Se prendi il treno pomeridiano da Sarajevo, troppo tardi per ammirare il
paesaggio, e arrivi una sera di novembre a Mostar, se esci dalla stazione
annerita, la lasci alle spalle scura e umida e vai verso il centro per una
strada semideserta – bar chiusi o in chiusura, piccoli capannelli di tifosi da
schermo, studenti che tornano a casa – passi un ponte, ne passi un altro, e,
proprio perché è novembre, puoi lasciare la valigia in una locanda: un posto
vicino al ponte di Mostar, proprio lui, il simbolo del villaggio.
Tag - guerra
U n rivolo di sangue sgorga dal muso di una capra. È distesa su un fianco, sul
terreno umido a tratti tappezzato di muschio e ricoperto da una pioggia di
frammenti di legno, metallo e vetro. Un occhio aperto, lo sguardo nel vuoto, la
pelliccia sporca e la pelle squarciata. Poco più lontano è visibile un altro
esemplare, perso tra i detriti, anche lui privo di vita. Intorno a loro c’è neve
e distruzione: finestre rotte, tetti divelti da cui spuntano murature decorate e
totem colorati. Il Feldman Ecopark, uno zoo alla periferia di Charkiv, in
Ucraina, il 2 marzo 2025 è stato colpito durante l’attacco russo di droni
Shahed, armi kamikaze a lungo raggio. I due ungulati uccisi, tra cui una femmina
gravida, erano stati precedentemente salvati da una zona di combattimento e
portati nel parco, con la speranza che potessero sopravvivere.
Gli animali sono spesso considerati vittime di serie B della guerra, che la
società ci insegna a far passare in secondo piano rispetto al dramma umano,
sebbene sopportino una violenza dirompente, spaventosa e per loro
incomprensibile. I conflitti armati possono esasperare l’ambiguità che
caratterizza il nostro rapporto con gli altri animali. Sono una lente impietosa
sugli abissi della nostra morale.
Il massacro di Londra e i gatti di Gaza
Dai primi mesi del conflitto russo-ucraino, i media hanno diffuso immagini di
profughi costretti ad abbandonare casa e affetti. Alcuni sono accompagnati dagli
animali con cui, fino a quel momento, avevano condiviso la propria vita, allo
stesso tempo simbolo e incarnazione di una dimensione familiare. Quelle mostrate
nei telegiornali e sulle piattaforme social sono rappresentazioni accoglienti,
che suscitano empatia e fanno quasi dimenticare il prezzo da sempre pagato dagli
animali da compagnia in zone di guerra, che invece, spesso, sono considerati
oggetti da sacrificare o legami da rompere per disumanizzare il nemico.
> Gli animali sono spesso considerati vittime di serie B della guerra, che la
> società ci insegna a far passare in secondo piano rispetto al dramma umano,
> sebbene sopportino una violenza dirompente, spaventosa e per loro
> incomprensibile.
Era il 3 settembre 1939 quando la BBC annunciò che la Gran Bretagna aveva
dichiarato guerra alla Germania. Siamo agli albori della Seconda guerra
mondiale. Alla cittadinanza venne chiesto di prepararsi ai raid aerei e una
precauzione su tutte probabilmente raggelò il sangue degli inglesi: il governo
li sollecitò a portare i propri animali domestici nelle campagne e, nel caso non
ci fossero stati vicini disponibili a occuparsi di loro, a sopprimerli con
l’aiuto di un veterinario. Senza curarsi dell’opposizione di alcuni gruppi di
protezione animale, circa 400.000 tra gatti, cani, uccelli e conigli vennero
eliminati, come racconta la storica Hilda Kean nel suo libro The Great Cat and
Dog Massacre (2017). Ci fu chi obbedì forse con pochi scrupoli, chi soppresse i
propri compagni non umani per risparmiare loro la sofferenza dei bombardamenti,
chi li graziò e, in qualche modo, ne riconobbe l’individualità e una forma di
agentività, condividendo con loro il cibo, gli spazi, la paura e il dolore.
Quest’ultimo caso ci porta a Gaza, ai giorni nostri. Le immagini che ci sono
giunte mostrano gatti feriti e traumatizzati dallo scoppio delle bombe, dalla
perdita di un rifugio, dalla fame e dalla sete, ma anche salvati da medici e
veterinari, aiutati e accolti dai palestinesi o, ancora, con le loro famiglie
umane mentre vivono insieme piccoli momenti di spensieratezza. Neha Vora,
docente di antropologia nel Dipartimento di Studi internazionali dell’American
University of Sharjah negli Emirati Arabi Uniti ha commentato così queste
storie:
> Quello che i gatti di Gaza ci insegnano è che il trauma della Palestina è un
> trauma multispecie. Non ci insegnano che anche i palestinesi sono umani,
> poiché questa è un’affermazione che continua a definire l’umano contro
> qualcosa che non è, qualcosa che sarà sempre escluso, abietto e quindi
> eliminabile. Credo che i palestinesi e i loro gatti siano così coinvolgenti
> per molti di noi perché sfidano le visioni liberali dell’umanità e le
> smascherano come modi coloniali di definire il mondo, la soggettività e le
> fantasie di libertà. L’“Umanità” non ci condurrà mai a una giustizia e pace
> universali.
Umanità. È una parola che apparentemente si collega allo stesso universo
semantico della compassione e della pietà, ma che in realtà si nutre di una
visione gerarchica del mondo naturale, in cui l’animale è inferiore, e animale
diventa o deve diventare chiunque incarni il nemico da combattere. Una
prospettiva che, in parte e non a caso, ritroviamo nella struttura e nella
gestione degli zoo, in cui le sbarre o altre barriere separano gli esseri umani
dalle altre specie esposte e nei quali siamo sempre noi a poter decidere delle
loro esistenze secondo le nostre necessità
Un’ingannevole arca di Noè
Nel volume World War Zoos. Humans and Other Animals in the Deadliest Conflict of
the Modern Age (2025), lo storico John M. Kinder ricostruisce la vita degli zoo
dal periodo della Grande depressione alla Seconda guerra mondiale, fino ai primi
anni della guerra fredda. Kinder illustra come la visione gerarchica degli
esseri viventi, e in particolare la disumanizzazione di determinati gruppi,
fosse un aspetto centrale dell’ideologia nazista, evidente nel modo in cui
venivano trattati sia gli esseri umani sia gli animali.
> Le metafore legate agli animali sono servite e servono ancora oggi a
> giustificare i delitti commessi e a comprendere e articolare azioni aberranti.
Un esempio emblematico è quello del campo di concentramento di Buchenwald e del
suo giardino zoologico. Il progetto, sostenuto sin dall’inizio da Karl-Otto
Koch, a capo del campo dal 1937 al 1941, era pensato come luogo ricreativo ed
edificante per le SS e le loro famiglie e come una fonte di umiliazione e
tormento per i prigionieri. Lo zoo serviva, infatti, a ricordare loro la
presunta inferiorità rispetto agli animali in gabbia: gli umani reclusi erano
spogliati della dignità, resi sacrificabili per qualsiasi contingenza e
costretti persino a finanziare la struttura con “contributi volontari”. Gli
animali di Buchenwald ricevevano un’alimentazione migliore dei prigionieri,
tanto che molti di loro cercavano di lavorare nello zoo per ottenere una razione
extra. Kinder spiega:
> Il legame retorico tra animali ed Ebrei, l’obiettivo principale della
> Soluzione finale di Hitler, giocò un ruolo importante nel legittimare
> l’Olocausto agli occhi dei suoi esecutori. Esisteva una lunga storia di
> equiparazione degli Ebrei ad animali (maiali, cani) e a malattie, amplificata
> dai propagandisti nazisti.
Le metafore legate agli animali sono servite e servono ancora oggi a
giustificare i delitti commessi e a comprendere e articolare azioni aberranti.
Per descrivere l’uccisione da parte di privati cittadini di civili indifesi
nell’assedio di Sarajevo, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina degli anni
Novanta, si usano termini come “attività venatoria”, “cacciatori”, “prede” e
“safari”. Le notizie parlano di gruppi di cecchini/cacciatori che spendevano
cifre nell’ordine di grandezza di decine di migliaia di euro per sparare a
persone indifese, trasformate in target classificati in base a un tariffario,
esattamente come accade nei safari di caccia in Africa. Se nel vecchio
continente gli obiettivi più costosi sono specie iconiche e minacciate
dall’estinzione, come leoni, elefanti e rinoceronti, nei Balcani sembra che
bambine e bambini fossero in cima al listino. Non più vite, solo trofei da
collezionare.
Allo stesso modo, come evidenziato da Kinder nel suo libro, durante il secondo
conflitto mondiale e anche in seguito, gli zoo offrirono alle persone metafore
per aiutarle a comprendere le esperienze di prigionia, impotenza e degradazione.
In quegli anni le gabbie divennero teatro di orrore, dolore e ideologia. I
destini di gran parte degli esemplari rinchiusi negli zoo furono impietosi.
Alcuni riuscirono a esser trasferiti in luoghi più protetti, mentre molte delle
specie più pericolose, quelle carnivore o velenose, furono uccise per evitare
che costituissero un’ulteriore minaccia in caso di fuga dopo un bombardamento.
La stessa sorte toccò agli animali più costosi da mantenere, tra cui quelli
marini. Molti altri rimasero intrappolati, senza la possibilità di mettersi in
salvo: morirono di fame e di sete tra atroci sofferenze, subirono le esplosioni
riportando ferite, orribili mutilazioni e danni psicologici irreparabili o
divennero oggetto di saccheggio e di improvvisate battute di caccia. Accadde
proprio questo nel 1939, durante l’invasione della Polonia da parte
dell’esercito nazista. Il direttore dello zoo di Berlino, Lutz Heck, dopo aver
messo da parte gli esemplari più pregiati dello zoo di Varsavia, permise ad
alcune SS di usare gli animali ancora in gabbia come bersagli per la notte di
Capodanno.
> Un tempo i giardini zoologici erano perlopiù luoghi di intrattenimento, e una
> dimostrazione del potere degli Stati sulle proprie colonie, da cui alcuni
> esemplari provenivano. Oggi gli obiettivi dichiarati sono l’educazione, la
> ricerca e la conservazione.
Ancora oggi gli animali degli zoo sono costretti a spostarsi sotto i
bombardamenti, le loro vite vengono distrutte dalle esplosioni, dalla fame e
dalla sete, o diventano cibo per soldati. Nella prima parte del Ventesimo
secolo, i giardini zoologici erano per lo più luoghi di intrattenimento e una
dimostrazione del potere degli Stati sulle proprie colonie, da cui alcuni
esemplari provenivano. Attualmente i tre principali obiettivi di queste
istituzioni sono l’educazione, la ricerca e la conservazione. Quest’ultimo scopo
prevede la tutela di specie a rischio di estinzione attraverso progetti in situ,
in cui gli esemplari sono protetti nei loro habitat, e attività ex situ, che
prevedono la detenzione di individui in cattività per il mantenimento di
popolazioni di animali che potrebbero scomparire in natura. Gli zoo sono,
quindi, una sorta di arca di Noè la cui efficacia, secondo Kinder, è dubbia,
soprattutto in tempi di guerra:
> Se gli zoo vogliono sopravvivere ai conflitti di questo secolo, devono
> abbandonare la metafora dell’arca. Di fronte alla minaccia di catastrofiche
> perturbazioni climatiche, il mondo non ha bisogno di una flotta di scialuppe
> di salvataggio progettate per aiutare specie selezionate ad attraversare
> quaranta giorni e quaranta notti metaforiche di tumulto. Piuttosto, abbiamo
> bisogno di una strategia per sopravvivere a un clima alterato a tempo
> indefinito. Come minimo, dobbiamo porci domande difficili sul fatto che i
> vantaggi degli zoo superino i loro evidenti svantaggi, incluso il disagio
> fisico e mentale sopportato dalle specie in cattività.
La promessa di salvezza degli zoo sembra ancora più debole nelle zone di
conflitto, dove ai danni apportati a queste strutture e ai loro occupanti si
sommano ingenti disastri ambientali.
I pericoli per la fauna selvatica e il reato di ecocidio
Le lotte armate hanno spesso luogo in ecosistemi fragili e hotspot di
biodiversità, producendo conseguenze devastanti su molte specie di animali
selvatici. Nella Repubblica Democratica del Congo, anni di guerra hanno ridotto
significativamente la popolazione di ippopotami: dai circa 30.000 esemplari,
presenti nel 1974, si è passati a meno di 1000 verso la fine della guerra civile
congolese, nel 2005. Gli esemplari sono poi aumentati fino a 2500 nel 2018, per
poi essere nuovamente minacciati dai gruppi di ribelli, che hanno iniziato a
cacciarli di frodo per venderne la carne e finanziare le loro attività. A oggi
la popolazione di questi mammiferi si attesta intorno ai 1200 esemplari, sui
quali incombono nuovi pericoli, come l’avvelenamento da antrace.
In Mozambico la guerra civile, combattuta tra il 1977 e il 1992, ha portato
all’uccisione di circa il 90% degli elefanti, le cui zanne in avorio erano
vendute per sovvenzionare i combattenti. La caccia intensa avrebbe addirittura
favorito la mutazione genetica associata alla mancata formazione delle zanne
nelle femmine. In Iraq, nel 2016, l’ISIL (Islamic State in Iraq and the Levant)
ha attaccato una raffineria di petrolio. Poco meno di venti pozzi esplosi hanno
causato l’innalzamento di una nube tossica e una massiccia fuoriuscita di
petrolio. Il risultato è stato la contaminazione di suolo e acque, un ostacolo
concreto alla sopravvivenza della vicina cittadina di Qayarrah e un gravissimo
danno per la fauna della regione. Le invasioni militari possono persino portare
all’introduzione volontaria o accidentale di specie aliene, in grado di
esercitare impatti negativi sugli ecosistemi delle aree conquistate e sui loro
abitanti.
Oggi sappiamo bene quanto queste azioni possano produrre danni irreparabili
all’ambiente, con un effetto domino che potrebbe estendersi globalmente, eppure
non abbiamo a disposizione strumenti abbastanza efficaci per arginarli. Lo
Statuto di Roma della Corte penale internazionale, nell’articolo 8 (2)(b)(iv)
sui crimini di guerra, prevede che sia considerato reato lanciare attacchi
deliberati nella consapevolezza di produrre “danni diffusi, duraturi e gravi
all’ambiente naturale che siano manifestamente eccessivi rispetto all’insieme
dei concreti e diretti vantaggi militari previsti”. Una norma eccessivamente
generica, una lacuna giuridica che si sta cercando di colmare da decenni
spingendo per il riconoscimento del reato di ecocidio.
> Oggi sappiamo quanto le guerre possano produrre danni irreparabili
> all’ambiente, con effetti di portata globale, eppure non abbiamo a
> disposizione strumenti efficaci per arginarli. Il riconoscimento del reato di
> ecocidio è un passo importante in questa direzione.
Il termine è stato utilizzato per la prima volta dal biologo Arthur Galston,
negli anni Settanta, per descrivere la deforestazione su larga scala causata
dall’uso dell’Agent Orange da parte degli Stati Uniti d’America durante la
guerra del Vietnam. Negli anni Duemila il concetto è stato riproposto
dall’avvocata Polly Higgins e infine, nel 2021, è stata presentata una
definizione legale alla Corte penale internazionale, per cui “‘ecocidio’
significa atti illegali o arbitrari commessi nella consapevolezza di una
sostanziale probabilità di causare un danno grave e diffuso o duraturo
all’ambiente con tali atti”.
Sono crimini non riconosciuti che continuano a essere perpetrati senza la
certezza di un processo e di un’eventuale condanna dei colpevoli: alcuni esempi
recenti sono la distruzione della copertura arborea e dei terreni agricoli di
Gaza, con fattorie e uliveti abbattuti, suolo, falde acquifere, mare e aria
inquinati, e l’impatto sugli ecosistemi e la biodiversità del conflitto in
Ucraina. Gli animali non umani sembrano quasi invisibili in questi scenari,
sebbene la loro esistenza presente e futura venga cancellata attraverso le
uccisioni e la distruzione degli habitat in cui prosperano.
Violenze necessarie: al punto di dissoluzione del Diritto internazionale
umanitario
Non sono solo gli animali da compagnia, quelli degli zoo e la fauna selvatica a
subire gli effetti degli scontri. Gli animali allevati vengono macellati,
rubati, bombardati o lasciati morire di fame. Esistono specie utilizzate
direttamente nei conflitti come mezzi di trasporto, tra i quali ci sono i
cavalli, gli asini, i muli, gli elefanti e i cammelli, mammiferi addestrati a
rilevare esplosivi, quali elefanti, cani e ratti, oppure cetacei preparati per
cercare sottomarini e lasciati esplodere per distruggerli, tra cui i delfini.
Come illustra l’articolo “Animals in War: At the Vanishing Point of
International Humanitarian Law”, pubblicato nel 2022 nell’International Review
of the Red Cross, malgrado la loro vulnerabilità nelle situazioni appena
descritte, gli animali sono ancora ampiamente ignorati dal Diritto
internazionale umanitario (DIU), che rimane prevalentemente antropocentrico.
Essi non godono di uno status legale esplicito, non ne viene riconosciuta la
senzienza, né sono concessi loro diritti, nonostante ci siano alcuni Paesi i cui
ordinamenti giuridici hanno cominciato a considerare la soggettività e la
capacità di provare dolore di questi esseri viventi.
Anne Peters e Jérôme de Hemptinne, autori della pubblicazione, suggeriscono due
strategie principali per affrontare la mancanza di una specifica protezione nel
diritto internazionale umanitario. La prima consisterebbe nell’applicare in modo
più efficace le norme già esistenti, ampliandone l’interpretazione per includere
gli animali nelle categorie protette previste: potrebbero essere assimilati a
combattenti o prigionieri di guerra, a civili, oppure a oggetti. Tale approccio
prevederebbe la rilettura delle disposizioni relative alla difesa dell’ambiente,
del patrimonio culturale e delle aree protette, riconoscendo che gli animali
sono esseri viventi capaci di provare sofferenza e grave disagio (distress).
La seconda strategia contempla l’adozione di un nuovo strumento internazionale
volto a riconoscere specifici diritti agli animali, in particolare il divieto di
utilizzarli come armi. Si tratta di una prospettiva di lungo periodo, ancora
lontana, poiché richiederebbe a molti Stati di superare profonde barriere
concettuali riguardanti la personalità giuridica degli animali non umani e di
accettare eventuali limitazioni nella conduzione dei conflitti armati per
proteggerli. Il tutto in un contesto in cui i precedenti tentativi di varare una
convenzione internazionale sul benessere animale non hanno finora riscontrato
grande successo.
> Malgrado la loro estrema vulnerabilità nei teatri di guerra, gli animali sono
> ancora ampiamente ignorati dal Diritto internazionale umanitario (DIU), che
> rimane prevalentemente antropocentrico.
Però, come il giurista inglese Hersch Lauterpacht ha scritto in passato, il DIU
è “al punto di dissoluzione del diritto internazionale” e gli autori del paper
sostengono che in questo sia simile al diritto animale, con i debiti
cambiamenti, e che la loro intersezione, seppure foriera di estreme difficoltà,
non dovrebbe fermarci dal voler perseguire un’“utopia realistica” per gli
animali a livello mondiale. È possibile partire dall’attuale situazione
internazionale per poi cercare di ampliare quelli che sono considerati i limiti
della praticabilità politica.
Il DIU e il diritto legato al benessere animale sono entrambi corpi normativi
che non vietano la violenza, ma concedono lo spazio a una violenza ritenuta
“necessaria”, di fatto legittimandola. Sebbene, come sottolinea l’articolo,
questa somiglianza dovrebbe facilitare l’estensione del campo di applicazione
del DIU agli animali non umani, certamente fa emergere quella ambiguità che,
anche in condizioni di pace, esiste nei trattamenti che riserviamo loro. La
percepiamo quando accettiamo le condizioni in cui versano negli allevamenti
intensivi oppure la cattività e la scelta di sopprimere alcuni esemplari negli
zoo per calcolo economico, perché spazio e risorse delle strutture sono
limitate, o per esigenze di conservazione, al fine di mantenere l’equilibrio tra
maschi e femmine di una specie o prevenire il rischio di consanguineità. O
ancora, quando acconsentiamo alla sperimentazione animale.
> I conflitti armati rendono ancora più tangibile l’ambiguità che caratterizza
> il nostro rapporto con gli altri animali, anche e soprattutto in tempo di
> pace.
Il confine tra amore, rispetto per la vita degli animali non umani, violenza e
sopravvivenza può farsi eccezionalmente labile. Lo spiega Kinder, sempre
attingendo dall’esperienza del campo di concentramento di Buchenwald, quando
parla del poema satirico Eine Bären-Jagd im KZ Buchenwald (in italiano Una
caccia all’orso nel campo di concentramento di Buchenwald), scritto e illustrato
dal sopravvissuto al campo Kurt Dittmar nel 1946. L’opera ripercorre la breve
vita di Betti, un’orsa allevata nello zoo del campo, dall’arrivo come cucciolo
alla morte per mano di un comandante. L’orsa è inizialmente servita e riverita
dai detenuti per ordine delle SS, si nutre di buon cibo, gode di spazio
all’interno della sua gabbia ed è per questo oggetto di invidia da parte dei
prigionieri. Con il trascorrere del tempo la milizia nazista aggiunge alla
collezione dello zoo altri animali e Betti, stanca della nuova compagnia,
abbatte il recinto elettrico e fugge nella foresta. I detenuti tentano invano di
catturarla, finché il vicecomandante non la uccide e ne riporta indietro il
corpo come un trofeo. L’illustrazione di Dittmar raffigura alcuni prigionieri
sconvolti davanti alla carcassa dell’orsa, consapevoli di condividere il suo
destino di preda braccata. Costretti ad arrostirne le carni per la festa delle
guardie, non ne assaggiano neanche un boccone, ma continuano a sognare: la
libertà, il cibo e la giustizia contro i loro aguzzini. Nonostante sia ispirato
a eventi reali, il poema non è un resoconto storico, ma conserva in sé una
realtà difficile da accettare.
Scrive l’autore di World War Zoos:
> Ciò che otteniamo invece è qualcosa di più interessante: una riflessione sul
> potere e sui limiti dell’empatia. Nel racconto di Dittmar, i prigionieri umani
> di Buchenwald riconoscono che la vita di Betti è sempre appesa a un filo, che
> lei è preziosa fino al momento in cui le SS decidono diversamente. Pure lei è
> una prigioniera, anche se ha pasti migliori e una gabbia più bella. Ma questo
> non significa che non proveranno a rubarle il cibo o a rosicchiare le sue ossa
> spolpate. Nella Buchenwald di Dittmar, i prigionieri possono sia piangere per
> l’uccisione di Betti sia sbavare affamati sul suo cadavere sfrigolante.
L'articolo Animali in guerra proviene da Il Tascabile.
Lunga puntata dedicata ad un racconto, attraverso molti report di 7amleh -
centro di ricerca arabo sui social media - e non solo, dell'uso della tecnologia
da parte di Israele come strumento di oppressione e di genocidio.
Il primo frammento di audio è dedicato al tema della distruzione
dell'infrastruttura di rete; e alle difficoltà di comunicazione delle persone
palestinesi in un contesto di censura che, in più, richiede a chi subisce un
genocidio di performare il ruolo della vittima nei modi richiesti dai social
media.
Proseguiamo con una rassegna delle tecnologie militari che non sarebbero
possibili senza il coinvolgimento delle solite grandi imprese.
Infine, risultati delle campagne di boicottaggio e lotte per fermare i rapporti
tra queste aziende e Israele.
Ascolta l'audio nel sito di Radio Onda Rossa
L’azienda Usa è privata ma lavora per i governi.
Il potere, militare e non, oggi parla in codice. Palantir, la società fondata
vent’anni fa a Palo Alto, è diventata la piattaforma che governi e eserciti
usano per mettere ordine nel caos dei dati. Non produce armamenti, ma costruisce
il software che li guida, nelle missioni e nelle decisioni. Ma soprattutto è lo
strumento attraverso cui Peter Thiel, imprenditore e investitore, allarga la sua
influenza sulla politica di Washington e sulla nuova amministrazione Trump.
Un unicum diventato imprescindibile per ogni esercito. I prodotti principali di
Palantir hanno nomi evocativi, funzionali per far comprendere in fretta la loro
utilità marginale. Gotham, usato da intelligence e forze armate, integra basi
dati classificate e scenari operativi. Foundry, pensato per imprese e
amministrazioni civili, costruisce copie digitali dei processi per ottimizzare
logistica, forniture, ospedali. Apollo gestisce la distribuzione del software
anche su reti isolate e ambienti critici. L’ultima evoluzione è AIP, la
piattaforma che incapsula modelli di intelligenza artificiale nei contesti più
sensibili, evitando fughe di dati e garantendo tracciabilità. L’obiettivo è
ridurre la distanza tra analisi e decisione, riducendo i rischi collaterali.
Leggi l'articolo
Da culla del progressismo a cuore dell’industria bellica a stelle e strisce:
Meta, OpenAI, Microsoft, Anduril e l’inarrestabile crescita della defence tech.
“C’è un sacco di patriottismo che è stato a lungo tenuto nascosto e che adesso
sta venendo alla luce”, ha spiegato al Wall Street Journal, Andrew Bosworth,
direttore tecnico di Meta.
Bosworth – assieme a Kevin Weil e Bob McGrew, rispettivamente responsabile del
prodotto ed ex responsabile della ricerca di OpenAI, ai quali si aggiunge Shyam
Sankar, direttore tecnico di Palantir – è infatti uno dei quattro dirigenti tech
assoldati in quello che è stato ironicamente chiamato “Army Innovation Corps” -
Corpo degli ingegneri degli Stati Uniti (il nome ufficiale del programma è
Detachment 201).
Il clima che si respira oggi nella Silicon Valley è molto differente, la
maschera progressista che le Big Tech hanno a lungo indossato è stata infine
calata (come mostrato plasticamente dall’ormai storica foto che ritrae i
principali “broligarchs” celebrare l’insediamento di Donald Trump), e adesso
nessuno sembra più farsi scrupoli a seguire la strada tracciata dalle due più
note realtà del settore “defence tech”: Palantir e Anduril, aziende fondate
rispettivamente dall’eminenza grigia della tech-right Peter Thiel e dal
guerrafondaio Palmer Luckey (già noto per aver fondato Oculus, poi acquistata da
Meta, e per rilasciare dichiarazione come: “Vogliamo costruire tecnologie che ci
diano la capacità di vincere facilmente ogni guerra”).
Articolo completo qui
N oi abbiamo da lungo tempo abbandonato l’illusione che il movimento del
processo storico sia determinato a principio, che il suo giungere a destinazione
sia iscritto nella dinamica stessa delle cose. Non ha senso fare l’elenco degli
eventi che ci hanno disilluso: sarebbe troppo lungo e forse troppo triste. È
tuttavia certo che anche il più diffuso senso comune non abbia alcuna speranza
in sorti progressive del presente, così come è certo che l’ultimo colpo a questa
illusione moderna sia stato, da un lato, lo scoppio della guerra in Ucraina e,
dall’altro, la campagna di annientamento condotta da Israele contro la
popolazione palestinese.
Ragionare di una “Terza guerra mondiale”, se quanto detto sinora ha senso,
significa allora tracciare i tratti di una forma storica non riducibile agli
scontri militari e nemmeno ai massacri che caratterizzano la nostra condizione
attuale. È quest’ultimo atteggiamento il primo obiettivo polemico di
ꭍconnessioni precarie, il collettivo che ha dato alla luce Nella Terza guerra
mondiale. Un lessico politico per le lotte nel presente (2025). Il testo si
oppone all’idea per cui il problema del nostro presente sarebbe esclusivamente
la guerra guerreggiata, il massacro fisico di centinaia di migliaia di inermi, o
almeno per cui l’urgenza di interrompere tali violenze renderebbe obbligatorio
sospendere le lotte che hanno preceduto la mobilitazione contro la guerra.
La gravità delle immagini che arrivano da Gaza e dalla Cisgiordania, così come
quelle che giungono dall’Ucraina, rende comprensibile da un punto di vista umano
tale prospettiva. Niente pare più importante che impedire agli abitanti di Gaza
di morire così. Tuttavia, concentrarsi esclusivamente sulla guerra è
inaccettabile sul piano teorico e politico, innanzitutto perché condanna i
movimenti all’inefficacia o, addirittura, a collaborare alla costruzione di un
mondo che porrà di nuovo le condizioni di altri genocidi.
In primo luogo, perché si fonda su un’analisi sbagliata del reale. Considera
cioè queste morti e queste sofferenze immani esito immediato di volontà
individuali, colpi di mano della Storia, eventi sciolti da ogni condizione.
Esse, al contrario, sono radicate nella crisi che il modo di produzione
capitalistico affronta su scala globale. Secondo ꭍconnessioni precarie non è
possibile pensare le violenze a cui giustamente si pone tanta attenzione senza
collegarle alle dinamiche di produzione della ricchezza su scala globale. Non
certo perché tali massacri non abbiano un significato politico: al contrario,
cogliere quest’ultimo significa proprio collocare questi annientamenti nel
contesto storico in cui si danno e da cui si originano. Essi non sono un “nulla”
che si tratterebbe di vedere come un sintomo, ma nemmeno l’origine pura di sé
stessi. Impedirli, dunque, significa valutarli sul piano del capitalismo
transnazionale, che è la cornice entro cui va compresa per ꭍconnessioni precarie
la congiuntura globale contemporanea.
> Queste morti e queste sofferenze immani sono radicate nella crisi che il modo
> di produzione capitalistico affronta su scala globale.
L’esito politico di tale atteggiamento è il campismo, o frontismo, cioè la presa
di posizione per un campo (geo)politico determinato tra quelli in scontro. Si
tratta allora, per il campismo che secondo gli autori e le autrici dilaga nel
mondo militante a partire almeno dal 2022, di scegliere di volta in volta se
stare con la NATO o con la Russia e la Cina; oppure con Israele o con Hamas. Il
punto non è l’interscambiabilità delle parti in lotta: ꭍconnessioni precarie non
vuole dire che non vi sia differenza tra l’Iran e gli Stati Uniti. Tali
protagonisti sono evidentemente differenti sui piani della forma storica, degli
obiettivi che perseguono e di tantissimi altri. Non lo sono, però, per chi
desidera un mondo dove ciò che ha causato la Terza guerra mondiale sia
disarticolato. Tale conformazione planetaria non è riducibile, si diceva, alla
volontà di alcuni uomini di ucciderne altri, ma tiene insieme razzismo,
patriarcato, sfruttamento di classe. Scegliere Hamas per “liberare” la Palestina
può forse voler dire arrestare il genocidio di Gaza, ma anche mantenere intatte
le condizioni che hanno provocato la guerra.
Al fine di comprendere questa affermazione, che è il vero nucleo al contempo
teorico e politico del libro, bisogna comprendere cosa intendono le autrici e
gli autori per “Terza guerra mondiale”. La Terza guerra mondiale non è una somma
di scontri tra Stati e/o di genocidi sparsi per il mondo, ma l’unione sistemica
del meccanismo che produce guerre, processi di preparazione alla guerra
(indipendentemente dal suo effettivo avvenire) e gli effetti pratici di tali
meccanismi. In questo senso, le autrici e gli autori affermano che la Terza
guerra mondiale non termina nel momento in cui Trump o chi per lui firma una
tregua, giacché una tregua è. in quanto tale, preludio di una nuova guerra. La
pace non è assenza di guerra, ma fine delle condizioni che la riproducono; è una
trasformazione strutturale interna al sistema sociale che rende difficile il
verificarsi di nuove guerre.
Le condizioni che riproducono la guerra sono legate alla forma attuale della
globalizzazione, il transnazionale. Si tratta della “realtà del mercato mondiale
e dei movimenti del lavoro vivo che a quella realtà si oppongono avanzando una
pretesa di liberazione da sfruttamento e oppressione”. In altre parole, si
tratta della forma del rapporto sociale tra capitale e lavoro che si pone su
scala globale. Che tale forma sia favorevole al primo è accidentale, non
necessitato dalla forma in generale. Esso è al contrario “espressione storica di
un conflitto che oggi si presenta come una latente, ma costante, lotta di classe
in cerca di organizzazione”.
Capitale e lavoro vivo si confrontano non nel campo della sovranità statale come
per gran parte del “secolo breve”, né sullo spazio liscio indeterminato e
generico del “Globo”: i flussi della produzione e della riproduzione del valore
scivolano continuamente sopra la distinzione tra sovranità nazionale (che non è
mai scomparsa) e globalità, dunque il transnazionale non può in alcun caso
“imporre un ordine globale stabile e continuativo”. ꭍconnessioni precarie
sottolinea che tale rapporto sociale, pur favorevole al capitale, non è mai
posto da esso: si tratta di una relazione sociale. Là dove si dà accumulazione
capitalistica (transnazionale) si danno le lotte e la loro possibilità di
vittoria. Ciò che manca non sono queste lotte, bensì un’“adeguata elaborazione
della politicità transnazionale del lavoro vivo”, una elaborazione che è resa
difficile precisamente dal fatto che il transnazionale consiste in un disordine
globale, “nel senso che è privo di possibilità di ricomposizione istituzionale o
politica della classe dentro le forme storiche del nazionale e
dell’internazionale”.
> La pace non è assenza di guerra, ma fine delle condizioni che la riproducono;
> è una trasformazione strutturale interna al sistema sociale che rende
> difficile il verificarsi di nuove guerre.
Da questo punto di vista la centralità della tematica dell’organizzazione, che
attraversa tutto il lavoro, non deve stupire. L’articolazione del lavoro vivo e
delle sue lotte su scala transnazionale (né nazionale, né immediatamente
globale) è dunque l’obiettivo politico minimo indispensabile. E per raggiungerlo
serve considerare come tutti i blocchi identitari posti da nazioni, appartenenza
a popoli determinati, a generi o a sessi “interdicono il riferimento alla
classe”, cioè di “vedere l’incessante movimento storico del lavoro vivo”.
Ma questo piano organizzativo non può risolversi nella forma sindacato
comunemente intesa, perché questo lavoro vivo non è la classe per come la si era
teorizzata nel corso del Novecento: è composta da differenze (operai, precari,
donne, LGBTQ+, migranti) che esistono in relazione a un prelievo incessante di
forza lavoro che viene loro imposto dal modo di produzione capitalistico nella
sua forma transnazionale. Di conseguenza queste differenti soggettività
praticano una “incessante lotta di classe” che si tratta di rendere efficace
articolandola. Nemmeno lo Stato, pensato come “articolazione in processo” e non
come forma identica a sé stessa, identica attraverso i decenni, è in quanto tale
uno spazio sufficiente per lo svolgimento di queste lotte. Questo perché lo
Stato non basta al capitale per organizzarsi su scala nazionale, l’unica
accessibile allo Stato come struttura. La pur rilevante presenza dello Stato
come “attore dotato di capacità giuridiche, militari, di comando e decisione”
(p. 38), che lo rende un campo di battaglia, non lo rende però una parte con cui
si tratterebbe di schierarsi contro un’altra (quella, appunto, del capitale).
Essendo un libro d’intervento nell’ambito dei movimenti, va sottolineato il modo
in cui le autrici e gli autori si rivolgono a quello che è a loro avviso il
senso comune dei discorsi movimentisti contemporanei. Esse ritengono si tratti,
sostanzialmente, di una connessione perversa tra il decoloniale e il campismo,
di cui il primo è divenuto una sorta di attributo. Proprio laddove il
decoloniale è capace di mettere in discussione alcune sicurezze di una parte del
mondo, pare essere divenuto incapace di rigettare le proprie. Infatti, secondo
le autrici e gli autori, nel discorso decoloniale “il colonialismo è questo: non
una fase storica che viene messa in discussione dai processi di decolonizzazione
e dai movimenti indisciplinati dei e delle migranti che squarciano la presunta
omogeneità tanto dei popoli delle ex colonie, quanto di quelli del Primo mondo,
ma una violenza originaria che si rigenera infinitamente sempre uguale a sé
stessa”.
Il decoloniale ricerca l’identità perduta dei popoli colonizzati, non il
movimento possibile di liberazione delle soggettività sfruttate e oppresse dal
modo di produzione capitalistico e dalle guerre che esso genera per ripristinare
vettori di accumulazione. Non si tratta di inventare spazi politici entro i
quali queste soggettività, nelle loro differenze, possano muoversi in un’ottica
condivisa di emancipazione, ma di ricostituire forme di esistenza precoloniali
(sopravvissute a secoli di colonialismo). Si tratta, com’è evidente, di una
delle torsioni che il dibattito nei movimenti ha oramai assunto: rompere con
Israele e la NATO significherebbe (dal punto di vista degli obiettivi politici)
ripristinare gli spazi perduti di libertà dei palestinesi come popolo ancestrale
presente in Palestina da secoli (la sua dignità) e a questo scopo non sarebbe in
alcun modo problematico schierarsi dalla parte dell’“Asse della resistenza”,
nella misura in cui questa è la posizione di Hamas e di una supposta maggioranza
del popolo palestinese. L’idea sottostante “è chiara: solo chi è palestinese per
nascita può parlare, e solo chi è palestinese può decidere come quella lotta
debba essere portata avanti”. Questo, è palese, tramuta la “posizionalità” da
strumento a pulpito non criticabile, una posizione che in quanto situata nel
luogo dell’originario che viene attaccato dal potere coloniale renderebbe divina
la parola di chi la abita.
> L’articolazione del lavoro vivo e delle sue lotte su scala transnazionale è
> l’obiettivo, mentre i blocchi identitari posti da nazioni, appartenenza a
> popoli determinati, a generi o a sessi impediscono il riferimento alla classe.
In questo modo, sostiene ꭍconnessioni precarie, non solo si vive in un mondo
assurdo, un mondo cioè dove sarebbe possibile il ritorno a un’origine mistica e
dunque una politica (letteralmente) reazionaria, ma non si coglie la Terza
guerra mondiale come espressione di un rapporto sociale transnazionale in cui
siamo tutte implicate. Quanto va sottolineato è che se è vero che a Gaza vengono
macellati decine di migliaia di innocenti, è anche vero che i palestinesi non
sono una massa indistinta e priva di differenze interne, di divisioni di sesso e
di classe. Allo stesso tempo, quindi, è falso che gli interessi di centinaia di
migliaia di loro coincidano con la semplice liberazione dalla violenza dello
Stato di Israele (gli abitanti di esso comprendendo tuttavia a sua volta
proletari, donne e soggettività LGBTQ+ oppresse).
Anche in uno Stato palestinese, o in uno Stato unico non confessionale, si
abbatterebbe quotidianamente su operai, precari, donne, LGBTQ+, migranti, la
violenza del modo di produzione capitalistico. Si risponderà che essa non è pari
a quella dello Stato di Israele in corso. Questo è certamente vero, ma è anche
vero che dalla prima deriva la seconda: ripristinare la prima come “normale”
significa porre le condizioni della seconda. Il campismo oscura proprio queste
differenze interne, non riconoscendo l’esistenza di un “Nord nel Sud e di un Sud
nel Nord”. Si noti come questo modo di porre la questione faccia de facto
coincidere la posizione decoloniale con quella, non a caso così frequentata
oggi, della geopolitica, che riduce quanto avviene del mondo a una serie di
posizioni, soggettività, interessi immediatamente statuali o al massimo
nazionali (trattando i popoli come soggettività monolitiche, indistinte, con una
volontà determinata a priori).
In questo contesto analitico si inserisce la critica all’utilizzo fatto dai
movimenti del concetto di resistenza, sia sul piano dell’analisi che su quello
degli slogan da utilizzare per inserirsi nel dibattito pubblico. Le autrici e
gli autori, innanzitutto, ricordano che “nella Terza guerra mondiale resistenza
vuol dire tante cose”. Peraltro, il concetto stesso di “resistenza” non ha fatto
parte del lessico comunista fino alla Seconda guerra mondiale (nel secolo
precedente a essa, infatti, il movimento comunista non è interessato a
resistere, ma ad attaccare): il suo significato emancipativo è stato dato dalla
modalità concreta, storicamente determinata, con cui le partigiane e i
partigiani hanno effettivamente resistito, prima, e da come è stato utilizzato
il termine, poi. Se si vuole continuare ad attuare la resistenza come forza di
opposizione (e non semplice opposizione a una forza), è necessario
disidentificare la resistenza con l’essere dalla parte giusta.
Resistere a una forza non significa essere nel giusto: l’Iran, sostengono le
autrici e gli autori, resiste alla NATO, ma opprime donne e minoranze.
Schierarsi dalla parte dello Stato iraniano per questo significa appunto cedere
al campismo, stabilire che si tratta di scegliere la resistenza “più forte”.
Significa porre una gerarchia delle oppressioni, in cui il diritto all’esistenza
delle donne e soggettività LGBTQ+ nate in Iran, ad esempio, deve essere messo da
parte per garantire la maggior gloria dell’“Asse della resistenza”, che va da
Pechino a Teheran, passando per le ville degli oligarchi russi che sostengono
Putin e i miliardari conti in banca dei leader di Hamas.
> La pace sociale è da sempre funzionale alla guerra reale.
Concludiamo dall’inizio del libro, sollevando la questione forse teoricamente
più rilevante di tutto il lavoro. Per le autrici e gli autori l’esito e allo
stesso tempo l’effetto della Terza guerra mondiale è il militarismo, che non è
un atteggiamento istituzionale e/o culturale, ma una modalità ideologica di
realizzare la riproduzione sociale. Il militarismo pervade le nostre società in
molti sensi: non solo “prepara alla guerra, ma abitua all’idea che essa sia in
qualche modo necessaria”. Da questo punto di vista il campismo è parte
integrante del militarismo per come lo intendono le autrici e gli autori. Esso è
quindi complice della restrizione dello spazio delle lotte che è ovvia
conseguenza dell’irrigidirsi dei fronti e della tolleranza spesso manifestata
anche dai movimenti verso forme di autoritarismo, patriarcato e razzismo dei
membri del campo che si è scelto. Ci si sacrifica, cioè, al proprio campo,
esattamente come le istituzioni del movimento operaio (con alcune lodevoli
eccezioni) sacrificarono sé stesse sull’altare della grandezza nazionale nel
1914.
Questa scelta politica, viene affermato nel libro, è intrinsecamente perdente,
non può che portare alla sconfitta e proseguire la disorganizzazione globale del
lavoro vivo (sulle forme possibili della quale, va detto, esse non dicono in fin
dei conti molto). Essa porta a sottomettere i sogni e le speranze di milioni di
migranti, donne, precari, operai, LGBTQ+ a soluzioni che non sono semplici
compromessi, ma sconfitte decisive che porterebbero il mondo in uno stato che
riproporrebbe all’infinito il ciclo di guerre, tregue e paci momentanee che
compongono la Terza guerra mondiale. Lo slogan che le autrici e gli autori
assumono concludendo il libro, cioè Strike the war, significa precisamente
questo: organizzare il conflitto socialmente, superando i blocchi che campismo e
multipolarismo vorrebbero imporre, rifiutando i genocidi e l’autoritarismo che
la militarizzazione delle nostre società sta imponendo. La pace sociale è da
sempre funzionale alla guerra reale. Spezzarla, cioè organizzare uno sciopero
transnazionale contro la guerra e il suo mondo, è l’obiettivo che ꭍconnessioni
precarie ritiene proprio di un movimento rivoluzionario. Caesarem vehis!
L'articolo Nella Terza guerra mondiale di ꭍconnessioni precarie proviene da Il
Tascabile.
T ra il 1966 e il 1967 lo scrittore palestinese Mourid Al-Barghouti si
trasferisce in Egitto per completare il suo percorso universitario. Gli mancano
pochi esami e, a Ramallah, la madre lo aspetta, impaziente di vedere finalmente
l’unico dei suoi figli laurearsi. Nelle prime pagine del suo testo più celebre,
Ho visto Ramallah (2003), emerge da subito un’immagine familiare: quella delle
pareti di casa, dove – a università terminata – si appende il diploma in bella
mostra. Ma nel giugno 1967 ha inizio una nuova guerra, passata poi alla storia
nel mondo arabo come Naksa, ovvero ‘ricaduta’. Israele occupa anche i territori
della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, aggravando la crisi dei rifugiati
iniziata con la Nakba del 1948: centinaia di migliaia di palestinesi sono
nuovamente sfollati.
> Mi consegnarono il diploma in Lingua e Letteratura inglese, ma non avevo più
> una parete a cui appenderlo. La città era caduta e non avrei mai potuto
> tornarvi.
Ho visto Ramallah è la storia del ritorno, dopo trent’anni, dell’ormai adulto
Al-Barghouti nella sua città natale. Un ritorno segnato dalla sofferenza di chi
ha vissuto la ghurba, l’esilio.
Una volta che l’hai provata, ne resti segnato per sempre. La ghurba “è come
un’asma”, come una malattia di cui si inizia a soffrire e dalla quale non si può
guarire. Introduce nell’esistenza una dimensione tragica, priva la vita di una
casa cui tornare, ne fa un ricordo doloroso e inesorabile, nonché un dovere di
memoria da custodire.
Elisabetta Bartuli in The Passenger. Palestina (2023), sottolinea come,
“nonostante le enormi diversità nelle condizioni di vita, di contesto
amministrativo ed economico di cui raccontano” i romanzi degli scrittori
palestinesi presentino caratteristiche comuni che li rendono “un unicum compatto
e coeso all’interno della letteratura araba”. Ecco: la casa, come luogo
simbolico di identità e appartenenza, è precisamente uno dei topoi che danno
coerenza a questo unicum; un motivo ricorrente che la letteratura palestinese ha
contribuito, insieme ad altri, a consolidare, e attraverso cui si esprimono
significati che arrivano fino a questi giorni.
> La ghurba, l’esilio, introduce nell’esistenza una dimensione tragica, priva la
> vita di una casa cui tornare, ne fa un ricordo doloroso e inesorabile, nonché
> un dovere di memoria da custodire.
Nel tema della diaspora, la casa diventa simbolo di quell’intimità familiare –
fatta di oggetti, gesti quotidiani, odori – che l’occupazione e la guerra hanno
interrotto in modo fulmineo e traumatico. Con fatica si riesce a immaginare una
simile condizione: da un momento all’altro, senza preavviso, abbandonare la
propria casa senza potervi più fare ritorno.
> Umm ‘Issa nei suoi ultimi giorni di vita non parlava che di un’unica cosa: il
> tegame di zucchine. Aveva dovuto abbandonare casa sua, nel quartiere Qatamùn a
> Gerusalemme, senza avere il tempo di spegnere il fuoco sotto il tegame di
> zucchine.
Elias Khoury, recentemente scomparso, è stato uno scrittore e intellettuale
libanese tra i più autorevoli del mondo arabo. Il suo romanzo, La porta del sole
(2004), è stato definito un’epopea del popolo palestinese. Intorno alla vicenda
principale e ai suoi protagonisti si affollano numerose voci e storie. E in
molti di questi racconti – anche nei più brevi, affidati a personaggi secondari
– si rincorrono immagini di case abbandonate in tutta fretta.
> Sono andato nella casa […]. Era deserta. Sono entrato. Delle coperte per
> terra, dei sacchi di plastica, delle pentole e odore di cibo ammuffito. Come
> se avessero sgomberato in fretta e furia, senza tempo sufficiente per
> organizzare il viaggio. […] Sono entrato e mi sono reso conto che stavo
> piangendo. Ero nel mezzo del nulla, in mezzo alle lacrime. E ho capito che era
> perduta.
Nella letteratura palestinese delle origini, il topos della casa è centrale nel
raccontare il trauma dell’esilio e della perdita inflitti dalla Nakba. In questa
fase, è spesso ancora il fulcro di una nostalgia nella quale struggersi. Della
propria casa, si ha nostalgia di tutto. Perfino “della muffa” che ne ricopriva
le pareti. E alla casa si desidera soltanto fare ritorno. Anche se ne fosse
rimasta solo una pietra.
> Della propria casa, si ha nostalgia di tutto. Perfino “della muffa” che ne
> ricopriva le pareti. La casa non è un’idea astratta. Non è una metafora, è
> questo luogo fatto di cose concrete che si sono perdute.
Ghassan Kanafani è stato tra i maggiori esponenti della narrativa della
resistenza, assassinato nel 1972 a Beirut da un’autobomba del Mossad. Nel suo
Ritorno a Haifa (2001), Said e Safiyya sono una coppia palestinese che, dopo
vent’anni di esilio forzato, torna a Haifa: la città da cui erano stati cacciati
e nella quale avevano dovuto abbandonare il figlio neonato, Khaldun. Quando
tornano, scoprono che il figlio è stato adottato da un’ebrea sopravvissuta
all’Olocausto, che ora vive nella casa che un tempo era loro. Il figlio, che ora
si chiama Dov, milita nell’esercito israeliano, e rifiuta ogni legame con i suoi
genitori naturali.
Poco prima che il racconto sveli questa sua sconvolgente verità, è descritto il
momento in cui Said e Safiyya salgono le scale della loro vecchia casa. Said non
vuole dare alla moglie, e neppure a sé stesso, “la possibilità di osservare
quelle piccole cose che – lo sapeva – lo avrebbero commosso: il campanello, il
pomello di ottone alla porta, gli scarabocchi di matita sul muro, il contatore
dell’elettricità, il quarto scalino rotto nel mezzo…”.
La casa non è un simbolo, non è un’idea astratta. Non è una metafora, è questo
luogo fatto di cose concrete che si sono perdute. Entrando, Said riesce ancora a
vedere in casa sua “molte cose che un tempo gli erano state familiari e che
anche quel giorno continuava a considerare tali: cose intime, private”, che mai
avrebbe pensato che qualcuno potesse toccare o guardare: una fotografia di
Gerusalemme, un piccolo tappeto di Damasco. Said ritrova “le sue cose” ma,
guardandole, le vede mutate. Come se a osservarle fossero due paia di occhi
diversi: quelli del passato e quelli di un presente che non gli appartiene più.
Lo stesso accade, in La porta del sole, a Umm Hasan.
> Umm Hasan, come tutti coloro che sono tornati a vedere le loro case, diceva:
> “Ogni cosa era al suo posto, ogni cosa era rimasta com’era. Persino la brocca
> di terracotta.”
> — La brocca.
> — L’ho trovata qui. Non la uso. La prenda, se la vuole.
> — No, grazie.
Il passaggio dalla casa abitata alla casa occupata segna una svolta anche nei
significati.
Da simbolo di perdita e sradicamento – da cui deriva anche il più famoso simbolo
delle chiavi lasciate sulla porta – la casa diventa un topos per esplorare la
realtà dell’occupazione e della guerra e, da qui, la condizione di estraneità e
d’incertezza esistenziale, la frammentazione identitaria, a cui il popolo
palestinese è stato condannato. Lì, proprio nel perimetro della casa, dove si
tocca “l’essenza più profonda della vita” (Nour Abuzaid), qualcun altro si è
insediato con la forza.
> Il passaggio dalla casa abitata alla casa occupata segna una svolta anche nei
> significati. Lì, proprio nel perimetro della casa, qualcun altro si è
> insediato con la forza.
È Israele che “con la scusa del cielo, ha occupato la terra”. Il contatore
dell’elettricità è al solito posto, la brocca e il tappeto di Damasco anche.
Eppure, non si riesce a riconoscerli. Come accade quando, a forza di guardare
troppo a lungo una cosa, o di ripetere insistentemente una parola, se ne perde
l’essenza: il suono si svuota, l’immagine si spegne.
Ora anche chi riesce a tornare a casa si sente fuori posto. Un estraneo.
In La porta del sole c’è un passaggio importante in cui Nahila, rimasta a vivere
nel suo villaggio diventato territorio israeliano, si oppone con forza al marito
Yunis, che invece è un combattente della resistenza e vive in clandestinità
dentro le grotte. Alla retorica del sacrificio e del martirio, alle storie di
eroismo, che trasfigurano la sofferenza vissuta in mito, Nahila rivendica le
vere storie. Quelle che raccontano che le persone sono divenute estranee persino
a sé stesse. E che, pur non impugnando le armi, si fanno portavoce di una
resistenza più silenziosa e quotidiana.
> Tu non sai niente. Secondo te la vita sono queste distanze che attraversi per
> arrivare qui col tuo odore di foresta. […] Che storie sono queste dell’odore
> di lupo, del profumo del timo selvatico, dell’olivo romano? Sai chi siamo?
La vita di coloro che sono rimasti a vivere nella propria casa, in regime di
occupazione, è costantemente segnata da un senso di precarietà. Anche il
rimanere diventa una forma di esilio. Uscire di casa non è un gesto neutro, ma
può diventare una scommessa sul ritorno e un desiderio di tornare “per intero”,
senza scontare la dispersione dell’identità, la frammentazione del sé che
l’occupazione impone ogni giorno.
> La vita di coloro che sono rimasti a vivere nella propria casa, in regime di
> occupazione, è costantemente segnata da un senso di precarietà. Anche il
> rimanere diventa una forma di esilio.
Lo scrive con spietata chiarezza Maya Al-Hayat, poetessa palestinese nata a
Beirut e cresciuta a Gerusalemme Est, oggi tra le voci più incisive della
letteratura contemporanea, capace di raccontare con feroce semplicità l’intimità
stravolta del vivere sotto l’occupazione.
> Ogni volta che esco di casa
> è un suicidio
> e ogni ritorno, un tentativo fallito. […]
> Voglio tornare a casa intera.
Talvolta non resta nemmeno una casa a cui tornare. Solo tende: orizzonte ultimo
dell’esilio, dove l’idea stessa di abitare si riduce a un’ombra di stoffa
esposta al vento. Scrive Yousef Elquedra, in una poesia dedicata agli
accampamenti della zona umanitaria di al-Mawasi:
> La tenda è un corpo fragile […]
> La tenda non è una casa
> è una promessa di attesa
> e ogni impeto di vento
> ti ricorda che sei di passaggio
> su una terra che non porta il tuo nome.
Anche la tenda, come la casa, è esposta poi al rischio dell’esproprio. “Ci
rendete stranieri nella nostra terra” si sente dire nel documentario No Other
Land (2024) di Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor e Hamdan Ballal. Anche se
“la distanza tra due case è a una fila di alberi”, ci si sente trattati come
estranei e persino la lingua madre, che è “tutto ciò che resta a colui che è
privato della sua patria” (Friedrich Hölderlin), punto massimo di contatto con
le proprie radici e “casa” simbolica` alla quale tornare quando il resto è
perduto, è costantemente posta sotto assedio.
> Lasciatemi parlare la mia lingua Araba
> prima che occupino anche quella.
> Lasciatemi parlare la mia madrelingua
> prima che colonizzino anche la sua memoria.
Così la poetessa e attivista Rafeef Ziadah, nota per la sua poesia performativa,
in cui parole e musica si fondono in un atto di resistenza per denunciare
l’oppressione e l’oblio.
> Mia madre è nata sotto un albero di ulivo
> su una terra che dicono non essere più mia.
L’ulivo: più di ogni altra, la pianta della Palestina. Cresce nei giardini delle
case, le famiglie ne tramandano la cura da generazioni. Le olive si offrivano in
dono; con l’olio, le nonne bagnavano il pane per sfamare i nipoti. E con lo
stesso olio – fonte di ogni cura – si curavano le malattie.
> Noi viviamo di olio. Siamo il popolo dell’olio. Loro invece tagliano gli olivi
> e piantano palme. Hanno sradicato gli olivi. Non so perché odiano gli olivi e
> piantano le palme.
> (La Porta del Sole).
Gli olivi si scorgono anche sullo sfondo di un celebre video, diventato virale,
in cui la giornalista e attivista Muna Al-Kurd, ferma con i piedi nei confini
del suo giardino, grida contro un colono israeliano: “Stai rubando la mia casa.”
E il colono risponde freddamente: “Perché mi urli contro? Se non lo faccio io,
lo farà qualcun altro”. Qualcuno potrebbe obiettare: è la guerra. Ma questa è
una guerra che mira a cancellare le tracce, a riscrivere la geografia della
memoria, e che non si accontenta di distruggere, ma vuole sradicare. Estirpare
con la forza cieca di una ruspa. La stessa che ancora campeggia, inquietante,
come immagine-simbolo sulla locandina di No Other Land.
> Talvolta non resta nemmeno una casa a cui tornare. Solo tende: orizzonte
> ultimo dell’esilio, dove l’idea stessa di abitare si riduce a un’ombra di
> stoffa esposta al vento.
Nel tentativo di spezzare l’intreccio tra le persone e i luoghi, tra la lingua e
le radici, si inserisce anche il grottesco video generato dall’intelligenza
artificiale e diffuso da Trump, dove Gaza è ridotta a un resort. Un luogo
artificiale su un lungomare costellato di palme. Palme al posto degli olivi. Ma
gli alberi, in Palestina, non sono solo alberi. Sono “costole d’infanzia”, come
scrive Mahmoud Darwish. E la rimozione dell’olivo non è solo distruzione
agricola: è simbolo di perdita radicale. È la cancellazione della storia, della
terra e soprattutto dei diritti che vi erano radicati. In La porta del sole
Yunis attraversa l’oliveto di Tarshìha e si rende conto che il “suo” olivo
romano, testimone di ogni momento importante della sua vita e di quella dei suoi
avi, non c’è più. Con l’albero antichissimo, cade anche la memoria viva della
terra.
> Yunis indossò il lutto per l’albero.
Un sentimento di disorientamento, impotenza politica e frustrazione emerge
quando si cerca di comprendere la realtà che stiamo vivendo. La maggior parte di
noi non sa cosa possa significare “mettersi la guerra in bocca come fosse una
gomma da masticare” quando sei poco più che un ragazzo. Questa distanza non si
risolve informandosi o nel tentativo di partecipare al dibattito pubblico.
Specialmente di fronte alla questione palestinese, la distanza tra ciò che si
legge e ciò che realmente si riesce a comprendere sembra incolmabile. Per questo
motivo, la letteratura diventa una risorsa, una “porta del sole” verso la
complessità del mondo. Un modo per affinare empatia e consapevolezza, per
esplorare ciò che travalica il nostro vissuto personale.
La letteratura restituisce profondità a ciò che il discorso mediatico tende a
semplificare e uniformare. Scrive Mourid Al-Barghouti che “a forza di sentire
certe espressioni, sui giornali e sulle riviste”, si finisce per pensare ai
Territori Occupati “come a un luogo immaginario alla fine del mondo”. E ci si
convince che non esista nessun modo per raggiungerlo. Al-Barghouti rivendica con
forza la necessità di non ridurre la Palestina a una pura astrazione. Ci ricorda
come i palestinesi siano prima di tutto degli individui. L’occupazione ha creato
“intere generazioni che non hanno un luogo in cui ricordare suoni e profumi”,
generazioni “che non hanno mai coltivato, né costruito, né commesso neppure il
più piccolo errore umano nella propria terra”, e ha trasformato la patria in un
simbolo inchiodato al passato. Ma la patria non è un arancio, non è un ulivo. La
patria è fatta di persone.
> “A forza di sentire certe espressioni, sui giornali e sulle riviste”, alla
> fine si finisce per pensare ai Territori Occupati “come a un luogo immaginario
> alla fine del mondo”. E ci si convince che non esista nessun modo per
> raggiungerlo.
Un popolo, scrive ancora Al-Barghouti, cui sono stati tolti diritti e futuro, e
a cui è stata “bloccata l’evoluzione delle società e delle vite”, impedendo lo
sviluppo. La Palestina non è (o non è solo) “la questione inserita nei programmi
dei partiti politici, non è un argomento di discussione”. Non è “la catenina che
adorna il collo delle donne in esilio”. Non è “la prima pagina di apertura di un
giornale”. Non è l’anguria esposta a una manifestazione. È invece un luogo
“concreto come uno scorpione”, che ha “i suoi colori, una temperatura, e arbusti
che crescono spontanei”. E gli insediamenti non sono costruzioni “fatte da
bambini con i Lego”. Sono invece la diaspora palestinese.
In La porta del sole c’è un passo in cui si dice che gli scrittori e gli
intellettuali non combattono, ma piuttosto “osservano la morte, scrivono, e
credono di morire”. È vero, la guerra ci passa accanto e noi, forse, ci
“aggrappiamo a una poesia”. Pure, questa rimane ancora una forma importante per
la verifica delle nostre qualità umane. Una risposta che possiamo darci alla
domanda “Se questo è un uomo”.
L'articolo La casa perduta proviene da Il Tascabile.
Meta, colosso tech fondato da Mark Zuckerberg, e Anduril, la società di
tecnologie per la difesa di Palmer Luckey (fondatore di Oculus acquisita da
Facebook), stanno collaborando su una gamma di prodotti XR integrati, progettati
specificamente per i soldati americani.
Il ceo di Anduril, Palmer Luckey, ha elogiato la partnership come una spinta
tecnologica necessaria per le forze armate. “Di tutti i settori in cui la
tecnologia a duplice uso può fare la differenza per l’America, questo è quello
che mi entusiasma di più”, ha affermato Luckey. “La mia missione è da tempo
quella di trasformare i combattenti in tecnomanti, e i prodotti che stiamo
sviluppando con Meta fanno proprio questo”.
Da parte sua Zuckerberg ha dichiarato nella nota che “Meta ha trascorso l’ultimo
decennio a sviluppare intelligenza artificiale e realtà aumentata per abilitare
la piattaforma informatica del futuro”. “Siamo orgogliosi di collaborare con
Anduril per contribuire a portare queste tecnologie ai militari americani che
proteggono i nostri interessi in patria e all’estero” ha aggiunto il numero uno
di Meta.
Non va dimenticato che solo lo scorso novembre Meta ha cambiato politica per
aprire Llama al governo degli Stati Uniti per “applicazioni di sicurezza
nazionale”. Tra gli appaltatori governativi a cui Meta stava aprendo Llama ci
sono Amazon Web Services, Lockheed Martin, Microsoft, Palantir e appunto
Anduril.
Articolo qui
I l sogno è stato quello di raccogliere l’eredità di Voltaire, Zola e Sartre,
incarnando l’ideale del grande intellettuale pubblico francese. Per quasi
quarant’anni Bernard-Henri Lévy, filosofo più a suo agio come performer che
dietro a una cattedra, ci è riuscito. Con una clausola, secondo i suoi nemici:
diventando un abile ideologo, capace di travestirsi da paladino dell’umanesimo
per difendere l’esistente. Un globetrotter da 150 milioni di euro sul conto in
banca le cui parole hanno funzionato, con straordinaria costanza, come
proiettili sparati sempre nella stessa direzione: quella dei nemici
dell’Occidente. Polemista, reporter, esteta, seduttore, consigliere di
presidenti e soprattutto disturbatore diplomatico, BHL ‒ l’acronimo con cui lo
chiamano in Francia ‒ continua a dominare la scena intellettuale europea come
una figura mitologica.
Nato a Beni Saf, in Algeria, nel 1948, Lévy appartiene a una famiglia ebraica
sefardita che si trasferì in Francia quando lui aveva sei anni. Figlio di un
ricco industriale del legno, Lévy è cresciuto in un contesto agiato,
intellettualmente esigente e profondamente consapevole del proprio privilegio.
Ha frequentato l’École Normale Supérieure, sotto la guida di intellettuali come
Louis Althusser e Jacques Derrida. Invece di restare nell’ambito del mondo
accademico, però, Lévy ha deciso presto di fare della figura pubblica la sua
vera opera. È diventato giornalista e corrispondente di guerra, coprendo la
guerra di indipendenza del Bangladesh nel 1971. Nei primi anni Settanta è stato
anche tra i fondatori del movimento dei Nouveaux philosophes, una corrente
antitotalitaria che si scagliava contro il marxismo, l’URSS e i dogmi della
sinistra radicale ereditati dal maggio del Sessantotto.
È stato in quegli anni che, secondo il suo stesso racconto, nasceva il filosofo
engagé. Insieme ad André Glucksmann, Alain Finkielkraut e Pascal Bruckner ha
rivendicato la sua partecipazione alla lotta studentesca per farne un
ingrediente biografico decisivo, salvo poi attaccarla nei decenni successivi,
per il suo lascito nella morale sessuale, i diritti umani, la religione e
l’antisemitismo. C’era la ripresa di un pensiero liberale che mescolerà
l’entusiasmo per il crollo del comunismo agli slogan di un illuminismo un po’
robotico; un repubblicanesimo che suggerirà l’appartenenza a un Occidente
centrato sugli Stati Uniti e, successivamente, sulla lotta al “terrorismo
internazionale”. Un radicalismo che non spaventerà nessuno nei segmenti centrali
in società, ma detterà il perimetro del dicibile nella sinistra spaesata post
guerra fredda.
Lévy ha compreso, mentre crollava il mondo bipolare, l’importanza dell’immagine
e del discorso emozionale in un’epoca che si avviava verso il dominio
televisivo. È stato un iper-modernista che si professava difensore di valori
universali, da imporre ovunque, attraverso una sorta di pensiero prêt-à-porter,
facilmente confezionabile per i talk show e i supplementi culturali. E in
effetti la biografia di Lévy sembra essere costruita come una sequela di episodi
in un serie d’avventura, dove il protagonista ha un ego sconfinato: nel 1993,
durante una visita nella Bosnia assediata, Lévy si è trovato bloccato dal fuoco
serbo. Mancava poco al suo matrimonio con Arielle Dombasle, star del cinema
francese. Così chiamò l’Eliseo e ottenne un jet privato. “Ho fatto così tanto
per il governo francese, era il minimo”, commenterà più tardi. Aggiungendo:
“Cosa dovevo fare? Non sposarmi più?”. L’episodio gli è valso il soprannome Deux
heures à Sarajevo, e resta emblematico del modo in cui Lévy ha sempre vissuto il
mondo: come una ribalta per la sua epopea personale, da attraversare e divulgare
senza perderci troppo tempo, prima dell’avventura successiva.
> Lévy ha deciso presto di fare della figura pubblica la sua vera opera. Ha
> compreso, mentre crollava il mondo bipolare, l’importanza dell’immagine e del
> discorso emozionale in un’epoca che si avviava verso il dominio televisivo.
Vent’anni dopo, durante il collasso del regime di Muammar Gheddafi è volato in
Libia, ha convinto l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy a intervenire
militarmente, ha negoziato con i ribelli, e si è presentato come l’intermediario
tra Parigi e il Consiglio nazionale di transizione. «Non credo nei miracoli, ma
quel giorno ne è avvenuto uno», scrisse, parlando dell’incontro tra i libici e
Sarkozy da lui stesso organizzato. È stato lui, Lévy, a chiamare l’Eliseo e lo
ha convinto ad accettare. Una diplomazia parallela, autoinvestita, sostenuta da
un ego che ha bisogno di una causa per alimentare un personaggio larger than
life, come dicono gli anglofoni. Fa niente che l’intervento in Libia abbia
lasciato dietro di sé un Paese devastato e preda del caos: BHL è sempre
concentrato su un’altra missione.
“Riparare il mondo. Soltanto ripararlo. Ma ripararlo con ardore, vigore,
determinazione”: è una frase usata tanti anni fa da BHL per definire sé stesso,
e che lui ha concretato mettendosi su un piedistallo dominante, orchestrando con
maestria una campagna di autopromozione senza precedenti, capace di garantirgli
una presenza costante su stampa e televisioni. Ma se Sartre si batteva contro il
colonialismo e dialogava con i movimenti rivoluzionari, Lévy ne ha rappresentato
il rovescio: vicino ai potenti, amico stretto del direttore del Fondo monetario
internazionale, Dominique Strauss-Kahn, sostenuto da una rete fitta di relazioni
nei media e nella finanza che ne hanno amplificato sistematicamente la voce.
Dietro questa immagine c’è una visione del mondo che più manichea non si può.
BHL l’ha sintetizzata in un intervento l’anno scorso, al Teatro Parenti di
Milano, la cui direzione è notoriamente filoisraeliana rigida: da un lato, per
il filosofo, c’è l’“asse del male” ‒ Putin, Hamas, l’Iran, la Cina ‒, dall’altro
“noi”, le democrazie occidentali sotto attacco. Ogni ambiguità è espunta, ogni
complessità ignorata. Certo, c’è anche in Francia una sinistra che si oppone a
questo schema: ma questa è per lui la sinistra “melanconica”, come la definisce,
oppure i “nichilisti”, cioè chi ha in odio la vita, che per BHL dev’essere spesa
a dimostrare come i processi di globalizzazione, se gestiti con intelligenza e
ottimismo, possano tradursi in benefici concreti per la gente comune, di
qualunque nazionalità e credo.
Le scorrettezze per demolire ogni resistenza a questo concetto non si contano.
Nel 2018, Lévy ha scritto che il cambio di nome da Persia a Iran nel 1935 fu un
favore fatto dagli iraniani ad Adolf Hitler in persona, per ingraziarselo. In
realtà, i rapporti tra nazisti e lo shah di Persia erano minimi. E questa
storia, che Lévy tenta di usare per far risalire al Terzo Reich la malvagità del
regime odierno di Teheran, era stata peraltro messa in giro proprio dagli
ayatollah, a partire dalla Rivoluzione islamica, per denigrare il regime
precedente. Un’affermazione storicamente falsa, insomma, ma perfettamente
funzionale al sensazionalismo mascherato da analisi del filosofo. Stesso modus
operandi nel 2001, quando nel suo resoconto sulla Colombia in preda a una
quasi-guerra civile, descrive le “rosse” FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della
Colombia) come un cartello mafioso, ignorando completamente il ruolo dei
paramilitari filo-governativi e filo-occidentali, responsabili dell’80% dei
morti delle violenze. Non è inettitudine, la sua, è omissione strategica:
manipolare la realtà in modo da rafforzare la propria narrazione morale.
> Se Sartre si batteva contro il colonialismo e dialogava con i movimenti
> rivoluzionari, Lévy ne ha rappresentato il rovescio: vicino ai potenti,
> sostenuto da una rete fitta di relazioni nei media e nella finanza che ne
> hanno amplificato sistematicamente la voce.
Nel novembre dello stesso anno, BHL aveva pubblicato su Le Point una lettera “a
chi si è sbagliato”, vale a dire ai pacifisti che contestavano nelle piazze la
War on Terror bushista: “Dicevate: ‘il pantano americano… gli americani sono
bloccati… l’esercito americano non riuscirà mai a sconfiggere questo nuovo
Vietnam che sono le pianure e le montagne dell’Afghanistan…’. Ecco la caduta di
Kabul, il disastro senza gloria dei talebani e la vittoria fulminea”. Prendeva
in giro, Lévy, i talebani che sembravano già sconfitti in un battibaleno.
Vent’anni dopo questo giudizio inappellabile, gli Stati Uniti si sarebbero
ritrovati impantanati nel conflitto armato più lungo della loro storia e con
migliaia di morti e traumatizzati, fino al ritiro disastroso durante
l’amministrazione Biden.
Ogni nuova uscita editoriale o filmica di BHL, non importa quante cantonate lui
abbia preso, è accompagnata in Francia da un battage mediatico quasi
totalitario: elogi sperticati sui canali pubblici, interviste ossequiose che
oscillano tra l’agiografia e la promozione, con giornalisti che gli fanno
domande tipo: “Cosa la spinge a correre questo rischio?”, o “Dove trova tutto
questo coraggio?”. Se filosofi come Gilles Deleuze e Jacques Rancière non hanno
mai nascosto il loro disprezzo per la vacuità del Lévy-pensiero, e Cornelius
Castoriadis si definiva “sconcertato” dal suo successo, dei reporter
d’inchiesta, Nicolas Beau e Olivier Toscer hanno messo a fuoco quindici anni fa
non solo l’ideologia, ma soprattutto il potere materiale di Lévy: quello di un
uomo d’affari spregiudicato, capace di accrescere il già cospicuo patrimonio
familiare, di eludere il fisco mentre impartiva lezioni anticomuniste alle
classi popolari, e di dirigere un’azienda implicata in gravi casi di
deforestazione in Africa. Dietro la retorica del “bene” e dell’“umanesimo” si è
celato, secondo Beau e Toscer, un uomo-network capace grazie ai suoi mezzi e
alle sue relazioni di influenzare il discorso pubblico. Anche a base di
intimidazioni, ricatti editoriali, pressioni sulle redazioni per non invitare
personalità ostili, e tentativi di fare cancellare ogni voce critica.
Qualcuno ogni tanto si ribella. Nel suo libro-reportage sul giornalista del Wall
Street Journal Daniel Pearl (Chi ha ucciso Daniel Pearl, 2003), Lévy si è messo
in viaggio in Pakistan per rintracciare i suoi assassini. Il decano degli
storici dell’area, lo scozzese William Dalrymple ha smontato il lavoro punto per
punto, definendolo un atto di vanità travestito da inchiesta:
> Sebbene tenti di creare una nuova forma letteraria… mescolando reportage con
> la novellizzazione in stile John Berendt o Truman Capote, appare evidente fin
> dalle prime pagine che, con il Pakistan, Lévy è completamente fuori dalla sua
> portata. Il problema principale del libro è la qualità dilettantesca di gran
> parte della ricerca di Lévy… dimostra ben presto di essere profondamente
> ignorante sulla politica dell’Asia meridionale… Lévy presenta una serie di
> teorie del complotto arzigogolate e indimostrabili.
> In tutto il suo libro, Lévy mostra un disprezzo intermittente per l’Islam e
> qualcosa di simile all’odio per il Pakistan. Il problema con la condanna
> totale di Lévy verso il Pakistan e i suoi abitanti è che offre un ritratto in
> cui non c’è spazio per la sottigliezza e la sfumatura. Il più ridicolo di
> tutti è l’auto-ritratto della figura aspirante a James Bond che Bhl dipinge di
> sé stesso, rappresentandosi come l’eroe della propria storia di spionaggio.
Ma questo è il metodo BHL: apparire nei luoghi delle crisi per esserne
protagonista. Come quando, dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, è volato
immediatamente in Israele. “È stato un riflesso”, dirà. Si è fatto fotografare a
Sderot, ha visitato i kibbutz attaccati scortato dai funzionari di Benjamin
Netanyahu, e ha concluso che Gaza e Kiev sono due facce dello stesso conflitto,
e che dietro entrambe c’è sempre lui: Vladimir Putin. A BHL non interessa avere
pudore nell’analogia storica: cerca l’effetto magniloquente, che gli faccia
tenere insieme il castello concettuale che ha costruito per i lettori. Così il
suo reportage sulla guerra tra lo Stato ebraico e Hezbollah nel 2006 era stato
ancora più grottesco. Lévy aveva paragonato l’Israel defence force alle brigate
repubblicane della guerra civile spagnola: come se un esercito dotato di F-16 e
intelligence satellitare fosse assimilabile ai volontari squattrinati di
Hemingway che combattevano contro Franco.
> Questo è il metodo BHL: apparire nei luoghi delle crisi per esserne
> protagonista.
E se all’uscita del libro aveva reagito con sdegno a La rabbia e l’orgoglio
(2001, 20092) di Oriana Fallaci, sua amica, definendolo un testo pericoloso che
favoriva l’odio indiscriminato contro i musulmani, oggi ne condivide lo stesso
schema oppositivo, semplicemente indossato con una giacca più elegante. Non a
caso, il pensiero di BHL è amplificato dalla stessa galassia centro-liberale
convinta che non ci siano alternative allo “scontro di civiltà” che vent’anni
prima aveva amplificato la giornalista fiorentina: inclusa una sinistra laica e
universalista spaventata dal multiculturalismo. Così come Fallaci, BHL si
ritrova alleato dei neoconservatori e femministe “della seconda ondata” che si
sentono esiliati in casa propria e hanno in odio l’Islamo-gauche.
Con gli anni BHL ha approfittato di un clima molto più sensibile verso
l’antisemitismo che verso l’islamofobia. Quando la Corte penale internazionale
ha emesso i mandati di cattura per Netanyahu lui è andato su tutte le furie: ha
definito “vergognosa” la decisione, nonostante l’arresto sia invocato anche per
i leader di Hamas (che nel frattempo però sono morti) e ha bollato la denuncia
di “genocidio” a Gaza come “Falsa, moralmente abietta”. La pugnace inviata
dell’ONU per i Territori Occupati, nonché star mediatica, Francesca Albanese, è
diventata così un suo bersaglio prediletto: “pericolosa”, “nuovo volto
dell’antisemitismo”, “megafono di Hamas”. BHL ne ha chiesto la censura presso
tutte le università appoggiandosi ai comunicati di UN Watch, una aggressiva
lobby filoisraeliana. Non contento ha scritto un libro, La solitudine di Israele
(2024), accusando l’Occidente di non aver aiutato abbastanza il suo alleato.
Sulle pagine di Repubblica, durante le prime fasi della guerra su Gaza, BHL è
stato una presenza assidua. Ha attaccato senza pietà gli studenti pro-Gaza,
liquidandoli senza appello come sciocchi e antisemiti. “Se alziamo la voce
contro Israele, è perché abbiamo perso la nostra bussola morale”, scriveva su X
(fu Twitter). E poi: “Il futuro di Israele è luminoso grazie a menti acuminate
come Eylon Levy. Lui lo sa che le parole contano. E che l’online è un’altra
linea del fronte per questa guerra”. Si trattava, letteralmente, dell’ex
propagandista online di Netanyahu. Che aveva definito i partecipanti nelle
proteste per il cessate il fuoco di Londra, tutti, senza distinzioni, “apologeti
dello stupro”, e si era fatto licenziare perché era riuscito a offendere persino
il governo Tory britannico. “La strategia offensiva contribuirà alla vittoria”,
prometteva BHL.
Persino il mite Michele Serra è costretto a intervenire, commentando in una sua
Amaca il filosofo televisivo che sciorina “inamovibile, autorevole,
impenetrabile a qualunque obiezione, una lista infinita di ragioni di Israele
nel nome delle quali non esisteva altra possibile ragione. Ovvero: o Noi, o
Loro. Non può funzionare così. O meglio, finché funziona così l’annientamento
reciproco (che è figlio della disumanizzazione reciproca) è la sola strada
percorribile”.
> Il pensiero di BHL è amplificato dalla galassia centro-liberale convinta che
> non ci siano alternative allo “scontro di civiltà”, inclusa una sinistra laica
> e universalista spaventata dal multiculturalismo.
In un certo senso, tuttavia, i social sono stati una sciagura sia per BHL che
per Israele: il pubblico anziano e benestante che si adagia su una serie di
pregiudizi e luoghi comuni male informati sulla carta non può nulla contro
l’informazione senza intermediari che smaschera le manipolazioni degli
intellettuali pubblici e getta luce sui crimini di guerra di una nazione alleata
di ferro dell’Europa. Molti intellettuali intruppati nelle stesse cause di BHL,
disabituati al confronto aspro e goffi tecnicamente, a causa dell’età, hanno
peggiorato, a causa di tecniche propagandistiche facilmente demolibili, la
percezione pubblica dell’«unica democrazia del Medioriente». Eppure, lui ha
continuato a rimanere al centro della scena mediatica, sostenuto da una rete di
alleanze politiche ed editoriali che lo hanno reso quasi intoccabile.
Negli ultimi anni, BHL ha trasformato l’Ucraina nella sua nuova ossessione:
fotografie in trincea, discorsi all’ONU, documentari con sé stesso protagonista.
Le sue apparizioni al fronte ‒ sempre in giacca nera stirata e camicia bianca
slacciata ‒ non servono a confondere il pubblico: sono il suo marchio.
Un’estetica da reportage di moda prestata ai crimini di guerra. E se qualcuno
glielo fa notare, lui risponde: “È la mia uniforme”. Il fatto di essere “andato
sul campo” gli serve a vantare un’autorevolezza che tanti pacifisti secondo lui
non hanno, e a invocare più aiuti militari, più massimalismo e più silenziamento
degli scettici, nonostante i suoi tour all’estero siano impacchettati su misura
per il messaggio che deve passare.
Quella configurazione serve, a BHL, per portare avanti un universalismo
estremamente selettivo, che si manifesta quando il bersaglio non disturba i suoi
alleati e non costringe a ragionamenti troppo complessi. Un’idea del mondo
puerile messa in mostra in un monologo teatrale del 2018: Last Exit before
Brexit. BHL, seduto sognante in poltrona, alla fine di un’intemerata per salvare
il progetto europeo, elenca il governo continentale dei suoi sogni: John Locke e
Rosa Parks ai Diritti umani; Pussy Riot ai Diritti delle donne; George Soros e
Madre Teresa all’Economia. Un dispositivo che funziona con un pubblico spaesato,
che per risolvere la sua crisi d’identità sceglie di irrigidirsi sempre di più,
sempre di più, e tenta di rallentare il declino europeo con formulette che
sembrano uscite da un film Marvel.
In una lettera pubblicata nel 1979, lo storico francese Pierre Vidal-Naquet,
indignato per la promozione di un saggio di Bernard-Henri Lévy, intitolato Il
testamento di Dio, chiedeva ai lettori del Nouvel Observateur: “Come può
accadere che, senza esercitare il minimo controllo, un editore, dei giornali,
delle reti televisive lancino un prodotto simile, come fosse una saponetta?”.
Mezzo secolo dopo, quella domanda è ancora più inquietante. Lévy non è solo un
intellettuale controverso: è un sintomo. Il sintomo di contraddizioni che non
riguardano una sola persona, ma una civiltà, che vuole sostituire la complessità
con l’arroccamento. In questo scontro il mondo è un palcoscenico. E lui sempre
al centro, con la camicia sbottonata.
L'articolo Bernard-Henri Lévy: ideologo dell’Occidente? proviene da Il
Tascabile.
In pochi – tra i leader globali – si erano espressi contro la guerra ed il
riarmo in modo chiaro come ha fatto lui.
di Alessio Ramaccioni
Pace come valore assoluto. Accoglienza totale nei confronti di tutti,
soprattutto degli ultimi. Difesa dei diritti dei migranti. Una incessante
invocazione alla tutela ed al rispetto dell’ambiente. Una critica a volte feroce
nei confronti del capitalismo. Beh, era un papa: doveva essere a favore della
guerra? Doveva incitare a chiudere le frontiere? Doveva ignorare la povertà, che
cresce ovunque, anche dove un tempo era quasi ridotta a zero? Ovviamente no. Ma,
al netto dell’atteggiamento critico nei confronti dei “poteri teocratici” da
parte di chi è laico e pretende laicità, nel giorno della morte di Francesco è
forse utile ragionare sul fatto che c’è papa e papa.
Francesco, forse per le sue origini, forse per le sue esperienze pastorali a
contatto con emarginazione e povertà, forse per il modo con cui personalmente
declinava il suo essere uomo di chiesa e di fede, per alcuni aspetti del suo
pontificato è stato quasi sorprendente, specie se paragonato a quello che c’è
stato prima di lui. Soprese, ad esempio, quando parlando della crescente
tensione e poi della guerra tra Russia ed Ucraina citò, tra i vari motivi di
escalation, l’ “abbaiare della NATO alle porte della Russia”: non per
giustificare l’aggressione militare di Putin, ma per contestualizzare in maniera
analitica e corretta i fatti, inchiodando tutti alle proprie responsabilità. Ai
tempi fu tacciato, anche lui, di “putinismo”, ma i fatti storici – ovviamente –
gli diedero ampia ragione.
Sorprese, da un certo punti di vista, il suo continuo esprimersi a tutela dei
diritti dei migranti e della necessità dell’accoglienza come valore assoluto.
Una presa di posizione che gli attirò antipatie ed inimicizie anche da parte di
pezzi del mondo cattolico, innescando interessanti “corto circuto” negli
ambienti della politica conservatrice occidentale, che si fa contemporaneamente
paladina della tutela dei valori cristiani e allo stesso tempo feroce nemica di
globalizzazione ed immigrazione, come se si potesse scegliere quale “pezzo”
dell’essere fedeli (o dichiararsi tali) ci interessa ed ignorare il resto.
Sorprese, a tal proposito, il suo rifiuto di partecipare al Forum Mediterraneo a
Firenze, qualche anno fa, al quale era stato invitato anche l’ex ministro
dell’Interno Marco Minniti, firmatario del “Memorandum Italia – Libia” del 2017
che ha aperto le porte ai lager libici per i migranti, abbandonati alla mercè
dei miliziani libici finanziati dal governo italiano.
Sorprese anche quando, in diverse occasioni, parlò di Palestina ed Israele in
maniera esplicita, riferendosi alla necessità storica di “due popoli e due
stati” anche in momenti in cui l’ipocrisia collettiva dell’Occidente imponeva
solo penosi farfugliamenti ai vari leader. Sorprese quando, ormai nel 2014,
parlò esplicitamente di “guerra mondiale a pezzi”, in riferimento alle tante
guerre che infiammavano il mondo, ricondotte ad un unico conflitto latente che,
anni dopo, è apparso chiaramente a tutto il mondo.
Certo, era un papa, il capo della Chiesa cattolica, con tutte le conseguenze che
quel ruolo e quell’appartenenza comportano in tema di questioni di genere,
aborto e diritti sul proprio corpo e sulla propria vita. Il dibattito sulla sua
figura sarà lungo, probabilmente, e complesso, soprattutto all’interno della
“sinistra”. Una riflessione però forse è doverosa: in un momento storico in cui
la guerra torna ad essere categoria accettata ed accettabile dal dibattito
politico, in cui il disinteresse – se non il disprezzo – per i deboli, gli
ultimi, i “diversi” non è più stigmatizzato ma addirittura sbandierato come
elemento di caratterizzazione politica e sociale, in cui invece che lavoro,
solidarietà, diritti la parola d’ordine dei leaders mondiali è armarsi, una voce
come quella di Francesco era importante. Chissà se, chi verrà al suo posto, avrà
la forza di ribadire quei concetti: purtroppo, oltre al papa, a parlare con voce
forte ed udibile di pace e di giustizia sociale sono rimasti davvero in pochi.
The post Morto papa Francesco: se ne va una voce contro la guerra first appeared
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