A lla domanda “Come ti sentiresti se non potessi più utilizzare la nostra app?”,
tra le tre opzioni “Molto deluso”, “Un po’ deluso”, “Per niente deluso”, Daniel
(36 anni, maschio) aveva scelto l’opzione “Per niente deluso”, rientrando così
tra i Detractor del nostro prodotto. Gli inviai la solita e-mail preimpostata
per invitarlo a un’intervista, come avevo fatto con altri centoquarantasette
utenti che nelle ultime due settimane avevano espresso lo stesso giudizio
rispondendo al questionario che appare nell’applicazione. Speravo di
intervistare almeno otto di loro.
Per incentivare la partecipazione, offrivo un premio: un’infusione endovenosa
gratuita di vitamina C presso il nostro laboratorio. Nel corpo dell’e-mail avevo
incluso un link al mio calendario. Dopo pochi minuti, la notifica: Daniel aveva
prenotato uno slot per il giorno successivo alle 8 e 30 del mattino. Odiavo fare
interviste così presto. Un’intervista alle 8 e 30 significava dovermi svegliare
un’ora prima del solito. Ma considerate le condizioni del mercato del lavoro a
Berlino dopo la pandemia, non potevo certo lamentarmi.
Parte I: Il questionario
Tra marzo 2024 e aprile 2025, prima di essere vittima del secondo licenziamento
di massa in cinque anni, ho lavorato come User Researcher per una start up
tedesca nel settore Health Tech. L’applicazione, tuttora presente sul mercato,
consente agli utenti di prenotare esami del sangue, recarsi in un laboratorio
affiliato e ricevere il referto entro ventiquattro ore direttamente sul proprio
telefono. Il vantaggio principale del prodotto è quello di bypassare il medico,
spesso definito the middle man dagli utenti che intervistavo durante le varie
ricerche e test di usabilità. The middle man: una locuzione dietro la quale si
cela una presuntuosa, a tratti feroce sfiducia nella scienza normale, scomodando
una celebre espressione di Thomas Kuhn.
Prima del marzo 2024, non sapevo nulla del settore Health Tech, né tantomeno di
come interpretare referti di laboratorio. Avevo da poco compiuto quarant’anni e
non mi era mai passato per la testa di aggirare il parere medico per sapere se
ci fosse qualcosa di sbagliato dentro di me. Il motivo per cui ero stato assunto
da quella start up era determinare se il loro prodotto fosse market fit, ovvero
se rispondesse in modo efficace ai bisogni del target audience, il pubblico a
cui era indirizzata.
Avevo condotto ricerche simili in passato per due aziende diverse: una di
viaggi, un’altra di e-commerce. Ci sono vari modi per misurare il cosiddetto
Product-Market Fit. Quello che preferisco è stato ideato recentemente da Sean
Ellis, una sorta di guru del Growth Marketing. Tutto comincia con una semplice
domanda da porre in un questionario: “Come ti sentiresti se non potessi più
utilizzare la nostra app?” Tre risposte possibili: “Molto deluso”, “Un po’
deluso”, “Per niente deluso”.
> Il motivo per cui ero stato assunto da una start up del settore Health Tech
> era determinare se il loro prodotto fosse market fit, ovvero se rispondesse in
> modo efficace ai bisogni del target audience, il pubblico a cui era
> indirizzata.
Secondo Ellis, un prodotto soddisfa i bisogni di mercato quando almeno il 40% di
chi risponde al questionario si dichiara “molto deluso” all’idea di non poterlo
più usare. Quella app raggiungeva a malapena il 30%, quindi era ancora lontana
dal tanto desiderato market fit. Ma la ricerca non finiva qui. Il questionario
era solo l’inizio. Oltre a offrire quel benchmark ideale, mi permetteva di
segmentare gli utenti in tre categorie di sentimento: Supporter, On-the-fence,
Detractor. In quelle settimane di aprile del 2024, la mia attenzione era rivolta
ai Detractor come Daniel.
Parte II: L’intervista
Il giorno dell’intervista, mi svegliai alle 7. Come ogni mattina, presi dal
frigorifero la scodella di fiocchi d’avena lasciati in ammollo tutta la notte
per ridurne il contenuto di acido fitico che, a detta della nutrizionista
olistica dell’azienda, interferisce con l’assorbimento dei minerali. Vi aggiunsi
miele e una manciata di mirtilli, antiossidanti. In pochi minuti l’avevo
spazzato. Poi inghiottii una pastiglia di vitamina D3 da 5000 IU e un
integratore di vitamine B-Complex.
Da circa un mese, questa era diventata la mia routine mattutina: una nuova
versione di me che non mi sarei mai aspettato ‒ perché stavo benissimo. Per
provare quel prodotto avevo fatto un test. Era gratis per i dipendenti.
Risultati alla mano, la nutrizionista aziendale disse che i miei valori di
vitamina D e vitamine B, sebbene pienamente nella norma, potevano essere più
alti: dovevano essere più alti. Citava opinioni di influencer come Rhonda
Patrick e Mark Hyman, di cui non avevo mai sentito parlare. Mi prescrisse due
integratori, io mi fidai.
Quella mattina arrivai in ufficio puntuale alle 8 e 15, giusto il tempo per
prepararmi un caffè lungo, nero e senza zucchero, che sempre secondo la
nutrizionista avrebbe la proprietà di prevenire. tra gli altri, cancro al
fegato, diabete di tipo 2 e infarto. Alle 8 e 25 prendevo posto sul piccolo
sgabello nel booth insonorizzato, aprivo il laptop di fronte a me, pronto per la
videochiamata con Daniel. Alle 8 e 30, la notifica: Daniel era entrato nella
sala d’attesa virtuale. Lo feci accedere alla chiamata.
“Grazie per aver trovato il tempo per parlare con me,” lessi dai miei appunti.
Di fronte a me avevo un documento intitolato PMF Interview Script. Cominciai a
recitare l’introduzione in cui spiegavo a Daniel come sarebbe andata la nostra
chiacchierata. Avremmo parlato dei suoi interessi legati a salute, fitness,
nutrizione. Poi gli avrei posto una quarantina di domande sulla sua esperienza
con il nostro prodotto ed eventuali competitor. Infine avrei lasciato cinque
minuti di tempo per le sue domande. Quarantacinque minuti in tutto.
> Il vantaggio principale dell’applicazione è quello di bypassare il medico,
> spesso definito the middle man dagli utenti, una locuzione dietro la quale si
> cela una presuntuosa, a tratti feroce sfiducia nella scienza normale.
“Okay, cominciamo,” mi esortò lui, stortando il volto in un’espressione
annoiata. Non era un comportamento insolito. I detrattori di un prodotto, quando
accettano di essere intervistati, tendono a esagerare il proprio malcontento.
Spesso lo fanno per ottenere sconti su acquisti futuri o, nei casi più audaci,
per richiedere rimborsi completi e la cancellazione dell’account. Non mi feci
intimidire. “Perfetto. C’è un aspetto della tua salute a cui presti particolare
attenzione ultimamente?” “Ho da poco superato i 35 anni,” rispose Daniel,
trascinando le parole, “Prima di provare il vostro servizio, l’anno scorso ho
fatto un esame del sangue generico. È saltato fuori che i miei livelli di
colesterolo LDL sono troppo elevati.”
Daniel indossava una maglietta a maniche corte bianca; rivelava spalle strette,
spigolose, un collo sottile e teso. A guardarlo, pensai che non doveva essere un
Optimizer, una delle quattro user persona su cui si basava il design del
prodotto. Forse rientrava tra i Guidance Seeker o i Disease Preventer. Per la
sua età, oltre che per la figura esile, non poteva certo essere un Fit Retiree.
Indagai. “In che modo cerchi di monitorare e migliorare il tuo colesterolo?”
“Cosa devo fare? Cerco di fare attenzione a quello che mangio. Ogni tanto vado a
correre, ma non con regolarità.”
Confermato: non era un Optimizer. Un Optimizer avrebbe parlato fino allo
sfinimento ‒ mio ‒ di sport, diete, integratori, podcast, influencer. Gli sport
che vanno per la maggiore tra gli Optimizer sono cross-fit, corsa, nuoto. Quelli
che avevo intervistato nelle settimane precedenti facevano maratone e gare di
triatlon. Tra i podcast, menzionavano spesso biohacker come Andrew Huberman,
Peter Attia, Bryan Johnson. Leggono libri di self-help come The Glucose
Revolution di Jessie Inchauspe, e Metabolical di Robert Lustig. Gli Optimizer
poi tendono a utilizzare app di tracciamento biometrico. Prodotti come Whoop,
Fitbit, Garmin, Oura. Utilizzano bilance a sensori come quelle di Withings che
offrono analisi della composizione corporea e monitoraggio della salute
cardiaca. Invece di consultare dottori, gli Optimizer chiedono consigli a
ChatGPT e Claude. I dottori, sostengono loro, pensano a curare, non a prevenire:
non ne sanno nulla di self-improvement.
Il fatto che Daniel avesse risposto in modo così misero alla mia domanda sulle
sue abitudini di fitness e alimentazione ‒ una corsetta ogni tanto e una
generica attenzione al cibo ‒ lo collocava chiaramente tra i Disease Preventer:
quelli che sì, vogliono evitare di ammalarsi, ma non dimostrano lo stesso
impegno attivo, costante degli Optimizer. Stavo per porgli un’altra domanda,
quando lui mi interruppe. “In tutta onestà, non so nulla di queste cose. Dovete
dirmi voi cosa fare. Ho accettato di partecipare a questa intervista solo per
poter parlare con qualcuno della pessima esperienza che ho avuto.” “Qualcosa
non è andato come speravi?” “Ho fatto il test a fine gennaio. Avevo undici
valori fuori range. Undici. Sono andato nel panico. Cliccavo qua e là per capire
se avessi qualcosa di grave. Una malattia. Un tumore. Ma la app non diceva
nulla. Mi consigliava di fare sport, mangiare salmone, smettere di fumare. Non
ho mai fumato e credo di nutrirmi bene. Il servizio clienti mi ha detto che in
quanto prodotto non-medico, non potete fare diagnosi. Ho pagato 179 euro per
questo test e tutto quello che avete da dirmi è di mangiare salmone?”
Daniel era decisamente un Disease Preventer di tipo ansioso. Il candidato
perfetto per un progetto su cui stavamo lavorando in quel periodo, dal titolo
Reduce Anxiety, che prevedeva nuove funzionalità per ridurre l’ansia in caso di
referti che potevano apparire preoccupanti. Cliccai sul tasto “Eureka” del
software di videochiamata per evidenziare quel momento e presentarlo al team più
tardi, come spunto di riflessione.
“Puoi dirmi di più sulle sensazioni che hai provato quando hai ricevuto il
referto?” “Panico. Ho telefonato al mio dottore. Mi disse che non avrei dovuto
spendere soldi per un servizio del genere. Che sarei dovuto andare da lui. Ma
lui non mi è mai stato d’aiuto. Dice sempre ‘Va tutto bene’, anche quando lo
vedo con i miei occhi che i risultati non sono nella norma.” “E cosa hai fatto
allora?” “Non avevo altra scelta. Sono andato in studio da lui. Mi ha fatto un
altro prelievo. Una settimana dopo mi ha chiamato. I risultati non erano diversi
dai vostri, ma secondo lui non c’era nulla di strano. Erano appena passati
Natale e Capodanno, era normale che trigliceridi, glucosio, insulina fossero un
po’ sballati, diceva. E che stress e cattivo sonno potessero influenzare
cortisolo, glicemia e altre cose. Dovrò rifare i test tra quattro mesi.” “C’è
qualche contenuto tra quelli proposti dalla app che hai trovato di qualche
utilità?” “No.” “Cosa avresti voluto trovare in una app ideale, in quel
momento?” “Dirmi chiaramente che non stavo per morire. Ricevere consigli
personalizzati. Darmi una lista di integratori da prendere. Quello sarebbe un
buon inizio.” “Prendi qualche integratore?” “Per ridurre stress e infiammazione
prendo curcumina, quercetina e bromelina.” “Te li ha consigliati il dottore?”
“No. Lui dice che non sono scientificamente provati. Li ho trovati su Internet.”
“Stanno funzionando?” “Ho cominciato da poco.”
> Il mercato globale del settore Health Tech appare in forte crescita ‒ stimata
> circa al 7% annuo ‒, trainato dalla crescente domanda di soluzioni sempre più
> accessibili e personalizzate. Si stima che il settore possa raggiungere un
> fatturato di quasi 200 miliardi di dollari entro la fine del 2025.
Quando il tempo a disposizione stava per terminare, chiesi a Daniel se avesse
qualcosa da aggiungere. Disse di no. Conclusi ringraziandolo per il tempo che mi
aveva dedicato. Lui ricambiò con una smorfia insoddisfatta, lo schermo si fece
buio. Finii il mio caffè in una sorsata e gli inviai un’e-mail con le
informazioni su come riscuotere l’infusione endovenosa di vitamina C presso il
nostro laboratorio di Mitte. Tre giorni dopo, ricevetti un suo messaggio. Voleva
farmi sapere che era stato al laboratorio per l’infusione. Qualche ora dopo,
ChatGPT gli ha assicurato che è normale non avvertire un effetto immediato dopo
un’infusione di vitamine, che spesso i risultati si manifestano gradualmente.
Avrebbe riprovato in futuro, diceva.
Parte III: La società della stanchezza
Secondo un rapporto di Statista del febbraio 2025, il mercato globale del
settore Health Tech appare in forte crescita ‒ stimata circa al 7% annuo ‒,
trainato dalla crescente domanda di soluzioni sempre più accessibili e
personalizzate. Si stima che il settore possa raggiungere un fatturato di quasi
200 miliardi di dollari entro la fine del 2025. Il mercato analizzato da
Statista si articola in tre segmenti principali: fitness tracking, consultazioni
online e trattamenti digitali con l’uso di biosensori per diagnosi e cura.
Questo trend si manifesta in larga parte nella proliferazione di applicazioni
dedicate alla gestione autonoma della salute, arricchite spesso
dall’integrazione di modelli linguistici di grandi dimensioni (Large Language
model, LLM) presi in prestito da OpenAI o Alphabet, altre volte creati di sana
pianta.
Un caso tra tutti quello di SelfDecode, start up di base a Miami che si
definisce l’unica azienda al mondo a fornire direttamente al consumatore un
“punteggio di rischio poligenico” basandosi sull’analisi del DNA ed esami di
laboratorio. Questa è la promessa, o in gergo tech lo “Unique Value Proposition”
di SelfDecode, che si riflette nel classico, pomposo inciting incident da public
speaking espresso dal CEO, Joe Cohen: “Negli anni, ho sofferto di settantacinque
diversi problemi di salute. I medici non potevano curarmi, così ho dovuto
pensarci io. Molti anni e milioni di dollari dopo, sono stato in grado di usare
la mia genetica per risolvere tutti i miei problemi.”
Tralasciando per un momento la disarmante performatività che si cela, neanche
troppo velatamente, dietro queste parole ‒ e immagini, se avete dato un’occhiata
a come si presenta il CEO di SelfDecode in fondo alla homepage ufficiale ‒, si
nota nel proliferare di questi nuovi prodotti un desiderio sempre più ossessivo
di controllo sull’io che prende le mosse da una progressiva perdita di fiducia
nella medicina tradizionale, spesso percepita come ostacolo: quello scomodo
middle man, appunto, di cui è meglio sbarazzarsi.
Nel libro La società della stanchezza, pubblicato per la prima volta in tedesco
(Müdigkeitsgesellschaft) nel 2010 e giunto alla sua sesta edizione uscita in
Italia nel 2020, il filosofo Byung-Chul Han esplora e critica in modo incisivo
questa spinta ossessiva verso il continuo miglioramento di sé. Un concetto che
affonda le radici in una delle idee cardine del secolo corrente, secondo la
quale un progresso individuale costante sia non solo possibile, ma dovuto. Han
vede in questo mantra una forma di autosfruttamento che, nell’incessante ricerca
della massima performance, non può che portare l’individuo al collasso.
> Nel proliferare dei prodotti del settore Health Tech si nota un desiderio
> sempre più ossessivo di controllo sull’io che prende le mosse da una
> progressiva perdita di fiducia nella medicina tradizionale, spesso percepita
> come ostacolo.
Secondo Byung-Chul Han, questa dinamica caratterizza la fine della “società
immunologica” del secolo scorso che aveva come categoria fondamentale
l’alterità, ovvero l’estraneità di batteri e virus da sconfiggere: “Oggi,
invece, al posto dell’alterità abbiamo la differenza, che non provoca alcuna
reazione immunitaria […] non è causa di malattia.” Qui Han allude
tangenzialmente all’eguale di Baudrillard de La trasparenza del male. Saggio sui
fenomeni estremi (1991), per definire un nuovo tipo di violenza che l’individuo
contemporaneo si trova ad affrontare: una violenza che non è più volta verso
l’esterno, ma l’interno. Una “violenza della positività” che non presuppone più
alcuna ostilità perché si sviluppa in una società ormai sterilizzata. Svanisce
quindi una volta per tutte, nell’analisi di Han, la polarizzazione
interno-esterno, perché la violenza oggi è “sistemica, vale a dire immanente al
sistema”: un’infiammazione interna dell’Io che si sente in costante difetto
nell’odierna società della prestazione (Leistungsgesellschaft).
L’estremo di questa visione è il doping, che “trasforma non solo il corpo, ma
l’essere umano nel suo complesso in una macchina da prestazione che deve
funzionare indisturbata.” L’individuo da ottimizzare rifugge così da qualsiasi
divieto o ostacolo ‒ da qui, anche il suo compiaciuto svincolarsi dalla scienza
normale ‒ e si allinea invece con la società della libera volontà, al centro
della quale può finalmente dirsi unico player incontrastato, soggetto di
prestazione che, ora pienamente libero, “concorre con se stesso e cade sotto la
costrizione distruttiva a doversi superare costantemente.” Questo perenne senso
di insufficienza dà origine a una guerra viziosa che si svolge tutta all’interno
del soggetto e che, nella ricerca di un Io-Ideale irraggiungibile, idealmente
immortale, conduce necessariamente al collasso: il burnout.
“Il burnout è il risultato della concorrenza assoluta. […] Di fronte
all’Io-Ideale, l’Io reale appare come un fallito, che viene coperto di
autorimproveri. L’Io fa guerra a se stesso. In questa guerra non può esserci un
vincitore, perché la vittoria termina con la morte di chi vince. Il soggetto di
prestazione si distrugge nella vittoria. La società della positività, che crede
di essersi liberata da ogni costrizione estranea, si impiglia in autocostrizioni
distruttive.” Ecco qui spiegata l’ansia irrisolvibile di un Disease Preventer
impossibile da soddisfare: scettico del parere medico, deluso dalle
applicazioni, perso nelle sue ricerche online. Un destino terrificante.
> Il perenne senso di insufficienza dà origine a una guerra viziosa che si
> svolge tutta all’interno del soggetto e che, nella ricerca di un Io-Ideale
> irraggiungibile, idealmente immortale, conduce necessariamente al collasso: il
> burnout.
Byung-Chul Han però si sforza di trovare una soluzione positiva a tutto questo.
Per farlo, attinge al Saggio sulla stanchezza (1991) di Peter Handke, in cui
vengono esplorati due tipi di stanchezza: una “stanchezza solitaria, priva di
mondo”, quella del burnout, distruttiva perché causata da un senso di costante
mancanza; e una “stanchezza fiduciosa del mondo”, che risulta invece nel
non-fare come atto di resistenza contemplativa, generativa. Han scrive: “[La
stanchezza fiduciosa] non è uno stato nel quale ogni senso svanirebbe. In essa
invece si risveglia una particolare capacità di vedere.”
Leggendo questo passaggio mi è tornato alla mente Horacio Oliveira, protagonista
del romanzo Il gioco del mondo (1969, ed. or. 1963) di Julio Cortázar, quando si
trova ad affermare esattamente e forse ancora più incisivamente questo stesso
cambio di paradigma, da una stanchezza del difetto a una stanchezza del non-fare
come rinuncia consapevole: “dietro ad ogni azione si nascondeva la protesta
[…] in ogni atto era insita l’ammissione di una carenza, di qualcosa non ancora
fatto e che era possibile fare, la protesta tacita di fronte alla continua
evidenza della mancanza, della diminuzione, della pochezza del presente. […] Era
meglio rinunciare, perché la rinuncia all’azione era la protesta medesima e non
la sua maschera.”
Qualche settimana dopo la chiacchierata con Daniel, mi svegliai in piena notte
con formicolii ai piedi e alle mani, pruriti che nei giorni successivi sarebbero
diventati veri e propri bruciori, accompagnati da un fastidioso senso di nausea.
Mi sentivo sempre stanco, i muscoli molli, vuoti. Una mattina prima di andare in
ufficio, mi presentai in laboratorio per fare un esame completo su oltre
sessanta marker. La sera del giorno dopo, una notifica mi avvisava che i
risultati erano pronti. Aprii la app e scoprii con sollievo che tutti i valori
erano in regola, eccetto due: la vitamina B6 aveva fatto un salto del 250% in
più rispetto al test precedente e la vitamina D era ben oltre la soglia massima
dei livelli di riferimento per individui adulti.
Tra i sintomi di eccesso di vitamina B6 ci sono formicolii agli arti e
intorpidimenti. Mentre l’eccesso di vitamina D può causare nausee. Non c’era
altra spiegazione: entrambi i valori erano schizzati alle stelle a causa delle
dosi massicce di integratori prescritti dalla nutrizionista olistica che seguiva
religiosamente le opinioni dei biohacker di Instagram. Smisi immediatamente di
prendere integratori, i formicolii svanirono nel giro di un paio di settimane.
Nella mia piccola rinuncia ripresi a stare bene, normalmente bene.
L'articolo Teorie e pratiche della stanchezza proviene da Il Tascabile.