Nelle cinque puntate Juan Carlos De Martin, Co-Direttore del centro Nexa,
seguendo il filo logico del suo libro del 2023 dedicato allo stesso argomento,
racconta la storia e le implicazioni di una tecnologia rivoluzionaria,
necessaria e utile, ma opaca e infedele.
Dispositivi tecnologici che impattano pesantemente sulle nostre vite e il cui
controllo è nelle sole mani delle big tech. Algoritmi e sensori che predano i
dati di cittadini spesso inconsapevoli, talvolta senza strumenti. La politica
che fatica a tenere il passo: scarsa conoscenza, inquadramenti tardivi e qualche
volta inefficaci. Eppure il governo della tecnologia ha bisogno della politica e
delle democrazie, di decisori e di cittadini.
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Tag - BigTech
“Negli ultimi 30 anni i governanti europei hanno rinunciato a controllare le
reti chiave per la gestione delle informazioni. Le hanno lasciate in mano ai
giganti digitali Usa. Così l’Europa ha perso la sua indipendenza”
Intervista a tutto campo di TPI a Juan Carlo De Martin, professore di ingegneria
informatica al Politecnico di Torino, autore di "Contro lo Smartphone".
Nella conversazione De Martin si esprime non solo sulla computerizzazione del
mondo e sul pericolo proveniente dalle Big Tech USA, ma anche sul ruolo che
potrebbe avere l'Europa se solo abbandonasse la corsa al riarmo e investisse in
ricerca, sviluppo e istruzione.
In sostanza: sta agli europei riconoscere che la fase della colonizzazione è
finita ed è giunto il momento di riconoscere apertamente che si è chiusa una
fase storica e puntare su rapporti il più possibile pacifici e collaborativi con
il resto del mondo
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Venerdì 21 novembre a Roma, in Via della Dogana Vecchia 5, alle ore 17:30, un
incontro organizzato da Scuola critica del digitale del CRS e Forum
Disuguaglianze e Diversità.
* ne parlerà Franco Padella
* ne discutono Stefano Bocconetti, Davide Lamanna, NINA, Michele Mezza, Giacomo
Tesio
* coordina Giulio De Petra
I conflitti contemporanei, dall’Ucraina al Medio Oriente, sono sempre più guerre
digitali, dove le capacità di elaborazione dei dati e l’uso della AI diventano
elementi decisivi sul campo di battaglia. Non si combatte più solo con armi
fisiche: reti, dati e algoritmi sono ormai il sistema operativo della guerra
moderna.
In questo scenario, le Big Tech hanno rafforzato il loro ruolo di fornitori
primari dell’apparato industriale-militare degli USA. Ma mentre i riflettori
restano accesi sul ristretto gruppo FAMAG (Meta, Apple, Microsoft, Amazon,
Google), è un’altra azienda, mediaticamente “minore”, a rappresentare l’esempio
più completo e preoccupante della integrazione tra tecnologie digitali e regimi
di guerra. Una azienda tanto silenziosa quanto potente: Palantir Technologies.
Poco visibile rispetto alle altre, si è già profondamente integrata con gli
apparati di sicurezza e di guerra americani, e si muove nella stessa direzione
in tutti i paesi dell’Occidente. A differenza delle altre aziende, Palantir
preferisce rimanere in penombra: non vende se stessa al pubblico, non fa
pubblicità. Vende potere agli apparati dello Stato. Potere di prevedere, di
controllare, di dominare. E facendo questo, in qualche modo, diventa essa stessa
Stato.
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Lunga puntata dedicata ad un racconto, attraverso molti report di 7amleh -
centro di ricerca arabo sui social media - e non solo, dell'uso della tecnologia
da parte di Israele come strumento di oppressione e di genocidio.
Il primo frammento di audio è dedicato al tema della distruzione
dell'infrastruttura di rete; e alle difficoltà di comunicazione delle persone
palestinesi in un contesto di censura che, in più, richiede a chi subisce un
genocidio di performare il ruolo della vittima nei modi richiesti dai social
media.
Proseguiamo con una rassegna delle tecnologie militari che non sarebbero
possibili senza il coinvolgimento delle solite grandi imprese.
Infine, risultati delle campagne di boicottaggio e lotte per fermare i rapporti
tra queste aziende e Israele.
Ascolta l'audio nel sito di Radio Onda Rossa
Per conformarsi a un ordine esecutivo del presidente americano Donald Trump, nei
mesi scorsi Microsoft ha sospeso l’account email di Karim Khan, procuratore
della Corte penale internazionale che stava investigando su Israele per crimini
di guerra. Per anni, scrive il New York Times, Microsoft ha fornito servizi
email al tribunale con sede a L’Aja, riconosciuto da 125 paesi tra cui l’Italia
(ma non da Stati Uniti, Israele, Cina, Russia e altri).
All’improvviso, il colosso di Redmond ha staccato la spina al magistrato per via
dell’ordine esecutivo firmato da Trump che impedisce alle aziende americane di
fornirgli servizi: secondo il successore di Biden, le azioni della Corte contro
Netanyahu “costituiscono una inusuale e straordinaria minaccia alla sicurezza
nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”. Così, di punto in bianco,
il procuratore non ha più potuto comunicare con i colleghi.
[...]
Le conseguenze non si sono fatte attendere. Tre dipendenti con contezza della
situazione hanno rivelato al quotidiano newyorchese che alcuni membri dello
staff della Corte si sarebbero rivolti all’azienda svizzera Protonmail per poter
continuare a lavorare in sicurezza. Il giornale non chiarisce il perché della
decisione, né se tra essi vi sia lo stesso Khan. Una conferma al riguardo arriva
dall’agenzia Associated Press. Protonmail, contattata da Guerre di Rete, non ha
commentato, spiegando di non rivelare informazioni personali sui clienti per
questioni di privacy e di sicurezza.
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Da culla del progressismo a cuore dell’industria bellica a stelle e strisce:
Meta, OpenAI, Microsoft, Anduril e l’inarrestabile crescita della defence tech.
“C’è un sacco di patriottismo che è stato a lungo tenuto nascosto e che adesso
sta venendo alla luce”, ha spiegato al Wall Street Journal, Andrew Bosworth,
direttore tecnico di Meta.
Bosworth – assieme a Kevin Weil e Bob McGrew, rispettivamente responsabile del
prodotto ed ex responsabile della ricerca di OpenAI, ai quali si aggiunge Shyam
Sankar, direttore tecnico di Palantir – è infatti uno dei quattro dirigenti tech
assoldati in quello che è stato ironicamente chiamato “Army Innovation Corps” -
Corpo degli ingegneri degli Stati Uniti (il nome ufficiale del programma è
Detachment 201).
Il clima che si respira oggi nella Silicon Valley è molto differente, la
maschera progressista che le Big Tech hanno a lungo indossato è stata infine
calata (come mostrato plasticamente dall’ormai storica foto che ritrae i
principali “broligarchs” celebrare l’insediamento di Donald Trump), e adesso
nessuno sembra più farsi scrupoli a seguire la strada tracciata dalle due più
note realtà del settore “defence tech”: Palantir e Anduril, aziende fondate
rispettivamente dall’eminenza grigia della tech-right Peter Thiel e dal
guerrafondaio Palmer Luckey (già noto per aver fondato Oculus, poi acquistata da
Meta, e per rilasciare dichiarazione come: “Vogliamo costruire tecnologie che ci
diano la capacità di vincere facilmente ogni guerra”).
Articolo completo qui
The new formation is set to recruit tech executives to work on major Army challenges, but the service has not articulated exactly what those individuals would do -- instead focusing on recruiting talent and creating jobs around them.
Iniziamo con GMail che introduce la cifratura "end to end" per aziende. Vediamo
come funziona e perché non è quel che vi aspettavate.
Approfondiamo la collaborazione tra X e il governo turco.
Consigli pratici: come impostare un resolver DNS affidabile.
Notiziole varie:
In Francia si fanno leggi per semplificare l'autorizzazione per costruire data center per fare l'AI per semplificare la burocrazia
Nelle Filippine trovato il modo per far funzionare in modo efficiente l'intelligenza artificiale: il lavoro sottopagato
L'IA ha bisogno di energia? Trump esenta le centrali a carbone dai requisiti ambientali
da oggi crittovalute libere negli USA: chiusa l'unità che indaga sulle frodi
trump cambia idea sul CHIPS Act e sui dazi legati alle tecnologie elettroniche ed informatiche, ma poi la ricambia
Google, IBM e Amazon partecipano alla sorveglianza del confine tra Usa e Messico
Requiem per Skype
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Primo di una serie di articoli di CIRCE sulla rivista Gli Asini.
Il secondo mandato presidenziale di Donald Trump è un nuovo capitolo della saga
“Tecnologie e politica”. Un uomo anziano, miliardario, bianco, plurindagato e
pluricondannato, un autocrate violento e vendicativo, si circonda di suoi simili
per governare gli Stati Uniti d’America, un paese che appare sempre più lacerato
e sempre meno affidabile anche per i suoi alleati storici in Europa. Fra gli
alleati di Trump, spiccano alcuni fra i più ricchi e potenti manager e
investitori delle cosiddette nuove tecnologie. Il più in vista è il padrone di
Tesla, di SpaceX e di X (ex Twitter), il controverso Elon Musk. Molti altri si
contendono il fronte del palco trumpiano: si pensi al vicepresidente J.D. Vance,
ma anche al padrone di Amazon nonché proprietario del Washington Post, Jeff
Bezos, che ha interferito con la decisione del consiglio di redazione del
giornale di sostenere la candidata democratica Kamala Harris, provocando le
dimissioni indignate di alcuni giornalisti e la cancellazione di decine di
migliaia di abbonamenti.
L’argomento è vasto e complesso. Anche al nostro interno abbiamo opinioni
diverse, che non trovano una sintesi unitaria. Ci limiteremo quindi a presentare
alcuni elementi della nostra discussione, tuttora in corso.
Il punto d’avvio, che ritorna in tanti dibattiti, può essere sintetizzato così:
qual è la relazione fra governi eletti e multinazionali della tecnologia
digitale? Sono queste ultime a essere strumenti dei primi, o viceversa? Come
stanno cambiando forma, influenzandosi reciprocamente? Qualcosa è cambiato?
Studiamo da decenni l’impatto delle tecnologie su individui e società (in
particolare delle tecnologie digitali) ma i social media sono un caso a parte.
Non è la prima volta che rileviamo uno stretto rapporto fra chi si presenta come
innovatore a livello tecnologico, bisognoso di avere le mani libere rispetto a
una legislazione percepita come ostacolo all’innovazione, e programmi politici
che si raccontano come stravolgimenti dello status quo e rottamatori
dell’inefficienza burocratico-statale.
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Il nuovo capitalismo è incardinato sul complesso militare-digitale che fonde gli
interessi delle cosiddette Big Tech (Alphabet, Amazon, Apple, Meta e Microsoft
più Space X e Palantir) e l’apparato militare e di sicurezza Usa. Una
polarizzazione del potere monopolistico delle piattaforme che favorisce
l’intensificarsi dei conflitti.
Non c’è molto da stupirsi se, a meno di 24 ore dalla visita lampo di Giorgia
Meloni a Mar-a-Lago (residenza privata di Donald Trump in Florida), Elon Musk
abbia presentato il conto ricordando il (probabile) accordo tra la sua Space-X e
il governo italiano. Per accedere ai servizi satellitari a orbita bassa Starlink
che stanno rivoluzionando il settore aerospaziale nel dominio civile e,
soprattutto, in quello militare, il governo sembrerebbe in procinto di
trasferire a Space-X un miliardo e mezzo di euro. Così facendo, legherebbe
l’Italia a doppio filo (rendendola tecnologicamente dipendente e verosimilmente
permeabile per quanto riguarda le informazioni critiche che ribalzerebbero tra i
satelliti di Musk) a uno dei principali esponenti del capitalismo digitale
contemporaneo.
leggi l'articolo di Dario Guarascio