U na massa inarrestabile. Senza volto, senza voce. Avanza a scatti: afferra,
dilania, consuma. Non pensa, non decide, non sente. È ovunque. Si può solo
cercare di non esserne contagiati. Oggi, questo è il nostro mostro. Non è
elegante, né seducente: non ha una storia da raccontare. Lo zombie non è
l’affascinante, tragica e ambigua creatura simbolo del male che per secoli ha
incarnato desiderio, solitudine e tormento, vale a dire il vampiro. Al centro di
molte narrazioni horror contemporanee troviamo un corpo disattivato nella sua
soggettività, ma ancora funzionante: non è più luogo di conflitto interiore, ma
meccanismo che reagisce, si muove, infetta. È una presenza che agisce senza
coscienza, senza desiderio, senza direzione.
Tra zombie e vampiri, è il primo ad aver conquistato l’immaginario
contemporaneo: non per fascino, ma per necessità. Dove il vampiro rifletteva
l’io, lo zombie riflette il noi che si disgrega. Il primo era dramma dell’anima,
il secondo è sintomo della fine di una società. In nessun luogo questa
transizione è stata più radicale che nel cinema asiatico, dove il genere zombie
è esploso con una varietà di forme e significati, mentre il vampiro è rimasto
bloccato nel folklore o in variazioni d’autore marginali. La cultura
dell’estremo oriente ha trasformato il morto vivente in un linguaggio per
raccontare crisi collettive, vulnerabilità sistemiche, tensioni invisibili ma
onnipresenti.
> Tra zombie e vampiri, è il primo ad aver conquistato l’immaginario
> contemporaneo: dove il vampiro rifletteva l’io, lo zombie riflette il noi che
> si disgrega. Il primo era dramma dell’anima, il secondo è sintomo della fine
> di una società.
Non si tratta solo di una moda, ma di una mutazione profonda dell’immaginario.
Il vampiro apparteneva a un mondo ossessionato dalla soggettività e
dall’interiorità. Lo zombie è il prodotto – e simbolo – di un mondo in cui il
soggetto si frantuma dentro la collettività. Un mondo che ha smesso di chiedersi
chi siamo, e ha cominciato a temere di essere già diventati qualcosa d’altro.
Il corpo come specchio della crisi
Per capire il successo dello zombie e il declino del vampiro, bisogna partire
dal corpo e il corpo, oggi, è un campo di battaglia. Secondo Dennis Waskul
(professore di sociologia alla Minnesota State University di Mankato) che si
occupa di interazione simbolica, corporeità, sensorialità, sessualità e fenomeni
del soprannaturale) e Phillip Vannini (docente e ricercatore presso la Royal
Roads University di Victoria in Canada, che lavora tra sociologia, antropologia
ed etnografia visiva, occupandosi soprattutto di semiotica del corpo e
interazione simbolica), il corpo umano non può essere ridotto a una semplice
entità biologica: è un costrutto sociale e simbolico, modellato
dall’interazione, dalla cultura e dai processi di significazione che lo
attraversano.
Il corpo è un sito in cui si negoziano identità, si riflettono dinamiche di
potere e si esprime – anche attraverso il silenzio o la malattia – la condizione
del soggetto, scrivono i due studiosi in Body/Embodiment: Symbolic Interaction
and the Sociology of the Body (2006). Non possiamo quindi considerare il corpo
come un’entità biologica, ma occorre prenderlo in considerazione come punto
d’incontro tra significati, relazioni e aspettative sociali. Ogni corpo è, in
qualche misura, una biografia vivente: qualcosa che parla anche quando tace, che
significa anche quando sembra solo subire.
Il vampiro è un corpo riflesso: performa la propria identità in relazione allo
sguardo altrui, si costruisce attraverso il desiderio, il giudizio, l’alterità.
È, potremmo dire, un corpo-specchio: non riflette direttamente ciò che gli altri
pensano, ma si plasma su segnali e aspettative sociali. E, in questo senso, è
profondamente moderno: costruisce sé stesso nel conflitto tra ciò che è e ciò
che appare. È il corpo dell’individualismo tardo-romantico, dell’interiorità
tormentata. Seduce perché mette in scena la soggettività in crisi, il desiderio
che non può essere appagato senza colpa.
Lo zombie, al contrario, è corpo svuotato. Non ha più agency (cioè la capacità
di un soggetto di agire nel mondo in modo intenzionale e consapevole,
esercitando scelta e influenza sulla realtà), né riflesso. È un caso di vero
fallimento drammaturgico: un corpo che ha smesso di recitare, che non prende più
parte al gioco rituale della socialità. Non si limita a essere escluso: è
semplicemente caduto fuori. I corpi, normalmente, si costruiscono dentro codici
condivisi, attraverso convenzioni culturali e performance quotidiane. Lo zombie,
invece, è un’interruzione di quel codice: non rappresenta più nulla, non negozia
più nulla, non comunica. Lo zombie è ciò che resta quando tutto questo si
interrompe.
> Il vampiro è un corpo riflesso: performa la propria identità in relazione allo
> sguardo altrui, si costruisce attraverso il desiderio, il giudizio,
> l’alterità. È un corpo-specchio che si plasma su segnali e aspettative
> sociali.
Nel mondo contemporaneo, segnato dalla perdita di certezze, dal collasso delle
narrazioni collettive e dalla crisi dell’identità, il corpo zombificato diventa
una metafora potente. È il corpo che ha perso la capacità di costruire senso,
che si muove senza meta in uno spazio disordinato, dove i codici sociali sono
collassati. Come ha osservato Stefano Vernamonti nel suo articolo “Staccando la
coscienza da terra”, la contemporaneità immagina sempre più spesso una coscienza
astratta, disincarnata – separabile dal corpo, caricabile su server o algoritmi.
È l’orizzonte della mente digitalizzata, della soggettività algoritmica,
dell’identità smaterializzata.
In questo scenario, lo zombie sembra una figura fuori tempo, residuale. E invece
è proprio qui che diventa interessante. Lo zombie rappresenta l’opposto esatto
di quella visione disincarnata: un corpo che continua ad agire senza coscienza,
svuotato di soggettività ma ancora vincolato al mondo, un resto muto della
coscienza – non più pensante, ma ancora pulsante. È il simbolo di ciò che resta
quando la coscienza se n’è andata ma il corpo non può smettere di muoversi. Lo
zombie, con la sua passività attiva, la sua esistenza senza soggetto, riesce a
restituirci con spietata precisione la condizione contemporanea: quella di
un’umanità che agisce per inerzia, lavora senza scopo, comunica senza ascolto,
vive senza presenza.
Nel cinema asiatico questo corpo senza soggetto è diventato il simbolo perfetto
della crisi. Train to Busan (2016), diretto da Yeon Sang-ho, non è solo un film
di zombie: è una radiografia della Corea del Sud contemporanea. Il treno che
corre verso la catastrofe è metafora di una modernità che ha perso controllo,
umanità, direzione. I personaggi sono tipologie sociali: il manager egoista, la
madre incinta, il senzatetto. E il virus è l’evento che li costringe a mostrarsi
per ciò che sono, senza maschere, senza ruolo, senza protezioni. Come osserva
Seoulbeats, il film ha raccolto le paure post-trauma del disastro del traghetto
Sewol e le ha trasformate in narrazione collettiva. Il treno diventa allora una
capsula sociale, una metafora accelerata della nazione, un dispositivo narrativo
che comprime tensioni familiari, economiche e morali.
In The Sadness (2021), diretto da Rob Jabbaz e ambientato a Taipei, l’orrore si
radicalizza: il virus non uccide, ma libera gli istinti peggiori. Gli infetti
restano coscienti, ma si trasformano in sadici. Non è solo la società che
crolla, ma anche il codice morale. Il film è una parabola estrema sul potere
della repressione sociale e sull’ipocrisia dell’ordine pubblico. è un’opera che,
nella sua grottesca esagerazione, rivela l’instabilità dell’intero sistema
culturale asiatico contemporaneo. Il corpo infetto non è più solo mostruoso: è
sociale. È trauma puro, incarnazione dell’assenza di senso e specchio fedele di
una società in cui la promessa di coesione sociale si è dissolta nella
competizione feroce e nella solitudine di massa.
> Lo zombie rappresenta un corpo che continua ad agire senza coscienza, svuotato
> di soggettività ma ancora vincolato al mondo, un resto muto della coscienza –
> non più pensante, ma ancora pulsante.
Se lo zombie è diventato il corpo collettivo dell’esclusione, il vampiro, al
contrario, rimane una figura centrata sul sé, sul desiderio, sull’autonomia
(qualità che appaiono dissonanti in molte narrazioni asiatiche contemporanee).
In un immaginario dominato dalla pressione del conformismo sociale e
dall’instabilità delle strutture istituzionali, il vampiro non trova un
ecosistema culturale favorevole. Certo, esistono eccezioni significative.
Thirst (2009) di Park Chan-wook, per esempio, è un film straordinario. Il
protagonista, un prete cattolico trasformato in vampiro da una trasfusione
sperimentale, è l’incarnazione vivente del paradosso tra purezza e desiderio. La
pellicola fonde erotismo e senso di colpa, trascendenza e istinto. Ma il suo
vampiro è tutt’altro che collettivo: è un individuo scisso, tragicamente
solitario. Come nota una recensione su Booker Horror, Thirst opera come dramma
metafisico più che come horror di consumo. È un film che riflette sulle
dinamiche del desiderio e della fede, ma non riesce a diventare specchio della
società nel suo complesso. Non sorprende che non abbia generato imitatori.
Al contrario, le apparizioni del jiangshi (il “vampiro saltellante” della
tradizione cinese) appartengono a un registro più folklorico e comico. Questi
esseri, rigidi e quasi caricaturali, sono il prodotto di un’altra sensibilità:
evocano lo scompenso tra mondo dei vivi e dei morti, ma senza l’introspezione o
il simbolismo erotico del vampiro occidentale. Non sono mai protagonisti
tragici, ma antagonisti da neutralizzare.
Il vampiro asiatico, dunque, appare come un corpo simbolico senza presa sul
presente. Incarna un’idea di soggettività individuale, seduttiva e
autoreferenziale, inadeguata a rappresentare le dinamiche di una società in
crisi sistemica. Dove lo zombie offre un linguaggio collettivo, il vampiro è
ridotto al sussurro del singolo.
> Il vampiro asiatico appare come un corpo simbolico senza presa sul presente.
> Incarna un’idea di soggettività individuale, seduttiva e autoreferenziale,
> inadeguata a rappresentare le dinamiche di una società in crisi sistemica.
E, anche nell’immaginario occidentale, il vampiro ha smesso di incarnare la
trasgressione per eccellenza. Come osserva Giovanni Padua in “Un vero conte
transilvano morto”, ha perso la sua carica perturbante: non mette più in crisi
l’ordine, lo decora. Le sue apparizioni recenti sembrano oscillare tra due poli
ugualmente depotenziati: da un lato la domesticazione adolescenziale, dall’altro
la restaurazione folklorica. Anche il Nosferatu (2024) di Robert Eggers,
attesissimo remake uscito alla fine dello scorso anno, rinuncia a ogni forma di
rinnovamento incomodante, radicandolo nella filologia culturale più che
nell’inquietudine contemporanea. Il vampiro, così, smette di interrogare
l’ordine per trasformarsi in monumento. Lungi dall’essere simbolo di rottura,
diventa una figura rassicurante, storicizzata, utile più a evocare nostalgia che
a disturbare.
Lo zombie come semiotica dell’esclusione
Il corpo “zombificato” è il corpo fuori senso, fuori discorso. Non ha più
narrazione. È ciò che resta dopo la perdita della coerenza esistenziale, il
punto in cui il linguaggio si spezza, il segno non si decifra, il potere che
diventa biologico. È, in altre parole, la radicalizzazione del soggetto
precario. Nell’Asia contemporanea, dove le strutture sociali sono attraversate
da una tensione costante tra rapidità dello sviluppo e fragilità istituzionale,
lo zombie diventa specchio e denuncia. Il suo successo culturale è legato anche
alla sua flessibilità simbolica: può essere disoccupato o consumatore, migrante
o cittadino medio, studente o manager. In ogni caso, rappresenta un corpo che
non partecipa più, che non ha più diritto alla narrazione. Non è più soggetto di
senso, ma resto biologico. Lo zombie non è escluso: è eccedente, inutile,
residuo.
Come nota Graziano Graziani in “Gli zombi e noi”, lo zombie si distingue da
tutte le altre figure del pantheon horror proprio per questa sua natura
collettiva e degradante. È il mostro della moltitudine, non dell’individuo: non
ha l’eleganza del vampiro, né la coscienza tragica del mostro di Frankenstein.
Non appartiene a un ordine simbolico arcaico o mitico, ma è a pieno titolo un
prodotto della società di massa. In questa prospettiva, l’immaginario zombie si
sovrappone sempre più frequentemente alla paura contemporanea dell’“invasione”
migrante. Il corpo “zombificato” è l’incarnazione dell’altro che non
riconosciamo più come umano, che è stato espulso simbolicamente dall’orizzonte
dell’empatia. Se l’alterità non ha nulla in comune con il nostro ordine
simbolico – se non è nemmeno più “umana” – allora tutto diventa giustificabile:
la violenza, l’abbandono, la rimozione. È in questa zona grigia che si colloca
l’efficacia simbolica dello zombie oggi: non è semplicemente il morto vivente,
ma il vivente disumanizzato. Un corpo che non reclama più diritti, ma che non
può essere ignorato. Uno spettro politico.
In questa genealogia del corpo degradato e non riconosciuto, si inserisce anche
il ghoul, come ha evidenziato Gioacchino (Jack) Orlando in “Echi dalle rovine”.
Creatura folklorica marginale, il ghoul si nutre dei resti umani, abita luoghi
desolati, si aggira ai confini del racconto. È simile allo zombie, ma conserva
una coscienza e una lingua: è un mutante, non un morto che ritorna. Questo lo
rende una figura ancora più ambigua, una soglia mobile tra umano e mostruoso. Il
ghoul non rappresenta una degenerazione né un’evoluzione, ma una sopravvivenza
ostinata. Non avanza né regredisce, semplicemente persiste. E come lo zombie, ci
ricorda che l’umanità non è un dato naturale, ma una condizione continuamente
negoziata – e facilmente negata.
> Nell’Asia contemporanea, lo zombie diventa specchio e denuncia, anche grazie
> alla sua flessibilità simbolica: può essere disoccupato o consumatore,
> migrante o cittadino medio, studente o manager. In ogni caso, rappresenta un
> corpo che non partecipa più, che non ha più diritto alla narrazione.
Analizzare la figura dello zombie significa confrontarsi con le fratture del
presente. L’horror è da tempo oggetto di studi approfonditi, non più relegato al
rango di genere minore, ma riconosciuto come specchio delle tensioni sociali.
Mentre altri generi proiettano speranze o nostalgie, l’horror lavora sulle crepe
dell’attualità, rendendo visibile ciò che spesso preferiremmo ignorare. In
particolare, lo zombie asiatico si fa dispositivo critico: il contagio, la
folla, l’inefficienza delle istituzioni, il panico collettivo – tutto converge
per raccontare una società già in crisi, dove la catastrofe non è una rottura,
ma una continuità.
Una sintomatologia globale
L’Asia, nel suo precipitare nel futuro, ci mostra il laboratorio del mondo. Un
luogo in cui il passato si sgretola e il presente non fa in tempo a diventare
memoria. In quel vuoto che si apre tra crisi e connessione, lo zombie cammina.
Ma se guardiamo all’Occidente, il panorama non è poi così diverso. Anche qui il
vampiro (simbolo del tormento individuale, della trasgressione romantica,
dell’erotismo gotico) ha perso centralità. Al suo posto, negli ultimi vent’anni,
si è affermato lo zombie come mostro dominante della cultura visiva: più grezzo,
meno riflessivo, ma incredibilmente efficace nel rappresentare le inquietudini
collettive.
L’inizio degli anni Duemila ha segnato una vera rinascita del genere: 28 Days
Later (2002) di Danny Boyle ha rivoluzionato il linguaggio visivo dello
zombie-movie, introducendo una creatura accelerata, rabbiosa, plasmata
sull’ansia pandemica e la dissoluzione urbana. World War Z di Marc Forster
(2013) ha dato una dimensione globale al contagio. The Walking Dead (2010-2022)
ha costruito una mitologia seriale che ha ridefinito il modo in cui raccontiamo
l’apocalisse: non più un evento improvviso, ma una lenta, dolorosa erosione
della civiltà.
Oggi, quelle stesse narrazioni stanno vivendo una nuova stagione, basti pensare
a 28 Years Later (2025), l’universo di The Walking Dead che continua a
moltiplicarsi con spin-off come The Ones Who Live e Daryl Dixon, in arrivo con
nuove stagioni nel 2025. Anche The Last of Us, dopo aver concluso la seconda
stagione nel 2025, proseguirà con una terza annunciata per il 2027, rinnovando
il suo sguardo sul trauma e sul corpo infetto.
È un rilancio simbolico. Il genere zombie si adatta a un presente frammentato:
ogni declinazione propone nuovi punti di vista, nuovi corpi vulnerabili, nuove
mappe emotive. Non c’è più un eroe a cui affidare il senso: c’è una moltitudine
disorientata che cerca, a fatica, una forma di sopravvivenza.
> Non c’è più un eroe a cui affidare il senso: c’è una moltitudine disorientata
> che cerca, a fatica, una forma di sopravvivenza.
Lo zombie occidentale si confronta con l’ansia del collasso dell’ordine
liberale, della frammentazione delle istituzioni, della perdita del controllo
razionale sul mondo. In Europa e negli Stati Uniti, il morto vivente si aggira
tra rovine riconoscibili: scuole chiuse, città svuotate, famiglie implose. Non è
solo una minaccia: è l’eco di un sistema che non funziona più. Simboleggia la
paura che l’individuo non conti più nulla, che le strutture costruite per
garantire coesione siano diventate inservibili. In Asia, invece, lo zombie
prende forma dentro una modernità estrema: è il sintomo di un mondo
iper-organizzato che produce esclusione sistemica, solitudine, anonimato. Lì, il
morto che cammina non rappresenta la perdita di un’autonomia: incarna il
sospetto che quell’autonomia non sia mai stata concessa del tutto.
Eppure, nella moltiplicazione dei prodotti culturali lo zombie diventa un
archetipo globale. Le sue incarnazioni si ibridano, si aggiornano, si esportano.
Non è più solo un riflesso locale: è una mostruosità mondiale. Porta in sé ansie
postpandemiche, memorie coloniali, precarietà economica, instabilità climatica,
burnout emotivo. Ci racconta di come la società contemporanea, ovunque ci
troviamo, abbia smesso di interrogarsi sull’anima mentre tutto crolla.
L'articolo Sopravvivere al collasso proviene da Il Tascabile.
Tag - cinema
Giovedì 20 novembre 2025 venite a vedere la presentazione e proiezione del film
documentario "In the Belly of AI". Un lavoro imperdibile per capire i costi
umani dell'automazione industriale.
Giovedì 20 novembre 2025 AvANa & CinemaForte presentano e proiettano su grande
schermo presso il cinema del C.S.O.A. Forte Prenestino, via delpino, Roma "IN
THE BELLY OF AI" I sacrificati dell'IA (Fra 2024) 73' diretto da Henri Poulain
scritto da Antonio Casilli, Julien Goetz, Henri Poulain
Introduzione di di AvANa Avvisi Ai Naviganti
avana.forteprenestino.net
* film sottotitolato in italiano
* ingresso a libera sottoscrizione
SINOSSI
Dietro l'intelligenza artificiale si nasconde il più grande sfruttamento umano e
territoriale del XXI secolo.
Un'analisi approfondita, ben documentata e illuminante sulla nuova rivoluzione
digitale e su ciò che essa comporta in termini di costi umani e ambientali.
Magiche, autonome, onnipotenti... Le intelligenze artificiali alimentano sia i
nostri sogni che i nostri incubi.
Ma mentre i giganti della tecnologia promettono l'avvento di una nuova umanità,
la realtà della loro produzione rimane totalmente nascosta.
Mentre i data center ricoprono di cemento i paesaggi e prosciugano i fiumi,
milioni di lavoratori in tutto il mondo preparano i miliardi di dati che
alimenteranno i voraci algoritmi delle Big Tech, a scapito della loro salute
mentale ed emotiva.
Sono nascosti nelle viscere dell'IA. Potrebbero essere il danno collaterale
dell' ideologia del “lungo termine” che si sta sviluppando nella Silicon Valley
ormai da alcuni anni? [trailer]
...
È almeno dal 2007 che ogni volta che esce un film di Paul Thomas Anderson è un
evento. L’esordio del 1996, Sydney, poi l’acclamato e piccante Boogie Nights –
L’altra Hollywood (1997). Con Magnolia (1999) ci trovavamo già di fronte a un
regista che affrontava il tema dell’esistenza in maniera sfaccettata, ma capace
anche di parlare diretto con commedie romantiche come Ubriaco d’amore (2002).
Poi il successo e l’ingresso nel pantheon dei grandi registi con una pellicola,
Il petroliere (2007), che parla della ferocia umana e del potere avendo in mente
il capitalismo contemporaneo, ma nel cuore film come Quarto potere. È stato da
quel momento infatti che si è iniziato a parlare del “cinema di Paul Thomas
Anderson”; con il suo perfezionismo tecnico, capace di portare in auge classici
del minimalismo (Fratres di Arvo Pärt), rendendoli ineditamente cinematografici,
epurandoli dallo spiritualismo – quindi secolarizzandoli – per coglierne la
trama insitamente paranoica e schizofrenica.
The Master (2012) ha molti punti in comune con Il petroliere, perlomeno quelle
parti iniziali in cui Anderson fa ambientare molto lentamente lo spettatore,
mostrandogli una serie di eventi e fatti, cose che succedono nel tempo,
raccontate quasi distrattamente, fino a cambiare improvvisamente ritmo, per
costruire dialoghi serrati e sequenze memorabili. Vizio di forma (2014) invece
punta molto sulla psichedelia, sul confine tra realtà e illusione, sull’acidità
della Storia: insomma su Thomas Pynchon. Questa cosa la condivide un po’, anche
se in maniera molto più scanzonata, con Licorice Pizza (2018). Il filo nascosto
(2017) resta il suo film più anomalo e incatalogabile. Intanto non è ambientato
come diversi altri suoi film a San Fernando Valley (dove è realmente cresciuto),
ma in Europa, più precisamente nell’Inghilterra degli anni Cinquanta.
Sembrerebbe un Ubriaco d’amore borghese, ma è quanto di più diverso. È un film
che racconta il lato oscuro dell’amore (e in generale dei rapporti umani),
ovvero i suoi capovolgimenti repentini di potere, irrazionali. Un ricco e
famosissimo stilista (Daniel Day-Lewis) può essere sottomesso da una cameriera
qualunque (Vicky Krieps) che per quasi tutto il film viene umiliata e derisa.
> Paul Thomas Anderson è un grandissimo regista hollywoodiano, capace di
> mescolare grandi e profonde tematiche all’intrattenimento, che non ha
> sbagliato un colpo. Almeno fino a quest’ultimo Una battaglia dopo l’altra.
Non è la favola del ricco che sposa la povera. È un’altra cosa: chiunque può
sottomettere il prossimo solo detenendo i mezzi materiali per farlo. Non conta
la bellezza, l’intelligenza e, addirittura, nemmeno il denaro. Conta la capacità
di costruire il potere, in qualche modo, con qualche mezzo. Anderson lo racconta
attraverso una storia antididascalica che disorienta, e fa interrogare per
giorni, portandoci a fare i conti con la parte oscura di ognuno di noi. È il
Thomas Anderson più dark e scomodo. Come per certi versi lo è anche quello di
Licorice Pizza, film dichiaratamente inattuale, ambientato nel 1973, in cui
sembra suggerire di mettere da parte tutte le mode contemporanee e lasciarsi
guidare dalla vita. Ami qualcuno? Tartassa questa persona fino a provocare un
miracolo, fino a farla innamorare, anche se prima ti considerava uno sfigato.
Fregatene di chi dice che tra trenta, quarant’anni verrai etichettato come
“stalker”. Un film che è un piccolo atto politico.
Un breve commento sulla carriera di Paul Thomas Anderson? È un grandissimo
regista hollywoodiano. Capace di mescolare grandi e profonde tematiche
all’intrattenimento, non ha sbagliato un colpo. Almeno fino a quest’ultimo Una
battaglia dopo l’altra (2025).
Si tratta del suo decimo lungometraggio, ed è senza dubbio il suo progetto più
ambizioso e dispendioso. Un film epico a tinte politiche (il cui titolo proviene
nientemeno che da una frase di Angela Davis), tratto liberamente dal romanzo
Vineland, ancora una volta di Thomas Pynchon, che ha richiesto un investimento
produttivo fuori scala per gli standard del regista. Basti pensare che la Warner
Bros. ha finanziato l’opera con un budget di circa 130-140 milioni di dollari
(su Wikipedia si parla di 130-175 milioni di dollari). Senza dubbio il più alto
mai ricevuto da Anderson in carriera.
Per confronto, la maggior parte dei suoi film precedenti è costata una frazione
di tale cifra (ad esempio Il petroliere ebbe un budget che si aggirava attorno
ai 25 milioni). Questo enorme balzo di risorse è dovuto in parte alla presenza
di Leonardo DiCaprio come protagonista: la star hollywoodiana, alla sua prima
collaborazione con Anderson, avrebbe percepito un cachet di circa 20-25 milioni
di dollari, elemento che ha convinto Warner Bros. a dare semaforo verde al
progetto. Accanto a DiCaprio troviamo un cast di alto profilo che include
veterani come Sean Penn, Benicio Del Toro e Regina Hall, oltre alla
cantante/attrice Teyana Taylor e alla giovane esordiente Chase Infiniti nei
panni dell’importante ruolo della figlia del protagonista.
> Perché Paul Thomas Anderson, autore di film spesso intimi e “senza tempo”, ha
> deciso di cimentarsi con un grande affresco politico d’azione?
Anderson ha scelto di girare il film interamente su pellicola 35mm, utilizzando
in alcune sequenze il formato VistaVision, ovvero una variante rara del 35mm che
sfrutta il fotogramma in orizzontale (8 perforazioni invece delle 4 verticali
standard), capace di offrire maggiore definizione e una resa spettacolare su
grande schermo. Questo contribuisce all’aspetto visivo sontuoso e “analogico”
dell’opera, di caratura seventies, che infatti è la prima del regista ad essere
distribuita anche in sale IMAX per esaltarne la portata spettacolare. Ancora una
volta le musiche vengono affidate a Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead,
che cura le colonne sonore dei film di Anderson dai tempi di Il petroliere,
assumendo nel tempo un ruolo sempre più centrale nel suo cinema. Si va sul
sicuro, perché anche qui conferma la sua audacia, con uno score disarmonico e
monumentale al tempo stesso, che non è legato assolutamente ai sentimenti dei
personaggi e al mood della narrazione, ma anzi, è spesso usato per creare derive
o contrazioni.
Le riprese si sono svolte nel 2024 tra la California (nella contea di Humboldt e
a Sacramento) e il Texas, non senza qualche curiosità: durante i ciak a
Sacramento si è dovuto ad esempio sgomberare un campo di senzatetto che si
trovava nell’area prescelta come set. Insomma, una prima battaglia, cui ne hanno
fatto seguito sicuramente anche delle altre… La domanda sorge infatti spontanea.
Perché Paul Thomas Anderson, autore di film spesso intimi e “senza tempo”, ha
deciso di cimentarsi con un grande affresco politico d’azione? Intendiamoci, ci
sono momenti di cinema nel film, come ad esempio la scena dell’inseguimento tra
i sali e scendi delle strade in mezzo al deserto – ed è un Anderson inedito
questo, quasi da intrattenimento. C’è anche un DiCaprio in grandissima forma. Ma
perché Anderson ha deciso di fare un film esplicitamente politico?
Intanto Vineland, romanzo del 1990 in cui Pynchon, tornando al romanzo dopo
quasi due decenni, rifletteva con toni satirici e malinconici sulla fine delle
utopie rivoluzionarie degli anni Sessanta e sull’apatia dell’era Reagan, era un
testo che aveva in mente da decenni di portare sullo schermo, avendoci lavorato
per circa venti anni. Già nel 2014 il regista ammise che adattare fedelmente
Vineland sarebbe stato troppo complesso e che avrebbe preferito rubarne gli
elementi più stimolanti per farne qualcosa di proprio. Ed è in effetti ciò che
ha fatto, anche perché il film è scritto dal regista ed è invece, come appare
nei titoli, solamente “ispirato” dal libro di Pynchon: Anderson ha trasposto in
chiave contemporanea il conflitto centrale di Vineland, costruendo una storia
originale che ne rielabora temi e personaggi chiave, dal momento che per anni le
vicende di quel romanzo continuavano a tormentarlo creativamente. Un elemento in
particolare gli dava la motivazione per proseguire: il rapporto padre-figlia; un
tema che Anderson – padre di quattro figli nella vita reale – sentiva di poter
esplorare in modo personale: “Se sei un papà e giri un film su un papà che cerca
disperatamente di proteggere sua figlia, lo sentirai in modo profondo”, ha
dichiarato. Questa dimensione intima e familiare è dunque il filo emotivo e
principale che Anderson ha intrecciato attorno alla cornice politico-sociale del
racconto, nel tentativo di umanizzare una storia altrimenti incendiaria.
> Anderson ha trasposto in chiave contemporanea il conflitto centrale di
> Vineland, di Thomas Pynchon costruendo una storia originale che ne rielabora
> temi e personaggi chiave, dal momento che per anni le vicende di quel romanzo
> continuavano a tormentarlo creativamente.
Nonostante il regista non abbia mai palesemente militato in politica, i temi
affrontati in questo film segnano una svolta evidente: immigrazione, razzismo,
abusi del potere e conflitti sociali odierni vengono messi “sotto attacco” già
dalle primissime scene. Anche qui, come almeno in Il petroliere e in The Master,
la prima parte del film racconta episodicamente fatti e scene in maniera veloce,
scorrendo nel tempo, fino ad arrivare al primo snodo importante della
sceneggiatura. Nel mentre vengono mostrate situazioni estreme e volutamente
provocatorie: dal gruppo di guerriglieri anarchici modellati sui Weathermen
degli anni Sessanta, alle retate di immigrati clandestini detenuti, fino alla
caricatura di una setta segreta di fanatici suprematisti bianchi annidata
nell’establishment militare americano.
Anderson non ha mai fatto un film esplicitamente politico, sebbene alcuni suoi
film siano intrinsecamente politici. Eppure qui, non ha avuto timore di prendere
lo spettatore e gettarlo in mezzo al puro caos ideologico. In un’intervista ha
spiegato di non voler fare mera propaganda attuale: “Il più grande errore
sarebbe mettere la politica in primissimo piano”, ha detto, chiarendo che per
reggere un film di quasi tre ore servono personaggi e sentimenti solidi. Una
piccola lezione su come scrivere un film. Il suo obiettivo era intrecciare i
grandi temi con le vicende umane, in modo che lo spettatore si appassionasse
alle sorti dei protagonisti, al di là del messaggio ideologico. Non a caso, il
regista insiste che le dinamiche di Una battaglia dopo l’altra trascendono la
contingenza attuale: “Questa storia poteva essere raccontata 20 anni fa, nel
Medioevo, o persino nello spazio”, afferma Anderson, sottolineando come i
conflitti di fondo tra oppressori e oppressi siano ciclici. “Pensare che le cose
siano cambiate è un errore”, aggiunge, affermando che né il fascismo né la
cattiveria umana passano mai di moda.
> L’obiettivo di Anderson era intrecciare i grandi temi con le vicende umane, in
> modo che lo spettatore si appassionasse alle sorti dei protagonisti, al di là
> del messaggio ideologico.
Proprio questa visione circolare della storia lo ha probabilmente spinto a
realizzare il suo film più politico. Nella pellicola c’è un omaggio a Gillo
Pontecorvo (un frame dal classico del cinema politico italiano La battaglia di
Algeri, 1966). In parole povere: Anderson ha sentito che il momento era maturo
perché vicende di ribellione e repressione che lo affascinavano da anni
risuonassero con forza nel mondo di oggi (“dopo due decenni, non sono mai state
così rilevanti”).
Un aspetto peculiare di Una battaglia dopo l’altra è proprio la sua
ambientazione temporale sfuggente. Il film è dichiaratamente collocato ai giorni
nostri, con allusioni all’America post-Trump, eppure, l’estetica e i riferimenti
culturali richiamano spesso gli anni Sessanta/Settanta: lo stesso gruppo French
75 è modellato sui movimenti radicali di quell’epoca (come detto, gli Weathermen
americani), mentre il personaggio di Perfidia sembra uscito da un film
blaxploitation di inizio anni Settanta, come quelli impersonati da Pam Grier,
con il suo stile aggressivo e slogan incendiari. Anderson ha di proposito creato
un presente “sospeso” e anacronistico, in cui tecnicamente siamo nel Ventunesimo
secolo ma tutto – dai costumi, alle musiche rock psichedeliche, fino ai metodi
da guerriglia vintage – ricorda l’iconografia delle vecchie rivoluzioni. Il
presente appare “macchiato” dal passato, quasi fossimo di fronte a una realtà
parallela in cui il tempo non è progredito.
Da un lato, questa scelta rinforza uno dei messaggi chiave del film – ovvero che
gli ideali e i conflitti di ieri ritornano immutati oggi, in un eterno ciclo. Le
immagini di manifestazioni, repressioni violente e complotti ricordano
volutamente quelle che vediamo nei cinegiornali d’archivio tanto quanto nei
telegiornali attuali. D’altro canto, questa ibridazione temporale rischia di
confondere lo spettatore. La narrazione non chiarisce mai del tutto in che anno
preciso ci si trovi, e alcuni elementi risultano volutamente fuori dal tempo: ad
esempio, le giovani reclute del French 75 comunicano con codici e rituali quasi
da cultura hippie, oppure brandiscono armi analogiche come fossero in un vecchio
film di guerriglia, mentre i loro nemici complottano in salotti massonici rétro.
Questa scelta artistica può essere affascinante – dona al film un’aura da
allegoria universale – ma allo stesso tempo può apparire artificiosa. Una
battaglia dopo l’altra finisce per raffigurare un oggi immaginato tramite il
filtro dei ricordi storici. La battaglia generazionale messa in scena – con
giovani rivoluzionari confusi ma pieni di entusiasmo, contrapposti a vecchi
potenti corrotti e reazionari – sembra quasi figlia di un altro periodo, e non
sempre coglie le specificità del mondo contemporaneo. Sicuramente i giovani
rivoluzionari di oggi sono confusi, ma tanto per cominciare non mettono più le
bombe – nel bene e nel male.
> Una battaglia dopo l’altra finisce per raffigurare un oggi immaginato tramite
> il filtro dei ricordi storici. La battaglia generazionale messa in scena
> sembra quasi figlia di un altro periodo, e non sempre coglie le specificità
> del mondo contemporaneo.
Un elemento centrale del film è infatti proprio la rappresentazione della
gioventù ribelle. I ragazzi del French 75 vengono mostrati come idealisti
appassionati ma disorganizzati. Agiscono più per istinto e furia contro “il
sistema” che con un piano coerente: fanno esplodere bombe, derubano banche,
attaccano simboli del potere in modo quasi casuale. Tutte cose oggi impossibili
da fare, proprio perché non siamo più negli anni Settanta. Questa confusione
strategica, unita alla modalità fantasiosa ispirata al passato, è in parte
voluta: Anderson sembra suggerire che la rabbia giovanile odierna sia autentica
ma priva di una direzione unitaria, frammentata in gesti isolati. In una scena
chiave, Perfidia urla che “la violenza rivoluzionaria è l’unica via”, incitando
i compagni alla lotta armata, ma allo stesso tempo un personaggio osserva
amaramente che “le rivoluzioni iniziano contro dei demoni, e finisce che quei
demoni combattono loro stessi”. È un riconoscimento del rischio insito in questi
movimenti: l’implosione interna, la perdita di vista del nemico originale.
Un altro dei punti deboli del film è proprio l’assenza di un nemico
esplicitamente riconosciuto. O, al contrario, forse semplicemente troppo
riconoscibile. Anderson dice di non voler mettere la politica in primo piano,
facendo di tutto per camuffare il nemico, addirittura provando a confonderci con
la dimensione temporale, eppure ciò che emerge dalla pellicola sembra essere
molto schiettamente un film contro l’era Trump, come tanti altri. Tra l’altro,
Una battaglia dopo l’altra è stato vittima di un selvaggio review bombing da
parte del movimento MAGA (Make America Great Again), la destra trumpiana, che,
evidentemente si è sentita chiamata in causa, e ha iniziato a dare una stelletta
sui vari siti di recensioni cinematografiche, nonostante gli altri voti
altissimi.
> Un altro dei punti deboli del film è proprio l’assenza di un nemico
> esplicitamente riconosciuto. O, al contrario, forse semplicemente troppo
> riconoscibile.
DiCaprio, parlando del film, ha spiegato che Anderson ha voluto mostrare
“l’estremismo da entrambi i lati” dello spettro ideologico per riflettere su
“dove siamo nella società oggi”. Il risultato di questa scelta è che non c’è un
antagonista monolitico e chiaro contro cui tifare: i “cattivi” sono ovviamente
identificabili (il colonnello e i suoi accoliti razzisti), ma anche i “buoni”
rivoluzionari hanno le loro colpe ed eccessi. Potrebbe apparire così sulla
carta, se non fosse che i cattivi sono rappresentati come vecchi bavosi,
razzisti, misogini, omofobi col culto del corpo che però sotto sotto sono anche
attratti dal proprio stesso sesso, e per questo sono repressi, mentre i buoni
sono impersonati da donne “cazzutissime” che aggirano il potere senza il minimo
problema o sforzo. Magari fosse tutto così semplice!
Il personaggio interpretato da Sean Penn è talmente parodistico da risultare
imbarazzante. Non dovrebbe ricordare nessuno di realmente esistito, eppure
quando a un certo punto del film appare sfigurato nel volto somiglia in maniera
impressionante all’ufficiale nazista Otto Skorzeny: colui che fu a capo
dell’Operazione Quercia, ovvero quell’intervento che su ordine di Hitler,
permise la liberazione di Mussolini, tenuto prigioniero a Campo Imperatore, sul
Gran Sasso, dopo essere stato arrestato nel luglio del 1943. Inoltre, dopo le
apparizioni di Sean Penn al festival di Cannes con i soldati dell’esercito
ucraino al suo fianco, coinvolgerlo in progetti rappresenta per certi versi
anche questo un piccolo gesto politico.
Per concludere, se l’intento era quello di fomentare nello spettatore un senso
di urgenza e indignazione verso i mali del presente, questa narrazione rischia
di lasciarlo spiazzato, chiedendogli di parteggiare per una causa che appare
quantomeno confusa – se si cerca, come suggerisce il regista, di andare oltre
alla battutissima critica trumpiana di questi tempi. In altre parole, Paul
Thomas Anderson ha sempre saputo trasformare l’epoca rappresentata in un
dispositivo universale; qui invece è l’oggi a risultare opaco, filtrato da un
immaginario che appartiene ad altri decenni.
L'articolo Una battaglia apolitica dopo l’altra proviene da Il Tascabile.
È (già) tempo di tracciare un bilancio per Alex Garland. In relativamente pochi
anni di carriera ha costruito opere di densità e rilevanza imprescindibili, per
presa sulla contemporaneità e coraggio di intraprendere riflessioni filosofiche
in un’epoca ostile al pensiero (libero, ma non solo). Ogni suo film assomiglia a
una profezia, e non di quelle rassicuranti: più vicina a Cassandra che a
Nostradamus, più a un Palantír di Mordor che a una sfera di cristallo. Con quel
sesto senso proprio di chi è stato toccato da un’intelligenza superiore Garland
arriva semplicemente prima degli altri, in virtù di un meccanismo di autodifesa
contro la mediocrità e di un sottile sentimento antiamericano, tipico di una
britishness in via di estinzione. Seppur arrivando per tempo al problema,
Garland non ne esce con delle risposte chiare e distinte. La sua esposizione del
dubbio, la sua “verifica incerta”, testimonia con lucidità la difficoltà estrema
di raccontare il presente, di discernere la verità, di capire da che parte
stare. Il che non significa “fare di viltà il gran rifiuto”, bensì arrendersi
alla insensata e fuggevole complessità di un mondo che è, innanzitutto, troppo
veloce per essere afferrato e compreso.
Ad accomunare Ex Machina (2014), Annientamento (2018) o Civil War (2024) è
l’ipercinesia che non lascia spazio all’elaborazione di un pensiero, che obbliga
a una deriva istintuale, sovente quasi ferina. Uscito in sala con un tempismo
mirabile, Civil War ha suscitato inevitabili discussioni, talora facete – perché
proprio la California very Blue State e il Texas very Red State come alleati in
chiave secessionista? – ma ha saputo tradurre in immagini di rara ferocia quella
deriva autodistruttiva inestricabilmente legata a un Paese-bambino come gli
Stati Uniti, armato fino ai denti e dilaniato da divisioni interne sempre più
esacerbate. Un discorso di cui Warfare (2025, in sala dal 21 agosto in Italia) –
codiretto con il reduce di guerra Ray Mendoza – è la naturale prosecuzione: il
passaggio da un ipotetico scenario di conflitti futuri a uno effettivo del
passato prossimo (la seconda guerra in Iraq) comporta un ulteriore spostamento
della soggettiva. Warfare non è un pamphlet antimilitarista, così come Men
(2022) non è un banale pamphlet contro la mascolinità tossica. L’ambivalenza del
primo – l’immersione nel dettaglio bellico a livello di singolo uomo che altera
il linguaggio, ricco di acronimi fino all’esoterismo – si riflette
nell’ambiguità del secondo (sono gli uomini a essere “tutti uguali” o è la
protagonista a vederli così?).
> Civil War ha saputo tradurre in immagini di rara ferocia quella deriva
> autodistruttiva inestricabilmente legata a un Paese-bambino come gli Stati
> Uniti, armato fino ai denti e dilaniato da divisioni interne sempre più
> esacerbate.
Warfare non è un film sulla guerra o contro la guerra. È un film della guerra.
In cui il conflitto è la soggettiva, ignorante e acritica, così immersa nel
proprio presente eterodiretto da risultare cieca a ogni elemento esterno. Una
forma di alienazione radicale, che può essere “preparata” assumendo dosi di
immagini, attraverso il filtro della distorsione mediatica – il video di Eric
Prydz a cui assistono i soldati e con cui si apre il film. Smettere di pensare e
astenersi dal dover esercitare il libero arbitrio sembra essere l’unica via.
Perché per Garland e Mendoza il videogioco-già-giocato-da-qualcuno è l’unica
metafora possibile per una tecnica e una tattica di combattimento (il titolo è
Warfare, infatti) che hanno rimosso il lato umano fino al puro nonsense. Per i
Navy Seals asserragliati in un’abitazione irachena il passaggio dalla baldanza
al panico è rapido, almeno quanto la transizione da esseri umani a oggetti. Dopo
l’esplosione improvvisa e il ferimento grave di due soldati, avviene la
reificazione. L’insensibilità alle casualties of war è il male necessario di un
conflitto impossibile da osservare nella sua interezza e complessità.
Nascondendosi negli acronimi di un gergo bellico imperscrutabile, i Navy Seals
si rifugiano in un microcosmo alienante quanto serve.
Se Civil War e Warfare esplorano le fratture geopolitiche e il potere
distruttivo delle narrazioni, è anche perché Garland vede il cinema come un
campo di battaglia per le idee. Il suo rifiuto di schierarsi in maniera
didascalica non è neutralità, ma consapevolezza che il linguaggio stesso è
un’arma. In un panorama dominato da franchising e riscritture rassicuranti, la
sua ostinazione a creare mondi autonomi, non negoziabili, lo rende un autore
raro. E se la profezia è una maledizione per chi la formula, Garland sembra
averla accettata come condizione del mestiere: guardare un passo oltre, pur
sapendo che nessuno ascolterà in tempo.
> Garland vede il cinema come un campo di battaglia per le idee. Il suo rifiuto
> di schierarsi in maniera didascalica non è neutralità, ma consapevolezza che
> il linguaggio stesso è un’arma.
Volendo individuare un protagonista incognito e ricorrente delle opere di Alex
Garland, occorre concentrarsi sul libero arbitrio, esplicitamente citato nella
serie TV del 2020 che il regista ci ha costruito attorno: DEVS, con ogni
probabilità la migliore serie degli ultimi dieci anni (e naturalmente inedita in
Italia). Uno spy-thriller sulla Silicon Valley costruito attorno a un’invenzione
misteriosa, che si trasforma gradualmente in riflessione filosofica sul libero
arbitrio e sulla predeterminazione del comportamento umano, come se fosse
possibile calcolare in maniera deterministica azioni e reazioni. Il confine tra
tecnologia, filosofia e magia è felicemente abbattuto, per la gioia di Arthur C.
Clarke (“Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla
magia”). Tecnicamente perfetta, densissima nei dialoghi e impreziosita da una
delle migliori battute sulla capacità tutta americana di nascondere e edulcorare
le peggiori verità, concentrandosi sul messaggio e sminuendo la sostanza, in una
contrapposizione degna di Le Carré con l’onesta nudità del male di matrice
russa.
La poetica di Garland, in fondo, è sempre un laboratorio di esperimenti
concettuali ‒ in cui la trama è un vettore, non il fine ‒, e di interrogativi
insoluti: cosa succede se un’Intelligenza artificiale diventa cosciente (Ex
Machina)? Se la natura riformula le sue leggi (Annientamento)? Se il conflitto
armato viene percepito come routine in cui annullarsi (Warfare)? Se un trauma
personale deforma l’intero spettro delle relazioni (Men)?
> In Annientamento, forse il manifesto della poetica garlandiana,
> l’inaffidabilità dell’immagine è totale, la sua paternità ignota. Forse ciò
> che vediamo è attribuibile a una spora che sembra riformulare la natura e
> ricalcolarla.
In quest’ultimo caso, quello di Men, Garland compie un passo rischioso: spoglia
il racconto di sovrastrutture fantascientifiche e lo riduce a un incubo
allegorico, in cui un solo attore (Rory Kinnear) incarna tutte le figure
maschili, moltiplicando l’effetto perturbante. Forse il lavoro meno riuscito di
Garland, o comunque il più problematico, ha suscitato critiche spesso
fuorvianti, legate alla lettura più superficiale del film. Soffermarsi sulla
parabola MeToo e su come la mascolinità tossica si annidi in ogni maschio
significa dimenticare che osserviamo ogni dettaglio attraverso lo sguardo
deformante e traumatizzato della protagonista, senza altri punti di vista. E
quindi ancora una volta discernere soggettività e oggettività, predeterminazione
e libertà di scelta diviene esercizio impossibile. Allo spettatore resta la
possibilità di osservare attraverso un vetro colorato, opaco. Come per lo Harry
Caul di La conversazione (1974), ottenere la certezza di una visione chiara e
distinta è arduo e opinabile quanto ricavare l’audio di una conversazione
privata priva di manipolazioni.
In Annientamento, forse il manifesto della poetica garlandiana, l’inaffidabilità
dell’immagine è totale, la sua paternità ignota. Forse ciò che vediamo è
attribuibile a una spora che sembra riformulare la natura e ricalcolarla, in
direzione uguale e opposta a quanto elaborato dall’Intelligenza artificiale del
lungometraggio di debutto, Ex Machina. Là era un costrutto artificiale a
divenire “more human than human”, e quindi manipolatorio e bugiardo; in
Annientamento è una forza aliena “ecologista” a cambiare le regole del gioco ed
escludere il fattore umano dall’equazione. La resa a un ordine che sfugge a
qualsiasi mappa razionale rimanda, più ancora che ai sinistri vaticini di H.P.
Lovecraft, al suo maestro Arthur Machen, che celava nel folklore rurale delle
terre britanniche misteri cosmici al di là dell’umana comprensione, tra
ribellioni della natura (The Terror, 1917) e sfoghi di violenta sessualità
pagana (The Great God Pan, 1894). Difficile escludere una influenza esplicita di
Machen quando la protagonista di Men mette piede in una chiesa isolata, in cui
spicca un altare istoriato di inquietanti bassorilievi. Gli strumenti del
terrore misterico rimangono gli stessi: dal tempo dell’inizio Novecento di
Machen al terzo millennio di Garland, più la specie umana si avvicina alla
presunzione di onniscienza e più si allontana dalla conoscenza intima
dell’ignoto, in un ciclo privo di fine apparente.
L'articolo Alex Garland: DEVS EX MACHINA proviene da Il Tascabile.
M illenovecentonovantadue. “Lo stile di vita americano non è negoziabile”
afferma perentorio George W.H. Bush al Summit della Terra, dando così inizio
anticipato al ventunesimo secolo. Mike Judge ha trent’anni e ha appena venduto
Frog Baseball, il suo primo cortometraggio animato, a MTV. Quell’american way of
life sbandierata da Bush lo ossessionerà per tutta la sua carriera di animatore,
sceneggiatore e regista, fino a diventare il centro gravitazionale di tutto il
suo universo comico, in equilibrio precario tra sarcasmo e barbarie. Nei due
minuti e cinquantotto secondi di Frog Baseball esordiscono i suoi personaggi più
celebri, Beavis e Butt-Head, due giovani metallari perdigiorno che seviziano
degli animali in modi molto creativi alternando le violenze ai riff, cantati a
cappella, di Iron Man dei Black Sabbath e Smoke on the water dei Deep Purple.
Con l’arrivo del corto su MTV, Mike Judge entra di fatto nel rooster della
mitologica Liquid Television, un carosello di short animati a cui devono la
propria fama diversi altri capolavori dell’animazione come Æon Flux o Brad
Dharma, Psychedelic Detective.
Nato a Guayaquil in Ecuador, nel 1962, da madre bibliotecaria e padre
archeologo, a tre anni Mike si trasferisce con la famiglia in una fattoria ad
Albuquerque, nel New Mexico. Finito il liceo si sposta a San Diego dove ottiene
una laurea in fisica alla University California San Diego nel 1985. L’anno
successivo inizia a lavorare a Santa Monica, nella ruggente Silicon Valley, in
un’azienda che produce schede video per computer, tre mesi dopo si licenzia. Per
diversi anni suona come bassista in oscure blues band texane mentre segue un
corso di specializzazione superiore in matematica all’università del Texas. È in
questo periodo che comincia a cimentarsi con l’animazione. Crea il suo primo
corto: Office Space, in cui appare come protagonista Milton, un impiegato
frustrato che, tra un’angheria e l’altra del capo, balbetta tra sé di voler dar
fuoco all’azienda; ai tempi doveva probabilmente apparire come una versione punk
e apocalittica di Dilbert, la celebre striscia feriale di Scott Adams. Riesce a
presentare il corto in un festival di animazione a Dallas e Comedy Central lo
acquista. Nel giro di qualche anno Office Space, rinominato Milton come il suo
protagonista, diventerà un siparietto fisso nel Saturday Night Live.
Nel frattempo Judge lavora per espandere le avventure dei due protagonisti
apparsi in Frog Baseball, dando vita all’omonima serie, Beavis and Butt-Head,
che dal 1993 va in onda su MTV, divenendo la risposta hardcore punk del network
al recente successo dei Simpson di Matt Groening. Nel giro di qualche puntata si
conferma una delle serie animate per adulti di maggior successo negli Stati
Uniti, archetipo, insieme all’opera di Groening di una nuova forma di animazione
per adulti, che verrà sviluppata da South Park (1997) e dai Griffin (1999).
> La serie di animazione Beavis and Butt-Head di Mike Judge, che dal 1993 va in
> onda su MTV, diviene la risposta hardcore punk del network al recente successo
> dei Simpson di Matt Groening.
Nel 1996 Judge si confronta con il cinema, scrive e dirige il film d’animazione
Beavis and Butt-Head do America in cui partecipano anche star umane come Bruce
Willis e Demi Moore. Sessantatré milioni di dollari al box office. L’anno
successivo ritorna in TV con una nuova serie, King of the Hill, scritta insieme
a Greg Daniels (The Simpson, The Office, Park and Recreation), che continuerà ad
andare in onda su FOX per una decina di anni.
Mentre il successo gli sorride, Judge decide di abbandonare per la prima volta
l’animazione e confrontarsi con un film live action, il remake di un’opera di
animazione realizzato con attori reali. Scrive così la sceneggiatura per un
lungometraggio ispirato alla sua serie di corti ambientati in ufficio.
Riproposto con il suo nome originale, Office Space esce nei cinema nel 1999 ed è
un fiasco, rientra appena delle spese di produzione (dieci milioni contro i
dodici guadagnati). Il film è l’occasione per riproporre molte delle gag della
serie animata originale calandole in una inedita cornice politica, quasi
sindacale.
Peter Gibbons, il protagonista e collega di Milton, è anche lui un impiegato
frustrato della Initech, una software house texana. Insofferente al suo monotono
lavoro d’ufficio e costantemente sopraffatto dai rimproveri passivo-aggressivi
dei suoi otto capi, Peter viene convinto dalla sua ragazza a intraprendere delle
sedute di psicoterapia. Seduto sulla poltrona confessa allo psichiatra che da
quando ha iniziato a lavorare “ogni singolo giorno della mia vita è stato
peggiore di quello precedente; questo significa che ogni singolo giorno che ci
incontriamo qui, quello è il giorno peggiore della mia vita”. Il dottore,
impressionato dalla sua tristezza, gli propone un percorso di ipnosi, ma durante
una delle sedute, mentre cade in trance con la proposizione di “ignorare tutte
le sue preoccupazioni riguardo il suo lavoro, fino a quando non schioccherò
nuovamente le dita”, lo psichiatra muore per un attacco cardiaco. Peter, ancora
incosciente, torna a casa e si risveglia il mattino successivo in uno stato di
inedito benessere. Niente è cambiato tranne che, nonostante non si sia
presentato a lavoro, gli infiniti messaggi del capo nella segreteria telefonica
non lo turbano più.
Comincia così a ignorare completamente le preoccupazioni per il lavoro e la sua
vita si riempie nuovamente di senso: chiude la sua vecchia relazione in costante
crisi e chiede di uscire alla ragazza che ammirava da tempo. Ottiene addirittura
una promozione al lavoro quando impressiona una coppia di headhunter, chiamati a
efficientare l’azienda, confessando di “lavorare appena quindici minuti ogni
giorno e il resto del tempo fissare la sua scrivania” e che proprio alla
struttura dell’azienda si deve la sua totale assenza di motivazione sul lavoro:
“Ho otto capi. Questo significa che quando faccio un errore ci sono otto diverse
persone che vengono a farmelo notare. Questa è la mia sola motivazione: evitare
di essere scocciato”. Gibbons è insomma un impiegato in quiet quitting che,
attraverso una forma artificiale di rimozione della responsabilizzazione
introiettata sul lavoro, ritrova la libertà di affermare sé stesso in un mondo
nel quale non era che un ingranaggio anonimo.
È questo il primo distillato del cinema di Mike Judge che tornerà in ognuno dei
suoi film: prendere l’impalcatura della rom-com per sviluppare al suo interno un
tema politico. Nonostante i risultati altalenanti, l’intuizione è efficace e
permette al film di sviluppare una profonda riflessione sui i lati più
disumanizzanti dello sfruttamento lavorativo.
La svolta decisiva nel film avviene quando Gibbons e due suoi colleghi che
stanno per essere licenziati, decidono di truffare l’azienda con un virus
informatico che devia microtransazioni sul loro conto bancario, “come succede in
Superman 3, un film davvero sottovalutato”. Dopo varie peripezie e sul punto di
venire scoperti, Peter decide di restituire il denaro con un assegno e lascia
nell’ufficio del capo una lettera in cui confessa la truffa. Proprio quel
giorno, dopo l’ennesima angheria, Milton decide finalmente di dare fuoco
all’azienda, che brucerà insieme alle prove del misfatto.
> In Office Space è presente un aspetto del cinema di Mike Judge che tornerà in
> ognuno dei suoi film: prendere l’impalcatura della rom-com per sviluppare al
> suo interno un tema politico.
Sono i classici temi dell’alienazione e della reificazione, ampiamente esposti
da Karl Marx nelle sue teorizzazioni sulla struttura del lavoro nella società
capitalista quelli su cui si concentra la trama del film. L’alienazione è lo
stato in cui si trova l’uomo quando non riconosce più nel lavoro (nella sua
organizzazione, nei suoi strumenti, nei suoi prodotti) una parte di sé, una sua
creazione, ma gli appare come qualcosa che sfuggendo alla sua volontà si pone
contro di lui, un ostacolo alla spontanea ricerca di felicità e realizzazione. È
un conflitto che ricorda quello tra il dottor Frankenstein e la sua creatura, se
soltanto il primo soffrisse di un’amnesia che non gli permettesse più di
riconoscerla come un frutto del suo ingegno. La reificazione, in breve, è la
naturalizzazione di questo stato: l’uomo crede di riconoscere nello stato
transitorio imposto dalle logiche dello sfruttamento una legge di natura.
Continuando la lettura marxista, il film incappa proprio in quella che era la
maggiore forma di ribellione operaia con cui il giovane Marx si era duramente
confrontato: il luddismo. In una delle scene finali del film infatti vediamo
Peter abbandonare l’ufficio per l’ultima volta, insieme ai suoi due complici,
Michael e Samir, e portare con sé una delle fotocopiatrici. La macchina sarà la
protagonista di una lunga scena di “pestaggio luddista” con tanto di
slow-motion, mazze da baseball e gangsta rap in sottofondo.
Mentre in Office Space i temi dell’alienazione e della reificazione restano
confinati al mondo dell’ufficio, di cui esiste ancora un fuori, un mondo esterno
fatto di amicizie, bevute e barbecue in cui si può evadere, nella sua opera
successiva Mike Judge porterà queste minacce alle estreme conseguenze fino a
coinvolgere l’intera società e infiltrarsi profondamente nelle facoltà cognitive
dell’umanità intera.
Nel 2006, con il suo terzo film, Idiocracy, Judge si confronta per la prima
volta con la fantascienza. Il film si apre con un’epica voce fuoricampo che,
mentre assistiamo all’avvicinarsi sullo schermo del globo terrestre fluttuante
nello spazio, ci introduce alla premessa distopica:
> L’evoluzione umana era giunta a una svolta. La selezione naturale, il processo
> per cui il più forte, più intelligente, più veloce, si riproduce in maniera
> maggiore rispetto agli altri, il processo che un tempo aveva favorito gli
> aspetti più nobili dell’uomo adesso favoriva caratteristiche diverse. La
> maggior parte della fantascienza dell’epoca aveva predetto un futuro più
> civilizzato e più intelligente, ma più il tempo passava, più le cose
> sembravano andare nella direzione opposta: un istupidimento generale. Com’era
> potuto succedere? L’evoluzione non premia necessariamente l’intelligenza.
> Senza predatori naturali ad assottigliare il branco iniziò a premiare coloro
> che si riproducevano di più e lasciò che gli intelligenti diventassero una
> specie in via d’estinzione.
Non è, evidentemente, la più raffinata delle ipotesi di biologia speculativa, ma
c’è anche di peggio: il problema, in cui incappa Mike Judge al minuto uno del
film, implicito nella sua stessa premessa (darwinismo sociale), e ben più
problematico, è l’eugenetica.
Incomincia così la memorabile sequenza (un case study, ci suggerisce la scritta
in sovraimpressione) in cui vediamo due coppie confrontarsi con la propria
intenzione di procreare in un frenetico montaggio alternato: per Trevor e Carol,
dall’alto quoziente intellettivo, “avere figli è un’importante decisione”,
“aspettiamo il momento giusto” (all’unisono, guardandosi negli occhi) “non
vogliamo farlo senza riflettere”; Trish invece entra in cucina mentre Clevon sta
bevendo una birra e gli urla: “oh merda sono di nuovo incinta”; apprendiamo
dall’albero genealogico in sovraimpressione che questo è il loro quinto figlio.
Le scene continuano a susseguirsi in un’escalation grottesca che avanza di
quinquennio in quinquennio: Trevor e Carol constatano sereni che “non possiamo
permetterci un figlio adesso, non con l’attuale congiuntura finanziaria”; nel
frattempo Clevon ha avuto due figli anche con la vicina di casa Britney e uno da
Mckenzie che lo sta inseguendo con un bastone; Trevor e Carol, finalmente decisi
al grande passo, non riescono a ottenere una gravidanza e battibeccano sul
possibile ricorso all’inseminazione artificiale; intanto Clevon Jr., quarterback
della squadra locale e primogenito di Clevon, nonostante si sia impalato con i
genitali su un cancello in seguito a un incidente con una moto d’acqua, grazie
ai progressi scientifici nel campo delle cellule staminali è riuscito comunque
ad avere diversi figli con le cheerleaders del suo liceo; purtroppo Trevor è
morto per un infarto mentre si masturbava per ottenere lo sperma per
l’inseminazione artificiale, Carol incrociando le dita dice di aver congelato i
suoi ultimi ovuli, “per quando arriverà l’uomo giusto”; l’albero genealogico di
Clevon nel frattempo si espande fino a straripare dallo schermo; “andò avanti
così per generazioni” annuncia, piena di pathos, la voce fuori campo.
> In Idiocracy i due partecipanti a un esperimento segreto di ibernazione si
> ritrovano nel 2505 in un mondo dove regna la più totale stupidità. Ma quello
> in cui vediamo risvegliarsi i due protagonisti non è poi così dissimile dal
> nostro 2025.
Esposto il presupposto teorico dell’intreccio narrativo, il film si sviluppa
come una scanzonata commedia fantascientifica in cui seguiamo le avventure di
Joe Bauers, bibliotecario dell’esercito, e Rita, una prostituta, scelti per i
loro parametri cognitivi “perfettamente nella media”, per partecipare a un
esperimento segreto di ibernazione della durata di un anno. Qualcosa ovviamente
va storto e i due si ritrovano nel 2505 in un mondo dove regna la più totale
stupidità. Ma quello in cui vediamo risvegliarsi i due protagonisti non è poi
così dissimile dal nostro 2025 (di cui è pure una sorta di anagramma numerico).
Prendiamo il primo incontro di Joe, che piomba per sbaglio nella casa di Frito
Pendejo, quello che più avanti nel film diventerà il suo avvocato. Lo trova
seduto, su una poltrona con gabinetto integrato, mentre guarda un grande schermo
contornato di pubblicità su cui va in onda Ow! My balls!, una serie
interminabile di video in cui il protagonista incappa in vari incidenti che
hanno a che fare con i suoi genitali. Una situazione familiare che non può non
ricordarci quella di una seduta mattutina al bagno mentre ci frastorniamo con
centinaia di clip su TikTok.
Joe e Frito, durante tutta la parte centrale del film, ci accompagnano in varie
peripezie, permettendoci di scoprire come funziona la società del futuro: mentre
le insegne delle attività commerciali hanno adottato nomi sempre più volgari
(bambini festeggiano il compleanno dalla famosa catena di fastfood Buttfuckers),
i vari indumenti che le persone indossano non sono che patchwork pubblicitari di
una moltitudine di brand e Joe, nonostante parli il suo inglese medio, ha grandi
difficoltà a comunicare con chiunque: ogni volta scatena una reazione violenta
in chi lo ascolta perché, come ci avverte la solita voce fuori campo, la sua
lingua rispetto a quella corrente suona davvero “pompous and faggy”. Ancora:
negli ospedali si accumulano le slot machine, il film di maggior successo
dell’anno si chiama Ass ed “è esattamente quello, per novanta minuti” (un culo
su uno schermo). Joe finirà persino per incontrare il presidente degli Stati
Uniti Dwayne Elizondo Mountain Dew Herbert Camacho, un ex wrestler che ha
trasformato la Casa bianca in una corrida di macchiette untuose da talent show.
Una classe politica non dissimile da quella che è possibile ammirare oggi nel
secondo governo Trump.
Ogni azione (ricordiamolo: siamo nel futuro) è tecnologicamente determinata,
dalle diagnosi negli ospedali, alla videosorveglianza onnipervasiva, dalla
gestione carceraria fino alla identità stessa dell’individuo, esposta
costantemente al controllo delle forze dell’ordine tramite un codice a barre
tatuato sul polso. Tutto così assurdo eppure stranamente familiare, come nella
migliore fantascienza. Con una forzatura ermeneutica possiamo provare a
ipotizzare, con il senno di poi, che un così plateale declino cognitivo, invece
che da una selezione genetica, potrebbe essere stato causato proprio dall’uso di
quelle tecnologie compiacenti che, in Idiocracy, vediamo radicate profondamente
nella vita quotidiana della società.
Tanto nella fantascienza di Judge, quanto nel nostro presente, viviamo in una
società ipertecnologica che, deresponsabilizzando l’individuo in ogni sua
mansione pratica e lo porta a un inaridimento cognitivo dovuto all’oblio del
processo stesso, demandato ormai da tempo, soltanto alla macchina. È la
situazione che André Gorz, filosofo francese, in L’immateriale (2003),
interrogandosi se l’umanità sia ancora soggetto o oggetto della propria
evoluzione tecnologica, rintraccia nelle nuove forme di capitalismo cognitivo:
> gli apparati megatecnologici, ritenuti dominare la natura e sottometterla al
> potere degli uomini, assoggettano gli uomini agli strumenti di quel potere. Il
> soggetto sono loro: questa megamacchina tecnoscientifica che ha abolito la
> natura per dominarla e che costringe l’umanità a mettersi al servizio di
> questo dominio. Lo sviluppo delle conoscenze tecnoscientifiche cristallizzate
> nel macchinario del capitale, non ha generato una società dell’intelligenza ma
> una società dell’ignoranza. La grande maggioranza conosce sempre più cose, ma
> ne sa e ne comprende sempre meno.
In Idiocracy le piante vengono annaffiate da anni con una bevanda energetica
chiamata Brawndo – The thirst mutilator. Lo scopriamo quasi alla fine del film,
quando realizziamo che tutto il mondo è preda di una carestia di cui non si
conoscono le cause. Nel frattempo Joe aveva aperto un lavandino e visto uscire
la bevanda verde fluorescente invece dell’acqua, una tra le tante stranezze.
Tutto il mondo in realtà ha sostituito da tempo e ovunque l’acqua col Brawndo;
quando Joe chiede dell’acqua gli viene risposto ridendo “quale? quella del
cesso?”; quando chiede il perché di questa sostituzione gli viene risposto
“perché Brawndo ha gli elettroliti!”, ma nessuno, Joe compreso, sa cosa siano
questi elettroliti.
> Tanto nella fantascienza di Judge, quanto nel nostro presente, viviamo in una
> società ipertecnologica che, deresponsabilizzando l’individuo in ogni sua
> mansione pratica e lo porta a un inaridimento cognitivo dovuto all’oblio del
> processo stesso, demandato ormai da tempo, soltanto alla macchina.
Torna, come in Office Space, il tema dell’alienazione e della reificazione, ma
in Idiocracy la sua pervasività è completa, l’ottusità tecnocratica della
software house ha infiltrato l’intera società e come l’ufficio era destinato a
bruciare alla fine del film precedente, qui il mondo, reso sterile dall’eccesso
di sali minerali contenuti nella Brawndo sembra destinato a inaridirsi e
collassare.
L’apocalisse appare imminente perché anche il bene primario alla base della vita
terrestre, l’acqua, ha subito un processo di completa risignificazione
mercantile, è mancante di una qualche proprietà fondamentale (i decantati
elettroliti) e, in quanto gratuita e disponibile, non può avere valore, o se lo
ha deve essere regolamentata. È proprio questo il modo in cui Gorz illustra il
rapporto fagocitante tra capitalismo e natura: “l’abolizione della natura ha
come motore non il progetto demiurgico della scienza, ma il progetto del
capitale di sostituire alle ricchezze prime, che la natura offre gratuitamente e
che sono accessibili a tutti, delle ricchezze artificiali e mercantili:
trasformare il mondo in merci di cui il capitale monopolizza la produzione,
ponendosi in tal modo come padrone dell’umanità”.
Quando Joe viene infine riconosciuto come l’uomo più intelligente del mondo e
assoldato dal presidente Camacho come ministro degli Interni per risolvere il
problema della siccità, propone banalmente di sostituire della semplice acqua
alla bevanda energetica usata nell’irrigazione dei campi ormai infertili. Prima
che, tra lo sgomento di tutti, la soluzione si riveli efficace, il presidente
viene contattato dal CEO della Brawndo Corporation in preda al panico, le azioni
stanno crollando e il computer ha eseguito autonomamente i licenziamenti
necessari a riassestare la società, metà della popolazione del Paese si ritrova
disoccupata e inferocita invade la Casa bianca: vogliono la testa di Joe. La
messa in scena del film è decisamente più sobria rispetto all’attacco a Capitol
Hill del 2021.
Lo scambio reciproco di soggetto e oggetto che Gorz vede nel rapporto odierno
tra esseri umani e tecnologia digitale non determina soltanto un inedito
slittamento di potere ma anche un capovolgimento delle influenze ideologiche
attive in questo campo di forze. Quella che Marcuse definiva la razionalità
tecnologica, l’ideologia della classe dominante di cui è imbevuto ogni prodotto
tecnologico da questa progettato, in una società in cui la tecnologia è ormai
soggetto autonomo dell’esistente, da strumento del potere diventa essa stessa
creatrice di una propria ideologia autonoma che l’uomo subisce passivamente.
L’umanità aspira infine a quell’assenza di pensiero (istupidimento), a
quell’automatismo freddo (deresponsabilizzazione) che è una caratteristica
intrinseca della macchina.
Non stiamo già decantando tutti da anni le virtù sorprendenti dell’Intelligenza
artificiale? Sentendoci in pericolo, dipendenti, aspirando infine alla sua
velocità e abilità tecnica? Quanto abbiamo dovuto sminuire la vita umana in sé
per paragonarci a efficienti dispositivi digitali e quanto della visione attuale
dell’uomo come semplice macchina pensante è implicita in questo schema di
pensiero? Continua Gorz: “l’uomo è ‘obsoleto’, bisogna dotarlo di protesi
chimiche per ‘tranquillizzare’ il suo sistema nervoso stressato dalle
aggressioni che subisce e di protesi elettroniche per aumentare le capacità del
suo cervello”.
Come si esce da tutto ciò? Un testo recente, Hacking del sé (2024), l’ultimo
contributo del lavoro ormai decennale del collettivo Ippolita, un centro di
ricerca indipendente che si occupa di filosofia dell’informatica e
tecnopolitica, può essere una guida utile. Il libro, raccogliendo una
miscellanea di interventi del collettivo (prefazioni, postfazione, articoli e
cut-up) pubblicati in varie sedi, si interroga proprio su “l’impatto che le
tecnologia commerciali hanno sui loro utenti e come influiscano sulla
costituzione della loro soggettività, sulla loro formazione e sul loro vivere
comune”.
> Secondo il collettivo Ippolita è in atto una sempre maggiore “delega reiterata
> dei desideri e delle capacità cognitive a procedure algoritmiche. Ma se le
> tecnologie non sono neutre, bensì incarnano e configurano mondi, la delega
> tecnica si rivela per quello che è: delega sociale e politica”.
Analizzando la delega tecnologica che mette in atto l’umanità nei confronti
delle tecnologie digitali, Ippolita scandaglia le conseguenze di quel processo
per cui “milioni di utenti si servono di app e servizi per il monitoraggio e la
gestione di aspetti sempre più numerosi della vita quotidiana”; è in atto una
sempre maggiore “delega reiterata dei desideri e delle capacità cognitive a
procedure algoritmiche. Ma se le tecnologie non sono neutre, bensì incarnano e
configurano mondi, la delega tecnica si rivela per quello che è: delega sociale
e politica”.
L’obiettivo delle grandi corporation tecnologiche, si spiega nel testo, è
proprio quello “di rendere comune e abituale un numero crescente di azioni e
relazioni cui viene riconosciuto valore in quanto profittevole, secondo l’etica
del consumo incarnata appunto dall’utente, che è paradossalmente al servizio del
fornitore del servizio”. È lo stesso ribaltamento di prospettiva di cui parla
Gorz riguardo il progresso tecnologico. È lo stesso procedimento che, fuori
dall’ambito tecnologico, è attuato dalla Brawndo Corporation nel film, che è
riuscita a sostituire l’acqua con la sua bevanda energetica.
Per Ippolita la soluzione non passa per un intervento correttivo sociale (che
oggi nessuno, nemmeno gli Stati, se volessero, avrebbero la forza di effettuare)
ma da una disciplina del soggetto, una routine che coinvolga tanto il nostro
corpo quanto la nostra mente. Il concetto è espresso fin dal titolo del volume:
> per hacking del sé, ispirandoci ai lavori dell’ultimo Foucault, intendiamo un
> esercizio di cura del sé che inizia con il comprendere quale tipo di norma le
> megamacchine sono capaci di farci assumere, per capire come disinnescarla
> prima che la sua forza ci renda conformi e oppressi. Avere riguardo per il
> proprio corpo digitale, proteggerlo perché si emancipi dall’informatica
> commerciale, riconoscere l’importanza che ha nella nostra vita, significa fare
> un passo di consapevolezza tecnica e nel contempo di responsabilità etica
> verso noi stessi e verso la comunità. Per questo secondo noi il campo della
> battaglia si gioca sulla cura di sé, tra addestramento e consapevolezza, ed è
> qui che si aprono margini possibili di emancipazione e coscientizzazione.
Il lavoro che bisognerà fare – qui e ora – è esposto nel libro in maniera piana
e pragmatica, sono semplici propositi che provano a illuminare una via
possibile, di cui non conosciamo gli ostacoli futuri ma di cui possiamo già
intuire chiaramente la direzione: “comprendere che tipo di riconfigurazione sta
avvenendo e agire una decodifica delle norme che tentano di scriverci addosso: è
questo l’esercizio e l’abito che stiamo ricercando. Osservare e osservarsi,
andare domandando, sperimentare e verificare nuove individuazioni psichiche e
collettive”.
L'articolo Idiocracy now proviene da Il Tascabile.
I n una delle sue poesie più cupe, non a caso titolata Darkness, lord George
Gordon Byron scrive:
> E gli uomini nel terrore di questa desolazione
> Dimenticavano le passioni, mentre i loro cuori
> Raggelavano in un’egoistica preghiera di luce.
> Essi vivevano accanto a fuochi accesi: i troni,
> I palazzi di re incoronati, le capanne,
> Le dimore e i rifugi di ogni tipo
> Erano bruciati insieme alle città per aver luce,
> E gli uomini si raccoglievano attorno alle case in fiamme
> Per guardarsi ancora una volta in viso.
Nell’estate del 1816, mentre scriveva, le popolazioni si decimavano nella fame e
nel buio: l’eruzione del vulcano Tambora dell’anno precedente aveva liberato
nell’aria nubi di polveri e gas tali da oscurare la luce solare e provocare un
abbassamento drastico delle temperature. Ne seguirono carestie e terremoti;
violenze di massa e culti millenaristici si diffusero nelle campagne. Un senso
di fine divina pervadeva l’orizzonte degli uomini e delle donne del tempo.
L’anno successivo la Terra tornò a una condizione di equilibrio e le popolazioni
umane continuarono a scannarsi con particolare zelo: “l’anno senza estate”
rimase impresso in qualche poesia come quella di Byron e in un discreto numero
di fonti documentarie, ma sostanzialmente riposto nel cassetto dei brutti
ricordi.
Nel solco delle scienze climatiche oggi parleremmo di “evento estremo” e
bolleremmo come complottisti i contadini convinti dell’imminente apocalisse.
Eppure non muterebbe il senso di fine che ci attanaglia ancora di fronte a
sconvolgimenti imponderabili. Tanto più che quello in cui viviamo, a dispetto di
ogni avanzamento tecnico-scientifico, è un mondo totalmente immerso nelle
catastrofi. Partire dalle parole di Byron ci aiuta allora nel tentativo di
mettere a fuoco quello che sembra essere il senso profondo dell’epoca presente.
Non può non colpire infatti che quell’Ottocento delle nazioni, degli imperi
coloniali, della tecnica e delle rivoluzioni iniziasse proprio con un evento
apocalittico. Il vulcano Tambora battezzava il mondo che veniva: la modernità
nasceva sotto le nubi della catastrofe.
Epifanie catastrofiche
Ora, nel nostro tempo osserviamo un’accelerazione con cui si danno fenomeni
drammatici a ritmo serrato e, davanti ad essi, si diffonde un senso di
straniamento e impotenza generalizzata. C’è difficoltà a comprendere il reale e
ancora di più ad agirlo, eppure l’impotenza sembra essere dovuta non tanto
all’impatto dei fenomeni quanto a una sorta di disabitudine al mondo che è
propria di un Occidente tardocapitalista in una fase di senilità. Risvegliate da
un sonno trentennale che si voleva post-storico, queste società si sono
riscoperte gabbie d’acciaio fragili e totalmente distruttive. Proprio la
catastrofe quale segno del tempo potrebbe allora indicarci una via d’uscita da
questo presente, grazie al suo potere di ribaltamento e sospensione normativa di
cui eravamo dimentichi. Secondo definizione scientifica, infatti, catastrofe è
l’evento che irrompe in un sistema ordinato sparigliandone le carte, produce una
sospensione della norma al cui interno si danno possibilità di mutamento di
quello stesso sistema originario ormai spezzato.
> Proprio la catastrofe quale segno del tempo potrebbe indicarci una via
> d’uscita da questo presente, grazie al suo potere di ribaltamento e
> sospensione della norma.
Le catastrofi irrompono violentemente nella scena e travolgono le storie
individuali in un vortice totalizzante che mette in discussione ogni cosa,
distruggono edifici che sta ai superstiti scegliere come abitare. Un po’ come le
rivoluzioni, le catastrofi contengono in sé tragedia e rinnovamento, e questa
loro ambivalenza le rende un grande elemento immaginifico. Custodiscono il
potere di generare una propria epica. Non è un caso se un capitalismo che ha
divorato ogni risorsa, promesse comprese, non può che indicare un immaginario
che fantastica sulla fine di sé stesso, sfruttando una fascinazione potente e
monetizzabile.
Come la frontiera del western si è data a suo tempo quale luogo dell’immaginario
in cui il capitalismo individualista (e poi le resistenze ad esso) metteva in
scena la propria ascesi mitologica, oggi la catastrofe fa da ribalta per
un’Occidente al tramonto. È in atto da decenni un’opera di occupazione
preventiva di questo immaginario, attraverso il riadattamento dei mitemi stessi
del mondo che muore: la figura dell’audace eroe con le sue armi, la famiglia
nucleare come unico ambito degno di salvezza, l’hobbesiano stato di natura
dell’homo homini lupus che sottende a ogni sospensione normativa.
Eppure sono possibili, si sono operati rovesciamenti di significato, possibili
forme di resistenza alla colonizzazione imperiale dell’immaginario. Bisogna
sottrarre la catastrofe alle passioni tristi. Il perturbamento delle rovine,
siano tracce di passato nelle città o futuri proiettati sullo schermo, ci parla
di qualcosa che se accadesse davvero metterebbe a rischio non solo routine e
certezze assodate ma probabilmente la nostra stessa vita, e noi la rifuggiamo
per istinto di sopravvivenza. Eppure nel suo consumo immaginifico esorcizziamo
la paura e accarezziamo il sogno proibito di veder finire il nostro tempo-mondo,
fuggire dalle gabbie della produttività nella precarietà della catastrofe.
Finché l’esorcismo è consumo, però, si conclude in sé stesso. La catastrofe è
allora anzitutto uno specchio in cui riflettersi e osservare, nell’ombra di
rovine futuribili, lo spaventoso senso di smarrimento che pervade le pieghe del
quotidiano. La catastrofe, suggeriva Calvino, è ogni giorno in cui non accade
nulla. Il mondo è finito ieri.
Una fine che vorremmo cinematica
Questo senso di ovattata disperazione è il rumore di fondo di una delle opere
postapocalittiche meglio riuscite: il romanzo La strada (2006; trad. it 2007) di
Cormac McCarthy, poi tradotto in pellicola dal regista John Hillcoat. La storia
segue l’errare di un uomo con suo figlio tra le macerie di quelli che furono gli
Stati Uniti, muovendosi verso sud in cerca del mare e della fine di un inverno
che ferisce, combattendo i morsi della fame e fuggendo dalla minaccia di uomini
che la stessa fame rende predatori. Non conosciamo il nome dell’uomo né quello
del bambino, sappiamo che l’unico scopo del primo è la sopravvivenza del
secondo, una sopravvivenza che non è legata solo all’assillante bisogno
fisiologico ma soprattutto alla conservazione di un senso d’umanità, sempre più
flebile in un panorama di morte.
> La catastrofe è ogni giorno in cui non accade nulla.
“Noi siamo i buoni?” chiede il bambino in uno dei rari dialoghi, “si” risponde
laconico il padre, “perché portiamo il fuoco?” incalza ancora, “perché portiamo
il fuoco”. Stanchezza e disperazione divorano l’uomo da dentro ma la marcia non
può avere termine, nemmeno con la morte. La vita deve replicarsi in ogni modo
possibile: quello che McCarthy ha messo in scena non è una distopia ma il dramma
esistenziale del tempo nostro attraverso la lente focale di una paternità quasi
folle nella sua ostinata missione.
Il tempo del romanzo, scritto nel 2006 e filmato tre anni dopo, è un futuro che
è già avvenuto: il guscio vuoto che è diventato la Terra, con il suo sole
oscurato dalle ceneri e alberi morti che cadono tra le braci fredde di incendi
quasi estinti, richiamano da vicino gli incendi che devastano l’Australia, la
Siberia o la California. Quello di Palisades, a proposito, era un incendio
“cinematico”. Così il carrello della spesa con cui i due trasportano le loro
magre risorse, i vestiti stracciati che indossano, sono i carrelli e gli stracci
che popolano le migliaia di accampamenti di homeless dentro e fuori metropoli
come Los Angeles.
La povertà non necessita di alcun evento spettacolare per incistarsi. Le bande
di predoni pronti a divorare il prossimo, con le loro armi raffazzonate, i mezzi
di fortuna e la fame furiosa negli occhi, rievocano le avanguardie reazionarie
di un’America profonda, incattivita, in cerca di un riscatto dal declassamento e
che, fuor di trama, hanno trovato in Trump il proprio sovrano. Le frasi non
dette e i pochissimi e scarni dialoghi sono i resti essenziali della parola
dentro un silenzio che quotidianamente non possiamo sentire solo perché occupato
da vortici di voci superflue.
L’apocalisse di McCarthy la portiamo dentro. Questo è tanto più vero se contiamo
che lo scrittore è stato forse l’ultimo grande cantore dello spirito americano,
che un po’ si è fatto spirito del mondo, e la tragedia che ha inscenato in La
strada è la nostra tragedia intima, attualissima, ma che riannoda le sue radici
nella genetica stessa della nazione e dei suoi miti. La catastrofe non solo come
riflesso ma come radice nera della Storia che permea la soggettività presente;
come dopplegänger del Progresso: l’ascesi di un mondo fondata sull’olocausto di
mille altri. Nelle pagine dei suoi romanzi, tra la frontiera del mito western e
quella fisica fatta di fili spinati pattugliati da militari, il tempo si dilata
in un unico spazio liscio non più misurabile con gli strumenti convenzionali.
L’unica temporalità è quella dettata dallo scorrere di una natura struggente,
crudele nella sua indifferenza verso l’agire disperato degli umani e delle loro
tragiche traiettorie. La violenza dei silenziosi personaggi di McCarthy è la
violenza che pervade un intero universo infervorato da uno slancio
superomistico, volontà di potenza che lo acceca e lo spinge alla
(auto)distruzione.
> La povertà non necessita di alcun evento spettacolare per incistarsi.
Meridiano di sangue (1985; trad. it. 1996) è forse il suo romanzo più crudo: una
banda di cacciatori di scalpi guidata dal folle ed enorme giudice Holden,
incarnazione depravata del “Destino manifesto”, cavalca al confine messicano
nella guerra per strappare il territorio allo Stato vicino e alle tribù native;
ma più che un conflitto abbiamo una strage criminale dove chiunque finisce per
essere schiacciato. Innocenti, civili, alleati, combattenti e animali cadono
nella necessità di stabilire il potere esclusivo su una terra che rimane
scenario oscuro e distante, al limite di un onirico che ben si addice alle
allucinazioni di potere dei protagonisti.
È un racconto d’invenzione, eppure affonda i piedi in un’ampiamente documentata
storia di crimini di guerra che hanno edificato la “nazione più grande del
mondo” e che non sono relegate a spettri del passato ma si rinnovano ad ogni suo
passo. Mentre scriveva Meridiano di sangue, nella prima metà degli anni Ottanta,
McCarthy non aveva in mente solo le guerre ai nativi. Attorno a lui era
tangibile il trauma seguito alla sconfitta americana in Vietnam: l’orrore che si
erano riportati a casa i giovani veterani era un decimo di quello che si erano
lasciati alle spalle, in uno scenario divenuto anch’esso quasi mitologico quanto
la frontiera (basti citare, su tutti, il capolavoro di Francis Ford Coppola
Apocalypse Now, 1979).
In quel frangente le vicende degli scalpatori di Holden portavano in controluce
il segno di quell’ultima guerra e, come una premonizione, anticipavano
l’inchiesta che sarebbe emersa solo nel 2003, ironicamente al tempo delle
rivelazioni di Abu Grahib, sulla famigerata Tiger Force: il battaglione punitivo
dell’esercito americano utilizzato per terrorizzare i villaggi vietnamiti nel
vano tentativo di estirpare il sostegno popolare alla guerriglia. Eccidi,
torture, stupri e innumerevoli crimini della Tiger Force emersero chiaramente
come la punta di diamante di un uso sistematizzato della brutalità. Erano (sono)
la traduzione bellica di una politica imperiale che non ha alcuna considerazione
delle tracce del suo passaggio. Gli scapolari di scalpi di Meridiano di sangue e
quelli di orecchie della Tiger Force, le piramidi di teschi di bufalo nelle
cartoline dell’Ottocento yankee e le immagini del villaggio My Lai avvolto dalle
fiamme restano come i negativi dell’album fotografico di una storia egemone,
residui che vanificano ogni autoassoluzione. Alla fine del romanzo l’anonimo
ragazzo/narratore, complice e sopravvissuto alle vicende degli scalpatori, dopo
anni di modestia ritrova per caso il suo vecchio capo e la sua vita termina quel
giorno, con una sorta di lampo del passato che torna per battere cassa.
Durante la guerra fredda, con il tangibile rischio di un conflitto nucleare, gli
scienziati nucleari idearono, per somma fortuna di scrittori e registi, il
Doomsday Clock: un orologio che stabilisce, da inizio a fine, la storia
dell’uomo sulle dodici ore del quadrante. Oggi, nel pieno di una febbre bellica
senza antidoti, le lancette segnano 89 secondi alla mezzanotte: un minuto e
mezzo dall’estinzione della razza umana per mezzo di un conflitto termonucleare.
Finché non è disertata, la catastrofe imperiale, epifenomeno funesto della
logica capitalista, non lascia margini alla rigenerazione della vita. Non
trovano scampo nemmeno i sopravvissuti guardinghi o i suoi agenti, solo la
feroce volontà di potenza dei giudici Holden rimane intatta in un lago di
sangue.
> Non tutte le apocalissi sono così assolute e l’immaginario ne ricava una
> miniera preziosa di strumenti d’indagine.
Fortunatamente, però, non tutte le apocalissi sono così assolute e l’immaginario
ne ricava una miniera preziosa di strumenti d’indagine. Catastrofe come forma
della conoscenza quindi, sempre contesa nella dialettica dei rapporti di forza.
Il cinema americano, Wunderwaffen del softpower atlantista, è stato generoso nel
battere questo territorio e tentare d’imporgli le sue norme. Non per caso le
narrazioni del disaster (o del post-apocalyptic) movie si sono per lo più date
seguendo i medesimi schemi: il Destino manifesto trascende nel ruolo salvifico
dell’America rispetto al mondo intero e al suo popolo, s’impersonifica nell’eroe
quale Individuo (sovente maschio e caucasico) in grado di esercitare da solo un
potere trasformativo degli eventi.
Quando la catastrofe mina l’ordine delle cose, minacciando indistintamente la
vita umana e la proprietà privata, attraverso il collasso delle relazioni
sociali in una guerra di tutti contro tutti, è l’operato dell’eroe che
ristabilisce l’ordine originario attraverso la sconfitta dell’evento mostruoso
(e qui entrano solitamente in ballo gli emblemi della nazione: il presidente,
l’esercito, la White House) oppure attraverso il ristabilirsi di un piccolo
ordine in mezzo all’irreversibilità della fine: il salvataggio della famiglia
nucleare, il ritiro nella natura e la vita attraverso il lavoro manuale. Uno
spettro piccolo-borghese che proprio non vuole lasciare questo mondo.
A tagliar corto, questa è più o meno la forma che il capitale ha tentato di
imporre come proprio epitaffio, un finale gattopardiano per imbrigliare lo
spazio del possibile. E si potrebbero elencare centinaia di pellicole dove la
minaccia è differente ma il ciclo si ripete: The Day After (di Nicholas Meyer,
1983, guerra termonucleare), 2012 (di Roland Emmerich, 2009, disastro
ambientale), Indipendence Day (ancora Emmerich, 1996, attacco alieno), 28 giorni
dopo (di Danny Boyle, 2002, epidemia zombie). Eppure, un’assoluta colonizzazione
dell’immaginario costituisce ancora, a dispetto di qualsiasi Intelligenza
artificiale o algoritmo predittivo, una missione impossibile. La sua natura
ontologicamente ingovernabile ne fa un terreno impervio, da scorribande, da covo
di disertori. Per cui non andremo oltre con la filmografia dell’impero, che già
occupa posto in abbondanza e procederemo con i suoi controutilizzi.
È stato ad esempio un sabotatore particolarmente abile Jonathan Nolan, già
reduce del capolavoro western-scifi Westworld (2016), nell’ideazione della serie
Fallout (2024) che riprende le vicende alla base dell’omonima saga videoludica
di culto: un’America completamente distrutta dalle ricadute di una guerra
termonucleare è popolata da bande di predoni, eserciti pretoriani e città-stato
governate dalle più bizzarre fedi e forme politiche; pericolo e fame sono
ovunque, tra le rovine della civiltà un tempo egemone si aggirano forme di vita
mutate dalle radiazioni.
> Un’assoluta colonizzazione dell’immaginario costituisce ancora, a dispetto di
> qualsiasi Intelligenza artificiale o algoritmo predittivo, una missione
> impossibile.
Il successo del videogame fu dovuto anzitutto all’ampia autonomia di gioco di
cui gode il gamer, che lo mette in condizione di creare la propria storia
piuttosto che seguirne una predisposta (e qui già possiamo percepire il piacere
della fuga), ma soprattutto all’ambiguità morale che struttura tutto il gioco:
il giocatore/personaggio può prendere le decisioni migliori come aiutare un
bambino, o le più efferate come ucciderlo. In questa sospensione di giudizio la
catastrofe diventa una tela attraverso cui decine di migliaia di adolescenti (e
non) hanno attraversato e consumato una piccola epica personale, tagliata su
misura per ciascuno di loro.
Nolan ha utilizzato questo potere immersivo dell’ambiguità e un’estetica
retrofuturista che strizza l’occhio alla grande sci-fi degli anni Cinquanta per
costruire una spietata metafora degli Stati Uniti i cui miti perdono ogni poesia
e si rivelano goffe pezze che a malapena celano l’interesse più famelico.
La Vault-tec, mega azienda del settore tecnologico con ramificazioni
nell’industria bellica già nel pre-bomba, permette a una selezionatissima
minoranza di cittadini di vivere dentro complessi bunker sotterranei mentre
l’umanità della superficie è lasciata in balia di sé stessa.
L’azienda è onnipresente nella trama e diventa nel Fallout di Nolan l’esplicita
metafora del comparto militar-industriale, il cui strapotere provoca non solo
l’apocalisse nucleare all’origine della storia ma la riproduzione di meccanismi
di gerarchizzazione e sfruttamento delle forme di vita rigenerando i meccanismi
del capitale anche oltre la fine del mondo. Tra l’umanità dei bunker e quella
della zona contaminata vige un rapporto verticale in cui i primi si ritengono
custodi della civiltà, eletti destinati a esportare l’ordine e la verità ai
barbari della superficie, i quali dovrebbero essere ben contenti di adattarsi o,
nel caso peggiore, possono essere sterminati in quanto privi di effettiva
umanità (ecco tornare gli orrori dell’Herrenvolk che, dal genocidio dei nativi
alle guerre democratiche, allunga la sua ombra sui futuri)
La catastrofe, dentro Fallout, cessa finalmente di essere un movimento neutro
che coinvolge tutti indistintamente: la posizione all’interno della scala
sociale determina coinvolgimenti e responsabilità differenti, stabilisce la
possibilità stessa di vita o di morte; l’ambiguità morale e la violenza
riflettono una dimensione in cui l’orizzonte non è dominato da alcun destino che
guida la mano dell’eroe ma da costanti rapporti di forza tra alto e basso. Non a
caso uno dei personaggi principali, plastica incarnazione della sospensione
morale, è un pistolero mercenario vissuto a cavallo tra i due mondi che le
radiazioni hanno trasformato in ghoul, creatura tra l’umano e lo zombie; frutto
di una transizione incompleta dove i mitologici panni del cowboy sono indossati
da un mostro che ha perso cittadinanza nella comunità degli uomini e delle
donne.
> L’ambiguità morale e la violenza riflettono una dimensione in cui l’orizzonte
> non è dominato da alcun destino che guida la mano dell’eroe ma da costanti
> rapporti di forza tra alto e basso.
Mostro la cui condizione d’isolamento lo rende al tempo stesso più adatto
all’ambiente circostante e più umano degli umani stessi che, nella lotta per la
sopravvivenza, perdono ogni tratto positivo. La deformazione diventa
adattamento, l’erranza e l’ambiguità forme di resistenza. Non è l’umanità che si
salva; almeno non quella che persegue nello scimmiottare caricature di civiltà
morte e forme di vita (auto)distruttive.
Ghoul, zombie e mostruosità del dopo-fine
Il ghoul in effetti si presta bene a questo détournement. Creatura del
folk-horror dalle fattezze antropomorfe, si nutre di cadaveri e abita luoghi
desolati; è una di quelle figure reiette che viene sospinta agli angoli delle
storie. È un mostro di second’ordine: ex-umano perseguitato da una morte
incompiuta, mangia per necessità, attacca per difesa e non ha altri scopi che
l’autoconservazione; non ha fattezze animalesche né poteri sovrannaturali. È un
deforme riflesso degli umani che si ciba dei loro resti e usa gli spazi di
risulta; senziente al pari dell’umano, ne comprende la lingua e le passioni, in
una vicinanza che amplifica la mostruosità e pertanto lo costringe all’ombra
dell’esilio. Questa mutazione mette in discussione la narrazione teleologica che
legge ogni mutamento come un avanzamento verso la perfezione o una deviazione da
eliminare: ciò che non ci avvicina a Dio ci spinge verso Satana, continua a
sussurrarci una coscienza che presumiamo scientista ma allevata da secoli di
pensiero religioso. Il ghoul non avanza né devia ma muta: è alterità familiare,
inquietudine.
C’è una particolare vicinanza tra il ghoul e il più celebre zombie: simili nelle
fattezze e nell’essere una derivazione umana, a separarli è il fatto che il
primo è frutto di una mutazione, mentre il secondo di un processo di morte e
resurrezione da cui ne discende l’assenza (in fondo presunta) di ragione e una
dieta a base di persone vive. Mostro proletario per eccellenza, lo zombie ha
catalizzato su di sé interi filoni creativi e nel suo universo si è dato lo
spazio più largo per sperimentare diserzioni alla norma dell’immaginario
catastrofico. Questa specie di morte cerebrale e movimento a branchi che lo
caratterizzano, ne hanno fatto una metafora dell’omologazione e, nel periodo
della guerra fredda, un’allegoria delle masse anomiche del socialismo che veniva
a minacciare lo stile di vita americano. Qualche successiva lettura xenofoba ci
ha voluto vedere un’immagine della cosiddetta invasione dei migranti. C’è però
un’irrecuperabilità dello zombie che lo rende refrattario a qualsiasi
disciplinamento. Rintracciabile forse nella sua origine nel voodoo haitiano, in
cui le comunità afrodiscendenti lo leggevano come schiavo alternativamente
costretto al lavoro in una condizione di non-vita o tornato dalla morte per
vendicarsi del padrone.
Ogni incidente che coinvolge gli zombie porta inevitabilmente l’umanità a un
passo dall’estinzione. E d’altronde è proprio degli umani che si servono:
mangiandoli e trasformandoli ne contendono l’egemonia sulla catena alimentare,
li assorbono in una collettività espansiva che si sbarazza della civiltà
instaurando un nuovo regime di natura assolutamente privo di gerarchie e
sfruttamento: gli zombie non hanno nomi né volti distinguibili, non hanno
lingua, genere, proprietà né titoli, mangiano solo animali umani e soltanto
quanto necessario alla loro riproduzione di specie. Lo zombie non è un
postumano, non nel senso di un superamento costruttivo, non aggiunge nulla alla
specie; non è nemmeno un subumano, poiché non degrada la forma di vita umana a
uno stato inferiore: la annienta per farsi spazio. Siamo davanti a un salto di
specie, uno spillover dell’immaginario. Le orde senza verbo sembrano dire: i
morti siete voi! La non-coscienza zombie, mai davvero confutabile, è
l’annullamento dell’eccezionalità antropica che liquida millenni di cosiddetto
progresso imponendo il paradigma di un mondo altro. La fine del mondo è la fine
del mondo degli uomini.
> La fine del mondo è la fine del mondo degli uomini.
Ne era ben consapevole George Romero, maestro assoluto del genere, che nella
pellicola Land of the dead (2005), quasi al termine della sua carriera, rende
esplicito il passaggio di testimone. In un pianeta ormai occupato dai non-morti
le comunità umane vivono in città-stato fortificate e diseguali, dove pochi
satrapi spadroneggiano su masse affamate. Il territorio esterno, popolato dagli
zombie, è attraversato esclusivamente per la caccia alle risorse e i suoi
abitanti massacrati con noncuranza fino a provocarne una marcia vendicativa
sulla città, che degenera nella rivolta interna e nel suo collasso definitivo,
con l’eliminazione dei padroni locali proprio per mano dei non-morti. Nelle
ultime scene, il protagonista ha l’opportunità di sterminare l’orda che si
ritira ma riconoscendo, per la prima volta nella filmografia prima che nella
pellicola, una forma di vita si fa da parte. Se i sopravvissuti umani possono,
nel finale, ricostruire una comunità su basi più eque è perché si sono liberati
non dagli zombie, di cui condividevano la miseria, ma dai vivi regnanti.
L’estinzione delle forme di potere è una catastrofe che schiude le possibilità
di ibridi inediti.
Riflettendo il proprio tempo e le sue urgenze, negli ultimi anni questi ibridi
si sono fatti via via spazio nel genere anche in modalità inaspettate. Una
traccia di ciò è rintracciabile nella serie The last of us (2023), dove una
mutazione del fungo parassita Cordyceps, solitamente associato alle formiche, si
trasmette agli umani compiendo il suo spillover grazie al riscaldamento globale.
Gli zombie in questo caso vengono governati dalla simbiosi micotica che ne
determina le azioni e li connette tra loro in una coscienza collettiva
attraverso il micelio. I corpi trasmettono informazioni tra loro e si
modificano, si compostano l’un l’altro per dare nutrimento alla specie.
Inaspettato matrimonio tra gli zombie di George Romero e i funghi di Anna Tsing.
Seppure lo schema narrativo ripeta il ciclo dell’eroe che deve riportare le cose
al punto di equilibrio, nessuna “Restaurazione” è possibile: mentre gli umani
perpetuano la loro esistenza violenta e si spengono poco a poco, gli infetti
proliferano ovunque candidandosi a ereditare la Terra in piena reciproca
connessione. Il mostruoso emerge come effetto dell’incapacità umana ad andare
oltre sé stessa.
A guardar bene, ciò che ritorna in scena nei futuri catastrofici è una
condizione arcaica dell’umanità, la sua origine prima della scrittura e dei
sovrani. Intorno al V millennio a.C. piccole civiltà stanziali dell’Europa
centro-occidentale vennero investite dalle tribù delle steppe orientali: genti
dalla lingua incomprensibile che si muovevano a dorso di cavallo, animale ancora
sconosciuto in quei territori e che saranno apparsi a quei contadini come
spaventosi ibridi: centauri dalle gambe equine e busto umano. D’altronde
l’ibrido faceva parte dell’orizzonte entro cui si muovevano. Come riporta Luca
Misculin nel suo podcast L’invasione, a montare quei cavalli erano molto spesso
giovani maschi, poco più che bambini, nell’atto di compiere il rito di
passaggio: il Koryos, un periodo di anni in cui tutti i ragazzi coetanei
abbandonavano il proprio villaggio per trascorrere un tempo di nomadismo prima
di fare ritorno come adulti.
La vita dei membri del Koryos si conformava, più che alla vita umana, a quella
dei branchi di lupi con il loro errare predatorio, le mutevoli leggi interne. E
nei lupi questi ragazzi si identificavano e riferivano a sé stessi, dei lupi
vestivano le pelli. Non vi è dubbio che l’apparire nei villaggi di queste
chimere cavallo-umano-lupo fosse presagio di violenza, la loro sopravvivenza
legata al saccheggio ne ha determinato l’espansione disordinata su nuovi
territori, ma è altrettanto vero che molto spesso questi gruppi finirono per non
tornare ai luoghi d’origine e stanziarsi presso altre comunità. L’erranza del
Koryos, pur col suo portato di brutalità patriarcale, nell’incontro/scontro con
umanità differenti, ha finito per rideterminare l’assetto di un mondo, ponendo
fine a forme di vita conchiuse e seminando quella che sarebbe diventata la
civiltà protoindoeuropea. Le piccole apocalissi che investivano i modesti
insediamenti del continente, estinguevano un passato per “compostarlo” nelle
possibilità di forme di vita altre, più ampie.
La catastrofe è il modus della Storia
La storia del mondo è una storia senza morale, quella dell’umanità è una storia
di catastrofi. Ciò è particolarmente vero, come abbiamo visto, per la modernità.
A differire oggi è che le evidenze di un mutamento climatico senza precedenti ci
si riversano contro con una forza che l’attuale livello tecnologico permette di
osservare, misurare e prevedere, senza però riuscire a fermarla. Gli umani
osservano per la prima volta da vicino l’eventualità dell’estinzione per propria
mano. Tutto ciò non è più eludibile da alcun discorso politico, è il Tema, la
cornice entro cui ogni cosa necessita di essere interpretata.
> A guardar bene ciò che ritorna in scena nei futuri catastrofici è una
> condizione arcaica dell’umanità, la sua origine prima della scrittura e dei
> sovrani.
Ma c’è un di più, un’eccedenza che si intreccia e non si esaurisce nella
questione ecologica e fa tracimare ovunque un senso di fine. La crisi è
ambientale, politica, esistenziale, finanziaria, culturale, produttiva,
sanitaria; è ovunque e si autoalimenta, tratteggia affreschi da Hyeronimus Bosch
in un mondo che non sa più tenersi insieme, che favoleggia sulla propria fine
proprio per l’incapacità di pensare sé stesso in un avvenire. Presi dal panico
di un tempo che diviene ingovernabile e atterriti dall’assenza di strutture
psichiche collettive in grado di farci sentire saldi nel presente, pensiamo che
nulla sopravviverà alla nostra fine.
Questo pensiero sciocco ed etnocentrico (ci preme sottolineare il prefisso
etno-) è il primo dispositivo di governo delle alterità possibili. Ma se la
modernità è catastrofe allora siamo oggi dinanzi a una ripresa di senso delle
cose. La presunzione dell’universalismo bianco di forgiare un mondo a propria
immagine a qualunque costo non poteva che produrre edifici fragili; la fine
della storia con cui il liberismo ha legittimato sé stesso in quanto Nomos della
terra non era che un abbaglio. Ottuso e autoreferenziale squillo di trombe, ha
intenzionalmente rimosso e oscurato qualsiasi moto lo eccedesse. E quando le
fondamenta del suo edificio hanno iniziato a tremare, la Storia si è
ripresentata alla porta, lo ha costretto in tempi strettissimi a tornare sui
propri passi e discutere di fine della fine della storia. Possiamo seguire la
suggestione di Anton Jäger nel suo Iperpolitica (2024), quando osserva che la
desertificazione sociale prodotta dal neoliberismo ha determinato un’umanità
alienata, piegata su sé stessa e priva di respiro collettivo. Senza classi,
chiese, partiti, senza forme di organizzazione delle collettività esistono solo
individualità e fragili bolle. Dopo una brevissima estate le società del
benessere si sono trovate, crisi dopo crisi, a svegliarsi da un sonno
farmacologico e a necessitare di una grammatica del mondo che avevano
disimparato.
È arcinoto l’adagio per cui è più probabile la fine del mondo che del
capitalismo; non esiste a oggi un modello alternativo in grado di sfidare il
campione in carica; motivo in più per cui occorre osservare tra le sue scorie
per trovare strumenti utili. Come lo stato d’eccezione, la catastrofe non si
pone come momento chiuso in sé, slegato dal mondo in cui si manifesta, piuttosto
è una contingenza che ne porta all’estremo i tratti salienti: nel caos che
l’accompagna, è un momento di disvelamento. Il suo darsi in permanenza la
configura come dispositivo di governo. Visto e agito dall’alto, il campo del
possibile è un momento di ristrutturazione del modo di produzione. Un buon
affare, anche se sporco. Ridevano gli imprenditori edili mentre L’Aquila si
sbriciolava nel sisma del 2009.
Parallelamente è un ottimo momento per stabilire un ordine rigido e un maggiore
controllo sociale, recuperando le linee di fuga e soffocando le forme di
autorganizzazione emerse dalla necessità che si presentano come rotture
potenziali in grado di ribaltare l’assioma. Ecco allora che assumere la
catastrofe come campo del possibile significa cogliere le vie di trasformazione,
resistenza e abitabilità dell’attuale scenario tardocapitalista proprio
attraverso le sue rovine, Il tentativo prioritario è sottrarla alle narrazioni
immobilizzanti dell’immaginario apocalittico, al fine di sondare questa ipotesi.
> Vi è un doppio movimento all’interno della catastrofe: ristrutturazione
> dall’alto, fuga dal basso; irrigidimento dei dispositivi di governo e
> istintivi tentativi di sottrazione.
Vi è allora un doppio movimento all’interno della catastrofe: ristrutturazione
dall’alto, fuga dal basso; irrigidimento dei dispositivi di governo e istintivi
tentativi di sottrazione. Apre un margine di conflitto che può spezzare il
continuum della storia o riassestarlo sui suoi binari Questa è la grammatica
dimenticata che occorre reimparare per non soffocare tra le macerie ma abitare
un mondo di rovine, per decifrarne il senso. L’apocalisse oggi spaventa non come
evento escatologico, ma come lingua dimenticata. Siamo tornati al cospetto di
una catastrofe che non se n’era mai andata, semplicemente avevamo smesso di
guardarla, di riconoscerla e riconoscerci in essa.
L'articolo Echi dalle rovine proviene da Il Tascabile.
“I l giorno in cui mia figlia nacque morta, dopo aver stretto il futuro rosa
dalle labbra di bocciolo tra le mie braccia tremanti, tenera inanimata, e aver
ricoperto di baci e lacrime il suo volto, dopo che ebbero passato la mia defunta
bambina a mia sorella che la baciò, poi al mio primo marito che la baciò, poi
a mia madre che non sopportò di tenerla, dopo che l’ebbero portata fuori dalla
mia stanza d’ospedale, minuscola cosetta inanimata in fasce, l’infermiera mi
diede dei tranquillanti e una saponetta e una spugna.”
La prima pagina di The Chronology of Water (La cronologia dell’acqua, 2022) di
Lidia Yuknavitch riporta la storia di un trauma ingombrante e doloroso, dove il
linguaggio – il movimento della sintassi spezzato e incerto, come se stesse
scrivendo proprio dopo aver “partorito” – si fa portavoce di una ferita ancora
aperta e pulsante. Questa scena è uno dei primi movimenti dell’omonimo film,
nonché esordio alla regia, di Kristen Stewart, presentato nella sezione Un
certain regard dell’ultimo Festival di Cannes, dove l’autrice decide di
riprodurre pedissequamente la frammentazione del racconto di Yuknavitch, per
l’appunto fatto di istantanee. Il corpo della protagonista, Lidia, e il modo in
cui gradualmente cambia forma, si ridefinisce, si sfibra, rinasce, muore, per
poi risorgere nuovamente, è il centro nevralgico di queste istantanee, sia
visive che letterarie.
Il primo sintagma del paragrafo (“Il giorno in cui mia figlia nacque morta”)
consente al lettore di entrare immediatamente nell’ecosistema narrativo del
romanzo, individuando, inoltre, il taglio che l’autrice avrebbe dato a tutto il
resto del racconto. Il primo sintagma dello stesso paragrafo, Stewart lo traduce
inquadrando il sangue sgorgante nella doccia e nella vasca da bagno; il corpo di
Lidia piegato in due, la voce strozzata dal pianto mentre chiede scusa, a sé
stessa, al suo bambino, a sua sorella che l’abbraccia.
The Chronology of Water di Kristen Stewart è un film che lavora apertamente
sulla struttura della perdita come dispositivo narrativo. Rispettando
l’ambizione del memoir di Yuknavitch il film si costruisce come un flusso, un
continuum in cui tempo e spazio si disfano, come in un incubo o in un corpo che
non riesce più a contenere la propria storia. E quindi esplode: Stewart e
Yuknavitch fanno vibrare sulla pagina e sullo schermo i significati di un dolore
che lacera, che si ripete, che torna indietro, che non si chiude. Quest’edizione
del Festival di Cannes riunisce alcuni film attorno a un medesimo nodo
esistenziale: quello del dolore, della perdita, dell’identità che si smargina di
fronte a un trauma, e che, nonostante questo, non trova lo spazio per rinascere.
Il cinema si fa riflesso oscuro (e volutamente irrisolto) di un’umanità in cerca
di redenzione, e lo fa attraverso autrici e autori che lavorano sul margine, sul
limite. I tre film che più hanno dato forma a questa sensazione ‒ Her Will Be
Done di Julia Kowalski, Alpha di Julia Ducournau e The Chronology of Water di
Kristen Stewart – si muovono su codici estetici e coordinate linguistiche molto
diverse, agli antipodi; tuttavia, sembrano comunicare sotterraneamente, insieme,
un’idea di cinema non come messaggio ma come ferita aperta, qualcosa che
l’immagine stessa non riesce – né vuole, probabilmente – rimarginare.
> The Chronology of Water di Kristen Stewart lavora apertamente sulla struttura
> della perdita come dispositivo narrativo: il film si costruisce come un
> flusso, un continuum in cui tempo e spazio si disfano, come in un incubo o in
> un corpo che non riesce più a contenere la propria storia.
Il sangue è l’elemento visivo dirimente in The Chronology of Water e Alpha. Il
sangue che riga il braccio fresco di tatuaggio – e infettato – della giovane
Alpha; il sangue che si porta dietro la nascita di un feto morto, il sangue che
resta dopo i tagli e le ferite inferte da Kim Gordon a Lidia in una delle sedute
di BDSM dove quel dolore trovava finalmente un nome, una collocazione, una
modalità d’esistenza, dove al senso di colpa si sostituiva il piacere più
libero. Oltre alla presenza del sangue come simbolo, a legare The Chronology of
Water e Alpha sono i significati di un dolore interno, viscerale, sia per Lidia
che per Alpha quotidiano e per questo non sempre traducibile in parole. Il corpo
e il suo linguaggio emergono qui come tramite con cui comunicare ciò che anni di
soprusi e violenze hanno taciuto: nella maniera più radicale possibile i corpi
di Lidia e Alpha hanno cicatrizzato quella ferita, che sia un parto, una rottura
precoce dell’imene o un tatuaggio iniettato di sangue, e non ne sono uscite vive
ma in attesa di una nuova, ulteriore trasformazione.
Quella dei corpi malati di AIDS che Julia Ducournau metaforizza con le carni che
– letteralmente – si pietrificano e rischiano di frantumarsi al minimo tocco.
Memore dell’ultimo Cronenberg nell’idea del corpo non più come materia pulsante
e viva ma diradata, Alpha immagina che l’epidemia di AIDS trasformi le persone
in statue di marmo. Il film non è solo un’allegoria fortissima della violenza
istituzionale, medica, sociale cui sono stati sottoposti quei corpi e quelle
identità tra gli anni Ottanta e Novanta; per quanto respingente da un punto di
vista narrativo, insolito rispetto a ciò cui Ducournau aveva abituato gli
spettatori, Alpha racconta il corpo malato come spazio in cui desiderio, paura,
morte e memoria collidono.
L’immagine non si limita a colpire lo sguardo, ma richiede uno sforzo di
attenzione che va oltre l’immediatezza visiva. Invita a soffermarsi, a
riflettere, a collocarla in un contesto più ampio, che è insieme culturale,
sociale e politico. In questa prospettiva, l’opera assume i contorni di una
presa di posizione: una consapevolezza che non si esprime in modo esplicito, ma
che si rende evidente a chi è disposto a leggerla. Lo slogan adottato da diversi
movimenti LGBTIQA+, “siamo tutt* sierocoinvolt*”, riassume questa posizione. Non
si tratta soltanto di uno slogan, ma di un invito ad assumersi una
responsabilità collettiva nella lotta contro l’epidemia da HIV e contro lo
stigma che ancora colpisce le persone sieropositive. L’immagine, attraverso il
linguaggio simbolico dei corpi scolpiti, fissa questa consapevolezza nella
materia. Il marmo, con la sua solidità e permanenza, diventa così il veicolo
attraverso cui il messaggio si sedimenta, non come un’istanza transitoria ma
come una condizione permanente che interroga lo spettatore.
> Alpha immagina che l’epidemia di AIDS trasformi le persone in statue di marmo:
> non solo un’allegoria della violenza istituzionale, medica, sociale cui sono
> stati sottoposti quei corpi e quelle identità tra gli anni Ottanta e Novanta,
> ma un racconto del corpo malato come spazio in cui desiderio, paura, morte e
> memoria collidono.
Ma cosa vogliono diventare Alpha e Lidia? Il desiderio sta nel mezzo. La sabbia
che pervade l’inquadratura all’inizio e alla fine di Alpha e l’acqua come
nascita e cancellazione che domina The Chronology of Water sono gli elementi
naturali che fanno da sfondo a storie che non cercano agnizioni. Il dolore della
separazione e della perdita così come quello dell’identità divisa emerge anche
in Her Will Be Done di Julia Kowalski, presentato alla Quinzaine des Cinéastes,
un’opera, in apparenza, più sommessa rispetto alle altre ma con analoga potenza
visiva.
Il film comincia con un fuoco e una maledizione che deve essere estirpata da un
corpo femminile, i cui lineamenti a stento si scorgono. Ancora una volta la
natura come “sigillo” e il fuoco come elemento catartico entro cui insinuarsi
per purificarsi da una malattia, un’infezione (come in Ducournau): una
genealogia del male che perdura da secoli nelle donne della famiglia di cui Her
Will Be Done ci parla. Le fiamme dell’inizio avvolgono il corpo e le urla della
madre che non gli sopravvive; prima la madre, quindi, prima ancora,
probabilmente, la madre di sua madre e ora sua figlia, che inevitabilmente
eredita quel demone che il più delle volte deflagra senza preavviso
contorcendole la voce e tutte le membra. Nella fattoria dove lavora con la
famiglia, Nawojka è circondata e “protetta” dal padre – cosciente del destino
che attende la figlia ‒ uomo burbero e severo, e da due fratelli, entrambi
sgradevoli. Il maggiore dei due è prossimo al matrimonio, una cerimonia che
riunirà gran parte degli abitanti di questa piccola comunità rurale francese. Ma
Nawojka e la sua famiglia restano degli outsider: immigrati polacchi, lentamente
ma inesorabilmente integrati nella comunità locale.
In un paesaggio psicologico già carico di tensione fa il suo ingresso Sandra,
un’ex abitante del villaggio tornata dopo una lunga assenza per vendere la casa
dei genitori, recentemente scomparsi. Sandra attraversa questo mondo grigio con
una presenza fisica ed estetica che non passa inosservata e in lei concentra una
forma di energia che risveglia qualcosa in Nawojka: non solo un desiderio
sessuale sentito da un’adolescente che sta diventando qualcos’altro, ma anche un
senso di forza, e un rifiuto categorico di piegarsi all’ignoranza e alla
meschinità che permeano la comunità locale.
> Her Will Be Done comincia con un fuoco e una maledizione che deve essere
> estirpata da un corpo femminile, i cui lineamenti a stento si scorgono. Ancora
> una volta la natura come “sigillo” e il fuoco come elemento catartico entro
> cui insinuarsi per purificarsi da una malattia, un’infezione.
Non per caso, i passaggi in cui il demone s’impossessa di Nawojka sono per lo
più successivi agli incontri, seppure fortuiti e brevi, con Sandra; nella sua
inconsapevolezza – Sandra è sì elemento di rottura nella narrazione di Nawojka
ma è anch’essa un’allegoria, non consapevole della sua forza – la donna rievoca
nella giovane tutti i sentimenti e tutte le emozioni sepolte dalla perdita della
madre e sopraffatte dal controllo patriarcale di suo padre e dei suoi fratelli.
Al centro del film c’è una riflessione sul prezzo da pagare per affermare sé
stessi in opposizione alle aspettative imposte da una società patriarcale, sul
confine incerto tra fede e paura, e sul potere che una comunità attribuisce alle
proprie leggende. Se in The Witch (2015) di Robert Eggers la stregoneria e il
“male” arrivano come agnizione finale, in cui la giovane protagonista
interpretata da Anya Taylor-Joy si riconosce nel suo destino, qui la devianza,
l’ambiguità, sono qualcosa da cui la narrazione è pervasa dall’inizio alla fine.
Il ritmo del racconto è lento e misurato: momenti di contemplazione immersi nel
vuoto rurale si alternano a immagini crude, viscerali, che spezzano la quiete
con violenza improvvisa, come la magnifica e silenziosa sequenza del
cannibalismo o quella in cui Nawojka si dà fuoco per eliminare tutti i suoi
peccati. I flashback appaiono come brevi lampi ‒ come i frammenti dei traumi
passati di Lidia in The Chronology of Water ‒ lasciando allo spettatore il
compito di ricostruire il destino di Nawojka, come si farebbe con un racconto
popolare, intrecciando indizi, simboli e intuizioni.
Il corpo, quindi, diventa la simbolizzazione che permette all’io di emergere.
Nel saggio La coupable (in La jeune née, con Hélène Cixous, 1975) ‒ ricorda
Lidia Curti ‒, la filosofa e critica letteraria francese Catherine Clément
parla della strega, della straniera e dell’isterica, come di colei che incarna
una sintesi impossibile, occupando lo spazio dell’insolito, di ciò che sta fuori
dalla norma, gli interstizi, per l’appunto, di un ordine codificato (La voce
dell’altra. Scritture ibride tra femminismo e postcoloniale, 2018). Clément
avrebbe guardato proprio alla figura della tarantolata nel Mezzogiorno italiano,
e considerato la sua “tarantella”, dovuta al morso immaginario della tarantola ‒
e quindi il ballo, la danza dionisiaca ‒ come la risposta del soggetto femminile
alle gerarchie patriarcali. Una danza demoniaca di follia, quella che muove
Nawojka e Sandra: se la tarantolata si muove per rompere gli incantesimi da cui
è circondata, il demone della giovane va a colpire, con i suoi movimenti
spasmodici e bruschi, la presunta immobilità e fissità in cui l’avevano
cristallizzata suo padre e i suoi fratelli. La donna-isterica, la figura che
fuoriesce dai canoni, che non s’identifica col padre né con altre sue
ramificazioni, che non risponde al richiamo del padre o del fratello, mette in
questione l’altro così come sé stessa, spostando e cambiando le cose, non
trovando una collocazione.
> Al centro del film c’è una riflessione sul prezzo da pagare per affermare sé
> stessi in opposizione alle aspettative imposte da una società patriarcale, sul
> confine incerto tra fede e paura, e sul potere che una comunità attribuisce
> alle proprie leggende.
Her Will Be Done si muove in un territorio non nuovo al cinema contemporaneo:
quello di una giovane donna oppressa da una società patriarcale, in conflitto
con la propria identità e sessualità; non ci sono elementi di novità, ma,
d’altra parte, una sensibilità acuta e personale nel restituire l’immaginario di
riferimento, tra le trame del folk horror e qualche accenno all’horror corporeo
e materico di Cronenberg, Ducournau stessa, Tsukamoto. La regista costruisce un
mondo credibile e coerente da ogni punto di vista prima di stravolgerlo
gradualmente, elaborando l’idea della stregoneria come metafora per
l’autodeterminazione e la disobbedienza.
Per concludere, abbiamo parlato di tre opere che condividono la medesima
urgenza: mettere in scena il corpo come luogo di conflitto, di trasformazione,
di memoria. Se in Alpha la malattia si pietrifica nella carne, metafora di
un’epidemia e dello stigma sociale che ne deriva, e se in The Chronology of
Water il dolore trova nella scrittura e nell’acqua una possibilità di
re-immaginazione simbolica, in Her Will Be Done è il fuoco a definire il
tramite, la soglia da oltrepassare per poter esistere fuori dai confini imposti.
Abitare il dolore per ascoltarlo e poi trasformarlo; nessuno di questi film
propone una via di uscita: al contrario, le tre autrici scelgono di abitare la
ferita, di fermarsi nel trauma, rendendolo forma di un’identità che non si
ricostruisce, ma si espone nei suoi tagli, nelle cicatrici, nel corpo martoriato
dal fuoco, e si espande, si riscrive.
L'articolo Cannes 78 proviene da Il Tascabile.
P er i più distratti Steven Soderbergh è un regista che gira molti film, forse
troppi. Che cambia genere da un film all’altro, dirige bene gli attori, sa
tenere avvinti alla trama. Il prototipo del regista medio americano, una
categoria che apparteneva al secolo scorso e che oggi sembra una specie
protetta, destinata a essere fagocitata dalle piattaforme e dagli altri
supercattivi digitali a cui ci piace attribuire ogni colpa.
Non è così. Soderbergh per primo sembra essere disinteressato a come viene
percepito da pubblico e critica, libero di svolazzare da un ambito all’altro e
mescolare il gioco e l’esercizio intellettuale, il romanzo e l’analisi
sociologica e psicologica, l’alto e il basso. La sua è un’interpretazione del
cinema e delle sue infinite potenzialità – che ancora sono tali – che si
potrebbe definire hitchcockiana e che non è in contraddizione con il ricorrente
annuncio di voler girare un ultimo film e abbandonare tutto. Perché Soderbergh è
come quegli atleti che annunciano più volte il ritiro, ma poi ci ripensano e
regalano un’ultima prodezza (da piccolo ricordo di aver assistito ad almeno tre
partite di calcio per celebrare un argentino di nome Ardiles, che evidentemente
era solito ripensarci).
Più è tentato dal desiderio di smettere, più sembra che lo stimolo intellettuale
lo porti in direzione di uno sforzo ulteriore per studiare la natura umana e
offrire qualcosa di unico. L’oggetto ricorrente del cinema di Steven Soderbergh
è l’homo sapiens e come la sua complessità cerebrale si mescoli con la sua
sostanza ferina; con la sua capacità di costruire sovrastrutture in cui
smarrirsi e soffrire, come il capitalismo, e la sua volontà di uscirne e
ritrovare la libertà. Quando parla di rapine, di spogliarellisti, di spie, di
stalker o di fantasmi, Soderbergh racconta sempre di questo, di uomini e donne
in fuga dalla gabbia che si sono costruiti. Lo fa al ritmo di un film abbondante
all’anno, instancabile, e nell’ultimo caso, con Black Bag – Doppio gioco (2025)
ha realizzato quella che appare quasi come una summa di questo pensiero e di
questa poetica.
La sovrastruttura è il racconto di spionaggio nell’epoca della post-verità, che
si incastra con un’altra, quella della relazione di coppia e della conseguente
necessità di fiducia reciproca, in un presente in cui ogni unione sembra vicina
al punto di rottura. È il terzo film di un sodalizio che ha visto Soderbergh
avvalersi della sceneggiatura di David Koepp (in curriculum Carlito’s Way,
Mission: Impossible e lo Spider-Man di Sam Raimi, 2002, quello del “da un grande
potere derivano grandi responsabilità”): i precedenti sono Kimi – Qualcuno in
ascolto (2022), il film definitivo sulla pandemia (quella vissuta, ma Soderbergh
aveva girato già il film precognitivo sul vaticinio della medesima, Contagion,
2011), e Presence (2024), esperimento in soggettiva dove il punto di vista è
quello del fantasma che infesta una dimora.
> La sovrastruttura di Black Bag è il racconto di spionaggio nell’epoca della
> post-verità, che si incastra con un’altra, quella della relazione di coppia e
> della conseguente necessità di fiducia reciproca, in un presente in cui ogni
> unione sembra vicina al punto di rottura.
Come Soderbergh sia giunto qui è un percorso troppo lungo da raccontare in poco
spazio, ma gli inizi li ricordiamo tutti: con Sesso, bugie e videotape (1989),
intuisce in anticipo di un decennio la crisi della virilità e del machismo, il
potere dell’immagine filtrata dai media, l’erotismo della sessualità suggerita e
osservata più che esperita. Con quel film si suole dire che nasca il cinema
indipendente. E se gli anni successivi al debutto saranno un tentativo di
trovare una propria identità nell’incertezza, sarà il seguito della storia a
rendere Soderbergh l’autore elettrizzante che oggi sa fotografare la
contemporaneità come nessun altro. Dopo il successo di Ocean’s Eleven – Fate il
vostro gioco (2001) e seguiti vari, una volta che la critica sembra poter
nuovamente accantonare Soderbergh come un regista medio, come un incidente di
percorso sopravvalutato dai più, ecco che il cineasta di Atlanta scava nel
torbido ed estrae dal cilindro alcune B-side destinate a diventare titoli di
culto. Cose come Effetti collaterali (2013) o The Girlfriend Experience (2009) –
che sdogana l’uso di una pornostar, in apparente controcasting – e prima ancora
Out of Sight (1998) o L’inglese (1999), sottovalutati lavori destinati a
influenzare decenni di cinema.
Ma è il Soderbergh del terzo millennio quello che forse rimarrà, per la capacità
sfacciata di concentrarsi sul cash flow, sull’intelligenza di “seguire il
denaro” per arrivare in fondo alla tana del Bianconiglio, dove si cela il
segreto profondo del sogno americano. Un film come Panama Papers (2019), quasi
didascalico nella sua meccanica rappresentazione di cosa significhi “seguire il
denaro”, è la teoria pura, esternata senza sotterfugi. Ma è nel simbolico e dove
meno ce lo si può attendere che le regole espresse in Panama Papers trovano la
realizzazione più compiuta, rimanendo nella struttura del cinema americano
classico ma raccontando una società che con il classico e il secolo breve non ha
più nulla a che fare. La stella polare della ricerca dell’ultimo Soderbergh è il
denaro, il Capitale, the root of all evil itself. Nessuno come lui ha saputo
negli ultimi trent’anni raccontare l’ossessione dell’America per il denaro e
come quest’ultimo si accumuli o sparisca, transiti da una tasca all’altra, crei
e distrugga vite intere. Ocean’s Eleven, The Girlfriend Experience, Effetti
collaterali o l’esplicitamente teorico Panama Papers non sono che
circonlocuzioni attorno al biglietto verde; variazioni minime, quasi
intercambiabili, di una struttura portante, come lo erano principi, streghe e
principesse nelle fiabe dei fratelli Grimm.
> La stella polare della ricerca dell’ultimo Soderbergh è il denaro, il
> Capitale, the root of all evil itself. Nessuno come lui ha saputo negli ultimi
> trent’anni raccontare l’ossessione dell’America per il denaro e come
> quest’ultimo si accumuli o sparisca, transiti da una tasca all’altra, crei e
> distrugga vite intere.
Ed è proprio una fiaba Magic Mike’s Last Dance (2023), capitolo conclusivo della
vicenda di uno stripper di buon cuore, con tanto di maggiordomo vigile, castello
senza un re e un salvifico unicorno, invocato da una regina che attende il
risveglio dei sensi (il ballo del vero amore). Ad accomunare favola e strip show
è la grana grossa della metafora, di cui Soderbergh si serve per raccontare la
condizione odierna dell’elemento performativo, ingabbiato da un cinema
anestetizzato e incapace di far sognare, deprivato di ogni carnalità perché
troppo attento a non scontentare nessuno, troppo timoroso di prendere rischi.
Ecco quindi irrompere l’esperienza fisica e tattile, sessualmente liberatoria,
in un contesto soggiogato dalla ricerca del profitto. Così come in precedenza un
prodotto della mercificazione del sesso – la Sasha Grey di The Girlfriend
Experience – poteva rivelarsi capace di dimostrare un’inattesa sensibilità, o di
sovvertire le leggi del Capitale dopo averne scrutato gli anfratti più oscuri e
peccaminosi.
Nel 2021, data che significa immediato post-Covid, in mezzo a una miriade di
opere onanistiche di cineasti che si riprendono e si raccontano nei giorni del
lockdown, Soderbergh stringe una collaborazione che diverrà sodalizio con David
Koepp. L’esito è Kimi, visto da pochi, un dispositivo thriller impeccabile che
racconta la pandemia all’interno di una cornice di genere. I primi minuti, in
cui il CEO di una startup conduce una call di Zoom in mutande, ma mostrando a
favore di webcam un completo impeccabile, hanno già emesso una sentenza sulla
speranza di “diventare migliori” che i soliti ottimisti auspicavano, una volta
conclusasi l’esperienza pandemica. Bassezze e sotterfugi di una new economy
posticcia e cafona, che chiama un’azienda Amygdala, come il primo utensile
inventato dall’uomo, pretendendo di produrre qualcosa di altrettanto
indispensabile per la collettività. Ma dove l’amigdala permise all’uomo del
Neolitico di vincere gli ostacoli dell’ambiente circostante, Kimi –
un’intelligenza artificiale sul modello di Alexa ‒ è un dispositivo nato per
ascoltare, registrare e affinarsi. Siamo noi uomini a essere le amigdale di
Kimi, a tal punto che sarà la macchina stessa a intrappolare inconsapevolmente
il suo creatore.
Senza una cifra stilistica ricorrente né vezzi esoterici atti a compiacere la
critica, Soderbergh è autore proprio per la sua capacità di spaziare tra
mainstream e indie, pur di aderire al presente e intuire il futuro prossimo. È
un camaleonte che muta in continuazione, per potersi mimetizzare in una società
deideologizzata ma fintamente specializzata, ossessionata dalla verticalità e
smarrita in mille rivoli non comunicanti. Una realtà complicata da interpretare,
anche quando spesso non vale la pena farlo. Ma per Soderbergh vale sempre la
pena. È nella sua metodica e maniacale ricerca, degna di George Woodhouse, il
protagonista di Black Bag, che sta tutta la differenza rispetto ai colleghi.
Dove gli altri sono fragili, George è impermeabile; dove gli altri si lasciano
andare, George ragiona, senza smarrire mai la lucidità. Inserito nel contesto
del servizio segreto britannico, che è locus cinematografico per definizione, e
con un capo come Pierce Brosnan, de facto ex James Bond, George è addestrato a
scovare la verità sotto vari strati di menzogne e senza ricorrere a macchine
apposite, benché non disdegni farlo occasionalmente. Il metodo George è tale
anche quando è costretto ad applicarlo alla moglie e spia, di cui è
profondamente innamorato e geloso, come un monogamo fedele di altri tempi.
> Senza una cifra stilistica ricorrente né vezzi esoterici atti a compiacere la
> critica, Soderbergh è autore proprio per la sua capacità di spaziare tra
> mainstream e indie, pur di aderire al presente e intuire il futuro prossimo.
Il piano-sequenza iniziale, che segue “scorsesianamente” la nuca di Michael
Fassbender nell’attraversamento di locali notturni per incontrare un collega,
trasmette senza ricorso alle parole il disagio di George di fronte a un contesto
alieno. Ma la necessità di intraprendere il viaggio è guidata da un obiettivo
più elevato: il senso del dovere e la ricerca della verità, che, per George,
sono sinonimi. La sequenza successiva, ancor più strabiliante, pone di fronte a
un tavolo sei personaggi e li sottopone a un gioco al massacro di rivelazioni e
menzogne. Le seduzioni incrociate, e la costante tensione sessuale che
trasmettono, transitano in seguito da sedute di terapia della psicologa dei
servizi segreti, lei stessa al centro di un triangolo scaleno di relazioni e
tradimenti. Si delineano due rami paralleli: il tema principale e apparente, la
trama spionistica, seguita con meticolosa attenzione; e il tema, sotterraneo ma
non troppo, della fiducia in una relazione coniugale nell’era degli avatar e
della doppiezza sistematica.
George vuole andare fino in fondo a ogni cosa, come la macchina da presa
impazzita di Soderbergh: anche quando questo non è possibile e la razionalità è
costretta ad arrendersi di fronte all’irraggiungibilità dell’onniscienza. La
montagna del Purgatorio di Ulisse o il piano metafisico e inaccessibile per
Virgilio sono per George i non detti del sentimento d’amore, che obbligano a
fidarsi, senza conoscere. “In passato c’erano gli artisti e i filosofi che ci
aiutavano a distinguere. Ora no” dice Soderbergh stesso di fronte alla
complessità interpretativa del presente e la similitudine tra autore e alter ego
si fa fusione pura e semplice. La scelta di affidare il ruolo di George a
Michael Fassbender è semplicemente perfetta: la sua graduale trasformazione in
androide risale già a Prometheus (2012) di Ridley Scott, ma anche The Killer
(2023) di David Fincher insisteva su questo repertorio attoriale, qui
ulteriormente affinato.
Nelle mani di Soderbergh, l’attore diviene l’unico 007 possibile per questi
tempi incerti: la capacità di rendere credibile l’unemotional George è tanto più
straordinaria quanto è percepibile l’unico momento in cui il suo aplomb vacilla.
Nella scena dell’inatteso svelamento della talpa interna ai servizi segreti
George è scosso da un brivido, dal sospetto che Kathryn (Cate Blanchett) possa
essere implicata e che lui possa essere al centro di una cospirazione. Il
castello di certezze sembra sul punto di crollare e ogni emozione è visibile sul
volto e nella gestualità di Fassbender, maniaco della pianificazione minacciato
da una rotella dell’ingranaggio che non è dove dovrebbe essere. Come un bambino
che non trova il pezzo dei Lego necessario per seguire le istruzioni, così
George deve resettare la propria concezione del mondo per ripartire da zero
nella sua indagine. E noi con lui, con un affidabile Virgilio di nome Soderbergh
a guidarci fin dove potrà.
L'articolo I limiti della conoscenza nella ricerca della verità proviene da Il
Tascabile.
D isponibile sulla piattaforma Prime Video di Amazon dall’ottobre scorso,
Citadel: Diana è uno spin off della serie statunitense Citadel diretta e pensata
da Josh Appelbaum, Bryan Oh e David Weil e che vede tra i suoi produttori
Anthony e Joe Russo, già acclamati registi di quattro film della serie Marvel
tra cui Avengers: Endgame del 2019 che ha ottenuto a oggi il maggior incasso
della storia del cinema.
L’obiettivo dei fratelli Russo è quello di creare con Citadel e i suoi vari spin
off quello che chiamano uno spyverse internazionale. Uno strumento narrativo
capace di parlare globalmente attraverso contenuti inediti e con un immaginario
in grado di sciogliersi nelle diverse sensibilità. Un progetto che non può
dunque basarsi su contenuti preesistenti (come nel caso delle serie Avengers),
ma che deve in qualche modo cogliere una sensibilità strettamente contemporanea,
ma ovviamente lontana da un presente attuale che renderebbe il prodotto di breve
scadenza. Così dopo Citadel: Diana a novembre era già la volta di Citadel: Honey
Bunny, lo spin off indiano. Il tema centrale è sempre quello di un conflitto tra
agenti segreti e organizzazioni spionistiche più o meno legali, dunque, in
sintesi, quello del complotto. Tema ultraglobale che diviene una sorta di enorme
ombrello sotto al quale agiscono i personaggi e prendono corpo le dinamiche
narrative. Non si tratta infatti di svelare il complotto, ma di accettarlo come
dato di fatto: non esiste il vero o il falso, ma solo lealtà e tradimento. Ogni
azione vive sotto questa cappa. Il complotto è infatti inizialmente frutto della
guerra fredda nel secondo Novecento, che oggi pare essersi trasformato da
strumento di controllo a strumento di confusione.
L’estetica di Citadel è quella di un’urbanità priva di colori: imperano i toni
del grigio e un azzurro metallico. L’aspetto minimale è frutto di anni di
rielaborazione dell’immaginario di Matrix delle sorelle Lana e Lilly Wachowski,
tuttavia la produzione per quanto ricca e capace d’intuizioni non banali deve
comunque offrire un prodotto per un mercato di massa e così quello che vorrebbe
essere, diciamo così, Armani ci mette davvero poco a rivelarsi essere uscito da
uno store di Zara. Non tutti i toni di grigio sono uguali e si vede. E anche la
Milano del 2030 messa in scena in Citadel: Diana assomiglia più a un capoluogo
svizzero che a una capitale europea, nonostante il malconcio e
riconoscibilissimo duomo, su cui troneggia ancora ‒ forse per scaramanzia ‒ la
“Madunina”. Il che sembra rivelare più che un limite dell’immaginario filmico,
quello reale di una città che si crede, ma non è. Al punto che messa davanti a
una telecamera non appare poi così realmente fotogenica, ma anzi dimostra un
limite che è tutto nella sua ambizione e non, in verità nella sua realtà.
> Citadel: Diana prova a portare in Italia un genere fanta-crime-complottistico
> con dei tratti che oggi, spesso con un eccesso di entusiasmo un po’ facilone,
> vengono definiti “distopici”. Uno script su cui installare una sceneggiatura
> che declini all’italiana i temi del complottismo.
Sarebbe poi da indagare come dagli anni Duemila, per l’esattezza dal già citato
Matrix del 1999 al Michael Mann di Collateral del 2004, la metropoli pur
restando presente nella rappresentazione degli incubi e delle inquietudini delle
comunità sociali, perda ogni colore riducendosi a un quartiere ipoteticamente
finanziario (quindi grigio anche nel rispecchiarsi delle pareti vetrate dei suoi
grattacieli), così come notturno. Non è solo una rappresentazione del potere in
sé: la sensazione è che lo sporco insito nella società, quello che insomma
doveva scansare ‒ in forma di bidoni della spazzatura ‒ Gene Hackman nelle sue
infinite rincorse per le strade di New York, sia stato totalmente rimosso perché
è scomparsa la vita dalle strade e la città è solo il fondale di un contratto
non più sociale ma amministrativo, tra le cui maglie si ostina a permanere il
crimine, non più come forma di fuga o di liberazione, ma di bug di un sistema
che vede tutti rinchiusi nelle proprie case. Verrebbe da pensare che sia andata
a finire proprio male, anche peggio di quanto prefigurato in Blade Runner in cui
pioveva tutto il tempo, ma quanto meno nessuno temeva di prendersi tutta quella
pioggia, e ancora si calcavano i marciapiedi.
Citadel: Diana ideata da Alessandro Fabbri e diretta da Arnaldo Catinari prova
quindi a portare in Italia un genere fanta-crime-complottistico con dei tratti
che oggi, spesso con un eccesso di entusiasmo un po’ facilone, vengono definiti
“distopici”. Uno script su cui installare una sceneggiatura che declini
all’italiana ‒ seppure in un “elvetico futuro” ‒ i temi del complottismo. Uno
spettacolo dunque principalmente televisivo fatto di lotta, scontri a fuoco e
non poco sentimentalismo, ma comunque attraversato da una tensione perenne,
anche nei momenti più innocui. Diana (interpretata da Matilda De Angelis)
attraversa sempre con passo svelto e teso la scena, le sue espressioni sono
ridotte al minimo e ogni emozione è preceduta da un fastidio che trova traccia
nelle minime pieghe del viso come della bocca. Ogni emozione per Diana sembra
avere la declinazione di inevitabile errore. Tutto deve essere sempre
estremamente efficiente e controllato, eppure tutto è miseramente decadente.
> In una logica sempre più estrema di ampliamento dei pubblici, gli spettatori
> divengono essi stessi corpi ampi e attraversabili, ma capaci di vedere senza
> aver realmente visto. Una miniaturizzazione della visione che è del tutto
> complementare agli schermi privati sempre più ampi e invadenti.
Citadel: Diana offre così una forma inedita di standardizzazione che non vuol
dire solo un appiattimento dei contenuti per accedere a un pubblico più ampio
possibile, ma fornire una visione che per ogni spettatore dia corpo a veri e
propri clash difficili da rimuovere. La serie non si accontenta di dare la
possibilità di godersi uno spettacolo televisivo, ma prova ad agganciare i
pubblici direttamente partendo dalle loro paure più recondite e nemmeno per
esplicitarle, ma solo per tenerle accese. Perché in fondo una fine, una
conclusione liberatoria di Citadel non c’è e soprattutto non ci deve essere. È
un gioco pericoloso e complicato soprattutto a livello narrativo che può
facilmente incorrere in cadute o anche in vertiginose elucubrazioni che
sarebbero difficilmente comprensibili in quel contesto e che non può non tenere
conto della frammentazione della visione indotta dallo strumento in sé (la
televisione nella sua più ampia accezione, che va dagli smartphone alle smartTV)
e dalla forma della narrazione (la serie è di per sé infinitamente replicabile e
recuperabile).
In una logica sempre più estrema di ampliamento dei pubblici, gli spettatori
divengono essi stessi corpi ampi e attraversabili, ma capaci di vedere senza
aver realmente visto. Una miniaturizzazione della visione che è del tutto
complementare agli schermi privati sempre più ampi e invadenti. Ogni immagine
perde così il proprio movimento e contesto divenendo un insieme disordinatissimo
e privato (per ogni spettatore) di sequenze riconducibili a diverse, ma
ininfluenti, fonti. Una “memestetica”, come l’ha definita Valentina Tanni che va
oltre l’opera in sé e oltre la sua interpretazione. In particolare non può non
colpire, verso la fine della serie, la scena di sesso che vede coinvolti Diana
con Edo (interpretato da Lorenzo Cervasio). Nulla da eccepire sulla scena,
almeno fino a quando non si viene sommersi dalla musica di By This River di
Brian Eno. E davvero c’è da domandarsi come sia possibile che si sia scelta
proprio quella musica lì. Una canzone così fortemente incisa nella memoria che
non può non ricondurre direttamente a una delle scene più strazianti di La
stanza del figlio di Nanni Moretti.
By This River, il cui testo in qualche modo sarebbe pure aderente al senso della
scena di Citadel: Diana, invade però il campo creando una distorsione visiva in
un certo senso pornografica. Perché inevitabilmente si assommano due sentimenti
in teoria lontani tra loro: una scena eroticamente esplicita con quella di un
padre in cerca in qualche modo della memoria e della presenza del figlio
scomparso, ed è come se quei due mondi lontani si guardassero all’improvviso.
Due generazioni e due movimenti, un cinquantenne disperato che vede la propria
famiglia perdersi e un mondo ugualmente disperato dentro al quale due ragazzi
provano a trovare un po’ di felicità e di godimento. Questo clash è frutto di un
elemento apparentemente minimo che per uno spettatore contemporaneo però entra
in forte contrasto, quasi in collisione, con una memoria precisa. Ovviamente, al
cospetto della complessità produttiva di una serie “globale” come Citadel: Diana
aspira a essere, questo dettaglio potrebbe risultare quasi impercettibile, ed è
impossibile attribuirlo a una scelta in qualche maniera voluta. Così come non è
voluto ‒ evidentemente ‒ il contatto possibile che si crea proprio con la forma
di montaggio di La stanza del figlio che vede Giovanni (Nanni Moretti) ricordare
il figlio e soprattutto immaginarlo in un futuro possibile e reale. Qualcosa che
riporta inevitabilmente ai due ragazzi che in un tempo e in una città morta
fanno l’amore, ostinatamente verrebbe da dire.
> Ogni immagine perde così il proprio movimento e contesto divenendo un insieme
> disordinatissimo e privato (per ogni spettatore) di sequenze riconducibili a
> diverse, ma ininfluenti, fonti.
La stanza del figlio è del 2001 ed è forse una delle più esplicite
rivendicazioni poetiche di colore da parte di Nanni Moretti, a partire dalla
scena a iniziale che vede gli Hare Krishna circondare Giovanni dopo una corsa
mattutina. La stessa stanza del figlio diviene il luogo non solo di una
nostalgia passata, ma di una nostalgia presente, invalicabile che finisce
direttamente in un futuro in cui tutto l’attorno si sgretola pur di mantenerla
intatta e viva. Il film di Moretti contrasta pervicacemente con una sensibilità
che volge lo sguardo a una disperazione che sia Michael Mann che le Wachowski
rivelano e con cui si confrontano e da cui Moretti prende invece distanza, non
ideologicamente, ma sentimentalmente. La morte di un figlio diviene un obbligo e
un’opposizione imperante a un grigiore finto-elegante e a un notturno disperato
che risulta così totalmente inaccettabile. Una doppia illusione: da un lato il
complotto, la tecnica e l’umanità totalmente in balia di un mondo da lei stessa
prefigurato, dall’altro un’opposizione fragilissima e così disperata che non può
che illudersi trasformando la stanza di un adolescente nell’illusione di un
futuro ancora possibile.
Ecco allora che la canzone di Brian Eno, e non casualmente, riesce a connettere
due situazioni cinematografiche così lontane nelle ambizioni come nel tempo;
connette sinceramente ed efficacemente lo sguardo profondo di Matilda De
Angelis, che resta però sempre in qualche modo opaco, come rassegnato
all’evidenza della superficie quanto all’inutilità della profondità, con quello
di Nanni Moretti che insegue invece la superficie come scivolando su un lago
ghiacciato, tra una disperata impenetrabilità e un senso di perdita non più
rimarginabile. Entrambi mostrano una forma di divertimento e di godimento
(Giovanni disperatamente sulle giostre), ma sempre più obbligata a una
consapevolezza di fine. Una parentesi e nulla più come può essere l’innesto
della musica di Biran Eno. Poi i rumori della strada risalgono e anche l’ultimo
sussulto dei corpi si esaurisce.
> L’opera oggi è scomposta e ricomposta, spesso prima ancora che si abbia la
> possibilità non solo di vederla nella sua compiuta origine, ma anche di
> comprenderla.
Dal punto di vista dello spettatore si tratta di un innesto che in questo caso è
particolarmente evidente nei suoi punti di origine, ma che è in verità
quotidiano, continuo e figlio di un’esplosione dei contenuti in frammenti oggi
visti e rivisti, letti e riletti, interpretati e spesso mal compresi che ci
portano ad annegare in quel continuo scorrere di immagini e video che allucinano
i nostri sguardi. L’opera oggi è scomposta e ricomposta, spesso prima ancora che
si abbia la possibilità non solo di vederla nella sua compiuta origine, ma anche
di comprenderla. Non si tratta più di una visione casuale che si oppone a una
visione diciamo competente, ma di un flusso e di una vera e propria deriva che
coinvolge chiunque non si chiami fuori da ogni strumento di comunicazione
contemporaneo.
Nella scena di sesso di Citadel: Diana così come nella passeggiata de La stanza
del figlio si connettono due momenti cinematografici estremamente diversi, ma
che ora vengono in qualche modo obbligati a comunicare all’interno di una
distonia restando totalmente aderenti l’uno all’altro. Una forma di montaggio
immateriale che vive nella mente di ogni spettatore e che non si basa però più
solo sul ricordo e su una memoria stabilizzata, che è frutto di un’esperienza
acquisita, ma di una perpetrazione data da una visione distratta, imposta,
casuale, e però continua e ossessiva. Un vedere che non solo si allontana dal
comprendere (in questo caso l’opera) e dall’interpretare, ma che restituisce
attraverso una giustapposizione un oggetto pubblico prodotto dall’inconscio
privato.
Alla base della formazione di ogni cinefilo c’è il rivedere come gesto
fondativo, che s’impone sul vedere, ma oggi questo gesto, compiuto non più
all’interno di una sala cinematografica, dà invece corpo a uno stato emotivo,
per l’appunto privato, che deforma e crea sintonie totalmente autoriferite, che
non solo danneggiano il ricordo in sé rendendolo inesplicabile all’altro e
quindi incomunicabile all’esterno, come avveniva durante il rito collettivo
della sala, ma che elidono in parte o totalmente la forza espressiva dell’opera.
Lo spettatore appare così ridotto a una macchina celibe: incapace di tutto se
non di generare un pensiero che non sia altro che il frutto di una continua
sovrapposizione priva però di alcuna reale elaborazione. Così Matilda De Angelis
che fa sesso è ormai aderente a Nanni Moretti che vaga disperato. Una visione
automatica che diviene totalmente surrealista nel momento in cui la finzione
cade nella realtà quotidiana sotto forma di clip, frammento, episodio sempre
recuperabile, tornando poi all’interno della messa in scena che vive però solo
nella mente individuale. Il tutto attraverso un automatismo assolutamente
inedito. La riproducibilità dell’opera diviene ora contestuale alla sua
distruzione o meglio alla sua esplosione.
> Alla base della formazione di ogni cinefilo c’è il rivedere come gesto
> fondativo, che s’impone sul vedere, ma oggi questo gesto, compiuto non più
> all’interno di una sala cinematografica, dà invece corpo a uno stato emotivo,
> per l’appunto privato, che deforma e crea sintonie totalmente autoriferite.
Immagini malgrado tutto (2005) è il titolo di un fondamentale saggio di Georges
Didi-Huberman in cui il filosofo e critico d’arte francese affronta il limite
artistico e documentale dell’arte e della fotografia rispetto alle foto
provenienti dai campi di sterminio. L’impatto nel caso di Didi-Huberman riguarda
ancora la collettività rispetto a un dramma storico comune, mentre qui si tratta
‒ seppur a un altro livello ‒ di un fatto che coinvolge sì la collettività, ma
inconsciamente, in quanto la percezione appartiene solo alla sfera individuale
che deforma la memoria e di conseguenza danneggia e impedisce ogni possibile
discorso pubblico. Se il secondo Novecento ha fatto della Storia uno strumento
in grado di generare discorsi artistici, ora sembra accadere l’opposto, non
tanto nell’anticipare la realtà o nel rivelarla, ma nel riuscire a mutarla
incidendo, come mai prima erano riuscite le ideologie, nell’inconscio di uno
spettatore che diviene spettatore attivo più nell’atto del non comprendere che
nel comprendere, perché tradurre in realtà un frammento che non ha un’origine
documentale, e quindi se vogliamo di verità, rischia solo di ottundere e
confondere.
Citadel ‒ e in generale una produzione che si pretende globale e quindi in un
certo senso assoluta ‒ non è solo un progetto che si basa sulla teoria del
complotto, ma basandosene ne diviene parte integrante costruendo un immaginario
confondente attraverso cui nessuno spettatore è messo nella posizione di godere
realmente di un’opera artistica o d’intrattenimento con il giusto grado
d’evasione così come d’impegno. Una libertà che un tempo era sì limitata
dall’ideologia e dalla conoscenza di ogni singolo spettatore, ma che ora vive
serrata all’interno di un pregiudizio figlio di un bombardamento mediatico
assurdo e continuo, scomposto e quasi sempre fuori luogo, capace però sempre di
una forza devastante e corrosiva. Una deformazione sostanziale della memoria e
del suo uso che non solo danneggia il presente caricandolo d’ansia e di una
capacità di giudizio tanto violenta quanto assurdamente convinta, ma che
trasforma il futuro in un’ipotesi pericolosa. Un campo minato dentro al quale
non si può più pretendere di avere alcuno spazio e alcun futuro.
L'articolo Citadel: Diana e la fine del giudizio proviene da Il Tascabile.
U na camera fissa su un tramonto dalle striature bordeaux, arancioni, violacee.
In sottofondo il voiceover di un ragazzo che si chiede se esiste un posto per
gli strani come lui; è stanco di sentirsi diverso, “qualunque posto è meglio di
Wiley, bisogna avere solo il coraggio di andare dall’altra parte” dice. La
camera inizia a muoversi, come se una mano tremula creasse piccole
sovrimpressioni della stessa immagine, per qualche secondo il tramonto si
sdoppia. La sequenza successiva è diurna, una ragazza corre dentro una struttura
decadente che si affaccia su un fiume, poi una serie di riprese con una
telecamera a mano, la grana è sporca, tanti sono i close-up e gli zoom
repentini: volti di ragazzi e ragazze in costume e pantaloncini che si
arrampicano nella struttura, si tuffano nel fiume o escono dall’acqua.
Immaginiamo che il punto di vista sia quello del ragazzo della voce iniziale, è
lui che riprende i suoi amici, è lui che documenta la sua giovinezza. La storia
di Gasoline Rainbow (2023), diretto dai fratelli Ross e distribuito da Mubi,
racconta il viaggio post-maturità di un gruppo di ragazzi e ragazze da Wiley
(Oregon) alla West Coast. Di seguito appariranno: un camper vintage, foto
scattate da Polaroid, una lunghissima sequela di tramonti, feste improvvisate,
pantaloncini a vita alta per le ragazze e baggy per i ragazzi. Se non
apparissero i telefoni e si citasse Amazon Music si faticherebbe a capire
l’epoca in cui è ambientato.
Il set sembra lo stesso di Kids (1995) di Larry Clark ma la differenza è che i
protagonisti di Gasoline Rainbow non sono stati raccattati a Washington Park
negli anni Novanta e nonostante non siano attori professionisti, la messa in
scena è ben presto svelata. Il punto di vista incarnato è una scelta registica
precisa, si vuole creare uno spazio di prossimità tra i ragazzi e il pubblico.
La sensazione che il film lascia è quella di una nostalgia pervasiva, che sembra
frutto di un nuovo laboratorio algoritmico di un certo cinema che sta
colonizzando l’immaginario del cinema indipendente. Tra l’altro in un momento
storico in cui è sempre più difficile capire cosa voglia dire cinema
indipendente (budget? estetica? narrazione?). Gasoline Rainbow è un perfetto
esempio di una nuova ondata di cinema della nostalgia con un’estetica precisa
che potremmo chiamare “estetica Mubi”: punto di vista del protagonista
incarnato, falsa prossimità con il reale, ambientazione durante periodi sospesi
e irripetibili (l’estate, la vacanza, la festa di compleanno), epoca non ben
esplicitata, capacità di comunicare al pubblico attraverso la creazione di un
dispositivo nostalgico e ricattatorio.
> La sensazione che Gasoline Rainbow lascia è quella di una nostalgia pervasiva,
> che sembra frutto di un nuovo laboratorio algoritmico di un certo cinema che
> sta colonizzando l’immaginario del cinema indipendente.
Parliamo non di generica nostalgia, ma di quella che Emiliano Morreale nel suo
saggio L’invenzione della nostalgia (2009) chiama “nostalgia mediale” che “ha
come presupposto la separazione tra memoria e storia, ossia il dato di fatto che
il passato venga fruito pubblicamente e privatamente in maniera non-storica […]
è contemporaneamente individualizzante e generazionale, feticista con tendenza
al gusto del brutto e del negletto; rapida nei suoi cicli di recupero; infantile
o adolescenziale più che giovanilista. […] Non basta il rimpianto di un passato
perché si dia nostalgia mediale, […] occorre anche che questa nostalgia sia
vissuta come propria intimità, come parte del proprio essere. Il nostro tema
dunque non è il contenuto o il processo (memoria), ma proprio la modalità (la
nostalgia)”.
Un altro esempio lo possiamo trarre da Aftersun (2022) diretto da Charlotte
Walls e sempre distribuito da Mubi. Il film inizia con un buio protratto per
tutti i titoli di testa, sentiamo solo il rumore metallico di una videocamera
che si sta accendendo. Poi appare l’immagine amatoriale e asimmetrica di un uomo
che scherza e saltella sulla soglia tra stanza da letto e balcone, sentiamo la
voce della bambina che sta riprendendo, lo prende in giro, poi chiede di
intervistarlo, lui ormai è fuori in balcone e sta ritirando i panni stesi, si
incupisce insieme all’immagine stessa che vira verso una scala di neri. La
bambina gira la camera, riprende sé stessa e fa al padre una domanda specifica:
“Io ho undici anni, tu come ti immaginavi da grande quando avevi undici anni?”.
Ritroviamo tutte le caratteristiche dell’estetica Mubi: punto di vista del
protagonista incarnato dalla bambina che crea una falsa prossimità con il reale,
l’epoca non ben esplicitata (che è un generico passato, poi si intuisce siano
gli anni Novanta per il vestiario e per l’assenza di telefoni) e l’ambientazione
in un tempo sospeso, quello della vacanza estiva tra un padre e una figlia in un
villaggio turistico in Turchia (indicativa anche qui l’arena chiusa in cui si
muovono i personaggi).
Aftersun come Gasoline Rainbow lascia addosso una sensazione di forte nostalgia
mediale che è duplice: da una parte è legata alla visione di oggetti di massa
(l’handycam anni Novanta, le Polaroid, il camper); dall’altra è legata al modo
con il quale è mediata l’immagine che vediamo. Se il discorso di scatenamento
della nostalgia legato a oggetti di massa è più evidente, meno studiato è il
rapporto tra le nuove forme di nostalgia e i mezzi con cui rappresentiamo la
nostalgia stessa.
> Aftersun come Gasoline Rainbow lascia addosso una sensazione di forte
> nostalgia mediale che è duplice: da una parte è legata alla visione di oggetti
> di massa (l’handycam anni Novanta, le Polaroid, il camper); dall’altra è
> legata al modo con il quale è mediata l’immagine che vediamo.
In questo processo, scrive sempre Emiliano Morreale
> la nostalgia non è più solo legata a un insieme di eventi, ma si collega ai
> mezzi stessi con cui li ricordiamo: la pellicola in bianco e nero degli anni
> Cinquanta, il super8 degli anni Sessanta e Settanta, il video a bassa
> definizione degli anni Ottanta. A questi supporti si aggiungono oggetti
> materiali – automobili, abiti, manifesti cinematografici – che si mescolano
> con i ricordi, diventando una vera e propria merce visiva. La nostalgia si
> fonde così con il consumismo, e ciò che viene evocato non è più solo il
> contenuto delle esperienze, ma anche il “corpo” stesso di quelle esperienze:
> gli oggetti e le immagini di epoche passate che, come merce, sono pronti per
> essere consumati e riprodotti. […] Inoltre non è difficile incontrare persone
> che provano nostalgia “genuina” per periodi che non hanno conosciuto. O
> meglio: per periodi che hanno conosciuto solo nella loro trasfigurazione
> mediatica.
È incredibile che la nostalgia sia scatenata dalla visione di oggetti di massa
di un’epoca che non abbiamo vissuto (l’eterno ritorno degli anni Settanta e
soprattutto Ottanta al cinema e nelle serie TV) o di anni molto recenti ma già
consumati e tornati sotto forma di nostalgia cristallizzata (la wave del Y2K ‒
Year 2000 ‒ è solo una delle esplicitazioni più recenti di un ciclo di consumo
sempre più breve; la distanza tra un’epoca e la nostalgia di quella stessa epoca
si è accorciata notevolmente). E ancora più disturbante e subdolo è che lo
scatenamento della nostalgia nasca dalla visione di storie private raccontate
attraverso l’estetica dei filmini di famiglia. C’è un appiattimento
nell’approfondimento e nella specificità delle storie che guardiamo che ci
illudono di essere tutti la stessa persona che ha vissuto la stessa storia.
L’ennesima dispercezione che proviene dagli oggetti di massa che abbiamo
consumato o che abbiamo visto consumare al cinema, in TV, sui cartelloni
pubblicitari.
Fred Davis, nel suo Yearning for Yesterday: A sociology of nostalgia (1979,
ripreso sempre da Morreale), sottolinea come i media abbiano sviluppato una
relazione di sfruttamento con la nostalgia, arrivando a “divorare” le proprie
creazioni passate. Così facendo, l’intimità del ricordo, quello che una volta
sembrava un territorio esclusivo delle memorie personali – come i tramonti, i
compleanni, le riunioni familiari – è diventato qualcosa di condivisibile che
amplifica e trasforma ciò che era una sfera privata in una merce culturale. La
separazione tra pubblico e privato, una volta nettamente definita, si è sfumata,
e con essa anche il carattere distintivo e unico delle nostre nostalgie
individuali.
In entrambi i film la dinamica nostalgica è innescata e riverberata dalla scelta
di creare degli home movies fittizi. In Aftersun il contrasto visivo tra le
scene girate con l’handycam dalla bambina e le immagini pulite della camera è
molto forte, è come se ci fosse una divisione tra una visione narrativa e una
visione emotiva (che non porta avanti la storia, ma ne irraggia le sensazioni).
Ma cosa hanno in comune i falsi home movies e quelli reali? E perché c’è stata
questa scelta registica? Sicuramente il punto di vista incarnato (quindi la
possibilità di vivere un ricordo in prima persona); il fatto che la realtà
rappresentata è ulteriormente mediata quindi sembra più reale e prossima (la
camera è visibile e ci coinvolge nel suo processo di mediazione); la grana
consumata che segna un’estetica precisa. Gli home movies che vediamo in entrambi
i film sono scritti, interpretati e editati, non c’è l’imprevisto del cinema
amatoriale.
> L’intimità del ricordo, quello che una volta sembrava un territorio esclusivo
> delle memorie personali – come i tramonti, i compleanni, le riunioni familiari
> – è diventato qualcosa di condivisibile che amplifica e trasforma ciò che era
> una sfera privata in una merce culturale.
Gli home movies diventano un mero stile estetico che produce una sensazione di
nostalgia astorica, finendo per perdere esattamente il loro duplice potenziale
intrinseco: da una parte il rapporto diretto con il mondo del passato (qui si
parla di memoria e non di nostalgia, perché come ci ricorda sempre Morreale la
prima è il contenuto del passato, mentre la seconda è la modalità di
trasmissione) e dall’altra la possibile risignificazione nel presente (il
rimontaggio d’archivio non è solo didascalico, ma ha potenzialità creativa nella
giustapposizione di immagini sempre diverse e sempre in grado di far nascere
nuove narrazioni e visioni). Gli home movies fittizi quindi non sono un vero
archivio perché perdono il valore storico, diventando solamente un’estetica che
svuota di significato l’immagine stessa. E anzi, l’utilizzo consapevole di
questa immagine svuotata diventa ricattatorio perché si prova a sfruttare un
valore che non esiste e l’unica cosa che resta è una profonda quanto pervasiva
nostalgia. Infatti in tutti e due i film l’archivio perde entrambe le qualità
(il rapporto con il passato e quello con il presente); se in Aftersun vuole
esserci una riflessione sulla memoria (la protagonista riguarda il materiale che
lei stessa ha girato da bambina, sta cercando qualcosa nello sguardo di suo
padre? un presagio, una risposta, un lenitivo?) non c’è nessun tipo di
elaborazione né di relazione con il presente (e con il suo sguardo di adulta
verrebbe da aggiungere), rimanendo incastrata nelle maglie di una nostalgia fine
a sé stessa nella forma. In Gasoline Rainbow il punto di vista incarnato
nell’archivio sembra solo una documentazione della perdita dell’adolescenza.
Entrambi i film sono ambientati in un tempo non ben definito, un vizio sempre
più diffuso nel cinema recente, un tempo contemporaneo vintage in cui sembra si
utilizzi il formato d’archivio come forma di autonarrazione personale e sempre
più individualistica. A questo proposito Morreale scrive:
> A fondare le identità generazionali sono momenti, frammenti delle esperienze
> individuali. […] A costruire l’identità personale nel tempo è un tipo
> particolare di esperienza (o inesperienza), quella di consumatori, e
> particolarmente di consumatori di prodotti di massa. […] L’identità collettiva
> “giovani”, in questo senso, non risulta definita tanto da gerghi e subculture,
> quanto alla condivisione di un repertorio (vissuto individualmente, ma
> uniforme) di merci visive e sonore. E, inversamente, la cosa può anche esser
> vista così: quel che si crede costituire il proprio patrimonio più intimo e
> individuale è in realtà quanto di più impersonale e condivisibile si possiede.
C’è una coincidenza tra nostalgia mediale, sfruttamento dell’estetica
dell’archivio e rappresentazione della giovinezza. Quello che sembra più
pericoloso è proprio racchiuso nell’ultima frase di Morreale, alcune opere
cinematografiche che raccontano lo slancio della giovinezza condividono con lo
spettatore solo una prossimità nostalgica falsata. Se condividiamo solo il senso
nostalgico, tra l’altro attraverso storie non collettive e con un punto di vista
fittizio, c’è veramente una condivisione? La rappresentazione della giovinezza e
della scoperta sembra sempre più cucita su una falsa costruzione estetica
spacciata per spontanea. C’è un rilassamento nella regressione collettiva, nel
sentirsi confortati nella immobilità a tratti debilitante. L’estetica degli home
movies serve quindi a connettersi con un passato (remoto in Aftersun, futuro in
Gasoline rainbow), un passato che diventa “il garante della nostra identità”,
depotenzia la scelta stessa dello sguardo e finisce solo per ricattarci
emotivamente.
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