 3.900 sopravvissero alla pulizia etnica di Israele. Vennero confinati nel quartiere Ajami, nella parte meridionale della città, ed esclusi da qualunque processo decisionale. Prigionieri nella loro stessa terra d’origine. Per gli altri fu la diaspora: in Giordania, in Libano, in Siria, nella Striscia di Gaza, nei campi profughi. Ho chiesto a Malik di raccontarmi questa storia. Si è preso del tempo e mi ha lasciato un lungo messaggio pieno di dettagli, riportandomi i racconti del bisnonno e le proprie considerazioni su quello che è accaduto dopo la Nakba, dopo “la catastrofe”. Ibrahim, il nonno di sua madre, aveva 25 anni quando i primi ebrei arrivarono nell’area di Jaffa. Allora i palestinesi lavoravano nelle coltivazioni di arance succosissime e la vita era semplice e meravigliosa. Ben presto i nuovi arrivati cominciarono a organizzarsi in gruppi violenti e a depredare, invadere città e villaggi, prendere possesso delle terre con l’uso della forza. I pionieri sionisti tentarono da subito di espandere il proprio territorio costruendo insediamenti aldilà dei confini proposti per lo Stato di Israele, con l’obiettivo di rivendicare tutta la Palestina per sé. I nativi palestinesi non avevano armamenti in grado di competere con la forza degli israeliani e non poterono fare altro che soccombere. Ma il diritto a ritornare è un sentimento di tutto coloro che hanno dovuto lasciare la propria casa, anche ora che, con il genocidio, lo sradicamento è diventato duplice o triplice. Dopo avergli raccontato questa storia, Ibrahim ha messo tra le mani del nipote la chiave della casa di Jaffa, lasciata per sempre durante la Nakba. La chiave di casa è il simbolo di quel diritto al ritorno che non può essere messo in discussione neanche dalla più atroce forma di violenza. Malik mi ha scritto: “Dobbiamo dirci chiaramente che lo Stato di Israele è nato sul sangue di bambini e donne e sul massacro di persone innocenti”. Le sue parole sono piene di rabbia, una rabbia fiera, consapevole. Gliela faccio notare, e lui mi chiede cosa penso di quella rabbia.  Penso che sia il suo modo di sfidare un presente che lo vorrebbe incatenato e passivo. Che sia ciò che restituisce dignità a un ragazzo in tempo di guerra, il modo in cui lo slancio vitale si conserva e continua a sollevare la polvere. Molti palestinesi esiliati nel 1948 ricordano la grande menzogna che la Nakba ha lasciato dietro di sé: la promessa che in pochi giorni sarebbero tornati nella loro terra non fu mai mantenuta, e non può esserlo ora più che mai. Quando Malik mi ha raccontato questa storia, mi ha scritto “stiamo ancora aspettando di tornare”. Ho pensato alla potenza di quel noi. Una storia così importante non può restare dentro i confini della pelle di chi l’ha subita, esonda nei corpi di figli e nipoti, trabocca fuori dall’individuo e diventa identità collettiva, un calco nell’anima di un popolo in grado di trapassare le generazioni, come la chiave di quella casa che non c’è più. > Il diritto a ritornare è un sentimento di tutti coloro che hanno dovuto > lasciare la propria casa, anche ora che, con il genocidio, lo sradicamento è > diventato duplice o triplice. E ora accade di nuovo. Quando Malik e la sua famiglia hanno lasciato Bani Suheila, non sapevano se sarebbero tornati a casa, né quando questo sarebbe accaduto. Hanno raccolto le cose essenziali e hanno lasciato il villaggio. “Quando ce ne siamo andati io mi sentivo morire in ogni istante”. Da nove mesi vivono in una tenda ad Al-Mawasi e aspettano. L’attesa è la cifra della loro esistenza. Il pensiero del ritorno a casa affiora anche adesso che quella casa è un cumulo di macerie. Si spera di tornare perché lì ci sono radici e legami, perché la terra che ci vede nascere non può essere sostituita da nessun altro rifugio, soprattutto se costruito nella precarietà, sotto costrizione, tra le bombe. Se la vita è ridotta all’attesa in una tenda fragile e nessuna routine è più praticabile, anche il pensiero è esule e non trova riposo. “Penso tanto e mi sento sopraffatto”, mi ha scritto. “Non riesco più a concentrarmi”. Conversazione dopo conversazione, sono entrata nella quotidianità ristretta dall’occupazione. Nell’area umanitaria di Al-Mawasi, le mattine di Malik sono dedicate allo studio: lascia la tenda troppo rumorosa, si siede in uno dei tanti “cafe” che punteggiano la costa e segue le lezioni online tenute da insegnanti di Gaza e della Cisgiordania. Da quando Gaza è sotto assedio non ci sono programmi scolastici strutturati e ognuno ha trovato il proprio modo per continuare a studiare. Da pochi giorni è stato ammesso nella scuola in presenza, nata vicino alla tendopoli in cui vive. C’era tanta gioia in questa notizia. Ha aspettato nove mesi prima di riuscire a entrare in quella lista di studenti, perché i ragazzi sono troppi e queste scuole di fortuna nate durante il genocidio troppo poche. Deve essere stato doloroso, per un ragazzo studioso come lui, rinunciare alla scuola e imparare a studiare da solo, come in un lockdown più crudele e imprevedibile. Ha imparato a fare i conti con la mancanza e la rinuncia forzata. Quando leggo le sue considerazioni, mi chiedo come faccia a conservare la lucidità nonostante ciò che ha dovuto vedere. Studia, procura il cibo per la famiglia, parla con le persone, pianifica il suo futuro. Si è fatto portavoce di Gaza per giornalisti internazionali che gli hanno chiesto delle interviste. Lo ha fatto con gentilezza, ma anche con quella rabbia quieta e lucida. Una rabbia che non fa sconti e mette al muro anche me. Mi ha raccontato della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), l’organizzazione con sede nel Delaware, sostenuta da Stati Uniti e Israele, che lo scorso maggio ha criminalmente monopolizzato la distribuzione di cibo nella Striscia, sopprimendo tutte le altre associazioni umanitarie (circa 200) con l’obiettivo di gestire a proprio modo la faccenda degli aiuti, per centellinare le calorie ammesse nella Striscia e proseguire il programma di affamamento della popolazione di Gaza. Le attività della fondazione sono partite con uno scopo programmatico chiaro: soddisfare il bisogno di cibo a Gaza. Ma per tutti i mesi in cui l’organizzazione ha operato sono rimaste molte opacità: non sono mai state chiarite le fonti di finanziamento, né perché abbia impiegato dei contractor americani armati per delle attività di natura ufficialmente umanitaria. Il meccanismo di distribuzione degli aiuti, inoltre, è avvenuto con l’uccisione sistematica dei palestinesi che si dirigevano verso gli hub della fondazione: per tutto il periodo in cui la GHF ha operato, dallo scorso 27 maggio, i soldati israeliani hanno sparato in maniera indiscriminata sui civili accalcati, con l’obiettivo dichiarato di disperdere la folla che cresceva quando i siti di distribuzione venivano aperti. Secondo fonti palestinesi, tra il 27 maggio e il 20 giugno attorno ai siti della GHF sono stati contati circa trecento morti. La Striscia di Gaza ha un’area complessiva di circa 400 chilometri quadrati. Su questo territorio, prima dell’arrivo della GHF erano distribuiti circa 400 siti di aiuti umanitari adesso chiusi. Con l’inizio delle attività della GHF, i siti di distribuzione si sono ridotti a quattro, tutti controllati dai militari, e nessuno dei quali nel nord della Striscia: questo ha precluso l’accesso al cibo a una porzione non indifferente della popolazione che è morta di fame o si è ammalata per denutrizione. > Da quando Gaza è sotto assedio non ci sono programmi scolastici strutturati e > ognuno ha trovato il proprio modo per continuare a studiare. Uno dei quattro siti della GHF è nei pressi di Al-Mawasi. Malik ci è andato più volte, spinto dalla fame della sua famiglia. È il più grande dei fratelli e sente un forte senso di responsabilità verso di loro. In questi casi ha trascorso la notte in spiaggia per poter raggiungere il sito il prima possibile il giorno dopo, prima del levare del sole. La regola delle grandi distribuzioni della GHF è “first come first served”, perciò occorre arrivare il prima possibile, anche rinunciare a dormire per l’intera notte se necessario. “La prima volta che ci sono andato non avevo idea di cosa mi aspettava ed è stato tragico”, mi ha raccontato. Mi manda i video che ha fatto. “Quando sono arrivato, ho visto che continuavano a sparare. Hanno sparato alla testa della persona che mi stava accanto”. Conosco tutto questo attraverso l’informazione italiana, ma quando il suo racconto arriva, dal corpo di un sopravvissuto a quel laboratorio di massacri, mi trova impreparata. Per un tragico effetto domino, la fame e l’insufficienza degli aiuti hanno generato altre dinamiche nella Striscia. Ad esempio il mercato di cibo illegale. C’è chi riesce a fare scorta di cibo dalla GHF e rivende quanto ottenuto a prezzi altissimi. Dal momento che non ci sono banche aperte, anche il prelievo di denaro da conto bancario avviene tramite intermediari che impongono commissioni altissime. Nel periodo peggiore, durante la carestia dello scorso inverno, Malik ha visto le commissioni arrivare al 53%. Quando siamo stanchi di parlare di guerra giochiamo al “question game”: una domanda per ciascuno, a cui dobbiamo rispondere in maniera secca e sincera. Gli chiedo di dirmi uno dei suoi più grandi sogni. Mi risponde senza esitazione. “La fine della guerra, lasciare Gaza”. Probabilmente avrebbe amato vivere per tutta la vita a Khan Younis, a pochi passi dal mare. Mi chiede quanto tempo passerà prima di riabituarsi alla vita dopo questa lunga apnea di annullamento. Se lasciasse Gaza si porterebbe dietro il peso della doppia assenza, l’inevitabile marchio del rifugiato, che lo renderebbe estraneo alla propria terra di origine una volta partito, e che lo renderebbe estraneo al Paese di arrivo perché nulla sarà mai come Gaza, né come gli anni dell’infanzia trascorsi a Bani Suheila, tra la scuola, la strada e la moschea, quando il pensiero della morte non aveva un odore conosciuto. È difficile immaginare un “dopo” anche se questo “dopo” avvenisse dentro una lingua di terra annientata. Lo scorso agosto l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura ha condotto una valutazione analizzando delle immagini satellitari della Striscia di Gaza. Già allora, il 98,5% dei terreni coltivabili era danneggiato o inaccessibile. Dopo il cessate il fuoco, è stato stimato che circa l’80% dei palazzi di Gaza sono danneggiati o distrutti, e che il 90% delle strade sono inaccessibili o non ci sono più. Malik sa bene che oltre l’area umanitaria di Al-Mawasi ci sono chilometri e chilometri di macerie: 40 milioni di tonnellate, secondo le stime di UNOSAT (United Nations Satellite Centre). E che il ritorno alla vita sarà difficile e doloroso. “Sarò una persona diversa,” mi scrive alla fine. “Cercherò di abituarmi di nuovo alla vita, voglio scoprire le mie capacità, voglio imparare meglio l’inglese, voglio costruire una nuova routine” ‒ bisogni fondamentali che per mesi ha dovuto dimenticare. “E voglio ricordare al mondo il sacrificio della popolazione di Gaza e denunciare i crimini di Israele. Lascerò ovunque il mio segno di palestinese sopravvissuto al genocidio”. > Quando siamo stanchi di parlare di guerra giochiamo al “question game”: una > domanda per ciascuno, a cui dobbiamo rispondere in maniera secca e sincera. Mi > ha chiesto: cosa pensi del 7 ottobre? Le categorie mobilitate dall’Occidente per descrivere i palestinesi prima che tutto cominciasse, ma soprattutto dopo, hanno disumanizzato un popolo e lo hanno reso invisibile, assecondando il progetto coloniale di Israele. La questione palestinese viene trattata come lo scomodo collaterale di un conflitto storico in cui loro, comunque vada, non hanno mai voce. Da quando un filo invisibile mi lega a Malik, passo tante ore ad ascoltarlo. “Il mondo osserva in silenzio ciò che sta accadendo oggi,” mi ha scritto “ritardando qualsiasi vera soluzione o la creazione di uno Stato palestinese. Ma quanto accaduto a Gaza il 7 ottobre, e tutto quello che c’è stato dopo, è il risultato del silenzio del mondo e della sua negligenza nei confronti della causa palestinese”. La sua voce è la voce di un popolo che non ha paura di raccontarsi le proprie sofferenze, che ha interiorizzato l’attesa: di un futuro, di un riconoscimento, di una rinascita. Poco prima del cessate il fuoco abbiamo discusso della resistenza palestinese. Non gli ho scritto subito le mie considerazioni. Allora, dopo qualche giorno, è ritornato sull’argomento. Ha scritto “Adesso però voglio una risposta” e mi ha chiesto: “Cosa pensi del 7 ottobre?”. Tutto ciò che conosco su Hamas e sul conflitto israelo-palestinese l’ho studiato dalla storiografia occidentale. Gli dico che la versione ufficiale di questa storia, quella diffusa in Occidente, è profondamente coloniale, che nelle scuole italiane si parla di rado di occupazione e di suprematismo sionista. Gli dico che l’Europa, incapace di elaborare la colpa originaria della Shoah, sta continuando a sostenere uno Stato genocida, coprendo i propri rimossi con la forza politica di cui gode. Gli scrivo tutto questo, ma in realtà sto cercando di prendere tempo. Mi chiede: “Bene, e cosa ti hanno insegnato i colonialisti?”. Mi fa il verso, risponde piccato alle mie premesse autoassolutorie. Tra le righe ingessate e telegrafiche dei messaggi WhatsApp, avverto la sua urgenza di capire come la penso. Percepisco, oltre ogni morale e ogni retorica, la vitalità senza condizioni di un ragazzo sotto assedio, che non ha potuto scegliere un’esistenza disimpegnata perché anche la terra dove ha imparato a camminare non è mai stata gratuita né scontata. Il giorno della firma dei primi accordi tra Israele e Hamas, il 9 ottobre 2025, i gazawi erano in festa. Il mio feed di Instagram si è riempito di video della loro esultanza: dopo 730 giorni, sono i primi reel rincuoranti dei giornalisti di Gaza rimasti in vita. Malik era gioioso: poteva tornare alla vita, poteva lasciare l’area umanitaria per alcune ore, poteva spostarsi liberamente nella Striscia. Appena le truppe israeliane hanno lasciato l’area di Khan Younis, Malik è tornato a casa. Voleva vedere cosa è cambiato in questi mesi. Era impaziente e terrorizzato all’idea di non trovare la casa della nonna, che era ancora parzialmente salva il giorno in cui si erano trasferiti ad Al-Mawasi. È partito da solo, ha dormito vicino al mare e la mattina successiva è arrivato. La casa della nonna era distrutta. Mi ha mandato un video: un lungo slalom tra i ruderi. In quei cumuli di pareti macerate, muri portanti bucati, funi di acciaio a vista, emergevano gli spazi di una casa, i luoghi di un’intimità violata: un frigo, una credenza di legno, lo schienale blu di un divano polveroso. Secondo Malik quest’ultimo cessate il fuoco è arrivato troppo tardi, quando il lavoro di Israele sulla Striscia è compiuto. Ormai Gaza è distrutta, i morti ancora innumerevoli, e i sopravvissuti, annientati da due anni di genocidio, non hanno più forze per pensare che all’essenziale: le protesi per i bambini amputati, la ricostruzione di intere città ‒ e con quali soldi, poi? Inoltre, per il momento questa tregua non sembra aver posto fine all’assedio. Le forze armate israeliane continuano a controllare larghe porzioni della Striscia. In alcune giornate, nonostante gli accordi in lavorazione tra Israele e Hamas, hanno bombardato. Malik e i suoi hanno sentito quelle bombe da Al-Mawasi, ed è tornata quell’angoscia che per due anni è stata così familiare. È tornato il terrore che la storia possa ripetersi: lo scorso gennaio un cessate il fuoco era stato già dichiarato, ma dopo poche settimane era sfumato. Se una qualche “pace” proseguirà, il progetto di Malik è di trovare soldi per la ricostruzione, in un modo o nell’altro. Vuole restituire una casa ai suoi prima di lasciare la Striscia e continuare gli studi lontano da questo inferno. Mi dice che fin quando i firmatari degli accordi di pace non saranno palestinesi interessati davvero alla popolazione di Gaza, l’occupazione non cesserà. E porterà, presto o tardi, a nuova sofferenza. > Quest’ultimo cessate il fuoco è arrivato troppo tardi, quando il lavoro di > Israele sulla Striscia è compiuto. Ormai Gaza è distrutta, i morti ancora > innumerevoli, e i sopravvissuti, annientati da due anni di genocidio, non > hanno più forze per pensare che all’essenziale. La mancanza di casa che era di Ibrahim, il bisnonno, adesso la sente lui, figlio di un duplice esilio. Quella mancanza è parte della memoria storica di un popolo che ha organizzato gran parte della propria identità sul dolore della perdita. In queste settimane gli ho scritto più volte “sentiti libero di fermarmi se le mie domande sono inopportune”. L’ultima volta che l’ho fatto, mi ha chiesto perché mai dire la verità dovrebbe essere inopportuno. “Perché la verità è dolorosa”, gli dico, e lui mi risponde: “Ma il dolore è ciò che ci rende vivi. È il motivo per cui resistiamo”. L'articolo Voci da Gaza proviene da Il Tascabile.
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La marcia dei quarantamila
I l 14 ottobre 1980 una fiumana silenziosa di persone attraversa il centro di Torino. Sono in gran parte impiegati, tecnici e quadri della Fiat, affiancati da qualche operaio e da cittadini comuni – artigiani, piccoli imprenditori, commercianti – tutti decisi a manifestare a sostegno della più grande azienda italiana e contro coloro che, a loro avviso, ne stavano frenando l’attività. Dietro di loro c’è la fabbrica simbolo della città, Mirafiori, da 35 giorni paralizzata da picchetti sindacali e scioperi a oltranza. Davanti a loro c’è un obiettivo chiaro: rivendicare il diritto al lavoro e chiedere la riapertura dei cancelli, sfidando apertamente lo sciopero indetto dai sindacati. In poche ore quel corteo atipico – passato alla storia come la “marcia dei quarantamila” – segna una svolta drammatica. Il giorno seguente, di fronte all’impatto di quella manifestazione, i vertici sindacali firmano un accordo che pone fine alla vertenza alle condizioni dettate dall’azienda. Si conclude così, bruscamente, uno dei più lunghi conflitti operai del dopoguerra, con una cocente sconfitta del movimento sindacale e l’inizio di una nuova fase nei rapporti tra capitale e lavoro. Storici e osservatori parleranno poi di “fine di un’epoca”: nell’arco di una sola giornata si chiude simbolicamente la stagione delle grandi lotte operaie fordiste e se ne apre un’altra, dominata dalla ristrutturazione industriale, dalla flessibilità del lavoro e da un diverso clima sociale. Per comprendere il significato di quella marcia occorre inserirla nel contesto delle lotte sindacali degli anni Settanta. Il decennio precedente era stato segnato da un’ondata di mobilitazioni operaie senza precedenti: l’“autunno caldo” del 1969 aveva visto gli operai italiani – e torinesi in particolare – conquistare aumenti salariali e nuovi diritti, spingendo il parlamento ad approvare lo Statuto dei lavoratori (1970) che introduceva tutele avanzate in fabbrica. Negli anni successivi le grandi fabbriche come la Fiat diventarono teatro di conflitti accesi e continui, con scioperi, picchetti e assemblee che misero in discussione l’organizzazione del lavoro fordista e i rapporti gerarchici tradizionali. Il movimento operaio esercitava una forza contrattuale notevole: la contrapposizione tra “tute blu” e vertici aziendali fu il motore di un conflitto sociale che per oltre un decennio condizionò profondamente la vita politica ed economica italiana. Tuttavia, sul finire degli anni Settanta, quella stagione di mobilitazione mostrava segni di logoramento: la crisi economica seguita allo shock petrolifero del 1973 aveva fatto esplodere inflazione e disoccupazione, erodendo il potere negoziale dei lavoratori. Allo stesso tempo, le tensioni sociali avevano imboccato la via tragica del terrorismo: le frange estremiste, come le Brigate rosse, ingaggiarono una lotta armata che culminò nel sequestro Moro (1978) e contribuì a isolare le componenti più radicali del movimento. Sul piano politico, l’Italia di fine anni Settanta era attraversata da instabilità di governo e dal compromesso storico tra Democrazia cristiana (DC) e Partito comunista italiano (PCI), mentre il clima internazionale virava verso una fase di offensiva neoliberista (con l’ascesa di Thatcher e Reagan) e di ristrutturazioni industriali su scala globale. > Nell’arco di una sola giornata si chiude simbolicamente la stagione delle > grandi lotte operaie fordiste e se ne apre un’altra, dominata dalla > ristrutturazione industriale, dalla flessibilità del lavoro e da un diverso > clima sociale. In questo contesto crepuscolare, la figura dell’operaio-massa – l’operaio di linea, non specializzato ma centrale nella produzione di massa fordista – era ancora formalmente protagonista, ma la sua centralità cominciava a vacillare. È Mario Tronti, teorico dell’operaismo italiano, a definire negli anni Sessanta l’operaio-massa come il nuovo soggetto collettivo emerso con la catena di montaggio e destinato a guidare lo scontro di classe nell’era del fordismo. Ed effettivamente per tutti gli anni Settanta l’operaio-massa è il “protagonista indiscusso delle lotte e delle conquiste”, la figura attorno a cui ruotano sia l’organizzazione della produzione sia l’immaginario della sinistra. Ma all’alba degli anni Ottanta questo ciclo storico volge al termine, ed è proprio in quel 14 ottobre 1980 che l’operaio-massa esce di scena, per lasciare spazio a nuove identità sociali basate sulla ricerca del benessere individuale e sul primato del mercato e della produttività. La marcia dei quarantamila sarà l’inequivocabile evento-simbolo di questo tramonto. Ma cosa accadde precisamente? All’inizio del 1980 la Fiat entra in una fase di crisi che non è solo congiunturale. Le vendite crollano, i piazzali di Mirafiori sono colmi di auto invendute, la produttività appare troppo bassa in un mercato ormai globalizzato. La famiglia Agnelli decide di cambiare passo: a fine luglio l’amministratore delegato Umberto Agnelli si dimette, sostituito da Cesare Romiti. Con lui la direzione aziendale abbandona ogni atteggiamento attendista e sceglie la linea della fermezza. Romiti intende ristrutturare in profondità, ridurre drasticamente gli organici, riportare disciplina in fabbrica dopo un decennio di protagonismo operaio. Il 5 settembre la nuova dirigenza annuncia diciotto mesi di cassa integrazione per ventiquattromila dipendenti, quasi tutti operai. Pochi giorni dopo comunica ufficialmente quattordicimila licenziamenti: un taglio occupazionale di proporzioni senza precedenti. I sindacati metalmeccanici reagiscono proclamando lo sciopero e organizzando picchetti permanenti che paralizzano gli stabilimenti. Mirafiori diventa l’epicentro di una vertenza che assume subito un carattere politico nazionale: il ministro del Lavoro Franco Foschi tenta una mediazione, mentre lo stesso Enrico Berlinguer si reca ai cancelli della fabbrica per manifestare solidarietà agli operai. > È Mario Tronti a definire negli anni Sessanta l’operaio-massa come il nuovo > soggetto collettivo emerso con la catena di montaggio e destinato a guidare lo > scontro di classe nell’era del fordismo. Ma all’alba degli anni Ottanta questo > ciclo storico volge al termine. La caduta del governo Cossiga, il 27 settembre, rende vano ogni tentativo di compromesso. La Fiat alza allora ulteriormente la posta: sospende formalmente la procedura di licenziamento, ma invia a ventitremila lavoratori la comunicazione di cassa integrazione a zero ore. Nelle liste compaiono soprattutto i delegati più combattivi, segnale chiaro della volontà di epurare la fabbrica dalla rappresentanza sindacale più radicale. Il sindacato denuncia trattarsi di una vera e propria “lista di proscrizione”, ma continua a mantenere i presidi. È in queste settimane che la compattezza operaia comincia a incrinarsi. Impiegati, tecnici e capi intermedi, inizialmente rimasti in disparte, avvertono sempre più il conflitto come estraneo e persino dannoso. Temono per la tenuta dell’azienda e guardano con ostilità crescente all’egemonia dei delegati di fabbrica. Nasce così un coordinamento dei quadri, che diffonde comunicati contro i sindacati e arriva persino a scontrarsi fisicamente con i picchetti. Parallelamente, la Fiat affianca alla pressione economica e organizzativa una strategia legale: gli esposti contro i blocchi portano a centinaia di convocazioni per gli operai attivi nei presidi. Alla vigilia del 14 ottobre il conflitto non è più soltanto tra azienda e lavoratori, ma attraversa lo stesso fronte del lavoro: da un lato gli operai di linea, dall’altro il ceto impiegatizio che si prepara a uscire allo scoperto. La marcia dei quarantamila sarà la conseguenza diretta di questa frattura già consumata. Se è vero che in Italia è venuta affermandosi una teorizzazione nuova dell’operaio – quella dell’operaio-massa, elaborata da Mario Tronti –, è vero anche che con la marcia dei quarantamila ci si è ritrovati di fronte a una forma inedita di crumiraggio: per la prima volta, a memoria di operaio, un nutrito schieramento di colletti bianchi scese in piazza contro uno sciopero operaio, mettendosi – di fatto – dalla parte del “padrone”. Questo evento ebbe un enorme impatto simbolico. Durante le lotte degli anni Sessanta-Settanta, pur nelle diversità di ruoli, impiegati e operai avevano spesso mantenuto una forma di solidarietà: i primi raramente scioperavano, ma neppure si sarebbero sognati di sfilare contro i secondi. La “marcia dei capi” (così venne anche chiamata) ruppe questo tabù. Cosa significò? In primo luogo, segnalò l’emergere di interessi divergenti all’interno del mondo del lavoro Fiat: molti impiegati e tecnici – probabilmente timorosi di perdere il posto se la crisi fosse degenerata – sposarono la causa aziendale della ripresa produttiva a ogni costo, mentre gli operai rivendicavano la tutela del posto di lavoro collettivamente e senza concessioni. Era anche uno scontro tra culture del lavoro: da un lato la cultura operaia della solidarietà di classe, dall’altro quella, tipica del ceto medio impiegatizio, dell’individualismo meritocratico e del professionalismo. La marcia rese visibile questa faglia. Di fronte a loro, l’unità di classe proclamata dalle confederazioni si rivelò, in quel frangente, un’illusione impotente. > Alla vigilia del 14 ottobre il conflitto non è più soltanto tra azienda e > lavoratori, ma attraversa lo stesso fronte del lavoro: da un lato gli operai > di linea, dall’altro il ceto impiegatizio che si prepara a uscire allo > scoperto. Molti commentatori sottolinearono come il sindacato avesse sottovalutato quella spaccatura interna. Anni di retorica sull’unità dei lavoratori forse avevano indotto i leader sindacali a credere che impiegati e operai condividessero gli stessi obiettivi. In realtà, nell’autunno 1980, una parte consistente del personale Fiat non si riconosceva più nella linea oltranzista dei delegati di fabbrica. Secondo alcuni osservatori, i sindacalisti avrebbero dovuto intuire per tempo questo malessere e cambiare strategia, evitando di arroccarsi su posizioni estreme “per una falsa unità di classe”. Lo stesso segretario della FIOM (Federazione Impiegati Operai Metallurgici) torinese, Claudio Sabattini, pochi anni dopo ammise che l’errore fu impedire agli operai di rientrare al lavoro per adottare forme di protesta più sostenibili nel lungo periodo. D’altronde non va dimenticato il trauma sociale che la sconfitta causò tra gli stessi operai: oltre alla perdita del posto per migliaia di essi, uno studio ha contato ben 149 suicidi di lavoratori Fiat tra il 1980 e il 1984, un dato agghiacciante che testimonia la disperazione seguita a quella débâcle. La rottura della solidarietà si pagò con ferite profonde nel tessuto operaio torinese. I manifestanti dipinsero sé stessi come cittadini moderati e ragionevoli, stanchi di subire le prepotenze di una minoranza rumorosa (i delegati sindacali, i cassintegrati in perenne sciopero). Si chiedeva il ripristino dei diritti civili, con l’implicita accusa al sindacato di avere instaurato un regime di fatto attorno a Mirafiori, violando i diritti di chi voleva lavorare. Si trattò in parte di una sapiente costruzione retorica – alimentata anche dalla stampa moderata – ma che fece presa su larghi strati dell’opinione pubblica. Per la sinistra fu un duro colpo: significava che il consenso sociale attorno alle lotte operaie si era eroso, non solo tra gli impiegati Fiat ma anche tra i cittadini comuni. La classe operaia apparve isolata, quasi “colpevole” di aver frenato lo sviluppo. In tal modo la marcia sancì la fine di un’alleanza sociale che per decenni aveva visto movimenti studenteschi, intellettuali, ceti medi progressisti e operai combattere fianco a fianco per l’emancipazione collettiva. Nell’Italia del 1980 quell’alleanza era svanita: al suo posto emergeva una ricomposizione degli schieramenti sociali, con il ceto medio produttivo e parte del mondo del lavoro schierati con il capitale in nome della “ripresa” economica. > La marcia sancì la fine di un’alleanza sociale che per decenni aveva visto > movimenti studenteschi, intellettuali, ceti medi progressisti e operai > combattere fianco a fianco per l’emancipazione collettiva. “Con la marcia del 1980 non finì soltanto una dura disputa sindacale, ma – in un’ottica di medio periodo – terminarono anche gli ‘anni ’68’, cioè quel lungo ciclo di conflitti iniziato con le lotte studentesche oltre dieci anni prima”, ha scritto lo storico Fabrizio Loreto. E in un’ottica di lungo periodo, quell’evento segnò davvero la conclusione dell’età del fordismo. Il modello produttivo fordista – basato su grandi fabbriche, produzione di massa standardizzata e una forza-lavoro operaia concentrata e omogenea – entrò in crisi definitiva. Gli anni Ottanta furono infatti gli anni della ristrutturazione. In Italia, come altrove, le imprese colsero la sconfitta operaia come un via libera per innovare profondamente processi e prodotti. Nuove tecnologie fecero il loro ingresso: robotica, automazione, elettronica. La stessa Fiat, dopo il trauma del 1980, avviò un vasto programma di ammodernamento in tutti gli stabilimenti, introducendo sistemi produttivi più flessibili. Nel 1983 lanciò la Uno, la prima utilitaria progettata interamente nell’era post-sciopero, prodotta con linee automatizzate avanzate (il “robogate”). Nel 1986 Gianni Agnelli poté dichiarare concluso il risanamento. La Fiat aveva recuperato una posizione di piena centralità, contendendosi la leadership del mercato europeo con la Volkswagen. La restaurazione manageriale sembrava aver dato i suoi frutti: la produttività era risalita, i bilanci tornati in attivo. La parabola dell’operaio-massa appariva chiusa, sostituita da una nuova centralità del “fattore impresa”. In effetti, la figura dell’operaio di linea quale soggetto collettivo si eclissa dopo il 1980. Nel lessico sociologico fa capolino un nuovo termine: “flessibilità”. Le imprese, per competere in mercati sempre più globali e instabili, adottano modelli organizzativi snelli, sul modello giapponese (toyotismo). La produzione si frammenta in distretti industriali territoriali e filiere di subfornitura (un processo di decentramento produttivo che in Italia era già avanzato in regioni come Veneto ed Emilia). L’occupazione industriale si riduce nelle grandi fabbriche e cresce in piccole e medie imprese. Si affermano nuove categorie di lavoratori: tecnici specializzati, operai interinali, impiegati del terziario avanzato, mentre il tradizionale operaio di catena diventa sempre più raro. Teorici post-operai come Antonio Negri parleranno di operaio sociale per indicare un lavoratore diffuso nella società, non più concentrato solo in fabbrica. Ma soprattutto, dagli anni Ottanta in poi il mito della flessibilità viene esaltato nel discorso pubblico – salvo tradursi, per molti lavoratori, in una condizione cronica di precarietà. Gli anni Ottanta divennero un periodo di espansione economica: dopo la recessione del 1981-82, l’Italia conobbe un deciso rilancio con tassi di crescita annui intorno al 3% a metà decennio. Furono anche gli anni del cosiddetto made in Italy: accanto ai successi dell’auto si affermarono a livello globale prodotti come i computer Olivetti (M24) e l’alta moda italiana – segno di un Paese in trasformazione. Il sociologo Francesco Alberoni parlò addirittura di “nuovo Rinascimento” italiano. > La parabola dell’operaio-massa appariva chiusa, sostituita da una nuova > centralità del “fattore impresa”. Eppure, nonostante la grave perdita di quella figura operaia, quella fu anche dal punto di vista dello sviluppo capitalistico un’occasione perduta: l’euforia degli anni Ottanta non sfociò in riforme strutturali durature. Mancò la “virtù” di investire sul lungo periodo, e il sistema-Italia dissipò in parte quei vantaggi, ritrovandosi fragile alle soglie degli anni Novanta. Resta il fatto che, dal punto di vista sociale, il protagonismo operaio arretrò bruscamente. Il sindacato, scottato dalla sconfitta Fiat, nei decenni successivi assunse quasi sempre posizioni più caute e negoziali, inaugurando la stagione della concertazione tra parti sociali negli anni Novanta. Certamente, nessuna mobilitazione operaia, nei 40-50 anni seguenti, ha più raggiunto la forza d’urto di quelle degli anni Sessanta e Settanta. A più di quarant’anni di distanza, la marcia dei quarantamila resta un evento-simbolo ricco di significati per il presente. Da un lato, essa segnò il tramonto di un modello di conflitto sociale basato sul potere contrattuale concentrato della grande fabbrica. Quel modello – l’operaio-massa fordista, organizzato nel sindacato di fabbrica – aveva ottenuto conquiste importanti, ma mostrava già la corda di fronte ai mutamenti dell’economia. La sconfitta del 1980 certificò che non era più possibile tornare indietro: il capitalismo italiano aveva voltato pagina, aprendosi all’era della flessibilità e della globalizzazione nascente. Dall’altro lato, molti dei nodi irrisolti di allora si ripresentano oggi sotto altre forme. La frattura tra impiegati e operai può ricordare, per certi versi, le nuove divisioni nel mondo del lavoro contemporaneo: da una parte lavoratori garantiti (spesso più qualificati e integrati nei processi globali), dall’altra lavoratori precari o marginali, con minore tutela e potere contrattuale. Il declino della solidarietà di classe che emerse in nuce nel 1980 è oggi amplificato da una frammentazione estrema del lavoro: la fabbrica diffusa e l’outsourcing hanno disperso la forza lavoro in miriadi di piccole unità, rendendo più difficile l’organizzazione collettiva. Allo stesso tempo, l’offensiva neoliberista che negli anni Ottanta muoveva i primi passi è giunta a piena maturazione: deregolamentazione, competitività sfrenata e precarietà sono realtà quotidiane per milioni di persone. In questo senso, la marcia dei quarantamila può essere vista come l’atto iniziale di un lungo processo di ristrutturazione che prosegue ancora oggi. La Waterloo del sindacato è stata vista dall’imprenditoria a trazione liberale come una sconfitta cocente ma forse necessaria per spingere le organizzazioni dei lavoratori a rinnovarsi. Dal punto di vista della storia del lavoro, la marcia dei quarantamila segna un punto di non ritorno. Dopo quell’episodio, la figura dell’operaio-massa – attorno a cui si erano costruite teorie (Tronti, Negri) e strategie politiche – perde centralità, mentre emergono nuovi soggetti e nuove forme di conflitto (si pensi, ad esempio, ai movimenti dei lavoratori precari degli ultimi anni, ben diversi per composizione e rivendicazioni). In definitiva, l’eredità di quell’autunno torinese è duplice: da un lato, il mondo delle fabbriche non fu più lo stesso, dall’altro le questioni del potere e dei diritti nel lavoro assunsero forme più complesse, meno visibili. > La frattura tra impiegati e operai può ricordare, per certi versi, le nuove > divisioni nel mondo del lavoro contemporaneo: da una parte lavoratori > garantiti (spesso più qualificati e integrati nei processi globali), > dall’altra lavoratori precari o marginali, con minore tutela e potere > contrattuale. Beninteso, per Mario Tronti l’operaio-massa non entra in crisi con la marcia dei quarantamila, ma molto prima. Già alla vigilia del Sessantotto, con l’affacciarsi di nuove soggettività politiche e sociali, Tronti aveva colto i segnali di esaurimento di quella figura: un soggetto che era stato centrale nell’organizzazione fordista e nel ciclo di lotte operaie, ma che mostrava crepe evidenti nel momento stesso in cui diventava protagonista. La sua parabola, insomma, era inscritta fin dall’inizio nella trasformazione più ampia dei rapporti di produzione e nelle mutazioni della società industriale. In questo senso la marcia dei quarantamila ebbe un valore simbolico non dissimile, per il mondo operaio occidentale, da quello che la caduta del Muro di Berlino ebbe per l’Unione Sovietica: il gesto che non inaugura la crisi, ma la rende irreversibile e visibile a tutti. Nel bilancio storico-sociologico di quell’evento, dunque, possiamo leggere sia la fine di un’epoca sia l’inizio di contraddizioni nuove. Fu la fine dell’epoca in cui il conflitto capitale-lavoro aveva il volto coriaceo e oleoso dell’operaio di Mirafiori; l’inizio di un’era in cui quel conflitto si sarebbe espresso in maniera più frammentata e diffusa, spesso silenziosa. La marcia dei quarantamila resta lì a ricordarci che anche il “noi” dei lavoratori può andare in frantumi se cambiano le condizioni – e che ogni stagione di lotta, per quanto gloriosa, può conoscere il suo autunno. Un autunno, quello del 1980, che vide cadere le foglie di un’intera cultura operaia, preparando un inverno di cambiamenti da cui sarebbe germogliato il mondo del lavoro contemporaneo. L'articolo La marcia dei quarantamila proviene da Il Tascabile.
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Ginevra occupata
E ra l’estate del 2007 quando il Rhino, lo squat più conosciuto di Ginevra, fu sgomberato dalla polizia. La fine di questa esperienza iniziata nel 1988 ha rappresentato anche l’epilogo di un lungo periodo in cui le case occupate ginevrine hanno attirato persone da ogni Paese d’Europa. A partire dalla metà degli anni Settanta e con un incremento dalla fine degli anni Ottanta, infatti, ci fu una proliferazione eccezionale delle occupazioni, dovuta alla penuria di alloggi e alla grande speculazione immobiliare in atto nella città della Svizzera romanda: un fenomeno che stava producendo l’allontanamento delle classi sociali meno agiate dal centro urbano e che ha invece generato una reazione storica agevolata dalle condizioni economiche e dalla situazione politica di allora. Molti immobili dismessi, insomma, venivano popolati abusivamente da gruppi di persone, per lo più giovani, che li sistemavano in autonomia puntando, quando possibile, sul reimpiego di materiali e oggetti. Ne è seguita una lunga stagione in cui questi spazi sono diventati degli esperimenti riusciti di vita comunitaria ‒ per lo più tra artisti, creativi e studenti ‒ in cui si promuovevano le culture underground e alternative in un clima di accoglienza, socialità, solidarietà, convivialità, creatività e tolleranza. All’inizio del 1995 nel comune di Ginevra risiedevano poco più di 175.000 persone: tra queste, circa duemila stavano occupando in contemporanea tra i 150 e i 250 spazi abbandonati, che avevano rivitalizzato, chi aprendosi al pubblico e chi vivendoci in piena discrezione. Tra quelli più attivi pubblicamente c’era il Rhino, il cui nome era stato scelto dagli occupanti dello stabile perché acronimo di Retour des Habitants dans les Immeubles Non Occupés, ossia “ritorno degli abitanti negli immobili non occupati”. Gli anni Novanta hanno costituito l’epoca d’oro degli squat un po’ ovunque ‒ Italia compresa ‒ e in Europa Ginevra era uno dei centri nevralgici di questo movimento. Con ogni probabilità, però, per molti era il meno prevedibile perché la città svizzera era ed è conosciuta nel mondo soprattutto per essere una delle sedi predilette delle multinazionali e dei milionari (non a caso nel 2025 è ancora una delle capitali internazionali dei servizi di private banking). A metà degli anni Novanta se, da italiani, si passava per Ginevra, si restava colpiti per come la città fosse quieta e pulita, e per quanto si percepisse la presenza della ricchezza. Anche per queste ragioni passare nelle zone dove si concentravano gli squat, ad esempio vicino all’università, nel quartiere Plainpalais, apriva un panorama completamente inaspettato, molto differente dal resto della città, quanto mai vivo e colorato: sulla facciata del Rhino, in particolare, oltre agli striscioni con frasi sul concetto e sullo spirito dell’occupazione, spiccava la riproduzione di un corno di rinoceronte enorme e rosso. “Bar, teatri, sale da concerto, ristoranti a prezzi modici e asili nido autogestiti hanno costituito un arcipelago provvidenziale nella città svizzera, sia per le fasce più precarie della popolazione sia per i giovani che, senza di essi, avrebbero rischiato di morire di noia” ha scritto Mona Chollet, scrittrice e giornalista svizzera romanda, su Le Monde Diplomatique (nel periodo in cui ne era caporedattrice), per raccontare questa realtà. E al suo elenco iniziale si potrebbero quanto meno aggiungere sale prove musicali, spazi espositivi, atelier e negozi alternativi con prodotti provenienti dai circuiti dell’autoproduzione. > Gli anni Novanta hanno costituito l’epoca d’oro degli squat un po’ ovunque ‒ > Italia compresa ‒ e in Europa Ginevra era uno dei centri nevralgici di questo > movimento. Con ogni probabilità, però, per molti era il meno prevedibile. Per anni la dimensione del fenomeno è stata tale che le istituzioni non potevano permettersi di ignorarlo, ma neanche di reprimerlo con la violenza mettendo a rischio l’ordine pubblico. Di conseguenza, si erano organizzate. Esisteva, infatti, un corpo speciale della gendarmeria di Ginevra chiamato Brigade des squats che per lo più provvedeva a fare da intermediario tra gli occupanti e i proprietari degli immobili. Responsabile di questa “brigata” dal 1990, Christian Pasquier, nel 2002 in un articolo del quotidiano locale La Tribune de Genève ha sintetizzato l’essenza del lavoro svolto da lui e dai suoi colleghi in questo modo: “Secondo la volontà del Consiglio di Stato cerchiamo di gestire la situazione nella maniera meno conflittuale possibile”. In un post di un gruppo Facebook fino a pochi anni fa molto vivo, Histoire des Squats à Genève (“Storia degli Squat a Ginevra”), in cui si parla di questi poliziotti, i commenti delle persone che all’epoca vivevano nelle case occupate si dividono tra chi li ricorda come tolleranti, umani e disponibili, “più assistenti sociali che poliziotti”, e chi li definisce subdoli, ipocriti e crudeli, “dei cani al servizio del potere in carica”. Senza dubbio quando agli inizi degli anni Duemila è cambiato il procuratore generale e il clima di relativa tolleranza si è incrinato, si sono create le condizioni per attuare una serie di sgomberi sistematici, e questi stessi rappresentanti delle forze dell’ordine hanno messo in pratica tutte le misure per evacuare gli spazi senza particolari “gentilezze”. Anche qualche anno prima, in ogni caso, il clima non era sempre e comunque amichevole, come si deduce da un volantino del 1995 redatto dal coordinamento di tutti questi spazi occupati, Intersquat, che sottolineava un paradosso: “ci mandano in prigione coperti di elogi”. Le divergenze d’opinione riguardo alla polizia, anche dopo tanti anni dai fatti, svela in parte un conflitto che si riscontrava anche su altre questioni. Il sociologo urbano svizzero romando di origine italiana Luca Pattaroni, professore della EPFL (École Polytechnique Fédérale de Lausanne), si occupa da anni di squat, e in particolare di quelli ginevrini, anche perché ha vissuto in uno di questi spazi grazie a un contratto fiduciario – un sistema controverso, non amato dagli squatter più radicali (che concepivano le occupazioni esclusivamente come illegali), ma comunque abbastanza diffuso. L’ho contattato perché provasse a sintetizzarmi la realtà degli squat di allora, a cui ha dedicato molti scritti. Mi ha spiegato che tra gli squatter di Ginevra non c’erano delle tensioni molto forti, anche se c’erano delle divisioni e una di queste era proprio in relazione alla tipologia di squat. “Alla fine, però, il coordinamento Intersquat raggruppava tutte le tipologie di squat: da quelli illegali a quelli con i contratti fiduciari, dai più radicali e più o meno politicizzati fino a quelli più ‘festosi’ e ‘culturali’. La situazione era diversa, ad esempio, da quella di Parigi, dove gli squat militanti erano repressi e quelli ‘culturali’ valorizzati, dunque lì ci sono state fratture alquanto dure”. Ma questo tipo di divisioni erano meno presenti a Ginevra: “il Rhino, per capirci, era un grande squat illegale la cui attività era prevalentemente culturale, perché era animato da molti studenti di Belle arti”. Va specificato, mi spiega, che in Svizzera le forme politiche della sinistra radicale sono sempre state più miti rispetto alla tradizione francese, ma anche a quella italiana. Solo negli anni Duemila, quando sono cominciati gli sgomberi, la situazione si è un po’ inasprita: “Poi, certo, gli squatter più radicali si sono sempre rifiutati di dialogare con la Brigade des squats perché per loro rappresentava un sistema di controllo, un modo per rendere gli squat una realtà non anticapitalista ma capace di colmare un vuoto fino a quando non ci sarebbe stato di nuovo bisogno di quel vuoto per fare soldi”. E alla fine è quello che è successo, specialmente da quando, negli anni Duemila, i tassi ipotecari si sono abbassati (prima, tra il 1990 e il 1995 erano molto alti). Dal 1998, in pratica, sono iniziate le dispute tra gli occupanti e il procuratore generale Bernard Bertossa, un socialista nonché principale artefice di questo clima di relativa tolleranza. “Questa dottrina faceva comodo anche a un deputato di destra” prosegue Pattaroni “il membro del Partito liberale svizzero Claude Haegi, ex consigliere amministrativo della città di Ginevra e consigliere di Stato del Cantone di Ginevra, molto vicino agli ambienti del mercato immobiliare ‒ in quel momento poco florido – e promotore in qualche modo della politica del ‘self-help’. In pratica, Haegi lasciava il rinnovo delle abitazioni a carico degli squatter, li trattava come imprenditori, e lo Stato non spendeva nulla, ma poi la destra ha iniziato a criticarlo perché con i contratti fiduciari sono arrivati dei costi per lo Stato”. Inoltre tra il 1995 e il 1998 nel settore immobiliare è tornato a circolare il denaro e quindi molti proprietari hanno depositato domande di autorizzazione per attuare una serie di demolizioni e costruzioni. “Dal momento in cui sono stati concessi loro i permessi, il procuratore ha iniziato ad autorizzare degli sgomberi, ma non perché stesse ritrattando la sua dottrina di tolleranza, semplicemente perché le condizioni del mercato immobiliare erano cambiate”. Infine nel 2002 la situazione è cambiata ulteriormente con l’arrivo di un nuovo procuratore, Daniel Zappelli ‒ vicino all’ambiente del mercato immobiliare ‒, che, già durante la campagna elettorale, aveva promesso di sgomberare gli squat. Lo farà anche grazie al supporto di un politico, Mark Muller (anche lui vicino al mercato immobiliare), e alla virata a destra dei vertici della polizia. “Per esaminare la storia degli squat bisogna considerare le vicende politiche ma anche quelle economiche” conclude Pattaroni “perché va detto che le case vuote che venivano occupate erano tutte fuori mercato, non rispettavano le norme per poter stare sul mercato, e le statistiche dicono che a Ginevra il picco di questo tipo di abitazioni è stato raggiunto nel 1995, lo stesso anno in cui ci sono stati più squat nella storia della città”. Di certo i semplici frequentatori, nella maggioranza dei casi ignari delle dinamiche politico-economiche, restavano per lo più colpiti dall’intensa programmazione culturale degli squat aperti al pubblico che, come si sottolinea in un lungo servizio del 1993 realizzato dalla Radio televisione svizzera (RTS), La culture squat, era ricercata e di qualità. In questo documentario televisivo le dichiarazioni degli occupanti permettono soprattutto di capire lo spirito che li animava. Ad esempio quando la giornalista di RTS chiede ad Anne, una giovane stilista che vive nella casa occupata Philos da tre anni, “qual è il vantaggio di abitare in uno squat?”, la risposta è questa: “Il vantaggio di poter… di poter lavorare a dei progetti perché ci interessano e non perché sono pagati o meno. Io ho voglia di fare quello che voglio e non di essere obbligata a regolare la mia vita in relazione al denaro. Ossia, se alla fine del mese ho un affitto da pagare, bisogna che accetti quel lavoro che mi dà quel tanto, anche se me ne interessa un altro che non mi porta nulla: io così ho la libertà di scegliere il lavoro che mi interessa e non quello che mi permette di pagare l’affitto”. > Un volantino del 1995 redatto dal coordinamento di tutti questi spazi > occupati, Intersquat, sottolineava un paradosso: “ci mandano in prigione > coperti di elogi”. Ribadisce il concetto il fotografo Julien Gregorio, che ha vissuto in più di uno squat ginevrino e nel 2012 ha pubblicato un libro ‒ con una postfazione circostanziata di Pattaroni – che raccoglie una serie di immagini che documentano la fase finale di questa lunga stagione di occupazioni: Squats. Genève 2002-2012. Nell’introduzione al suo libro, Gregorio scrive: “In questi luoghi vuoti e fatiscenti, abbandonati da anni, si è sviluppata una maniera di vivere parallela, prima di tutto comunitaria e associativa, basata sulla condivisione e sulla sperimentazione di modelli alternativi alla società del commercio e del consumo”. Anche su un quotidiano conservatore, il Journal de Genève, nel 1991 il giornalista Oliver Perrin sottolineava questo spirito: “gli squatter tendono a recuperare un ideale culturale comunitario in una società che, come tutti sappiamo, privilegia lo sviluppo economico e individuale”. Insomma si trattava di una sorta di anticapitalismo molto pratico e poco dogmatico, lo stesso che ha coinvolto attivamente una buona parte della Generazione X europea prima che il cosiddetto movimento No global dai primi anni del Duemila in poi (e in particolare nel 2001), fosse represso con violenza. La memoria della lunga esperienza degli spazi occupati di Ginevra resta viva grazie al lavoro di studiosi come Luca Pattaroni ma anche a iniziative di attivisti come, ad esempio, Marie Hélène Grinevald, che ha precorso il periodo più rigoglioso degli squat occupando una casa nella prima metà degli anni Ottanta. Grinevald lavora soprattutto per tramandare lo spirito di quegli ambienti e da circa dieci anni è una guida qualificata nel campo della cultura e del turismo che ha organizzato per molto tempo delle passeggiate alla scoperta degli squat ginevrini. Nel periodo in cui guidava questi tour si presentava così online: “In questa città la lotta per gli alloggi nel centro a prezzi accessibili (purtroppo non oso più usare il termine ‘a buon mercato’) rimane una battaglia di attualità. Finché il diritto alla proprietà continuerà a prevalere sul diritto alla casa, finché il diritto alla casa sarà solo un obiettivo sociale e non un diritto fondamentale, continuerò a raccontare questa storia di lotta per dei valori, delle culture e dei modi di vita diversi da quelli che ci vengono imposti”. Oggi, come racconta Pattaroni, a Ginevra le realtà in qualche modo riconducibili all’esperienza degli squat degli anni Novanta e Duemila sono rappresentate da una rete di collettivi engagé che ha a cuore la controcultura e, in specifiche occasioni, organizza delle manifestazioni. Ma le poche occupazioni rimaste esistono grazie ai contratti fiduciari e sono quasi tutte molto discrete, ovvero raramente ospitano iniziative pubbliche. L’edificio dove ha preso vita il Rhino, nel frattempo, è stato completamente ristrutturato ed è diventato un palazzo residenziale, e la stessa sorte è capitata agli altri spazi occupati che non sono stati demoliti. Alcuni occupanti hanno preso atto che i proprietari hanno beneficiato della loro presenza perché un immobile abitato gode sempre di una certa manutenzione che lo preserva dalla rovina, e quegli edifici senza di loro sarebbero rimasti vuoti ancora per molto tempo proprio a causa della crisi del mercato immobiliare di allora. Non certo solo per questo, e non solo a Ginevra, quindi, gli appartenenti alla Generazione X, in media, hanno una certa nostalgia di questa epoca d’oro degli squat. Gli anni Novanta del resto arrivavano dopo gli anni Ottanta, che furono una sinistra anticipazione di ciò che sarebbe stato il nuovo millennio. Forse di fronte a questa anticipazione dell’impassibile avanzata del capitalismo, alcune persone si sono giustamente impaurite e hanno tentato di reagire. Oggi in molte città europee gli spazi occupati esistono ancora, sono attivi e resistono, ma negli anni Novanta nell’Europa occidentale costituivano una fitta rete che rendeva quanto mai rilevante la controcultura e faceva sentire a casa chi si riconosceva in quello spirito e, arrivato per la prima volta in città lontane, li andava subito a cercare. L'articolo Ginevra occupata proviene da Il Tascabile.
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La resistenza invisibile dei subalterni
A narchico, ironico, astuto, generoso, James Campbell Scott ha pubblicato decine di libri ‒ senza contare articoli, conferenze e apparizione pubbliche ‒, e ciascuno è stato in grado di generare un dibattito arrivato ben al di là dei confini abituali di un professore ordinario di antropologia alla prestigiosa università di Yale. Insieme a Colin Ward, David Graeber, Noam Chomsky e pochi altri, James C. Scott è uno di quei pensatori che ci ricordano il motivo per cui la critica radicale rimane un’esigenza fondamentale di qualsiasi tempo, come quella di smascherare il volto innocuo di qualsiasi potere per tenere vivo il desiderio di un futuro, se non migliore, almeno più autentico e consapevole. Scott risponde a questo bisogno anche quando a essere raccontata è una storia geograficamente lontana, come nel caso di L’infrapolitica dei senza potere (2024). Si tratta della “storia ombra” del Sud-Est asiatico (ma non solo), quella dei contadini che in Malesia come in Thailandia e in Vietnam oppongono resistenza al controllo e alla repressione attraverso pratiche quotidiane di truffa, menzogna, diserzione, ostruzione. Un’infrapolitica molteplice che è l’unico mezzo nelle mani di chi non ha strumenti o risorse per resistere in maniera eroica, “Storica”, con la maiuscola, insomma evidente. Una condizione che non è riservata ai contadini dell’Asia ma, a maggior ragione in questo momento storico, riguarda anche noi sempre più da vicino. James C. Scott è stato un antropologo statunitense attivo dagli anni Sessanta fino al 2024, anno della sua morte. Dopo quasi vent’anni dedicati all’economia rurale malese si è interessato a tutto il Sud-Est asiatico, portando avanti la sua ricerca all’università di Yale e vivendo in una fattoria nel Connecticut. I suoi libri indagano gli strumenti e gli effetti della repressione politica e sociale, dall’uso di mappe e catasti (Lo sguardo dello Stato, 2019) alle politiche fiscali e territoriali (I contadini tra sopravvivenza e rivolta, 1981). Scott ha raccontato la storia di questi luoghi guardando a chi rimane, normalmente, schiacciato: i margini dell’impero, le campagne minacciate dalla globalizzazione, i contadini in lotta per la sussistenza, spesso analfabeti, che in gran parte delle narrazioni storiche hanno il ruolo di marionette silenziose alle spalle dei paragrafi dedicati ai grandi stravolgimenti politici. Lo sguardo tipico di Scott, la sua capacità di dare una dignità “esplosiva” alle interlinee dei libri di storia, è evidente anche in L’infrapolitica dei senza potere. Qui Scott riesce a fare tre cose diverse. Per prima cosa raccoglie un campionario di esperimenti, storie e tattiche adottate dalle comunità subalterne del Sud-Est asiatico per conquistare libertà nonostante la subordinazione. Poi riassume i temi più importanti della sua ricerca – la politica dei subalterni, l’antropologia contadina, la critica radicale ai sistemi di potere – facendo una specie di introduzione “indisciplinata” al proprio pensiero. Infine, offre indirettamente più di una risposta alla domanda che tutti ci facciamo di fronte a un libro che parla di popoli distanti decine di migliaia di chilometri da noi, ossia: a cosa ci servono le loro storie? > L’infrapolitica dei senza potere è una “storia ombra” del Sud-Est asiatico, > quella dei contadini che oppongono resistenza al controllo e alla repressione > attraverso pratiche quotidiane di truffa, menzogna, diserzione, ostruzione. Il lavoro di Scott ricorda la microstoria, quel modo di raccontare gli eventi storici partendo dai dettagli che normalmente sfuggono al campo largo dello studioso. La microstoria è nata tra le pagine degli Annales di Marc Bloch e Lucien Febvre; in Italia, ad averla resa nota al medio-pubblico, sono stati successi editoriali e scientifici come Il formaggio e i vermi di Carlo Ginzburg (1976). In quest’ultimo libro la Storia, maiuscola, passa letteralmente attraverso il corpo di un mugnaio friulano sui generis, Menocchio, colpevole di essersi distaccato troppo dalle convinzioni del suo tempo, di cui, per contrappasso, si è rivelato essere un ottimo testimone. James C. Scott parla di uomini e donne, di popoli e comunità, ma rifiuta questo particolarismo secondo cui il mondo si rispecchia fedelmente anche in una piccola goccia d’acqua. La sua non è una storia di individui ma di classi che, oltre a essere sociali, sono anche geografiche: campagna contro città, braccianti agricoli e contadini contro ceto medio-alto di burocrati al servizio diretto del potere, capanne contro palazzi. La storia di Scott non è microscopica nel senso di “piccola”, piuttosto emerge dagli spazi bianchi della storia comune, tradizionale, padronale. È un’infrastoria che scorre, violentemente, nelle pieghe della Storia stessa. La stessa storiografia, scrive Scott, estromette e opprime le classi distanti dai centri semplicemente determinando una “soglia” dell’azione politica – rivoluzione, movimento di massa, guerra frontale – troppo alta perché ci siano concorrenti non legati a un potere centrale. La stessa volontà di assimilare le classi periferiche ai propri progetti è una forma di soggiogamento ai danni dei subalterni. Nelle prime pagine di L’infrapolitica dei senza potere si dichiara quello che sarà lo scopo del libro: “esiste qualcosa di sistematico nello slittamento tra le idee religiose e politiche così come vengono intese e praticate in città e le loro varianti rurali proprie delle piccole tradizioni”. Secondo Scott le caratteristiche sociali delle comunità rurali – “piccole tradizioni” fatte di villaggi, ceti e ideologie relativamente omogenei, stabili economie di sussistenza – sono così diverse da quelle degli abitanti delle città in cui ha sede il potere – “grande tradizione” fatta di norme giuridiche, ceti medi o alti, economie di mercato – che è necessario pensare l’agire politico, e quindi la storia sociale, in due modi diversi, di cui finora uno solo ha avuto diritto di parola. “Il modello classico dei rapporti cooperativi tra grande e piccola tradizione – un modello che esalta collaborazione, reciprocità e complementarità – è l’ideologia sociale del patronato” o, in parole povere, l’idea che la Storia sia una sola, per le città e le campagne, fa parte della struttura oppressiva del potere ai danni delle popolazioni geograficamente marginali. Torniamo al titolo del saggio. Infrapolitica è un termine che Scott usa per la prima volta in Il dominio e l’arte della resistenza (2006) per indicare forme di insubordinazione o ribellione così impastate con la vita quotidiana da non apparire come vere e proprie azioni politiche. Il titolo originale di L’infrapolitica dei senza potere è, in realtà, un altro: Decoding subaltern politics, “decodificare le politiche subalterne”. Infrapolitica è quindi la chiave che “decodifica”, se così si può dire, la politica dei subalterni. La politica dei subalterni non si esprime con gli stessi strumenti di quella delle classi dominanti perché, secondo Scott, rispecchia un localismo tipico: per prima cosa “la preoccupazione primaria del localismo sono i diritti di sussistenza. […] Non si tratta in alcun modo di un concetto di egualitarismo radicale: non afferma che tutti debbano essere uguali, ma che tutti debbano avere di che vivere”. Mentre nei centri di potere urbano l’economia è complessa e non dipende più dal sostentamento dei singoli nuclei, nei contesti locali la priorità è il sostentamento. A diversi bisogni rispondono modi di agire diversi: da un lato la volontà di espansione, la propensione al guadagno, non solo economico, per aumentare la propria influenza e il proprio potere, dall’altro la ricerca di una stabilità moderata, ma garantita. Un esempio più vicino alle nostre vite quotidiane sono i casi delle rivolte che scoppiano nei CPR (Centri di Permanenza per i Rimpatri) italiani o nei campi profughi costruiti lungo le frontiere dell’Europa: chi non ha documenti né denaro né alcun’altra leva, non può accedere alla politica per come l’intendiamo noi, come rappresentazione democratica, quindi è costretto, per esprimere un bisogno politico a tutti gli effetti, a usare mezzi diversi per la propria lotta di classe. > James C. Scott parla di uomini e donne, di popoli e comunità, ma rifiuta il > particolarismo secondo cui il mondo si rispecchia fedelmente anche in una > piccola goccia d’acqua. La sua non è una storia di individui ma di classi che, > oltre ad essere sociali, sono anche geografiche. Tornando ai “margini dell’impero”, raramente le persone che li abitano si interessano di questioni nazionali, politica internazionale e così via. L’interesse è, anche qui, locale, nel senso di legato alle necessità di una vita il cui perimetro è disegnato dalle attività quotidiane. Le questioni politiche nazionali – a partire dal nazionalismo, perché è ingenuo pensare che tutte le politiche subalterne siano rivoluzionarie – diventano importanti solo quando hanno immediate ripercussioni nell’ecosistema sociale locale. Di fronte alle lotte nazionali o internazionali d’espansione, la “piccola tradizione” si pone in una condizione di “subordinazione negoziata” o, quando la negoziazione fallisce, di “dissimulazione”, “ostruzionismo” e “resistenza passiva”. “È un tipo di tenacia brechtiana che potremmo persino considerare come il modello normale della lotta di classe per i contadini”: paradossalmente, secondo Scott, la stessa storia della lotta di classe è stata sistematicamente distorta “in una direzione Stato-centrica”. Il fatto cioè che le azioni quotidiane di ostruzionismo, diserzione, truffa ai danni del potere non vengano menzionati come processi rivoluzionari è l’ennesimo modo con cui la repressione si attua ai danni della piccola tradizione, “ma così come milioni di polipi antozoi creano, volenti o nolenti, una barriera corallina, allo stesso modo migliaia di atti individuali di insubordinazione ed elusione creano una propria barriera corallina politica ed economica.” I capitoli di L’infrapolitica dei senza potere rappresentano anche un campionario di tattiche eversive, soprattutto in ambito rurale. Ad esempio, i contadini malesi per evitare di pagare una tassa eccessiva sui propri raccolti (già miseri, in particolare nelle stagioni peggiori), mescolano varietà tassabili con varietà non tassabili di grano, dichiarando poi che tutto il campo era piantato con la varietà non tassabile e sfruttando la maturazione più tarda delle prime per nasconderle al momento del controllo. Altri agricoltori omettono di dichiarare le bonifiche di nuove aree coltivabili, nascondendole tra alberi, canne e grano alto. Sono moltissimi gli esempi di ribellioni silenziose nei confronti di prelievi forzati che, improvvisamente, diventano da volontari o consuetudinari a obbligatori: è il caso dello zakat islamico o, per uscire dai confini dell’Asia, della decima cristiana. In tutti questi casi gli stratagemmi sono infiniti: menzogne, occultamenti, sottostime e così via. Il risultato è l’indebolimento sostanziale delle riserve alimentari ed economiche del potere centrale, che non di rado hanno contribuito a eventi storici ben più evidenti. Lo stesso vale sul campo di battaglia vero e proprio: anche senza il dichiarato ammutinamento delle truppe, la diffusa diserzione dei soldati è stato un tassello fondamentale di molte sconfitte belliche, a partire dalla Confederazione durante la guerra civile americana. Quando i contadini sono venuti a conoscenza del fatto che i figli di molti dei proprietari delle piantagioni del Sud erano stati esentati dalla leva, non hanno imbracciato le armi contro l’oppressore, il che avrebbe scatenato un bagno di sangue, ma hanno semplicemente abbandonato il campo di battaglia condannando la Confederazione alla sconfitta. Un’altra serie di esempi interessanti riguarda il titanico progetto portato avanti tanto in Europa quanto in Asia di creare un sistema universale di cognomi permanenti. La tesi di Scott è che i patronimici permanenti siano un costrutto sociale nato per rendere la popolazione maggiormente leggibile agli occhi dello Stato, scopo che contraddistingue, al di là di questo progetto, buona parte delle attività statali. Escluse le più rilevanti famiglie nobiliari, quasi nessuno possedeva un cognome stabile all’interno delle economie e delle società rurali. A ben vedere, trattandosi di società chiuse, il bisogno non c’era. Ha cominciato a esistere nel momento in cui lo “sguardo dello Stato”, come lo chiama Scott, si è elevato come giudice e padrone astratto, a cui ciascun individuo in quanto “cittadino” deve esser noto. In Inghilterra, il sistema di patronimici perenni ha coinciso con lo smembramento delle proprietà comuni, i commons, che erano la forma territoriale più diffusa per consuetudine in tutte le aree rurali. Nel caso dei cognomi la resistenza è più difficile e, soprattutto oggi, anche i luoghi più recalcitranti sono costretti a uniformarsi a un sistema divenuto quasi universale grazie alla globalizzazione. Si tratta comunque, almeno in alcuni casi, di processi recentissimi, come il “progetto cognomi” attuato sugli Inuit e datato 1970, che alla fine si è concluso, racconta Scott, con una serie di violente incomprensioni e prove di forza tra le comunità e il governo canadese. “L’infrapolitica dei senza potere” si esprime quindi attraverso sotterfugi, omissioni, piccole truffe, inadempienza: se tutto questo sembra poco eroico, magari biasimabile, è perché forse gli eroi sui quali misuriamo i nostri giudizi non facevano parte delle classi subalterne. Questi gesti infrapolitici si mettono letteralmente “nel mezzo” degli strumenti con cui il potere attua il proprio progetto repressivo e bisogna fare attenzione – mette in guardia Scott – a non fare inavvertitamente il loro gioco. “La tendenza a dare priorità, ad assegnare un maggior peso storico, alla resistenza organizzata e politica invece che a quella quotidiana, è una posizione che fraintende in modo fondamentale la stessa base della lotta economica e politica condotta ogni giorno dalle classi subordinate – non soltanto contadine – nei contesti repressivi”. Il rischio non è solo dimenticare lo sforzo di una moltitudine di persone nel ribaltare, anche lentamente, un ordine che le opprimeva, ma anche quello di non riconoscere la violenza di un sistema repressivo che costringe al sotterfugio perché impedisce l’opposizione diretta, soprattutto da parte di chi non ha risorse adatte per fare una rivoluzione. > Il fatto che le azioni quotidiane di ostruzionismo, diserzione, truffa ai > danni del potere non vengano menzionati come processi rivoluzionari è > l’ennesimo modo con cui la repressione si attua ai danni della piccola > tradizione. Al di là delle storie raccontate da Scott, delle sue analisi e del suo tono, a tratti veramente magnetico, dobbiamo chiederci quale sia il senso attuale di un libro del genere. Uscito per la prima volta nel 2013, tradotto nel 2024, incentrato su vicende che cominciano nel Novecento e affondano le proprie radici nei secoli passati; a cosa serve, se serve? Questa domanda non è una domanda di cortesia. Nel caso del libro di Scott è una domanda che nasce dalla sensazione che questo libro abbia una profonda utilità, adesso, e questo malgrado una serie di considerazioni necessarie che vanno al di là della distanza tra noi e la Malesia o il popolo Inuit. Prima tra tutte il fatto che oggi la separazione tra “piccola tradizione” e “grande tradizione” o, in altri termini, la differenza sociale tra città-centri di potere e campagne-margini dell’impero si sta riducendo notevolmente. La tecnologia informatica e dei trasporti permette di coprire la distanza tra una città e il più remoto angolo di campagna in ore, minuti, anche pochi secondi. Le aree così remote da aver bisogno necessariamente di ore di cammino per raggiungere un centro “globalizzato” sono pochissime. Oggi l’isolamento, di qualsiasi grado, è quasi sempre una scelta. Se non la si fa, si può tranquillamente rimanere connessi con le traiettorie politiche globali da qualsiasi anfratto dotato di una connessione Internet. Una seconda differenza ugualmente determinante la fanno le “protesi” di cui oggi può avvalersi lo “sguardo dello Stato”. Prima lo Stato era costretto ad avvalersi di funzionari e registri cartacei, ma oggi tra sistemi di identità digitale, riconoscimento facciale, tracciabilità satellitare – per dirne solo alcuni – le strategie di ostruzione raccontate da Scott non sono più così efficaci. È difficile sottrarsi alle maglie della rete, che diventano ogni giorno più fini, così come è difficile farla franca quando ci si prova. L’ultima considerazione “contro” l’attualità del testo di Scott riguarda ancora una volta la distinzione netta tra localismo rurale e spinta accentratrice del potere centrale. Oggi molte delle lotte politiche di resistenza locale contraddicono questo modello. Movimenti come quello No TAV in Val Susa o mosaici di battaglie territoriali come quelli dei Soulevement de La Terre in Francia o, ancora, le lotte dei popoli indigeni dell’Amazzonia contro i cercatori d’oro e lo Stato brasiliano sono istanze locali che riescono benissimo a intercettare temi globali come l’ecologia, l’oppressione e la lotta allo sfruttamento dei territori. Locale e universale si saldano, da un lato come concrezione di un problema politico in una situazione, dall’altro come espressione astratta e violenta di un’idea. > “L’infrapolitica dei senza potere” si esprime attraverso sotterfugi, > omissioni, piccole truffe, inadempienza: se tutto questo sembra poco eroico, > magari biasimabile, è perché forse gli eroi sui quali misuriamo i nostri > giudizi non facevano parte delle classi subalterne. Nel 2017 l’editore Zones ha pubblicato un saggio del filosofo Jean Baptiste Vidalou chiamato Être forêts. Habiter des territoires en lutte. Questo testo rappresenta perfettamente il sodalizio tra lotte locali e questioni universali, in questo caso ecologiche e filosofiche, che uniscono territori sparsi per il mondo. Vidalou racconta in prima persona la difficoltà di abitare nelle zone contese tra cementificazione e tradizione secolare di conservazione delle risorse naturali, in particolare le foreste nel Nord-Ovest della Francia. Nelle pagine di questo libro si scambiano continuamente considerazioni sull’emergenza ecologica, questioni antropologiche sul rapporto dell’essere umano con la natura e storie di prima mano di lotte incarnate, come l’occupazione dell’area destinata all’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes, a sud di Nantes, in corso da più di dieci anni. Il saggio di Vidalou è solo uno degli esempi dell’alleanza di scala che sta nascendo nel campo dell’ecologia e della lotta politica, e credo che questo sodalizio, oltre a racchiudere una grande forza trasformatrice, vada ancora in buona parte compreso nel suo potenziale. A essere in procinto di scomparire sono invece le lotte territoriali in quanto tali, le piccole alzate di scudi in difesa del proprio villaggio o del proprio isolotto. Lo squilibrio di potere, in questi casi, è troppo schiacciante. Il mondo fatto di un mosaico di luoghi distanti e distaccati, di villaggi, metaforici o no, separati tra loro e impegnati autonomamente nella loro conservazione, forse è veramente un mondo “vinto”, come scriveva Nuto Revelli mezzo secolo fa, tracciando un requiem a un mondo contadino che tuttavia è stato in grado, almeno parzialmente, di contraddirlo. Le vittorie del “mondo dei vinti” di cui racconta anche James C. Scott, sebbene questo mondo stia scomparendo, non vanno dimenticate. L’agency politica che hanno dimostrato i contadini va prima di tutto riconosciuta – in questo L’infrapolitica dei senza potere è uno strumento molto efficace – e poi se ne può far tesoro. Se oggi, evidentemente, viviamo in un momento storico in cui il livello di controllo e repressione cresce esponenzialmente in Europa e non solo, non è detto che le infrapolitiche testimoniate da Scott non possano essere d’ispirazione o, addirittura, d’aiuto. Le ondate di repressione violenta che si abbattono su qualsiasi movimento di resistenza – l’arresto quotidiano di manifestanti pacifici in Italia, negli Stati Uniti, in Turchia, in Germania, per fare solo qualche esempio – mettono in discussione l’esistenza stessa di uno spazio di dissenso politico e la proporzione tra il nostro potere collettivo e quello dell’intesa nazionale e internazionale è sempre più sbilanciata. Per di più l’accentramento brutale delle risorse materiali e immateriali – le cosiddette oligarchie alle spalle dei governi più importanti – non fa altro che creare un’immensa provincia dell’impero a cui, nostro malgrado, apparteniamo. Le infrapolitiche testimoniate da Scott hanno lentamente mutilato i poteri centrali in Malesia, Vietnam, Thailandia, ma anche negli Stati Uniti o in Francia, e per questo hanno qualcosa da insegnarci anche solo per aprire nuovi spazi d’azione e dissenso al di sotto di un piano politico diventato opprimente. Anche quando lo scontro non si può vincere, la lotta va avanti in maniera quotidiana, vitale, quasi abitudinaria, riappropriandosi, fra l’altro, di una dimensione di gioia e compassione che è essenziale allo sviluppo del desiderio. Michel de Certeau scrive nel 1980 uno dei libri più importanti per lo sviluppo di un senso critico delle azioni quotidiane: L’invenzione del quotidiano è una riflessione su come la politica non si riduca mai alle sue forme più appariscenti o spettacolari, ma si sviluppi come una specie di radice sotterranea fino a raggiungere anche i gesti più piccoli della vita quotidiana degli individui. De Certeau fa una distinzione fondamentale: tattica e strategia configurano due modi di lotta diversi e opposti. Strategica è l’azione nel territorio, che viene portata avanti dalla parte avvantaggiata quanto a forze, economie e potenza. La strategia nasce da una scelta autonoma di posizionamento, fatta da chi può combattere in campo aperto e deve solo scegliere come disporsi al meglio. La tattica, al contrario, è azione con il territorio, lavoro di negoziazione e sfruttamento delle caratteristiche del campo di battaglia per ribaltare uno stato di minorità. Sia Scott che Vidalou citano la rivolta dei Camisardi, durata dal 1703 al 1709 nei boschi delle Cevenne, una zona montuosa del Sud-Est della Francia. Questa rivolta vide contrapposti sparuti gruppi di ugonotti protestanti e l’esercito di Luigi XIV, che gli dava la caccia. La frustrazione che si legge nei diari dei generali francesi, costretti a combattere per anni contro una manciata di contadini, nasce proprio dalla capacità di questi ultimi di sfruttare a loro favore un territorio che per gli strateghi del re era completamente illeggibile. Anche in stato di schiacciante minoranza e di crisi profonda, conoscere il territorio e sfruttarlo a proprio favore attraverso lotte infrapolitiche può significare ottenere ampi e insperati margini di cambiamento. È lo stesso procedimento attuato dai contadini malesi, ben consapevoli delle caratteristiche delle proprie varietà di riso e grano. > Se oggi viviamo in un momento storico in cui il livello di controllo e > repressione cresce esponenzialmente anche in Europa, non è detto che le > infrapolitiche testimoniate da Scott non possano essere d’ispirazione o, > addirittura, d’aiuto. E noi quale territorio dobbiamo conoscere e saper usare?  A questa domanda impossibile provo a dare una risposta facile: il nostro, la terra, l’ecosistema in pericolo. E, come abbiamo visto, questo può significare semplicemente una valle, un bosco, un fiume che rispecchiano la stessa complessità del resto. Per farlo non basta muoversi, bisogna incontrare le persone e stare ad ascoltare storie che non ci coinvolgono, ma ci riguardano. Essere attenti testimoni e ascoltatori partecipanti. Anche in questo Scott è un imprescindibile maestro. L'articolo La resistenza invisibile dei subalterni proviene da Il Tascabile.
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Il braccio armato del potere
N ell’introduzione del saggio Il braccio armato del potere. Storie e idee per conoscere la polizia italiana (2024) Michele Di Giorgio scrive: “Ho adottato un approccio sempre critico, senza avere un’impostazione ‘contro’”. “Pur essendo costruito con un approccio che mette costantemente in discussione le ricerche più allineate e le narrazioni istituzionali, questo è il lavoro di un ricercatore, è un libro di storia della polizia – mi racconta l’autore –. Non avevo alcun interesse a scrivere un opuscolo di denuncia o un ‘libro nero’, non fa parte del mio modo di lavorare, mi interessava costruire un lavoro che aiutasse a comprendere la storia della polizia”. Il volume è sostenuto da ampi riferimenti agli studi esistenti e alle ricerche più aggiornate, non soltanto di storia, ma anche di sociologia e criminologia ed è frutto di lunghi periodi di ricerca sulle fonti primarie d’archivio, a stampa e orali. QUALE SPAZIO INTENDE OCCUPARE QUESTO LIBRO? In una sua pubblicazione recente, Giuseppe Campesi ha evidenziato come in Italia sia mancata, tra gli studiosi delle polizie, la forza e la volontà di veicolare a un pubblico più vasto le conoscenze acquisite nella ricerca. Il mio lavoro cerca di dare una prima risposta anche a questa esigenza divulgativa. SU QUALI STUDI SI BASA QUESTO LIBRO DI DIVULGAZIONE? Ho iniziato a studiare la storia della Pubblica sicurezza, il corpo da cui è nata la Polizia di Stato, già nel corso della mia formazione universitaria. È in quel periodo che mi sono appassionato alla storia del movimento democratico per la smilitarizzazione e del sindacato della polizia negli anni Settanta e successivamente, dopo aver vinto una borsa di dottorato all’Università Ca’ Foscari Venezia, mi sono dedicato a tempo pieno a quel tema per alcuni anni. Ho poi seguito e sviluppato l’interesse per le polizie durante vari incarichi di ricerca, approfondendo le vicende della polizia nella storia unitaria d’Italia dall’Ottocento fino alla riforma, aprendomi anche a un approccio di lavoro più interdisciplinare, poiché sulle polizie possiamo imparare molto dal lavoro fatto dai sociologi e dai criminologi. I miei studi si sono concentrati innanzitutto sulla stampa professionale riservata alla polizia. L’accesso alla documentazione archivistica non è sempre facile e per questo motivo riviste e giornali mi hanno molto aiutato a comprendere la polizia. Si tratta di fonti interessantissime, che sin dalla seconda metà dell’Ottocento raccontano la vita e le visioni dell’istituzione, la mentalità, le culture, le trasformazioni, ma anche i problemi e le difficoltà di chi sceglieva il mestiere di poliziotto. Su questi argomenti è stato fondamentale, naturalmente, anche un lungo e profondo lavoro di scavo e analisi archivistica, che ho svolto principalmente sui materiali che sono in parte disponibili presso l’Archivio centrale dello Stato, che è stato basilare per comprendere i funzionamenti di molti meccanismi istituzionali. Alle ricerche su queste fonti specifiche ho sempre affiancato sguardi diversi sulle polizie, meno istituzionali, come quelli provenienti dalla stampa periodica o dalla pubblicistica coeva, che mi hanno aiutato molto spesso ad avere una visione più articolata delle questioni e a poter collocare meglio la storia della polizia in quella della società italiana. Oltre a queste e ad altre ricerche documentali, c’è naturalmente un vasto lavoro di lettura bibliografica e di confronto con altri esperti della materia. Negli anni ho avuto la fortuna di potermi confrontare con colleghe e colleghi che, a vari livelli e partendo da discipline diverse, si occupano o si sono occupati di polizia. NELLE MODALITÀ DI COMUNICAZIONE DELLE POLIZIE SPESSO CI SI TROVA DI FRONTE A CELEBRAZIONI ACRITICHE, ISTITUZIONALIZZATE, COME SCRIVI, O A NARRATIVE DI FINZIONE CHE RESTITUISCONO UNA IMMAGINE SE NON ALTRO PARZIALE. Queste sono forme di rappresentazione molto forti. Da un lato ci sono le istituzioni, che curano e difendono la loro immagine con tutti gli strumenti che la modernità consente: comunicazione, social media, spot, prodotti televisivi, spazi museali, pubblicazioni. Nell’armamentario propagandistico istituzionale possiamo includere anche gran parte del giornalismo mainstream, che attinge alle fonti ufficiali senza nessun approccio critico. Dall’altro ci sono prodotti di finzione indipendenti (o presunti tali), che sono altrettanto fuorvianti e in parte riflettono e distorcono culture e visioni istituzionali. Si tratta di visioni, immaginari e racconti che ci allontanano dalle vicende delle polizie. Dinanzi a fenomeni complessi e stratificati come quelli delle istituzioni poliziesche, si propongono al contrario chiavi di lettura comode, semplificate e spesso fuorvianti. A farne le spese come sempre è lo spirito critico, la capacità di farsi un’idea articolata del problema. I FATTI DI GENOVA DEL G8 DEL 2001 COME HANNO INCISO SULLA NARRAZIONE DELLE POLIZIE? Le violenze di quei giorni hanno sicuramente segnato con forza l’immagine e la percezione che una parte degli italiani ha della polizia. Non poteva essere altrimenti vista l’enorme esposizione mediatica che ebbero quelle giornate, senza contare il fatto che migliaia di persone subirono la violenza delle forze dell’ordine o furono testimoni di abusi. Si tratta di qualcosa che ha segnato nel profondo anche l’opinione pubblica internazionale, e non certo per la condanna della Corte Europea dei diritti dell’uomo (arrivata quattordici anni dopo), ma per il clamore immediato suscitato da fatti avvenuti davanti alla stampa di mezzo mondo e per i racconti di tanti ragazzi e ragazze stranieri che subirono abusi. Il ricordo di quelle giornate sembra essersi diffuso anche nella memoria delle generazioni più giovani, che di quegli episodi non hanno una memoria diretta. Sull’altro fronte i processi e le successive condanne di agenti hanno lasciato qualche segno anche nelle istituzioni, ma resta ancora da capire se e quanto ci sia stato un dibattito interno su quelle vicende. Sul piano della comunicazione istituzionale, la Polizia di Stato ha tentato di archiviare in maniera piuttosto frettolosa quella pagina, pur riconoscendo “degli errori”. Da parte degli altri corpi coinvolti invece il silenzio è stato quasi totale. IL SISTEMA POLIZIESCO ITALIANO È COMPOSTO DA UNA PLURALITÀ DI CORPI. IL COMPARTO SICUREZZA È FORMATO DA DIVERSI CORPI, MILITARI E CIVILI, DIPENDENTI DA MINISTERI DIFFERENTI, CON FUNZIONI DIVERSE MA ANCHE IN PARTE SOVRAPPOSTE, CHE COOPERANO NELLA GESTIONE DELL’ORDINE PUBBLICO. IL TEMA, O PROBLEMA, DEL COORDINAMENTO DELLE FORZE È ANTICO, COME RICORRE NEL SAGGIO. CHE COSA RAPPRESENTA ANCORA OGGI? Sul fronte del coordinamento alcuni dei problemi che esistevano in passato appaiono oggi superati, almeno in parte. Permane ancora una frammentazione del comparto e con essa una concorrenza tra i corpi, soprattutto a livello dirigenziale e di comando, ma ci sono in parallelo potenti organismi di collegamento che in passato non c’erano. Oltre a ciò, tutte le polizie hanno fatto negli ultimi trent’anni un colossale sforzo informatico, tecnologico e logistico che ha giovato anche sul piano del coordinamento. Per capire a quali strutture mi riferisco, basta pensare ai grossi “uffici” interforze che coordinano l’attività delle tre principali polizie, specialmente su problemi specifici e importanti. Si pensi alla Direzione investigativa antimafia, oppure alla Direzione centrale per i servizi antidroga. QUAL È L’AMBITO PIÙ CRITICO? Se si osserva la storia del comparto negli ultimi trent’anni, si ha l’impressione che ciascun corpo tenda comunque a replicare le funzioni degli altri e a moltiplicare competenze e articolazioni. Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di finanza esprimono comunque poteri, tradizioni, interessi e ambizioni solo in parte convergenti; sarebbe compito della classe politica mettere ordine in questa partita e razionalizzare il comparto, poiché davanti ai numeri imponenti degli organici è difficile dire che il sistema non abbia bisogno di essere riformato. IL GIUDICE ROCCO CHINNICI NEL GIORNO DEL FUNERALE DEL MAGISTRATO CIACCIO MONTALTO, ASSASSINATO DALLA MAFIA, ESPRESSE AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA LA DRAMMATICA URGENZA E IL RITARDO NELLA ISTITUZIONE DELLA BANCA DATI NAZIONALE SULLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA. SAPPIAMO QUANTO SIA DECISIVO IL FLUSSO DELLE INFORMAZIONI. QUAL È LO STATO DELL’ARTE OGGI TRA LE FORZE DI POLIZIA? Da quel momento sono passati più di quarant’anni e molti progressi sono stati fatti. Esistono, per le forme criminali specifiche e più urgenti (è il caso ad esempio di criminalità organizzata e traffico di droga) degli organismi interforze in cui convivono appartenenti di tutte e quattro le polizie, insieme con personale civile del ministero dell’Interno; nel caso specifico della criminalità organizzata esiste dal 1991 la DIA (Direzione Investigativa Antimafia). Accanto alla creazione di questi uffici centrali, lo sforzo compiuto dalle istituzioni sul piano tecnologico e informatico ha giovato enormemente alla circolazione delle informazioni. Rispetto al passato le polizie dispongono di mezzi di indagine e basi informative di dimensioni poderose, interrogabili in maniera rapida ed efficace. Tutto sommato, su questioni gravi e importanti come l’antimafia sembra esserci tra le istituzioni un discreto livello di comunicazione. CHE COSA INTENDE PER “PERVASIVITÀ” DELL’APPARATO POLIZIESCO? È un fenomeno che osservatori e studiosi hanno sottolineato spesso, una deformazione di lungo periodo delle polizie italiane. Si tratta di un modo sintetico per descrivere la tendenza degli apparati a diffondersi e a scivolare, con la loro attività, in molti campi della vita civile che non attengono strettamente al lavoro di polizia. Storicamente se guardiamo alla vasta quantità di mansioni amministrative delle polizie gli esempi abbondano: si pensi soltanto ai passaporti o ai permessi di soggiorno che ancora oggi sono in gran parte di competenza delle questure. Più in generale, se vogliamo fare un esempio meno tecnico che guardi alla contemporaneità, questa pervasività si esprime nella gestione esclusivamente poliziesca di quelli che sono di fatto problemi sociali, che attengono alla carenza di welfare e all’assenza di risposte pubbliche adeguate nei confronti delle categorie più deboli. MOLTE DELLE QUESTIONI AFFRONTATE NEL SAGGIO RICONDUCONO AL RAPPORTO TRA POTERE POLITICO E POLIZIA. SCRIVE CHE IN ITALIA LE FORZE DELL’ORDINE HANNO AVUTO DA SEMPRE UN LEGAME MOLTO STRETTO CON LA POLITICA. COME SI È EVOLUTO QUESTO RAPPORTO E C’È STATO UN MOMENTO DI CESURA? LEI COLLOCA QUESTA FASE IN COINCIDENZA DELLA FINE DELLA PRIMA REPUBBLICA. Un parziale cambiamento ci fu già qualche anno prima della riforma del 1981, in parte perché la situazione politica del Paese iniziava a mutare: il movimento democratico nato all’interno della polizia era riuscito a portare con forza nel dibattito pubblico l’idea di una possibile democratizzazione della polizia. Un’ulteriore discontinuità avvenne in effetti con la fine della Prima Repubblica e nel corso di tutti gli anni Novanta, ma si tratta di una fase ambivalente e ancora piuttosto nebulosa dati i pochi studi sul periodo. Non possiamo pertanto dare una definizione del tutto chiara di come si siano trasformati i rapporti tra i governi e le polizie, anche se il legame resta sempre forte. Alcuni osservatori e studiosi hanno notato una certa capacità, da parte dei vertici di istituzioni e corpi, d’influenzare i ministri di turno riguardo alle politiche di sicurezza e alla gestione del comparto polizie. Condivido in pieno questa visione, anche se sono convinto che ciò sia dipeso più da una sostanziale insipienza delle gestioni politiche del ministero dell’Interno che non dall’attivismo di un presunto “partito della polizia”. “NELLA RIORGANIZZAZIONE POSTBELLICA DELLA POLIZIA PREVALSE IN SOSTANZA UNA VISIONE DI PARTE, FORTEMENTE CONSERVATRICE, E RIENTRARONO IN TUTTI I LIVELLI DELL’ISTITUZIONE UOMINI COMPROMESSI CON IL FASCISMO”. SI TRATTÒ DI UNA RESTAURAZIONE? Ci sono ormai decine di studi importanti che illuminano la continuità e il passaggio di uomini tra fascismo e Repubblica e non soltanto per quanto riguarda le polizie. Innanzitutto è un fatto che la polizia non subì alcuna riforma dopo la caduta del fascismo, se non – in negativo – una militarizzazione emergenziale, che poi divenne permanente. L’unico segno di progresso e di cambiamento al termine del conflitto fu l’immissione nella polizia di un grosso contingente di uomini provenienti dalle file della Resistenza. Migliaia di ex partigiani che a partire dal 1947, dopo l’avvento del ministro democristiano Mario Scelba, furono in gran parte cacciati dal corpo, con le buone o con le cattive. Ne conseguì che dal punto di vista democratico la polizia rimase, come nel passato, uno strumento del partito di maggioranza e la militarizzazione risultò congeniale al suo utilizzo in funzione anticomunista. Questa modalità d’impiego incise molto anche sulla preparazione professionale del personale. D’altro canto, la disciplina militare, l’obbligo al celibato e alla vita di caserma peggiorarono molto le condizioni di vita degli agenti, che per legge furono anche privati di molti diritti civili, tra cui la possibilità di appartenere a un partito politico o a un sindacato. Da un punto di vista democratico, un utilizzo così parziale delle polizie alterò profondamente il loro rapporto con una porzione significativa di cittadini, che mantenne per le istituzioni la stessa diffidenza (e talvolta ostilità) che aveva nutrito durante la dittatura fascista. LA MILITARIZZAZIONE EBBE STORICAMENTE UN IMPATTO PIUTTOSTO PESANTE ANCHE SULLA FORMAZIONE DEL PERSONALE DI POLIZIA. CHE COSA È CAMBIATO NEI DECENNI SOPRATTUTTO CON LA RIFORMA DELLA PUBBLICA SICUREZZA DEL 1981 E LA SUCCESSIVA NASCITA DELLA POLIZIA DI STATO? La riforma del 1981 consentì la smilitarizzazione completa e la creazione di una nuova istituzione civile, la Polizia di Stato, in cui fu garantito alle donne un accesso almeno formalmente paritario. Si trattò di una novità significativa, visto che fino a quel momento il comparto polizie italiano era stato interamente militare, un caso unico tra i Paesi democratici dell’Europa occidentale. QUALI FURONO GLI EFFETTI DELLA SMILITARIZZAZIONE DEL CORPO E LA CREAZIONE DI UNA NUOVA ISTITUZIONE INTERAMENTE CIVILE? Per il personale ci furono benefici quasi immediati e sul piano professionale il sistema del reclutamento, delle scuole e della formazione subì una lenta ma profonda trasformazione, che portò a miglioramenti notevoli nella preparazione dei nuovi agenti. ALL’INIZIO DEGLI ANNI SETTANTA NELLA PUBBLICA SICUREZZA SI FORMÒ UN MOVIMENTO DEMOCRATICO CHE NEL GIRO DI POCHI ANNI GIUNSE A COINVOLGERE MIGLIAIA DI POLIZIOTTI. QUALI FURONO LA NATURA, GLI SCOPI E I PROGRESSI DEL MOVIMENTO DEMOCRATICO CHE SI SVILUPPÒ? Il movimento per la smilitarizzazione, la riforma e il sindacato della Pubblica sicurezza nacque in forma clandestina all’inizio degli anni Settanta. Sorse dal basso, nella base del corpo, tra le guardie e i sottufficiali, e nel corso degli anni raggiunse una dimensione importante, soprattutto grazie al supporto della rivista Ordine pubblico e del suo direttore, Franco Fedeli, un giornalista e fotografo con un passato da partigiano. Al termine della fase clandestina, a partire dalla fine del 1974, i poliziotti scelsero di portare allo scoperto il movimento e condurre la battaglia apertamente, approfittando del grande supporto offerto dalla Federazione sindacale unitaria (CGIL, CISL, UIL) e da alcuni partiti. CHE COSA CHIEDEVANO I POLIZIOTTI DEMOCRATICI? La smilitarizzazione della polizia, una sua riforma profonda, la possibilità di appartenere a un sindacato e di partecipare in pieno alla vita politica e democratica del paese. Dopo un periodo intenso di battaglie con la parte più conservatrice dell’istituzione, non privo di lunghi periodi di stasi e repressione, il movimento riuscì a portare il corpo alla riforma, alla smilitarizzazione e a una parziale sindacalizzazione. QUALI SONO STATI GLI OSTACOLI NELLA CRESCITA DEL SINDACALISMO NELLE FORZE DI POLIZIA? Il sindacalismo di polizia nacque già segnato dal divieto, stabilito dalla legge di riforma del 1981, di legarsi direttamente alle grandi centrali sindacali che avevano supportato gli agenti del movimento democratico. Si volle creare una separazione sindacale, impedendo agli agenti di entrare e appartenere direttamente alle organizzazioni degli altri lavoratori, per limitare in qualche modo i fattori di crescita dal punto di vista politico e democratico. In parte questo divieto venne aggirato creando collegamenti più o meno forti con CGIL, CISL e UIL, ma nel lungo periodo hanno poi prevalso le tendenze autonome. A DISTANZA DI QUARANT’ANNI DALLA RIFORMA COME APPARE IL SETTORE DEI SINDACATI DI POLIZIA? È occupato da una costellazione di sindacati in gran parte autonomi, quasi del tutto privi dello spirito e della carica che aveva contraddistinto l’avvio del processo di sindacalizzazione della polizia. Se invece guardiamo ai Carabinieri e alla Guardia di finanza, non è possibile nemmeno parlare di sindacati, data la natura associazionistica che hanno le sigle nate negli ultimi anni. Difatti per i sindacati delle polizie militari e delle forze armate si è scelta, di recente, una strada normativa ancora più chiusa e restrittiva. La separazione dai sindacati degli altri lavoratori è totale. OGGI NON APPARE LIMITANTE, DAVANTI ANCHE AI DIVERSI LIVELLI DI PROFESSIONALITÀ, UNA LETTURA UNIVOCA E STEREOTIPATA DELLA COMPOSIZIONE DELLA PUBBLICA SICUREZZA ANCORA DIFFUSA? INSOMMA NON È PIÙ SOLO IL FIGLIO DEL POVERO A PRESENTARE LA DOMANDA D’INGRESSO IN POLIZIA. Pur essendo notevolmente aumentata l’attrattiva sociale dei corpi di polizia, rimane vero che i bacini di reclutamento sembrano sempre i soliti. Non parliamo di poveri, ma l’impressione – i dati sul presente sono pochi – è comunque che nei corpi finisca in netta prevalenza, almeno nella base, una grossa quantità di persone che non ha avuto possibilità di accesso a studi superiori e, in generale, a possibilità lavorative migliori. Non si spiegherebbe altrimenti la netta prevalenza, in tutti i corpi, di uomini e donne di provenienza meridionale. Nel volume ho citato le statistiche attuali dell’esercito, che sono pubbliche e offrono un buon metro di paragone: oltre il 70% dei militari di quella forza armata proviene dal Sud e dalle isole. LA POLIZIA FEMMINILE FU CONCEPITA COME UN CORPO CIVILE SEPARATO, CON UN ORGANICO DI POCO PIÙ DI 500 DONNE, DISTINTO SIA DAL RUOLO DEI FUNZIONARI CHE DALLA COMPONENTE MILITARE DELLA POLIZIA, RAPPRESENTATA DAL CORPO DELLE GUARDIE DI PUBBLICA SICUREZZA. DOPO LA RIFORMA E LA CREAZIONE DELLA POLIZIA DI STATO, LE DONNE SONO STATE REALMENTE INSERITE ALL’INTERNO DELL’ISTITUZIONE CON LE STESSE POSSIBILITÀ DI ACCESSO E DI CARRIERA DEGLI UOMINI? Purtroppo a questa domanda dobbiamo ancora oggi rispondere con un netto no. Pur essendo passati quarant’anni dalla riforma, le ricerche recenti sulla presenza femminile nelle polizie – nel volume cito uno studio delle criminologhe Rossella Selmini e Giulia Fabini – ci forniscono ancora una volta percentuali piuttosto basse e nettamente al di sotto dei numeri che si registrano in molti Paesi dell’Unione Europea. La Polizia di Stato è il corpo che presenta il tasso più alto di presenza femminile, in ragione dei molti anni trascorsi dalla riforma, ma si tratta ancora di una percentuale molto bassa. Carabinieri e Guardia di finanza hanno iniziato a fare entrare le donne nei corpi a partire dal 2000 e le percentuali sono tuttora irrisorie. LEI RICORDA GIUSTAMENTE L’ALTISSIMO PREZZO DI SANGUE PAGATO DALLE MIGLIORI FORZE DI POLIZIA NEL CONTRASTO ALLE MAFIE. PENSO A FIGURE COME NINNI CASSARÀ, ASSASSINATO A COLPI DI KALASHNIKOV SULLE SCALE DI CASA, CHE CON LA SUA AZIONE INVESTIGATIVA CONTRIBUÌ IN MODO DECISIVO ALLE CONDANNE DEL MAXIPROCESSO DI PALERMO. COME HA CAMBIATO QUELLA STAGIONE LA PERCEZIONE GENERALE DELLE FORZE DI POLIZIA NEL PAESE? Si tratta di questioni che andrebbero indagate più a fondo, ma l’impressione è che nel corso degli anni Novanta, proprio grazie alle battaglie antimafia e al sacrificio personale di molti agenti, si fosse creato un certo consenso intorno alla polizia. Da studioso posso solo aggiungere che anche quella stagione andrebbe osservata e studiata in maniera critica, con un atteggiamento possibilmente privo di intenti celebrativi. NEI CASI DI ABUSI E VIOLENZE DA PARTE DELLE FORZE DELL’ORDINE, QUANTO ANCORA IL SENSO D’APPARTENENZA VIENE CONFUSO CON L’OMERTÀ? Non credo esistano forme “positive” di senso d’appartenenza o di spirito di corpo, come sarebbe meglio dire parlando di polizie. Si tratta di meccanismi che in passato venivano incentivati dalle istituzioni per creare una mentalità collettiva, favorire una chiusura corporativa e incoraggiare un legame che agisse da fattore di coesione proprio nei momenti più “difficili”. Oggi determinati meccanismi sono più deboli, sono diverse le istituzioni, è cambiato il Paese e spesso le persone che lavorano nelle polizie hanno molti più contatti con la società rispetto al passato, pertanto determinate forme di spirito di corpo sono meno presenti. Nonostante ciò, davanti ai casi di abuso degli ultimi due decenni, si è assistito spesso a forme di chiusura corporativa, di malsana solidarietà interna, talvolta favorite da alcune sigle sindacali. LA CONCLUSIONE DISEGNA UNO SCENARIO COMPLESSO E NEGATIVO RISPETTO AL RUOLO DELLE POLIZIE CHE NELLA LETTURA DEL LIBRO SONO CHIAMATE A INTERPRETARE UN RUOLO DI “PULIZIA SOCIALE”. IL RAPPORTO DIRETTO CON LE MARGINALITÀ E POVERTÀ SOCIALI SULLA STRADA NON DERIVA DALL’ASSENZA DI ALTRE RISPOSTE COME QUELLE DELLA POLITICA? Sì, è essenzialmente questo il problema, da parte politica si è scelto spesso di rispondere in maniera muscolare e repressiva ai problemi sociali, all’immigrazione, alla marginalità e alla povertà. In determinate questioni le polizie sono usate ancora una volta come strumento per sopperire all’assenza di un progetto politico e sociale, spesso mortificando anche la professionalità degli stessi agenti. Tra l’altro, come ha ben evidenziato Enrico Gargiulo nei suoi studi, accanto a questi provvedimenti repressivi, da parte politica si sono perfezionati negli anni anche una serie di strumenti di esclusione di natura amministrativa che vanno a colpire proprio le categorie più deboli. NEL FRONTEGGIARE LE QUESTIONI SOCIALI L’IMMAGINE CHE APPARE DEI POLIZIOTTI È QUELLA DEL PUNCHING BALL O VEDE UN RUOLO ATTIVO? Sociologi e criminologi hanno già scritto e hanno uno sguardo più lucido sul presente. Personalmente, da studioso di storia, posso solo azzardare delle ipotesi. Sembra che nei vertici dei corpi abbia preso piede da tempo una visione del lavoro di polizia legata alla performance e, come per altri settori, le polizie tendano di conseguenza a soddisfare un committente, che in questo caso può essere individuato nella politica di governo e nella parte di società che rappresenta. Per questo motivo, senza dimenticare che le responsabilità maggiori sono attribuibili alla politica, credo che anche le polizie stiano svolgendo un ruolo attivo e consapevole in determinate scelte legate alla gestione della sicurezza. L'articolo Il braccio armato del potere proviene da Il Tascabile.
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Psicologia della resistenza di Gianpaolo Contestabile
Q ualche anno fa ho scoperto che il mio bisnonno morì dopo un lungo ricovero, o meglio dopo una lunghissima reclusione, presso l’istituto psichiatrico di Cogoleto, all’epoca (gli anni Quaranta del secolo scorso) ancora manicomio sotto il diretto controllo del ministero degli Interni e non della Sanità. Questa storia mi ha ossessionato talmente tanto da avermi fatto entrare in possesso della sua cartella clinica vecchia di più di ottant’anni nella quale sono contenute tutte le informazioni sul suo ricovero, le lettere della moglie, quelle di un suo caro amico, tanta burocrazia (eravamo in pieno regime fascista), appunti medici oggi privi di ogni logica, considerazioni del direttore dell’istituto, infine il telegramma con cui, dopo anni di internamento, ne comunicavano il decesso in modo freddo e sbrigativo. Rimettendo assieme i pezzi di quel puzzle ho scoperto che si trattò di una storia di immigrazione finita male, come ne sono accadute tante, come ne accadono anche oggi. Era andato a lavorare a Genova lasciando moglie e tre figli piccoli a cinquecento chilometri di distanza, ebbe un grave incidente sul lavoro e non venne mai pagato per l’infortunio né tanto meno per il lavoro svolto fino a quel momento, decise di restare a Genova pur nell’indigenza per la paura di non ricevere il dovuto, tutto ciò recandosi a protestare più e più volte al cantiere fino a quando, non potendolo arrestare, lo fecero internare in manicomio. Una volta lì, tra contenzione, botte, continue privazioni durate anni probabilmente un po’ “matto” lo divenne davvero. Dagli anni Quaranta del Novecento ai Venti del nostro secolo, le cose non sono cambiate tanto. Il 28 novembre 2021 Wissem Abdel Latif, un ragazzo tunisino di ventisei anni, muore a Roma nel corridoio dell’ospedale San Camillo dopo essere stato lasciato per più di novanta ore legato a un letto, imbottito di psicofarmaci e senza alcuna assistenza. Era in Italia da meno di un mese e questo non era ciò che si aspettava di trovarci. Quella di Wissem è una delle storie che Gianpaolo Contestabile ci racconta nel suo Psicologia della resistenza. Di salute mentale, cambiamento e lotta  (2024) e lo fa ricostruendola nei minimi dettagli e passaggi, descrivendo quella che lui stesso definisce come normalità: “la violenza estrema che ha subito Wissem non è un errore, non è un incidente né un caso isolato ma è la normalità di un sistema concentrazionario, razzista e autoritario nato con lo scopo di annullare i diritti e la vita stessa delle persone in viaggio dai paesi più poveri.” Come lo stesso autore ci dice, questa storia è esemplare perché presenta tutta la catena delle istituzioni oppressive: dal ministero dell’Interno ai Servizi psichiatrici di diagnosi e cura, dalla guardia costiera agli psicologi dei CPR (Centri di Permanenza e Rimpatrio). > La storia di Wissem Abdel Latif presenta tutta la catena delle istituzioni > oppressive: dal ministero dell’Interno ai Servizi psichiatrici di diagnosi e > cura, dalla guardia costiera agli psicologi dei CPR. Per strada mi capita sempre più spesso di trovare gettati in terra blister di alluminio vuoti, li rigiro con un colpetto di piede e la più parte delle volte su quello sfondo argentato campeggia la scritta Rivotril. Si tratta di un farmaco generalmente prescritto per l’epilessia. È una benzodiazepina ma, nonostante questo accada con tante altre molecole della stessa classe farmaceutica, è inusuale e non indicato per trattare problemi psichiatrici e disturbi legati all’ansia. Il suo utilizzo medico è autorizzato per il trattamento e la prevenzione di crisi epilettiche, da solo o in associazione con altri farmaci qualora non bastasse e un altro suo utilizzo off-label sfrutta le forti capacità miorilassanti (quasi al limite della controindicazione) per patologie muscoloscheletriche gravi che non rispondono ad altri trattamenti. I miei incontri con i blister vuoti di Rivotril che trovo a terra aumentano di intensità ogni volta che mi avvicino a zone in cui ci sono persone indigenti, spesso extracomunitarie, costrette a vivere in strada. Mi sono chiesto quando una molecola prima così poco nota nel mercato nero delle sostanze sia diventata tanto conosciuta (a volte accade per coincidenza, altre per moda, a volte perché citata in una canzone), ma in questo caso particolare la vedo ben presente e diffusa solo in una certa fascia di popolazione. Leggendo il libro di Contestabile ho trovato una risposta a questa mia domanda, venendo a conoscenza del suo utilizzo, fatto con molta leggerezza e facilità di prescrizione, nei CPR per ammansire fino a rendere quasi zombie privi di volontà le persone che vi vengono recluse; la stessa facilità e le stesse ragioni con cui questa molecola viene utilizzata anche nelle carceri italiane. È in questi luoghi di detenzione e punizione che una certa fascia della popolazione è entrata in contatto con il Rivotril e ha imparato a usarlo per non percepire più la propria insopportabile esistenza. Contestabile struttura il suo saggio in quattro blocchi suddivisi in capitoli: il primo blocco è Della salute, il secondo Dello sfruttamento, il terzo Della catastrofe, il quarto Della resistenza. Poi ci sono altri due grandi blocchi contrapposti diffusi lungo tutto il testo: leggendolo andremo a ripercorrere la storia e le storie che hanno fatto la psicanalisi occidentale – con degli affondi molto belli sulla natura borghese della pratica psicoanalitica, sia parlandoci di chi può permettersi di accedere a un percorso terapeutico, sia con il racconto, spesso poco trattato, di un percorso di studi e di formazione che non tutti possono permettersi, essendo molto lungo, dispendioso, costellato di tirocini non retribuiti e di scuole private care e quasi sempre localizzate in grandi città, con tutte le spese che comporta il viverci tra affitti alti e il maggiore costo della vita rispetto alla provincia. > Contestabile si augura una riconciliazione della frattura tra Freud e Marx e > la sua ricetta per farlo passa dal riconoscimento del processo dialettico tra > il nostro inconscio e la cultura. Queste storie “occidentali” vengono poi paragonate con la storia dello sviluppo, su una retta parallela, della psicologia nei Paesi socialisti: scrive Contestabile che “il socialismo è stato l’habitat ideale per dare vita a una nuova psicologia capace di liberarsi dai confini dell’individuo e capire la connessione tra cultura, storia, corteccia cerebrale, coscienza, ambiente e personalità”. Riconoscendo ovviamente le storture nate durante il regime stalinista ‒ in cui tutto ciò che veniva da Occidente (in questo caso tutta la pratica psicoanalitica sviluppatasi fino a quel momento) era visto come agente della controrivoluzione e quindi inammissibile, dando vita a una dottrina meccanicista che escludeva l’individuo ‒, Contestabile si augura una riconciliazione della frattura tra Freud e Marx e la sua ricetta per farlo passa dal riconoscimento del processo dialettico tra il nostro inconscio e la cultura, alle modificazioni delle nostre reti neurali in funzione dell’ambiente, a come i nostri disturbi mentali trasformano la società e le politiche economiche. Ma non è un libro di storia della psicoanalisi, è una riflessione molto attenta e puntuale sulle politiche della salute mentale, su come la psicoanalisi presti il fianco al capitalismo e su come noi, e per noi qui si intende la comunità non il singolo, possiamo (e dobbiamo) riappropriarcene per il benessere collettivo. È un libro che ci parla di cura collettiva, delle varie pratiche di resistenza sviluppatesi in contesti diversi, in cui il comune denominatore è sempre l’oppressione esercitata dal sistema capitalista, dei paradossi che si generano anche quando ci sono buone intenzioni (la grande ondata del rinascimento psichedelico con la messa in pericolo delle piante maestre nei loro habitat originali per esempio). E qui apprendiamo che la salute mentale non può essere attribuita alle scelte del singolo, non può passare dal tè verde biologico che beviamo al mattino, dallo yoga fatto nel salotto di casa (se ne abbiamo uno), dalle pratiche di meditazione: non può essere demandata all’individuo. Veniamo messi in guardia dal pericolo di far diventare i disastri globali dei problemi personali da affrontare in solitudine o peggio ancora da curare con la reclusione e i farmaci. Ci presenta il pensiero di menti illuminate nel campo: Ignacio Martín-Baró, padre della psicologia della liberazione (quanto è bella l’idea della teologia della liberazione per cui il regno dei cieli non deve essere una ricompensa nell’aldilà ma va preteso ora?), Franco Basaglia, colui che fece la  più importante rivoluzione sociale mai avvenuta nel nostro Paese; ricostruisce la storia personale di Che Guevara per introdurci alla rivoluzione e al bene collettivo, ci fa conoscere la potenza del pensiero di Frantz Fanon per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, Mark Fisher e il realismo capitalista. > È un libro che ci parla di pratiche di resistenza sviluppatesi in contesti > diversi in cui il comune denominatore è sempre l’oppressione esercitata dal > sistema capitalista, e dei paradossi che si generano anche quando ci sono > buone intenzioni. Contestabile lo fa con una capacità di divulgazione invidiabile, e se non bastasse, per rendere il tutto più fruibile, ci sono analisi di film, serie TV e anime inerenti i temi trattati, riletti in chiave psicoanalitica, probabilmente la chiave di lettura più utilizzata per il cinema ma non per questo meno utile allo scopo dell’autore: divulgare, fare conoscere, spiegarci le cose con un linguaggio che ci accompagna tenendoci per mano lungo il percorso, anche attraverso elementi della cultura pop quando necessario. Avrà anche dei difetti questo volume? Sì, quello che spesso hanno i testi che trattano certi temi: sono libri che parlano a persone che hanno già una certa idea di società e questo è un peccato perché così si depotenzia il loro effetto sulla realtà. È difficile che qualcuno entri in libreria e acquisti questo libro se non ha già la stessa visione dell’autore: la copertina con un’immagine che tanto ricorda l’estetica usata spesso anche nella comunicazione delle manifestazioni e i colori rosso/nero dell’anarchia, tutto chiama a sé un certo tipo di lettore, lasciando fuori dal dibattito coloro sui quali potrebbe e dovrebbe essere davvero illuminante. Il mio augurio è che venga adottato come libro di testo in qualche corso universitario, o perché no, anche consigliato da qualche bravo professore a scuola. In chiusura l’autore tesse una proposta ricongiungendo tutti i fili dei discorsi fatti nei capitoli precedenti e tutto ritorna perfettamente, tutto ci porta a una conclusione indiscutibile: “La resistenza è terapeutica”. L'articolo Psicologia della resistenza di Gianpaolo Contestabile proviene da Il Tascabile.
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S i vive in tanti modi, si muore in tanti modi. Dare forma alla propria fine è un modo per ricomporre la forma della propria vita, e per consentire a chi resta di ereditarla senza sfigurarla. Non è da tutti: ci vuole del talento, e il dono del tempo necessario per poterlo fare. Mario Tronti, uno degli intellettuali comunisti più originali e influenti del Novecento italiano ed europeo, è morto il 7 agosto 2023 a novantadue anni, dopo una malattia abbastanza veloce da sottrarcelo senza che noi – le sue “amicizie politiche”, come gli piaceva chiamarci – ce ne rendessimo conto, ma abbastanza lunga da fargli licenziare il libro a cui stava lavorando. “Questo è pronto”, aveva detto consegnandolo a sua figlia Antonia pochi giorni prima di andarsene. Il testo è ora in libreria per il Saggiatore, a cura di Giulia Dettori, titolo (hegeliano) Il proprio tempo appreso col pensiero, sottotitolo (scarno) “libro politico postumo”. La copertina bianca con sopra il tronco di un albero rosso riproduce la ginestra essiccata che Tronti aveva fatto verniciare nel giardino della sua casa di Ferentillo dove si rifugiava a scrivere, ma funziona anche come citazione cromatica del quadro di El Lissitzky del 1920 sulla rivoluzione bolscevica, Spezza i Bianchi col cuneo rosso, di cui Tronti teneva sempre una copia bene in vista sulla scrivania e che ricorre anche in quest’ultimo scritto. 1. Si tratta di un testo intenzionalmente, non accidentalmente, postumo, come prova un appunto dell’agosto 2021, risalente a ben prima della malattia, ritrovato per caso in uno dei tanti quaderni su cui Tronti annotava di tutto e posto ora in esergo al testo: “Un libro volutamente postumo, lasciato forse non finito. Scrivo non alcune pagine, ma alcune righe al giorno, e non tutti i giorni… un distillato di pensiero”. Un lascito ereditario dunque, affidato performativamente a un testo che (anche) sul tema dell’eredità ruota. L’eredità del Novecento nel secolo successivo che ne è un rovesciamento, l’eredità della politica moderna nell’epoca dell’antipolitica postmoderna, l’eredità del Movimento operaio nel tempo della sua sconfitta certificata. La postura è quella dell’angelo di Benjamin, con lo sguardo su un panorama di rovine e il futuro alle spalle: “Il passato in generale, e il passato novecentesco in particolare, sta davanti a noi come una città morta che il tempo ha devastato. Ma le rovine sono a cielo aperto. Nascoste sotto i detriti vivono dimenticati tesori di civiltà”. Di fronte a questo deposito archeologico, e contro “il vuoto di memoria voluto e coltivato” dai “cattivi eredi” del movimento operaio che ne hanno dissipato il lascito, la memoria diventa una “risorsa antagonistica” strategica, il conflitto sull’interpretazione del passato diventa un conflitto sul presente, la decisione sull’eredità – su che cosa della tradizione merita di rivivere, e come – diventa una decisione politica. Alla rilevanza per il presente di questa triangolazione fra storia, memoria e tradizione Tronti ci aveva già abituati, con il “pensiero della fine” – fine del Novecento, finis Europae, fine della politica moderna, fine del conflitto di classe – che ha caratterizzato l’ultimo trentennio della sua produzione. Ma nel libro-testamento c’è un salto di tono e di umore. Se in precedenza la scrittura trontiana aveva il timbro di una pratica di elaborazione del lutto, adesso il lavoro del lutto è finito. “Le illusioni sono tutte consumate, i rischiaramenti tutti esauriti, le volontà abbattute, le velleità tutte ridicolizzate”: si può e si deve ricominciare da capo. “Dalla critica di tutto ciò che c’è”, perché nel conformismo pervasivo che connota lo spirito del nostro tempo è in primo luogo l’attitudine alla critica che è andata perduta: “Siamo in una condizione pre-marxiana”, dentro un contesto dominato da un dispositivo accelerato di innovazione reazionaria. Perciò, “mordere nuovamente bisogna. Con passaggi inediti, e strumenti sorprendenti, e strappi nella tradizione teorica, e ricongiungimenti con la tradizione storica”. > Colpendo al cuore il discorso pubblico dominante, di destra e di sinistra, > Tronti approda a una critica affilata della “democrazia reale” che dopo la > guerra fredda si è imposta come il regime politico vincente e come l’unico > desiderabile. Questo libro infatti morde in profondità, colpendo al cuore il discorso pubblico dominante, di destra e di sinistra, con una interpretazione in controtendenza della fase storica e politica che va dal 1989 ai giorni nostri, interpretazione che a sua volta riverbera sulla lettura dell’intero Novecento approdando a una critica affilata della “democrazia reale” che dopo la guerra fredda si è imposta come il regime politico vincente e come l’unico desiderabile. Basterebbero i due imperativi programmatici posti al centro del volume – “liberare la rivoluzione dal socialismo” e “liberare la libertà dalla democrazia” – per far trasalire tutto quel novero di uomini e donne “catturati dai lustri del Palazzo e dai meriti dell’Accademia”, nonché dalle luci del palcoscenico mediatico, nei quali Tronti vede i principali responsabili del “lento graduale processo di imborghesimento dei ceti politici e intellettuali” del nostro Paese. Ma prima di addentrarsi nei contenuti del libro è bene fermarsi ancora un momento sul significato che questo lascito testamentario “volutamente postumo” assume a conclusione della traiettoria teorica e politica dell’autore. 2. Mario Tronti è da decenni consacrato in Italia e nel mondo, ed è stato ricordato nel momento della morte anche dall’informazione mainstream, come il padre dell’operaismo italiano. Inscindibilmente legata alla sua opera più famosa, Operai e capitale (Einaudi 1966), alla scossa antistoricista e antidogmatica che quel testo provocò nel marxismo italiano di allora, alla risonanza da cult-book che ebbe nel contesto delle lotte operaie degli anni Sessanta e del movimento del Sessantotto, questa definizione è incontrovertibile. E tuttavia non dev’essere considerata esaustiva dell’intero percorso di Tronti, soprattutto se finisce con l’oscurarne l’ultima stagione, incentrata sulla critica della democrazia politica, cui egli attribuiva la stessa intenzionalità sovversiva della prima, incentrata sulla critica dell’economia politica. Tronti stesso del resto, in una concisa e autoironica autobiografia filosofica scritta nel 2008 per Bompiani (poi in Dall’estremo possibile, a cura di Pasquale Serra, Futura 2011) avvertiva il rischio di poter restare “quasi imprigionato” nell’icona del leader teorico dell’operaismo (“Un consiglio: mai scrivere un libro di successo da giovani. Si rimane per tutta la vita quella cosa lì”, scrisse in un’altra circostanza). Sia chiaro: non si tratta di disconoscere la matrice operaista del percorso di Tronti, né di derubricarne la portata. Basta leggere uno dei suoi testi più intensi, Noi operaisti (introduzione al volume su L’operaismo degli anni Sessanta, 2008), per capire quanto l’esperienza di Quaderni Rossi e Classe operaia, le due riviste-laboratorio dell’operaismo in cui maturò anche la stesura di Operai e capitale, abbia segnato per sempre la sua postura esistenziale e intellettuale, cristallizzandosi in uno “stile” inconfondibile: “dal modo di scrivere, battente come il ritmo della fabbrica, al modo di pensare, fuori dalla norma, in una sorta di stato d’eccezione intellettuale permanente” (“Fuori norma. Lo stile operaista”, il manifesto, 20 giugno 2006). Nemmeno si tratta, come pure è stato fatto insistentemente, di giocare una contro l’altra le diverse stagioni del percorso trontiano, soprattutto la seconda, quella incentrata sull’autonomia del politico, contro la prima, quella operaista. Più volte Tronti ha rivendicato l’intima coerenza di un itinerario che mantiene fermi alcuni punti di metodo e di merito – il punto di vista di parte, la critica radicale dell’esistente, l’intreccio originale fra marxismo antidogmatico, tradizione politica moderna, cultura della crisi, teologia politica – modificando di volta in volta il campo dell’analisi e l’oggetto della messa a fuoco, in stretto rapporto con le domande poste dal contesto storico-politico. A volerla ripercorrere in estrema sintesi, l’analisi trontiana si concentra sul rapporto fra capitale e classe nella fase operaista, calata nelle lotte di fabbrica degli anni Sessanta; si sposta sulla sfera politica all’inizio degli anni Settanta, quando Tronti avverte che il conflitto anticapitalistico deve varcare i confini della fabbrica e assumere il politico come campo d’iniziativa autonomo dall’economico e dal sociale (Sull’autonomia del politico, Feltrinelli 1972);  ingaggia di conseguenza, durante i venti anni d’insegnamento all’università di Siena, un corpo a corpo con i classici del pensiero politico moderno, da Machiavelli a Nietzsche passando per un blasfemo accostamento fra Marx e Schmitt (Hegel politico, Istituto dell’Enciclopedia italiana, 1975; Il tempo della politica, Editori riuniti 1980; Il politico, Feltrinelli 1979-1982). Si sporge oltre i bordi della tradizione politica moderna, verso il pensiero teologico e mistico, quando il cambio di stagione annunciato dalle trasformazioni del capitalismo degli anni Ottanta domanda l’elaborazione di un nuovo paradigma antropologico-politico (Con le spalle al futuro, Editori riuniti 1992). E si concentra nell’ultima stagione, quella già citata del “pensiero della fine”, sulla critica della democrazia, sullo statuto della libertà e sul rilancio del criterio del politico in tempi di antipolitica (La politica al tramonto, Einaudi 1998; Dello spirito libero, Il Saggiatore 2015; Il popolo perduto, con Andrea Bianchi, Nutrimenti 2019). Fra un passaggio e l’altro, costante rimane il rapporto insieme problematico e inossidabile con il PCI (Partito Comunista Italiano, e poi con il PDS-DS, Partito Democratico della Sinistra – Democratici di Sinistra), e incessante la frequentazione di reti di elaborazione collettiva come la rivista Laboratorio politico negli anni Ottanta, l’eremo camaldolese di Montegiove e la rivista Bailamme fra anni Ottanta e Novanta, il Centro studi per la riforma dello Stato di cui Tronti è stato presidente dal 2004 al 2015. > Tronti invita a confrontarsi con la critica, “urgente e incomunicabile”, per > non dire blasfema, della religione democratica, nell’epoca in cui su di essa a > tutti, e a tutte, viene richiesto ogni giorno un giuramento di fede, quando > non un arruolamento armato. Chi volesse approcciare per la prima volta e nella sua interezza questo percorso dispone oggi, oltre che della monografia su Tronti di Franco Milanesi (Nel Novecento, Mimesis 2014), dell’ottima antologia dei principali testi trontiani uscita nel 2017 per il Mulino con il titolo Il demone della politica e curata da Matteo Cavalleri, Michele Filippini e Jamila Mascat, tre dei giovani studiosi di cui Tronti amava circondarsi negli ultimi vent’anni, in grado di ereditarne il lascito anche “per cesura” generazionale, come essi stessi scrivono e com’è giusto che sia. E chi volesse addentrarsi nell’annoso ma sempre vivo dibattito sul rapporto fra il Tronti operaista e il Tronti pensatore del politico dispone altresì del piccolo e prezioso Anatomia del politico (Quodlibet 2022, anch’esso curato da Jamila Mascat), che raccoglie un dibattito parigino del 2019 fra Tronti, Étienne Balibar e Toni Negri precisamente sulla “tensione tra la continuità del punto di vista e la discontinuità dei punti di svolta”, come scrive Mascat, dell’itinerario trontiano. Vi si rintracciano tra l’altro, attualizzati, tutti i motivi della divaricazione delle due traiettorie di Tronti e Negri rispetto alla comune matrice operaista, nonché, avanzate da Balibar, alcune obiezioni che dalla prospettiva dei teorici della democrazia radicale possono essere rivolte alla prospettiva trontiana di critica radicale della democrazia. Ma per tornare al libro postumo, ecco come qui lo stesso Tronti chiude la questione della coerenza della sua traiettoria: “E comunque si sappia che tutto questo accidentato percorso di matta e disperatissima ricerca ‒ operaismo, autonomia del politico, teologia politica, spiritualità e politica, grande pensiero conservatore, urlo di profezia, concretezza di utopia e perfino monachesimo combattente – ha in sé un filo che lega i passaggi, gli attraversamenti, tutti mirati a un al di là rispetto a questo tipo di mondo, a questo tipo di vita. Dietro, a fondamento, il punto di vista di parte, conquistato una volta per tutte, in giovane età”. Ed è vero che la tonalità battente di questo ultimo testo e la sua mira polemica contro “il senso comune intellettuale di massa” riportano, come in una magica chiusura del cerchio della vita, al “primo” Tronti. Tuttavia non è un caso che il cerchio si chiuda su questo testo, che porta a sintesi e coronamento “l’ultimo” Tronti, e non su un altro. Come se nel momento della fine “il pensatore politico, anzi il politico pensante”, come Tronti era solito definirsi per sottolineare la vocazione militante del suo lavoro filosofico, ci invitasse a non rinchiuderlo nella galleria dei classici, dove un posto post-mortem non si nega a nessuno, nemmeno al padre fondatore di una tradizione sovversiva come l’operaismo, ma a confrontarci con il suo messaggio più urticante per il presente e fin qui non abbastanza recepito, con il  “passaggio più difficile, aspro, respingente, improponibile”, della sua ricerca: la critica, “urgente e incomunicabile”, per non dire blasfema, della religione democratica, nell’epoca in cui su di essa a tutti, e a tutte, viene richiesto ogni giorno un giuramento di fede, quando non un arruolamento armato. 3. Il progetto intitolato “Per la critica della democrazia politica”, parafrasi e complemento della marxiana critica dell’economia politica, venne lanciato da Tronti – ne sono testimone diretta – in un seminario alla Certosa di Pontignano del 1988, quando gli eventi del 1989-91 non erano né previsti né prevedibili, ma il XVIII Congresso aveva già innescato nella cultura del PCI la sostituzione dell’“orizzonte del comunismo”, come lo chiamava Cesare Luporini, con l’orizzonte liberaldemocratico, sostituzione che diventerà esplicita e programmatica con la svolta della Bolognina all’indomani del crollo del Muro di Berlino. Da allora la critica della democrazia reale non ha più smesso di contrassegnare la produzione trontiana: compare già in Con le spalle al futuro, viene messa a tema in due saggi del 2001 e del 2005 entrambi intitolati per l’appunto Per la critica della democrazia politica, si fa più affilata nelle Tesi su Benjamin che concludono La politica al tramonto, ricompare in Dello spirito libero, si cala nel vivo della crisi della sinistra e dell’emergenza populista ne Il popolo perduto. Fin dall’inizio si intreccia con la reinterpretazione storica del Novecento, mette in tensione filosoficamente la tradizione del pensiero liberale con quella democratica, e nel corso del tempo si confronta con la cronaca della crisi estenuante ed estenuata delle democrazie contemporanee. Soprattutto, e a differenza dei molti altri discorsi sullo stato delle democrazie occidentali, non guarda solo né tanto al disfunzionamento dei sistemi politici e istituzionali: va, a monte, alla radice del paradigma democratico, mettendo sotto analisi le sue aporie costitutive; e insiste, a valle, sulla crisi antropologica che attacca lo stato di salute del demos ancor più di quanto non appaia compromesso quello del kratos. Questo stesso impianto analitico ritorna nel libro-testamento, ma supportato da una diagnosi più stringente dei processi storici che ne radicalizza la prognosi politica. 4. Il punto di partenza è la data spartiacque del 1989-91, il “biennio bianco” come lo chiama Tronti riprendendo il titolo del suo intervento a un convegno del CRS (Centro per la Riforma dello Stato) sul trentennale della caduta del Muro. Il nome, in evidente contrapposizione con il “biennio rosso” operaio del 1919-20, dice la cosa. Celebrati dalla narrativa neoliberale dominante, di destra e di sinistra, come l’inizio di un’era di libertà, progresso economico e ordine mondiale, l’abbattimento del Muro e il crollo dell’Unione Sovietica – il secondo per Tronti più importante del primo, per implicazioni e conseguenze storiche e geopolitiche – sono stati in realtà il sigillo di un’età di restaurazione. Più precisamente, il coronamento definitivo del “ritorno all’ordine” decretato dalla Trilateral già nel 1973 contro il “disordine” sociale degli anni Sessanta-Settanta, e portata avanti già durante gli anni Ottanta dalla ristrutturazione postindustriale del capitalismo e dalla razionalità neoliberale, unite nel demolire le condizioni di esistenza del conflitto di classe. > Celebrati dalla narrativa neoliberale dominante, di destra e di sinistra, come > l’inizio di un’era di libertà, progresso economico e ordine mondiale, > l’abbattimento del Muro e il crollo dell’Unione Sovietica sono stati in realtà > il sigillo di un’età di restaurazione. Il 1989-91 completa l’opera, con una tragica ambivalenza che la versione dei vincitori traduce in una marcia trionfale. Il crollo del Muro sancisce sì la liberazione dall’oppressione totalitaria dei regimi dell’Est, ma con la libertà degli individui scatena anche quella degli “spiriti animali” del capitalismo che quei regimi “avevano malamente trattenuto”. Il collasso dell’Unione Sovietica mette sì la parola fine a un esperimento fallito, ma con la fine di quell’esperimento viene decretata anche la fine tout court del conflitto fra capitalismo e socialismo. Abbattuta la carica simbolica del suo Altro, scrive Tronti, resta in campo solo la potenza indiscussa del capitalismo reale – ma qui si potrebbe dire, con Jacques Lacan, il Reale del capitalismo, o con Mark Fisher il “realismo capitalista” –, senza più nemmeno la pensabilità di un’alternativa di sistema. Non avere tenuto aperta questa pensabilità è l’imperdonabile colpa che Tronti attribuisce alla sinistra post-1989, italiana ed europea. Il “biennio bianco” segna una rottura in senso proprio catastrofica del corso della storia, che andava pensata come tale e contrastata con un contrattacco, e che invece i cattivi eredi del Movimento operaio hanno interpretato come una tappa evolutiva verso il meglio, accodandosi alla narrativa dominante e attaccandosi alla tara storicista e progressista della propria cultura. Nessuna lettura critica della fine della guerra fredda da parte degli sconfitti, nessun laboratorio paragonabile alla Vienna o alla Weimar del primo dopoguerra. Nessuna analisi del perché e per come “un miracolo cominciato con il ‘che fare?’ di Lenin sia giunto alla fine con le sbronze di Eltsin” senza riuscire a mettere al mondo “l’uomo nuovo”, ovvero un’antropologia politica alternativa a quella della società capitalistica. E dunque, nessun tentativo di salvare l’assalto al cielo del 1917 dai misfatti dello stalinismo e dall’esito fallimentare del socialismo reale (“Quei regimi meritavano di cadere? Sì. Quell’esperimento meritava di morire? No”). Nell’“agghiacciante silenzio dei perdenti” la narrativa messianica dei vincitori – modernizzazione, globalizzazione e democrazia come unico regime politico legittimo e desiderabile, da esportare con le buone o con le cattive – diventa l’unico paradigma in campo. “I postcomunisti ne rimasero abbagliati, come il gatto che di notte si ferma davanti ai fari dell’auto in corsa”. Da quell’abbaglio, le sinistre europee non si sono mai più riprese; e basta pensare alla loro sostanziale indistinguibilità dal fronte di centrodestra nella gestione europea della guerra d’Ucraina per capire quanto pesi tuttora nella loro cultura politica un difetto d’analisi del 1989-91 e dei suoi effetti di lungo periodo. Ma è la vicenda del principale partito della sinistra italiana, con quel progressivo slittamento dall’aggettivo “comunista” all’aggettivo “democratico” senza più neanche il sostantivo “sinistra”, a restare la più emblematica su scala continentale di quello che dopo il 1989-91 non fu affatto il “nuovo inizio” allora predicato, bensì “un cupio dissolvi” e “una resa senza condizioni”. Per uno come Tronti, che del PCI-PDS è stato un iscritto fedele ancorché eterodosso per quaranta anni, e che del PD è stato senatore sia pure indipendente dal 2013 al 2018, si tratta di un giudizio forse tardivo, ma definitivo e senza appello. 5. Ma non è solo dal punto di vista delle sorti della sinistra che con il 1989-91 “i conti non sono stati fatti”: il “biennio bianco” riverbera all’indietro, sulla lettura complessiva del Novecento, e in avanti, sulla lettura complessiva del presente. È una tesi nota e discussa di Tronti, fin da La politica al tramonto, che la fine dell’assetto bipolare del mondo chiuda l’epoca della “grande politica” basata sul criterio amico/nemico, di cui la guerra fredda e il conflitto di classe sarebbero state l’ultima e civilizzata forma, e apra un’epoca di spoliticizzazione di massa sotto le insegne della democrazia. Nuova è invece in quest’ultimo libro l’analisi delle variazioni che il criterio dell’amico/nemico subisce fra la Prima e la Seconda guerra mondiale, con effetti che si prolungano per tutta la guerra fredda e arrivano ai giorni nostri. > La contrapposizione fra democrazia e totalitarismo trapassa intatta dalla > Seconda guerra mondiale alla guerra fredda, con la conseguenza nefasta > dell’equiparazione fra il totalitarismo nazista e quello comunista, che furono > invece contrapposti, per origini e fini. E rimane operativa anche dopo la fine > della guerra fredda, quando viene riattivata nella sequenza di guerre > “giuste”. È con la Seconda guerra mondiale che alle motivazioni militaristiche tradizionali dei conflitti armati subentra il paradigma di ascendenze medievali della guerra giusta e moralmente giustificata contro un nemico identificato come il male assoluto. Non poteva che essere così, ed era giusto che fosse così, sottolinea Tronti, contro il nazismo che combatteva a sua volta in nome della superiorità della razza ariana: “Nasce sui cruenti campi di battaglia la contrapposizione ideale fra democrazia e totalitarismo che segnerà la seconda metà del Novecento”. E “il Movimento operaio degli anni Trenta fece la scelta giusta, irreversibile, di schierarsi dalla parte della democrazie”, mettendo fra parentesi il conflitto di classe per dare la priorità ai fronti popolari antifascisti; la guerra civile spagnola e la Resistenza italiana restano nella loro drammaticità scuole ineguagliate di formazione di un’intera generazione. Senonché “Qual è il problema? Il problema è che quella parentesi non si è più chiusa”. Lo schema di gioco della contrapposizione fra democrazia e totalitarismo trapassa intatto dalla Seconda guerra mondiale alla guerra fredda, con la conseguenza nefasta dell’equiparazione fra il totalitarismo nazista e quello comunista, che furono invece radicalmente diversi, anzi contrapposti, per origini e fini. E rimane operativo anche dopo la fine della guerra fredda, quando viene periodicamente riattivato nella sequenza di guerre “giuste” condotte in nome della democrazia contro nemici di varia natura, dai terroristi ai dittatori agli autocrati, ogni volta rappresentati come il male assoluto e ogni volta paragonati, non a caso, a Hitler. La risposta del fronte atlantista all’invasione russa dell’Ucraina (sulla quale Tronti si esprime più ampiamente nella bella intervista con Andrea Ampollini che chiude la recente riedizione DeriveApprodi di La politica al tramonto) è l’ultimo esempio di questa sequenza. Non solo. Nel corso dei decenni il conflitto democrazia/totalitarismo ha finito con l’oscurare, anzi con l’eclissare, il conflitto di classe. “Si guardi a quanto è facile oggi essere antifascisti, quanto difficile essere anticapitalisti”. Si potrebbe obiettare, e molti di sicuro obietteranno, che oggi, di fronte alla nuova “internazionale nera” che va stringendo in una tenaglia le due sponde dell’Atlantico, essere antifascisti torna a essere un esercizio tutt’altro che facile oltre che necessario. Ma proprio la difficoltà di assegnare automaticamente alla categoria storica del fascismo le nuove destre, figlie dell’epoca neoliberale e contraddittoriamente intessute di reazione tradizionalista e innovazione capitalista, di gerarchismo e libertarismo, di protezionismo antiglobale e liberismo sfrenato, dimostra che oggi come e più di un secolo fa l’antifascismo senza analisi e critica del capitalismo rischia di essere una postura tanto nobile quanto insufficiente. Un’altra sveglia che suona, o dovrebbe, per una sinistra di cui il capitalismo è diventato, come denunciava Slavoj Žižek già svariati anni fa, il “fantasma fondamentale”, rimosso e innominabile. 6. Dunque che cosa resta, un secolo dopo, della contrapposizione frontale fra democrazia e totalitarismo che ha plasmato il discorso teorico e orientato le politiche e la geopolitica novecenteschi, e che tuttora si ripresenta nel dibattito pubblico nella forma della contrapposizione fra democrazia e autocrazia? La categoria apparentemente ossimorica di “totalitarismo democratico” cui Tronti approda nel libro-testamento – ma che compare già nel primo dei due già citati saggi Per la critica della democrazia politica, e  ricompare nella produzione successiva – dice che quella contrapposizione non funziona più o non è più così frontale, e suggerisce di ripensare entrambi i termini che la compongono,  nelle differenze che li distinguono ma anche nelle segrete affinità che li accomunano, o nelle porosità che rendono possibile lo slittamento dall’uno all’altro. Tronti definisce il totalitarismo come “un sistema chiuso, internamente totalizzante, che mira a introiettare la funzione del potere nelle singole soggettività”, uniformando e massificando la coscienza individuale attraverso un forte apparato ideologico e l’uso dall’alto di mezzi di formazione di un consenso fideistico. Totalitario, attenzione, non è sinonimo di autoritario: che i due totalitarismi novecenteschi si siano avvalsi di metodi e forme di governo autoritari non esclude che la vocazione o la deriva totalitaria di un sistema politico possano presentarsi senza supporto autoritario o repressivo, o con un supporto autoritario debole infiltrato nella centralizzazione e verticalizzazione delle forme di esercizio del potere. Che è precisamente quello che sta accadendo nelle democrazie contemporanee. Dove la massificazione procede grazie alla “conta quantitativa dell’individuo senza qualità” e all’omologazione delle forme di vita, “la dittatura non è imposta con la violenza ma introdotta con il messaggio”, e “la servitù volontaria prende il posto della proibizione imposta”. Non si tratta per Tronti, si badi, solo dell’effetto contingente delle note tendenze degenerative dei sistemi democratici contemporanei (torsione maggioritaria, presidenzialismo, uso manipolativo dei mass media), bensì di una deriva inerente allo statuto del modello democratico, contrassegnato ab origine da una matrice identitaria che annoda demos e kratos e non sopporta il taglio conflittuale della differenza (e infatti lo assorbe costantemente in un differenzialismo inclusivo che si ribalta sempre in pluralismo identitario). A questa deriva totalitaria originaria – che spiega fra l’altro il rispecchiamento fra popolo e leader tipico dei populismi contemporanei – se ne aggiunge al compimento della parabola democratica un’altra, che è la controfaccia del trionfo planetario conseguito dalla democrazia dopo il 1989-91, un trionfo che consacrandola come destino universale senza alternative ne alimenta perciò stesso la pretesa totalizzante. 7. Ma se queste derive totalitarie sono vere, e se il totalitarismo è nemico della libertà, occorre spezzare il nesso automatico e scontato che tanto nella teoria quanto nel senso comune lega democrazia e libertà. Non si tratta solo, sul piano politico, di prendere atto che nelle democrazie contemporanee, tutte attraversate dai processi di massificazione della società e di verticalizzazione e personalizzazione del potere di cui sopra, “la libertà non viene negata ma raggirata” e il suo esercizio “diventa sempre più formale”. Si tratta anche di prendere atto sul piano teorico che la democrazia può divaricare dal liberalismo e rivelarsi invece compatibile con il totalitarismo. Accade all’esito di un processo storico e concettuale che per un verso ha annodato libertà politica e libertà economica fino a sovrapporle, per l’altro verso ha creduto di presidiare la libertà politica agganciandola a un sistema di diritti e garanzie giuridiche che finisce con l’essere complice di un individualismo esasperato e spoliticizzato. E accade all’esito di un gigantesco equivoco, anche questo teorico e politico, che equiparando autorità e autoritarismo ha messo in contrapposizione libertà e autorità. > Nel corso dei decenni il conflitto democrazia/totalitarismo ha finito con > l’oscurare, anzi con l’eclissare, il conflitto di classe: “Si guardi a quanto > è facile oggi essere antifascisti, quanto difficile essere anticapitalisti”. Fra libertà e autorità – qui è esplicito il debito di Tronti con il laboratorio teorico-politico del femminismo della differenza – va riattivato invece un circolo positivo, perché la libertà è correlata al riconoscimento spontaneo della valenza simbolica dell’autorità e ne è potenziata. E viceversa, l’autoritarismo spunta proprio nei sistemi politici caratterizzati da un potere privo di autorità: una condizione, quest’ultima, che accomuna la parabola fallimentare del socialismo reale, dove l’esperimento rivoluzionario non ha generato una classe dirigente alla sua altezza, e la crisi terminale delle democrazie reali, dove il deficit d’autorità della politica sta alla radice dell’antipolitica e del populismo. Ne consegue un duplice compito, concettuale e pratico. Per un verso l’autorità va riformulata in positivo contro la sua identificazione corrente con l’autoritarismo, e “la distinzione fra potere e autorità acquista una portata strategica”. Per l’altro verso la libertà va riformulata come autonomia di pensiero contro il conformismo dilagante e come libertà affermativa, politica e relazionale contro la sua concezione individualistica e impolitica corrente. Repressa dai totalitarismi, impensata o subordinata all’eguaglianza dal marxismo, ridotta a libertà negativa dal liberalismo, a libertà di mercato dal neoliberalismo, a catalogo di diritti dal costituzionalismo, la libertà è il problema che il Novecento ci consegna aperto, e oggi più che mai domanda, come diceva Hannah Arendt, di essere rimessa al mondo. 8. Al fondo, ciò che muove la critica trontiana della democrazia non è solo la constatazione che le democrazie contemporanee mostrano una crescente incapacità di governare crisi sistemiche ricorrenti (economiche, ecologiche, pandemiche, belliche), ma soprattutto la duplice convinzione che la base quantitativa e contabile del paradigma democratico è strutturalmente convergente con la logica capitalistica della merce, e che la  democrazia reale si è rivelata  “la forma politica finora meglio riuscita di neutralizzazione e spoliticizzazione del conflitto sociale”. Quest’ultima tesi è correlata al punto forse più contestato – anche dalla sottoscritta – dell’ultimo Tronti, la sua svalutazione del Sessantotto come una stagione solo illusoriamente rivoluzionaria, di fatto riassorbita dai processi di modernizzazione capitalistica e di inclusione democratica. È vero che nel ragionamento trontiano la denuncia della deriva spoliticizzante della democrazia fa velo alla comprensione dei processi di politicizzazione – non solo della sfera produttiva ma di quella riproduttiva, e della vita intera – che dal Sessantotto e dal femminismo in poi i movimenti sociali non cessano di innescare, scuotendo il teatro democratico e invadendolo con forme di soggettivazione irriducibili alla sua contabilità individualistica, alla sua grammatica dei diritti, alla sua sintassi rappresentativa. Ma è anche vero che il problema dell’effettiva capacità di rottura antisistemica di queste insorgenze è un punto irrisolto in tutta la teoria politica critica contemporanea, da quella marxista e moltitudinaria di Toni Negri e Michael Hardt a quella postmarxista e populista di Ernesto Laclau. Lascio aperto questo punto – peraltro a mio avviso indecidibile solo in punta di teoria – per fare un’ultima considerazione. Tronti ha sempre presentato la sua critica della democrazia come una postazione teorica priva di implicazioni pratiche contro la democrazia. “Si può fare oggi critica della democrazia politica accettando, difendendo, sviluppando, riformando i sistemi politici democratici”, aveva scritto qualche anno fa (Dello spirito libero, p. 183) rivendicando, come altre volte, lo scarto fra teoria e pratica che spesso gli è stato contestato. Quella trontiana è dunque soprattutto una sfida per la pensabilità e l’immaginazione di un’altra forma di vita e di regime politico, contro le pretese universali e totalizzanti della religione democratica. Questa sfida deve partire dalla presa d’atto che il paradigma democratico è ormai realizzato e compiuto, che la sua crisi non dipende dalle sue promesse mancate, come sosteneva Norberto Bobbio già mezzo secolo fa, ma dalle sue premesse realizzate, e che dunque “è scaduto il termine per un uso diverso del concetto” (ibidem) e si sono ristretti i margini per riformarne gli esiti storici. 9. Rispetto a quando, un anno e mezzo fa, Mario Tronti ha licenziato il suo libro-testamento, la storia si è messa a correre rendendo tanto più difficile quanto più necessario “apprendere il proprio tempo col pensiero”. E ha impresso un’accelerazione vertiginosa alla crisi della democrazia, che oggi non appare tanto, o soltanto, assediata da regimi autocratici ostili, come recita la vulgata dominante, quanto divorata dalle sue contraddizioni interne, come dimostra la parabola degli Stati Uniti trumpiani nonché il moto retrogrado delle democrazie europee verso suggestioni neo- e postfasciste che parevano consegnate all’archivio della storia. Il sodalizio fra democrazia e liberalismo sembra avviato a un divorzio tutt’altro che consensuale, l’autoritarismo avanza forte del consenso popolare, l’ottimismo progressista delle sinistre post-1989 viene stracciato dal futurismo tradizionalista della coppia Trump–Musk, il capitalismo tecnocratico e oligarchico è chiaramente intenzionato a emanciparsi definitivamente dalle correzioni redistributive novecentesche e comanda alla politica di riarmarsi, la libertà individualistica, prestazionale e competitiva dell’epoca neoliberale evolve nel libertarismo sovranista di quelli che possono, basato sulla schiavitù e la deportazione di quelli che non possono. > Occorre spezzare il nesso che tanto nella teoria quanto nel senso comune lega > democrazia e libertà: nelle democrazie contemporanee “la libertà non viene > negata ma raggirata” e il suo esercizio “diventa sempre più formale”. Ma mentre la crisi della democrazia galoppa, la critica – e l’autocritica – tace, balbetta, indugia su rattoppi inefficaci e su retoriche poco credibili, si rifugia dentro trincee difensive friabili. Non ci voleva l’aggressione di Putin all’Ucraina per accorgersi che l’ordine mondiale istituito dopo la fine della guerra fredda stava per implodere. E non ci voleva la seconda incoronazione di Trump per accorgersi che la democrazia rischia di entrare a far parte del panorama di macerie novecentesche da cui avrebbe dovuto salvarsi e salvarci. Di fronte a questo rischio che impone ultimativamente la necessità di pensare un’altra forma di vita prima che un altro regime politico, la sfida lanciata da Tronti suona ancora più urgente, e ancora più calzante il suo invito a “cercare ancora” e a “credere nel possibile, malgrado tutte le prove empiriche dimostrino l’impossibile”. Cercheremo di essere all’altezza. L'articolo Totalitarismo democratico proviene da Il Tascabile.
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Come l’IA (non) trasforma il lavoro
L a narrazione dominante sull’intelligenza artificiale (IA o AI, Artificial Intelligence, all’inglese) racconta di una tecnologia rivoluzionaria in grado di trasformare radicalmente la nostra società a partire dal modo in cui produciamo valore con il nostro lavoro. Dai Large language models ai sistemi predittivi, dalle automazioni industriali alle piattaforme digitali, l’IA promette efficienza, ottimizzazione di processi, risorse e decisioni e una maggiore libertà rispetto alle mansioni più ripetitive. Ma al contrario di quanto si possa pensare, non è una buona notizia. Per comprendere l’impatto dell’IA sul mondo del lavoro, è necessario partire dalle radici storiche della sua logica operativa: gli algoritmi. Per chi non lo avesse ancora chiesto a ChatGPT, un algoritmo è una sequenza finita di istruzioni che, eseguite in un ordine preciso, permettono di risolvere un problema o svolgere un compito e possono essere espresse in vari modi: con il linguaggio naturale, con diagrammi di flusso o con il codice informatico. Pensiamo alla ricetta per la preparazione di un piatto o alle istruzioni per assemblare un prodotto IKEA: anche questi sono algoritmi. Come osserva Matteo Pasquinelli in The Eye of the Master: A Social History of Artificial Intelligence (2023), ben prima della loro applicazione alle moderne reti neurali, gli algoritmi hanno sempre rappresentato una forma di automatizzazione della decisione, da quelli meccanici del primo Ottocento ai modelli statistici del Ventesimo secolo; gli algoritmi, infatti, non nascono per replicare l’intelligenza biologica dell’uomo nel suo insieme, ma come strumenti per catturare, sistematizzare e riprodurre l’intelligenza umana applicata al lavoro. Questa intelligenza del lavoro non è un’astrazione individuale, ma un sapere pratico che si sviluppa nell’attività collettiva, nell’interazione con strumenti e tecnologie. Fin dall’epoca industriale i processi produttivi sono stati scomposti in operazioni elementari rese misurabili e trasferite alle macchine sotto forma di algoritmi o, se preferiamo, istruzioni. Una logica che oggi troviamo nei sistemi di IA, i quali funzionano proprio grazie a una vasta accumulazione di conoscenza umana estratta dal lavoro, trasformata in dati e utilizzata per addestrare i modelli a riconoscere schemi (pattern) e prendere decisioni. > Gli algoritmi non nascono per replicare l’intelligenza umana nel suo insieme, > ma come strumenti per catturare, sistematizzare e riprodurre quella applicata > al lavoro. Il lavoro dal quale si estrae la conoscenza non è solo quello salariato, ma anche quello informale gratuito ‒ si pensi ai social media dove gli utenti generano contenuti, interazioni e metadati che le aziende usano per addestrare IA sempre più sofisticate ‒ così come i prodotti della cultura e della creatività, anch’essi inglobati in questa dinamica estrattiva (dataset come LAION-5B contengono miliardi di immagini prese dal web, molte delle quali provenienti da artisti e fotografi che non hanno dato il loro consenso e che vedono il loro stile replicato fedelmente da sistemi come Midjourney e Stable Diffusion) e infine l’interazione diretta dell’uomo con la macchina, per esempio attraverso i chatbot e gli assistenti vocali, dove il semplice atto di comunicare con la tecnologia contribuisce a perfezionarla. Questa accumulazione di conoscenza non è affatto neutrale. La tecnologia subisce sempre l’influenza della società che la sviluppa: prende forma sulla base di obiettivi precisi che aderiscono a un sistema di valori specifici. Non è un caso che l’intelligenza artificiale venga presentata prima di tutto come uno strumento per ottimizzare processi e decisioni, per produrre di più e più velocemente. In un sistema che pone l’efficienza al centro, anche la conoscenza, il lavoro e perfino la creatività finiscono per essere trattati come risorse da gestire secondo logiche di rendimento. L’intelligenza artificiale, in questo scenario, non si limita a processare informazioni: dalle fabbriche alle piattaforme digitali, l’IA sta ridefinendo i meccanismi di controllo, organizzazione e accesso al mondo del lavoro, a partire dalle assunzioni, dove algoritmi di screening analizzano curriculum, test psicometrici e persino espressioni facciali attraverso i videocolloqui, assumendo o escludendo i candidati senza alcuna trasparenza sui criteri adottati. A ciò si aggiungono l’incremento della sorveglianza sui dipendenti, l’assegnazione di turni e mansioni sulla base di obiettivi sempre più esigenti spesso calcolati da sistemi statistici e la valutazione “intelligente” delle performance che decide automaticamente sui licenziamenti. Da questo punto di vista l’IA tratta gli esseri umani alla pari: come macchine da valutare, ottimizzare o dismettere e sostituire con nuove unità. Questo non è un fenomeno nuovo. Con l’avvento della rivoluzione industriale e dell’automazione, l’introduzione di telai meccanici, filatoi e motori a vapore consentì aumenti significativi della produzione, ma le conseguenze per gli operai furono spesso drammatiche. Un esempio emblematico è quello dell’industria tessile inglese dei primi dell’Ottocento, nella quale centinaia di migliaia di tessitori artigiani qualificati persero il lavoro, sostituiti da un numero inferiore di addetti alla gestione dei nuovi telai meccanici, pagati con salari più bassi e costretti a condizioni di lavoro più alienanti. > Ogni ondata tecnologica è stata inizialmente presentata come un’opportunità > per produrre di più lavorando meno e in condizioni migliori. Tuttavia, la > realtà ha spesso tradito queste aspettative. E ancora, nelle fabbriche tessili e siderurgiche dell’Inghilterra vittoriana, turni di dodici, quattordici ore giornaliere erano la norma, così come l’impiego di manodopera femminile e minorile a bassissimo costo. I primi decenni dell’era industriale e dell’automazione videro anzi un inasprimento dello sfruttamento: solo dopo dure lotte sindacali e sociali si arrivò alle prime leggi sul lavoro nel Regno Unito (cfr. il Factories Act del 1833) che limitarono i turni in fabbrica a dieci ore e bandirono il lavoro minorile. Un dato interessante: gli effetti benefici della maggiore produttività si fecero attendere per intere generazioni. I salari medi in Inghilterra iniziarono infatti a crescere sensibilmente solo dopo il 1850, quasi settant’anni dopo l’inizio della rivoluzione industriale . Nel corso del tardo Diciannovesimo secolo e poi nel Ventesimo secolo, dalla meccanizzazione delle fabbriche fino all’informatizzazione e alla digitalizzazione, ogni ondata tecnologica è stata inizialmente presentata come un’opportunità per produrre di più lavorando meno e in condizioni migliori. Tuttavia, la realtà ha spesso tradito queste aspettative. L’introduzione della catena di montaggio negli stabilimenti automobilistici all’inizio del Novecento, come nella Ford Motor Co., ne è un esempio: aumentò enormemente la produttività ma rese il lavoro più ripetitivo e alienante. Gli operai vennero ridotti a ingranaggi umani, con gesti sincronizzati al nastro trasportatore, una condizione immortalata nel film di Charlie Chaplin, Tempi moderni, del 1936, ispirato dalle misere condizioni nelle quali era sprofondata l’Europa durante il periodo della Grande depressione. Henry Ford fu costretto a raddoppiare i salari nel 1914, soprattutto per compensare la durissima disciplina di fabbrica che causava alti tassi di abbandono del personale. Ancora una volta, la tecnologia di per sé non umanizzò il lavoro: furono necessarie pressioni sindacali e organizzative perché, ad esempio, negli anni Venti e Trenta, insieme a salari più alti si affermasse la giornata lavorativa di otto ore. Nonostante ciò, l’idea che la sola tecnologia avrebbe liberato l’umanità dalla necessità del lavoro è rimasta a lungo attraente. L’economista John M. Keynes nel suo Economic Possibilities for Our Grandchildren del 1930, profetizzò che entro pochi decenni la settimana lavorativa si sarebbe ridotta a quindici ore grazie all’aumento vertiginoso della produttività . Analogamente, nel 1965, una commissione del senato USA stimò che entro l’anno 2000 si sarebbe lavorato solo quattordici ore a settimana . > Per molto tempo si è creduto che la sola tecnologia avrebbe liberato l’umanità > dalla necessità del lavoro. Queste previsioni, come sappiamo, si sono rivelate errate: nei Paesi avanzati del Ventunesimo secolo, la settimana lavorativa standard resta intorno alle 40 ore e in alcuni casi il trend si è invertito. Negli Stati Uniti, ad esempio, gli impiegati qualificati spesso fanno straordinari ben oltre il classico orario 9-17, senza diritto ad alcun pagamento extra (cfr. Fair Labor Standards Act). Il dividendo del progresso tecnologico non si è tradotto in più tempo libero per la maggioranza, ma è stato in gran parte incamerato altrove. Come osservato dallo storico Rutger Bregman nel suo libro Utopia per realisti. Come costruire davvero il mondo ideale (2017, ed. or. 2014), la società dispone da tempo dei mezzi tecnici per lavorare meno, eppure la riduzione dell’orario si è fermata: “ci era stato promesso un futuro di tempo libero, ma ci siamo ritrovati in una ‘desertificazione del tempo libero’”, in cui molti lavoratori faticano a ritagliarsi momenti di riposo. La ragione di questo fenomeno è certamente legata a chi controlla la tecnologia e a quale scopo. Sotto il capitalismo, le scelte sull’uso delle innovazioni sono guidate prima di tutto dal profitto. Non è la tecnologia in sé a determinare esiti equi o iniqui, ma il contesto socioeconomico in cui viene applicata. Un’evidenza che spesso tendiamo a trascurare. In passato, laddove vi sono state forti organizzazioni dei lavoratori e interventi pubblici attenti alla giustizia sociale, i guadagni di una maggiore produttività legata all’automazione sono stati distribuiti in modo relativamente più ampio, ad esempio nel trentennio d’oro 1945-1975 in Occidente, caratterizzato da crescita condivisa, salari in aumento e riduzione dell’orario in alcuni Paesi. Al contrario, in assenza di contropoteri o di regolamentazioni, le imprese tendono a usare l’automazione con più disinvoltura per ridurre i costi e aumentare i margini di profitto, accentuando il divario tra chi possiede il capitale e chi vende la propria forza lavoro. L’IA e l’automazione avanzata potrebbero consentire realmente di produrre valore con meno sforzo umano, aprendo la strada a orari di lavoro più brevi, salari più alti e a una maggiore creatività dei lavoratori nei processi produttivi. A ciò si aggiungono i vantaggi, molti, che questa tecnologia può portare nel campo della ricerca, per esempio nel settore medico-scientifico. Tuttavia, in assenza di cambiamenti strutturali, l’IA rischia di seguire la traiettoria delle precedenti automazioni. > Non è la tecnologia in sé a determinare esiti equi o iniqui, ma il contesto > socio-economico in cui viene applicata. Di fatto, molte implementazioni attuali di IA nelle aziende mirano esplicitamente a tagliare costi e massimizzare l’efficienza, non a migliorare la vita dei dipendenti, i quali ne sembrano già consapevoli: un sondaggio citato dalla Brookings Institution rileva che circa metà degli americani si aspetta che l’uso crescente dell’IA aumenti le disuguaglianze di reddito e polarizzi ulteriormente la società . Anche istituzioni internazionali come l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e l’FMI (Fondo Monetario Internazionale) avvertono che senza adeguate politiche, l’IA potrebbe accentuare i divari esistenti . Un segnale allarmante viene già dai dati macroeconomici: uno studio della Bank for International Settelments (BIS) su 86 Paesi nel periodo 2010-2019 mostra che a maggiori investimenti in IA corrisponde una maggiore disuguaglianza di reddito . Inoltre, ancora secondo la BIS, l’adozione di IA si accompagna a una contrazione dell’occupazione complessiva, a uno spostamento dell’occupazione verso posizioni di alta qualificazione manageriale e – elemento cruciale – a una riduzione della quota del lavoro sul reddito nazionale . Questo significa che una porzione crescente del valore aggiunto prodotto va ai profitti e una porzione calante va ai salari. In termini più banali, l’IA sta aiutando il capitale a prendere una fetta sempre più grande della torta. Questa dinamica non è nuova: dal tardo Novecento si osserva una divergenza marcata tra produttività e salari medi. Negli Stati Uniti, ad esempio, come riporta l’Economic Policy Institute, mentre la produttività del lavoro è cresciuta costantemente grazie all’automazione (+61% circa dal 1979 al 2020), il salario orario medio del lavoratore tipico è rimasto quasi fermo in termini reali (+17% nello stesso periodo) . Il risultato è un gap crescente tra quanto produce un lavoratore e quanto guadagna. In parallelo, la quota dei redditi da capitale (profitti, dividendi, rendite) è aumentata, mentre la quota destinata al lavoro ha raggiunto minimi storici in molte economie avanzate . > Molte implementazioni attuali di IA nelle aziende mirano esplicitamente a > tagliare costi e massimizzare l’efficienza, non a migliorare la vita dei > dipendenti. Uno studio dell’economista Daron Acemoglu (MIT, Massachusetts Institute of Technology), conferma i dati dell’Economic Policy Institute sopra citati, quantificando l’impatto dell’automazione sull’aumento delle disuguaglianze di reddito negli Stati Uniti. Secondo la sua ricerca, l’automazione è responsabile da sola di circa metà dell’aumento del divario salariale tra i lavoratori negli ultimi quarant’anni . In altri termini, macchine e software che hanno rimpiazzato il lavoro umano spiegano almeno il 50% della crescita della disuguaglianza salariale registrata dal 1980 a oggi. L’intelligenza artificiale sembra inserirsi in questo trend: invece di realizzare la storica utopia che prevede lo sfruttamento delle macchine in favore di un maggiore benessere per gli esseri umani, viene utilizzata soprattutto per aumentare ulteriormente i profitti e il controllo sui dipendenti. È il caso di citare alcuni esempi concreti per comprendere come l’IA, lontano dall’aver inaugurato una nuova era di emancipazione, sia in continuità con le forme di sfruttamento del passato. Un caso emblematico è quello di Amazon, il colosso della logistica e del commercio elettronico, che ha integrato l’intelligenza artificiale nei suoi magazzini con un livello di monitoraggio senza precedenti. L’azienda utilizza sistemi algoritmici come ADAPT (Associate Development and Performance Tracker), che tracciano ogni movimento dei lavoratori in tempo reale, calcolando il loro time off task ‒ il tempo trascorso senza eseguire operazioni di scansione o movimentazione merci. Se il sistema rileva una quantità eccessiva di tempo inattivo, può inviare automaticamente un avviso di performance insufficiente e generare lettere di licenziamento senza intervento umano diretto. Un fenomeno simile si osserva nella gig-economy, dove piattaforme come Uber, Glovo e Deliveroo impiegano sistemi di gestione algoritmica per dirigere il lavoro di autisti e rider. Come illustrato da un recente articolo di Robert Booth sul Guardian, gli algoritmi assegnano automaticamente le consegne, regolano le tariffe e monitorano le prestazioni di ciascun lavoratore attraverso il GPS e altri dati raccolti dai dispositivi mobili. Il sistema impone ritmi serrati e premia coloro che accettano più corse o consegne, mantenendo tempi stretti e accumulando punteggi elevati. Chi rifiuta troppi incarichi o non mantiene un certo livello di efficienza può essere escluso dall’assegnazione delle chiamate, il che equivale a una sospensione o a un licenziamento di fatto, senza che vi sia mai stato un contratto formale con la piattaforma. > Macchine e software che hanno rimpiazzato il lavoro umano spiegano almeno il > 50% della crescita della disuguaglianza salariale registrata dal 1980 a oggi. Questo sistema riduce la possibilità di contrattazione collettiva e porta i lavoratori a interiorizzare le regole dell’algoritmo, spingendoli a lavorare più ore e ad accettare condizioni sempre più precarie per rimanere competitivi. In alcuni casi, è stato documentato come rider e autisti siano portati a violare regole del traffico o a mettere a rischio la propria sicurezza per rispettare le tempistiche imposte dalla piattaforma. Un altro ambito in cui l’IA sta ridefinendo in peggio le condizioni lavorative è la grande distribuzione e il settore della ristorazione, dove vengono impiegati sistemi di scheduling algoritmico per ottimizzare i turni del personale in base alla domanda prevista. Software come Kronos, UKG e Shyft analizzano dati storici di vendita, previsioni meteo e altri fattori per decidere quanti dipendenti devono essere in servizio in ogni ora del giorno. Questa logica di just-in-time scheduling (programmazione dei turni in tempo reale) consente ai datori di lavoro di minimizzare il tempo in cui i dipendenti sono pagati senza produrre valore diretto, riducendo i costi. Tuttavia, per i lavoratori significa orari imprevedibili, turni comunicati all’ultimo minuto e flessibilità imposta dall’alto. Al di fuori di questi settori specifici, si stanno diffondendo anche forme di sorveglianza digitale negli uffici, con l’adozione di bossware ‒ software di monitoraggio avanzati che registrano ogni attività svolta dai dipendenti su computer aziendali. Alcuni di questi sistemi, basati sull’IA, scattano screenshot dello schermo a intervalli casuali, tracciano i movimenti del mouse e registrano il tempo trascorso su ogni applicazione. Alcuni software più avanzati analizzano persino il tono di voce degli operatori dei call center per suggerire script o valutare automaticamente la loro performance. Questi strumenti, introdotti per migliorare la produttività, finiscono per aumentare la pressione psicologica sui lavoratori e riducono la loro autonomia. Come riporta il Times, studi accademici hanno ampiamente dimostrato che l’eccesso di sorveglianza tende a ridurre la produttività nel lungo periodo e ad aumentare il turnover, poiché genera insoddisfazione e alienazione. Nonostante ciò, molte aziende continuano a investire in questi strumenti, poiché nel breve periodo permettono di spremere più lavoro dai dipendenti senza dover migliorare salari o condizioni. > Strumenti introdotti per migliorare la produttività finiscono per aumentare la > pressione psicologica sui lavoratori e riducono la loro autonomia. Questi esempi mostrano come l’IA venga oggi impiegata per rendere il lavoro più frammentato, più sorvegliato e più precario senza alcuna discontinuità rispetto al passato. Premi Nobel per l’economia come Paul Romer e Joseph Stiglitz concordano su questa analisi, e hanno citato il concetto di “trappola di Turing” per descrivere la tendenza delle imprese a investire in IA che replicano e controllano il lavoro umano invece di sviluppare tecnologie per migliorarne le condizioni. L’espressione trappola di Turing (coniata da Erik Brynjolfsson) allude al fatto che puntare a sostituire l’uomo con la macchina può generare profitti nell’immediato, ma lascia la società con meno posti di lavoro e una domanda aggregata stagnante perché i lavoratori impoveriti consumano meno. Questa, lo abbiamo detto, non è una traiettoria obbligata, ma il frutto di scelte di politica tecnologica e incentivi economici distorti: ad esempio, negli Stati Uniti attuali il costo del capitale (anche per vantaggi fiscali e deregolamentazione) è relativamente basso rispetto al costo del lavoro, perciò le imprese guardano all’automazione come una risorsa. Le aziende leader nell’IA e nella tecnologia (Google, Amazon, Microsoft, Meta, Apple) sono oggi tra le più ricche al mondo. Hanno profitti stratosferici e capitalizzazioni di borsa enormi, in buona parte grazie a piattaforme e sistemi automatizzati che possono essere estesi su scala globale senza richiedere un aumento proporzionale della manodopera. Allo stesso tempo, in aziende come Amazon ‒ dove sono state introdotte decine di migliaia di unità-robot nei magazzini ‒ si continua a impiegare milioni di lavoratori sparsi per il mondo, in condizioni precarie, con contratti temporanei, salari di base modesti e un controllo asfissiante. L’automazione consente a queste aziende di far crescere la produttività per dipendente senza dover migliorare proporzionalmente le retribuzioni e le condizioni del personale. Sebbene sia solo un’unità di misura che riflette la valutazione complessiva dell’azienda rispetto al numero dei suoi dipendenti, il valore di mercato per dipendente di aziende come Google o Apple è di svariati milioni di dollari, ma come sappiamo la paga media dei loro lavoratori è ben lontana da quelle cifre: indice che la maggior parte del valore creato, ancora una volta, va al capitale e non al lavoro. In settori come l’automotive o la manifattura avanzata, dove l’automazione robotica è alta, si osserva spesso una riduzione dell’occupazione e la creazione di pochi ruoli altamente specializzati. Ad esempio, una fabbrica moderna di auto produce molte più unità per lavoratore rispetto a 30 anni fa e impiega un numero inferiore di operai, mentre i profitti per auto venduta tendono a crescere concentrandosi su capitale e management. Questo porta a meno posti di medio reddito, più posti di alto livello (ingegneri, manager) e una massa enorme di lavori a basso reddito (magari proprio i driver che portano in giro i manager di cui sopra, coordinati da app come Uber). > L’eccesso di sorveglianza tende a ridurre la produttività nel lungo periodo e > ad aumentare il turnover, poiché genera insoddisfazione e alienazione. L’IA, come altre tecnologie, tende a generare vantaggi che premiano pochi grandi attori, quelli con accesso ai migliori algoritmi, alla mole di dati necessaria per addestrarli e ai capitali per investirvi: ciò aumenta il potere di mercato di queste imprese permettendogli di imporre le loro condizioni sul lavoro. Quando questi attori acquisiscono anche un’influenza politica diretta, si pensi a Elon Musk e al suo ruolo nel governo americano, il rischio si amplifica: Il loro controllo sulle infrastrutture digitali e sui dati si traduce in un potere di orientamento delle politiche pubbliche, influenzando le strategie nazionali per l’IA, gli investimenti in innovazione e le scelte fiscali in favore delle Big Tech. Inoltre, hanno un impatto decisivo sulla regolamentazione, determinando il grado di protezione della privacy, le norme sulla gestione dei dati, le leggi sulla concorrenza e le regole sull’impiego dell’IA nel lavoro e nell’ordine pubblico. Infine, la loro posizione dominante incide sul dibattito sociale, orientando la percezione pubblica sulle implicazioni etiche della tecnologia, con il rischio di consolidare narrazioni che legittimano il loro stesso potere. In assenza di correttivi, questo continuerà a intensificare lo sfruttamento e la concentrazione dei frutti della tecnologia nelle mani di pochi. Come abbiamo visto, non si tratta di un esito ineluttabile causato dalla tecnologia in sé, ma dal modo in cui è governata. Le stesse macchine che sotto certe condizioni producono alienazione e sfruttamento, in altri scenari potrebbero realmente offrire un contributo positivo di crescita condivisa e aggiungerei sostenibile, laddove scelte etiche e non esclusivamente economiche intorno all’IA potrebbero spingere a reinvestire i profitti nella ricerca di soluzioni che ne riducano anche l‘impatto ambientale. La fine del lavoro sfruttato è possibile da molto tempo: il problema rimane politico ed economico, non tecnico. Redistribuire i benefici dell’automazione è la sfida cruciale. Ciò potrebbe avvenire tramite varie strade discusse da autorevoli economisti contemporanei: dalla riduzione dell’orario di lavoro (ad esempio sperimentando la settimana di 4 giorni senza taglio salariale), a sistemi di partecipazione agli utili per i dipendenti, a una tassazione dell’automazione con cui finanziare redditi minimi o formazione continua, fino a modelli più radicali di democratizzazione delle decisioni tecnologiche in azienda, coinvolgendo i lavoratori nella scelta di quali processi automatizzare e come. Senza interventi di questo genere, è prevedibile che l’IA prosegua lungo il cammino storico tracciato dalla storia delle automazioni: crescita della produttività accompagnata da un aumento del divario economico tra chi possiede la tecnologia e chi ne subisce l’utilizzo. Come cittadini abbiamo il compito di stimolare un dibattito su quali scelte sociali fare attorno all’IA. Le recenti regolamentazioni europee in materia di intelligenza artificiale sono già un buon esempio in questa direzione, le prime al mondo a fissare i limiti etici dell’industria digitale a tutela dei cittadini in materia di privacy, diritti umani, diritto d’autore, informazione, concorrenza sleale. Si tratta di normative che hanno attirato le critiche degli sviluppatori americani, i quali lamentano la difficoltà di adattare i loro prodotti a regolamentazioni così scrupolose dimostrando, di fatto, la necessità di tali provvedimenti per la protezione dei cittadini. > La fine del lavoro sfruttato è possibile da molto tempo: il problema rimane > politico ed economico, non tecnico. Occorre ricordare che l’automazione può e deve avere uno sviluppo controllabile: è la società nel suo insieme a doverla orientare verso il benessere collettivo, non lo farà il mercato. L'articolo Come l’IA (non) trasforma il lavoro proviene da Il Tascabile.
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