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Alberto Bile Spadaccini | Una sera a Mostar
Se prendi il treno pomeridiano da Sarajevo, troppo tardi per ammirare il paesaggio, e arrivi una sera di novembre a Mostar, se esci dalla stazione annerita, la lasci alle spalle scura e umida e vai verso il centro per una strada semideserta – bar chiusi o in chiusura, piccoli capannelli di tifosi da schermo, studenti che tornano a casa – passi un ponte, ne passi un altro, e, proprio perché è novembre, puoi lasciare la valigia in una locanda: un posto vicino al ponte di Mostar, proprio lui, il simbolo del villaggio.
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Animali in guerra
U n rivolo di sangue sgorga dal muso di una capra. È distesa su un fianco, sul terreno umido a tratti tappezzato di muschio e ricoperto da una pioggia di frammenti di legno, metallo e vetro. Un occhio aperto, lo sguardo nel vuoto, la pelliccia sporca e la pelle squarciata. Poco più lontano è visibile un altro esemplare, perso tra i detriti, anche lui privo di vita. Intorno a loro c’è neve e distruzione: finestre rotte, tetti divelti da cui spuntano murature decorate e totem colorati. Il Feldman Ecopark, uno zoo alla periferia di Charkiv, in Ucraina, il 2 marzo 2025 è stato colpito durante l’attacco russo di droni Shahed, armi kamikaze a lungo raggio. I due ungulati uccisi, tra cui una femmina gravida, erano stati precedentemente salvati da una zona di combattimento e portati nel parco, con la speranza che potessero sopravvivere. Gli animali sono spesso considerati vittime di serie B della guerra, che la società ci insegna a far passare in secondo piano rispetto al dramma umano, sebbene sopportino una violenza dirompente, spaventosa e per loro incomprensibile. I conflitti armati possono esasperare l’ambiguità che caratterizza il nostro rapporto con gli altri animali. Sono una lente impietosa sugli abissi della nostra morale. Il massacro di Londra e i gatti di Gaza Dai primi mesi del conflitto russo-ucraino, i media hanno diffuso immagini di profughi costretti ad abbandonare casa e affetti. Alcuni sono accompagnati dagli animali con cui, fino a quel momento, avevano condiviso la propria vita, allo stesso tempo simbolo e incarnazione di una dimensione familiare. Quelle mostrate nei telegiornali e sulle piattaforme social sono rappresentazioni accoglienti, che suscitano empatia e fanno quasi dimenticare il prezzo da sempre pagato dagli animali da compagnia in zone di guerra, che invece, spesso, sono considerati oggetti da sacrificare o legami da rompere per disumanizzare il nemico. > Gli animali sono spesso considerati vittime di serie B della guerra, che la > società ci insegna a far passare in secondo piano rispetto al dramma umano, > sebbene sopportino una violenza dirompente, spaventosa e per loro > incomprensibile. Era il 3 settembre 1939 quando la BBC annunciò che la Gran Bretagna aveva dichiarato guerra alla Germania. Siamo agli albori della Seconda guerra mondiale. Alla cittadinanza venne chiesto di prepararsi ai raid aerei e una precauzione su tutte probabilmente raggelò il sangue degli inglesi: il governo li sollecitò a portare i propri animali domestici nelle campagne e, nel caso non ci fossero stati vicini disponibili a occuparsi di loro, a sopprimerli con l’aiuto di un veterinario. Senza curarsi dell’opposizione di alcuni gruppi di protezione animale, circa 400.000 tra gatti, cani, uccelli e conigli vennero eliminati, come racconta la storica Hilda Kean nel suo libro The Great Cat and Dog Massacre (2017). Ci fu chi obbedì forse con pochi scrupoli, chi soppresse i propri compagni non umani per risparmiare loro la sofferenza dei bombardamenti, chi li graziò e, in qualche modo, ne riconobbe l’individualità e una forma di agentività, condividendo con loro il cibo, gli spazi, la paura e il dolore. Quest’ultimo caso ci porta a Gaza, ai giorni nostri. Le immagini che ci sono giunte mostrano gatti feriti e traumatizzati dallo scoppio delle bombe, dalla perdita di un rifugio, dalla fame e dalla sete, ma anche salvati da medici e veterinari, aiutati e accolti dai palestinesi o, ancora, con le loro famiglie umane mentre vivono insieme piccoli momenti di spensieratezza. Neha Vora, docente di antropologia nel Dipartimento di Studi internazionali dell’American University of Sharjah negli Emirati Arabi Uniti ha commentato così queste storie: > Quello che i gatti di Gaza ci insegnano è che il trauma della Palestina è un > trauma multispecie. Non ci insegnano che anche i palestinesi sono umani, > poiché questa è un’affermazione che continua a definire l’umano contro > qualcosa che non è, qualcosa che sarà sempre escluso, abietto e quindi > eliminabile. Credo che i palestinesi e i loro gatti siano così coinvolgenti > per molti di noi perché sfidano le visioni liberali dell’umanità e le > smascherano come modi coloniali di definire il mondo, la soggettività e le > fantasie di libertà. L’“Umanità” non ci condurrà mai a una giustizia e pace > universali. Umanità. È una parola che apparentemente si collega allo stesso universo semantico della compassione e della pietà, ma che in realtà si nutre di una visione gerarchica del mondo naturale, in cui l’animale è inferiore, e animale diventa o deve diventare chiunque incarni il nemico da combattere. Una prospettiva che, in parte e non a caso, ritroviamo nella struttura e nella gestione degli zoo, in cui le sbarre o altre barriere separano gli esseri umani dalle altre specie esposte e nei quali siamo sempre noi a poter decidere delle loro esistenze secondo le nostre necessità Un’ingannevole arca di Noè Nel volume World War Zoos. Humans and Other Animals in the Deadliest Conflict of the Modern Age (2025), lo storico John M. Kinder ricostruisce la vita degli zoo dal periodo della Grande depressione alla Seconda guerra mondiale, fino ai primi anni della guerra fredda. Kinder illustra come la visione gerarchica degli esseri viventi, e in particolare la disumanizzazione di determinati gruppi, fosse un aspetto centrale dell’ideologia nazista, evidente nel modo in cui venivano trattati sia gli esseri umani sia gli animali. > Le metafore legate agli animali sono servite e servono ancora oggi a > giustificare i delitti commessi e a comprendere e articolare azioni aberranti. Un esempio emblematico è quello del campo di concentramento di Buchenwald e del suo giardino zoologico. Il progetto, sostenuto sin dall’inizio da Karl-Otto Koch, a capo del campo dal 1937 al 1941, era pensato come luogo ricreativo ed edificante per le SS e le loro famiglie e come una fonte di umiliazione e tormento per i prigionieri. Lo zoo serviva, infatti, a ricordare loro la presunta inferiorità rispetto agli animali in gabbia: gli umani reclusi erano spogliati della dignità, resi sacrificabili per qualsiasi contingenza e costretti persino a finanziare la struttura con “contributi volontari”. Gli animali di Buchenwald ricevevano un’alimentazione migliore dei prigionieri, tanto che molti di loro cercavano di lavorare nello zoo per ottenere una razione extra. Kinder spiega: > Il legame retorico tra animali ed Ebrei, l’obiettivo principale della > Soluzione finale di Hitler, giocò un ruolo importante nel legittimare > l’Olocausto agli occhi dei suoi esecutori. Esisteva una lunga storia di > equiparazione degli Ebrei ad animali (maiali, cani) e a malattie, amplificata > dai propagandisti nazisti. Le metafore legate agli animali sono servite e servono ancora oggi a giustificare i delitti commessi e a comprendere e articolare azioni aberranti. Per descrivere l’uccisione da parte di privati cittadini di civili indifesi nell’assedio di Sarajevo, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina degli anni Novanta, si usano termini come “attività venatoria”, “cacciatori”, “prede” e “safari”. Le notizie parlano di gruppi di cecchini/cacciatori che spendevano cifre nell’ordine di grandezza di decine di migliaia di euro per sparare a persone indifese, trasformate in target classificati in base a un tariffario, esattamente come accade nei safari di caccia in Africa. Se nel vecchio continente gli obiettivi più costosi sono specie iconiche e minacciate dall’estinzione, come leoni, elefanti e rinoceronti, nei Balcani sembra che bambine e bambini fossero in cima al listino. Non più vite, solo trofei da collezionare. Allo stesso modo, come evidenziato da Kinder nel suo libro, durante il secondo conflitto mondiale e anche in seguito, gli zoo offrirono alle persone metafore per aiutarle a comprendere le esperienze di prigionia, impotenza e degradazione. In quegli anni le gabbie divennero teatro di orrore, dolore e ideologia. I destini di gran parte degli esemplari rinchiusi negli zoo furono impietosi. Alcuni riuscirono a esser trasferiti in luoghi più protetti, mentre molte delle specie più pericolose, quelle carnivore o velenose, furono uccise per evitare che costituissero un’ulteriore minaccia in caso di fuga dopo un bombardamento. La stessa sorte toccò agli animali più costosi da mantenere, tra cui quelli marini. Molti altri rimasero intrappolati, senza la possibilità di mettersi in salvo: morirono di fame e di sete tra atroci sofferenze, subirono le esplosioni riportando ferite, orribili mutilazioni e danni psicologici irreparabili o divennero oggetto di saccheggio e di improvvisate battute di caccia. Accadde proprio questo nel 1939, durante l’invasione della Polonia da parte dell’esercito nazista. Il direttore dello zoo di Berlino, Lutz Heck, dopo aver messo da parte gli esemplari più pregiati dello zoo di Varsavia, permise ad alcune SS di usare gli animali ancora in gabbia come bersagli per la notte di Capodanno. > Un tempo i giardini zoologici erano perlopiù luoghi di intrattenimento, e una > dimostrazione del potere degli Stati sulle proprie colonie, da cui alcuni > esemplari provenivano. Oggi gli obiettivi dichiarati sono l’educazione, la > ricerca e la conservazione. Ancora oggi gli animali degli zoo sono costretti a spostarsi sotto i bombardamenti, le loro vite vengono distrutte dalle esplosioni, dalla fame e dalla sete, o diventano cibo per soldati. Nella prima parte del Ventesimo secolo, i giardini zoologici erano per lo più luoghi di intrattenimento e una dimostrazione del potere degli Stati sulle proprie colonie, da cui alcuni esemplari provenivano. Attualmente i tre principali obiettivi di queste istituzioni sono l’educazione, la ricerca e la conservazione. Quest’ultimo scopo prevede la tutela di specie a rischio di estinzione attraverso progetti in situ, in cui gli esemplari sono protetti nei loro habitat, e attività ex situ, che prevedono la detenzione di individui in cattività per il mantenimento di popolazioni di animali che potrebbero scomparire in natura. Gli zoo sono, quindi, una sorta di arca di Noè la cui efficacia, secondo Kinder, è dubbia, soprattutto in tempi di guerra: > Se gli zoo vogliono sopravvivere ai conflitti di questo secolo, devono > abbandonare la metafora dell’arca. Di fronte alla minaccia di catastrofiche > perturbazioni climatiche, il mondo non ha bisogno di una flotta di scialuppe > di salvataggio progettate per aiutare specie selezionate ad attraversare > quaranta giorni e quaranta notti metaforiche di tumulto. Piuttosto, abbiamo > bisogno di una strategia per sopravvivere a un clima alterato a tempo > indefinito. Come minimo, dobbiamo porci domande difficili sul fatto che i > vantaggi degli zoo superino i loro evidenti svantaggi, incluso il disagio > fisico e mentale sopportato dalle specie in cattività. La promessa di salvezza degli zoo sembra ancora più debole nelle zone di conflitto, dove ai danni apportati a queste strutture e ai loro occupanti si sommano ingenti disastri ambientali. I pericoli per la fauna selvatica e il reato di ecocidio Le lotte armate hanno spesso luogo in ecosistemi fragili e hotspot di biodiversità, producendo conseguenze devastanti su molte specie di animali selvatici. Nella Repubblica Democratica del Congo, anni di guerra hanno ridotto significativamente la popolazione di ippopotami: dai circa 30.000 esemplari, presenti nel 1974, si è passati a meno di 1000 verso la fine della guerra civile congolese, nel 2005. Gli esemplari sono poi aumentati fino a 2500 nel 2018, per poi essere nuovamente minacciati dai gruppi di ribelli, che hanno iniziato a cacciarli di frodo per venderne la carne e finanziare le loro attività. A oggi la popolazione di questi mammiferi si attesta intorno ai 1200 esemplari, sui quali incombono nuovi pericoli, come l’avvelenamento da antrace. In Mozambico la guerra civile, combattuta tra il 1977 e il 1992, ha portato all’uccisione di circa il 90% degli elefanti, le cui zanne in avorio erano vendute per sovvenzionare i combattenti. La caccia intensa avrebbe addirittura favorito la mutazione genetica associata alla mancata formazione delle zanne nelle femmine. In Iraq, nel 2016, l’ISIL (Islamic State in Iraq and the Levant) ha attaccato una raffineria di petrolio. Poco meno di venti pozzi esplosi hanno causato l’innalzamento di una nube tossica e una massiccia fuoriuscita di petrolio. Il risultato è stato la contaminazione di suolo e acque, un ostacolo concreto alla sopravvivenza della vicina cittadina di Qayarrah e un gravissimo danno per la fauna della regione. Le invasioni militari possono persino portare all’introduzione volontaria o accidentale di specie aliene, in grado di esercitare impatti negativi sugli ecosistemi delle aree conquistate e sui loro abitanti. Oggi sappiamo bene quanto queste azioni possano produrre danni irreparabili all’ambiente, con un effetto domino che potrebbe estendersi globalmente, eppure non abbiamo a disposizione strumenti abbastanza efficaci per arginarli. Lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale, nell’articolo 8 (2)(b)(iv) sui crimini di guerra, prevede che sia considerato reato lanciare attacchi deliberati nella consapevolezza di produrre “danni diffusi, duraturi e gravi all’ambiente naturale che siano manifestamente eccessivi rispetto all’insieme dei concreti e diretti vantaggi militari previsti”. Una norma eccessivamente generica, una lacuna giuridica che si sta cercando di colmare da decenni spingendo per il riconoscimento del reato di ecocidio. > Oggi sappiamo quanto le guerre possano produrre danni irreparabili > all’ambiente, con effetti di portata globale, eppure non abbiamo a > disposizione strumenti efficaci per arginarli. Il riconoscimento del reato di > ecocidio è un passo importante in questa direzione. Il termine è stato utilizzato per la prima volta dal biologo Arthur Galston, negli anni Settanta, per descrivere la deforestazione su larga scala causata dall’uso dell’Agent Orange da parte degli Stati Uniti d’America durante la guerra del Vietnam. Negli anni Duemila il concetto è stato riproposto dall’avvocata Polly Higgins e infine, nel 2021, è stata presentata una definizione legale alla Corte penale internazionale, per cui “‘ecocidio’ significa atti illegali o arbitrari commessi nella consapevolezza di una sostanziale probabilità di causare un danno grave e diffuso o duraturo all’ambiente con tali atti”. Sono crimini non riconosciuti che continuano a essere perpetrati senza la certezza di un processo e di un’eventuale condanna dei colpevoli: alcuni esempi recenti sono la distruzione della copertura arborea e dei terreni agricoli di Gaza, con fattorie e uliveti abbattuti, suolo, falde acquifere, mare e aria inquinati, e l’impatto sugli ecosistemi e la biodiversità del conflitto in Ucraina. Gli animali non umani sembrano quasi invisibili in questi scenari, sebbene la loro esistenza presente e futura venga cancellata attraverso le uccisioni e la distruzione degli habitat in cui prosperano. Violenze necessarie: al punto di dissoluzione del Diritto internazionale umanitario Non sono solo gli animali da compagnia, quelli degli zoo e la fauna selvatica a subire gli effetti degli scontri. Gli animali allevati vengono macellati, rubati, bombardati o lasciati morire di fame. Esistono specie utilizzate direttamente nei conflitti come mezzi di trasporto, tra i quali ci sono i cavalli, gli asini, i muli, gli elefanti e i cammelli, mammiferi addestrati a rilevare esplosivi, quali elefanti, cani e ratti, oppure cetacei preparati per cercare sottomarini e lasciati esplodere per distruggerli, tra cui i delfini. Come illustra l’articolo “Animals in War: At the Vanishing Point of International Humanitarian Law”, pubblicato nel 2022 nell’International Review of the Red Cross, malgrado la loro vulnerabilità nelle situazioni appena descritte, gli animali sono ancora ampiamente ignorati dal Diritto internazionale umanitario (DIU), che rimane prevalentemente antropocentrico. Essi non godono di uno status legale esplicito, non ne viene riconosciuta la senzienza, né sono concessi loro diritti, nonostante ci siano alcuni Paesi i cui ordinamenti giuridici hanno cominciato a considerare la soggettività e la capacità di provare dolore di questi esseri viventi. Anne Peters e Jérôme de Hemptinne, autori della pubblicazione, suggeriscono due strategie principali per affrontare la mancanza di una specifica protezione nel diritto internazionale umanitario. La prima consisterebbe nell’applicare in modo più efficace le norme già esistenti, ampliandone l’interpretazione per includere gli animali nelle categorie protette previste: potrebbero essere assimilati a combattenti o prigionieri di guerra, a civili, oppure a oggetti. Tale approccio prevederebbe la rilettura delle disposizioni relative alla difesa dell’ambiente, del patrimonio culturale e delle aree protette, riconoscendo che gli animali sono esseri viventi capaci di provare sofferenza e grave disagio (distress). La seconda strategia contempla l’adozione di un nuovo strumento internazionale volto a riconoscere specifici diritti agli animali, in particolare il divieto di utilizzarli come armi. Si tratta di una prospettiva di lungo periodo, ancora lontana, poiché richiederebbe a molti Stati di superare profonde barriere concettuali riguardanti la personalità giuridica degli animali non umani e di accettare eventuali limitazioni nella conduzione dei conflitti armati per proteggerli. Il tutto in un contesto in cui i precedenti tentativi di varare una convenzione internazionale sul benessere animale non hanno finora riscontrato grande successo. > Malgrado la loro estrema vulnerabilità nei teatri di guerra, gli animali sono > ancora ampiamente ignorati dal Diritto internazionale umanitario (DIU), che > rimane prevalentemente antropocentrico. Però, come il giurista inglese Hersch Lauterpacht ha scritto in passato, il DIU è “al punto di dissoluzione del diritto internazionale” e gli autori del paper sostengono che in questo sia simile al diritto animale, con i debiti cambiamenti, e che la loro intersezione, seppure foriera di estreme difficoltà, non dovrebbe fermarci dal voler perseguire un’“utopia realistica” per gli animali a livello mondiale. È possibile partire dall’attuale situazione internazionale per poi cercare di ampliare quelli che sono considerati i limiti della praticabilità politica. Il DIU e il diritto legato al benessere animale sono entrambi corpi normativi che non vietano la violenza, ma concedono lo spazio a una violenza ritenuta “necessaria”, di fatto legittimandola. Sebbene, come sottolinea l’articolo, questa somiglianza dovrebbe facilitare l’estensione del campo di applicazione del DIU agli animali non umani, certamente fa emergere quella ambiguità che, anche in condizioni di pace, esiste nei trattamenti che riserviamo loro. La percepiamo quando accettiamo le condizioni in cui versano negli allevamenti intensivi oppure  la cattività e la scelta di sopprimere alcuni esemplari negli zoo per calcolo economico, perché spazio e risorse delle strutture sono limitate, o per esigenze di conservazione, al fine di mantenere l’equilibrio tra maschi e femmine di una specie o prevenire il rischio di consanguineità. O ancora, quando acconsentiamo alla sperimentazione animale. > I conflitti armati rendono ancora più tangibile l’ambiguità che caratterizza > il nostro rapporto con gli altri animali, anche e soprattutto in tempo di > pace. Il confine tra amore, rispetto per la vita degli animali non umani, violenza e sopravvivenza può farsi eccezionalmente labile. Lo spiega Kinder, sempre attingendo dall’esperienza del campo di concentramento di Buchenwald, quando parla del poema satirico Eine Bären-Jagd im KZ Buchenwald (in italiano Una caccia all’orso nel campo di concentramento di Buchenwald), scritto e illustrato dal sopravvissuto al campo Kurt Dittmar nel 1946. L’opera ripercorre la breve vita di Betti, un’orsa allevata nello zoo del campo, dall’arrivo come cucciolo alla morte per mano di un comandante. L’orsa è inizialmente servita e riverita dai detenuti per ordine delle SS, si nutre di buon cibo, gode di spazio all’interno della sua gabbia ed è per questo oggetto di invidia da parte dei prigionieri. Con il trascorrere del tempo la milizia nazista aggiunge alla collezione dello zoo altri animali e Betti, stanca della nuova compagnia, abbatte il recinto elettrico e fugge nella foresta. I detenuti tentano invano di catturarla, finché il vicecomandante non la uccide e ne riporta indietro il corpo come un trofeo. L’illustrazione di Dittmar raffigura alcuni prigionieri sconvolti davanti alla carcassa dell’orsa, consapevoli di condividere il suo destino di preda braccata. Costretti ad arrostirne le carni per la festa delle guardie, non ne assaggiano neanche un boccone, ma continuano a sognare: la libertà, il cibo e la giustizia contro i loro aguzzini. Nonostante sia ispirato a eventi reali, il poema non è un resoconto storico, ma conserva in sé una realtà difficile da accettare. Scrive l’autore di World War Zoos: > Ciò che otteniamo invece è qualcosa di più interessante: una riflessione sul > potere e sui limiti dell’empatia. Nel racconto di Dittmar, i prigionieri umani > di Buchenwald riconoscono che la vita di Betti è sempre appesa a un filo, che > lei è preziosa fino al momento in cui le SS decidono diversamente. Pure lei è > una prigioniera, anche se ha pasti migliori e una gabbia più bella. Ma questo > non significa che non proveranno a rubarle il cibo o a rosicchiare le sue ossa > spolpate. Nella Buchenwald di Dittmar, i prigionieri possono sia piangere per > l’uccisione di Betti sia sbavare affamati sul suo cadavere sfrigolante. L'articolo Animali in guerra proviene da Il Tascabile.
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Le Dita Nella Presa - Nessuna tecnologia per oppressione, apartheid o genocidio!
Lunga puntata dedicata ad un racconto, attraverso molti report di 7amleh - centro di ricerca arabo sui social media - e non solo, dell'uso della tecnologia da parte di Israele come strumento di oppressione e di genocidio. Il primo frammento di audio è dedicato al tema della distruzione dell'infrastruttura di rete; e alle difficoltà di comunicazione delle persone palestinesi in un contesto di censura che, in più, richiede a chi subisce un genocidio di performare il ruolo della vittima nei modi richiesti dai social media. Proseguiamo con una rassegna delle tecnologie militari che non sarebbero possibili senza il coinvolgimento delle solite grandi imprese. Infine, risultati delle campagne di boicottaggio e lotte per fermare i rapporti tra queste aziende e Israele. Ascolta l'audio nel sito di Radio Onda Rossa
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Il potere di Palantir, ecco come i suoi software guidano armi e missioni militari
L’azienda Usa è privata ma lavora per i governi. Il potere, militare e non, oggi parla in codice. Palantir, la società fondata vent’anni fa a Palo Alto, è diventata la piattaforma che governi e eserciti usano per mettere ordine nel caos dei dati. Non produce armamenti, ma costruisce il software che li guida, nelle missioni e nelle decisioni. Ma soprattutto è lo strumento attraverso cui Peter Thiel, imprenditore e investitore, allarga la sua influenza sulla politica di Washington e sulla nuova amministrazione Trump. Un unicum diventato imprescindibile per ogni esercito. I prodotti principali di Palantir hanno nomi evocativi, funzionali per far comprendere in fretta la loro utilità marginale. Gotham, usato da intelligence e forze armate, integra basi dati classificate e scenari operativi. Foundry, pensato per imprese e amministrazioni civili, costruisce copie digitali dei processi per ottimizzare logistica, forniture, ospedali. Apollo gestisce la distribuzione del software anche su reti isolate e ambienti critici. L’ultima evoluzione è AIP, la piattaforma che incapsula modelli di intelligenza artificiale nei contesti più sensibili, evitando fughe di dati e garantendo tracciabilità. L’obiettivo è ridurre la distanza tra analisi e decisione, riducendo i rischi collaterali. Leggi l'articolo
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La Silicon Valley è pronta ad andare in guerra
Da culla del progressismo a cuore dell’industria bellica a stelle e strisce: Meta, OpenAI, Microsoft, Anduril e l’inarrestabile crescita della defence tech. “C’è un sacco di patriottismo che è stato a lungo tenuto nascosto e che adesso sta venendo alla luce”, ha spiegato al Wall Street Journal, Andrew Bosworth, direttore tecnico di Meta. Bosworth – assieme a Kevin Weil e Bob McGrew, rispettivamente responsabile del prodotto ed ex responsabile della ricerca di OpenAI, ai quali si aggiunge Shyam Sankar, direttore tecnico di Palantir – è infatti uno dei quattro dirigenti tech assoldati in quello che è stato ironicamente chiamato “Army Innovation Corps” - Corpo degli ingegneri degli Stati Uniti (il nome ufficiale del programma è Detachment 201). Il clima che si respira oggi nella Silicon Valley è molto differente, la maschera progressista che le Big Tech hanno a lungo indossato è stata infine calata (come mostrato plasticamente dall’ormai storica foto che ritrae i principali “broligarchs” celebrare l’insediamento di Donald Trump), e adesso nessuno sembra più farsi scrupoli a seguire la strada tracciata dalle due più note realtà del settore “defence tech”: Palantir e Anduril, aziende fondate rispettivamente dall’eminenza grigia della tech-right Peter Thiel e dal guerrafondaio Palmer Luckey (già noto per aver fondato Oculus, poi acquistata da Meta, e per rilasciare dichiarazione come: “Vogliamo costruire tecnologie che ci diano la capacità di vincere facilmente ogni guerra”). Articolo completo qui
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Nella Terza guerra mondiale di ꭍconnessioni precarie
N oi abbiamo da lungo tempo abbandonato l’illusione che il movimento del processo storico sia determinato a principio, che il suo giungere a destinazione sia iscritto nella dinamica stessa delle cose. Non ha senso fare l’elenco degli eventi che ci hanno disilluso: sarebbe troppo lungo e forse troppo triste. È tuttavia certo che anche il più diffuso senso comune non abbia alcuna speranza in sorti progressive del presente, così come è certo che l’ultimo colpo a questa illusione moderna sia stato, da un lato, lo scoppio della guerra in Ucraina e, dall’altro, la campagna di annientamento condotta da Israele contro la popolazione palestinese. Ragionare di una “Terza guerra mondiale”, se quanto detto sinora ha senso, significa allora tracciare i tratti di una forma storica non riducibile agli scontri militari e nemmeno ai massacri che caratterizzano la nostra condizione attuale. È quest’ultimo atteggiamento il primo obiettivo polemico di ꭍconnessioni precarie, il collettivo che ha dato alla luce Nella Terza guerra mondiale. Un lessico politico per le lotte nel presente (2025). Il testo si oppone all’idea per cui il problema del nostro presente sarebbe esclusivamente la guerra guerreggiata, il massacro fisico di centinaia di migliaia di inermi, o almeno per cui l’urgenza di interrompere tali violenze renderebbe obbligatorio sospendere le lotte che hanno preceduto la mobilitazione contro la guerra. La gravità delle immagini che arrivano da Gaza e dalla Cisgiordania, così come quelle che giungono dall’Ucraina, rende comprensibile da un punto di vista umano tale prospettiva. Niente pare più importante che impedire agli abitanti di Gaza di morire così. Tuttavia, concentrarsi esclusivamente sulla guerra è inaccettabile sul piano teorico e politico, innanzitutto perché condanna i movimenti all’inefficacia o, addirittura, a collaborare alla costruzione di un mondo che porrà di nuovo le condizioni di altri genocidi. In primo luogo, perché si fonda su un’analisi sbagliata del reale. Considera cioè queste morti e queste sofferenze immani esito immediato di volontà individuali, colpi di mano della Storia, eventi sciolti da ogni condizione. Esse, al contrario, sono radicate nella crisi che il modo di produzione capitalistico affronta su scala globale. Secondo ꭍconnessioni precarie non è possibile pensare le violenze a cui giustamente si pone tanta attenzione senza collegarle alle dinamiche di produzione della ricchezza su scala globale. Non certo perché tali massacri non abbiano un significato politico: al contrario, cogliere quest’ultimo significa proprio collocare questi annientamenti nel contesto storico in cui si danno e da cui si originano. Essi non sono un “nulla” che si tratterebbe di vedere come un sintomo, ma nemmeno l’origine pura di sé stessi. Impedirli, dunque, significa valutarli sul piano del capitalismo transnazionale, che è la cornice entro cui va compresa per ꭍconnessioni precarie la congiuntura globale contemporanea. > Queste morti e queste sofferenze immani sono radicate nella crisi che il modo > di produzione capitalistico affronta su scala globale. L’esito politico di tale atteggiamento è il campismo, o frontismo, cioè la presa di posizione per un campo (geo)politico determinato tra quelli in scontro. Si tratta allora, per il campismo che secondo gli autori e le autrici dilaga nel mondo militante a partire almeno dal 2022, di scegliere di volta in volta se stare con la NATO o con la Russia e la Cina; oppure con Israele o con Hamas. Il punto non è l’interscambiabilità delle parti in lotta: ꭍconnessioni precarie non vuole dire che non vi sia differenza tra l’Iran e gli Stati Uniti. Tali protagonisti sono evidentemente differenti sui piani della forma storica, degli obiettivi che perseguono e di tantissimi altri. Non lo sono, però, per chi desidera un mondo dove ciò che ha causato la Terza guerra mondiale sia disarticolato. Tale conformazione planetaria non è riducibile, si diceva, alla volontà di alcuni uomini di ucciderne altri, ma tiene insieme razzismo, patriarcato, sfruttamento di classe. Scegliere Hamas per “liberare” la Palestina può forse voler dire arrestare il genocidio di Gaza, ma anche mantenere intatte le condizioni che hanno provocato la guerra. Al fine di comprendere questa affermazione, che è il vero nucleo al contempo teorico e politico del libro, bisogna comprendere cosa intendono le autrici e gli autori per “Terza guerra mondiale”. La Terza guerra mondiale non è una somma di scontri tra Stati e/o di genocidi sparsi per il mondo, ma l’unione sistemica del meccanismo che produce guerre, processi di preparazione alla guerra (indipendentemente dal suo effettivo avvenire) e gli effetti pratici di tali meccanismi. In questo senso, le autrici e gli autori affermano che la Terza guerra mondiale non termina nel momento in cui Trump o chi per lui firma una tregua, giacché una tregua è. in quanto tale, preludio di una nuova guerra. La pace non è assenza di guerra, ma fine delle condizioni che la riproducono; è una trasformazione strutturale interna al sistema sociale che rende difficile il verificarsi di nuove guerre. Le condizioni che riproducono la guerra sono legate alla forma attuale della globalizzazione, il transnazionale. Si tratta della “realtà del mercato mondiale e dei movimenti del lavoro vivo che a quella realtà si oppongono avanzando una pretesa di liberazione da sfruttamento e oppressione”. In altre parole, si tratta della forma del rapporto sociale tra capitale e lavoro che si pone su scala globale. Che tale forma sia favorevole al primo è accidentale, non necessitato dalla forma in generale. Esso è al contrario “espressione storica di un conflitto che oggi si presenta come una latente, ma costante, lotta di classe in cerca di organizzazione”. Capitale e lavoro vivo si confrontano non nel campo della sovranità statale come per gran parte del “secolo breve”, né sullo spazio liscio indeterminato e generico del “Globo”: i flussi della produzione e della riproduzione del valore scivolano continuamente sopra la distinzione tra sovranità nazionale (che non è mai scomparsa) e globalità, dunque il transnazionale non può in alcun caso “imporre un ordine globale stabile e continuativo”. ꭍconnessioni precarie sottolinea che tale rapporto sociale, pur favorevole al capitale, non è mai posto da esso: si tratta di una relazione sociale. Là dove si dà accumulazione capitalistica (transnazionale) si danno le lotte e la loro possibilità di vittoria. Ciò che manca non sono queste lotte, bensì un’“adeguata elaborazione della politicità transnazionale del lavoro vivo”, una elaborazione che è resa difficile precisamente dal fatto che il transnazionale consiste in un disordine globale, “nel senso che è privo di possibilità di ricomposizione istituzionale o politica della classe dentro le forme storiche del nazionale e dell’internazionale”. > La pace non è assenza di guerra, ma fine delle condizioni che la riproducono; > è una trasformazione strutturale interna al sistema sociale che rende > difficile il verificarsi di nuove guerre. Da questo punto di vista la centralità della tematica dell’organizzazione, che attraversa tutto il lavoro, non deve stupire. L’articolazione del lavoro vivo e delle sue lotte su scala transnazionale (né nazionale, né immediatamente globale) è dunque l’obiettivo politico minimo indispensabile. E per raggiungerlo serve considerare come tutti i blocchi identitari posti da nazioni, appartenenza a popoli determinati, a generi o a sessi “interdicono il riferimento alla classe”, cioè di “vedere l’incessante movimento storico del lavoro vivo”. Ma questo piano organizzativo non può risolversi nella forma sindacato comunemente intesa, perché questo lavoro vivo non è la classe per come la si era teorizzata nel corso del Novecento: è composta da differenze (operai, precari, donne, LGBTQ+, migranti) che esistono in relazione a un prelievo incessante di forza lavoro che viene loro imposto dal modo di produzione capitalistico nella sua forma transnazionale. Di conseguenza queste differenti soggettività praticano una “incessante lotta di classe” che si tratta di rendere efficace articolandola. Nemmeno lo Stato, pensato come “articolazione in processo” e non come forma identica a sé stessa, identica attraverso i decenni, è in quanto tale uno spazio sufficiente per lo svolgimento di queste lotte. Questo perché lo Stato non basta al capitale per organizzarsi su scala nazionale, l’unica accessibile allo Stato come struttura. La pur rilevante presenza dello Stato come “attore dotato di capacità giuridiche, militari, di comando e decisione” (p. 38), che lo rende un campo di battaglia, non lo rende però una parte con cui si tratterebbe di schierarsi contro un’altra (quella, appunto, del capitale). Essendo un libro d’intervento nell’ambito dei movimenti, va sottolineato il modo in cui le autrici e gli autori si rivolgono a quello che è a loro avviso il senso comune dei discorsi movimentisti contemporanei. Esse ritengono si tratti, sostanzialmente, di una connessione perversa tra il decoloniale e il campismo, di cui il primo è divenuto una sorta di attributo. Proprio laddove il decoloniale è capace di mettere in discussione alcune sicurezze di una parte del mondo, pare essere divenuto incapace di rigettare le proprie. Infatti, secondo le autrici e gli autori, nel discorso decoloniale “il colonialismo è questo: non una fase storica che viene messa in discussione dai processi di decolonizzazione e dai movimenti indisciplinati dei e delle migranti che squarciano la presunta omogeneità tanto dei popoli delle ex colonie, quanto di quelli del Primo mondo, ma una violenza originaria che si rigenera infinitamente sempre uguale a sé stessa”. Il decoloniale ricerca l’identità perduta dei popoli colonizzati, non il movimento possibile di liberazione delle soggettività sfruttate e oppresse dal modo di produzione capitalistico e dalle guerre che esso genera per ripristinare vettori di accumulazione. Non si tratta di inventare spazi politici entro i quali queste soggettività, nelle loro differenze, possano muoversi in un’ottica condivisa di emancipazione, ma di ricostituire forme di esistenza precoloniali (sopravvissute a secoli di colonialismo). Si tratta, com’è evidente, di una delle torsioni che il dibattito nei movimenti ha oramai assunto: rompere con Israele e la NATO significherebbe (dal punto di vista degli obiettivi politici) ripristinare gli spazi perduti di libertà dei palestinesi come popolo ancestrale presente in Palestina da secoli (la sua dignità) e a questo scopo non sarebbe in alcun modo problematico schierarsi dalla parte dell’“Asse della resistenza”, nella misura in cui questa è la posizione di Hamas e di una supposta maggioranza del popolo palestinese. L’idea sottostante “è chiara: solo chi è palestinese per nascita può parlare, e solo chi è palestinese può decidere come quella lotta debba essere portata avanti”. Questo, è palese, tramuta la “posizionalità” da strumento a pulpito non criticabile, una posizione che in quanto situata nel luogo dell’originario che viene attaccato dal potere coloniale renderebbe divina la parola di chi la abita. > L’articolazione del lavoro vivo e delle sue lotte su scala transnazionale è > l’obiettivo, mentre i blocchi identitari posti da nazioni, appartenenza a > popoli determinati, a generi o a sessi impediscono il riferimento alla classe. In questo modo, sostiene ꭍconnessioni precarie, non solo si vive in un mondo assurdo, un mondo cioè dove sarebbe possibile il ritorno a un’origine mistica e dunque una politica (letteralmente) reazionaria, ma non si coglie la Terza guerra mondiale come espressione di un rapporto sociale transnazionale in cui siamo tutte implicate. Quanto va sottolineato è che se è vero che a Gaza vengono macellati decine di migliaia di innocenti, è anche vero che i palestinesi non sono una massa indistinta e priva di differenze interne, di divisioni di sesso e di classe. Allo stesso tempo, quindi, è falso che gli interessi di centinaia di migliaia di loro coincidano con la semplice liberazione dalla violenza dello Stato di Israele (gli abitanti di esso comprendendo tuttavia a sua volta proletari, donne e soggettività LGBTQ+ oppresse). Anche in uno Stato palestinese, o in uno Stato unico non confessionale, si abbatterebbe quotidianamente su operai, precari, donne, LGBTQ+, migranti, la violenza del modo di produzione capitalistico. Si risponderà che essa non è pari a quella dello Stato di Israele in corso. Questo è certamente vero, ma è anche vero che dalla prima deriva la seconda: ripristinare la prima come “normale” significa porre le condizioni della seconda. Il campismo oscura proprio queste differenze interne, non riconoscendo l’esistenza di un “Nord nel Sud e di un Sud nel Nord”. Si noti come questo modo di porre la questione faccia de facto coincidere la posizione decoloniale con quella, non a caso così frequentata oggi, della geopolitica, che riduce quanto avviene del mondo a una serie di posizioni, soggettività, interessi immediatamente statuali o al massimo nazionali (trattando i popoli come soggettività monolitiche, indistinte, con una volontà determinata a priori). In questo contesto analitico si inserisce la critica all’utilizzo fatto dai movimenti del concetto di resistenza, sia sul piano dell’analisi che su quello degli slogan da utilizzare per inserirsi nel dibattito pubblico. Le autrici e gli autori, innanzitutto, ricordano che “nella Terza guerra mondiale resistenza vuol dire tante cose”. Peraltro, il concetto stesso di “resistenza” non ha fatto parte del lessico comunista fino alla Seconda guerra mondiale (nel secolo precedente a essa, infatti, il movimento comunista non è interessato a resistere, ma ad attaccare): il suo significato emancipativo è stato dato dalla modalità concreta, storicamente determinata, con cui le partigiane e i partigiani hanno effettivamente resistito, prima, e da come è stato utilizzato il termine, poi. Se si vuole continuare ad attuare la resistenza come forza di opposizione (e non semplice opposizione a una forza), è necessario disidentificare la resistenza con l’essere dalla parte giusta. Resistere a una forza non significa essere nel giusto: l’Iran, sostengono le autrici e gli autori, resiste alla NATO, ma opprime donne e minoranze. Schierarsi dalla parte dello Stato iraniano per questo significa appunto cedere al campismo, stabilire che si tratta di scegliere la resistenza “più forte”. Significa porre una gerarchia delle oppressioni, in cui il diritto all’esistenza delle donne e soggettività LGBTQ+ nate in Iran, ad esempio, deve essere messo da parte per garantire la maggior gloria dell’“Asse della resistenza”, che va da Pechino a Teheran, passando per le ville degli oligarchi russi che sostengono Putin e i miliardari conti in banca dei leader di Hamas. > La pace sociale è da sempre funzionale alla guerra reale. Concludiamo dall’inizio del libro, sollevando la questione forse teoricamente più rilevante di tutto il lavoro. Per le autrici e gli autori l’esito e allo stesso tempo l’effetto della Terza guerra mondiale è il militarismo, che non è un atteggiamento istituzionale e/o culturale, ma una modalità ideologica di realizzare la riproduzione sociale. Il militarismo pervade le nostre società in molti sensi: non solo “prepara alla guerra, ma abitua all’idea che essa sia in qualche modo necessaria”. Da questo punto di vista il campismo è parte integrante del militarismo per come lo intendono le autrici e gli autori. Esso è quindi complice della restrizione dello spazio delle lotte che è ovvia conseguenza dell’irrigidirsi dei fronti e della tolleranza spesso manifestata anche dai movimenti verso forme di autoritarismo, patriarcato e razzismo dei membri del campo che si è scelto. Ci si sacrifica, cioè, al proprio campo, esattamente come le istituzioni del movimento operaio (con alcune lodevoli eccezioni) sacrificarono sé stesse sull’altare della grandezza nazionale nel 1914. Questa scelta politica, viene affermato nel libro, è intrinsecamente perdente, non può che portare alla sconfitta e proseguire la disorganizzazione globale del lavoro vivo (sulle forme possibili della quale, va detto, esse non dicono in fin dei conti molto). Essa porta a sottomettere i sogni e le speranze di milioni di migranti, donne, precari, operai, LGBTQ+ a soluzioni che non sono semplici compromessi, ma sconfitte decisive che porterebbero il mondo in uno stato che riproporrebbe all’infinito il ciclo di guerre, tregue e paci momentanee che compongono la Terza guerra mondiale. Lo slogan che le autrici e gli autori assumono concludendo il libro, cioè Strike the war, significa precisamente questo: organizzare il conflitto socialmente, superando i blocchi che campismo e multipolarismo vorrebbero imporre, rifiutando i genocidi e l’autoritarismo che la militarizzazione delle nostre società sta imponendo. La pace sociale è da sempre funzionale alla guerra reale. Spezzarla, cioè organizzare uno sciopero transnazionale contro la guerra e il suo mondo, è l’obiettivo che ꭍconnessioni precarie ritiene proprio di un movimento rivoluzionario. Caesarem vehis! L'articolo Nella Terza guerra mondiale di ꭍconnessioni precarie proviene da Il Tascabile.
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La casa perduta
T ra il 1966 e il 1967 lo scrittore palestinese Mourid Al-Barghouti si trasferisce in Egitto per completare il suo percorso universitario. Gli mancano pochi esami e, a Ramallah, la madre lo aspetta, impaziente di vedere finalmente l’unico dei suoi figli laurearsi. Nelle prime pagine del suo testo più celebre, Ho visto Ramallah (2003), emerge da subito un’immagine familiare: quella delle pareti di casa, dove – a università terminata – si appende il diploma in bella mostra. Ma nel giugno 1967 ha inizio una nuova guerra, passata poi alla storia nel mondo arabo come Naksa, ovvero ‘ricaduta’. Israele occupa anche i territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, aggravando la crisi dei rifugiati iniziata con la Nakba del 1948: centinaia di migliaia di palestinesi sono nuovamente sfollati. > Mi consegnarono il diploma in Lingua e Letteratura inglese, ma non avevo più > una parete a cui appenderlo. La città era caduta e non avrei mai potuto > tornarvi. Ho visto Ramallah è la storia del ritorno, dopo trent’anni, dell’ormai adulto Al-Barghouti nella sua città natale. Un ritorno segnato dalla sofferenza di chi ha vissuto la ghurba, l’esilio. Una volta che l’hai provata, ne resti segnato per sempre. La ghurba “è come un’asma”, come una malattia di cui si inizia a soffrire e dalla quale non si può guarire. Introduce nell’esistenza una dimensione tragica, priva la vita di una casa cui tornare, ne fa un ricordo doloroso e inesorabile, nonché un dovere di memoria da custodire. Elisabetta Bartuli in The Passenger. Palestina (2023), sottolinea come, “nonostante le enormi diversità nelle condizioni di vita, di contesto amministrativo ed economico di cui raccontano” i romanzi degli scrittori palestinesi presentino caratteristiche comuni che li rendono “un unicum compatto e coeso all’interno della letteratura araba”. Ecco: la casa, come luogo simbolico di identità e appartenenza, è precisamente uno dei topoi che danno coerenza a questo unicum; un motivo ricorrente che la letteratura palestinese ha contribuito, insieme ad altri, a consolidare, e attraverso cui si esprimono significati che arrivano fino a questi giorni. > La ghurba, l’esilio, introduce nell’esistenza una dimensione tragica, priva la > vita di una casa cui tornare, ne fa un ricordo doloroso e inesorabile, nonché > un dovere di memoria da custodire. Nel tema della diaspora, la casa diventa simbolo di quell’intimità familiare – fatta di oggetti, gesti quotidiani, odori – che l’occupazione e la guerra hanno interrotto in modo fulmineo e traumatico. Con fatica si riesce a immaginare una simile condizione: da un momento all’altro, senza preavviso, abbandonare la propria casa senza potervi più fare ritorno. > Umm ‘Issa nei suoi ultimi giorni di vita non parlava che di un’unica cosa: il > tegame di zucchine. Aveva dovuto abbandonare casa sua, nel quartiere Qatamùn a > Gerusalemme, senza avere il tempo di spegnere il fuoco sotto il tegame di > zucchine. Elias Khoury, recentemente scomparso, è stato uno scrittore e intellettuale libanese tra i più autorevoli del mondo arabo. Il suo romanzo, La porta del sole (2004), è stato definito un’epopea del popolo palestinese. Intorno alla vicenda principale e ai suoi protagonisti si affollano numerose voci e storie. E in molti di questi racconti – anche nei più brevi, affidati a personaggi secondari – si rincorrono immagini di case abbandonate in tutta fretta. > Sono andato nella casa […]. Era deserta. Sono entrato. Delle coperte per > terra, dei sacchi di plastica, delle pentole e odore di cibo ammuffito. Come > se avessero sgomberato in fretta e furia, senza tempo sufficiente per > organizzare il viaggio. […] Sono entrato e mi sono reso conto che stavo > piangendo. Ero nel mezzo del nulla, in mezzo alle lacrime. E ho capito che era > perduta. Nella letteratura palestinese delle origini, il topos della casa è centrale nel raccontare il trauma dell’esilio e della perdita inflitti dalla Nakba. In questa fase, è spesso ancora il fulcro di una nostalgia nella quale struggersi. Della propria casa, si ha nostalgia di tutto. Perfino “della muffa” che ne ricopriva le pareti. E alla casa si desidera soltanto fare ritorno. Anche se ne fosse rimasta solo una pietra. > Della propria casa, si ha nostalgia di tutto. Perfino “della muffa” che ne > ricopriva le pareti. La casa non è un’idea astratta. Non è una metafora, è > questo luogo fatto di cose concrete che si sono perdute. Ghassan Kanafani è stato tra i maggiori esponenti della narrativa della resistenza, assassinato nel 1972 a Beirut da un’autobomba del Mossad. Nel suo Ritorno a Haifa (2001), Said e Safiyya sono una coppia palestinese che, dopo vent’anni di esilio forzato, torna a Haifa: la città da cui erano stati cacciati e nella quale avevano dovuto abbandonare il figlio neonato, Khaldun. Quando tornano, scoprono che il figlio è stato adottato da un’ebrea sopravvissuta all’Olocausto, che ora vive nella casa che un tempo era loro. Il figlio, che ora si chiama Dov, milita nell’esercito israeliano, e rifiuta ogni legame con i suoi genitori naturali. Poco prima che il racconto sveli questa sua sconvolgente verità, è descritto il momento in cui Said e Safiyya salgono le scale della loro vecchia casa. Said non vuole dare alla moglie, e neppure a sé stesso, “la possibilità di osservare quelle piccole cose che – lo sapeva – lo avrebbero commosso: il campanello, il pomello di ottone alla porta, gli scarabocchi di matita sul muro, il contatore dell’elettricità, il quarto scalino rotto nel mezzo…”. La casa non è un simbolo, non è un’idea astratta. Non è una metafora, è questo luogo fatto di cose concrete che si sono perdute. Entrando, Said riesce ancora a vedere in casa sua “molte cose che un tempo gli erano state familiari e che anche quel giorno continuava a considerare tali: cose intime, private”, che mai avrebbe pensato che qualcuno potesse toccare o guardare: una fotografia di Gerusalemme, un piccolo tappeto di Damasco. Said ritrova “le sue cose” ma, guardandole, le vede mutate. Come se a osservarle fossero due paia di occhi diversi: quelli del passato e quelli di un presente che non gli appartiene più. Lo stesso accade, in La porta del sole, a Umm Hasan. > Umm Hasan, come tutti coloro che sono tornati a vedere le loro case, diceva: > “Ogni cosa era al suo posto, ogni cosa era rimasta com’era. Persino la brocca > di terracotta.” >  — La brocca. >  — L’ho trovata qui. Non la uso. La prenda, se la vuole. >  — No, grazie. Il passaggio dalla casa abitata alla casa occupata segna una svolta anche nei significati. Da simbolo di perdita e sradicamento – da cui deriva anche il più famoso simbolo delle chiavi lasciate sulla porta – la casa diventa un topos per esplorare la realtà dell’occupazione e della guerra e, da qui, la condizione di estraneità e d’incertezza esistenziale, la frammentazione identitaria, a cui il popolo palestinese è stato condannato. Lì, proprio nel perimetro della casa, dove si tocca “l’essenza più profonda della vita” (Nour Abuzaid), qualcun altro si è insediato con la forza. > Il passaggio dalla casa abitata alla casa occupata segna una svolta anche nei > significati. Lì, proprio nel perimetro della casa, qualcun altro si è > insediato con la forza. È Israele che “con la scusa del cielo, ha occupato la terra”. Il contatore dell’elettricità è al solito posto, la brocca e il tappeto di Damasco anche. Eppure, non si riesce a riconoscerli. Come accade quando, a forza di guardare troppo a lungo una cosa, o di ripetere insistentemente una parola, se ne perde l’essenza: il suono si svuota, l’immagine si spegne. Ora anche chi riesce a tornare a casa si sente fuori posto. Un estraneo. In La porta del sole c’è un passaggio importante in cui Nahila, rimasta a vivere nel suo villaggio diventato territorio israeliano, si oppone con forza al marito Yunis, che invece è un combattente della resistenza e vive in clandestinità dentro le grotte. Alla retorica del sacrificio e del martirio, alle storie di eroismo, che trasfigurano la sofferenza vissuta in mito, Nahila rivendica le vere storie. Quelle che raccontano che le persone sono divenute estranee persino a sé stesse. E che, pur non impugnando le armi, si fanno portavoce di una resistenza più silenziosa e quotidiana. > Tu non sai niente. Secondo te la vita sono queste distanze che attraversi per > arrivare qui col tuo odore di foresta. […] Che storie sono queste dell’odore > di lupo, del profumo del timo selvatico, dell’olivo romano? Sai chi siamo? La vita di coloro che sono rimasti a vivere nella propria casa, in regime di occupazione, è costantemente segnata da un senso di precarietà. Anche il rimanere diventa una forma di esilio. Uscire di casa non è un gesto neutro, ma può diventare una scommessa sul ritorno e un desiderio di tornare “per intero”, senza scontare la dispersione dell’identità, la frammentazione del sé che l’occupazione impone ogni giorno. > La vita di coloro che sono rimasti a vivere nella propria casa, in regime di > occupazione, è costantemente segnata da un senso di precarietà. Anche il > rimanere diventa una forma di esilio. Lo scrive con spietata chiarezza Maya Al-Hayat, poetessa palestinese nata a Beirut e cresciuta a Gerusalemme Est, oggi tra le voci più incisive della letteratura contemporanea, capace di raccontare con feroce semplicità l’intimità stravolta del vivere sotto l’occupazione. > Ogni volta che esco di casa > è un suicidio > e ogni ritorno, un tentativo fallito. […] > Voglio tornare a casa intera. Talvolta non resta nemmeno una casa a cui tornare. Solo tende: orizzonte ultimo dell’esilio, dove l’idea stessa di abitare si riduce a un’ombra di stoffa esposta al vento. Scrive Yousef Elquedra, in una poesia dedicata agli accampamenti della zona umanitaria di al-Mawasi: > La tenda è un corpo fragile […] > La tenda non è una casa > è una promessa di attesa > e ogni impeto di vento > ti ricorda che sei di passaggio > su una terra che non porta il tuo nome. Anche la tenda, come la casa, è esposta poi al rischio dell’esproprio. “Ci rendete stranieri nella nostra terra” si sente dire nel documentario No Other Land (2024) di Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor e Hamdan Ballal. Anche se “la distanza tra due case è a una fila di alberi”, ci si sente trattati come estranei e persino la lingua madre, che è “tutto ciò che resta a colui che è privato della sua patria” (Friedrich Hölderlin), punto massimo di contatto con le proprie radici e “casa” simbolica` alla quale tornare quando il resto è perduto, è costantemente posta sotto assedio. > Lasciatemi parlare la mia lingua Araba > prima che occupino anche quella. > Lasciatemi parlare la mia madrelingua > prima che colonizzino anche la sua memoria. Così la poetessa e attivista Rafeef Ziadah, nota per la sua poesia performativa, in cui parole e musica si fondono in un atto di resistenza per denunciare l’oppressione e l’oblio. > Mia madre è nata sotto un albero di ulivo > su una terra che dicono non essere più mia. L’ulivo: più di ogni altra, la pianta della Palestina. Cresce nei giardini delle case, le famiglie ne tramandano la cura da generazioni. Le olive si offrivano in dono; con l’olio, le nonne bagnavano il pane per sfamare i nipoti. E con lo stesso olio – fonte di ogni cura – si curavano le malattie. > Noi viviamo di olio. Siamo il popolo dell’olio. Loro invece tagliano gli olivi > e piantano palme. Hanno sradicato gli olivi. Non so perché odiano gli olivi e > piantano le palme. > (La Porta del Sole). Gli olivi si scorgono anche sullo sfondo di un celebre video, diventato virale, in cui la giornalista e attivista Muna Al-Kurd, ferma con i piedi nei confini del suo giardino, grida contro un colono israeliano: “Stai rubando la mia casa.” E il colono risponde freddamente: “Perché mi urli contro? Se non lo faccio io, lo farà qualcun altro”.  Qualcuno potrebbe obiettare: è la guerra. Ma questa è una guerra che mira a cancellare le tracce, a riscrivere la geografia della memoria, e che non si accontenta di distruggere, ma vuole sradicare. Estirpare con la forza cieca di una ruspa. La stessa che ancora campeggia, inquietante, come immagine-simbolo sulla locandina di No Other Land. > Talvolta non resta nemmeno una casa a cui tornare. Solo tende: orizzonte > ultimo dell’esilio, dove l’idea stessa di abitare si riduce a un’ombra di > stoffa esposta al vento. Nel tentativo di spezzare l’intreccio tra le persone e i luoghi, tra la lingua e le radici, si inserisce anche il grottesco video generato dall’intelligenza artificiale e diffuso da Trump, dove Gaza è ridotta a un resort. Un luogo artificiale su un lungomare costellato di palme. Palme al posto degli olivi. Ma gli alberi, in Palestina, non sono solo alberi. Sono “costole d’infanzia”, come scrive Mahmoud Darwish. E la rimozione dell’olivo non è solo distruzione agricola: è simbolo di perdita radicale. È la cancellazione della storia, della terra e soprattutto dei diritti che vi erano radicati. In La porta del sole Yunis attraversa l’oliveto di Tarshìha e si rende conto che il “suo” olivo romano, testimone di ogni momento importante della sua vita e di quella dei suoi avi, non c’è più. Con l’albero antichissimo, cade anche la memoria viva della terra. > Yunis indossò il lutto per l’albero. Un sentimento di disorientamento, impotenza politica e frustrazione emerge quando si cerca di comprendere la realtà che stiamo vivendo. La maggior parte di noi non sa cosa possa significare “mettersi la guerra in bocca come fosse una gomma da masticare” quando sei poco più che un ragazzo. Questa distanza non si risolve informandosi o nel tentativo di partecipare al dibattito pubblico. Specialmente di fronte alla questione palestinese, la distanza tra ciò che si legge e ciò che realmente si riesce a comprendere sembra incolmabile. Per questo motivo, la letteratura diventa una risorsa, una “porta del sole” verso la complessità del mondo. Un modo per affinare empatia e consapevolezza, per esplorare ciò che travalica il nostro vissuto personale. La letteratura restituisce profondità a ciò che il discorso mediatico tende a semplificare e uniformare. Scrive Mourid Al-Barghouti che “a forza di sentire certe espressioni, sui giornali e sulle riviste”, si finisce per pensare ai Territori Occupati “come a un luogo immaginario alla fine del mondo”. E ci si convince che non esista nessun modo per raggiungerlo. Al-Barghouti rivendica con forza la necessità di non ridurre la Palestina a una pura astrazione. Ci ricorda come i palestinesi siano prima di tutto degli individui. L’occupazione ha creato “intere generazioni che non hanno un luogo in cui ricordare suoni e profumi”, generazioni “che non hanno mai coltivato, né costruito, né commesso neppure il più piccolo errore umano nella propria terra”, e ha trasformato la patria in un simbolo inchiodato al passato. Ma la patria non è un arancio, non è un ulivo. La patria è fatta di persone. > “A forza di sentire certe espressioni, sui giornali e sulle riviste”, alla > fine si finisce per pensare ai Territori Occupati “come a un luogo immaginario > alla fine del mondo”. E ci si convince che non esista nessun modo per > raggiungerlo. Un popolo, scrive ancora Al-Barghouti, cui sono stati tolti diritti e futuro, e a cui è stata “bloccata l’evoluzione delle società e delle vite”, impedendo lo sviluppo. La Palestina non è (o non è solo) “la questione inserita nei programmi dei partiti politici, non è un argomento di discussione”. Non è “la catenina che adorna il collo delle donne in esilio”. Non è “la prima pagina di apertura di un giornale”. Non è l’anguria esposta a una manifestazione. È invece un luogo “concreto come uno scorpione”, che ha “i suoi colori, una temperatura, e arbusti che crescono spontanei”. E gli insediamenti non sono costruzioni “fatte da bambini con i Lego”. Sono invece la diaspora palestinese. In La porta del sole c’è un passo in cui si dice che gli scrittori e gli intellettuali non combattono, ma piuttosto “osservano la morte, scrivono, e credono di morire”. È vero, la guerra ci passa accanto e noi, forse, ci “aggrappiamo a una poesia”. Pure, questa rimane ancora una forma importante per la verifica delle nostre qualità umane. Una risposta che possiamo darci alla domanda “Se questo è un uomo”. L'articolo La casa perduta proviene da Il Tascabile.
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Zuckerberg fornirà caschi smart e AI per i soldati USA
Meta, colosso tech fondato da Mark Zuckerberg, e Anduril, la società di tecnologie per la difesa di Palmer Luckey (fondatore di Oculus acquisita da Facebook), stanno collaborando su una gamma di prodotti XR integrati, progettati specificamente per i soldati americani. Il ceo di Anduril, Palmer Luckey, ha elogiato la partnership come una spinta tecnologica necessaria per le forze armate. “Di tutti i settori in cui la tecnologia a duplice uso può fare la differenza per l’America, questo è quello che mi entusiasma di più”, ha affermato Luckey. “La mia missione è da tempo quella di trasformare i combattenti in tecnomanti, e i prodotti che stiamo sviluppando con Meta fanno proprio questo”. Da parte sua Zuckerberg ha dichiarato nella nota che “Meta ha trascorso l’ultimo decennio a sviluppare intelligenza artificiale e realtà aumentata per abilitare la piattaforma informatica del futuro”. “Siamo orgogliosi di collaborare con Anduril per contribuire a portare queste tecnologie ai militari americani che proteggono i nostri interessi in patria e all’estero” ha aggiunto il numero uno di Meta. Non va dimenticato che solo lo scorso novembre Meta ha cambiato politica per aprire Llama al governo degli Stati Uniti per “applicazioni di sicurezza nazionale”. Tra gli appaltatori governativi a cui Meta stava aprendo Llama ci sono Amazon Web Services, Lockheed Martin, Microsoft, Palantir e appunto Anduril. Articolo qui
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Bernard-Henri Lévy: ideologo dell’Occidente?
I l sogno è stato quello di raccogliere l’eredità di Voltaire, Zola e Sartre, incarnando l’ideale del grande intellettuale pubblico francese. Per quasi quarant’anni Bernard-Henri Lévy, filosofo più a suo agio come performer che dietro a una cattedra, ci è riuscito. Con una clausola, secondo i suoi nemici: diventando un abile ideologo, capace di travestirsi da paladino dell’umanesimo per difendere l’esistente.  Un globetrotter da 150 milioni di euro sul conto in banca le cui parole hanno funzionato, con straordinaria costanza, come proiettili sparati sempre nella stessa direzione: quella dei nemici dell’Occidente. Polemista, reporter, esteta, seduttore, consigliere di presidenti e soprattutto disturbatore diplomatico, BHL ‒ l’acronimo con cui lo chiamano in Francia ‒ continua a dominare la scena intellettuale europea come una figura mitologica. Nato a Beni Saf, in Algeria, nel 1948, Lévy appartiene a una famiglia ebraica sefardita che si trasferì in Francia quando lui aveva sei anni. Figlio di un ricco industriale del legno, Lévy è cresciuto in un contesto agiato, intellettualmente esigente e profondamente consapevole del proprio privilegio. Ha frequentato l’École Normale Supérieure, sotto la guida di intellettuali come Louis Althusser e Jacques Derrida. Invece di restare nell’ambito del mondo accademico, però, Lévy ha deciso presto di fare della figura pubblica la sua vera opera. È diventato giornalista e corrispondente di guerra, coprendo la guerra di indipendenza del Bangladesh nel 1971. Nei primi anni Settanta è stato anche tra i fondatori del movimento dei Nouveaux philosophes, una corrente antitotalitaria che si scagliava contro il marxismo, l’URSS e i dogmi della sinistra radicale ereditati dal maggio del Sessantotto. È stato in quegli anni che, secondo il suo stesso racconto, nasceva il filosofo engagé. Insieme ad André Glucksmann, Alain Finkielkraut e Pascal Bruckner ha rivendicato la sua partecipazione alla lotta studentesca per farne un ingrediente biografico decisivo, salvo poi attaccarla nei decenni successivi, per il suo lascito nella morale sessuale, i diritti umani, la religione e l’antisemitismo. C’era la ripresa di un pensiero liberale che mescolerà l’entusiasmo per il crollo del comunismo agli slogan di un illuminismo un po’ robotico; un repubblicanesimo che suggerirà l’appartenenza a un Occidente centrato sugli Stati Uniti e, successivamente, sulla lotta al “terrorismo internazionale”. Un radicalismo che non spaventerà nessuno nei segmenti centrali in società, ma detterà il perimetro del dicibile nella sinistra spaesata post guerra fredda. Lévy ha compreso, mentre crollava il mondo bipolare, l’importanza dell’immagine e del discorso emozionale in un’epoca che si avviava verso il dominio televisivo. È stato un iper-modernista che si professava difensore di valori universali, da imporre ovunque, attraverso una sorta di pensiero prêt-à-porter, facilmente confezionabile per i talk show e i supplementi culturali. E in effetti la biografia di Lévy sembra essere costruita come una sequela di episodi in un serie d’avventura, dove il protagonista ha un ego sconfinato: nel 1993, durante una visita nella Bosnia assediata, Lévy si è trovato bloccato dal fuoco serbo. Mancava poco al suo matrimonio con Arielle Dombasle, star del cinema francese. Così chiamò l’Eliseo e ottenne un jet privato. “Ho fatto così tanto per il governo francese, era il minimo”, commenterà più tardi. Aggiungendo: “Cosa dovevo fare? Non sposarmi più?”. L’episodio gli è valso il soprannome Deux heures à Sarajevo, e resta emblematico del modo in cui Lévy ha sempre vissuto il mondo: come una ribalta per la sua epopea personale, da attraversare e divulgare senza perderci troppo tempo, prima dell’avventura successiva. > Lévy ha deciso presto di fare della figura pubblica la sua vera opera. Ha > compreso, mentre crollava il mondo bipolare, l’importanza dell’immagine e del > discorso emozionale in un’epoca che si avviava verso il dominio televisivo. Vent’anni dopo, durante il collasso del regime di Muammar Gheddafi è volato in Libia, ha convinto l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy a intervenire militarmente, ha negoziato con i ribelli, e si è presentato come l’intermediario tra Parigi e il Consiglio nazionale di transizione. «Non credo nei miracoli, ma quel giorno ne è avvenuto uno», scrisse, parlando dell’incontro tra i libici e Sarkozy da lui stesso organizzato. È stato lui, Lévy, a chiamare l’Eliseo e lo ha convinto ad accettare. Una diplomazia parallela, autoinvestita, sostenuta da un ego che ha bisogno di una causa per alimentare un personaggio larger than life, come dicono gli anglofoni. Fa niente che l’intervento in Libia abbia lasciato dietro di sé un Paese devastato e preda del caos: BHL è sempre concentrato su un’altra missione. “Riparare il mondo. Soltanto ripararlo. Ma ripararlo con ardore, vigore, determinazione”: è una frase usata tanti anni fa da BHL per definire sé stesso, e che lui ha concretato mettendosi su un piedistallo dominante, orchestrando con maestria una campagna di autopromozione senza precedenti, capace di garantirgli una presenza costante su stampa e televisioni. Ma se Sartre si batteva contro il colonialismo e dialogava con i movimenti rivoluzionari, Lévy ne ha rappresentato il rovescio: vicino ai potenti, amico stretto del direttore del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn, sostenuto da una rete fitta di relazioni nei media e nella finanza che ne hanno amplificato sistematicamente la voce. Dietro questa immagine c’è una visione del mondo che più manichea non si può. BHL l’ha sintetizzata in un intervento l’anno scorso, al Teatro Parenti di Milano, la cui direzione è notoriamente filoisraeliana rigida: da un lato, per il filosofo, c’è l’“asse del male” ‒ Putin, Hamas, l’Iran, la Cina ‒, dall’altro “noi”, le democrazie occidentali sotto attacco. Ogni ambiguità è espunta, ogni complessità ignorata. Certo, c’è anche in Francia una sinistra che si oppone a questo schema: ma questa è per lui la sinistra “melanconica”, come la definisce, oppure i “nichilisti”, cioè chi ha in odio la vita, che per BHL dev’essere spesa a dimostrare come i processi di globalizzazione, se gestiti con intelligenza e ottimismo, possano tradursi in benefici concreti per la gente comune, di qualunque nazionalità e credo. Le scorrettezze per demolire ogni resistenza a questo concetto non si contano. Nel 2018, Lévy ha scritto che il cambio di nome da Persia a Iran nel 1935 fu un favore fatto dagli iraniani ad Adolf Hitler in persona, per ingraziarselo. In realtà, i rapporti tra nazisti e lo shah di Persia erano minimi. E questa storia, che Lévy tenta di usare per far risalire al Terzo Reich la malvagità del regime odierno di Teheran, era stata peraltro messa in giro proprio dagli ayatollah, a partire dalla Rivoluzione islamica, per denigrare il regime precedente. Un’affermazione storicamente falsa, insomma, ma perfettamente funzionale al sensazionalismo mascherato da analisi del filosofo. Stesso modus operandi nel 2001, quando nel suo resoconto sulla Colombia in preda a una quasi-guerra civile, descrive le “rosse” FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) come un cartello mafioso, ignorando completamente il ruolo dei paramilitari filo-governativi e filo-occidentali, responsabili dell’80% dei morti delle violenze. Non è inettitudine, la sua, è omissione strategica: manipolare la realtà in modo da rafforzare la propria narrazione morale. > Se Sartre si batteva contro il colonialismo e dialogava con i movimenti > rivoluzionari, Lévy ne ha rappresentato il rovescio: vicino ai potenti, > sostenuto da una rete fitta di relazioni nei media e nella finanza che ne > hanno amplificato sistematicamente la voce. Nel novembre dello stesso anno, BHL aveva pubblicato su Le Point una lettera “a chi si è sbagliato”, vale a dire ai pacifisti che contestavano nelle piazze la War on Terror bushista: “Dicevate: ‘il pantano americano… gli americani sono bloccati… l’esercito americano non riuscirà mai a sconfiggere questo nuovo Vietnam che sono le pianure e le montagne dell’Afghanistan…’. Ecco la caduta di Kabul, il disastro senza gloria dei talebani e la vittoria fulminea”. Prendeva in giro, Lévy, i talebani che sembravano già sconfitti in un battibaleno. Vent’anni dopo questo giudizio inappellabile, gli Stati Uniti si sarebbero ritrovati impantanati nel conflitto armato più lungo della loro storia e con migliaia di morti e traumatizzati, fino al ritiro disastroso durante l’amministrazione Biden. Ogni nuova uscita editoriale o filmica di BHL, non importa quante cantonate lui abbia preso, è accompagnata in Francia da un battage mediatico quasi totalitario: elogi sperticati sui canali pubblici, interviste ossequiose che oscillano tra l’agiografia e la promozione, con giornalisti che gli fanno domande tipo: “Cosa la spinge a correre questo rischio?”, o “Dove trova tutto questo coraggio?”. Se filosofi come Gilles Deleuze e Jacques Rancière non hanno mai nascosto il loro disprezzo per la vacuità del Lévy-pensiero, e Cornelius Castoriadis si definiva “sconcertato” dal suo successo, dei reporter d’inchiesta, Nicolas Beau e Olivier Toscer hanno messo a fuoco quindici anni fa non solo l’ideologia, ma soprattutto il potere materiale di Lévy: quello di un uomo d’affari spregiudicato, capace di accrescere il già cospicuo patrimonio familiare, di eludere il fisco mentre impartiva lezioni anticomuniste alle classi popolari, e di dirigere un’azienda implicata in gravi casi di deforestazione in Africa. Dietro la retorica del “bene” e dell’“umanesimo” si è celato, secondo Beau e Toscer, un uomo-network capace grazie ai suoi mezzi e alle sue relazioni di influenzare il discorso pubblico. Anche a base di intimidazioni, ricatti editoriali, pressioni sulle redazioni per non invitare personalità ostili, e tentativi di fare cancellare ogni voce critica. Qualcuno ogni tanto si ribella. Nel suo libro-reportage sul giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl (Chi ha ucciso Daniel Pearl, 2003), Lévy si è messo in viaggio in Pakistan per rintracciare i suoi assassini. Il decano degli storici dell’area, lo scozzese William Dalrymple ha smontato il lavoro punto per punto, definendolo un atto di vanità travestito da inchiesta: > Sebbene tenti di creare una nuova forma letteraria… mescolando reportage con > la novellizzazione in stile John Berendt o Truman Capote, appare evidente fin > dalle prime pagine che, con il Pakistan, Lévy è completamente fuori dalla sua > portata. Il problema principale del libro è la qualità dilettantesca di gran > parte della ricerca di Lévy… dimostra ben presto di essere profondamente > ignorante sulla politica dell’Asia meridionale… Lévy presenta una serie di > teorie del complotto arzigogolate e indimostrabili. > In tutto il suo libro, Lévy mostra un disprezzo intermittente per l’Islam e > qualcosa di simile all’odio per il Pakistan. Il problema con la condanna > totale di Lévy verso il Pakistan e i suoi abitanti è che offre un ritratto in > cui non c’è spazio per la sottigliezza e la sfumatura. Il più ridicolo di > tutti è l’auto-ritratto della figura aspirante a James Bond che Bhl dipinge di > sé stesso, rappresentandosi come l’eroe della propria storia di spionaggio. Ma questo è il metodo BHL: apparire nei luoghi delle crisi per esserne protagonista. Come quando, dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, è volato immediatamente in Israele. “È stato un riflesso”, dirà. Si è fatto fotografare a Sderot, ha visitato i kibbutz attaccati scortato dai funzionari di Benjamin Netanyahu, e ha concluso che Gaza e Kiev sono due facce dello stesso conflitto, e che dietro entrambe c’è sempre lui: Vladimir Putin. A BHL non interessa avere pudore nell’analogia storica: cerca l’effetto magniloquente, che gli faccia tenere insieme il castello concettuale che ha costruito per i lettori. Così il suo reportage sulla guerra tra lo Stato ebraico e Hezbollah nel 2006 era stato ancora più grottesco. Lévy aveva paragonato l’Israel defence force alle brigate repubblicane della guerra civile spagnola: come se un esercito dotato di F-16 e intelligence satellitare fosse assimilabile ai volontari squattrinati di Hemingway che combattevano contro Franco. > Questo è il metodo BHL: apparire nei luoghi delle crisi per esserne > protagonista. E se all’uscita del libro aveva reagito con sdegno a La rabbia e l’orgoglio (2001, 20092) di Oriana Fallaci, sua amica, definendolo un testo pericoloso che favoriva l’odio indiscriminato contro i musulmani, oggi ne condivide lo stesso schema oppositivo, semplicemente indossato con una giacca più elegante. Non a caso, il pensiero di BHL è amplificato dalla stessa galassia centro-liberale convinta che non ci siano alternative allo “scontro di civiltà” che vent’anni prima aveva amplificato la giornalista fiorentina: inclusa una sinistra laica e universalista spaventata dal multiculturalismo. Così come Fallaci, BHL si ritrova alleato dei neoconservatori e femministe “della seconda ondata” che si sentono esiliati in casa propria e hanno in odio l’Islamo-gauche. Con gli anni BHL ha approfittato di un clima molto più sensibile verso l’antisemitismo che verso l’islamofobia. Quando la Corte penale internazionale ha emesso i mandati di cattura per Netanyahu lui è andato su tutte le furie: ha definito “vergognosa” la decisione, nonostante l’arresto sia invocato anche per i leader di Hamas (che nel frattempo però sono morti) e ha bollato la denuncia di “genocidio” a Gaza come “Falsa, moralmente abietta”. La pugnace inviata dell’ONU per i Territori Occupati, nonché star mediatica, Francesca Albanese, è diventata così un suo bersaglio prediletto: “pericolosa”, “nuovo volto dell’antisemitismo”, “megafono di Hamas”. BHL ne ha chiesto la censura presso tutte le università appoggiandosi ai comunicati di UN Watch, una aggressiva lobby filoisraeliana. Non contento ha scritto un libro, La solitudine di Israele (2024), accusando l’Occidente di non aver aiutato abbastanza il suo alleato. Sulle pagine di Repubblica, durante le prime fasi della guerra su Gaza, BHL è stato una presenza assidua. Ha attaccato senza pietà gli studenti pro-Gaza, liquidandoli senza appello come sciocchi e antisemiti. “Se alziamo la voce contro Israele, è perché abbiamo perso la nostra bussola morale”, scriveva su X (fu Twitter). E poi: “Il futuro di Israele è luminoso grazie a menti acuminate come Eylon Levy. Lui lo sa che le parole contano. E che l’online è un’altra linea del fronte per questa guerra”. Si trattava, letteralmente, dell’ex propagandista online di Netanyahu. Che aveva definito i partecipanti nelle proteste per il cessate il fuoco di Londra, tutti, senza distinzioni, “apologeti dello stupro”, e si era fatto licenziare perché era riuscito a offendere persino il governo Tory britannico. “La strategia offensiva contribuirà alla vittoria”, prometteva BHL. Persino il mite Michele Serra è costretto a intervenire, commentando in una sua Amaca il filosofo televisivo che sciorina “inamovibile, autorevole, impenetrabile a qualunque obiezione, una lista infinita di ragioni di Israele nel nome delle quali non esisteva altra possibile ragione. Ovvero: o Noi, o Loro. Non può funzionare così. O meglio, finché funziona così l’annientamento reciproco (che è figlio della disumanizzazione reciproca) è la sola strada percorribile”. > Il pensiero di BHL è amplificato dalla galassia centro-liberale convinta che > non ci siano alternative allo “scontro di civiltà”, inclusa una sinistra laica > e universalista spaventata dal multiculturalismo. In un certo senso, tuttavia, i social sono stati una sciagura sia per BHL che per Israele: il pubblico anziano e benestante che si adagia su una serie di pregiudizi e luoghi comuni male informati sulla carta non può nulla contro l’informazione senza intermediari che smaschera le manipolazioni degli intellettuali pubblici e getta luce sui crimini di guerra di una nazione alleata di ferro dell’Europa. Molti intellettuali intruppati nelle stesse cause di BHL, disabituati al confronto aspro e goffi tecnicamente, a causa dell’età, hanno peggiorato, a causa di tecniche propagandistiche facilmente demolibili, la percezione pubblica dell’«unica democrazia del Medioriente». Eppure, lui ha continuato a rimanere al centro della scena mediatica, sostenuto da una rete di alleanze politiche ed editoriali che lo hanno reso quasi intoccabile. Negli ultimi anni, BHL ha trasformato l’Ucraina nella sua nuova ossessione: fotografie in trincea, discorsi all’ONU, documentari con sé stesso protagonista. Le sue apparizioni al fronte ‒ sempre in giacca nera stirata e camicia bianca slacciata ‒ non servono a confondere il pubblico: sono il suo marchio. Un’estetica da reportage di moda prestata ai crimini di guerra. E se qualcuno glielo fa notare, lui risponde: “È la mia uniforme”. Il fatto di essere “andato sul campo” gli serve a vantare un’autorevolezza che tanti pacifisti secondo lui non hanno, e a invocare più aiuti militari, più massimalismo e più silenziamento degli scettici, nonostante i suoi tour all’estero siano impacchettati su misura per il messaggio che deve passare. Quella configurazione serve, a BHL, per portare avanti un universalismo estremamente selettivo, che si manifesta quando il bersaglio non disturba i suoi alleati e non costringe a ragionamenti troppo complessi. Un’idea del mondo puerile messa in mostra in un monologo teatrale del 2018: Last Exit before Brexit. BHL, seduto sognante in poltrona, alla fine di un’intemerata per salvare il progetto europeo, elenca il governo continentale dei suoi sogni: John Locke e Rosa Parks ai Diritti umani; Pussy Riot ai Diritti delle donne; George Soros e Madre Teresa all’Economia. Un dispositivo che funziona con un pubblico spaesato, che per risolvere la sua crisi d’identità sceglie di irrigidirsi sempre di più, sempre di più, e tenta di rallentare il declino europeo con formulette che sembrano uscite da un film Marvel. In una lettera pubblicata nel 1979, lo storico francese Pierre Vidal-Naquet, indignato per la promozione di un saggio di Bernard-Henri Lévy, intitolato Il testamento di Dio, chiedeva ai lettori del Nouvel Observateur: “Come può accadere che, senza esercitare il minimo controllo, un editore, dei giornali, delle reti televisive lancino un prodotto simile, come fosse una saponetta?”. Mezzo secolo dopo, quella domanda è ancora più inquietante. Lévy non è solo un intellettuale controverso: è un sintomo. Il sintomo di contraddizioni che non riguardano una sola persona, ma una civiltà, che vuole sostituire la complessità con l’arroccamento. In questo scontro il mondo è un palcoscenico. E lui sempre al centro, con la camicia sbottonata. 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Morto papa Francesco: se ne va una voce contro la guerra
In pochi – tra i leader globali – si erano espressi contro la guerra ed il riarmo in modo chiaro come ha fatto lui. di Alessio Ramaccioni Pace come valore assoluto. Accoglienza totale nei confronti di tutti, soprattutto degli ultimi. Difesa dei diritti dei migranti. Una incessante invocazione alla tutela ed al rispetto dell’ambiente. Una critica a volte feroce nei confronti del capitalismo. Beh, era un papa: doveva essere a favore della guerra? Doveva incitare a chiudere le frontiere? Doveva ignorare la povertà, che cresce ovunque, anche dove un tempo era quasi ridotta a zero? Ovviamente no. Ma, al netto dell’atteggiamento critico nei confronti dei “poteri teocratici” da parte di chi è laico e pretende laicità, nel giorno della morte di Francesco è forse utile ragionare sul fatto che c’è papa e papa. Francesco, forse per le sue origini, forse per le sue esperienze pastorali a contatto con emarginazione e povertà, forse per il modo con cui personalmente declinava il suo essere uomo di chiesa e di fede, per alcuni aspetti del suo pontificato è stato quasi sorprendente, specie se paragonato a quello che c’è stato prima di lui. Soprese, ad esempio, quando parlando della crescente tensione e poi della guerra tra Russia ed Ucraina citò, tra i vari motivi di escalation, l’ “abbaiare della NATO alle porte della Russia”: non per giustificare l’aggressione militare di Putin, ma per contestualizzare in maniera analitica e corretta i fatti, inchiodando tutti alle proprie responsabilità. Ai tempi fu tacciato, anche lui, di “putinismo”, ma i fatti storici – ovviamente – gli diedero ampia ragione. Sorprese, da un certo punti di vista, il suo continuo esprimersi a tutela dei diritti dei migranti e della necessità dell’accoglienza come valore assoluto. Una presa di posizione che gli attirò antipatie ed inimicizie anche da parte di pezzi del mondo cattolico, innescando interessanti “corto circuto” negli ambienti della politica conservatrice occidentale, che si fa contemporaneamente paladina della tutela dei valori cristiani e allo stesso tempo feroce nemica di globalizzazione ed immigrazione, come se si potesse scegliere quale “pezzo” dell’essere fedeli (o dichiararsi tali) ci interessa ed ignorare il resto. Sorprese, a tal proposito, il suo rifiuto di partecipare al Forum Mediterraneo a Firenze, qualche anno fa, al quale era stato invitato anche l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, firmatario del “Memorandum Italia – Libia” del 2017 che ha aperto le porte ai lager libici per i migranti, abbandonati alla mercè dei miliziani libici finanziati dal governo italiano. Sorprese anche quando, in diverse occasioni, parlò di Palestina ed Israele in maniera esplicita, riferendosi alla necessità storica di “due popoli e due stati” anche in momenti in cui l’ipocrisia collettiva dell’Occidente imponeva solo penosi farfugliamenti ai vari leader. Sorprese quando, ormai nel 2014, parlò esplicitamente di “guerra mondiale a pezzi”, in riferimento alle tante guerre che infiammavano il mondo, ricondotte ad un unico conflitto latente che, anni dopo, è apparso chiaramente a tutto il mondo. Certo, era un papa, il capo della Chiesa cattolica, con tutte le conseguenze che quel ruolo e quell’appartenenza comportano in tema di questioni di genere, aborto e diritti sul proprio corpo e sulla propria vita. Il dibattito sulla sua figura sarà lungo, probabilmente, e complesso, soprattutto all’interno della “sinistra”. Una riflessione però forse è doverosa: in un momento storico in cui la guerra torna ad essere categoria accettata ed accettabile dal dibattito politico, in cui il disinteresse – se non il disprezzo – per i deboli, gli ultimi, i “diversi” non è più stigmatizzato ma addirittura sbandierato come elemento di caratterizzazione politica e sociale, in cui invece che lavoro, solidarietà, diritti la parola d’ordine dei leaders mondiali è armarsi, una voce come quella di Francesco era importante. Chissà se, chi verrà al suo posto, avrà la forza di ribadire quei concetti: purtroppo, oltre al papa, a parlare con voce forte ed udibile di pace e di giustizia sociale sono rimasti davvero in pochi. The post Morto papa Francesco: se ne va una voce contro la guerra first appeared on Radio Città Aperta.
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