Un largo di Milano porta ora il nome di Dario Fo, a pochi passi dalla Statale.
La cerimonia, a dieci anni dalla morte, è stata anche teatro e ha riacceso
l’attenzione sulla Palazzina Liberty.
A Milano c’è un nuovo luogo che porta il nome di Dario Fo. Il Comune ha
intitolato un largo a due passi dall’Università Statale, dove l’artista mise in
scena per la prima volta Mistero Buffo, con una cerimonia arrivata a dieci anni
esatti dalla sua morte.
Sulla targa si legge una definizione essenziale: attore, drammaturgo e premio
Nobel per la Letteratura. Una sintesi che, secondo il sindaco Giuseppe Sala,
rischia di stare stretta a una figura come Fo. “Trovare qualche definizione per
lui sarebbe parziale e banale – ha spiegato -. Rinuncio a definire l’arte di
questo genio che la nostra città ha potuto godere per tanto tempo”.
UNA CERIMONIA CHE DIVENTA ANCHE TEATRO
L’intitolazione, dedicata anche alla compagna nella vita e nell’arte Franca
Rame, ha preso la forma di un momento pubblico dove la memoria si è intrecciata
allo spettacolo. Lodo Guenzi ha recitato un brano da Morte accidentale di un
anarchico, che ha reinterpretato a teatro.
Un passaggio da Mistero Buffo è stato invece interpretato dall’attrice Marina De
Juli, allieva di Dario e Franca, che porta avanti oggi la loro tradizione
teatrale. Attorno, molte persone e volti noti: tra gli altri Lella Costa e Gad
Lerner.
Alla cerimonia non sono mancate anche Silvia e Claudia, le figlie di Giuseppe
Pinelli, mentre il ricordo familiare è arrivato dalle parole di Mattea Fo,
nipote di Dario e Franca e presidente della fondazione a loro dedicata. “Dieci
anni fa pioveva e oggi splende il sole”, ha evidenziato.
LA PALAZZINA LIBERTY E L’ATTESA DI UN PROGETTO
Mattea Fo, che in passato aveva polemizzato con il Comune sostenendo che non
fosse stato fatto abbastanza per ricordare il nonno dopo dieci anni, oggi guarda
soprattutto a uno spazio simbolico: la Palazzina Liberty. La sua richiesta è che
“il Comune riapra la palazzina Liberty intitolata a Dario Fo e Franca Rame e che
faccia un progetto concreto su quello spazio, che confidiamo diventi veramente
un luogo per la memoria e la valorizzazione del loro teatro, dando tanto spazio
ai giovani”.
Un primo impegno è arrivato dall’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, che ha
anticipato la riapertura e un’iniziativa legata al ricordo dell’artista: la
palazzina “alla fine dell’anno sarà protagonista di un ricordo di Dario Fo.
Organizzeremo qualcosa di speciale con la fondazione – ha detto -. L’abbiamo
restaurata, è stato un restauro complicato, ma il piano terra ora è pronto ad
ospitare il teatro e la parola nel segno di quello che è stato Dario Fo”.
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l’impegno sulla Palazzina Liberty appeared first on The Wom.
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Un viaggio nei luoghi più nascosti sotto la Basilica di San Pietro, tra scavi,
iscrizioni e devozione. Nel documentario Pétros Ení la guida è affidata a Chris
Pratt, con la presenza di Papa Leone XIV nelle sequenze finali.
Nel nuovo documentario Pétros Ení – Discovering the Origins, una guida
d’eccezione accompagna il pubblico sotto la Basilica di San Pietro: sono Chris
Pratt e Papa Leone XIV a condurre, tra storia e devozione, un viaggio nei luoghi
legati alla tomba dell’apostolo Pietro.
Il film sarà presentato domani alla Festa del Cinema di Roma e ricostruisce le
vicende, le scoperte archeologiche e il culto che ruotano attorno alla sepoltura
di Pietro nel cuore del Vaticano, con un racconto che si muove tra passato e
presente.
UN ANNIVERSARIO CHE DIVENTA RACCONTO
Il documentario celebra i 400 anni della consacrazione dell’attuale Basilica,
avvenuta il 18 novembre 1626. Nel trailer diffuso da Variety, questo
anniversario diventa lo spunto per entrare nei sotterranei di uno dei luoghi più
sacri della cristianità, attraverso immagini e testimonianze descritte come
raramente accessibili al grande pubblico.
La regia è affidata alla regista spagnola Paula Ortiz, mentre la sceneggiatura
porta la firma di Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani. La
narrazione alterna ricostruzione e materiali che accompagnano lo spettatore
nella stratificazione di secoli di storia.
CHRIS PRATT NEI PANNI DELL’ESPLORATORE
A fare da guida è l’ex di Jurassic World, un attore che, sottolinea il film, non
ha mai nascosto la propria fede cristiana. Per l’occasione Pratt veste i panni
dell’esploratore della storia, seguendo il filo che dalla sepoltura
dell’apostolo porta alla nascita della prima grande basilica costantiniana del
IV secolo.
Il documentario ripercorre anche gli scavi che nel corso del Novecento hanno
riportato alla luce l’antica necropoli sotto la basilica. Al centro c’è
un’iscrizione rinvenuta nei pressi del luogo tradizionalmente identificato con
la tomba dell’apostolo, richiamata dal titolo Pétros Ení, in greco “Pietro è
qui”.
IL PAPA NELLE SEQUENZE FINALI E L’USCITA AL CINEMA
Papa Leone XIV compare nelle sequenze finali, dove riflette sulla figura di
Pietro e sul significato della sua tomba per la Chiesa e per i fedeli di tutto
il mondo. Pratt, citato nel lancio, commenta: “È stato un onore incredibile
collaborare con lui e con il Vaticano a questo progetto”.
Pétros Ení è prodotto da AF Films, guidata da Frank Ariza e Manu Vega, insieme a
Vatican Media e alla Fabbrica di San Pietro. Dopo l’anteprima di domani, il
documentario arriverà nei cinema internazionali a partire dal febbraio 2027,
nelle prime settimane di Quaresima.
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Pietro e l’uscita a febbraio 2027 appeared first on The Wom.
A Roma la mostra Aura mette in dialogo gli abiti d’archivio di Valentino
Garavani con i ritratti metamorfici di Ewa Juszkiewicz. Un percorso sul confine
tra familiare e immaginazione, tra bellezza svelata e bellezza nascosta.
Negli spazi di PM23, a piazza Mignanelli, la Fondazione Valentino Garavani e
Giancarlo Giammetti apre un nuovo capitolo espositivo: Aura. L’idea, come
racconta Giancarlo Giammetti durante l’inaugurazione, nasce da un dialogo
serrato tra domande e risposte che, letteralmente, “stanno” nelle opere: i
quadri e gli abiti parlano di bellezza e del suo significato, tra ciò che resta
nascosto e ciò che viene svelato.
Al centro della mostra ci sono 38 abiti d’archivio di Valentino Garavani che
incontrano la pittura di Ewa Juszkiewicz, giovane artista polacca. I suoi grandi
oli su tela raffigurano dame e donne in abiti rinascimentali dai colori accesi,
ma con un dettaglio che spiazza: il volto spesso scompare, coperto da tessuti
attorcigliati come turbanti, oppure “trasformato” in fruttiere e vasi di piante,
in un effetto che nel testo viene definito quasi arcimboldesco.
IL VOLTO NASCOSTO COME IDEA DI LIBERTÀ
Juszkiewicz spiega il senso di questa scelta con parole precise: “Nascondere il
volto” diventa una metafora di libertà. Per l’artista significa annullare
l’individualismo e spezzare una tradizione, anche nel vestire, perché le donne
dipinte portano abiti antichi nella foggia, ma moderni nello spirito, colorati
ed energetici, in stoffe morbide, senza costrizioni di corsetti o altro.
In questa visione, la copertura del volto è anche un modo per sottrarre le
figure a un tempo definito: con i tratti somatici non visibili, quelle donne
diventano “eterne”, non legate a un momento preciso. Juszkiewicz lega
apertamente questo concetto alla moda, definendo “eterna la moda di Valentino”.
QUANDO IL FAMILIARE CAMBIA FORMA
Aura evoca quel confine in cui qualcosa rimane riconoscibile e, nello stesso
tempo, cambia aspetto: lo spazio resta sospeso tra realtà e immaginazione e la
trasformazione diventa un nuovo modo di guardare. Nel linguaggio creativo di
Valentino Garavani la figura femminile è centrale: colore, materiali, volumi e
movimenti servono a esaltare la silhouette, con l’intento di valorizzare la
presenza e lasciare emergere la bellezza di ognuna.
Nei dipinti di Ewa Juszkiewicz, invece, il ritratto attraversa una vera
metamorfosi: attingendo alla tradizione europea del ritratto femminile,
l’artista trasforma i volti in configurazioni di capelli, tessuti, fiori e altre
forme organiche, ridefinendo i codici del ritratto e aprendo l’immagine a
interpretazioni diverse.
Il punto d’incontro, qui, sta nel modo in cui richiami storici ed elementi
familiari assumono significati inediti, entrando in nuovi linguaggi visivi. La
mostra riunisce 26 dipinti di Juszkiewicz e una selezione dall’archivio della
Maison Valentino, costruendo connessioni tra moda e pittura attraverso materia,
colore, forma e trasformazione.
IL ROSSO VALENTINO IN UN NUOVO RITRATTO
Per Aura, Juszkiewicz ha realizzato anche un’opera specifica, “A Portrait in
Valentino Red”, presentata per la prima volta in mostra. Il dipinto trae
ispirazione da un abito della collezione Haute Couture Autunno/Inverno 2007-08
di Valentino, nel simbolico rosso della maison.
Nella tela, un’elaborata composizione di tessuto rosso, impreziosita da un
motivo a foglia di palma, avvolge il volto evocando una rosa, un fiocco e una
forma organica in crescita. Il risultato riprende il vocabolario visivo
dell’abito e crea una tensione tra ritratto, tessuto e ornamento.
La mostra, patrocinata dal Municipio I Roma Centro, sarà aperta al pubblico dal
18 ottobre al 21 febbraio 2027. E per Giammetti il senso resta quello
dichiarato: esplorare come moda e arte possano trasformare lo sguardo sulla
bellezza, invitando a superare ciò che è familiare per scoprire nuove
prospettive.
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dipinti di Ewa Juszkiewicz appeared first on The Wom.
Una commedia che parte dall’amore e finisce per parlare anche di politica.
Presentato alla Festa di Roma, Il Ministero dell’Amore immagina un cronista
guidato da un “governo” nella sua testa. In conferenza stampa, Pif, Guzzanti e
Sermonti hanno commentato anche il tema del senso delle istituzioni.
Una commedia che gioca con la politica, ma parte da un terreno decisamente più
intimo: Il Ministero dell’Amore, nuovo film Prime Original scritto e diretto da
Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, è stato presentato alla Festa di Roma
(Grand Public) e, tra risate e situazioni surreali, ha finito per accendere
anche un confronto sull’attualità.
Il protagonista è Aldo (Pif), un cronista parlamentare d’assalto che segue la
politica romana con microfono e telecamera. Solo che, nel suo mondo interiore,
Aldo convive con un vero e proprio “Governo” personale che lo guida e lo
giudica: ogni gesto diventa una questione di Stato, da discutere e deliberare
come se fosse un passaggio parlamentare.
LA TRAMA: QUANDO L’AMORE DIVENTA UNA CRISI DI GOVERNO
A gestire questo singolare Consiglio dei Ministri c’è Corrado Guzzanti, mentre
il “dicastero dell’amore” è affidato a Pietro Sermonti. La miccia della storia
scatta quando la relazione di Aldo con l’adorata Claudia (Alessandra
Mastronardi) comincia a vacillare: a quel punto, il “Governo Aldo” precipita
nella sua crisi più grande.
In conferenza stampa, Pif ha raccontato il suo legame personale con l’idea del
film: “Prima di essere venuto a conoscenza di questa storia confesso che ho
davvero un’opposizione dentro di me. Un esempio: cancello un’app e
un’opposizione interna mi dice: “No, non dovevi farlo”. Certo ci sono quelli che
si sentono più sicuri, quelli che hanno sempre la maggioranza assoluta e a cui
non cade mai il governo, ma non è il mio caso”.
DAL SET AL PRESENTE: LE RIFLESSIONI IN CONFERENZA STAMPA
Il discorso si è spostato anche sulla difficoltà di fare satira politica oggi.
Ancora Pif: “Ora dico una cosa davvero forte: pensando all’oggi, anche
Berlusconi rispetto a Trump, sarà per una questione generazionale, aveva molto
più senso delle istituzioni. Anche per questo oggi è più difficile far ridere
coi politici. Essere più comico di uno che dice il ponte sullo stretto è un
ponte contro la mafia, come si fa?”.
Corrado Guzzanti ha sottolineato un dettaglio preciso dell’impianto del film:
“Ho trovato molto divertente che abbiano scelto che il governo che muove Aldo
sia chiaramente degli anni Settanta. Se lo avessero ambientato oggi sarebbero
stati tutti lì a cercare elementi di attualità. Anche il mio personaggio non si
sa assolutamente a quale partito appartenga, ma potrebbe essere ‘ignavi per la
democrazia’ o una cosa del genere”.
Interviene anche Pietro Sermonti, che nel film interpreta il ministro
dell’amore: “Sono d’accordo con Pif, una volta c’era il senso delle istituzioni,
cioè un politico, anche il peggiore, quando occupava un posto come quello di
presidente della Camera si metteva a fare un lavoro nell’interesse di tutti così
come il presidente della Repubblica. Da noi questa cosa è morta e abbiamo
persone che continuano a fare la loro propaganda e continuano a essere
presidenti della loro parte contro quell’altra”.
CAST, PRODUZIONE E DATA DI USCITA
Nel cast, oltre a Pif, ci sono Corrado Guzzanti, Pietro Sermonti e Angela
Finocchiaro. Il film è coprodotto da Amazon MGM Studios e da Claudio, Federico e
Jacopo Saraceni per Ideacinema, e sarà disponibile in esclusiva su Prime Video
dal 18 dicembre.
Nel megacast figurano anche Carlo De Ruggieri, Massimo De Lorenzo, Federico
Cesari, Leonardo Lidi, Cristina Pellegrino, Daniele Natali, Luca Amorosino,
Giampiero Judica, Lucio Patanè, Thomas Trabacchi, e con Ninni Bruschetta, Fabio
Balsamo e Andrea Pennacchi.
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politica che entra nella commedia appeared first on The Wom.
Il primato della California nella produzione di film e serie tv è ancora saldo,
ma New York sta colmando il gap con una crescita rapidissima. I dati del terzo
trimestre 2026 raccontano un divario ormai minimo e un effetto domino che
coinvolge anche il New Jersey.
Hollywood sta spostando il suo baricentro. La California resta la prima piazza
americana per produzioni di film e serie tv, ma la crescita della costa Est sta
diventando difficile da ignorare, con New York sempre più vicina a Los Angeles
nei numeri della spesa.
A fotografare il cambio di passo sono i dati del terzo trimestre 2026 diffusi da
ProdPro, società specializzata nel monitoraggio delle produzioni audiovisive.
Nello Stato di New York la spesa per film e serie televisive è salita dell’87%,
toccando 1,61 miliardi di dollari.
Nello stesso periodo, la California è arrivata a 1,76 miliardi di dollari, con
una crescita del 17%. Il confronto diretto è quello che colpisce di più: il
distacco tra i due Stati è di soli 147 milioni di dollari, un margine che rende
credibile l’ipotesi di un cambio di leadership a breve.
Il quadro generale conferma che il mercato è in movimento: negli Stati Uniti la
spesa complessiva per produzioni cinematografiche e televisive nel terzo
trimestre ha raggiunto 4,9 miliardi di dollari, segnando un aumento del 17%
rispetto allo stesso periodo del 2025.
Alex LoVerde, cofondatore e ad di ProdPro, ha spiegato che “Mentre raccoglievamo
i dati, pensavamo che New York potesse addirittura superare la California”. E ha
indicato il possibile sorpasso come uno degli sviluppi da seguire nell’ultimo
trimestre dell’anno e nel 2027.
PERCHÉ NEW YORK CORRE COSÌ FORTE
Secondo l’analisi legata ai dati, l’ascesa di New York è sostenuta da più
fattori: gli investimenti negli studi di posa, la presenza di una vasta
manodopera specializzata e la possibilità di girare con facilità anche in
località di Stati limitrofi. Un mix che rende la regione competitiva per
produzioni diverse, dalle serie ai film.
Il boom, infatti, non riguarda solo la città e lo Stato di New York. La spinta
della East Coast coinvolge anche il vicino New Jersey, già ribattezzato
Hollywood East, dove alcuni grandi gruppi stanno puntando su nuove
infrastrutture.
IL RUOLO DEL NEW JERSEY E GLI INVESTIMENTI DEI GRANDI STUDIO
Nel New Jersey, Netflix, Paramount e Lionsgate stanno investendo in nuove
infrastrutture. Netflix sta costruendo un polo produttivo nell’ex base militare
di Fort Monmouth, mentre Paramount ha firmato un contratto decennale per gli
1888 Studios di Bayonne, di fronte a Manhattan.
Quanto a Lionsgate, sarà uno dei principali occupanti dei Great Point Studios di
Newark. Segnali concreti di un ecosistema che si sta attrezzando per attirare
sempre più set e produzioni, in un momento in cui il duello tra coste sembra
meno scontato del passato.
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numeri che stanno cambiando la mappa appeared first on The Wom.
Un appartamento, una ragazza incinta e tre manifestanti in fuga: Foa – C’era una
volta il futuro intreccia il G8 di Genova con un racconto intimo. Paolo
Sorrentino produce l’opera prima di Margherita Ferrari, che parla di memoria,
paura e futuro.
Per Paolo Sorrentino Foa – C’era una volta il futuro nasce “da una ferita che la
storia non è mai riuscita davvero a rimarginare”. Il regista descrive così
l’opera prima della cineasta genovese Margherita Ferrari, da lui prodotta con
Numero 10, in un racconto che fa riaffiorare la memoria di Genova in una
dimensione “intima e onirica”, dove “il passato torna silenziosamente a
interrogare il futuro”.
Il film è coprodotto da The apartment, società del Gruppo Fremantle, in
associazione con Piperfilm e in collaborazione con Netflix. Al centro, il G8 di
Genova del 2001 riflesso attraverso una storia che tiene insieme una traccia
collettiva e una traiettoria personale.
IL FILM AD ALICE NELLA CITTÀ E L’USCITA IN SALA
Foa è in gara nella sezione Panorama Italia ad Alice nella città, il festival
parallelo alla Festa del cinema di Roma. È interpretato da Gaia Ravina, Gabriele
Falsetta, Clara Tramontano, Iker Urgoiti, Elena Arvigo e Fulvio Pepe, e arriverà
in sala prossimamente con Piperfilm.
GENOVA, 20 LUGLIO 2001: UNA CASA CHIUSA E UNA PORTA CHE SI APRE
La storia riporta a Genova, il 20 luglio 2001. Nicole (Ravina), 18enne e
all’ottavo mese di gravidanza, è sola in casa: convinta che avrebbe avuto
accanto il suo ragazzo, ha scelto di restare in città invece di andare in
vacanza con la famiglia.
Nel giorno della manifestazione, mentre dalle finestre chiuse arrivano gli echi
degli scontri, Nicole sente bussare e apre incautamente. Tre partecipanti alla
protesta entrano nell’appartamento, in fuga dalla polizia: sono Elixi (Urgoiti),
Irene (Tramontano) e Julian (Falsetta), più adulto. Nonostante la paura, Nicole
non li tradisce, e l’incontro, che parte come scontro, lascia spazio a una
conoscenza che si fa sempre più reciproca.
Nel racconto compaiono anche immagini d’archivio e si arriva fino all’uccisione
di Carlo Giuliani.
FERRARI: “C’È UN APPROCCIO PIÙ EMOTIVO”
“Non è un film che ricostruisce storicamente negli dettagli quello che è
accaduto. C’è un approccio più emotivo, di ricerca delle tacche che il G8 ha
lasciato, fino ad oggi”, spiega Margherita Ferrari incontrando i giornalisti.
All’epoca dei fatti, racconta, aveva tre anni e mezzo: “Ero piccola, ricordo
solo le finestre chiuse, il caldo, la sensazione che qualcosa stesse per
accadere”.
L’idea iniziale della storia era già stata esplorata dalla regista in forma di
cortometraggio: “Il punto di partenza è sempre stato quello di mettere in una
relazione conflittuale due poli opposti. Intrappolare nella stessa casa due
crisi, una più intima e una collettiva, che però pian piano, esplorandosi,
respingendosi, scoprono tutta una serie di connessioni”.
SORRENTINO E NUMERO 10: “SOSTENERE I NUOVI AUTORI”
Per Sorrentino, sostenere i nuovi autori oggi è “più importante che mai”, come
sottolinea nella dichiarazione inviata per il debutto di Foa. Il regista dice di
essere “particolarmente orgoglioso” che il primo film (di fiction, ndr) prodotto
da Numero 10 abbia “uno sguardo femminile così forte e personale”, “una storia
che ci ricorda che, anche quando il futuro sembra scomparso, forse sta ancora
aspettando di essere immaginato”.
Il coinvolgimento del regista, spiega Ferrari, è nato “con un pitch”. “Si è
creata immediatamente un’unione di intenti, Paolo ha visto subito la storia, è
una persona molto veloce di pensiero. Ho capito che entrambi avevamo il
desiderio di raccontarla. Quindi ho cercato di essere all’altezza e mi sono
sentita estremamente sostenuta. La cosa di cui gli sono più grata è lo spazio
che mi ha lasciato, il rispetto per i miei tempi o per quella che era la mia
ricerca”. Tra i consigli ricevuti, ricorda in particolare “l’ultimo, non sentire
mai di essere arrivati, nel realizzare un film”.
Il film arriva in giorni in cui “ragazzi stanno di nuovo scendendo in piazza”,
osserva Ferrari: “Qualcosa si sta risvegliando ma rimane anche un’enorme paura
del futuro e la sensazione di impotenza rispetto alla deriva che hanno preso le
grandi tensioni del mondo”. E nel film resta una domanda: “cosa succede quando
non riusciamo più a immaginare il futuro”.
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che attraversa il film appeared first on The Wom.
Un riconoscimento accademico che ripercorre una carriera tra avanguardia
teatrale, televisione e cinema. A Bari, l’Università Aldo Moro conferisce a
Silvio Orlando la laurea honoris causa in Scienze dello spettacolo, con
cerimonia e Lectio magistralis.
L’Università Aldo Moro di Bari conferirà una laurea honoris causa in Scienze
dello spettacolo a Silvio Orlando. Il riconoscimento arriva come omaggio a un
percorso artistico che, nelle motivazioni ufficiali, viene letto come un
attraversamento coerente e profondo dei linguaggi della scena e dello schermo.
La cerimonia è fissata per martedì 20 ottobre alle 16.30, nell’Aula Magna “Aldo
Cossu”. Un appuntamento che unisce il momento istituzionale della proclamazione
al racconto pubblico di un mestiere, con la voce diretta del protagonista.
LE MOTIVAZIONI: DAGLI ANNI SETTANTA AL CINEMA ITALIANO
Nelle motivazioni, il Dipartimento Ricerca e Innovazione Umanistica ripercorre
l’avvio della carriera di Orlando, che “abbia avuto origine nel vivace contesto
dell’avanguardia teatrale napoletana degli anni Settanta”. Da lì, si legge nel
testo, il lavoro dell’attore si è poi “svilupparsi attraverso importanti
esperienze nel teatro, nella televisione e soprattutto nel cinema”.
È proprio sul grande schermo che, secondo la motivazione, Orlando “si è
affermato come protagonista del nuovo cinema italiano”. Una definizione che
colloca la sua filmografia dentro un quadro più ampio, riconoscendone il peso
nel racconto contemporaneo del Paese e nella costruzione di una nuova idea di
interprete.
IL LEGAME CON IL TEATRO, TRA CLASSICI NAPOLETANI E OPERE EUROPEE
Accanto al lavoro cinematografico, il documento sottolinea come Orlando “ha
mantenuto un costante e significativo impegno teatrale”, continuando a misurarsi
con testi e tradizioni differenti. In particolare, viene ricordato il confronto
con “i grandi classici della tradizione napoletana”.
Tra i titoli citati compaiono “Due” di Peppino De Filippo e “Questi fantasmi!”
di Eduardo De Filippo, insieme a “importanti opere del teatro europeo”. Un
percorso che, nelle parole della motivazione, restituisce la figura di un
interprete capace di tenere insieme studio e pratica, repertorio e ricerca.
ATTORE, REGISTA, DRAMMATURGO: LA LECTIO MAGISTRALIS DOPO LA PROCLAMAZIONE
Nel testo che accompagna il conferimento, Orlando viene definito “Attore,
regista e drammaturgo”, e riconosciuto per aver saputo “raccogliere e rinnovare
la migliore tradizione degli interpreti italiani, coniugando cultura e
popolarità, comicità e dramma, innovazione e memoria”.
Dopo la proclamazione e la consegna del Diploma di laurea, Orlando terrà una
Lectio magistralis dal titolo “Metodo per diventare se stessi”. Un passaggio che
chiude la giornata spostando il focus dal riconoscimento alla riflessione sul
lavoro attoriale e sul percorso personale.
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Kazuo Ishiguro torna a Hollywood con un progetto ancora avvolto dal massimo
riserbo: ha scritto un copione originale per Tim Burton. Dal red carpet
londinese lo scrittore conferma come è nato il film, mentre emergono i pochi
dettagli disponibili, a partire dall’ambientazione nel Giappone del dopoguerra.
Dopo l’apparizione sul tappeto rosso londinese di Klara e il Sole, Kazuo
Ishiguro riapre un capitolo hollywoodiano con un progetto che lo porta dritto
nella “writer room” di Tim Burton.
Il premio Nobel ha infatti scritto il copione di un prossimo film del regista di
Beetlejuice, mentre Burton, nello stesso periodo, sta completando le riprese
della prossima stagione di Wednesday – Mercoledì.
UN FILO CHE PASSA DA JENNY ORTEGA
A collegare i due mondi, quello cinematografico e quello seriale, c’è Jenny
Ortega, protagonista dello spinoff di Netflix sulla famiglia Addams e anche del
film distopico di Taika Waititi ispirato al romanzo di Ishiguro.
Nel film, si racconta di un androide alimentata a energia solare che, in un
futuro dove l’ingegneria genetica ha accentuato le divisioni sociali, tiene
compagnia a una ragazza gravemente malata.
ISHIGURO CONFERMA: “IO HO SCRITTO IL COPIONE”
Sul red carpet a Londra, Ishiguro, che di recente ha firmato la sceneggiatura di
Living con Bill Nighy, ha confermato un’indiscrezione riportata da Deadline,
spiegando come è nata l’idea insieme a Burton: “E’ un’idea originale che Tim e
io abbiamo messo insieme privatamente, senza producer. Ero andato a fargli
visita nella sua bellissima, folle casa. Abbiamo avuto un’idea e io ho scritto
il copione”.
Al momento il titolo del film resta sotto chiave e, secondo quanto riferito, il
progetto è ancora nelle prime fasi dello sviluppo.
UN FILM (ANCORA SEGRETISSIMO) NEL GIAPPONE DEL DOPOGUERRA
Come spesso accade con i progetti di Burton, i dettagli della trama sono top
secret. Secondo quanto appreso da Deadline, però, il film sarebbe ambientato in
Giappone dopo la seconda guerra mondiale.
Sarebbe inoltre basato su una sceneggiatura originale di Ishiguro e non su un
suo romanzo già pubblicato, né su un titolo futuro.
IL GIAPPONE NEI ROMANZI DI ISHIGURO: DUE RITORNI NEGLI ANNI OTTANTA
Quella cornice storica e geografica, comunque, non è nuova nella sua narrativa:
Ishiguro l’ha già attraversata nel 1982 con Un Pallido Orizzonte di Colline e
poi nel 1986 con Un Artista del Mondo Fluttuante.
Nel primo romanzo, legato alle radici a Nagasaki, lo sguardo si posa sulle
ferite psicologiche e sulla memoria del conflitto; nel secondo, ambientato nel
Giappone sotto occupazione americana, il focus entra più direttamente nella
questione della responsabilità della guerra.
The post Kazuo Ishiguro e Tim Burton: copione originale già scritto e un film
segretissimo nel Giappone del dopoguerra appeared first on The Wom.
Giorgia Soleri è stata la donna che ha inaugurato Scomode, il format con cui da
The Wom diamo spazio ai temi più attuali del mondo femminile. La conversazione
con lei è stata potente: l’amore fuori dagli schemi, la salute mentale,
l’accettazione di sé e le malattie invisibili sono stati solo alcuni degli
argomenti che abbiamo affrontato insieme. Argomenti che non perdono mai di
attualità, e che riproponiamo qui sotto
Non poteva che essere lei a dare il via a Scomode. Giorgia Soleri è una voce
forte, spesso dissonante, e molto, molto brillante. Con lei abbiamo parlato di
alcune tematiche che le stanno a cuore, tutte con una domanda in testa: nel
mondo di oggi, quanto spazio abbiamo per essere davvero noi stesse? Dalle scelte
affettive al rapporto con il corpo, dalla depressione al dolore cronico, il suo
racconto ha attraversato le aspettative sociali e le conseguenze concrete del
sentirsi giudicate. Invitando a riconoscere il valore dell’ascolto, verso di sé
e verso le altre persone. Ecco un riassunto di quello che ci siamo dette.
Trovate la versione integrale delle nostre conversazioni sul canale YouTube di
The Wom.
RELAZIONI: LA LIBERTÀ DI SCEGLIERE COME AMARE
Nella prima session siamo entrate nel territorio delle relazioni, riflettendo su
ciò che consideriamo normale, accettabile o persino desiderabile. Giorgia Soleri
ci ha parlato di poliamore, piacere consapevole e sincerità, raccontando la
scelta di vivere i propri legami con maggiore aderenza a ciò che sente, anche di
fronte alle critiche sui social. Al centro della conversazione, emerge il valore
della trasparenza: riconoscere i propri desideri e comunicarli alle persone
coinvolte diventa il presupposto per costruire rapporti fondati sul rispetto. Il
suo racconto apre così una riflessione sulla libertà affettiva e sulla
possibilità di scegliere consapevolmente come stare insieme, senza nascondersi
per ottenere l’approvazione altrui. Un bel dialogo su cosa sia davvero l’amore.
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SALUTE MENTALE: DARE PAROLE ALLA DEPRESSIONE
«Io voglio ma non posso, e se potessi non sarei nel buio». Nella seconda
session, Giorgia Soleri ci ha raccontato la propria esperienza con la
depressione, mettendo in discussione una convinzione ancora molto radicata: che
la volontà sia sufficiente a superare qualsiasi difficoltà. Le sue parole
restituiscono la distanza tra il desiderio di stare meglio e la possibilità di
riuscirci, mostrando quanto possano risultare inadeguate le frasi fatte rivolte
a chi soffre. Durante la nostra conversazione, Giorgia invita a parlare di
salute mentale senza vergogna, a riconoscere la fragilità e ad ascoltarla senza
giudizio. Ricordando anche che un disturbo mentale può far parte della vita di
una persona senza esaurirne l’identità.
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ACCETTAZIONE DI SÉ: IMPARARE AD ABITARE IL PROPRIO CORPO
Un tema decisamente scomodo, per tutte le donne, perché (purtroppo) il rapporto
con il corpo si costruisce anche attraverso le aspettative che assorbiamo
dall’esterno. Nella terza session, Giorgia riflette invece sulla possibilità di
riconoscere il corpo come ciò che ci permette di fare esperienza del mondo,
sottraendolo a un esame continuo. Accettarsi diventa allora un percorso fatto di
vulnerabilità, ascolto e rispetto, che può attraversare momenti di maggiore
serenità e altri di fatica. Il suo invito è quello di concedersi uno sguardo
meno severo e a rivendicare il diritto di esistere nel proprio corpo senza
doverne giustificare la forma o l’aspetto. Una conversazione schietta e anche
dolorosa.
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MALATTIE INVISIBILI: IL PESO DI DOVER DIMOSTRARE IL DOLORE
Nell’ultima session, invece, abbiamo affrontato l’esperienza delle malattie
invisibili e i pregiudizi che circondano condizioni come endometriosi e
vulvodinia. Giorgia Soleri racconta un dolore che entra nella quotidianità,
influenza il lavoro, le relazioni e la vita sociale, pur senza essere
necessariamente riconoscibile dall’esterno. Alla fatica della malattia può così
aggiungersi quella di dover spiegare, giustificare e dimostrare ciò che si
prova. La conversazione porta l’attenzione sulle conseguenze dello scetticismo e
della minimizzazione, invitando a cambiare il modo in cui accogliamo le
esperienze altrui. Credere a chi racconta la propria sofferenza, ascoltarne i
bisogni e riconoscerne i limiti sono gesti essenziali per contrastare
l’isolamento.
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Hedy Lamarr viene ricordata oggi per la sua bellezza da diva e per un’intuizione
tecnologica nata durante la Seconda Guerra Mondiale. A Roma è stata presentata
una linea di borse che porta il suo nome, mentre la nipote Wendy Colton ha
annunciato l’uscita di un libro firmato dalla figlia dell’attrice.
Hedy Lamarr resta nell’immaginario come una star hollywoodiana di bellezza
leggendaria, ma la sua storia attraversa anche la tecnologia. È questo doppio
ritratto, diva e mente visionaria, a fare da cornice a Lamarr, una linea di
borse che porta il suo nome e che è stata presentata a Roma.
UNA DIVA CHE HA IMMAGINATO LA TECNOLOGIA DI OGGI
Durante la Seconda Guerra Mondiale, Lamarr lavorò con il compositore George
Antheil allo sviluppo e al brevetto di un sistema di frequenze pensato per
rendere più sicure le comunicazioni. Un’intuizione che, dopo essere stata
brevettata da Lamarr e poi lasciata in gestione al Governo e all’esercito
americano, viene oggi considerata un precedente fondamentale della comunicazione
wireless.
Il riferimento, nel racconto, è a una traiettoria tecnologica che ha contribuito
allo sviluppo di Wi-fi, Bluetooth e delle reti cellulari. Un dettaglio che
ribalta la percezione più comune della sua figura pubblica, riportando al centro
una Lamarr descritta come intelligentissima e capace di immaginare il futuro.
LA PRESENTAZIONE A ROMA TRA MODA, MEMORIA E FAMIGLIA
La memoria di Lamarr viene oggi riletta anche attraverso un progetto di design:
una linea di borse ideata da un’imprenditrice brasiliana che porta nome e
cognome dell’attrice, Hedylamarr Rodrigues. La collezione presentata riguarda
l’autunno inverno 2026/27 ed è stata mostrata a Roma nella sede della Stampa
Estera.
All’evento, a Palazzo Grazioli, era presente anche Wendy Colton, nipote della
diva, arrivata dagli Usa per l’occasione. La sua partecipazione ha aggiunto al
lancio un tassello familiare e personale, legato a un annuncio arrivato proprio
durante la presentazione.
IL LIBRO DELLA FIGLIA: UNO SGUARDO INTIMO SULLA VITA DI LAMARR
Colton ha infatti comunicato che in America sua madre, la pittrice Denise Loder
De Luca, figlia dell’attrice, ha appena pubblicato un libro dal titolo I love
your hair. Il volume parla della vita di Hedy Lamarr, attraversata da periodi
dolorosi e di isolamento, descritti nel contesto degli attacchi della stampa
alla sua privacy.
Nel racconto familiare emerge anche un aspetto che Wendy Colton riporta in forma
diretta: “non ha mai parlato con la sua famiglia delle sue invenzioni
tecnologiche, anzi abbiamo scoperto tutto dopo la sua morte”. Un dettaglio che,
insieme al libro di Denise Loder De Luca, aggiunge alla figura pubblica della
diva una prospettiva più intima.
LE BORSE LAMARR E IL DETTAGLIO DELLE FREQUENZE
Il progetto di Hedylamarr Rodrigues traduce questa storia in un oggetto
contemporaneo. Le borse sono tutte in pelle e puntano su una linea pulita e
ricercata, con manici a catena. Il richiamo alla dimensione tecnologica si
ritrova nel motivo delle frequenze inventate da Lamarr.
Quel segno grafico viene stampato sulla pelle della patta, oppure inserito nelle
fodere interne, oppure ancora ripreso nelle placche che ciondolano dai manici.
Un modo per portare, dentro un accessorio, l’idea di una donna che è stata
insieme immagine e invenzione.
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pubblicato dalla figlia Denise appeared first on The Wom.