“Arti applicate… arti decorative… arti minori… Io non vedo differenze. L’arte è
arte. Cosa significa ‘applicate’? È solo uno degli aspetti dell’arte, uno dei
tanti. C’è chi dipinge, chi costruisce sedie e chi le studia… Una volta Roberto
Longhi, col quale mi laureai in Storia dell’arte a Firenze, vedendomi arrivare
mi disse: ‘Ah, ecco quello che studia le seggiole’. Sì, e allora? Non c’è niente
di male a studiare le seggiole… Nella mia vita mi sono occupato di tante cose.
Di arredi francesi, di mobili italiani, di mosaici, di pietre dure… Per me
l’approccio è sempre stato lo stesso. Che si tratti di un dipinto o di mobile,
lo devi guardare e studiare allo stesso modo. Di quell’oggetto, di quel
manufatto – di quell’opera d’arte – devi capire quello che si sa, come lo si sa
e che cosa significa. ‘Arti applicate’ cosa vuol dire? Che si applica a che
cosa? Penso che il termine ‘decorative’ sia più giusto. L’oreficeria, le
ceramiche, i vetri, gli smalti, i mobili… Sono tutti oggetti che decorano la
casa, che l’arredano. ‘Applicate’… Ma perché? Anche quando fai un quadro ti
applichi… E cosa significa ‘minore’? Dipende da com’è il quadro e da com’è la
sedia; non necessariamente qualcosa è per statuto inferiore o superiore. Ci sono
opere di pittura e scultura molto banali, e d’altra parte tessuti o vetrate che
sono capolavori. Allo stesso modo, per quanto riguarda lo studio della storia
dell’arte, si possono dire cose molto serie su oggetti considerati ‘minori’,
così come si possono dire cose molto stupide su Tiziano. L’oggetto che studi può
essere importante o no: quello che conta è come lo vedi e come lo fai capire
agli altri. Che poi un dipinto di Rembrandt sia più importante di una sedia
stile Impero è possibile, non l’ho mai negato. Ma stabilire una gerarchia a
prescindere tra la pittura e l’ebanisteria, è pretestuoso. E questo vale anche
dal punto di vista della critica. Poi, certo: il fatto che un quadro o una
statua abbiano come fine solo il godimento estetico mentre una sedia o un tavolo
abbiano anche una utilità, è qualcosa di importante; non c’è dubbio. Ma il fatto
che una sedia o un tavolo abbiano una utilità non significa che non possano
essere anche un’opera d’arte. E poi: come si decide che un oggetto è bello o non
lo è? Il gusto cambia ogni cinque anni, dieci anni. Non solo cambia il gusto del
tempo. Anche il gusto personale. Non sempre quello che tu trovi bello e
importante a vent’anni continuerai a trovarlo bello anche a trenta o a
cinquanta. O a novanta”.
Novant’anni anni, nato a Santiago di Cuba nel 1936, discendente di un’influente
famiglia locale – il padre fu Ministro della Cultura di Fulgencio Batista poco
prima della rivoluzione cubana: “morì nel 1952 quando avevo 16 anni” – lunghi
viaggi fra Stati Uniti e Europa, dove si stabilì al momento della presa del
potere di Fidel Castro decidendo di non fare mai più ritorno nel proprio Paese,
studi universitari a Firenze dove fu allievo di Roberto Longhi, e poi – dal
1971, senza più abbandonarla – Roma, dove era arrivato la prima volta nel 1955
(“Perché ho deciso di vivere qui? Perché è la città più bella che esista”),
Alvar González-Palacios, naturalizzato italiano ma con un elegante e ostinato
accento cubano, con i suoi libri ha offerto uno dei contributi più importati
sulla storia delle arti decorative, con una predilezione per l’area italiana,
francese e spagnola. Titoli: Il tempio del gusto (1984), Il gusto dei
principi (1993), Arredi e Ornamenti alla corte di Roma (2004), Nostalgia e
invenzione: arredi e arti decorative a Roma e a Napoli nel Settecento (2011).
Sguardo disincantato, occhio affilato, autoironico, raffinato connoisseur e
storico dell’arte, professore e collezionista, González-Palacios è un
intellettuale e un uomo di mondo che, girandolo, ha conosciuto tutti i grandi
collezionisti e antiquari del Novecento, e poi artisti, studiosi, direttori di
museo, miliardari e gentildonne, editori, mecenati, aristocratici… da Federico
Zeri a Jean Paul Getty, da Umberto Allemandi a Mario Praz, da Harold Acton a
Vittorio Cini, da Jean-Michel Basquiat a Costantino Bulgari, da Madelaine
Castaing a Bernard Berenson, da Alberto Arbasino a Peggy Guggenheim, da Liliane
de Rothschild e Anthony Blunt… Pezzi di storia e pezzi d’arte. Una vita fuori
dall’ordinario, fra Bellezza e Bizzarria, alla ricerca di una risposta alla
domanda: ‘Che cos’è il gusto nell’arte e nella vita?’. E qual è la risposta?
“Forse il duende di cui parla Federico García Lorca, una forza misteriosa che
possiede l’artista, un qualcosa che qualcuno ha e moltissimi non hanno. Un
incanto misterioso, una qualità ineffabile. Qualcosa che è ovvio quando manca,
ma può sfuggirci quando c’è davvero”.
Un dono che può possedere solo l’artista o anche l’artigiano?
“Le arti sono state spesso distinte in maggiori e in minori, specialmente in
Italia, forse a causa di una cultura idealista che da noi ha resistito più a
lungo che in altri Paesi. Penso che tutti gli aggettivi usati per spiegare le
arti siano spesso inutili. Forse il meno offensivo è ‘arti decorative’, quello
spregiativo ‘arti minori’. Chi stabilisce che un oggetto è un’opera d’arte con
la maiuscola o con la minuscola? Dividere l’arte fra grande arte e piccola arte
è una presunzione. Il fatto che un artista sia un grande artista, per esempio un
grande scultore, non significa che non sappia fare un bel disegno. In molti casi
lo sa fare benissimo. Mobili, pietre, marmi, gioielli: tutto può fare parte
dell’arte. Non perché è un mobile non deve essere arte. È come è fatto quel
mobile che lo fa essere un’opera d’arte o meno. Io mi sono specializzato in
questo ambito perché quando ero giovane, sono arrivato in Italia e dovevo
guadagnare per vivere, ero un esiliato. Ho iniziato ad occuparmi di primitivi
toscani verso i quali, a un certo punto, fra Settecento e Ottocento, in Italia
si assistette alla nascita di un grande interesse collezionistico. Poi mi sono
avvicinato ad Ambrogio Lorenzetti e il suo tempo; e, con lo stesso impegno, con
lo stesso sguardo e con lo stesso rigore scientifico che si applica all’analisi
di una scultura, di un edificio o di un dipinto, mi sono dedicato a cose
apparentemente più facili, per alcuni banali, cioè gli oggetti. Ad esempio i
mobili di Giuseppe Valadier, architetto, orafo e argentiere fra i più importanti
del periodo neoclassico; e mi sono specializzato in pietre dure, soprattutto
delle collezioni reali spagnole, e poi negli orologi e nei bronzi… Insomma, mi
sono occupato un po’ di quello che mi piaceva, un po’ di quello che mi
chiedevano. Ma la mia scelta non dipendeva da ciò che era considerato più o meno
importante nel mondo degli studi, ma dal fatto che pochi studiosi se ne
interessassero in Italia. Molti miei amici, in Francia o Inghilterra, si
occupavano anche di oggetti ai quali qui, per non dispiacere a Longhi, nessuno
voleva avvicinarsi; e io ho detto ‘Se lo fanno loro, perché non lo dovrei fare
io?’. Io davvero non vedo che cosa ci sia di male a occuparsi di una sedia.
Solo, bisogna vedere che sedia è. Ad esempio, Andrea Brustolon, un veneto che ha
vissuto fra Seicento e Settecento, ha realizzato delle sedie e delle poltrone
piuttosto straordinarie. Ripeto: tutto dipende da come uno guarda le cose. Non
bisogna cadere nei pregiudizi. Lo stesso vale se consideriamo il rapporto tra
artigiano e artista. Quando un artigiano diventa un artista? Semplicemente
dipende da quello che fa. Ci sono artigiani che sono artisti e artisti che non
sono artigiani, perché non sanno fare le cose bene. L’artigiano è chi fabbrica
degli oggetti, ma lo fa in una maniera che non arriva alla grande arte, cioè
senza originalità, e allora resta un operaio. Perché si possa parlare di
artista, invece, occorre che ci sia una dose di immaginazione e di invenzione
che la persona media non ha. Se tu fai un mobile e lo fai uguale ad altri
trenta, allora non è un’opera d’arte, è un oggetto seriale. Se invece crei una
linea diversa, lo decori, lo orni in una maniera nuova, come nessuno lo ha fatto
prima, allora è arte. Pensiamo ad André-Charles Boulle, vissuto a Parigi fra
Seicento e Settecento, un ebanista, ma anche scultore, cesellatore e decoratore,
famoso per una sua tecnica particolare nella lavorazione dei mobili. Lui ha
inventato uno stile. Un genio assoluto, pur essendo innanzitutto un artigiano.
Aveva una capacità manuale strepitosa nel modellare il bronzo e il legno, tanto
che le sue sedie non si possono confondere con quelle di nessun altro. Aveva un
dono, qualcosa di divino, una inclinazione particolare che alcune persone hanno
e altre no. È il colmo dell’ingiustizia, lo so, ma è così. Voglio dire che ciò
che differenzia un oggetto normale da un oggetto d’arte è il grado di perfezione
che si raggiunge nella sua realizzazione. E i due estremi sono il capolavoro e
la banalità. Vede quel mobile che è dietro di lei? Direi che non è un oggetto
banale… È d’accordo?”.
Dietro di noi c’è un mobile con cassetti decorati in pietre dure, del tardo
Seicento – una cosa affatto banale, diciamo meravigliosa… – probabilmente uscito
dalla Galleria dei Lavori istituita a Firenze nel 1588 dal Granduca Ferdinando I
de’ Medici e che poi nell’Ottocento prese il nome di Opificio delle Pietre Dure.
Per il resto, la casa di Alvar González-Palacios, un appartamento nel centro di
Roma, a Palazzo Caetani, dove la finestra della camera degli ospiti guarda il
Vittoriano e quella della sala da pranzo s’affaccia su Largo Argentina, è un
labirinto di stanze stracolme di opere d’arte e di oggetti. Dipinti di
scuola bolognese del tardo Seicento, porcellane cinesi, antichi vasi romani (“Ma
non sono di fattura così pregevole…”), in camera da letto tre pannelli dipinti
su tela (“Tardo Settecento piemontese, li acquistai in un mercatino delle pulci
a Parigi, ma era una serie di sei, da allora continuo a cercare gli altri
pezzi”), una consolle in legno e alabastro, una angoliera inglese a chinoiserie,
in bagno antiche mattonelle persiane murate nelle pareti, e poi bronzi,
tavolini, lampade (“Ogni pezzo è una scelta precisa, tenendo conto dei miei
mezzi, che sono stati sempre limitati; i miei gusti in verità implicherebbero
una quantità di denaro che non avrò mai…”), e poi miniature, disegni, dodicimila
volumi, due grandi librerie (“Le ho disegnate io”), e ancora lacche, stampe,
sculture. Opere di artisti minori e pezzi di alto artigianato.
“Gli artisti nel corso della storia spesso hanno sfruttato gli abili artigiani.
È sempre successo. Ma come un artigiano può essere un artista, così un artista
può essere anche un grande artigiano. Una cosa non esclude l’altra.
Michelangelo, ad esempio, è stato anche un grande artigiano. A qualcuno il
termine ‘artigiano’ riferito a Michelangelo non piacerà; ma resta il fatto che
pochi altri nel corso dei secoli hanno saputo lavorare il marmo come lui; e che
ha saputo disegnare come pochissimi altri come lui. La verità è che un grande
artista, se non è anche un bravo artigiano non funziona. Come fai, se no, a
creare un’opera d’arte? Devi essere bravo anche manualmente; non basta solo
l’idea; anche se è altrettanto vero che se non hai una buona idea, non avrai mai
una vera opera d’arte”.
Ma un artista può anche non saper fare delle cose, non saper usare gli strumenti
dello scultore o del pittore e essere comunque un artista riconosciuto da tutti.
Un artista concettuale, per esempio.
“Ma non è detto che lo resti. Vedremo. Oggi la critica pensa così, fra cinque
anni magari cambia idea. Non basta un giorno per fare un grande artista. Qui
siamo nel campo delle mode. Uno può essere molto amato in un certo momento e
qualche anno dopo sparire. Non per ingiustizia, ma perché cambia il
gusto. L’arte non è mai uguale. Quello che piace oggi non sarebbe piaciuto nel
1950 e non è detto che piacerà allo stesso modo nel 2050. L’oggi dura solo 24
ore. Poi finisce. La moda e il gusto distruggono tutto o lo esaltano. Il punto è
che a volte guardi le cose superficialmente, poi le riguardi e noti particolari
e aspetti che ti erano sfuggiti. Bisogna essere sempre disposti a cambiare le
proprie idee, a migliorarle, ad affinarle. Non è mai tutto definitivo. Certo,
andare contro il proprio gusto – tenendo per buono che lo si abbia – non è
facile. E non bisogna cedere alle mode”.
Il design è una moda?
“Il design? Che cos’è il design? È solo un modo come un altro di indicare quello
che si è sempre chiamato ‘disegno’. Non è un’invenzione della modernità. Design
– anzi, ‘desàin’ come si dice qui – è una parola che si riferisce alle cose
fatte per secoli con una matita su un pezzo di carta. Qualcosa che esiste da
sempre; solo che si chiamava il disegno. Infatti a Firenze c’è l’Accademia del
Disegno. Il design sembra che sia una cosa nata negli anni Venti del Novecento e
che prima non esisteva. Ma quando mai? Qualsiasi artista prima di fare una cosa
deve per forza fare un disegno, o no? Se nel Medioevo un magister
operis progettava una torre, per prima cosa faceva un disegno. Se nel
Rinascimento un architetto progettava una cupola, prima faceva un disegno. Se
nell’Ottocento un artista costruiva un mobile, prima faceva un disegno… Non c’è
altro modo di fare le cose. È sempre stato così e lo sarà sempre. Oggi, ad
esempio, nelle aziende automobilistiche c’è un creativo, un artigiano, un
artista o un designer che parte da un disegno originale, innovativo, che non si
è mai visto prima, sulla base del quale realizzare un’automobile con una sua
linea unica e inconfondibile. Domanda: può anche un’automobile essere un’opera
d’arte? Sì, certo che può esserlo, anche se dopo che si sono fatte tre macchine
una copiata dall’altra la cosa non funziona più. E allo stesso modo nel
Settecento c’era un disegnatore, o un artigiano, o un artista – non esistevano
ancora i designer – che partiva da un disegno originale, innovativo, che non si
era mai visto prima, sulla base del quale realizzava una carrozza con una sua
linea unica e inconfondibile. Domanda: può anche una carrozza essere un’opera
d’arte? Sì, certo che può esserlo. E io le ho viste. Una automobile, una
carrozza, un bicchiere. Sono esattamente la stessa cosa. E tutto parte sempre da
un disegno. Cambia la moda, cambia il modo di vedere quegli oggetti, cambiano i
gusti; ma il processo è il medesimo. Si chiama arte”.
Luigi Mascheroni
**
S’intitola “Applicazioni/Applications”, ed è il nuovo numero, che esce in questi
giorni, della rivista “La Biennale di Venezia”, uno dei prodotti editoriali più
affascinanti apparsi in Italia negli ultimi anni. Tornata a nuova vita nel 2024
(dopo 53 anni di silenzio editoriale) per volontà di Pietrangelo Buttafuoco,
Presidente della Biennale, e Debora Rossi, direttrice dell’Archivio storico, la
rivista è oggi diretta da Luigi Mascheroni. Ha cadenza trimestrale, è
internazionale e monografica: ogni numero è dedicato a un argomento che viene
declinato nei diversi ambiti di interesse della Biennale (arte, architettura,
cinema, danza, musica, teatro, moda), ma anche letteratura, scienze, filosofia…
«La Rivista è una delle attività che prendono forma dal nostro Archivio
storico», spiega il Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. «Il
patrimonio che custodisce la memoria dell’Istituzione, composto da documenti,
fotografie, video, manifesti, rassegne stampa e molto altro, si trasforma in
materia viva per progetti editoriali, mostre, percorsi di ricerca e produzioni
speciali». Il numero “Applicazioni/Applications”, in particolare, esplora il
rapporto tra le nuove forme della creatività e indaga i diversi modi in cui
l’arte entra nella quotidianità al tempo della sua inconsapevolezza: quella di
essere arte. Fra design e società, artigianato e industria, cultura materiale e
digitale. Tra i contributi di questo numero, quello di Lilli Hollein, direttrice
del MAK, il Museo di Arti Applicate di Vienna; di Brendan Cormier, curatore del
Victora and Albert Museum di Londra; dell’architetto danese Bjarke Ingels; di
Julio Luzán, che mette in luce il dialogo tra saperi artigianali e innovazione
tecnologica nella creazione degli effetti speciali nell’industria
cinematografica; e del regista e artista Julian Schnabel.
Qui pubblichiamo in anteprima l’intervista di Luigi Mascheroni allo storico
dell’arte Álvar González-Palacios.
*In copertina: Álvar González-Palacios; photo Lorenzo Castore per La Biennale di
Venezia, 2025
L'articolo “Anche un bicchiere può essere un’opera d’arte”. Dialogo con Alvar
González-Palacios, fra Bellezza e Bizzarria proviene da Pangea.
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Finito il servizio di leva sono partito per Londra, senza pensarci troppo e con
pochissimi soldi in tasca, soldi che mi sarebbero bastati per appena un paio di
settimane, poi si trattava di guadagnarli in qualche modo, e allora pulizie in
un albergo, barista in un locale gestito da italiani all’interno di uno dei
tanti parchi della città, ricavando quel tanto che bastava per l’affitto
salatissimo di una stanza, finendo, di settimana in settima, sempre più in
periferia con la speranza di pagare meno e trattenere qualcosa per sopravvivere
più decentemente.
Sarà stato il secondo giorno di permanenza nella capitale inglese quando,
passeggiando per le vie del quartiere residenziale dove mi ero appoggiato
inizialmente in casa di amici italiani, arrangiandomi con un materasso gettato
sul pavimento, mi sono imbattuto in un corpo riverso a terra. Un uomo, avrei
detto di mezza età, con in dosso un pigiama a righe. Il volto era
irriconoscibile, perché la faccia era schiacciata sul marciapiede; gli arti
avevano assunto una posizione innaturale, disarticolata, come se le ossa si
fossero staccate dal corpo, o non fossero più necessarie a reggere l’intera
struttura.
Era una giornata soleggiata, tirava appena un filo di vento che ondulava la
chioma di capelli folti e lisci dell’uomo che si era gettato dalla finestra di
una stanza d’hotel. Doveva essere successo da pochissimo, perché erano accorse
appena un paio di persone già con il telefono in mano probabilmente per chiamare
polizia e ambulanza. Sono rimasto solo qualche secondo a guardare quel corpo
senza più forma sdraiato a terra, fissandomi sulla grossa ferita che aveva sulla
testa, una macchia di sangue viva dovuta all’impatto che gli aveva strappato dal
cranio una ciocca di capelli. Quella ciocca, intera, incollata a un grumo di
sangue, stava galleggiando a pochi passi dal cadavere, quasi fosse una parte del
corpo che defluiva e andava a disperdersi, come fosse la sola cosa viva che
tornava a mischiarsi nel mondo – una traccia, un segno.
A quell’episodio, a quel corpo, negli anni, ho ripensato tante volte. È la prima
immagine che ho avuto di Londra. Certo un’immagine per niente rassicurante ma
che col tempo si sarebbe mischiata ad altre, come a comporre una rete di
significati. Incontrare quel corpo, assistere a quel dramma, era stato soltanto
un caso, ma non so per quale ragione, più tardi, l’ho associato all’attrazione
che subivo per le opere di Francis Bacon. Mi viene in mente uno degli ultimi
dipinti dell’artista irlandese, Sangue per terra del 1988, in cui pare imiti
Rothko in quella tripartizione della tela in grandi fasce orizzontali di colore:
nero, un bianco sporcato da ombre verdognole, infine un grigio intenso. E quella
macchia di sangue al centro che risalta come da un’oscurità. Quella macchia di
sangue che resta sola senza più il corpo da cui proviene, come una stigmate di
eternità deprivata di un Io.
Francis Bacon, Blood on Pavement, 1988
Ma quella residenza di qualche mese a Londra non mi aveva portato a visitare
alcun museo o galleria. Ancora troppo giovane e troppo ignorante per
comprendere. Bacon lo avevo scoperto soltanto più tardi, negli anni
universitari, seguendo percorsi assolutamente personali che mi avevano
avvicinato all’arte mentre studiavo letteratura. Eppure, quella vicinanza,
quell’ossessione che sentivo per le opere di Bacon, avevano a che fare con la
mia permanenza a Londra e con la prima immagine che avevo vissuto. Quando ero
partito senza sapere realmente il motivo che mi spingeva altrove, cercavo una
risposta a delle forze interne a cui non sapevo dare un nome e che mi
angosciavano, ma che, in quei quadri, visti e studiati anni dopo, capivo erano
riuscite a diventate figure. Quelle figure non solo richiamavano il suicidio di
quell’uomo a cui avevo assistito ma pure la permanenza a Londra che mi aveva
scioccamente portato a evitare qualsiasi giro turistico, gettandomi piuttosto
nelle sue zone d’ombra, nel suo sotterraneo aspetto conturbante. Non l’operosa
Londra di superficie, ma quella notturna, oscura, abitata da fantasmi, quella
dove perdersi era semplicissimo.
Quando cerchiamo noi stessi, quando non siamo capaci di dare una risposta a
quelle forze interne da cui siamo dominati, è dal fondo che ci sentiamo
attratti, come se solo in quel sottosuolo, solo in quel buio in cui l’esistenza
va a rifugiarsi trovassimo uno spazio che accolga l’assenza di significati, come
volessimo farci risucchiare da un tubo di scarico – Bacon lo aveva ritratto più
volte ma con maggiore efficacia in Figura in piedi davanti a un lavandino, nel
1976 –, come se tutte le forze dell’Io premessero in un buco, obbedissero di
conseguenza a un vortice, a un risucchio, fino a disarticolarci, succhiando via
l’Io da se stesso. Allora, capita che per capirci si senta la necessità di
cancellarci, di violare perfino il nostro volto, troppo riconoscibile per essere
vero, che la violenza di quelle forze interne ed oscure ci ponga di fronte alla
falsità del nostro viso per far emergere soltanto quella forza, per mettere in
evidenza soltanto un’ombra, ma un’ombra fatta di carne: trafitta, ferita,
sanguinante. Una mostruosità tutt’altro che disumana, al contrario umanissima,
perché svela quanto sotto il dominio delle forze interne l’uomo diventi animale,
nel senso che meglio rivela la propria anima – Bacon avrebbe usato la parola
“realtà”. Ecco, quella realtà, nei dipinti di Bacon, è espressa in tutta la sua
violenza. Una violenza che è prima di ogni cosa una forma di violazione.
*
Il tradimento dei codici, la trasgressione della morale, Bacon li visse fin
dalla giovane età. Il padre, un ex militare finito ad addestrare cavalli, lo
sorprese che indossava la biancheria intima della madre. Francis, cacciato di
casa – aveva sedici anni –, cominciò a vagabondare per l’Europa. Berlino e
Parigi, nella quale scoprì di voler diventare pittore vedendo una mostra di
Picasso e La strage degli innocenti di Poussin, dove il grido di quella madre in
primo piano lo avrebbe sconvolto, cercando di replicarlo in moltissime opere. Ma
è Londra che diventerà la sua casa per il resto dell’esistenza. Qui che conosce
il successo e la perdizione. Sopravvive giocando d’azzardo, o compiendo piccoli
furti, facendo le più pericolose avventure omosessuali – quando l’omosessualità
era un reato Bacon la viveva con una libertà e un coraggio fuori dal comune –,
passando il più del tempo nei locali di Soho, il quartiere notturno per
eccellenza, quello delle prostitute e della trasgressione, stringendo amicizie
con artisti come Lucian Freud (al quale dedicherà molti Studi), o il fotografo
Deakin, che molto lo influenzerà per lo studio delle figure umane, ubriacandosi
per l’intera notte, e il mattino successivo non ricordando nulla di quanto era
accaduto qualche ora prima, salvo già all’alba mettendosi al lavoro, perché i
postumi della sbornia, diceva, lo aiutavano a concentrarsi solo sulla pittura.
Francis Bacon, Figure at a Washbasin, 1976
Questo continuo desiderio di cancellarsi, di annichilirsi; questo calarsi di
continuo negli abissi; questo camminare sull’orlo di un precipizio, mettendo a
rischio la vita, spingendola fino al limite estremo in cui convivevano il
massimo della dissoluzione e la più estrema vitalità. Quasi che da lì, da quel
luogo in cui non si era più, Bacon sperimentasse quanto al fondo di se stessi,
dimentichi del ruolo che si assume in società, del volto che si indossa per
incontrare il mondo, l’uomo si abbandonasse al dominio di un demone che lo
abitava e che era costretto a mettere a tacere. E l’arte, in Bacon, non era
vissuta diversamente, era un fatto totale. Con l’opera stabiliva addirittura un
rapporto simbiotico, il colore con cui prendevano forma le sue figure ce lo
aveva addosso e lo spalmava sulla tela anche con le mani, lui stesso divenendo
l’ombra di quella figura ritratta, con cui combatteva, da cui si lasciava
dominare.
*
Nello studio del corpo umano, Bacon usava spesso delimitare le figure che
ritraeva in uno spazio circoscritto: un tappeto, un cubo, un letto, un
lavandino, uno specchio, una circonferenza ovoidale d’acciaio. Questi spazi
circoscritti, secondo le dichiarazioni dello stesso Bacon, erano un modo per
restringere le dimensioni della tela così da riuscire a vedere meglio la figura.
Ma cosa significa vedere meglio la figura? Non sarebbe bastata una tela di
dimensioni più ridotte?
La verità è che tutti quegli spazi circoscritti sono un campo di concentrazione.
Bacon sembrava intrappolare le sue figure per meglio far emergere la sensazione
che ne aveva. Che fosse una sola figura o ne fossero due nello stesso campo, è
chiaro che si trattava sempre di una lotta. Una lotta con forze che spingono da
dentro e una lotta con forze che spingono da fuori.
Molto spesso, quando i corpi sono due, li si vede intrecciati, la gamba di una
figura si mischia e prende il posto dell’arto dell’altra figura. Le forme si
contraggono, si dilatano, si disossano, i muscoli si gonfiano creando
protuberanze innaturali, le teste si schiacciano o scompaiono nella schiena
dell’altra figura – qualcosa che ricorda lo stesso gesto compositivo di Cézanne
con le sue Bagnanti. Quelli di Bacon erano chiaramente atti sessuali. Ma una
sessualità mai rappacificata. L’erotismo, la sessualità erano un modo per
guardare in faccia l’indicibile – per spingere il corpo verso l’impossibile. Una
lotta estenuante e impronunciabile della vita con la propria stessa morte.
> “Se ami davvero la vita”, confidava al giornalista e amico Daniel Farson, che
> diventerà il suo biografo, “cammini all’ombra della morte… La morte è l’ombra
> della vita e più si è ossessionati dalla vita più si è ossessionati dalla
> morte”.
Eros e Thanatos. Pulsione di vita e pulsione di morte. Atto creativo e
autoannientamento. Non l’una cosa nell’altra ma separate e in lotta. Coesistenza
di due potenze che agivano in eguale misura. Non c’è luttuosità nei quadri di
Bacon, ma forze che agiscono senza provocare alcun moto. Piuttosto sono energie
liberate, ombre che palpitano, che pretendono una forma, che gridano la loro
verità rivelata. Per questo Bacon poteva parlare tanto spesso di accidentalità
mentre dipingeva. La figura ritratta doveva rispondere a quella sensazione, o
quelle sensazioni che il pittore in quel momento liberava. La figura era di
conseguenza soggetto e oggetto del dipinto. Mentre la figura lottava con se
stessa o con un’altra figura, un’altra lotta era già avvenuta, quella di chi la
ritraeva. Una pennellata sbagliata, dichiarava Bacon, avrebbe potuto mandare
all’aria tutto. E questo è comprensibile, perché nell’accidentalità del metodo
pittorico il caso doveva rispondere alla verità di una sensazione – e allora
rispondere a quel demone, dargli una forma, necessitava anche di una disciplina
rigorosissima. Non è un caso che lo stesso soggetto, lo stesso motivo diventasse
molto spesso un trittico, anche se Bacon affermava che, quando sceglieva il
motivo, quando lo cominciava a ritrarre, avrebbe potuto dedicargli molte più
tele, perché a quel punto, ciò che sentiva assumeva forme ogni volta nuove pur
non allontanandosi mai dal vero, come dire dalla cosa originaria che le aveva
generate.
> “Ed è questa l’ossessione”, dice in una delle interviste che rilascia al
> critico d’arte David Sylvester, “quanto puoi rendere questa cosa somigliante
> nella maniera più irrazionale? In modo da ricostruire non solo l’apparenza
> dell’immagine, ma anche tutti i campi sensibili di cui hai consapevolezza.
> Vuoi aprire, se possibile, così tanti livelli del sentire che non c’è spazio
> per tutti”.
*
Tra gli artisti del passato di cui Bacon negli anni ha fatto menzione, ci sono
certamente Poussin, Picasso, Cézanne, Van Gogh, ovviamente Velázquez e il suo
ritratto di Papa Innocenzo X che ha provato a rielaborare in più occasioni.
Andando più indietro, ha fatto anche il nome di Cimabue, specialmente ragionando
sulla Crocifissione. Diceva che guardandola immaginava la figura di Cristo
rivolto a testa in giù (così come nelle sue di Crocifissioni posizionava la sua
carne macellata) e notava come la sinuosità del corpo pareva farlo scivolare
verso il basso “come un verme”. Un movimento di linee che certamente lo ha
influenzato non soltanto per le serie sulle Crocifissioni ma per quel defluire
delle figure che sembrano fuggire da se stesse, liquefarsi, quasi che l’ombra
che producono fosse materia densa o carne dissolta. Scartabellando le sue
interviste non mi pare però abbia fatto mai il nome di Masaccio. Eppure per più
di un motivo sono convinto che Bacon debba molto al genio rinascimentale.
In un piccolo viaggio in giornata a Firenze per andare a vedere le sue opere nel
periodo universitario, nella Cappella Brancacci della Chiesa di Santa Maria del
Carmine, sono stato a lungo a osservare gli affreschi, certo influenzato nello
sguardo dalla lettura che avevo fatto del celebre saggio di Roberto Longhi Fatti
di Masolino e Masaccio. Ma la cosa che mi aveva colpito e sulla quale più mi ero
soffermato erano i corpi di Adamo e Eva cacciati dal Paradiso Terrestre. Ecco,
io credo che in quell’affresco Masaccio abbia voluto far emergere la nascita dei
corpi. Che con il peccato originale e la cacciata dall’Eden quello che nasce è
l’essere umano con un corpo fisico, fatto di carne, mortale. La mortalità della
carne non è espressa solo nella vergogna di Adamo, che schiaccia il viso con le
mani – cosa che Bacon ripete spesso, quella di cancellare gli occhi e nascondere
il volto, a volte con un panno, spesso con un ombrello scuro, quasi che il volto
fosse la prova di quella vergogna, la vanità del vedersi riflessi, di percepirsi
come si è. E nemmeno soltanto nella deformazione del volto di Eva, che
rassomiglia già a un cadavere per come apre la bocca sbigottita dalla propria
disperazione – quelle bocche aperte che in Bacon sono il grido che, come disse
una volta in un’intervista, è “la coagulazione del dolore, della disperazione”.
A osservare bene l’affresco si nota anche che i corpi dei due primi uomini
producono ombre, la loro ombra li accompagna nella discesa sulla terra. Masaccio
introduce nell’arte l’espressione della mortalità dei corpi prima di chiunque
altro. Ma si potrebbe dire ancora meglio. Che la nascita di un corpo produce
contemporaneamente anche la sua mortalità. “La morte è l’ombra della vita e più
si è ossessionati dalla vita più si è ossessionati dalla morte”, aveva detto
Bacon.
Francis Bacon, Triptych, 1972
Bisognerebbe osservare il Trittico dell’agosto 1972 conservato alla Tate Gallery
di Londra, che sono andato a visitare molti anni dopo la mia prima permanenza
nella capitale inglese. Si tratta di uno dei ritratti che Bacon ha dedicato al
suo compagno George Dyer. Nonostante il suo corpo fosse comparso anche prima di
quella data nelle tele dell’artista, è da qui che Bacon entra con maggiore
ferocia nella propria ossessione.
Nell’ottobre del 1971, George e Francis erano in Francia per una grande
retrospettiva che era stata organizzata a Parigi per Bacon. Ma due sere prima
dell’inaugurazione tra i due era scoppiata una delle tante liti che connotava il
loro rapporto burrascoso. L’artista aveva così deciso quella notte di non
dormire col suo compagno. Ma quando la mattina successiva era rientrato in
quella stanza d’hotel dove lo aveva lasciato, aveva trovato Dyer steso a terra,
morto per un miscuglio di alcol e barbiturici. È quella morte che Bacon ritrae
nel Trittico. E mi sembrava d’essere tornato a Londra vent’anni dopo per dare
un’immagine a quello che avevo visto la prima volta che vi ero stato. Una grande
porta aperta fa da sfondo a tutte e tre le tele, ma quello che vediamo oltre la
soglia è soltanto un grande buio, una minacciosa oscurità. La figura seduta
sulla sedia e davanti la porta, sembra mano a mano farsi assorbire dal buio che
incombe. Porzioni di corpo – il busto nella tela di sinistra, il braccio e la
spalla sulla tela di destra – scompaio inghiottiti dall’oscurità, mentre gli
arti inferiori sembrano sciogliersi sul pavimento, trasformarsi in ombre.
L’ombra di quella figura non è grigia o scura per una maggiore o minore
influenza della luce ma diventa una macchia rosa, quasi un’appendice del corpo,
come se la vita intera stesse scorrendo via da lui. Ma è nella tela centrale che
si compie realmente il dramma. Ora la figura non è più seduta. Il corpo è già
riverso a terra e pare aver perso già tutti i suoi connotati di riconoscibilità.
Ma ci si accorge che non si tratta di una sola figura ma di due
sovrapposte. Quello che si sta compiendo nella tela centrale è un atto sessuale
o un omicidio. È qui che Bacon esprime anche il suo senso di colpa. Di quella
morte, della morte di Dyer si sente in una certa misura responsabile. Ma esprime
anche qualcosa di più, e forse anche di più terribile. Che nell’amore c’è
qualcosa di assolutamente distruttivo. E in arte quella morte nasce, nel senso
che si manifesta come qualcosa di vero e tangibile, da un atto d’amore, e ogni
atto d’amore è un atto di nascita e di morte – come tornando all’origine da cui
tutti veniamo, come nel peccato originale nasciamo dentro la nostra stessa
consapevolezza di mortalità.
*
Probabilmente forzo l’interpretazione, ma non smetto di pensare a Masaccio,
questa volta non quello della Cappella Brancacci ma quello della Trinità a Santa
Maria Novella. Bisogna concentrarsi sulla composizione, e tutti gli interpreti
sono d’accordo nel riconoscere che quella scena così circoscritta in
un’architettura – il Cristo crocifisso, Dio alle sue spalle in piedi su un
altare ma dalle dimensioni assolutamente umane –, sia l’eredità che Masaccio
prese dall’ingegno architettonico di Brunelleschi. Le due colonne, l’arco,
l’architrave e la volta a cassettoni che dà il senso della prospettiva, un punto
di fuga alle spalle che inghiotte le figure, tanto che lo stesso Vasari aveva
commentato che quella parete pareva fosse bucata. Bisogna pensare a dove è posto
quell’affresco. Alle spalle della parete Masaccio era perfettamente consapevole
che si trovava un cimitero, il cosiddetto “chiostro dei morti”. Quasi che avesse
voluto mettere in evidenza la mortalità di Cristo, di cui è prova anche il
sarcofago ai piedi della scena. Sul piano di marmo è steso uno scheletro
accompagnato da una scritta: «io fui già quel che voi siete e quel ch’io son voi
ancor sarete». Quell’architettura è, in termini baconiani, un campo di forze e
una “messa in scena” addirittura teatrale.
Sappiamo quanto Bacon fosse lontano dal credere a una possibile resurrezione dei
corpi; estraneo a lui il pensiero cristiano o teologico della vita. Ma sapeva
pure che l’arte, nel corso dei secoli, attraverso il pensiero cristiano, aveva
sperimentato il proprio genio costruendo dei modelli dai quali era impossibile
prescindere. Ora, se prendessimo un quadro del 1946, Painting, forse si
esagererebbe a metterlo accanto alla Trinità di Masaccio, ma vale la pena fare
uno sforzo di immaginazione e osservazione. Ha raccontato più volte di come sia
nato per caso. Voleva dipingere un rapace e uno scimpanzé ma i primi segni di
colore sulla tela lo avevano portato da tutt’altra parte. Ancora la sua idea di
caso e accidentalità. Eppure qui sono concentrate diverse figure che
compariranno spesso in opere successive. Una grande carcassa di carne animale è
la figura crocifissa al fondo della prospettiva. Davanti alla crocifissione un
uomo in abiti scuri, il volto coperto da un ombrello evidenzia la bocca aperta
che mostra la dentiera – un grido, uno spavento, una forma di terrore. Questa
figura doveva essere l’immagine del potere, forse di un dittatore, o comunque di
un’autorità non specificamente definita. Sotto di lui dei microfoni, come si
fosse preparato per un comizio o un annuncio. L’intera figura, come spesso
accade, è circoscritta in una gabbia metallica. Lo sfondo di tutto il quadro
sembra una parete circolare, quasi fosse una cappella, o, appunto, una scena
teatrale. I colori della parete sono rosa con tre riquadri, quasi delle nicchie
o dei cassettoni, di un rosa più scuro. Ricordo che la prima volta che ho visto
la Trinità di Masaccio ho guardato il colore dei capitelli, degli archi e
dell’architrave scoprendomi a pensare che il famoso rosa di Bacon (così spesso
utilizzato) era da qui che proveniva. Bacon però compie sulla Trinità una
dissacrazione, o, ancora, una violazione. Non c’è più un Dio che sostiene il
corpo crocifisso di Cristo e che pure lo trascina indietro, spinto dalla
prospettiva oltre la parete, verso il “chiostro dei morti”. In Bacon la scena è
capovolta. C’è una bestia crocifissa che preme e incombe sull’autorità di quella
figura che non ha più nulla da declamare se non la propria realtà di essere
mortale. Lo spazio circoscritto di Masaccio, che suggeriva una fuoriuscita verso
l’esterno, un inghiottitoio dietro le quinte, in Bacon diventa una tragedia che
non trova vie di fuga, né alcuna possibile salvezza. L’autorità di quella figura
non ha più alcun potere, né religioso né temporale. La scoperta della propria
mortalità causa un grido muto; un grido che spezza la voce, disarticola la
parola per restare violentemente solo sulla scena: solo e soltanto immagine.
“Gridiamo esclusivamente perché siamo in preda a forze invisibili e
impercettibili che offuscano ogni spettacolo e travalicano persino il dolore e
la sensazione”, scriveva Gilles Deleuze nella monografia che dedica a
Bacon, Logica della sensazione, e aggiungeva:
> “Bacon dipinge il grido, in quanto mette la visibilità del grido, la bocca
> aperta come voragine d’ombra, in rapporto con forze invisibili, che non sono
> poi altro che le forze dell’avvenire”.
*
Se una cosa è possibile esprimerla a parole è assolutamente inutile dipingerla.
Questa estrema convinzione Bacon l’ha ripetuta più volte, ironizzando sulle
interpretazioni che venivano date ai suoi dipinti. Ed effettivamente quei campi
di forze dove imprigiona le figure non narrano nessuna storia, non rimandano ad
alcuna trama da tradurre o decifrare. Quello spazio chiuso, reso ancora più
distante allo spettatore dalla barriera del vetro che pretendeva sulle sue
cornici, potrebbe essere un mondo sospeso e impenetrabile nel quale guardarsi ma
come in sogno, o in uno stato di trance. Quasi che la figura imprigionata solo
lì potesse mostrarsi per quello che è, esprimere la propria realtà, la propria
segreta lotta tra la vita e la morte. Anche quando l’immagine suggerisce un
evento, come la crocifissione, o anche una corrida o un atto sessuale, quello
stesso evento accade in uno spazio che, da fuori, resta e deve restare oscuro.
“Fra l’idea/ E la realtà/ Fra il gesto/ E l’atto/ Cade l’Ombra”, recitano i
versi di Gli uomini vuoti (1925) di T.S. Eliot, un poeta che Bacon ha amato
molto. E continua: “Fra il desiderio/ E lo spasmo/ Fra la potenza/ E
l’esistenza/ Fra l’essenza/ E la discendenza/ Cade l’Ombra”. È come se Bacon
avesse voluto fermare per sempre quel momento di tensione estrema in cui le cose
stanno per accadere, e l’intera figura si concentra in un solo campo di forze un
attimo prima che tutto avvenga: la realtà, il gesto, il desiderio, la
potenza. Prima, anche, di trovarsi in un altro regno, un aldiqua o un aldilà di
cui non sappiamo nulla – perché la vita e la morte rispondono a uno stesso
mistero, entrambe nascondono in potenza un segreto. In quell’attimo la figura
“cade” dentro la propria stessa “Ombra”. Un’ombra che non può essere in alcun
modo descritta, che resta intrappolata nel suo mistero, un mistero terribile e
umanissimo, in cui l’Io esplode da se stesso, entrando nel proprio spazio vuoto,
nella propria mancanza, nella propria ferita. Ma, ed è questa la consapevolezza
a cui arriva Bacon, pur raggiungendo l’origine del dolore, pur toccando la
concretezza di quell’ombra che ci abita, non abbiamo altra scelta che continuare
a interrogarci, ripetere quel gesto che spezza la parola e immobilizza il grido.
“Gli occhi non sono qui/ Qui non vi sono occhi”, scrive Eliot, “In questa valle
di stelle morenti/ In questa valle vuota/ Questa mascella spezzata dei nostri
regni perduti/ In quest’ultimo dei luoghi d’incontro/ Noi brancoliamo insieme/
Evitiamo di parlare”.
Andrea Caterini
*In copertina: Francis Bacon, “Painting”, 1946
L'articolo Dipingere il grido. Il campo di concentrazione di Francis Bacon
proviene da Pangea.
Il MaGa di Gallarate (Va) ospita fino al 12 aprile 2026 la mostra Kandinskij e
l’Italia, progetto in tre sezioni dedicato all’artista Vasilij Kandinskij
(1866-1944), indicato come pioniere dell’Astrattismo e messo in relazione con la
grande stagione astratta italiana compresa tra gli anni ’30 e ’50. Anche se il
focus della mostra riguarda gli anni Venti di Kandinskij come docente del
Bauhaus, grande centro d’attrazione dell’astrazione europea, con ogni
probabilità quest’occasione espositiva avrebbe potuto offrire suggestioni nuove,
adagiandosi, al contrario, sulle tesi consolidate che presentano aspetti con
evidenti criticità storiografiche.
Nel comunicato della mostra c’è un passaggio preciso che rivela l’angolazione
del progetto: “Nel secondo dopoguerra […] gli artisti (italiani) più giovani
desiderosi di cogliere in Kandinskij la chiave per entrare in un nuovo mondo
visivo”; una via che gli artisti italiani avevano in realtà già tracciato con
chiarezza. Anziché escludere Balla dal progetto, la mostra del MaGa avrebbe
potuto avere una titolazione più coraggiosa, così invertita: L’Italia e
Kandinskij, contestualizzando l’aspetto fondativo della primogenitura italiana
dell’Astrattismo proprio con le Compenetrazioni iridescenti di Balla del 1912.
Cronologia storicamente ineccepibile di quella Via Italiana all’Astrattismo che
dal ’12 si articolerà nel Futurismo anche con Depero, Severini, Prampolini,
Dudreville, Dottori, Marasco, Pannaggi, Djulgheroff, oltre a Licini, Melotti e
Magnelli nelle 13 opere titolate con dei numeri, oltre al libello Arte Astratta
(di versante Dada), pubblicato da Julius Evola nel 1920. Poi, a seguire, la
grande stagione dei Dorazio, Accardi, Perilli, Sanfilippo, Consagra e moltissimi
altri. Funzionale in tal senso la mostra Dal Futurismo all’Astrattismo (1)
realizzata al Museo del Corso a Roma nel 2002 (non citata nei comunicati del
MaGa), dove il curatore Enrico Crispolti, scandaglierà a fondo la questione, di
fatto confermando la natura delle due posizioni: “Una condizione sostanzialmente
empatica, spiritualistica, emotiva, di intima venatura espressionista,
interiorizzante […] primaria nell’opera di Kandinskij negli anni ’10 […] con
Balla impegnato nella radicale esperienza non figurativa delle Compenetrazioni
iridescenti nel ’12 […] ed è l’esperienza che darà luogo ad esiti di
non-figurazione strutturale di presupposto geometrico, dal Concretismo tra le
due guerre […] fino alle formulazioni di strutturalità non figurativa anche
molto recenti”.
Tesi che, da astrattista operativo fin dalla metà degli anni ’80, non posso che
confermare senza alcuna esitazione. Da ricordare anche il contributo in catalogo
dello storico Mario Verdone, concentrato su altri versanti, a dimostrazione di
un sentimento diffuso tra gli artisti di quel periodo: “Non mancheranno le
esperienze di puro teatro astratto. Si può dire anzi che l’arte astratta aveva
interessato Arnaldo Ginna e Bruno Corra, nelle arti in movimento, almeno dal
1912”, come riportato anche da F.T. Marinetti nel ’26: La cinematografia
astratta è una invenzione italiana. Saldatura tra Futurismo e Astrattismo che
sarà consolidata dalla partecipazione degli astrattisti con i futuristi alla
Quadriennale di Roma del 1939, presentati da F.T. Marinetti in persona.
Nonostante la persistente resistenza su Balla, molti artisti e intellettuali
(del tutto trascurati dalla bibliografia nazionale) avranno l’intuizione di
citarlo come antesignano dell’Astrattismo. Nel ’51
l’artista-gallerista-curatore-critico Ettore Colla, realizzerà – dopo vent’anni
di silenzio – una grande mostra dedicata a Balla nella sua galleria del suo
Gruppo Origine, finalmente contestualizzando le Compenetrazioni iridescenti
nello stupore generalizzato dei giovani artisti che interverranno, come
racconterà un artista-teorico di livello come Gianni Monnet, riferimento critico
del Gruppo Movimento Arte Concreta (MAC): “I giovani sono rimasti esterrefatti
nel vedere nella retrospettiva di Balla le sue invenzioni già realizzate nel
1912”. Aspetto che non sfuggirà anche al grande astrattista Piero Dorazio:
“Nessuno di quegli artisti presenti aveva allora una conoscenza diretta delle
fonti dell’Astrattismo”, così come al suo sodale Achille Perilli che, in un
numero della rivista Art d’aujourd’hui, dedicherà poi ampio spazio ai padri
elettivi dell’Astrazione italiana. Attenzione che avrà anche il gallerista Guido
Le Noci, che pure organizzerà una mostra di Balla: “Nessun futurista […] fu in
tempi così lontani tanto astrattista quanto Balla”. Sollecitazioni che, a dire
il vero, proverranno da oltralpe, quando l’influente critico francese Christian
Zervos, autorevole direttore della diffusissima rivista Cahiers d‘Art, dedicherà
nel 1950 un numero esclusivo alla ricerca italiana, rifilando un sonoro ceffone
alla critica nazionale: “Per molti anni l’Italia ha avuto in Balla un grande
pittore che ha totalmente ignorato […] Finalmente contestualizzato rispetto al
periodo seminale delle Compenetrazioni iridescenti del 1912”.
Balla recupererà quella funzione di capostipite dell’Astrazione che gli spetta
per cronologia storica, come avrà modo di notare con chiarezza anche il poeta e
scrittore Raffaele Carrieri:
> “I suoi dipinti dopo il 1912 precedono […] lo stesso Kandinskij […] al
> contrario di Boccioni, le sintesi astratte di Balla sono dei ritmi coordinati
> fuori dall’oggetto: il moto in sé, senza l’oggetto che lo determini”.
Appare curioso che la critica nazionale con Flaminio Gualdoni, in assenza di un
riconoscimento esplicito a Balla sulla primogenitura dell’Astrazione, lo abbia
invece contestualizzato a livello internazionale, inserendolo in un’Arte
Razionale in compagnia di Albers, Delaunay, Klee, Malevič, Mondrian e tutti i
giganti del Novecento, con tanto di apertura del volume con una Compenetrazione
iridescente. Tesi che avrà grande diffusione, inserita anche come allegato del
Corriere della Sera.
Pertinente parlare dell’indubbia influenza di Kandinskij in ambito astratto, ma
soprattutto una volta approdato nel ’22 alla docenza nel Bauhaus, quando la sua
ricerca virerà in modo compiuto verso l’Astrazione. Senza questa
contestualizzazione si corre nuovamente il rischio già corso con il Futurismo,
il cui centenario del 2009 si celebrò a Milano con un progetto giunto dalla
Francia (sic!), inopportunamente centrato sul Cubismo. La nascita
dell’Astrattismo, vale ricordare citato come il dominio sulle forme della natura
(Kazimir Malevič, 1915), è vicenda con radici italiane. Considerazione che gli
artisti italiani contestualizzeranno anche nel ’35, quando l’astrattista
Atanasio Soldati scriverà sul bollettino n. 37 della Galleria del Milione: “Per
noi l’arte è questione di spirito: solo lo spirito riconosce lo spirito. La fine
dell’arte è imitare la natura”; oppure quando Faustro Melotti, nel bollettino
n.40: “L’arte è stato d’animo angelico, geometrico. Essa si rivolge
all’intelletto, non ai sensi”, escludendo quindi categoricamente ogni forma di
figurazione, pur se di versante spiritual-espressionista.
Il “Primo acquerello astratto” di Vasilij Kandinskij
Il grande equivoco di fondo dovuto all’attribuzione fondativa all’acquarellino
di Kandinskij datato 1910 dovrebbe ormai aver perso ogni credibilità, non solo
ricordandolo ma con una mostra che lo contestualizzi, opere alla mano. Vale
ricordare come Kandinskij si attribuirà leggiadramente un’intuizione in realtà
epocale come l’Astrattismo: “A Monaco un giorno, aprendo la porta dello studio,
vidi dinanzi a me un quadro incredibilmente bello. All’inizio rimasi sbalordito,
ma poi mi avvicinai a quel quadro enigmatico, assolutamente incomprensibile nel
suo contenuto e fatto solo di macchie di colore. Finalmente capii: era un quadro
che avevo dipinto io e che era stato appoggiato sul cavalletto capovolto […]
Quel giorno mi fu perfettamente chiaro che l’oggetto non aveva posto, anzi, era
dannoso ai miei quadri” (2). Stando alle sue stesse parole, Kandinskij inventerà
quindi l’Astrattismo per puro caso, suo malgrado, con le opere realizzate fino a
quel giorno (tra il figurativo tout court e l’Espressionismo) che saranno quindi
totalmente superate a causa di questa tanto incredibile quanto inaspettata
scoperta. Naturalmente non sarà così: nel 1911, l’anno seguente alla presunta
realizzazione di questo sedicente acquarellino e in coerente continuità con le
altre opere presenti in studio, Kandinskij fonderà Il Cavaliere azzurro come
evoluzione diretta di quella figurazione espressionista-spirituale sviluppata in
quel periodo e sulla medesima linea espressiva dei suoi compagni di avventura:
la consorte Gabriele Münter, Franz Marc, Paul Klee, Marianne von Werefkin con
suo marito Alexej von Jawlenskij e alcuni altri. Secondo Kandinskij: “A tutti e
due piaceva il blu: a Marc i cavalli, a me i cavalieri. E così il nome venne
fuori da solo”. Nulla di astratto, quindi.
Nel frattempo Giacomo Balla scriverà il significativo testo Tutto si astrae,
realizzerà le Compenetrazioni iridescenti, prime opere consapevolmente
astratto-geometriche, si dedicherà ai Complessi plastici, prime sculture
astratte della storia, elaborando poi un testo epocale come la Ricostruzione
futurista dell’Universo con Fortunato Depero, firmandosi – in quest’ordine
– Astrattista-futurista. Nei primissimi anni ’10, l’influenza di Balla in
ambito astratto sarà di grande rilievo, al punto che lo stesso Gino Severini
scriverà da Parigi una lettera al suo gallerista di Roma Sprovieri invitandolo a
visionare la grande novità di un suo quadro astratto, presso lo studio dello
stesso Balla. Per contro Kandinskij, fino al ’22, periodo di docenza al Bauhaus,
si dedicherà ad una pittura espressionista permeata da una nuova accezione
spirituale, debitoria della ricerca di Marianne von Werefkin, una delle
fondatrici de Il Cavaliere azzurro, fortemente intuitiva in questa direzione fin
dal 1907, come lucidamente riporta la curatrice Mara Folini Ceccarelli, in
occasione di una mostra al Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona nel gennaio
del 2021: “Nel 1906 Werefkin passò direttamente ad una pittura […] già scevra da
stilemi post-impressionisti alla Van Gogh ancora presenti nella pittura di
Kandinskij […] Sono opere che dimostrano quanto Werefkin fosse l’antesignana di
quel nuovo linguaggio espressionista che prende forma fin dal 1907”.
In Italia, le ricerche astratte dei ’10 passate attraverso il Futurismo,
evolveranno poi nell’Arte Meccanica e poi Cosmica, per approdare alla fertile
stagione dei primi anni ’30 nel Gruppo Como (Mario Radice, Manlio Rho, Aldo
Galli, Carla Badiali, Carla Prina), annoverando la prima combinazione d’arte e
architettura nella Casa del Fascio di Terragni, arricchita dai dipinti
site-specific di Radice; nonché al gruppo di astrattisti della Galleria del
Milione di Milano (Atanasio Soldati, Mauro Reggiani, Oreste Bogliardi, Luigi
Veronesi, Bruno Munari, Carlo Belli e un giovanissimo Lucio Fontana). Quanto al
primo dopoguerra, fin dal ’45, L’Art Club, i cui riferimenti saranno i futuristi
Prampolini e Severini, guiderà la ricerca in ambito astratto fino alla nascita
dei gruppi Forma (’47), MAC (’48), Origine (’50) e dove si affermeranno talenti
quali Piero Dorazio, Carla Accardi, Giuseppe Santomaso, Alberto Burri, Giuseppe
Capogrossi e molti altri.
Quali le ragioni quindi dell’ostracismo se non addirittura dell’occultamento di
una Via italiana all’Astrazione così evidente?
Prima di tutto la damnatio memoriae comminata al Futurismo per ragioni
ideologiche, con il relativo oscuramento anche di Giacomo Balla (sorte toccata
incredibilmente anche a Umberto Boccioni, seppur deceduto in tempi non sospetti
nel ’16), poi la protezione dell’egemonico mercato parigino cui approda
Kandinskij dopo la vicenda del Bauhaus conclusasi nel ’33 e infine per il
colpevole provincialismo e per l’esterofilia degli artisti e della critica
italiani. Procurerà un danno grave infatti la posizione sostenuta da Carlo Belli
nel suo testo Kn – uscito nella sua prima versione sulla rivista Quadrante nel
’33 e poi pubblicato nel ’35 – dedicato fin dalla titolazione a Kandinskij e
prono nei suoi confronti ben oltre i limiti di ogni credibilità: “Kandinskij
stenografa l’assoluto […] da trent’anni procede diritto, calmo e risoluto […]
intransigente ed eroico nella sua decisione […] con la fredda audacia dell’uomo
superiore […] è la rara commovente documentazione di uno sforzo immane,
terrificante), ma severissimo verso l’avanguardia italiana (Fra tutti i
movimenti moderni il futurismo è stato il più infantile e superficiale […]
l’arte in fondo non ci entrava proprio per nulla. […] Il dinamismo, concezione
infantile […] teoria farraginosa, dilettantesca”. Opinioni nel merito che non
casualmente assecondano pedissequamente quelle di Kandinskij: “I futuristi non
vengono a Monaco […] tutti questi manifesti (musica, pittura, politica, ecc.)
non sono che un caos senza precedenti, che scaturisce, a quanto pare, solo da
teste italiane. I nostri manifesti ginnasiali erano di fatto più organici e
costruttivi”, come si desume dal suo epistolario con Franz Marc. Ma Belli lancia
un durissimo attacco anche contro gli artisti suoi compagni d’avventura (e di
galleria): “Radice fin d’allora proponeva i suoi anemici quadratini rivelando
un’insufficienza d’invenzione che suscitava in noi non so quale caritatevole
perplessità […] Rho non mostrava maggior fantasia, ma i suoi quadretti […]
tendevano a testimoniare una certa educazione formale, povera sì, ma ornata di
gentile e domestico garbo. […] Carlo Belli, soffocato come il Rho da signorile
modestia. […] Cattaneo nutrito di una cultura disorganizzata che lo portava come
teorico a proposizioni non chiare. Per concludere: a questi giovani mancò un
sentimento profondo dell’arte […] esponenti di un artigianato empirico e un po’
sempre intorpiditi dall’ambiente provinciale di cui portavano palesemente il
peso […] mossi da un patetico desiderio di raggiungere una iconografia
essenziale […] Tra Como e Milano meno di una dozzina di pittori in tutto e se si
volesse estrarre quelli dotati di vero valore, il conto arriverebbe, sì e no, al
numero della Santa Trinità”. Odioso atteggiamento che non risparmierà nemmeno il
direttore della sua galleria: “Edoardo Persico, pur direttore della galleria,
non fu mai con noi […] noi cercavamo e ottenevamo l’amicizia di Kandinskij […]
lo si ricorda (Persico) come un confusionario […] tipo di napoletano mesto e
corretto”.
Giacomo Balla, Complesso plastico, 1914
Serve riferire altro? Danno talmente evidente nei confronti dell’arte italiana e
dell’Astrazione in particolare, che sorge il dubbio che i sostenitori indefessi
del testo Kn in realtà non l’abbiamo mai letto e addirittura incredibile che sia
stato pubblicato proprio dalla Galleria del Milione che li sosteneva,
soprattutto perché lo stesso Kandinskij – nella celebre lettera inviata a Will
Grohmann nel ’36 – rivelerà: “I rappresentanti più radicali (dell’Astrattismo)
si trovano in Italia, dove ce ne sono una ventina”. Kandinskij stesso,
nonostante l’adulazione, non sarà affatto morbido con Belli: presa visione di
Kn invierà una stizzita missiva come reprimenda per come Belli aveva affrontato
una presunta simbologia nel suo lavoro (C’este vraiment une grave erreur!),
ottenendone la pubblicazione in calce alla seconda edizione di Kn.
La mostra Kandinskij e l’Italia al MaGa sembra ignorare tutto questo, eppure
anche un Quaderno della Quadriennale del 2004 curato dal critico e curatore
Gabriele Simongini aveva già delineato una: Ipotesi per una Linea italiana
all’Astrattismo, tenendo come incipit le Compenetrazioni iridescenti di Balla,
nonché le immediatamente successive Linee di velocità. Ipotesi talmente
documentata fin dagli anni ’50, nonostante il coprifuoco trentennale su Balla e
i futuristi, da spingermi a scrivere nel 2021 un saggio sull’argomento:
Astrazione come Resistenza (3), per rimediare le detrazioni sull’Astrazione
italiana sostenute in Kn, incredibilmente unico saggio sull’argomento
riconosciuto fino ad oggi.
Scripta manent. Visti i precedenti, non si sa mai.
Roberto Floreani
*In copertina: Giacomo Balla, Compenetrazione iridescente n. 4 (Studio della
luce), 1912
1) Enrico Crispolti, Dal Futurismo all’Astrattismo, Edieuropa/De Luca Editori
d’Arte, Roma, 2002
2) Giulia Zoli, Il mondo alla rovescia, L’Internazionale, 6 maggio 1999
3) Roberto Floreani, Astrazione come Resistenza, De Piante Editore, 376 p., 2021
L'articolo L’Italia e Kandinskij. Ovvero: ecco perché l’Astrattismo nasce con
Balla proviene da Pangea.
Per alcuni artisti l’arte è un campo di battaglia. È certamente il caso
dell’eclettico e sorprendente Pablo Echaurren, pittore romano nato nel 1951 che
da più di mezzo secolo sovverte il mondo della pittura contemporanea. Io però
non lo scoprii come pittore bensì come fumettista. C’è infatti un suo libro
edito da Bollati Boringhieri nel 2000 che si intitola Vite di
poeti: Campana, Majakovskij, Pound. È un fumetto, e per molti pittori-parrucconi
quella del fumetto è un’arte minore o nient’affatto un’arte. Non per Pablo
Echaurren.
Quando trovai quel libro cercavo una visione di Campana che non fosse artefatta
o legnosa o viceversa troppo roboante ma in fondo vacua, simile più a un fuoco
d’artificio che alla vera fiamma dei poeti. Cercavo qualcuno che amasse
veramente Campana e che capisse la portata a un tempo rivoluzionaria e classica
della sua poesia e della sua avventura poetica. In una vignetta Echaurren
scrive:
> “Il suo cuore goccia stilla a stilla quel senso dei colori che intende portare
> nella poesia italiana.”
Ma ancora più conta il disegno: una mano, la mano di Campana, stringe un cuore
pulsante e delle stilografiche e dei pastelli, in un’esplosione di colori e
sentimento, di sangue e inchiostro. La poesia non deve essere separata dai
sentimenti del poeta, sembra dirci Echaurren. L’arte deve saper celebrare la
vividezza e l’unicità della vita dell’artista.
L’arte di Pablo Echaurren è uno stato d’animo in rivolta. È figlia per l’appunto
di Campana, di Pound, di Majakovskij, di Marinetti. È un’arte che sa vedere dove
altri non vedono, sentire e creare dove altri non sentono o non creano o creano
male e controvoglia, seguendo la moda o i dettami della noia. I suoi quadri sono
disseminati di vortici e sequenze coloratissime e ipnotizzanti che trovano anche
un ordine nel caos. I suoi collage usano il punk (penso a Ex-pistols, dai Sex
Pistols) e il futurismo e i fumetti e le sagome dei cartoni più conosciuti, però
con uno stile composito e personale che non è mai azzardato ma porta alla
felicità di chi osserva e – ripeto – alla rivolta. Perché l’arte di Pablo
Echaurren non è mai innocua né accondiscendente. Non è un’arte per ricconi in
cerca di facili brividi fintamente rivoluzionari.
C’è un altro volumetto che ho a cuore quasi quanto i suoi quadri più
sovversivi, Controstoria dell’arte, pubblicato da Gallucci nel 2012. Il
sottotitolo suona come un verso surrealista: Breviario di un bastiancontrario.
Qui Echaurren indossa le vesti di scrittore e affronta a proprio modo la storia
dell’arte nel corso dei secoli, dalla preistoria alla street art. Il libro è un
diletto sovversivo che a tratti dissacra i miti intoccabili del mondo dell’arte,
perché da esso – dal mondo artistico, dal mondo culturale – nasce “l’artista
d’avanguardia che nessuno capisce ma ciascuno ambisce a mostrare ai propri
ospiti quale fiore all’occhiello, quale belva trasformata in agnello, quale
orpello per abbellire il tinello”, scrive Echaurren nel capitolo L’artista. Come
a dire che la sua non sarà mai un’arte da salotto. Che Pablo Echaurren, in vita
e in vecchiaia e quindi in morte, non si lascerà addomesticare dalla brama di
denaro o dal demi-monde dei nobili tirchi o spendaccioni.
L’opera pittorica (e non solo) di Echaurren è ancora in parte inesplorata. Pablo
Echaurren è un rivoluzionario incallito che fa della propria arte una
rivoluzione permanente, e le vere rivoluzioni finiscono spesso sconfitte dal
mercato o dagli stolti. Quest’anno sono usciti due suoi libri in
sordina: L’eterna periferia (Bordeaux Edizioni) e Il mio Baruchello (Mauvais
livres). Seguire le sue tracce non è semplice, perché si muove fra piccoli
editori e vecchi cataloghi di mostre che conservano però intatta la loro aura
eccentrica e contestataria. Vale la pena di scoprirlo e sorprendersi. Vale la
pena di aggregarsi alle insurrezioni indomite di Pablo Echaurren.
Edoardo Pisani
L'articolo La rivoluzione permanente di Pablo Echaurren, l’arista “bastian
contrario” proviene da Pangea.
Tra mimetismo, metamorfosi e spiritualità naturalistica, Tommaso Lisa attraversa
la storia delle immagini alla ricerca di un paradosso visivo. Dal pensiero di
Didi-Huberman…
L'articolo Il paradosso del Fasmide. Visioni dell’invisibile da Warburg alla
bioarte. sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
> La vera via passa per una corda che non è tesa in alto, ma appena al di sopra
> del suolo. Sembra destinata a far inciampare più che a essere percorsa.
>
> Franz Kafka
> Non intendo dire mai più che ho finito un’opera: tutto è opera.
>
> Ludwig Hohl
Il Nuovo Mondo
Come ha potuto, Francesco Toris, chiuso nel manicomio di Collegno, scolpire dal
1899 al 1904 il Nuovo Mondo – quell’opera indefinita, portale o soglia che sia?
La storia ci racconta che salvava, da ogni pasto, frugando nella spazzatura,
ossa e ossicine, sue e altrui, e poi le levigava a lungo, per ore, a notte
fonda. La scultura è un portale: devi subirlo, esserne ipnotizzato, lo varchi
mentre lo vedi. L’equilibrio delle ossa assemblate insieme e sempre in
equilibrio, benché non siano stati usati né chiodi né colla, è un mistero non
risolvibile. Puoi descrivere le figure diaboliche che appaiono, puoi
descriverle, sì, ma a ogni sguardo non sono mai uguali.
È la vittoria di un vinto che non tace ma continua a scolpire, senza sapere in
che direzione andrà.
La psiche è dissolta in deliri, chissà quali, ma la scultura, a un secolo di
distanza, dritta come un totem, equilibrata e perfetta. Cinque anni di lavoro,
iniziati tre secoli fa. La scultura. Il portale. Le figure. Gli animali. Gli
idoli. Quelle ossa non tacciono come reliquie ma dicono, dicono sempre, in un
bisbiglio accorato, allucinatorio. Per Toris sarebbe anormale guardare il
celeste paesaggio di un lago e non le ossa appena levigate nell’atto segreto
della scultura.
Nessuno insegnava a Toris come e cosa fare. Nessuno gli insegnò a scolpire o a
disegnare. Inventò tutto da solo, come accade spesso, per chi è fuori di mente e
non sopporta le infelicità della ragioni. E, se l’opera non si è scomposta e
frantumata per oltre un secolo, lo dobbiamo a qualche genio segreto che, dalle
tenebre, inventa le architetture, a qualche equilibrio demonico.
Noi non vediamo un libro di pietra scavato nel muro di un manicomio come quello
di Fernando Nannetti, ma un portale, una soglia, fatta solo di ossa e che, come
la favola di un idiota, non significa nulla. Significa solo se stessa. Manca a
Toris una popolazione, minuscola e sterminata, che abiti la sua piccola e
immensa opera. Il mistero della sua scultura non è che sia esoterica o mistica o
paranoica: è nel fatto che il materiale che la compone provenga solo dalle ossa
dei pasti di tutti i pazzi del manicomio, giorno dopo giorno, pulite, affilate,
levigate fino formare uno scheletro nuovo, fatto con il resto dei pasti: quello
scheletro è le fondamenta del Mondo Nuovo, le voci segrete da cui lo scultore
reclama resurrezioni. E se Toris volesse, con le ossa che salva dall’immondizia,
narrare di un Invisibile che è necessario custodire nel visibile?
Quando scoprì che ella sua scultura si parlava pubblicamente, Toris si offese
con lo psichiatra che aveva svelato il suo nome e la sua opera, urlò, smise di
parlargli, cessò di scolpire.
Il “Nuovo Mondo” di Francesco Toris
*
Ritrovare le strade
L’artista vaga nei suoi personali deserti. Prende fogli per tracciare segni
disegnare parole e fogli per disegnare parole: ne nasce una scrittura
involontaria, elastica, poetica, un frammentario diario di bordo, un disforme
appunto di viaggio.
L’arte è sempre miniera di un pensiero eretico, complesso, che feconda strade
nuove e rifiuta facili soluzioni scegliendo le anomale bellezze della
complessità.Ogni artista, dal celebre Mirò al segreto Nedjar, lavora a un suo
libro favoloso e interminabile che incide nel segreto della mente, nella
superficie della tela, nelle pagine del libro, nei muri del manicomio, per
provare la massima gioia dalla sua capricciosa o aspra bellezza. Ha ragione
Artaud (che ha infittito di disegni demonici e glossolalie le pagine dei suoi
interminabili taccuini, l’ultimo finisce con la parola “etcetera”), quando, nel
suo Van Gogh. Il suicidato della società, enuncia questo semplice auspicio:
«Che la vita diventi un giorno bella quanto una semplice tela di Van Gogh e per
me basterà. Non penso si possa avere niente di più da augurarsi».
La follia di Vincent è il seme di una diversità inarrestabile e felice, dove
segni nomadi e parole in cammino ci faranno sempre perdere la strada per
ritrovare le strade.
*
Il comune principio di creazione
«Nessuna scultura ne detronizza un’altra. Una scultura non è un oggetto, è un
interrogativo, un problema, una risposta. Non può essere né finita né perfetta.
La questione non si pone nemmeno. Per Michelangelo, con la Pietà Rondanini, la
sua ultima scultura, ricomincia tutto. E per mille anni Michelangelo avrebbe
potuto continuare a scolpire delle Pietà senza ripetersi, senza tornare
indietro, senza finire nulla, andando sempre più lontano. E anche Rodin».
Giacometti ha un bisogno compulsivo di parlare della sua arte. La parola gli
serve da monologo per rinforzare le sue idee, come conversazione a voce alta in
cui definire e ri-definire una immensa incertezza. Scritture, appunti,
interviste: la sua “opera aperta”, una grande cassa di risonanza dove non c’è
una prima o un’ultima parola, ma tutte le parole sono come i Giganti incompiuti
di Michelangelo: si ripetono all’infinito. L’artista ha due o tre idee, e ripete
quelle per sempre. E, in un processo reversibile di metamorfosi, anche lo
scrittore può avere bisognodell’artista, come l’artista dello
scrittore. La ribellione è il comune principio di creazione : tracciare una
seconda linea, mettere in discussione la prima senza cancellarla, in
un palinsesto di sensi e di suoni che forse è davvero un Nuovo Mondo.
*
I Regni dell’Irreale
Henry Darger inizia il suo diario-libro occultandosi al mondo e cominciando
prima a scrivere, poi a disegnare. Dedica centinaia di pagine alla descrizione
puntigliosa dei tormenti e delle uccisioni di bambini e bambine strangolati,
impiccati, decapitati, smembrati, arsi vivi, crocefissi, sventrati.
Lavapiatti in un ospedale, cattolico fervente e praticante (onora la messa alle
sei di ogni mattina), vive in una casa stretta, poco lontana dalla foce
maleodorante di un fiume. Quando di giorno lava i pavimenti imbrattati, lo
chiamano «idiota» ma lui tace. Da sessant’anni scrive e dipinge bambini e
bambine nelle sue quindicimila pagine dedicate ai Regni Irreali. Nel suo libro
traccia le cronache sia dei bimbi massacrati sia delle loro improvvise
resurrezioni in campi fioriti. Tutto si compie nelle grandi pagine del suo
libro, a notte alta. Lì tutto muore e rinasce. Dio non esiste a caso. Lui lo
prega tutti i giorni. Scruta la carta bianca con pietà, perché fra qualche ora
sarà colma dei cadaveri che disegnerà, e delle minuziose parole di pietà con cui
descriverà ogni dettaglio.
Un’opera di Henry Darger
Le oltre diecimila pagine di Nei Regni dell’irreale intimoriscono il
lettore/spettatore. Henri dipinge con imperscrutabile gentilezza e ogni ragazza
uccisa nella carta è destinata a risorgere. Darger addensa la carta di immagini
fittissime (riproduzioni e disegni), si concentra sul soggetto della percezione
rappresentandolo in tutta la sua interezza, reale e irreale, come sul punto di
esplodere, un attimo prima della morte. Nel suo scantinato di custode-voyeur,
dove lascerà inedite le quindicimila pagine del suo libro, scritto e dipinto,
Darger pensa alle oscure maree del fiume Hudson, ove l’acqua è un’immagine
rifranta e minacciosa che sprigiona migliaia di apparenze, scompone i riflessi,
increspa, agita, è flusso che trascina, portando verso l’evanescenza. Il
solitario custode, che morrà ottantunenne, consuma il suo mondo in una
pittura-parola frastagliata e ininterrotta, piena di fogli disegnati e scritti.
Potrebbe uccidere, le vittime che disegna. Ma dopo? Il finale previsto.
L’irruzione della polizia, la rimozione dei cadaveri, l’incarcerazione
dell’assassino, la fine dell’enigma, le pareti di una cella. A cosa serve
disseppellire il brutale desiderio? A generare morti crudeli, a determinare
l’ergastolo di un miserabile.
Da pittore di forme e di parole Henry può mostrare nei suoi fogli migliaia di
ragazze uccise e risorte nelle sue fantasie pittoriche, in un combattimento
mitico fra crudeli schiavisti e salvatori gentili. La fantasia delirante rende
lui non il miserabile assassino di ragazze che avrebbe potuto essere ma il
pittore-salvatore che mostra, dentro i suoi “Regni dell’irreale”, la realtà di
una psiche che si redime con le sagome dei fantasmi, che sempre risorgono, e non
con i cadaveri delle vittime. L’assassino si traduce e si tradisce nel pittore.
Tanti artisti, anche sani di mente, oltrepassano la superficie visibile per
cercare e trovare il Nuovo, Invisibile Mondo.
Marco Ercolani
*In copertina: Henry Darger, The Vivian girls nuded like child slaves, n.d.
L'articolo Il Nuovo Mondo, ovvero: l’arte come miniera di un pensiero eretico
proviene da Pangea.
Nel discorso critico su Yves Klein torna spesso il riferimento alla sua
frequentazione della cultura orientale, sviluppata anche attraverso la sua
passione per il judo e da un viaggio in Giappone iniziato nel 1952 e durato
circa 15 mesi. L’influenza di una metafisica d’Oriente – definita dal concetto
di vacuità, il Śūnyatā del buddismo – portò Klein a considerare l’esistenza
dalla parte del vuoto e, talvolta, la sua arte espresse l’impossibile tentativo
di rappresentare un’assenza. Questa fatale attrazione spiegherebbe anche la
predilezione per il blu, almeno nella sua personale concezione: «prima c’è il
nulla, poi c’è un nulla profondo, poi una profondità blu». Il suo cammino verso
il nulla lo porterà a cedere «zone di sensibilità pittorica immateriale»: puro
niente, il cui commercio richiedeva un complesso rito esoterico, dove la
ricevuta d’acquisto della cessione veniva bruciata e dispersa nelle acque di un
fiume insieme all’oro puro con cui era stata corrisposta. Due testimoni, meglio
se due critici d’arte, presenziavano alla cerimonia. La cenere della ricevuta si
disperdeva e, per un istante, le sottili lamine d’oro facevano brillare tutto il
resto.
Arrivati a questo punto, ora che sembrerebbe difficile immaginare qualcosa di
più inconsistente, una testimonianza di Dino Buzzati ci descrive l’ultima
impossibile opera di Klein: il sommo capolavoro di una certa linea dello
sviluppo dell’arte contemporanea, da Duchamp in poi. Buzzati racconta che
l’artista, prima di congedarlo da Parigi dove i due si erano incontrati per il
rito di cessione di una zona di sensibilità pittorica immateriale, gli consegnò
un foglietto che egli avrebbe dovuto leggere solo al suo rientro a Milano:
> «[…] Prima del commiato [Yves Klein] tenne a darmi un foglio sul quale aveva
> scritto d’urgenza qualche cosa. Disse che era molto importante. Lo leggessi
> poi a Milano. Il foglio ce l’ho qui sotto gli occhi. C’è scritto: “A parte il
> rito della cessione delle zone di sensibilità pittorica immateriale, Yves
> Klein ha partecipato a numerosi salons ed esposizioni in Europa e negli Stati
> Uniti nell’anonimato più assoluto. Questo a partire dal 1956, soprattutto,
> Yves Klein ha pure venduto degli ‘immateriali pittorici’ senza alcun rito, e
> il nome degli acquirenti non può essere rivelato”».
In questa indeterminatezza, per cui Klein avrebbe potuto realizzare queste opere
o avrebbe potuto anche non averle realizzate, ritroviamo, almeno parzialmente,
l’interpretazione che Giorgio Agamben propone del Bartleby di Herman Melville.
Per il filosofo, Bartleby è una potenza che, in senso aristotelico, in quanto
tale si rifiuta di depotenziarsi nel passaggio all’atto. Bartleby è una potenza
che ha possibilità di fare o di non fare, di essere o di non essere; perché, se
avesse soltanto facoltà di fare o di essere, non sarebbe più una potenza ma un
atto compiuto.
Yves Klein e Dino Buzzati durante il rituale di cessione di una Zone de
sensibilité picturale immatérielle. Parigi, 26 gennaio 1962.
Nel «preferirei di no» c’è l’impedimento del raggiungimento dell’atto che
depotenzierebbe la potenza originaria, togliendole la possibilità di non essere.
Le lettere smarrite descritte nella parte conclusiva del racconto
rappresenterebbero le svariate possibilità di ciò che poteva essere: le tante
potenze che potevano verificarsi in atto, ma che non sono state: le tracce di
varie occasioni che ci sarebbero state se le potenze si fossero affermate
divenendo atti. Per questo Bartleby, suggerisce Agamben, sarebbe un Cristo
venuto per redimere non ciò che è stato, ma ciò che non è stato.
Anche Klein, nell’indeterminatezza del foglio consegnato a Buzzati, si
costituisce come potenza: un’energia che, in quanto tale, ha potere di aver
fatto o di non aver fatto e, dunque, di fare e di non fare. Nell’impossibilità
di riscontrare questi atti realizzati, ossia queste opere immateriali vendute
nell’anonimato in luoghi e tempi sconosciuti, Klein non depotenzia la sua
energia artistica, lasciando aperta la possibilità che non abbia realmente
realizzato la sua potenza in un atto.
Yves Klein, ex-voto di Santa Rita da Cascia (1961)
Certo, esiste la possibilità che questo foglietto sia l’invenzione della fervida
fantasia di Buzzati. Se così fosse saremmo comunque perfettamente in linea con
una funzione-Klein: ci muoveremmo dentro quello spazio a cui si giunge quando un
autore tenta di sviluppare quel che nell’opera di un altro autore è rimasto non
detto (o non fatto). Quello spazio in cui – lo stesso Agamben lo ha più volte
indicato – non si sa più se quello che si trova appartiene a un autore o
all’altro. Che questa del biglietto sia un’invenzione di Buzzati o di Klein
importa relativamente. Qui, in questo foglietto di fatale nichilismo, troviamo
il punto estremo di una tendenza di attacco all’opera d’arte come ente, il punto
oltre al quale non è possibile procedere. Si trattava, come scrisse Buzzati, del
massimo capolavoro di Klein, «fatto esclusivamente di vuoto, il vuoto di cui
egli era signore». Oltre questo punto, la morte: improvvisa e misteriosa,
all’età di 34 anni.
Antonio Soldi
*In copertina: Yves Klein fotografato da John Hammond nel 1961
L'articolo Yves Klein, il niente e la potenza. Piccolo discorso sul Bartleby
della storia dell’arte contemporanea proviene da Pangea.
In poesia accade come in pittura. Potremmo dire: il privilegio del volto, il
principio del ritratto – o dell’autoritratto –, bracconiera priorità dell’io.
L’arte europea eccelle nell’investigare l’uomo. Negli sguardi smaliziati di
Antonello, nei corpi-molosso di Michelangelo, nei volti regali e atterriti di
Tiziano intuiamo il ribollio dell’anima, i labirinti dell’interiore. La resa dei
volti, pur perfetta, non è mai realistica – o encomiastica – ma arresa. Il corpo
è ritratto, in realtà, per ritrarre l’interiorità: il corpo ritratto è un
corpo rivelato, identifica un’indole – che sia: ferina e ambiziosa o umile e
benevola, sottomessa al fato o fatale.
Il ritratto reca un meccanismo opposto a quello dello specchio, oggetto
demoniaco perché riduce il corpo alla sua superficie corruttibile – alla sua
disonestà. Il ritratto ambisce ad essere la riproduzione di un corpo già
risorto, eletto ai cieli.
La ragione del predominio dell’umano nell’arte europea è ovvia: da un lato
l’armonia greca – l’universo è proporzionato alla sproporzione del corpo umano;
il tutto è commisurato all’uomo – dall’altro lo schianto del
Dio-fatto-a-somiglianza-d’uomo (ribaltamento della prospettiva ebraica espressa
in Genesi). Tutto è lì, in quel Dio-corpo appeso alla Croce. Le innumerevoli
raffigurazioni del trafitto, dell’innocente ucciso, hanno per scopo lo
spiraglio, la stimmate di luce, uno stillare d’altro mondo. Non si ritrae il
Cristo: gli si fa, devotamente, lo scalpo – che mi attraversi, mentre lo
dipingo, che mi folgori mentre prego Lui attraverso la Sua raffigurazione.
Dalla pittura europea l’animale è bandito.
Certo, l’animale c’è. Di solito, a decorazione – la stessa funzione che ha il
paesaggio. I cani – cagnetti o levrieri che siano – fanno parte
dell’oggettistica di un principe, ne costituiscono il paesaggio domestico: come
la sua pelliccia, l’anello, il bastone – indicano uno status.
Altrimenti, l’animale assurge a simbolo. Il pavone, lo scorpione, il pellicano,
il serpente – per non dire gli emblemi cristici o evangelici, dal leone al toro
– non sono raffigurati per ciò che sono ma per ciò che rappresentano in uno
zodiaco dei sensi, in un bestiario umano, troppo umano. È una dinamica tipica,
di cui abbiamo dimestichezza leggendo Dante, ad esempio, quando appaiono, quasi
bave d’oltremondo, la lonza e la pantera, l’aquila e il veltro. I bestiari, in
effetti, non sono un repertorio zoologico di bestie: l’animale, spesso ferino,
spesso immaginario, s’insinua in un senso, in un sentire, umani, come la pietra
incastonata nella chioma di ferro di un anello.
Esempi sparsi – chessò, la lepre e il rinoceronte di Dürer – afferiscono a
un’area del singolare che riguarda la sapienza zoologica, il primo vagire della
‘scienza’ – ma l’animale, come l’animale uomo, non è semplicemente la sua pur
perfetta raffigurazione fisica. Le scene di caccia del Settecento, i leoni di
Delacroix o le vacche di Segantini – pur nella diversità di intenti e di talenti
– non deviano dalle schema: la bestia è co-protagonista, è lì a illuminare certi
aspetti della vita umana. La bestia esiste perché c’è un uomo che la agisce.
Anche i pittori statunitensi, storditi dalla vastità dello sconosciuto
continente in cui sono atterrati, restano alieni all’animale: i loro quadri
– pompier più che pionieristici – raffigurano, alla meglio, vaste vallate, monti
abissali, un verdeggiare infinito (quando non inquietante); l’uomo, in scala,
ridotto, è pur sempre lì, frastornato Adamo pronto a modellare il mondo secondo
il suo spirito.
Allo stesso modo, l’aquila di Hölderlin, il passero solitario di Leopardi,
il nightingale di Keats, l’albatros di Baudelaire e l’upupa di Montale sono
funzioni – geniali – dello stato d’animo del poeta: sono simboli. La pratica è
antichissima: già Efrem il Siro, nel IV secolo, in uno dei suoni inni, celebra
la familiarità tra uomo e bestia (“noi siamo loro”), pur nella differenza:
“attraverso gli animali/ l’uomo scoprì se stesso”. Gli animali in elenco
rappresentano, appunto, dei ‘caratteri’ umani: il lupo è vorace, la iena
assassina, la serpe infida, lo scorpione traditore, il cane fedele; la volpe è
figura di Erode, il sovrano ingordo e codardo che “profana la tana altrui” e
“per vanità” uccide il Battista. L’animale, in sé – troppo attonito al terreno
–, è niente. La ‘continuità’ con l’uomo ne annienta l’irriducibile alterità,
l’irriducibile nobiltà.
Altre culture, al contrario – quella estremo orientale, quella dei nativi
americani o degli sciamani dell’area uralica e siberiana, ad esempio – fanno
dell’animale il centro della loro attività rituale e artistica. La tigre e
l’airone, la gru e il granchio, il pesce e la scimmia riempiono le opere dei
pittori giapponesi e cinesi: il loro intento non è realistico né simbolico;
semmai anagogico. Come il pittore occidentale tenta, attraverso il ritratto, di
avverare l’anima di colui che ritrae, così il pittore orientale vuole
conquistare la ‘forza’, l’energia della bestia che dipinge. Il corvo e il
coyote, la volpe e l’orso, nelle culture sciamane, non sono bestie simboliche,
bensì autentiche; sono figure regali che aiutano il sapiente nell’operazione di
guarigione, nell’operare il viaggio negli altri mondi.
Tranne rari casi, la poesia italiana è embricare l’ombelico: sprofondare in sé,
specchiarsi nel mondo; ambire – o aderire – alla belva in quanto araldica
lirica. Naturalmente, le eccezioni sono diverse, diversamente singolari –
dal Bove di Pascoli agli aironi di Alessandro Ceni e di Antonio Porta,
dalla Capra di Saba (nel cui “viso semita”, però, scorgiamo lo scalpitio
dell’emblema, di una fraternità che va al di là dell’animale, di cui l’animale
non è parte) ai bestiari di Bellintani – io preferisco Il cervo di D’Annunzio,
che rimane il solo poeta ‘panico’ della nostra tradizione:
Non odi cupi bràmiti interrotti
di là del Serchio? Il cervo d’unghia nera
si sépara dal branco delle femmine
e si rinselva. Dormirà fra breve
nel letto verde, entro la macchia folta,
soffiando dalle crespe froge il fiato
violento che di mentastro odora.
Le vestigia ch’ei lascia hanno la forma,
sai tu?, del cor purpureo balzante.
Ei di tal forma stampa il terren grasso;
e la stampata zolla, ch’ei solleva
con ciascun piede, lascia poi cadere.
Ben questa chiama “gran sigillo” il cauto
cacciatore che lèggevi per entro
i segni; e mai giudizio non gli falla,
oh beato che capo di gran sangue
persegue al tramontare delle stelle,
e l’uccide in sul nascere del sole,
e vede palpitare il vasto corpo
azzannato dai cani e gli alti palchi
della fronte agitar l’estrema lite!
Ma invano invano udiamo i cupi bràmiti
noi tra le canne fluviali assisi.
Tu non ti scaglierai nel Serchio a nuoto
per seguitar la pesta, o Derbe; e il freddo
fiume non solcherà suplice solco
del tuo braccio e del tuo predace riso,
fieri guizzando i muscoli nel gelo.
Inermi siamo e sazii di bellezza,
chini a spiare il cuor nostro ove rugge,
più lontano che il bràmito del cervo,
l’antico desiderio delle prede.
Or lascia quello il branco e si rinselva.
Forse è d’insigni lombi, e assai ramoso.
Ei più non vessa col nascente corno
le scorze. Già la sua corona è dura;
e il suo collo s’infosca e mette barba,
e fra breve sarà gonfio dal molto
bramire. Udremo a notte le sue lunghe
muglia, udremo la voce sua di toro;
sorgere il grido della sua lussuria
udremo nei silenzii della Luna.
È vero: nel mondo anglofono – complici, soprattutto, le novelle mitologie dei
preromantici, Blake su tutti, le vertigini di Gerard Manley Hopkins, la forza
concettuale di Yeats – la bestia ritrova il suo estro-cuspide, il posto che le
spetta. Eppure, anche qui – il libro germinale è La Dea Bianca di Robert Graves
– si tratta, per lo più, di un regesto di simboli, di dissotterrare antiche,
druidiche immagini – malinconia di un tempo trascorso. Il solo poeta che
sistematicamente abbia messo al centro l’animale nel suo discorrere lirico è Ted
Hughes; fin da subito, fin dal primo libro, The Hawk in the Rain, fin da quelle
prime poesie-fossili, giunte da un mondo ulteriore, The Jaguar, The Thought-Fox,
The Horses. Non è un caso se una delle antologie postume più belle di Hughes – a
cura di Alice Oswald – s’intitoli Bestiary. Il bestiario, però, contempla
l’inganno: il termine rimanda, ancora, all’animale-effigie, alla bestia come
gioiello nell’immaginario umano – alla bestia spoglia di sé, mero alambicco
d’intelletto.
Il punto più profondo del legame tra Ted Hughes e l’animale, tra il poeta e
l’anima animalesca accade in libro considerato secondario nell’opera di quel
grande poeta. Under the North Star viene pubblicato da Faber nel 1981 in
edizione di pregio, con gli acquerelli di Leonard Baskin, già compagno di
imprese poetico-pittoriche di Hughes. Il libro dà voce a diversi animali: il
gufo delle nevi e l’orso, la lince e l’airone, la volpe artica, l’aquila e il
puma. Dedicato To Lucretia, la figlia di Baskin, il libro ha il ritmo di una
filastrocca: in realtà, Hughes – lo consegna alla prima, straniante,
poesia, Amulet – impone un rito. Il poeta indossa la stola lirica – dunque: gli
attributi sciamanici –, industria la danza e diventa civetta e airone, grizzly e
puma, lince e luccio e bue. Guarda con i loro occhi, tenta di registrare il loro
linguaggio; non è fratello né artefice della bestia, ma scriba. Poesia, qui,
allora, è verbo di neve: bianco testimone di tracce, aneliti, sangue. Non conta
tanto – non conta più – che la poesia sia bella (categoria astratta, che
pertiene al mondo, per lo più ingannevole, del letterario, dunque
dell’illetterato quanto a mondo), ma autentica; l’autorialità del poeta, qui, è
nel suo sacrificio: l’io, ora, vola, galoppa, fluttua e sgrana arti e artigli.
Che siano poesie ‘per bambini’, queste – così dicono gli adulti, decrepiti nella
loro origine – rientra nella pratica dell’autore. Va addestrato alla bestia, il
bimbo, che sappia – piccolo Mowgli espropriato del primigenio bosco – i suoni e
le voci animali, che riconosca il punto di parentela e quello dell’intoccabile.
A tale distanza occorre ascendere – il resto, non ormeggia più, è gioco di
ombreggiatura; e, certo, la poesia è piena di straordinari caratteristi, i
caricaturisti della realtà.
***
Da Under the North Star
Amuleto
Nelle fauci del Lupo, una montagna di erica.
Nella montagna di erica, la pelle del Lupo.
Nella pelle del Lupo, la frantumata foresta.
Nella frantumata foresta, la zampa del Lupo.
Nella zampa del Lupo, l’orizzonte pietrificato.
Nell’orizzonte pietrificato, la lingua del Lupo.
Nella lingua del Lupo, le lacrime della Cerva.
Nelle lacrime della Cerva, la palude di ghiaccio.
Nella palude di ghiaccio, il sangue del Lupo.
Nel sangue del Lupo, vento di neve.
Nel vento di neve, l’occhio del Lupo.
Nell’occhio del Lupo, la Stella Polare.
Nella Stella Polare, le fauci del Lupo.
*
Civetta delle nevi
Occhio Giallo, Occhio Giallo
giallo perché è gialla la Luna.
Esce dal Buco Nero del Nord
un’Era Glaciale in volo!
La Luna vola bassa –
la Luna incombe, caccia la sua Lepre –
La Luna cala, grossa di brina
affamata come la fine del mondo.
Il Polo Nord ha la gola roca
ruggisce e ne trema il globo –
Gli occhi del pianeta serrati di paura
eppure le stelle tremano di gioia.
Guarda!
Lepre ha il suo splendido monumento!
Si impenna una bufera Ciclope
su zampe di ferro nero!
Gioiamo insieme alla Lepre!
Civetta delle nevi, Civetta delle nevi
sei immobile e fissi l’immobile globo.
La Luna vola alto.
La bianca montagna è in volo.
Lepre diventa un angelo!
*
Airone
Sole è un iceberg
nel cielo.
In un’alcova di gelo
giacciono i pesci.
Il fiume è condannato
Morte si muove su di lui.
Ma l’Airone
in posa di caccia
è diventato di ferro
e non può muoversi.
*
Volpe artica
Nessuna traccia. Neve.
Orecchio – resto stellare.
Cristalli di silenzio.
Il mondo ti fissa, attonito.
Fauci fradice di ghiaccio
perforano la brina:
qualcosa di impalpabile –
nevischio di piume.
La foresta sussurra.
Respiro furetto
vuoto come il chiarore lunare
ha un’ombra blu.
Il sogno smuove
il muso addormentato
della terra folgorata dalla neve.
Quando verrà il giorno
sarà impossibile per il sole
rintracciare ciò che la notte
ha registrato di nascosto.
*
Lince
Le zampe silenti della foresta,
delle nuvole, delle montagne
hanno il loro meritato riposo
sotto l’orecchio di Lince.
Dormono del suo sonno – come
in un profondo – profondo – lago.
Non disturbare la belva
o le nuvole apriranno gli occhi,
la foresta, in silenzio,
sposterà tutti i boschi
e le montagne, arse di nebbia,
svaniranno tra le loro pietre.
*
Puma
Dio mise il Puma sulla Montagna:
sarai l’organista
degli echi cattedrale.
Delle sue urla risuona la cava rupe
la soglia e l’abisso.
La sua musica sorprende per vastità.
Sul pinnacolo del suo gridare
solleva la gelida vetta
e ascende, alla ricerca del Creatore.
Sacerdotessa delle caverne dall’occhio folle –
per tutta la notte cerca di assalire il cielo:
il suo canto è come un missile e la Luna gli gela il muso.
Il giorno dopo, esausta
dorme al sole.
A volte – spezzata
da un silenzio che fiammeggia –
indossa un gioiello.
Ted Hughes
*In copertina: Leonard Baskin, Frightened Boy and His Dog, 1955; nel testo,
disegni di Leonard Baskin
L'articolo “Nelle fauci del Lupo”. Sulla dimensione animalesca della poesia
proviene da Pangea.
Eccoci qui, ancora soli. Queste parole, con cui Céline apriva il suo romanzo più
intimo e sofferto, riempiono l’ideale esergo di ogni fotografia di ritratto. Ci
guardiamo in queste foto come in strani specchi, incuriositi da un’immagine che,
pur appartenendoci, sembra sempre un po’ troppo estranea. Il volto si staglia
nella fotografia, intorno non c’è rumore e lì, inappellabili, restiamo soli con
noi stessi. Con indifferenza o curiosità, oppure non senza una certa amarezza,
ci rendiamo conto di come, nonostante tutto, siamo ancora soli.
*
Guardarsi nelle proprie fotografie può essere un’esperienza spaesante e
malinconica. Le righe che seguono costituiscono un commentario a due foto che mi
ritraggono e, soprattutto, alla produzione dei fotografi che le hanno scattate.
Sono ritratti contingenti, frutto di assolute accidentalità. Mai cercati e mai
voluti, eppure, poi, accettati senza riserve, apprezzati come ineludibili
attestazioni di me. Divertente l’episodio in cui Ray Banhoff scattò la
fotografia: era la prima volta che lo incontravo, una mattina in uno squallido
bar di periferia nei pressi del casello di Chiesina Uzzanese – uno di quei
luoghi che lui ama tanto (li amo anche io). Mentre ci scambiavamo parole di
circostanza Banhoff si interruppe bruscamente. Fattomi cenno di aspettare, tornò
dall’auto con la macchina fotografica e mi immortalò davanti a un androgino
bersaglio per freccette. Con Gianluca Vitelli fu diverso. La sua foto giunse al
termine di una preziosissima estate del 2019, in un verde prato fiorentino,
all’imbrunire. La sua foto sigilla un’amicizia che vale un tesoro. Un
commentario dunque: un commentario personalissimo e piuttosto incongruo (ma, del
resto, potrebbe essere altrimenti?).
G. Vitelli, Ritratto di anziana signora ricoverata presso un centro per disturbi
cognitivi e demenze di Toronto, 2013. Courtesy: Gianluca Vitelli
Nelle fotografie la nostra immagine è mediata dal modo in cui il fotografo ci
vede: da come egli pensa che siamo, oppure da come egli vuole che siamo. Ci
vediamo attraverso di loro, osservando il prodotto della loro sensibilità che, a
sua volta, riflette la nostra più o meno consapevole forza di azione sull’altro.
Se non fosse già abbastanza, ci sarebbe anche da considerare la parte di mistero
che attiene allo strumento. Esso, nel suo imponderabile inconscio macchinale, ha
delle ragioni che non possiamo comprendere. Prima di continuare un’avvertenza:
sarebbe facile pensare a queste righe, con cui un autore commenta le foto di cui
è ritratto, come a un esercizio di narcisismo. Il narcisismo, almeno qui, non
c’entra: Montaigne lo indicava limpidamente scrivendo che l’uomo che conosceva
meglio era sé stesso e, pertanto, di sé stesso si sarebbe spesso occupato. In un
perverso classico del post-strutturalismo francese si legge che non serve
arrivare al punto in cui non si deve più dire “io”, ma bisogna raggiungere
quello spazio in cui non ha più nessuna importanza dire o non dire “io”. A volte
questo sì che sarebbe il massimo.
*
Dei due ritratti, quello scattato da Gianluca Vitelli è il più datato anche se,
in fondo, non si tratta che di pochi anni. Il cambiamento fisico non riflette
che una minima parte di quello interiore occorso dal giorno della fotografia a
oggi. Vitelli è un fotografo sensibile e raffinatissimo che nel 2013, appena
diciottenne, presentò un servizio su un gruppo di pazienti malati di
Alzheimer. Sono foto meravigliose di cui nel genere non si trova l’eguale:
un’anziana signora, una delle pazienti ritratte, ci guarda rigorosa e profonda,
in tutta l’irriducibile dignità del suo essere donna. Su questa autorevolezza la
malattia non può niente. Nel volto di un uomo, invece, ci commuove uno sguardo
ingenuo e vago, e nasce il sospetto che lì ci sia una quiete che la condizione
di normalità preclude.
G. Vitelli, Panoramica realizzata per Ellen Allien al Galactica Festival di
Bologna, 2019. Courtesy: Gianluca Vitelli
Quando Vitelli fotografa la città la rende tenera o spietata, felice o
malinconica, luminosa od oscura – sempre silenziosa, però. Talvolta ce ne
presenta il lato più autentico: un’essenza urbana pura, lo spirito di cosa una
città dovrebbe essere se non fosse quello che è costretta a diventare. In queste
fotografie Vitelli prende il mistero celato nella quotidianità più spontanea,
dove le persone immortalate hanno il fascino di magnetici divi dello schermo (è
sempre così per chi sa guardare veramente). Talaltra, invece, la città diventa
un luogo affascinante e lievemente sinistro: è l’altra faccia della realtà
urbana, quando cala il buio e le strade si popolano di spettri. In queste
fotografie il tempo è sospeso e non è difficile ritrovare l’atmosfera della
pittura di Hopper. Negli scatti ai grandi eventi musicali, invece, Vitelli
restituisce un mondo fantasmagorico e febbrile dove effetti di luce, giochi di
fumo e scenografie tecno-barocche creano un futuro capriccioso e ipnotico. Qui,
dove saremmo portati a credere che essa fosse più trattenuta, la fantasia del
fotografo esplode, immortalando mondi impossibili di luce e di
sogno. Diversamente dal caso di Banhoff, con Vitelli ci conosciamo profondamente
e siamo uniti da un’amicizia che dura da circa venticinque anni. Anche in forza
di questo legame non è un caso che nella sua foto mi riconosca come poche altre
volte mi è capitato. Nel ritratto di Vitelli mi vedo giovane e soddisfatto. Non
indosso gli occhiali: gli occhiali ti separano dal mondo, ti costringono a
guardare tutto da un oblò e finisci per sentirti un po’ più solo. La foto di
Vitelli mi fa pensare che sarebbe bello essere giovani per sempre.
G. Vitelli, Ritratto di bimba a Cascia, 2015. Courtesy: Gianluca Vitelli
*
Per quanto la parola possa oggi sembrare insignificante, Ray Banhoff è un vero
artista. Lo è in un senso concettuale per cui di artistico, più che le foto in
sé, è l’operazione che lui fa con i suoi scatti. Banhoff si interessa al
margine, a ciò che è periferico. Luogo di provincia o grande città, è
consapevole che, prima di un dato meramente territoriale, la periferia è una
condizione dello spirito. In un certo senso la sua è un’operazione di recupero:
il tentativo di far resistere ciò che è minimo, bizzarro, anacronistico,
inclassificabile e inassimilabile. Dare magistero a ciò che la società esclude,
relega ai margini e rifiuta; oppure a ciò che fagocita e, vergognandosene, tenta
di nascondere. Si tratta di un’operazione epidermica, condotta senza retorica o
compiacimenti nostalgici. Inoltre, pur riconoscendo quanto l’estetica dei
Novanta lo abbia segnato, gli faremmo un torto a considerarlo perso in uno
sguardo esclusivamente retrò e predigitale. Banhoff è perfettamente ricettivo
rispetto alla cultura pop più contemporanea. Capisce il presente come pochi
altri e, perciò, talvolta lo rifiuta disgustato.
Per uno strano transfert Banhoff diventa egli stesso il perfetto soggetto di una
foto alla Banhoff. Del resto, anche fisicamente è un po’ un’opera d’arte, con
quell’assurda Facies Christi che si ritrova e di cui è perfettamente
consapevole, tanto che in un suo progetto sui sosia si è ritratto come doppio di
Gesù. Di vero artista, oltre al talento, ha anche la personalità: mercuriale,
egocentrico, eccentrico per snobismo e snob per eccentrismo, irresistibile e
insopportabile. Insopportabile: come quando a Cremona, interrompendomi
continuamente, ha impedito la mia relazione su Spengler, mancando di rispetto a
me, a Spengler, e alla memoria di mio nonno Guido che negli anni Trenta si
laureò con una tesi sul Tramonto dell’Occidente.
Ray Banhoff, DJ Franchino con canino, 2020. Courtesy: Ray Banhoff
Le sue foto sono importanti per la vita che custodiscono. In ogni suo ritratto
il miracolo dell’uomo, nelle sue bassezze e nelle sue ferite, ma anche nella sua
impensabile e assurda unicità. Dietro a ogni foto un pezzo di quell’anima
incompresa, commossa, consumata, derisa, ma sempre grandiosa, grandiosa e
definitiva come soltanto l’anima dell’uomo può essere. Banhoff ha ritratto molte
celebrità. Celebrità di un tipo particolare però e, anche in questo caso, si è
spesso rivolto alla periferia del mondo dello spettacolo, con i suoi freaks più
discussi e vilipesi. Lo scatto a Fabrizio Corona è kitsch fino al sublime, in un
ribaltamento per cui la volgarità viene trasfigurata. Corona, a petto nudo e con
l’espressione di una carpa giapponese, si punta, languido, un cafonissimo
pugnale alla gola. Il fotoritratto di Franchino è commovente, con il vecchio
vocalist, fragile e remoto, con la faccia malsanamente scavata e il suo amato
cagnolino in braccio. Dietro si intravedono cuffie e consolle, i ferri del
mestiere. Morgan, invece, lascia che la sigaretta che tiene in mano si consumi
lentamente, e ci guarda con due occhi come quarzi marroni, occhi buoni e
vagamente tristi. Ma Banhoff non si interessa solo a personalità ampiamente
riconosciute, e il meglio lo dà quando sceglie i suoi soggetti tra la gente
comune, come nel progetto sui sosia dei divi dello spettacolo, stanati in
improbabili locali di frontiera o in paesini sperduti nella Toscana più
squallida. Sono sosia speciali che, come precisa Banhoff, devono incarnare il
loro archetipo e non semplicemente somigliarci. Ma è sbagliato parlare di gente
comune: i modelli di Banhoff mostrano sempre una loro bizzarria, una fascinosa
singolarità, e di comune non hanno niente. Sono vip al contrario: sovrani senza
regni, divi in un mondo che non possiamo capire.
Banhoff sa benissimo che, come scrive il suo amato Bukowski, «il miglior
spettacolo sono le persone e non devi neanche pagare il biglietto». Per molti
aspetti la sua ricerca potrebbe essere avvicinata a quella di Juergen Teller, ma
con un senso di verità nettamente più profondo, una verità che non lascia
scampo. Compiaciuto di essere stato scelto, vengo alla mia fotografia dove,
suscitando lo sguardo spiritato, alzando il colletto della camicia e
costringendomi a una tensione particolare, Banhoff mi ha nietzschianamente
costretto a diventare ciò che sono, estraendo una componente aggressiva ed
elettrica. Il bersaglio alle spalle mi fa martire e carnefice. Qui mi vedo
pronto all’annientamento; risoluto fino allo schianto, con l’amaro nodo in gola
che precede il silenzio.
Ray Banhoff, Cacciatore con fucile Browning, 2015. Courtesy: Ray Banhoff
*
Non c’è due senza tre, e qualche giorno fa un terzo ritratto fotografico si è
aggiunto agli altri. È ancora presto per parlarne, e ancora devo capirlo. Ha
scattato Marco Onofri, un grande fotografo di ritratti. Ha fatto leva sulla mia
naturale vanità, lusingandomi con un’offerta che sarebbe stato sciocco
rifiutare: si è detto incuriosito dal mio collo molto lungo, cosa di cui non mi
ero mai accorto prima. E poi alcuni suoi ritratti fotografici appesi alla parete
erano troppo belli per sprecare un’occasione simile. Un grande fotografo come
lui è capace di far brillare qualsiasi soggetto.
Se la fotografia di Vitelli potrebbe rappresentare uno stadio di tesi, quella di
Banhoff, nella contrazione dell’istante prima di un’esplosione, ne sarebbe
l’antitesi. La fotografia di Onofri, almeno per ora, sarebbe la sintesi tra le
due fasi, nella determinazione di una maturità raggiunta e precaria.
Antonio Soldi
*In copertina: Ray Banhoff, “Antonio Soldi come bersaglio umano”, 2024.
Courtesy: Ray Banhoff
L'articolo Eccoci qui, ancora soli. Sul ritratto fotografico, rito violento e
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