
Quando il victim blaming diventa stupro mediatico
- The Wom - Monday, November 24, 2025
La vicenda dello stupro di Asia Vitale, ormai raccontata in qualsiasi sede di dibattito, sia online che offline, ha sconvolto l’opinione pubblica italiana per i motivi sbagliati, in quanto non è più solo la cronaca di un brutale crimine sessuale e del relativo processo, ma è diventata il drammatico specchio di una società che fatica a fare i conti con i propri pregiudizi. La condanna degli imputati e la lettura delle rispettive pene da scontare, infatti, non è riuscita a scagionare la vittima dal processo parallelo e spietato del victim blaming (o vittimizzazione secondaria) e dell’hate speech (in italiano: linguaggio d’odio).
Stupro e victim blaming: il caso di Asia Vitale
In sostanza il tribunale ha stabilito in via definitiva che Asia Vitale, diciannovenne all’epoca dei fatti, fu vittima di uno stupro di gruppo da parte di sette ragazzi. La dinamica, ricostruita in aula, parla di una giovane donna evidentemente alterata e in stato di ubriachezza, condotta sul ciglio di una strada, nei pressi di un cantiere, e abusata in una situazione di totale vulnerabilità e incapacità di prestare un consenso valido. Le condanne a pene detentive sanciscono, sul piano giuridico, la verità dei fatti: quello che è avvenuto è stato un reato, un atto di violenza sessuale di gravissima entità che avuto ripercussioni materiali sulla vita della ragazza da lì in poi.
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Ma, a quanto pare, nonostante il verdetto della giustizia, l’opinione pubblica e i social media hanno imbastito un processo alternativo, i cui capi d’accusa contro Vitale rappresentano un catalogo aggiornato degli stereotipi misogini e sessisti più radicati. Si va dal sempreverde “Era ubriaca” (obiezione in cui l’aver bevuto viene usato sistematicamente per insinuare una sua corresponsabilità, stravolgendo il principio giuridico per cui lo stato di incapacità di intendere e di volere della vittima aggrava il reato, non lo giustifica), al “Ci è andata volontariamente”, in quanto, come si evince dalle carte del processo, Vitale aveva inizialme dato consenso ad avere un rapporto, ma poi ha legittimamente cambiato idea, comunicandolo chiaramente al gruppo di ragazzi, che hanno ignorato i “No” e i “Basta”. Vale a questo punto la pena ricordare che il consenso non è un atto unico e globale, ma specifico e revocabile. In più, in analisi davanti al feroce tribunale mediatico c’è anche la “condotta social” della giovane, il suo essere una creator e condividere video espliciti, il suo modo di vestire, di parlare. Tutte queste “prove”, unite alla sua vita affettiva passata sono state brandite come elementi di una moralità dubbia, riproponendo l’arcaico e tossico mito della “donna perbene” a cui certe cose non capitano. Questo meccanismo di colpevolizzazione secondaria ha un obiettivo preciso: preservare l’illusione del controllo. Se si può biasimare la vittima per un suo comportamento (aver bevuto o essersi fidata), allora si può illudersi che, evitando quei comportamenti, la violenza sia prevenibile. È una rassicurazione falsa e crudele, che scarica sulla vittima il peso di una sicurezza che spetterebbe alla collettività garantire.
Dobbiamo allenarci a dire le cose come stanno: Asia Vitale ha subito una doppia violenza, quella fisica dello stupro e quella digitale, di massa, incessante, che ha attaccato la sua persona, la sua dignità e la sua salute mentale
Senza neanche parlare delle numerose teorie del complotto che hanno preso forma per mettere in dubbio la sua testimonianza nonostante la sentenza, perché sembra sempre più facile inventare scenari fantasiosi piuttosto che credere semplicemente ad una donna che denuncia.
Le dinamiche culturali difficili da scardinare
Questo sessismo strisciante e questa gogna pubblica rappresentano, di fatti, un monito per tutte le altre vittime potenziali: denunciare significa esporsi non solo al trauma del processo, ma a un linciaggio sociale che può essere altrettanto devastante. Sono dinamiche culturali da cui si esce solo se lo sforzo è collettivo, attivo e costante, perchè la reazione al caso “Asia Vitale” non è un’anomalia, ma la logica conseguenza di una società che ancora fatica a comprendere il concetto di consenso e a smantellare il mito dello “stupro perfetto” – quello cioè commesso da un estraneo armato in un vicolo buio. La realtà, come dimostrato anche in questo caso, è che
la maggior parte delle violenze avviene in ambienti e con persone considerate familiari, per mano di conoscenti, e si annida nell’ambiguità creata da una società che normalizza certi comportamenti e sminuisce la parola delle donne
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Le condanne emesse dal tribunale sono senza dubbio un segnale importante. Tuttavia, la vera sentenza che dobbiamo emettere è quella culturale, dobbiamo cambiare le domande che poniamo. Smettiamo di chiedere “Perché era ubriaca?” e iniziamo a chiedere “Perché hanno approfittato di una persona che non riusciva a reggersi in piedi?”. Smettiamo di scandagliare il passato o il presente della vittima e iniziamo a indagare la cultura della prevaricazione che ha guidato i carnefici, distruggendole il futuro. Le donne che denunciano e che urlano la loro vendetta nei tribunali, nelle piazze, nei social e nei servizi Tv, non devono starci simpatiche e non devono rispettare alcun modello di comportamento. Non bisogna eseguira la performance della “vittima perfetta” per avere giustizia ed essere lasciate in pace.
Onorare il coraggio di Asia Vitale, che ha portato fino in fondo il suo calvario giudiziario nonostante l’inferno mediatico, significa impegnarci a costruire una società in cui una vittima di violenza trovi ascolto, protezione, giustizia e cura, non un secondo, morboso, processo
Solo quando il victim blaming sarà guardato con la stessa riprovazione sociale dello stupro, potremo dire di aver compreso la lezione. Ma fino ad allora, non saremo assolti. Esattamente come gli stupratori.
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