Tropico del Cancro è il libro di un uomo felice. È lo stesso Henry Miller a
dirlo nella prima pagina del romanzo:
> «Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo».
Ed è proprio così. Tropico del Cancro, pubblicato nel 1934 in Francia e vietato
negli Stati Uniti fino al 1961, è un inno alla gioia di vivere, e ancora oggi è
un libro scandaloso. Non per le situazioni oscene che descrive o per il
linguaggio esplicito, tutte cose che ormai non scandalizzano più nessuno, quanto
piuttosto per la filosofia che viene fuori dalle sue pagine. Messo di fronte a
tutte le schifezze, gli orrori, le banalità dell’esistenza, Miller non batte
ciglio e continua a godersi la vita. Questo è il vero scandalo!
Figura leggendaria quella di Henry Miller (1891-1980). Emigrato a Parigi negli
anni Trenta dove viveva di espedienti in compagnia di altri emarginati, passando
dal letto di un’amante a quello di una prostituta, e scrivendo Tropico del
Cancro, che rimane il suo capolavoro, in cui libera la vita da tutte le
bardature e sovrastrutture per riportarla alla sua realtà primordiale
rappresentata dal sesso.
Il romanzo non ha una trama ben definita e racconta la vita parigina dello
scrittore americano, attraverso le sue peregrinazioni e i suoi incontri. Il
protagonista si limita ad accettare gli eventi così come gli capitano, senza
cercare di dare loro un senso. Non è guidato da nessuna filosofia o ideale, se
non il godimento immediato. Illuminante a questo proposito il ritratto di Miller
fatto da George Orwell:
> «Conobbi Miller alla fine del 1936, mentre passavo da Parigi diretto in
> Spagna. Ciò che più mi colpì in lui fu l’assoluta mancanza di interesse per la
> guerra di Spagna. Si limitò a dirmi in termini piuttosto energici che andare
> in Spagna in quel momento significava essere un idiota… le mie idee sulla
> necessità di combattere il fascismo, difendere la democrazia ecc. ecc. erano
> tutte fesserie. La nostra civiltà era destinata a essere spazzata via e
> sostituita da qualcosa tanto differente da non sembrarci neppure umana:
> prospettiva, disse, che non lo preoccupava affatto».
Proprio in questa rivendicazione di irresponsabilità sta lo scandalo, e la
grandezza, di Tropico del Cancro e del suo autore. Una irresponsabilità lucida,
di chi vede ed è consapevole dello sfacelo e dell’orrore che ci circondano, ma
trova inutile, oltre che assolutamente ridicolo, intervenire. Con tanti saluti a
tutta quella vasta schiera di anime belle, in gran voga oggi come allora, che
mangiano indignazione (finta) e impegno (un tanto al chilo) a colazione, a
pranzo e a cena.
Un atteggiamento quello di Miller molto più sincero e autentico delle
chiacchiere di chi ci invita a inseguire false palingenesi della storia o ideali
di panna montata regolarmente destinati al fallimento. Viene in mente Pier Paolo
Pasolini, riproposto fino alla nausea e perlopiù a vanvera nello stucchevole
cinquantenario della sua morte appena concluso, del quale nessuno ha ricordato
una sua frase, questa sì di assoluta genialità:
> «La parola speranza è completamente cancellata dal mio vocabolario».
Anche se può essere duro ammetterlo, la realtà è che anche la nostra vita di
tutti i giorni è molto simile a quella del protagonista di Tropico del Cancro,
fatta di tanti episodi senza senso, di incontri casuali, di piccole e grandi
meschinerie, da accettare così come vengono, senza illudersi che ci sia qualche
fine nobile da perseguire. La cosa più sensata da fare? Cercare di prendere al
volo almeno un pezzetto di felicità e sgranocchiarselo in fretta prima che
svanisca.
Silvano Calzini
*In copertina: Henry Miller e Brenda Venus fotografati da George Hurrell nel
1980
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Miller proviene da Pangea.
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Quando morì, il 9 febbraio del 1979, Allen Tate, Poet, Critic and Teacher, come
titolava il “NY Times” – evidenziando la parola “maestro” – era già morto più
volte. Stava male da tempo, aveva diradato gli interventi pubblici; dal 1975
sopravviveva, in sostanza, a letto. Non gli era stato derubato il brio e una
certa caustica gioia: nel ’76, a mo’ di risarcimento per il vecchio leone della
letteratura americana, gli era stata conferita la “National Medal for
Literature” – prima di lui, l’avevano ricevuta W.H. Auden, Marianne Moore e
Vladimir Nabokov. Due anni prima, aveva onorato il centenario dalla nascita di
Robert Frost con un discorso dei suoi, brillante & tonante. Amava ripetere che
“In poesia tutto è possibile se si è abbastanza uomini”, una frase che reca in
sé l’indole marziale, iliadica della poesia, e quella divina (“Nulla è
impossibile a Dio”, sussurra l’angelo secondo l’evangelista Luca). Per parlare
di poesia, di solito, accennava al giaguaro e al lupo, bestie araldiche del
continente americano, e a Pascal, al “conflitto tra cuore e mente”. Qualcuno,
timidamente, lo aveva proposto per il Nobel, anche se i re, è noto, rifiutano i
premi.
Si può dire, in effetti, che Allen Tate, il più noto e il più frainteso tra i
poeti statunitensi del secolo scorso – nel giorno dell’insediamento del
Presidente Kennedy, a cui era stato doverosamente invitato, la First Lady,
‘Jakie’, lo fissò urlacchiando “Io l’ho già vista!”, scambiandolo per un attore,
per via “dei biondi capelli, gli occhi azzurri, la fronte prominente che gli
conferiva l’aspetto di un saggio”, come scrisse Jill Krementz, incaricato di
redigere il ‘coccodrillo’ per il suddetto “NY Times” – abbia perso tutte le
battaglie. Tra i conservatori, era un anarchico, era il diamante: proveniva dal
vecchio Sud, volle morire a Nashville, si era laureato alla Vanderbilt, fu
l’astro dei “Fugitives”, sostituì Marx – odiatissimo – a Thomas S. Eliot, il
venerabile maestro. Come scrive – con scaltrita ironia – il giornalista del “NY
Times”, “Tate stigmatizzava l’industrialismo americano, sosteneva che una
società che investe tutto nella scienza e nelle macchine è destinata al
decadimento del pensiero intellettuale”. Nessuno gli credette – aveva ragione.
Al fratello – un imprenditore nel campo del carbone – dedicò una poesia, To my
Brother, appunto, che dice tutto:
> “Capitani d’industria, il vostro potere senza scopo
> risveglia le aspre velleità del tempo:
> ma tu, fratello, capitanando la tua ora,
> sii zelante che i tuoi numeri sian tutti primi,
> perché una falsa divisione con la scaltra matematica
> non saccheggi l’interiore dimora del sangue,
> il tracio, gonfio d’orgoglio, non assedi l’attico –
> l’invasore che depreda il bosco sacro:
> eppure il segreto primo la cui semplicità
> la tua torre di macchine, per ridurla, martella,
> sebbene respinta, conserva quel baluardo del mare
> che spezzato lascerà libero l’indicibile furore
> che sommerge chi giura di rettificare
> l’infinito, ma non ha occhi né orecchie”.
Gli piaceva ricordare che da ragazzo, obbligato a impegnarsi nell’azienda di
famiglia, dilapidò in una manciata di giorni la rendita che gli era stata
affidata. Fallì su tutta la scala, Allen Tate – dagli anni Sessanta lo presero
per una maceria del tempo antico, cosa che a lui, per altro, piaceva – gli
piaceva sentirsi come il torso di Apollo decapitato. Lo dissero “il sommo
sacerdote di una setta arcana” – gli piacque anche questa battuta. Era un retore
invidiabile: combatteva “le spire del positivismo razionalista” facendo
conferenze intorno a Emily Dickinson, Dante, John Donne. Lottò per la
scarcerazione di Ezra Pound; fu il più intimo amico di Hart Crane un poeta,
diceva, “le cui disperate condizioni personali non gli hanno impedito le più
vaste conquiste poetiche della nostra generazione”. Aiutò Delmore Schwartz a
pubblicare i suoi testi, così irti di vertigini.
Lo vollero morto, questa spina nel fianco all’ideologia progressista americana –
lui aveva già rinnegato se stesso: guidato da Jacques Maritain, scelse, nel
1950, di convertirsi al cattolicesimo.
Due libri, su tutti, aiutano a comprendere Allen Tate – e soprattutto, lo
‘spirito’ americano, per lo più malcompreso dalle orde dei geopolitici odierni,
che sfoggiano i loro manuali, il loro anemico casellario uso a tutto, ignorando
le fondamenta della letteratura, dell’immaginario, del mito. Il primo è un
romanzo, The Fathers (1938), epopea livida degli Stati Uniti del Sud: un tempo
lo stampava Feltrinelli. L’altro è Ode to the Confederate Dead, il poemetto
edito la prima volta nel 1927, tra i più audaci tentativi di fondere storia e
poesia, impeto epico e misura ‘morale’. L’Ode ai caduti confederati, insieme ad
“altre poesie”, uscì per lo ‘Specchio’ Mondadori nel 1970, a cura di Alfredo
Rizzardi. L’opera di Tate veniva paragonata a quella “di un suo grande
contemporaneo, il romanziere William Faulkner”; la sua poesia, tra le più
possenti del secolo, era detta “aristocratica e difficile”. Tate fu invitato a
Firenze per festeggiare la traduzione, tra applausi e convegni. I suoi libri
sono fuori dall’orbita editoriale italica da un pezzo: Tate non è
autore conveniente a questo tempo.
Tra l’altro, aveva il genio per i sonetti natalizi. Ne pubblicò alcuni, in un
paio di cicli – o meglio: di cieli esistenziali – a quasi dieci anni di distanza
l’uno dall’altro. I primi Sonnets at Christmas escono nel 1934: il momento,
forse, più puro & selvaggio del Tate poeta. Sono, in effetti, sonetti intimi,
sofferti, che marcano il tema della colpa. Nel 1942, invece, i Sonnets prendono
un tono sociale, di critica totale, ruvida, al “marziale progresso” americano –
inutile ricordare il contesto bellico, intorno. Poco dopo, Tate divorzierà dalla
prima moglie, Caroline Gordon, scrittrice di alto talento, dopo vent’anni di
matrimonio – risposandola, perché il fato è delittuoso, per poi ri-divorziare,
nel ’59, e collezionare altre due mogli. Non fu avara di dolori la vita di
Tate.
È difficile trovare dei poeti che sappiano ‘consuonare’ con il Natale: la festa
è tanto luminosa da annientare ogni tentativo di agonizzarla per verba. È
nascita che non ammette altra nascita. Grosso modo intorno agli anni natalizi di
Tate, nel 1938, dal Collegio Rosmini di Domodossola, Clemente Rebora, il
poeta-sacerdote, cardine del nostro canone, appunta:
> “Dio sia con me in questo caro e familiare periodo di sollievo; Egli mi sia
> presente, ché tutto il resto è niente”.
Cos’altro possiamo dire che non ci fulmini la lingua, che non la tramuti in ciò
che è: lucertola e varano. In una delle sue poesie natalizie, David Maria
Turoldo scrive:
“La creazione ti grida in silenzio,
la profezia da sempre ti annuncia
ma il mistero ha ora una voce,
al tuo vagito il silenzio è più fondo.
E pure noi facciamo silenzio,
più che parole il silenzio lo canti,
il cuore ascolti quest’unico Verbo,
che ora parla con voce di uomo”.
Non è una bella poesia: il rito vanifica retorico ornamento. Poiché tutto dal
Bimbo è fatto bello anche il bello muta contorni, sconfina. Nel Protovangelo di
Giacomo è scritto che nel momento della Nascita “l’aria fu scolpita da stupore…
immobili gli uccelli del cielo… le pecore spinte avanti stavano ferme: il
pastore alzava la mano per percuoterle, ma la mano era fissa, immota… le bocche
dei capri poggiate sul fiume non bevevano. Poi, d’improvviso, le cose ripresero
il loro corso”. Il cosmo si blocca per fare spazio al Bimbo; la vita ghiaccia
per dare vita alla Vita. È il silenzio – il pregare muto – in apnea. Creato
ri-creato. Che qualcuno ci snodi il respiro, Nascita vuol dire mollare gli
ormeggi. Arenarsi altrove.
***
Sonetti di Natale
I
Questo è il giorno in cui viene la Sua ora:
che mi prepari dalla testa ai piedi
lupesco nello sguardo per cogliere
il mio premio, il premio di un ingegno
che si pavoneggia. Alcuni sono felici:
bevono, mangiano, altri sono a caccia
eppure, roso dalla stanchezza, in estasi
io disputo, ingenuo, sul dilemma della stagione:
Uomo, cretina creatura dall’enorme cranio
cosa vedi oltre la caligine celeste? Ma io devo
inginocchiarmi ai Morti, devo aggregarmi a loro
mentre le campane di Natale, in raso rosso
e bianco, decorate con profili di ragazzi, esaltano
il silenzio con cui continuamente mi sfamo.
*
II
Cristo, ti amo: Tu ululi in questo cielo
selvaggio e il passato mi tormenta:
a dieci anni ho detto una bugia infame
ho fatto frustare un ragazzo nero; ma
gli anni passano, presi in un preciso baluginio,
si rovesciano come palle di Natale su un panno –
che tornino a suonare le antiche trombe
che l’antica folgore dello sguardo di Cristo
ci fulmini. Io sono sordo, io non vedo, sono
un uomo dagli inattuali sensi, inesperto
nel retroscena della conoscenza, ma so che
un incubo non ha suono, così, inerte, con le mani
sulla testa, siedo davanti al fuoco, è fine dicembre,
minacciato dai crimini da cui vorrei essere assolto.
1934
**
Altri sonetti di Natale
A Denis Devlin
I
È ancora l’ora natia, ha i capelli sciolti
e neri, ma la barba ondeggia, grigia;
dieci anni fa i Suoi occhi, feroci chiodi,
perforavano la trama dei miei fallimenti:
temevo il corpo gelido, la tomba, che mi
tradisse la deriva delle contrite cordialità;
dieci anni sono sufficienti per essere storditi
dal Cristo-mummia, la testa tra le sue ginocchia.
Supponi che mi metta alla guida di un bombardiere
per spezzare il sole e sentire i suoi spettri
gemere: Ecco il giogo capitale – lascia
stare, non ci sono spettri da temere nel giorno
zenit; il sentore di un’atrocità imminente
si insinua, faina, nell’orecchio mistico.
*
II
Il giorno è finito, non c’è luogo dove andare,
venite presso il fuoco che muore;
alzatevi e invitate educatamente
le belle signore al vischio, fissatele
con occhi avidi come vecchi corvi.
Un tempo pendevano le ghirlande
di agrifoglio e Babbo Natale faceva
tintinnare le renne sulla mensola del camino.
Fate di questo bel quadretto un calendario
e pregate, sull’attenti, insieme al gregge,
per il marziale progresso della vostra stella
con vasti pensieri di commercio e società
Cinesi munti a dovere, Negri inabili al canto
e Unni, castrati, che pascolano in cerchio.
*
III
Dammi oggi una fede impersonale
di questo tipo: Il popolo Americano in armi
con polizze assicurative per i giusti e i danneggiati
combatte il mondo di cui non è parte.
Quel ragazzino di dieci anni, nel corridoio,
teneva il cappello in mano (così lo carezzava
il padre: Sarai Presidente…), ma non si sentì
male quando cadde. Nessuno gli disse
che avrebbe potuto fare l’idraulico, il falegname,
l’impiegato, l’autista di autobus, il bombardiere:
lasciate che i figli precipitino in un sonno feroce,
nello squillante squallore dell’Egeo, dove
la paura è il nemico di remoti oceani
non conquistati da Cristo: questo è il solo bene.
1942
Allen Tate
In copertina: Andrew Wyeth, Snow Hill, 1989
L'articolo “Cristo, ti amo: ulula in questo cielo selvaggio”. Sulle poesie di
Natale di Allen Tate proviene da Pangea.
Riuscì a far ridere Thomas S. Eliot, il poeta cardinalizio, il poeta-papa, per
sempre serrato in una vaticana severità. Scrisse dell’“improvviso rimbombare
della risata di Eliot”. Scrisse di una risata che squarciava i cieli.
Nell’ufficio della Faber and Faber – in Russell Square, Londra – una fotografia
di Pio XII fronteggiava quella di Virginia Woolf, l’antica amica. La prima
grande intervista – di un ciclo mitico: “The Art of Poetry” – della “Paris
Review”, è firmata, nel 1959, da Donald Hall.
Trentenne – era nato a Hamden, Connecticut, nel settembre del 1928 –, Donald
Hall aveva il profilo del predestinato, dello straordinario genio. Licenza ad
Harvard, borsa di studio a Stanford, nel 1957 aveva curato, insieme a Robert
Pack e a Louis Simpson, una notissima antologia di New Poets of England and
America; Robert Frost – uno dei suoi lari: avevano giocato a softball insieme –
aveva accettato di firmare la compassata introduzione. Come poeta, Hall aveva
esordito, con Exile, nel 1952: il primo tomo di una bibliografia iliadica, che
finirà per accumulare una cinquantina di libri. Eliot era il suo mito.
Dodicenne, frequentava i ragazzi più grandi, che transitavano a Yale. Sentì
parlare di Eliot. “Con la paghetta che mi davano i miei, mi comprai l’edizione
delle poesie di Eliot. Costava due dollari e cinquanta centesimi. Decisi che
sarei stato un poeta per il resto della vita – decisi di dedicare almeno due ore
al giorno alla poesia, dopo la scuola. Continuo a farlo”. Un suo amico – “aveva
sedici anni, mi pareva un vegliardo” – gli aveva detto che “scrivere poesie è
come rapinare in banca. Pensai a Bonnie e Clyde. La cosa mi piacque da
impazzire”.
Figlio di buona famiglia – il padre era un uomo d’affari – Donald Hall, negli
anni, otterrà tutti i premi che possiamo immaginare. Un paio di Guggenheim
Fellowship – conquistati nel 1963 e nel 1972 – gli permisero di fare della
poesia la propria rendita. Nominato “Poeta laureato” degli Stati Uniti nel 2006
– un paio di anni prima a ricoprire l’incarico c’era Louise Glück, futuro Nobel
per la letteratura; lo sostituirà, nell’ambito ruolo, Charles Simic – quattro
anni dopo viene onorato da Barack Obama con la National Medal of Arts. Harold
Bloom lo ha inserito nel fatidico “Canone Occidentale”, insieme a Nabokov,
Raymond Carver, Cormac McCarthy, Philip Roth e Thomas Pynchon. In Italia, la sua
opera poetica è sistematicamente ignorata, chissà perché.
Ma torniamo ai primordi. Donald Hall aveva il culto della franchezza, la
capacità – rapace – di indentificare il ‘tono’ di un uomo attraverso uno sketch.
Eccelleva negli aneddoti, come se la parte – la briciola di un’esistenza –
racchiudesse in vitro il tutto. Dedicò la vita al racconto dei ‘maestri’,
all’incessante ricerca dei ‘padri’: all’assidua acquiescenza di troppi –
tradotto: l’estetica dei paraculo – preferì la sfacciataggine. Così, ad esempio,
rievocando l’antica intervista a Eliot:
> “Ci incontrammo preliminarmente a New York. Era tornato da una vacanza alle
> Bahamas, o da un posto del genere. Era abbronzato, snello, stupendo. Il che mi
> sorprese. Non lo incontravo da due o tre anni – nel frattempo, si era sposato
> con Valerie Fletcher. Che cambiamento! La prima volta che lo avevo visto, nel
> 1950, pareva un cadavere. Era pallido, curvo, rigido; tossiva
> ininterrottamente. Quell’uomo arcano, grave di antiche gentilezze, pareva
> adatto alla tomba. Fu così che lo rividi, più volte. Eppure, quel giorno era
> felice. Il secondo matrimonio lo aveva ringiovanito di vent’anni. Rideva,
> tenendo per mano la giovane moglie – era una persona totalmente diversa: più
> leggera, radiosa, disponibile”.
Eliot che ride – abbronzato – mentre impugna il braccio della seconda moglie.
Un’immagine capace di scardinare l’intero tempio di cattedratici pregiudizi
accademici. Memorabile – per stare in tema – l’aneddoto. Da Mr. Eliot – il vate
e il doge dell’editoria anglofona – si approssima un giovane poeta americano.
Chiede consiglio: vorrebbe iscriversi a Oxford, seguendo il sentiero di studi
percorso, quarant’anni prima, da Eliot. La risposta del poeta è spiazzante: “gli
disse di fornirsi di biancheria intima di lana, a causa della forte umidità che
trasuda dalle pietre di Oxford”.
Oltre all’intervista a Eliot – introduzione di Pasquale Panella, anno di grazia
2000 – l’unica altra cosa di Donald Hall tradotta in Italia è l’intervista a
Ezra Pound – introdotta da Mario Luzi, era il 1996, entrambi i tomi escono per
minimum fax, oggi veleggiano nel mercato secondario. In origine, l’intervista
esce nel 1962, sulla “Paris Review” – i poundologi la ritengono una delle
migliori mai realizzate da ‘Ez’. Hall incontra Pound a Roma, nel 1960 – “non era
ancora penetrato nel silenzio, ma il silenzio lo stava lentamente compenetrando”
– in un bar. “Il cameriere lo riconobbe, non ci aveva mai visti insieme, fece un
collegamento. Pronunciò alcune frasi in italiano. Non le capii. L’ultima parola
era ‘figlio’. Pound mi fissò, fissò il cameriere. Disse ‘Sì’”.
L’intervista a Pound va letta insieme a Fragments of Ezra Pound, formidabile
saggio biografico con cui Donald Hall chiude Old Poets. Reminiscences and
Opinions: uscito nel 1979, costantemente ristampato, è uno dei libri folgoranti
per comprendere la grande poesia americana del Novecento. Nella chiusa al lungo
testo dedicato a Pound, Hall parla di un “vecchio Odisseo senza Penelope né
Telemaco”, di un uomo che “non è salpato verso il Paradiso, ma ha scelto di
tornare nel proprio Inferno”, di “una navigazione che non ha trovato porto”, del
“vasto e nobile linguaggio di Ezra Pound”. Scrisse che “nessun uomo compie la
sua vita o i suoi Cantos, perché siamo tutti un cumulo di frammenti. Soltanto in
pochi solcano i mari”.
Nei ringraziamenti, Donald Hall cita Jane Kenyon, “che è dentro e oltre ogni mio
lavoro”. Si erano conosciuti ad Ann Arbor, Michigan, dove lui insegnava. Lei
aveva poco più di vent’anni, abitava lì, indossava una bellezza schiva e la
stola di un talento feroce, esatto, di quelli che per penuria di tempo terrestre
devono bruciare tutto. Donald Hall fu abbacinato da quella figura, al contempo
aggraziata e indocile. Si sposarono nel 1972 – vent’anni prima Donald si era
unito alla prima moglie, Kirby Thompson, da cui aveva avuto due figli. Nel ’75,
Jane e Donald mollano tutto – insegnamento, stabilità sociale, i fumi della fama
– per ritirarsi a “Eagle Pond Farm”, la casa avita degli Hall, presso Wilmot,
New Hampshire. Poco più di mille abitanti, campi, boschi, poco tempo per le
frivolezze, la dedizione dei monaci e dei pionieri. Fu un amore folle,
assertivo, confermato da una fede nella singolarità dell’altro che non può non
affascinare. Lavoravano la terra, cucinavano, cucivano poesia. Donald Hall –
poeta esuberante nel dominio della tavolozza lirica: capace di alternare la
forma ‘chiusa’ ai più arditi esperimenti modernisti – sapeva che era lei, Jane,
l’autentico genio: sapeva ascoltarla – sapevano litigare. Roso da un cancro al
colon, curato da lei, lui riuscì a venirne fuori, smagrito, smarrito, è vero, ma
coriaceo. Lei, curata da lui con la venerazione del pittore di icone, fu
stroncata dalla leucemia: morì nel 1995, dopo vent’anni di vita insieme, ai
confini di tutto il resto.
È difficile rassettare in altro modo la parola coniugale: una congiunzione che
trascende ogni altro essere, autenticamente terribile. Cosa che allea il cuore
all’astro. Donald Hall fu squarciato, la poesia pareva essersi disseccata in
Jane; la prima raccolta edita dopo la morte della Kenyon, Without, è una sorta
di mefistofelico requiem. The Painted Bed, a dire di molti, è la più bella
poesia di Donald Hall dedicata alla moglie: il letto coniugale è, al contempo,
zattera e tomba, ventre e arca. Il riferimento odisseico è implicito. Chiude
così:
“E ora giaccio sul letto dipinto
rimpicciolisco, concentrato
nel viaggio che inauguro
per dormire senza dolore
nella reggia dell’oscurità
il mio corpo accanto al tuo”.
Preferisco Weeds and Peonies – la leggete in calce all’articolo. È “la mia prima
poesia dettata dal lutto”: Donald Hall tenta di coniugare il proprio stile a
quello di Jane. Il risultato è forse una delle poesie più belle di Donald Hall
in assoluto. Non è un caso se l’edizione dei Selected Poems of Donald
Hall allestita per mano del poeta sia, in fondo, un gigantesco atto d’amore per
Jane Kenyon: è lei la vera protagonista delle poesie e del Postscriptum finale
(qui tradotto in parte). Siamo nel 2015 – Jane è morta vent’anni prima – Donald
muore nel 2018 – non pubblicherà più nulla.
Donald Hall e Jane Kenyon nel 1993
È raro scoprire delle ‘coppie’ letterarie; di solito, sono legate dal famelico
desiderio di agire sulla cultura del proprio tempo (penso al mostro bifronte
Sartre-de Beauvoir o Aragon-Triolet). L’unico legame analogo a quello tra Donald
Hall e Jane Kenyon è il rapporto Sylvia Plath/Ted Hughes. In questo caso, però,
le analogie sono per sovversione d’intenti e di stili: Sylvia & Ted raffigurano
– fino all’esasperazione, fino all’insopportabile – l’emblema della coppia col
cappio, della coppia cannibale. I due esistono per offrire materia da divorare
all’altro – inevitabile che uno soccomba. Passione che svasa in deliquio, in
lotta senza quartiere. Di entrambi, ricordiamo i calchi del rancore, la cagnara
lirica, gli omerici litigi, il sabba; un amore in forma di condor. Non credo sia
un caso che l’ultima opera di Hughes, la più nota (per frainteso), Lettere di
compleanno, sia quella meno efficace: per amare l’antica moglie, il poeta deve
farsi altro da sé, fino a modificare il proprio primigenio stile.
Diversi per genio umano e per nitore lirico, Donald Hall e Jane Kenyon si sono
fusi senza confondersi, si sono mangiati senza consumarsi – sono riusciti a
consuonare. Dando al matrimonio un’accezione bianca, in favore stellare, di
certo poco appetibile per i tabloid ma singolarmente eccezionale – per
l’eccezione che la accerchia – per la storia della letteratura; ancor più –
visto che la letteratura è cosa troppo piccola, infine futile – per il nostro
conforto.
Fu Peter A. Stitt a incaricarsi di intervistare Donald Hall per la “Paris
Review”. Era l’autunno del 1991 – “The Art of Poetry No. 43”. Trent’anni prima,
per quella stessa rivista, Donald Hall aveva intervistato Marianne Moore, la
gran dama della poesia americana, idolatrata da Pound, premio Pulitzer, adorava
Muhammad Ali e andava a vedere le partite di baseball con cappello a tricorno e
nero mantello. Anche Hall giocava a baseball: la copertina lo immortala con la
divisa dei “Pirates”, alacre in pinguèdine, nerobarbuto, savio incrocio tra un
personaggio dei Peanuts e un maestro sufi. All’intervistatore disse che da
ragazzino, dodicenne, adorava gli horror. “Qualcuno mi disse, se ti piace quella
roba, leggi Edgar Allan Poe. Lo lessi – me ne innamorai – da grande volevo
diventare Poe. La prima poesia che ho scritto, non è troppo macabra, ma imita
Poe”. La prima poesia di Donald Hall, serbata come un monito, fa così: “Hai mai
ragionato/ sulla prossimità della morte?/ Puzza in ogni angolo/ di notte
strilla/ ti insegue per tutto il giorno/ fino al momento in cui/ con voce ferma
e forte/ ripete il tuo nome./ Allora, allora, è la fine di tutto”. Il poeta
giocò con le parole. Tutto, all, suonava come il suo cognome, Hall. La fine di
Hall.
Chissà come si chiamano gli uomini che muoiono più volte. Per essere un poeta,
forse, un poeta deve morire le morti di tutti.
**
Donald Hall, Postscriptum
A dodici anni ho scritto la prima poesia – a quattordici ho deciso che avrei
scritto per tutta la vita. Non me ne pento. È strano, ma per me è una piacere
ripercorrere questa vita, fatta di così tanti altezze e così tanti abissi. Nasce
mio figlio, il mio carnefice; muore mio padre; sposo Jane Kenyon e ci
trasferiamo nel New Hampshire; Jane prospera e scriviamo poesie assieme; Jane
muore; io vivo, io invecchio.
Se leggo le mie poesie in ordine cronologico, mi accorgo del mutamento di toni e
di forme. Passo dalle strofe in metrica ai versi liberi; più tardi – per amore
del mio vecchio amore, Thomas Hardy – torno alle forme chiuse. Non tutti i poeti
cambiano stile come ho fatto io. La maggior parte si installa in uno stile. Come
accade per la maggior parte degli scultori e dei pittori: non potremmo
confondere un Cézanne con un Van Gogh.
Quando Jane e io ci siamo trasferiti qui da Ann Arbor, dove insegnavo, eravamo
felici del nuovo orizzonte. Amavamo stare da soli, in campagna, in compagnia
della poesia; trascorrevamo le estati a falciare il fieno con mio nonno.
Scrivevamo del luogo in cui stavamo vivendo. Scrivevamo l’uno dell’altra. Dopo
che Jane morì di leucemia, a quarantasette anni, nel letto dipinto della nostra
camera, per cinque anni non ho scritto che della sua morte. […]
Io e Jane lavoravamo assieme alle nostre poesie. Ignoravamo le prime bozze – è
una cattiva abitudine; occorre attendere che una poesia si solidifichi – quando
le poesie giungevano a una forma quasi definitiva, ciascuno si affidava
all’altro, il suo primo e fidato lettore. Quando ripetevo una parola –
un’abitudine acquistata da Yeats – Jane la cancellava. Quando usavo degli
ausiliari, li cassavo, così “stava piovendo” diventava “pioveva”. Jane liberava
i versi da metafore morte, sfinite dall’uso; sapeva la mia irascibilità
sull’argomento. Esultava quando ne rintracciava qualcuna, tra le mie bozze
“Perkins – Perkins ero io – ecco una metafora morta!”. Questi incontri erano
fondamentali, non sempre facili. A volte eravamo cortesi – nessuno dei due
faceva esattamente ciò che gli diceva l’altro. Ci aiutavamo moltissimo. Jane mi
ha salvato da mille errori: limava la mia connaturata esuberanza, correggeva la
sintassi. Di rado diceva che la poesia andava bene. A volte diceva “Ci sei
quasi”, altre volte “Perkins, hai lavorato bene”. Desideravo con ardore i suoi
elogi. Eppure, era essenziale essere privi di indulgenza. Ricordo una sera, era
il 1992, eravamo in soggiorno, lei leggeva il mio Museum of Clear Ideas, una
cosa del tutto diversa rispetto ai miei libri precedenti. Quando mi guardò,
piangeva. “Perkins, non mi piace!”. Mi fulminò, feci per piangere anche io, “Va
bene lo stesso, va bene lo stesso”, le dissi.
Quanto meglio scriveva, quanti più onori riceveva, tanto più mi preoccupavo di
non essere come Jane. Dopo la sua morte, non me ne preoccupai più. Scrissi per
due. La prima poesia dettata dal lutto, Weeds and Peonies, usa parola che
risuonano nell’opera di entrambi.
**
Erbacce e peonie
Sbocciano le tue peonie, bianche come squarci di neve
maculate di rosso nell’irsuto essere
nella tua cinta di prodigi, presso il portico.
Magnanimo fiore: lo porto a casa, lo metto
in una ciotola di vetro, a galleggiare – come facevi tu.
Piaceri ordinari, il contegno della memoria
soffiano come neve nel giardino disfatto
e soggiogano le margherite. Il tuo cappotto blu
svanisce verso Pond Road, diventa una tormenta
immaginaria: Gus ti è al fianco, la sua coda pinneggia,
ma tu non riappari, stanca e felice
e continui quarti di dolore appestano l’aria –
come la bestia che abbaia per tutta la notte
come il gatto che si stira, poi si accuccia
e sogna i lattiginosi capezzoli della madre.
Un procione ha decapitato il geranio nel vaso.
Fiori e radici sono uno strazio, a terra,
nel retro, dove i gigli cominciano
le loro escursioni quotidiane sul muro di pietra:
è la stagione delle rose. Cammino avanti e indietro
tra le erbacce – le peonie
fissano con esatto candore il Kearsarge:
l’hai vinto, una volta, indossavi scarponi viola.
“Torna presto e fai attenzione quando scendi”.
Le tue peonie inclinano l’enorme cranio
verso ovest. Vogliono cadere. Alcune, in effetti, cadono.
**
Gracida ghiaccio il Kearsarge; dai rami
la neve s’innerva sulla neve; nessuna fiumana, no:
si muove restando immobile. Stasera
portiamo legna a piene braccia
dalla legnaia di Glenwood e costruiamo un fuoco
per tenere lontana la notte dalla finestra.
Siediti vicino alla stufa Jane Kenyon
mentre porto il vino:
parleremo del tempo per passare il tempo
senza pretendere di poterlo mutare.
La tempesta esige di estinguersi
con macerie di betulle brillanti
in ginocchio sui sentieri coperti di brina.
Evita le previsioni meteo, che sorridono
felici per la tempesta
prendi il giorno così com’è
e il gelo non santificherà più queste vecchie vie
perché già urla la raganella, la primavera trotta
e il giorno è dato in dono proprio
a noi, i consoli di questo regno.
*
Pomeriggio in riva allo stagno
Fu luglio
e furono sedate le nere mosche primaverili
Furono pomeriggi verdi
sopra il muschio
presso l’oscurità di Eagle Pond: nei pertugi
delle forre sentiamo il richiamo delle strolaghe.
Quei giorni:
folli di fievole felicità e grida di falchi.
L’ambizione e la sua rabbia ci diede tregua
dimenticammo tutto
dimenticammo Jane Kenyon, non sapevamo chi fosse Donald Hall
sonnambuli, dardeggiavano sguardi su pagine dorate.
Un giorno
attraversammo i binari della ferrovia: tremavano
nell’obliquo sole di agosto –
chi dei due dormiva, chi leggeva
sotto la quercia, vicino allo stagno.
Poi caddero le ghiande – e quei giorni furono la nostra fine.
*
Ardore
Lei morì e urlai – il cane
era cupo e scappò via.
Ora non mi getto più
verso la parete
ricoperta di fotografie
non mi rivolgo più a lei
il mio “tu”, nelle poesie. Lei
è rientrata nel museo
di granito: JANE KENYON (1947-1995).
Ero vivo, al suo cospetto, ero
nel mio acme animale –
sentore di predatore.
La sua morte è la cosa peggiore
che mi potesse accadere –
prendermi cura di lei è stata
la mia benedizione.
Ma ora voglio chi non c’è
la donna dai volti volubili
e molteplici, che inventa metafore
e trita cipolle, che beve vino
mentre olia la pentola e canta
tra sé e sé perché cerca
di terminare una poesia.
Quando faccio l’amore, ora,
qualcosa non funziona.
L’autunno scorso una donna
mi ha detto: “Diffido del tuo ardore”.
Inverno, Florida:
odio le vecchie coppie
della mia età che passeggiano
tenendosi per mano, odio
la loro carne flaccida. Fisso
le giovani donne indignato
e lascivo: non sanno amare
né lavorare né morire.
Le ore scorrono lente, le settimane
vanno sulle rapide del nulla.
Sul greto di ogni giorno recito
i miei lamenti. Il dolore è illecito
e la lussuria, a letto, mi volta
le spalle: guarda da un’altra parte.
*
Orologio Luna
Come una zattera nella subacquea dimora
degli spettri, a mezzanotte, tra lumi e pozze
d’ombra, sotto la luce fumante della luna piena
che riempie di neve il soffitto, vado alla deriva
lungo la marea di gennaio, di stanza in stanza,
verso l’orologio a pendolo che batte come
un cuore: attendo la pausa in cui si apre lo stretto
spiraglio verso il riposo – lì le onde si bloccano
impennate, di pietra, come lunatici leoni di Micene.
*
Lupo coltello
dal diario di bordo di C.F. Hoyt, US Navy, 1826-1889
“Metà agosto, secondo anno
della mia prima spedizione polare, nevi e ghiaccio invernali
alle calcagna, Kantiuk e io
sfrecciammo con la slitta
lungo la Crispin Bay: cercavano i resti
della Spedizione Franklin. Ci abbatté la tempesta
e tornammo indietro e lottammo, cauti,
nella neve, per timore di mollare terra
avventurandoci su pianure di ghiaccio
alla deriva, abbandonati alla Provvidenza
dei mari.
Verso il tramonto
sentii ringhiare alle mie spalle.
Kantiuk disse
che due lupi, magri come le ossa
di una nave in naufragio,
ci seguivano da un’ora – ora
digrignavano i denti
preparandosi al banchetto.
Avevo poca carica per
il fucile: si approssimava il secondo
inverno, razionavamo le provviste.
Fu buio
non potemmo andare oltre
ci accampammo tra capanne
di ghiaccio – anche i lupi
si fermarono, ringhiando
appena oltre l’orizzonte
del nostro sguardo – sentivo
i loro artigli arpionare il suolo.
Kantiuk rise, disse che i lupi
erano rosi dalla fame. Alzai
il fucile, pronto a sparare al primo
sperando di spaventare l’altro.
Kantiuk mi tirò via il fucile
rideva ripetendo
che i lupi avevano fame.
Temevo che il mio vecchio
compagno di avventure fosse
folle, impazzito nella tempesta
tra cimase di ghiaccio
braccato dai lupi. Kantiuk
rovistò nello zaino, tirò fuori
due coltelli – turnok li dicono gli Inuit –
li affilò con fatica, da entrambi i lati:
avevano la violenza dei rasoi da barbiere –
si avvicinò ai cani, raspò con le lame
la bestia più giovane: zoppicava
da un paio di giorni.
Ricordo
che pensai di puntare il fucile
contro Kantiuk mentre mi passava
accanto, con i coltelli rossi
del sangue del nostro cane
che aveva mugolato e sofferto e ora
era lì, morto, mentre cugini
e zii, affamati pure loro, lo fissavano –
e conficcò i coltelli
nella neve.
Immediatamente
le vaghe grige forme dei lupi
si fecero solide, uscirono dall’oscurità
della neve, piombarono fameliche
figure simili a corvi
a leccare il sangue dell’acciaio affilato.
La lama lacerò a tal punto
la lingua di quegli esseri
che il loro sangue sgorgava
a profusione, e rimpiazzò quello
del cane e mangiarono furiosamente
più di prima, mentre Kantiuk rideva
tenendosi i fianchi
e rideva.
Risi anch’io
sollevato perché la Provvidenza
ci aveva concesso di vivere ancora
una volta – o forse perché trovavo ridicole –
così lontano dalla mia terra, il Connecticut
in condizioni così estreme – quelle
creature tanto avide
da ingozzarsi del proprio sangue.
Crollarono, esangui, prima
uno poi l’altro, nella neve:
Kantiuk recuperò
i suoi turnok
dopo aver tagliato
la carne più morbida
dalla coscia di uno dei lupi –
la mangiammo
grati, benedicendo il Creatore
che ci affama
e che ci sfama”.
Donald Hall
L'articolo “Scrivere poesie è come rapinare in banca”. Donald Hall o dell’ardore
coniugale proviene da Pangea.
“L a mia lingua era sbagliata”, scrive Maggie Nelson in Pathemata. O, la storia
della mia bocca (2025), edito da Nottetempo e tradotto da Alessandra
Castellazzi, un libro in cui l’autrice californiana racconta un decennio di
dolore alla mascella. La lingua ‒ come organo ‒ sbagliata attiva una riflessione
sull’inadeguatezza dell’altra lingua, quella letteraria, nel raccontare il
dolore fisico. Nelson fa parlare il corpo malato per indagare attraverso esso la
relazione con gli altri e la postura di una scrittrice nel contesto linguistico
e sociale in cui il suo gesto grafico si esprime. “I miei denti continuano a
spostarsi”, scrive Nelson, e così avviene con il dolore che in Pathemata vive lo
smottamento del lutto per la morte dell’amica C, il travaglio del parto, la
gestione solitaria della malattia imposta dalla pandemia. Più che spostarsi nel
corpo, il dolore sposta il corpo, lo muove da dentro, lo fa esistere. E fa
esistere l’opera di Nelson, la fonda, la genera. L’autrice fa sua la visione del
filosofo Byung-Chul Han secondo cui “Il dolore regge l’esistenza umana. È un
organo percettivo che oggi abbiamo smarrito”.
I sintomi della lingua “fatta di sangue” interrogano la lingua con cui Nelson
scrive. Il libro diventa così un’anatomia del linguaggio che non ha un intento
terapeutico della scrittura come cura, ma al contrario proietta l’io narrante
verso fuori per far sentire al lettore l’esperienza del dolore. La malattia di
Nelson non ha diagnosi. La cronicità allora diventa ossessione che viene
tradotta in una forma letteraria. È stato più volte detto che è la
frammentazione a caratterizzare la forma di Pathemata. Ma più che pezzi e
schegge di un racconto, la scrittura di Nelson produce cerchi d’acqua: il dolore
fisico è un sasso appuntito gettato in uno stagno; il cerchio prodotto da questo
sasso si allarga sulla superficie intersecandosi con i cerchi degli altri
sintomi. La superficie del testo è cosparsa di passaggi letterari ‒ più che di
paragrafi ‒ collegati tra loro da una ricerca di senso e dalla produzione di
immagini: come cerchi d’acqua, si intersecano e si dilatano nella mente del
lettore. La profondità della riflessione letteraria di Nelson viene trovata nei
sassi precipitati sul fondo che, durante la caduta verso la zona non controllata
dalla mente, da dolori fisici diventano esistenziali. Come scrive Chul Han, il
dolore è “la forza di gravità dell’esistenza” e dell’opera di Nelson.
> Nelson fa parlare il corpo malato per indagare attraverso esso la relazione
> con gli altri e la postura di una scrittrice nel contesto linguistico e
> sociale in cui il suo gesto grafico si esprime.
Superficie e profondità rimandano a sogno e realtà tra cui si compie la tensione
comunicativa dell’autrice: “Proprio come nella storia dei sogni di Freud ‒ non è
il sogno che conta, ma il racconto del sogno ‒ le parole che scegli, i rischi
che corri nell’esternare la tua mente”, scrive Nelson. “Questa è la ‘cura della
parola’ di Freud ‒ Freud, che morì di cancro alla mandibola, per cui si
sottopose a più di trenta interventi chirurgici orali debilitanti e sfiguranti”.
La dimensione onirica, però, non si esprime in una scrittura rarefatta. Le acque
in cui Nelson immerge il lettore sono scure e immobili. E l’immobilità è
l’aspetto più terrificante del dolore: “L’unica cosa che mi spaventa più del
dolore e della sua ferocia è il torpore, la paralisi”.
“Al mattino è come se la mia bocca fosse sopravvissuta a una guerra”, scrive
nell’incipit. Un cerchio d’acqua si allarga: il rapporto tra dolore e metafora
su cui Susan Sontag in Malattia come metafora (1978) si è espressa nei termini
di liberare il racconto della malattia dai pensieri metaforici. Sul terreno
delle immagini si addentra invece Virginia Woolf che nel 1926 pubblica il saggio
Sulla malattia. Per Woolf la malattia mette in crisi il linguaggio: “Basta che
il malato tenti di spiegare a un medico la sofferenza che ha nella testa perché
il linguaggio si prosciughi di colpo”. Esiste una lingua letteraria del dolore
diversa dal linguaggio scientifico della malattia? Secondo Woolf, abbiamo
bisogno di “una lingua nuova, più primitiva, più sensuale, più oscena”.
In Nelson il dolore aggredisce la lingua fisica e deforma la lingua letteraria:
la creazione artistica avviene a partire dalla sensazione del corpo trovando nel
linguaggio un esito non convenzionale. L’uso dei trattini riproduce il movimento
di un dolore cronico che non si spezza, non frammenta, ma ritorna: c’è sempre
anche quando non si sente. Il sintomo in Nelson è l’intenzione letteraria,
l’istinto a narrare. La circolarità della costruzione narrativa ‒ i passaggi che
costruiscono il flusso della storia ‒ parte da dentro. Il dolore anche quando è
silente si sta raccontando. Negli intervalli tra un sintomo e l’altro il dolore
continua a esserci. Diventa verticale, profondo, abissale. Questo movimento di
caduta circolare in cui il dolore ritorna e si avvita su sé stesso si compie
anche nell’estetica scelta dall’autrice: “Dico che C mi ha stretto la mano, ma
in realtà l’incidente le ha tolto la presa delle dita; perciò, è più come se
formasse una culla in cui la mia mano può riposare ‒ una Pietà in miniatura ‒
evocando il suo apprendistato giovanile nella lavanda dei piedi”.
> La dimensione onirica non si esprime in una scrittura rarefatta. Le acque in
> cui Nelson immerge il lettore sono scure e immobili. E l’immobilità è
> l’aspetto più terrificante del dolore.
Il linguaggio metaforico riproduce anche un suono grazie all’attento lavoro di
traduzione di Alessandra Castellazzi che già in Bluets (2023), il precedente
libro di Nelson, si era posta la questione di restituire al lettore l’esperienza
musicale della lingua della scrittrice di San Francisco. A questo proposito
Woolf scrive: “Quando si è malati le parole sembrano possedere una qualità
mistica. Afferriamo ciò che va oltre il loro significato superficiale,
comprendiamo istintivamente questo, quello e quell’altro ‒ un suono, un colore,
qua un accento, là una pausa”. Per Woolf la poesia esprime meglio della prosa
l’urgenza comunicativa della malattia. In questo senso i passaggi letterari di
Pathemata risuonano come versi di una lunga poesia, un cerchio d’acqua vibrante,
sensuale, enigmatico, carico di attrazione verso l’esperienza del dolore:
“Rinunciare all’enigma del dolore non è facile”, scrive Nelson.
Secondo il filosofo Hans Georg Gadamer, la salute è silenziosa, è la malattia a
determinarla “come ciò che si oggettiva da sé e che ‘ci viene incontro’, in
breve ‘ciò che ci invade’”. La scrittura di Nelson come il dolore ci viene
incontro, ci invade, avvolge, disturba: “dieci anni fa un’equipe medica
rimuoveva una ciste del mio ovaio sinistro, contenente ‒ come speravamo ‒
soltanto capelli, denti e globuli di grasso, la creazione aggrovigliata di un
figlio delle fate. È più difficile operare sulla parte del corpo responsabile
della masticazione e della produzione del linguaggio. Specialmente se nessun
esame ha rivelato una putrefazione”.
> In Nelson il dolore aggredisce la lingua fisica e deforma la lingua
> letteraria: la creazione artistica avviene a partire dalla sensazione del
> corpo trovando nel linguaggio un esito non convenzionale.
L’anamnesi della doppia lingua tracciata da Nelson si fa idioma corporeo
confondendo il genere del testo, che non può definirsi un diario, né un saggio,
né un memoriale. Nelson restituisce il “corpo come memoriale”, concetto
elaborato dall’antropologa Mariella Pandolfi: “Nel corpo un reticolo di tracce
inscrivono una sorta di memoriale che sembra rispondere ad altre logiche
simboliche”, scrive la studiosa, “un corpo che diventa ‘memoriale’ e in cui la
storia esterna e il vissuto interno di essa si iscrivono”. Qui sta la
sperimentazione della scrittrice californiana: non scrivere un memoriale ma
scrivere con il corpo come memoriale:
> consento all’arazzo di allargarsi, intrecciandovi i miei primissimi trascorsi
> con la logopedia, i miei eterni problemi di tonsillite, le mie avventure
> adolescenziali con l’ortodonzia, le precedenti radiografie all’apparato
> digerente superiore e le infiammazioni all’articolazione temporomandibolare,
> lo svezzamento di mio figlio, la perimenopausa, i fattori di stress domestici,
> il ruolo letterario e simbolico della bocca nella vita di una scrittrice.
Secondo Chul Han, nella nostra epoca caratterizzata da “una algofobia, una paura
generalizzata del dolore, […] un’anestesia permanente, nulla deve più far male”.
Anche nell’arte. “I prodotti culturali”, scrive il filosofo, “devono assumere
una forma che li renda consumabili, cioè compiacenti”. Accade anche in
letteratura, ma Pathemata va in altra direzione: è un libro che fa male perché
non offre alcun rimedio al dolore. Il dolore cronico non insegna nulla. Nelson
ha agito nella scrittura quanto diceva Adorno: far diventare eloquente il dolore
come condizione di verità. Il dolore di Nelson è il modo di stare al mondo di
questa scrittrice, di indagare significati che sarebbero stati inaccessibili se
non avesse fatto esperienza della malattia.
La verità letteraria toccata da Nelson è forse questa: il dolore è una forma
allucinata e allucinante di conoscenza preclusa a chi non sente l’immobilità
fisica lancinante, a chi non vive la crisi della presenza demartiniana connessa
al corpo malato, a chi non si sente in quanto malato estraneo a sé stesso (“una
situazione fisica straniante”, scrive Nelson), a chi non ha smarrito la propria
capacità di agire perché infermo, a chi non esperisce quella rottura drammatica
dei sensi e delle percezioni da cui parte la narrazione. “È il dolore a mettere
in moto il racconto”, secondo Chul Han. E nel caso di Pathemata a farsi
“fantasia estetica”.
Scrive Nelson: “Tra me e me penso: Non mi sento mai bene, non sto mai bene. C’è
qualcosa di sistemicamente sbagliato in me, forse sono sistemicamente malata”. E
qui l’autrice trasforma l’io narrante in personaggio letterario iscrivendosi
nella tradizione del rapporto tra letteratura e malattia, da Dostoevskij che
inizia Memorie del sottosuolo con: “Sono un uomo malato” a Kafka che nei suoi
diari scrive: “Io volevo rimanere indipendente, non distratto dalla gioia di
vivere che può trovare un uomo utile e sano”. Per Nelson come per questi
scrittori forse la malattia attraverso la creazione di un linguaggio non
convenzionale diventa un modo di vivere fuori dalle regole.
> Il dolore è una forma allucinata e allucinante di conoscenza preclusa a chi
> non sente l’immobilità fisica lancinante, a chi non vive la crisi della
> presenza demartiniana connessa al corpo malato, a chi non si sente in quanto
> malato estraneo a sé stesso.
“C’è una foresta vergine in ognuno. […] Qui procediamo da soli, e ci piace di
più così. […] nel mondo dei sani, la cortese finzione va mantenuta, e lo sforzo
rinnovato ‒ per comunicare, per civilizzare, per condividere, per coltivare il
deserto ed educare il selvaggio, per lavorare insieme il giorno e per
spassarsela la sera. Nel mondo dei malati questa messa in scena si interrompe.
[…] Non più soldati nell’esercito degli eretti, diventiamo disertori”, scrive, a
proposito dell’antagonismo del dolore, Virginia Woolf che si riempì le tasche di
sassi per lasciarsi andare a fondo in un unico grande cerchio d’acqua,
tracciando il destino simbolico delle scrittrici che ieri e oggi fondano
nell’indagine letteraria sul dolore e sulla malattia, la loro ribellione.
L'articolo Indagine sul dolore proviene da Il Tascabile.
Che mistero l’opera di Harper Lee. Recentemente ho trovato, in un volumetto
dedicato al film Il buio oltre la siepe (Gremese Editore, 2024), una delle rare
interviste che concesse dopo la pubblicazione del suo capolavoro. È
un’intervista radiofonica che fu trascritta in un libro dall’intervistatore, Roy
Newquist, e a leggerla nessuno direbbe che Lee non avrebbe pubblicato quasi
nulla oltre a Il buio oltre la siepe. Dice infatti di star lavorando a un nuovo
romanzo, sia pure lentamente. Parla di scrittura, di arte romanzesca, di
Faulkner, di Thomas Wolfe. Infine spiega:
> “Spero davvero che ogni romanzo che scrivo diventi sempre migliore, non sempre
> peggiore. Vorrei però fare una cosa, di cui non ho mai parlato molto perché è
> una cosa molto personale. Vorrei lasciare qualche traccia del tipo di vita che
> esisteva in un mondo molto piccolo. Spero di farlo in diversi romanzi.”
Qualcosa deve essere andato storto. Come tutti sanno Harper Lee è autrice
fondamentalmente di un solo romanzo, Il buio oltre la siepe, in originale To
kill a mocking bird, edito nel 1960. Nel 2015 ha pubblicato Va’, metti una
sentinella, libro che però è stato scritto prima di Il buio oltre la siepe e in
cui ritroviamo una Scout Finch ventiseienne e un Atticus Finch malato e
invecchiato. Tuttavia i “diversi romanzi” nei quali Harper Lee si augurava di
raccontare il suo “piccolo mondo”, ossia la cittadina di Maycomb, apparentemente
non sono mai stati scritti. Harper Lee è morta a ottantanove anni, con soltanto
due libri pubblicati. Uno dei due è un capolavoro, l’altro un bel romanzo nel
quale Lee conferma le sue doti di ottima narratrice.
A ottobre è invece arrivato nelle librerie il postumo La terra del dolce
domani (Feltrinelli, traduzione di Mariagiulia Castagnone), un libro contenente
diversi racconti di Harper Lee precedenti a Il buio oltre la siepe e qualche
articolo pubblicato successivamente. L’introduzione di Casey Cep, che sta
lavorando alla biografia ufficiale di Lee, delinea la storia editoriale di ogni
racconto e dà qualche ragguaglio critico e biografico sulla scrittrice. Ciò che
più colpisce è il talento stilistico e narrativo di Lee in ognuna di queste
prove giovanili; anche nei racconti meno riusciti c’è sempre un paragrafo o un
rigo illuminante o divertente. Pian piano Harper Lee stava scoprendo che la sua
infanzia – come la sua Alabama – poteva essere un prezioso salvadanaio di tipi
umani e di storie esilaranti o avventurose. Trapiantata a New York, mandava i
suoi racconti a riviste grandi e piccole e riceveva immancabili rifiuti che però
non la scoraggiavano. Sapeva di potercela fare, di avere in sé qualcosa di
speciale da dare al mondo. Era un’artista seria. Anche in questo, nel suo
battersi per essere accettata da un’editoria che la respingeva, era una
scrittrice di prim’ordine, forse una grande scrittrice in nuce. Eppure sarebbe
stata l’autrice di una sola opera. Il suo secondo romanzo può infatti essere
considerato quasi un libro postumo: Lee ha pubblicato Va’, metti una
sentinella appena un anno prima di morire, riesumandolo dalle sue carte.
In uno dei racconti più belli di La terra del dolce domani, Il Natale per me,
Harper Lee racconta di quando una coppia di suoi amici newyorchesi, Michael e
Joy Brown, le offrirono come regalo natalizio un anno sabatico per consacrarsi
alla scrittura. Per lei era un regalo folle, di cui non sapeva se essere
degna. E se avesse fallito? Se non fosse diventata la scrittrice che sognava di
essere? Michael Brown era un famoso paroliere e compositore e le presentò il suo
agente letterario; le cose cominciavano a muoversi, a evolvere. Che New York
potesse infine accettarla?
I coniugi Brown credevano nella loro amica, non soltanto per i racconti inediti
che avevano letto ma anche per il talento che traspariva dalle lettere che
spediva loro dall’Alabama. Erano certi di avere a che fare con una scrittrice
sensazionale. Harper Lee poteva diventare una grande scrittrice americana e con
il senno di poi la loro offerta si sarebbe rivelata essere un investimento più
che un regalo. Lee difatti non dimenticherà mai il suo debito nei loro
confronti. Si diventa grandi scrittori – o semplicemente scrittori – anche
grazie a chi ha creduto in noi quando neppure noi eravamo capaci di farlo,
quando tutto in noi e fuori di noi ci gridava di desistere, di mollare. Scrivere
significa tener duro e andare avanti nonostante i rifiuti e il silenzio.
Cosa è successo a Harper Lee? Perché non ha scritto i “diversi romanzi” che
aveva in mente di scrivere? Di certo la sua Maycomb è più viva e affascinante
che mai, con la piccola e ribelle Scout, il suo caro fratello Jem, il timido Boo
Radley, la scontrosa ma amorevole Calpurnia, il compagno di giochi Dill (che in
realtà è Truman Capote, amico d’infanzia di Lee) e ovviamente l’indimenticabile
Atticus Finch. Il buio oltre la siepe è un grande libro sull’infanzia e sul
senso di giustizia che si smuove nei bambini di fronte ai soprusi degli adulti
più stolti. Nel corso del romanzo Scout Finch scopre la compassione e il
coraggio – scopre la vita, scopre l’avventura – e la sua storia ci dice cosa
significa essere e restare umani anche in tempi neri, anche di fronte al male.
Harper Lee ha scritto uno dei grandi classici della letteratura nordamericana
del secondo Novecento e forse pure per questo non ha voluto o saputo scrivere
altro. Un po’ ne soffriamo. Un po’, certo, sappiamo che non avrebbe potuto
essere altrimenti. In mancanza di opere successive dunque leggeremo tutto ciò
che sarà dato alle stampe dagli eredi, tornando di tanto in tanto alla Maycomb
di Il buio oltre la siepe, a Scout, a Jem, a Atticus, a quel mondo talmente
piccolo eppure universale… La terra del dolce domani è comunque un’ottima
strenna per avvicinarci al Natale.
Edoardo Pisani
*In copertina: Harper Lee e Mary Badham, 1961
L'articolo “Spero di farlo in diversi romanzi”. Sul silenzio di Harper Lee
proviene da Pangea.
Per il suo funerale scelse il salmo 139 – “tenebra mi annulla/ la notte è luce
su di me”. L’amico Liam Rector, postura plastica da poeta, declamò i versi
di Let Evening Come e Otherwise. Il celebrante accordò, a cappella, le note
di Amazing Grace.
Aveva già opzionato il suo loculo, Jane Kenyon. Quindici anni prima, insieme al
marito Donald Hall, in una terra siglata da cespi di betulle e granitiche querce
del New Hampshire. L’acquisto officiò il matrimonio della coppia con il luogo –
l’amena cittadina di Wilmot. Nell’avita tenuta di ‘Don’ – ove Jane giunse, si
congiunse alle donne che ne avevano albergato le stanze.
*
Si erano sposati per affetto, dunque per difetto, nel 1972. Accademico, il fato,
con seducente banalità, dirottò la Kenyon, studentessa, presso il seminario di
scrittura creativa di Hall all’Università del Michigan. Non emerse per talento,
non affiorò per avvenenza. In dote, gli recò, imberbe, i suoi versi acerbi. Lui
era reduce dall’unione con la prima moglie, Kirby Thompson – corredata di due
figli –, la Kenyon da una liaison imbozzolata nella gioventù.
Condivisero l’amore per la poesia, una carnalità consueta e i gatti. Scarsamente
appassionati, si amarono per conforto. Fu un legame di miti vertigini. Alle
nozze intervennero i parenti stretti. Jane non riportò memorie scritte di quel
giorno. Unico sigillo, a testimonianza, il regalo di sua nonna Dora – una copia
rilegata in pelle bianca della Bibbia di Re Giacomo.
Consacrazione di un epilogo, per il ventiduesimo anniversario Hall le donò un
anello di tormalina rosa serrato da nove minuti diamanti. Lei lo battezzò
“Please, don’t die”. La leucemia stillava piena egemonia. Jane Kenyon aveva
appena intessuto le sue poesie più fauste. Morì un anno dopo, il 22 aprile 1995.
Aveva quarantasette anni.
*
Coronata d’alloro al tempo stesso – fu Poeta laureato del New Hampshire – se ne
andò insignita di lirica reputazione. Dunque, in pace. Mal tollerò l’opprimente
veste di poeta moglie di un poeta e avrebbe disprezzato postumi riscatti
femminei alla Sylvia Plath. Pure, credette di abdicare alla vita. Ma preferì
morire da poeta, che da suicida.
> «La mia fede in Dio, soprattutto l’idea che un credente è parte del corpo di
> Cristo, mi ha impedito di farmi del male. […] Quando ho sofferto talmente
> tanto da desiderare di non essere viva o cosciente… mi sono detta: “Se ti
> ferisci, ferisci il corpo di Cristo, e Cristo è già stato ferito abbastanza”».
*
Oppressa dalla depressione – bipolare al focolare – generò Having It Out with
Melancholy, versi afflitti d’atrabile e farmacologica soggezione. In epigrafe
s’appellava a Čechov, suo mentore insieme a Keats. Depressione e poesia – come
patogeno endogeno.
A stringare il morbo nel verbo, le scarne righe di Suggestion from a Friend –
“Non saresti così depresso/ se davvero credessi in Dio”.
Rigettò ogni visione romantico-terapeutica del rapporto fra malattia e
scrittura. Piuttosto, se ne avvalse per scopo clinico, cinico – la poesia per
aumentare la comprensione della patologia. Pare prossima, di spirito e
d’intenti, a Margiad Evans – autrice che sguainò la poesia contro l’epilessia.
Rifiutò, dunque, di recitare il melodramma – promosso da certe poetesse – della
rosea invasata, dell’artista rosa dalla follia.
*
Votato a una mistica domestica – mai addomesticato – il suo verso divora nella
dimora. Visuale, aurale, a scorporare dal corpo, mistico sito, il rito del
poetare – irrompe lo Spirito Santo. Errante presenza – di stanza in stanza.
Jane Kenyon è poesia-annunciazione, poesia-apparizione, poesia-redentiva.
Gregory Orr velatamente l’annoverò fra i poeti post-confessionali – la poesia
autobiografica come bianca arma di sopravvivenza e riconciliazione col mondo. Di
trasformazione – l’uso della lingua a emendare l’esperienza. Era disposta a
capitolare, per non ricapitolare – in versi – la vita.
*
Madrina dell’anti-canone delle Plath e delle Sexton, Jane Kenyon – fanatica
della mistica – si consacrò a Teresa D’Avila, Giuliana di Norwich. Quindi a
Emily Dickinson ed Elizabeth Bishop – dai meandri del New England le condusse
fino ai setosi dedali della Cina, con una sequela di letterarie lectures,
salmodiando sulla loro opera. Nel 1979, alla cerimonia commemorativa della
Bishop, franò nella commozione – ne ammirava il verso scarno, preciso, il
linguaggio pressato. Beneficiò spesso del paragone con la Dickinson – la ricerca
di Dio, della solitudine nella natura, il mistero della bellezza, il diafano
legame fra depressione e gioia.
Fu, anzitutto, devota ad Anna Achmatova. Tradusse la russa con altera premessa –
giudicando insoddisfacenti le rare versioni in circolazione, decretò di
confezionare la propria.
Il marito, Hall, ammantato di un radicalismo poetico virato allo snobismo più
estremo – nel 2006 nominato Poeta laureato degli Stati Uniti –, fu d’opposto
avviso. Pur avendo costeggiato e corteggiato svariati generi della parola,
prestò somma fedeltà al suo originale suono – in mancanza, riteneva
inafferrabili le connessioni interne alla poesia.
D’indole diversamente tirannica, entrambi rigettarono la traduzione come pratica
ordinaria, grigio esercizio, servizio.
Il poeta Hayden Carruth qualificò la Kenyon quale Achmatova americana. Arduo
immaginare due esistenze più dissimili. Contemplativa e apolitica, la poesia
della Kenyon si nutrì nondimeno dello slancio slavo – s’apparentarono gli
spiriti.
Della Venere di Odessa venerò la lirica succinta, la supremazia, imperiale,
dell’immagine a scapito del simbolo – le sei poesie inizialmente tradotte furono
incluse nella sua prima raccolta, From Room to Room (1978); confluite poi
in Twenty Poems of Anna Akhmatova (Ally Press, 1985).
*
Lirismo tangibile, quello di Jane Kenyon. Mirava a una verità d’opale, epifania
privata compressa nell’attimo. Digiuna di orpelli, scrittura prossima alle
Scritture, ellittica, irrisolta, come l’onnipresente rimando al mondo naturale.
Il poeta Robert Hass la paragonò, per temi pastorali e cupe meditazioni, a
Robert Frost – che pure aveva conosciuto suo marito anni prima – ma con uno
sguardo più interiore.
All’immaginario imagista si appellò invece per non scivolare nell’astrazione –
la poesia di Ezra Pound come monito e monile.
*
Il giornalista Bill Moyer, nel 1993, effigiò Jane Kenyon e Donald Hall in un
documentario – A Life Together – vincitore di un Emmy Award. Proiezione
routinaria di un matrimonio fra poeti dominato da una viscosa discepolanza,
sfociata in rivalità lirica. “È dannatamente duro con la mia prosa. Sarcastico.
Quando parliamo di poesia, so di trovarmi su un terreno più solido, ma con la
prosa può ridurmi in poltiglia” – così Jane, a commento del consorte. Lo diceva
dispotico e possessivo. Ad ogni modo, l’ultimo atto letterario di Hall – morì
nel 2018 – fu la cura e selezione di The Best Poems of Jane Kenyon (Graywolf
Press). Riteneva gemmata, la consorte, dalla sua costola poetica.
*
Coltivava narcisi e peonie, Jane. Poesia e giardinaggio come suoi talenti
privati – il connubio ricorda la schiva scrittrice italiana Pia Pera, che pure
tradusse i russi, fra tutti Čechov e Puškin. Entrambe, arti intrise di morte e
resurrezione. Lottò con la fede, la Kenyon – educata con metodo metodista. Aveva
paura di Dio. Finché una domenica, nella nivea chiesa di Wilmot, il ministro
Jack Jensen evocò Rainer Maria Rilke nel suo sermone. Col tempo, la sua vita
religiosa invase la sua vita letteraria. In Robert Bly intuì la dimensione
spirituale della poesia – a sublimare il sublime. Patrocinò una funzione
sacerdotale del poeta.
*
Per la sepoltura, Hall scelse di drappeggiare sul corpo di sua moglie una salwar
kamiz bianca e un foulard sulla spalla sinistra provenienti dall’India – c’erano
stati insieme due volte. Fra le dita, ossute e incrociate – ornamento d’eterno –
la fede nuziale. Le baciò per l’ultima volta le labbra, fredde e rigide.
Lapidario, scolpito nel nero marmo della lapide, l’epitaffio recita un verso di
Jane.
> Credo nei miracoli dell’arte, ma quale
> prodigio ti terrà al sicuro al mio fianco?
L’aveva composto per osteggiare la morte di Donald – svilito, all’epoca, da un
cancro. All’ombra delle sue parole, oggi, riposano entrambi. Ogni poetica
contesa è trascesa.
Fabrizia Sabbatini
*
Il pipistrello
Leggevo del razionalismo,
il genere di cose che facciamo al nord
all’esordio d’inverno, dove il sole
abdica al giorno alle 4:15.
Forse il mondo è intelligibile
al genio razionale;
forse accendiamo lampade al crepuscolo
per nulla…
Poi ho udito delle ali sopra la testa.
I gatti ed io abbiamo inseguito il pipistrello
in tondo – soggiorno, cucina,
ripostiglio, cucina, soggiorno…
A ogni giro ci sfuggiva
come l’identità del terzo
della Trinità: colui
che ha parlato per mezzo dei profeti,
colui che ha sorpreso Maria
apparendo all’improvviso.
Jane Kenyon
*Per la prima volta in Italia, una antologia delle poesie di Jane Kenyon è edita
dalle edizioni Magog, a cura di Fabrizia Sabbatini
L'articolo Jane Kenyon o della mistica domestica proviene da Pangea.
La poesia di Jay Wright è “enormemente vasta”, come Pasolini definì quella di
Pound nella celebre intervista: nata come lirica di forte impronta religiosa, in
essa si riscontra un’insistenza decisa sul tema della storia dagli albori, anche
solo nei titoli stessi della raccolta d’esordio del 1967 Death as History, poi
ripudiata, e della ben più cospicua Dimensions of History (apparsa nel 1976),
tanto che Gerald Barrax scrisse nel 1983 che “se Wright avesse una musa classica
sarebbe Clio”, come ben evidente in particolare nei suoi primi quattro libri di
versi: l’opera del poeta, sempre per citare il Pasolini dell’intervista, si
sviluppa come se “si estendesse in superficie occupando un territorio poetico
immenso”, dall’Africa dei suoi antenati alle Americhe, affondando le radici
nella millenaria tradizione filosofico-letteraria del mondo classico e nelle
varie ramificazioni europee che ne derivarono, ove epoche diverse e mitologie
disparate come egizia, azteca e Dogon (dall’Africa occidentale) – per citare
quelle che più comunemente si incontrano – permeano il tessuto dei versi
convergendo in una singolarissima architettura.
Estremamente unitaria, la sua poesia andrebbe vista probabilmente come un’unica
opera in versi: a suggerire questa continuità (peraltro confermata dallo stesso
autore) basti ricordare che in Transfigurations, apparsa nel 2000, vennero
ristampate le precedenti sette raccolte The Homecoming
Singer (1971), Soothsayers and Omens (1974), Dimensions of History (1977), The
Double Invention of Kǫmǫ (1980), Explications / Interpretations (pubblicata nel
1984 ma scritta prima del 1980), Elaine’s Book (1986), Boleros (1991) e la
semi-eponima Transformations, inedita; la raccolta successiva, The Guide
Signs (apparsa nel 2007), come Transfigurations venne stampata a Baton Rouge
dalla Louisiana State University Press, e con quella condivide anche l’aspetto
grafico della copertina (fatta in entrambi i casi da Amanda McDonald Scallan) e
dei caratteri (Trump mediaeval), sottolineando ulteriormente la continuità tra
le due opere (e quindi tra The Guide Signs e le precedenti otto).
Anche nei volumi pubblicati dal 2007 in avanti, Music’s Mask and
Measure (2007), Polynomials and Pollen (2008), The Presentable Art of Reading
Absence (2008), Disorientations: Groundings (2013), The Prime
Anniversary (2019), Thirteen Quintets for Lois and the ἔτι καὶ νῦν of
Grace (2021) e Postage Stamps (2023), si riscontrano molti degli elementi che
avevano caratterizzato le prime nove raccolte: a livello poetico si nota una
continua frapposizione di una dimensione piú “lirica”, in cui le opere sono
composte in prevalenza da poesie relativamente brevi, spesso di qualche dozzina
di versi (non mancano ovviamente esempi di testi più succinti, come in Music’s
Mask and Measure, composta quasi interamente da poesie tra cinque e dodici
versi, e in altre raccolte in cui si trovano sonetti o componimenti in poche
ottave o strofi spenseriane, come ad esempio in The Prime Anniversary), ad una
dimensione più “poematica”, evidente ad esempio in The Presentable Art of
Reading Absence, un unico poema, o in The Double Invention of Kǫmǫ e in The
Guide Signs, di cui intere sezioni sono strutturate più come poemi o poemetti (o
sistemi unitari di poemetti) che come raccolte di poesie.
Fatta di accostamenti tra culture lontane a livello geografico e storico, questa
poesia è diventata man mano più universale, più pregna di immagini
caratterizzate da una callida iunctura: si osserva sempre la giustapposizione di
mitologie distinte appartenenti a mondi diversi, che inizia già in Soothsayers
and Omens e trova forse il suo apice in alcuni titoli di Boleros, in cui Wright
stabilisce una corrispondenza tra le muse greche e gli stadi dell’anima nella
mitologia egizia; nelle raccolte da Transformations in avanti il poeta affianca
alla cosmologia mitologica (prevalentemente Dogon) un cosmo più concreto, vicino
a quello degli astronomi, menzionando ad esempio lune di Giove, frammenti di
stelle e campi magnetici in Transformations; in tempi più recenti ancora nomina
spessissimo gli elettroni, e userà un’espressione fortemente scientifica come
“il reperto fossile di un’anima” in The Presentable Art of Reading Absence.
Pur essendo in origine avulso dalla metrica tradizionale e legato a versi brevi,
già in Dimensions of History Wright a tratti usa con insistenza il verso più
comune nella poesia inglese, il pentametro giambico; la metrica canonica torna
(filtrata da un uso molto novecentesco e “libero”) nelle sezioni conclusive
di Boleros e poi in gran parte di Transformations, dove compaiono sonetti con
strutture rimiche piuttosto inusuali (continuando la tradizione di Ozymandias o,
in tempi piú recenti, di Parting di Yeats) che comporranno poi anche il primo
movimento di Thirteen Quintets for Lois; inizialmente le rime sono non di
rado in tmesi, con parole troncate a metà e continuate al verso successivo;
vengono conservate in posizione più consueta nelle ultime raccolte, ove si
osserva piuttosto uno spostamento degli accenti verso la fine delle parole per
esigenze di rima. Nonostante un uso meno frequente, i versi liberi continuano a
far parte della poesia di Wright anche nelle ultime raccolte, soprattutto nelle
sue parti liriche.
Emergono molto numerosi sintagmi in altre lingue, in prevalenza in spagnolo,
presente in particolare nelle poesie di ambientazione latinoamericana (Wright
cita spessissimo autori dell’intera tradizione poetica in lingua spagnola, dal
vecchio e dal nuovo mondo), quindi anche in francese (antico e moderno), in
italiano (si tratta soprattutto di citazioni dalla Commedia, ma compaiono anche
altri autori), in latino (aureo e carolingio), in tedesco e in greco antico,
lingua in cui si riscontra anche l’invenzione lessicale, come nel caso del
neologismo “ἱερο-χθων” in Polynomials and Pollen (da ἱερός, “sacro” e χθών,
“terra, suolo”, il secondo associato genericamente all’oltretomba e alle sue
divinità oscure).
Come si può dedurre, a fronte un apparato poetico così vasto le fonti sono
molteplici: solo per citarne alcuni tra i moltissimi Wright stesso scrisse a
proposito dei versi di The Double Invention of Kǫmǫ che i lettori avrebbero
certamente riconosciuto “Goethe, Agostino (in quanto doppio cittadino), Dante,
Duns Scoto e i rinascimenti [sic]” tra le molte voci; l’uso di un linguaggio
patristico nelle poesie più religiose rimanda alla Bibbia (talvolta anche
all’Apocalisse e in generale ai suoi libri più “immaginifici”), ai presocratici
e ai poeti confessionali, tra cui compare spesso Donne; è preponderante la
tradizione tedesca, soprattutto quella poetica; Wright nomina spesso
esplicitamente filosofi, prevalentemente greci antichi come Plotino e Parmenide
(in particolare in Disorientations). Tra i contemporanei ricopre un ruolo
primario Eliot, e non mancano ovviamente grandi poeti afroamericani del
Novecento come Tolson, a cui è spesso associato, mentreExplications /
Interpretations è dedicata a Harold Bloom e a Robert Hayden, morto appena
quattro anni prima della pubblicazione; The Double Invention of Kǫmǫ, infine, è
dedicata al grande antropologo Marcel Griaule, che studiò a fondo i Dogon e la
loro mitologia.
Il suo linguaggio è spesso piano e al contempo molto elegante, semplice a
livello linguistico e complicato a livello di stratificazione
storico-filosofica, gremito di parole in lingue native americane e africane;
sebbene il senso profondo dei suoi versi sia spesso oscuro, la loro limpidezza
fa di Jay Wright uno dei più grandi poeti viventi.
Francesco Kerbaker
**
The Invention of a Garden
I’m looking out of the window,
from the second floor,
into a half-eaten patio
where the bugs dance deliriously
and the flowers sniff at bits of life.
I touch my burned-out throat,
with an ache to thrust
my fingers to the bone,
run them through the wet
underpinnings of my skin,
in the thick blood, around
the cragged vertebrae.
I have dreamed of armored insects
taking flight through my stomach wall,
the fissured skin refusing to close,
or bleed, but gaping
like the gory lips of an oyster,
stout and inviting, clefts of flesh
rising like the taut membrane of a drum,
threatening to explode and spill
the pent-up desires I hide.
Two or three birds
invent a garden, he said
and I have made a bath
to warm the intrepid robins
that glitter where the sun
deserts the stones.
They come, and splash, matter-of-factly,
in the coral water, sand-driven
and lonely as sandpipers
at the crest of a wave.
Could I believe in the loneliness
of beaches, where sand crabs
duck camouflaged in holes,
and devitalized shrubs and shells
come up to capture the shore?
More, than in this garrisoned room,
where this pencil scratches
in the ruled-off lines,
making the only sound
that will contain the taut,
unopened drum that beats the dance
for bugs and garden-creating birds.
L’invenzione di un giardino
Guardo dalla finestra,
al secondo piano,
verso un logoro patio
dove gli insetti danzano in delirio
e i fiori annusano pezzi di vita.
Tocco la mia gola bruciata,
volendo infilare
le dita fino all’osso,
passarle negli strati
bagnati sotto la mia pelle,
nel sangue spesso, intorno
alle vertebre ruvide.
Ho sognato insetti corazzati
involarsi squarciando il mio stomaco:
la pelle fessa rifiutava di chiudersi
o sanguinare, aperta
come le labbra cruente di un’ostrica,
forti e invitanti, fessure di carne
pulsanti come la pelle tesa di un tamburo,
minacciando di scoppiare e sversare
i desideri repressi che celo.
Due o tre uccelli
inventano un giardino, disse,
e ho costruito una vasca
per scaldare i pettirossi intrepidi
che luccicano dove il sole
lascia le pietre.
Vengono e spruzzano, in modo pratico,
nell’acqua corale, guidati dalla sabbia
e soli come piovanelli
alla cresta di un’onda.
Potrei credere alla solitudine
delle spiagge, ove granchietti
si camuffano in buche
e arbusti e conchiglie smorti
vengono a catturare la riva?
Più che in questa stanza presidiata,
dove questa matita solca
linee cancellate,
facendo l’unico rumore
che conterrà il tamburo
teso, chiuso, che detta la danza
per insetti e uccelli crea-giardino.
(Da The Homecoming Singer)
*
Inside Chapultepec Castle
Wherever you turn,
the sensual halls caress you.
Rose blood heroes snarl
and careen from the walls.
Jades and silver medals enchant your eye.
Fading amber tapestries and gold furniture
lie jealously next to them.
To get here,
you are pulled from below,
a baptized sinner
emerging from the water,
still trembling.
If you listen,
you can hear something
picking at this temple’s heart.
If you are still,
you can see a girl,
as pure as a goddess
who would embrace the chosen,
lie down to caress it.
Nel castello di Chapultepec
Dovunque ti giri,
le sale sensuali ti accarezzano.
Eroi dal sangue di rosa ringhiano
carenando dai muri.
Giade e medaglie argentee incantano i tuoi occhi.
Arazzi ambrati sbiaditi e mobili dorati
stanno, gelosi, accanto a loro.
Per arrivare qui,
sei tratto da sotto,
peccatore battezzato
che emerge dall’acqua,
ancora tremante.
Se ascolti,
puoi sentire qualcosa
che becca il cuore del tempio.
Se resti fermo,
vedi una ragazza,
pura come una dea
che abbraccerebbe i prescelti,
sdraiarsi e accarezzarlo.
Da (Soothsayers and Omens)
*
Teponaztli
Fat singer in three keys,
a continent rolls at your feet.
Gourd gong of the dervishes,
praise your end.
Your tongue slit double,
the mallets stamp your body,
a calked Calliope,
sheer deep in pitch and darkness.
Bone clock of the spirits,
praise your purposes.
Inside, the body,
cut rib upon rib,
howls at the debt the drummer owes.
When the lion climbs
into the skin of a llama,
debtors to ourselves,
we pitch the sound of serpent’s feet,
mare’s claws, an eagle’s brimstone,
and the body screams agains
the stamp of a goddess
white as pain.
Teponaztli
Cantante grasso in tre chiavi,
un continente rotola ai tuoi piedi.
Gong duro dei dervisci,
elogia la tua fine.
Tagliata in due la lingua,
i magli pestano il tuo corpo,
Calliope sigillata,
invischiata in pece e buio.
Orologio d’osso degli spiriti,
elogia i tuoi scopi.
Dentro, il corpo,
tagliato costola su costola,
urla al debito del tamburiere.
Quando il leone entra
nella pelle di un lama,
debitori a noi stessi,
moduliamo passi di serpente,
unghia di cavalla, zolfo d’aquila,
e il corpo grida contro
il colpo di una dea,
bianco come il dolore.
Il Teponaztli è un tamburo azteco, suonato con bacchette che battevano su due
lingue di diverse dimensioni incise sulla superficie.
(Da Dimensions of History)
*
[Bolero] 7
Tough old Glasgow tucks itself
under a leg of the Firth of Clyde.
No
Scotia sniveling in that,
just pennywise prudence, a way
of ladling the elation of coming home.
Logicians on the eastern shore count it
no surprise that queenly old Edinburgh
lies on the Firth of Forth,
near to the heart of Midlothian.
So, on a doon and windless morning,
we whip east and touch down
near the greenest pasture in Scotland.
As we step from the plane,
the neighboring sheep show us their haggis eyes
for the flinty spark of a moment.
Suddenly,
I amna deid dune sae muckle as fou,
suspecting that, here, one can
thow the cockles o’ yin’s heart,
no small change from a sixpenny planet,
and have the thieveless crony within you
as suddenly awaken.
We found this bel canto morning
in a Jarocho garden,
on an afternoon when spring had departed
and left only its scunning heat.
I say this now, though I know
that my heart’s weather had turned
on a winter night, when I heard the deer
stamping in the water under the raised barn
and felt the star heat fade and the first, clear
cut of loneliness,
the concert pitch of death’s tuning.
Marry or burn,
one cannot run away or into,
for there is nothing so sedentary
as the desire to be comforted, by love,
or by some feeling one cannot name.
On Hidalgo, in Guadalajara,
the blue flowers, in their persistence
on the neighbors’ white wall,
comforted us, and so the lace of a plaza in sun,
tacos at dawn from a cart in Gigantes,
the mudéjar ache of the divided cathedral,
the rose pinion of paseos,
held us till summer.
Those were the garden’s traces,
leading to the rose of Midlothian,
the stone house walled in and set
in view of the castle.
Down the road,
the old poet, who did hard times for Lallans,
nests with his chickens and neat Laphroaig.
I count him the most civil of servants,
whose gift is the mist of tongues,
rising from the doom gray of council houses
and snuffed coal mines.
I love the sound of sporran and kilt in his voice,
his refusal to give in to King Street’s dove gray manner.
It is some distance to have traveled to learn
to resist being comforted too soon.
Perhaps some moor-stiff night,
we will put on our fog-heavy tweeds
and make our way to old Glasgow,
curled in its water bed,
confident,
cocky,
still uncomforted.
[Bolero] 7
Glasgow, tosta, si insinua
sotto un ramo del Firth of Clyde.
Nessuna
Scotia si lagna in questo,
solo prudenza oculata, un modo
di elargire la gioia di tornare a casa.
I logici sulla costa est non sono
sorpresi che Edimburgo, regale,
sia sul Firth of Forth
vicino al cuore del Midlothian.
Quindi, una mattina scura e senza vento,
andiamo a est e arriviamo
presso il pascolo più verde di Scozia.
Come lasciamo il piano
le pecore vicine ci mostrano i loro occhi-haggis
per un attimo illuminante.
A un tratto,
I amna deid dune sae muckle as fou:
sospetto che qui si possa
thow the cockles o’ yin’s heart,
ben diverso da un pianeta da nulla,
e avere con te un amico fiacco
come svegliato a un tratto.
Trovammo questo mattino-bel-canto
in un giardino jarocho,
un pomeriggio quando la primavera era partita
lasciando solo il suo caldo aleggiante.
Lo dico ora, anche se so
che cambiò il tempo nel mio cuore
una notte d’inverno, quando sentii il cervo
scalciare in acqua alla stalla rialzata
e il calore stellare svanire e il primo, chiaro
taglio della solitudine,
il diapason della morte.
Sposati o brucia,
non si può scappare da o verso:
nulla è più sedentario
di voler esser confortati, dall’amore
o da un sentimento non nominabile.
Su Hidalgo, a Guadalajara,
i fiori blu, nella loro persistenza
sul muro bianco dei vicini,
ci confortarono, come il pizzo di una plaza al sole,
tacos all’alba da un carretto a Gigantes,
il dolore mudéjar della cattedrale divisa,
il pignone di rosa dei paseos,
ci tennero fino all’estate.
Queste erano le tracce del giardino
che portavano alla rosa del Midlothian,
la casa di pietra murata e messa
davanti al castello.
Più avanti,
il vecchio poeta, che ha sofferto per Lallans,
si annida coi suoi polli e il Laphroaig liscio.
È per me il più grande servo pubblico,
il cui dono è foschia di lingue,
emerso dal grigio infausto delle case popolari
e miniere di carbone estinte.
Amo il suono di sporran e kilt nella sua voce,
la sua resistenza ai modi grigio-tortora di King Street.
È un lungo viaggio per aver imparato
a resistere al conforto troppo presto.
Forse, una notte rigida-brughiera,
metteremo i tweeds pregni di nebbia
e andremo verso la vecchia Glasgow,
arricciata nell’acqua,
sicura,
tronfia,
ancora inconfortata.
«I amna deid dune sae muckle as fou» e «thow the cockles o’ yin’s heart» sono
variazioni dei primi versi del poema in lingua scozzese A drunk man looks at the
thistle di Hugh MacDiarmid, qui traducibili come «non sono stanco morto,
piuttosto sono ubriaco» e «scaldare la parte piú intima del cuore».
(Da Boleros)
*
She sat, holding a match to an earwig
She sat, holding a match to an earwig,
all compassion and contemplation abruptly at hand.
Those who had known her father gathered themselves
in the doorway
and marveled at her instrumental ingenuity.
A vestry madness burdened the convocation.
Who would think that love could speak so solemnly
without provocation?
Could she arrange her spices and unguents,
and propel them into service before the banns,
when, haloed and trumpeted,
washed and cinched by a purple headscarf,
she would begin her memories?
Singing now:
¿Por que no viene, padre,
por que no viene un día,
que yo casarme quiero
con el conde de Almería?
And yet I caught him by my will and ineffable longing,
and hold him secretly…
My body is various, infinite, and singular,
turbulent notions proposed by an exile.
I take this rhythm perdidamente
to the crossroads,
where all who would wound me
bring me their bands of cotton, eggs, and ashes.
I will speak with my father
about transcendence,
and offer him those moments which have no
authority or being.
Sedeva, un fiammifero a una forbicina
Sedeva, un fiammifero a una forbicina,
ogni compassione e contemplazione a un tratto sotto mano.
Chi aveva conosciuto suo padre si raccolse
alla porta,
ammirati dalla sua ingegnosità strumentale.
Pesò follia segreta sull’adunanza.
Chi direbbe che l’amore può parlare così solennemente
non provocato?
Potrebbe sistemare spezie e unguenti,
mandarli al servizio prima dell’annuncio di nozze,
l’aura attorno, tra trombe,
lavata e stretta in un foulard viola,
iniziando i suoi ricordi?
Ora cantando:
¿Por que no viene, padre,
por que no viene un día,
que yo casarme quiero
con el conde de Almería?
Eppure lo presi con la mia voglia e brama ineffabile
e lo tengo in segreto…
Il mio corpo è vario, infinito e singolo,
nozioni turbolente proposte da un esule.
Porto questo ritmo perdidamente
al crocevia,
dove chi mi ferirebbe
porta cotone in fasci, uova e ceneri.
Parlerò con mio padre
della trascendenza,
gli offrirò quei momenti che non hanno
autorità o stato.
(Da Disorientations: Groundings)
Traduzione di Francesco Kerbaker
Jay Wright è nato nel 1934 nel New Mexico e ha vissuto in diversi paesi tra
l’Europa e le Americhe. Nel corso della sua lunga carriera si è distinto anche
come drammaturgo e saggista. È MacArthur Fellow dal 1986.
*In copertina: Joaquín Sorolla, “Bambino al mare”, 1905
L'articolo “Un sentimento innominabile”: Jay Wright e la musa afroamericana
proviene da Pangea.
Di Eugene Marten, in rete, c’è poco – non ama atteggiarsi; si direbbe, al
contrario, che aspiri a scomparire. In una conversazione con Elle Nash,
pubblicata su “The Creative Independent”, Marten ha fatto la lista delle cose
che gli piacciono. Spiccano “le Perseidi, lo sciame meteorico visto dal Very
Large Array, Nuovo Messico, nel mezzo del nulla” e “il deserto”. Il disastro
stellare – che ai nostri laceri occhi pare la stola di un dio diviso in rivoli –
e il nulla terrestre. È forse questa l’esatta condizione, la postura dello
scrittore. Trarre stelle dal deserto.
Nato a Winnipeg, Canada, nel 1959, da genitori europei (polacchi e tedeschi),
Eugene Marten non ha un blog, non scrive sui giornali, non è censito da una voce
su Wikipedia. Ha esordito alla letteratura venticinque anni fa con In the Blind,
sotto l’ala di Gordon Lish, il mitico editor di Raymond Carver e di Richard
Ford; l’intransigente e leggendario direttore di “Esquire”, di “The Quarterly” e
– per un po’ – della casa editrice Knopf. È stato lui a dichiarare al mondo dei
media che Marten è il vero erede di Cormac McCarthy e di Don DeLillo. Secondo
altri – ne troviamo testimonianza, ad esempio, su “Transatlantica. Revue
d’études américaines”, che nel 2024, per la cura di Brigitte Félix e Stéphane
Vanderhaeghe, ha realizzato An Interview with Eugene Marten – i libri di Marten
hanno fratellanza, per esuberanza di stile, con quelli di Chuck Palahniuk e di
Bret Easton Ellis. Quando si mettono sul tavolo troppi nomi – un po’ come il
gioco delle figurine e dei figuranti – significa che l’autore in questione è
sostanzialmente inclassificabile.
Eugene Marten non ama farsi fotografare – il volto, al contempo sfaccettato e
sfacciato, non incute tenerezze. In fondo, ha pubblicato poco: Layman’s Report,
uscito nel 2013, è il romanzo che ritiene migliore. Eppure, è l’ultimo, Pure
Life, pubblicato nel 2022, dopo quasi dieci anni di silenzio, ad aver fatto
sbalzare dalla sedia critici e lettori. La storia, in vitro, è semplice: si
racconta la vita, aureolata di premi e di tormenti, di Numero Diciannove,
talentuoso quarterback di una squadra della NFL, rifugiatosi nelle giungle del
Centroamerica per curare una cronica afasia mentale, dovuta agli eccessi
sportivi. Marten, di fatto, afferra le icone della cultura statunitense – il
culto della fama, dello sport, della felicità costi quel che costi, finanche il
Graal del Grande Romanzo Americano – e le calpesta, facendone suppurare veleni e
vermi in quantità. La quarta dell’edizione originale del romanzo dice di “un
confronto audace, radicale e brutale, con i miti della modernità, sbriciolati
nel più primordiale degli scenari”; qualche giornale – la “Chicago Review of
Books”, ad esempio – ha scritto di “uno straziante viaggio nel cuore delle
tenebre umane, scandito da un ritmo che tramortisce”. Pare che in Pure Life si
riveli – pur senza rilievi così evidenti – il vero debito di Marten nei
confronti di McCarthy. Come da copione, Marten ha fatto poco, quasi nulla, per
far parlare di sé.
Del libro mi ha parlato, con spiritata enfasi, Andrea Bergamini, dacché le
edizioni Playground lo hanno tradotto come La pura vita (la traduzione è di
Antonio Bravati). Parte che Marten abiti, ora, ad Albuquerque; viene definito
“gentilissimo”. Bergamini mi chiede di leggere, per farmi un’idea, le “prime
trenta pagine” del romanzo, un “montaggio”, dice lui, che sembra “la
trasposizione su carta delle strategie narrative di Terrence Malick”. Gli do
credito, mi incuriosisce lo sconosciuto, il retrattile all’oggi. Il romanzo va
limpido per quattrocento pagine: le prime trenta sono belle; preferisco le
ultime cento. Le pagine sulla catabasi nelle giungle dell’Honduras, tra i
Miskito, gli indigeni di laggiù; lo scrittore non lesina in efferatezze – a un
certo punto, compare per bagliori la sagoma di Fassbinder. In una scena,
emblematica, l’incontro rettilineo con il rettile:
> “Sotto, il fiume era piatto e incolore, ma c’era del movimento. Diciannove si
> soffermò con lo sguardo. Quando il cielo si accese di nuovo lo vide… rosso,
> galleggiante, appena sopra la superficie piatta e immobile del fiume.
> Impassibile, impenetrabile, senza bisogno di traduzione. Lo vide che lo
> fissava attraverso ottanta milioni di anni di implacabile fame rettile,
> indifferente al numero che portavi e tantomeno ai coriandoli che ti erano
> stati lanciati. Tu eri perfetto.
>
> Si accorse che ce n’erano diversi, ma lui avrebbe finito quel che aveva
> cominciato.
>
> Proprio davanti ai loro occhi”.
I grandi scrittori americani, per alcuni tratti, pare scrivano all’unisono:
allineano la voce come una fuga di Bach. Si rincorrono, ricorrono uno
nell’altro. Allo stesso tempo, è la forza della tradizione, è l’avventatezza del
cercatore d’oro.
Indipendente dalla mondanità, dalle modanature ostentate dalla cronaca recente,
Eugene Marten continua a inseguire “il Grande Libro”. La sua cauta ingenuità mi
coinvolge – Eugene Marten scrive come si arma un arco e come si apre una porta –
e prendiamo a parlare.
Come è nato “Pure Life”: qual è stata, intendo, la folgore che ha dato inizio
alla narrazione, l’idea dominante, la natura incontrovertibile
dell’ispirazione?
Ho trascorso un periodo di tempo in America Centrale; volevo ambientare in
quelle terre un libro, ma non avevo tra le mani un soggetto interessante. Dopo
un po’, mi sono giunte notizie di un’ex stella del football, un giocatore che un
tempo ammiravo, la cui vita, una volta terminata la carriera, si era trasformata
in un incubo. Poi un giorno mia moglie mi ha mostrato un articolo di giornale
che suggeriva come i due elementi potessero collegarsi. Quella è stata la
scintilla.
C’è, nel romanzo, a tratti, mi sembra, un ritmo sciamanico. Forse la scrittura è
anche teurgia, un gesto di benedizione, un anatema… Che rapporto hai con le
ombre, con l’invisibile, con il regno del sogno?
Considero le frasi come delle formule magiche capaci di evocare il mondo
raccontato nel libro, quasi una transustanziazione. Da bambino ero molto
religioso. Non lo sono più, ma nutro grande rispetto per tutto ciò che è rito.
In fondo, credo di essere un realista che cerca di trasmettere in ogni opera il
senso di un’altra realtà possibile, nel bene e nel male. La scienza ci parla
dell’esistenza di altre dimensioni, di possibili universi alternativi, ma che
esistono solo nella matematica superiore. Non credo ci sia nulla oltre a noi e
al nostro mondo materiale, ma una parte di me vorrebbe che ci fosse. Credo di
essere impegnato in un utile conflitto con quella parte. Parafrasando Wallace
Stevens, la realtà è la fonte, ma solo quello.
Gordon Lish ti ha paragonato a Cormac McCarthy e a Don DeLillo: questo legame di
parentela narrativa ti inorgoglisce o ti infastidisce?
Ho letto molte opere di entrambi, e ne sono stato influenzato – è difficile
trovare romanzieri americani che sappiano costruire frasi migliori delle loro –
ma personalmente non mi ritengo al loro livello. Né sono un loro imitatore.
Naturalmente nessuno scrive nel vuoto, e mi piacerebbe pensare di aver assorbito
ed elaborato la loro influenza, tra le altre, per poi andare oltre, sviluppando
così una mia opera.
Che rapporto hai con la cultura statunitense contemporanea? Insomma, come vivi
oggi nel tuo Paese?
I miei genitori sono originari dell’Europa (Polonia, Germania) e hanno sempre
avuto un atteggiamento ambivalente verso la prospettiva di una completa
assimilazione. Credo che questo possa aver generato in me un senso di
estraneità, quel genere di distacco che è tipico di uno scrittore. (Del resto,
mi sento estraneo anche alla cultura letteraria di cui dovrei far parte). La
questione è complicata anche dall’attuale situazione politica del Paese. Un
tempo pensavo, forse ingenuamente, che la cultura avesse una sua vita a
prescindere dalla politica, e che potesse persino redimerla (per altri scrittori
è sempre stato vero il contrario). Credo di essere ancora legato a questa idea,
ma data la catastrofe delle ultime elezioni (agevolata da circa 80 milioni di
americani, una fetta considerevole di “cultura”) e dato l’incubo dell’attuale
amministrazione, dai tratti fumettistici, a volte ci si sente così contagiati
dalla palese assurdità di tutto ciò che ci circonda che reagire in modo creativo
sembra superfluo, e a tratti persino impossibile. Sottigliezze, sfumature e
immaginazione non hanno più spazio, venendo meno il buonsenso e il decoro. In
fondo, la merda è merda, cos’altro c’è da dire o da aggiungere? Ci troviamo in
un territorio inesplorato, dove l’unica risposta potrebbe essere quella di
scendere in piazza per protestare. Nel frattempo, continuo a sgobbare sulla
pagina.
Credi che, nell’era dell’IA, il romanzo sia ancora la macchina fondamentale, la
più adatta a dire l’uomo e il suo dramma, la vita, il mondo e ciò che ci sta
attorno?
Sono un po’ titubante a parlare di Intelligenza Artificiale perché non ne so
molto, a parte le allarmanti notizie che tutti leggiamo (e la possibilità che
possa essere utile per la ricerca). Non sono nemmeno sicuro che il romanzo sia
mai stato il mezzo ideale per affrontare quella che chiamiamo la condizione
umana: forse il concetto di “pertinenza” è qualcosa di cui dovremmo liberarci.
Se davvero il romanzo è stata questa macchina fondamentale, per cui si debba
considerarlo un riflesso, da una posizione separata, di ciò che accade nel
mondo, un punto sulla riva del fiume in cui contemplare il flusso della vita,
allora non vedo perché non possa continuare a esserlo, nonostante l’IA e TikTok.
La letteratura, in definitiva, esiste al di fuori della tecnologia, e quindi
potrebbe essere nella posizione ideale per comprenderla. Potrebbe persino essere
l’antidoto. Forse è più in discussione la qualità della scrittura e lo spirito
critico dei lettori.
Perché, in fondo, scrivi?
Per dare vita a qualcosa. Da giovanissimo ero ossessionato dai vecchi film di
Frankenstein (quelli interpretati da Boris Karloff, e anche altri) e alla fine
ho scoperto che il romanzo era il mio laboratorio dove dedicarmi a questa
scienza pazza. Un corpo costruito con pezzi di ricambio, alcuni riesumati, altri
trovati per caso, altri strappati con crudeltà. Un corpo animato
dall’elettricità del linguaggio, nel bene e nel male.
Come fa a tuo avviso uno scrittore a trovare una “voce” più che imporsi in uno
“stile”? Come può una futile storia, costruita con ingannevoli parole, diventare
viva, vera?
Trovo che i termini “voce” e “stile” (non in senso decorativo) siano
intercambiabili. Per me è tutta una questione di parole e di come vengono messe
insieme. Una buona scrittura ha un suono, e non c’è canzone se non sai cantare.
È una sorta di codice, il modo in cui certe molecole e proteine disposte in un
certo ordine danno origine a un organismo che si auto replica (a pensarci mette
un po’ di paura, vero?). Il soggetto/la storia/la situazione mi vengono sempre
in mente per primi, ma il processo, come un sogno, ha una sua cronologia. Credo
che tutto si riduca alla vecchia dialettica forma/contenuto,
contenitore/contenuto. Raggiungere la sintesi perfetta dei due elementi, rendere
il vino indistinguibile dalla bottiglia, è ancora il Santo Graal.
Che cosa leggi, oggi? Quali sono i libri o gli autori che hanno forgiato la tua
scrittura, che sono stati il tuo campo di addestramento?
Ho iniziato leggendo libri di genere come chiunque (in certa misura, l’horror è
ancora presente nelle mie pagine), pensavo che diventare uno scrittore di
successo sarebbe stato il mio obiettivo. Avevo una vaga idea di che cosa fosse
l’arte (ancora oggi non mi fido di questa parola), ma ho iniziato ad accorgermi
che alcuni libri erano scritti meglio di altri. Fiesta è stato il punto di
svolta, l’unico libro che ho letto tutto d’un fiato. Non proverò a elencare
tutti gli scrittori che considero fonte di ispirazione (alcuni preferisco
tenerli per me), anche se non mi considero particolarmente colto; ho una piccola
biblioteca e cerco di sfruttarla al meglio. Un paio di opere a cui torno
continuamente e che amo moltissimo (ad esempio, DeLillo/McCarthy) sono il
racconto The Pedersen Kiddi William H. Gass e The Life and Times of Captain
N. di Douglas Glover, una sorta di Meridiano di sangue canadese ma a mio parere
migliore. I guerrieri dell’inferno di Robert Stone è una specie di Grande
romanzo americano. Sono debitore verso tutti i racconti di Grace Paley e di Joy
Williams (meno verso i romanzi di Williams, anche se comunque sono di valore, e
lo stesso vale per Flannery O’Connor). Spesso ho letto un solo racconto o una
sola poesia di un autore, ma per me possono avere lo stesso peso di un’opera
completa. L’ineguagliabile rivista letteraria di Gordon Lish, “The Quarterly”, è
stata per me, a lungo, una Bibbia. Il genio di Lish nell’imporre la sua
sensibilità a una così ampia gamma di opere è stato unico (e oggetto di
polemiche) nella storia della letteratura. Forse non è stato gradito da tutti
gli autori di cui si è occupato così brillantemente (vedi Raymond Carver), ma
per me è stata una lezione magistrale sul primato della frase. Potrei elencare
altre influenze, non tutte in prosa, non tutte in narrativa, non tutte
americane, nemmeno tutte letterarie, ma cito alcune delle cose che sto leggendo
ora: La tempesta di Shakespeare; Il barone rampante di Calvino; Float, una
raccolta di opere di vario genere della poetessa/traduttrice/saggista Anne
Carson, stampate in piccoli libriccini contenuti in una custodia di plastica
trasparente e che possono essere letti in qualsiasi ordine; vari testi di
saggistica correlati al libro a cui sto lavorando attualmente.
Che rapporto hai con i libri che hai pubblicato: li guardi come figli o come
corpi ormai a te estranei?
Entrambe le cose, e anche qualcosa di più. Credo di avere un legame particolare
con ogni libro, a volte oggettivo e soggettivo allo stesso tempo. Ad
esempio, Layman’s Report non è il mio romanzo preferito, ma credo sia il più
riuscito. È anche il più ignorato.
…e ora, cosa stai scrivendo?
Senza addentrarmi troppo, il romanzo a cui sto lavorando è, per me, un libro
importante. Se ogni scrittore deve avere il suo Grande Libro, allora questo è il
mio tentativo di portarlo a termine, per quanto maldestro. A volte mi sembra il
mio Grande Errore, il che magari è la prova che ho imboccato la strada
giusta. Sono troppo avanti per non portarlo a termine comunque. Concludo sempre
quello che comincio.
L'articolo “La letteratura è ancora il Santo Graal”. Dialogo con Eugene Marten,
un outsider proviene da Pangea.
Un dannato della vita. Non trovo definizione migliore per riferirmi a Edgar
Allan Poe (1809-1849). La sua fu un’esistenza breve, tormentata, trascorsa tra
il disordine e gli eccessi, segnata da una compagna fedele e inseparabile:
un’angoscia assoluta. Sul piano sentimentale ebbe una vita, per usare un
eufemismo, complessa; il matrimonio, celebrato due volte a distanza di otto
mesi, con una tredicenne che per di più era sua cugina la dice lunga al
riguardo. Però, nonostante, mi correggo, grazie a questo grande guazzabuglio, lo
scrittore americano ci ha lasciato una serie di racconti straordinari. Tra i
tanti il mio preferito resta sempre Un uomo tra la folla, anche perché, secondo
me, incarna nel modo migliore il suo autore. A tutti gli effetti è un
autoritratto di Poe.
Si svolge a Londra ed è la storia di un uomo che, dopo una lunga malattia, esce
per la prima volta e si mette a osservare la folla da dietro le vetrate di un
caffè. Comincia a guardare i passanti prima in modo impersonale, poi a poco a
poco, attraverso i vestiti, il modo di incedere, l’espressione dei volti, cerca
di capire a quale categoria sociale appartengano. A un tratto un vecchio
dall’aspetto cupo e singolare cattura la sua attenzione e, spinto da un bisogno
irrinunciabile di saperne di più su quella figura, l’uomo esce dal caffè e si
mette a seguirlo attraverso le strade della città. Da lì ha inizio una furibonda
cavalcata che dura tutta una notte e una giornata intera, con il vecchio sempre
immerso tra la folla e terrorizzato all’idea di rimanere anche per pochi istanti
da solo. L’inseguimento è tanto assillante quanto vano e terminerà senza nessun
risultato se non la consapevolezza dell’impossibilità di capire il segreto
dell’uomo della folla.
> «Annientato dalla fatica com’ero, al cader della seconda sera, affrontai
> risolutamente lo sconosciuto e lo fissai negli occhi. Ma egli fece la vista di
> non accorgersene. E riprese, d’un subito la sua solenne andatura, mentre io
> rimanevo immobile a guardarlo, e a seguirlo non mi bastava più l’animo.
> ‘Questo vecchio – dissi allora a me stesso – è il genio caratteristico del
> delitto più efferato. Egli non vuole rimanere solo, è l’uomo della folla.
> Sarebbe invano che io continuassi a seguirlo, giacché non riuscirei a sapere
> di lui e delle sue azioni nulla più di quanto egli già non mi abbia fatto
> sapere’.»
Il significato del racconto è evidente: l’impossibilità di arrivare a una vera
conoscenza e testimonia come il percorso della vita sia lungo, tortuoso,
faticoso e ahimé senza alcun risultato perché alla fine non ci sarà nessuna
scoperta della verità. Ma, come tutte le storie di Poe, anche questa è una fonte
inesauribile di riflessioni. Prima di tutto pensiamo a quella smisurata folla, a
tutti gli effetti la vera protagonista del racconto, così opprimente da togliere
il fiato e in mezzo alla quale ci rendiamo tragicamente conto di essere immersi
anche noi ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Proprio come il vecchio del
racconto, tutti sembriamo avere un bisogno coattivo della folla; una condanna
tanto primitiva quanto incomprensibile che ci portiamo sulle spalle come le
lumache con la loro conchiglia. Usciamo al mattino e andiamo al lavoro
incolonnati insieme a una moltitudine di nostri simili; appena abbiamo un
momento libero corriamo a distrarci in luoghi pieni di gente, sia un locale
pubblico, uno stadio o un cinema; quando arrivano le vacanze ci muoviamo tutti
insieme per poi ritrovarci ancora una volta in posti affollati da una
moltitudine di nostri simili. Siamo perennemente nello stesso tempo uomini tra
la folla e uomini sempre più soli, del tutto estranei a noi stessi come agli
altri.
Con il suo racconto Poe dimostra di essere ben consapevole del destino crudele e
beffardo a cui sembra costretta in modo inesorabile l’esistenza umana. Una folle
corsa in fondo alla quale cerchiamo disperatamente di scorgere un barlume di
luce, ma che invece ci vede già condannati in partenza alla sconfitta. Poe parla
al nostro cuore. La sua angoscia non può non essere anche la nostra. A questo
serve la letteratura. Quella vera si intende. Come il protagonista di Un uomo
tra la folla siamo spinti da forze misteriose e a noi del tutto sconosciute a
muoverci, ad agire, a parlare, ad andare sempre avanti senza sosta sotto la
spinta inesorabile della nostra perenne ansia, piccole rotelline di un
meccanismo infernale di cui non riusciamo a capire né l’origine né la fine.
Per tornare alla vita di Poe di cui si diceva all’inizio, va detto che anche la
sua fine fu tragica e misteriosa, avvolta in una imperscrutabile miserevole
grandezza, una scena che sembra uscire da uno dei suoi racconti. La mattina del
3 ottobre 1849 un uomo in preda al delirium tremens venne trovato in una lurida
stanza di un alberghetto da due soldi di Baltimora. Nessuno lo conosceva, venne
trasportato d’urgenza all’ospedale della città dove morì dopo qualche giorno
senza riprendere conoscenza. Le ipotesi sulla causa della morte sono tutto un
programma: cardiopatia, epilessia, sifilide, meningite, colera e, tanto per non
farsi mancare niente, rabbia. Era Edgar Allan Poe, un uomo tra la folla.
Silvano Calzini
L'articolo Edgar Allan Poe parla al nostro cuore: la sua angoscia è anche la
nostra proviene da Pangea.
P er ogni dolore orofacciale c’è una clinica, per ogni clinica c’è una delusione
e una cura e poi di nuovo una delusione; per ogni errore diagnostico c’è
l’aggravarsi del dolore o l’avanzare di un fastidio diverso, nuovo e nuovamente
raccontabile. Pathemata (2025) di Maggie Nelson è la testimonianza di una
malattia per mano ‒ per bocca, cioè ‒ di una scrittrice. Il sottotitolo recita
infatti: O, la storia della mia bocca. Ma se i denti, la lingua, il palato, la
mandibola servono a masticare, triturare, e infine digerire ciò che entra nel
corpo, allora questo è anche il racconto di una disfunzione narrativa: di un
dolore che viene preso a oggetto del libro fin troppo letteralmente; di
un’intossicazione romanzesca. Non è un caso che nel testo di Nelson non si parli
quasi mai di cibo, di ciò che dovrebbe (potrebbe) alimentare quei due corpi che
si sovrappongono continuamente: quello di carne e quello di cellulosa.
In questa collana di patemi e paure ipocondriache, che luccicano come perle o,
meglio, come i denti di un mostro nel buio di una camera da letto, Nelson ci
guida dentro e fuori dalla fessura tra le sue labbra, continuamente: proprio
come se fossimo la sua lingua, i suoi denti, il suo fiato o le sue parole; uno
spiffero, un passaggio, tra le memorie della sua bocca. Facciamo avanti e
indietro senza sosta, tra passato e presente, diagnosi e controdiagnosi, tra
prima e dopo il Covid-19, prima e dopo un sogno movimentato da appuntarsi in
dormiveglia. Il rischio però che il libro possa essere solo o poco più che
testimonianza di un dolore ben localizzato ma inspiegabile resta molto forte.
Specie se lo paragoniamo a Lo sbilico (2025) di Alcide Pierantozzi, un altro
recente testo che parla (al maschile) di malattia, raccontata dal punto di vista
privilegiato e claustrofobico di uno scrittore e che, appunto, molto più che
Nelson, sfida tanto la forma del referto medico quanto quella romanzesca.
> Se i denti, la lingua, il palato, la mandibola servono a masticare, triturare,
> e infine digerire ciò che entra nel corpo, allora questo è anche il racconto
> di una disfunzione narrativa: di un dolore che viene preso a oggetto del libro
> fin troppo letteralmente; di un’intossicazione romanzesca.
Ma basta anche pensare ad altri due titoli, per certi versi ancora più simili a
quello di Nelson: Storia della mia lingua di Claudia Apablaza (2023) e La storia
dei miei denti di Valeria Luiselli (2016). Titoli (e dolori) simili, soprattutto
i primi due, ma su quello di Luiselli in particolare vale la pena soffermarsi: è
infatti un romanzo che utilizza una forte voce narrante, quella di Gustavo
Sánchez Sánchez, “il miglior banditore d’asta del mondo”, per costruire
un’impalcatura romanzesca solida e piena d’inventiva. A partire dai suoi denti
finti, incastonati, appartenuti un tempo a Marilyn Monroe (sic!), La storia dei
miei denti si trasforma infatti in una serie di racconti incastonati tra le
gengive di Gustavo e del lettore, per ricostruire una “collezione dentale” da
battere all’asta come un geniale prodotto da collezione: il lotto 49 di Luiselli
è infatti la dentiera che Gustavo decide di battere come solo un romanziere
potrebbe fare. Sono i denti che la costituiscono ma sono anche i racconti che
animano le pagine del libro: “Se ne avessi parlato come Svetonio narra la vita
dei dodici cesari sarebbe stata tutta un’altra storia. Non racconti falsi, ma
ispirati ad alcuni dei miei scrittori preferiti”. Non stupisce allora che il
titolo del libro di Luiselli corrisponda esattamente a ciò che si trova al suo
interno: storie meravigliose di singoli denti.
Nel libro di Nelson, invece, non c’è affatto questa invenzione e alla parola
“storia” del sottotitolo dobbiamo dare un significato metaforico, probabilmente
metaletterario. Del resto, basta arrivare a p. 12 per capire che anche Pathemata
parla di lingua e di bocca per parlare di altro: nello specifico, del “ruolo
letterale e simbolico della bocca nella vita di una scrittrice”. Proprio nella
sua “lingua”, visionaria e concreta (in una parola, appunto: letteraria),
Pathemata è un libro esile ma “squilibrato, lercio, come una muffa che cresce
sotto il coperchio di un barattolo di marinara”. Un piccolo libro pieno di
pagine che “schizzano dalle crepe” di un corpo pulsante dal dolore e dal piacere
masochistico di provare qualcosa; un corpo che si struscia a terra come Britney
Spears nelle sue performances più disperate, fatte apposta per disgustarci e
sedurci (“è come se una zampa ispida avesse frugato nel mio cervello e avesse
tirato fuori questa macchia di gelatina”). Di una parola che spinge, spinge,
spinge contro i nostri occhi come la lingua della protagonista da bambina
spingeva contro il suo palato.
> Pathemata diventa un libro sul rapporto tra interiorità e assimilazione:
> succede quando uno spazio intimo, domestico e sociale insieme come la bocca
> (per statuto luogo di confine, tra dentro e fuori) diventa giorno dopo giorno
> un’istanza di pericolo e mostruosità; di solitudine, di isolamento sociale.
Ma il fastidio alla mandibola, come ogni dolore profondo e sordo, è anche altro
da sé: in questo caso, è ciò che impedisce l’alimentazione e quindi la
digestione. Pathemata diventa così un libro sul rapporto tra interiorità e
assimilazione: succede quando uno spazio intimo, domestico e sociale insieme
come la bocca (per statuto luogo di confine, tra dentro e fuori) diventa giorno
dopo giorno un’istanza di pericolo e mostruosità; di solitudine, di isolamento
sociale. La domanda che ci pone è, cioè: cosa succede se non sappiamo più
trasformare ciò che ci accade? Se siamo solo bocche che parlano, e non stomaci
che elaborano? Il mostro in camera da letto, suggerisce il libro, potremmo
essere proprio noi. O, dice Nelson, peggio ancora: noi scrittori. Quelli che
continuano a parlare d’altro solo per non dire che non sappiamo più dire. Come
se scrivere fosse ormai solo un atto orale bloccato a metà tra la masticazione e
il rigetto.
La protagonista di Pathemata ha un’amica che dopo aver assunto un farmaco
sperimentale defeca i pasti esattamente come li ha ingeriti: “gli escrementi
uscivano come pasti completi, ogni boccone riconoscibile per quello che era
stato al momento di ingerirlo. Potevi rimetterlo su un piatto e servirlo, mi
dirà”. Ecco la domanda che Pathemata pone con più forza: cosa succede se anche
la scrittura diventa così? Se anche noi abbiamo ingerito un farmaco che ci fa
defecare il dolore così com’è, senza digerirlo? Se raccontiamo solo per
ripetere, e non per trasformare?
Forse la colpa è del Covid: “la pandemia sta uccidendo il caso, la coincidenza,
la sorpresa, lo straniamento ‒ in poche parole, tutte le condizioni che rendono
possibile la magia” (leggi: la scrittura)? E, a onor del vero, la protagonista
ci prova a resuscitare quella magia. Lo fa osservando per una volta
un’interiorità che non sia la sua propria: così, inizia a osservare la
lavastoviglie.
> Esamino i gusci d’uovo rimasti incastrati nel braccio girevole,
> l’imperscrutabile disco d’argento che galleggia all’ombelico della macchina.
> Mi chiedo se potrei rendere interessante la lavastoviglie grazie alla pura
> forza dell’attenzione.
Ma è tutto inutile, dopo una breve fase d’entusiasmo la magia non è ancora
tornata. La scrittrice sa essere solo una mandibola intorpidita, un muscolo
orofacciale paralitico, dei denti che perdono contatto gli uni con gli altri.
La bocca, del resto, non è solo l’organo della parola: è il luogo dove la parola
incontra il limite del corpo. Se i denti sono la parte più dura e affilata,
Pathemata ci ricorda che anche loro si consumano, si spezzano, scricchiolano.
Come la lingua; come la scrittura. Ed è proprio qui, però, che il libro
barcolla: Maggie Nelson resta fin troppo fedele alla sua lingua ‒ precisa,
dolorante ‒ e raramente osa immaginare deviazioni dalla propria traiettoria.
Manca l’invenzione, la storia, che dia al dolore una seconda bocca: insomma, una
lingua che non sia solo ‒ letteralmente ‒ la sua. Proprio qui si gioca il
confine tra vulnerabilità e vittimismo, tra scrittura del dolore e dolore come
alibi per non provare a inventare altro. Inventare, digerire, trasformare. E poi
servire. Sa farlo ancora Nelson? Sanno farlo ancora le scrittrici? E
soprattutto: sappiamo farlo noi?
> Maggie Nelson resta fin troppo fedele alla sua lingua ‒ precisa, dolorante ‒ e
> raramente osa immaginare deviazioni dalla propria traiettoria. Manca
> l’invenzione, la storia, che dia al dolore una seconda bocca: insomma, una
> lingua che non sia solo ‒ letteralmente ‒ la sua.
Eppure, quel ventre sporco ‒ la lavastoviglie ‒ su cui la protagonista riversa
invano per un istante i suoi sforzi poetici, apre a un’altra interpretazione. In
queste “sessantamila battute di cronologia del […] dolore”, infatti, riaffiora
anche un tema laterale ma persistente: la maternità, la creazione, il parto. I
denti parlano anche di questo. La protagonista stessa lo rivela in più punti:
> Provi a non pensare la mia lingua è troppo grande per la mia bocca ma,
> piuttosto, il mio palato è troppo stretto per la mia lingua, ha detto il
> dentista specializzato in taping notturno. […] (Che cos’è poi un palato?) Mi
> ha ricordato di quando i dottori erano preoccupati per le dimensioni del
> bambino nel mio utero.
Il corpo di una scrittrice è sempre troppo o troppo poco. In Pathemata, Nelson è
una bocca, un utero, una figlia (un dentro), che riesce a riprendere contatto
con il suo fuori solo nelle ultimissime pagine, quando cede nuovamente alla
richiesta di una psicoterapeuta che, prima, non aveva voluto affatto ascoltare:
quando, cioè, assume il punto di vista del padre defunto per assolversi dalle
proprie colpe, per sentirsi orgogliosa nonostante questo stallo nella scrittura,
questo fastidio orofacciale. Per tornare insomma madre, scrittrice. Allora, “il
divario tra la mia esperienza interiore e le statistiche esteriori del mio
corpo” (una sorta di Sbilico, in effetti, tra dentro e fuori) non è più un
abisso ma una possibilità narrativa: un principio regolatore, come il respiro di
chi mastica piano o, appunto, la contrazione di un utero in travaglio.
L'articolo Prima digerire, poi raccontare proviene da Il Tascabile.