Nel 1926 esce nelle sale cinematografiche giapponesi un film destinato a fare la
storia – pur perimetrato di enigmi. Il film s’intitola Una pagina di
follia (“Kurutta Ichipēji”), racconta – per allusioni e allucinazioni – la
storia del custode di un manicomio. Ex marinaio, costui svolge le proprie
mansioni per prendersi cura della moglie, afasica, internata dopo aver tentato
di uccidere sé e il figlio, neonato. L’uomo è roso dal rimorso; la figlia
grande, nel frattempo, tenta di sposarsi con un ‘buon partito’. Su tutto,
aleggia la demenza dei pazienti – una demenza, s’intuisce, sinonimo di cupa
sapienza.
Il film, fenomenale quanto spiazzante, ebbe un certo successo; sulle locandine
campeggiava l’icona di una maschera del teatro Nō – di quella si velano i folli,
in una delle scene più belle della pellicola. Inutile immaginare un film per
sequenze, secondo i caratteri della ‘trama’; Una pagina di follia è orchestrato
in modo maniaco, tra trafitture, visioni, flash – è un film ‘sperimentale’ i cui
temi di fondo sono di estasiata potenza. Provo a riassumerli in alcuni
interrogativi: che cos’è davvero la pazzia?; perché il potere, per esistere, ha
bisogno di ammutolire i ‘diversi’, di carcerarli, di cancellarli?; perché ogni
relazione ‘esclusiva’ si rivela, infine, elusiva?; che cos’è l’io, che cos’è
l’uomo sotto la coltre delle sue svariate maschere?
Diretta da Teinosuke Kinugasa – regista di alto talento: nel 1953 avrebbe vinto
il Gran Prix al Festival di Cannes con La porta dell’inferno –, Una pagina di
follia svanì presto dalle sale; la pellicola fu riscoperta, quasi per caso,
mutilata, emblema di un’era irripetibile, nel 1971. Oggi la si trova facilmente
in rete, dura poco più di un’ora – sconcerta ancora; anzi, in un tempo in cui
vincono le fiction che allettano il nostro desiderio di conforto, sbalordisce
più di allora.
Il dettaglio particolare è che il soggetto di Una pagina di follia è scritto da
Yasunari Kawabata, il grande scrittore, futuro Nobel per la letteratura. Il
film, in effetti, avrebbe dovuto fungere da manifesto della Shinkankakuha, la
“Scuola della nuova sensibilità” di cui Kawabata era il promotore. In reazione
alle forme artistiche tradizionali da un lato e alla “letteratura proletaria”
dall’altro, lo scrittore proponeva “una riflessione senza precedenti sul posto
che occupano le sensazioni nella vita degli uomini”. Kawabata sintetizzò gli
intenti della sua ‘scuola’ in una frase diventata emblematica: “se finora si è
sempre scritto ‘i miei occhi hanno visto rose rosse’, perché gli occhi e le rose
sono elementi distinti, i nuovi scrittori fondono occhi e rose scrivendo ‘i miei
occhi sono rose rosse’”. Cadono, insomma, tutti i filtri tra ragione e
ispirazione, tra realtà e immaginario, tra il disegno del testo e il colore: la
scrittura di Kawabata, in particolare – pensiamo al suo capolavoro, Il paese
delle nevi –, si struttura come un quadro impressionista.
In questa dinamica, la fusione delle arti – che è poi uno dei tratti specifici
del ‘modernismo’ – è fondamentale. Una pagina di follia esce sotto il marchio
della “Società di produzione cinematografica Shinkankakuha”: sarà il primo e
unico film prodotto da Kawabata e dai suoi sodali. Il soggetto dello scrittore è
bellissimo, fitto di pennellate liriche: è raccolto, per la traduzione di
Costantino Pes, nel ‘Meridiano’ Mondadori che raccoglieRomanzi e racconti di
Kawabata (2003). Ecco l’attacco:
“Notte. Il tetto di un ospedale psichiatrico. Un parafulmine. Un acquazzone.
Lampi.
Una ballerina danza leggiadra su un gaio palcoscenico.
Davanti al palcoscenico appaiono delle sbarre. Le sbarre di una cella.
Il gaio scenario si trasforma gradualmente nella stanza di un manicomio.
Anche lo splendido costume della ballerina muta gradualmente in un’uniforme da
ricoverato.
La ballerina pazza danza follemente”.
Il testo procede in questo modo per una ventina di pagine. Chi ha maneggevolezza
con la letteratura giapponese, ricorderà in questi modi – scabri, di violenta
espressività – la destrezza di Ryunosuke Akutagawa, il maestro di Kawabata (gli
ultimi esiti del suo addestramento, raccolti in Italia, ad esempio, in La ruota
dentata e altri racconti, Se, 2003).
Ecco un altro passo, di particolare intensità:
“La moglie giocherella con un bottone.
L’inserviente riappare.
La donna si volta. Si mette a dormire.
La pioggia batte contro la finestra.
Il bottone rotola sul pavimento.
Appaiono le acque scure di uno stagno.
L’inserviente ha l’espressione di chi è assorto in ricordi lontani.
Uno stagno scuro. Un neonato. L’inserviente all’epoca in cui era un marinaio, in
cerca di qualcosa sulla riva dello stagno. La moglie cerca di annegarsi, la
figlia la trattiene. Per errore, il bambino sfugge dalle braccia della madre e
cade nello stagno.
Espressione di intenso dolore dell’inserviente”.
È difficile trovare momenti in cui la scrittura compenetri così profondamente la
visione. Di solito, gli scrittori prestano la propria opera per la resa filmica:
in questo caso il regista realizza la scrittura di Kawabata.
Il cuore di Una pagina di follia, comunque, è rappresentato dalla ballerina che
“danza follemente”. Dall’inizio al termine del film, la ballerina, internata,
danza: è come se il mondo – cioè: il sogno; o l’incubo – esistesse a patto che
la ballerina continui a danzare. Che la danza – specie di scrittura in moto, di
corpo-verbo che dice danzando – sia legata al sacro, punto di giunzione – di
giunture/preghiere – tra uomo e Dio, è proprio di ogni tradizione. Il corpo che
danza, in qualche modo, sutura Dio nell’incanto; oppure lo scuce dal suo
risentimento, scuce tutte le ferite.
In particolare, Kawabata era affascinato dalle ballerine e dal mondo degli
“attori girovaghi”, con cui era entrato in contatto nel 1918: a quel mondo
dedica uno dei suoi racconti più noti, La danzatrice di Izu, pubblico nel
gennaio del 1926, quasi in concomitanza con le riprese di Una pagina di follia –
realizzate a Kyoto, sotto la continua supervisione dello scrittore. I
riferimenti, però, sono anche altri; in particolare, in quegli anni, due. Da un
lato, c’è Rainer Maria Rilke: sono diverse le poesie che il grande poeta dedica
alla danza; i Sonetti a Orfeo – testi ‘da ballare’, in questo senso
autenticamente ‘orfici’ – sono dedicati alla memoria di Wera Knoop, ballerina
morta ragazza; la quinta delle Elegie duinesi è dedicata ai “randagi eterni”,
gli artisti girovaghi, i saltimbanchi. Il riferimento decisivo, comunque, è
quello di William Butler Yeats. In Yeats, la poesia è, nel suo assoluto senso,
danza – è parola che infrange i limiti, in un sovrappiù del corpo: che incorpora
e scorpora. “Il fascino che esercitava su Yeats la danza: era il momento in cui
poteva essere superata la divisione tra Arte e Vita” (Anthony L. Johnson). In
una delle poesie più note di Yeats, The Double Vision of Michael Robartes –
raccolta nel 1919 in The Wild Swans at Coole – appare “una ragazza…/ che forse
aveva danzato per tutta la vita” e “danzando pareva/ quasi che nella danza
avesse superato/ il pensiero”. La danza impazzita, la figura della crazed
girl “che improvvisa la sua musica/ la sua poesia, danzando sulla spiaggia,/
l’anima divisa da se stessa”, saranno fondamentali nell’opera dell’ultimo
Yeats, dopo l’incontro con Margot Ruddock, l’attrice-musa, la pura ispirata,
autrice di un unico, enigmatico libro, The Lemon Tree(tradotto dalle nostre
edizioni come Vita, l’assalto), bellissima, presto svanita nei labirinti della
mente e reclusa in un istituto psichiatrico.
Eiko Minami, la ballerina che appare in Una pagina di follia
Le ispirazioni non sono peregrine: Kawabata traduceva dall’inglese, la “Scuola
della nuova sensibilità” si rifaceva, tra l’altro, alla psicanalisi e alla
letteratura mitteleuropea. In modo analogo a Yeats – ma da ‘orienti’ diversi –
anche Kawabata tentava un’unione tra la propria tradizione profonda (nel suo
caso, la poesia di Dogen e di Ryokan, il carisma del teatro Nō) e la cultura
occidentale. Yeats, a suo modo, fondeva le Upanishad ai canti irlandesi, il
“Celtic Twilight” alla scoperta – accaduta grazie a Ezra Pound – del teatro
classico giapponese.
Kawabata proseguirà la propria ricerca artistica entro i dettami di uno stile
rarefatto, fatto di coltellate di luce. La danza – come sempre – raffigurava, al
contempo, l’azione rituale e il moto che rompe le convenzioni; armonia e caos.
Resta da dire della ballerina che si vede, trasfigurata, quasi un burattino,
in Una pagina di follia. Si chiama Eiko Minami. Fu danzatrice di una certa fama,
con rare apparizioni in film dell’epoca. Fece una tournée in Manciuria che ebbe
vasta eco; nel 1939 – l’anno in cui muore Yeats – mutò nome, aveva aperto una
scuola di ballo. Era nata trent’anni prima, in febbraio. Da allora, di lei non
si sa nulla; ignota la data della morte – scomparve, forse, follemente
danzando.
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follia”, un film impossibile proviene da Pangea.
Tag - Cinema
THE FILMMAKER’S SOCIAL REALISM WAS ALWAYS SUSPICIOUS OF ESTABLISHED POWER
~ Bleart Thaçi ~
Hungarian filmmaker Béla Tarr died on 6 January at the age of 70, after a long
illness. His body of work stands among the most severe and distinctive in late
twentieth century European cinema, ranging from the early social dramas Family
Nest, The Outsider, The Prefab People, Almanac of Fall and Damnation to the
later landmark films Sátántangó, Werckmeister Harmonies and The Turin Horse.
Discussion of Tarr has often centred on style and form, on duration, repetition
or bleakness, yet his films were shaped just as much by a political outlook
formed early and articulated consistently throughout his life. Tarr described
himself, without hesitation, as an anarchist.
In interviews late in life, Tarr spoke openly about his political formation
during his final years of high school. He said that he identified with the far
left, recalling that he no longer carried a school-bag, since Mao’s Little Red
Book in his pocket was enough. He described himself as a committed communist
until around the age of sixteen. What followed was a break rather than a
conversion. He came to believe that the leaders he had been taught to admire
were false communists, concerned with authority and control rather than
emancipation. From that point, he distanced himself from communism as it was
practised and presented to him.
This suspicion of established power remained a constant. Tarr did not move
towards liberalism, nor did he align himself with nationalist opposition. His
comments suggest a settled distrust of political systems that claim moral
authority while reproducing hierarchy. In later public appearances, he spoke
sharply about the historical record of communism, at one point remarking that he
had never seen a good communist.
His political views were shaped as much by circumstance as by ideology, and when
plans to study philosophy fell through he went to work at the Óbuda shipyards.
Living and working among industrial labourers informed what he later called his
social cinema. His earliest films emerged from the Budapest School and the Béla
Balázs Studio, an experimental and semi-underground environment that favoured
small budgets, amateur equipment and non professional actors. These films
focused on housing shortages, unstable employment, the pressure of economic
conditions on personal relationships or the wear of poverty on everyday
relations. Tarr spoke of being close to working class people and of wanting to
record daily life as it was, rather than impose symbolic narratives.
Frame from Satantango
He often explained that his turn to filmmaking came from frustration with cinema
itself. Films, he said, were full of false stories that bore little resemblance
to lived experience. Making films became a way of showing conditions as they
were, without embellishment or instruction. This approach extended to his
working methods. He avoided professional polish, relied on non actors, and
resisted narrative forms that dictated meaning from above. These choices
reflected a broader opposition to authority rather than an attempt to promote a
fixed political programme.
As his career developed, Tarr became more outspoken about contemporary politics.
He was an atheist and a consistent critic of nationalism. In a 2016 interview,
he described Donald Trump, Viktor Orbán and Marine Le Pen as national shames,
framing his criticism in explicitly moral terms. His denunciation of nationalism
was especially pointed in the Hungarian context (under the aforementioned prime
minister), where he became an outspoken critic of the state’s handling of
migration and asylum.
During the European migration crisis, Tarr wrote a statement that was displayed
near a pro-migration exhibition in front of the Hungarian Parliament. “We have
brought the planet to the brink of catastrophe with our greediness and our
unlimited ignorance… Now, we are confronted with the victims of our acts.” In
it, he argued that Europe had helped bring about global catastrophe through
greed, ignorance and wars waged for exploitation. He then asked what kind of
morality was being defended when fences were built to keep out people displaced
by those same actions.
In his final years, Tarr continued to speak out publicly, even as his health
declined. In December 2023, he was among a group of filmmakers who signed an
open letter (alongside Pedro Costa, Aki Kaurismäki, Claire Denis, Ryusuke
Hamaguchi, Christian Petzold, Apichatpong Weerasethakul, Jia Zhangke, etc.)
calling for a ceasefire in Gaza, an end to the killing of civilians, the
establishment of humanitarian corridors, and the release of Israeli hostages.
To remember Béla Tarr is to remember a filmmaker for whom politics was neither
decorative nor secondary. His anarchism was not a posture but an orientation
that shaped how he lived, how he worked and how he spoke. It remains present in
his films as a cinema that refuses obedience, legitimacy, or consolation in the
face of power.
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Nel dicembre del 1965 uscì nelle sale americane Il dottor Živago. Il mirabile
esordio di Geraldine Chaplin – ventenne, figlia di Charlie, nipote di Eugene
O’Neill, nel film fa Tonja, la bella moglie del fedifrago dottore – venne messo
in ombra dalla rapace sensualità di Julie Christie, indimenticabile Lara. Agli
Oscar, l’anno dopo, Julie sbalordì tutti: vinse la statuetta come “attrice
protagonista” per l’altro film in cui compariva, Darling di John Schlesinger –
interpretava una mantide che passa di maschio in maschio, preda di furente
ambizione. Il dottor Živago ottenne cinque Oscar sulle dieci candidature
complessive, in categorie secondarie; gli incassi furono straordinari. David
Lean, regista britannico solidissimo e capace nel gergo epico – pensiamo a Il
ponte sul fiume Kwai, 1957 – il suo Oscar l’aveva conquistato tre anni prima,
con Lawrence d’Arabia. Pur in contesti storici e geografici analoghi – la
rivoluzione degli arabi e quella russa; il deserto da un lato, gli innevati
Urali dall’altro – non potremmo pensare a personalità più diverse. T.E. Lawrence
agisce nella Storia, in fondo, per disintegrarsi; Živago subisce la Storia con
l’estro del creatore; uno è un archeologo che si fa guerriero, l’altro un poeta
che presta servizio come dottore. Entrambi scrivono. Sia Il dottor
Živago che Lawrence d’Arabia sono stati ridotti in partitura cinematografica da
Robert Bolt, sceneggiatore abilissimo (tra l’altro, anche di Mission, 1986). Il
dottor Živago uscì nelle sale italiane nel dicembre del ’66; nel suo ultimo film
– del 1984 – David Lean opta per toni più tenui, ‘da camera’,
adattando Passaggio in India, il romanzo di E.M. Forster.
In un articolo recente, Scott Tobias, critico cinematografico del “Guardian”, ha
scritto, grosso modo, che Il dottor Živago è un film elefantiaco, fuori tempo,
“un relitto”, che tuttavia “conquista ancora”. Merito dell’idea di fondo – in
fondo in fondo banale: “l’amore persevera nei tempi oscuri, come l’arte che da
esso scaturisce” – e del fatto, infine, che Il dottor Živago “è il tipico film
da guardare al caldo, durante un lungo pomeriggio invernale”. Omar Sharif, per
certi tratti, ricorda Boris Pasternak.
Il dottor Živago, in effetti, era un film fuori tempo perfino ai suoi tempi: nel
1963 Fellini esce con Otto e mezzo; nel 1961 Ingmar Bergman usciva con Come in
uno specchio; Andrej Tarkovskij aveva vinto il Leone d’oro con L’infanzia di
Ivan nel 1962. Anche in questo, tuttavia, rispecchia il romanzo da cui è tratto:
quando, in modo enigmatico e provvidenziale, Il dottor Živago viene pubblicato
da Feltrinelli, nel ’57, è, a prima vista, un libro arcano, arcaico, che guarda
a Lev Tolstoj più che al romanzo novecentesco, ai risultati spiazzanti di
Faulkner, Céline o Thomas Mann. È un romanzo come non se ne scrivevano più; a
tutta prima ben diverso dalla prosa estasiante, energumena, viva de Il
salvacondotto, la prova autobiografica che Pasternak pubblica nel 1931. Proprio
come accade alla traduzione filmica di Lean, il romanzo di Pasternak è accolto
dalla critica tra entusiasmi e perplessità; il successo è eclatante. Il dottor
Živago è un romanzo che pur parlando di un tempo remoto, parla a tutti, a tu per
tu, con lo scandalo di una confessione. Le Poesie di Jurij Živago in appendice –
non le più belle di Pasternak, ma bellissime, e ben rese da Mario Socrate
nell’edizione originaria – ci costringono a rileggere il romanzo, la cui natura
è sempre più vertiginosa, ad ogni lettura, sempre più prodigiosa. Di fronte
al Dottor Živago – anche di questo si era accorto Giangiacomo Feltrinelli, come
si evince dall’epistolario edito in: Paolo Mancosu, Živago nella tempesta. Le
avventure editoriali del capolavoro di Pasternak, Feltrinelli, 2015 – i concetti
di ‘bello’ o ‘brutto’ svaniscono, come di fronte a chi ti offra una verità, al
contempo adamantina e urgente: quel che conta è la rivelazione, non la materia
di cui è fatta.
Pasternak, come si sa, lavorò al Dottor Živago per dieci anni; ne parlò a tutti,
con l’ansia epistolare da cui era afflitto – alla pari del suo maestro, Rainer
Maria Rilke, scriveva dalle vette, con la penna intinta nel cuore del condor,
senza darsi, senza attendere risposta, dacché lui giungeva, rapace, come
un responso –: tra tutti, in particolare, alla cugina, Olga Fréjdenberg,
filologa di talento, naturalmente espulsa dall’università di San Pietroburgo
durante l’estasi stalinista; a lei Il dottor Živago pareva un capolavoro, un
libro “al di sopra di ogni giudizio… una variante tutta particolare del libro
della Genesi” (l’epistolario tra Boris e Olga è stato edito da Garzanti come Le
barriere dell’anima, nel 1987). Al contrario, il libro non piacque a Varlam
Šalamov che lo riteneva una specie di tradimento dalle intuizioni liriche
originarie di Pasternak. Allo stesso modo, Angelo Maria Ripellino, il più grande
interprete di Pasternak in Italia, esalta le opere degli anni Venti e Trenta –
“La sua arte presenta grandi difficoltà al lettore: bisogna scioglierne i nodi
parola per parola, decifrarla come un’algebra verbale, come un esercizio di
complicata sintassi… ma chi sa penetrarla trova ad ogni lettura sempre nuovi
valori, resta abbagliato dalla gioiosa luminosità delle parole” – minimizzando
gli estremi esiti (“pur conservando l’antica freschezza di stile, i libri
pubblicati dopo l’ultima guerra riflettono più intensamente e con modi più
semplici la nuova realtà”). Al dibattito critico, infine infimo – Il dottor
Živago è giustamente ascritto tra i grandi libri del secolo – seguì quello
politico; le infami accuse rivolte al poeta finirono per sfiancarlo: Pasternak
muore nel 1960, trent’anni dopo il suo amico ustorio, Vladimir Majakovskij (che
compare d’improvviso nel Dottor Živago, in nota critica folgorante: “È come una
continuazione di Dostoevskij. O meglio, è una lirica scritta da qualcuno dei
suoi personaggi più inquieti, i giovani, come Ippolit, Raskol’nikov, o il
protagonista de L’adolescente”).
In realtà, Boris Pasternak agisce sempre come un creatore. Anche come poeta,
Pasternak sembra disinteressarsi alla natura ‘letteraria’ dei suoi testi –
adempie un compito ‘bardico’, sciamanico. La scrittura – è in fondo questo il
tema dominante del Dottor Živago, ben più del contesto storico, da cartolina, e
della favola d’amore, di contorno – vince la morte, è una piega nel ventre della
necessità storica. Perché questa scrittura sia efficace è necessario amare, con
totalità che va verso l’impossibile – attraverso Puškin, Pasternak arriva a
Dante: Lara è una Beatrice lasciva. Dacché sono scritte, inscritte, le cose, le
vite, mutano via: il Verbo non è verboso, ma avvera, è vero.
In questo, il film di Lean è maldestro: non può interpretare le pagine
‘cosmiche’ né quelle metafisiche del Dottor Živago, le più alte – la trama, a
conti fatti e a romanzo chiuso, è poca cosa; la Storia un’effimera al veleno al
cospetto degli individui, le cui microscopiche esistenze sono salvate,
integralmente, dalla passione dello scrittore/messia.
> “La notte bianca del nord era alla fine. Nel riapparire delle cose, ognuna
> stava al suo posto, quasi incredula di sé, come inventata: la montagna, il
> bosco, il burrone. […] La cascata dominava tutt’intorno. Era terribile nella
> sua singolarità che la dotava di una vita, d’una coscienza propria e la
> trasformava come in un drago favoloso, in un serpente tiranno del luogo, lì a
> esigere il tributo, a devastare i dintorni”.
Come si può tradurre in immagini un brano pieno di tanta tensione creaturale?
Come è possibile tradurre in sequenze filmiche i paragrafi – i più potenti,
infine, del romanzo – in cui Pasternak/ Živago tenta di tracciare il senso
dell’esistere, come si ferisce un albero perché dia il suo latte, quella
magnifica poltiglia? Questo, ad esempio:
> “Così scrivendo di ogni sorta di cose, rilevò di nuovo e si convinse che
> l’arte è sempre al servizio della bellezza e la bellezza è la felicità di
> dominare la forma, che la forma è il presupposto organico dell’esistenza e
> che, per esistere, ogni cosa vivente deve possedere la forma e che, di
> conseguenza, tutta l’arte, non esclusa quella tragica, è il racconto della
> felicità di esistere”.
Questa frase – piuttosto astrusa rispetto alle norme estetiche comuni, per cui
l’arte è il frutto dorato di un amaro soffrire, ma assai ‘russa’: l’Onegin è un
poema che trasuda, pur nella tragedia, felicità e vita, una felicità che
potremmo dire dominio, natura e perfino Dio – testimonia che il Pasternak
di Živago non è diverso dal Pasternak di Mia sorella, la vita, dal Pasternak del
magnetico poemetto Le onde. Nel 1935, invitato – e inviato per obbligo di Stato
– al “Congresso Internazionale degli Scrittori per la Difesa della Cultura”
ordito da André Gide e da André Malraux, Pasternak si espresse, in sostanza, con
le stesse, lapidarie parole: “La poesia rimarrà sempre eguale a se stessa, più
alta di ogni Alpe d’altezza celebrata: essa giace nell’erba, sotto i nostri
piedi… quanto più ci sarà felicità a questo mondo, tanto più sarà facile essere
artisti”. Fu a Parigi tormentato dall’insonnia, il suo intervento durò,
all’incirca, un paio di minuti: per la prima volta, dopo anni di lettere e di un
corpo – quello di Rilke – spartito, setacciato, depauperato, Pasternak incontrò
Marina Cvetaeva. Chissà se avrebbe scritto nello stesso modo Il dottor Živago se
Marina Cvetaeva non fosse morta, a fine agosto, nel ’41, di tutto priva, con la
corda al collo – messianica Marina.
Nel Dottor Živago appare perfino una ‘politica’, una ‘poetica della politica’.
Pasternak anela al tempo in cui “la vita di ognuno si svolgeva liberamente, non
secondo un’illustrazione didascalica”. Una vita in lode – senza legge; una vita
in comune – senza dominatori, nient’altro che erba; una vita infante, imberbe,
per sempre novizia. Una vita tesa al sacro – un sacro che un tempo (brevissimo,
come angelica apparizione) si chiamò “rivoluzione”, ma che è poi
riconciliazione. Una vita da primo e da ultimo giorno.
Il dottor Živago – vuoi per le circostanze storiche in cui è nato, vuoi per
l’esistenza del suo autore, devoto all’opera fino a morirne – resta un libro più
importante di altri ben più riusciti (Vita e destino di Vasilij Grossmann, ad
esempio, oppure i Racconti di Kolyma di Varlam Šalamov, per non dire dei libri
sperimentali di Andrej Belyj che tanto piacevano a Nabokov o di quelli radicali
di Aleksandr Solženicyn) perché è un libro che trascende la letteratura (“Il
fatto è che non so se esista più l’arte e che cosa essa significhi ancora”).
Pasternak, con la consueta, indulgente, indifesa indifferenza, tentò di
scarcerare il manoscritto del DottorŽivago dall’Unione Sovietica, dove il libro
non avrebbe mai visto luce, certo di ciò che sarebbe accaduto: l’infamia,
l’accusa, la messa al bando. In qualche modo, Pasternak doveva andare fino in
fondo, doveva spogliarsi. Desiderava il martirio. Non era più di questo mondo.
“Io sono già morto e tu vivi ancora” è l’attacco di una delle vertiginose poesie
di Živago, Il vento.
Quando, nel 1954, girò voce che Pasternak avrebbe potuto vincere il Nobel per la
letteratura – andò a Hemingway – ricevette una cartolina dalla cugina. Da
qualche tempo si scriveva con Ariadna, la figlia di Marina Cvetaeva, sepolta –
per effetto del lignaggio, si dirà: il padre, impegnato nei servizi segreti, era
stato ucciso nel 1941 – nelle prigioni staliniste, “siamo grandi amici, sebbene
l’abbia vista soltanto nel ’35 a Parigi, quando era ancora una bambina. È una
donna infelice e intelligentissima, che scrive delle lettere straordinariamente
piene di talento”. Alla cugina disse della necessità di “vivere silenziosamente
e segretamente”, che le viete circostanze della fama non avrebbero potuto
“cambiare di un minuto il corso delle ore della vita semplice, laboriosa, senza
nome e ignorata da tutti che conduco”. È vero, c’è sempre una bruma ambigua in
ciò che scrive Pasternak – ma che scrittura… Spesso, a Peredelkino, lo vedevano
con la zappa in mano – che è poi un modo per arpionare la penna. Spesso
camminava nei boschi. “C’è un angelo custode nella mia vita, questa è la cosa
principale. Siano rese grazie a lui”. Chissà se il suo angelo era tremendo
quanto quello di Rilke – o era uno di quelli imbozzolati tra quattro e sei ali,
immani crisalidi, incerti tra la figura sterile o la gravidanza in spade.
*In copertina: Julie Christie sul set del Dottor Živago
L'articolo “C’è un angelo custode nella mia vita”. L’epopea infinita del “Dottor
Živago” proviene da Pangea.
FAR FROM BEING A TRAGEDY, THE DEMISE OF THE FILM INDUSTRY SHOULD BE CELEBRATED
~ Andrew J. Boyer ~
Netflix has proposed an $82.7bn (£62bn) deal to purchase Warner Bros, a movie
studio with over 100 years of cinema history under its belt. Paramount+ has
joined in on the bidding in hopes to gain further media assets, as the two
streaming services fight over dominance. The proposed deals would dramatically
reshape the Hollywood industry towards streaming and will likely have a
detrimental effect on local cinemas. This has understandably induced anxiety
amongst cinephiles and casual movie-goers alike as they fear the ‘death of
cinema’ is upon us. But is it really so bad?
First, let’s ascertain that Hollywood has faced many ‘threats’, from sexual
abuse scandals to writers strikes, to CGI replacing practical effects etc.. All
of these issues stem from the same cause: the capitalist system. While A.I. is
certainly a new threat on the horizon, Hollywood’s grotesque commodification of
filmmaking has been decades long. Preference for speedy overblown franchises,
name recognition, and nostalgia-mongering have been issues since at least the
late ‘70s when modern ‘blockbusters’ emerged. Most will recall news of Ian
Mcellan’s tearful breakdown on the set of The Hobbit. After having to recite
most of his lines to green screen, he lamented “This is not why I became an
actor”. Art has taken a back seat to commercialism in tinsel town for a while
now.
A further point against cinema whilst it’s knocking on death’s door, is the
sheer amount of financial and environmental waste that goes into major motion
pictures. Benedict Cumberbatch commented on this in his interview with Ruth
Rogers earlier in the year, stating: “It’s a grossly wasteful industry. Think
about set builds that aren’t recycled, think about transport, think about food,
think about housing, but also light and energy. The amount of wattage you need
to create daylight and consistent light in a studio environment. It’s a lot of
energy.”
Plenty of energy indeed. In 2021 the Sustainable Production Alliance reported
that the average feature film has a carbon footprint of 3,370 metric tons.
Understandably, Hollywood actors are often the subject of scorn for their
hypocrisy on preaching climate responsibility to working people.
But the most damning nail in the coffin of all: most blockbuster films these
days are boring. There’s a genuine sense of ennui with the film industry that
has plagued it since the turn of the century. Let’s not kid ourselves that this
can be fixed with unions, laws, contract negotiations or (god forbid) more
franchise reboots. The movie industry has been more about stifling art than
producing it, yet many people can’t imagine films without it.
To this effect, Hollywood can be considered what Ivan Illich called a “radical
monopoly”. In his 1973 book ‘Tools for Conviviality’ he wrote: “Above all, by
depriving people of the ability to satisfy personal needs in a personal manner,
radical monopoly creates radical scarcity of personal–as opposed to
institutional-service.”
Of course, one could argue that the institutional aspect of cinemas is its
appeal. Being handed your ticket and walking into a dark room with a large
screen and surround sound is what separates the experience from simply watching
a film in your living room. This, however, would overlook a very grassroots
solution which anarchists and cooperative communitarians have championed for
years: independent community cinema.
Independent grassroots cinemas are often smaller, cozier and the seating is
typically sofas pulled together, or perhaps tables and chairs facing a projector
screen. A stellar example of one would be Star and Shadow Cinema in
Newcastle-Upon-Tyne. Whilst being run by volunteers, the cinema also works as a
community kitchen and concert space, but most importantly: it screens films.
From classics, to modern, and even local indie productions, grassroots cinemas
provide essentially the opposite, more social experience to streaming isolated
at home.
Furthermore, as A.I. begins to infest the entertainment industry by replacing
both actors and set design in the upcoming decades, independent cinemas can
champion authentic human films which grasp at the heart of what cinemagoers are
longing for. These independent film scenes run far less risk of fostering sexual
abuse in the way top-down hierarchical Hollywood production companies have in
the past; namely Harvey Weinstein, whose abuse sparked much of the #MeToo
movement.
It’s tough not to become sentimental about cinemas and Hollywood. Stories of the
‘golden age’ and memories of our favourite films can enchant our senses away
from remembering that it is, in fact, an industry; and a very cold and
calculative one at that. With the rising costs of living combined with a
loneliness epidemic plaguing the western world, perhaps our sights shouldn’t be
set towards saving Hollywood, but instead towards each other.
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Photo: howzey on Flickr CC BY-NC-ND 2.0
The post It’s the end of cinema as we know it… and I feel fine appeared first on
Freedom News.
Questa volta il Festival del Cinema di Venezia 2025 ci ha regalato una scossa,
un’inquietudine fertile, finalmente un vero sussulto: Franco Maresco che ha
osato agitare il fantasma di Carmelo Bene tentando di fare il film che il
maestro non aveva fatto: Un film fatto per Bene, ispirato alla sceneggiatura che
C.B. pubblica per Einaudi nel 1976: Giuseppe Desa da Copertino. A Boccaperta e
che Bompiani ripubblica tra i “Classici” insieme a una selezione della
documentazione drammaturgica beniana in: Opere nel 1995 da cui il celebre
secondo intervento al “Maurizio Costanzo Show”, irresistibile: “ora sono un
classico, non posso dare risposte”.
L’audace e delirante esperimento di Maresco, una sorta di coloratissimo “Cinico
Tv” sub-pasolinano e sub-felliniano più che beniano, con il suo sgangherato
circo di freak e comparse derelitte e il tema costante dell’inconcludenza
esistenziale metaforizzata dal fallimento della ripresa filmica, ci interroga
comunque in modo estremamente serio e urgente su due temi legati ad ogni
“discorso sull’Arte: il rapporto tra artificio e arte e il rapporto tra
poetica-visione dell’arte e opera autoriale. Più praticamente: può la
straordinaria visione dell’Arte di Carmelo Bene, a sua volta opera d’arte quasi
non discernibile senza l’opera “in scena” (“togliendosi di scena”, come diceva)
sopravvivere al suo Artefice e darsi ancora oggi attuale, abitabile,
sperimentabile? Provai a rispondere positivamente al quesito con due
divagazioni: “Essere Carmelo Bene” e “Cantico” dove ricordavo come C.B. non sia
appunto separabile dal suo “discorso sull’Arte” tanto che non esiste a mio
parere artista così lucidamente consapevole delle proprie fonti letterarie e
filosofiche quanto l’attore totale di Campi Salentina e non esiste attore totale
così trasparente nel metabolizzare e trasfigurare le proprie frequentazioni
artistico-letterarie: Stirner, Deleuze (specie: La piega, e: Identità e
ripetizione), Schopenhauer de Il mondo come volontà e rappresentazione, La
nascita della tragedia del nomade di Basilea, Verdi, Bellini, Donizzetti, le
mistiche statuarie del Bernini, Francis Bacon, De Sade, le novelle del Bandello,
l’inglese di Pound, l’Ulisse, l’ironia iper-borghese e meta-teatrale di La
Forgues, l’a-moralità di Buster Keaton vs l’odiato Chaplin, la teologia negativa
sottesa in Montale, il neopaganesimo di Byron, il pathos dis-individuante di
Gozzano, l’essenza greco-nichilista nel Bardo inglese e in Marlowe, il
misticismo gnostico di Klossowsky (e molto altro, ovviamente). Perché nessuno si
è riconnesso al mondo letterario come già digerito da C.B.? Se fosse accaduto ci
saremmo risparmiati molte rappresentazioni teatrali prive di qualsivoglia
visione profonda, mero maquillage sul cadavere beniano ma senza spessore
lirico-tragico.
La seconda domanda richiama il tema della “macchina attoriale” (oggi diremmo:
organismo post-attoriale) beniana che nessuno (disonore a molti) ha mai tentato
di riaccendere. Onore invece al bizzarro e trash Moresco, a questo punto, e
anche alla sua furbizia da commedia dell’arte insta nel suo auto-assolversi dal
cadere in questo esperimento attraverso il soggetto narrativo del suo film: il
fallimento da cineasta nel realizzare il film su San Giuseppe da Copertino
(“frate asino”) come l’avrebbe voluto C.B. Il rapporto tra arte e artificio
richiama uno dei fili rossi ritornanti del discorso beniano sull’Arte e richiama
anche il suo affetto per Leopardi e specialmente per il suo pensiero sulla
genesi artistica come possiamo rintracciarlo nell’ironia della poesia “Scherzo”
e nelle prime pagine dello Zibaldone: quanto cioè l’opera artistica debba di sè
stessa alla necessaria illusione indotta tramite una faticosa messa in scena
testuale-espressiva-stilistica. Tema ripreso recentemente quasi solo da Woody
Allen in alcuni suoi film (Scoop, Ombre e Nebbia, Basta che funzioni, Stardust
Memories, Hollywood Ending, ecc.). Nel caso di questa dimenticata sceneggiatura
beniana (anche il Tamerlano di Marlowe andrebbe ri-fatto, oggi, secondo la
poiesis beniana) anche qui il folle del Salento ci conferma l’essenza
non-individuante della sua poetica proprio in un testo in realtà ricco di
riferimenti al suo vissuto: la campagna secca e oziosa del salentino, la madre
fondamentalista e ossessiva, la simpatia degli “indigeni” per il
“mostro-anomalìa” del frate-asino, cioè di C.B. giovane.
Non c’è nulla di attoriale né di personale nella poetica beniana e la
sceneggiatura sul santo ignorante che levitava e faceva il guardiano di porci
(come nella parabola del figliol prodigo) esplicita proprio l’essenza del tema
universale prima che beniano dell’Arte quale “stato di grazia”, abbandono, volo,
ineffabilità sfuggente, eccesso ultra-linguabile. L’essenza del Barocco senza
tempo vivente nell’incapacità di stare al mondo di questo frate disprezzato per
i suoi rapimenti, e il suo stare “a bocca aperta” a fissare il
Cielo/Vuoto/Nulla. L’unica frase che dice il santo è: “bisogna tagliare lo
filo”. Frase che spesso Carmelo ripeteva, senza spiegarla. Come se la virtus del
“volo” cioè dell’immergersi nell’indicibile e nell’irrappresentabile fosse già
dentro il corpo-anima come per una mongolfiera ancorata o un passero legato e
quindi basterebbe eradere i legacci per liberare quel lievitare già in vita, già
in potenza. Il Santo ri-trasfigurato “alla C.B.” appare una figura che evita il
prossimo, si nasconde, inciampa, brancola, bofonchia: una sorta di ibrido tra il
Salvatore del Nome della Rosa e Simone Weil. Il “fare” è fatica, alienazione,
“costringe all’essere”, induce dolore mentre l’otium senza scopo è la casa
animica del santo come dell’artista. Giuseppe non trattiene le cose, le cose gli
cadono dalle mani, sta fermo sotto il sole e non chiede alcunché. Il “diavolo”
qui è l’immagine e il suo demonico moltiplicarsi, che disturba e ossessiona il
povero frate. Ritorna l’ostilità platonica del decimo libro di Repubblica per la
mimesis delle “copie delle copie” essendo il mondo già di per se una copia.
Per il frate come per C.B. la scuola è schola mortis dove si impara la necrosi
dell’irrigidimento, della postura ripetuta allo sfinimento mentre è nell’attesa
vuota di determinazioni, nel farsi oggetto tra gli oggetti che residuano alcuni
varchi che San Giuseppe e C.B. ebbero la grazia di oltrepassare, o meglio:
lasciarsi attraversare. Povero Heidegger che inciampò sul rapporto circolare
autore-opera (L’origine dell’opera d’arte, 1955) come il criceto nella ruota
vedendo solo il proprio narcisismo e non la necessità fatale di negare l’ego,
scansare il soggetto, moltiplicare le maschere, curvare le linee, allargare e
deformare le pieghe. Non c’è storia né imitazione né replica né passaggio né
tradizione se il pensiero sull’arte è processo artistico esso stesso e se si
pone contro il senso dell’individualità come contro ogni appartenenza. Onore
quindi al prezioso fallimento di Maresco che ha avuto il coraggio sgarbato di
mostrare che Pinocchio-Bene è veramente un corpo sepolto vivo che si dibatte e
la luce del giorno è “catastrofe” (Von Kleist, Pentesilea).
Giacomo Maria Prati
*In copertina: Carmelo Bene in Don Giovanni (1970)
L'articolo Essere Carmelo Bene. Sul film di Franco Maresco, una sublime
catastrofe proviene da Pangea.
> “Nel quadro, una figura femminile, bianca e luminosa, procede da est a ovest,
> tenendo tra le mani un libro e i fili del telegrafo (…); alle sue spalle, e
> nella stessa direzione, procedono i vagoni di un treno, mentre alla sua
> sinistra, più in primo piano nel dipinto, uomini armati di aratro camminano
> con calma su una strada dritta. I tre personaggi, la donna, il treno e i
> farmers, avanzano lungo tracciati paralleli e ordinati. La parte sinistra del
> quadro, quella a ovest, è invece occupata da figure disposte in modo
> decisamente più irregolare: si tratta di nativi e animali che fuggono
> incivilmente, spinti fuori campo dall’incedere rassicurante del progresso”.
>
> (Andrea Laquidara, John Ford e il cinema americano, Mimesis 2019, pp.29-30)
Nel dipinto del 1872 American Progress di John Gast, artista statunitense dalle
venature naïf nato a Berlino, specializzato in litografie, la donna splendente
con la stella sulla fronte che procede levitando verso Ovest (a cui si ispira il
personaggio della DC Comics Wonder Woman) incarna la famosa dottrina
ottocentesca del Manifest Destiny: il progresso inarrestabile visto come una
missione divina, affidata agli Stati Uniti, i quali avevano il dovere di
espandersi sul continente per portare la luce della civiltà verso la natura
oscura e selvaggia – e ostile – da colonizzare. Una civiltà che ha costruito la
sua identità in modo cruento, nell’inevitabile confronto/conflitto con il
selvaggio, che andava allontanato, piegato, addomesticato, e nelle fasi estreme
di guerra andava sterminato, proprio in nome del Destino Manifesto. Il termine,
coniato dal giornalista-editore John L. O’Sullivan, divenne popolare nel 1845
nella disputa territoriale per l’Oregon e nell’annessione del Texas: una
rivendicazione per «il diritto del nostro destino manifesto di diffonderci per
l’intero continente, che la Provvidenza ci ha dato per lo sviluppo di un grande
esperimento di libertà e di autogoverno federato». Termine che venne usato per
la prima volta in un discorso al Congresso da Robert Winthrop nel 1846: «I mean
that new revelation of right which has been designated as the right of our
manifest destiny to spread over this whole continent. (…) The right of our
manifest destiny! There is a right for a new chapter in the law of nations; or
rather, in the special laws of our own country; for I suppose the right of a
manifest destiny to spread will not be admitted to exist in any nation except
the universal Yankee nation!».
Per riprendere questo tema vogliamo tornare al saggio di Andrea Laquidara John
Ford e il cinema americano, ovvero la rimozione di Dioniso (Mimesis 2019), di
cui già abbiamo parlato a proposito della Diligenza per Lordsburg, trasposta al
cinema con il celeberrimo Stagecoach, ovvero Ombre rosse. Abbiamo visto che John
Ford ha segnato la storia del cinema per aver costantemente tematizzato il
confronto con il selvaggio, proprio attingendo alla tradizione dell’immaginario
statunitense ottocentesco. E il suo primo film di grande successo, quello che
gli diede notorietà e peso, risale al 1924, in pieno cinema muto: The Iron
Horse, una grande epopea che racconta la costruzione della prima linea
ferroviaria transcontinentale americana negli anni successivi alla Guerra
Civile. La pellicola venne girata in gran parte negli altopiani desertici vicino
a Reno, Nevada, e impiegò centinaia di comparse, che comprendevano operai
cinesi, irlandesi e indiani Paiute. Il racconto prende episodi fondamentali
della storia americana: la Guerra Civile, la presidenza di Lincoln, l’espansione
verso Ovest e gli scontri con gli indiani, e mostra come la costruzione della
ferrovia transcontinentale si sposava indefettibilmente con l’ideologia
del Manifest Destiny, sostenuta come necessaria e inevitabile.
Il progetto della ferrovia transcontinentale venne elaborato per la prima volta
nel 1845, ma il Congresso non riuscì a dargli una fisionomia definitiva a causa
dei contrasti sul percorso da scegliere. In seguito, la secessione degli stati
del Sud e la guerra conseguente favorirono la scelta, appoggiata dai nordisti,
di un percorso che tagliasse le regioni centrali degli Stati Uniti, e nel 1862
il Congresso approvò il Pacific Railway Act, che autorizzava la compagnia Union
Pacific Railroad a costruire in direzione ovest a partire da Omaha, mentre la
Central Pacific Railroad of California ottenne il permesso di costruire la linea
in direzione est, partendo da Sacramento. Era un’impresa di enorme difficoltà,
trattandosi di regioni isolate e quasi disabitate: tutto quanto, le traversine,
il pietrisco, i binari di ferro, il materiale rotabile, i macchinari dovevano
essere trasportati sui luoghi del cantiere da molto lontano, insieme alle
provviste e ai rifornimenti per migliaia di operai – in buona parte immigrati e
veterani dell’esercito dell’Unione smobilitati – che, spesso, erano costretti a
lasciare i picconi e a imbracciare i fucili per respingere gli immancabili
attacchi degli indiani.
In John Ford e il cinema americano, Andrea Laquidara si spinge ancora più
indietro rispetto al periodo canonico anni ’30 – anni ’60, considerato il più
significativo nella maggioranza delle monografie sul regista, per analizzare
proprio The Iron Horse del 1924, Il cavallo d’acciaio, la maestosa ricostruzione
dell’impresa ferroviaria ottocentesca. Abbiamo il topografo David Brandon Sr che
porta con sé il figlio David Jr in un viaggio esplorativo, nel sogno di
realizzare un giorno la grande ferrovia transcontinentale; ma i due vengono
assaliti da una banda di Cheyenne, il cui capo – un bianco travestito da
selvaggio – uccide il padre lasciando il figlio solo e abbandonato a sé stesso.
Anni dopo, l’imprenditore Marsh, padre di Miriam, la ragazzina che il piccolo
David Brandon aveva dovuto lasciare per seguire il padre, presiede la Union
Pacific, incaricata di costruire il tratto fra il Nebraska e lo Utah; Miriam è
fidanzata con Jesson, ingegnere al servizio del padre. Il ricco possidente
Deroux, il villain della storia, fa di tutto per impedire che la ferrovia segua
un percorso lineare, cercando di convincere l’imprenditore Marsh a farla deviare
nelle sue terre. Ma il provvidenziale rientro in scena di David Brandon, ora
impiegato come pony express, manda all’aria il suo intento: il giovane
suggerisce a Marsh una scorciatoia, lo shorter pass che aveva individuato col
padre in quel tragico viaggio. Va da sé che il malvagio Deroux cerchi di
eliminare David, con la complicità dell’ingegnere Jesson, geloso per l’amore che
sta rifiorendo fra i ritrovati David e Miriam, ma l’intento non riesce: “dunque
a Deroux non rimane che scatenare un gruppo di agguerriti Cheyenne: questi
aggrediscono i lavoratori, li accerchiano, e rischiano di interrompere
definitivamente il progredire della ‘civiltà’, se non fosse che l’intera
cittadina di Cheyenne City, costituita da immigrati irlandesi, cinesi, italiani
(un po’ riluttanti questi ultimi), si anima e corre in aiuto degli operai”.
Ora fermiamo il riassunto, lasciando il finale a chi voglia guardare la
pellicola, e partendo da qui dialoghiamo con l’autore, studioso, regista e
insegnante di Cinema all’Università di Urbino, per ragionare su alcuni aspetti –
anche sorprendenti – di questo film.
Dopo alcune scaramucce con gli indiani, risolte dalla determinazione degli
operai che si difendono a fucilate, il grande assalto alla ferrovia da parte dei
Cheyenne arriva dopo circa due ore: Ford filma l’aggressione, che si sviluppa
“at the end of the track”, con i lavoratori guidati da David Brandon che
“imbracciano le armi e si rifugiano sotto i vagoni, tra i binari, immediatamente
trasformati in trincea”. È interessante vedere la coreografia dell’assedio dei
Cheyenne: la provenienza da sinistra, ovvero da Ovest – che ricorda gli avispici
eseguiti dagli àuguri nella nostra antichità – e il senso antiorario della
corsa: tutti elementi carichi di significato.
Nel cinema – nel buon cinema – vi è sempre una compresenza di esplicito e
implicito, di non detto e dichiarato: significati, valori, visioni del mondo
arrivano allo sguardo dello spettatore tramite elementi evidenti del contenuto,
ma soprattutto grazie a scelte stilistiche insieme sottili e clamorose. Nella
scena della battaglia di The Iron Horse vi sono dettagli di regia densissimi di
richiami alla filosofia che pervade l’immaginario statunitense dai tempi della
Rivoluzione americana – probabilmente anche da prima.
I Cheyenne attaccano dalla sinistra dello schermo, dal West, da una terra non
ancora civilized, muovendosi in direzione opposta al simbolo più esemplare della
marcia del progresso, la ferrovia. Il percorso dei nativi (i “selvaggi”)
confluisce in un cerchio, e Ford ce lo mostra con chiarezza in una serie di
campi lunghissimi alternati con perizia a piani più stretti: il cerchio
(antiorario, perdipiù) contraddice la linea, la stasi selvaggia si oppone al
progresso razionale. Progresso borghese, potremmo aggiungere.
C’è poi un aspetto di grande rilevanza legato al taglio delle inquadrature e al
meccanismo di identificazione che esso determina nello spettatore. Per tutta la
sequenza della battaglia, i primi piani o le mezze figure sono riservati
esclusivamente ai lavoratori vittime dell’attacco, mentre i Cheyenne sono
inquadrati sempre con totali, pienamente assorbiti nella grigia e
ostile wilderness. Il pubblico è dunque indotto a empatizzare con le vittime,
mentre i nativi assumono il solo ruolo di mere e anonime minacce – inseriti nel
paesaggio, come le rocce e gli animali, ci dice Sandro Bernardi in una
riflessione interessantissima sul cinema di Ford.
Si tratta di un espediente retorico largamente presente nel cinema
hollywoodiano, anche in tempi più recenti. Mi viene in mente American Sniper, di
Clint Eastwood, un western “mediorientale”: la scena iniziale (il cecchino Chris
ha appena ucciso una donna intenta a lanciare una bomba contro un carro armato
statunitense; un bambino la raccoglie e prosegue la corsa verso l’obiettivo;
Chris prende la mira, ma esita per qualche istante) viene lasciata in sospeso
per consentire agli spettatori un approfondimento del contesto e dei personaggi.
Per quasi mezz’ora, un flashback ci accompagna nella memoria del cecchino, alla
ricerca di risposte ai nostri interrogativi: perché è qui con un fucile in mano?
Perché punta un bambino? Che educazione ha avuto? Cos’è accaduto agli Stati
Uniti negli ultimi trent’anni? A ben vedere, tuttavia, si tratta di un trucco,
anche piuttosto scorretto: per quale motivo Eastwood non dedica altrettanto
tempo ai due aggressori? Perché non approfondisce anche la loro storia? Come mai
sono lì con una bomba in mano? Che educazione hanno avuto? In che condizioni si
trova il Medio Oriente da almeno cinquant’anni? No, mamma e figlio sono solo due
pericolosi terroristi anonimi, e dunque il duplice omicidio messo in atto da
Chris (uno dei tanti difensori della civiltà hollywoodiana) è presentato sì come
terribile, ma necessario.
Il fatto che il cerchio contraddica la linea diritta del progresso ci rimanda al
simbolo del tempo per gli indiani d’America: per loro il tempo diurno, il tempo
notturno e le fasi della luna sarebbero posti sopra il mondo, e il tempo
dell’anno sarebbe un cerchio intorno al bordo del mondo. E questa circolarità,
come lei osserva, si imparenta con l’Ewige Wiederkunft del Gleichen, l’eterno
ritorno dell’uguale teorizzato da Friedrich Nietzsche.
Il discorso sul tempo, sulla filosofia del tempo che fonda le nostre identità, è
trattato spesso con frettolosità, o addirittura trascurato, mentre si tratta di
un tema urgente, che richiederebbe una riflessione molto ampia. A proposito
della teoria dell’Eterno ritorno di Nietzsche, credo si tratti di un’intuizione
sfuggente ed enigmatica, a volte fraintesa. Ho sentito opinioni (di semplici
amatori e di addetti ai lavori) che interpretano il ritorno nietzschiano come
ripetitività routinaria, da cui il filosofo ci inviterebbe a liberarci, come un
fiume smuove e ripulisce l’acqua torbida di uno stagno. In realtà la circolarità
del tempo di cui parla Nietzsche è tanto insopportabile quanto gioiosa: è una
potente affermazione della vita che divincola dalla perenne attesa di un mondo
altro. “Quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più
nient’altro!”, ci dice il demone ne La gaia scienza. Se osserviamo con
attenzione, dobbiamo constatare che la configurazione del tempo lineare, inteso
come una freccia tesa verso altrove, getta l’uomo in una condizione di attesa
speranzosa e pessimistica, che svaluta la vita presente, la vita terrena
tangibile. Una simile configurazione si colloca a fondamento tanto della
metafisica cristiana, quanto della società capitalista contemporanea, che
comanda il sacrificio del presente, in vista del conseguimento futuro di un
guadagno infinito. Un fantasma di guadagno, in realtà, ma efficacissimo come
punto di fuga per l’esistenza umana. Nel puritanesimo in cui affonda le radici
la cultura statunitense sono presenti entrambe le istanze, quella cristiana e
quella capitalista. È chiaro che, osservato dalla locomotiva che galoppa lineare
sui binari d’acciaio del progresso, il tempo ciclico dei nativi – proprio di
tante altre culture, antiche e contemporanee – non è altro che una torbida fase
di ristagno, l’avaria del motore, l’interruzione della linea: “The line went
dead”, afferma un soldato in Stagecoach, comunicando al comandante che il
selvaggio Geronimo ha tagliato la linea del telegrafo.
Vediamo come si arriva a quella specie di suprematismo che informava la dottrina
ottocentesca del Destino Manifesto, il motore dell’intera macchina
colonizzatrice dell’Uomo Bianco. Si parte da J. Hector St. John de Crèvecœur con
il suo Letters from an American Farmer del 1782, dove si definisce una
distinzione netta fra le due sponde dell’Atlantico: la vecchia Europa come
terreno ormai sterile e il suolo americano che può offrire una rigenerazione e
dar vita a una nuova umanità. Poi abbiamo Thomas Hart “Old Bullion” Benton,
primo senatore del Missouri che a partire dal 1820 teorizza l’espansione verso
il Pacifico come simbolo della libertà e della grandezza dell’America. Ora, dopo
duecento anni, sembra che questa dottrina stia trovando echi inquietanti anche
nell’America di oggi, in questa pirotecnica seconda presidenza di Donald Trump
con il suo Make America Great Again, con le dichiarate velleità espansionistiche
– ai limiti del grottesco – verso il confinante Canada e verso la Groenlandia,
definite “necessarie” per lo sviluppo americano e il progresso verso la
felicità, e le improvvise azioni guerresche che incendiano definitivamente il
Medio Oriente. Siamo di nuovo di fronte a un “tempo che ritorna”?
Non si tratta del ritorno nietzschiano come affermazione coraggiosa della vita,
tutt’altro: le narrazioni statunitensi sono piuttosto pervase di paura
dell’Altro, una forza centripeta che genera inevitabilmente chiusura e
conflitto. A proposito di questa immaginifica rigenerazione che avrebbe prodotto
l’uomo nuovo, l’americano, oltre ai personaggi già citati, de Crèvecœur, Benton,
vale la pena ricordare Frederick Turner e la sua interpretazione della frontiera
americana, proposta sul finire dell’Ottocento. Lo storico distingue le frontiere
europee (plurali), che separano una cultura da un’altra cultura, dalla frontiera
americana (singolare), che distingue cultura da wilderness. Questo confronto
arcaico, originario col grado zero della civiltà avrebbe rigenerato lo svigorito
uomo europeo, dando vita all’americano, l’uomo nuovo di frontiera, in grado di
riaffermare le leggi eterne che Dio ha dato alla Natura. Sembra la storia di
Superman… Noi sappiamo che si tratta di una gran bella menzogna: l’Europa non
era popolata da fiacchi individui occhialuti, malati di civiltà, e di là dal
recinto americano non c’era affatto una terra caotica in cui portare la
razionalità divina, ma una miriade di culture antiche e complesse che popolavano
un paesaggio ricco e vario. Tuttavia questa narrazione è stata efficacissima per
giustificare la chiusura verso le proprie origini e lo sterminio attuato ai
danni dei nativi. Il metodo è stato mantenuto nei decenni successivi, sempre più
evoluto, divincolato dalla dimensione esclusivamente territoriale: si legga al
riguardo il bel saggio di Ilaria Moschini Il grande cerchio. Theodore Roosevelt,
già nel 1904, investe gli Stati Uniti del ruolo di polizia internazionale,
chiamata a intervenire “elsewhere”, ovunque l’ordine e la stabilità sia messa in
pericolo; noi tutti ricordiamo l’“esportazione della democrazia” proposta
generosamente al mondo da George W. Bush, a inizio millennio, giustificata
dall’attentato alle Twin Towers. Per arrivare ai giorni nostri, ritengo che i
capricci e le pagliacciate di Trump siano l’ultimo aggiornamento di queste
narrazioni: armi di distrazione di massa che, al pari delle storie e dei
miti westerndi cento anni fa, servono a occultare un piano ben ordinato,
razionale, lineare di assimilazione, di appiattimento, di omologazione
dell’altro ai propri fantasmi ideali. Un’identità fragile difficilmente si apre
all’alterità. Chissà se alla Casa Bianca stanno già lavorando a un video che
prefiguri le meraviglie dell’Iran futuro…
Tornando a The Iron Horse, lei ha fatto riferimento alla frammentazione etnica
del corpo lavoratori, che con scavi e martellate posavano binari e traversine
con grande lena – anche in una specie di “gara” fra le due compagnie per
riuscire a completare il proprio tratto per prima. Nel film questa molteplicità
culturale, di indole e di espressioni verbali si vede anche nei pannelli delle
didascalie, dove a volte i dialoghi degli operai sono espressi in un americano
allegramente deformato, forse dalla spensieratezza lessicale degli sradicati.
Sì, in The Iron Horse è presentato quest’aspetto costitutivo della società
statunitense, punto d’incontro di traiettorie provenienti da origini molteplici.
Anche in questo fenomeno troviamo una interessante ambivalenza, una compresenza
di apertura e chiusura. Per lungo tempo si è parlato degli Stati Uniti come di
un Melting Pot, un calderone che raccoglie ingredienti di provenienza varia e li
compone insieme, formando una nuova, laboriosa società cosmopolita. Il termine è
ripreso dall’opera teatrale omonima di Israel Zangwill, che nel 1908 immaginava
l’America come il crogiuolo di Dio, in cui si entra italiani, cinesi, tedeschi,
irlandesi, e miracolosamente si esce americani. Vi è naturalmente il rischio
concreto di vivere un processo di omologazione, di assimilazione. Nel film di
Ford, la battaglia difensiva contro i nativi è in qualche modo il calderone che
impasta e compatta i lavoratori immigrati, trasformandoli in orgogliosi
statunitensi.
Mi viene in mente Jacques Feyder, grande regista francese, precursore del
Realismo poetico, e la gustosa descrizione che egli ci offre della sua
esperienza hollywoodiana, avuta negli anni Venti e Trenta. La riassumo in poche
righe. Stanchi dei loro prodotti piuttosto ripetitivi, gli americani decidono di
dare nuova linfa alla propria estetica chiamando qualche regista europeo alla
propria corte. E così Feyder approda a Hollywood, ci racconta i numerosi
incontri con i produttori, il confronto sul soggetto giusto, la sceneggiatura
appropriata, i compromessi, le incomprensioni, le strette di mano; e ancora
l’inizio della lavorazione, straordinariamente efficace e lineare: tutto
funziona alla perfezione, “tutto viaggia sul velluto”. Finché il film è
concluso, e ci si incontra per l’anteprima. È lì che il regista, seguendo sullo
schermo il fluire di un film che viaggia senza alcun intoppo, deve confessare a
se stesso: “E’ venuto molto bene, ma non è il mio film”. Non sono io. E a
conclusione della proiezione, sui volti di tutti i membri della produzione,
legge lo stesso pensiero: “Ma perché abbiamo chiamato dall’Europa uno che ha
girato un film che qualsiasi nostro regista avrebbe potuto dirigere?”. I pochi
cineasti che, chiamati a lavorare negli Stati Uniti, sono riusciti in qualche
modo a conservare la propria identità professionale – Stroheim, Renoir,
Antonioni – sono stati fortemente osteggiati da Hollywood. Anche in questo caso,
il cinema è metafora di una dinamica sociale fortemente radicata nella cultura
occidentale.
John Ford si è grandemente impegnato a inquadrare il Caos, ovvero la wilderness,
in diverse prospettive e da diverse angolazioni, dedicandosi all’epopea del West
quasi come un adepto alla sua religione. E lo ha fatto da uomo del suo tempo e
della sua cultura, in un orizzonte – come lei dice – denso di richiami agli
ideali illuministi, alla concezione borghese del viaggio, alla tecnologia come
strumento di dominio. In cosa credeva e come si gratificava John Ford nello
sviluppo della sua carriera, e in cosa smise di credere verso la conclusione
della sua parabola artistica?
John Ford era considerato il più affidabile dei registi hollywoodiani. E questa
affidabilità io ritengo sia dovuta anche al suo modo di inquadrare
la wilderness, allo sguardo che gettava – o credeva di gettare – al di là della
frontiera, in linea con lo sguardo di Hollywood. Prendendo a prestito il lessico
lacaniano, si può dire che sin dalle sue origini, il cinema americano abbia
collocato un’immagine della wilderness davanti alla wilderness stessa, per
rimuovere l’angoscia che essa può provocare, per evitare di esserne bewildered,
disorientato. Ho già citato Jean Renoir, grande regista francese, coevo di Ford.
Non è un caso che, nel suo periodo americano (gli anni Quaranta), fu fortemente
osteggiato dai produttori hollywoodiani proprio perché adoperava la macchina da
presa come strumento di apertura, di esplorazione, come espressione di curiosità
verso un territorio sconosciuto e inquieto.
La visione fordiana della wilderness, proprio per il suo carattere di chiusura,
era destinata a un’inesorabile decomposizione, destrutturata dall’interno
dall’autoreferenzialità che la fonda. Il che, lo ribadisco, la rende
rappresentativa dell’intera cultura occidentale dominante. Lindsay Anderson, nel
suo volume sul cineasta americano, registra negli ultimi anni della vita e della
filmografia di Ford un progressivo incupimento, un nichilismo ruvido che
impregna alcune delle ultime pellicole fordiane. Ce ne sono due, a mio parere,
significative, entrambe dirette negli anni ’60, quando il mondo e il cinema
erano ormai mutati e reclamavano un cambiamento di prospettiva dai cineasti. La
prima è Cheyenne Autumn: dopo decenni di demonizzazione degli “indiani”, il
regista western per eccellenza sembra fare ammenda e riconoscere valore alla
cultura dei nativi. Viene tuttavia mantenuta l’antipatica abitudine
hollywoodiana di far interpretare Comanche, Cheyenne, Sioux da attori che di
nativo non hanno nulla: messicani, italiani, spagnoli, etc, solo perché
rispondono al cliché del volto esotico. In più, leggendo le interviste
rilasciate in quegli anni dal regista, può lasciare perplessi il carattere
assimilazionista nascosto in alcune affermazioni: “Ho un enorme affetto per gli
Indiani. È un popolo molto morale […] hanno una letteratura […] amano i bambini
e gli animali”. Il valore dell’altro cresce proporzionalmente alla somiglianza
con l’identico.
L’altra pellicola è The Man Who Shot Liberty Valance. In questo film si avverte
la necessità di Ford di prestare orecchio alle istanze del nascente cinema
moderno, e, nello specifico, la forte influenza di quel capolavoro che
è Rashomon di Kurosawa. Ricorderete che nel film del regista giapponese, con una
serie di flashback, si cerca di definire cosa sia davvero accaduto nelle ore
precedenti al processo, e chi sia l’assassino dell’uomo ritrovato per caso da un
contadino di passaggio. Ciascuna delle testimonianze offre una prospettiva
diversa e ridisegna i personaggi, le azioni, le relazioni. Anche Ford costruisce
una narrazione prevalentemente orientata al passato, inquadrando un evento
cruciale accaduto decenni prima, sulla frontiera, l’uccisione del bandito
Liberty Valance, e, attraverso una duplicazione del flashback, si chiede chi lo
abbia ucciso davvero: il senatore Ransom (James Stewart), come la storia
ufficiale racconta, o il rude Tom (John Wayne)? Se però a conclusione
di Rashomon dobbiamo constatare che il regista ha inquadrato da tante
angolazioni un’oggettività sfuggente, invitandoci ad accettare l’assenza di una
verità unica, Ford adopera una tecnica simile ma con uno scopo diverso: svelare
la menzogna ufficiale e affermare la verità nascosta. È Tom – un americano vero,
direbbe Turner – che ha liberato la città dal bestiale Valance, è a lui che si
deve la fondazione della civiltà, anche se la storia lo ha voluto dimenticare.
C’è una fatica, una resistenza caparbia a rinunciare alla prospettiva certa, al
pensiero unico, alla Verità, una pericolosa fede nel proprio punto di vista che
non limita solo l’estetica cinematografica, ma la visione stessa della realtà,
fuori dalla finestra.
Paolo Ferrucci
*In copertina: John Gast, American Progress, 1872, rappresentazione allegorica
del “Destino manifesto” degli Stati Uniti
L'articolo “Manifest Destiny”: il progresso come missione, o del carisma degli
Stati Uniti. Dialogo con Andrea Laquidara proviene da Pangea.
Forse, fra i lettori, proprio coloro che provano una certa inquietudine al
pensiero di ritrovarsi su un aereo e dover volare, spesso loro malgrado,
finiscono per apprezzare maggiormente i racconti e i romanzi dedicati a questo
strano desiderio umano di “staccare l’ombra da terra”. Siamo, o siamo stati,
tutti lettori appassionati di Saint-Exupéry nonché, in tempi più recenti, di
quel notevolissimo e sfortunato scrittore – sfortunato come uomo, ma fortunato e
talentuosissimo come scrittore – che è stato Daniele Del Giudice.
Il mondo degli aerei e dei piloti torna prepotentemente in primo piano
nell’opera di un altro grande scrittore del Novecento, lo statunitense James
Salter, ancora troppo poco conosciuto da noi, benché Guanda ne abbia pubblicato
quasi tutta l’opera. Di Salter ricorre ora un doppio anniversario: cent’anni
dalla nascita, avvenuta il 10 giugno 1925 e dieci dalla morte, il 19 giugno
2015, subito dopo il compimento dei novant’anni. Una vita lunga e, come vedremo,
anche complessa, a cui non corrisponde la mole di pubblicazioni che ci si
potrebbe forse aspettare. In termini quantitativi l’output è stato nell’insieme
modesto, insomma, ma se si passa, come si dovrebbe, a una valutazione
qualitativa, il discorso cambia radicalmente, perché Salter è da considerarsi
una figura di assoluto spicco nella letteratura statunitense del secondo
dopoguerra. La sua scrittura, scrive John Irving nella postfazione all’edizione
italiana di A Sport and a Pastime(Un gioco e un passatempo, edito da Rizzoli nel
2006 e riproposto da Guanda nel 2015) – un titolo, sia detto per inciso, tratto
curiosamente da una sura del Corano – “trasforma i suoi libri, romanzi o memorie
che siano, in risultati letterari eccezionali”, tanto che qualunque scrittore
contemporaneo “si sentirà umiliato dalla sua lingua”.
Nato nel New Jersey, all’età di appena due anni Salter, che in realtà si
chiamava James Arnold Horowitz, segue la famiglia a Manhattan, e New York
diventa la sua città, la città in cui frequenta anzitutto le scuole superiori
(fra i compagni di scuola si annoverano fra gli altri Julian Beck e Jack
Kerouac), pubblicando le prime poesie, a suo dire terribili, sul giornalino
scolastico. È uno studente brillante e molto portato per le materie
scientifiche, e al momento della scelta dell’università, indeciso fra il MIT e
Stanford, si lascerà convincere dal padre, un ex militare, a entrare – siamo nel
1942 – all’Accademia militare di West Point. Si arruola poi nell’aviazione, ma
nel frattempo si laurea e ottiene anche un master alla Georgetown University, e,
dopo alcuni incarichi nelle Filippine, in Giappone e alle Hawaii, partecipa alla
guerra di Corea eseguendo un centinaio di missioni di combattimento nei cieli
coreani. Da questa esperienza ricava nel 1956 il suo primo romanzo, The
Hunters (Per la gloria, Guanda, 2016), che per non dare nell’occhio fra i
commilitoni pubblica con lo pseudonimo di James Salter, nome che in seguito
deciderà di adottare anche nella vita civile. Da The Huntersverrà anche tratto
nel 1958 un fortunato film con Robert Mitchum.
Segue nel 1961 The Arm of Flesh, ripubblicato quasi quarant’anni dopo con varie
modifiche e con il nuovo titolo di Cassada, un altro romanzo incentrato sulle
sue esperienze di pilota, ma ambientato stavolta alla base aerea di Bitburg, in
Germania. Nel frattempo, tuttavia, Salter ha capito che, se davvero vuole
dedicarsi alla letteratura, deve cambiare vita. Un segnale di una possibile
crisi esistenziale, a ben vedere, si coglie già in alcune pagine di Per la
gloria (cito qui dalla traduzione di Katia Bagnoli) che sembrano attagliarsi a
chiunque vada in pensione o smetta un’attività:
> “Fare parte di una squadriglia era una sintesi dell’esistenza. Quando arrivavi
> eri un bambino. C’erano opportunità infinite, e tutto era nuovo. Gradualmente,
> quasi senza rendertene conto, i giorni degli studi faticosi e del piacere
> erano finiti, avevi raggiunto la maturità; e poi all’improvviso eri vecchio, e
> volti e persone nuove che faticavi a riconoscere ti spuntavano intorno in
> fretta, fin quando scoprivi di non essere più il benvenuto fra loro perché
> tutti quelli che avevi conosciuto e con cui avevi vissuto se ne erano andati e
> la guerra non era diventata altro che una serie di ricordi incondivisibili di
> eventi avvenuti tanto tempo prima.”
Salter lascia quindi l’aeronautica e per guadagnare qualcosa si dà alle
sceneggiature di film e documentari, vincendo anche un premio alla Mostra di
Venezia del 1962, scrivendo nel 1969 la sceneggiatura di un film ambientato a
Roma, L’appuntamento, diretto da Sidney Lumet e interpretato da Anouk Aimée e
Omar Sharif, e collaborando, fra gli altri, con Robert Redford, per il quale
scrisse la sceneggiatura di Downhill Racer(Gli spericolati). Quest’ultimo
tuttavia infine rifiutò, perché il protagonista gli sembrava troppo riservato e
inadatto a lui, la sceneggiatura per un altro film, Solo Faces, incentrato sul
mondo degli scalatori, che lo scrittore decise in seguito di trasformare in un
romanzo, uscito nel 1979. Romanzo che diventerà un libro di culto nell’ambiente
appunto degli appassionati di quello sport.
Ma la strada di Salter è decisamente quella della narrativa pura, e se sarà
ricordato, come credo e spero, ciò avverrà grazie a una manciata di romanzi e
volumi di racconti che hanno rappresentato un’alternativa forse minoritaria, ma
non per questo meno presente e proficua, rispetto alla tradizione prevalente
nella recente letteratura statunitense, quella delle narrazioni fluviali, da
Bellow a Roth, da Updike a Mailer, da Ford allo stesso Irving, e oggi da De
Lillo a Franzen. Tanto divergente è potuto sembrare a molti critici il suo
cammino che Salter è stato presto bollato come atipico ed “eurocentrico”, il che
forse non è del tutto errato, se si pensa ai forti legami da lui intrattenuti
con diverse letterature europee, e in particolare con quella francese (per un
periodo ha anche vissuto a Parigi). Dagli scrittori europei Salter mutua forse
la riflessione sulla letteratura come modalità di vita, e la sua forza sta nel
far sì che, grazie a un instancabile lavoro di cesello, ogni sua opera, dal
romanzo più corposo al più breve dei racconti, sia un piccolo o grande
capolavoro. Nei suoi quasi sessant’anni di attività come scrittore, da The
Hunters all’ultimo romanzo uscito nel 2013, All That Is (Tutto quel che è la
vita, Guanda, 2015), Salter ha saputo mantenere inalterata nel tempo la tensione
e la profonda meditazione che si avverte dietro ogni sua pagina, ogni paragrafo,
persino ogni frase da lui formulata – quella che considerava, cioè, la vera
unità di misura della narrativa. A proposito della sua frase, appunto, e di
quanto sia ben tornita, Richard Ford ha scritto una volta che “It is an article
of faith among readers of fiction that James Salter writes American sentences
better than anyone writing today” (“È articolo di fede tra i lettori di
narrativa che James Salter scrive oggi frasi americane meglio di chiunque
altro”).
Grande estimatore delle metafore, Salter riesce quasi sempre a stupire, a
coniarne di nuovissime. Per farmi capire meglio prendo, praticamente a caso, un
suo paragrafo, uno dei tanti che potrei citare, l’inizio del secondo capitolo
di Una perfetta felicità (nella traduzione di Katia Bagnoli). Ecco cosa scrive:
> “Era l’autunno del 1958. Le bambine avevano sette e cinque anni. Sul fiume,
> del colore dell’ardesia, si riversava la luce. Una luce morbida, un’indolenza
> divina. In lontananza il ponte nuovo scintillava come una dichiarazione
> d’intenti, come un’affermazione che in una lettera costringe chi legge a
> soffermarsi.”
Un paragrafo praticamente perfetto.
Scrivere, cancellare e riscrivere continuamente, questa la sua tecnica,
acquisita quando i computer non esistevano ancora, ma mantenuta poi anche in
seguito, a garanzia di una ricerca incessante e faticosa dell’espressione
migliore, più calzante. Diceva di odiare quanto sgorgava direttamente dalla
mente, e che l’unico piacere dello scrivere consisteva in realtà nel correggere
e riscrivere. A questa inclinazione artigianale Salter univa una grande
curiosità per gli altri e per il mondo, che gli consentiva di archiviare prima
nella sua mente e riutilizzare poi nelle sue storie impressioni e frammenti di
discorsi accumulati nei decenni, giungendo il più delle volte, come ha
confessato, a creare personaggi che sono spesso un originale collage di diverse
persone reali, colte in una battuta o in un singolo atteggiamento. Sebbene
qualche critico abbia definito il suo stile impressionistico, o addirittura
affine al pointillisme in pittura, Salter ha regolarmente sottolineato di aver
voluto solo e sempre ricercare la massima chiarezza, insistendo non tanto sulle
grandi teorie, quanto sulle gioie e sulle asperità della vita quotidiana.
La sua abilità nel descrivere la passione sentimentale e sessuale – ne è un
esempio evidente A Sport and a Pastime –, così come la pulsione di ciascuno di
noi verso le novità e il cambiamento, palesa uno studio appassionato di diversi
antecedenti letterari, fra cui Salter stesso ha sempre annoverato un altro
militare, Isaac Babel’, ma anche Gogol’, Gide, Kawabata, Nabokov, Karen Blixen,
Thomas Wolfe e Marguerite Duras. Uno studio, peraltro, ravvicinato e intenso,
senza limitazioni o timori reverenziali, fondata sull’augusta e oggi troppo
frettolosamente abbandonata pratica della mimesi.
Con Light Years, del 1975 (tradotto in italiano da Guanda nel 2015 con il
titolo Una perfetta felicità),Salter riesce a raccontare con un’ispirazione
felicissima e uno stile ellittico e obliquo una storia, d’amore prima e di
bruciante separazione poi, basandosi sulla convinzione più volte espressa che
nella vita non conti tanto la realtà oggettiva, quanto la memoria, i ricordi che
riusciamo a strappare all’oblio. Scriverne e descriverli è anzi l’unico modo per
farli e farci vivere ancora. “There is no complete life,” sostiene. “There are
only fragments” (“Non esiste la vita completa, ci sono solo frammenti”). Ma la
forza del libro sta anche nella sua capacità di descrivere le conseguenze della
dissoluzione di una famiglia per tutti i suoi componenti e di farci entrare con
discrezione, ma anche con consumata maestria, nella mente dei protagonisti: la
bella, sofisticata e confusa Nedra, avvinta dalla lettura della biografia di
Alma Mahler, e il marito Viri, un architetto ebreo elegante e a suo modo
romantico – ebreo proprio come quel Salter il cui matrimonio andrà in pezzi poco
dopo la stesura del libro. Ma d’altra parte in Salter l’autobiografia, seppur
ben dissimulata, è sempre in agguato: la storia d’amore torrida con la ragazza
francese di A Sport and a Pastime è tratta di peso dalle sue esperienze
personali, e la vita, fra il divorzio, la morte improvvisa di una figlia in
circostanze drammatiche e le malattie che contrappuntano l’avanzare dell’età,
non lo ha certo risparmiato. Ma nelle sue opere ha saputo sempre evitare
qualsiasi tentazione di ripiegamento su sé stesso e di sentimentalismo.
Sulla fine di un amore tornerà anche con il bellissimo racconto che dà il titolo
alla raccolta Dusk and Other Stories, uscita nel 1988 (Crepuscolo e altre
storie, Guanda, 2022), racconto seguito da una serie di altre piccole gemme. Il
libro otterrà il PEN/Faulkner Award, un premio di grande prestigio. Lo stesso
livello qualitativo si riscontra senz’ombra di dubbio nella seconda raccolta,
dal titolo Last Night, che esce nel 2005 (L’ultima notte, Guanda, 2018).
In Burning the Days, del 1997 (Bruciare i giorni, Guanda, 2018), che è invece
una specie di memoir o autobiografia per frammenti, in cui si muove senza alcuna
remora da un periodo all’altro della propria vita, lo scrittore spinge ancora
oltre l’idea della reminiscenza come (unica) base della narrazione. Anche in
questo caso Salter sfugge all’assillo, secondo lui deleterio, di dover evocare
tutto e ribadisce invece il proprio diritto al parziale silenzio, alla cernita,
alla scelta, che oltre tutto ha il potere di stimolare la collaborazione del
lettore, la cui curiosità a volte inappagata diventa un asse trainante del
libro.
James Salter (1925-2015)
Una curiosità per chiudere. Come il nostro Filippo Tuena, che ha voluto dedicare
al cocktail Martini un libro collettaneo uscito qualche anno fa per Nutrimenti,
anche Salter ne è stato per tutta la vita un adepto. Una volta calcolò quanti
Martini aveva bevuto in vita sua, e giunse alla conclusione che dovevano essere
all’incirca ottomilasettecento. Dev’essere, questa predilezione per il cocktail
Martini, un’altra caratteristica degli scrittori di oggi, almeno dei più
interessanti: qualcuno, prima o poi, potrebbe farne magari l’argomento di una
tesi di laurea.
Raoul Precht
*In copertina: poster di Downhill Racer (“Gli spericolati”), 1969, film di
Michael Ritchie, scritto da James Salter, con Robert Redford e Gene Hackman
L'articolo James Salter o della scrittura come cocktail Martini proviene da
Pangea.
Giù la testa è un film del 1971, il penultimo di Sergio Leone e il più ambiguo
di tutta la sua filmografia. È un western atipico, incentrato sulla Rivoluzione
Messicana, che ha per protagonisti due personaggi che apparentemente hanno ben
poco a che fare con quello specifico contesto rivoluzionario: un bandito
maldestro e straccione di nome Juan Miranda, e John H. “Sean” Mallory, un
dinamitardo irlandese colto e istruito, con un passato tra le file dell’IRA. È
un film sulla rivoluzione, girato in un periodo contraddistinto dal crollo degli
ideali rivoluzionari, quindi figlio del proprio tempo. Non è un caso, infatti,
che questo film sia stato pensato e girato da un regista italiano che, seppur
contraddistinto da un apparente distacco nei confronti della realtà
socio-politica in cui viveva, deve avere senz’altro colto l’aria che si
respirava in un Paese in cui, il 12 dicembre 1969, i movimenti studenteschi e
operai avevano visto drammaticamente crollare le proprie rivendicazioni in
seguito agli attacchi terroristici di piazza Fontana.
Con questo film Sergio Leone inserisce un tassello fondamentale nel processo di
crescita creativa che ha caratterizzato tutta la sua produzione, realizzando un
collegamento tra il Mito (il Far West) e la Storia (la Rivoluzione), e donando
al pubblico il suo film più smaccatamente politico. Questo scarto è
riscontrabile anche dal punto di vista prettamente tecnico. Pur rimanendo fedele
ai suoi famosi primi piani, rispetto ai film precedenti Leone utilizza molti
più campi lunghi, dando l’impressione di voler creare un film corale e, dunque,
restituire un affresco storico carico di implicazioni sociali e politiche. Da
questo punto di vista, l’ultima scena del film è emblematica. Purtroppo, è
necessario rivelare il finale per chiarire il concetto, quindi, si suggerisce a
chi non ha visto il film e non ha intenzione di rovinarsi la sorpresa di non
leggere i paragrafi successivi.
Dopo aver tentato di rapinare la banca di Mesa Verde, e aver sottratto non soldi
ma prigionieri politici, Juan e Sean si lasciano coinvolgere più profondamente
nella rivoluzione e si ritrovano a combattere contro le truppe del colonnello
Günther Reza, un brutale ufficiale governativo. Durante la battaglia finale,
Sean viene ferito dal capo delle truppe governative e decide di sacrificarsi per
salvare Juan. Nell’ultimo fotogramma prima dei titoli di coda, mentre viene
inquadrato mediante un primo piano di grande intensità, la voce fuori campo di
Juan pronuncia le parole chiave del film: “e adesso io?”
Benché ermetiche, le ultime battute del bandito messicano nascondono la chiave
interpretativa di tutto il film. L’epilogo di Sean sembra infatti essere la
scintilla che accende la coscienza politica del rozzo brigante messicano
interpretato da Rod Steiger. Gli eventi a cui ha preso parte e il rapporto
instaurato con l’intellettuale irlandese gli hanno permesso di maturare e di
passare dallo stato di bandito individualista e opportunista a quello di
rivoluzionario che ha sposato una causa collettiva di alto valore morale. In
questo senso, Leone sembra comunicare allo spettatore un messaggio di stampo
prettamente marxista: la Rivoluzione è il motore della storia e, con la sua
forza trasformativa, può cambiare le società. Tale chiave di lettura è
confermata dalla citazione di Mao Tse Tung in apertura del film:
> “la Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un
> disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e
> delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La Rivoluzione è un atto di
> violenza.”
Ad avvalorare tale interpretazione, però, è anche il rapporto che si instaura
tra i due protagonisti del film. Sean, interpretato da un azzeccatissimo James
Coburn, è un rivoluzionario deluso, un intellettuale che ha dedicato la propria
vita alla lotta collettiva e che non ne può più di quelli che “leggono i libri
[che] vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: qui ci
vuole un cambiamento! e la povera gente fa il cambiamento.” Sean ha sperimentato
sulla sua pelle la violenza che la rivoluzione inevitabilmente comporta e che
investe principalmente i “poveracci”, quelli che, fomentati dagli intellettuali,
pagano col sangue la lotta armata. La sua, quindi, è una visione della
rivoluzione decisamente pessimista. Così come lo è, evidentemente, quella di
Sergio Leone, il quale, probabilmente, dopo aver assistito con grande
disillusione alla fine degli ideali che avevano animato i primi settant’anni del
Novecento, ha deciso di mettere in scena un dramma crepuscolare carico di
riflessioni politiche.
Tuttavia, le dinamiche relazionali che Juan e Sean instaurano, ad un’analisi più
approfondita, lasciano trasparire un velato ottimismo da parte del regista:
Leone, infatti, sembra dire che gli intellettuali (rappresentati da Sean)
possono svolgere un ruolo cruciale nella formazione della coscienza di classe
del popolo (rappresentato da Juan), ma per farlo devono mantenere un rapporto
diretto con le masse, devono avventurarsi con e in esse, onde evitare di
diventare una classe privilegiata distante dalla realtà concreta. Ed è
esattamente ciò che fa Sean, immergendosi nel mondo straccione e degradato di
Juan Miranda, e accompagnandolo, però, tramite un percorso di emancipazione sia
fisico che morale, verso la rivoluzione.
L’epilogo del film sottolinea con grande enfasi questo messaggio: il sacrificio
di Sean, per quanto inutile ai fini della battaglia contro le truppe
governative, permette a Juan, e di conseguenza al popolo, di prendere coscienza
della propria condizione e di sviluppare una coscienza rivoluzionaria. La
domanda retorica di Juan con cui il film si chiude ha, quindi, una duplice
valenza: da un lato lascia trasparire lo spaesamento del popolo di fronte alla
perdita della guida intellettuale, dall’altro, invece, sottintende la volontà di
proseguire la lotta con maggiore consapevolezza, seppur con quella paura di
affrontare il mondo che tipicamente contraddistingue gli orfani.
In questo senso, il messaggio di Leone sembrerebbe ancora più esplicito:
l’emancipazione delle masse può essere possibile solo mediante il sacrificio, in
senso sociale, degli intellettuali, e la rivoluzione potrà realizzarsi solo se
le classi dominanti saranno disposte a sacrificarsi in nome dell’indottrinamento
del popolo. Da questo punto di vista, Giù la testa può essere interpretato come
il testamento politico di Leone. Il regista romano sembra dirci che il marxismo
ha fallito perché le classi dirigenti, decidendo di non rinunciare ai propri
privilegi, non sono state in grado di comprendere la complessità della realtà
delle masse. Viene inevitabilmente in mente il pensiero di Antonio Gramsci, il
quale aveva individuato negli intellettuali “l’anello mancante del materialismo
storico”, perché è la loro attività a determinare i rapporti tra le classi e i
gruppi sociali.
Di certo, fa un certo effetto sapere che un messaggio di questo tipo provenga da
un regista che ha fatto dell’individualismo il tema centrale della propria
produzione cinematografica. I suoi eroi sono fondamentalmente dei solitari, dei
pistoleri malinconici che riescono a trovare un rifugio dalla durezza del mondo
solamente nell’amicizia virile e nel denaro. E, da questo punto di vista, lo
sono anche i due protagonisti di Giù la testa. Ciononostante, con questo film
Leone sembra aver voluto lanciare un messaggio a quelli che, secondo lui, sono i
veri responsabili del fallimento di ogni sogno rivoluzionario: i membri delle
classi dirigenti e, più nello specifico, gli intellettuali. D’altronde, fu lui
stesso a dire
> “quando ero giovane credevo in tre cose: il Marxismo, il potere redentore del
> cinema e la dinamite. Oggi credo solo nella dinamite”.
Un epilogo, questo, che spiega perfettamente la cupezza del suo ultimo
capolavoro, C’era una volta in America, in cui, invece, l’unico strumento di
emancipazione delle masse sembra essere l’acquisizione, con ogni mezzo
possibile, di denaro, anche a costo di sacrificare l’unico rapporto capace di
dare senso alle vite dei suoi personaggi, vale a dire l’amore, in senso sia
romantico che amicale.
In definitiva, Giù la testa si configura come un’opera complessa e stratificata,
ben lontana dalla semplice etichetta di “western atipico” che nel tempo gli è
stata affibbiata. Attraverso la lente della Rivoluzione Messicana e la dinamica
tra un rozzo bandito e un intellettuale disilluso, Sergio Leone offre una
riflessione amara e disincantata sul fallimento degli ideali rivoluzionari, pur
lasciando intravedere una flebile speranza nel potenziale trasformativo della
coscienza popolare, innescata dal sacrificio delle élite intellettuali. Il film
si erge così a testamento politico di un regista che, pur provenendo da un
universo cinematografico apparentemente distante da tali tematiche, dimostra una
lucida consapevolezza delle dinamiche socio-politiche del proprio tempo,
consegnando al pubblico un’opera potente e ancora oggi attuale, capace di
stimolare una profonda riflessione sul significato di rivoluzione, sul ruolo
degli intellettuali e sul destino delle masse. Un film estremamente attuale che,
oggi più che mai, potrebbe essere utile trasmettere nelle sezioni di più
partiti.
Alessandro Lugli
L'articolo Cinema, marxismo e dinamite: Sergio Leone, il regista rivoluzionario
proviene da Pangea.
Cento soldatini potevano certo bastare per un sogno. Cento soldatini di stagno a
suo fratello Dag in cambio del proiettore ricevuto a Natale. Un baratto che vale
l’essenza di una vita intera.
Dal guardaroba della camera, un giovanissimo, magrolino e inesperto Ingmar
Bergman sistema il proiettore su una scatola di zucchero e accende la lampada a
petrolio. Orienta la luce verso la parete dipinta di bianco e inserisce la
pellicola di un film romantico.
Un aneddoto, insieme alla torcia che illuminava il buio della punizione nello
sgabuzzino e la paura del mostro che mangia le dita dei piedini, tatuato nella
memoria che Ingmar Bergman registra per sempre, in quello straordinario romanzo
autobiografico, concluso a fine settembre 1986, dall’evocativo titolo Lanterna
magica (Garzanti, traduzione di Fulvio Ferrari). Un guazzabuglio di incontri e
scontri, gozzoviglie, solitudini, sceneggiature e opere per il teatro e la tivù
e pellicole, manoscritti tragicamente perduti come la fiaba della stanca torre
Eiffel (Joakim Naken), passioni travolgenti e sensuali, drammi e immani sensi di
colpa, disastri economici e rovesci familiari, rinascite e ricadute. “Fantasmi,
demoni e altri esseri senza nome e senza dimora” sembra che lo abbiano cinto
d’assedio sin dalla più tenera età.
Secondo figlio di un pastore protestante della corte reale, Bergman esordisce
come regista teatrale e proprio il teatro, prima che il cinema, ha
caratterizzato la sua esistenza, come si legge in questo romanzo fiume. Al
cinema dedica luminose pagine:
> “un’illusione progettata fin nei minimi dettagli, lo specchio di una realtà
> che quanto più vivo tanto più mi appare illusoria”.
Il più grande maestro, secondo il grande Bergman, è Tarkovskij che non spiega
mai, ma rappresenta le sue visioni, poi Fellini, Kurosawa e Buñuel e quel mago
di Méliès. Le sue parole calano nitide e sognanti sulla pagina:
> “Film come sogno, film come musica. Nessun’altra arte come il cinema va
> direttamente ai nostri sentimenti, allo spazio crepuscolare nel profondo della
> nostra anima, sfiorando soltanto la nostra coscienza diurna”.
Il cinema è rivelazione:
> “Le ombre, mute o parlanti, si rivolgono direttamente alle regioni più segrete
> del mio animo. Il profumo di metallo surriscaldato, l’immagine oscillante,
> scintillante, il fruscìo della croce di Malta, la mano sulla manovella”.
Il cinema è come l’amore, in tutti i sensi.
> “Girare un film è un’operazione intensamente erotica. La vicinanza con gli
> attori non conosce riserve, ognuno si affida totalmente all’altro. L’intimità,
> l’affetto, la dipendenza, la tenerezza, la fiducia, la disinvoltura davanti al
> magico occhio della macchina da presa danno un caldo e forse illusorio senso
> di sicurezza”.
In questa autobiografia, Bergman parla senza riserve e senza censure della
fisicità, che spesso lo metteva a dura prova e lo divorava, quanto dei malesseri
interiori che lo costringevano a un doloroso conflitto interiore. Sensibilissimo
al fascino femminile, ogni storia d’amore che iniziava sembra il canovaccio di
una nuova opera da trasporre sul palcoscenico.
> “L’innamoramento, che ebbe modo e tempo di svilupparsi liberamente, aprì
> stanza chiuse, muri crollarono, io respirai. Il tradimento nei confronti di
> Ellen e dei bambini era avvolto nella nebbia, sempre presente ma stranamente
> stimolante. Per alcuni mesi visse e respirò un’audace messinscena,
> incorruttibile, autentica e quindi indispensabile. Si dimostrò spaventosamente
> cara quando arrivò il conto”.
Conti e debiti, difficoltà economiche e rovesci di fortuna che non sono mancati
lungo il corso di una vita. Ad un certo punto, il regista comprò persino il
primo cappello della sua vita per dare l’impressione di una solidità che proprio
non possedeva.
Le descrizioni dei teatri sono deliziosamente struggenti e nostalgiche:
> “A teatro c’erano le pulci. La vecchia compagnia era probabilmente immune, la
> nuova arrivò con sangue giovane e venimmo crudelmente morsicati. Il tubo di
> scarico del ristorante passava per i camerini degli uomini e gocciolava
> continuamente urina sul calorifero vicino alla parete”.
Una situazione drammatica che Bergman non esita a definire “il paradiso fatto
realtà”. Il maestro a teatro continuamente citato e preso come modello:
Strindberg. La famiglia d’origine, l’infanzia in canonica, un pensiero
ricorrente e intrecciato alle pagine della maturità. Una vita, quella dei
genitori, vissuta come “su un vassoio”, sempre davanti al pubblico.
> “Papà era un predicatore popolare, la chiesa era sempre piena quando parlava
> lui. Era un premuroso pastore d’anime e possedeva un talento inestimabile: la
> sua capacità di ricordare le persone era illimitata. Durante tutti quegli anni
> aveva battezzato, confermato, unito in matrimonio e sepolto molti dei suoi
> quarantamila parrocchiani. Di tutti ricordava il volto, il nome e le
> condizioni”.
Del fratello, invece, mette a fuoco l’odio verso il padre e il tentativo di
suicidio, un’antipatia reciproca e fraterna che lasciò il posto al vuoto, anche
dopo tantissimi anni, quando Dag andò a trovarlo nell’isola rifugio di Fårö con
la moglie greca. I genitori, per il fratello, continuavano ad essere
> “mitici, capricciosi, imprevedibili, giganteschi. Cercammo di ripercorrere con
> la mente sentieri abbandonati e ci guardammo stupiti l’un l’altro: due vecchi
> signori, usciti dallo stesso grembo, separati da una distanza incolmabile”.
Sulla sorella più piccola si accende una timida tenerezza sullo sfondo della
pagina.
> “I miei ricordi d’infanzia riguardo a Margareta sono pallidi e sfuggenti.
> Costruimmo un teatro delle marionette, lei cucì i costumi e io dipinsi le
> scene. La mamma era una spettatrice paziente e interessata, e ci regalò anche
> un sipario di velluto dai bei ricami”.
Nonostante avventurose e innumerevoli esperienze, quel gettarsi “a capofitto
nell’abisso della vita”, lo sguardo del regista svedese ritorna, anche alla fine
del suo memoir, all’album delle foto di famiglia, al piccolo cerotto
sull’indice, al disegno di una coperta, al profumo d’aringa fritta, al volto di
sua madre, che appare e scompare, nella brulicante folla elegante delle foto.
Riprende tra le mani il diario segreto della madre, le pagine che inquadrano il
momento della sua nascita, la sua venuta al mondo, correva il luglio 1918.
> “Nostro figlio è nato domenica mattina, quattordici luglio. (…) Sembra un
> piccolo scheletro con un nasone rosso fuoco. Rifiuta con ostinazione di aprire
> gli occhi. Dopo qualche giorno mi è venuto a mancare il latte per via della
> malattia. Allora è stato battezzato in tutta fretta in ospedale. Si chiama
> Ernst Ingmar”.
Questa ostinazione a non aprire gli occhi sembra intrecciata al sogno di
rimanere a vivere nelle segrete stanza dell’infanzia perduta, tra i morti che
sono “costretti a tormentare i vivi”.
> “In realtà io vivo continuamente nella mia infanzia: giro negli appartamenti
> nella penombra, passeggio per le vie silenziose di Uppsala, e mi fermo davanti
> alla Sommarhuset ad ascoltare l’enorme betulla a due tronchi, mi sposto con la
> velocità a secondi, e abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio
> una piccola visita alla realtà”.
In breve, anche nella sua Lanterna magica, Bergman riesce a mettersi a nudo:
“illusionista e reo confesso di questa illusione – secondo la netta definizione
di Olivier Assayas e Stig Björkman in Conversazione con Ingmar Bergman(Lindau) –
vulnerabile e inaccessibile, umano e insondabile”.
L’invito da cogliere è, quindi, quello di ascoltare la voce incoerente e
illogica delle emozioni:
> “Ma voi vi renderete certamente conto che quando si è artisti, quando si
> creano film, è molto importante non essere logici. Bisogna essere incoerenti.
> Se si è logici, la bellezza sfugge, scompare dalle tue opere. Dal punto di
> vista delle emozioni, bisogna essere illogici, è proibito non esserlo. Ma se
> si ha fiducia nelle proprie emozioni, allora si può essere del tutto
> incoerenti. Non fa nulla. Perché si ha il potere di cogliere le conseguenze
> delle emozioni che hai suscitato. Per sempre”.
Linda Terziroli
L'articolo “Bisogna essere incoerenti. Se si è logici, la bellezza sfugge”.
Nella magia di Ingmar Bergman proviene da Pangea.
Nella storia del cinema il 1955 fu l’anno di James Dean. Prima di scomparire
alla velocità di una meteora, il giovane ribelle statunitense lasciò dietro la
sua scia tre film indimenticabili, la promessa della fama mondiale e il sogno di
diventare regista.
Eletto a idolo romantico della gioventù degli anni Cinquanta, Dean diede corpo e
voce a personaggi fuori da ogni schema. Per Elia Kazan aveva vestito i panni del
rancoroso ma dolce eroe steinbeckiano di East of Eden (La Valle dell’Eden), nel
superbo Rebel Without A Cause (Gioventù bruciata) di Nicholas Ray si era
trasformato nell’intrepido Jim Stark, chiudendo con aplomb nella parte
dell’orgoglioso Jett Rink in Giant (Il Gigante postumo), a coronare la triade
per cui è ricordato come il “ragazzo d’oro” del cinema americano.
Nello stesso anno, la promessa di Broadway – il debutto in See the Jaguar è del
’52 – fuggiva dalle luci del successo e da lunghe notti insonni, trascinate sui
marciapiedi di New York, per tornare alle sue radici, a Fairmount. Qui poté
finalmente respirare, ancora per qualche tempo, l’aria di casa. Non appena
giunto nella cittadina sonnolenta dell’Indiana s’immerse a capofitto nel torpore
della vita rurale, confondendosi fra i contadini e i manovali del paese.
James ‘Byron’ Dean in compagnia del suo border collie Tuck a Fairmount, Indiana,
1955.
Nato nella vicina Marion, il piccolo Jimmy era cresciuto nella fattoria di
proprietà dello zio Mark Winslow, il quale tornava prodigamente ad ospitarlo.
Accolto a braccia aperte da tutti i suoi cari, riunì attorno a sé i membri di
almeno tre generazioni. L’avrebbe seguito ovunque, dal selciato bagnato di
Times Square ai suoi frugali ambienti domestici, l’obiettivo di Dennis Stock
(lo stesso che ispirerà le pose di Kate Moss e Liz Tyler dopo di lui). Deciso a
tracciarne le orme, per immortalarlo sotto un aspetto più intimo, il cronista
mondano gli avrebbe dedicato una celebre serie di ritratti destinata alle
prestigiose testate di Life. Come riporta l’editor Eliza Berman, l’incontro tra
il fotografo e la futura star ebbe un effetto folgorante:
> “Mentre Stock ascoltava Dean parlare con nostalgia della sua educazione a
> Fairmount, nell’Indiana, pensò bene di cogliere il ritratto di un giovane uomo
> sospeso tra due mondi: quello della fattoria di famiglia, dove i suoi zii lo
> avevano allevato dopo la morte della madre, e quello di Hollywood in cui
> sarebbe stato presto accolto”.
A metterne in luce i turbolenti rapporti si aggiunge in tempi recenti il tributo
offerto da Anton Corbijn ai due artisti, interpretati dai brillanti Robert
Pattinson e Dane DeHann, nel film Life (2015).
Nel febbraio 1955, alla domanda “Dove scattiamo le foto?” Stock aveva proposto
“dove sei più felice”. Da quel momento, l’appeal del saltimbanco nottambulo e
del selvaggio contadino andava fissato in una delle maggiori icone di bellezza
maschile del secolo.
Unico nel suo genere, il volume che raccoglie le fotografie di Stock – ironiche,
stravaganti e familiari –, uscito in Italia come James Dean. Per sempre
giovane (Contrasto, 2005), include anche una nota biografica sull’amico modello,
seguendone passo dopo passo il profilo anticonformista.
> “Jimmy non teneva minimamente al proprio aspetto: due volte su tre si vestiva
> in modo più che trasandato, che si trattasse di una riunione formale o
> informale”.
Aggirato il volto da leggenda, questi scatti delicati e spontanei lanciano uno
sguardo lucido sul ragazzo più autentico, legato alla sua terra e teneramente
devoto alla famiglia.
In quei giorni, la vita dai Winslow procedeva al suo ritmo regolare, essenziale
e aromatica, proprio come l’aveva lasciata prima di ascendere alla luce di Santa
Monica o ai ritmi sfrenati della vita newyorkese. Le ore più calde trascorrevano
in un’atmosfera rustica e serena, imbevuta di reminiscenze d’infanzia di stampo
quacchero e circondato dai suoi affetti.
Steso a pancia in giù sul tappetto del salotto e preso dall’entusiasmo nei
giochi del cuginetto Markie, che aveva visto crescere, Jim si sentiva racchiuso
nel grembo di un’alcova, un rifugio sicuro dove poter essere l’eterno fanciullo
dei suoi sogni. Adesso, più di tutto, il caos della metropoli era svanito
lontano come un’isola del Pacifico, scacciato dal suono del bongo che portava
sempre con sé.
Per sempre giovane. Dean gioca insieme al cugino Marcus Winslow Jr.
Durante il breve soggiorno, l’orgoglio d’Indianapolis ebbe anche il tempo di
visitare le aule della vecchia high school, venendo travolto da un’ondata di
nostalgia per gli anni dell’adolescenza consumati da vero campione tra
eccezionali partite di basket e prime produzioni teatrali. Più tardi, la sua
insegnante di recitazione e prima fan Adeline Nall avrebbe ricordato in toni
sinceri e commossi lo studente di genio che lasciò il segno sul palco
scolastico:
> “Jimmy Dean amava sentire il suolo dell’Indiana sotto ai suoi piedi, e credo
> che traesse da lì gran parte della sua energia.”
Un famoso scatto di Stock, poi rimasto iconico, lo vede davanti a tutta la
famiglia raccolta attorno alla tavola imbandita per il pranzo della domenica. A
un tratto, il nuovo arrivato prese a recitare un noto componimento del sommo
poeta locale James Whitcomb Riley: il preferito della madre che scelse di
chiamarlo James Byron in onore alle proprie passioni letterarie.
Con timbro enfatico e strampalato, la personalissima lettura
di Home-Going (1910), attestava il ritorno a casa attraverso la via diretta
della poesia:
> “Oh! Siamo così bisognosi di casa
> La risata del mondo è come un gemito
> Nei nostri orecchi stanchi, e pure i suoi canti son vani,
> Dobbiamo tornare a casa – dobbiamo tornare di nuovo a casa!
> Dobbiamo tornare a casa:
>
> […] Là dove tutto riposa:
> Il tocco di tenere mani su fronte e capelli –
> Stanze buie, in cui più dolce è la luce del sole –
> L’amore perduto di madre e figlio…”
James Dean declama i versi di James Whitcomb Riley, il poeta dell’Indiana.
Per una singolare nemesi, il giovane eroe del cinema avrebbe fatto nuovamente
ritorno in Indiana, ma stipato dentro un feretro più scomodo di quello in cui si
era adagiato, solo sette mesi prima, durante una buffa visita alle vicine
imprese funebri. La lente incredula dell’amico lo catturava allora, nel presagio
d’un eccesso burlesco, con l’espressione da bambino ferito stampata per sempre
sul volto.
Ma come ha scritto Oriana Fallaci, agli occhi del pubblico e dell’industria
cinematografica, James Dean non poteva rassomigliare in toto a un ingenuo
contadino del suo Stato natale, tanto sfaccettato era il talento che gli
spianava la strada per il mito. Da fervido seguace di Brando, si sarebbe
avvicinato di ruolo in ruolo ai divi moderni come ai vecchi idoli europei:
> “Era la Sagan tradotta in americano, l’adolescente pazzo per noia romantica,
> più vicino all’europeissimo Truman Capote e a Oscar Wilde che ai personaggi
> contadineschi di Peyton Place o ai giovani pazzi ma paesani che si riscontrano
> nei romanzi americani”.
Fissato nell’icona di Hollywood e del viveur di Manhattan, il nuovo “bello e
dannato” sfrecciava verso le stelle di una carriera tutta in ascesa.
A stroncare tragicamente la parabola della sua breve esistenza, sancendone la
consacrazione all’Olimpo californiano, una corsa maledetta sull’asfalto della
U.S. Route 466, sul sedile della temibile “piccola bastarda”, la sua Porsche 550
Spyder. In un amplesso di euforia e bagliori di gloria, rapido come aveva
vissuto, se ne andava in un lampo, direzione Salinas.
Pierluigi Piscopo
L'articolo “Dove sei più felice”. James Dean, il fanciullo dell’Indiana proviene
da Pangea.