“La poesia non serve a nulla. Questo è il suo valore più grande”. Scoprendo Mirta Rosenberg

Pangea - Tuesday, January 13, 2026

Ho sempre amato i traduttori che sono anche dei poeti, perché c’è spesso molta poesia – molta fame di poesia – in chi traghetta la parola da una lingua all’altra dovendo dire “quasi la stessa cosa”. Penso alle grandi versioni dei nostri poeti migliori, fra i quali Cesare Pavese, Franco Fortini, Amelia Rosselli, Patrizia Cavalli, Silvio Raffo. Così mi capita spesso di cercare fra i poeti stranieri coloro che hanno anche tradotto, occasionalmente o meno. In questo modo ho scoperto le poesie dell’argentina Mirta Rosenberg. 

Mirta Rosenberg nasce a Rosario nel 1951, il 7 ottobre, data della morte di Edgar Allan Poe, poeta che – appunto – fu tradotto da un altro grande poeta dell’Ottocento, Charles Baudelaire. Gli echi dei poeti che più amiamo si rincorrono attraverso i secoli e rincorrendosi si fanno strada e aprono nuove vie ai poeti che verranno. Mirta Rosenberg è morta nell’estate del 2019. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie ma ha anche tradotto versi di Katherine Mansfield, di William Blake, di Walt Whitman, di Emily Dickinson, di Anne Sexton, di Dereck Walcott, di Marianne Moore, di Hilda Doolittle, di W.H. Auden, di James Laughlin, di Seamous Heaney, di Anne Talvaz e di Louise Glück. Data la mole del suo lavoro di traduzione, ho pensato di tradurre a mia volta qualche sua poesia per i lettori italiani. Spero che le mie versioni siano un passaggio di testimone per altri poeti e traduttori appassionati. 

(Edoardo Pisani)

Mirta Rosenberg (1951-2019)

**

Materia eterea (da Marginados, 2006) 

I bambini sono di gran lunga la mia rivoluzione maggiore. 

Ho orbitato due volte interamente 
come un gravido pianeta 
intorno al sole. Ho scritto nuovi nomi 
su una riga celeste, con inquietudine, 
furia e sedizione. 

Ho brindato in loro onore con altre donne, 
con del whisky e della birra, 
sul pianeta in cui le donne brindano
per le cose che crescono e malgrado esse. 

Felice e sventurata, feci della mia rivoluzione 
una conquista e una ferita aperta 
di quelle volte in cui avevo completato la mia orbita. 

La tengo in fresco perché entri in me,
una certa irriconoscibile aria familiare,
che ora i miei figli emanano
con la più grande naturalezza. 

*

L’origine dell’azione (da Pasajes, 1984)

La passione più forte
                    della mia vita
è stata la paura. 

Credo nella parola 
              (dillo)
e tremo.

*

Poca pazienza (da Marginados, 2006)

Il mio primo amante
aveva il doppio dei miei anni. 

Piccolo di statura,
parlava con dei diminutivi
e preferiva i verbi al condizionale,
le imminenze differite. 

Diceva potremmo stasera, 
piccolina, e non lo facevamo mai,
neppure quella sera, 

mi ha costretto a essere paziente
e ad aspettarmi dal futuro 
cose diverse, piccole e tardive

invece di intonare litanie
per ciò che mai 
saremmo stati. 

*

Una lettera trasformata in cosa (da El arte de perder, 1998)

Sopporto sempre meno, amica mia,
le emozioni e so che a volte ho un’espressione
capace di fare notte a mezzogiorno. 

A ragione credo di ricordare altri giorni 
in cui la sola ombra era 
quella proiettata dagli alberi,
e poi ricordo altre cose. 

Ma in fin dei conti i ricordi sono delle sciocchezze. 

Sono come delle fasciature, mummificano,
e io sono come una mummia
personale: ultimamente prendo
la vita come viene, come il nocciolo
di cui tutto sappiamo appesantisce l’oliva
e le dà un’anima
laboriosamente amara. 

Negli ultimi tempi è morta mia madre,
ma era vecchia. 
Ha cominciato a pensare alla vecchiaia
come chi vaga nella sua personale catacomba
in cui giace la sua mummia personale 
e vede ogni cosa che passa come è. 

Negli ultimi tempi non sono più del tutto me stessa, certo, 
e vedo passare le cose 
e talvolta ne finisco con esse 
come un riflesso di me stessa 
che si blocca nello specchio.

Quasi tutte le cose. 

Sei talmente lontana che ho pensato
di fare un movimento di fondo 
per scrivere una lettera a un’amica. 
Ma in questa tenebra dell’io
non posso chiudere un occhio 
per timore di non vedere il cambiamento
nella forma delle cose

e a poco a poco sono diventata una di queste,
una di queste cose. 

Ho pensato di scrivere una lettera a un’amica
che fosse materia solida fra altre cose 
più inafferrabili o fumose, 
ombre più serie di ciò che ho perso. 

Meno una lettera che una cosa. 
E invece di spedirla ricordarmene
come un cambiamento della cosa,
perché diventi fra noi due, 
la mia amica e io,
materia di metafora. 

*

Da El árbol de palabras (2018)

La poesia fiorisce quando la storia è avversa all’umanità. Massacri, campi di concentramento, regimi totalitari le danno un significato più profondo. La vediamo come una risorsa naturale, parole che sono lì, a portata di mano, per consolarci dell’inconsolabile. 

La poesia non serve a nulla. Questo è il suo valore più grande. Se ha un motivo occulto, un disegno, l’obiettivo di convincere, diventa un pamphlet. 

Il protagonista è il linguaggio, è questo che ci unisce e che ci separa. Animali parlanti, pensanti. La poesia è anche pensiero. 

(traduzioni di Edoardo Pisani)

*In copertina: Magnus Enckell, Ragazzo con teschio, 1893

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