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Ambisci al sapere. Attua una rivoluzione spirituale contro l’ottusità. Il resto, sono solo chiacchiere
Quest’anno ho cambiato la mia vita. L’ho stravolta. E non l’ho fatto grazie a qualche influencer o guru che mi ha detto cosa fare. Non sono nemmeno tornata dallo psicologo. Perché non tutte le passioni tristi vanno estinte. A volte è necessario entrare in contatto con il dolore e camminare come un fachiro sui carboni ardenti.  Mia madre è morta, e questo mi ha dato la forza di guardarmi allo specchio e di dirmi che non ero più felice e che quindi dovevo cambiare le cose.  Il tempo è poco.  Ho avuto bisogno di piangere e di abbracciare il turbamento. Mi sono concessa il privilegio di poter essere infelice. Almeno per un po’. Ho continuato a meditare. Questo sì. L’arte della ripetizione e dell’esercizio mi hanno aiutato e confortato. Sono anche entrata in chiesa più volte per contemplare nel silenzio quell’immagine di distacco e Resurrezione. Mi sono ritirata nella natura per due mesi, in una casetta sperduta tra le colline marchigiane, facendo il sugo con i pomodori dell’orto, dando da mangiare alle galline e alle tartarughe, scrivendo, meditando e andando al mare. Non volevo più tornare. E in effetti, in un certo qual modo, non l’ho fatto. Per un po’ sono tornata fisicamente a Milano, ma non sono tornata alla mia vita di prima.  E mentre mi trovavo in questa sorta di Eden, ho letto un libro del filosofo Peter Sloterdijk che ha un titolo degno di un libro self-help ma che in realtà s’ispira a un passaggio della poesia Il torso arcaico di Apollo di Rainer Maria Rilke, in cui viene declamato il monito: Devi cambiare la tua vita. Qualcosa che avevo già messo in atto quasi inconsapevolmente, facendo ricorso al mio maestro interiore, che come ogni degno allenatore può accompagnare verso l’alto soltanto se l’allievo non smette di desiderare. L’uomo è un essere abitudinario, ha bisogno della ripetizione per poter comprendere: “Si fa solo ciò che si riesce, e si riesce a fare solo ciò che viene continuamente ripetuto”. Chi vuole scrivere non deve fare altro che scrivere; chi vuole dipingere non deve fare altro che dipingere; chi vuole suonare non deve fare altro che suonare. Si dice che siano necessarie almeno 10.000 ore per diventare bravi in qualcosa, per rendere una certa attività una “seconda natura”.  Per imparare, ci vuole esercizio. Per placare l’ansia, ci vuole esercizio. Per meditare, ci vuole esercizio. È l’opposto di ciò che propone il mondo di oggi, dove si vuole ottenere tutto e subito. Zero fatica, zero impegno, zero “sbatti”, per usare il gergo giovanile.  Oggi il vero rivoluzionario è il praticante, colui che si diletta con devozione nell’arte della ripetizione. È questo rito ad aver elevato le grandi menti della storia. Il genio non nasce a caso sugli alberi. “Ogni educazione è una conversione”, scriveva Pierre Hadot, e Sloterdijk aggiunge che è anche una sovversione. Apro i social e vedo corsi per diventare insegnanti di meditazione a 99,99 euro; corsi di yoga per brillare nell’infinito e risolvere ogni problema. E penso che ho smesso di fare la critica musicale quando nelle canzoni sono scomparse le chitarre e gli assoli, perché le nuove generazioni non hanno voglia di cimentarsi almeno 10.000 ore per imparare a suonare discretamente. Meglio il computer, meglio l’AI, che a breve farà le canzoni al posto nostro. La Corea lo ha già fatto, una “cantante” generata artificialmente ha firmato un contratto da cinquanta milioni di dollari con una casa discografica.   Ricordo che una sera sono uscita a fumare una sigaretta nel cortile della casetta in campagna. Mi sono presa una pausa dalla lettura, e mi sono messa a guardare le stelle senza fare nient’altro che esserci. E sì, un vecchio maestro indiano di Ayurveda mi disse che puoi fumare anche se mediti e pratichi yoga, anche molti sadhu indiani fumano, basta farlo consapevolmente e godersela, senza fare altro. E infatti non fumo camminando, non fumo facendo cose, non fumo nemmeno quando scrivo. Quando fumo, fumo e basta.  Poi sono tornata al mio libro e alle tensioni verticali stimolate dalle riflessioni: “Finiamo di volere ciò che abbiamo sinora voluto”, ha tuonato Seneca. E ho ripensato alla mia necessità di accogliere la mestizia, il più grande maestro che potessi incontrare. Totalmente controcorrente, in un mondo che sente sempre più il bisogno di creare uomini senza refusi, dove la possibilità di disporre di sé stessi e di avere accesso al proprio universo interiore non è diventata altro che un’ennesima forma di consumo e produzione e il lavoro l’unica forma di esercizio accettabile. Che non si perda tempo a fare gli eremiti. Non c’è più spazio per la preghiera e la meditazione. Serve manovalanza, nonostante ci sia un eccesso di “superflui”, di persone che in realtà sono “inutilizzabili”, un “proletariato” condannato alla frustrazione, che sarebbe meglio iniziare a sedare, educare, punire. E già fin da ora, figuriamoci con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Ma visto che nemmeno in seguito sarà possibile cambiare la propria vita: “dovrai lasciarti trasformare fin dall’inizio da noi”, e cioè dallo Stato, il produttore di uomini, che con l’educazione comincerà a occuparsi di un miglioramento di massa, dato che l’automiglioramento della minoranza non è più possibile e sostenibile.   > “Quando il senso per il miracolo lascia il posto al senso per il meraviglioso > nasce la “cultura” moderna”.  Il benessere è il nuovo lusso. Avere tempo per sé stessi, per cucinare, per andare in palestra, in piscina, a padel, per rilassarsi, per mettersi le creme per il corpo, andare dall’estetista. > “Ora l’individuo sembra piuttosto un allenatore, che cura la selezione dei > propri talenti e sprona la squadra delle proprie abitudini. Che questo > atteggiamento venga chiamato “micropolitica”, “arte di vivere”, “autodesign” > oppure “empowerment”, è solamente questione di gusto”.  Anziché distruggere l’ego, ecco diventare l’Io il nuovo grande progetto, l’impresa cui dedicare tutta la propria vita. È l’epoca dell’Io S.p.a. Ciò che una volta era santità, oggi è fitness.  Il dilemma dell’uomo moderno è questo: cambiare sé stesso o il mondo? Oppure entrambi allo stesso tempo? L’eccesso d’individualismo crea confusione. L’esercizio, la ripetizione e la fuga dal mondo sembrano ormai volti soltanto all’autorealizzazione, alla performance interiore, e non a una preparazione all’arte mistica di morire. E questo perché? Perché la paura della morte è il segno più eclatante di mancanza di solidarietà tra gli uomini.  I santi hanno lasciato il posto alla società dello spettacolo e al lifestyle. Ma il buonismo e il relax semplificano la vita a dei livelli estremi e non rispecchiano la realtà delle cose, demoliscono la tensione verticale e portano a evitare passione e sofferenza. Per non parlare della frenesia dell’immortalismo terreno inseguita dai ricchi e agognata dai poveri.  Solo l’arte sembra salvarsi da tutto questo, è lì che sopravvivono residui di contemplazione, dove la fede si trasforma in stupore e la preghiera in ammirazione. > “Che cos’è l’arte, se non una forma del saper patire e nello stesso tempo la > forma che assume la passione del saper-fare”.  Ma cosa è rimasto, oggi, dell’arte? L’artista è ancora interessato a elevare sé stesso? Non nel senso della fama, di quell’Io perennemente in costruzione e strabordante, ma nel senso di saper guardare ancora verso ciò che è in Alto. E allora, alla fine, ecco cosa mi hanno insegnato la morte di mia madre, Sloterdijk e il monito di Rilke “Devi cambiare la tua vita”: prendi la tua strada verso le colline e la via della luce e non fare più ritorno. Avanza. Preparati alla Grande Catastrofe. Se sarai ancora capace di farlo, cerca il sublime, l’ultimo disperato appello verso la salvezza, verso l’impossibile, verso l’elevazione. Non dare precedenza al becero intrattenimento, dalla ai libri, alla riflessione e ai trasognamenti. Ambisci al sapere senza il timore di perdere la tua identità. Prendi le cose dannatamente sul serio.Attua una rivoluzione spirituale contro l’ottusità, l’avvilimento, l’abbruttimento, la banalità, la cocciutaggine, la semplificazione, la mancanza di rispetto, l’impazienza e le apparenze che ti hanno infestato il cervello. Assumi buone abitudini per una sopravvivenza comune e liberati dagli automatismi demoniaci che ti privano dell’anima.  Le cose non possono più andare avanti così.  Il resto, sono solo chiacchiere.  Dejanira Bada *In copertina e nel testo: opere di Alberto Martini (1876-1954) L'articolo Ambisci al sapere. Attua una rivoluzione spirituale contro l’ottusità. Il resto, sono solo chiacchiere proviene da Pangea.
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“Bisogna quindi amare assolutamente tutto”. Ad Assisi, con Simone Weil
Nel 1937, Simone Weil trascorse due giorni ad Assisi: “Mentre mi trovavo da sola nella piccola cappella romanica del XII secolo all’interno di Santa Maria degli Angeli, incomparabile meraviglia di purezza, dove san Francesco ha pregato tanto spesso, per la prima volta nella mia vita qualcosa più forte di me mi ha obbligata a mettermi in ginocchio”.  Questa è l’esperienza di Simone nella Porziuncola, quella piccola chiesetta di pietra che si trova all’interno della maestosa Santa Maria degli Angeli. Un luogo di pellegrinaggio e preghiera che recentemente ho voluto visitare anch’io proprio per capire l’esperienza della Weil. > “Ad Assisi sono completamente scomparsi dalla mia memoria Milano, Firenze, > Roma e tutto il resto, tanto sono stata affascinata dalle campagne così dolci, > così miracolosamente evangeliche e francescane, dalle chiese così incantevoli, > da tanti ricordi felici e da quei nobili esemplari della specie umana che sono > i contadini umbri, una razza ricca di bellezza, di vigore fisico, di gioia, di > dolcezza. Non avevo mai sognato un paese così meraviglioso”. Simone Weil la filosofa, la mistica, l’anarchica, l’operaia per scelta, la non più ebrea, la malata, la donna che scelse l’adesione alla miseria per avvicinarsi a Dio, che capì presto quanto fosse necessario fare “vuoto” per fare spazio a Lui, negare se stessi, ammettere che l’universo è assolutamente privo di finalità e che in questa assenza sta l’essenza del mondo, la bellezza pura, e che per non cedere alle passioni è necessario esercitare l’attenzione, la responsabilità, portare il corpo alla disintegrazione.  > “Ad esempio, mi sono sempre proibita di pensare al futuro, ma ho sempre > creduto che il momento della morte sia la norma e la meta della vita. Pensavo > che per coloro i quali vivono come si conviene sia l’istante in cui, per una > frazione infinitesimale di tempo, la verità pura, nuda, certa, eterna penetra > nell’anima. Posso dire di non aver mai desiderato per me alcun altro bene”.  L’ascesi come fortificazione e non come mortificazione. Proprio ciò che scelse di fare Simone anche in punto di morte: portare la propria croce. In preda a una tubercolosi, poco più che trentenne, si lasciò anche morire di fame: “Trovo conforto soltanto nel ricordo delle voluttà sia spirituali sia fisiche che sorgono durante la sofferenza fisica. Sono brevissime, e tuttavia di una tale intensità da equivalere a un lungo benessere. Lo so per esperienza, e suppongo che sia così per tutti”. Perché la malattia offre la condizione ideale per l’ascesi e per raggiungere Dio. Per scorgerlo bisogna sottrarsi al mondo.  Per riuscire a vedere è necessario essere consapevoli. L’attenzione è la più alta forma di preghiera. Scriveva Simone Weil nel suo Attesa di Dio:  > “L’attenzione è distaccarsi da sé e rientrare in sé stessi, così come si > inspira e si espira. Venti minuti di attenzione intensa e senza fatica valgono > infinitamente più di tre ore d’applicazione con la fronte corrugata, che fanno > dire, con la sensazione di aver fatto il proprio dovere: «Ho lavorato sodo».”. Attenzione come sospensione del proprio pensiero, come possibilità di lasciarlo andare, renderlo disponibile, vuoto, in attesa, senza nulla da cercare, pronti ad accogliere la nuda verità dell’oggetto che sta per penetrarvi. Weil recitava il Pater ogni mattina come una vera e propria pratica di meditazione, una pratica del verificare, un sacramento, una veglia: “Se mentre lo recito la mia attenzione divaga o si assopisce, anche solo in misura infinitesimale, ricomincio daccapo fino a che non abbia ottenuto per una volta un’attenzione assolutamente pura”.  Simone considerava Meister Eckhart un autentico amico di Dio che diceva e scriveva parole udite nel segreto e nel silenzio anche quando queste non concordavano con l’insegnamento della Chiesa, consapevole che il linguaggio della pubblica piazza non può essere come quello della camera nuziale. Anche lei “andava stretta” alla Chiesa. Era una che ripudiava le Crociate e l’Inquisizione, che non aveva bisogno d’intermediari per sentire Dio, i cui figli dovrebbero avere come unica patria l’universo: “Le cose meno vaste dell’universo, nel novero delle quali è la Chiesa, impongono obblighi che possono essere molto estesi, ma fra i quali non c’è quello di amare”.  Per Simone nelle parole “sia fatta la tua volontà”, c’era già ogni cosa, perché se pronunciate con tutta l’anima, implicavano la totale accettazione della volontà divina:  > “Bisogna quindi amare assolutamente tutto, nell’insieme e in ogni dettaglio, > compreso il male sotto qualsiasi forma, e in particolare i peccati commessi, > posto che siano trascorsi (mentre bisogna odiarli se la loro radice persiste), > le proprie sofferenze passate, presenti e future, e – di gran lunga la cosa > più difficile – le sofferenze altrui, posto che non si sia chiamati ad > alleviarle. In altre parole, bisogna sentire la realtà e la presenza di Dio > attraverso tutte le cose esteriori senza eccezioni, con la stessa chiarezza > con cui la mano avverte la consistenza della carta attraverso il portapenne e > la penna”. Viviamo nell’attesa di compensare le nostre mancanze, i nostri vuoti, in balìa delle circostanze, sperando sempre in qualcosa di meglio, che le cose cambieranno, miglioreranno, e che la permanenza della nostra personalità perduri, ma Weil ci ricorda che la paura dell’imminenza della morte è legata soprattutto a questo: non avremo tempo, non è mai stato questo il senso, tali compensazioni non arriveranno mai: “L’umiltà consiste nel sapere che in questo mondo tutta l’anima – non solo il cosiddetto io, nella sua totalità, ma anche la parte soprannaturale, ovvero sia Dio in essa presente – è sottomessa al tempo e alle vicissitudini del mutamento”. La parte mediocre del nostro io non teme la fatica e la sofferenza, teme soltanto di essere uccisa.  Le fede consiste nella “visione delle cose invisibili”, come diceva San Paolo. Non c’è mai nulla da cercare, la salvezza opera nella mancanza di attività. È Dio che cerca l’uomo, non il contrario.  > “Se Dio, dopo una lunga attesa, lascia vagamente intravedere la sua luce > oppure si rivela in persona, è soltanto per un istante. Poi bisogna rimanere > di nuovo immobili e attenti, aspettare senza muoversi, chiamando solo quando > il desiderio è troppo forte”.  La necessità cieca è l’unica strada per accorciare la distanza e avvicinarsi, e amare la propria Croce. > “L’anima è là dove si intersecano la creazione e il Creatore. Quel punto > d’intersezione è il punto d’incrocio dei bracci della Croce”.  L’unica vera parola di Dio è il silenzio.  E dopo aver letto e amato la Weil e il suo Attesa di Dio, eccomi partire per il mio viaggio, e scoprire che si arriva ad Assisi come osservatori. Si guardano gli altri compiere riti, gesti scaramantici, cedere a superstizioni, intrecciare mani in preghiera o lasciare che tocchino statue, altari, pietre, tombe di cadaveri mummificati. Mani che scrivono, che asciugano lacrime che sgorgano da occhi in preda all’estasi.  E poi quel richiamo continuo, necessario e imprescindibile, al silenzio che aleggia in tutta la città, in ogni chiesa, in ogni giardino, dai cartelli o dai microfoni.  Si guardano, si osservano e si giudicano gli altri, ma poi si finisce noi stessi in lacrime sotto al peso della stanchezza della vita nella sublime basilica di San Francesco, sentendo forte e chiara la propria piccolezza, ma non l’inutilità.  Si sente la sofferenza sgorgare dall’acqua salata, e quanto solo l’amore conti, e quanto coraggio e forza questo richieda, quanto impegno, che sia amore per Dio o per la persona che si ha accanto.  Nella Porziuncola ho sperimentato io stessa l’importanza dell’inginocchiarsi per testare la scomodità e la vividezza del dolore, ascoltando la messa, recitando: Padre Nostro “che sei nel segreto”.  Il distacco da sé come riflesso di Dio.  Il legno, le ginocchia e le anime che scricchiolano.  Il tempo che cessa di esistere.  Gli uomini più vigorosi e gli storpi che tornano a essere uguali.  L’ordine che regna sovrano nel silenzio del crepuscolo.  La pietra che protegge.  Il piccolo che si fa grande.  Il fremito della malattia. I cuori spezzati. Le ferite che s’innalzano sopra al capo di ogni uomo e che splendono di fervore.  Le preghiere sussurrate. L’attesa come stato di grazia. Continuare ad amare anche nella sventura.  Il bisogno disperato di farsi perdonare e di perdonare. Gli errori pagati cari. Il dono di chi crede e la speranza di chi dubita. L’immenso divenire. La patria dell’eterno momento presente.  Il timore della morte che cela nostalgia di casa.  Un viaggio ad Assisi si può trasformare da attesa a incontro con Dio.  Dejanira Bada L'articolo “Bisogna quindi amare assolutamente tutto”. Ad Assisi, con Simone Weil  proviene da Pangea.
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Abitare il vuoto. Piccolo discorso sulla povertà e il reddito minimo universale
Un giorno dovremo fare nuovamente i conti con il vuoto.  Immaginate di svegliarvi, dopo l’ennesima notte inquieta in preda alle preoccupazioni, e di non dover più lavorare. Mai più. Nessuno di voi – quantomeno la maggior parte. Siete dei cassieri? Fotografi? Avvocati? Broker? Videomaker? HR? Scrittori? Segretari? Magazzinieri? Potrei andare avanti a lungo… ebbene, una mattina, l’Intelligenza artificiale vi avrà sostituito. Tutti. Ma proprio tutti.  Cosa farcene del tempo?  Siamo la società dell’iperconnessione, del brain rot, del burn out, della stanchezza, dell’angoscia (per citare i titoli di alcuni libri del filosofo Byung-chul Han).  Un bel giorno potremmo scoprire che il mondo può fare benissimo a meno di noi. In realtà ha sempre potuto fare a meno di noi, ma almeno, prima, avevamo una parvenza di utilità. Tanti finiranno sul divano come Homer Simpson, altri s’inventeranno nuovi lavori o si formeranno. Altri diventeranno dispensatori umani di abbracci o di grattini (ah, ci sono già), in un mondo sempre più freddo, ostile e tecnologico. Siamo pronti?  Avremo tempo, molto più tempo, e questo tempo ci metterà a disagio, in soggezione. Saremo obbligati a fermarci, a porci domande che non avevamo mai avuto il coraggio di porci, un po’ come avvenne durante il lockdown, ma all’ennesima potenza. Non a caso, proprio dopo il Covid, in America e in Europa è nato quel fenomeno detto Grandi Dimissioni.  Fermarsi implica il sentire. È quello che avviene quando si medita: la gente si siede, porta l’attenzione al respiro, e si stupisce di non rilassarsi, di non sentirsi bene, di non levitare da terra. Come mai? Perché non succede quello che si vede nelle pubblicità o sui video sui social? Perché non sorrido beatamente volteggiando tra gli arcobaleni? Perché continuo a sentire? Anzi, sento di più.   Perché meditare vuol dire imparare a entrare in contatto con il vuoto.  L’uomo avrà di nuovo tempo, e si ritroverà a fare i conti con sé stesso. Come disse Filosofia a Boezio mentre era imprigionato in attesa della condanna a morte: “Ora so quale è la causa più grave del tuo male: non sai più chi sei”. La filosofia, proprio lei, che abbiamo relegato in soffitta, ma che ora ci converrà recuperare, perché potrà esserci utile più che mai, più che in qualunque altra epoca storica.  La contemplazione potrebbe diventare una componente imprescindibile nella vita di un uomo. E così l’arte, la letteratura, la poesia, la musica. Avremo tempo per pensare, per il riposo, per il silenzio, per coltivare l’orto, per passeggiare, per la preghiera, per meditare, per dipingere, per scrivere e creare, per reimparare a sognare, senza perché. E non più solo per vendere e diventare famosi, ma per il gusto del puro atto in sé. E la scuola tornerà a insegnare e a far riscoprire tutto questo. Dovrà farlo.  Questa è la versione ottimistica. In quella pessimistica, tanti si suicideranno. Molti impazziranno. Non troveranno più un senso. Il Fentanyl andrà via come il pane, molto più di adesso. Diventeremo molto più dipendenti dalle droghe, dall’alcol, dal sesso, un piacere caduco, che non si farà più per procreare ma per rammentarci la rilevanza della fusione di due respiri affannosi. La sensazione di vivere. Ci butteremo via dentro ai videogames, atrofizzati nella realtà virtuale. Non usciremo più di casa. Non servirà più. Non servirà più esistere in quell’Aperto – per citare Rilke e la sua Ottava Elegia – che in realtà non siamo mai stati capaci di abitare: > Con tutti gli occhi la creatura vede > l’aperto. Gli occhi nostri soltanto > son come rivoltati e tesi a lei intorno: > trappole al suo libero cammino. > Ciò che è fuori, puro, solo dal volto > animale lo sappiamo; perché già tenero > il bimbo lo volgiamo indietro, che veda > ciò che ha forma, e non l’aperto che > nel volto animale è sì profondo. Libero da morte. > Questa solo noi la vediamo; il libero animale > ha sempre dietro di sé il suo tramonto > e a sé dinanzi Dio, e quando va, va > nell’eterno; come vanno le fonti. > > Noi non abbiamo mai, neppure un giorno > lo spazio puro innanzi, nel quale all’infinito > si schiudono i fiori. È sempre mondo > e mai non-luogo senza non: il puro, > incustodito, che si respira, > si sa infinitamente e non si brama. Da bimbo > in questo si perde uno in segreto e > viene scosso. O un altro lo è morendo. > Poiché vicino a morte più non si vede morte, > si guarda fisso fuori, forse con sguardo grande d’animale. > Gli amanti, se non ci fosse l’altro che > la vista preclude, sono prossimi a questo e hanno stupore… > quasi per una svista, per loro dietro l’altro > si schiude l’aperto… di là da lui però > nessuno libero avanza ed è di nuovo mondo. > Alla creazione sempre rivolti, solo > specchiato vediamo in esso l’aperto, > oscurato da noi. O che un animale, muto, > alza lo sguardo, che quieto ci traversa. > Questo è destino: esser di fronte > e poi null’altro e di fronte sempre.  Tornerà anche il bisogno di Dio? Sappiamo che ha perso rilevanza non solo in Occidente ma anche nei paesi del Terzo Mondo. Ha avuto il suo appeal per millenni, soprattutto nei paesi poveri. Il concetto di liberazione dopo la morte dal ciclo delle reincarnazioni è nato in Oriente anche a causa di malattie, pestilenze, carestie e povertà che hanno sempre fatto pensare alla vita come a un inferno in Terra. E ancora oggi, per la maggior parte delle persone, la vita non è un meraviglioso viaggio di cui fare esperienza, è un incubo da cui liberarsi il prima possibile. La favola della “vita che vale sempre la pena di essere vissuta a ogni costo” è figlia del capitalismo occidentale. La felicità fa vendere, fa consumare, fa guadagnare. Tutto il pensiero orientale, il cristianesimo e anche lo stesso ebraismo e islamismo, non vedono la vita come qualcosa di cui fare tesoro, ma solo come un passaggio, spesso disastroso e durissimo, in attesa di condizioni migliori o dell’estinzione. Oggi, però, si crede sempre meno in un Dio che premierà i poveri e gli umiliati e offesi e in un paradiso che pacificherà le anime sofferenti.  Ma a parte il tempo, il vuoto, la filosofia, l’autodistruzione, Dio: con che soldi vivremo?  Sembra un’utopia, una fantasia di poco conto. Eppure, come scritto in un articolo de “L’Internazionale”, tutto questo potrebbe diventare realtà in tempi molto brevi. Come ci sostenteremo? Con una cosa che per molti ha un suono aberrante: il reddito universale, o basic income, che non è il reddito di cittadinanza (che è stato gestito malissimo e ha affossato qualunque possibilità di dialogo sul reddito universale).  Sono già stati fatti i primi esperimenti in Texas e Illinois, finanziati e ideati da Sam Altman, fondatore di OpenAI, grazie alla sua organizzazione no-profit OpenSearch: dare mille euro al mese a un gruppo di persone a basso reddito selezionate per la ricerca, per circa due anni. Il gruppo di controllo ha ricevuto cinquanta dollari al mese.  I risultati? Non sono stati catastrofici come si potrebbe pensare, anzi. Come scritto in un articolo sul “Corriere della Sera”, il gruppo che ha ricevuto i mille euro ha lavorato circa 1,3 ore in meno a settimana. Alcuni hanno chiesto di avere più tempo libero da dedicare alla famiglia. Si sono spesi più soldi per le cure mediche, il cibo, l’affitto. Sono aumentate del 5% le probabilità di avere un’idea per un’attività imprenditoriale e del 14% quelle per proseguire gli studi o fare formazione. Le persone non sono rimaste sul divano a non fare nulla, hanno ricominciato a programmare, ad avere idee, a fare progetti, a formarsi, a migliorarsi; hanno potuto dedicarsi alla salute e al benessere, vivendo con meno stress per paura degli imprevisti. Altman dice che l’AI è già pronta per effettuare una sostituzione di massa. Ma chi glielo dice ai governanti di destra o di sinistra che parlare di pensioni, di salario minimo, di flat tax ecc. è già roba vecchia?  Emanuele Murra – ricercatore e docente di storia e filosofia –, in un’intervista rilasciata a “Slow News”, ha parlato così del reddito universale:  > “La definizione minima di reddito di base è quella di un trasferimento > monetario finanziato con la fiscalità generale, erogato da un’autorità > pubblica. Si tratta di un reddito su base individuale, che non dipende dalle > condizioni economiche dell’individuo e che non presenta esigenze di > contropartite. Questo è ciò che rende unico il reddito di base universale. Il > principio del basic income è «l’idea di libertà: cioè che ogni cittadino deve > avere i mezzi per vivere in modo libero e dignitoso, indipendentemente dai > comportamenti, dalle scelte e dalle condizioni personali di vita»”. Tutto questo permette di ripensare totalmente il concetto di lavoro, definendolo non come una necessità ma come un valore aggiunto alla mia vita. Forse verrà anche finanziato con patrimoniali, tasse sugli extra profitti o sulle eredità, o con la ricchezza generata proprio dall’AI. Parole che non scandalizzeranno più come oggi, perché i ricchi non potranno più essere così ricchi se non esisteranno più i consumatori, dato che non ci saranno più i lavoratori.  Il reddito di cittadinanza portava a dover rinunciare al reddito per “scegliere” un lavoro di otto ore non soddisfacente e sottopagato che portava via tempo alla vita. Il reddito universale, invece, potrà continuare a essere percepito nonostante il lavoro che si troverà o che si sceglierà di fare. Rinunciare a quelle otto ore di tempo comporterebbe comunque un reddito che vale il doppio.   È una follia? Sarà un cambio di paradigma? E se questa possibilità non fosse così assurda e nemmeno così lontana? Il tema della povertà sarà la vera urgenza in un mondo in cui il lavoro come lo conoscevamo non esisterà più, forse più urgente del tema di quel tempo vuoto che avremo a disposizione e che dovremo imparare a riempire. Forse sarebbe il caso di aprire una discussione seria, una riflessione.  Quando il tempo a disposizione sarà tanto ma il cibo scarseggerà anche per coloro che fino a poco tempo fa si potevano considerare benestanti, che cosa accadrà? E in fondo, non sta già succedendo? Non siamo già a quel punto? Non siamo già in ritardo?  Dejanira Bada *In copertina: un’opera di Yves Klein L'articolo Abitare il vuoto. Piccolo discorso sulla povertà e il reddito minimo universale proviene da Pangea.
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