I l 14 ottobre 1980 una fiumana silenziosa di persone attraversa il centro di
Torino. Sono in gran parte impiegati, tecnici e quadri della Fiat, affiancati da
qualche operaio e da cittadini comuni – artigiani, piccoli imprenditori,
commercianti – tutti decisi a manifestare a sostegno della più grande azienda
italiana e contro coloro che, a loro avviso, ne stavano frenando l’attività.
Dietro di loro c’è la fabbrica simbolo della città, Mirafiori, da 35 giorni
paralizzata da picchetti sindacali e scioperi a oltranza. Davanti a loro c’è un
obiettivo chiaro: rivendicare il diritto al lavoro e chiedere la riapertura dei
cancelli, sfidando apertamente lo sciopero indetto dai sindacati.
In poche ore quel corteo atipico – passato alla storia come la “marcia dei
quarantamila” – segna una svolta drammatica. Il giorno seguente, di fronte
all’impatto di quella manifestazione, i vertici sindacali firmano un accordo che
pone fine alla vertenza alle condizioni dettate dall’azienda. Si conclude così,
bruscamente, uno dei più lunghi conflitti operai del dopoguerra, con una cocente
sconfitta del movimento sindacale e l’inizio di una nuova fase nei rapporti tra
capitale e lavoro. Storici e osservatori parleranno poi di “fine di un’epoca”:
nell’arco di una sola giornata si chiude simbolicamente la stagione delle grandi
lotte operaie fordiste e se ne apre un’altra, dominata dalla ristrutturazione
industriale, dalla flessibilità del lavoro e da un diverso clima sociale.
Per comprendere il significato di quella marcia occorre inserirla nel contesto
delle lotte sindacali degli anni Settanta. Il decennio precedente era stato
segnato da un’ondata di mobilitazioni operaie senza precedenti: l’“autunno
caldo” del 1969 aveva visto gli operai italiani – e torinesi in particolare –
conquistare aumenti salariali e nuovi diritti, spingendo il parlamento ad
approvare lo Statuto dei lavoratori (1970) che introduceva tutele avanzate in
fabbrica. Negli anni successivi le grandi fabbriche come la Fiat diventarono
teatro di conflitti accesi e continui, con scioperi, picchetti e assemblee che
misero in discussione l’organizzazione del lavoro fordista e i rapporti
gerarchici tradizionali. Il movimento operaio esercitava una forza contrattuale
notevole: la contrapposizione tra “tute blu” e vertici aziendali fu il motore di
un conflitto sociale che per oltre un decennio condizionò profondamente la vita
politica ed economica italiana.
Tuttavia, sul finire degli anni Settanta, quella stagione di mobilitazione
mostrava segni di logoramento: la crisi economica seguita allo shock petrolifero
del 1973 aveva fatto esplodere inflazione e disoccupazione, erodendo il potere
negoziale dei lavoratori. Allo stesso tempo, le tensioni sociali avevano
imboccato la via tragica del terrorismo: le frange estremiste, come le Brigate
rosse, ingaggiarono una lotta armata che culminò nel sequestro Moro (1978) e
contribuì a isolare le componenti più radicali del movimento. Sul piano
politico, l’Italia di fine anni Settanta era attraversata da instabilità di
governo e dal compromesso storico tra Democrazia cristiana (DC) e Partito
comunista italiano (PCI), mentre il clima internazionale virava verso una fase
di offensiva neoliberista (con l’ascesa di Thatcher e Reagan) e di
ristrutturazioni industriali su scala globale.
> Nell’arco di una sola giornata si chiude simbolicamente la stagione delle
> grandi lotte operaie fordiste e se ne apre un’altra, dominata dalla
> ristrutturazione industriale, dalla flessibilità del lavoro e da un diverso
> clima sociale.
In questo contesto crepuscolare, la figura dell’operaio-massa – l’operaio di
linea, non specializzato ma centrale nella produzione di massa fordista – era
ancora formalmente protagonista, ma la sua centralità cominciava a vacillare. È
Mario Tronti, teorico dell’operaismo italiano, a definire negli anni Sessanta
l’operaio-massa come il nuovo soggetto collettivo emerso con la catena di
montaggio e destinato a guidare lo scontro di classe nell’era del fordismo. Ed
effettivamente per tutti gli anni Settanta l’operaio-massa è il “protagonista
indiscusso delle lotte e delle conquiste”, la figura attorno a cui ruotano sia
l’organizzazione della produzione sia l’immaginario della sinistra.
Ma all’alba degli anni Ottanta questo ciclo storico volge al termine, ed è
proprio in quel 14 ottobre 1980 che l’operaio-massa esce di scena, per lasciare
spazio a nuove identità sociali basate sulla ricerca del benessere individuale e
sul primato del mercato e della produttività. La marcia dei quarantamila sarà
l’inequivocabile evento-simbolo di questo tramonto.
Ma cosa accadde precisamente? All’inizio del 1980 la Fiat entra in una fase di
crisi che non è solo congiunturale. Le vendite crollano, i piazzali di Mirafiori
sono colmi di auto invendute, la produttività appare troppo bassa in un mercato
ormai globalizzato. La famiglia Agnelli decide di cambiare passo: a fine luglio
l’amministratore delegato Umberto Agnelli si dimette, sostituito da Cesare
Romiti. Con lui la direzione aziendale abbandona ogni atteggiamento attendista e
sceglie la linea della fermezza. Romiti intende ristrutturare in profondità,
ridurre drasticamente gli organici, riportare disciplina in fabbrica dopo un
decennio di protagonismo operaio.
Il 5 settembre la nuova dirigenza annuncia diciotto mesi di cassa integrazione
per ventiquattromila dipendenti, quasi tutti operai. Pochi giorni dopo comunica
ufficialmente quattordicimila licenziamenti: un taglio occupazionale di
proporzioni senza precedenti. I sindacati metalmeccanici reagiscono proclamando
lo sciopero e organizzando picchetti permanenti che paralizzano gli
stabilimenti. Mirafiori diventa l’epicentro di una vertenza che assume subito un
carattere politico nazionale: il ministro del Lavoro Franco Foschi tenta una
mediazione, mentre lo stesso Enrico Berlinguer si reca ai cancelli della
fabbrica per manifestare solidarietà agli operai.
> È Mario Tronti a definire negli anni Sessanta l’operaio-massa come il nuovo
> soggetto collettivo emerso con la catena di montaggio e destinato a guidare lo
> scontro di classe nell’era del fordismo. Ma all’alba degli anni Ottanta questo
> ciclo storico volge al termine.
La caduta del governo Cossiga, il 27 settembre, rende vano ogni tentativo di
compromesso. La Fiat alza allora ulteriormente la posta: sospende formalmente la
procedura di licenziamento, ma invia a ventitremila lavoratori la comunicazione
di cassa integrazione a zero ore. Nelle liste compaiono soprattutto i delegati
più combattivi, segnale chiaro della volontà di epurare la fabbrica dalla
rappresentanza sindacale più radicale. Il sindacato denuncia trattarsi di una
vera e propria “lista di proscrizione”, ma continua a mantenere i presidi.
È in queste settimane che la compattezza operaia comincia a incrinarsi.
Impiegati, tecnici e capi intermedi, inizialmente rimasti in disparte, avvertono
sempre più il conflitto come estraneo e persino dannoso. Temono per la tenuta
dell’azienda e guardano con ostilità crescente all’egemonia dei delegati di
fabbrica. Nasce così un coordinamento dei quadri, che diffonde comunicati contro
i sindacati e arriva persino a scontrarsi fisicamente con i picchetti.
Parallelamente, la Fiat affianca alla pressione economica e organizzativa una
strategia legale: gli esposti contro i blocchi portano a centinaia di
convocazioni per gli operai attivi nei presidi. Alla vigilia del 14 ottobre il
conflitto non è più soltanto tra azienda e lavoratori, ma attraversa lo stesso
fronte del lavoro: da un lato gli operai di linea, dall’altro il ceto
impiegatizio che si prepara a uscire allo scoperto. La marcia dei quarantamila
sarà la conseguenza diretta di questa frattura già consumata.
Se è vero che in Italia è venuta affermandosi una teorizzazione nuova
dell’operaio – quella dell’operaio-massa, elaborata da Mario Tronti –, è vero
anche che con la marcia dei quarantamila ci si è ritrovati di fronte a una forma
inedita di crumiraggio: per la prima volta, a memoria di operaio, un nutrito
schieramento di colletti bianchi scese in piazza contro uno sciopero operaio,
mettendosi – di fatto – dalla parte del “padrone”. Questo evento ebbe un enorme
impatto simbolico. Durante le lotte degli anni Sessanta-Settanta, pur nelle
diversità di ruoli, impiegati e operai avevano spesso mantenuto una forma di
solidarietà: i primi raramente scioperavano, ma neppure si sarebbero sognati di
sfilare contro i secondi. La “marcia dei capi” (così venne anche chiamata) ruppe
questo tabù.
Cosa significò? In primo luogo, segnalò l’emergere di interessi divergenti
all’interno del mondo del lavoro Fiat: molti impiegati e tecnici – probabilmente
timorosi di perdere il posto se la crisi fosse degenerata – sposarono la causa
aziendale della ripresa produttiva a ogni costo, mentre gli operai rivendicavano
la tutela del posto di lavoro collettivamente e senza concessioni. Era anche uno
scontro tra culture del lavoro: da un lato la cultura operaia della solidarietà
di classe, dall’altro quella, tipica del ceto medio impiegatizio,
dell’individualismo meritocratico e del professionalismo. La marcia rese
visibile questa faglia. Di fronte a loro, l’unità di classe proclamata dalle
confederazioni si rivelò, in quel frangente, un’illusione impotente.
> Alla vigilia del 14 ottobre il conflitto non è più soltanto tra azienda e
> lavoratori, ma attraversa lo stesso fronte del lavoro: da un lato gli operai
> di linea, dall’altro il ceto impiegatizio che si prepara a uscire allo
> scoperto.
Molti commentatori sottolinearono come il sindacato avesse sottovalutato quella
spaccatura interna. Anni di retorica sull’unità dei lavoratori forse avevano
indotto i leader sindacali a credere che impiegati e operai condividessero gli
stessi obiettivi. In realtà, nell’autunno 1980, una parte consistente del
personale Fiat non si riconosceva più nella linea oltranzista dei delegati di
fabbrica. Secondo alcuni osservatori, i sindacalisti avrebbero dovuto intuire
per tempo questo malessere e cambiare strategia, evitando di arroccarsi su
posizioni estreme “per una falsa unità di classe”.
Lo stesso segretario della FIOM (Federazione Impiegati Operai Metallurgici)
torinese, Claudio Sabattini, pochi anni dopo ammise che l’errore fu impedire
agli operai di rientrare al lavoro per adottare forme di protesta più
sostenibili nel lungo periodo. D’altronde non va dimenticato il trauma sociale
che la sconfitta causò tra gli stessi operai: oltre alla perdita del posto per
migliaia di essi, uno studio ha contato ben 149 suicidi di lavoratori Fiat tra
il 1980 e il 1984, un dato agghiacciante che testimonia la disperazione seguita
a quella débâcle. La rottura della solidarietà si pagò con ferite profonde nel
tessuto operaio torinese.
I manifestanti dipinsero sé stessi come cittadini moderati e ragionevoli,
stanchi di subire le prepotenze di una minoranza rumorosa (i delegati sindacali,
i cassintegrati in perenne sciopero). Si chiedeva il ripristino dei diritti
civili, con l’implicita accusa al sindacato di avere instaurato un regime di
fatto attorno a Mirafiori, violando i diritti di chi voleva lavorare. Si trattò
in parte di una sapiente costruzione retorica – alimentata anche dalla stampa
moderata – ma che fece presa su larghi strati dell’opinione pubblica.
Per la sinistra fu un duro colpo: significava che il consenso sociale attorno
alle lotte operaie si era eroso, non solo tra gli impiegati Fiat ma anche tra i
cittadini comuni. La classe operaia apparve isolata, quasi “colpevole” di aver
frenato lo sviluppo. In tal modo la marcia sancì la fine di un’alleanza sociale
che per decenni aveva visto movimenti studenteschi, intellettuali, ceti medi
progressisti e operai combattere fianco a fianco per l’emancipazione collettiva.
Nell’Italia del 1980 quell’alleanza era svanita: al suo posto emergeva una
ricomposizione degli schieramenti sociali, con il ceto medio produttivo e parte
del mondo del lavoro schierati con il capitale in nome della “ripresa”
economica.
> La marcia sancì la fine di un’alleanza sociale che per decenni aveva visto
> movimenti studenteschi, intellettuali, ceti medi progressisti e operai
> combattere fianco a fianco per l’emancipazione collettiva.
“Con la marcia del 1980 non finì soltanto una dura disputa sindacale, ma – in
un’ottica di medio periodo – terminarono anche gli ‘anni ’68’, cioè quel lungo
ciclo di conflitti iniziato con le lotte studentesche oltre dieci anni prima”,
ha scritto lo storico Fabrizio Loreto. E in un’ottica di lungo periodo,
quell’evento segnò davvero la conclusione dell’età del fordismo. Il modello
produttivo fordista – basato su grandi fabbriche, produzione di massa
standardizzata e una forza-lavoro operaia concentrata e omogenea – entrò in
crisi definitiva.
Gli anni Ottanta furono infatti gli anni della ristrutturazione. In Italia, come
altrove, le imprese colsero la sconfitta operaia come un via libera per innovare
profondamente processi e prodotti. Nuove tecnologie fecero il loro ingresso:
robotica, automazione, elettronica. La stessa Fiat, dopo il trauma del 1980,
avviò un vasto programma di ammodernamento in tutti gli stabilimenti,
introducendo sistemi produttivi più flessibili. Nel 1983 lanciò la Uno, la prima
utilitaria progettata interamente nell’era post-sciopero, prodotta con linee
automatizzate avanzate (il “robogate”). Nel 1986 Gianni Agnelli poté dichiarare
concluso il risanamento. La Fiat aveva recuperato una posizione di piena
centralità, contendendosi la leadership del mercato europeo con la Volkswagen.
La restaurazione manageriale sembrava aver dato i suoi frutti: la produttività
era risalita, i bilanci tornati in attivo. La parabola dell’operaio-massa
appariva chiusa, sostituita da una nuova centralità del “fattore impresa”.
In effetti, la figura dell’operaio di linea quale soggetto collettivo si eclissa
dopo il 1980. Nel lessico sociologico fa capolino un nuovo termine:
“flessibilità”. Le imprese, per competere in mercati sempre più globali e
instabili, adottano modelli organizzativi snelli, sul modello giapponese
(toyotismo). La produzione si frammenta in distretti industriali territoriali e
filiere di subfornitura (un processo di decentramento produttivo che in Italia
era già avanzato in regioni come Veneto ed Emilia). L’occupazione industriale si
riduce nelle grandi fabbriche e cresce in piccole e medie imprese. Si affermano
nuove categorie di lavoratori: tecnici specializzati, operai interinali,
impiegati del terziario avanzato, mentre il tradizionale operaio di catena
diventa sempre più raro. Teorici post-operai come Antonio Negri parleranno di
operaio sociale per indicare un lavoratore diffuso nella società, non più
concentrato solo in fabbrica. Ma soprattutto, dagli anni Ottanta in poi il mito
della flessibilità viene esaltato nel discorso pubblico – salvo tradursi, per
molti lavoratori, in una condizione cronica di precarietà.
Gli anni Ottanta divennero un periodo di espansione economica: dopo la
recessione del 1981-82, l’Italia conobbe un deciso rilancio con tassi di
crescita annui intorno al 3% a metà decennio. Furono anche gli anni del
cosiddetto made in Italy: accanto ai successi dell’auto si affermarono a livello
globale prodotti come i computer Olivetti (M24) e l’alta moda italiana – segno
di un Paese in trasformazione. Il sociologo Francesco Alberoni parlò addirittura
di “nuovo Rinascimento” italiano.
> La parabola dell’operaio-massa appariva chiusa, sostituita da una nuova
> centralità del “fattore impresa”.
Eppure, nonostante la grave perdita di quella figura operaia, quella fu anche
dal punto di vista dello sviluppo capitalistico un’occasione perduta: l’euforia
degli anni Ottanta non sfociò in riforme strutturali durature. Mancò la “virtù”
di investire sul lungo periodo, e il sistema-Italia dissipò in parte quei
vantaggi, ritrovandosi fragile alle soglie degli anni Novanta. Resta il fatto
che, dal punto di vista sociale, il protagonismo operaio arretrò bruscamente. Il
sindacato, scottato dalla sconfitta Fiat, nei decenni successivi assunse quasi
sempre posizioni più caute e negoziali, inaugurando la stagione della
concertazione tra parti sociali negli anni Novanta. Certamente, nessuna
mobilitazione operaia, nei 40-50 anni seguenti, ha più raggiunto la forza d’urto
di quelle degli anni Sessanta e Settanta.
A più di quarant’anni di distanza, la marcia dei quarantamila resta un
evento-simbolo ricco di significati per il presente. Da un lato, essa segnò il
tramonto di un modello di conflitto sociale basato sul potere contrattuale
concentrato della grande fabbrica. Quel modello – l’operaio-massa fordista,
organizzato nel sindacato di fabbrica – aveva ottenuto conquiste importanti, ma
mostrava già la corda di fronte ai mutamenti dell’economia. La sconfitta del
1980 certificò che non era più possibile tornare indietro: il capitalismo
italiano aveva voltato pagina, aprendosi all’era della flessibilità e della
globalizzazione nascente.
Dall’altro lato, molti dei nodi irrisolti di allora si ripresentano oggi sotto
altre forme. La frattura tra impiegati e operai può ricordare, per certi versi,
le nuove divisioni nel mondo del lavoro contemporaneo: da una parte lavoratori
garantiti (spesso più qualificati e integrati nei processi globali), dall’altra
lavoratori precari o marginali, con minore tutela e potere contrattuale. Il
declino della solidarietà di classe che emerse in nuce nel 1980 è oggi
amplificato da una frammentazione estrema del lavoro: la fabbrica diffusa e
l’outsourcing hanno disperso la forza lavoro in miriadi di piccole unità,
rendendo più difficile l’organizzazione collettiva. Allo stesso tempo,
l’offensiva neoliberista che negli anni Ottanta muoveva i primi passi è giunta a
piena maturazione: deregolamentazione, competitività sfrenata e precarietà sono
realtà quotidiane per milioni di persone. In questo senso, la marcia dei
quarantamila può essere vista come l’atto iniziale di un lungo processo di
ristrutturazione che prosegue ancora oggi.
La Waterloo del sindacato è stata vista dall’imprenditoria a trazione liberale
come una sconfitta cocente ma forse necessaria per spingere le organizzazioni
dei lavoratori a rinnovarsi. Dal punto di vista della storia del lavoro, la
marcia dei quarantamila segna un punto di non ritorno. Dopo quell’episodio, la
figura dell’operaio-massa – attorno a cui si erano costruite teorie (Tronti,
Negri) e strategie politiche – perde centralità, mentre emergono nuovi soggetti
e nuove forme di conflitto (si pensi, ad esempio, ai movimenti dei lavoratori
precari degli ultimi anni, ben diversi per composizione e rivendicazioni). In
definitiva, l’eredità di quell’autunno torinese è duplice: da un lato, il mondo
delle fabbriche non fu più lo stesso, dall’altro le questioni del potere e dei
diritti nel lavoro assunsero forme più complesse, meno visibili.
> La frattura tra impiegati e operai può ricordare, per certi versi, le nuove
> divisioni nel mondo del lavoro contemporaneo: da una parte lavoratori
> garantiti (spesso più qualificati e integrati nei processi globali),
> dall’altra lavoratori precari o marginali, con minore tutela e potere
> contrattuale.
Beninteso, per Mario Tronti l’operaio-massa non entra in crisi con la marcia dei
quarantamila, ma molto prima. Già alla vigilia del Sessantotto, con
l’affacciarsi di nuove soggettività politiche e sociali, Tronti aveva colto i
segnali di esaurimento di quella figura: un soggetto che era stato centrale
nell’organizzazione fordista e nel ciclo di lotte operaie, ma che mostrava crepe
evidenti nel momento stesso in cui diventava protagonista. La sua parabola,
insomma, era inscritta fin dall’inizio nella trasformazione più ampia dei
rapporti di produzione e nelle mutazioni della società industriale. In questo
senso la marcia dei quarantamila ebbe un valore simbolico non dissimile, per il
mondo operaio occidentale, da quello che la caduta del Muro di Berlino ebbe per
l’Unione Sovietica: il gesto che non inaugura la crisi, ma la rende
irreversibile e visibile a tutti.
Nel bilancio storico-sociologico di quell’evento, dunque, possiamo leggere sia
la fine di un’epoca sia l’inizio di contraddizioni nuove. Fu la fine dell’epoca
in cui il conflitto capitale-lavoro aveva il volto coriaceo e oleoso
dell’operaio di Mirafiori; l’inizio di un’era in cui quel conflitto si sarebbe
espresso in maniera più frammentata e diffusa, spesso silenziosa.
La marcia dei quarantamila resta lì a ricordarci che anche il “noi” dei
lavoratori può andare in frantumi se cambiano le condizioni – e che ogni
stagione di lotta, per quanto gloriosa, può conoscere il suo autunno. Un
autunno, quello del 1980, che vide cadere le foglie di un’intera cultura
operaia, preparando un inverno di cambiamenti da cui sarebbe germogliato il
mondo del lavoro contemporaneo.
L'articolo La marcia dei quarantamila proviene da Il Tascabile.
Tag - storia italiana
N ell’introduzione del saggio Il braccio armato del potere. Storie e idee per
conoscere la polizia italiana (2024) Michele Di Giorgio scrive: “Ho adottato un
approccio sempre critico, senza avere un’impostazione ‘contro’”. “Pur essendo
costruito con un approccio che mette costantemente in discussione le ricerche
più allineate e le narrazioni istituzionali, questo è il lavoro di un
ricercatore, è un libro di storia della polizia – mi racconta l’autore –. Non
avevo alcun interesse a scrivere un opuscolo di denuncia o un ‘libro nero’, non
fa parte del mio modo di lavorare, mi interessava costruire un lavoro che
aiutasse a comprendere la storia della polizia”. Il volume è sostenuto da ampi
riferimenti agli studi esistenti e alle ricerche più aggiornate, non soltanto di
storia, ma anche di sociologia e criminologia ed è frutto di lunghi periodi di
ricerca sulle fonti primarie d’archivio, a stampa e orali.
QUALE SPAZIO INTENDE OCCUPARE QUESTO LIBRO?
In una sua pubblicazione recente, Giuseppe Campesi ha evidenziato come in Italia
sia mancata, tra gli studiosi delle polizie, la forza e la volontà di veicolare
a un pubblico più vasto le conoscenze acquisite nella ricerca. Il mio lavoro
cerca di dare una prima risposta anche a questa esigenza divulgativa.
SU QUALI STUDI SI BASA QUESTO LIBRO DI DIVULGAZIONE?
Ho iniziato a studiare la storia della Pubblica sicurezza, il corpo da cui è
nata la Polizia di Stato, già nel corso della mia formazione universitaria. È in
quel periodo che mi sono appassionato alla storia del movimento democratico per
la smilitarizzazione e del sindacato della polizia negli anni Settanta e
successivamente, dopo aver vinto una borsa di dottorato all’Università Ca’
Foscari Venezia, mi sono dedicato a tempo pieno a quel tema per alcuni anni. Ho
poi seguito e sviluppato l’interesse per le polizie durante vari incarichi di
ricerca, approfondendo le vicende della polizia nella storia unitaria d’Italia
dall’Ottocento fino alla riforma, aprendomi anche a un approccio di lavoro più
interdisciplinare, poiché sulle polizie possiamo imparare molto dal lavoro fatto
dai sociologi e dai criminologi.
I miei studi si sono concentrati innanzitutto sulla stampa professionale
riservata alla polizia. L’accesso alla documentazione archivistica non è sempre
facile e per questo motivo riviste e giornali mi hanno molto aiutato a
comprendere la polizia. Si tratta di fonti interessantissime, che sin dalla
seconda metà dell’Ottocento raccontano la vita e le visioni dell’istituzione, la
mentalità, le culture, le trasformazioni, ma anche i problemi e le difficoltà di
chi sceglieva il mestiere di poliziotto. Su questi argomenti è stato
fondamentale, naturalmente, anche un lungo e profondo lavoro di scavo e analisi
archivistica, che ho svolto principalmente sui materiali che sono in parte
disponibili presso l’Archivio centrale dello Stato, che è stato basilare per
comprendere i funzionamenti di molti meccanismi istituzionali. Alle ricerche su
queste fonti specifiche ho sempre affiancato sguardi diversi sulle polizie, meno
istituzionali, come quelli provenienti dalla stampa periodica o dalla
pubblicistica coeva, che mi hanno aiutato molto spesso ad avere una visione più
articolata delle questioni e a poter collocare meglio la storia della polizia in
quella della società italiana. Oltre a queste e ad altre ricerche documentali,
c’è naturalmente un vasto lavoro di lettura bibliografica e di confronto con
altri esperti della materia. Negli anni ho avuto la fortuna di potermi
confrontare con colleghe e colleghi che, a vari livelli e partendo da discipline
diverse, si occupano o si sono occupati di polizia.
NELLE MODALITÀ DI COMUNICAZIONE DELLE POLIZIE SPESSO CI SI TROVA DI FRONTE A
CELEBRAZIONI ACRITICHE, ISTITUZIONALIZZATE, COME SCRIVI, O A NARRATIVE DI
FINZIONE CHE RESTITUISCONO UNA IMMAGINE SE NON ALTRO PARZIALE.
Queste sono forme di rappresentazione molto forti. Da un lato ci sono le
istituzioni, che curano e difendono la loro immagine con tutti gli strumenti che
la modernità consente: comunicazione, social media, spot, prodotti televisivi,
spazi museali, pubblicazioni. Nell’armamentario propagandistico istituzionale
possiamo includere anche gran parte del giornalismo mainstream, che attinge alle
fonti ufficiali senza nessun approccio critico. Dall’altro ci sono prodotti di
finzione indipendenti (o presunti tali), che sono altrettanto fuorvianti e in
parte riflettono e distorcono culture e visioni istituzionali.
Si tratta di visioni, immaginari e racconti che ci allontanano dalle vicende
delle polizie. Dinanzi a fenomeni complessi e stratificati come quelli delle
istituzioni poliziesche, si propongono al contrario chiavi di lettura comode,
semplificate e spesso fuorvianti. A farne le spese come sempre è lo spirito
critico, la capacità di farsi un’idea articolata del problema.
I FATTI DI GENOVA DEL G8 DEL 2001 COME HANNO INCISO SULLA NARRAZIONE DELLE
POLIZIE?
Le violenze di quei giorni hanno sicuramente segnato con forza l’immagine e la
percezione che una parte degli italiani ha della polizia. Non poteva essere
altrimenti vista l’enorme esposizione mediatica che ebbero quelle giornate,
senza contare il fatto che migliaia di persone subirono la violenza delle forze
dell’ordine o furono testimoni di abusi. Si tratta di qualcosa che ha segnato
nel profondo anche l’opinione pubblica internazionale, e non certo per la
condanna della Corte Europea dei diritti dell’uomo (arrivata quattordici anni
dopo), ma per il clamore immediato suscitato da fatti avvenuti davanti alla
stampa di mezzo mondo e per i racconti di tanti ragazzi e ragazze stranieri che
subirono abusi.
Il ricordo di quelle giornate sembra essersi diffuso anche nella memoria delle
generazioni più giovani, che di quegli episodi non hanno una memoria diretta.
Sull’altro fronte i processi e le successive condanne di agenti hanno lasciato
qualche segno anche nelle istituzioni, ma resta ancora da capire se e quanto ci
sia stato un dibattito interno su quelle vicende. Sul piano della comunicazione
istituzionale, la Polizia di Stato ha tentato di archiviare in maniera piuttosto
frettolosa quella pagina, pur riconoscendo “degli errori”. Da parte degli altri
corpi coinvolti invece il silenzio è stato quasi totale.
IL SISTEMA POLIZIESCO ITALIANO È COMPOSTO DA UNA PLURALITÀ DI CORPI. IL COMPARTO
SICUREZZA È FORMATO DA DIVERSI CORPI, MILITARI E CIVILI, DIPENDENTI DA MINISTERI
DIFFERENTI, CON FUNZIONI DIVERSE MA ANCHE IN PARTE SOVRAPPOSTE, CHE COOPERANO
NELLA GESTIONE DELL’ORDINE PUBBLICO. IL TEMA, O PROBLEMA, DEL COORDINAMENTO
DELLE FORZE È ANTICO, COME RICORRE NEL SAGGIO. CHE COSA RAPPRESENTA ANCORA OGGI?
Sul fronte del coordinamento alcuni dei problemi che esistevano in passato
appaiono oggi superati, almeno in parte. Permane ancora una frammentazione del
comparto e con essa una concorrenza tra i corpi, soprattutto a livello
dirigenziale e di comando, ma ci sono in parallelo potenti organismi di
collegamento che in passato non c’erano. Oltre a ciò, tutte le polizie hanno
fatto negli ultimi trent’anni un colossale sforzo informatico, tecnologico e
logistico che ha giovato anche sul piano del coordinamento. Per capire a quali
strutture mi riferisco, basta pensare ai grossi “uffici” interforze che
coordinano l’attività delle tre principali polizie, specialmente su problemi
specifici e importanti. Si pensi alla Direzione investigativa antimafia, oppure
alla Direzione centrale per i servizi antidroga.
QUAL È L’AMBITO PIÙ CRITICO?
Se si osserva la storia del comparto negli ultimi trent’anni, si ha
l’impressione che ciascun corpo tenda comunque a replicare le funzioni degli
altri e a moltiplicare competenze e articolazioni. Carabinieri, Polizia di Stato
e Guardia di finanza esprimono comunque poteri, tradizioni, interessi e
ambizioni solo in parte convergenti; sarebbe compito della classe politica
mettere ordine in questa partita e razionalizzare il comparto, poiché davanti ai
numeri imponenti degli organici è difficile dire che il sistema non abbia
bisogno di essere riformato.
IL GIUDICE ROCCO CHINNICI NEL GIORNO DEL FUNERALE DEL MAGISTRATO CIACCIO
MONTALTO, ASSASSINATO DALLA MAFIA, ESPRESSE AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA LA
DRAMMATICA URGENZA E IL RITARDO NELLA ISTITUZIONE DELLA BANCA DATI NAZIONALE
SULLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA. SAPPIAMO QUANTO SIA DECISIVO IL FLUSSO DELLE
INFORMAZIONI. QUAL È LO STATO DELL’ARTE OGGI TRA LE FORZE DI POLIZIA?
Da quel momento sono passati più di quarant’anni e molti progressi sono stati
fatti. Esistono, per le forme criminali specifiche e più urgenti (è il caso ad
esempio di criminalità organizzata e traffico di droga) degli organismi
interforze in cui convivono appartenenti di tutte e quattro le polizie, insieme
con personale civile del ministero dell’Interno; nel caso specifico della
criminalità organizzata esiste dal 1991 la DIA (Direzione Investigativa
Antimafia). Accanto alla creazione di questi uffici centrali, lo sforzo compiuto
dalle istituzioni sul piano tecnologico e informatico ha giovato enormemente
alla circolazione delle informazioni. Rispetto al passato le polizie dispongono
di mezzi di indagine e basi informative di dimensioni poderose, interrogabili in
maniera rapida ed efficace. Tutto sommato, su questioni gravi e importanti come
l’antimafia sembra esserci tra le istituzioni un discreto livello di
comunicazione.
CHE COSA INTENDE PER “PERVASIVITÀ” DELL’APPARATO POLIZIESCO?
È un fenomeno che osservatori e studiosi hanno sottolineato spesso, una
deformazione di lungo periodo delle polizie italiane. Si tratta di un modo
sintetico per descrivere la tendenza degli apparati a diffondersi e a scivolare,
con la loro attività, in molti campi della vita civile che non attengono
strettamente al lavoro di polizia. Storicamente se guardiamo alla vasta quantità
di mansioni amministrative delle polizie gli esempi abbondano: si pensi soltanto
ai passaporti o ai permessi di soggiorno che ancora oggi sono in gran parte di
competenza delle questure. Più in generale, se vogliamo fare un esempio meno
tecnico che guardi alla contemporaneità, questa pervasività si esprime nella
gestione esclusivamente poliziesca di quelli che sono di fatto problemi sociali,
che attengono alla carenza di welfare e all’assenza di risposte pubbliche
adeguate nei confronti delle categorie più deboli.
MOLTE DELLE QUESTIONI AFFRONTATE NEL SAGGIO RICONDUCONO AL RAPPORTO TRA POTERE
POLITICO E POLIZIA. SCRIVE CHE IN ITALIA LE FORZE DELL’ORDINE HANNO AVUTO DA
SEMPRE UN LEGAME MOLTO STRETTO CON LA POLITICA. COME SI È EVOLUTO QUESTO
RAPPORTO E C’È STATO UN MOMENTO DI CESURA? LEI COLLOCA QUESTA FASE IN
COINCIDENZA DELLA FINE DELLA PRIMA REPUBBLICA.
Un parziale cambiamento ci fu già qualche anno prima della riforma del 1981, in
parte perché la situazione politica del Paese iniziava a mutare: il movimento
democratico nato all’interno della polizia era riuscito a portare con forza nel
dibattito pubblico l’idea di una possibile democratizzazione della polizia.
Un’ulteriore discontinuità avvenne in effetti con la fine della Prima Repubblica
e nel corso di tutti gli anni Novanta, ma si tratta di una fase ambivalente e
ancora piuttosto nebulosa dati i pochi studi sul periodo. Non possiamo pertanto
dare una definizione del tutto chiara di come si siano trasformati i rapporti
tra i governi e le polizie, anche se il legame resta sempre forte. Alcuni
osservatori e studiosi hanno notato una certa capacità, da parte dei vertici di
istituzioni e corpi, d’influenzare i ministri di turno riguardo alle politiche
di sicurezza e alla gestione del comparto polizie. Condivido in pieno questa
visione, anche se sono convinto che ciò sia dipeso più da una sostanziale
insipienza delle gestioni politiche del ministero dell’Interno che non
dall’attivismo di un presunto “partito della polizia”.
“NELLA RIORGANIZZAZIONE POSTBELLICA DELLA POLIZIA PREVALSE IN SOSTANZA UNA
VISIONE DI PARTE, FORTEMENTE CONSERVATRICE, E RIENTRARONO IN TUTTI I LIVELLI
DELL’ISTITUZIONE UOMINI COMPROMESSI CON IL FASCISMO”. SI TRATTÒ DI UNA
RESTAURAZIONE?
Ci sono ormai decine di studi importanti che illuminano la continuità e il
passaggio di uomini tra fascismo e Repubblica e non soltanto per quanto riguarda
le polizie. Innanzitutto è un fatto che la polizia non subì alcuna riforma dopo
la caduta del fascismo, se non – in negativo – una militarizzazione
emergenziale, che poi divenne permanente. L’unico segno di progresso e di
cambiamento al termine del conflitto fu l’immissione nella polizia di un grosso
contingente di uomini provenienti dalle file della Resistenza. Migliaia di ex
partigiani che a partire dal 1947, dopo l’avvento del ministro democristiano
Mario Scelba, furono in gran parte cacciati dal corpo, con le buone o con le
cattive.
Ne conseguì che dal punto di vista democratico la polizia rimase, come nel
passato, uno strumento del partito di maggioranza e la militarizzazione risultò
congeniale al suo utilizzo in funzione anticomunista. Questa modalità d’impiego
incise molto anche sulla preparazione professionale del personale. D’altro
canto, la disciplina militare, l’obbligo al celibato e alla vita di caserma
peggiorarono molto le condizioni di vita degli agenti, che per legge furono
anche privati di molti diritti civili, tra cui la possibilità di appartenere a
un partito politico o a un sindacato. Da un punto di vista democratico, un
utilizzo così parziale delle polizie alterò profondamente il loro rapporto con
una porzione significativa di cittadini, che mantenne per le istituzioni la
stessa diffidenza (e talvolta ostilità) che aveva nutrito durante la dittatura
fascista.
LA MILITARIZZAZIONE EBBE STORICAMENTE UN IMPATTO PIUTTOSTO PESANTE ANCHE SULLA
FORMAZIONE DEL PERSONALE DI POLIZIA. CHE COSA È CAMBIATO NEI DECENNI SOPRATTUTTO
CON LA RIFORMA DELLA PUBBLICA SICUREZZA DEL 1981 E LA SUCCESSIVA NASCITA DELLA
POLIZIA DI STATO?
La riforma del 1981 consentì la smilitarizzazione completa e la creazione di una
nuova istituzione civile, la Polizia di Stato, in cui fu garantito alle donne un
accesso almeno formalmente paritario. Si trattò di una novità significativa,
visto che fino a quel momento il comparto polizie italiano era stato interamente
militare, un caso unico tra i Paesi democratici dell’Europa occidentale.
QUALI FURONO GLI EFFETTI DELLA SMILITARIZZAZIONE DEL CORPO E LA CREAZIONE DI UNA
NUOVA ISTITUZIONE INTERAMENTE CIVILE?
Per il personale ci furono benefici quasi immediati e sul piano professionale il
sistema del reclutamento, delle scuole e della formazione subì una lenta ma
profonda trasformazione, che portò a miglioramenti notevoli nella preparazione
dei nuovi agenti.
ALL’INIZIO DEGLI ANNI SETTANTA NELLA PUBBLICA SICUREZZA SI FORMÒ UN MOVIMENTO
DEMOCRATICO CHE NEL GIRO DI POCHI ANNI GIUNSE A COINVOLGERE MIGLIAIA DI
POLIZIOTTI. QUALI FURONO LA NATURA, GLI SCOPI E I PROGRESSI DEL MOVIMENTO
DEMOCRATICO CHE SI SVILUPPÒ?
Il movimento per la smilitarizzazione, la riforma e il sindacato della Pubblica
sicurezza nacque in forma clandestina all’inizio degli anni Settanta. Sorse dal
basso, nella base del corpo, tra le guardie e i sottufficiali, e nel corso degli
anni raggiunse una dimensione importante, soprattutto grazie al supporto della
rivista Ordine pubblico e del suo direttore, Franco Fedeli, un giornalista e
fotografo con un passato da partigiano. Al termine della fase clandestina, a
partire dalla fine del 1974, i poliziotti scelsero di portare allo scoperto il
movimento e condurre la battaglia apertamente, approfittando del grande supporto
offerto dalla Federazione sindacale unitaria (CGIL, CISL, UIL) e da alcuni
partiti.
CHE COSA CHIEDEVANO I POLIZIOTTI DEMOCRATICI?
La smilitarizzazione della polizia, una sua riforma profonda, la possibilità di
appartenere a un sindacato e di partecipare in pieno alla vita politica e
democratica del paese. Dopo un periodo intenso di battaglie con la parte più
conservatrice dell’istituzione, non privo di lunghi periodi di stasi e
repressione, il movimento riuscì a portare il corpo alla riforma, alla
smilitarizzazione e a una parziale sindacalizzazione.
QUALI SONO STATI GLI OSTACOLI NELLA CRESCITA DEL SINDACALISMO NELLE FORZE DI
POLIZIA?
Il sindacalismo di polizia nacque già segnato dal divieto, stabilito dalla legge
di riforma del 1981, di legarsi direttamente alle grandi centrali sindacali che
avevano supportato gli agenti del movimento democratico. Si volle creare una
separazione sindacale, impedendo agli agenti di entrare e appartenere
direttamente alle organizzazioni degli altri lavoratori, per limitare in qualche
modo i fattori di crescita dal punto di vista politico e democratico. In parte
questo divieto venne aggirato creando collegamenti più o meno forti con CGIL,
CISL e UIL, ma nel lungo periodo hanno poi prevalso le tendenze autonome.
A DISTANZA DI QUARANT’ANNI DALLA RIFORMA COME APPARE IL SETTORE DEI SINDACATI DI
POLIZIA?
È occupato da una costellazione di sindacati in gran parte autonomi, quasi del
tutto privi dello spirito e della carica che aveva contraddistinto l’avvio del
processo di sindacalizzazione della polizia. Se invece guardiamo ai Carabinieri
e alla Guardia di finanza, non è possibile nemmeno parlare di sindacati, data la
natura associazionistica che hanno le sigle nate negli ultimi anni. Difatti per
i sindacati delle polizie militari e delle forze armate si è scelta, di recente,
una strada normativa ancora più chiusa e restrittiva. La separazione dai
sindacati degli altri lavoratori è totale.
OGGI NON APPARE LIMITANTE, DAVANTI ANCHE AI DIVERSI LIVELLI DI PROFESSIONALITÀ,
UNA LETTURA UNIVOCA E STEREOTIPATA DELLA COMPOSIZIONE DELLA PUBBLICA SICUREZZA
ANCORA DIFFUSA? INSOMMA NON È PIÙ SOLO IL FIGLIO DEL POVERO A PRESENTARE LA
DOMANDA D’INGRESSO IN POLIZIA.
Pur essendo notevolmente aumentata l’attrattiva sociale dei corpi di polizia,
rimane vero che i bacini di reclutamento sembrano sempre i soliti. Non parliamo
di poveri, ma l’impressione – i dati sul presente sono pochi – è comunque che
nei corpi finisca in netta prevalenza, almeno nella base, una grossa quantità di
persone che non ha avuto possibilità di accesso a studi superiori e, in
generale, a possibilità lavorative migliori. Non si spiegherebbe altrimenti la
netta prevalenza, in tutti i corpi, di uomini e donne di provenienza
meridionale. Nel volume ho citato le statistiche attuali dell’esercito, che sono
pubbliche e offrono un buon metro di paragone: oltre il 70% dei militari di
quella forza armata proviene dal Sud e dalle isole.
LA POLIZIA FEMMINILE FU CONCEPITA COME UN CORPO CIVILE SEPARATO, CON UN ORGANICO
DI POCO PIÙ DI 500 DONNE, DISTINTO SIA DAL RUOLO DEI FUNZIONARI CHE DALLA
COMPONENTE MILITARE DELLA POLIZIA, RAPPRESENTATA DAL CORPO DELLE GUARDIE DI
PUBBLICA SICUREZZA. DOPO LA RIFORMA E LA CREAZIONE DELLA POLIZIA DI STATO, LE
DONNE SONO STATE REALMENTE INSERITE ALL’INTERNO DELL’ISTITUZIONE CON LE STESSE
POSSIBILITÀ DI ACCESSO E DI CARRIERA DEGLI UOMINI?
Purtroppo a questa domanda dobbiamo ancora oggi rispondere con un netto no. Pur
essendo passati quarant’anni dalla riforma, le ricerche recenti sulla presenza
femminile nelle polizie – nel volume cito uno studio delle criminologhe Rossella
Selmini e Giulia Fabini – ci forniscono ancora una volta percentuali piuttosto
basse e nettamente al di sotto dei numeri che si registrano in molti Paesi
dell’Unione Europea. La Polizia di Stato è il corpo che presenta il tasso più
alto di presenza femminile, in ragione dei molti anni trascorsi dalla riforma,
ma si tratta ancora di una percentuale molto bassa. Carabinieri e Guardia di
finanza hanno iniziato a fare entrare le donne nei corpi a partire dal 2000 e le
percentuali sono tuttora irrisorie.
LEI RICORDA GIUSTAMENTE L’ALTISSIMO PREZZO DI SANGUE PAGATO DALLE MIGLIORI FORZE
DI POLIZIA NEL CONTRASTO ALLE MAFIE. PENSO A FIGURE COME NINNI CASSARÀ,
ASSASSINATO A COLPI DI KALASHNIKOV SULLE SCALE DI CASA, CHE CON LA SUA AZIONE
INVESTIGATIVA CONTRIBUÌ IN MODO DECISIVO ALLE CONDANNE DEL MAXIPROCESSO DI
PALERMO. COME HA CAMBIATO QUELLA STAGIONE LA PERCEZIONE GENERALE DELLE FORZE DI
POLIZIA NEL PAESE?
Si tratta di questioni che andrebbero indagate più a fondo, ma l’impressione è
che nel corso degli anni Novanta, proprio grazie alle battaglie antimafia e al
sacrificio personale di molti agenti, si fosse creato un certo consenso intorno
alla polizia. Da studioso posso solo aggiungere che anche quella stagione
andrebbe osservata e studiata in maniera critica, con un atteggiamento
possibilmente privo di intenti celebrativi.
NEI CASI DI ABUSI E VIOLENZE DA PARTE DELLE FORZE DELL’ORDINE, QUANTO ANCORA IL
SENSO D’APPARTENENZA VIENE CONFUSO CON L’OMERTÀ?
Non credo esistano forme “positive” di senso d’appartenenza o di spirito di
corpo, come sarebbe meglio dire parlando di polizie. Si tratta di meccanismi che
in passato venivano incentivati dalle istituzioni per creare una mentalità
collettiva, favorire una chiusura corporativa e incoraggiare un legame che
agisse da fattore di coesione proprio nei momenti più “difficili”. Oggi
determinati meccanismi sono più deboli, sono diverse le istituzioni, è cambiato
il Paese e spesso le persone che lavorano nelle polizie hanno molti più contatti
con la società rispetto al passato, pertanto determinate forme di spirito di
corpo sono meno presenti. Nonostante ciò, davanti ai casi di abuso degli ultimi
due decenni, si è assistito spesso a forme di chiusura corporativa, di malsana
solidarietà interna, talvolta favorite da alcune sigle sindacali.
LA CONCLUSIONE DISEGNA UNO SCENARIO COMPLESSO E NEGATIVO RISPETTO AL RUOLO DELLE
POLIZIE CHE NELLA LETTURA DEL LIBRO SONO CHIAMATE A INTERPRETARE UN RUOLO DI
“PULIZIA SOCIALE”. IL RAPPORTO DIRETTO CON LE MARGINALITÀ E POVERTÀ SOCIALI
SULLA STRADA NON DERIVA DALL’ASSENZA DI ALTRE RISPOSTE COME QUELLE DELLA
POLITICA?
Sì, è essenzialmente questo il problema, da parte politica si è scelto spesso di
rispondere in maniera muscolare e repressiva ai problemi sociali,
all’immigrazione, alla marginalità e alla povertà. In determinate questioni le
polizie sono usate ancora una volta come strumento per sopperire all’assenza di
un progetto politico e sociale, spesso mortificando anche la professionalità
degli stessi agenti. Tra l’altro, come ha ben evidenziato Enrico Gargiulo nei
suoi studi, accanto a questi provvedimenti repressivi, da parte politica si sono
perfezionati negli anni anche una serie di strumenti di esclusione di natura
amministrativa che vanno a colpire proprio le categorie più deboli.
NEL FRONTEGGIARE LE QUESTIONI SOCIALI L’IMMAGINE CHE APPARE DEI POLIZIOTTI È
QUELLA DEL PUNCHING BALL O VEDE UN RUOLO ATTIVO?
Sociologi e criminologi hanno già scritto e hanno uno sguardo più lucido sul
presente. Personalmente, da studioso di storia, posso solo azzardare delle
ipotesi. Sembra che nei vertici dei corpi abbia preso piede da tempo una visione
del lavoro di polizia legata alla performance e, come per altri settori, le
polizie tendano di conseguenza a soddisfare un committente, che in questo caso
può essere individuato nella politica di governo e nella parte di società che
rappresenta. Per questo motivo, senza dimenticare che le responsabilità maggiori
sono attribuibili alla politica, credo che anche le polizie stiano svolgendo un
ruolo attivo e consapevole in determinate scelte legate alla gestione della
sicurezza.
L'articolo Il braccio armato del potere proviene da Il Tascabile.
U n’epifania: Rossana ha appena scoperto che il suo professore di filosofia è un
comunista. Lei ha 19 anni, è il 1943, Milano è occupata dai nazisti. Il
professore, Antonio Banfi, non ha risposto alle sue domande ma le ha consegnato
un fogliettino stropicciato su cui ha scritto i titoli di una serie di libri per
capire, gli autori sono: Marx, Lenin, Harold Laski. Rossana corre in biblioteca,
poi per tornare a casa prende il tram per Olmeda, su questo incontra tre operai:
> Sfiniti di fatica e mi parve di vino, malmessi, le mani ruvide, le unghie
> nere, le teste penzolanti sul petto. Non li avevo mai guardati, il mio mondo
> era altrove, loro erano altro, che cosa? Erano la fatica senza luce, le cose
> del mondo che evitavo, sulle quali nulla si poteva. Come nulla potevo sui
> poveri, un’elemosina e via. Le teste ciondolavano, scosse a ogni svolta del
> tram, i visi non li vedevo. Era con loro che dovevo andare. A casa lessi tutta
> la notte, un giorno, due giorni.
In questa scoperta della sua vocazione politica c’è tutta Rossana Rossanda,
tutta la sua idea di politica. È un episodio che ci racconta lei stessa nella
sua autobiografia, La ragazza del secolo scorso, uscita vent’anni fa per
Einaudi, in cui condensa tutto il suo percorso politico e intellettuale fino
agli anni Settanta. Ma c’è anche una strana incongruenza. Francesco de
Cristofaro, uno dei più attenti studiosi di Rossanda, in Aperte lettere (2022)
fa notare quello “scandalo logico fra la penultima e l’ultima frase”. Rossanda
empatizza con la condizione umana degli operai, sembra trascinata d’impulso
verso la loro strada e quindi torna a casa e legge tutta la notte.
Questo movimento apparentemente incongruo è caratteristico di Rossanda, per cui
l’azione politica ha sempre una genesi emotiva, strappata dalla vita, poi fatta
propria attraverso la razionalità e lo studio. Un movimento centrifugo che va
dalla vita ai libri e solo allora può diventare azione. Un modo di concepire
l’azione politica che si avvicina molto a quello di Lenin, suo grande maestro.
> Rossanda empatizza con la condizione umana degli operai, sembra trascinata
> d’impulso verso la loro strada e quindi torna a casa e legge tutta la notte.
A un primo sguardo, quella di Rossanda, potrebbe vincere un premio per la
biografia esemplare dell’intellettuale comunista: nata a Pola nel 1924, la sua
famiglia è gravemente colpita dalla crisi economica del 1929, entra nella
Resistenza a diciannove anni, a ventidue si iscrive al Partito comunista
italiano (PCI), a venticinque diventa dirigente, a trentaquattro entra nel
Comitato centrale e dal 1963 al 1966 dirige la sezione culturale del partito.
Nonostante un tale curriculum, il suo rapporto con il comunismo e in particolare
con il Partito comunista italiano rimarrà sempre segnato da incomprensioni,
conflittualità e frustrazione. Rossanda non è mai allineata, cerca una propria
strada e generalmente la cerca nei libri. Politicamente è negli scritti dei
grandi teorici del comunismo eterodosso che trova i suoi riferimenti: Sartre,
Lucaks, Benjamin; insieme alla redazione del Manifesto opporrà sempre un
ostinato operaismo rivoluzionario al parlamentarismo del PCI; sarà tra le voci
più critiche della sclerotizzazione del partito sovietico e la sua progressiva
apertura al mercato, a cui opporrà la visione radicale del maoismo cinese.
Rossanda non è mai allineata, anzi cerca di sfuggire costantemente alla
rassicurante ortodossia del partito, la sua posizione di rilievo le permette di
prendere iniziative autonome di cui spesso pagherà personalmente le conseguenze.
Due esempi. Nel 1956 è direttrice della Casa della cultura di Milano, Chruščëv
ha da poco ammesso pubblicamente i crimini di Stalin, il 4 novembre l’URSS
invade l’Ungheria per soffocare il principio di una rivolta antisovietica.
Mentre il PCI si asserraglia in difesa dell’aggressività militare sovietica,
Rossanda apre la sua istituzione milanese a chiunque voglia confrontarsi in un
dibattito: “Socialisti e democratici e antifascisti caddero addosso alla Casa
della cultura che restò aperta mattina e sera. Dove potevano andare a chiedere
ragione e protestare? Da noi”. In quei giorni la Casa della cultura dà vita a un
rituale collettivo per affrontare il momento più buio dell’internazionalismo
comunista, l’anno del crollo delle speranze riposte nell’URSS come Stato guida
di tutto il movimento. Per Rossanda è anche l’inizio di una progressiva e
irreversibile rottura con il partito.
Qualcosa di simile accade anche nel 1968: la crisi tra Rossanda e il PCI è ormai
conclamata e questo la rende più simpatica al movimento studentesco, costituito
da settori molto critici verso il partito italiano. È la sola ex dirigente
comunista a essere invitata ai dibattiti dagli studenti di sociologia
nell’università di Trento, la prima facoltà occupata in Italia. Mentre il PCI
continua a guardare con paternalismo, se non con malcelato disprezzo, ai
movimenti studenteschi, Rossanda ne riconosce le potenzialità e tenta di aprire
un dialogo. Si scontra però con la difficoltà di armonizzare la propria azione
politica con un movimento che rivendica nuove forme di spontaneismo in
opposizione alla vecchia strategia di partito: durante i dibattiti di Trento,
uno studente la incalza nell’anfiteatro con un “‘Acción antes, conciencia
después’ – prima l’azione poi la coscienza. Era una battuta del Che, che giaceva
seppellito metri e metri sotto un’autostrada”.
> Rossanda non è mai allineata, cerca una propria strada e generalmente la cerca
> nei libri.
Nonostante il rapporto con il partito strida sempre di più, Rossanda continuerà
a credere nella necessità di una grande organizzazione di massa come principale
strumento politico per portare la rivoluzione in Occidente. C’è però un
cataclisma biografico che sconvolge irreversibilmente il suo percorso: il 24
novembre del 1969 viene convocata in una riunione del Comitato centrale che ha
appena deliberato la sua espulsione dal PCI. Insieme a lei vengono raggiunti dal
procedimento tutti i redattori della rivista il Manifesto, che Rossanda aveva
fondato insieme a importanti voci critiche del partito (Luigi Pintor, Lucio
Magri, Luciana Castellina), ponendosi l’obiettivo ambizioso di riformare il
comunismo italiano a partire dal suo partito guida. Rossanda, rimossa da ogni
incarico, perde quello che fino ad allora era stato il suo principale strumento
di lotta politica: il partito.
Da questo momento l’idea di politica di Rossanda è costretta a evolversi
trovando nella scrittura un suo nuovo strumento di militanza. Nei suoi articoli
appaiono le prime sperimentazioni: l’emersione dell’io nella sua scrittura, la
rivendicazione della propria biografia come strumento di lotta politica, la
critica dei prodotti culturali come biopsia del corpo sociale. È una riscoperta
della propria individualità che Rossanda apprenderà dalla frequentazione dei
movimenti studenteschi e dal femminismo; con entrambi, neanche a dirlo, avrà un
rapporto mai pacificato. Considerando poi la sua militanza politica in un
partito e in un movimento che più di ogni altro rifuggiva da qualsiasi
esposizione del sé in funzione di un noi collettivo ‒ spesso ben poco definito ‒
il suo percorso è sorprendente e inatteso. Prendiamo un altro esempio tratto
dalla sua biografia.
Nel 1973 esce sul Manifesto un suo corsivo sul film Sussurri e grida intitolato:
Bergman, dolore e basta:
> Il vantaggio dell’età non più verde è la memoria. Quella vera, fatta di
> esperienza personale; non quella mutuata dai documenti. Così, vedendo
> Sussurri e grida di Bergman e sentendo parlarne come di pochi altri film,
> vengono in mente le vicende della critica comunista o militante […]. Non era
> Stalin che aveva detto all’Achmatova che le poesie d’amore riguardano solo
> colui che le scrive e quella o quello che le ha ispirate, per cui non
> dovrebbero essere stampate più che in due copie? Figurarsi una morte di
> cancro, o cirrosi epatica che sia, con relative angosce familiari. Bergman
> sarebbe stato additato come l’obbrobrio del cosmopolitismo decadente.
Oggi sembra scontato che su un giornale comunista una ex dirigente comunista
scriva in termini positivi del dramma borghese di un cineasta svedese, ma si
scatenò il putiferio. Rossanda dovette scusarsi pubblicamente con i calzaturieri
del Brenta che avevano scritto una lettera di protesta “costernati che un
giornale di lotta spendesse una colonna sul privato, e per di più fantastico,
d’un film svedese”. È utile, per dare valore alla citazione, confrontarla con un
articolo di critica cinematografica (lo prendo a caso) uscito in quegli stessi
anni su Rinascita, rivista di cultura comunista allineata al partito, si parla
di Il clan dei Barker di Roger Corman: “Pruderie, buoni sentimenti, predicozzi
non si addicono più alla industria del cinema, che abbisogna di piatti robusti e
di spezie afrodisiache per scuotere e catturare un pubblico, distratto da una
ridda ingarbugliata di richiami e suggestioni. Per ultima, anche Hollywood ha
capito l’antifona e si è tolta di dosso gli abiti fuori moda, uniformandosi alle
trasformazioni del costume e della psicologia di massa, che giocano una parte
non irrilevante nell’avvicendamento delle formule e degli allettamenti
cinematografici”.
> Rossanda continuerà a credere nella necessità di una grande organizzazione di
> massa come principale strumento politico per portare la rivoluzione in
> Occidente.
Comparando i due testi possiamo capire come Rossanda compia un triplo movimento:
supera lo stile paludato della critica militante ufficiale, sostituendolo con
una scrittura ritmata, moderna e consapevole; respinge il moralismo ‒ di
malcelata matrice cattolica ‒ che la critica di partito manteneva in fondo con
un’analisi dell’oggetto culturale che non si ferma al manicheismo politico;
abbandona quel plurale maiestatis che era il marchio della comunicazione
ufficiale, rivendicando l’emotività e l’esperienza individuale come valore non
negoziabile.
È solo l’inizio di un percorso che accompagnerà Rossanda per tutta la seconda
metà della sua vita e che, incominciato con la fondazione del Manifesto nel
1969, si concluderà con la sua opera autobiografica più importante, La ragazza
del secolo scorso. Lo strumento dell’autobiografia permette a Rossanda di
esprimere tutta la complessità e le contraddizioni del suo itinerario politico e
biografico, specchiandolo in quello di tutto il comunismo, di cui restituisce la
parabola attraverso il Novecento come un patrimonio perduto, schiacciato oggi
dalle semplificazioni polarizzanti della storiografia ufficiale.
“Non mi arrendo alla vulgata: senza la spinta dell’impresa al profitto non c’è
democrazia. La nostra è sconsolante. Già. Però non ti finisce con due pallottole
nel cranio in un sotterraneo. Si è uccisi da meccanismi astratti, non hanno un
nome e cognome. Nessuno ha colpa, lo spettacolo catartico della punizione non
può avere luogo. E poi di sistema si muore soprattutto altrove, lontano o
marginali. Se ne parlo, perfino alle amiche che più mi sono legate, parlo a voce
bassa, mi scuso, annoio”.
È la complessità inesauribile di quell’esperienza politica il terreno impervio
in cui Rossanda decide di scavare, intrecciandolo inestricabilmente a quello
altrettanto instabile della sua memoria. Non si arrende alla narrazione attuale
che vuole chiudere con un’esperienza storica di tale portata, considerandola
definitivamente fallita, semplificandola in una cronologia puntuale di fatti e
date.
> L’idea di politica di Rossanda è costretta a evolversi trovando nella
> scrittura un suo nuovo strumento di militanza.
Qualcosa di simile ha tentato di fare recentemente Enzo Traverso in Rivoluzione
(2021) che, con l’ambizione di rivedere e riattualizzare il concetto stesso di
rivoluzione, propone di secolarizzare l’esperienza comunista per “superare
questa dicotomia tra due narrazioni – una idillica e l’altra orrifica – in fondo
del tutto analoghe”. Oggi più che mai, alla luce del disastro politico,
economico ed ecologico del capitalismo, è urgente una riappropriazione di quel
patrimonio perduto, che per Traverso significa recuperare “un’esperienza segnata
da tensioni e contraddizioni interne, ricca di molteplici dimensioni in un vasto
spettro di colori che vanno dagli slanci salvifici alla violenza totalitaria,
dalla democrazia partecipativa e la deliberazione collettiva alla cieca
oppressione e lo sterminio di massa, dall’immaginazione utopica più sfrenata al
dominio burocratico più ottuso, passando a volte dall’una all’altro in un breve
lasso di tempo”.
Un altro testo, tanto prezioso quanto poco conosciuto, aveva tentato quella
stessa strada, concentrandosi però non sul movimento comunista internazionale,
ma sul suo maggiore partito occidentale, il PCI; Lucio Magri tenta di scriverne
una controstoria in Il sarto di Ulm (2009). Come Rossanda, anche Magri, che
proveniva dagli ambienti di sperimentazione tra cattolicesimo e socialismo,
aveva militato nel PCI per poi subirne l’espulsione a causa della sua militanza
nel Manifesto. Magri però al contrario di Rossanda non abbandonerà mai
l’obiettivo di un rientro nella politica attiva e questo sarà uno dei motivi
principali dei fallimentari tentativi incorsi negli anni Settanta di trasformare
il Manifesto da giornale a partito. Il sarto di Ulm, che prende il titolo da una
poesia di Bertolt Brecht, parte dall’assunto che “per una persona ormai anziana
l’isolamento è dignitoso, ma per un comunista è il peccato più grave, di cui
rendere conto”. Ancora, come in La ragazza del secolo scorso, la memoria diventa
strumento politico.
Avanzando nella lettura ci si rende conto che il problema che si trova ad
affrontare Magri, a diciotto anni dalla scomparsa del partito italiano, non è
dissimile da quello che affronta Traverso nel ricostruire il concetto di
rivoluzione. Nel suo percorso non lineare la storia del comunismo italiano ci ha
consegnato una serie di interrogativi che oggi “non solo non hanno trovato una
risposta, ma non sono neppure stati seriamente discussi. O meglio, delle
risposte le hanno trovate in una forma molto superficiale e dettata dalle
convenienze: abiura o rimozione”. Anche per Magri analizzare criticamente la
storia del comunismo porta inevitabilmente a scontrarsi con forti pregiudizi
creati, consapevolmente o meno, da una storiografia ufficiale che tende alla sua
liquidazione come esperienza storica conclusa, sbagliata e quindi
fondamentalmente sterile. “Un’esperienza storica e un patrimonio teorico che”
ribadisce Magri, “hanno segnato un secolo sono stati così affidati, per usare
un’espressione di Marx, alla ‘critica roditrice dei topi’, che come si sa sono
voraci e, in un ambiente adatto, si moltiplicano velocemente”.
È in questa prospettiva di ricerca storica che La ragazza del secolo scorso,
l’ultima e più importante opera di Rossanda, acquisisce un valore inaspettato,
percorrendo la stessa strada delle opere di Traverso e Magri ma in una
prospettiva inedita: la scrittura di un romanzo di formazione, un’autobiografia;
prendendo quindi implicitamente le mosse dalla più importante accusa al
comunismo: la rimozione dell’individualità. Già dalla premessa possiamo quindi
cogliere un nuovo approccio al problema che consente di affrontarlo in tutta la
sua complessità: non tanto ricostruire la controstoria di un’idea o di un
partito, ma un vissuto, un sentimento, una forma di vita.
> Analizzare criticamente la storia del comunismo porta a scontrarsi con forti
> pregiudizi creati da una storiografia ufficiale che tende alla sua
> liquidazione come esperienza storica conclusa, sbagliata e quindi
> fondamentalmente sterile.
La ragazza del secolo scorso è contemporaneamente una storia d’amore per e una
vendetta contro un partito che, intollerante al suo dissenso, decide di
espellerla nel 1969; è un testo che espropria lo strumento borghese del romanzo
di formazione e scandalosamente lo usa per raccontare la formazione politica
marxista di Rossanda; è un romanzo d’amore senza amanti che racconta il suo
rapporto sentimentale e tragico con un partito politico, il PCI. Rossanda ci
restituisce così un’umanità che troppo spesso è mancata nelle narrazioni sul
comunismo, togliendo la maschera al mostro per tracciarne un ritratto impietoso
ma spaventosamente familiare. Al centro dell’opera sta quello che più spesso
sfugge alla storiografia ufficiale e cioè come le idee politiche siano
fondamentalmente costituite da reti di persone che le vivono quotidianamente e
di queste si fanno, volenti o nolenti, veicolo nel tempo. La maggiore
peculiarità del testo di Rossanda è proprio questo restituirci il comunismo non
come idea o come partito politico, ma come persone che vivono, studiano,
scrivono e che lottano. È una galleria di volti, espressioni, ricordi divenuti
patrimonio pubblico, altri ricordi privati e fragilissimi.
C’è Anna Maria Ortese ‒ una “figuretta riservata, sempre vestita di nero, i
capelli stretti da una fascia nera sopra il bel viso, passava silenziosamente i
giorni alla Casa della cultura perché non aveva una vera casa” ‒, che dopo un
alterco politico con Rossanda si presenta a casa sua “con un assurdo mazzo di
fiori e come aprii la porta non riuscí ad articolare parola, ci abbracciammo
piangendo”. O Fidel Castro a cui Rossanda, in quanto italiana in visita a Cuba,
dovette “fare gli spaghetti al pomodoro, stentando a spiegare che la pasta non
va cotta due ore prima e cacciando il líder máximo che pretendeva di insegnarmi
a tirare la salsa”; poco prima aveva assistito a un suo comizio oceanico in cui
era presente anche un “Giangiacomo Feltrinelli in guayabera e cappellaccio
sfondato”. Lo stesso Lucio Magri “timidissimo come molti testardi”, che non
riesce a intervistare Adorno e quindi stringe un rocambolesco accordo con
Rossanda: “avrei pilotato Adorno a un tavolo accanto alla siepe di oleandri,
Lucio si sarebbe nascosto nel fogliame ad ascoltare. Adorno mi seguí mansueto ma
quel giorno mi fu impossibile distoglierlo dal parlare di Bartók sul quale stava
scrivendo. Non ci fu verso. Magri stormí un paio di volte nervosamente tra le
fronde e poi se ne andò”.
C’è Le Corbusier di cui Rossanda vede il Centrosoyuz a Mosca crivellato dai tubi
di stufe (il progetto era un tentativo di tenuta termica senza bisogno di
riscaldamento); anni più tardi lo incontra a Parigi “nel cubo blu dove lavorava
al centro d’una specie di officina garage, mi chiese: ‘L’ha vista, eh? Com’è?’
‘Bellissima’. Foto e guide di Mosca in giro non ce n’erano, non gli dissi dei
tubi, per proteggere non i soviet ma la sua pace”. Togliatti, che avrebbe
invitato a cena insieme a Sartre “con sfoggio di reciproca seduzione”, o prima
di una riunione di partito nella sede romana in Via delle Botteghe Oscure quando
“apriva il cassetto davanti a sé e tirava fuori uno dei cataloghi di
antiquariato librario sul quale lo trovavamo immerso entrando, facendomi pensare
che avesse una gran biblioteca, cosa che risultò non vera – forse era un sogno
mattutino, una ricreazione. Spuntava i titoli con la matita”. Infine Fortini,
“l’infiammabile Fortini”, che dopo la soppressione delle rivolte in Ungheria nel
1956 le telegrafò: “Spero che gli operai vi spacchino la faccia”.
> Rossanda restituisce il comunismo non come idea o come partito politico, ma
> come persone che vivono, studiano, scrivono e lottano.
Solo questa minima carrellata di ricordi può darci conto della complessità e
delle sfaccettature anche contraddittorie di quel panorama politico.
Contemporaneamente ci permette di renderlo reale, dandogli un corpo, una voce,
un peso, rifuggendo da qualunque semplificazione o mitizzazione attraverso la
restituzione delle vite che ne facevano parte. Quella che consegna Rossanda ne
La ragazza del secolo scorso è la realtà di un percorso politico che oggi sempre
di più rischia di assumere le sembianze di un sogno. Riattualizzando il
comunismo, mostrandoci come “la rivoluzione non è un accessorio della conoscenza
del mondo; oggi la rivoluzione è la conoscenza del mondo”.
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