Ho sempre amato i traduttori che sono anche dei poeti, perché c’è spesso molta
poesia – molta fame di poesia – in chi traghetta la parola da una lingua
all’altra dovendo dire “quasi la stessa cosa”. Penso alle grandi versioni dei
nostri poeti migliori, fra i quali Cesare Pavese, Franco Fortini, Amelia
Rosselli, Patrizia Cavalli, Silvio Raffo. Così mi capita spesso di cercare fra i
poeti stranieri coloro che hanno anche tradotto, occasionalmente o meno. In
questo modo ho scoperto le poesie dell’argentina Mirta Rosenberg.
Mirta Rosenberg nasce a Rosario nel 1951, il 7 ottobre, data della morte di
Edgar Allan Poe, poeta che – appunto – fu tradotto da un altro grande poeta
dell’Ottocento, Charles Baudelaire. Gli echi dei poeti che più amiamo si
rincorrono attraverso i secoli e rincorrendosi si fanno strada e aprono nuove
vie ai poeti che verranno. Mirta Rosenberg è morta nell’estate del 2019. Ha
pubblicato diverse raccolte di poesie ma ha anche tradotto versi di Katherine
Mansfield, di William Blake, di Walt Whitman, di Emily Dickinson, di Anne
Sexton, di Dereck Walcott, di Marianne Moore, di Hilda Doolittle, di W.H. Auden,
di James Laughlin, di Seamous Heaney, di Anne Talvaz e di Louise Glück. Data la
mole del suo lavoro di traduzione, ho pensato di tradurre a mia volta qualche
sua poesia per i lettori italiani. Spero che le mie versioni siano un passaggio
di testimone per altri poeti e traduttori appassionati.
(Edoardo Pisani)
Mirta Rosenberg (1951-2019)
**
Materia eterea (da Marginados, 2006)
I bambini sono di gran lunga la mia rivoluzione maggiore.
Ho orbitato due volte interamente
come un gravido pianeta
intorno al sole. Ho scritto nuovi nomi
su una riga celeste, con inquietudine,
furia e sedizione.
Ho brindato in loro onore con altre donne,
con del whisky e della birra,
sul pianeta in cui le donne brindano
per le cose che crescono e malgrado esse.
Felice e sventurata, feci della mia rivoluzione
una conquista e una ferita aperta
di quelle volte in cui avevo completato la mia orbita.
La tengo in fresco perché entri in me,
una certa irriconoscibile aria familiare,
che ora i miei figli emanano
con la più grande naturalezza.
*
L’origine dell’azione (da Pasajes, 1984)
La passione più forte
della mia vita
è stata la paura.
Credo nella parola
(dillo)
e tremo.
*
Poca pazienza (da Marginados, 2006)
Il mio primo amante
aveva il doppio dei miei anni.
Piccolo di statura,
parlava con dei diminutivi
e preferiva i verbi al condizionale,
le imminenze differite.
Diceva potremmo stasera,
piccolina, e non lo facevamo mai,
neppure quella sera,
mi ha costretto a essere paziente
e ad aspettarmi dal futuro
cose diverse, piccole e tardive
invece di intonare litanie
per ciò che mai
saremmo stati.
*
Una lettera trasformata in cosa (da El arte de perder, 1998)
Sopporto sempre meno, amica mia,
le emozioni e so che a volte ho un’espressione
capace di fare notte a mezzogiorno.
A ragione credo di ricordare altri giorni
in cui la sola ombra era
quella proiettata dagli alberi,
e poi ricordo altre cose.
Ma in fin dei conti i ricordi sono delle sciocchezze.
Sono come delle fasciature, mummificano,
e io sono come una mummia
personale: ultimamente prendo
la vita come viene, come il nocciolo
di cui tutto sappiamo appesantisce l’oliva
e le dà un’anima
laboriosamente amara.
Negli ultimi tempi è morta mia madre,
ma era vecchia.
Ha cominciato a pensare alla vecchiaia
come chi vaga nella sua personale catacomba
in cui giace la sua mummia personale
e vede ogni cosa che passa come è.
Negli ultimi tempi non sono più del tutto me stessa, certo,
e vedo passare le cose
e talvolta ne finisco con esse
come un riflesso di me stessa
che si blocca nello specchio.
Quasi tutte le cose.
Sei talmente lontana che ho pensato
di fare un movimento di fondo
per scrivere una lettera a un’amica.
Ma in questa tenebra dell’io
non posso chiudere un occhio
per timore di non vedere il cambiamento
nella forma delle cose
e a poco a poco sono diventata una di queste,
una di queste cose.
Ho pensato di scrivere una lettera a un’amica
che fosse materia solida fra altre cose
più inafferrabili o fumose,
ombre più serie di ciò che ho perso.
Meno una lettera che una cosa.
E invece di spedirla ricordarmene
come un cambiamento della cosa,
perché diventi fra noi due,
la mia amica e io,
materia di metafora.
*
Da El árbol de palabras (2018)
La poesia fiorisce quando la storia è avversa all’umanità. Massacri, campi di
concentramento, regimi totalitari le danno un significato più profondo. La
vediamo come una risorsa naturale, parole che sono lì, a portata di mano, per
consolarci dell’inconsolabile.
La poesia non serve a nulla. Questo è il suo valore più grande. Se ha un motivo
occulto, un disegno, l’obiettivo di convincere, diventa un pamphlet.
Il protagonista è il linguaggio, è questo che ci unisce e che ci separa. Animali
parlanti, pensanti. La poesia è anche pensiero.
(traduzioni di Edoardo Pisani)
*In copertina: Magnus Enckell, Ragazzo con teschio, 1893
L'articolo “La poesia non serve a nulla. Questo è il suo valore più grande”.
Scoprendo Mirta Rosenberg proviene da Pangea.
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La mia edizione dei Racconti brevi e straordinari è stata stampata da Franco
Maria Ricci nel 1973, nella collana “La biblioteca blu”. La copertina – azzurra,
elegantissima, verticale – reca un centauro come stemma. È un centauro
particolare: ha due zampe e le braccia incrociate; è un centauro-Pan, un
centauro fenicottero. Ho ricevuto il libro – insieme ad altri di Franco Maria
Ricci –, tempo fa, da Nicola Crocetti, l’editore, “un titano dietro la sua
immagine pubblica inesistente”, come scrive Aldo Nove in Inabissarsi (il
Saggiatore, 2025), tanto per restare in ambito mitologico.
In origine, Racconti brevi e straordinari esce nel 1953, a Buenos Aires: compito
degli autori, Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, è quello di riassumere il
genio della letteratura universale in poco più di cento pagine.
> “Osiamo pensare che l’essenziale della narrazione si trovi in questi brani; il
> resto è episodio illustrativo, analisi psicologica, felice o inopportuno
> ricamo verbale”.
JLB e ABC antologizzano una novantina di racconti: sono pochi quelli che
superano la pagina. I due aggettivi che onorano la raccolta
– brevi, straordinari – non sono esornativi: segnalano lo stigma di una poetica.
Nella brevità – che non vuol dire concisione bensì: solleticare l’ambiguo,
ambire all’oracolo – si celebra uno stile; lo straordinario esplicita il tema.
La letteratura si occupi di stordire l’ordinario, di disarmare il noto.
Tra i racconti lì antologizzati – con la fantomatica idea di creare, come
sempre, il “libro dei libri” – ce ne sono alcuni di autori notissimi (Kafka,
Hawthorne, Poe, Stevenson, Paul Valéry), altri di autori meno noti o inattesi
(Arthur Machen, Henri Michaux, Max Jacob, Virgilio Piñera); certuni non sono
nemmeno scrittori, dacché la vera letteratura alligna dove non credi che possa
essere. Come sempre, Borges guarda, col suo fare rabdomantico, a Oriente e tra
mistiche fumisterie; così, sono incardinati in questa raccolta scatenata, gli
apoftegmi di Chuang Tzu, le storielle ebraiche riferite da Martin Buber, certe
favole tratte dal Pañcatantra, celebre novelliere indiano. Non mancano testi
dalle Mille e una notte e dall’oceano della tradizione islamica. Uno degli
sketch più affascinanti, Un mito di Alessandro – che racconta la vita oscura di
Alessandro Magno, tra il magma mongolo, nelle distese dell’Asia – è ascritto ad
Adrienne Bordenave, uno scrittore inesistente.
Il libro, naturalmente, esiste in una versione più recente, stampata da Adelphi
nel 2020, a cura di Tommaso Scarano; io, ostinatamente, mi riferisco a quella di
Franco Maria Ricci – stampata più di cinquant’anni fa pare uscita dai
torchi oggi – tradotta da Gianni Guadalupi.
Uno dei Racconti brevi e straordinari più lunghi e inquietanti s’intitola Il
treno. Racconta di un bambino sul “solito treno del tardo pomeriggio”, che,
fermata dopo fermata, vede letteralmente scorrere la sua vita. Nel viaggio, il
bimbo cresce, si sposa, fa figli, seppellisce la moglie, invecchia. È un
racconto assurdo, circolare; infine, l’uomo – il protagonista del racconto e
colui che lo racconta – scopre che il palazzo della “Compagnia Assicurativa” per
cui lavorava è stato “demolito da tempo”: al suo posto spicca “un edificio di
venticinque piani”. L’uomo sceglie di gettarsi dall’ultimo piano di
quell’edificio: “caddi sulla chioma di un albero frondoso, che aveva foglie e
rami di fico ovattato. La mia carne, che stava per sfracellarsi, si disperse in
ricordi”. L’ultimo ricordo ritrae l’uomo, ancora bimbo, che deve “far compere
per incarico di mia madre”: è il punto dove il racconto inizia. Dunque, si può
narrare una vita in un paio di pagine, è possibile inscatolarla in un vagone.
Il racconto è stato scritto nel 1946 da un tale che si chiama Santiago Dabove.
Le notizie riguardo a Santiago Dabove sono talmente scarse che si potrebbe
supporre sia una creatura fittizia, inventata lì per lì da Borges. Da ciò che si
sa, Dabove è nato nel 1889 – dieci anni prima di Borges, a Morón, alla periferia
di Buenos Aires; lì è morto nel 1951. Si ignorano il giorno e il mese di nascita
di Dabove. Egli pare in effetti un uomo immobile, come un cannone astronomico
puntato sempre sulla stessa stella. In un’intervista rilasciata a “Cabalgata”
nel novembre del 1946, Borges dice, tra l’altro, che “la pubblicazione in un
unico volume degli straordinari racconti fantastici di Santiago Dabove, fino ad
ora dispersi, sarà un evento memorabile per la letteratura argentina”. È
interessante che ricorra, con altri effetti, l’aggettivo straordinario.
Il volume uscirà diversi anni dopo, dieci anni dopo la morte di Dabove, nel
1961. S’intitola La muerte y su traje, edito da Alcándara: nella lunga
introduzione Borges racconta di quando lui, il suo amico Macedonio Fernández e
Santiago Dabove progettarono un libro scritto a sei mani; si sarebbe
intitolato L’uomo che diventerà presidente, raccontava di un gruppo di
sefirotici ribelli che vogliono prendere la Casa Rosada, rovesciando il governo
argentino. Si rievocano, un poco, le atmosfere de I demoni di Dostoevskij e
de L’agente segreto che dei romanzi di Joseph Conrad è il più eccentrico e forse
il meno riuscito. Naturalmente, di quel libro catastrofico non fu scritta
neppure una riga: fu ideato dai tre alla Perla del Once, dov’erano soliti
trovarsi, uno dei mitici café di Buenos Aires; nel nono capitolo del romanzo,
così dettava lo schema, Borges doveva essere ucciso.
Perché Santiago Dabove non ha mai voluto pubblicare i propri racconti in vita?
Perché ha scritto così poco (una manciata di testi che occupa a mala pena
centoventi pagine)? Chi era davvero Santiago Dabove? Non può che affascinarci la
vita di un uomo che ha, con costanza militare, cancellato le tracce di sé: che
ha vissuto per scomparire. “Dare frutto”, forse, è un monito che vale per la
vita interiore, per la vita invisibile: è dentro di noi che devono crescere
giardini, boschi, foreste; l’applauso, la fama, l’ostinata ostentazione fanno
avvizzire chi siamo. Forse Borges mirava in Santiago Dabove ciò che intimamente
avrebbe voluto essere. Un uomo che ha il coraggio di annientarsi, lasciando ad
altri le esigue tracce di un’opera minima, tesa alla lama e al sussurro.
Tra i racconti di Dabove, il più noto è senza dubbio Ser polvo, “Essere
polvere”. La trama è semplice: un uomo, afflitto da implacabile nevralgia del
trigemino, roso da diversi medicinali, è a cavallo, “come sempre, percorrendo i
quaranta chilometri che separavano i paesi che visitavo con maggior frequenza”.
Nei pressi di un cimitero abbandonato, cade. Segue la drammatica, lenta, lunga,
letale trasformazione dell’uomo in un fico d’India. Potremmo descrivere Ser
polvo come un racconto ‘kafkiano’, peccando in didascalia. C’è qualcosa di
trionfante e di atroce nella descrizione di un uomo che viene inglobato dalla
terra, fino a farsi radice – qualcosa di funesto che continua ad agire nei
nostri incubi. Come uno che per scacciare un’ape, ne attiri, per irradiazione
d’ira, l’intero sciame. Ciò che pare luce, in verità, è lo scintillio dello
stiletto.
> “…non importa quanto valore diamo all’azione, alle scelte, all’andare degli
> esseri umani; nella maggior parte dei casi, essi si muovono, camminano,
> vengono, vanno in un’infinita filiforme prigione. Chi ha come orizzonte le
> quattro sperimentate mura della propria casa non è diverso da chi percorre
> ogni giorno certi sentieri per svolgere gli stessi compiti, in circostanze
> diverse. Tutta questa fatica non vale il bacio pattuito tra il vegetale e il
> sole”.
Nella “vita immobile, egoista” del vegetale Santiago Dabove ravvisava la propria
– in vita, decise di diventare un vegetale. Essere polvere è incorporato da
Borges, Silvina Ocampo e dal solito Bioy Casares, nella strepitosa Antologia
della letteratura fantastica, che assembla testi di Ryunosuke Akutagawa e di
Gilbert Keith Chesterton, di Léon Bloy e di Julio Cortázar, di Lord Dunsany e di
Elena Garro, di James Joyce e di Maupassant. Secondo Borges, Dabove era uno
scrittore eccezionale.
Introducendo una nuova edizione de La muerte y su traje, Horacio Salas, poeta e
saggista argentino tra i più riconosciuti del suo tempo, morto nel 2020, ci
offre, tra le ombre, qualche squarcio sulla vita nascosta di Dabove.
> “Alla scrittura preferiva – almeno, così dice chi lo ha frequentato – le gioie
> della conversazione, un genere letterario (o semi-letterario) che ricorda la
> costruzione di castelli di ghiaccio o di sabbia, lavorati per ore con
> artigiana pazienza, che iniziano a crollare non appena li si è compiuti.
> L’ormai mitico Macedonio Fernández, Santiago Dabove e il fratello, Julio
> César, formarono un gruppo denominatosi ‘Triquia’ che si riuniva (come
> raccontò Hugo Loyácono al “Cronista Comercial” il 29 novembre del 1975) in una
> stanza sul retro della casa dei Dabove, a Morón. Lì, alla luce tremolante di
> una candela, quasi che le ombre potessero facilitare i meccanismi della mente
> a muoversi tra labirinti metafisici, i tre chiacchieravano per ore su certe
> frasi di Schopenhauer, sull’idealismo di Berkeley, a cui Macedonio aderiva con
> fervore, sull’empirismo di Hume”.
Di questa testimonianza – che incolla testimonianze di testimonianze – dobbiamo
conservare due dettagli: Dabove aveva un fratello; Borges era escluso da questo
circolo esclusivo. Naturalmente, l’unico libro di Dabove non è ristampato da
anni – mira a svanire.
Tutti i racconti di Dabove afferiscono – scrive Salas – alla morte, conferiscono
a chi li legge una sorta di sinistra immortalità. In El experimento de Varinsky,
Dabove sembra riscrivere Poe: si racconta di un giovane medico che tenta di
riportare in vita un assassino suicida, per estorcergli l’estrema confessione.
Forse Borges invidiava Dabove tanto quanto lo amava. Alla voce di Santiago
Dabove, infatti, Borges fa risalire il più atroce dei suoi racconti. L’intrusa,
il racconto che apre Il manoscritto di Brodie, racconta di due fratelli, i
Nilsen, probabilmente di origine danese o irlandese, che si dividono una donna,
Juliana Burgos. “Carnagione scura, occhi a mandorla”, questa donna, di efficace
bellezza, è trattata come “una cosa”: un giorno uno dei fratelli, Cristián,
vende Juliana a un bordello; salvo riprenderla, perché “quel mostruoso amore”
non può estinguersi. Infine, questa donna che senza far niente se non cedersi a
entrambi sta radicando separazione tra i fratelli, viene uccisa. Cristián e
l’altro, Eduardo, “si abbracciarono, quasi piangendo. Adesso li univa un altro
legame: la donna tristemente sacrificata e l’obbligo di dimenticarla”. La storia
di questi due opposti di Caino e Abele si svolge “nel distretto di Morón”, il
paese di Dabove, e da “Santiago Dabove, l’ho saputa”. Forse in questo racconto,
dall’epigrafe enigmatica – si accenna a un “Secondo libro dei Re, 1, 26”, ma il
primo capitolo del secondo libro dei Re ha soltanto sedici versetti – Borges fa
riferimento a un segreto celato dai fratelli Dabove, forse la nostra mente
maligna perversioni dov’è soltanto dedizione, forse siamo fatti per torcere
l’innocenza in indecenza, tale è l’incuria chiamata uomo.
Nel Prologo al Manoscritto di Brodie, Borges, con inedita facondia, denuncia le
proprie opinioni politiche:
> “mi sono iscritto al partito conservatore, il che è una forma di scetticismo,
> e nessuno mi ha mai chiamato comunista, nazionalista, antisemita, partigiano
> di questo bandito o di quel tiranno. Credo che un giorno meriteremo che non ci
> siano governi”.
Ottimo proposito in tempi di riarmo: decine di migliaia di anni di Sapiens e
siamo ancora qui a giocare a chi lo ha più lungo.
Il manoscritto di Brodie, così denuncia il suo geniale autore, è stato scritto
in onore di alcuni racconti giovanili di Rudyard Kipling: “ho pensato che ciò
che ha concepito e eseguito un ragazzo geniale possa essere imitato senza
immodestia da un uomo sulla soglia della vecchiaia, che conosce il mestiere”. Il
mio amato Kipling… Dopo tanto peregrinare tra le ombre, non mi resta che
inseguire Shere Khan, la regina delle tigri, o farmi da lei inseguire, a patto
di farmi succulenta preda – che tutto termini per azzanno e per azzardo,
nell’alloro di un morso.
L'articolo Intorno a Santiago Dabove, lo scrittore invidiato da Borges che
decise di diventare albero proviene da Pangea.