VIOLENZE E MOLESTIE AL TEATRO DUE DI PARMA: ROMPIAMO IL SILENZIO.
Negli ultimi mesi il Tribunale del Lavoro di Parma ha condannato il Teatro Due
di Parma e un regista – il cui nome è oscurato da sentenza, ma il mondo teatrale
italiano è piccolo e il nome è ormai noto, si tratta di Walter Le Moli – a
risarcire due attrici per molestie e violenze sessuali, per il danno
professionale, biologico e esistenziale subito.
Per quanto crediamo profondamente che la giustizia e la lotta alla violenza di
genere non si facciano nei tribunali, bisogna ammettere che si tratta di una
sentenza storica che apre un precedente importante per il mondo teatrale
italiano: per la prima volta viene infatti riconosciuta la responsabilità del
Teatro come datore di lavoro nel non aver fatto niente per prevenire le violenze
e le molestie. Inoltre, è stato riconosciuto per la prima volta nel mondo del
teatro italiano il risarcimento psicologico per le violenze subite.
È nelle realtà auto organizzate, dal basso, che le attrici hanno trovato
ascolto, supporto e aiuto: se si è arrivati ad aprire il vaso di Pandora del
#MeToo del teatro italiano, lo si deve – oltre alla forza e alla consapevolezza
delle due attrici Federica Ombrato e Veronica Stecchetti – ad Amleta e
Differenza Donna, collettive impegnate nella lotta contro la violenza di genere
nel mondo dello spettacolo. Dalla denuncia delle due attrici, si è ricostruito
un pattern di violenze sessuali, molestie e soprusi a opera di Le Moli che va
avanti dal 1998, indisturbato. Sono tante le attrici che, vedendo finalmente
accolte le richieste di ascolto di due colleghe, hanno deciso di condividere la
loro esperienza.
MA COSA È SUCCESSO? ANDIAMO PER STEP.
Nel 2019 le due attrici partecipano a Casa degli Artisti, un corso di alta
formazione, finanziato con fondi della Regione Emilia-Romagna, organizzato dalla
Fondazione Teatro Due di Parma e destinato a giovani attori e attrici. Il
regista docente era Walter Le Moli, membro del Consiglio di Amministrazione
della Fondazione.
Gli orari previsti erano dalle 15 alle 19, ma il docente si presentava
puntualmente in ritardo, costringendo – chi poteva – a trattenersi fino a notte
inoltrata, con il benestare del Teatro, nonostante le lamentele portate avanti
dall3 partecipant3.
Non tutt3 potevano trattenersi, e per questo spesso il regista si trovava solo
con poche allieve. Da buon figlio del patriarcato, il violento Le Moli da subito
mette in atto comportamenti manipolatori e violenti con alcune studentesse, che
arriveranno fino allo stupro, azioni che non riporteremo qui (la pornografia del
dolore non ci riguarda) ma ci sono 59 pagine di testimonianze a questo LINK per
chi volesse approfondire. Basta dire che Le Moli approfittava del suo ruolo di
potere nella relazione docente-student3, e della giovane età delle attrici,
dando loro false speranze di lavoro, manipolandole e minacciandole di non farle
lavorare mai nel mondo del Teatro, essendo lui una personalità – a suo dire –
molto influente.
E IL TEATRO?
Il Teatro ha dichiarato di non aver mai saputo niente, e si è limitato ad
allontanare il regista nel 2021, dopo una diffida da parte dei legali dello
studio “Lavoro Vivo”.
Le testimonianze però, riportano un’altra realtà dei fatti: un dipendente
dell’Ufficio Comunicazione aveva messo in guardia una ragazza dicendo di stare
lontana da lui per evitare “situazioni spiacevoli”, citiamo testualmente. E in
più occasioni le vessazioni verbali e gli insulti erano urlati nel corso delle
lezioni: è quindi altamente improbabile che nessuno sentisse. C’è un episodio
particolare, che mette nero su bianco come il Teatro se ne sia lavato le mani,
diventando automaticamente complice: dalle testimonianze emerge che una sera una
ragazza arrivò in Teatro e parlando a voce molto alta, alla presenza di membri
della Fondazione, chiese “dove fosse quel porco che se la fa con le ragazzine,
per dirgliene quattro”. I membri del direttivo si limitarono a fare un
vergognoso sorriso di circostanza.
Le due attrici, prima di trovare il supporto di Amleta e Differenza Donna,
avevano già provato a denunciare, ma – come ci si può aspettare – non sono state
ascoltate. Le violenze e i soprusi raccontati erano stati archiviati come “non
adeguatamente provati” e si assumeva l’insistenza di un rapporto di lavoro.
Ed è qui che entra in gioco Amleta, collettivo femminista intersezionale che da
anni è un osservatorio vigile e costante per combattere violenza e molestie nei
luoghi di lavoro dello spettacolo dal vivo.
Grazie alle testimonianze raccolte, all’appoggio legale di Differenza Donna, e
alla consigliera di Parità dell’Emilia-Romagna Sonia Alvisi, si tenta un
ricorso. I tempi della giustizia però sono restrittivi, ed erano già scaduti i
dodici mesi per avviare il processo penale. Si è riusciti tuttavia a fare leva
sul fatto che il corso fosse una sorta di selezione, e quindi una fase della
vita lavorativa, azione che ha permesso di arrivare in Tribunale di Parma, che
il 20 settembre 2025 accerta dal punto di vista legale le molestie e le
violenze.
Sono passati più di 6 anni di silenzio su questa storia di violenze, ricatti e
abusi anzi, quasi 30 anni di silenzio, se teniamo conto che la prima
testimonianza risale al 1998, ma è importante riportare le parole di una delle
due attrici: «Non gioisco per la sentenza perché so che tutte le persone
all’interno di quel teatro sono rimaste in silenzio: hanno omesso di rispondere
alle mail e alle richieste di aiuto che abbiamo mandato, hanno voltato lo
sguardo di fronte alla vista di giovani attrici in lacrime, non hanno risposto
ai dubbi e alle manifestazioni di disagio, mentre si sono impegnate a mandare
avanti l’immagine glorificata di un regista che veniva descritto come geniale,
potente, intellettualmente affascinante. E proprio in virtù di quest’immagine la
violenza si è compiuta, tutelata da una narrazione che mette subito in chiaro le
cose: voi siete nulla, lui è il Re, e dovete solo ringraziare di essere al suo
cospetto.»
Il silenzio è continuato anche dopo la sentenza, e ancora una volta è dal basso
che arriva una risposta di solidarietà, un urlo a squarciare il silenzio che
avvolge la città di Parma, il Teatro italiano, i giornali, le istituzioni.
La Casa delle Donne di Parma infatti indice per il 6 dicembre un incontro
pubblico per chiedere le dimissioni dei vertici del teatro e per dare voce a
questa storia di violenza, incontro a cui hanno partecipato le attrici Federica
Ombrato, Veronica Stecchetti e Cinzia Spanò dell’associazione Amleta, insieme a
Chiara Colasurdo e Maria Teresa Manente dell’associazione Differenza Donna.
Nello stesso giorno, il Teatro Due pubblica un vergognoso comunicato stampa di
innocenza – in cui non si legge nemmeno una parola di solidarietà alle attrici –
e in cui annunciano un ricorso alla sentenza.
Un gruppo di student3 dello stesso corso di formazione – riunitisi nel
collettivo Dieci teatranti – qualche giorno dopo chiedono di incontrare la
direttrice Paola Donati pretendendo chiarezza e scuse. La direttrice non cambia
posizione, dichiarando che a chiedere scusa deve essere il regista. Dal 9
dicembre 2025, l3 student3 entrano – e sono tutt’ora (7 gennaio) – in sciopero.
Il 18 dicembre 2025 il Teatro ha indetto un incontro per presentare delle deboli
scuse per non “aver valutato adeguatamente i comportamenti del regista”, ma
continua a rifiutare ogni tipo di responsabilità: è ben chiaro come non si
tratti di una posizione sentita, quanto piuttosto di un tentativo di ripulirsi
l’immagine, dato che – specialmente tra i giovani – la reputazione del Teatro
rischia di arrivare ai minimi storici.
L’assessora regionale alla Cultura e alle Pari Opportunità, Gessica Allegni,
aveva fatto sapere che sarebbe iniziato un iter per verificare se c’erano i
presupposti che avrebbero portato ad una revoca dei finanziamenti pubblici al
teatro. Sarà un caso che il 5 gennaio 2026 la direttrice si è autosospesa? Dal
comunicato ufficiale leggiamo che, senza alcuna vergogna, è lei stessa a
dichiarare che si autosospende “per mantenere salda la fiducia da parte degli
Enti che sostengono il Teatro”. Si autosospende per non perdere i finanziamenti,
non per ammissione di colpevolezza e incapacità nel gestire la situazione. Anche
in questo comunicato, non mezza parola di solidarietà alle attrici, né da lei,
né da nessun’altro membro del direttivo.
Imbarazzante il sostegno dal comune, che esprime solidarietà “alla sensibilità
di Paola Donati” e elogia la Fondazione Teatro Due per come ha gestito
l’allontanamento del regista: come se allontanare un abuser fosse un fatto
eccezionale, e non il minimo.
Non sappiamo come andrà avanti la storia, quello di cui siamo cert3 è che il
sistema patriarcale non conosce limiti, e che anche nel mondo della cultura e
dello spettacolo, la violenza machista agisce con il benestare di un sistema che
li tutela: se le attrici ci hanno messo volto e nome, il nome del regista viene
ben nascosto, a tutela della sua immagine, impedendo di fatto che le violenze si
ripetano. Se non si divulga il nome, come potranno altre attrici sapere se sono
al sicuro nei futuri corsi di formazione, workshop e laboratori che seguiranno?
Quanta fiducia si chiede di avere alle giovani attrici che si affacciano al
mondo del teatro, se non si ha nemmeno il coraggio di divulgare il nome di un
abuser?
è per questo che serve aprire un discorso collettivo nel mondo dello spettacolo
dal vivo, un discorso in cui le istituzioni devono mettersi in discussione e
ammettere che per anni si è protetto un sistema con modalità patriarcali e
machiste.
Sono pochi, pochissimi, i teatri che si sono espressi sulla vicenda, in un clima
di omertà vergognoso – ma che non ci stupisce. Sappiamo che l’abuser ha potuto
agire indisturbato, in maniera sistematica e continuata, perché tutti intorno a
lui hanno preferito chiudere gli occhi, e perché il sistema teatrale italiano
porta ancora i segni di un retaggio secondo cui il sessismo e le molestie sono
considerate quasi “parte del processo”, e comunque faccende di poco conto, da
minimizzare. Dagli stessi Teatri ora silenti, aspettiamo con ansia spettacoli,
monologhi e iniziative in sala per l’8 marzo o il 25 novembre.
A Federica, Veronica, e tutte le sorelle che hanno dovuto, devono e dovranno
lottare per farsi sentire, tutta la nostra solidarietà: urleremo insieme, con
amore e rabbia.
SE SEI UN ARTISTA
ricordiamo che l’Osservatoria di Amleta raccoglie segnalazioni di abusi,
discriminazioni o violenze nel mondo dello spettacolo: tutte le informazioni sul
loro sito amleta.org. Le segnalazioni vengono gestite con discrezione e
valutando le azioni da intraprendere a seconda del caso da affrontare.
Source - Lautoradio
#altrefrequenze
LE VOCI VERSO LA MANIFESTAZIONE CITTADINA DEL 21 NOVEMBRE - CONCENTRAMENTO ORE
18.00 IN PIAZZA PARTIGIANI.
All Eyes On Palestine
https://lautoradio.org/wp-content/uploads/2025/11/21.11.25-ALL-EYES-ON-PALESTINA.mp3
Operatori Sociali Autorganizzati
https://lautoradio.org/wp-content/uploads/2025/11/21.11.25-OSA.mp3
Assemblea Transfem Perugia
https://lautoradio.org/wp-content/uploads/2025/11/21.11.25-TRANSFEM.mp3
COMUNICATO DEL COORDINAMENTO CITTADINO.
Contro le aziende che supportano il genocidio in Palestina.
Contro lo sfruttamento delle persone impiegate nella filiera del cioccolato.
Contro la città vetrina e per la difesa della biodiversità sul nostro
territorio.
Evento qui
Dopo oltre 70 anni di apartheid ai danni del popolo palestinese, dopo due anni
di mobilitazioni contro il genocidio messo in atto dal governo sionista
israeliano, dopo che in tutto il mondo le persone sono scese in piazza contro il
massacro sistematico di civili e la distruzione di ospedali e scuole, non è
possibile che venga permesso alle aziende che fanno affari con Israele di avere
un posto nel centro storico di Perugia. Tutti gli abitanti di questa città sanno
che Eurochocolate è una vetrina delle multinazionali che affamano il mondo con
le colture transgeniche, i fertilizzanti, i salari da fame e la concorrenza
sleale. Queste sono le stesse aziende la cui ricchezza si basa su una violenza
strutturale che colpisce soprattutto le donne: nelle piantagioni di cacao, dove
le lavoratrici sono relegate nei ruoli più precari e pagate una miseria; e
dentro i loro stabilimenti, dove la doppia fatica di essere donne e lavoratrici
viene sfruttata per massimizzare i profitti. Aziende che non si fanno problemi a
investire in luoghi in cui i paramilitari uccidono le persone che difendono i
popoli nativi e gli ecosistemi minacciati dai loro progetti. Aziende che
stringono la mano a criminali di guerra come Netanyahu e i suoi ministri.
Tra queste, Nestlè, legata alla proprietà del colosso alimentare israeliano
Osem, è per questo stessa sotto attenzione del movimento per il Boicottaggio,
Disinvestimento e Sanzioni (BDS). Un’azienda i cui piani di licenziamento alla
Perugina non sono un incidente, ma l’applicazione di un modello di sfruttamento
che nelle filiali del Sud del mondo si traduce in pratiche di sfruttamento
odiose: la negazione dei diritti di maternità, l’esposizione a turni estenuanti
e molestie sul lavoro, e la sistematica preferenza per l’assunzione di donne
nelle mansioni più repetitive e meno pagate, per sfruttare la loro presunta
“docilità”. Aziende controllate da fondi di investimento che vivono di
speculazioni immobiliari, come quelle che sta preparando Trump (e non solo)
quando afferma di voler riempire le spiagge di Gaza con resort per ricchi di
tutto il Pianeta.
Se non vi basta ciò che succede davanti al nostro mare, nel Sud del mondo,
ricordatevi cosa hanno prodotto per Perugia queste aziende che avete davanti. La
turistificazione dei centri storici: sempre più inaccessibili per famiglie a
basso reddito. Le monoculture di noccioleti, come nell’orvietano dove la
biodiversità è minacciata dalla riconversione delle attività agricole. I deserti
industriali, come quello che si prospetta dopo l’annuncio di Nestlè di tagliare
il personale alla Perugina.
Alla luce di tutto ciò non possiamo che opporci ad un mostro come “il museo del
cioccolato”. Una vetrina attaverso la quale vengono sistematicamente negate
tutte le nefandezze di questa filiera. Uno spazio tolto alla nostra città, ai
produttori locali, al commercio equo, a modelli economici alternativi a quelli
dominanti.
Stanchi di essere una vetrina, vogliamo tornare ad essere abitanti di questa
città ribelle! Con la resistenza palestinese! dopo le intense mobilitazioni
degli ultimi mesi, lanciamo un appello a tutte le forze cittadine perché Perugia
non venga messa a disposizione dei complici del governo di Israele.
MANIFESTAZIONE 21 NOVEMBRE CONCENTRAMENTO ORE 18.00 IN PIAZZA PARTIGIANI.
Comunicato del coordinamento cittadino.
Contro le aziende che supportano il genocidio in Palestina.
Contro lo sfruttamento delle persone impiegate nella filiera del cioccolato.
Contro la città vetrina e per la difesa della biodiversità sul nostro
territorio.
Evento qui
Dopo oltre 70 anni di apartheid ai danni del popolo palestinese, dopo due anni
di mobilitazioni contro il genocidio messo in atto dal governo sionista
israeliano, dopo che in tutto il mondo le persone sono scese in piazza contro il
massacro sistematico di civili e la distruzione di ospedali e scuole, non è
possibile che venga permesso alle aziende che fanno affari con Israele di avere
un posto nel centro storico di Perugia. Tutti gli abitanti di questa città sanno
che Eurochocolate è una vetrina delle multinazionali che affamano il mondo con
le colture transgeniche, i fertilizzanti, i salari da fame e la concorrenza
sleale. Queste sono le stesse aziende la cui ricchezza si basa su una violenza
strutturale che colpisce soprattutto le donne: nelle piantagioni di cacao, dove
le lavoratrici sono relegate nei ruoli più precari e pagate una miseria; e
dentro i loro stabilimenti, dove la doppia fatica di essere donne e lavoratrici
viene sfruttata per massimizzare i profitti. Aziende che non si fanno problemi a
investire in luoghi in cui i paramilitari uccidono le persone che difendono i
popoli nativi e gli ecosistemi minacciati dai loro progetti. Aziende che
stringono la mano a criminali di guerra come Netanyahu e i suoi ministri.
Tra queste, Nestlè, legata alla proprietà del colosso alimentare israeliano
Osem, è per questo stessa sotto attenzione del movimento per il Boicottaggio,
Disinvestimento e Sanzioni (BDS). Un’azienda i cui piani di licenziamento alla
Perugina non sono un incidente, ma l’applicazione di un modello di sfruttamento
che nelle filiali del Sud del mondo si traduce in pratiche di sfruttamento
odiose: la negazione dei diritti di maternità, l’esposizione a turni estenuanti
e molestie sul lavoro, e la sistematica preferenza per l’assunzione di donne
nelle mansioni più repetitive e meno pagate, per sfruttare la loro presunta
“docilità”. Aziende controllate da fondi di investimento che vivono di
speculazioni immobiliari, come quelle che sta preparando Trump (e non solo)
quando afferma di voler riempire le spiagge di Gaza con resort per ricchi di
tutto il Pianeta.
Se non vi basta ciò che succede davanti al nostro mare, nel Sud del mondo,
ricordatevi cosa hanno prodotto per Perugia queste aziende che avete davanti. La
turistificazione dei centri storici: sempre più inaccessibili per famiglie a
basso reddito. Le monoculture di noccioleti, come nell’orvietano dove la
biodiversità è minacciata dalla riconversione delle attività agricole. I deserti
industriali, come quello che si prospetta dopo l’annuncio di Nestlè di tagliare
il personale alla Perugina.
Alla luce di tutto ciò non possiamo che opporci ad un mostro come “il museo del
cioccolato”. Una vetrina attaverso la quale vengono sistematicamente negate
tutte le nefandezze di questa filiera. Uno spazio tolto alla nostra città, ai
produttori locali, al commercio equo, a modelli economici alternativi a quelli
dominanti.
Stanchi di essere una vetrina, vogliamo tornare ad essere abitanti di questa
città ribelle! Con la resistenza palestinese! dopo le intense mobilitazioni
degli ultimi mesi, lanciamo un appello a tutte le forze cittadine perché Perugia
non venga messa a disposizione dei complici del governo di Israele.
𝗦𝗢𝗟𝗢 𝗜𝗟 𝗣𝗢𝗣𝗢𝗟𝗢 𝗦𝗔𝗟𝗩𝗔 𝗜𝗟 𝗣𝗢𝗣𝗢𝗟𝗢.
𝘾𝙤𝙢𝙪𝙣𝙞𝙘𝙖𝙩𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙖𝙩𝙩𝙞𝙫𝙞𝙨𝙩𝙚 𝙚 𝙙𝙚𝙜𝙡𝙞
𝙖𝙩𝙩𝙞𝙫𝙞𝙨𝙩𝙞 𝙙𝙚𝙡 𝙙𝙤𝙥𝙤𝙨𝙘𝙪𝙤𝙡𝙖 𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡’𝘼𝙨𝙨𝙚𝙢𝙗𝙡𝙚𝙖
𝙋𝙤𝙥𝙤𝙡𝙖𝙧𝙚 𝙙𝙞 𝙑𝙞𝙖 𝙙𝙚𝙡 𝙇𝙖𝙫𝙤𝙧𝙤.
-𝗥𝗶𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲 𝗶𝗹 𝗗𝗼𝗽𝗼𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗮 𝗣𝗼𝗽𝗼𝗹𝗮𝗿𝗲!
A breve ripartirà il Doposcuola Popolare di Quartiere!
Abbiamo raggiunto il 4° anno di questa bellissima esperienza di lotta.
Come ogni anno ci sarà il rinnovamento di una parte dei ragazzi e delle ragazze
che beneficiano del servizio. Salutiamo, invece, quelli e quelle dello scorso
anno che hanno iniziato le scuole superiori, facendo loro un grande in bocca al
lupo per questo nuovo percorso di vita, sperando di rivederli presto. Anche la
comunità delle attiviste e degli attivisti si sta rinnovando e rafforzando, per
accogliere e prendersi cura, al meglio, di tutte e tutti.
-𝗧𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝗜𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗹𝗼𝗰𝗮𝗹𝗶
Quest’anno riprendiamo le attività con almeno un mese di ritardo a causa della
trattativa avuta fino alla scorsa settimana con il Comune di Perugia, nello
specifico con l’Assessora alle politiche sociali, pari opportunità, diritto
all’abitare, contrasto alle discriminazioni e lotta alle disuguaglianze,
promozione di politiche a sostegno delle vittime della violenza di genere, nuove
cittadinanze, Costanza Spera. Questa trattativa è stata aperta nell’ambito della
complessiva vertenza di quartiere che stiamo conducendo insieme all’Assemblea
Popolare di Via del Lavoro (V.d.L.); tavolo di trattativa che purtroppo – al
momento – non ha portato ai risultati sperati (sul versante del doposcuola) per
cui ci sembra doveroso condividerne gli elementi essenziali oltre che una nostra
riflessione a riguardo.
Dall’inizio di quest’anno ci siamo attivati nel quartiere con delle assemblee
popolari per discutere dei problemi che vivono gli abitanti della zona, dello
stato di abbandono, di servizi e spazi di aggregazione che mancano e per
organizzarci al fine di rivendicare le istanze elaborate dal basso nei confronti
delle istituzioni preposte.
Da marzo è iniziata una vera e propria trattativa tra gli abitanti del quartiere
e i diversi assessorati competenti del Comune di Perugia.
L’Assessora Spera è stata molto disponibile al confronto, avvenuto in vari
incontri durante i quali abbiamo esposto la necessità per i/le ragazzi/e del
quartiere di un servizio educativo extrascolastico e uno spazio sicuro dove
poter fare i compiti e creare relazioni di valore.
Riteniamo giusto che il Comune si prenda carico dei ragazzi e delle ragazze dei
quartieri popolari e periferici, intervenendo con maggiori risorse e con una
maggiore strutturazione dei servizi educativi.
La dispersione scolastica e l’abbandono educativo sono due questioni che lo
Stato e gli enti territoriali devono affrontare.
Abbiamo, quindi, richiesto all’Assessora di intervenire e sanare questa
situazione, rivendicando un servizio pubblico di doposcuola nel quartiere che
migliorasse la qualità del servizio offerto fino ad ora e allargasse il bacino
degli studenti e delle studentesse accolti/e.
Nei vari incontri l’Assessora, pur ascoltando le istanze degli abitanti, ha
evidenziato i limiti economici e organizzativi che affronta la macchina Comunale
per poter intervenire in maniera capillare nel territorio.
Ad oggi il servizio di doposcuola non viene riconosciuto come un servizio di
primaria necessità, lo dimostra la tendenza del Comune ad esternalizzare il
servizio al mondo del “terzo settore” con interventi che tamponano il problema
per un periodo di tempo limitato, senza risolverlo alla radice. Ne sono un
esempio i GET (Gruppi Educativi Territoriali), ovvero dei servizi di doposcuola
che l’amministrazione comunale eroga tramite le cooperative.
Durante l’ultimo incontro tenutosi in Comune abbiamo avuto modo di confrontarci
anche con i rappresentanti della cooperativa ASAD (a cui sono stati appaltati i
GET) per comprendere meglio come si svolgesse il loro servizio.
La proposta che ci è stata fatta da parte loro è stata quella di fornire un
numero massimo di 2 educatori/trici per un’attività di supervisione compiti,
destinata ad un gruppo di circa 15/20 studenti/esse della scuola secondaria di
1° grado.
-𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗿𝗶𝘁𝗲𝗻𝘂𝘁𝗼 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗼𝘀𝘁𝗮
𝗶𝗻𝘀𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲?
Abbiamo ritenuto insufficiente la proposta per un motivo essenziale: il numero
di educatori ed educatrici proposti non consente di garantire un servizio
educativo accettabile dal punto di vista qualitativo, soprattutto perchè molti
ragazzi/e che aiutiamo presentano Bisogni Educativi Speciali (BES).
La stessa Cooperativa, ci ha “confessato” che nei GET, oltre ai/lle due
educatori/trici preposti/e, si deve avvalere del supporto di volontari/e, a
conferma del fatto che non sarebbe questa la modalità giusta per superare e
migliorare un servizio che già portiamo avanti in forma volontaristica e con
rapporti numerici ben maggiori tra volontari/e e ragazzi/e.
Non consideriamo, tuttavia, la trattativa come totalmente fallimentare: aver
dato voce ai ragazzi ed alle ragazze del nostro territorio è un fatto
importante.
Inoltre, gli incontri ci hanno consentito di avere maggiore contezza delle
proposte e dei progetti messi in campo dalle Istituzioni locali.
Abbiamo comunque deciso di valutare un’altra possibilità: quella di utilizzare i
2 educatori/trici che ci sono stati proposti, per dar vita ad un’attività di
supervisione didattica destinata agli studenti/esse delle scuole superiori,
dotati quantomeno di una capacità di scelta nel partecipare o meno al doposcuola
e di autonomia maggiore rispetto a quelli delle scuole medie.
L’idea di creare un’aula studio nasce proprio dalla richiesta che ci è stata
fatta da molte ragazze/i del quartiere, i quali hanno manifestato la necessità
di uno spazio sicuro dove poter studiare ed incontrarsi nel pomeriggio.
La trattativa con il Comune sta proseguendo sotto questo aspetto e si allarga ad
“Ater”, in quanto proprietaria di un immobile abbandonato da anni, che assieme
agli/lle abitanti è stato individuato come possibile spazio aggregativo attorno
al quale ricostruire la rete di relazioni del quartiere.
-𝗜𝗺𝗽𝗲𝗴𝗻𝗼 𝗲 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮
𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲
Sappiamo che in questo momento storico le risorse per il welfare pubblico sono
sempre minori, a causa di scelte politiche (sostenute anche dallo stesso centro
sinistra) come ad esempio la legge sul pareggio di bilancio, i tagli al welfare
ed infine l’assurda corsa al riarmo europeo, nuovamente a discapito della spesa
sociale.
Di fronte a questo scenario, le Istituzioni locali hanno responsabilità
politiche dirette, delle quali sono chiamate a rendere conto.
A tal proposito, ad esempio, in occasione dell’otto marzo di quest’anno, avevamo
ribadito pubblicamente quanto fosse poco opportuna la partecipazione della
nostra sindaca Vittoria Ferdinandi alla piazza lanciata da “Repubblica”,
svoltasi il 15 marzo a Roma, dove sotto la retorica dei valori europei e
dell’europeismo, se ne sventolava la bandiera legittimando le sconsiderate
dichiarazioni della presidente delle commissione europea Von der Leyen, rispetto
alla necessità di incrementare ulteriormente le spese militari dei paesi membri
e della necessità di un esercito europeo più forte e più armato.
La Sindaca partecipò e rivendicò la propria presenza a quella piazza, nonostante
una parte importante della cittadinanza avesse espresso il proprio dissenso.
Tutto questo non per sindacare o giudicare l’agenda politica della prima
cittadina della nostra città ma per evidenziare che, anche rispetto a tematiche
che vengono discusse in contesti più ampi, come quello nazionale ed
internazionale, le amministrazioni comunali possono e devono farsi portavoce
delle istanze dei propri cittadini.
Il mandato per cui è stata eletta questa Giunta non è sicuramente quello di
sostenere direttamente o indirettamente una tendenza all’economia di guerra (che
imperversa in Europa e nel mondo), ma piuttosto quello di rivendicare le
necessità dei nostri territori: adeguate risorse per la spesa sociale, per
l’istruzione, per la manutenzione del territorio, per la coesione sociale, per
la sanità, per l’edilizia popolare.
Di fronte a tutte queste problematiche, siamo stanchi e stanche di sentirci
rispondere che “sarebbe tanto bello ma non ci sono i soldi”; vogliamo invece un
Comune che, dopo essere stato eletto promettendo di ascoltare le istanze delle
persone, ne diventi esso stesso portavoce negli organi regionali e di Stato
competenti, laddove le risorse che possiede a disposizione non sono adeguate.
Rispetto invece a come vengono spese le – limitate – risorse a disposizione, ci
teniamo a ribadire alcune cose molto semplici:
-𝗟’𝗮𝗽𝗽𝗮𝗹𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗶 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗶𝘇𝗶 𝗱𝗶 𝗰𝘂𝗿𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗲
𝗰𝗼𝗼𝗽𝗲𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝘁𝗲𝗿𝘇𝗼 𝘀𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗲 è ampiamente dimostrato
dai dati che costa alle amministrazioni comunali di più rispetto alla loro
gestione diretta e in maniera inversamente proporzionale ne riduce la qualità.
Vogliamo che venga invertita la tendenza ad esternalizzare i servizi a
Cooperative che cercano di erogare più servizi possibili al di sopra delle
proprie forze e a discapito della qualità. Cooperative che molto spesso, per
sottostare alle logiche degli appalti, sottopongono i propri dipendenti a delle
condizioni lavorative precarie.
Vogliamo educatori ed educatrici assunti direttamente dal Comune, che vengano
messi nelle condizioni di erogare servizi di qualità e che diano la garanzia
della continuità, fuori dalle scadenze di bandi e appalti.
-𝗕𝗮𝘀𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗹’𝗮𝗯𝘂𝘀𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝘃𝗼𝗹𝗼𝗻𝘁𝗮𝗿𝗶𝗮𝘁𝗼 𝗻𝗲𝗹
𝘁𝗲𝗿𝘇𝗼 𝘀𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗲.
Le numerose spiacevoli notizie che si susseguono quotidianamente nella nostra
città di episodi di violenza e degrado – soprattutto tra i più giovani –
dimostrano la necessità di lavorare con urgenza nel cercare di risanare un
tessuto sociale sempre più ammalato e sfibrato.
La dispersione scolastica, la scarsa qualità della vita e dei servizi
(soprattutto nelle periferie della città) e la precarietà lavorativa ed
esistenziale che caratterizza la vita dei più giovani, va affrontata con una
programmazione di politiche sociali seria e strutturale. Non si può pensare di
avvalersi della disponibilità dei cittadini/e volontari/e per sostenere progetti
educativi extrascolastici, come non si può pensare che attraverso le cosiddette
“settimane della custodia” si possano riqualificare i quartieri di periferia.
-𝗦𝗼𝗹𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗼𝗽𝗼𝗹𝗼 𝘀𝗮𝗹𝘃𝗮 𝗶𝗹 𝗽𝗼𝗽𝗼𝗹𝗼
Come Collettivo politico il nostro lavoro in quartiere è sempre stato quello di
ascoltare i bisogni delle persone e farci portavoce delle rivendicazioni
politiche che emergono da questo dialogo.
Quando si lavora con i problemi concreti della gente diventa funzionale
intraprendere un confronto dialettico con le istituzioni e fare pressione
affinché queste si attivino per rispondere a tali istanze.
Spesso, prima ancora di attivare dei percorsi di vertenza cittadina come quello
che stiamo portando avanti con l’Assemblea Popolare, ci siamo messi/e a
disposizione per offrire un aiuto concreto, con l’entusiasmo e lo spirito di
solidarietà e di comunità che caratterizza la nostra azione politica diretta.
Dalla compilazione delle domande dei bonus per pagare le bollette durante la
pandemia, alle consegna delle cassette solidali, le pulizie dei parchi
abbandonati, le assemblee popolari, l’inchiesta di quartiere, lo stesso
doposcuola popolare, non sono opere buone che facciamo con spirito di
compassione o carità cristiana; sono azioni politiche necessarie di fronte ad un
tessuto sociale così sfaldato come quello delle nostre periferie.
Gli unici mezzi che abbiamo a disposizione sono la lotta e l’autorganizzazione.
Ripartirà il Doposcuola Popolare, così come continueranno le assemblee di
quartiere, fino a che tutte le criticità del territorio emerse dall’inchiesta
non troveranno una soluzione adeguata, continuando ad avere un approccio di
lotta che unisce i problemi locali a quelli nazionali ed internazionali.
Ripartiremo con la consapevolezza di quanto sia necessario continuare a tessere
relazioni di valore all’interno della nostra comunità, poiché uniti-e ed
organizzati-e possiamo conquistare condizioni di vita migliori.
Invitiamo le realtà associative, collettivi e comitati cittadini che condividono
la nostra analisi, a mettersi in contatto con noi ed iniziare così a fare rete,
per una reale e concreta attivazione dal basso, fatta di rivendicazioni,
partecipazione attiva e scambio di pratiche, idee ed azioni concrete di
solidarietà, con la convinzione che la riqualifica dei territori debba
necessariamente passare per una riqualifica sociale fatta di reti di socialità e
solidarietà, spazi di aggregazione e l’indispensabile ricostruzione di senso di
comunità e di appartenenza.
𝙂𝙡𝙞 𝙖𝙩𝙩𝙞𝙫𝙞𝙨𝙩𝙞 𝙚 𝙡𝙚 𝙖𝙩𝙩𝙞𝙫𝙞𝙨𝙩𝙚 𝙙𝙚𝙡 𝙙𝙤𝙥𝙤𝙨𝙘𝙪𝙤𝙡𝙖
𝙥𝙤𝙥𝙤𝙡𝙖𝙧𝙚.
𝘼𝙨𝙨𝙚𝙢𝙗𝙡𝙚𝙖 𝙥𝙤𝙥𝙤𝙡𝙖𝙧𝙚 𝙙𝙞 𝙑𝙞𝙖 𝙙𝙚𝙡 𝙇𝙖𝙫𝙤𝙧𝙤 (𝙑𝙙𝙇).
DOPO 2 ANNI DI GENOCIDIO DEL POPOLO PALESTINESE COS’ALTRO DEVE SUCCEDERE?
Dopo una settimana di scioperi, presidi, mobilitazioni e numerosi flashmob
organizzati nelle piazze di tutta Italia e in oltre 200 poli ospedalieri per
chiedere una risposta del governo al genocidio in corso e per la protezione
degli attivisti della Global Sumud Flotila, anche Perugia ha risposto allo
sciopero generale del 3 ottobre chiamato dai sindacati di base.
Le oltre 5.000 persone che hanno partecipato al corteo sono andate ben oltre la
piazza destinata come punto d’arrivo: hanno invaso le strade della città
arrivando fino alla stazione centrale, occupando i binari di fontivegge, azione
che in città non succedeva da 15 anni.
Il flusso di mobilitazioni non si è fermato, arrivando ad organizzare oltre 5
autobus per partecipare alla chiamata nazionale del 4 ottobre a Roma indetta dai
Giovani Palestinesi.
Una marea, più di 1 milione di persone, 3 km di corteo di cui non si vedeva la
fine: Roma è stata bloccata, nonostante i tentativi delle forze dell’ordine di
boicottare gli arrivi, fermando autobus e macchine all’uscita del casello
autostradale e sottoponendoli a immotivate perquisizioni.
Quello che rende questo corteo una data storica, oltre alla partecipazione
massiccia, è il fatto che ha coinvolto tutta la popolazione, non solo movimenti
e associazioni che già da tempo si battevano per la causa Palestinese e
denunciavano l’occupazione e l’apartheid israeliana a Gaza, ma anche singole
soggettività.
La manifestazione nazionale è stata il culmine di una settimana intera di
mobilitazioni sui singoli territori, presidi permanenti e due scioperi generali
per urlare che non vogliamo essere complici di questo genocidio. Ci siamo
ripresə le piazze e le strade, insieme, come non si faceva da anni, si è
ritrovata la dimensione popolare che chiede giustizia, che si ribella ai governi
e alla repressione del diritto di manifestare il proprio dissenso.
La presa di coscienza di tutt3 ci dimostra come non ci sia più argine: quando la
ribellione diventa condivisa e tocca persone anche lontane dalla politica, non
si può più arrestare.
La partecipazione delle piazze ha dimostrato che va difeso a tutti i costi il
concetto di umanità calpestato dai governi per interessi economici e politici,
scegliendo di non essere complici.
Le mobilitazioni delle ultime settimane hanno incoraggiato il superamento delle
divisioni di piazza e promosso l’autodeterminazione delle manifestazioni,
portando ad occupazioni spontanee proprio perché necessarie.
Il grido “blocchiamo tutto” è arrivato forte e chiaro, e la risposta dal basso è
stata altrettanto decisa: non vogliamo essere complici come il governo; fermiamo
gli invii di qualsiasi strumento diretto ad Israele per alimentare la sua
avanzata imperialista; utilizziamo il boicottaggio come strumento per rallentare
la macchina di morte guidata da Israele.
La questione palestinese diventa il simbolo di una lotta intersezionale, e ci
domandiamo: è forse la Palestina che sta liberando noi?
Oggi più che mai è necessario ribellarsi e resistere ad ogni forma di
colonialismo e imperialismo.
Dopo 2 anni di genocidio del popolo palestinese cos’altro deve succedere?
La mancata condanna allo stato di Israele, da parte dei governi, ha scatenato
una reazione della società civile che, anche a seguito dell’azione della Global
Sumud Flotilla, ha risposto in maniera unitaria e spontanea pretendendo azioni
concrete per bloccare il genocidio e mettere fine alla crisi umanitaria
volutamente provocata dal governo sionista.
L’azione della Global Sumud Flotilla non è stata solo umanitaria ma anche
politica. Partire mettendo a repentaglio la propria sicurezza per rompere il
silenzio mediatico e istituzionale sul genocidio è un atto volto a costringere i
governi di appartenenza a porsi delle domande: la democrazia va tutelata solo
quando viene esportata forzatamente in altri paesi o va difesa ogni giorno in
tutti quei governi che si definiscono democratici?
La missione della GSF ha dimostrato al mondo come lo stato sionista si arroghi
la facoltà di calpestare ogni sorta di diritto, da quello del popolo palestinese
di esistere a quello internazionale.
La Palestina rappresenta la lotta al sistema colonialista e imperialista, contro
i governi occidentali che non rispettano il diritto all’autodeterminazione dei
popoli oppressi.
Il passato è già tornato nel presente, lo farà anche nel futuro se non
reagiamo.
Oggi più che mai è necessario costruire delle alternative concrete e durature.
Senza la liberazione della Palestina non potremo mai essere liber3.
#FREEPALESTINE
I CONTRIBUTI IN VISTA DELLA MANIFESTAZIONE REGIONALE PER LA PALESTINA IN VISTA
PER IL 13 SETTEMBRE A PERUGIA.
Perugia, 11/09/2025
In vista del corteo regionale del 13 settembre a Perugia il collettivo All Eyes
On Palestine, insieme ad altre realtà del territorio, lancia l’appello alla
mobilitazione con le parole d’ordine: Stop al genocidio! Solidarietà alla
resistenza palestinese! Libertà per Anan Yaeesh! Autodeterminazione del popolo
palestinese.
All Eyes On Palestine
https://lautoradio.org/wp-content/uploads/2025/09/all-eyes-on-palestine-11925.mp3
Mjriam Abu Samra
https://lautoradio.org/wp-content/uploads/2025/09/Mjriam-Abu-Samra-online-audio-converter.com_.mp3
(riportiamo da palestinechronicle.com )
‘Ritorno a Gaza’ è la prima pubblicazione tutta al femminile che attraverso la
riflessione personale delle palestinesi in Italia.
Esce per Edizioni Q “Ritorno a Gaza – Scritti di donne italo-palestinesi sul
genocidio”, prima pubblicazione tutta al femminile che attraverso la riflessione
personale delle palestinesi in Italia propone una disamina culturale e politica
della violenza genocidaria sionista e della storica resistenza palestinese al
progetto coloniale.
Con i contributi di Mjriam Abu Samra (curatrice), Shaden Ghazal, Rania Hammad,
Sabrin Hasbun, Laila Hassan, Samira jarrar, Sara Rawash, Noor Shihade, Tamara
Taher, Widad Tamimi.
Il ricavato del libro sara’ devoluto a GAZZELLA ONLUS
Riportiamo l’Introduzione di Mjriam Abu Samra
Questa raccolta di brevi articoli, tutti scritti al femminile, nasce in un
momento storico in cui la voce delle donne palestinesi s’impone come atto di
resistenza contro le narrazioni egemoniche che hanno per tanto tempo distorto,
frammentato e strumentalizzato la più generale lotta di liberazione palestinese.
Mai come adesso il racconto personale e politico delle seconde generazioni di
donne palestinesi in Italia è importante sia per capire l’impatto e la portata
del genocidio a Gaza, sia per deco- struire le strutture di potere coloniali che
continuano a modellare il discorso pubblico occidentale.
PALESTINA LIBERA.
STOP GENOCIDE.
… NEANCHE PER PRENDERE LA RINCORSA.
Milano, 06/09/2025
Un’ enorme mobilitazione, un corteo di oltre 50.000 persone, ha invaso le strade
di Milano rispondendo alla chiamata nazionale a seguito dello sgombero del
Leoncavallo, storico centro sociale di via Watteau. Uno spazio con 50 anni di
politica attiva in città, che nel suo lungo percorso ha cambiato forma ma non la
sostanza, di realtà che dal basso offre un’alternativa alla logica capitalista e
consumista della città.
Un attacco non solo al luogo fisico dunque, ma a ciò che rappresenta, l’idea che
la politica pensata come quotidianità, quella che dà alloggio a chi resta senza
casa, quella che ospita collettivi transfemministi e che crea alternative dal
basso per combattere le marginalità sociali, possa davvero dare luogo ad un
mondo diverso, lontano dalla logica del profitto.
“GIU’ LE MANI DALLA CITTA’ ”.
Lo striscione d’apertura riprende le parole d’ordine dell’assemblea pubblica del
2 settembre, che ha visto la partecipazione di tantissime realtà cittadine, per
la difesa degli spazi pubblici e sociali autogestiti, contro la gentrificazione,
per il diritto all’abitare, contro la speculazione edilizia e contro i padroni
delle città.
Chiaro il messaggio di Marina Boer, la presidentessa dell’associazione Mamme
Antifasciste del Leoncavallo che sfilano in corteo:
“Questo muro che si è creato è un indice delle scelte politiche di questa città.
Ciò che fa rabbia è che questo è un sintomo di cosa sia diventata Milano, che
una volta era piena di cultura e di attività per tutti. Ora sta bene ai milanesi
questo deserto di grattacieli? È davanti a tutti cosa sia diventata la città”.
Lo sgombero del Leoncavallo, a seguito delle trasformazioni del piano
urbanistico della città di Milano, è un esempio lampante di come le città
vengano sempre più vissute in ottica securitaria, segnate da zone rosse e
restrizioni alla libertà di manifestare il proprio dissenso.
Un concetto di legalità che amplifica l’isolamento sociale, punitivo verso le
soggettività già marginalizzate e che va ad ampliare le disuguaglianze nel
Paese.
“Il Leo è un simbolo, ma non ce ne facciamo niente di simboli vuoti: le
occupazioni non tolgono nulla alla comunità, anzi la arricchiscono e colmano dei
vuoti comunitari.”
Queste le parole scandite chiaramente dagli altoparlanti durante la
manifestazione.
La grande partecipazione al corteo nazionale ha dimostrato la volontà diffusa di
combattere per un altro modello di città: intersezionale, antiabilista,
transfemminista, orizzontale e in grado di contrapporsi al verticalismo del
potere.
Un primo spezzone di movimento del corteo, composto da spazi sociali occupati e
di alternativa culturale, si è ritrovato alle 12.00 di fronte la stazione
centrale, in piazza Duca D’Aosta, per poi convergere a Porta Venezia, verso il
concentramento ufficiale delle 14.00 chiamato dal Leoncavallo e dalle altre,
tantissime, realtà politiche della città.
A seguire la testa del corteo anche il trattore dei vignaioli de La Terra Trema,
che con la loro Fiera Feroce per diversi anni hanno “ imbastito una storia nuova
e dirompente che ha unito le pratiche e le lotte degli spazi occupati e
autogestiti a quelle di una marea sterminata di esperienze agricole e
vitivinicole”, come si legge nel loro post di partecipazione alla giornata.
Risponde alla chiamata anche Non Una di Meno Milano: “Il movimento femminista e
transfemminista conosce bene l’importanza che gli spazi autonomi e autogestiti
hanno per l’autodeterminazione delle donne e di tutte quelle soggettività non
binarie, razzializzate e oppresse dalla violenza capitalistica di genere e dei
generi…lottiamo per costruire spazi di liberazione dentro e fuori i movimenti,
luoghi dove intessere alleanze con le nostre sorelle, dove poter praticare atti
di diserzione da un ordine patriarcale e capitalista che ci vuole morte”.
Tra le azioni della giornata, l’occupazione del Pirellino, simbolo della
speculazione edilizia che sta cambiando il volto della città, inondato di
vernice fucsia e sul quale è stata issata ai piani più alti dell’edificio la
bandiera della Palestina. Sanzionata anche la prefettura che aveva ordinato lo
sgombero del 21 agosto, e, in Piazza Cinque Giornate, da un palazzo è stato
calato un imponente striscione con la scritta “GIÙ LE MANI DAGLI SPAZI
SOCIALI”.
La manifestazione è stata contraddistinta da una presenza cospicua di bandiere
della Palestina, sventolate al grido “Free Palestine”, con la precisa richiesta
di fermare il genocidio in atto a Gaza e in Cisgiordania, dove il piano
criminale di Israele si sta attuando con tutta la sua ferocia, là dove non
arrivano missili e proiettili, infatti, arriva la fame a sterminare un popolo
che subisce sfollamenti e stermini da più di 70 anni, con la complicità dei
governi occidentali, compreso quello italiano.
Non possiamo più rimanere in silenzio: in un momento in cui decine di
imbarcazioni stanno portando avanti quella che è la più grande missione
collettiva dal basso mai vista per rompere l’assedio e il blocco degli aiuti
umanitari alla popolazione Palestinese, chiediamo a gran voce che la Comunità
Internazionale agisca, uscendo da questo silenzio assordante che ne manifesta la
totale complicità con il governo sionista, coloniale e genocida Israeliano.
Il corteo è culminato nella conquista di Piazza del Duomo, un arrivo atteso ma
non autorizzato dalla prefettura, dimostrando una forza collettiva e dirompente,
difficile da arginare.
La solidarietà e la lotta alle “città per ricchi” si è spinta fino a Roma, dove
davanti al Campidoglio si sono riunite diverse realtà di movimento per
rivendicare come gli spazi di mutualismo dal basso e le centinaia di realtà
autogestite in tutta Italia siano il cuore sociale del tessuto urbano.
Parliamo di luoghi indispensabili per colmare una mancanza di welfare
istituzionale che ormai da anni lo Stato demanda tacitamente a queste realtà.
Servizi sociali essenziali che nel tempo hanno visto sempre meno fondi
destinati, spazi che cercano di combattere l’impoverimento delle città e la
marginalizzazione, proponendo attività culturali, sportelli informativi, lotta
alla violenza di genere, spazi di aggregazione sociale, solidarietà ed
elaborazione politica.
Le città che vogliamo hanno bisogno di spazi autogestiti, che lottino contro la
desertificazione, contro le politiche abitative classiste e le logiche
securitarie, contro lo strapotere dei privati e contro il “Modello Milano” che
vuole una città tutta da bere senza alternative sociali.
Quando abitare è un lusso, occupare diventa una necessità.
La repressione è invece l’unica risposta che questo governo è in grado di dare,
come dimostra l’approvazione del Dl Sicurezza e il conseguente inasprimento
delle pene per chi protesta. La risposta sempre più violenta delle forze
dell’ordine durante manifestazioni e presidi, è volta solo a silenziare chi
vuole esprimere il proprio dissenso.
Ma il dissenso non si sgombera, come ha dimostrato il corteo dell’altro giorno,
che ha rilanciato più volte, anche negli interventi conclusivi, l’importanza di
continuare la mobilitazione contro le politiche repressive, rilanciando
l’assemblea nazionale della Rete “A Pieno Regime”, che si terrà il 21 settembre
a Roma.
La risposta trasversale e intergenerazionale che si è palesata nella
partecipazione massiccia alla manifestazione di Milano, ci ricorda come
l’intersezionalità delle lotte sia necessaria e vitale per proseguire unit3, per
contrastare ed opporci insieme al sistema patriarcale, coloniale, fascista,
capitalista e genocida che tenta di soffocare il nostro dissenso.
Se toccano un3 toccano tutt3.
GIÙ LE MANI DALLE CITTÀ.
GIÙ LE MANI DAGLI SPAZI SOCIALI.
SGOMBERIAMO IL CAMPO DAGLI SCHEMI, FINANZIAMO LE INGUASTITE FC
Vi aspettiamo per una serata che scardina le regole del gioco e celebra lo
sport, quello fatto dal basso e con passione!
𝗩𝗘𝗡𝗘𝗥𝗗Ì 𝟵 𝗠𝗔𝗚𝗚𝗜𝗢, ore 𝟭𝟵:𝟯𝟬
𝗗𝗕𝟭𝟴𝟬, 𝗖.𝘀𝗼 𝗚𝗮𝗿𝗶𝗯𝗮𝗹𝗱𝗶 𝟭𝟴𝟬 – 𝗣𝗲𝗿𝘂𝗴𝗶𝗮
𝗖𝗼𝘀𝗮 𝗯𝗼𝗹𝗹𝗲 𝗶𝗻 𝗽𝗲𝗻𝘁𝗼𝗹𝗮
Vi presentiamo le nuove maglie e il progetto delle Inguastite FC!
Alziamo i calici (e le pinte!) per un aperitivo a sostegno delle ragazze!
Oliamo le stecche per un ignorante e goliardico torneo di biliardino!
(𝘪𝘴𝘤𝘳𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 2€ 𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘢, 𝘤𝘰𝘯 𝘳𝘪𝘤𝘤𝘩𝘪 𝘱𝘳𝘦𝘮𝘪 𝘦
𝘤𝘰𝘵𝘪𝘭𝘭𝘰𝘯)
PRIMO MAGGIO VIA DEL LAVORO
Riportiamo il testo di chiamata del collettivo O.S.A. Perugia per il corteo del
primo maggio.
Il documento pone l’attenzione sul tema della sicurezza sul lavoro, del riarmo e
sul rifiuto netto alla guerra.
La scelta del percorso, quartiere periferico di Perugia, si inserisce nel lavoro
svolto da O.S.A Perugia e da altre realtà che di recente hanno dato vita
all’Assemblea Popolare di Via del Lavoro.
Di seguito il comunicato
𝟭 𝗠𝗔𝗚𝗚𝗜𝗢 – “𝗙𝗘𝗦𝗧𝗔” 𝗗𝗘𝗜/𝗗𝗘𝗟𝗟𝗘 𝗟𝗔𝗩𝗢𝗥𝗔𝗧𝗢𝗥𝗜 𝗲
𝗟𝗔𝗩𝗢𝗥𝗔𝗧𝗥𝗜𝗖𝗜
Anche quest’anno NON chiamatela festa, perché in Italia oggi più che mai 𝘀𝗶
𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗮 𝗮 𝗺𝗼𝗿𝗶𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗲 𝘀𝗶 𝗿𝗶𝗺𝗮𝗻𝗲
𝘀𝘁𝗿𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗼𝗿𝘀𝗮 𝗱𝗶 𝗽𝗿𝗲𝗰𝗮𝗿𝗶𝗲𝘁𝗮̀, 𝗳𝗮𝗺𝗲 𝗲
𝘀𝗳𝗿𝘂𝘁𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼.
Spetta proprio all’Umbria il tragico primato per quanto riguarda le morti sul
lavoro *(𝘥𝘢𝘵𝘪 𝘖𝘴𝘴𝘦𝘳𝘷𝘢𝘵𝘰𝘳𝘪𝘰 𝘚𝘪𝘤𝘶𝘳𝘦𝘻𝘻𝘢 𝘴𝘶𝘭
𝘭𝘢𝘷𝘰𝘳𝘰 𝘦 𝘢𝘮𝘣𝘪𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘝𝘦𝘨𝘢 𝘌𝘯𝘨𝘪𝘯𝘦𝘦𝘳𝘪𝘯𝘨 𝘢𝘭 31
𝘨𝘦𝘯𝘯𝘢𝘪𝘰 2025), ma questa strage è frutto di una tendenza ormai diffusa,
che trova radici nell’abbattimento del costo del lavoro, nella giungla di
appalti/subappalti e nell’arroganza di quelle piccole-medio imprese che ignorano
completamente dispositivi e regole di sicurezza.
𝗘̀ 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗴𝗲 𝗱𝗶 𝗰𝗹𝗮𝘀𝘀𝗲 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗺𝗶𝗹𝗶𝗼𝗻𝗶
𝗱𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗲 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗿𝗶𝗰𝗶 𝘀𝘂𝗯𝗶𝘀𝗰𝗼𝗻𝗼 𝗼𝗴𝗻𝗶
𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗼, 𝘁𝗿𝗮 𝗶𝗺𝗽𝘂𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗶 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶 𝗲
𝗰𝗼𝗿𝗱𝗼𝗴𝗹𝗶 𝗱𝗶 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗼.
Siamo nel bel mezzo di un clima di guerra, un vento che non soffia solo alle
porte dell’Italia ma che condiziona già le nostre vite. Il Governo fa la guerra
a milioni di proletari/e 𝘀𝗽𝗲𝗿𝗽𝗲𝗿𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗺𝗶𝗹𝗶𝗮𝗿𝗱𝗶 𝗱𝗶 𝗲𝘂𝗿𝗼
𝗽𝗲𝗿 𝗮𝗿𝗺𝗶 𝗲𝗱 𝗲𝘀𝗲𝗿𝗰𝗶𝘁𝗶 mentre tutti i settori del welfare state
sono stati abbandonati: sanità, istruzione, sostegno al reddito, tutto
sacrificato in nome della guerra.
L’Europa (con l’Italia del Governo Meloni in testa) è entrata ormai nella fase
di economia di guerra e pensa a un 𝘂𝗹𝘁𝗲𝗿𝗶𝗼𝗿𝗲 𝗿𝗶𝗮𝗿𝗺𝗼 con un
𝗶𝗻𝘃𝗲𝘀𝘁𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝟴𝟬𝟬 𝗺𝗶𝗹𝗶𝗮𝗿𝗱𝗶 𝗱𝗶 𝗲𝘂𝗿𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗳𝗮
𝗿𝗮𝗯𝗯𝗿𝗶𝘃𝗶𝗱𝗶𝗿𝗲; ad arricchirsi grazie alle nuove ondate speculative e
sulla pelle dei milioni di morti ammazzati saranno le grandi industrie belliche
e le oligarchie europee.
Ecco perché 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐞𝐧𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐟𝐚
𝐬𝐨𝐥𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐨𝐧𝐢 𝐞 𝐚
𝐫𝐢𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐜𝐢 𝐞̀ 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐥𝐚 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐞 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢
𝐬𝐟𝐫𝐮𝐭𝐭𝐚𝐭𝐢! 𝐄𝐝 𝐞̀ 𝐩𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐜𝐡𝐞,
𝐫𝐢𝐛𝐚𝐝𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐧𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐫𝐢𝐟𝐢𝐮𝐭𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐝 𝐮𝐧𝐚
𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐢𝐝𝐞𝐚 𝐝𝐢 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐢𝐧 𝐚𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐦𝐚
𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐚 𝐨𝐩𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚
𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫-𝐢𝐦𝐩𝐞𝐫𝐢𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐚, 𝐜𝐢 𝐬𝐜𝐡𝐢𝐞𝐫𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐥 𝐟𝐢𝐚𝐧𝐜𝐨
𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐥𝐞𝐭𝐚𝐫𝐢
𝐨𝐩𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢 𝐞 𝐢𝐧 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥
𝐠𝐞𝐧𝐨𝐜𝐢𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐨 𝐩𝐚𝐥𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐞𝐬𝐞.
È una condizione, questa, che viviamo già sulla nostra pelle tutti i giorni,
nelle periferie che abitiamo e attraversiamo, tra gli spazi abbandonati,
sfruttati e privi anche dei servizi più essenziali.
Siamo consapevoli che lottare sarà sempre più difficile. Il governo Meloni, in
continuità con i governi precedenti, proprio nell’ambito della “guerra in casa
nostra”, di fronte a un lavoro sempre più povero e precario e a delle condizioni
di vita sempre più marginalizzate, ha ben pensato di reprimere ancor più ogni
tentativo di protesta: uno sciopero davanti al proprio luogo di lavoro potrà
essere punito come reato penale e così molte altre legittime forme di dissenso
saranno criminalizzate.
Cosa resta dunque ai lavoratori e alle lavoratrici e ai tanti proletari,
disoccupati e non occupati? A loro il compito più duro, quello intanto di
𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐚
𝐬𝐮𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐞 𝐯𝐢𝐭𝐞, 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨𝐭𝐭𝐚
𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐧𝐞𝐢 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨, 𝐬𝐮𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢
𝐜𝐨𝐫𝐩𝐢 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐚 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐞; 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨
𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐧𝐞𝐢 𝐥𝐮𝐨𝐠𝐡𝐢 𝐝𝐢
𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨, 𝐪𝐮𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐫𝐞, 𝐧𝐞𝐢 𝐥𝐮𝐨𝐠𝐡𝐢
𝐝𝐢 𝐢𝐬𝐭𝐫𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐚𝐫𝐞 𝐚 𝐥𝐨𝐭𝐭𝐚𝐫𝐞.
𝑰𝒍 𝒑𝒓𝒊𝒎𝒐 𝒎𝒂𝒈𝒈𝒊𝒐 𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕’𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒔𝒂𝒓𝒂̀ 𝒖𝒏𝒂
𝒈𝒊𝒐𝒓𝒏𝒂𝒕𝒂 𝒅𝒊 𝒍𝒐𝒕𝒕𝒂, 𝒏𝒐𝒏 𝒄𝒉𝒊𝒂𝒎𝒂𝒕𝒆𝒍𝒂 𝒇𝒆𝒔𝒕𝒂.
Vi aspettiamo perciò per il nostro ormai consueto 1 MAGGIO dove attraverseremo
insieme il quartiere per dire no alle politiche di riarmo, no allo sfruttamento,
no al genocidio.
𝗢𝗥𝗘 𝟭𝟬 – 𝗖𝗢𝗥𝗧𝗘𝗢 𝗖𝗜𝗧𝗧𝗔𝗗𝗜𝗡𝗢
𝗢𝗥𝗘 𝟭𝟮 – 𝗙𝗘𝗦𝗧𝗔 𝗗𝗜 𝗤𝗨𝗔𝗥𝗧𝗜𝗘𝗥𝗘
Pubblichiamo alcuni interventi verso la giornata antifascista del 25 Aprile che
si terrà a Perugia.
Partendo dal comunicato unitario, che pubblichiamo per intero qui di seguito,
abbiamo chiesto ai vari gruppi che hanno aderito alla manifestazione un
contributo audio in modo da restituire, in minima parte, la complessità e
ricchezza di questa importante giornata.
Comunicato:
Per questo 25 aprile diverse realtà cittadine, dal basso e in autonomia,
promuovono l’organizzazione di un corteo popolare. Il corteo sarà aperto a tutte
e tutti coloro che si riconoscono nei valori dell’antifascismo e che intendono
vivere quella giornata come un momento di celebrazione della Resistenza e di
rinnovamento dei valori che l’hanno animata. In quest’ottica inclusiva e nello
spirito unitario della giornata, si è convenuto che l’adesione sarà su base
volontaria condividendo il seguente appello:
Mai come oggi la distanza tra chi governa il paese e chi ha partecipato alla
Resistenza è incolmabile. Mai come oggi gli ideali che hanno animato
l’esperienza delle bande partigiane – esperimento unico per innovazione e
propulsione nella storia italiana del Novecento – restano inattuati. Mai come
oggi l’Italia non è quel paese che la maggior parte dei partigiani e delle
partigiane avrebbero voluto costruire. Lo stato desolante del presente tuttavia,
è il frutto delle gravi scelte del passato. Norberto Bobbio, a questo proposito,
già nel 1965 aveva scritto: “L’Italia non è diventata quel paese moralmente
migliore che avevamo sognato: la nuova classe politica, salvo qualche rara
eccezione, non assomiglia in nulla in quella che ci era parsa raffigurata in
alcuni protagonisti della guerra di Liberazione, austeri, severi con se stessi,
devoti al pubblico bene, fedeli ai propri ideali, intransigenti, umili e forti
insieme; anzi ci appare spesso faziosa, meschina, amante più dell’intrigo che
della buona causa, egoista, tendenzialmente sopraffattrice, corrotta
politicamente se non moralmente e corruttrice, desiderosa del potere per il
potere e peggio del grande potere per il piccolo potere”. Per questo continuiamo
a pensare che bisogni tornare a raccontare la Resistenza per quello che è stata
realmente: un momento eccezionale di riscatto morale, sociale e popolare degli
oppressi e degli sfruttati di questo paese. Una guerra contro l’occupante
tedesco per la liberazione della nazione, una guerra civile contro gli italiani
che rimasero fedeli al fascismo, una guerra di classe contro le componenti più
reazionarie della società, una guerra di genere per la liberazione della donna,
una guerra per la democrazia reale, fatta di partecipazione diretta delle masse
popolari alla vita politica del paese.. I partigiani e le partigiane non erano
soldati regolari che combattevano in una guerra tra stati, come oggi
strumentalmente certi politici vorrebbero farci credere, ma erano nella grande
maggioranza dei casi mossi da ragioni ideali diametralmente opposti ai beceri
interessi che determinano le politiche del riarmo e del conflitto. Occorre
quindi dire senza giri di parole che oggi la Resistenza rivive nelle battaglie
del nostro tempo, e in coloro che, con gli strumenti e le forme della
contemporaneità, animati dagli stessi ideali di giustizia sociale, libertà e
fratellanza, lottano oggi contro ogni forma di oppressione. Occorre difendere i
partigiani e le partigiani da un revisionismo rozzo, dalle strumentalizzazioni,
da chi oggi li utilizza per propagandare la militarizzazione dell’Europa.
Occorre ribadire che nella nostra città essere antifascisti significa onorare
ogni giorno la storia di Perugia, quella dei martiri del XX Giugno 1859, delle
nostre brigate partigiane, di Mario Grecchi e Primo Ciabatti, attraverso una
quotidiana lotta contro ogni forma di discriminazione, perché a nessuna persona
siano negati “pane, libertà, amore e scienza”. Sulla base di questo appello
invitiamo tutti e tutte a partecipare a un grande corteo cittadino in cui
grideremo forte e con un’unica voce che
PERUGIA È ANTIFASCISTA.
Programma della mattinata:
Ore 9. Ritrovo in piazza Danti: portiamo un fiore nei luoghi della Resistenza
del centro storico.
Ore 11:45. Concentramento in piazza Giordano Bruno per la partenza del corteo.
Contributi audio
A.N.P.I Sezione Bonfigli-Tomovic
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Assemblea Transfemminista
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F.C. Inguastite
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All eyes on Palestine
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UDS
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