In occasione del Giorno dei Difensori della Libertà, la vicepresidente del
Parlamento Europeo, Pina Picierno, si è recata in Lituania. Nel paese baltico ha
incontrato esponenti delle opposizioni a Mosca e Minsk, per parlare di sicurezza
e minacce ibride, ma è stata anche l’occasione per perorare un ulteriore
tentativo di riscrivere la storia: Picierno si è recata nel museo da più parti
criticato perché rappresenta carnefici nazisti come combattenti per la libertà.
di Giacomo Simoncelli
La ricorrenza del 13 gennaio commemora i fatti del 1991, durante i quali,
all’atto della dichiarazione di indipendenza della Lituania, gli scontri con i
militari sovietici portarono alla morte di 14 civili. È in questa cornice che la
vicepresidente del Parlamento Europeo ha svolto una serie di incontri politici a
Vilnius, capitale del paese baltico, volti a ribadire l’impegno
dell’Europarlamento al fianco dell’Ucraina. Picierno ha incontrato il presidente
del parlamento Juozas Olekas e il viceministro degli Esteri Sigitas Mitkus,
definendo la frontiera orientale lituana come un punto nevralgico per la
sicurezza dell’intera UE.
A margine del sopralluogo alla postazione di frontiera di Padvarionys e alla
visita al Centro nazionale di gestione delle crisi, gli interventi di Picierno
hanno sottolineato l’allerta contro le “minacce ibride”. Un impegno che si è
tradotto anche nel dialogo con gli oppositori di Mosca e Minsk: l’incontro con
Yulia Navalnaya a Vilnius è servito a definire strategie contro le infiltrazioni
delle oligarchie russe, mentre quello con Svetlana Tsikhanouskaya (considerata
dalla UE come legittima presidente della Bielorussi) ha confermato il sostegno
alla dissidenza bielorussa.
Il Museo della discordia
Il momento più simbolico della visita è stato l’omaggio al Museo delle
Occupazioni e delle Lotte per la Libertà, inserito nella ex sede del KGB locale.
Picierno ha detto: “l’Europa ha bisogno di una memoria storica comune, che non
sia un capitolo chiuso ma una bussola per il presente. Dobbiamo costruire
percorsi europei con le scuole, perché le nuove generazioni vengano qui a vedere
i crimini e le ferite che l’Unione Sovietica ha inferto ai cittadini europei. La
memoria non è solo commemorazione, è un presidio contro il ritorno
dell’autoritarismo”.
Tuttavia, proprio questo luogo di memoria è da anni al centro di aspre polemiche
che ne mettono in discussione l’impianto scientifico. Se per le istituzioni
lituane il museo rappresenta la testimonianza della lotta per l’indipendenza,
diverse voci critiche – supportate da storici internazionali come Dovid Katz –
denunciano la manipolazione storica che si cela dietro quelle stanze, e la
legittimazione di autori della pulizia etnica nazista nei confronti degli ebrei.
Il nodo del “doppio genocidio”
Il museo è stato creato col nome di Museo delle Vittime di Genocidio. Eppure,
fino al 2011, non c’era una sezione dedicata allo sterminio degli ebrei,
nonostante la Lituania sia stata teatro di una delle più feroci ondate di
massacri durante l’occupazione nazista. Il 90% di 250 mila ebrei sono stati
uccisi nel paese baltico, il che lo rende uno dei luoghi in cui il genocidio fu
perpetrato in maniera più puntuale e totale. Molti furono uccisi da altri
lituani, che collaborarono con i tedeschi invasori.
Il problema è che, come scrive il Time, molti di questi “responsabili
dell’Olocausto sono lodati come vittime della lotta dei loro paesi contro
l’occupazione sovietica”. In pratica, il genocidio degli ebrei scompare, e anzi
alcuni suoi artefici vengono elevati a combattenti per la libertà, mentre gli
unici morti che vengono ricordati sono quelli lituani. I dati parlano certo di
molte vittime, ma Dovid Katz, storico statunitense ebreo residente a Vilnius ha
messo in chiaro una cosa: “definire genocidio ciò che hanno fatto i sovietici è
solo un sofisma ambiguo per trasformare tutte le vittime in criminali e tutti
gli assassini in eroi”. La retorica alimentata dal museo è quella degli eredi
dei nazisti, che usano questi spazi museali non per fare storia, ma con lo scopo
di piegare la terminologia del “genocidio” ad una legittimazione politica
attuale, e per costruire un dispositivo propagandistico in funzione anti-russa.
Una memoria comune è possibile?
Resta aperto il tema della responsabilità locale durante l’Olocausto, spesso
rimosso per alimentare un racconto di vittimismo nazionale. Ma questo vittimismo
diventa anche un’arma della propaganda UE nella propria missione di assurgere ad
attore della competizione globale, legittimando questa politica di potenza con
il velo di lotta per i diritti e la democrazia. La missione di Pina Picierno
mette dunque in luce una deriva evidente della UE, in cui le modalità della
dialettica politica sono perfettamente descritte dalla definizione di
‘democratura’.
La memoria storica viene usata come clava per costruire una narrazione che con
la storia non ha nulla a che vedere, ma che serve invece a perorare una lotta
ideologica, in cui con le estreme destre si può collaborare finché condividono
le mire imperialistiche europee (è la sostanza di quel che ha detto l’ex
presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, a ridosso delle elezioni
europee del 2024), ma lo spauracchio che deve essere denunciato in ogni modo è
quello del Socialismo e della rivoluzione.
The post Pina Picierno in Lituania e il nodo della memoria storica. Visita al
museo che esalta gli artefici del genocidio nazista first appeared on Radio
Città Aperta.
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Con un memorandum presidenziale, la Casa Bianca annuncia il ritiro statunitense
da 66 organizzazioni internazionali, quasi la metà afferenti alla cornice delle
Nazioni Unite. Un duro colpo al multilateralismo, ma un messaggio chiaro in
particolar modo agli ‘alleati’ europei: l’ordine della globalizzazione,
condiviso con il Vecchio Continente e favorevole all’Occidente, è finito. Ora
gli USA penseranno solo a se stessi.
di Giacomo Simoncelli
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dato il via libera per il ritiro
ufficiale degli USA da 66 organizzazioni e trattati internazionali. La mossa,
formalizzata con un memorandum presidenziale diffuso mercoledì sera, incarna in
piena regola la dottrina “America First”, mirando a recidere i legami con forum
globali dedicati al clima, alla salute, ai diritti umani e alla cooperazione
scientifica.
Tutti enti che perseguono una “agenda globalista” che mina i reali interessi
stelle-e-strisce, spiega il memorandum. “Il Presidente Trump sta mantenendo una
promessa fondamentale”, ha scritto Marco Rubio, Segretario di Stato, su X.
“Smetteremo di sovvenzionare burocrati globalisti – ha aggiunto – che agiscono
contro i nostri interessi. Metteremo sempre l’America al primo posto”.
Una mannaia su ONU e organismi indipendenti
Il piano della Casa Bianca prevede la cessazione immediata della partecipazione
e il totale taglio dei finanziamenti per 35 organizzazioni non legate alle
Nazioni Unite e 31 entità della cornice ONU. Tra i nomi più illustri figurano
l’UNFCCC (la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici) e l’IPCC (il Panel
intergovernativo di esperti sul clima). Gli USA usciranno dal Fondo ONU per la
Popolazione (UNFPA), dall’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili
(IRENA) e da vari organismi che si occupano di sviluppo, diritti, e persino
bambini nelle zone di conflitto.
Le ripercussioni globali saranno immediate e profonde. Il ritiro
dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), già ordinato all’inizio dello
scorso anno, diventerà effettivo il 22 gennaio 2026. Gli Stati Uniti sono
storicamente il principale finanziatore dell’OMS: tra il 2024 e il 2025 hanno
contribuito con 261 milioni di dollari, circa il 18% del budget totale
dell’agenzia, fondamentale per la tutela della salute, soprattutto nei paesi più
poveri.
Uno sguardo all’Europa e al Medio Oriente
Ma se verso questa e altre organizzazioni ONU l’attacco proviene da lontano, a
volte addirittura dal primo mandato di Trump, è molto più interessante osservare
la lista dei ritiri che riguarda le entità che sono maggiormente legate al
Vecchio Continente. Gli USA abbandonano lo European Centre of Excellence for
Countering Hybrid Threats (Hybrid CoE), che si occupa di minacce ibride in
ambito UE-NATO, e dal Forum of European National Highway Research Laboratories
(FEHRL), che serve a coordinare le ricerche sulle infrastrutture stradali tra
laboratori europei.
Al di là della croce posta sopra il multilateralismo genericamente inteso (per
il quale ci sono sempre state ‘eccezioni’ ed è stato martoriato da immobilismi e
palesi violazioni con le ‘guerre umanitarie’ delle potenze occidentali), il
messaggio di Washington qui è molto più specifico e chiaro. È il totale
disimpegno da un ordine regolatorio condiviso con gli ‘alleati’ europei. È il
riconoscimento di un dato di fatto: la fine dell’ordine della globalizzazione
(un ordine in realtà occidentale), il ritorno non più nascosto dalla propaganda
di una politica di potenza. Gli USA non abbandonano le mire di egemonia globale,
ma affermano che non sono più disposti a condividerle. D’ora in poi, si
occuperanno solo del loro emisfero, e con gli altri – per chi ne ha la forza –
tratteranno punto per punto.
La risposta delle Nazioni Unite
Il portavoce dell’ONU, Stephane Dujarric, ha fatto sapere che l’organizzazione
sta valutando l’annuncio e fornirà una risposta dettagliata entro giovedì
mattina.
Resta l’incertezza su come il resto del mondo colmerà il vuoto finanziario e
politico lasciato da Washington, che come membro permanente del Consiglio di
Sicurezza tuttavia non rinuncerà a esercitare un potere di veto decisivo, già
usato ripetutamente per influenzare le risoluzioni sulle operazioni genocidiarie
a Gaza, ad esempio.
The post Trump smantella l’ordine “globalista”: gli Stati Uniti si ritirano da
66 organizzazioni internazionali first appeared on Radio Città Aperta.
Un’inchiesta rivela come un gruppo di alti funzionari del SEAE abbia
sistematicamente frenato sanzioni e censurato rapporti sulle violazioni del
diritto internazionale, rendendo Bruxelles consapevolmente complice dei crimini
israeliani.
di Giacomo Simoncelli
Il Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE), la macchina diplomatica di
Bruxelles, negli ultimi due anni sarebbe rimasta paralizzata di fronte al
conflitto a Gaza. Non perché non avrebbe riscontrato i termini per agire contro
Tel Aviv, ma perché li ha nascosti a sé e all’opinione pubblica. Un’indagine
condotta da Mediapart scoperchia un vaso di Pandora fatto di ostruzionismo,
rapporti insabbiati e riscritture faziose, orchestrate da una ristretta cerchia
di alti funzionari per impedire sanzioni contro Israele.
Due posizioni opposte, più o meno…
Al centro dello scontro ci sono state due visioni opposte: da un lato la linea
di Ursula von der Leyen, marcatamente filo-israeliana; dall’altro quella di
Josep Borrell, ormai ex Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, che ha
tentato invano di ancorare la risposta europea al rispetto del diritto
internazionale. Ovviamente, solo per il massacro indiscriminato di civili degli
ultimi due anni, e non per l’apartheid conclamata, le colonizzazioni illegali e
l’occupazione che procede da decenni senza condanne. Uno dei motivi era
semplicemente la possibilità di non far apparire in maniera evidente il doppio
standard rispetto alle azioni intraprese contro la Russia.
Secondo fonti diplomatiche, questa spaccatura non è stata solo politica, ma
operativa. Funzionari chiave del SEAE avrebbero agito come un vero e proprio
freno di emergenza su ogni iniziativa critica verso il governo di Tel Aviv. Tra
i nomi citati spicca quello di Stefano Sannino, Segretario Generale del SEAE
fino a inizio 2025 e recentemente indagato dalla Procura europea per sospetta
frode ai fondi UE. Insieme a lui, Hélène Le Gal (direttrice del dipartimento
Medio Oriente e Nord Africa) e Frank Hoffmeister (direttore del servizio
legale), sono accusati di aver rallentato i progetti di sanzione, di aver
ammorbidito ogni presa di posizione ufficiale e di aver persino riscritto
rapporti problematici.
Rapporti insabbiati e “fake news”
Le accuse più gravi riguardano la manipolazione dell’informazione. Già nel
novembre 2023, la task force sulla comunicazione strategica del SEAE aveva
redatto un rapporto di venti pagine sulla disinformazione israeliana. Quel
documento, destinato agli Stati membri, non ha mai visto la luce. “Ci è stato
detto esplicitamente che, su ordine di Hélène Le Gal, era vietato lavorare sulla
disinformazione di Israele e il rapporto venne bloccato. Questa è manipolazione
dell’informazione a danno degli Stati membri”, denuncia un ex membro della task
force.
Questa censura avrebbe lasciato campo libero alle campagne di fango contro
l’Unrwa e ad attacchi personali contro lo stesso Borrell, ritratto in
fotomontaggi offensivi dal ministro degli Esteri israeliano senza che il SEAE
convocasse l’ambasciatore per chiarimenti.
Briefing come “veline” militari
L’inchiesta evidenzia una prassi inquietante: la sistematica riscrittura dei
documenti tecnici. Note di briefing e dichiarazioni venivano modificate per
ricalcare parola per parola le posizioni ufficiali di Israele, in un vero e
proprio braccio di ferro col gabinetto di Borrell. Un parere legale del
dipartimento di Hoffmeister, finalizzato il 7 novembre 2023, è stato descritto
da un’alta funzionaria come “scritto da un avvocato dell’esercito israeliano”,
basandosi quasi esclusivamente su fonti militari di Tel Aviv e ignorando i
rapporti delle Nazioni Unite.
Anche dopo rapporti indubbiamente indipendenti sui massacri commessi a Gaza dai
sionisti, come lo studio pubblicato da The Lancet che ha confermato l’entità
delle perdite civili, “tutti i briefing passati al vaglio di Hélène Le Gal
continuavano a riportare la dicitura ‘fonti del ministero della Sanità
controllato da Hamas’, allo scopo di gettare ombre sulla loro affidabilità e di
insinuare che le perdite umane fossero esagerate”.
Il muro di gomma sulle sanzioni
Nonostante le richieste di Spagna e Irlanda di sospendere l’accordo di
associazione UE-Israele per violazione dei diritti umani (Articolo 2), nessuna
proposta formale è mai arrivata al voto del Consiglio. Nel rapporto presentato
nel luglio scorso, vi sono persino argomenti giuridici relativi all’ipotesi di
un potenziale genocidio. Ma la UE è rimasta ferma, mentre Bruxelles ha poi
aspettato il “piano Trump” e la finta pace per trovare una giustificazione per
seppellire qualsiasi azione diplomatica concreta contro Israele.
The post UE, il “sabotaggio” interno su Gaza: così la diplomazia europea ha
protetto Israele first appeared on Radio Città Aperta.
Gli Stati Uniti, nelle prime ore della giornata, hanno lanciato una clamorosa
operazione militare in Venezuela, arrestando il presidente Maduro e la moglie,
che sarebbero già stati imbarcati su una nave militare diretta a New York.
di Alessio Ramaccioni
Ancora la destabilizzazione ed il ‘regime change’ come strumento di dominio
globale: gli Stati Uniti, nonostante le dichiarazioni di Donald Trump in
campagna elettorale e ribadite nel corso del primo anno di mandato, non perde la
pessima abitudine di innescare crisi violente, utilizzando la sua enorme potenza
militare, in giro per il mondo, con lo scopo di curare i propri interessi
strategici. Dando un ennesimo e metaforico ‘calcio nel sedere’ al diritto
internazionale, o a quel che ne resta.
La cronaca
Un’operazione militare statunitense in America Latina ha portato, secondo
diverse fonti diplomatiche e di intelligence ormai confermate, all’arresto del
presidente venezuelano Nicolás Maduro. Nelle prime ore del mattino, forze
speciali statunitensi, hanno condotto un’azione mirata contro obiettivi
strategici a Caracas ed in tutto il Venezuela. L’operazione – descritta da
Washington come “limitata e finalizzata alla tutela della sicurezza regionale” –
è culminata con la cattura di Maduro e della moglie, trasferiti su una nave
militare Usa diretta – secondo quanto dichiarato dallo stesso Donald Trump – a
New York.
L’operazione militare e di intelligence
Con il passare delle ore, i dettagli che emergono sulla cattura di Nicolás
Maduro delineano un’operazione che va ben oltre la dimensione militare o di
intelligence. Quella che gli Stati Uniti stanno presentando come un successo
strategico appare, a tutti gli effetti, come una svolta dirompente nel modo in
cui Washington sceglie di intervenire negli equilibri dell’America Latina.
Secondo le ricostruzioni di New York Times, CNN e Reuters, un’infiltrazione
della CIA ai vertici del governo venezuelano avrebbe permesso un monitoraggio
costante di Maduro nei giorni precedenti alla cattura, fino alla sua
localizzazione precisa. Un’operazione che avrebbe fatto ricorso anche a droni
stealth, e forse ad una rete di informatori locali.
Al centro di tutto, la decisione politica: l’autorizzazione concessa da Donald
Trump già lo scorso autunno a un approccio “più incisivo” segna un cambio di
passo netto nell’approccio di Washington all’America Latina. Non più solo
pressione diplomatica o le sanzioni economiche, ma la preparazione sistematica
di operazioni sul terreno.
L’episodio del drone armato utilizzato a dicembre contro un molo sospettato di
traffici di droga rafforza questa lettura. Non si tratta di azioni isolate, ma
di una campagna costruita nel tempo, frutto di mesi di pianificazione congiunta
tra CIA e forze armate. La cattura di Maduro appare così come l’esito finale di
una strategia già in atto, più che come un’improvvisazione dell’ultima ora.
Un ruolo significativo, nella dinamica dell’arresto di Maduro, potrebbe averlo
avuto la ricompensa da 50 milioni di dollari offerta da Washington. Se, come
ipotizzano ex funzionari, questo incentivo ha facilitato il reclutamento della
fonte interna, allora la vicenda solleva interrogativi profondi anche sulla
stabilità degli apparati statali venezuelani.
Dal punto di vista militare, l’attacco ha provocato violente esplosioni a
partire dalle 2 della notte ora locale (le 7 del mattino in Italia) a Caracas e
in altre aree del Venezuela, in particolare negli Stati di Miranda, Aragua e La
Guaira. Il governo ha confermato che diversi obiettivi militari sono stati
colpiti.
La conferma è arrivata anche da parte del presidente colombiano Gustavo Petro,
che ha diffuso un elenco dei siti interessati dai bombardamenti: nella capitale
figurano la sede del Parlamento e il Cuartel de la Montaña, che ospita il
mausoleo di Hugo Chávez, un luogo di forte valore simbolico. Secondo diverse
testimonianze, circolate anche sui social, sarebbero stati colpiti il Fuerte
Tiuna, principale complesso militare del Paese, e la base aerea di La Carlota,
situata nel centro di Caracas.
Prima che Trump annunciasse la cattura di Nicolás Maduro, lo stesso Petro aveva
inoltre comunicato l’attivazione di un piano di difesa militare a protezione del
palazzo presidenziale di Miraflores. Al di fuori della capitale, tra gli
obiettivi segnalati figurano la base dei caccia F-16 di Barquisimeto, la base di
elicotteri di Higuerote, l’aeroporto di El Hatillo e l’aeroporto privato di
Charallave, a sud di Caracas. Secondo quanto riportato dalla Cbs, l’operazione
che ha portato alla cattura di Maduro e della moglie sarebbe stata condotta
dalla Delta Force.
La posizione degli Stati Uniti
In una dichiarazione ufficiale, la Casa Bianca ha giustificato l’intervento
accusando il governo venezuelano di “gravi violazioni dei diritti umani,
narcotraffico e destabilizzazione regionale”. Nello specifico, i capi di
imputazione per Maduro, la moglie e – sembra – anche il figlio sono
“cospirazione narco-terrorista, cospirazione per l’importazione di cocaina,
possesso di mitragliatrici e strumenti di distruzione, cospirazione di possesso
di mitragliatrici e strumenti di distruzione contro gli Stati Uniti”, così come
illustrato dalla procuratrice generale degli Stati Uniti d’America Pam Biondi:
una serie di accuse che – attenzione – caratterizzano l’operazione come
giudiziaria, di polizia, più che militare. Il che, se fosse confermato, avrebbe
permesso a Donald Trump di autorizzarla senza autorizzazione del Congresso.
«Non si tratta di un’invasione, ma di un’operazione di giustizia
internazionale», ha infatti affermato, ad operazione ancora in atto, un alto
funzionario dell’amministrazione USA.
Venezuela nel caos?
A Caracas la situazione è ancora poco definibile. L’opposizione pressochè nulla
– così almeno appare – da parte dell’apparato militare e delle forze di Polizia
fa pensare che l’arresto (o forse il rapimento, viste le modalità) di Maduro
fosse in qualche modo concordato. Naturalmente subito si è fatta sentire la voce
dell’ opposizione: María Corina Machado, discusso premio nobel per la pace nel
2025, ha già dichiarato – come, appunto, opposizione – di “essere pronti a
prendere il potere”.
Ma non è per forza detto che le cose vadano così: dalle informazioni che
circolano, il governo venezuelano sarebbe ancora operante, e la vice presidente
Delsy Rodriguez, indicata in un primo momento in Russia, sarebbe ancora al suo
posto. Lo stesso Trump, in una dichiarazione, ha affermato “Vedremo se Machado
può governare”.
Di certo, con Maduro arrestato e il potere centrale vacillante, il Venezuela
entra in una fase di profonda incertezza. Resta da capire, oltre a chi assumerà
il controllo del Paese, quale sarà il ruolo delle forze armate e se la
popolazione, già stremata da anni di crisi economica, che tipo di reazione avrà.
Una cosa è certa: un’azione di questo tipo segnerebbe un punto di svolta storico
nei rapporti tra Stati Uniti e America Latina, con conseguenze destinate a farsi
sentire ben oltre i confini venezuelani.
Reazioni internazionali
La Russia e la Cina hanno condannato duramente l’azione statunitense,
definendola una “violazione flagrante della sovranità nazionale”. L’Unione
Europea, invece, mantiene una posizione prudente, chiedendo chiarimenti e
invocando una soluzione politica che eviti un’escalation armata. In America
Latina, i governi sono divisi: alcuni Paesi sostengono la necessità di un
cambiamento a Caracas, altri temono un pericoloso precedente che potrebbe
destabilizzare l’intera regione.
L’Italia si è espressa attraverso una dichiarazione della premier Meloni,
assolutamente in linea con le posizioni espresse fino ad oggi: «L’Italia», ha
detto, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una
transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del
regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme
ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto». «Coerentemente
con la storica posizione dell’Italia», però, «il Governo reputa che l’azione
militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi
totalitari».
Tuttavia, conclude Meloni, l’Italia «considera al contempo legittimo un
intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza,
come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico».
Insomma, non ci è piaciuto tanto il modo, ma gli Usa e Trump facciano, come
sempre, quel che vogliono.
Il vecchio e selvaggio West
Insomma, la vecchia strada — sempre foriera di interessanti possibilità, almeno
nell’immediato — del regime change, che offre la possibilità di regalare (a chi
ancora ci crede) una parvenza di legittimità a dinamiche di potere e brutalità.
La lotta al narcotraffico? Sì, forse, chi lo sa. Il “nemico numero uno” sembrava
essere il fentanyl, che dal Venezuela non passa.
La verità è semplice — e, appunto, brutale. A Caracas c’è tanto petrolio, di cui
la Cina si serve in gran quantità. Maduro era un bersaglio forse facile, di
sicuro a portata di mano, e utile da esibire come trofeo all’elettorato
trumpiano, molto meno soddisfatto dell’operato del suo presidente di quanto qui
in Europa si pensi.
E una parte (non tutto) di quell’elettorato sarà certamente soddisfatta: il
leader autocratico di un narco-Stato che esporta droga è una bella preda, no? Ma
non è questo il motivo che ha spinto Trump a ridicolizzare — ancora una volta —
il diritto internazionale.
C’è il petrolio, come detto, ma c’è anche una dichiarazione formale ed esplicita
di egemonia sul continente americano: storia vecchia, ma che da un po’ non
veniva ribadita con questa veemenza. Un metodo che non vale solo per il Nuovo
Mondo: lo abbiamo visto applicato con l’Iran, qualche settimana fa in Nigeria, e
mille altre volte.
A partire dai nativi nordamericani — i “pellerossa”, gli “indiani” — depredati
delle loro terre nel nome del progresso e della civilizzazione, senza alcun
rimpianto. Una logica da vecchio, selvaggio West che sembra essere diventata
regola della politica mondiale, ma solo se applicata dagli Stati Uniti e dai
loro alleati, amici o satelliti.
The post Venezuela, operazione militare Usa, Maduro prevelato e “portato via”:
Trump sceglie la vecchia strada del ‘regime change’ first appeared on Radio
Città Aperta.
Nelle scuole pubbliche statunitensi arrivano come materiale supplementare video
revisionisti dei conservatori giudaico-cristiani.
di Eugenio Fofi
Una delle azioni di propaganda che più ha fatto scalpore agli occhi del mondo è
stata la campagna di disinformazione che il governo israeliano ha pubblicizzato
su YouTube. Nei video si dipingeva come stato oppresso in lotta con i terroristi
e nonostante questo aiutava veramente la popolazione palestinese, consegnando
gli aiuti umanitari. Tutta questa disinformazione mentre era stata accusata di
genocidio ai danni dei gazawi e perpetrando l’apartheid in Cisgiordania.
Ma se questa propaganda vuole tamponare la situazione attuale, aggiungendo una
lista di informazioni false nel discorso generale, esiste un altro tipo di
propaganda che a lungo termine rischia di fare molti più danni. Quella
dell’insegnamento della revisione della storia e del presente. Quella che
raggiunge occhi e orecchie non sotto la forma di campagna pubblicitaria o di
notizia, ma come racconto, approfondimento, spiegazione o vera e propria lezione
scolastica.
Di questo tipo di propaganda si è affermato negli ultimi anni un campione, che è
arrivato anche in alcune scuole statunitensi: PragerU.
La Prager University Foundation, non è un’università, ma un’organizzazione no
profit che attraverso il suo sito internet e i suoi canali YouTube, ProgerU e
ProgerUkids, vuole spiegare e raccontare temi anche molto complicati come il
razzismo, la cultura di genere, l’economia, il cambiamento o la geopolitica e le
guerre. Ma vuole raccontare questi temi in modo semplice, ironico e veloce. Come
fa ad esempio nelle serie a cartoni per i bambini, che durano qualche minuto, o
nella serie chiamata appunto “five minute videos”.
All’interno del sito sono presenti interviste podcast ad alcuni grandi
conservatori odierni della politica americana e non, come: Viktor Orba, il primo
ministro ungherese; Tulsi Gabbard, 8a Direttrice dell’Intelligence Nazionale USA
nominata da Trump e Linda McMahon, Segretaria dell’Istruzione degli Stati Uniti
d’America, equivalente del Ministro dell’Istruzione italiano, conosciuta dagli
appassionati del wrestling americano per essere la moglie di Vincent McMahon,
proprietario della WWE in cui più volte fu ospitato a lottare quello che oggi
ricopre la più alta carica statunitense: Donald Trump.
Altro tipo di format presente sul sito di PragerU è “Respectfully Xavier” dove
Xavier DuRousseau affronta temi duri su politica e cultura pop con un punto di
vista da gen Z. Xavier è un volto noto per chi segue le vicende di Gaza, in
quanto è stato uno degli influencer inviati nei centri di raccolta degli aiuti
umanitari gestiti da Israele ad Agosto di quest’anno. Nei video si mostravano i
moltissimi aiuti umanitari fermi e si raccontava che la colpa del blocco era
delle Nazioni Unite e di Hamas (link all’articolo).
Nel sito si legge che la missione sia quella di “promuovere i valori americani
attraverso l’uso creativo di media digitali, tecnologia e edu-taiment”
letteralmente intrattenimento educativo. Il sito poi continua: “le persone che
visitano PragerU vogliono crescere intellettualmente, spiritualmente,
emotivamente e fisicamente. Qui ci sono contenuti gratuiti che aiutano le
persone di tutte le età a vivere e pensare meglio, sostenendo i valori
giudaico-cristiani.
Valori incarnati dai due fondatori di PragerU: Dennis Prager e Allen Estrin.
Prager, famoso per aver promosso la migrazione degli ebrei dall’Unione Sovietica
a Israele e tenuto trasmissioni radiofoniche e televisive con posizioni
conservatrici. Estri, dal canto suo ha prodotto film come Pocahontas II e
Israele in un’epoca di terrore.
Ma i valori di PragerU sono incarnati anche dai donatori che sostengono il sito
e il progetto. Tra questi troviamo i fratelli Dan e Farris Wilks, miliardari
petrolieri americani specializzati nel fracking, la tecnica di estrazione di
petrolio attraverso la rottura delle rocce con importanti impatti ambientali. A
finanziare economicamente PragerU c’è anche la Fondazione Lynde e Harry Bradley
uno dei più grandi fondi per i movimenti conservatori e tra gli altri, la
Fidelity Investments, fondo d’investimento finanziario che opera in ETF, servizi
finanziari e assicurazioni.
Il volti palesi e nascosti che formano PragerU sono quindi chiaramente di una
parte politica e con specifici interessi, anche economici dietro l’informazione
e l’educazione che i prodotti del sito vorrebbe fornire. All’interno solo della
sezione kids di PragerU c’è un vero e proprio palinsesto digitale che prende dai
0 ai 12 anni di età. Con programmi per l’infanzia che invitano a costruire con
carta colla e forbici il muro occidentale israeliano o l’iron dome, ma anche
cartoni animati per i più grandi dove si dice, ad esempio, che il sistema
sanitario pubblico del Canada non funziona, mentre quello privato statunitense
sì.
Nonostante l’evidente problema e le numerose critiche per la distorsione dei
dati e della storia che viene fatta sistematicamente sono già otto gli Stati
americani che hanno adottato i video di PragerU come materiale supplementare per
l’educazione nelle scuole pubbliche. Utilizzando le parole di Frierson un
professore intervistato dal South Caroline Daily Gazzette: “Io sono estremamente
preoccupato e disturbato dall’indottrinamento, e non userò altre aggettivi per
descriverlo. Controllatelo voi stessi”.
The post Propaganda e indottrinamento nelle scuole americane first appeared on
Radio Città Aperta.
Esperti delle Nazioni Unite denunciano possibili violazioni dei diritti umani e
l’uso di leggi antiterrorismo per reprimere il dissenso politico. Sotto accusa
il trattamento di otto detenuti di Palestine Action, in sciopero della fame per
protesta e alcuni dei quali in condizioni critiche.
di Giacomo Simoncelli
Una crisi umanitaria, legale e politica sta scuotendo il sistema carcerario
britannico. Un gruppo formato da cinque Relatori speciali delle Nazioni Unite e
un esperto indipendente ha espresso profonda preoccupazione per la sorte di otto
attivisti legati al gruppo Palestine Action, attualmente in sciopero della fame
nelle carceri del Regno Unito. Gli esperti avvertono che il trattamento
riservato ai detenuti solleva seri dubbi sulla conformità del paese alle leggi
internazionali sui diritti umani.
Gli attivisti sono in attesa di processo per reati contestati prima che
Palestine Action venisse messa al bando ai sensi della legislazione
antiterrorismo. Lo sciopero della fame, iniziato il 2 novembre, è stato
descritto dagli esperti ONU come “una misura di ultima istanza” adottata da chi
ritiene esauriti i canali per perorare la propria causa e proteggere il proprio
diritto alla protesta.
Accuse di negligenza medica e trattamenti degradanti
Il rapporto degli esperti ONU evidenzia episodi allarmanti. In un comunicato
stampa dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani vengono
indicati: “ritardi segnalati nell’accesso alle cure mediche, l’uso eccessivo di
misure di contenzione durante il ricovero ospedaliero, la negazione del contatto
con i familiari e con l’assistenza legale e la mancanza di una supervisione
medica indipendente e coerente, in particolare per i detenuti con gravi problemi
di salute preesistenti”.
“Lo Stato ha il dovere di cura verso chi porta avanti uno sciopero della fame,
un dovere che aumenta, non diminuisce, in queste circostanze”, hanno dichiarato
gli esperti. “Le morti prevenibili in custodia non sono mai accettabili”.
Rischi clinici irreversibili
Con l’ingresso nel secondo mese di sciopero, i medici avvertono che i detenuti
rischiano complicanze fatali, tra collasso sistemico degli organi, aritmie
cardiache, danni neurologici irreversibili, e la mancanza di un monitoraggio
medico indipendente e costante.
Gli esperti delle Nazioni Unite hanno esortato il Regno Unito a garantire cure
mediche appropriate, rispettando l’etica medica e l’autonomia individuale, e ad
avviare un dialogo significativo per affrontare le violazioni dei diritti alla
base della protesta, sia quelli dei detenuti sia quelli riguardanti
l’espressione del dissenso.
Il nodo politico: la legge antiterrorismo
Al centro della controversia c’è l’applicazione del Terrorism Act del 2000 ad
atti di protesta politica. Gli esperti ONU hanno espresso preoccupazione per
l’estensione della definizione di terrorismo nel Regno Unito, utilizzata per
criminalizzare il dissenso legato alla causa palestinese, senza che si
riscontrino i termini per i quali, secondo gli standard internazionali, si possa
davvero parlare di terrorismo.
Le famiglie dei detenuti hanno inviato, poco prima di Natale, una lettera al
Segretario alla Giustizia, David Lammy, chiedendo un incontro urgente. Finora,
il Ministero della Giustizia si è mostrato cauto: il timore del governo è che
un’apertura possa creare un precedente pericoloso, data l’enorme mole di
detenuti in attesa di giudizio a causa dell’arretrato nei tribunali britannici,
ma anche e soprattutto per il riconoscimento politico delle ragioni di Palestine
Action, dichiarata organizzazione terroristica.
The post Allarme ONU sul Regno Unito: “grave rischio per la vita dei detenuti di
Palestine Action in sciopero della fame” first appeared on Radio Città Aperta.
L’amministrazione Trump proibisce all’ex Commissario Thierry Breton e ad altre
quattro personalità europee di recarsi negli USA, accusandoli di aver colpito le
Big Tech americane. Dalle capitali europee affermano che difenderanno la propria
sovranità digitale, ma l’evento è più un sintomo della competizione tra le due
sponde dell’Atlantico, che è ormai una frattura irreparabile.
di Giacomo Simoncelli
Una mossa diplomatica senza precedenti ha fatto precipitare i rapporti tra le
due sponde dell’Atlantico ai minimi storici. Gli Stati Uniti hanno annunciato
ufficialmente il divieto di ingresso sul territorio nazionale per cinque
personalità europee, che sono impegnate in quella che è definita “lotta alla
disinformazione” e nella regolamentazione dei giganti del web nel Vecchio
Continente. Uno di questi cinque, però, è una figura di spicco dei vertici di
Bruxelles: l’ex Commissario UE per il Mercato Interno, il francese Thierry
Breton, considerato l’architetto del Digital Services Act (DSA).
Insieme a Breton, sono stati colpiti dai provvedimenti restrittivi anche i
vertici di organizzazioni non profit come HateAid (Anna-Lena von Hodenberg e
Josephine Ballon) e il Center for Countering Digital Hate (Imran Ahmed), attivi
nel contrasto ai discorsi d’odio online.
La decisione è stata motivata con durezza dal segretario di Stato americano
Marco Rubio. Secondo Rubio, i cinque colpiti dal provvedimento avrebbero
condotto “azioni concertate per costringere le piattaforme americane a
sanzionare le opinioni alle quali si oppongono”. La scusa di Washington serve in
realtà a coprire la ritorsione per le indagini e le multe comminate da Bruxelles
ai colossi del digitale stelle-e-strisce (poche settimane fa, 120 milioni
richiesti a X, proprio in virtù del DSA).
Non si è fatta attendere la risposta di Breton, che su X ha scritto: “È tornata
la caccia alle streghe di McCarthy?”. L’ex Commissario ha ricordato come le
leggi europee siano state approvate democraticamente dal 90% del Parlamento
Europeo e dai 27 Stati membri. Il presidente francese Emmanuel Macron ha
denunciato con forza l’accaduto, parlando di “misure di intimidazione e
coercizione nei confronti della sovranità digitale europea”.
Dallo stesso tenore le dichiarazioni della Presidente della Commissione, Ursula
von der Leyen: “La libertà di parola è il fondamento della nostra forte e
vibrante democrazia europea. Ne siamo orgogliosi. La proteggeremo”. Anche la
Presidente dell’Eurocamera, Roberta Metsola, ha chiesto la revoca immediata
delle sanzioni, mentre i ministri degli Esteri di Germania e Spagna hanno
parlato di “dialogo transatlantico” e di “misura inaccettabile tra partner e
alleati”.
Colpire Breton oggi appare quasi come un gesto simbolico e tardivo: l’ex
ministro francese si è infatti già dimesso nel settembre 2024. Il potere
regolatorio è ora nelle mani della nuova Commissione, che sta lavorando al
Digital Omnibus (un pacchetto di razionalizzazione delle norme) e al futuro
Cloud and AI and Development Act. Per alcuni commentatori, il risultato potrebbe
essere quello di irrigidire, piuttosto che ammorbidire gli europei nella stesura
di questi provvedimenti.
Ma quello che davvero sfugge al più degli analisti che discutono la vicenda sui
maggiori media, è che non ci troviamo più di fronte alla dinamica di “partner e
alleati”. La faglia apertasi tra USA e UE esprime una fase storica nuova, di un
mondo multipolare in cui la Casa Bianca e Palazzo Berlaymont sono in
competizione.
Trump ha deciso di aumentare ancora la pressione, e la Commissione potrebbe
voler trasformare un confronto “tecnico” in una contrapposizione identitaria tra
il modello di regolazione europeo e quello americano. È, insomma, lo scontro tra
due modelli divergenti, ma in nessuno dei due la “libera informazione” avrà
davvero posto: sarà la prima vittima di questa tendenza alla guerra.
The post Sanzioni a un ex Commissario Europeo. È scontro tra USA e UE sulle
piattaforme digitali first appeared on Radio Città Aperta.
Dall’inchiesta coordinata da Voxeurop emerge un paradosso orwelliano: grazie a
un’intensa attività di lobbying e alla spinta della Commissione UE, l’industria
bellica è entrata a pieno titolo nei portafogli ESG. E il “risparmio etico”
finisce col finanziare il genocidio a Gaza.
di Giacomo Simoncelli
“La guerra è pace”: lo slogan orwelliano è diventato una strategia finanziaria
nei corridoi di Bruxelles. E la Commissione europea, a braccetto con l’industria
della difesa, è riuscita a trasformare mitraglie, droni, bombe e carri armati in
attività “sostenibili”. Attraverso un’attenta attività di lobbying e con il
sostegno dei vertici europei, negli ultimi anni il mercato degli investimenti
ESG (Environmental, Social, and Governance) si è aperto alla produzione di
armamenti. Così, un fiume di denaro destinato alla transizione ecologica e alla
risoluzione di problemi sociali è stato deviato verso la realizzazione di
strumenti di morte.
Sono queste le conclusioni che devono essere tratte da un’inchiesta di Giorgio
Michalopoulos e Stefano Valentino, coordinata da Voxeurop grazie anche a
contributi di El País (Spagna), IrpiMedia (Italia) e Mediapart (Francia), e a
una sovvenzione del fondo Investigative Journalism for Europe (IJ4EU). I dati
ricostruiti dai giornalisti sono impressionati. In soli quattro anni, gli
investimenti classificati come “sostenibili” finiti nell’industria bellica sono
più che triplicati, passando da 14,5 miliardi di euro nel 2021 a quasi 50
miliardi nel 2025.
La metà di questi soldi sono finiti nelle tasche di 27 compagnie del complesso
militare-industriale europeo. In testa c’è la francese Safran, con 5,6 miliardi
di euro, mentre, ad esempio, sia Rheinmetall sia Airbus si sono spartiti intorno
ai 4 miliardi. Nella lista sono presenti anche le italiane Leonardo e
Fincantieri, rispettivamente con 788 milioni e 111 milioni. I giornalisti si
concentrano proprio sulle realtà del Vecchio Continente, perché i documenti
raccolti rivelano come la Commissione Europea abbia attivamente favorito la
trasformazione delle armi in investimenti “verdi”, usando anche metodi poco
trasparenti verso chi ha sollevato critiche.
Come ha spiegato Nicola Koch, dell’ONG Sustainable Finance Observatory, “i
produttori di armi non possono rientrare nella definizione di investimenti
sostenibili perché la funzione ultima dei loro prodotti è quella di ferire,
distruggere o uccidere, provocando così impatti negativi sulla vita umana e
sugli ecosistemi che non sono in linea con i principi dello sviluppo
sostenibile”. Semplice, lineare, inattaccabile. Per ribaltare questa realtà
incontrovertibile, la Commissione ha sfruttato le maglie del regolamento SFDR
(Sustainable Finance Disclosure Regulation).
La logica adottata da Bruxelles è riassunta nello slogan: “non c’è sostenibilità
senza sicurezza”. Una formula piuttosto generica, che varrebbe anche nel caso in
cui venisse ribaltato l’ordine degli addendi, e in cui la sicurezza è
considerata unicamente come difesa armata (che le minacce siano reali o anche
solo propagandate). Ma tant’è bastato per far passare abbastanza velocemente
l’idea che l’industria degli armamenti fosse a pieno titolo una produzione
“sostenibile”.
Il cambio di paradigma non è avvenuto senza resistenze, ma le voci critiche
sembrano essere state sistematicamente ignorate, se non addirittura silenziate.
Emblematico è il caso di Tommy Piemonte, manager della banca tedesca Pax-Bank
für Kirche und Caritas – “Banca della pace per la chiesa e la carità” –, espulso
dal Forum organizzato dalla Commissione nel novembre 2024 intitolato “Investire
nella difesa e nella sicurezza dell’Ue: una nuova priorità politica”.
Piemonte, che partecipava alla riunione online e rappresentava anche
l’associazione per lo sviluppo sostenibile Shareholders for Change (“Azionisti
per il cambiamento”), aveva chiesto come mai si lavorasse così alacramente per
far etichettare l’industria delle armi come sostenibile. Dopo aver chiesto
risposte alle sue domande, per quanto fossero critiche, è stato cacciato senza
preavviso. “Sei stato allontanato perché stavi disturbando la riunione”, gli
hanno spiegato via mail gli organizzatori.
Questo non è un caso eccezionale. Documenti interni rivelano che dal 2021 l’ASD,
l’Associazione europea delle industrie della difesa, ha lavorato incessantemente
per eliminare lo stigma finanziario sulle armi, e una sponda fertile in questo
processo è stata trovata nei commissari UE. Insomma, il Green Deal si stava già
trasformando in riarmo. Con l’avvio delle operazioni militari russe in Ucraina
questa tendenza si è rafforzata velocemente, fino alla più recente novità: sotto
l’etichetta ESG, da fine novembre, sono considerate anche armi incendiarie,
munizioni all’uranio impoverito e persino armi nucleari.
Non deve sorprendere che strumenti che possono letteralmente radere al suolo un
ambiente vengano considerati “sostenibili” se si pensa che la principale società
bellica israeliana, la Elbit Systems, è riuscita ad accaparrarsi finanziamenti
ESG. Nel 2025, ben 25 fondi verdi hanno investito 23 milioni di euro nella
società, il cui valore in borsa è raddoppiato dall’ottobre 2023. E così potrebbe
accadere che i risparmiatori europei si ritrovino a finanziare un genocidio
mentre investono in fondi che si fregiano di lavorare per il rispetto dei
diritti umani.
Con questa inchiesta, si rivela come la UE sia ormai pienamente un’istituzione
da 1984, il libro di Orwell, per la quale il riarmo è l’unica verità, l’uranio
impoverito è sostenibile, e la pulizia etnica può diventare una scelta etica.
The post La guerra diventa “green”: 50 miliardi di fondi sostenibili finiti in
carri armati e droni first appeared on Radio Città Aperta.
Intervista shock del presidente della BDI, Peter Leibinger, alla Süddeutsche
Zeitung: non è una fase ciclica, quello che si rischia è “la
deindustrializzazione irreversibile”. Gli industriali tedeschi mettono sotto
accusa la concorrenza cinese, i costi energetici e la burocrazia che vanifica
gli investimenti del governo.
di Giacomo Simoncelli
“È la crisi più profonda dal 1949”. Non usa giri di parole Peter Leibinger,
presidente della BDI (la Confindustria tedesca), per descrivere lo stato di
salute della prima economia d’Europa. In una lunga e preoccupata intervista
concessa alla Süddeutsche Zeitung, il numero uno degli industriali tedeschi
traccia un quadro tragico per il proprio paese, che si trova di fronte a una
crisi che non è più ciclica, ma segnala invece un cedimento strutturale che
rischia di diventare irreversibile.
I numeri del declino
Le cifre sembrano dare ragione a Leibinger. La crescita economica della Germania
è inchiodata: il Consiglio degli esperti economici stima una chiusura d’anno con
un PIL tra lo 0 e il +0,1%. Ancora più allarmante è la situazione del mercato
del lavoro: i disoccupati hanno raggiunto quota tre milioni (tasso al 6,3%), con
il solo settore manifatturiero che ha perso oltre 500 mila posti dai picchi
pre-Covid.
Le aziende sono profondamente deluse e il timore concreto è quello di una
“deindustrializzazione irreversibile”: costi energetici alle stelle dopo
l’abbandono del gas russo, e un regime fiscale poco favorevole sta spingendo
sempre più imprese a fare quello che siamo abituati a vedere da decenni:
delocalizzare e tagliare gli investimenti. La differenza è che oggi il modello
mercantilista è arrivato al capolinea, e la UE deve trovare il modo di
riattivare il proprio manifatturiero per competete con grandi attori globali in
uno scenario di maggiore frammentazione del mercato mondiale.
La Cina e il ‘furto’ del modello tedesco
Leibinger accusa la Cina, perché avrebbe “copiato il nostro modello”. In
sostanza, da Berlino vogliono accusare il Dragone di aver sviluppato una propria
industria, invece di aver continuato ad essere dipendente dall’estero. Per
vent’anni, la Germania ha creduto in una divisione del lavoro immutabile: il
paese europeo forniva tecnologia e macchinari, Pechino metteva manodopera e
mercato di massa.
Oggi la Cina non ha più bisogno dei macchinari tedeschi, perché se li produce e
li vende pure, diventando un concorrente diretto nei settori ad alto valore
aggiunto, come la chimica, i macchinari industriali e le frontiere
dell’automotive. Proprio le vetture sono il simbolo di questo declino: colossi
come Volkswagen, in ritardo sull’innovazione digitale e sulle batterie, sono
costretti a piani di ristrutturazione impensabili fino a pochi anni fa per
fronteggiare la concorrenza cinese.
La revisione degli obiettivi europei sulle emissioni
Proprio sulla spina dorsale dell’industria europea, l’automotive, la Commissione
UE ha deciso di fare un passo indietro sugli obiettivi di emissione. Queste non
dovranno essere abbattute, entro il 2035, del 100%, ma del 90%. Il margine del
10%, che potrà essere sfruttato con la commercializzazione di veicoli con motore
a combustione interna così come di quelli mild hybrid, plug-in e range extender,
può sembrare poco, ma non lo è. Il Commissario ai Trasporti Apostolos
Tzitzikōstas ha ammesso che questa flessibilità si tradurrà nel mantenimento del
30-35% di auto non completamente elettriche.
Questo margine sulle emissioni dovrà essere compensato in sostanza in due modi:
i costruttori dovranno utilizzare acciaio a basso contenuto di carbonio prodotto
rigorosamente nell’UE, o dovranno sfornare veicoli alimentati da carburanti
sostenibili (biocarburanti e sintetici). Questa mossa rivela il vero intento
politico del pacchetto annunciato da Bruxelles: creare un mercato protetto per
alcune produzioni europeo, e soprattutto l’acciaio, obbligando le filiere a
integrarsi nel perimetro del Made in UE.
Riattivare il complesso industriale civile in favore di quello militare
Se il cambio dei target sulle emissioni di certo non aiuterà l’ambiente, in
realtà non darà una grande mano nemmeno all’automotive. Nel settore, i
produttori europei hanno perso il treno dell’innovazione tempo fa, e una
revisione del genere può servire soltanto a farli sopravvivere su segmenti
commerciali che dovrebbero diventare presto obsoleti. In compenso, essi
potrebbero diventare la sponda migliore per il rinnovamento del complesso
militare-industriale europeo, che avrà certamente grande bisogno di acciaio, ad
esempio.
Non è un caso che delle promesse e degli stanziamenti del cancelliere Merz per
ora si siano largamente avvantaggiate società degli armamenti come Rheinmetall o
Hensoldt. E ugualmente non è un caso che Volkswagen e Renault, nell’ultimo anno,
abbiano annunciato di essere pronte a convertire alcune loro produzioni verso un
indirizzo militare. La classe dirigente europea vuole, insomma, uscire dalla
crisi col riarmo. Abbiamo purtroppo già visto lo scorso secolo, nelle due
tragiche carneficine mondiali, dove porta questo tipo di politiche.
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modello economico europeo è fallito first appeared on Radio Città Aperta.
Insieme ad altri otto media europei, la rivista francese Mediapart ha rivelato
che, negli ultimi 15 anni, un dipartimento israeliano finalizzato alla “guerra
legale” ha influenzato procedimenti giudiziari in vari paesi, e ha anche
ritardato le indagini della Corte Penale Internazionale. Un danno profondo al
diritto internazionale, ma anche un’ingerenza che, nel caso di Israele, sembra
non turbare i governanti europei.
di Giacomo Simoncelli
A partire da una fuga di notizie quantificate in oltre due milioni di mail del
Ministero della Giustizia israeliano, la rivista indipendente francese Mediapart
e altri otto media europei, in coordinamento attraverso la rete European
Investigative Collaborations (EIC), hanno svelato le iniziative che il governo
di Tel Aviv ha messo in atto per anni, con lo scopo di evitare incriminazioni o
di sostenere atti che favorivano la perpetuazione delle violazioni del diritto
internazionale.
I documenti coprono un arco temporale che va dal 2009 al 2023 (dunque un periodo
che racconta una storia ben precedente al 7 ottobre 2023) e svelano l’esistenza
di una vera e propria “guerra legale” combattuta da Israele per proteggere i
propri leader politici e militari da qualsiasi procedimento giudiziario
all’estero.
Tutto ha inizio nel 2009, con il ritorno al potere di Benjamin Netanyahu e la
sua agenda di espansione coloniale in Cisgiordania. Consapevole che tali
politiche avrebbero esposto Israele ai rischi insiti nella giurisdizione
universale – il principio che permette ai tribunali stranieri di giudicare
crimini gravi commessi anche all’estero – il governo ha deciso di correre ai
ripari. Nel 2010 viene istituito il dipartimento agli “affari speciali”, guidato
da ex giuristi militari.
Una delle funzioni primarie del dipartimento è stata quella di agire come un
radar preventivo. I documenti rivelano come l’unità abbia valutato
sistematicamente i rischi di arresto per funzionari civili e militari in viaggio
verso l’Europa. In numerose occasioni, personalità politiche di primo piano sono
state costrette ad annullare le loro visite nel Vecchio Continente per evitare
la notifica di mandati d’arresto o interrogatori per crimini di guerra.
Ma la strategia non è stata solo difensiva. In un documento classificato del
2020, il dipartimento rivendica che, grazie al suo operato, si sono evitati vari
procedimenti, e si è ottenuta l’archiviazione di decine di casi penali e civili
in tutto il mondo. Un lavoro svolto quasi interamente nell’ombra, esercitando
pressioni sulle giurisdizioni occidentali affinché facessero cadere le accuse
contro aziende fornitrici dell’esercito o ufficiali coinvolti in operazioni
militari.
Mediapart riporta alcuni casi. Quello olandese è sicuramente esemplificativo
della capacità di quegli uffici di manipolare i procedimenti giudiziari. Uno dei
cani addestrati che l’azienda Four Winds forniva all’esercito israeliano attaccò
un palestinese di appena 16 anni nel 2014. L’avvocata della vittima, Liesbeth
Zegveld, fece causa all’azienda chiedendo un risarcimento e il blocco delle
esportazioni di cani verso Israele.
Per evitare un precedente pericoloso, il Ministero della Giustizia israeliano
assunse segretamente un avvocato olandese, Robbert de Bree, incaricandolo di
difendere l’azienda ma di fatto tutelando gli interessi dello Stato sionista.
L’avvocata del ragazzo, credendo di negoziare con la società privata, accettò il
ritiro delle accuse per un risarcimento di 20.000 euro. Ciò che ignorava è che i
soldi non provenivano dall’azienda, ma direttamente dalle casse del governo
israeliano, versati in segreto per chiudere il caso senza imporre il divieto di
esportazione.
Il caso che però suscita maggiore attenzione è di certo quello riguardante la
Corte Penale Internazionale dell’Aja, anche per la recente conferma del mandato
di cattura nei confronti di Netanyahu. Anche in questo caso, la vicenda risale a
oltre quindici anni fa. Dopo l’operazione “Piombo Fuso” (2008-2009), l’Autorità
Palestinese aveva richiesto l’intervento della Corte. La reazione di Israele è
stata un mix di diplomazia segreta e ostruzionismo.
I report annuali del dipartimento vantano di aver “identificato i centri di
potere all’interno dell’ufficio del procuratore” e tessuto legami con figure
chiave, permettendo a Israele di aprire un “dialogo discreto” con l’Aia. Il
risultato? Sebbene la CPI abbia infine aperto un’inchiesta nel 2021, Israele è
riuscito a ritardare questa decisione di un decennio. “Abbiamo trasformato in
modo irrevocabile il modo in cui Israele gestisce le sfide della guerra legale”,
si legge nei documenti interni.
Mentre le autorità israeliane si trincerano dietro il silenzio – rifiutando di
rispondere alle domande del consorzio investigativo – in patria vige la censura:
una legge vieta ai media nazionali di divulgare il contenuto di questa massiccia
fuga di notizie, lasciando ai soli osservatori internazionali il compito di
svelare l’architettura dell’impunità israeliana.
Ma Israele questa impunità ha evidentemente elaborato strategie e strumenti per
imporla di fronte a tutto il consesso internazionale. Se lì è proibito parlare
di queste informazioni, alle nostre latitudini invece questi eventi dovrebbero
portare a sollevarsi una domanda chiara: fino a che livello si può permettere a
uno stato straniero di interferire con uno dei poteri fondativi delle democrazie
che tanto vengono difese, almeno a parole, dalla classe dirigente europea? E
fino a che punto si può permettere a Israele di violare il diritto
internazionale, e anche di sviluppare una strategia di lungo periodo per
impedire che i suoi crimini vengano portati in un tribunale?
The post Il dipartimento israeliano della “guerra legale”. Mediapart svela le
ingerenze di Tel Aviv nella giustizia internazionale first appeared on Radio
Città Aperta.