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Comunicazioni del governo al Senato: finanziaria in attesa mentre le piazze si infiammano
Una legge di bilancio che per ora rimane nei cassetti di Palazzo Chigi, in attesa di capire quali carte l’Italia potrà effettivamente giocare sul tavolo di Bruxelles. Intanto, la mobilitazione studesca cresce, in sintonia col resto d’Europa, e tra agricoltori, autotrasportatori e lo sciopero generale dell’USB la situazione si fa calda per un governo in difficoltà. di Giacomo Simoncelli Acqua in bocca sulla finanziaria finché non si capirà cosa Roma potrà strappare a Bruxelles. È questo il quadro che emerge dalle ultime 24 ore, vissute tra il Consiglio dei ministri di ieri sera e le comunicazioni della premier Giorgia Meloni al Senato nella giornata di oggi, in vista dell’imminente Consiglio Europeo. La seduta del Consiglio dei ministri ha vissuto un momento di trambusto quando la bozza della legge di bilancio 2027 è inizialmente apparsa all’ordine del giorno, per poi sparire poche ore dopo, derubricando la questione a “mero errore materiale“. In realtà, il CdM ha varato unicamente il Documento Programmatico di Bilancio (Dpb), un passaggio tecnico contenente i saldi generali, indispensabile per rispettare la consegna alle istituzioni comunitarie, prevista per il 15 ottobre. Come chiarito dal Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il rinvio della vera e propria Manovra non è frutto di disorganizzazione, ma di una precisa attesa strategica. L’esecutivo vuole conoscere l’esito del Consiglio Europeo e del prossimo Ecofin. Senza garanzie sui margini di spesa concessi dall’Europa, definire le coperture della manovra oggi significherebbe navigare al buio. Con risorse stimate tra i soli 7 e 8 miliardi di euro – questo è ciò che hanno riportato alcune indiscrezioni – il governo ha assoluto bisogno di spazio fiscale. La vera partita si gioca su due richieste di flessibilità indirizzate alla Commissione. La prima è un’ulteriore flessibilizzazione della clausola di salvaguardia sulle spese militari ed energetiche, per neutralizzare l’aumento delle bollette e dei prezzi dei carburanti; la non considerazione degli aumenti di spesa pubblica generati dall’inflazione e l’impiego delle maggiori entrate fiscali (l’extragettito IVA) per finanziare sgravi sulle tasse – come il taglio dell’Irpef per il ceto medio. Per le regole attuali, quelle entrate andrebbero invece destinate automaticamente a ridurre il debito pubblico. Altrimenti, quel che rimane da promettere all’elettorato prima della fatidica tornata del 2027 è solo un enorme flusso di armi. Infatti, per ora, l’unica “scelta” del governo è stata quella di prendere poco più di 8 miliardi del programma di acquisti comuni per la difesa SAFE, ricevendo il via libera della Commissione UE. Giorgia Meloni, alle comunicazioni al Senato, ci ha tenuto a chiarire che i “fondi per la difesa non sono sottratti agli ospedali“, perché se le regole europee non permettono di spenderli in altre voci. Verrebbe da dire un autogol da parte dell’esecutivo, che conferma come la mancanza di soluzioni per garantire il diritto alla casa, il mantenimento di salari da fame, lo smantellamento di sanità e istruzioni sono scelte politiche, non “tecniche”. Proprio per questo, il clima rimane teso, soprattutto in vista di un paio di settimane di crescenti mobilitazioni, dopo la straordinaria giornata del 10 ottobre, al fianco del popolo palestinese. Tra sciopero studentesco del 16 ottobre e sciopero generale del 30 ottobre, rischia di saltare il tappo anche in Italia, come già successo in Francia e Spagna. The post Comunicazioni del governo al Senato: finanziaria in attesa mentre le piazze si infiammano first appeared on Radio Città Aperta.
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Nuovo National Defense Strategy degli USA. Washington rinuncia a fare il gendarme del mondo?
La nuova National Defense Strategy ristabilisce le priorità militari degli Stati Uniti. La Cina rimane il pericolo fondamentale, ma il confronto avverrà sulla dominazione militare (e della proiezione economica) più che su di un ipotetico scontro diretto. E gli alleati sono chiamati a pagarsi la propria difesa, e a pagare il rafforzamento ulteriore del complesso militare-industriale stelle-e-strisce. di Giacomo Simoncelli Il Pentagono ha pubblicato la National Defense Strategy (NDS) 2026, un documento di 34 pagine che segna una rottura netta con la politica estera seguita negli ultimi decenni, quella da “gendarme del mondo”. Sotto la guida di Donald Trump, gli Stati Uniti non considerano più la Cina come la priorità assoluta di sicurezza, spostando il baricentro strategico verso la protezione del focolare domestico e il consolidamento dell’influenza nell’emisfero occidentale. La fine dell’era Biden: focus sui confini Il documento ribalta la visione dell’amministrazione precedente. Se per Joe Biden Pechino e Mosca erano le principali preoccupazioni, per la nuova NDS la sicurezza nazionale coincide innanzitutto con la sicurezza dei confini. Il Pentagono dichiara apertamente che le forze armate saranno impiegate per la sicurezza interna, che sia contro l’immigrazione o contro il terrorismo. La militarizzazione della società è un sintomo di crisi e non di forza, come stanno dimostrando le manifestazioni di questi giorni contro l’ICE. Scompaiono i riferimenti al cambiamento climatico, mentre emerge con forza la Dottrina Monroe del XXI secolo, volta a ripristinare la preminenza statunitense sulle Americhe. Il messaggio agli alleati: “Pagate per la vostra difesa” Il principio cardine della nuova strategia è il burden-sharing (condivisione dell’onere). Il messaggio per la NATO e per gli alleati del Pacifico è cristallino: gli Stati Uniti non colmeranno più le lacune difensive degli altri, che dovranno invece pagarsele profumatamente, anche con beneficio del complesso militare-industriale stelle-e-strisce. La Russia è definita una minaccia gestibile. Il Pentagono sottolinea che le economie europee sovrastano quella russa e che, pertanto, l’Europa deve assumersi la responsabilità primaria della difesa convenzionale, inclusa la gestione del conflitto in Ucraina. Nonostante la minaccia nucleare di Kim Jong Un, Washington ritiene che Seul sia capace di gestire la difesa della penisola con il sostegno critico, ma più limitato, delle forze statunitensi. Israele viene lodato come alleato modello, capace di difendersi e promuovere gli interessi condivisi con un supporto americano mirato. Il Medio Oriente dovrà trovare la propria stabilità attraverso l’integrazione regionale in percorsi come quello degli Accordi di Abramo. Cina e Taiwan: forza, non confronto diretto Sebbene la Cina rimanga un competitore di peso, l’approccio è mutato. La parola d’ordine è diventata però la deterrenza attraverso la forza. Gli USA puntano a mantenere una bilancia militare favorevole nel Pacifico – definito come sempre più il baricentro economico del mondo – senza però cercare lo scontro diretto o l’umiliazione di Pechino. Nella NDS 2026 non viene mai menzionata Taiwan. Quattro anni fa, il Pentagono si impegnava esplicitamente a sostenere la difesa dell’isola, mentre oggi Washington preferisce parlare di una difesa lungo la Prima Catena di Isole (First Island Chain). Scudo missilistico e controllo delle risorse La strategia introduce progetti ambiziosi e controversi per blindare il Nord America. Tra di essi, il Golden Dome, ovvero la costruzione di un sistema di difesa missilistico integrale per proteggere il territorio statunitense; l’accesso militare e commerciale in località chiave come la Groenlandia e Panama; l’interventismo regionale in azioni come quelle recenti condotte in Venezuela, giustificate come necessarie per proteggere gli interessi economici e di sicurezza degli Stati Uniti. Un nuovo ordine mondiale Secondo alcuni analisti, come Harsh Pant dell’Observer Research Foundation, questa strategia non indica un ritiro totale degli USA, ma una loro trasformazione in un fulcro tecnologico e nucleare che delega il lavoro sporco – e i costi – ai partner regionali. Gli Stati Uniti di Trump si prepara a un confronto prolungato e strutturale, dove la pace non è più l’assenza di conflitto, ma una gestione della forza che mette sempre e solo l’interesse stelle-e-strisce al primo posto. The post Nuovo National Defense Strategy degli USA. Washington rinuncia a fare il gendarme del mondo? first appeared on Radio Città Aperta.
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Scienza israeliana sull’orlo del baratro. L’allarme sul boicottaggio
L’ultimo rapporto dell’Accademia delle Scienze e delle Lettere dipinge un quadro drammatico: la ricerca accademica è schiacciata da un decennio di disinvestimenti pubblici e dall’isolamento internazionale senza precedenti seguito al conflitto a Gaza. Il boicottaggio accademico funziona contro i crimini israeliani. di Giacomo Simoncelli Non è solo una crisi di fondi, è una crisi di sistema che rischia di compromettere il futuro economico e intellettuale del Paese. È questo che si evince dal rapporto dell’Accademia delle Scienze e delle Lettere d’Israele, i cui contenuti sono stati diffusi da Haaretz il 4 gennaio. La combinazione tra i tagli strutturali del governo e il crescente boicottaggio globale sta scuotendo gli orizzonti della ricerca israeliana, da sempre coinvolta nel regime di apartheid e di pulizia etnica sionista. Il divario con l’OCSE Sulla ricerca Israele sembra aver innestato la retromarcia. Secondo i dati del rapporto, nel decennio 2014-2023, la spesa per la ricerca accademica in Israele è scesa di circa il 4%, in netto contrasto con la media OCSE, che ha registrato una crescita vicina al 20%. Oggi, appena il 5,5% della spesa totale per Ricerca e Sviluppo (R&S) è destinato alle università – uno dei rapporti più bassi tra i paesi avanzati – mentre il 93% è assorbito dal settore privato. Questa asimmetria ha costretto i ricercatori, specialmente i più giovani, a dipendere quasi totalmente dai finanziamenti esteri, rendendoli vulnerabili alle reazioni rispetto all’affiliazione con istituzioni che partecipano al genocidio dei palestinesi. L’effetto del boicottaggio Questa vulnerabilità è diventata una crisi conclamata nel 2025. Il contraccolpo per le operazioni militari a Gaza si è tradotto in un boicottaggio accademico che il rapporto definisce sia esplicito che “latente”. I numeri sono impietosi: il tasso di successo dei ricercatori israeliani nei prestigiosi bandi dell’European Research Council (ERC) è crollato dal 30% all’8% dell’ultimo anno. Numerose conferenze internazionali previste in Israele tra il 2024 e il 2025 sono state annullate. Varie università hanno deciso di recidere i loro legami con omologhe israeliane. Anche enti di ricerca fondamentali come il CERN sono sotto pressione, con quasi mille scienziati che chiedono la sospensione della cooperazione con Israele. Il declino nelle classifiche globali Il prestigio accademico di Israele sta già subendo i primi colpi. Vari atenei dello stato genocida stanno perdendo posizioni nella classifica delle 100 migliori università stilata da Nature. Il presidente dell’Accademia, David Harel, è stato categorico ha affermato che “la ricerca scientifica non è un lusso”, ma è fondamentale per far sì che il paese stia al passo con i tempi in settori centrali della competizione internazionale, come l’intelligenza artificiale. Harel, con un doppio standard che sarebbe ridicolo se solo non nascondesse i crimini che tutti conosciamo, ha esortato il governo a intervenire con urgenza per proteggere la libertà accademica e per aumentare i finanziamenti. Oltre ai numeri, c’è anche il timore riguardo il “capitale umano”. La paura è che l’isolamento prolungato inneschi una “fuga di cervelli” irreversibile, svuotando i dipartimenti. Il sostegno UE al genocidio: è il momento di rafforzare il boicottaggio Dal programma europeo Horizon, Israele ha ricevuto 1,1 miliardi di euro tra il 2021 e il 2024, e la nuova cornice del programma prevista dal 2028 in poi fa cadere i limiti precedenti riguardanti il finanziamento di ricerche dual-use e militari. Già se ne erano largamente avvantaggiati gli enti di Tel Aviv, ma ora la deriva bellicista di Bruxelles punta a saldarsi ancora più saldamente col complesso militare-industriale di Israele. L’allarme lanciato sul boicottaggio da parte dell’accademia israeliana, se va preso con le pinze perché è evidentemente pensato per attribuire nell’alveo della generica accusa di ‘antisemitismo’ ogni misura presa contro le politiche sioniste criminali, è allo stesso tempo un segnale per chi si batte al fianco dei palestinesi: è questo il momento di intensificare le azioni di boicottaggio, perché stanno davvero funzionando. The post Scienza israeliana sull’orlo del baratro. L’allarme sul boicottaggio first appeared on Radio Città Aperta.
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Riforma della magistratura: perché il vero obiettivo è assoggettare i pubblici ministeri al governo
Imperversa la “campagna referendaria” sulla riforma della giustizia. Dietro le motivazioni del “Sì” il vero disegno di mettere i pubblici ministeri sotto gli ordini del governo. di Eugenio Fofi Le date previste per il voto sul referendum riguardo la riforma della magistratura sono il 22 e il 23 marzo, come deciso dal Consiglio del Ministri, ma sarà il Tar del Lazio (Tribunale amministrativo regionale) a confermarle. Infatti, avendo la campagna di promozione referendaria “dal basso” raggiunto le 500mila firme c’è un conflitto di potere, su chi abbia maggior diritto di scegliere la data: se i cittadini o il Governo. Se dovessero vincere i firmatari, le date del voto saranno spostate più in là nel tempo. Tempo che servirebbe alla campagna per il “No” per informare più cittadini possibili sugli argomenti trattati e convincere più persone possibili ad andare a votare “No”. Infatti il referendum confermativo non deve raggiungere il quorum, il voto dipende solo dalla maggioranza dei votanti. Proprio per raggiungere il maggior numero di persone possibili già dallo scorso autunno è iniziata la “campagna referendaria”. Sui social, in televisione e su ogni altro media si possono leggere e ascoltare quotidianamente le posizioni dei singoli, così come dibattiti più o meno faccia a faccia tra sostenitori del “Sì” e sostenitori del “No”. La riforma della magistratura intende separare le carriere dei magistrati, dividendoli definitivamente tra giudicanti e requirenti, o più comunemente giudici e pubblici ministeri (pm). Questo, mediante la formazione di due Consigli Superiori della Magistratura, uno formato e dedicato ai giudici e uno dedicato ai pm (non più uno per entrambi i ruoli dei magistrati come è oggi), ma con l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, che dovrebbe prendere il posto dell’attuale CSM in merito alla giurisdizione disciplinare di entrambi i ruoli. Un primo punto di dibattito si centra proprio sulla composizione della corte e dei due consigli. Questa avverrebbe per sorteggio. Oggi i due terzi del consiglio, i cosiddetti membri togati (i magistrati), vengono eletti internamente (dagli stessi magistrati), mentre il restante un terzo, i cosiddetti membri laici (avvocati di lungo corso e docenti di giurisprudenza) viene eletto dal Parlamento. La riforma prevede un sorteggio per entrambi i gruppi, mantenendo i requisiti di anzianità e valutazioni di professionalità . Ponendo secondo i sostenitori del “No” seri dubbi di legittimità dei futuri organi del terzo potere della Repubblica. Mentre per i sostenitori del “Sì” il sorteggio permetterebbe anche a chi non è iscritto alle correnti di ricevere incarichi. Una provocazione potrebbe essere quella di proporre il sorteggio tra tutti i candidabili come nuovo metodo di elezione del Parlamento. Nonostante la riforma reciti la modifica degli artt. 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione, è l’art. 111 il vero fulcro del dibattimento. L’articolo recita: «La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata. …» Da questo articolo partono 3 punti per la comprensione della necessità, secondo alcuni, di separare le carriere dei magistrati e quali saranno le conseguenze di questa riforma: il controllo dell’azione requirente, delle indagini, da parte del governo. Il primo punto è quello della “parità” degli attori del contraddittorio: l’accusa (il pm) da un lato e la difesa (l’avvocato) dall’altro. Nelle parole del Sottosegretario al Ministero della Giustizia Sisto (sostenitore della riforma e del Sì) alla festa del Fatto Quotidiano (14 settembre 2025): «Il giudice deve essere diverso dalle parti», rappresentando idealmente un triangolo isoscele «Deve essere lontano dalla difesa, come lontano dall’accusa. Diverso dalla difesa come diverso dall’accusa», concludendo con un altro esempio questa volta di natura sportiva: «Avete mai visto un arbitro che scende in campo della stessa città di una delle due squadre?». La lettura di “pari” come “equidistanti” è una lettura recente che non fa parte della Costituzione. Secondo i sostenitori del “Sì” ci sarebbe un’alleanza implicita tra pm e giudici, perché entrambi fanno parte dello stesso organo dello Stato, la magistratura, e, ancora, potrebbero far parte della stessa corrente e inoltre potrebbero “doversi dei favori” impliciti. Nello specifico il giudice temerebbe il pm. Cosa non vera, vista la quantità di assoluzioni che si attestano sul 40%. Ma soprattutto perché accusa e difesa, non sono “pari” oggi proprio per la specificità dei ruoli. Se da un lato il pubblico ministero indaga per verificare l’applicazione delle norme, a difesa della comunità che le norme rappresentano, dall’altro l’avvocato difende gli interessi del privato cittadino. Alla difesa sono concesse libertà che al primo non sono concesse. Nello specifico il pubblico ministero non può omettere atti o riportare il falso al fine di portare la sentenza in una specifica direzione. Se lo facesse rischia da sanzioni disciplinari a conseguenze penali. Mentre per l’avvocato è il contrario: rischia sanzioni e conseguenze penali se dovesse “tradire” il suo cliente (accusandolo di essere un criminale) secondo il reato di patrocinio infedele. Come è stato riassunto da Davigo: “il pm viene indagato se mente, l’altro se dice la verità”. Le due parti sono quindi “pari” solo in quanto sono entrambi a conoscenza di tutti gli atti raccolti dal pm. Il secondo punto è sul giudice terzo e imparziale. Secondo dottrina “il giudice deve essere, oltre che indipendente da altri poteri, terzo e imparziale, neutrale cioè rispetto alla questione e alle persone, al fine di pervenire ad un giudizio libero e scevro da preconcetti e pregiudizi”. Chi sostiene il “Sì” parla dell’impossibilità d’imparzialità del giudice proprio per la sua “non terzietà” con il pm. Le ragioni sono le stesse che non renderebbero “pari” accusa e difesa: pm e giudici fanno parte dello stesso ordine, sono sotto la stessa istituzione di giurisdizione, potrebbero far parte della stessa corrente, potrebbero conoscersi e addirittura, come riportato da Italo Bocchino, “condividere la macchina per andare insieme al processo”, ma tutto questo non verrebbe meno con la riforma. Infatti giudici e pm continueranno ad essere magistrati con differenze di ruolo (uno giudicante e uno requirente) come lo sono oggi. Continueranno a poter essere appartenenti alla stessa corrente o a correnti opposte. Continueranno a frequentare gli stessi uffici. Continueranno a utilizzare mezzi in comune se comodo. E, soprattutto,  continueranno ad avere rapporti personali, così come con avvocati, con agenti di polizia per le indagini, ma anche con persone che con i processi non  hanno niente a che fare. I sostenitori del “Sì” portano in causa anche un’altra combinazione di motivazioni: il caso Palamara e la grande protezione tra magistrati “che non si puniscono vicendevolmente” e non “pagherebbero mai per i loro errori”. Palamara ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura (mentre era indagato per corruzione a Perugia) fu intercettato e venne scoperto mentre con altri 5 magistrati togati del CSM e 2 politici per indirizzare la nomina del futuro procuratore di Roma. Il caso Palamara però ha rappresentato il contrario, tutti e 6 i magistrati sono stati sospesi o radiati, mentre i 2 politici sono stati entrambi difesi dal Parlamento. Uno dei due, Cosimo Ferri, è oggi parte dello staff del capo Dipartimento affari di giustizia al Ministero della Giustizia. Infine c’è un non detto la Legge Cartabia. L’intento della riforma costituzionale di Meloni e Nordio sembra voler, in futuro, assoggettare i pm al Governo e alla maggioranza di turno. Se i sostenitori del “Sì” preferiscono valutare la riforma per quello che è scritto e non per quello che sarà in futuro. I sostenitori del “No” ricordano la Legge Cartabia. Legge che da la delega al Governo di individuare “criteri di priorità per le procure della Repubblica al fine di selezionare le notizie di reato da trattare con precedenza rispetto alle altre”. La legge Cartabia è stata la prima vera legge che ha separato le carriere dei magistrati, riducendo a un solo il cambio di carriera e di ruolo (da requirente a giudicante o viceversa). La riforma costituzionale della magistratura di Meloni e Nordio sembra quindi essere solo la coerente continuazione della precedente, evidentemente entrambe pensate come un assoggettamento del potere giudiziario all’esecutivo. 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Pina Picierno in Lituania e il nodo della memoria storica. Visita al museo che esalta gli artefici del genocidio nazista
In occasione del Giorno dei Difensori della Libertà, la vicepresidente del Parlamento Europeo, Pina Picierno, si è recata in Lituania. Nel paese baltico ha incontrato esponenti delle opposizioni a Mosca e Minsk, per parlare di sicurezza e minacce ibride, ma è stata anche l’occasione per perorare un ulteriore tentativo di riscrivere la storia: Picierno si è recata nel museo da più parti criticato perché rappresenta carnefici nazisti come combattenti per la libertà. di Giacomo Simoncelli La ricorrenza del 13 gennaio commemora i fatti del 1991, durante i quali, all’atto della dichiarazione di indipendenza della Lituania, gli scontri con i militari sovietici portarono alla morte di 14 civili. È in questa cornice che la vicepresidente del Parlamento Europeo ha svolto una serie di incontri politici a Vilnius, capitale del paese baltico, volti a ribadire l’impegno dell’Europarlamento al fianco dell’Ucraina. Picierno ha incontrato il presidente del parlamento Juozas Olekas e il viceministro degli Esteri Sigitas Mitkus, definendo la frontiera orientale lituana come un punto nevralgico per la sicurezza dell’intera UE. A margine del sopralluogo alla postazione di frontiera di Padvarionys e alla visita al Centro nazionale di gestione delle crisi, gli interventi di Picierno hanno sottolineato l’allerta contro le “minacce ibride”. Un impegno che si è tradotto anche nel dialogo con gli oppositori di Mosca e Minsk: l’incontro con Yulia Navalnaya a Vilnius è servito a definire strategie contro le infiltrazioni delle oligarchie russe, mentre quello con Svetlana Tsikhanouskaya (considerata dalla UE come legittima presidente della Bielorussi) ha confermato il sostegno alla dissidenza bielorussa. Il Museo della discordia Il momento più simbolico della visita è stato l’omaggio al Museo delle Occupazioni e delle Lotte per la Libertà, inserito nella ex sede del KGB locale. Picierno ha detto: “l’Europa ha bisogno di una memoria storica comune, che non sia un capitolo chiuso ma una bussola per il presente. Dobbiamo costruire percorsi europei con le scuole, perché le nuove generazioni vengano qui a vedere i crimini e le ferite che l’Unione Sovietica ha inferto ai cittadini europei. La memoria non è solo commemorazione, è un presidio contro il ritorno dell’autoritarismo”. Tuttavia, proprio questo luogo di memoria è da anni al centro di aspre polemiche che ne mettono in discussione l’impianto scientifico. Se per le istituzioni lituane il museo rappresenta la testimonianza della lotta per l’indipendenza, diverse voci critiche – supportate da storici internazionali come Dovid Katz – denunciano la manipolazione storica che si cela dietro quelle stanze, e la legittimazione di autori della pulizia etnica nazista nei confronti degli ebrei. Il nodo del “doppio genocidio” Il museo è stato creato col nome di Museo delle Vittime di Genocidio. Eppure, fino al 2011, non c’era una sezione dedicata allo sterminio degli ebrei, nonostante la Lituania sia stata teatro di una delle più feroci ondate di massacri durante l’occupazione nazista. Il 90% di 250 mila ebrei sono stati uccisi nel paese baltico, il che lo rende uno dei luoghi in cui il genocidio fu perpetrato in maniera più puntuale e totale. Molti furono uccisi da altri lituani, che collaborarono con i tedeschi invasori. Il problema è che, come scrive il Time, molti di questi “responsabili dell’Olocausto sono lodati come vittime della lotta dei loro paesi contro l’occupazione sovietica”. In pratica, il genocidio degli ebrei scompare, e anzi alcuni suoi artefici vengono elevati a combattenti per la libertà, mentre gli unici morti che vengono ricordati sono quelli lituani. I dati parlano certo di molte vittime, ma Dovid Katz, storico statunitense ebreo residente a Vilnius ha messo in chiaro una cosa: “definire genocidio ciò che hanno fatto i sovietici è solo un sofisma ambiguo per trasformare tutte le vittime in criminali e tutti gli assassini in eroi”. La retorica alimentata dal museo è quella degli eredi dei nazisti, che usano questi spazi museali non per fare storia, ma con lo scopo di piegare la terminologia del “genocidio” ad una legittimazione politica attuale, e per costruire un dispositivo propagandistico in funzione anti-russa. Una memoria comune è possibile? Resta aperto il tema della responsabilità locale durante l’Olocausto, spesso rimosso per alimentare un racconto di vittimismo nazionale. Ma questo vittimismo diventa anche un’arma della propaganda UE nella propria missione di assurgere ad attore della competizione globale, legittimando questa politica di potenza con il velo di lotta per i diritti e la democrazia. La missione di Pina Picierno mette dunque in luce una deriva evidente della UE, in cui le modalità della dialettica politica sono perfettamente descritte dalla definizione di ‘democratura’. La memoria storica viene usata come clava per costruire una narrazione che con la storia non ha nulla a che vedere, ma che serve invece a perorare una lotta ideologica, in cui con le estreme destre si può collaborare finché condividono le mire imperialistiche europee (è la sostanza di quel che ha detto l’ex presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, a ridosso delle elezioni europee del 2024), ma lo spauracchio che deve essere denunciato in ogni modo è quello del Socialismo e della rivoluzione. The post Pina Picierno in Lituania e il nodo della memoria storica. Visita al museo che esalta gli artefici del genocidio nazista first appeared on Radio Città Aperta.
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Trump smantella l’ordine “globalista”: gli Stati Uniti si ritirano da 66 organizzazioni internazionali
Con un memorandum presidenziale, la Casa Bianca annuncia il ritiro statunitense da 66 organizzazioni internazionali, quasi la metà afferenti alla cornice delle Nazioni Unite. Un duro colpo al multilateralismo, ma un messaggio chiaro in particolar modo agli ‘alleati’ europei: l’ordine della globalizzazione, condiviso con il Vecchio Continente e favorevole all’Occidente, è finito. Ora gli USA penseranno solo a se stessi. di Giacomo Simoncelli Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dato il via libera per il ritiro ufficiale degli USA da 66 organizzazioni e trattati internazionali. La mossa, formalizzata con un memorandum presidenziale diffuso mercoledì sera, incarna in piena regola la dottrina “America First”, mirando a recidere i legami con forum globali dedicati al clima, alla salute, ai diritti umani e alla cooperazione scientifica. Tutti enti che perseguono una “agenda globalista” che mina i reali interessi stelle-e-strisce, spiega il memorandum. “Il Presidente Trump sta mantenendo una promessa fondamentale”, ha scritto Marco Rubio, Segretario di Stato, su X. “Smetteremo di sovvenzionare burocrati globalisti – ha aggiunto – che agiscono contro i nostri interessi. Metteremo sempre l’America al primo posto”. Una mannaia su ONU e organismi indipendenti Il piano della Casa Bianca prevede la cessazione immediata della partecipazione e il totale taglio dei finanziamenti per 35 organizzazioni non legate alle Nazioni Unite e 31 entità della cornice ONU. Tra i nomi più illustri figurano l’UNFCCC (la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici) e l’IPCC (il Panel intergovernativo di esperti sul clima). Gli USA usciranno dal Fondo ONU per la Popolazione (UNFPA), dall’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA) e da vari organismi che si occupano di sviluppo, diritti, e persino bambini nelle zone di conflitto. Le ripercussioni globali saranno immediate e profonde. Il ritiro dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), già ordinato all’inizio dello scorso anno, diventerà effettivo il 22 gennaio 2026. Gli Stati Uniti sono storicamente il principale finanziatore dell’OMS: tra il 2024 e il 2025 hanno contribuito con 261 milioni di dollari, circa il 18% del budget totale dell’agenzia, fondamentale per la tutela della salute, soprattutto nei paesi più poveri. Uno sguardo all’Europa e al Medio Oriente Ma se verso questa e altre organizzazioni ONU l’attacco proviene da lontano, a volte addirittura dal primo mandato di Trump, è molto più interessante osservare la lista dei ritiri che riguarda le entità che sono maggiormente legate al Vecchio Continente. Gli USA abbandonano lo European Centre of Excellence for Countering Hybrid Threats (Hybrid CoE), che si occupa di minacce ibride in ambito UE-NATO, e dal Forum of European National Highway Research Laboratories (FEHRL), che serve a coordinare le ricerche sulle infrastrutture stradali tra laboratori europei. Al di là della croce posta sopra il multilateralismo genericamente inteso (per il quale ci sono sempre state ‘eccezioni’ ed è stato martoriato da immobilismi e palesi violazioni con le ‘guerre umanitarie’ delle potenze occidentali), il messaggio di Washington qui è molto più specifico e chiaro. È il totale disimpegno da un ordine regolatorio condiviso con gli ‘alleati’ europei. È il riconoscimento di un dato di fatto: la fine dell’ordine della globalizzazione (un ordine in realtà occidentale), il ritorno non più nascosto dalla propaganda di una politica di potenza. Gli USA non abbandonano le mire di egemonia globale, ma affermano che non sono più disposti a condividerle. D’ora in poi, si occuperanno solo del loro emisfero, e con gli altri – per chi ne ha la forza – tratteranno punto per punto. La risposta delle Nazioni Unite Il portavoce dell’ONU, Stephane Dujarric, ha fatto sapere che l’organizzazione sta valutando l’annuncio e fornirà una risposta dettagliata entro giovedì mattina. Resta l’incertezza su come il resto del mondo colmerà il vuoto finanziario e politico lasciato da Washington, che come membro permanente del Consiglio di Sicurezza tuttavia non rinuncerà a esercitare un potere di veto decisivo, già usato ripetutamente per influenzare le risoluzioni sulle operazioni genocidiarie a Gaza, ad esempio. The post Trump smantella l’ordine “globalista”: gli Stati Uniti si ritirano da 66 organizzazioni internazionali first appeared on Radio Città Aperta.
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UE, il “sabotaggio” interno su Gaza: così la diplomazia europea ha protetto Israele
Un’inchiesta rivela come un gruppo di alti funzionari del SEAE abbia sistematicamente frenato sanzioni e censurato rapporti sulle violazioni del diritto internazionale, rendendo Bruxelles consapevolmente complice dei crimini israeliani. di Giacomo Simoncelli Il Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE), la macchina diplomatica di Bruxelles, negli ultimi due anni sarebbe rimasta paralizzata di fronte al conflitto a Gaza. Non perché non avrebbe riscontrato i termini per agire contro Tel Aviv, ma perché li ha nascosti a sé e all’opinione pubblica. Un’indagine condotta da Mediapart scoperchia un vaso di Pandora fatto di ostruzionismo, rapporti insabbiati e riscritture faziose, orchestrate da una ristretta cerchia di alti funzionari per impedire sanzioni contro Israele. Due posizioni opposte, più o meno… Al centro dello scontro ci sono state due visioni opposte: da un lato la linea di Ursula von der Leyen, marcatamente filo-israeliana; dall’altro quella di Josep Borrell, ormai ex Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, che ha tentato invano di ancorare la risposta europea al rispetto del diritto internazionale. Ovviamente, solo per il massacro indiscriminato di civili degli ultimi due anni, e non per l’apartheid conclamata, le colonizzazioni illegali e l’occupazione che procede da decenni senza condanne. Uno dei motivi era semplicemente la possibilità di non far apparire in maniera evidente il doppio standard rispetto alle azioni intraprese contro la Russia. Secondo fonti diplomatiche, questa spaccatura non è stata solo politica, ma operativa. Funzionari chiave del SEAE avrebbero agito come un vero e proprio freno di emergenza su ogni iniziativa critica verso il governo di Tel Aviv. Tra i nomi citati spicca quello di Stefano Sannino, Segretario Generale del SEAE fino a inizio 2025 e recentemente indagato dalla Procura europea per sospetta frode ai fondi UE. Insieme a lui, Hélène Le Gal (direttrice del dipartimento Medio Oriente e Nord Africa) e Frank Hoffmeister (direttore del servizio legale), sono accusati di aver rallentato i progetti di sanzione, di aver ammorbidito ogni presa di posizione ufficiale e di aver persino riscritto rapporti problematici. Rapporti insabbiati e “fake news” Le accuse più gravi riguardano la manipolazione dell’informazione. Già nel novembre 2023, la task force sulla comunicazione strategica del SEAE aveva redatto un rapporto di venti pagine sulla disinformazione israeliana. Quel documento, destinato agli Stati membri, non ha mai visto la luce. “Ci è stato detto esplicitamente che, su ordine di Hélène Le Gal, era vietato lavorare sulla disinformazione di Israele e il rapporto venne bloccato. Questa è manipolazione dell’informazione a danno degli Stati membri”, denuncia un ex membro della task force. Questa censura avrebbe lasciato campo libero alle campagne di fango contro l’Unrwa e ad attacchi personali contro lo stesso Borrell, ritratto in fotomontaggi offensivi dal ministro degli Esteri israeliano senza che il SEAE convocasse l’ambasciatore per chiarimenti. Briefing come “veline” militari L’inchiesta evidenzia una prassi inquietante: la sistematica riscrittura dei documenti tecnici. Note di briefing e dichiarazioni venivano modificate per ricalcare parola per parola le posizioni ufficiali di Israele, in un vero e proprio braccio di ferro col gabinetto di Borrell. Un parere legale del dipartimento di Hoffmeister, finalizzato il 7 novembre 2023, è stato descritto da un’alta funzionaria come “scritto da un avvocato dell’esercito israeliano”, basandosi quasi esclusivamente su fonti militari di Tel Aviv e ignorando i rapporti delle Nazioni Unite. Anche dopo rapporti indubbiamente indipendenti sui massacri commessi a Gaza dai sionisti, come lo studio pubblicato da The Lancet che ha confermato l’entità delle perdite civili, “tutti i briefing passati al vaglio di Hélène Le Gal continuavano a riportare la dicitura ‘fonti del ministero della Sanità controllato da Hamas’, allo scopo di gettare ombre sulla loro affidabilità e di insinuare che le perdite umane fossero esagerate”. Il muro di gomma sulle sanzioni Nonostante le richieste di Spagna e Irlanda di sospendere l’accordo di associazione UE-Israele per violazione dei diritti umani (Articolo 2), nessuna proposta formale è mai arrivata al voto del Consiglio. Nel rapporto presentato nel luglio scorso, vi sono persino argomenti giuridici relativi all’ipotesi di un potenziale genocidio. Ma la UE è rimasta ferma, mentre Bruxelles ha poi aspettato il “piano Trump” e la finta pace per trovare una giustificazione per seppellire qualsiasi azione diplomatica concreta contro Israele. The post UE, il “sabotaggio” interno su Gaza: così la diplomazia europea ha protetto Israele first appeared on Radio Città Aperta.
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Venezuela, operazione militare Usa, Maduro prevelato e “portato via”: Trump sceglie la vecchia strada del ‘regime change’
Gli Stati Uniti, nelle prime ore della giornata, hanno lanciato una clamorosa operazione militare in Venezuela, arrestando il presidente Maduro e la moglie, che sarebbero già stati imbarcati su una nave militare diretta a New York. di Alessio Ramaccioni Ancora la destabilizzazione ed il ‘regime change’ come strumento di dominio globale: gli Stati Uniti, nonostante le dichiarazioni di Donald Trump in campagna elettorale e ribadite nel corso del primo anno di mandato, non perde la pessima abitudine di innescare crisi violente, utilizzando la sua enorme potenza militare, in giro per il mondo, con lo scopo di curare i propri interessi strategici. Dando un ennesimo e metaforico ‘calcio nel sedere’ al diritto internazionale, o a quel che ne resta. La cronaca Un’operazione militare statunitense in America Latina ha portato, secondo diverse fonti diplomatiche e di intelligence ormai confermate, all’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Nelle prime ore del mattino, forze speciali statunitensi, hanno condotto un’azione mirata contro obiettivi strategici a Caracas ed in tutto il Venezuela. L’operazione – descritta da Washington come “limitata e finalizzata alla tutela della sicurezza regionale” – è culminata con la cattura di Maduro e della moglie, trasferiti su una nave militare Usa diretta – secondo quanto dichiarato dallo stesso Donald Trump – a New York. L’operazione militare e di intelligence Con il passare delle ore, i dettagli che emergono sulla cattura di Nicolás Maduro delineano un’operazione che va ben oltre la dimensione militare o di intelligence. Quella che gli Stati Uniti stanno presentando come un successo strategico appare, a tutti gli effetti, come una svolta dirompente nel modo in cui Washington sceglie di intervenire negli equilibri dell’America Latina. Secondo le ricostruzioni di New York Times, CNN e Reuters, un’infiltrazione della CIA ai vertici del governo venezuelano avrebbe permesso un monitoraggio costante di Maduro nei giorni precedenti alla cattura, fino alla sua localizzazione precisa. Un’operazione che avrebbe fatto ricorso anche a droni stealth, e forse ad una rete di informatori locali. Al centro di tutto, la decisione politica: l’autorizzazione concessa da Donald Trump già lo scorso autunno a un approccio “più incisivo” segna un cambio di passo netto nell’approccio di Washington all’America Latina. Non più solo pressione diplomatica o le sanzioni economiche, ma la preparazione sistematica di operazioni sul terreno. L’episodio del drone armato utilizzato a dicembre contro un molo sospettato di traffici di droga rafforza questa lettura. Non si tratta di azioni isolate, ma di una campagna costruita nel tempo, frutto di mesi di pianificazione congiunta tra CIA e forze armate. La cattura di Maduro appare così come l’esito finale di una strategia già in atto, più che come un’improvvisazione dell’ultima ora. Un ruolo significativo, nella dinamica dell’arresto di Maduro, potrebbe averlo avuto la ricompensa da 50 milioni di dollari offerta da Washington. Se, come ipotizzano ex funzionari, questo incentivo ha facilitato il reclutamento della fonte interna, allora la vicenda solleva interrogativi profondi anche sulla stabilità degli apparati statali venezuelani. Dal punto di vista militare, l’attacco ha provocato violente esplosioni a partire dalle 2 della notte ora locale (le 7 del mattino in Italia) a Caracas e in altre aree del Venezuela, in particolare negli Stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Il governo ha confermato che diversi obiettivi militari sono stati colpiti. La conferma è arrivata anche da parte del presidente colombiano Gustavo Petro, che ha diffuso un elenco dei siti interessati dai bombardamenti: nella capitale figurano la sede del Parlamento e il Cuartel de la Montaña, che ospita il mausoleo di Hugo Chávez, un luogo di forte valore simbolico. Secondo diverse testimonianze, circolate anche sui social, sarebbero stati colpiti il Fuerte Tiuna, principale complesso militare del Paese, e la base aerea di La Carlota, situata nel centro di Caracas. Prima che Trump annunciasse la cattura di Nicolás Maduro, lo stesso Petro aveva inoltre comunicato l’attivazione di un piano di difesa militare a protezione del palazzo presidenziale di Miraflores. Al di fuori della capitale, tra gli obiettivi segnalati figurano la base dei caccia F-16 di Barquisimeto, la base di elicotteri di Higuerote, l’aeroporto di El Hatillo e l’aeroporto privato di Charallave, a sud di Caracas. Secondo quanto riportato dalla Cbs, l’operazione che ha portato alla cattura di Maduro e della moglie sarebbe stata condotta dalla Delta Force. La posizione degli Stati Uniti In una dichiarazione ufficiale, la Casa Bianca ha giustificato l’intervento accusando il governo venezuelano di “gravi violazioni dei diritti umani, narcotraffico e destabilizzazione regionale”. Nello specifico, i capi di imputazione per Maduro, la moglie e – sembra – anche il figlio sono “cospirazione narco-terrorista, cospirazione per l’importazione di cocaina, possesso di mitragliatrici e strumenti di distruzione, cospirazione di possesso di mitragliatrici e strumenti di distruzione contro gli Stati Uniti”, così come illustrato dalla procuratrice generale degli Stati Uniti d’America Pam Biondi: una serie di accuse che – attenzione – caratterizzano l’operazione come giudiziaria, di polizia, più che militare. Il che, se fosse confermato, avrebbe permesso a Donald Trump di autorizzarla senza autorizzazione del Congresso. «Non si tratta di un’invasione, ma di un’operazione di giustizia internazionale», ha infatti affermato, ad operazione ancora in atto, un alto funzionario dell’amministrazione USA. Venezuela nel caos? A Caracas la situazione è ancora poco definibile. L’opposizione pressochè nulla – così almeno appare – da parte dell’apparato militare e delle forze di Polizia fa pensare che l’arresto (o forse il rapimento, viste le modalità) di Maduro fosse in qualche modo concordato. Naturalmente subito si è fatta sentire la voce dell’ opposizione: María Corina Machado, discusso premio nobel per la pace nel 2025, ha già dichiarato – come, appunto, opposizione – di “essere pronti a prendere il potere”. Ma non è per forza detto che le cose vadano così: dalle informazioni che circolano, il governo venezuelano sarebbe ancora operante, e la vice presidente Delsy Rodriguez, indicata in un primo momento in Russia, sarebbe ancora al suo posto. Lo stesso Trump, in una dichiarazione, ha affermato “Vedremo se Machado può governare”. Di certo, con Maduro arrestato e il potere centrale vacillante, il Venezuela entra in una fase di profonda incertezza. Resta da capire, oltre a chi assumerà il controllo del Paese, quale sarà il ruolo delle forze armate e se la popolazione, già stremata da anni di crisi economica, che tipo di reazione avrà. Una cosa è certa: un’azione di questo tipo segnerebbe un punto di svolta storico nei rapporti tra Stati Uniti e America Latina, con conseguenze destinate a farsi sentire ben oltre i confini venezuelani. Reazioni internazionali La Russia e la Cina hanno condannato duramente l’azione statunitense, definendola una “violazione flagrante della sovranità nazionale”. L’Unione Europea, invece, mantiene una posizione prudente, chiedendo chiarimenti e invocando una soluzione politica che eviti un’escalation armata.  In America Latina, i governi sono divisi: alcuni Paesi sostengono la necessità di un cambiamento a Caracas, altri temono un pericoloso precedente che potrebbe destabilizzare l’intera regione. L’Italia si è espressa attraverso una dichiarazione della premier Meloni, assolutamente in linea con le posizioni espresse fino ad oggi: «L’Italia», ha detto, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto». «Coerentemente con la storica posizione dell’Italia», però, «il Governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari». Tuttavia, conclude Meloni, l’Italia «considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». Insomma, non ci è piaciuto tanto il modo, ma gli Usa e Trump facciano, come sempre, quel che vogliono. Il vecchio e selvaggio West Insomma, la vecchia strada — sempre foriera di interessanti possibilità, almeno nell’immediato — del regime change, che offre la possibilità di regalare (a chi ancora ci crede) una parvenza di legittimità a dinamiche di potere e brutalità. La lotta al narcotraffico? Sì, forse, chi lo sa. Il “nemico numero uno” sembrava essere il fentanyl, che dal Venezuela non passa. La verità è semplice — e, appunto, brutale. A Caracas c’è tanto petrolio, di cui la Cina si serve in gran quantità. Maduro era un bersaglio forse facile, di sicuro a portata di mano, e utile da esibire come trofeo all’elettorato trumpiano, molto meno soddisfatto dell’operato del suo presidente di quanto qui in Europa si pensi. E una parte (non tutto) di quell’elettorato sarà certamente soddisfatta: il leader autocratico di un narco-Stato che esporta droga è una bella preda, no? Ma non è questo il motivo che ha spinto Trump a ridicolizzare — ancora una volta — il diritto internazionale. C’è il petrolio, come detto, ma c’è anche una dichiarazione formale ed esplicita di egemonia sul continente americano: storia vecchia, ma che da un po’ non veniva ribadita con questa veemenza. Un metodo che non vale solo per il Nuovo Mondo: lo abbiamo visto applicato con l’Iran, qualche settimana fa in Nigeria, e mille altre volte. A partire dai nativi nordamericani — i “pellerossa”, gli “indiani” — depredati delle loro terre nel nome del progresso e della civilizzazione, senza alcun rimpianto. Una logica da vecchio, selvaggio West che sembra essere diventata regola della politica mondiale, ma solo se applicata dagli Stati Uniti e dai loro alleati, amici o satelliti. The post Venezuela, operazione militare Usa, Maduro prevelato e “portato via”: Trump sceglie la vecchia strada del ‘regime change’ first appeared on Radio Città Aperta.
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Propaganda e indottrinamento nelle scuole americane
Nelle scuole pubbliche statunitensi arrivano come materiale supplementare video revisionisti dei conservatori giudaico-cristiani.  di Eugenio Fofi Una delle azioni di propaganda che più ha fatto scalpore agli occhi del mondo è stata la campagna di disinformazione che il governo israeliano ha pubblicizzato su YouTube. Nei video si dipingeva come stato oppresso in lotta con i terroristi e nonostante questo aiutava veramente la popolazione palestinese, consegnando gli aiuti umanitari. Tutta questa disinformazione mentre era stata accusata di genocidio ai danni dei gazawi e perpetrando l’apartheid in Cisgiordania. Ma se questa propaganda vuole tamponare la situazione attuale, aggiungendo una lista di informazioni false nel discorso generale, esiste un altro tipo di propaganda che a lungo termine rischia di fare molti più danni. Quella dell’insegnamento della revisione della storia e del presente. Quella che raggiunge occhi e orecchie non sotto la forma di campagna pubblicitaria o di notizia, ma come racconto, approfondimento, spiegazione o vera e propria lezione scolastica. Di questo tipo di propaganda si è affermato negli ultimi anni un campione, che è arrivato anche in alcune scuole statunitensi: PragerU. La Prager University Foundation, non è un’università, ma un’organizzazione no profit che attraverso il suo sito internet e i suoi canali YouTube, ProgerU e ProgerUkids, vuole spiegare e raccontare temi anche molto complicati come il razzismo, la cultura di genere, l’economia, il cambiamento o la geopolitica e le guerre. Ma vuole raccontare questi temi in modo semplice, ironico e veloce. Come fa ad esempio nelle serie a cartoni per i bambini, che durano qualche minuto, o nella serie chiamata appunto “five minute videos”. All’interno del sito sono presenti interviste podcast ad alcuni grandi conservatori odierni della politica americana e non, come: Viktor Orba, il primo ministro ungherese; Tulsi Gabbard, 8a Direttrice dell’Intelligence Nazionale USA nominata da Trump e Linda McMahon, Segretaria dell’Istruzione degli Stati Uniti d’America, equivalente del Ministro dell’Istruzione italiano, conosciuta dagli appassionati del wrestling americano per essere la moglie di Vincent McMahon, proprietario della WWE in cui più volte fu ospitato a lottare quello che oggi ricopre la più alta carica statunitense: Donald Trump. Altro tipo di format presente sul sito di PragerU è “Respectfully Xavier” dove Xavier DuRousseau affronta temi duri su politica e cultura pop con un punto di vista da gen Z. Xavier è un volto noto per chi segue le vicende di Gaza, in quanto è stato uno degli influencer inviati nei centri di raccolta degli aiuti umanitari gestiti da Israele ad Agosto di quest’anno. Nei video si mostravano i moltissimi aiuti umanitari fermi e si raccontava che la colpa del blocco era delle Nazioni Unite e di Hamas (link all’articolo). Nel sito si legge che la missione sia quella di “promuovere i valori americani attraverso l’uso creativo di media digitali, tecnologia e edu-taiment” letteralmente intrattenimento educativo. Il sito poi continua: “le persone che visitano PragerU vogliono crescere intellettualmente, spiritualmente, emotivamente e fisicamente. Qui ci sono contenuti gratuiti che aiutano le persone di tutte le età a vivere e pensare meglio, sostenendo i valori giudaico-cristiani. Valori incarnati dai due fondatori di PragerU: Dennis Prager e Allen Estrin. Prager, famoso per aver promosso la migrazione degli ebrei dall’Unione Sovietica a Israele e tenuto trasmissioni radiofoniche e televisive con posizioni conservatrici. Estri, dal canto suo ha prodotto film come Pocahontas II e Israele in un’epoca di terrore. Ma i valori di PragerU sono incarnati anche dai donatori che sostengono il sito e il progetto. Tra questi troviamo i fratelli Dan e Farris Wilks, miliardari petrolieri americani specializzati nel fracking, la tecnica di estrazione di petrolio attraverso la rottura delle rocce con importanti impatti ambientali. A finanziare economicamente PragerU c’è anche la Fondazione Lynde e Harry Bradley uno dei più grandi fondi per i movimenti conservatori e tra gli altri, la Fidelity Investments, fondo d’investimento finanziario che opera in ETF, servizi finanziari e assicurazioni. Il volti palesi e nascosti che formano PragerU sono quindi chiaramente di una parte politica e con specifici interessi, anche economici dietro l’informazione e l’educazione che i prodotti del sito vorrebbe fornire. All’interno solo della sezione kids di PragerU c’è un vero e proprio palinsesto digitale che prende dai 0 ai 12 anni di età. Con programmi per l’infanzia che invitano a costruire con carta colla e forbici il muro occidentale israeliano o l’iron dome, ma anche cartoni animati per i più grandi dove si dice, ad esempio, che il sistema sanitario pubblico del Canada non funziona, mentre quello privato statunitense sì. Nonostante l’evidente problema e le numerose critiche per la distorsione dei dati e della storia che viene fatta sistematicamente sono già otto gli Stati americani che hanno adottato i video di PragerU come materiale supplementare per l’educazione nelle scuole pubbliche. Utilizzando le parole di Frierson un professore intervistato dal South Caroline Daily Gazzette: “Io sono estremamente preoccupato e disturbato dall’indottrinamento, e non userò altre aggettivi per descriverlo. Controllatelo voi stessi”. The post Propaganda e indottrinamento nelle scuole americane first appeared on Radio Città Aperta.
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Allarme ONU sul Regno Unito: “grave rischio per la vita dei detenuti di Palestine Action in sciopero della fame”
Esperti delle Nazioni Unite denunciano possibili violazioni dei diritti umani e l’uso di leggi antiterrorismo per reprimere il dissenso politico. Sotto accusa il trattamento di otto detenuti di Palestine Action, in sciopero della fame per protesta e alcuni dei quali in condizioni critiche. di Giacomo Simoncelli Una crisi umanitaria, legale e politica sta scuotendo il sistema carcerario britannico. Un gruppo formato da cinque Relatori speciali delle Nazioni Unite e un esperto indipendente ha espresso profonda preoccupazione per la sorte di otto attivisti legati al gruppo Palestine Action, attualmente in sciopero della fame nelle carceri del Regno Unito. Gli esperti avvertono che il trattamento riservato ai detenuti solleva seri dubbi sulla conformità del paese alle leggi internazionali sui diritti umani. Gli attivisti sono in attesa di processo per reati contestati prima che Palestine Action venisse messa al bando ai sensi della legislazione antiterrorismo. Lo sciopero della fame, iniziato il 2 novembre, è stato descritto dagli esperti ONU come “una misura di ultima istanza” adottata da chi ritiene esauriti i canali per perorare la propria causa e proteggere il proprio diritto alla protesta. Accuse di negligenza medica e trattamenti degradanti Il rapporto degli esperti ONU evidenzia episodi allarmanti. In un comunicato stampa dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani vengono indicati: “ritardi segnalati nell’accesso alle cure mediche, l’uso eccessivo di misure di contenzione durante il ricovero ospedaliero, la negazione del contatto con i familiari e con l’assistenza legale e la mancanza di una supervisione medica indipendente e coerente, in particolare per i detenuti con gravi problemi di salute preesistenti”. “Lo Stato ha il dovere di cura verso chi porta avanti uno sciopero della fame, un dovere che aumenta, non diminuisce, in queste circostanze”, hanno dichiarato gli esperti. “Le morti prevenibili in custodia non sono mai accettabili”. Rischi clinici irreversibili Con l’ingresso nel secondo mese di sciopero, i medici avvertono che i detenuti rischiano complicanze fatali, tra collasso sistemico degli organi, aritmie cardiache, danni neurologici irreversibili, e la mancanza di un monitoraggio medico indipendente e costante. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno esortato il Regno Unito a garantire cure mediche appropriate, rispettando l’etica medica e l’autonomia individuale, e ad avviare un dialogo significativo per affrontare le violazioni dei diritti alla base della protesta, sia quelli dei detenuti sia quelli riguardanti l’espressione del dissenso. Il nodo politico: la legge antiterrorismo Al centro della controversia c’è l’applicazione del Terrorism Act del 2000 ad atti di protesta politica. Gli esperti ONU hanno espresso preoccupazione per l’estensione della definizione di terrorismo nel Regno Unito, utilizzata per criminalizzare il dissenso legato alla causa palestinese, senza che si riscontrino i termini per i quali, secondo gli standard internazionali, si possa davvero parlare di terrorismo. Le famiglie dei detenuti hanno inviato, poco prima di Natale, una lettera al Segretario alla Giustizia, David Lammy, chiedendo un incontro urgente. Finora, il Ministero della Giustizia si è mostrato cauto: il timore del governo è che un’apertura possa creare un precedente pericoloso, data l’enorme mole di detenuti in attesa di giudizio a causa dell’arretrato nei tribunali britannici, ma anche e soprattutto per il riconoscimento politico delle ragioni di Palestine Action, dichiarata organizzazione terroristica. The post Allarme ONU sul Regno Unito: “grave rischio per la vita dei detenuti di Palestine Action in sciopero della fame” first appeared on Radio Città Aperta.
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