Se prendi il treno pomeridiano da Sarajevo, troppo tardi per ammirare il
paesaggio, e arrivi una sera di novembre a Mostar, se esci dalla stazione
annerita, la lasci alle spalle scura e umida e vai verso il centro per una
strada semideserta – bar chiusi o in chiusura, piccoli capannelli di tifosi da
schermo, studenti che tornano a casa – passi un ponte, ne passi un altro, e,
proprio perché è novembre, puoi lasciare la valigia in una locanda: un posto
vicino al ponte di Mostar, proprio lui, il simbolo del villaggio.
Tag - viaggio
P arto dichiarando un’intenzione: voglio scrivere a proposito del saggio come
genere letterario. So che non sarò esaustivo, perché l’oggetto stesso me lo
vieta: il saggio esiste nella sua resistenza alle definizioni definitive. Tiene
sempre aperta la possibilità di scartare rispetto a ogni classificazione. Senza
questa libertà di movimento verrebbe meno la fedeltà al nome con cui lo battezzò
Montaigne: essai, cioè prova, esperimento. Pertanto, su di esso si possono fare
solo ricognizioni che accettino in partenza di essere parziali. Si possono fare
solo dei tentativi. Non è, quindi, solo per gusto delle strutture ricorsive che
si può affermare che parlando di forme del saggio è inevitabile mantenere un
atteggiamento saggistico.
Ciò implica che non posso premettere (o promettere) molto su ciò che seguirà:
non so dove arriverò, ma solo da dove parto. Tanto vale, dunque, usare queste
righe introduttive per esplicitare il punto di partenza, che consiste
essenzialmente in una cartella sul mio computer dove ho salvato un gran numero
di appunti presi nelle settimane scorse per preparare questo articolo. Sono per
lo più citazioni tratte da autori che hanno affrontato il mio stesso problema,
cioè che hanno ragionato in chiave teorica del saggio. Inoltre, sulla mia
scrivania, accanto al pc, ci sono tre libri: tre saggi, che ho scelto (in base a
criteri arbitrari su cui tornerò più avanti) da usare come campione per provare
a dare un po’ di sostanza alla riflessione teorica. Sulle loro pagine mi sono
segnato i brani che mi potranno tornare utili per questo pezzo. Il mio piano è
quello di assemblare insieme questi appunti e queste citazioni attraverso un
ragionamento che tenga tutto assieme, per creare qualcosa che non sarà
certamente esauriente, ma che abbia un senso. Cioè che non dica tutto sul
saggio, ma che dica comunque qualcosa.
E il primo pezzo che riprendo dalla mia cartella degli appunti per provare a
montare questo qualcosa è una citazione di Jean Starobinsky: “il saggio è il
genere letterario più libero che ci sia”. Mi sembra sia questo concetto il primo
punto da mettere in chiaro parlando di saggistica: non esistono generi letterari
che hanno lo stesso grado di libertà. La narrativa ha le sue strutture, le sue
regole profonde, che uno scrittore può anche sovvertire dall’interno o rompere
platealmente, ma con cui non può non confrontarsi nel momento in cui si dedica a
qualcosa che possa essere riconosciuto come una narrazione. Per questo può
esistere la narratologia, una disciplina che studia quelle regole, mentre è
difficile immaginare l’esistenza di una “saggiologia” che descriva una
grammatica fondamentale degli essais.
Il punto della libertà è determinante per risolvere una certa ambiguità
dell’italiano e distinguere il saggio letterario (uso questa formula per
indicare “il saggio come genere letterario”) da altre forme che nel linguaggio
corrente sono ugualmente chiamate “saggi”, ma che nei fatti sono cose molto
diverse e per certi versi opposte: lo scritto accademico e il testo divulgativo.
La scrittura accademica è evidentemente caratterizzata dall’obbligo di
rispettare rigidi protocolli, dunque non essendo libera non può essere
considerata saggistica. Nonostante l’essai possa occuparsi degli stessi oggetti
di cui si occupa la ricerca accademica o anche includerla tra le sue fonti, il
saggio continuerà a distinguersi nettamente dalla scrittura accademica per il
rifiuto di qualunque metodologia che lo riconduca alle prescrizioni e ai confini
di una specifica disciplina, procedendo, come scriveva Adorno in Il saggio come
forma, “con metodica non metodicità”. L’approccio del saggista rispetto al
sapere accademico è ben sintetizzato da Geoff Dyer che nell’introduzione della
raccolta Il sesso nelle camere d’albergo: saggi (1989-2010) (2014) scrive
appunto come “parte cruciale di una vita simile sta nel bighellonare, senza la
minima intenzione di entrarci, fuori dall’accademia, non intralciato da
specializzazioni (ovviamente) e dai rigori del metodo imposto”.
> Il punto della libertà è determinante per risolvere una certa ambiguità
> dell’italiano e distinguere il saggio letterario (“il saggio come genere
> letterario”) da altre forme ugualmente chiamate “saggi”, ma che nei fatti sono
> cose molto diverse e per certi versi opposte: lo scritto accademico e il testo
> divulgativo.
Anche la divulgazione non è saggistica, perché la libertà del saggio implica
l’incertezza: non si conosce a priori dove si arriverà. In questo senso ogni
saggio potrebbe essere descritto come una “avventura conoscitiva”. Tale
componente avventurosa non è presente nella divulgazione, che sa benissimo, nel
momento in cui si mette in moto, dove arriverà, poiché parte da un insieme di
conoscenze già date e fissate e il suo scopo principale è quella di adattarle o
tradurle, o se vogliamo, impacchettarle (in fondo la divulgazione altro non è
che una arte del packaging), per renderle comprensibili a un pubblico di
riferimento. Poi, certamente, la divulgazione mantiene un certo grado di
libertà, dato che una stessa cosa può essere spiegata in maniere diverse. Ma si
tratta di una libertà relativa considerando che si limita al poter scegliere la
strada per arrivare a una destinazione già stabilita e soprattutto che la
riuscita o meno del viaggio si giudicherà secondo criteri di efficienza (con
quanta più efficacia – in maniera più chiara, più esaustiva, più coinvolgente –
il testo divulgativo riesce a consegnare ai suoi lettori le nozioni che si
proponeva di portargli, tanto meglio avrà fatto oggettivamente il proprio
lavoro), il che lascia poco spazio alla possibilità di, come direbbe Dyer,
bighellonare.
Libertà saggistica significa, dunque, mancanza di vincoli esterni che orientino,
nella forma o nel contenuto, la scrittura. Ciò significa che la scrittura deve
orientarsi da sé. Il saggista non ricevendo delle regole a priori, si trova
nella situazione di doversele creare da capo ogni volta. Il che rende un saggio,
preso dal lato di chi lo scrive, qualcosa di simile a un gioco, se con gioco si
intende un’attività regolata, ma le cui regole sono non necessarie.
L’accostamento tra saggio e gioco non è nuova: già Adorno scriveva che “gioia e
gioco sono per il saggio essenziali”. Mentre la studiosa di letteratura Marine
Aubry-Morici in Dico a te, lettore (2023) – uno studio sulla forma del saggio
narrativo contemporaneo – fin dalla prefazione scrive che “il saggismo è una
disposizione d’animo e un atteggiamento” e che questo atteggiamento, tra le
altre cose, comporta che “il narratore-saggista veda il mondo come un terreno di
gioco”.
Ogni saggio è una partita a un gioco che è lo stesso saggista a inventarsi. La
libertà del saggista si manifesta prima di tutto nella possibilità di tracciare
il campo e delineare le regole che seguirà al suo interno. Da qui la forte
ricorrenza negli essais di ciò che Aubry-Morici chiama “modalità metadiscorsiva”
e che inserisce tra i “crismi principali” della scrittura saggistica. Il saggio
porta spesso avanti un metadiscorso su sé stesso, perché deve elaborare le
proprie regole, le deve chiarire con sé stesso e presentarle al lettore;
talvolta le riprende in corso d’opera per rivederle, ricontrattarle,
modificarle. In questo modo il saggio diviene, come scriveva Adorno, immune al
rischio di “procedere alla cieca, da automa”, perché “deve a ogni istante
riflettere su se stesso”.
Questi momenti metadiscorsivi, in cui il saggio riflette su sé stesso e così
facendo si dà una forma, possono essere più o meno espliciti: dipende da quanto
lo scrittore decida di lasciare visibili le impalcature che circondando la
costruzione. Del resto, tenere le porte aperte sul retrobottega, mostrare il
lavoro che dà origine alla scrittura, è perfettamente coerente con la natura del
saggio, che spesso trova nella storia del suo stesso formarsi la propria trama
nascosta (ma spesso neppure tanto nascosta). Perché l’essai non è solo pensiero,
ma anche messa in scena di come il pensiero funziona. Adorno parla in termini di
“teatro dell’esperienza intellettuale”, mentre Marc Angenot, in La parole
pamphlétaire (1982), sintetizza la peculiarità dello stile saggistico parlando
della registrazione di “un pensiero nell’atto del suo formarsi”. Il saggio,
dunque, si fa narrazione che segue passo passo le tappe di una riflessione, non
seguendo un percorso lineare, ma piuttosto riproducendo l’andamento caotico del
pensiero, compresi i salti logici, gli errori, le false piste, le correzioni in
corsa.
Ogni saggio ha un tema, cioè un proprio oggetto (un’opera d’arte, un libro, un
luogo, un evento storico, una persona, un concetto, un’esperienza o qualunque
altra cosa possa essere appunto tematizzato), ma ciò che il saggio racconta
davvero non è quell’oggetto in sé (per cui l’atteggiamento saggistico –
fondamentalmente scettico – è quasi sempre disposto ad accettarne la non
conoscibilità assoluta), quanto il rapporto che si instaura tra esso e il
soggetto che scrive: come l’oggetto entri nei pensieri dell’autore e come quei
pensieri si trasformino in scrittura.
Sebbene, dunque, il saggio sia un genere letterario che mette il fine
conoscitivo al primo posto (scrive Aubry-Morici che “per il narratore-saggista
la funzione conoscitiva della letteratura prevale su tutte le altre
dimensioni”), per conoscere adotta una strategia del tutto peculiare: le cose
non si conoscono direttamente, ma attraverso le reazioni (e la registrazione di
tali reazioni) di un io particolare a esse. È qui che sta la natura di
“esperimento” dell’essai. Considerazioni simili attraversano la storia delle
riflessioni sul genere. Ad esempio annotava Max Bense in Sulla prosa del saggio:
“È qui che un saggio si distingue da un trattato. Scrive con lo stile tipico del
saggio colui che compone sperimentalmente, volta e rivolta il suo oggetto, lo
interroga, lo palpa, lo esamina, lo penetra con la riflessione; colui che lo
affronta da angolature diverse, raccoglie entro la propria vista spirituale ciò
che vede e traduce in parole quanto l’oggetto mostra di sé nelle condizioni
create dalla scrittura”. Mentre Alfonso Berardinelli, in un altro libro
importante di studio teorico del genere come La forma del saggio (2002), scrive:
“Il tema di un saggio più che essere un oggetto è un rapporto: cioè il rapporto
in atto fra quello stesso oggetto di conoscenza e di riflessione e un soggetto
pensante con il suo particolare punto di vista e la sua particolare esperienza”.
> Sebbene, dunque, il saggio sia un genere letterario che mette il fine
> conoscitivo al primo posto, per conoscere adotta una strategia del tutto
> peculiare: le cose non si conoscono direttamente, ma attraverso le reazioni (e
> la registrazione di tali reazioni) di un io particolare a esse.
Qui chiudiamo il cerchio e torniamo al punto della libertà del saggio. Poiché se
il fine dell’essai è conoscere qualcosa attraverso lo specifico rapporto che si
va costruendo tra oggetto e un certo soggetto, è chiaro che quel rapporto non
può essere determinato o vincolato da regole esterne. Si può dire che nel saggio
libertà e autoriflessività (o metadiscorsività, che dir si voglia) siano due
facce della stessa medaglia: la libertà spinge il saggio a essere autoriflessivo
per elaborare quelle forme che necessariamente deve crearsi da sé; d’altra parte
l’autoriflessività alimenta e permette la libertà del saggio perché gli consente
di autoplasmarsi.
Ma, arrivati a questo punto, credo che sia arrivato il momento di mettere da
parte la teoria e iniziare a indicare esempi significativi di scrittura
saggistica in cui questa tendenza alla autoriflessività si manifesta. Nella fase
in cui progettavo questo articolo la mia prima preoccupazione era quella di
limitare il campione dei testi da prendere in considerazione. Ho deciso quasi
subito che i libri sarebbero stati tre, che mi pare un numero più che adeguato
per un semplice articolo che, temo, diventerà comunque troppo lungo. Sul
criterio con cui scegliere questi tre saggi sono stato a lungo incerto, sapendo
che sarebbe stato per forza di cose arbitrario, ma non volendo che fosse pure
totalmente casuale.
Alla fine mi sono deciso per tre saggi che si articolano intorno a racconti di
viaggi. Perché mi sembra che il viaggio sia una situazione che mette
particolarmente in rilievo le modalità con cui opera la scrittura saggistica.
Scrivevo poco sopra come il vero contenuto di un saggio sia il racconto del
rapporto che va creandosi tra un soggetto che scrive e un oggetto con cui viene
in contatto: il viaggio è precisamente il momento in cui il soggetto entra in
contatto con qualcosa di nuovo e deve iniziare a crearci un rapporto, quello in
cui si può manifestare l’ignoto e l’inatteso su cui il saggista è chiamato a
esercitare la propria arte, esplorandolo con il pensiero e con la scrittura.
Inoltre il racconto saggistico di viaggio fa emergere la differenza tra il
saggio e forme con cui si potrebbe superficialmente confonderlo, come i racconti
di viaggio con intenti divulgativi (o addirittura da guida turistica). In questi
ultimi tutto ruota attorno al fine informativo (far arrivare una serie di
nozioni il più possibile utili e complete sul luogo visitato) che nel saggio è
assente, o per lo meno non è primaria. Anche in un essai, ovviamente, possono
essere presenti informazioni dettagliate sui luoghi, ma non sono il fine, semmai
sono solo uno degli ingredienti con cui il saggista va costruendo quella
relazione con il luogo dal quale potrà emergere un altro tipo di conoscenza,
contemporaneamente più parziale e più profonda, che è il suo vero scopo.
> Il viaggio è precisamente il momento in cui il soggetto entra in contatto con
> qualcosa di nuovo e deve iniziare a crearci un rapporto, quello in cui si può
> manifestare l’ignoto e l’inatteso su cui il saggista è chiamato a esercitare
> la propria arte, esplorandolo con il pensiero e con la scrittura.
Prendiamo Sabbie bianche (2017) di Geoff Dyer (tradotto da Katia Bagnoli): una
raccolta di saggi brevi che raccontano di viaggi compiuti dall’autore, dove
emerge un atteggiamento pienamente saggistico. È da saggista, ad esempio, la
maniera con cui Dyer registra le potenzialità deludenti di qualunque viaggio. In
Dove? Che cosa? Dove? racconta di un viaggio in Polinesia, nei luoghi abitati da
Paul Gauguin nei suoi ultimi anni, per preparare un libro sull’artista. Ma la
descrizione dei luoghi e del loro rapporto con la vita e l’opera di Gauguin
lascia presto spazio al senso di fallimento sperimentato dall’autore nel cercare
di estrarre un maggior significato da quelli stessi luoghi e di avvicinarsi
all’esperienza del pittore francese (“Non riuscivo a mettermi nei panni di
Gauguin, non riuscivo a vedere il mondo attraverso i suoi occhi. Me ne stavo lì
a guardare quel che guardava lui, senza nemmeno avvicinarmi a vedere come vedeva
lui”). In compenso l’esperienza fa scattare la presa di coscienza che un viaggio
può sempre essere deludente, ma insieme di come viaggiare (e forse anche vivere)
ha un senso solo fintanto che la possibilità di essere delusi resta aperta:
> Ecco la sostanziale differenza fra il pellegrinaggio religioso e il
> pellegrinaggio laico: il secondo ha sempre in sé la potenzialità di deludere.
> A questa rivelazione ne seguì un’altra fulminea: che la mia enorme capacità di
> restare deluso fosse in realtà una conquista, una vittoria. La misura e la
> frequenza devastante delle mie delusioni (“in ginocchio, ma non ancora
> sconfitto” è il lamento vanaglorioso di Gauguin) erano la prova di quanto mi
> aspettavo e desideravo dal mondo, di quanta speranza vi riponessi ancora.
> Quando non sarò più capace di restare deluso l’avventura sarà finita: tanto
> vale essere morti.
È questo un passo squisitamente saggistico perché si tratta di un momento di
autoriflessione che sblocca nuove possibilità alla scrittura: quella di
registrare e dare un valore alle delusioni che tanto spesso accompagnano il
viaggiare. Possibilità a cui Dyer farà ampiamente ricorso anche nel resto della
raccolta. Ad esempio in Notte boreale, cronaca di un viaggio insieme alla moglie
fino alle Svalbard per vedere l’aurora boreale che si rivela un completo
fallimento: non riescono a vedere l’aurora e tutta l’esperienza è un susseguirsi
di malumori e disagi.
> In Sabbie bianche di Geoff Dyer si accetta che la delusione, il fallimento, il
> disagio possano essere la più autentica verità di un viaggio. Una verità che
> si può cogliere solamente per via saggistica: nella messa in scrittura del
> rapporto tra un io e l’esperienza del viaggio.
Perché se si intende genuinamente il viaggiare come un’apertura al non
prevedibile, allora bisogna accettare che la delusione, il fallimento, il
disagio possano essere la più autentica verità di un viaggio. Una verità che si
può cogliere solamente per via saggistica: nella messa in scrittura del rapporto
tra un io e l’esperienza del viaggio. Di certo non è il tipo di contenuto che si
può trovare in una guida turistica o in qualche altra forma di scrittura
divulgativa. Un modo di raccontare i luoghi verso cui Dyer esprime
programmaticamente la sua avversione fin dal primo saggio della raccolta, Città
Proibita. La situazione è questa: l’autore si trova a Pechino per promuovere un
libro; una mattina è prevista per lui una gita alla Città Proibita, ma viene
preso dall’avvilimento quando viene informato dalla sua accompagnatrice che la
visita sarebbe stata condotta da una guida:
> Aveva procurato una guida, mi disse, che ci accompagnasse nella visita della
> Città Proibita. Fui assalito dallo sconforto. Ho una certa propensione ad
> essere assalito dallo sconforto, e benché poche parole abbiano la capacità di
> sconfortarmi rapidamente e profondamente come “guida”, molte altre mi
> sconfortano al rallentatore come se stessi affondando con una pietra legata al
> collo, e sono le parole “dovere” e “ascoltare”, per esempio nella frase !dover
> ascoltare una guida” che mi racconta cose sulla Città Proibita che potrei
> leggermi a casa in un libro, con la conseguenza che qualsiasi desiderio di
> ascoltarla scompare senza lasciare traccia.
È il rifiuto del sapere antisaggistico della divulgazione: un sapere da fruire
passivamente, prefabbricato (“l’idea della verità come qualcosa di ‘bell’e
pronto’” che il saggio rifiuta, diceva Adorno), appiccicato sopra le cose, che
non nasce dall’interazione diretta fra sé e quelle cose e che infatti potrebbe
essere recepito anche in loro assenza.
Una visita guidata imposta è presente anche in uno degli ultimi saggi di Sabbie
bianche, ovvero La ballata di Jimmy Garrison. A essere raccontata questa volta è
una gita alle Watts Towers a Los Angeles. Le torri sono delle grandi strutture
costruite con materiali di recupero tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta da
una sola persona: l’immigrato italiano Sabato Rodia. Ma le torri non sono
liberamente visitabili: sono circondate da un recinto metallico e l’unico modo
per accedervi è comprare un biglietto per la visita guidata. La guida, dopo aver
esordito ricordando la “regola più importante della visita”, ovvero “non salire
sulle torri” (“Giusto – non puoi permettere alla gente di arrampicarsi sulle
torri come se si trovasse in un parco avventura – però mi sembra lo stesso un
po’ deprimente, come sono sempre deprimenti i divieti”, chiosa Dyer), procede
raccontando una biografia del creatore delle torri che “concordava
essenzialmente con la versione online della vita di Rodia”.
La visita risulta quindi accuratamente irregimentata nella prassi del tour
guidato, anche temporalmente delimitata dalla rigidità della tabella oraria, che
non ammette deroghe (“Benché iniziato tardi, il nostro giro finì puntualmente,
al fine di impedire ritardi a catena”). Una limitazione dell’esperienza delle
torri che ha il suo correlativo nella recinzione che le circonda (“È davvero un
peccato che per la protezione e la conservazione delle torri sia stata eretta
una recinzione d’acciaio impossibile da scavalcare”; “Il danno arrecato da
questa recinzione non finisce qui. La recinzione che annette le torri le
rimpicciolisce, ne riduce le dimensioni. Si ha la sensazione che siano
confinate, ghettizzate”).
Un confinamento che le Watts Towers tollerano poco, perché il loro fascino
dipende proprio dal loro “eccedere” rispetto a qualunque incasellamento di
significato, dall’”impossibilità di identificarne la vera natura, di dire di
cosa siano o cosa sembrino”. Sono dotate di un “fascino ecumenico” che fa
“affluire miriadi di significati e di associazioni privi di ostacoli, liberi”. E
ancora: “È quasi un corollario che le torri ci ricordano sempre qualcos’altro:
qualunque cosa uno dica è sempre necessaria una precisazione”; “La loro capacità
di generare miti su se stesse è endogena e inesauribile”. Le Watts Towers,
insomma, sono un perfetto oggetto saggistico, che rifiuta la spiegazione
definitiva, ma dotato di una “malleabilità” per cui si presta a un infinito e
libero gioco delle interpretazioni.
> Le Watt Towers di Los Angeles diventano metafora della scrittura saggistica,
> nelle sue caratteristiche di rendere visibili i processi del suo stesso farsi
> e di procedere in maniera non lineare, per tentativi, errori, improvvisazioni.
Ma le affinità delle torri con il saggismo non riguardano solo la loro
interpretazione, ma anche la loro costruzione. Dyer, nel descrivere la solitaria
impresa di Rodia, sembra suggerire una metafora della scrittura saggistica,
nelle caratteristiche di cui abbiamo già palato: il rendere visibili i processi
del suo stesso farsi (“Sono state costruite con attrezzi rudimentali, dalle mani
di Rodia, e con materiali spartani – todini, acciaio ritorto e piegato insieme
senza saldatura, bulloni e rivetti – in modo che i segreti e le complessità
della costruzione fossero esibiti, anziché nascosti”; “Se le torri sono templi,
allora sono templi dedicati alla costruzione di se stessi”), il procedere in
maniera non lineare, per tentativi, errori, improvvisazioni (“Il carattere
improvvisato dell’impresa, quell’imparare man mano che si fa – immersi in
qualcosa senza necessariamente essere sicuri di quale sarà il risultato”;
“Intoppi, errori e vicoli ciechi diventavano il presupposto inderogabile per
continuare, per fare qualcosa”).
Che il parallelismo tra il lavoro di Rodia e la scrittura non sia solo una
suggestione diventa evidente nel momento in cui Dyer esplicitamente passa dal
descrivere la costruzione delle Watts Towers a trattare dei processi della
scrittura, aprendo una digressione (innescata, per contrasto, dalla riflessione
sulla tenacia quasi punitiva con cui Rodia portò a termine la sua impresa) sul
momento in cui un autore rinuncia a scrivere un libro (ribadendo che il
fallimento e la delusione, o perlomeno la loro possibilità, sono uno dei temi
che percorrono tutti i saggi di Sabbie bianche).
Ma restiamo sulla scrittura che riflette su sé stessa mentre cambiamo libro.
Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (2016) di Giorgio
Vasta, è un perfetto esempio di saggio che sfrutta ampiamente la propria
libertà. In sintesi, il libro racconta di un viaggio negli Stati Uniti per
visitare città fantasma e altri luoghi abbandonati nei deserti dell’Ovest
americano. Riassunti così i contenuti potrebbero adattarsi perfettamente a un
reportage narrativo o a un diario di viaggio (e, in parte, effettivamente ne ha
la forma), ma a dare al tutto una decisa piega saggistica è la facoltà che Vasta
si tiene aperta di ridiscutere il senso e lo scopo di quello che sta scrivendo.
Il libro è iniziato da poche pagine e già l’autore fa sapere che il piano è
cambiato rispetto alle intenzioni iniziali: “E questa dovrebbe essere – doveva
essere – una guida di viaggio: narrativa, letteraria, ma una scrittura anche di
servizio che traccia itinerari e fornisce informazioni mantenendo chi ha
compiuto il viaggio se non sullo sfondo almeno in secondo piano”, scrive; ma
quando incontra Ramak Fazel (il fotografo autore delle foto che accompagnano il
volume) “l’asse di questo libro si modifica. Le persone si fanno personaggi, la
tortuosità si innalza a metodo e la carrozza del baedeker si trasforma nella
zucca di una scrittura che soprattutto suppone, finge, si arrangia, mente”.
> La riflessione sulla natura del libro stesso percorre, più o meno
> sottotraccia, tutto Absolutely Nothing e lo fa ricorrendo anche a strategie
> romanzesche, come trasformare i due compagni di viaggio (Silva – editrice e
> organizzatrice del viaggio – e Ramak) in personaggi che incarnano gli spiriti
> contrapposti che muovono il saggio.
La libertà che trasforma la guida in un saggio è appunto quella di poter
modificare “l’asse del libro” a scrittura in corso. Che è poi è anche la libertà
di continuare a utilizzare modalità di altri generi più codificati (appunto la
guida, il reportage, il diario di viaggio), ma sovvertendone le regole. Del
diario mantiene la scansione per giorni, indicati precisamente con le date a
inizio di ogni capitolo, ma contemporaneamente rinuncia all’ordine cronologico,
per un montaggio degli avvenimenti non lineare, che segue logiche proprie.
L’andamento da reportage di alcuni passi, invece, è contraddetto in altri dove
vengono inseriti elementi di finzione o troppo palesemente romanzati per essere
credibili, che rendono incerto lo statuto di verità di tutto quello che viene
raccontato e quindi annullano qualunque possibile intento documentaristico.
La riflessione sulla natura del libro stesso percorre, più o meno sottotraccia,
tutto Absolutely Nothing e lo fa ricorrendo anche a strategie romanzesche, come
trasformare i due compagni di viaggio (Silva – editrice e organizzatrice del
viaggio – e il già citato Ramak) in personaggi che incarnano gli spiriti
contrapposti che muovono il saggio. Silva è l’anima razionale ed esplicativa
della scrittura saggistica. Non solo è colei che organizza le tappe del viaggio,
dandogli un ordine e una forma, ma svolge la funzione di dare informazioni, di
convertire la muta fenomenicità delle cose in spiegazioni: “Silva parla
concentrata, in trance agonistica, preda dell’enciclopedismo. In parte legge
dalle sue schede, ma soprattutto racconta guardando fuori, lo sfondo senza
figure, dando l’impressione di trovare frasi lì, nel deserto, come se fossero
sottili perturbazioni nello spazio, lingua mimetizzata nel paesaggio”.
All’interno della narrazione di Vasta, Silva rappresenta la possibilità della
scrittura di produrre chiarezza, di ricondurre il caos e l’opacità del mondo
così come ci viene incontro a costruzioni intellegibili di significato e di
poterlo fare attraverso un lavoro attivo di ricerca e “ricomposizione” delle
informazioni disponibili. Un lavoro che salva dallo spaesamento in cui invece
trascina l’indolenza che l’autore riconosce in sé stesso:
> Da quando questo viaggio è iniziato so che in qualsiasi circostanza, persino
> sperduti ai bordi di un lago marcio, Silva attende sempre il momento in cui le
> domanderò dove siamo, cos’è successo, e come e per quale ragione. Perché
> domandando ammetto la mia inadeguatezza, dunque quell’indolenza che non mi ha
> fatto preoccupare di informarmi sulle tappe del viaggio; ma soprattutto perché
> c’è in lei un’ossessione nei confronti di tutto ciò che è dato, notizia,
> spiegazione, rapporto. Come se l’esistente dovesse in primo luogo declinare le
> proprie generalità. La sensazione è che nel ricomporre tramite Google o
> Wikipedia la storia di un luogo e di chi lo ha fondato, abitato e poi
> abbandonato, Silva dia forma a un metodo: salda il mondo – in apparenza
> chiaro, in realtà labile – alle parole che nel descriverlo lo sostengono e lo
> proteggono. Questa è la sua conoscenza delle cose.
Questa conoscenza delle cose è certamente uno degli strumenti di cui si può
avvalere la scrittura saggistica, ma nella quale non può esaurirsi. E infatti,
nel viaggio raccontato da Vasta, a equilibrare l’organizzazione e la precisione
informativa di Silva c’è la “cialtroneria” di Ramak:
> Parlo della cialtroneria smisurata e immaginifica di chi dice le cose senza
> esitazioni e senza porsi il problema di mettere alla prova credulità (quella
> altrui) e credibilità (la propria). L’eccesso che snerva il principio di
> verosimiglianza è parte integrante di tutto ciò che Ramak racconta, la
> furfanteria è in lui naturalmente estranea a qualsiasi giudizio morale. Una
> forma di prossimità ai fenomeni, di dimestichezza e di intraprendenza, che né
> io né Silva possediamo.
Quella di Ramak è un tipo di conoscenza tutta fondata sulla “prossimità” alle
cose, sulla “dimestichezza” con esse. Pertanto è non regolata, non riconducibile
a forme razionali o già legittimate di sapere, neppure a quelle della
credibilità, ma tende sempre all’“eccesso”. Perché “nel suo stile sempre mite e
ragionevole, Ramak è per l’esondazione”. È una modalità di conoscere che non
accetta piani, o per lo meno che è sempre disponibile a rimetterli in
discussione davanti all’inatteso (“Lasciare che l’imprevisto faccia irruzione
nel progetto, accettare che le cose vadano in modo diverso per il semplice fatto
che sono diverse: ecco il manifesto di Ramak”); che non necessariamente
semplifica o chiarifica, ma che ingloba la complessità anche al costo di
“ingarbugliare” le cose invece che scioglierle (“In compagnia di Ramak, ciò
attraverso cui si procede è vortice e garbuglio”). Un modo di procedere che
ammette di potersi perdere, perché anche l’apparente spreco di tempo che
comporta vagare da smarriti (e ritorniamo all’idea del “bighellonare” come
movimento tipico del saggio) ha un suo senso, dice qualcosa su ciò che si sta
cercando (“E dunque, mentre abita l’inconcludenza, Ramak canta, canticchia,
fischietta, fabbricando un frattempo da riempire con le immaginazioni di quello
che ognuno presume di cercare”).
> Vasta parte dal presupposto “che il paesaggio artificiale, dunque quello
> fabbricato dall’uomo, è un testo che è necessario imparare a leggere”. Ciò che
> viene raccontato è il tentativo di imparare o inventare il linguaggio giusto
> per leggere (e riscrivere) quel testo.
Il fine di questa doppia strategia di conoscenza è la scrittura, cioè
trasformare le cose che si incontrano in linguaggio. Anche questo processo è più
volte tematizzato nel corso del libro. “Mi ritrovo a pensare che da un viaggio
desidero soprattutto questo, percezione e inventario, vita sensoriale che
diventa linguaggio”, scrive Vasta in uno dei primi capitoli, avendo affermato
poco prima che “il presupposto da cui parte è che il paesaggio artificiale,
dunque quello fabbricato dall’uomo, è un testo che è necessario imparare a
leggere”. Ciò che viene raccontato è il tentativo di imparare o inventare il
linguaggio giusto per leggere (e riscrivere) quel testo. Un tentativo
particolarmente difficile vista la natura dei posti visitati: luoghi
abbandonati, svuotati del significato che avevano un tempo e quindi che si
ritrovano privati anche delle parole adatti per descriverli (“Ed è anche, penso,
la didascalia di questo viaggio: andare a vedere cosa succede negli spazi da cui
le parole sono andate via”). E se un saggio di viaggio fa la cronaca della
creazione di un rapporto con dei luoghi attraverso la scrittura, diventa
inevitabile che tali difficoltà linguistiche si prendano la scena, che la
descrizione dei luoghi passi attraverso momenti in cui la scrittura riflette su
sé stessa, prende consapevolezza dei propri limiti e, come sempre, procede per
tentativi:
> Scorgo un nesso tra gli abandoned places e le parole. A ogni passo che muovo
> fuori e dentro queste vecchie abitazioni, il mio sguardo sfida il linguaggio.
> Lo interroga, vuole sapere se ha da mettergli a disposizione qualcosa di buono
> per nominare, per fare frasi, vuole misurarne limiti e risorse. Del resto
> individuare le parole per dire un posto come Daggett non è semplice, le
> sfumature sono minime ma fondamentali. Per esempio, se anche mi piacerebbe
> descriverlo come smantellato, so di non poterlo fare. Perché smantellato
> presume un ordine logico, una procedura che qui è mancata; sfasciato oppure
> scassato sarebbero più adatti proprio perché più grossolani, così come il
> palermitano scafazzato, che vuol dire schiacciato, ma in una forma triviale;
> deperito medicalizza il fenomeno, deturpato lo moralizza, demolito rimanda a
> una intenzione, spaccato lo riconosce nella sua connessione a una materia
> divisibile: sgangherato semplicemente lo motteggia.
Ma andiamo all’ultimo libro che ho selezionato per questa ricognizione. Si
tratta de Il senso della natura. Sette sentieri per la Terra (2024) di Paolo
Pecere. In questo caso il racconto dei viaggi compiuti dall’autore in giro per
il mondo (Galapagos, Amazzonia, Ruanda, Indonesia, Tibet, per dirne alcuni) è
soprattutto un mezzo per trattare il vero oggetto del saggio, che va ben oltre i
singoli luoghi visitati, cioè la natura stessa. Scrivere un “saggio sulla
natura” può sembrare frutto di una ambizione smisurata, ma in realtà la natura è
un oggetto perfetto per la scrittura saggistica, proprio perché è qualcosa di
cui si riconosce immediatamente l’inesauribilità. “La realtà naturale è ciò che
rende i fatti in certa misura resistenti alle umane interpretazioni”, viene
detto esplicitamente, lasciando intendere che per definizione la natura è
qualcosa di cui non è possibile trovare un “senso” definitivo. Date queste
premesse, se la natura non può essere totalmente spiegata o interpretata, non
resta che esplorarla, sondarla con gli strumenti umani a disposizione.
Abbiamo ribadito più volte che la scrittura saggistica è quella che racconta la
relazione tra il soggetto che scrive e il suo oggetto. Nel libro di Pecere
questo legame contiene sempre un margine di incomprensione e spaesamento. Ad
esempio, a più riprese nel libro si descrive l’avventurarsi in ambienti naturali
come un evento intrinsecamente disorientante, dove l’essere umano perde i punti
di riferimento noti ed è costretto a un impegno cognitivo (ma anche linguistico)
supplementare per riuscire a comprendere ciò che lo circonda (“Bastano poche ore
nella foresta per suscitare una transizione cognitiva. Nella città mi oriento
con le mie categorie – case e strade, negozi e bagni – che qui non valgono. […]
Invece qui i miei sensi sono tesi e attenti, ma stanno muti, incapaci di
analizzare il cosmo di colori, suoni, odori e sensazioni tattili”; “Nel
paesaggio della foresta primaria, la vista è ovunque ostacolata dai tessuti
verdi, ed è sovente ingannata dal mimetismo e da codici cromatici ignoti. Gli
animali vivono nascosti. Per orientarsi serve l’udito. Con i suoni i viventi
comunicano e si localizzano tra loro. Ma la nostra lingua è uno strumento
inadeguato per decifrare questo concerto, e il nostro udito è disabituato a
questo ambiente sonoro”).
> In Il senso della natura. Sette sentieri per la Terra di Pecere il legame tra
> il soggetto che scrive e il suo oggetto contiene sempre un margine di
> incomprensione e spaesamento.
Proprio questo sforzo cognitivo e linguistico straordinario che la realtà
naturale richiede per essere compresa un po’ di più, è ciò che la scrittura
saggistica di Pecere mette su carta in Il senso della natura. Perché se non
possiamo davvero conoscere la natura in sé, quello che invece possiamo conoscere
e da cui possiamo estrarre un senso è la nostra relazione con essa. In questa
presa di coscienza lo spirito saggistico trova una inaspettata somiglianza con
l’animismo, che non è – come potrebbero suggerire le descrizioni puramente
etnologiche – una “teoria che si sviluppa sul piano discorsivo”, quanto
piuttosto un’esperienza che si fa della natura, “un’intuizione che attinge a
dimensioni non-umane della realtà”. L’animismo è un tipo di conoscenza che
“trova nelle sensazioni e nei sentimenti una relazione personale con l’ambiente
e ne ricava un senso”.
Ma la relazione con le cose che registra l’approccio saggistico non si esaurisce
“nelle sensazioni e nei sentimenti” o negli altri dati esperienziali. Il saggio
tiene ben presente che i nostri rapporti con il mondo non sono determinati solo
da quello che viviamo, ma anche da quello che sappiamo. Pertanto è necessario un
continuo dialogo tra livelli diversi: quello dell’esperienza e quello della
teoria, in cui si chiamano in causa, si rielaborano, si discutono, le conoscenze
filosofiche e scientifiche già acquisite. È una dinamica che innerva tutto il
libro e che (come da prassi saggistica) viene meta-discorsivamente esibita in
passi come questo:
> Mi trovo nella foresta amazzonica, ma non posso fare a meno di disputare su
> Bruno e Spinoza! È inevitabile, dopotutto, poiché insieme a me ‒ oltre a
> batteri, libri e apparecchi fotografici ‒ viaggia un bagaglio di idee. Anche a
> volersi disfare dei pregiudizi che impediscono di ripensare un equilibrio
> cosmico, bisogna esaminare le idee altrui e, non accoglierle
> indiscriminatamente.
Questa modalità di conoscere le cose attraverso la relazione che si può
stabilire con esse diviene particolarmente intensa quando si tratta di
raccontare gli incontri e i tentativi di comprensione con gli animali. Provare a
capire gli animali significa superare sia qualunque forma di reificazione che
liquida le vite non-umane come alterità assolute rispetto a noi, sia le
forzature antropomorfiche che li trasforma in nostri simulacri. Bisogna
piuttosto adottare quella che l’etologia cognitiva chiama “visione gradualista”:
partire dal riconoscimento di una connessione tra noi e loro, da ciò che ci
accomuna, ma continuando a tenere presente le differenze e le specificità. Si
tratta, insomma, ancora una volta di una modalità di comprensione saggistica:
che avanza per tentativi, che deve trovare una strada sua peculiare ogni volta,
che deve anche accettare la possibilità del fallimento (“Spesso ho sperimentato
il fallimento della comunicazione con i non-umani”) e che in ogni caso sa che a
un certo punto dovrà fermarsi e rimanere parziale, perché rimane consapevole che
in presenza di animali “siamo circondati da confini di senso e di vita che ci
sfuggono”.
> Se la scrittura saggistica è in un certo senso un gioco, allora è un gioco
> votato alla sconfitta, o per lo meno che non ha nella vittoria (il venire
> davvero a capo del proprio oggetto) il suo reale scopo.
Un esempio di questo modo di procedere lo troviamo nel capitolo del libro
dedicato all’oceano (dove “esistono altre menti, remote e intelligenti, con cui
capitano complessi scambi di attenzioni”), nel momento in cui l’autore si
interroga sulla maniera di percepire il mondo di un polpo incontrato in una
immersione notturna. A mediare il tentativo di comprendere l’animale sono prima
di tutto le conoscenze scientifiche, che ce lo descrivono come essere
radicalmente diverso da noi, dotato di un sistema nervoso decentrato, che rende
la sua coscienza qualcosa di difficile da immaginare per gli umani.
Dunque, scrive Pecere, “il polpo impone una massima che vale per ogni vivente:
non proiettare la tua immagine”. Ma questa alterità che è obbligatorio
riconoscere non è assoluta, se subito dopo aggiunge: “immaginare la mente
disunita del polpo e della sua coscienza corporea non ci pone di fronte a
qualcosa di totalmente altro. Piuttosto ci mette a confronto con qualcosa che ci
riguarda”. Anche nella mente del polpo c’è “qualcosa che ci riguarda”, cioè che
ci accomuna, e che può essere il punto di partenza per muoversi verso una
relativa comprensione. Ad esempio, certi stati di coscienza anomali che gli
uomini sono in grado di sperimentare potrebbero essere simili alla “mente
disunita” del polpo.
Assumere questa postura – cioè partire da ciò che una persona può conoscere per
andare verso ciò che non può conoscere direttamente – significa inizia a
compiere passi che aiutano a mettere l’animale “in una luce familiare”, pur non
annullando le diversità, cioè non facendo cessare “lo sforzo di congetturare,
leggere segni, interpretare ciò che non è trasparente e che la coscienza non
padroneggia”. La messa in scrittura di tale sforzo, con tutti gli azzardi, i
dubbi, le aporie, le intuizioni e le fantasie che possono scaturire, è la
sostanza del saggio. E così, dopo molte pagine dedicate al tentativo di
comprendere cosa sta percependo quel polpo, arriviamo qui:
> Ma la storia del mio incontro con il polpo continua: di tutto questo scriverò,
> la memoria del mio incontro con il polpo sarà tracciata con l’inchiostro. Da
> narratore starò dietro questa nube d’inchiostro, come il polpo nascosto. Ecco:
> continuo ostinato con le proiezioni, con le fantasie di vicinanza, che in
> certi istanti decisivi si realizzano. Ma il mio racconto deve includere
> l’incomprensione, e la mancanza.
Ecco, non vedo modo migliore per chiudere questa esplorazione della scrittura
saggistica che farlo nel segno di quel margine di incomprensione e di mancanza
che le cose, davanti alle pretese di conoscerle, insistono a conservare e che a
sua volta il saggista insiste a includere nel proprio resoconto. Se la scrittura
saggistica è in un certo senso un gioco, allora è un gioco votato alla
sconfitta, o per lo meno che non ha nella vittoria (il venire davvero a capo del
proprio oggetto) il suo reale scopo. Ci sono giochi che si giocano per vincere e
altri per continuare a giocare. Per il saggista l’accettare (e talvolta
l’esibire) l’incomprensione, la mancanza, il fallimento, la delusione, la
parzialità, non è soltanto un arrendersi, ma anche un mantenere la partita
sempre aperta.
L'articolo Sul bighellonare proviene da Il Tascabile.
S ulla copertina di Il senso della natura di Paolo Pecere c’è una fotografia,
fatta dall’autore, del vulcano Semeru sull’isola di Giava. La fotografia è
incorniciata come se nella copertina blu del libro edito da Sellerio ci fosse
proprio un affaccio rettangolare, una finestra sul Semeru. La cima del vulcano è
in secondo piano, sopra c’è l’alba, sotto c’è una striscia di fumo chiaro, sotto
un altro cono, il monte Bromo, che ci sembra più vicino e anch’esso sospeso sui
fumi. Il senso della natura comincia quindi da un affaccio, una vista dalla
finestra che chiama di fuori, che indica una direzione ma per un sentiero ancora
da battere. Capita anche a noi, che sia proprio la vista a chiamarci per partire
su sentieri magari già pronti, come quando nel weekend scappiamo per la
fotografia di un paesaggio o per un certo “richiamo della natura”. Ma tornando
al libro, per chi si fa convincere dalla copertina dunque la lettura comincerà
anche in questo caso con una partenza fuori dalla città, lungo sette direzioni,
Sette sentieri per la Terra, che è il sottotitolo.
Sono sette capitoli tematici, come sette arcani maggiori: la città (o la
partenza), l’equilibrio, l’acqua, gli animali, le piante, l’aria, la casa (o il
ritorno). L’intento della ricerca: “risvegliare un senso perduto della natura
per farne un nuovo senso comune”. Il viaggio dunque, certo, è il motore
dell’azione di questo libro, anche se non si tratta di un solo grande viaggio
catartico à la Chatwin. I viaggi di Paolo Pecere – che insegna filosofia e
scrive anche per il Tascabile – somigliano più alle spedizioni naturalistiche e
geografiche del passato, come quelle del grande geografo, esploratore e
naturalista Alexander von Humboldt, cui fa più volte riferimento (uno dei quadri
con cui lo ricordiamo è proprio la vista di un altro vulcano, il monte
Chimborazo). Come Humboldt, mentre viaggia Paolo Pecere fa una ricerca di campo
integrale: racconta un luogo, studiandone ciò che si vede, chi lo abita e chi si
incontra, le relazioni ecologiche con le altre specie animali, l’attività
economica umana e come essa si intrecci con la conformazione dell’ambiente, con
le sue viscere minerarie o la sua superficie erbosa; come un luogo sia il nodo
di un mondo più ampio, l’intera Terra, e il punto di scontro di tante questioni
odierne, ecologiche e umane.
In Nigeria, esamina le “piaghe del capitalismo” sull’ambiente umano e naturale
della città di Lagos e della laguna che la circonda. Nell’Amazzonia è ospite
della comunità Kitchwa e della familiarità che intrattiene con gli altri animali
e la foresta, un “mondo senziente”. Nelle Azzorre si immerge per contemplare le
mante e interrogarsi sull’essere senzienti degli altri animali (il libro è
dedicato a una gatta), o interrogarsi sulla mente del polpo, ripescando le
riflessioni di Peter Godfrey-Smith e Vinciane Despret, sullo sguardo
dell’animale che ti osserva, come una balena alle Galapagos. E così via, in
Africa, in Asia, o tra gli abitanti della Slab City nel deserto californiano, o
a Hong Kong. La curiosità geografica è lo strumento per un’indagine profonda
sulle relazioni che legano l’uomo alla Terra, alle sue risorse e alle sue
presenze.
Insomma, ricapitolando, il resoconto dei viaggi sta assieme alla riflessione
filosofica, scientifica, storica, ecologica. Ma il movimento è anche stilistico:
il testo infatti non si presenta come una dissertazione serrata, anzi si va dal
racconto all’analisi, alla riflessione e viceversa e al contrario. La
digressione e la suggestione sono il metodo. L’incontro con un esemplare
silverback di gorilla può suggerire un altro ricordo, una parentesi che si apre
sulla storia della filosofia, con cui si torna a nuova coscienza nel bel mezzo
della foresta.
Il tentativo di risvegliare quel senso della natura si fa non solo ridiscutendo
i limiti dell’uomo ma anche attraverso il racconto di un’esperienza del mondo.
Pecere procede attraverso le conversazioni con le persone, i suoi interessi
personali e noi lo seguiamo. Lo spostamento è anche antropologico e psicologico,
in cerca di altre forme di vita come in certi documentari di Werner Herzog, e
ancora più oltre certe forme dell’identità, fuori dalla vita ordinaria e urbana.
Uno spostamento estatico che esplora le piante allucinogene per far traballare
l’individualità. Segue lo straniamento, l’essere spaesati e sorge qualcosa di
amaro che anche tra i fiori angoscia (Lucrezio). Insomma forse non è vero che
chi viaggia cambia solo il cielo ma non il proprio spirito, almeno quando ci si
muove così.
Io però raggiungo online Paolo Pecere che si trova negli Stati Uniti, dove sta
facendo ricerca alla Columbia University. Cerchiamo di capire alcune cose del
suo libro e di prendere le mosse da lì per parlare del suo modo di fare ricerca,
tra l’esperienza del viaggio e lo studio filosofico e geografico, del senso
anche politico di questa ricerca, e delle possibilità che per noi si aprono.
COME È CRESCIUTO IL LIBRO: È UN COLLAGE DI PEZZI CHE AVEVI GIÀ SCRITTO NEL TEMPO
MENTRE VIAGGIAVI, OPPURE HAI SCRITTO TUTTO DA ZERO, RIFLETTENDO A POSTERIORI SU
QUEI VIAGGI E RICOSTRUENDOLI, TEMPO DOPO, CON IL RICORDO?
Il metodo è stato misto. Avevo un ampio dossier nella mia memoria, un dossier di
fotografie e letture fatte in quei viaggi di circa vent’anni. Ma non pensavo di
scriverne. Quando qualche anno fa ho cominciato invece a pensare a questo
progetto – a partire da alcune lezioni nei licei sulla storia del pensiero
ecologico – allora ho cominciato a unire i punti. Poi, nei due anni in cui ho
lavorato al libro, ho fatto anche alcuni viaggi mirati, scrivendo dei reportage
per fissare alcune impressioni e avere una base narrativa, perché mi sono reso
conto che questa dimensione del viaggio era un elemento fondamentale da
accostare alla parte di studio e che mi ha condotto verso esperienze e
consapevolezze che altrimenti non avrei raggiunto. Il capitolo sulle piante è un
esempio di questo metodo: l’introduzione all’immaginario delle piante è basata
sul mio primo rapporto con le foreste in Italia, viaggi precedenti di molto;
segue una parte sulla botanica contemporanea e sull’intelligenza delle piante,
parte che ho raccontato attraverso un viaggio nelle foreste americane
californiane; infine c’è una parte sulle piante psicoattive per le quali ho
fatto un viaggio di proposito, già pensando a questo libro.
IL VIAGGIO: COME DIVENTA UNO STRUMENTO CONOSCITIVO?
Sicuramente per me il viaggio è un’esperienza di conoscenza in due sensi
diversi. Uno è legato alla cultura più recente del viaggio, in cui c’è una
componente di evasione dalla nostra vita ordinaria e spesso per me questa
componente è stata istruttiva: seguivo una sorta di istinto e gradualmente poi
cominciavo a capire perché ero stato attratto da certi luoghi – il che indica
delle mancanze della vita che facciamo ordinariamente. Poi c’è un altro senso,
di indagine scientifico-filosofica. Negli anni in cui stavo cominciando a
pensare a questi temi, ho approfondito Darwin e Humboldt. Entrambi non sono
narratori di viaggio molto presenti soggettivamente, c’è però in loro una
dimensione estetica del racconto e soprattutto diverse dimensioni di conoscenza:
Humboldt in particolare nei suoi libri fa annotazioni antropologiche così come
naturalistiche. In generale, il punto per Humboldt è che ogni luogo della Terra
si comprende attraverso un’interazione globale di fattori, il tipo di piante che
incontri, il tipo di animali che incontri, le popolazioni che incontri, quindi
l’ambiente in senso ampio condiziona profondamente tutto ciò che si vede. In
questo mi ci sono ritrovato. Dunque uscire dal modello di viaggio da cartolina,
della cultura turistica, e lavorare sui nessi più ampi: che società c’è intorno,
che economia c’è intorno, che ecologia c’è intorno a un paesaggio, e quanto
questo si trasforma nel tempo. Quindi, certo, è fondamentale andare nei luoghi,
ma questo processo di conoscenza necessariamente è sempre preceduto e seguito da
studio.
POTREMMO ALLORA FORSE IMMAGINARE UN SAPERE SCIENTIFICO E FILOSOFICO E CHE
ASSIEME SIA UN RITORNARE SITUATI IN MEZZO AL MONDO? MI RICORDA QUELLO CHE SCRIVE
Leopardi in Lettera a un giovane del XX secolo, dove auspica la nascita di una
ultrafilosofia che, per così dire, colga l’intero delle cose. È il tuo modo di
fare ricerca?
Certamente nelle cose che leggeva Leopardi, nella cultura del Settecento, questo
tema emerge spesso. La stessa geografia comincia a costituirsi in quel periodo e
ha un’importante componente filosofica. Un autore di cui sono esperto, Kant, non
il solito Kant dell’a priori, faceva un sacco di cose e tra l’altro ha insegnato
geografia e antropologia per tutta la vita. Dalle sue lezioni è stato ricavato
un manuale dove definisce la geografia come una scienza del globo, del tutto, in
cui tutto deve essere considerato congiuntamente, dalle relazioni di viaggio
alle relazioni naturalistiche. Kant non si era mosso di casa, come si sa, però
questo metodo può essere esercitato – secondo me anche più fruttuosamente –
aggiungendo quello che ho provato a fare io: una dimensione soggettiva in cui
coinvolgere chi legge. E per me questo è anche fare filosofia, riflettendo su
uno slum a Lagos, sull’esperienza di stare in alcuni luoghi montuosi della
Colombia, o su quella di incontrare gli allevatori di renne in Mongolia. Credo
che si possa fare una filosofia geografica anche a partire da queste cose.
IL LIBRO HA NEL TITOLO LA PAROLA “NATURA”, NEL SOTTOTITOLO LA PAROLA “TERRA”.
ALLORA PENSO: NON SAREBBE FORSE MEGLIO INSISTERE PROPRIO RAGIONANDO NEI TERMINI
DELLA “TERRA”, DELLE “PORZIONI DELLA TERRA”, LASCIANDO INVECE PER UN MOMENTO DA
PARTE LA QUESTIONE DI DEFINIRE E RIDEFINIRE IL CONCETTO DI NATURA?
Molti pensatori che si occupano di ecologia oggi tendono a criticare se non
addirittura a rifiutare la dicotomia natura-cultura e a non usare il concetto di
natura. Io l’ho usato anzitutto perché il mio libro non vuole semplicemente
portare il mio punto di vista ma accompagnare chi legge in un percorso storico e
rendersi conto delle questioni, avendo una prospettiva lunga. “Natura” c’è nel
nostro passato: c’è la storia naturale, la filosofia della natura, c’è un’idea
di natura che ha animato l’ecologismo, l’ambientalismo. Un altro motivo per cui
ho mantenuto il concetto è che mi sembra che sia ancora utile per sottolineare
che esistono dei fattori che possiamo chiamare naturali (certo, è una
contingenza linguistica, una cosa della nostra lingua) comunque indipendenti
dalle società umane. D’altra parte, “Terra” è un termine che da questo punto di
vista ha meno rischi. Però sia natura che Terra sono parole che hanno dietro di
sé un portato mitico e come Madre Natura c’è anche Gaia, come nei libri di James
Lovelock. A me interessa la Terra dal punto di vista geografico, cioè come
totalità interconnessa, di territorio, di fattori che determinano quello che
succede in ogni luogo, in quanto influenzato da quello che succede in tutti gli
altri luoghi. Da questo punto di vista, non poteva quindi mancare il riferimento
alla Terra.
PARLIAMO DI UMANI, TU NE PARLI ATTRAVERSO I MOLTI INCONTRI CHE HAI FATTO. AL DI
LÀ DEL FATTO CHE QUESTE STORIE FANNO PARTE DEL TUO RACCONTO, PER TE SI TRATTA DI
RICERCARE UN ELENCO DI POSSIBILI VITE? MAGARI DI POSSIBILI VITE ALTERNATIVE ALLA
NOSTRA?
Sicuramente, questa è una delle cose che mi ha sempre motivato a viaggiare.
L’ambiente è quasi sempre popolato. Anche quando l’ambiente è pochissimo
popolato, per sottrazione o per il fatto che stai lì a guardarlo e ci sono altre
persone con te, c’è una dimensione di investimento dello sguardo umano. Humboldt
l’aveva raffigurato benissimo in un dipinto che si era fatto fare: quello che
succede quando si viaggia è che arriva un visitatore dall’esterno e si relaziona
con un paesaggio attraverso la mediazione di una persona che abita lì. Ciò ha
tutta una serie di implicazioni politiche, economiche che non si possono
trascurare e che sono produttive. Perché non si tratta di dire soltanto:
“guardate, qui che c’è un posto dove ci sono ancora i pastori di renne, i
nomadi, gli animisti”, come pure faccio. Ma si tratta soprattutto di innescare
delle domande: forse in questo modo di vivere c’è qualcosa che possiamo
recuperare? E si tratta, d’altra parte, anche di rendersi conto che noi, eredi
delle società che hanno colonizzato mezzo mondo, portiamo oltre alla distruzione
e al colonialismo anche delle cose di cui non possiamo fare a meno, delle idee
di cui non possiamo fare a meno.
STRETTI NELLA PROPRIA VITA URBANA, MAGARI DIRETTI AL LAVORO E STRESSATI, SI
VIENI COLPITI – IO QUANTOMENO – DA UNA CITAZIONE CHE È NEL TUO LIBRO. IL DIO
DIONISO CHE PARLA AL RE PENTEO E GLI DICE “TU NON SAI COS’È LA TUA VITA NÉ COSA
STAI FACENDO”. DIONISO MI HA FATTO VENIRE IN MENTE IL TUO LIBRO PRECEDENTE IL
DIO CHE DANZA. MI SEMBRA CHE ENTRAMBI I LIBRI SI MUOVANO ANCHE ALLA RICERCA DI
UN’USCITA DALLA GABBIA DELL’IDENTITÀ, COME A DIRE: C’È VITA LÀ FUORI, CI SONO
PERSONE CHE VIVONO DIVERSAMENTE, CI SONO DEGLI INCONTRI POSSIBILI COME CON UNA
BALENA CHE TI GUARDA DRITTO PER UN ATTIMO. LA RICERCA DI UNA SORTA DI ESPANSIONE
ESTATICA.
Sì, c’è proprio una continuità tra i due libri – tra l’altro l’ultima frase di
Il dio che danza è la prima di Il senso della natura, come se continuasse il
viaggio. In effetti, in entrambi i casi per me si è trattato di parlare di
esperienze in cui quello che ci sembra normale e inevitabile, addirittura
strutturato nella nostra identità – si vive così secondo certe norme e spesso in
città –, è messo in discussione e c’è un’apertura benefica. Questo avveniva con
la danza e con i riti di possessione che racconto in Il dio che danza, ed è
raffigurato simbolicamente da quell’episodio fondamentale delle Baccanti, in cui
Dioniso arriva e pretende accoglienza per l’energia vitale che rappresenta nella
città. Esperienze simili le ho fatte immergendomi sott’acqua, camminando in alta
montagna o per cinque ore in un bosco. Ma possiamo trovare degli spazi anche
nelle nostre città, per rompere le norme che ci opprimono e che sono
introiettate, esattamente come con la danza. Prendere le distanze è possibile e
questo può avere effetti trasformativi che è più difficile raggiungere stando
soltanto a teorizzare.
ANCHE ANDARE AL MARE (CHE FORSE NON È QUELLO CHE IMMAGINIAMO SUBITO QUANDO
DESIDERIAMO ANDARE INTO THE WILD) È UN MOMENTO DI CONTATTO VIVO CON UNA SERIE DI
ELEMENTI NATURALI, IL MARE, IL SALE, LA SABBIA, IL CALORE, ECCETERA, E QUESTO
PUÒ ESERCITARE UNA FORZA SU DI NOI. TU MOSTRI CHE CIÒ CHE CHIAMIAMO ANIMISMO È
UNA FORMA ELABORATA E CODIFICATA DI ESPERIENZA CHE NON È SOLO DI CERTE CULTURE
LONTANE. ANCHE CHI FA PER ESEMPIO QUESTA ESPERIENZA COL MARE, TUTTO SOMMATO
ACCESSIBILE, SPERIMENTA UNA QUALCHE FORMA DI ANIMISMO?
Sì, questo è proprio un caso di quello che ho tentato di ricavare dal mio lavoro
di interazione e di scambio. La categoria dell’animismo è stata rilanciata da
Philippe Descola per designare un modo di pensiero, proprio di alcune società,
che anima in una maniera tendenzialmente antropomorfa tutti gli esseri viventi.
In passato, un secolo fa grosso modo, il termine era inteso implicitamente in
senso dispregiativo perché era proprio di società ritenute inferiori, mentre
oggi si tende a rovesciarlo in una valutazione nostalgica di una visione
incantata e perduta del mondo. Quello che io ho proposto è invece che c’è
qualcosa che abbiamo in comune tutti in quanto esseri umani, rispetto a cui le
culture cosiddette animiste sono un modo di elaborare e codificare una visione
del mondo. Ma dal punto di vista esperienziale c’è qualcosa in comune: la nostra
passività rispetto ai fenomeni meteorologici, naturali, le relazioni sensoriali
che vanno ben oltre il semplice vedere un’immagine sulla retina ma che
coinvolgono tutto il corpo. Tutto questo, secondo me, costituisce una base su un
piano cognitivo ed emotivo di quello che poi chiamiamo animismo. Del resto
sappiamo anche che i bambini di tutte le civiltà tendono un po’ spontaneamente a
personificare cose, oggetti, parlare con altri animali, piante.
C’
è quel filone di pensiero che sostiene che proprio attraverso il confronto con
le culture native nel Settecento l’Illuminismo ha preso certe strade. Oggi
tornare a confrontarsi con altre culture, come hai fatto tu, può avere una
direzione politica? Per te ha uno scopo politico?
Sì, questa è una cosa che mi ha sempre affascinato e per me certamente è una
linea d’indagine che ha una dimensione politica. L’Illuminismo è stato un
movimento in cui è stato fortissimo l’impatto della colonizzazione e degli
incontri geografico-culturali, dal Sud America al Pacifico. Un esempio è Diderot
che, non soltanto cercò di dare voce ai nativi in maniera fittizia nel
Supplemento al viaggio di Bougainville (1773), ma intervenne in maniera
importante in Storia delle due Indie (1770) di Raynal, dando voce già a un punto
di vista fortemente anticoloniale, antischiavistico. Però in Diderot, e ancora
prima anche in Montaigne, si trattava di selvaggi e di incontri fittizi o
largamente rielaborati, di dialoghi immaginari. Di recente David Graeber e David
Wengrow in L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità (2022) hanno invece
immaginato che in questi incontri tra missionari e nativi alcuni personaggi
fossero reali e che quindi sia arrivato qualcosa del pensiero nativo, che abbia
influenzato il pensiero europeo.
Comunque stiano le cose, oggi abbiamo un epicentro di vera e propria lotta
politica ed ecologica che è l’Amazzonia, un territorio enorme che coinvolge
molti Paesi, dove c’è una lotta indigena di popolazioni, che non sono soltanto
portavoce di certe idee, ma stanno consapevolmente dentro una contesa giuridica
e politica, soprattutto in Brasile. Questo ha un impatto globale perché
ovviamente le sorti di una foresta come l’Amazzonia hanno un impatto globale. Ci
sono poi figure come Davi Copenawa e Ailton Krenak che hanno preso voce nel
contesto brasiliano; c’è l’attivista e giornalista Eliane Brum che vive
nell’Amazzonia e collabora a progetti come un’associazione giornalistica in cui
le notizie sulla Amazzonia vengono date dai nativi in più lingue. Insomma, c’è
qualcosa di nuovo che sta avvenendo. Quello che è stato a lungo il termine di
confronto per un’autocritica della civiltà europea, “il nativo, l’ingenuo, il
selvaggio”, adesso è una persona reale. Perciò non bisogna cadere di nuovo nella
trappola del primitivismo: se sono persone reali, come tali non sono ignare
della nostra società, della nostra cultura e questo è positivo, contro ogni
mitizzazione del purismo culturale e nostalgico. L’incontro storico c’è stato,
in maniera drammatica e sanguinosa, allora tanto vale rendersi conto che
possiamo interagire. Insomma, non si tratta di dire: adesso mollo tutto e vado a
vivere nella foresta con gli orsi (così Voltaire prendeva in giro Rousseau), ma
posso invece portare delle idee e modificare le mie idee, in dialogo.
CONTINUANDO A PARLARE DI POLITICA, DAL TUO RACCONTO DI CERTI LUOGHI, E DELLE
LORO IMPLICAZIONI POLITICHE ED ECONOMICHE, SI VEDONO IN AZIONE MECCANISMI DI
PRODUZIONE E DI SCAMBIO GLOBALI, COME SE IN LUOGHI AI “CONFINI DELL’IMPERO”, SI
VEDESSE DAVVERO MEGLIO COME FUNZIONA L’IMPERO: QUINDI IL CAPITALE. RITIENI CHE
SIA IL CAPITALISMO IL PROBLEMA?
Io provo a fare i conti con l’impatto dell’industrializzazione, ovviamente di
una certa industrializzazione, di una certa economia. Constato che di fatto non
esiste un altrove incontaminato da queste dinamiche. Vai in Nigeria e ti rendi
conto che è stata fatta una scelta di abbandono dell’agricoltura, di sviluppo
sul petrolio che ha avuto degli effetti devastanti sul piano ecologico e sul
piano sociale. Vai in Colombia e ti rendi conto di come il narcotraffico ha
avuto un impatto enorme sulla storia del Paese e sul paesaggio. Vai in luoghi
molto remoti a osservare pastori in Mongolia e ti rendi conto che la sussistenza
di queste comunità dipende da sussidi. Altra cosa: sul piano dell’impatto
economico, e quindi anche in un certo senso capitalistico, oggi la conservazione
degli ecosistemi dipende strettamente dall’attivazione di un’economia del
turismo. In Ruanda, come racconto in un capitolo di cui parlo dei gorilla di
montagna, dopo la guerra civile e il genocidio c’è stato un grande investimento
nel settore del turismo. È un’industria in cui c’è un capitale che perlopiù
viene dagli Stati Uniti e che però ha permesso di tutelare queste comunità di
gorilla. Non si scappa mai da questo discorso.
Per me non è però soltanto un discorso sul capitalismo, perché racconto anche di
contesti in cui c’è il capitalismo ma elaborato dai modelli politici in modo
diverso, come in Cina. In generale quello che mi sembra emergere è l’esigenza di
un’altra industrializzazione, rispetto alla quale non sono sufficienti i
correttivi morbidi che oggi vengono proposti, che non cambiano la traiettoria
dell’economia capitalista con le sue teorie sottostanti. Come racconto, per
esempio, tutto il decentramento green e la decarbonizzazione nell’Unione Europea
sono uno spostamento delle cause inquinanti della produzione delle attività
minerarie in Paesi perlopiù africani.
QUANDO NEL LIBRO PARLI DEI COMPLICATI INTRECCI SU CERTI LUOGHI TRA ATTORI UMANI
E NON, MI VENIVA IN MENTE QUELL’IDEA DI BRUNO LATOUR DEL “PARLAMENTO DELLE
COSE”, CIOÈ DI DARE RAPPRESENTANZA AD ATTORI CHE UMANI NON SONO, ATTRAVERSO
RAPPRESENTANTI UMANI. TU CHE NE PENSI?
Seguo queste discussioni perché oggi sono molto forti in filosofia e in
antropologia, per esempio oggi è molto vivo il dibattito sui diritti dei
territori e, prima ancora, lo era l’espansione dei diritti animali rispetto alle
pratiche di allevamento e ricerca scientifica. Sono cose importantissime senza,
come dire, essere subito unilaterali. Alcune cose non le sappiamo bene con
chiarezza, perché si tratta sempre di attribuzione per analogia di diritti che
abbiamo formulato anzitutto rispetto agli umani. Si pongono due problemi. Primo,
fin dove regge questa analogia e come noi decidiamo a un certo punto che ha
senso farla valere. Nel caso di animali potenzialmente senzienti, ci sono buone
ragioni per evitare che soffrano inutilmente, nel caso dei territori può avere
un senso da un punto di vista della tutela ecologica. Il secondo problema è che
non diventi una strana ricerca di nicchia in cui aprire una nuova frontiera di
diritti umani, quando i diritti umani non sono regolarmente rispettati da
nessuna parte.
POSTO DI FRONTE ALLA NECESSITÀ DI UNA FORMA DIVERSA DI PRODUZIONE INDUSTRIALE E
DI SCAMBI TRA UMANI E NON, HAI FANTASTICATO DI QUALCHE UTOPIA O PENSI CHE CI SIA
LA NECESSITÀ DI RIATTIVARE QUALCHE PROCESSO DI PENSIERO UTOPICO?
Il pensiero utopico è per me un passo importante, preliminare. Mi sono anche
posto il problema di non lasciare belle parole, mi sorveglio molto, mi censuro
per certi versi: il rischio è di dire cose molto belle, come “torniamo a vivere
con gli animali in città”, raccontando delle favole totalmente irrealizzabili.
Questo non vuol dire che utopia sia una parola sbagliata, come a volte si dice
dalle parti dei conservatori: intanto perché il sistema in cui viviamo è un
episodio. È un mito raccontare che l’attuale sistema economico-politico sia
permanente, necessario, l’unico e che tutto il resto sia una cosa che va contro
il buon senso; è questo il punto di forza della prospettiva storica che ho
adottato. L’utopia è senz’altro una terapia del pensiero molto positiva. Mi
sembra un esercizio del pensiero utile immaginare che non per forza tutte le
società devono convergere verso quel modello e che se ne possono immaginare
altri, per cui qualcuno che sta a mezza strada potrebbe deviare prima che sia
troppo tardi.
PERCHÉ INVECE NON SOGNARE OLTRE LA TERRA, COSTRUIRE CITTÀ SU MARTE E DIVENTARE
MULTIPLANETARI COME SOSTIENE
Musk?
Da lettore di fantascienza non escludo nulla: se vogliamo immaginare con Philip
Dick che l’atmosfera di Marte diventi respirabile, vedremo. Come immaginario del
presente, mi sembra una scappatoia rischiosa. In quell’ambiente marziano
piuttosto morto non c’è qualcosa di vitale. Nell’immaginario di certi miliardari
quello è uno spazio di assoluta libertà di organizzazione della società, di
controllo assoluto: un set cinematografico in cui riproduciamo delle cose
terrestri, selezionandole. Invece la Terra, che è un ambiente ospitale e
straordinario, spesso ci costringe anche in maniera catastrofica a fare i conti
con i limiti delle nostre idee: quel rapporto è produttivo, anche se ci
litighiamo.
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