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Quantofrenia, la patologia dell’anima misurata
N el 1956 il sociologo russo-americano Pitirim Sorokin coniava il termine quantofrenia per denunciare un fenomeno che, a suo dire, rischiava di svuotare le scienze sociali di ogni profondità: l’ossessione per la misurazione numerica della realtà. In un momento storico segnato dalla volontà di rendere scientificamente affidabili le scienze umane, la quantità sembrava l’unica strada per la legittimazione. Eppure, Sorokin vedeva in questa tendenza un pericolo: ridurre la complessità dell’esperienza umana a semplici dati significava sacrificare la qualità alla contabilità, la comprensione profonda alla superficie della cifra. Quella che Sorokin descriveva come una deriva potenziale è oggi diventata sistema. Viviamo immersi in un ambiente culturale che ha fatto della datificazione la sua ideologia dominante. Ogni gesto, emozione, desiderio e pensiero può (e deve) essere tracciato, misurato, confrontato. L’essere umano contemporaneo si muove in un ecosistema fatto di tracker, dashboard, KPI (Key Performance Indicator), insight, analytics, convinto che ogni aspetto della sua esistenza sia più vero quanto più numericamente rappresentabile. Questo non vale solo per le aziende o le istituzioni, ma per la vita quotidiana. Il nostro sonno, il battito cardiaco, la produttività, le emozioni: tutto viene tradotto in dati. Il filosofo sudcoreano-tedesco Byung-Chul Han in La società della trasparenza (2014) ha scritto che “oggi tutto dev’essere trasparente, tutto deve essere visibile, misurabile”. Ma la trasparenza, apparentemente virtù democratica, si rivela così una forma subdola di controllo: l’efficienza che diventa valore morale. Sempre secondo Byung-Chul Han, “la società della trasparenza è una società della sorveglianza che si maschera da libertà”. Se in teoria sapere tutto di sé dovrebbe renderci più liberi e consapevoli, in pratica ci consegna a un’autosorveglianza continua. La quantità crescente di dati a nostra disposizione non ci rende affatto più lucidi: ci sovraccarica. L’accesso all’informazione è individuale, ma l’elaborazione è lasciata al singolo, senza strumenti, senza tempo, senza tregua. Non è tanto una questione di opacità, ma di asfissia cognitiva. David Brooks, editorialista del New York Times, in L’animale sociale. Alle origini dell’amore, della personalità e del successo (2012) esplora le radici emotive e inconsce del comportamento umano, contestando l’idea che siamo guidati da scelte razionali e misurabili: “La mente inconscia si occupa di gran parte del lavoro della vita. È come un presidente che prende decisioni ma che non ha idea di come le sue politiche vengano attuate”. L’ossessione per i dati, confrontandosi solo con la razionalità misurabile, ignora la complessità delle motivazioni umane. Brooks mostra come la vera formazione del carattere, della moralità, della felicità non sia misurabile: “Ciò che rende la vita significativa sono le relazioni intime, il senso di appartenenza, la gratitudine – tutte cose che sfuggono al numero”. > In un momento storico segnato dalla volontà di rendere scientificamente > affidabili le scienze umane, la quantità sembrava l’unica strada per la > legittimazione. La tendenza a ridurre la realtà a ciò che è misurabile non è solo una strategia cognitiva, ma un vero e proprio paradigma ideologico che si nutre di una falsa promessa: che i dati possano raccontare il reale in modo oggettivo. Come notava Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia, in Pensieri lenti e veloci (2012), invece, gran parte delle nostre decisioni è guidata da processi intuitivi, emotivi, non razionali. E là dove il dato pretende di spiegare tutto, finisce spesso per mascherare la complessità. Lo stesso Kahneman ha messo in guardia contro l’eccessiva fiducia nella coerenza statistica, evidenziando il ruolo centrale del contesto e delle euristiche. Più ci affidiamo ai numeri, più ci deresponsabilizziamo. Un effetto paradossale, dal momento che è proprio l’ansia di controllo che alimenta la smania di misurare tutto a portarci a delegare le decisioni ai dati, spogliandoci della responsabilità. Il numero rassicura, ci assolve: “lo dice l’algoritmo”, “è un dato oggettivo”, ma il controllo così perseguito si rivela illusorio: invece di decidere, lasciamo che una finta certezza decida per noi. Se un progetto fallisce, si incolpano i dati; se una decisione si rivela errata, era comunque “data-driven”. In questo modo, come ha osservato Herbert Simon, teorico dell’automazione e padre del concetto di “razionalità limitata”, in La ragione nelle vicende umane (1984), il dato diventa alibi e non strumento di comprensione. La distorsione non è solo cognitiva, ma anche narrativa. Isaac Asimov lo aveva intuito già nel 1955 con il racconto Diritto di voto (pubblicato per la prima volta in Italia nel 1962 sulla rivista Galaxy): in un futuro ipertecnologico, l’esercizio democratico viene rimpiazzato da un supercomputer, Multivac, in grado di prevedere il voto di tutta la popolazione intervistando un solo cittadino rappresentativo. Non importa più cosa si pensa o cosa si vuole: importa solo che i dati funzionino. L’immaginazione cede il passo all’inferenza statistica. > – Multivac possiede già la maggior parte delle informazioni necessarie per > decidere quali saranno i risultati delle elezioni nazionali, statali e locali. > […] Non possiamo prevedere quali domande le farà, ma sappiamo che forse non > avranno senso, né per lei né per noi. […] Durante il colloquio dovremo > ricorrere a qualche semplice dispositivo che le terrà sotto controllo > pressione sanguigna, il battito cardiaco, la conduttività della pelle e le > onde cerebrali. […] > – Questa roba serve per controllare se dico la verità? – chiese Norman. > – Nient’affatto, signor Muller. Non ha importanza che lei menta o dica la > verità. Nel momento in cui Multivac afferma che “non ha importanza che lei menta o dica la verità”, Asimov ci mostra una distopia dove la soggettività non ha più peso. Non conta cosa credi o cosa pensi, perché l’infrastruttura algoritmica ha già deciso chi sei e cosa farai. È una prefigurazione inquietante del nostro presente: i dati raccolti, incrociati e analizzati ci assegnano una “verità” algoritmica, spesso più influente delle nostre reali intenzioni o convinzioni. La verità, come l’intenzione politica, diventa ridondante. L’intelligenza artificiale generativa ha accelerato ulteriormente questa logica, rendendo possibile la creazione automatica di contenuti visivamente attraenti ma stilisticamente omologati. Emblematico il caso delle illustrazioni ispirate allo Studio Ghibli: la bellezza è replicabile, ma l’originalità è sacrificata. > Il numero rassicura, ci assolve: “lo dice l’algoritmo”, “è un dato oggettivo”, > ma il controllo così perseguito si rivela illusorio: invece di decidere, > lasciamo che una finta certezza decida per noi. La cultura digitale ha così internalizzato la quantofrenia. Le metriche sono diventate una seconda pelle: i like, le condivisioni, le visualizzazioni hanno sostituito il giudizio critico. La comunicazione si adatta alle logiche degli algoritmi e non alle esigenze del contenuto. Come osserva Evgeny Morozov in To Save Everything, Click Here (2013), l’uso strumentale della tecnologia tende a risolvere problemi complessi con soluzioni semplicistiche, nascondendo implicazioni politiche e culturali. La tendenza alla misurazione si è infiltrata anche nelle istituzioni educative. Le scuole e le università, sempre più soggette a ranking e valutazioni standardizzate, sono costrette a misurare l’impatto della ricerca e dell’insegnamento in termini di produttività. Ma come si misura una buona lezione? Come si quantifica l’effetto trasformativo della cultura su una persona? La valutazione dell’apprendimento rischia di diventare una caricatura di sé, come ha argomentato Martha Nussbaum in Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica (2014). Nussbaum critica l’educazione orientata ai test e ai numeri perché sacrifica le capacità critiche, empatiche ed etiche, cioè quelle fondamentali per una cittadinanza attiva. “Una democrazia – scrive – richiede cittadini che non solo abbiano capacità tecniche, ma che possano pensare criticamente, esaminare le tradizioni, comprendere il significato della sofferenza e dell’ingiustizia”. Ridurre tutto a metriche (valutazioni PISA, crediti, output di ricerca) snatura l’educazione: la trasforma in addestramento. La cultura, invece, dovrebbe formare esseri umani completi, non solo lavoratori efficienti. Eppure, i dati non sono il male. Come sottolineano anche Harvard Business Publishing e Forbes in numerosi contributi sul management, affidarsi esclusivamente alla quantificazione rischia di semplificare eccessivamente fenomeni complessi, conducendo a decisioni paradossalmente meno informate, ma le metriche possono aiutarci a identificare delle opportunità che sarà l’intuizione a tradurre in scelte realmente efficaci. I numeri non provano gioia, dolore, entusiasmo: sono strumenti, non fini. Un esempio virtuoso fu House of Cards (2013-2018), prima produzione originale Netflix basata su dati di fruizione che indicavano una domanda per contenuti politici. Ma non furono i numeri a decretarne il successo: fu l’intuizione creativa, il cast d’eccezione, la cura narrativa. Oggi, invece, la stessa piattaforma viene criticata per puntare su formule prevedibili e produzioni a basso rischio. La crisi della narrazione si accompagna a una crisi del senso. Se ogni scelta è calcolata, ogni comportamento previsto, che spazio resta per l’incertezza, per l’imprevisto, per l’errore creativo? Come possiamo ancora raccontare storie che aprano mondi, invece di ridurli a ciò che è già noto? In Contro i numeri. Perché l’ossessione per dati e quantità sta rallentando il mondo (2019), lo storico Jerry Z. Muller mostra come l’ossessione per la misurazione danneggi i contesti che vorrebbe migliorare. Il problema, secondo Muller, è che “quando una metrica diventa un obiettivo, smette di essere una buona metrica”. Succede nella sanità (dove si punta a ridurre i tempi d’attesa a scapito della qualità della cura), nell’istruzione (dove si insegna “per il test” anziché per formare pensiero critico), nella ricerca (dove si pubblica molto ma si scopre poco). Muller parla di “perversione dei segnali”: i numeri nascono come indicatori, ma finiscono per sostituire i fini ultimi delle istituzioni. > La nostra è l’epoca della datificazione della realtà, dove tutto deve essere > misurabile e misurato. I dati, insomma, possono ispirare, ma non devono dettare. Come ha scritto Shoshana Zuboff in Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri (2019), “l’esperienza umana è diventata materia prima gratuita per le pratiche commerciali nascoste di estrazione, previsione e vendita”. La logica predittiva, secondo Zuboff, sottrae all’individuo il diritto di definire la propria identità e i propri fini. L’azione spontanea, la creatività, la decisione etica vengono erose da modelli che anticipano e condizionano il comportamento. “Questa non è automazione – scrive – è espropriazione”. Il soggetto viene dissolto nella previsione: non siamo più chi scegliamo di essere, ma chi il sistema calcola che saremo. Ed è qui che, infine, la riflessione si fa personale. Ho visto alcune delle menti migliori della mia generazione struggersi di fronte a serie di dati impazziti. Rifiutare cene a base di pizze lievitate naturalmente per più di ventiquattr’ore per sacrificare la vista su metriche svuotate di significato e fogli Excel troppo luminosi, animate dall’isteria per la consegna del prossimo report trimestrale. Percorrere i pochi metri quadri di casa con una tazza di caffè filtrato, cuffie noise-cancelling e felpa oversize di cotone biologico alla ricerca della formula definitiva per il successo in dieci semplici mosse, se sintetizzabili in cinque anche meglio. I pollici incollati allo schermo in cerca di una validazione numerica a sé stessa. Siamo social media manager, data analyst, SEO specialist, ricercatori. Apostoli del dato, cavalieri della tabella pivot, eminenze grigie dell’analytics. Con montature da intellettuale non praticante e outfit business casual calibrati al millimetro, perché nulla dice “basato su dati significativi” come un look azzurrino ben stirato. Abbiamo smesso di parlare di idee: meglio restare ancorati alle metriche di performance, all’eventuale ritorno sull’investimento, di percentuali, tante percentuali. Sempre del “cosa”, mai del “perché”. La nostra è l’epoca della datificazione della realtà, dove tutto deve essere misurabile e misurato. Ogni respiro, ogni passo, ogni sbuffo viene tradotto in un grafico a torta o in una linea preferibilmente ascendente. Mi sono appena svegliata: Fitbit ci tiene a dirmi che ho dormito il 13% in meno rispetto alla media della popolazione degli altri millennial ansiosi. Ordino un cappuccino e c’è un’app che mi informa che ho speso il 22% in più rispetto al budget mensile per le mie bevande a base di latte d’avena. Il mio smartwatch registra un’accelerazione del battito cardiaco: inquietudine da overspending. Voglio lo zucchero, voglio il cacao? Consulto l’app delle calorie. Non me lo godo, ma almeno so quanto mi è costato in termini finanziari e metabolici: è fantastico. Se vado a correre e scordo di avviare l’app, semplicemente la mia corsa non esiste. Ogni decisione, ogni singolo, microscopico gesto è misurato, analizzato, comunicato e archiviato. Quand’è che ho smesso di raccontare storie per limitarmi a ricevere e distribuire dati? Quand’è che sono diventata un’anima misurata? L'articolo Quantofrenia, la patologia dell’anima misurata proviene da Il Tascabile.
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Bernard-Henri Lévy: ideologo dell’Occidente?
I l sogno è stato quello di raccogliere l’eredità di Voltaire, Zola e Sartre, incarnando l’ideale del grande intellettuale pubblico francese. Per quasi quarant’anni Bernard-Henri Lévy, filosofo più a suo agio come performer che dietro a una cattedra, ci è riuscito. Con una clausola, secondo i suoi nemici: diventando un abile ideologo, capace di travestirsi da paladino dell’umanesimo per difendere l’esistente.  Un globetrotter da 150 milioni di euro sul conto in banca le cui parole hanno funzionato, con straordinaria costanza, come proiettili sparati sempre nella stessa direzione: quella dei nemici dell’Occidente. Polemista, reporter, esteta, seduttore, consigliere di presidenti e soprattutto disturbatore diplomatico, BHL ‒ l’acronimo con cui lo chiamano in Francia ‒ continua a dominare la scena intellettuale europea come una figura mitologica. Nato a Beni Saf, in Algeria, nel 1948, Lévy appartiene a una famiglia ebraica sefardita che si trasferì in Francia quando lui aveva sei anni. Figlio di un ricco industriale del legno, Lévy è cresciuto in un contesto agiato, intellettualmente esigente e profondamente consapevole del proprio privilegio. Ha frequentato l’École Normale Supérieure, sotto la guida di intellettuali come Louis Althusser e Jacques Derrida. Invece di restare nell’ambito del mondo accademico, però, Lévy ha deciso presto di fare della figura pubblica la sua vera opera. È diventato giornalista e corrispondente di guerra, coprendo la guerra di indipendenza del Bangladesh nel 1971. Nei primi anni Settanta è stato anche tra i fondatori del movimento dei Nouveaux philosophes, una corrente antitotalitaria che si scagliava contro il marxismo, l’URSS e i dogmi della sinistra radicale ereditati dal maggio del Sessantotto. È stato in quegli anni che, secondo il suo stesso racconto, nasceva il filosofo engagé. Insieme ad André Glucksmann, Alain Finkielkraut e Pascal Bruckner ha rivendicato la sua partecipazione alla lotta studentesca per farne un ingrediente biografico decisivo, salvo poi attaccarla nei decenni successivi, per il suo lascito nella morale sessuale, i diritti umani, la religione e l’antisemitismo. C’era la ripresa di un pensiero liberale che mescolerà l’entusiasmo per il crollo del comunismo agli slogan di un illuminismo un po’ robotico; un repubblicanesimo che suggerirà l’appartenenza a un Occidente centrato sugli Stati Uniti e, successivamente, sulla lotta al “terrorismo internazionale”. Un radicalismo che non spaventerà nessuno nei segmenti centrali in società, ma detterà il perimetro del dicibile nella sinistra spaesata post guerra fredda. Lévy ha compreso, mentre crollava il mondo bipolare, l’importanza dell’immagine e del discorso emozionale in un’epoca che si avviava verso il dominio televisivo. È stato un iper-modernista che si professava difensore di valori universali, da imporre ovunque, attraverso una sorta di pensiero prêt-à-porter, facilmente confezionabile per i talk show e i supplementi culturali. E in effetti la biografia di Lévy sembra essere costruita come una sequela di episodi in un serie d’avventura, dove il protagonista ha un ego sconfinato: nel 1993, durante una visita nella Bosnia assediata, Lévy si è trovato bloccato dal fuoco serbo. Mancava poco al suo matrimonio con Arielle Dombasle, star del cinema francese. Così chiamò l’Eliseo e ottenne un jet privato. “Ho fatto così tanto per il governo francese, era il minimo”, commenterà più tardi. Aggiungendo: “Cosa dovevo fare? Non sposarmi più?”. L’episodio gli è valso il soprannome Deux heures à Sarajevo, e resta emblematico del modo in cui Lévy ha sempre vissuto il mondo: come una ribalta per la sua epopea personale, da attraversare e divulgare senza perderci troppo tempo, prima dell’avventura successiva. > Lévy ha deciso presto di fare della figura pubblica la sua vera opera. Ha > compreso, mentre crollava il mondo bipolare, l’importanza dell’immagine e del > discorso emozionale in un’epoca che si avviava verso il dominio televisivo. Vent’anni dopo, durante il collasso del regime di Muammar Gheddafi è volato in Libia, ha convinto l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy a intervenire militarmente, ha negoziato con i ribelli, e si è presentato come l’intermediario tra Parigi e il Consiglio nazionale di transizione. «Non credo nei miracoli, ma quel giorno ne è avvenuto uno», scrisse, parlando dell’incontro tra i libici e Sarkozy da lui stesso organizzato. È stato lui, Lévy, a chiamare l’Eliseo e lo ha convinto ad accettare. Una diplomazia parallela, autoinvestita, sostenuta da un ego che ha bisogno di una causa per alimentare un personaggio larger than life, come dicono gli anglofoni. Fa niente che l’intervento in Libia abbia lasciato dietro di sé un Paese devastato e preda del caos: BHL è sempre concentrato su un’altra missione. “Riparare il mondo. Soltanto ripararlo. Ma ripararlo con ardore, vigore, determinazione”: è una frase usata tanti anni fa da BHL per definire sé stesso, e che lui ha concretato mettendosi su un piedistallo dominante, orchestrando con maestria una campagna di autopromozione senza precedenti, capace di garantirgli una presenza costante su stampa e televisioni. Ma se Sartre si batteva contro il colonialismo e dialogava con i movimenti rivoluzionari, Lévy ne ha rappresentato il rovescio: vicino ai potenti, amico stretto del direttore del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn, sostenuto da una rete fitta di relazioni nei media e nella finanza che ne hanno amplificato sistematicamente la voce. Dietro questa immagine c’è una visione del mondo che più manichea non si può. BHL l’ha sintetizzata in un intervento l’anno scorso, al Teatro Parenti di Milano, la cui direzione è notoriamente filoisraeliana rigida: da un lato, per il filosofo, c’è l’“asse del male” ‒ Putin, Hamas, l’Iran, la Cina ‒, dall’altro “noi”, le democrazie occidentali sotto attacco. Ogni ambiguità è espunta, ogni complessità ignorata. Certo, c’è anche in Francia una sinistra che si oppone a questo schema: ma questa è per lui la sinistra “melanconica”, come la definisce, oppure i “nichilisti”, cioè chi ha in odio la vita, che per BHL dev’essere spesa a dimostrare come i processi di globalizzazione, se gestiti con intelligenza e ottimismo, possano tradursi in benefici concreti per la gente comune, di qualunque nazionalità e credo. Le scorrettezze per demolire ogni resistenza a questo concetto non si contano. Nel 2018, Lévy ha scritto che il cambio di nome da Persia a Iran nel 1935 fu un favore fatto dagli iraniani ad Adolf Hitler in persona, per ingraziarselo. In realtà, i rapporti tra nazisti e lo shah di Persia erano minimi. E questa storia, che Lévy tenta di usare per far risalire al Terzo Reich la malvagità del regime odierno di Teheran, era stata peraltro messa in giro proprio dagli ayatollah, a partire dalla Rivoluzione islamica, per denigrare il regime precedente. Un’affermazione storicamente falsa, insomma, ma perfettamente funzionale al sensazionalismo mascherato da analisi del filosofo. Stesso modus operandi nel 2001, quando nel suo resoconto sulla Colombia in preda a una quasi-guerra civile, descrive le “rosse” FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) come un cartello mafioso, ignorando completamente il ruolo dei paramilitari filo-governativi e filo-occidentali, responsabili dell’80% dei morti delle violenze. Non è inettitudine, la sua, è omissione strategica: manipolare la realtà in modo da rafforzare la propria narrazione morale. > Se Sartre si batteva contro il colonialismo e dialogava con i movimenti > rivoluzionari, Lévy ne ha rappresentato il rovescio: vicino ai potenti, > sostenuto da una rete fitta di relazioni nei media e nella finanza che ne > hanno amplificato sistematicamente la voce. Nel novembre dello stesso anno, BHL aveva pubblicato su Le Point una lettera “a chi si è sbagliato”, vale a dire ai pacifisti che contestavano nelle piazze la War on Terror bushista: “Dicevate: ‘il pantano americano… gli americani sono bloccati… l’esercito americano non riuscirà mai a sconfiggere questo nuovo Vietnam che sono le pianure e le montagne dell’Afghanistan…’. Ecco la caduta di Kabul, il disastro senza gloria dei talebani e la vittoria fulminea”. Prendeva in giro, Lévy, i talebani che sembravano già sconfitti in un battibaleno. Vent’anni dopo questo giudizio inappellabile, gli Stati Uniti si sarebbero ritrovati impantanati nel conflitto armato più lungo della loro storia e con migliaia di morti e traumatizzati, fino al ritiro disastroso durante l’amministrazione Biden. Ogni nuova uscita editoriale o filmica di BHL, non importa quante cantonate lui abbia preso, è accompagnata in Francia da un battage mediatico quasi totalitario: elogi sperticati sui canali pubblici, interviste ossequiose che oscillano tra l’agiografia e la promozione, con giornalisti che gli fanno domande tipo: “Cosa la spinge a correre questo rischio?”, o “Dove trova tutto questo coraggio?”. Se filosofi come Gilles Deleuze e Jacques Rancière non hanno mai nascosto il loro disprezzo per la vacuità del Lévy-pensiero, e Cornelius Castoriadis si definiva “sconcertato” dal suo successo, dei reporter d’inchiesta, Nicolas Beau e Olivier Toscer hanno messo a fuoco quindici anni fa non solo l’ideologia, ma soprattutto il potere materiale di Lévy: quello di un uomo d’affari spregiudicato, capace di accrescere il già cospicuo patrimonio familiare, di eludere il fisco mentre impartiva lezioni anticomuniste alle classi popolari, e di dirigere un’azienda implicata in gravi casi di deforestazione in Africa. Dietro la retorica del “bene” e dell’“umanesimo” si è celato, secondo Beau e Toscer, un uomo-network capace grazie ai suoi mezzi e alle sue relazioni di influenzare il discorso pubblico. Anche a base di intimidazioni, ricatti editoriali, pressioni sulle redazioni per non invitare personalità ostili, e tentativi di fare cancellare ogni voce critica. Qualcuno ogni tanto si ribella. Nel suo libro-reportage sul giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl (Chi ha ucciso Daniel Pearl, 2003), Lévy si è messo in viaggio in Pakistan per rintracciare i suoi assassini. Il decano degli storici dell’area, lo scozzese William Dalrymple ha smontato il lavoro punto per punto, definendolo un atto di vanità travestito da inchiesta: > Sebbene tenti di creare una nuova forma letteraria… mescolando reportage con > la novellizzazione in stile John Berendt o Truman Capote, appare evidente fin > dalle prime pagine che, con il Pakistan, Lévy è completamente fuori dalla sua > portata. Il problema principale del libro è la qualità dilettantesca di gran > parte della ricerca di Lévy… dimostra ben presto di essere profondamente > ignorante sulla politica dell’Asia meridionale… Lévy presenta una serie di > teorie del complotto arzigogolate e indimostrabili. > In tutto il suo libro, Lévy mostra un disprezzo intermittente per l’Islam e > qualcosa di simile all’odio per il Pakistan. Il problema con la condanna > totale di Lévy verso il Pakistan e i suoi abitanti è che offre un ritratto in > cui non c’è spazio per la sottigliezza e la sfumatura. Il più ridicolo di > tutti è l’auto-ritratto della figura aspirante a James Bond che Bhl dipinge di > sé stesso, rappresentandosi come l’eroe della propria storia di spionaggio. Ma questo è il metodo BHL: apparire nei luoghi delle crisi per esserne protagonista. Come quando, dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, è volato immediatamente in Israele. “È stato un riflesso”, dirà. Si è fatto fotografare a Sderot, ha visitato i kibbutz attaccati scortato dai funzionari di Benjamin Netanyahu, e ha concluso che Gaza e Kiev sono due facce dello stesso conflitto, e che dietro entrambe c’è sempre lui: Vladimir Putin. A BHL non interessa avere pudore nell’analogia storica: cerca l’effetto magniloquente, che gli faccia tenere insieme il castello concettuale che ha costruito per i lettori. Così il suo reportage sulla guerra tra lo Stato ebraico e Hezbollah nel 2006 era stato ancora più grottesco. Lévy aveva paragonato l’Israel defence force alle brigate repubblicane della guerra civile spagnola: come se un esercito dotato di F-16 e intelligence satellitare fosse assimilabile ai volontari squattrinati di Hemingway che combattevano contro Franco. > Questo è il metodo BHL: apparire nei luoghi delle crisi per esserne > protagonista. E se all’uscita del libro aveva reagito con sdegno a La rabbia e l’orgoglio (2001, 20092) di Oriana Fallaci, sua amica, definendolo un testo pericoloso che favoriva l’odio indiscriminato contro i musulmani, oggi ne condivide lo stesso schema oppositivo, semplicemente indossato con una giacca più elegante. Non a caso, il pensiero di BHL è amplificato dalla stessa galassia centro-liberale convinta che non ci siano alternative allo “scontro di civiltà” che vent’anni prima aveva amplificato la giornalista fiorentina: inclusa una sinistra laica e universalista spaventata dal multiculturalismo. Così come Fallaci, BHL si ritrova alleato dei neoconservatori e femministe “della seconda ondata” che si sentono esiliati in casa propria e hanno in odio l’Islamo-gauche. Con gli anni BHL ha approfittato di un clima molto più sensibile verso l’antisemitismo che verso l’islamofobia. Quando la Corte penale internazionale ha emesso i mandati di cattura per Netanyahu lui è andato su tutte le furie: ha definito “vergognosa” la decisione, nonostante l’arresto sia invocato anche per i leader di Hamas (che nel frattempo però sono morti) e ha bollato la denuncia di “genocidio” a Gaza come “Falsa, moralmente abietta”. La pugnace inviata dell’ONU per i Territori Occupati, nonché star mediatica, Francesca Albanese, è diventata così un suo bersaglio prediletto: “pericolosa”, “nuovo volto dell’antisemitismo”, “megafono di Hamas”. BHL ne ha chiesto la censura presso tutte le università appoggiandosi ai comunicati di UN Watch, una aggressiva lobby filoisraeliana. Non contento ha scritto un libro, La solitudine di Israele (2024), accusando l’Occidente di non aver aiutato abbastanza il suo alleato. Sulle pagine di Repubblica, durante le prime fasi della guerra su Gaza, BHL è stato una presenza assidua. Ha attaccato senza pietà gli studenti pro-Gaza, liquidandoli senza appello come sciocchi e antisemiti. “Se alziamo la voce contro Israele, è perché abbiamo perso la nostra bussola morale”, scriveva su X (fu Twitter). E poi: “Il futuro di Israele è luminoso grazie a menti acuminate come Eylon Levy. Lui lo sa che le parole contano. E che l’online è un’altra linea del fronte per questa guerra”. Si trattava, letteralmente, dell’ex propagandista online di Netanyahu. Che aveva definito i partecipanti nelle proteste per il cessate il fuoco di Londra, tutti, senza distinzioni, “apologeti dello stupro”, e si era fatto licenziare perché era riuscito a offendere persino il governo Tory britannico. “La strategia offensiva contribuirà alla vittoria”, prometteva BHL. Persino il mite Michele Serra è costretto a intervenire, commentando in una sua Amaca il filosofo televisivo che sciorina “inamovibile, autorevole, impenetrabile a qualunque obiezione, una lista infinita di ragioni di Israele nel nome delle quali non esisteva altra possibile ragione. Ovvero: o Noi, o Loro. Non può funzionare così. O meglio, finché funziona così l’annientamento reciproco (che è figlio della disumanizzazione reciproca) è la sola strada percorribile”. > Il pensiero di BHL è amplificato dalla galassia centro-liberale convinta che > non ci siano alternative allo “scontro di civiltà”, inclusa una sinistra laica > e universalista spaventata dal multiculturalismo. In un certo senso, tuttavia, i social sono stati una sciagura sia per BHL che per Israele: il pubblico anziano e benestante che si adagia su una serie di pregiudizi e luoghi comuni male informati sulla carta non può nulla contro l’informazione senza intermediari che smaschera le manipolazioni degli intellettuali pubblici e getta luce sui crimini di guerra di una nazione alleata di ferro dell’Europa. Molti intellettuali intruppati nelle stesse cause di BHL, disabituati al confronto aspro e goffi tecnicamente, a causa dell’età, hanno peggiorato, a causa di tecniche propagandistiche facilmente demolibili, la percezione pubblica dell’«unica democrazia del Medioriente». Eppure, lui ha continuato a rimanere al centro della scena mediatica, sostenuto da una rete di alleanze politiche ed editoriali che lo hanno reso quasi intoccabile. Negli ultimi anni, BHL ha trasformato l’Ucraina nella sua nuova ossessione: fotografie in trincea, discorsi all’ONU, documentari con sé stesso protagonista. Le sue apparizioni al fronte ‒ sempre in giacca nera stirata e camicia bianca slacciata ‒ non servono a confondere il pubblico: sono il suo marchio. Un’estetica da reportage di moda prestata ai crimini di guerra. E se qualcuno glielo fa notare, lui risponde: “È la mia uniforme”. Il fatto di essere “andato sul campo” gli serve a vantare un’autorevolezza che tanti pacifisti secondo lui non hanno, e a invocare più aiuti militari, più massimalismo e più silenziamento degli scettici, nonostante i suoi tour all’estero siano impacchettati su misura per il messaggio che deve passare. Quella configurazione serve, a BHL, per portare avanti un universalismo estremamente selettivo, che si manifesta quando il bersaglio non disturba i suoi alleati e non costringe a ragionamenti troppo complessi. Un’idea del mondo puerile messa in mostra in un monologo teatrale del 2018: Last Exit before Brexit. BHL, seduto sognante in poltrona, alla fine di un’intemerata per salvare il progetto europeo, elenca il governo continentale dei suoi sogni: John Locke e Rosa Parks ai Diritti umani; Pussy Riot ai Diritti delle donne; George Soros e Madre Teresa all’Economia. Un dispositivo che funziona con un pubblico spaesato, che per risolvere la sua crisi d’identità sceglie di irrigidirsi sempre di più, sempre di più, e tenta di rallentare il declino europeo con formulette che sembrano uscite da un film Marvel. In una lettera pubblicata nel 1979, lo storico francese Pierre Vidal-Naquet, indignato per la promozione di un saggio di Bernard-Henri Lévy, intitolato Il testamento di Dio, chiedeva ai lettori del Nouvel Observateur: “Come può accadere che, senza esercitare il minimo controllo, un editore, dei giornali, delle reti televisive lancino un prodotto simile, come fosse una saponetta?”. Mezzo secolo dopo, quella domanda è ancora più inquietante. Lévy non è solo un intellettuale controverso: è un sintomo. Il sintomo di contraddizioni che non riguardano una sola persona, ma una civiltà, che vuole sostituire la complessità con l’arroccamento. In questo scontro il mondo è un palcoscenico. E lui sempre al centro, con la camicia sbottonata. 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