At least some of this is coming to light:
> Doublespeed, a startup backed by Andreessen Horowitz (a16z) that uses a phone
> farm to manage at least hundreds of AI-generated social media accounts and
> promote products has been hacked. The hack reveals what products the
> AI-generated accounts are promoting, often without the required disclosure
> that these are advertisements, and allowed the hacker to take control of more
> than 1,000 smartphones that power the company.
>
> The hacker, who asked for anonymity because he feared retaliation from the
> company, said he reported the vulnerability to Doublespeed on October 31. At
> the time of writing, the hacker said he still has access to the company’s
> backend, including the phone farm itself. ...
Tag - marketing
N on è mai facile fare affermazioni categoriche sulla propria contemporaneità,
ma penso si possa dire con un certo grado di sicurezza che le tecnologie
digitali sono tra quelle che hanno maggiormente caratterizzato l’orizzonte
storico e sociale degli ultimi 25 anni. A renderle così influenti sono
soprattutto due delle loro caratteristiche distintive: la capacità di
trasformare qualsiasi dispositivo a cui vengono applicate in un calcolatore
capace di generare, raccogliere e analizzare dati e la diffusione globale della
connettività che mette in rete tutti questi dispositivi e permette loro di
comunicare in modo (semi)istantaneo a grandi distanze.
Con il tempo, la prima ha generato una logica per cui ogni fenomeno diventa
misurabile (e quindi ottimizzabile), mentre la seconda ha esteso la rete dagli
esseri umani agli oggetti, rendendo automatizzabile praticamente ogni genere di
dispositivo. Nonostante semplifichi in modo brutale la sua effettiva
complessità, questa descrizione ci serve per fissare lo stato dell’evoluzione
delle tecnologie digitali e ci permette di indicarla come la base su cui
poggiano le loro applicazioni più recenti ed embrionali.
> In molti casi, l’impatto rivoluzionario che tecnologie come blockchain,
> metaverso e intelligenza artificiale dovrebbero produrre è più supposto che
> effettivo.
Applicazioni che sono al centro di Simulacri digitali. Le allucinazioni e gli
inganni delle nuove tecnologie, un saggio uscito all’inizio di aprile per add
editore; a firmarlo è Andrea Daniele Signorelli, uno dei giornalisti tech più
preparati che abbiamo in Italia. Blockchain, metaverso, robotica e intelligenza
artificiale sono alcune delle principali tecnologie di cui Signorelli si propone
di smascherare le “allucinazioni e gli inganni” a cui si fa riferimento in modo
esplicito nel sottotitolo del libro. Ma per quale motivo Signorelli parla di
allucinazioni e inganni a proposito di tecnologie a cui ci si riferisce quasi
sempre in termini altisonanti, enfatizzando la loro capacità di produrre un
impatto rivoluzionario?
La risposta più semplice e brutale è: perché, in molti casi, l’impatto
rivoluzionario che queste tecnologie dovrebbero produrre è più supposto che
effettivo. Il web3 è un esempio a tal punto evidente di questa natura
ingannevole di alcune delle più recenti e chiacchierate applicazioni delle
tecnologie digitali, da spingere Signorelli a usare l’espressione “grand truffa”
per aprire il paragrafo che le dedica nel penultimo capitolo del libro. Per
l’autore, il web3 rappresenta “la terza incarnazione della rete”, che segue il
web 1.0 (statico e leggibile) e il web 2.0 (dinamico e partecipativo) e
“promette invece di sfruttare la blockchain e le criptovalute per dare vita a un
ecosistema digitale in cui non solo possiamo leggere e scrivere sulle
piattaforme, ma anche possederne delle quote”.
Per spiegare quest’ultimo concetto Signorelli fa l’esempio di Filecoin:
> una sorta di Dropbox (un popolare sistema di archiviazione file, ndr) della
> blockchain che permette a tutti di salvare contenuti nel cloud. Il cloud di
> Filecoin non ha però sede nei data center di proprietà di qualche colosso del
> settore, ma negli hard disk di tutti i computer collegati a questa blockchain.
> […] Chi affitta lo spazio presente sull’hard disk del proprio computer tramite
> Filecoin ottiene in cambio una quantità proporzionale della criptovaluta
> collegata, chiamata Fil, che può poi essere venduta sulle tradizionali
> piattaforme di compravendita di criptovalute.
Per i fautori e gli entusiasti di questa tecnologia “quella immaginata dal web3
è quindi un’utopia in cui l’economia di Internet fa piazza pulita dei colossi
monopolistici che la dominano e permette a tutti gli utenti di conquistare una
fetta della ricchezza oggi concentrata nelle mani di pochissimi”.
> La distanza tra la narrazione di un’applicazione delle tecnologie digitali e
> la realtà del loro effettivo impatto non è accidentale, si deve a quello che
> l’autore definisce “technomarketing”, ovvero il modo in cui le grandi aziende
> utilizzano tecniche di storytelling per promuovere sé stesse e i loro
> prodotti.
Il problema di questa narrazione, mostra in modo efficace Signorelli, è che la
sua realizzazione si sta rivelando meno lineare del previsto ma, soprattutto,
molto più opaca. La blockchain è una tecnologia che richiede all’utente
conoscenze approfondite di informatica, impegno e un atteggiamento attivo e
partecipe, caratteristiche che non la rendono facile da usare, per non parlare
del fatto che i suoi fautori più accaniti sono una nicchia di utenti consapevoli
e molto esperti di informatica, tutt’altro che propensi a renderla tale.
Ciononostante, per poter finanziare lo sviluppo, la manutenzione e la crescita
di applicazioni basate su questa tecnologia servono soldi e per poterla
monetizzare serve allargarne la base di utenti disposti a pagare per farlo.
È per allargare questo collo di bottiglia che intervengono i fondi di venture
capital che finanziano sia lo sviluppo delle applicazioni basate sulla
blockchain sia quello di piattaforme in grado di semplificare l’utilizzo da
parte di utenti privi di un’alfabetizzazione digitale avanzata e specialistica.
Un doppio movimento che, nonostante l’enfasi posta sulla sua natura
decentralizzata, introduce nella blockchain le stesse dinamiche di
centralizzazione di cui i suoi fautori più “zelanti” volevano fare piazza
pulita.
La distanza tra la narrazione di un’applicazione delle tecnologie digitali e la
realtà del loro effettivo funzionamento, utilizzo e impatto non è accidentale
ma, come mostra bene Signorelli durante tutta la trattazione, si riscontra nella
maggior parte, se non in tutte, le applicazioni che vengono raccontate in
Simulacri digitali. Questo iato si deve a un fenomeno che l’autore definisce
“technomarketing”, ovvero il modo in cui le grandi aziende tecnologiche
utilizzano tecniche di storytelling per promuovere sé stesse e i loro prodotti.
Fino a qui nulla di particolarmente scandaloso; il racconto del prodotto e del
brand sono alla base della leva promozionale del marketing mix di qualsiasi
azienda. Ma è la scala a cui tende questo processo a rendere prolifica
l’intuizione di Signorelli. Per capire cosa intendo con l’espressione “scala” è
opportuno chiarire la distinzione tra “storia” (story) e “narrazione”
(narrative).
> Ciò che fa delle grandi aziende tecnologiche forze di natura storica
> all’interno della nostra società è proprio la loro volontà esplicita di agire
> sulla dimensione metanarrativa dello sviluppo dell’umanità.
Una storia è il racconto di un evento ‒ reale o immaginario a seconda del
registro che scegliamo di utilizzare o del genere che decidiamo di praticare ‒
o, nel nostro caso, di una tecnologia come, appunto, la blockchain, la robotica,
il metaverso o l’intelligenza artificiale. Una narrazione invece è il modo in
cui scegliamo di raccontare una storia o una serie di storie collegate tra di
loro. Ciò che caratterizza le narrazioni è che esse possono dispiegarsi a più
livelli sovrapposti.
Il livello più basso di una narrazione è quello personale, ovvero il modo in cui
raccontiamo la nostra vita come un susseguirsi di eventi puntuali o periodi
lineari che costituiscono la nostra identità o il punto di vista che distilliamo
sulla realtà che ci circonda. Al di sopra del livello personale c’è il livello
delle organizzazioni, ovvero il modo in cui un’organizzazione di qualsiasi tipo
(un’azienda, un partito politico, un culto) descrive sé stessa come una realtà
unica e peculiare. Più sopra ancora c’è il livello industriale, ovvero quello in
cui le organizzazioni elaborano una serie di storie in risposta alla domanda
“quale ruolo interpretiamo e rivestiamo nel nostro specifico settore?”. L’ultimo
livello, quello che caratterizza le narrazioni apicali, è quello a cui si
collocano le cosiddette “metanarrazioni”, ovvero quello in cui una serie di
individui organizzati elevano l’impatto che esercitano sul proprio contesto di
riferimento a una dimensione storica, capace di piegare alle proprie condizioni
lo sviluppo dell’umanità intera.
> L’ideologia delle grandi aziende tecnologiche è composta da un melange di
> millenarismo, fascinazioni soluzioniste ed echi di quella sorta di “destino
> manifesto” proprio della corrente lungotermista della filosofia contemporanea.
Ciò che fa delle grandi aziende tecnologiche forze di natura storica all’interno
della nostra società è proprio la loro volontà esplicita di agire sulla
dimensione metanarrativa dello sviluppo dell’umanità, attraverso il modo in cui
l’ideologia personale dei loro fondatori si riflette nel modo in cui essi
plasmano le organizzazioni e, attraverso di esse, influenzano i settori
industriali nei quali operano. Quali siano i tratti dominanti di questa
ideologia Signorelli lo spiega bene nei capitoli intitolati “La religione
dell’intelligenza artificiale” e “L’inquietante filosofia della Silicon Valley”.
Non c’è qui abbastanza spazio per approfondire le dimensioni religiose e
filosofiche dell’ideologia delle Big Tech ma è opportuno specificare che questa
è composta da un melange di millenarismo, fascinazioni soluzioniste ed echi di
quella sorta di “destino manifesto” che trova nella corrente lungotermista della
filosofia contemporanea il suo riferimento più saldo e prolifico. Quello che va
invece sottolineato è a cosa sia funzionale la narrazione del futuro che,
attraverso la produzione costante di storie, gli apparati di propaganda delle
grandi aziende tecnologiche distillano da questo sostrato ideologico, ovvero la
sua capacità di retroagire sul presente determinandolo.
Lo sviluppo delle tecnologie digitali più avanzate sembra seguire un copione
scritto in anticipo: quello delle storie che raccontiamo su di esse. E i loro
effetti, a dispetto della retorica, sono tutt’altro che immaginari. Più una
tecnologia viene raccontata come capace di risolvere i problemi dell’umanità su
una scala e con un impatto di dimensione storica, più sarà probabile che questa
tecnologia riuscirà a prevalere sulle altre tecnologie concorrenti nella
competizione per assicurarsi risorse, materiali e finanziarie, per potersi
sviluppare ulteriormente.
> Lo sviluppo delle tecnologie digitali più avanzate sembra seguire un copione
> scritto in anticipo: quello delle storie che raccontiamo su di esse. E i loro
> effetti, a dispetto della retorica, sono tutt’altro che immaginari.
Insieme alla tecnologia e al suo apparato di propaganda, la finanza, così
sostiene Signorelli, è una delle tre forze che mantengono attivo questo processo
di estrazione basato sulla produzione semiotica. Il metaverso è senza dubbio uno
degli esempi in cui questo processo appare meno sensato e giustificato che in
altri casi. Propagandate con la promessa di creare un mondo virtuale sostituivo
di quello attuale, le aziende che dichiaravano di voler costruire applicazioni
per questa tecnologia sono riuscite a raccogliere ingenti fondi ma sono state
incapaci di creare un’esperienza in grado anche solo di avvicinarsi a quanto
promesso, limitandosi a dare vita a goffe copie della realtà come l’ufficio
delle imposte ricreato da un comune norvegese “all’interno di Decentraland (un
ambiente immerso, non in realtà virtuale ma che rientra comunque nelle
tradizionali definizioni di metaverso), in cui recarsi con il proprio avatar per
pagare le tasse”.
Attraverso l’imposizione delle proprie narrazioni, le grandi aziende
tecnologiche riescono dunque a ottenere quello che, secondo l’interpretazione
che ne dà il filosofo tedesco Martin Heidegger, è l’obiettivo della tecnologia
moderna: smettere di essere il mezzo per ottenere un fine e diventare una
modalità di rivelazione del mondo, ovvero una forza in grado di modificare il
nostro modo di vedere e vivere la realtà.
> Per l’autore del libro, la realtà che ci circonda assomiglia sempre più a una
> simulazione: non perché sia finta, ma perché è filtrata da immagini e
> narrazioni che si impongono sulla sostanza.
Qual è dunque il modo di vedere e vivere la realtà che le tecnologie digitali e
le loro applicazioni più avanzate stanno apparecchiando per noi? Signorelli
prova ad articolare una risposta a questa domanda nel primo e nell’ultimo
capitolo del libro, dialogando apertamente con il pensiero di Jean Baudrillard e
due dei suoi concetti più celebri: quello di simulacro e quello di simulazione.
Per l’autore del libro, la realtà che ci circonda assomiglia sempre più a una
simulazione: non perché sia finta, ma perché è filtrata da immagini e narrazioni
che si impongono sulla sostanza. Quelle create dalle grandi aziende tecnologiche
sono metanarrazioni potenti, capaci di riscrivere il presente con la scusa di
promettere il futuro.
Signorelli ci mostra che, spesso, le tecnologie più celebrate non mantengono le
promesse che le accompagnano. Ma le storie che le raccontano continuano a
funzionare benissimo: attirano investimenti, ne orientano lo sviluppo, e
giustificano privilegi che esse creano. In questo senso, Simulacri digitali è un
invito a non fermarsi all’incanto della narrazione tecnologica, ma a interrogare
il potere che l’ha prodotta ‒ e il mondo che sta costruendo al nostro posto.
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