Tag - POLITICA e SOCIALE

Violenze e molestie al Teatro Due di Parma: rompiamo il silenzio.
VIOLENZE E MOLESTIE AL TEATRO DUE DI PARMA: ROMPIAMO IL SILENZIO. Negli ultimi mesi il Tribunale del Lavoro di Parma ha condannato il Teatro Due di Parma e un regista – il cui nome è oscurato da sentenza, ma il mondo teatrale italiano è piccolo e il nome è ormai noto, si tratta di Walter Le Moli – a risarcire due attrici per  molestie e violenze sessuali, per il danno professionale, biologico e esistenziale subito. Per quanto crediamo profondamente che la giustizia e la lotta alla violenza di genere non si facciano nei tribunali, bisogna ammettere che si tratta di una sentenza storica che apre un precedente importante per il mondo teatrale italiano: per la prima volta viene infatti riconosciuta la responsabilità del Teatro come datore di lavoro nel non aver fatto niente per prevenire le violenze e le molestie. Inoltre, è stato riconosciuto per la prima volta nel mondo del teatro italiano il risarcimento psicologico per le violenze subite. È nelle realtà auto organizzate, dal basso, che le attrici hanno trovato ascolto, supporto e aiuto: se si è arrivati ad aprire il vaso di Pandora del #MeToo del teatro italiano, lo si deve – oltre alla forza e alla consapevolezza delle due attrici Federica Ombrato e Veronica Stecchetti  – ad Amleta e Differenza Donna, collettive impegnate nella lotta contro la violenza di genere nel mondo dello spettacolo. Dalla denuncia delle due attrici, si è ricostruito un pattern di violenze sessuali, molestie e soprusi a opera di Le Moli che va avanti dal 1998, indisturbato. Sono tante le attrici che, vedendo finalmente accolte le richieste di ascolto di due colleghe, hanno deciso di condividere la loro esperienza. MA COSA È SUCCESSO? ANDIAMO PER STEP. Nel 2019 le due attrici partecipano a Casa degli Artisti, un corso di alta formazione, finanziato con fondi della Regione Emilia-Romagna, organizzato dalla Fondazione Teatro Due di Parma e destinato a giovani attori e attrici. Il regista docente era Walter Le Moli, membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione. Gli orari previsti erano dalle 15 alle 19, ma il docente si presentava puntualmente in ritardo, costringendo – chi poteva – a trattenersi fino a notte inoltrata, con il benestare del Teatro, nonostante le lamentele portate avanti dall3 partecipant3. Non tutt3 potevano trattenersi, e per questo spesso il regista si trovava solo con poche allieve. Da buon figlio del patriarcato, il violento Le Moli da subito mette in atto comportamenti manipolatori e violenti con alcune studentesse, che arriveranno fino allo stupro, azioni che non riporteremo qui (la pornografia del dolore non ci riguarda) ma ci sono 59 pagine di testimonianze a questo LINK per chi volesse approfondire. Basta dire che Le Moli approfittava del suo ruolo di potere nella relazione docente-student3, e della giovane età delle attrici, dando loro false speranze di lavoro, manipolandole e minacciandole di non farle lavorare mai nel mondo del Teatro, essendo lui una personalità – a suo dire – molto influente. E IL TEATRO? Il Teatro ha dichiarato di non aver mai saputo niente, e si è limitato ad allontanare il regista nel 2021, dopo una diffida da parte dei legali dello studio “Lavoro Vivo”. Le testimonianze però, riportano un’altra realtà dei fatti: un dipendente dell’Ufficio Comunicazione aveva messo in guardia una ragazza dicendo di stare lontana da lui per evitare “situazioni spiacevoli”, citiamo testualmente. E in più occasioni le vessazioni verbali e gli insulti erano urlati nel corso delle lezioni: è quindi altamente improbabile che nessuno sentisse. C’è un episodio particolare, che mette nero su bianco come il Teatro se ne sia lavato le mani, diventando automaticamente complice: dalle testimonianze emerge che una sera una ragazza arrivò in Teatro e parlando a voce molto alta, alla presenza di membri della Fondazione, chiese “dove fosse quel porco che se la fa con le ragazzine, per dirgliene quattro”. I membri del direttivo si limitarono a fare un vergognoso sorriso di circostanza. Le due attrici, prima di trovare il supporto di Amleta e Differenza Donna, avevano già provato a denunciare, ma – come ci si può aspettare – non sono state ascoltate. Le violenze e i soprusi raccontati erano stati archiviati come “non adeguatamente provati” e si assumeva l’insistenza di un rapporto di lavoro. Ed è qui che entra in gioco Amleta, collettivo femminista intersezionale che da anni è un osservatorio vigile e costante per combattere violenza e molestie nei luoghi di lavoro dello spettacolo dal vivo. Grazie alle testimonianze raccolte, all’appoggio legale di Differenza Donna, e alla consigliera di Parità dell’Emilia-Romagna Sonia Alvisi, si tenta un ricorso. I tempi della giustizia però sono restrittivi, ed erano già scaduti i dodici mesi per avviare il processo penale. Si è riusciti tuttavia a fare leva sul fatto che il corso fosse una sorta di selezione, e quindi una fase della vita lavorativa, azione che ha permesso di arrivare in Tribunale di Parma, che il 20 settembre 2025 accerta dal punto di vista legale le molestie e le violenze.   Sono passati più di 6 anni di silenzio su questa storia di violenze, ricatti e abusi anzi, quasi 30 anni di silenzio, se teniamo conto che la prima testimonianza risale al 1998, ma è importante riportare le parole di una delle due attrici: «Non gioisco per la sentenza perché so che tutte le persone all’interno di quel teatro sono rimaste in silenzio: hanno omesso di rispondere alle mail e alle richieste di aiuto che abbiamo mandato, hanno voltato lo sguardo di fronte alla vista di giovani attrici in lacrime, non hanno risposto ai dubbi e alle manifestazioni di disagio, mentre si sono impegnate a mandare avanti l’immagine glorificata di un regista che veniva descritto come geniale, potente, intellettualmente affascinante. E proprio in virtù di quest’immagine la violenza si è compiuta, tutelata da una narrazione che mette subito in chiaro le cose: voi siete nulla, lui è il Re, e dovete solo ringraziare di essere al suo cospetto.»   Il silenzio è continuato anche dopo la sentenza, e ancora una volta è dal basso che arriva una risposta di solidarietà, un urlo a squarciare il silenzio che avvolge la città di Parma, il Teatro italiano, i giornali, le istituzioni. La Casa delle Donne di Parma infatti indice per il 6 dicembre un incontro pubblico per chiedere le dimissioni dei vertici del teatro e per dare voce a questa storia di violenza, incontro a cui hanno partecipato le attrici Federica Ombrato, Veronica Stecchetti e Cinzia Spanò dell’associazione Amleta, insieme a Chiara Colasurdo e Maria Teresa Manente dell’associazione Differenza Donna. Nello stesso giorno, il Teatro Due pubblica un vergognoso comunicato stampa di innocenza – in cui non si legge nemmeno una parola di solidarietà alle attrici – e in cui annunciano un ricorso alla sentenza.   Un gruppo di student3 dello stesso corso di formazione – riunitisi nel collettivo Dieci teatranti – qualche giorno dopo chiedono di incontrare la direttrice Paola Donati pretendendo chiarezza e scuse. La direttrice non cambia posizione, dichiarando che a chiedere scusa deve essere il regista. Dal 9 dicembre 2025, l3 student3 entrano – e sono tutt’ora (7 gennaio) – in sciopero.  Il 18 dicembre 2025 il Teatro ha indetto un incontro per presentare delle deboli scuse per non “aver valutato adeguatamente i comportamenti del regista”, ma continua a rifiutare ogni tipo di responsabilità: è ben chiaro come non si tratti di una posizione sentita, quanto piuttosto di un tentativo di ripulirsi l’immagine, dato che – specialmente tra i giovani – la reputazione del Teatro rischia di arrivare ai minimi storici.  L’assessora regionale alla Cultura e alle Pari Opportunità, Gessica Allegni, aveva fatto sapere che sarebbe iniziato un iter per verificare se c’erano i presupposti che avrebbero portato ad una revoca dei finanziamenti pubblici al teatro. Sarà un caso che il 5 gennaio 2026 la direttrice si è autosospesa? Dal comunicato ufficiale leggiamo che, senza alcuna vergogna, è lei stessa a dichiarare che si autosospende “per mantenere salda la fiducia da parte degli Enti che sostengono il Teatro”. Si autosospende per non perdere i finanziamenti, non per ammissione di colpevolezza e incapacità nel gestire la situazione. Anche in questo comunicato, non mezza parola di solidarietà alle attrici, né da lei, né da nessun’altro membro del direttivo. Imbarazzante il sostegno dal comune, che esprime solidarietà “alla sensibilità di Paola Donati” e elogia la Fondazione Teatro Due per come ha gestito l’allontanamento del regista: come se allontanare un abuser fosse un fatto eccezionale, e non il minimo.   Non sappiamo come andrà avanti la storia, quello di cui siamo cert3 è che il sistema patriarcale non conosce limiti, e che anche nel mondo della cultura e dello spettacolo, la violenza machista agisce con il benestare di un sistema che li tutela: se le attrici ci hanno messo volto e nome, il nome del regista viene ben nascosto, a tutela della sua immagine, impedendo di fatto che le violenze si ripetano. Se non si divulga il nome, come potranno altre attrici sapere se sono al sicuro nei futuri corsi di formazione, workshop e laboratori che seguiranno? Quanta fiducia si chiede di avere alle giovani attrici che si affacciano al mondo del teatro, se non si ha nemmeno il coraggio di divulgare il nome di un abuser? è per questo che serve aprire un discorso collettivo nel mondo dello spettacolo dal vivo, un discorso in cui le istituzioni devono mettersi in discussione e ammettere che per anni si è protetto un sistema con modalità patriarcali e machiste.   Sono pochi, pochissimi, i teatri che si sono espressi sulla vicenda, in un clima di omertà vergognoso – ma che non ci stupisce. Sappiamo che l’abuser ha potuto agire indisturbato, in maniera sistematica e continuata, perché tutti intorno a lui hanno preferito chiudere gli occhi, e perché il sistema teatrale italiano porta ancora i segni di un retaggio secondo cui il sessismo e le molestie sono considerate quasi “parte del processo”, e comunque faccende di poco conto, da minimizzare. Dagli stessi Teatri ora silenti, aspettiamo con ansia spettacoli, monologhi e iniziative in sala per l’8 marzo o il 25 novembre. A Federica, Veronica, e tutte le sorelle che hanno dovuto, devono e dovranno lottare per farsi sentire, tutta la nostra solidarietà: urleremo insieme, con amore e rabbia. SE SEI UN ARTISTA ricordiamo che l’Osservatoria di Amleta raccoglie segnalazioni di abusi, discriminazioni o violenze nel mondo dello spettacolo: tutte le informazioni sul loro sito amleta.org. Le segnalazioni vengono gestite con discrezione e valutando le azioni da intraprendere a seconda del caso da affrontare.
Parma
violenza di genere
POLITICA e SOCIALE
teatro
LE VOCI VERSO LA MOBILITAZIONE CITTADINA
LE VOCI VERSO LA MANIFESTAZIONE CITTADINA  DEL 21 NOVEMBRE - CONCENTRAMENTO ORE 18.00 IN PIAZZA PARTIGIANI. All Eyes On Palestine https://lautoradio.org/wp-content/uploads/2025/11/21.11.25-ALL-EYES-ON-PALESTINA.mp3   Operatori Sociali Autorganizzati https://lautoradio.org/wp-content/uploads/2025/11/21.11.25-OSA.mp3   Assemblea Transfem Perugia https://lautoradio.org/wp-content/uploads/2025/11/21.11.25-TRANSFEM.mp3 COMUNICATO DEL COORDINAMENTO CITTADINO.   Contro le aziende che supportano il genocidio in Palestina. Contro lo sfruttamento delle persone impiegate nella filiera del cioccolato. Contro la città vetrina e per la difesa della biodiversità sul nostro territorio. Evento qui Dopo oltre 70 anni di apartheid ai danni del popolo palestinese, dopo due anni di mobilitazioni contro il genocidio messo in atto dal governo sionista israeliano, dopo che in tutto il mondo le persone sono scese in piazza contro il massacro sistematico di civili e la distruzione di ospedali e scuole, non è possibile che venga permesso alle aziende che fanno affari con Israele di avere un posto nel centro storico di Perugia. Tutti gli abitanti di questa città sanno che Eurochocolate è una vetrina delle multinazionali che affamano il mondo con le colture transgeniche, i fertilizzanti, i salari da fame e la concorrenza sleale. Queste sono le stesse aziende la cui ricchezza si basa su una violenza strutturale che colpisce soprattutto le donne: nelle piantagioni di cacao, dove le lavoratrici sono relegate nei ruoli più precari e pagate una miseria; e dentro i loro stabilimenti, dove la doppia fatica di essere donne e lavoratrici viene sfruttata per massimizzare i profitti. Aziende che non si fanno problemi a investire in luoghi in cui i paramilitari uccidono le persone che difendono i popoli nativi e gli ecosistemi minacciati dai loro progetti. Aziende che stringono la mano a criminali di guerra come Netanyahu e i suoi ministri. Tra queste, Nestlè, legata alla proprietà del colosso alimentare israeliano Osem, è per questo stessa sotto attenzione del movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS). Un’azienda i cui piani di licenziamento alla Perugina non sono un incidente, ma l’applicazione di un modello di sfruttamento che nelle filiali del Sud del mondo si traduce in pratiche di sfruttamento odiose: la negazione dei diritti di maternità, l’esposizione a turni estenuanti e molestie sul lavoro, e la sistematica preferenza per l’assunzione di donne nelle mansioni più repetitive e meno pagate, per sfruttare la loro presunta “docilità”. Aziende controllate da fondi di investimento che vivono di speculazioni immobiliari, come quelle che sta preparando Trump (e non solo) quando afferma di voler riempire le spiagge di Gaza con resort per ricchi di tutto il Pianeta. Se non vi basta ciò che succede davanti al nostro mare, nel Sud del mondo, ricordatevi cosa hanno prodotto per Perugia queste aziende che avete davanti. La turistificazione dei centri storici: sempre più inaccessibili per famiglie a basso reddito. Le monoculture di noccioleti, come nell’orvietano dove la biodiversità è minacciata dalla riconversione delle attività agricole. I deserti industriali, come quello che si prospetta dopo l’annuncio di Nestlè di tagliare il personale alla Perugina. Alla luce di tutto ciò non possiamo che opporci ad un mostro come “il museo del cioccolato”. Una vetrina attaverso la quale vengono sistematicamente negate tutte le nefandezze di questa filiera. Uno spazio tolto alla nostra città, ai produttori locali, al commercio equo, a modelli economici alternativi a quelli dominanti. Stanchi di essere una vetrina, vogliamo tornare ad essere abitanti di questa città ribelle! Con la resistenza palestinese! dopo le intense mobilitazioni degli ultimi mesi, lanciamo un appello a tutte le forze cittadine perché Perugia non venga messa a disposizione dei complici del governo di Israele.
Perugia
POLITICA e SOCIALE
palestina
eurochocolate
FUORI EUROCHOCOLATE DA PERUGIA!
MANIFESTAZIONE 21 NOVEMBRE CONCENTRAMENTO ORE 18.00 IN PIAZZA PARTIGIANI. Comunicato del coordinamento cittadino.   Contro le aziende che supportano il genocidio in Palestina. Contro lo sfruttamento delle persone impiegate nella filiera del cioccolato. Contro la città vetrina e per la difesa della biodiversità sul nostro territorio. Evento qui Dopo oltre 70 anni di apartheid ai danni del popolo palestinese, dopo due anni di mobilitazioni contro il genocidio messo in atto dal governo sionista israeliano, dopo che in tutto il mondo le persone sono scese in piazza contro il massacro sistematico di civili e la distruzione di ospedali e scuole, non è possibile che venga permesso alle aziende che fanno affari con Israele di avere un posto nel centro storico di Perugia. Tutti gli abitanti di questa città sanno che Eurochocolate è una vetrina delle multinazionali che affamano il mondo con le colture transgeniche, i fertilizzanti, i salari da fame e la concorrenza sleale. Queste sono le stesse aziende la cui ricchezza si basa su una violenza strutturale che colpisce soprattutto le donne: nelle piantagioni di cacao, dove le lavoratrici sono relegate nei ruoli più precari e pagate una miseria; e dentro i loro stabilimenti, dove la doppia fatica di essere donne e lavoratrici viene sfruttata per massimizzare i profitti. Aziende che non si fanno problemi a investire in luoghi in cui i paramilitari uccidono le persone che difendono i popoli nativi e gli ecosistemi minacciati dai loro progetti. Aziende che stringono la mano a criminali di guerra come Netanyahu e i suoi ministri. Tra queste, Nestlè, legata alla proprietà del colosso alimentare israeliano Osem, è per questo stessa sotto attenzione del movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS). Un’azienda i cui piani di licenziamento alla Perugina non sono un incidente, ma l’applicazione di un modello di sfruttamento che nelle filiali del Sud del mondo si traduce in pratiche di sfruttamento odiose: la negazione dei diritti di maternità, l’esposizione a turni estenuanti e molestie sul lavoro, e la sistematica preferenza per l’assunzione di donne nelle mansioni più repetitive e meno pagate, per sfruttare la loro presunta “docilità”. Aziende controllate da fondi di investimento che vivono di speculazioni immobiliari, come quelle che sta preparando Trump (e non solo) quando afferma di voler riempire le spiagge di Gaza con resort per ricchi di tutto il Pianeta. Se non vi basta ciò che succede davanti al nostro mare, nel Sud del mondo, ricordatevi cosa hanno prodotto per Perugia queste aziende che avete davanti. La turistificazione dei centri storici: sempre più inaccessibili per famiglie a basso reddito. Le monoculture di noccioleti, come nell’orvietano dove la biodiversità è minacciata dalla riconversione delle attività agricole. I deserti industriali, come quello che si prospetta dopo l’annuncio di Nestlè di tagliare il personale alla Perugina. Alla luce di tutto ciò non possiamo che opporci ad un mostro come “il museo del cioccolato”. Una vetrina attaverso la quale vengono sistematicamente negate tutte le nefandezze di questa filiera. Uno spazio tolto alla nostra città, ai produttori locali, al commercio equo, a modelli economici alternativi a quelli dominanti. Stanchi di essere una vetrina, vogliamo tornare ad essere abitanti di questa città ribelle! Con la resistenza palestinese! dopo le intense mobilitazioni degli ultimi mesi, lanciamo un appello a tutte le forze cittadine perché Perugia non venga messa a disposizione dei complici del governo di Israele.
Perugia
POLITICA e SOCIALE
palestina
eurochocolate
RIPARTE IL DOPOSCUOLA POPOLARE DI VIA DEL LAVORO
𝗦𝗢𝗟𝗢 𝗜𝗟 𝗣𝗢𝗣𝗢𝗟𝗢 𝗦𝗔𝗟𝗩𝗔 𝗜𝗟 𝗣𝗢𝗣𝗢𝗟𝗢. 𝘾𝙤𝙢𝙪𝙣𝙞𝙘𝙖𝙩𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙖𝙩𝙩𝙞𝙫𝙞𝙨𝙩𝙚 𝙚 𝙙𝙚𝙜𝙡𝙞 𝙖𝙩𝙩𝙞𝙫𝙞𝙨𝙩𝙞 𝙙𝙚𝙡 𝙙𝙤𝙥𝙤𝙨𝙘𝙪𝙤𝙡𝙖 𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡’𝘼𝙨𝙨𝙚𝙢𝙗𝙡𝙚𝙖 𝙋𝙤𝙥𝙤𝙡𝙖𝙧𝙚 𝙙𝙞 𝙑𝙞𝙖 𝙙𝙚𝙡 𝙇𝙖𝙫𝙤𝙧𝙤.   -𝗥𝗶𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲 𝗶𝗹 𝗗𝗼𝗽𝗼𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗮 𝗣𝗼𝗽𝗼𝗹𝗮𝗿𝗲! A breve ripartirà il Doposcuola Popolare di Quartiere! Abbiamo raggiunto il 4° anno di questa bellissima esperienza di lotta. Come ogni anno ci sarà il rinnovamento di una parte dei ragazzi e delle ragazze che beneficiano del servizio. Salutiamo, invece, quelli e quelle dello scorso anno che hanno iniziato le scuole superiori, facendo loro un grande in bocca al lupo per questo nuovo percorso di vita, sperando di rivederli presto. Anche la comunità delle attiviste e degli attivisti si sta rinnovando e rafforzando, per accogliere e prendersi cura, al meglio, di tutte e tutti.   -𝗧𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝗜𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗹𝗼𝗰𝗮𝗹𝗶 Quest’anno riprendiamo le attività con almeno un mese di ritardo a causa della trattativa avuta fino alla scorsa settimana con il Comune di Perugia, nello specifico con l’Assessora alle politiche sociali, pari opportunità, diritto all’abitare, contrasto alle discriminazioni e lotta alle disuguaglianze, promozione di politiche a sostegno delle vittime della violenza di genere, nuove cittadinanze, Costanza Spera. Questa trattativa è stata aperta nell’ambito della complessiva vertenza di quartiere che stiamo conducendo insieme all’Assemblea Popolare di Via del Lavoro (V.d.L.); tavolo di trattativa che purtroppo – al momento – non ha portato ai risultati sperati (sul versante del doposcuola) per cui ci sembra doveroso condividerne gli elementi essenziali oltre che una nostra riflessione a riguardo. Dall’inizio di quest’anno ci siamo attivati nel quartiere con delle assemblee popolari per discutere dei problemi che vivono gli abitanti della zona, dello stato di abbandono, di servizi e spazi di aggregazione che mancano e per organizzarci al fine di rivendicare le istanze elaborate dal basso nei confronti delle istituzioni preposte. Da marzo è iniziata una vera e propria trattativa tra gli abitanti del quartiere e i diversi assessorati competenti del Comune di Perugia. L’Assessora Spera è stata molto disponibile al confronto, avvenuto in vari incontri durante i quali abbiamo esposto la necessità per i/le ragazzi/e del quartiere di un servizio educativo extrascolastico e uno spazio sicuro dove poter fare i compiti e creare relazioni di valore. Riteniamo giusto che il Comune si prenda carico dei ragazzi e delle ragazze dei quartieri popolari e periferici, intervenendo con maggiori risorse e con una maggiore strutturazione dei servizi educativi. La dispersione scolastica e l’abbandono educativo sono due questioni che lo Stato e gli enti territoriali devono affrontare. Abbiamo, quindi, richiesto all’Assessora di intervenire e sanare questa situazione, rivendicando un servizio pubblico di doposcuola nel quartiere che migliorasse la qualità del servizio offerto fino ad ora e allargasse il bacino degli studenti e delle studentesse accolti/e. Nei vari incontri l’Assessora, pur ascoltando le istanze degli abitanti, ha evidenziato i limiti economici e organizzativi che affronta la macchina Comunale per poter intervenire in maniera capillare nel territorio. Ad oggi il servizio di doposcuola non viene riconosciuto come un servizio di primaria necessità, lo dimostra la tendenza del Comune ad esternalizzare il servizio al mondo del “terzo settore” con interventi che tamponano il problema per un periodo di tempo limitato, senza risolverlo alla radice. Ne sono un esempio i GET (Gruppi Educativi Territoriali), ovvero dei servizi di doposcuola che l’amministrazione comunale eroga tramite le cooperative. Durante l’ultimo incontro tenutosi in Comune abbiamo avuto modo di confrontarci anche con i rappresentanti della cooperativa ASAD (a cui sono stati appaltati i GET) per comprendere meglio come si svolgesse il loro servizio. La proposta che ci è stata fatta da parte loro è stata quella di fornire un numero massimo di 2 educatori/trici per un’attività di supervisione compiti, destinata ad un gruppo di circa 15/20 studenti/esse della scuola secondaria di 1° grado.   -𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗿𝗶𝘁𝗲𝗻𝘂𝘁𝗼 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗼𝘀𝘁𝗮 𝗶𝗻𝘀𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲? Abbiamo ritenuto insufficiente la proposta per un motivo essenziale: il numero di educatori ed educatrici proposti non consente di garantire un servizio educativo accettabile dal punto di vista qualitativo, soprattutto perchè molti ragazzi/e che aiutiamo presentano Bisogni Educativi Speciali (BES). La stessa Cooperativa, ci ha “confessato” che nei GET, oltre ai/lle due educatori/trici preposti/e, si deve avvalere del supporto di volontari/e, a conferma del fatto che non sarebbe questa la modalità giusta per superare e migliorare un servizio che già portiamo avanti in forma volontaristica e con rapporti numerici ben maggiori tra volontari/e e ragazzi/e. Non consideriamo, tuttavia, la trattativa come totalmente fallimentare: aver dato voce ai ragazzi ed alle ragazze del nostro territorio è un fatto importante. Inoltre, gli incontri ci hanno consentito di avere maggiore contezza delle proposte e dei progetti messi in campo dalle Istituzioni locali. Abbiamo comunque deciso di valutare un’altra possibilità: quella di utilizzare i 2 educatori/trici che ci sono stati proposti, per dar vita ad un’attività di supervisione didattica destinata agli studenti/esse delle scuole superiori, dotati quantomeno di una capacità di scelta nel partecipare o meno al doposcuola e di autonomia maggiore rispetto a quelli delle scuole medie. L’idea di creare un’aula studio nasce proprio dalla richiesta che ci è stata fatta da molte ragazze/i del quartiere, i quali hanno manifestato la necessità di uno spazio sicuro dove poter studiare ed incontrarsi nel pomeriggio. La trattativa con il Comune sta proseguendo sotto questo aspetto e si allarga ad “Ater”, in quanto proprietaria di un immobile abbandonato da anni, che assieme agli/lle abitanti è stato individuato come possibile spazio aggregativo attorno al quale ricostruire la rete di relazioni del quartiere.   -𝗜𝗺𝗽𝗲𝗴𝗻𝗼 𝗲 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 Sappiamo che in questo momento storico le risorse per il welfare pubblico sono sempre minori, a causa di scelte politiche (sostenute anche dallo stesso centro sinistra) come ad esempio la legge sul pareggio di bilancio, i tagli al welfare ed infine l’assurda corsa al riarmo europeo, nuovamente a discapito della spesa sociale. Di fronte a questo scenario, le Istituzioni locali hanno responsabilità politiche dirette, delle quali sono chiamate a rendere conto. A tal proposito, ad esempio, in occasione dell’otto marzo di quest’anno, avevamo ribadito pubblicamente quanto fosse poco opportuna la partecipazione della nostra sindaca Vittoria Ferdinandi alla piazza lanciata da “Repubblica”, svoltasi il 15 marzo a Roma, dove sotto la retorica dei valori europei e dell’europeismo, se ne sventolava la bandiera legittimando le sconsiderate dichiarazioni della presidente delle commissione europea Von der Leyen, rispetto alla necessità di incrementare ulteriormente le spese militari dei paesi membri e della necessità di un esercito europeo più forte e più armato. La Sindaca partecipò e rivendicò la propria presenza a quella piazza, nonostante una parte importante della cittadinanza avesse espresso il proprio dissenso. Tutto questo non per sindacare o giudicare l’agenda politica della prima cittadina della nostra città ma per evidenziare che, anche rispetto a tematiche che vengono discusse in contesti più ampi, come quello nazionale ed internazionale, le amministrazioni comunali possono e devono farsi portavoce delle istanze dei propri cittadini. Il mandato per cui è stata eletta questa Giunta non è sicuramente quello di sostenere direttamente o indirettamente una tendenza all’economia di guerra (che imperversa in Europa e nel mondo), ma piuttosto quello di rivendicare le necessità dei nostri territori: adeguate risorse per la spesa sociale, per l’istruzione, per la manutenzione del territorio, per la coesione sociale, per la sanità, per l’edilizia popolare. Di fronte a tutte queste problematiche, siamo stanchi e stanche di sentirci rispondere che “sarebbe tanto bello ma non ci sono i soldi”; vogliamo invece un Comune che, dopo essere stato eletto promettendo di ascoltare le istanze delle persone, ne diventi esso stesso portavoce negli organi regionali e di Stato competenti, laddove le risorse che possiede a disposizione non sono adeguate. Rispetto invece a come vengono spese le – limitate – risorse a disposizione, ci teniamo a ribadire alcune cose molto semplici:   -𝗟’𝗮𝗽𝗽𝗮𝗹𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗶 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗶𝘇𝗶 𝗱𝗶 𝗰𝘂𝗿𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗰𝗼𝗼𝗽𝗲𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝘁𝗲𝗿𝘇𝗼 𝘀𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗲 è ampiamente dimostrato dai dati che costa alle amministrazioni comunali di più rispetto alla loro gestione diretta e in maniera inversamente proporzionale ne riduce la qualità. Vogliamo che venga invertita la tendenza ad esternalizzare i servizi a Cooperative che cercano di erogare più servizi possibili al di sopra delle proprie forze e a discapito della qualità. Cooperative che molto spesso, per sottostare alle logiche degli appalti, sottopongono i propri dipendenti a delle condizioni lavorative precarie. Vogliamo educatori ed educatrici assunti direttamente dal Comune, che vengano messi nelle condizioni di erogare servizi di qualità e che diano la garanzia della continuità, fuori dalle scadenze di bandi e appalti. -𝗕𝗮𝘀𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗹’𝗮𝗯𝘂𝘀𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝘃𝗼𝗹𝗼𝗻𝘁𝗮𝗿𝗶𝗮𝘁𝗼 𝗻𝗲𝗹 𝘁𝗲𝗿𝘇𝗼 𝘀𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗲. Le numerose spiacevoli notizie che si susseguono quotidianamente nella nostra città di episodi di violenza e degrado – soprattutto tra i più giovani – dimostrano la necessità di lavorare con urgenza nel cercare di risanare un tessuto sociale sempre più ammalato e sfibrato. La dispersione scolastica, la scarsa qualità della vita e dei servizi (soprattutto nelle periferie della città) e la precarietà lavorativa ed esistenziale che caratterizza la vita dei più giovani, va affrontata con una programmazione di politiche sociali seria e strutturale. Non si può pensare di avvalersi della disponibilità dei cittadini/e volontari/e per sostenere progetti educativi extrascolastici, come non si può pensare che attraverso le cosiddette “settimane della custodia” si possano riqualificare i quartieri di periferia.   -𝗦𝗼𝗹𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗼𝗽𝗼𝗹𝗼 𝘀𝗮𝗹𝘃𝗮 𝗶𝗹 𝗽𝗼𝗽𝗼𝗹𝗼 Come Collettivo politico il nostro lavoro in quartiere è sempre stato quello di ascoltare i bisogni delle persone e farci portavoce delle rivendicazioni politiche che emergono da questo dialogo. Quando si lavora con i problemi concreti della gente diventa funzionale intraprendere un confronto dialettico con le istituzioni e fare pressione affinché queste si attivino per rispondere a tali istanze. Spesso, prima ancora di attivare dei percorsi di vertenza cittadina come quello che stiamo portando avanti con l’Assemblea Popolare, ci siamo messi/e a disposizione per offrire un aiuto concreto, con l’entusiasmo e lo spirito di solidarietà e di comunità che caratterizza la nostra azione politica diretta. Dalla compilazione delle domande dei bonus per pagare le bollette durante la pandemia, alle consegna delle cassette solidali, le pulizie dei parchi abbandonati, le assemblee popolari, l’inchiesta di quartiere, lo stesso doposcuola popolare, non sono opere buone che facciamo con spirito di compassione o carità cristiana; sono azioni politiche necessarie di fronte ad un tessuto sociale così sfaldato come quello delle nostre periferie. Gli unici mezzi che abbiamo a disposizione sono la lotta e l’autorganizzazione. Ripartirà il Doposcuola Popolare, così come continueranno le assemblee di quartiere, fino a che tutte le criticità del territorio emerse dall’inchiesta non troveranno una soluzione adeguata, continuando ad avere un approccio di lotta che unisce i problemi locali a quelli nazionali ed internazionali. Ripartiremo con la consapevolezza di quanto sia necessario continuare a tessere relazioni di valore all’interno della nostra comunità, poiché uniti-e ed organizzati-e possiamo conquistare condizioni di vita migliori. Invitiamo le realtà associative, collettivi e comitati cittadini che condividono la nostra analisi, a mettersi in contatto con noi ed iniziare così a fare rete, per una reale e concreta attivazione dal basso, fatta di rivendicazioni, partecipazione attiva e scambio di pratiche, idee ed azioni concrete di solidarietà, con la convinzione che la riqualifica dei territori debba necessariamente passare per una riqualifica sociale fatta di reti di socialità e solidarietà, spazi di aggregazione e l’indispensabile ricostruzione di senso di comunità e di appartenenza.   𝙂𝙡𝙞 𝙖𝙩𝙩𝙞𝙫𝙞𝙨𝙩𝙞 𝙚 𝙡𝙚 𝙖𝙩𝙩𝙞𝙫𝙞𝙨𝙩𝙚 𝙙𝙚𝙡 𝙙𝙤𝙥𝙤𝙨𝙘𝙪𝙤𝙡𝙖 𝙥𝙤𝙥𝙤𝙡𝙖𝙧𝙚. 𝘼𝙨𝙨𝙚𝙢𝙗𝙡𝙚𝙖 𝙥𝙤𝙥𝙤𝙡𝙖𝙧𝙚 𝙙𝙞 𝙑𝙞𝙖 𝙙𝙚𝙡 𝙇𝙖𝙫𝙤𝙧𝙤 (𝙑𝙙𝙇).
Perugia
POLITICA e SOCIALE
Via del Lavoro
Doposcuola popolare
UN MILIONE, MA È SOLO UNA DELEGAZIONE!
DOPO 2 ANNI DI GENOCIDIO DEL POPOLO PALESTINESE COS’ALTRO DEVE SUCCEDERE? Dopo una settimana di scioperi, presidi, mobilitazioni e numerosi flashmob organizzati nelle piazze di tutta Italia e in oltre 200 poli ospedalieri per chiedere una risposta del governo al genocidio in corso e per la protezione degli attivisti della Global Sumud Flotila, anche Perugia ha risposto allo sciopero generale del 3 ottobre chiamato dai sindacati di base. Le oltre 5.000 persone che hanno partecipato al corteo sono andate ben oltre la piazza destinata come punto d’arrivo: hanno invaso le strade della città arrivando fino alla stazione centrale, occupando i binari di fontivegge, azione che in città non succedeva da 15 anni. Il flusso di mobilitazioni non si è fermato, arrivando ad organizzare oltre 5 autobus per partecipare alla chiamata nazionale del 4 ottobre a Roma indetta dai Giovani Palestinesi. Una marea, più di 1 milione di persone, 3 km di corteo di cui non si vedeva la fine: Roma è stata bloccata, nonostante i tentativi delle forze dell’ordine di boicottare gli arrivi, fermando autobus e macchine all’uscita del casello autostradale e sottoponendoli a immotivate perquisizioni. Quello che rende questo corteo una data storica, oltre alla partecipazione massiccia, è il fatto che ha coinvolto tutta la popolazione, non solo movimenti e associazioni che già da tempo si battevano per la causa Palestinese e denunciavano l’occupazione e l’apartheid israeliana a Gaza, ma anche singole soggettività. La manifestazione nazionale è stata il culmine di una settimana intera di mobilitazioni sui singoli territori, presidi permanenti e due scioperi generali per urlare che non vogliamo essere complici di questo genocidio. Ci siamo ripresə le piazze e le strade, insieme, come non si faceva da anni, si è ritrovata la dimensione popolare che chiede giustizia, che si ribella ai governi e alla repressione del diritto di manifestare il proprio dissenso. La presa di coscienza di tutt3 ci dimostra come non ci sia più argine: quando la ribellione diventa condivisa e tocca persone anche lontane dalla politica, non si può più arrestare. La partecipazione delle piazze ha dimostrato che va difeso a tutti i costi il concetto di umanità calpestato dai governi per interessi economici e politici, scegliendo di non essere complici. Le mobilitazioni delle ultime settimane hanno incoraggiato il superamento delle divisioni di piazza e promosso l’autodeterminazione delle manifestazioni, portando ad occupazioni spontanee proprio perché necessarie. Il grido “blocchiamo tutto” è arrivato forte e chiaro, e la risposta dal basso è stata altrettanto decisa: non vogliamo essere complici come il governo; fermiamo gli invii di qualsiasi strumento diretto ad Israele per alimentare la sua avanzata imperialista; utilizziamo il boicottaggio come strumento per rallentare la macchina di morte guidata da Israele. La questione palestinese diventa il simbolo di una lotta intersezionale, e ci domandiamo: è forse la Palestina che sta liberando noi?  Oggi più che mai è necessario ribellarsi e resistere ad ogni forma di colonialismo e imperialismo. Dopo 2 anni di genocidio del popolo palestinese cos’altro deve succedere?  La mancata condanna allo stato di Israele, da parte dei governi, ha scatenato una reazione della società civile che, anche a seguito dell’azione della Global Sumud Flotilla, ha risposto in maniera unitaria e spontanea pretendendo azioni concrete per bloccare il genocidio e mettere fine alla crisi umanitaria volutamente provocata dal governo sionista.  L’azione della Global Sumud Flotilla non è stata solo umanitaria ma anche politica. Partire mettendo a repentaglio la propria sicurezza per rompere il silenzio mediatico e istituzionale sul genocidio è un atto volto a costringere i governi di appartenenza a porsi delle domande: la democrazia va tutelata solo quando viene esportata forzatamente in altri paesi o va difesa ogni giorno in tutti quei governi che si definiscono democratici? La missione della GSF ha dimostrato al mondo come lo stato sionista si arroghi la facoltà di calpestare ogni sorta di diritto, da quello del popolo palestinese di esistere a quello internazionale. La Palestina rappresenta la lotta al sistema colonialista e imperialista, contro i governi occidentali che non rispettano il diritto all’autodeterminazione dei popoli oppressi. Il passato è già tornato nel presente, lo farà anche nel futuro se non reagiamo.  Oggi più che mai è necessario costruire delle alternative concrete e durature. Senza la liberazione della Palestina non potremo mai essere liber3. #FREEPALESTINE
corteo
POLITICA e SOCIALE
roma
palestina
MONDI
CORTEO REGIONALE PER LA PALESTINA
I CONTRIBUTI IN VISTA DELLA MANIFESTAZIONE REGIONALE PER LA PALESTINA IN VISTA PER IL 13 SETTEMBRE A PERUGIA.   Perugia, 11/09/2025  In vista del corteo regionale del 13 settembre a Perugia il collettivo All Eyes On Palestine, insieme ad altre realtà del territorio, lancia l’appello alla mobilitazione con le parole d’ordine: Stop al genocidio! Solidarietà alla resistenza palestinese! Libertà per Anan Yaeesh! Autodeterminazione del popolo palestinese. All Eyes On Palestine https://lautoradio.org/wp-content/uploads/2025/09/all-eyes-on-palestine-11925.mp3  Mjriam Abu Samra https://lautoradio.org/wp-content/uploads/2025/09/Mjriam-Abu-Samra-online-audio-converter.com_.mp3   (riportiamo da palestinechronicle.com ) ‘Ritorno a Gaza’ è la prima pubblicazione tutta al femminile che attraverso la riflessione personale delle palestinesi in Italia.  Esce per Edizioni Q “Ritorno a Gaza – Scritti di donne italo-palestinesi sul genocidio”, prima pubblicazione tutta al femminile che attraverso la riflessione personale delle palestinesi in Italia propone una disamina culturale e politica della violenza genocidaria sionista e della storica resistenza palestinese al progetto coloniale. Con i contributi di Mjriam Abu Samra (curatrice), Shaden Ghazal, Rania Hammad, Sabrin Hasbun, Laila Hassan, Samira jarrar, Sara Rawash, Noor Shihade, Tamara Taher, Widad Tamimi. Il ricavato del libro sara’ devoluto a GAZZELLA ONLUS Riportiamo l’Introduzione di Mjriam Abu Samra Questa raccolta di brevi articoli, tutti scritti al femminile, nasce in un momento storico in cui la voce delle donne palestinesi s’impone come atto di resistenza contro le narrazioni egemoniche che hanno per tanto tempo distorto, frammentato e strumentalizzato la più generale lotta di liberazione palestinese. Mai come adesso il racconto personale e politico delle seconde generazioni di donne palestinesi in Italia è importante sia per capire l’impatto e la portata del genocidio a Gaza, sia per deco- struire le strutture di potere coloniali che continuano a modellare il discorso pubblico occidentale. PALESTINA LIBERA. STOP GENOCIDE.  
Perugia
corteo
POLITICA e SOCIALE
palestina
NON UN PASSO INDIETRO
… NEANCHE PER PRENDERE LA RINCORSA. Milano, 06/09/2025  Un’ enorme mobilitazione, un corteo di oltre 50.000 persone, ha invaso le strade di Milano rispondendo alla chiamata nazionale a seguito dello sgombero del Leoncavallo, storico centro sociale di via Watteau. Uno spazio con 50 anni di politica attiva in città, che nel suo lungo percorso ha cambiato forma ma non la sostanza, di realtà che dal basso offre un’alternativa alla logica capitalista e consumista della città. Un attacco non solo al luogo fisico dunque, ma a ciò che rappresenta, l’idea che la politica pensata come quotidianità, quella che dà alloggio a chi resta senza casa, quella che ospita collettivi transfemministi e che crea alternative dal basso per combattere le marginalità sociali, possa davvero dare luogo ad un mondo diverso, lontano dalla logica del profitto. “GIU’ LE MANI DALLA CITTA’ ”. Lo striscione d’apertura riprende le parole d’ordine dell’assemblea pubblica del 2 settembre, che ha visto la partecipazione di tantissime realtà cittadine, per la difesa degli spazi pubblici e sociali autogestiti, contro la gentrificazione, per il diritto all’abitare, contro la speculazione edilizia e contro i padroni delle città. Chiaro il messaggio di Marina Boer, la presidentessa dell’associazione Mamme Antifasciste del Leoncavallo che sfilano in corteo: “Questo muro che si è creato è un indice delle scelte politiche di questa città. Ciò che fa rabbia è che questo è un sintomo di cosa sia diventata Milano, che una volta era piena di cultura e di attività per tutti. Ora sta bene ai milanesi questo deserto di grattacieli? È davanti a tutti cosa sia diventata la città”. Lo sgombero del Leoncavallo, a seguito delle trasformazioni del piano urbanistico della città di Milano, è un esempio lampante di come le città vengano sempre più vissute in ottica securitaria, segnate da zone rosse e restrizioni alla libertà di manifestare il proprio dissenso. Un concetto di legalità che amplifica l’isolamento sociale, punitivo verso le soggettività già marginalizzate e che va ad ampliare le disuguaglianze nel Paese. “Il Leo è un simbolo, ma non ce ne facciamo niente di simboli vuoti: le occupazioni non tolgono nulla alla comunità, anzi la arricchiscono e colmano dei vuoti comunitari.” Queste le parole scandite chiaramente dagli altoparlanti durante la manifestazione. La grande partecipazione al corteo nazionale ha dimostrato la volontà diffusa di combattere per un altro modello di città: intersezionale, antiabilista, transfemminista, orizzontale e in grado di contrapporsi al verticalismo del potere. Un primo spezzone di movimento del corteo, composto da spazi sociali occupati e di alternativa culturale, si è ritrovato alle 12.00 di fronte la stazione centrale, in piazza Duca D’Aosta, per poi convergere a Porta Venezia, verso il concentramento ufficiale delle 14.00 chiamato dal Leoncavallo e dalle altre, tantissime, realtà politiche della città. A seguire la testa del corteo anche il trattore dei vignaioli de La Terra Trema, che con la loro Fiera Feroce per diversi anni hanno “ imbastito una storia nuova e dirompente che ha unito le pratiche e le lotte degli spazi occupati e autogestiti a quelle di una marea sterminata di esperienze agricole e vitivinicole”, come si legge nel loro post di partecipazione alla giornata. Risponde alla chiamata anche Non Una di Meno Milano: “Il movimento femminista e transfemminista conosce bene l’importanza che gli spazi autonomi e autogestiti hanno per l’autodeterminazione delle donne e di tutte quelle soggettività non binarie, razzializzate e oppresse dalla violenza capitalistica di genere e dei generi…lottiamo per costruire spazi di liberazione dentro e fuori i movimenti, luoghi dove intessere alleanze con le nostre sorelle, dove poter praticare atti di diserzione da un ordine patriarcale e capitalista che ci vuole morte”. Tra le azioni della giornata, l’occupazione del Pirellino, simbolo della speculazione edilizia che sta cambiando il volto della città, inondato di vernice fucsia e sul quale è stata issata ai piani più alti dell’edificio la bandiera della Palestina. Sanzionata anche la prefettura che aveva ordinato lo sgombero del 21 agosto, e, in Piazza Cinque Giornate, da un palazzo è stato calato un imponente striscione con la scritta  “GIÙ LE MANI DAGLI SPAZI SOCIALI”. La manifestazione è stata contraddistinta da una presenza cospicua di bandiere della Palestina, sventolate al grido “Free Palestine”, con la precisa richiesta di fermare il genocidio in atto a Gaza e in Cisgiordania, dove il piano criminale di Israele si sta attuando con tutta la sua ferocia, là dove non arrivano missili e proiettili, infatti, arriva la fame a sterminare un popolo che subisce sfollamenti e stermini da più di 70 anni, con la complicità dei governi occidentali, compreso quello italiano. Non possiamo più rimanere in silenzio: in un momento in cui decine di imbarcazioni stanno portando avanti quella che è la più grande missione collettiva dal basso mai vista per rompere l’assedio e il blocco degli aiuti umanitari alla popolazione Palestinese, chiediamo a gran voce che la Comunità Internazionale agisca, uscendo da questo silenzio assordante che ne manifesta la totale complicità con il governo sionista, coloniale e genocida Israeliano. Il corteo è culminato nella conquista di Piazza del Duomo, un arrivo atteso ma non autorizzato dalla prefettura, dimostrando una forza collettiva e dirompente, difficile da arginare. La solidarietà e la lotta alle “città per ricchi” si è spinta fino a Roma, dove davanti al Campidoglio si sono riunite diverse realtà di movimento per rivendicare come gli spazi di mutualismo dal basso e le centinaia di realtà autogestite in tutta Italia siano il cuore sociale del tessuto urbano.  Parliamo di luoghi indispensabili per colmare una mancanza di welfare istituzionale che ormai da anni lo Stato demanda tacitamente a queste realtà. Servizi sociali essenziali che nel tempo hanno visto sempre meno fondi destinati, spazi che cercano di combattere l’impoverimento delle città e la marginalizzazione, proponendo attività culturali, sportelli informativi, lotta alla violenza di genere, spazi di aggregazione sociale, solidarietà ed elaborazione politica. Le città che vogliamo hanno bisogno di spazi autogestiti, che lottino contro la desertificazione, contro le politiche abitative classiste e le logiche securitarie, contro lo strapotere dei privati e contro il “Modello Milano” che vuole una città tutta da bere senza alternative sociali.  Quando abitare è un lusso, occupare diventa una necessità.  La repressione è invece l’unica risposta che questo governo è in grado di dare, come dimostra l’approvazione del Dl Sicurezza e il conseguente inasprimento delle pene per chi protesta. La risposta sempre più violenta delle forze dell’ordine durante manifestazioni e presidi, è volta solo a silenziare chi vuole esprimere il proprio dissenso. Ma il dissenso non si sgombera, come ha dimostrato il corteo dell’altro giorno, che ha rilanciato più volte, anche negli interventi conclusivi, l’importanza di continuare la mobilitazione contro le politiche repressive, rilanciando l’assemblea nazionale della Rete “A Pieno Regime”, che si terrà il 21 settembre a Roma. La risposta trasversale e intergenerazionale che si è palesata nella partecipazione massiccia alla manifestazione di Milano, ci ricorda come l’intersezionalità delle lotte sia necessaria e vitale per proseguire unit3, per contrastare ed opporci insieme al sistema patriarcale, coloniale, fascista, capitalista e genocida che tenta di soffocare il nostro dissenso. Se toccano un3 toccano tutt3. GIÙ LE MANI DALLE CITTÀ. GIÙ LE MANI DAGLI SPAZI SOCIALI.
Milano
corteo
POLITICA e SOCIALE
spazi sociali
Leoncavallo
PRIMO MAGGIO VIA DEL LAVORO
PRIMO MAGGIO VIA DEL LAVORO Riportiamo il testo di chiamata del collettivo O.S.A. Perugia per il corteo del primo maggio. Il documento pone l’attenzione sul tema della sicurezza sul lavoro, del riarmo e sul rifiuto netto alla guerra. La scelta del percorso, quartiere periferico di Perugia, si inserisce nel lavoro svolto da O.S.A Perugia e da altre realtà che di recente hanno dato vita all’Assemblea Popolare di Via del Lavoro. Di seguito il comunicato 𝟭 𝗠𝗔𝗚𝗚𝗜𝗢 – “𝗙𝗘𝗦𝗧𝗔” 𝗗𝗘𝗜/𝗗𝗘𝗟𝗟𝗘 𝗟𝗔𝗩𝗢𝗥𝗔𝗧𝗢𝗥𝗜 𝗲 𝗟𝗔𝗩𝗢𝗥𝗔𝗧𝗥𝗜𝗖𝗜 Anche quest’anno NON chiamatela festa, perché in Italia oggi più che mai 𝘀𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗮 𝗮 𝗺𝗼𝗿𝗶𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗲 𝘀𝗶 𝗿𝗶𝗺𝗮𝗻𝗲 𝘀𝘁𝗿𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗼𝗿𝘀𝗮 𝗱𝗶 𝗽𝗿𝗲𝗰𝗮𝗿𝗶𝗲𝘁𝗮̀, 𝗳𝗮𝗺𝗲 𝗲 𝘀𝗳𝗿𝘂𝘁𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼. Spetta proprio all’Umbria il tragico primato per quanto riguarda le morti sul lavoro *(𝘥𝘢𝘵𝘪 𝘖𝘴𝘴𝘦𝘳𝘷𝘢𝘵𝘰𝘳𝘪𝘰 𝘚𝘪𝘤𝘶𝘳𝘦𝘻𝘻𝘢 𝘴𝘶𝘭 𝘭𝘢𝘷𝘰𝘳𝘰 𝘦 𝘢𝘮𝘣𝘪𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘝𝘦𝘨𝘢 𝘌𝘯𝘨𝘪𝘯𝘦𝘦𝘳𝘪𝘯𝘨 𝘢𝘭 31 𝘨𝘦𝘯𝘯𝘢𝘪𝘰 2025), ma questa strage è frutto di una tendenza ormai diffusa, che trova radici nell’abbattimento del costo del lavoro, nella giungla di appalti/subappalti e nell’arroganza di quelle piccole-medio imprese che ignorano completamente dispositivi e regole di sicurezza. 𝗘̀ 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗴𝗲 𝗱𝗶 𝗰𝗹𝗮𝘀𝘀𝗲 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗺𝗶𝗹𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗲 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗿𝗶𝗰𝗶 𝘀𝘂𝗯𝗶𝘀𝗰𝗼𝗻𝗼 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗼, 𝘁𝗿𝗮 𝗶𝗺𝗽𝘂𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗶 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶 𝗲 𝗰𝗼𝗿𝗱𝗼𝗴𝗹𝗶 𝗱𝗶 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗼. Siamo nel bel mezzo di un clima di guerra, un vento che non soffia solo alle porte dell’Italia ma che condiziona già le nostre vite. Il Governo fa la guerra a milioni di proletari/e 𝘀𝗽𝗲𝗿𝗽𝗲𝗿𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗺𝗶𝗹𝗶𝗮𝗿𝗱𝗶 𝗱𝗶 𝗲𝘂𝗿𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗮𝗿𝗺𝗶 𝗲𝗱 𝗲𝘀𝗲𝗿𝗰𝗶𝘁𝗶 mentre tutti i settori del welfare state sono stati abbandonati: sanità, istruzione, sostegno al reddito, tutto sacrificato in nome della guerra. L’Europa (con l’Italia del Governo Meloni in testa) è entrata ormai nella fase di economia di guerra e pensa a un 𝘂𝗹𝘁𝗲𝗿𝗶𝗼𝗿𝗲 𝗿𝗶𝗮𝗿𝗺𝗼 con un 𝗶𝗻𝘃𝗲𝘀𝘁𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝟴𝟬𝟬 𝗺𝗶𝗹𝗶𝗮𝗿𝗱𝗶 𝗱𝗶 𝗲𝘂𝗿𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗳𝗮 𝗿𝗮𝗯𝗯𝗿𝗶𝘃𝗶𝗱𝗶𝗿𝗲; ad arricchirsi grazie alle nuove ondate speculative e sulla pelle dei milioni di morti ammazzati saranno le grandi industrie belliche e le oligarchie europee. Ecco perché 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐞𝐧𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐟𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐨𝐧𝐢 𝐞 𝐚 𝐫𝐢𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐜𝐢 𝐞̀ 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐥𝐚 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐞 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐟𝐫𝐮𝐭𝐭𝐚𝐭𝐢! 𝐄𝐝 𝐞̀ 𝐩𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐜𝐡𝐞, 𝐫𝐢𝐛𝐚𝐝𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐧𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐫𝐢𝐟𝐢𝐮𝐭𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐝 𝐮𝐧𝐚 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐢𝐝𝐞𝐚 𝐝𝐢 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐢𝐧 𝐚𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐦𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐚 𝐨𝐩𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫-𝐢𝐦𝐩𝐞𝐫𝐢𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐚, 𝐜𝐢 𝐬𝐜𝐡𝐢𝐞𝐫𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐥 𝐟𝐢𝐚𝐧𝐜𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐥𝐞𝐭𝐚𝐫𝐢 𝐨𝐩𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢 𝐞 𝐢𝐧 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝐠𝐞𝐧𝐨𝐜𝐢𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐨 𝐩𝐚𝐥𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐞𝐬𝐞. È una condizione, questa, che viviamo già sulla nostra pelle tutti i giorni, nelle periferie che abitiamo e attraversiamo, tra gli spazi abbandonati, sfruttati e privi anche dei servizi più essenziali. Siamo consapevoli che lottare sarà sempre più difficile. Il governo Meloni, in continuità con i governi precedenti, proprio nell’ambito della “guerra in casa nostra”, di fronte a un lavoro sempre più povero e precario e a delle condizioni di vita sempre più marginalizzate, ha ben pensato di reprimere ancor più ogni tentativo di protesta: uno sciopero davanti al proprio luogo di lavoro potrà essere punito come reato penale e così molte altre legittime forme di dissenso saranno criminalizzate. Cosa resta dunque ai lavoratori e alle lavoratrici e ai tanti proletari, disoccupati e non occupati? A loro il compito più duro, quello intanto di 𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐚 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐞 𝐯𝐢𝐭𝐞, 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨𝐭𝐭𝐚 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐧𝐞𝐢 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨, 𝐬𝐮𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐢 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐚 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐞; 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐧𝐞𝐢 𝐥𝐮𝐨𝐠𝐡𝐢 𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨, 𝐪𝐮𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐫𝐞, 𝐧𝐞𝐢 𝐥𝐮𝐨𝐠𝐡𝐢 𝐝𝐢 𝐢𝐬𝐭𝐫𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐚𝐫𝐞 𝐚 𝐥𝐨𝐭𝐭𝐚𝐫𝐞. 𝑰𝒍 𝒑𝒓𝒊𝒎𝒐 𝒎𝒂𝒈𝒈𝒊𝒐 𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕’𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒔𝒂𝒓𝒂̀ 𝒖𝒏𝒂 𝒈𝒊𝒐𝒓𝒏𝒂𝒕𝒂 𝒅𝒊 𝒍𝒐𝒕𝒕𝒂, 𝒏𝒐𝒏 𝒄𝒉𝒊𝒂𝒎𝒂𝒕𝒆𝒍𝒂 𝒇𝒆𝒔𝒕𝒂. Vi aspettiamo perciò per il nostro ormai consueto 1 MAGGIO dove attraverseremo insieme il quartiere per dire no alle politiche di riarmo, no allo sfruttamento, no al genocidio. 𝗢𝗥𝗘 𝟭𝟬 – 𝗖𝗢𝗥𝗧𝗘𝗢 𝗖𝗜𝗧𝗧𝗔𝗗𝗜𝗡𝗢 𝗢𝗥𝗘 𝟭𝟮 – 𝗙𝗘𝗦𝗧𝗔 𝗗𝗜 𝗤𝗨𝗔𝗥𝗧𝗜𝗘𝗥𝗘
Perugia
POLITICA e SOCIALE
quartiere
1°Maggio
Via del Lavoro
Verso il 25 aprile
Pubblichiamo alcuni interventi verso la giornata antifascista del 25 Aprile che si terrà a Perugia. Partendo dal comunicato unitario, che pubblichiamo per intero qui di seguito, abbiamo chiesto ai vari gruppi che hanno aderito alla manifestazione un contributo audio in modo da restituire, in minima parte, la complessità e ricchezza di questa importante giornata. Comunicato: Per questo 25 aprile diverse realtà cittadine, dal basso e in autonomia, promuovono l’organizzazione di un corteo popolare. Il corteo sarà aperto a tutte e tutti coloro che si riconoscono nei valori dell’antifascismo e che intendono vivere quella giornata come un momento di celebrazione della Resistenza e di rinnovamento dei valori che l’hanno animata. In quest’ottica inclusiva e nello spirito unitario della giornata, si è convenuto che l’adesione sarà su base volontaria condividendo il seguente appello: Mai come oggi la distanza tra chi governa il paese e chi ha partecipato alla Resistenza è incolmabile. Mai come oggi gli ideali che hanno animato l’esperienza delle bande partigiane – esperimento unico per innovazione e propulsione nella storia italiana del Novecento – restano inattuati. Mai come oggi l’Italia non è quel paese che la maggior parte dei partigiani e delle partigiane avrebbero voluto costruire. Lo stato desolante del presente tuttavia, è il frutto delle gravi scelte del passato. Norberto Bobbio, a questo proposito, già nel 1965 aveva scritto: “L’Italia non è diventata quel paese moralmente migliore che avevamo sognato: la nuova classe politica, salvo qualche rara eccezione, non assomiglia in nulla in quella che ci era parsa raffigurata in alcuni protagonisti della guerra di Liberazione, austeri, severi con se stessi, devoti al pubblico bene, fedeli ai propri ideali, intransigenti, umili e forti insieme; anzi ci appare spesso faziosa, meschina, amante più dell’intrigo che della buona causa, egoista, tendenzialmente sopraffattrice, corrotta politicamente se non moralmente e corruttrice, desiderosa del potere per il potere e peggio del grande potere per il piccolo potere”. Per questo continuiamo a pensare che bisogni tornare a raccontare la Resistenza per quello che è stata realmente: un momento eccezionale di riscatto morale, sociale e popolare degli oppressi e degli sfruttati di questo paese. Una guerra contro l’occupante tedesco per la liberazione della nazione, una guerra civile contro gli italiani che rimasero fedeli al fascismo, una guerra di classe contro le componenti più reazionarie della società, una guerra di genere per la liberazione della donna, una guerra per la democrazia reale, fatta di partecipazione diretta delle masse popolari alla vita politica del paese.. I partigiani e le partigiane non erano soldati regolari che combattevano in una guerra tra stati, come oggi strumentalmente certi politici vorrebbero farci credere, ma erano nella grande maggioranza dei casi mossi da ragioni ideali diametralmente opposti ai beceri interessi che determinano le politiche del riarmo e del conflitto. Occorre quindi dire senza giri di parole che oggi la Resistenza rivive nelle battaglie del nostro tempo, e in coloro che, con gli strumenti e le forme della contemporaneità, animati dagli stessi ideali di giustizia sociale, libertà e fratellanza, lottano oggi contro ogni forma di oppressione. Occorre difendere i partigiani e le partigiani da un revisionismo rozzo, dalle strumentalizzazioni, da chi oggi li utilizza per propagandare la militarizzazione dell’Europa. Occorre ribadire che nella nostra città essere antifascisti significa onorare ogni giorno la storia di Perugia, quella dei martiri del XX Giugno 1859, delle nostre brigate partigiane, di Mario Grecchi e Primo Ciabatti, attraverso una quotidiana lotta contro ogni forma di discriminazione, perché a nessuna persona siano negati “pane, libertà, amore e scienza”. Sulla base di questo appello invitiamo tutti e tutte a partecipare a un grande corteo cittadino in cui grideremo forte e con un’unica voce che PERUGIA È ANTIFASCISTA. Programma della mattinata: Ore 9. Ritrovo in piazza Danti: portiamo un fiore nei luoghi della Resistenza del centro storico. Ore 11:45. Concentramento in piazza Giordano Bruno per la partenza del corteo. Contributi audio A.N.P.I Sezione Bonfigli-Tomovic -------------------------------------------------------------------------------- Assemblea Transfemminista -------------------------------------------------------------------------------- F.C. Inguastite -------------------------------------------------------------------------------- All eyes on Palestine -------------------------------------------------------------------------------- UDS --------------------------------------------------------------------------------
Perugia
Antifascismo
POLITICA e SOCIALE
25 Aprile