L a prima volta che ho notato il nome Pierre Fabre non è stato su un cartellone
pubblicitario o su un titolo di giornale, ma sul bordo di un lavandino. Era
nella casa dei miei zii di Lione, sul tubetto di un dentifricio. Stava lì, con
una grossa impronta nel mezzo, e la scritta Laboratoire Pierre Fabre sbiadita
dall’uso. Perciò, quando anni dopo mi sono ritrovata a leggere del
coinvolgimento della Pierre Fabre nella costruzione di un’autostrada molto
contestata nella regione di Castres, non ho potuto non provare un distratto
senso di familiarità. Nelle case francesi, Pierre Fabre potrebbe essere ovunque
e da nessuna parte, considerato appena eppure ben conosciuto.
L’imprenditore da cui prende il nome la casa farmaceutica è infatti un volto
noto per la Francia, Pierre Jacques Louis Fabre ha aperto il suo primo
laboratorio nel 1961 e ha un curriculum abbastanza tipico della grande
imprenditoria di quegli anni: un impero in crescita, la proprietà temporanea di
un club di Rugby e un’attività di beneficenza. Magnate, mecenate e filantropo.
Nel 1999 l’imprenditore ha infatti prestato il proprio nome a un’altra entità,
la Fondation Pierre Fabre il cui scopo è la diffusione di medicine di qualità
nei Paesi del Sud del mondo. Non sembra perciò così assurdo immaginare in che
modo il desiderio di Fabre di lasciare il proprio nome inciso nella storia possa
essere stato solleticato dall’idea di estenderlo a un’opera infrastrutturale,
qualcosa di monumentale e tangibile come quella di un’autostrada.
L’occasione si è presentata negli anni Novanta, quando la posizione dell’azienda
era già più che salda nell’imprenditoria francese, con il completamento della
A680. Fabre ha quindi proposto la costruzione di un altro tratto autostradale di
circa 53 km che connettesse Tolosa e Castres, collegando direttamente la A680
alla A68, la A69. Un nuovo raccordo autostradale, quindi, che prevede la
conversione di parte di una strada nazionale (la N126) in una a pedaggio e che
avrebbe come beneficio stimato la capacità di ottimizzare di un quarto d’ora il
percorso. Quindi, velocizzare l’arrivo agli stabilimenti Fabre della zona. Per
trasformare l’idea in realtà, l’iter progettuale di Fabre si è concentrato sin
dall’inizio su un’intensa campagna lobbistica, sfruttando le proprie conoscenze
nell’alta politica francese. Così, quei 53 km di raccordo sono entrati
nell’agenda politica della Francia, diventando oggetto di un dibattito che, più
di tutto, sembra aver confermato il supporto all’imprenditoria in generale, e a
Fabre in particolare, più che un reale interesse nella A69.
Tant’è che nel 2010, sotto la presidenza Sarkozy, è arrivata la concessione
ufficiale a firma dell’allora ministro per l’Ecologia Jean-Louis Borloo, su
intercessione dello stesso primo ministro François Fillon. Addirittura, dopo la
morte di Fabre, nel 2013, il presidente François Hollande ha espresso rammarico
per la mancata ultimazione dei lavori. A suo dire, la A69 avrebbe già dovuto
essere inaugurata. Completata prima che il suo ideatore morisse. I lavori,
infatti, hanno incontrato sin dall’inizio ostacoli difficilmente sormontabili e
che, ancora oggi, non hanno permesso che la A69 superasse lo stadio di cantiere.
Autorizzazione e delibere, infatti, sono state valutate e concesse senza tener
conto di un elemento cruciale, ovvero la volontà degli abitanti della zona.
Dalla loro prospettiva, ad esempio, anche il guadagno temporale ha un risvolto
insostenibile proprio perché, oltre a prevedere un pedaggio pari a 17 euro,
sembrerebbe riguardare non tanto le singole persone cittadine, né tantomeno
quelle che lavorano negli stabilimenti, quanto piuttosto i trasporti industriali
da e per gli stabilimenti.
> Quei 53 km di raccordo sono entrati nell’agenda politica di Francia,
> confermando il supporto all’imprenditoria in generale, e a Fabre in
> particolare, più che un reale interesse nella A69.
Lo scontento locale non si limita alla singola spesa, ma all’impatto complessivo
della costruzione: eppure, non ha trovato riverbero nelle autorità politiche
che, anzi, nel 2018, già nel mandato presidenziale di Emmanuel Macron, hanno
dichiarato l’autostrada un progetto di pubblica utilità per poi aprire la gara
d’appalto. Il bando è stato aggiudicato a NGE group, che ha creato la società
Atosca per portare a compimento questo specifico progetto, il cui costo
complessivo è stato stimato in circa 450 milioni di euro, di cui 23 in fondi
pubblici. Il piano di lavoro, però, per quanto apparecchiato, è ancora in
stallo. Diverse associazioni, tra cui Les amis de la Terre, France nature
environnement, Extinction rébellion France, sono intervenute e altre si sono
formate, come il Collectif a69-Non à l’autoroute!, per denunciare l’impatto
ambientale del progetto e difendere il territorio.
Uno degli effetti immediati della costruzione, infatti, prevede la
deforestazione di circa 400 ettari di foresta che, oltre a essere una perdita
immediata in termini di salute ambientale, costituiscono ‒ come tutto l’ambiente
intorno al cantiere ‒ l’habitat di circa 157 specie di animali non umani, di cui
23 protette, che saranno, inevitabilmente, a rischio. L’abbattimento
preventivato di circa 200-260 alberi e la distruzione di circa 22 zone umide
comportano serie modificazioni idrogeologiche, tali per cui la compensazione
promessa risulta poco credibile ed efficace, in quanto non in grado, in effetti,
di restituire la complessità di un ecosistema che risulterebbe fisicamente
rimosso.
Nel 2023 lo sciopero della fame ‒ e poi della sete ‒, durato complessivamente 39
giorni indetto da Thomas Brail del National Tree Surveillance Group e da altre
persone attiviste che avevano occupato gli alberi per evitarne l’abbattimento,
culminato con l’ospedalizzazione di Brail, ha portato a una sospensione
effettiva dell’ordine di abbattimento. Ma non solo: la presenza massiccia di
gruppi ambientalisti, come Soulèvements de la Terre, ha permesso un lavoro che,
partendo dalle proteste è potuto intervenire a più livelli, compresi quelli
istituzionali, con la presentazione di ricorsi e richieste formali di
sospensione dei lavori. L’eco generata dal gesto di Brail e delle altre persone
scioperanti aveva interessato i media nazionali, portando alla ribalta le
proteste e i motivi per cui si sono rese necessarie. Al punto che, sempre nel
2023, le motivazioni delle autorità a favore della costruzione della A69 sono
state addirittura soppesate da 1500 scienziati, tra cui alcuni membri dell’IPCC
(Intergovernmental Panel on Climate Change), che con un articolo apparso su
L’obs si sono schierati a favore dei gruppi in protesta definendo l’A69 “uno di
quei progetti che devono essere abbandonati”.
(fot. Saverio Nichetti)
Infatti, i guadagni promessi sono piuttosto aleatori. In primo luogo; la A69 non
rappresenta un valido modello per ridurre il traffico e quindi le emissioni,
proprio perché incentiva il trasporto privato a discapito di quello pubblico.
Secondariamente, sempre secondo le analisi presentate nell’articolo, la strada
viene definita come “un progetto socialmente ingiusto”, in quanto andrebbe a
costituire la seconda autostrada più costosa di Francia. Infine, gli scienziati
hanno fatto presente che il disboscamento con successiva compensazione non può
essere considerato un modello valido. La piantumazione di alberi giovani in un
altro ambiente non è materialmente in grado di compensare per l’equilibrio
ambientale generato da una foresta di alberi adulti, ma soprattutto, per la
capacità degli ambienti selvatici di preservare la biodiversità di un
territorio. Ma non solo: l’autorità ambientale e il CNPN (Conseil National de
Protection de la Nature) hanno dichiarato il progetto ampiamente incompatibile
con gli obiettivi della Francia in materia di emissioni e neutralità climatica.
Nonostante le obiezioni scientifiche e l’opposizione crescente, la repressione
non è arretrata, anzi.
> L’autostrada sarebbe la seconda più costosa in Francia, definita per questo
> “un progetto socialmente ingiusto”. Ma non solo: l’autorità ambientale e il
> CNPN hanno dichiarato il progetto ampiamente incompatibile con gli obiettivi
> della Francia in materia di emissioni e neutralità climatica.
Lo scorso anno, ad esempio, gli scontri sono stati prolungati e mal incassati
dalla polizia antisommossa francese, il CRS (Compagnies Républicaines de
Sécurité), che si è trovato con qualche camionetta in fiamme, nonostante
l’impiego ingente della forza bruta. Quest’anno, per evitare lo scontro
ravvicinato e diretto con le persone manifestanti, oltre allo schieramento
massiccio di agenti, con annessi controlli e perquisizioni costanti in tutta la
zona limitrofa al campeggio, le forze dell’ordine francesi hanno utilizzato
metodi di repressione della folla a lungo raggio con un’assiduità che ha
trasformato la marcia, la turbo teuf, in una resistenza a un assedio. La
manifestazione è stata dapprima circondata su tre lati, per poi essere colpita
da una pioggia di dissuasori urticanti, irritanti e da shock, e infine attaccata
alle spalle, passando proprio dal bosco che costituiva l’unico spazio non
occupato dalle forze dell’ordine. L’impiego di lacrimogeni e granate stordenti
si è protratto per diverse ore, rendendo l’aria più che irrespirabile persino
nei giorni successivi e lasciando uno strascico che avrà, inevitabilmente,
effetti sulla fauna che abita i boschi limitrofi agli scontri.
Un aumento della tensione e del tentativo di reprimere le proteste, resosi
necessario per l’efficacia delle proteste stesse e per la validità delle
rivendicazioni supportate dalle autorità scientifiche. Eppure, nemmeno il parere
degli esperti sembra poter essere decisivo. Il via libera ai lavori era rimasto
in essere fino alle proteste del 2024, dopo le quali era stato preso in esame.
In particolare, il 27 febbraio di quest’anno, il Tribunale amministrativo di
Tolosa ne ha annullato l’autorizzazione esprimendosi in merito al ricorso
presentato dalle associazioni ambientaliste e ritenendo che i benefici del
progetto fossero insufficienti rispetto ai danni ambientali prospettati. Il
governo francese si è quindi trovato a rilanciare un appello sostenendo con
forza la presenza di un interesse nazionale di forza maggiore ‒ lo stesso
contestato dai 1500 scienziati su L’obs ‒ e sostenendo che l’annullamento
definitivo dei lavori avrebbe potuto compromettere future implementazioni della
rete infrastrutturale francese. Quindi, il 28 maggio, lo stesso tribunale
amministrativo ha concesso una “sursis à exécution”, cioè una sospensione
dell’esecuzione della sentenza. Il Tribunale ha convenuto sul fatto che
l’interesse di forza maggiore sia sufficiente a ripristinare le concessioni
ambientali annullate, permettendo, di fatto, la ripresa dei lavori. Le pressioni
governative hanno quindi avuto la meglio, al momento, sulle valutazioni
territoriali. L’opposizione, però rimane forte.
La zona contesa, infatti, è una ZAD (Zone Á Défendre), e cioè una zona in cui
agiscono persone contrarie alla devastazione ambientale provocata dai grandi
progetti infrastrutturali e dai loro cantieri. Il nome deriva dall’acronimo
usato in campo edile per designare un cantiere: Zone d’aménagement différée,
letteralmente zona di sfruttamento differita. Il termine è stato quindi ripreso
e rivendicato da gruppi di persone attiviste ‒ dette zadiste ‒ il cui obiettivo
è reclamare territori e spazi sottraendoli alla speculazione economica e
risparmiando loro il danno ambientale, sociale e politico. Le ZAD non hanno come
unico scopo la preservazione dell’ambiente, ma anche la rivendicazione
dell’umanità come parte integrante di questa natura. La tradizione delle Zone
difese in Francia è molto lunga, sintomo di una lotta ecologista profondamente
radicata nel territorio, ma anche nel futuro. La ZAD più celebre è quella che,
nel 2018, ha impedito la costruzione dell’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes nei
pressi di Nantes, riuscendo a preservare circa 1650 ettari di foresta.
Lo slogan che nel 2018 ha accompagnato manifestazioni e azioni rimane tuttora
presente nelle varie zone di mobilitazione, dai megabassines all’A69, arrivando
fino alla resistenza No TAV in Valsusa: “Siamo la natura che si difende”. La ZAD
di Nantes, è stata molto più che un luogo di resistenza alla devastazione. Sin
dall’inizio si è caratterizzata per la sua volontà trasformativa. La ZAD,
infatti è più di tutto un luogo di comunità. A Nantes, l’occupazione ha permesso
di creare coesistenze alternative, inframmezzate e aggredite dagli sgomberi
della gendarmerie. In particolare, nel 2012 è stata colpita dall’operazione
Cesar, la più grande mobilitazione poliziesca dal 1968, a cui la comunità ha
risposto con una presenza di 40.000 volontari impegnati per ricostruire le
abitazioni e i luoghi condivisi. La tradizione della ZAD guarda molto più avanti
rispetto alla singola emergenza, per quanto drammatica, cercando di renderla uno
spazio per costruire un’alternativa.
> Un aumento della tensione e del tentativo di reprimere le proteste, resosi
> necessario per l’efficacia delle proteste stesse e per la validità delle
> rivendicazioni supportate dalle autorità scientifiche.
E infatti, quale che sia la mobilitazione, negli spazi condivisi ‒ temporanei o
meno ‒ si respira un’aria totalmente diversa. Prima di tutto, la volontà di
essere spazi di convivenza sicuri per chi li attraversa. Il che avviene sì con
appositi servizi dedicati e una continua opera di informazione ‒ non è insolito
trovare cartelli che spiegano cosa sia il consenso, e, soprattutto cosa
significa estorcerlo ‒ ma più di tutto con una cultura interna estremamente
ricettiva che unisce l’ascolto di chi attraversa la ZAD alla necessità che sia
consapevole che comportamenti coerenti con il modello oppressivo esterno non
sono benaccetti. Un esempio banale ma non troppo: durante le grandi
mobilitazioni estive, chi organizza si premura di fornire un servizio pasto che
garantisca alle persone la possibilità di mangiare ed essere in forze prima
delle lunghe manifestazioni. I pasti serviti sono semplici, poveri, a offerta
libera. Negli ultimi due anni, poi, le cucine hanno sempre proposto cibo vegano
e senza glutine rendendo più facile per le persone che prendevano parte alle
manifestazioni accedervi e avere la certezza che non sarebbero rimaste per ore
sotto il sole a stomaco vuoto. Elementi di cura collettiva, questi, che si
sommano creando una dimensione antitetica rispetto a quella esterna, informata
dall’attuale stadio del capitalismo in cui tutto è merce e consumo, dissenso
compreso.
(fot. Martina Micciché).
Quindi, oltre a essere una zona occupata per evitare che grandi opere
infrastrutturali devastino l’ambiente, è anche il punto di partenza per la
costruzione di una comunità. La ZAD A69 si inserisce in questa cornice. Infatti,
la rivendicazione sul territorio non riguarda solo qualcosa di misurabile, come
la metratura di foresta che verrebbe irrimediabilmente distrutta, ma anche
qualcosa di più inafferrabile: l’idea per un modo diverso di vivere e convivere.
Nelle ZAD si propone qualcosa di diverso, di nuovo e antico insieme, che parte
dalla collettività. Essere parte della natura, significa anche questo: inserirsi
in un ambiente come parte dello stesso e non come proprietari occupanti. Una
prospettiva ben diversa da quella che, normalmente, disciplina i rapporti tra
umanità e ambiente solitamente incentrati sull’utile e l’uso. Disporre di ciò su
cui si può imporre un diritto di proprietà, ad esempio acquistando un terreno,
in maniera arbitraria e individualistica genera inevitabilmente un incremento
del danno ambientale proprio perché, in prima istanza, l’ambiente diventa un
oggetto inerte, un bene.
Una volta depauperato della sua identità, svuotato della sua complessità e
rimosse tutte le soggettività, umane e non, che vi entrano in relazione per
vivere ‒ e, magari, vivervi bene ‒, questo territorio viene plasmato dalla
tendenza alloplastica delle relazioni economiche che intervengono
strutturalmente su tutto ciò in cui vengono intessute per metterlo a reddito. E
quindi, una ZAD ne costituisce il contrappunto. Un rigetto del dogma produttivo
e dell’interesse speculativo dei singoli a favore di un approccio alla terra più
ampio, comunitario e non solo. Perché non si tratta solo di preservare un
territorio e di costruirci benessere per chi vi è immediatamente prossimo, ma
anche di creare delle reali alternative che diano garanzie a chi è lontano e a
chi verrà dopo.
Una ZAD potrebbe sorgere ovunque, contro il progetto di un traforo, di
un’autostrada o di un allevamento intensivo. Ciò che la caratterizza e la rende
possibile è la presenza di una comunità attiva, interna ed esterna al
territorio: cooperativa ed attenta alle reali esigenze di chi abita e attraversa
quei luoghi. Ecco perché non è raro che anche chi non partecipa direttamente
alle mobilitazioni si renda in qualche modo utile. Lo scorso anno, a La
Rochelle, gli abitanti della città che avevano case al pianterreno hanno aperto
i cancelli alle oltre 20.000 persone manifestanti, per garantire loro la
possibilità di riempire le borracce, sciacquare le ferite o ripulirsi dalle
sostanze urticanti. La ZAD si propaga anche così, di casa in casa. Diventando
memoria organica del fatto che la terra è vita, comunità e memoria. E forse, è
proprio questo che spaventa di più.
> La zona contesa, oltre ad essere occupata per evitare che grandi opere
> infrastrutturali devastino l’ambiente, è anche il punto di partenza per la
> costruzione di una comunità.
Il passaggio dagli scaffali alla casa è ciò che traghetta la produzione nella
normalità, i grandi nomi nelle dispense e nei cassetti, appesi negli armadi o
dimenticati in giro. Etichette. Familiari in modo sinistro, amichevoli in modo
impensato. I nomi del consumo sono ovunque, ciò che vi si nasconde dietro, per
qualche motivo invece no. Rimane impigliato alle pieghe della routine, esterno.
Appeso ai luoghi della devastazione, incernierato nella terra divelta, inciso
sui tronchi degli alberi morti, passa sopra i cadaveri degli animali intossicati
dai miasmi, disidratati dalla siccità, scardinati dalle tane dalle benne delle
ruspe. Inciso nella memoria di chi ricorda che lì, proprio lì, stava un bosco.
La traccia indelebile lasciata da certi nomi, la devastazione, su quel
lavandino, non arriva. Là dove Pierre Fabre sembra semplicemente una firma, non
certo la presa di un’industria e di un industriale su un territorio.
L'articolo A69: l’autostrada della discordia proviene da Il Tascabile.
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I l sogno è stato quello di raccogliere l’eredità di Voltaire, Zola e Sartre,
incarnando l’ideale del grande intellettuale pubblico francese. Per quasi
quarant’anni Bernard-Henri Lévy, filosofo più a suo agio come performer che
dietro a una cattedra, ci è riuscito. Con una clausola, secondo i suoi nemici:
diventando un abile ideologo, capace di travestirsi da paladino dell’umanesimo
per difendere l’esistente. Un globetrotter da 150 milioni di euro sul conto in
banca le cui parole hanno funzionato, con straordinaria costanza, come
proiettili sparati sempre nella stessa direzione: quella dei nemici
dell’Occidente. Polemista, reporter, esteta, seduttore, consigliere di
presidenti e soprattutto disturbatore diplomatico, BHL ‒ l’acronimo con cui lo
chiamano in Francia ‒ continua a dominare la scena intellettuale europea come
una figura mitologica.
Nato a Beni Saf, in Algeria, nel 1948, Lévy appartiene a una famiglia ebraica
sefardita che si trasferì in Francia quando lui aveva sei anni. Figlio di un
ricco industriale del legno, Lévy è cresciuto in un contesto agiato,
intellettualmente esigente e profondamente consapevole del proprio privilegio.
Ha frequentato l’École Normale Supérieure, sotto la guida di intellettuali come
Louis Althusser e Jacques Derrida. Invece di restare nell’ambito del mondo
accademico, però, Lévy ha deciso presto di fare della figura pubblica la sua
vera opera. È diventato giornalista e corrispondente di guerra, coprendo la
guerra di indipendenza del Bangladesh nel 1971. Nei primi anni Settanta è stato
anche tra i fondatori del movimento dei Nouveaux philosophes, una corrente
antitotalitaria che si scagliava contro il marxismo, l’URSS e i dogmi della
sinistra radicale ereditati dal maggio del Sessantotto.
È stato in quegli anni che, secondo il suo stesso racconto, nasceva il filosofo
engagé. Insieme ad André Glucksmann, Alain Finkielkraut e Pascal Bruckner ha
rivendicato la sua partecipazione alla lotta studentesca per farne un
ingrediente biografico decisivo, salvo poi attaccarla nei decenni successivi,
per il suo lascito nella morale sessuale, i diritti umani, la religione e
l’antisemitismo. C’era la ripresa di un pensiero liberale che mescolerà
l’entusiasmo per il crollo del comunismo agli slogan di un illuminismo un po’
robotico; un repubblicanesimo che suggerirà l’appartenenza a un Occidente
centrato sugli Stati Uniti e, successivamente, sulla lotta al “terrorismo
internazionale”. Un radicalismo che non spaventerà nessuno nei segmenti centrali
in società, ma detterà il perimetro del dicibile nella sinistra spaesata post
guerra fredda.
Lévy ha compreso, mentre crollava il mondo bipolare, l’importanza dell’immagine
e del discorso emozionale in un’epoca che si avviava verso il dominio
televisivo. È stato un iper-modernista che si professava difensore di valori
universali, da imporre ovunque, attraverso una sorta di pensiero prêt-à-porter,
facilmente confezionabile per i talk show e i supplementi culturali. E in
effetti la biografia di Lévy sembra essere costruita come una sequela di episodi
in un serie d’avventura, dove il protagonista ha un ego sconfinato: nel 1993,
durante una visita nella Bosnia assediata, Lévy si è trovato bloccato dal fuoco
serbo. Mancava poco al suo matrimonio con Arielle Dombasle, star del cinema
francese. Così chiamò l’Eliseo e ottenne un jet privato. “Ho fatto così tanto
per il governo francese, era il minimo”, commenterà più tardi. Aggiungendo:
“Cosa dovevo fare? Non sposarmi più?”. L’episodio gli è valso il soprannome Deux
heures à Sarajevo, e resta emblematico del modo in cui Lévy ha sempre vissuto il
mondo: come una ribalta per la sua epopea personale, da attraversare e divulgare
senza perderci troppo tempo, prima dell’avventura successiva.
> Lévy ha deciso presto di fare della figura pubblica la sua vera opera. Ha
> compreso, mentre crollava il mondo bipolare, l’importanza dell’immagine e del
> discorso emozionale in un’epoca che si avviava verso il dominio televisivo.
Vent’anni dopo, durante il collasso del regime di Muammar Gheddafi è volato in
Libia, ha convinto l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy a intervenire
militarmente, ha negoziato con i ribelli, e si è presentato come l’intermediario
tra Parigi e il Consiglio nazionale di transizione. «Non credo nei miracoli, ma
quel giorno ne è avvenuto uno», scrisse, parlando dell’incontro tra i libici e
Sarkozy da lui stesso organizzato. È stato lui, Lévy, a chiamare l’Eliseo e lo
ha convinto ad accettare. Una diplomazia parallela, autoinvestita, sostenuta da
un ego che ha bisogno di una causa per alimentare un personaggio larger than
life, come dicono gli anglofoni. Fa niente che l’intervento in Libia abbia
lasciato dietro di sé un Paese devastato e preda del caos: BHL è sempre
concentrato su un’altra missione.
“Riparare il mondo. Soltanto ripararlo. Ma ripararlo con ardore, vigore,
determinazione”: è una frase usata tanti anni fa da BHL per definire sé stesso,
e che lui ha concretato mettendosi su un piedistallo dominante, orchestrando con
maestria una campagna di autopromozione senza precedenti, capace di garantirgli
una presenza costante su stampa e televisioni. Ma se Sartre si batteva contro il
colonialismo e dialogava con i movimenti rivoluzionari, Lévy ne ha rappresentato
il rovescio: vicino ai potenti, amico stretto del direttore del Fondo monetario
internazionale, Dominique Strauss-Kahn, sostenuto da una rete fitta di relazioni
nei media e nella finanza che ne hanno amplificato sistematicamente la voce.
Dietro questa immagine c’è una visione del mondo che più manichea non si può.
BHL l’ha sintetizzata in un intervento l’anno scorso, al Teatro Parenti di
Milano, la cui direzione è notoriamente filoisraeliana rigida: da un lato, per
il filosofo, c’è l’“asse del male” ‒ Putin, Hamas, l’Iran, la Cina ‒, dall’altro
“noi”, le democrazie occidentali sotto attacco. Ogni ambiguità è espunta, ogni
complessità ignorata. Certo, c’è anche in Francia una sinistra che si oppone a
questo schema: ma questa è per lui la sinistra “melanconica”, come la definisce,
oppure i “nichilisti”, cioè chi ha in odio la vita, che per BHL dev’essere spesa
a dimostrare come i processi di globalizzazione, se gestiti con intelligenza e
ottimismo, possano tradursi in benefici concreti per la gente comune, di
qualunque nazionalità e credo.
Le scorrettezze per demolire ogni resistenza a questo concetto non si contano.
Nel 2018, Lévy ha scritto che il cambio di nome da Persia a Iran nel 1935 fu un
favore fatto dagli iraniani ad Adolf Hitler in persona, per ingraziarselo. In
realtà, i rapporti tra nazisti e lo shah di Persia erano minimi. E questa
storia, che Lévy tenta di usare per far risalire al Terzo Reich la malvagità del
regime odierno di Teheran, era stata peraltro messa in giro proprio dagli
ayatollah, a partire dalla Rivoluzione islamica, per denigrare il regime
precedente. Un’affermazione storicamente falsa, insomma, ma perfettamente
funzionale al sensazionalismo mascherato da analisi del filosofo. Stesso modus
operandi nel 2001, quando nel suo resoconto sulla Colombia in preda a una
quasi-guerra civile, descrive le “rosse” FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della
Colombia) come un cartello mafioso, ignorando completamente il ruolo dei
paramilitari filo-governativi e filo-occidentali, responsabili dell’80% dei
morti delle violenze. Non è inettitudine, la sua, è omissione strategica:
manipolare la realtà in modo da rafforzare la propria narrazione morale.
> Se Sartre si batteva contro il colonialismo e dialogava con i movimenti
> rivoluzionari, Lévy ne ha rappresentato il rovescio: vicino ai potenti,
> sostenuto da una rete fitta di relazioni nei media e nella finanza che ne
> hanno amplificato sistematicamente la voce.
Nel novembre dello stesso anno, BHL aveva pubblicato su Le Point una lettera “a
chi si è sbagliato”, vale a dire ai pacifisti che contestavano nelle piazze la
War on Terror bushista: “Dicevate: ‘il pantano americano… gli americani sono
bloccati… l’esercito americano non riuscirà mai a sconfiggere questo nuovo
Vietnam che sono le pianure e le montagne dell’Afghanistan…’. Ecco la caduta di
Kabul, il disastro senza gloria dei talebani e la vittoria fulminea”. Prendeva
in giro, Lévy, i talebani che sembravano già sconfitti in un battibaleno.
Vent’anni dopo questo giudizio inappellabile, gli Stati Uniti si sarebbero
ritrovati impantanati nel conflitto armato più lungo della loro storia e con
migliaia di morti e traumatizzati, fino al ritiro disastroso durante
l’amministrazione Biden.
Ogni nuova uscita editoriale o filmica di BHL, non importa quante cantonate lui
abbia preso, è accompagnata in Francia da un battage mediatico quasi
totalitario: elogi sperticati sui canali pubblici, interviste ossequiose che
oscillano tra l’agiografia e la promozione, con giornalisti che gli fanno
domande tipo: “Cosa la spinge a correre questo rischio?”, o “Dove trova tutto
questo coraggio?”. Se filosofi come Gilles Deleuze e Jacques Rancière non hanno
mai nascosto il loro disprezzo per la vacuità del Lévy-pensiero, e Cornelius
Castoriadis si definiva “sconcertato” dal suo successo, dei reporter
d’inchiesta, Nicolas Beau e Olivier Toscer hanno messo a fuoco quindici anni fa
non solo l’ideologia, ma soprattutto il potere materiale di Lévy: quello di un
uomo d’affari spregiudicato, capace di accrescere il già cospicuo patrimonio
familiare, di eludere il fisco mentre impartiva lezioni anticomuniste alle
classi popolari, e di dirigere un’azienda implicata in gravi casi di
deforestazione in Africa. Dietro la retorica del “bene” e dell’“umanesimo” si è
celato, secondo Beau e Toscer, un uomo-network capace grazie ai suoi mezzi e
alle sue relazioni di influenzare il discorso pubblico. Anche a base di
intimidazioni, ricatti editoriali, pressioni sulle redazioni per non invitare
personalità ostili, e tentativi di fare cancellare ogni voce critica.
Qualcuno ogni tanto si ribella. Nel suo libro-reportage sul giornalista del Wall
Street Journal Daniel Pearl (Chi ha ucciso Daniel Pearl, 2003), Lévy si è messo
in viaggio in Pakistan per rintracciare i suoi assassini. Il decano degli
storici dell’area, lo scozzese William Dalrymple ha smontato il lavoro punto per
punto, definendolo un atto di vanità travestito da inchiesta:
> Sebbene tenti di creare una nuova forma letteraria… mescolando reportage con
> la novellizzazione in stile John Berendt o Truman Capote, appare evidente fin
> dalle prime pagine che, con il Pakistan, Lévy è completamente fuori dalla sua
> portata. Il problema principale del libro è la qualità dilettantesca di gran
> parte della ricerca di Lévy… dimostra ben presto di essere profondamente
> ignorante sulla politica dell’Asia meridionale… Lévy presenta una serie di
> teorie del complotto arzigogolate e indimostrabili.
> In tutto il suo libro, Lévy mostra un disprezzo intermittente per l’Islam e
> qualcosa di simile all’odio per il Pakistan. Il problema con la condanna
> totale di Lévy verso il Pakistan e i suoi abitanti è che offre un ritratto in
> cui non c’è spazio per la sottigliezza e la sfumatura. Il più ridicolo di
> tutti è l’auto-ritratto della figura aspirante a James Bond che Bhl dipinge di
> sé stesso, rappresentandosi come l’eroe della propria storia di spionaggio.
Ma questo è il metodo BHL: apparire nei luoghi delle crisi per esserne
protagonista. Come quando, dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, è volato
immediatamente in Israele. “È stato un riflesso”, dirà. Si è fatto fotografare a
Sderot, ha visitato i kibbutz attaccati scortato dai funzionari di Benjamin
Netanyahu, e ha concluso che Gaza e Kiev sono due facce dello stesso conflitto,
e che dietro entrambe c’è sempre lui: Vladimir Putin. A BHL non interessa avere
pudore nell’analogia storica: cerca l’effetto magniloquente, che gli faccia
tenere insieme il castello concettuale che ha costruito per i lettori. Così il
suo reportage sulla guerra tra lo Stato ebraico e Hezbollah nel 2006 era stato
ancora più grottesco. Lévy aveva paragonato l’Israel defence force alle brigate
repubblicane della guerra civile spagnola: come se un esercito dotato di F-16 e
intelligence satellitare fosse assimilabile ai volontari squattrinati di
Hemingway che combattevano contro Franco.
> Questo è il metodo BHL: apparire nei luoghi delle crisi per esserne
> protagonista.
E se all’uscita del libro aveva reagito con sdegno a La rabbia e l’orgoglio
(2001, 20092) di Oriana Fallaci, sua amica, definendolo un testo pericoloso che
favoriva l’odio indiscriminato contro i musulmani, oggi ne condivide lo stesso
schema oppositivo, semplicemente indossato con una giacca più elegante. Non a
caso, il pensiero di BHL è amplificato dalla stessa galassia centro-liberale
convinta che non ci siano alternative allo “scontro di civiltà” che vent’anni
prima aveva amplificato la giornalista fiorentina: inclusa una sinistra laica e
universalista spaventata dal multiculturalismo. Così come Fallaci, BHL si
ritrova alleato dei neoconservatori e femministe “della seconda ondata” che si
sentono esiliati in casa propria e hanno in odio l’Islamo-gauche.
Con gli anni BHL ha approfittato di un clima molto più sensibile verso
l’antisemitismo che verso l’islamofobia. Quando la Corte penale internazionale
ha emesso i mandati di cattura per Netanyahu lui è andato su tutte le furie: ha
definito “vergognosa” la decisione, nonostante l’arresto sia invocato anche per
i leader di Hamas (che nel frattempo però sono morti) e ha bollato la denuncia
di “genocidio” a Gaza come “Falsa, moralmente abietta”. La pugnace inviata
dell’ONU per i Territori Occupati, nonché star mediatica, Francesca Albanese, è
diventata così un suo bersaglio prediletto: “pericolosa”, “nuovo volto
dell’antisemitismo”, “megafono di Hamas”. BHL ne ha chiesto la censura presso
tutte le università appoggiandosi ai comunicati di UN Watch, una aggressiva
lobby filoisraeliana. Non contento ha scritto un libro, La solitudine di Israele
(2024), accusando l’Occidente di non aver aiutato abbastanza il suo alleato.
Sulle pagine di Repubblica, durante le prime fasi della guerra su Gaza, BHL è
stato una presenza assidua. Ha attaccato senza pietà gli studenti pro-Gaza,
liquidandoli senza appello come sciocchi e antisemiti. “Se alziamo la voce
contro Israele, è perché abbiamo perso la nostra bussola morale”, scriveva su X
(fu Twitter). E poi: “Il futuro di Israele è luminoso grazie a menti acuminate
come Eylon Levy. Lui lo sa che le parole contano. E che l’online è un’altra
linea del fronte per questa guerra”. Si trattava, letteralmente, dell’ex
propagandista online di Netanyahu. Che aveva definito i partecipanti nelle
proteste per il cessate il fuoco di Londra, tutti, senza distinzioni, “apologeti
dello stupro”, e si era fatto licenziare perché era riuscito a offendere persino
il governo Tory britannico. “La strategia offensiva contribuirà alla vittoria”,
prometteva BHL.
Persino il mite Michele Serra è costretto a intervenire, commentando in una sua
Amaca il filosofo televisivo che sciorina “inamovibile, autorevole,
impenetrabile a qualunque obiezione, una lista infinita di ragioni di Israele
nel nome delle quali non esisteva altra possibile ragione. Ovvero: o Noi, o
Loro. Non può funzionare così. O meglio, finché funziona così l’annientamento
reciproco (che è figlio della disumanizzazione reciproca) è la sola strada
percorribile”.
> Il pensiero di BHL è amplificato dalla galassia centro-liberale convinta che
> non ci siano alternative allo “scontro di civiltà”, inclusa una sinistra laica
> e universalista spaventata dal multiculturalismo.
In un certo senso, tuttavia, i social sono stati una sciagura sia per BHL che
per Israele: il pubblico anziano e benestante che si adagia su una serie di
pregiudizi e luoghi comuni male informati sulla carta non può nulla contro
l’informazione senza intermediari che smaschera le manipolazioni degli
intellettuali pubblici e getta luce sui crimini di guerra di una nazione alleata
di ferro dell’Europa. Molti intellettuali intruppati nelle stesse cause di BHL,
disabituati al confronto aspro e goffi tecnicamente, a causa dell’età, hanno
peggiorato, a causa di tecniche propagandistiche facilmente demolibili, la
percezione pubblica dell’«unica democrazia del Medioriente». Eppure, lui ha
continuato a rimanere al centro della scena mediatica, sostenuto da una rete di
alleanze politiche ed editoriali che lo hanno reso quasi intoccabile.
Negli ultimi anni, BHL ha trasformato l’Ucraina nella sua nuova ossessione:
fotografie in trincea, discorsi all’ONU, documentari con sé stesso protagonista.
Le sue apparizioni al fronte ‒ sempre in giacca nera stirata e camicia bianca
slacciata ‒ non servono a confondere il pubblico: sono il suo marchio.
Un’estetica da reportage di moda prestata ai crimini di guerra. E se qualcuno
glielo fa notare, lui risponde: “È la mia uniforme”. Il fatto di essere “andato
sul campo” gli serve a vantare un’autorevolezza che tanti pacifisti secondo lui
non hanno, e a invocare più aiuti militari, più massimalismo e più silenziamento
degli scettici, nonostante i suoi tour all’estero siano impacchettati su misura
per il messaggio che deve passare.
Quella configurazione serve, a BHL, per portare avanti un universalismo
estremamente selettivo, che si manifesta quando il bersaglio non disturba i suoi
alleati e non costringe a ragionamenti troppo complessi. Un’idea del mondo
puerile messa in mostra in un monologo teatrale del 2018: Last Exit before
Brexit. BHL, seduto sognante in poltrona, alla fine di un’intemerata per salvare
il progetto europeo, elenca il governo continentale dei suoi sogni: John Locke e
Rosa Parks ai Diritti umani; Pussy Riot ai Diritti delle donne; George Soros e
Madre Teresa all’Economia. Un dispositivo che funziona con un pubblico spaesato,
che per risolvere la sua crisi d’identità sceglie di irrigidirsi sempre di più,
sempre di più, e tenta di rallentare il declino europeo con formulette che
sembrano uscite da un film Marvel.
In una lettera pubblicata nel 1979, lo storico francese Pierre Vidal-Naquet,
indignato per la promozione di un saggio di Bernard-Henri Lévy, intitolato Il
testamento di Dio, chiedeva ai lettori del Nouvel Observateur: “Come può
accadere che, senza esercitare il minimo controllo, un editore, dei giornali,
delle reti televisive lancino un prodotto simile, come fosse una saponetta?”.
Mezzo secolo dopo, quella domanda è ancora più inquietante. Lévy non è solo un
intellettuale controverso: è un sintomo. Il sintomo di contraddizioni che non
riguardano una sola persona, ma una civiltà, che vuole sostituire la complessità
con l’arroccamento. In questo scontro il mondo è un palcoscenico. E lui sempre
al centro, con la camicia sbottonata.
L'articolo Bernard-Henri Lévy: ideologo dell’Occidente? proviene da Il
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