«Qualcosa come un volto/ si avvicina – oltre/ gli specchi opachi –/ oscuramente
parla».
Una domanda – chi? – ci invita a metterci all’ascolto. L’ultima raccolta poetica
di Flavio Ferraro Oscuramente parla(Arcipelago Itaca edizioni, 2025) è un
ritrovare la parola dopo una lunga attesa. Tutt’altro che passiva, quest’attesa
è un sottrarsi al fastidioso rumore di fondo del secolo, così pervicacemente
nemico dell’arcano. Se, per dirla parafrasando il Pasternak de Le onde, l’eresia
è la semplicità, la scrittura di Ferraro rifugge un vuoto compiacimento verbale
fatto di immagini ad uso e consumo della vanità del poeta stesso rimanendo,
piuttosto, un lasciarsi fare, un lasciarsi dire.
Dunque affinché parli, seppur oscuramente, chi deve è necessario rinunciare a
qualcosa. Innanzitutto, la rinuncia a chiudere un verso solo per affermare una
titanica signoria sul proprio destino poetico. Ferraro, cioè, va scomparendo.
Soltanto perché la parola “io” emerga sotto una luce nuova alla fine del
cammino. Un ritorno all’unità, passando dallo squarcio. In tedesco, questo
atteggiamento è indicato dalla parola gelassenheit, in cui asceticamente ci si
predispone a farsi ricettacolo in funzione di Dio (Meister Eckhart) o in
funzione dell’essere (Heidegger).
“Inavverato amore,
l’incompiuto dei giorni –
te che cercai in ogni volto,
negli interstizi del respiro.
C’era una perla, nascosta
ai confini del mondo,
più preziosa di un diamante:
un uomo partì per cercarla.
E ora, al termine del viaggio,
comprendo che sei sempre
stata qui – più intima del cuore,
solo un po’ più quieta –
a custodire la soglia,
a governare il fuoco, immota
tra le cose che vaniscono.
Adesso so quel che prima
mi era ignoto: che ero sempre
stato unito a te”.
Sostando sul limen, Ferraro per sua stessa ammissione scrive per cancellarsi.
«Senza riparo le mie parole,/ devote all’invisibile;/ così scrivo, per far più
bianco/ il bianco della pagina./ Scrivo per cancellarmi». Esposto di buon grado
alle imboscate dell’Enigma, il poeta deve liberare le sue parole dal giogo della
quantità. Scrive infatti: […] «Quella parola/ impronunciabile,/ da tutti
pronunciata». C’è un’inflazione del linguaggio, dunque, che cela
una vera parola, che nessuno osa dire.
Del resto occorre ribadire, dischiudendo ancora ad una “prima volta” quello che
la quantità mortifica nell’ovvio: «Non si mangia la parola pane/ non si beve la
parola acqua». Quindi che cosa sono pane e acqua? Epistemologicamente, sovviene
in questo caso il buon Gregory Bateson (riprendendo Korzybski) che in Mente e
natura, intitola così un importante capitolo: La mappa non è il territorio e il
nome non è la cosa designata. È a questo punto che Ferraro, con l’aiuto di
Thierry Metz (l’unico poeta nominato nei suoi versi) dice: «“J’écris dans
l’ortie, pas dans une rose”// Lo so, caro Thierry, le parole bruciano: ma tu/
hai nominato quel buio,/ ne hai scoperto il fondo/ e la sorgente, finché
l’ortica/ si è tramutata in rosa». Una trasformazione che si compie come
disvelamento, un liberare dall’eclissi dell’apparente ciò che si cela.
“Vivere accanto a cose
silenziose, inappariscenti.
Imparare l’algebra dei nidi,
la geometria dei ragni,
e quei mucchi di terra
indizio della talpa –
ecco, il muto interloquire
del popolo invisibile.
Quella lingua eterna
che più non conosciamo,
troppo presi dalla chiacchiera,
accecati dal visibile.
Si desti uno, uno
soltanto tra noi,
e piano, sussurrando,
‘vento, io ti vedo’”.
Si dissoda il terreno per risalire a radici celesti. Si sta dove il pericolo
maggiore, davvero spaventoso, non è quello del perdere, ma dell’essere perduti.
Scriveva Yves Bonnefoy a proposito di Mallarmé, che tutti siamo sospinti fuori
dal porto del dire, in un paese di pericolo;
> «Come non riconoscere, di là dalle sue pastorali, l’attrazione della poesia
> per qualcosa di livido e di errante che sotto alberi eterni appare come lo
> spettro del limite che vorremmo scordare?».
Però, la poesia di Ferraro non vuole scordare, al contrario non si risparmia i
tormenti di carne e pensiero per recuperare una memoria che tenga conto di un
Dio e pure di questo limite, forse proprio per affidarglielo. Poesia allora non
è approdo, ma convoglio.
È l’antica idea battesimale – scrive ancora Bonnefoy – secondo cui bisogna
morire a questo mondo per rinascere più in alto, nella sacertà.
Livia Di Vona
*In copertina: Prometeo secondo Johann Heinrich Füssli
L'articolo “Devoto all’invisibile, scrivo per cancellarmi”. Sulla poesia di
Flavio Ferraro proviene da Pangea.
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In un breve racconto di quella sorta di compendio di saggezza popolare orientale
che è La preghiera della rana di Anthony De Mello, è scritto che un uomo decise
un giorno di lasciare tutto per andare alla ricerca della verità. Dopo molti
anni, non potendo fare altro che registrare il fallimento della sua impresa,
tornò a casa. Con suo grande stupore, appena aperta la porta vide che la verità
era sempre rimasta lì ad aspettarlo.
Rivelazione è, dunque, l’esito di uno sguardo educato da una mancanza, a
riconoscere la verità; dove e quando meno ce lo si aspetta, dopo esserci
riempiti gli occhi di cose che invece di svelarla, la nascondono. Perseguire la
verità, richiede un apprendistato che necessariamente passa da quella trama di
illusioni che chiamiamo con una certa sicurezza realtà e dove l’essere fedeli
alla domanda significa liberarsi proprio dal viluppo di questa trama. La parola,
che è forma, deve subire lo stesso percorso di purificazione per riuscire a dire
quel che deve, toccando di sfuggita ciò che rimane mistero e con il quale
occorre misurarsi. Almeno, sembra questa la direttrice sottintesa nell’ultima
silloge poetica di Alessandro Camilletti, Breviario antalgico (con le
illustrazioni di Gian Ruggero Manzoni per Pequod, 2025). La raccolta
precedente, Vivo e invisibile (Pequod, 2023) si apriva recando in epigrafe μηδὲν
ἄγαν, niente di troppo, motto antichissimo scolpito sul Tempio di Apollo a
Delfi. Nello specifico, la poesia di Camilletti, estremamente sobria nel ricorso
alle parole, invocava già allora nella brevità dei componimenti non un
moralistico senso della misura ma, piuttosto, lo scardinamento della misura
stessa quando sia imposta da un uso – perché no, anche cialtronesco o
falsificatore – della parola, che volendo abbellire si fa padrona di qualcosa
che non crea lei.
Nella bellissima postfazione a Breviario antalgico, Adriana Gloria Amerigo
scrive: «[…] poiché il raccontare non è pertinente all’assetto semantico: a
poesia, al suo mistero che mai si svela totalmente, è consono […] far percepire
l’incantamento della parola poetica non nell’immediata vibrazione dell’emozione,
ma nella lucentezza della parte misterica che lavora di rivelazione nello spazio
del pensiero, del cuore e della ragione». Jean Luc Nancy, parlando di necessità
e resistenza della poesia, dice che si accede ad una soglia di senso sempre e
soltanto poeticamente. Il filosofo francese, peraltro, ci avvisa subito che non
attraverso tutta la poesia è possibile questo accesso, ma che la poesia non ha
luogo senza che questo accesso avvenga. Poesia è sì l’accesso ad un senso però,
ogni volta mancante o posticipato. È stare continuamente dentro una domanda,
dentro una vertigine; probabilmente nel punto esatto in cui afferrare vuol dire
subito lasciare andare per sentieri sconosciuti.
Una parola chiave per frequentare la poesia di Camilletti è senz’altro rinuncia.
In tempi in cui orge di parole e immagini attestano la disfatta del significato,
in cui la velocità le ingoia e al sostare abbiamo preferito la rimozione, nella
sua poesia si procede in senso contrario e la parola si fa orlo lungo il quale
si osserva la dissoluzione di ogni ordine formale costituito e ciò anche
nell’uso, quasi assente, della punteggiatura. Non per cercare un caos fine a sé
stesso, ma per denunciarlo nei suoi borghesi travestimenti: «Tutto è a buon
mercato/ Qui, nell’indifferenziato». E ancora: «Prendendo coscienza/ finimmo nel
provvisorio// Un susseguirsi di guasti/ il nostro trionfo». Eco eliotiana
dei Cori da “La Rocca”, dove nella sua umanità esausta il poeta finalmente si
chiede: «Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo? Dov’è la saggezza che
abbiamo perduto sapendo? Dov’è la sapienza che abbiamo perduto
nell’informazione»? Affermare qualcosa, in Camilletti, significa naufragare
negli interrogativi; la nettezza del dire espone al rasoio di una resa di conti
ciò che abbiamo perduto e che dobbiamo recuperare. «Per dolore o per moda/
assumiamo posture/ lontane dal centro// Ogni primavera/ prendiamo atto/ del
nostro fallimento».
C’è da dire che il poeta, nei suoi gesti, cioè appunto nei suoi versi, non è
affatto solo. Alcuni spiriti benevolmente tengono a battesimo questa raccolta e
tengono il punto del cammino a partire dalle tre citazioni poste in epigrafe, di
Zhuang-zi, Arthur Schopenhauer e Andrea Emo. Ma ci sono anche Nietzsche e
Nicolás Gómez Dávila e se stiamo dentro il significato del titolo, Breviario
antalgico, ci è certamente chiaro che qui non si tratta di togliere il dolore
come se fosse il poeta a risparmiarci la fatica ma, proprio perché egli stesso
non si sottrae ad essa, ci invita a seguire senza altri indugi quella tensione
veritativa che costituisce la cifra della nostra umanità e che esige il rogo
della maschera. (Livia Di Vona)
L’alto
Il basso
Vicino e lontano
Un tempo per tutto
Divora e spinge
la volontà
Apre un baratro
Sempre più profondo
La conoscenza
Scoprendo
Copre
_____________
Ho atteso a lungo
Gli occhi e il cuore
Le assenze hanno reso
La schiena un cimitero
Ma devo essere
Un buon soldato
*In copertina: Eugène Carriére, Dormire, 1897
L'articolo “Del cuore e della ragione”. Poesia, ovvero: stare continuamente
nella vertigine proviene da Pangea.
Qualcun altro per lui ha seminato bene crepuscoli. Sotto lo sguardo vigile di
Cerbero, vendemmia grappoli di tenebra nei suoi occhi prima ancora che nel
cielo. Al ritmo di un precipitare, dà coordinate esatte alla disperazione.
Grodek, 1914, novanta commilitoni squarciati nella carne e nell’anima che
chiedono sollievo e l’inutile perché di una guerra: troppo esili le sue spalle
per farsi carico di quel dolore, solo e senza farmaci – non resta che spingere
la prosodia fino alle porte dell’Orco per strapparla un’ultima volta alla sua
morsa. C’è Grete, “oscuro amore/ d’una selvaggia stirpe” e solo per questo casa
vuol dire ancora qualcosa. Compagna di sangue e di abisso; sorella di
un’innocenza che hanno perduto insieme, mano nella mano. Distilla bagliori
autunnali in punta di dita, come “oro di stelle cadute” (Al fanciullo Elis).
Si cammina in giorni bui come nei boschi fitti – che riparo c’è, dove –, nella
stagione signora del freddo e delle foglie ingiallite, non si capisce, nel tempo
che impiegano a cadere dondolando, se la musica muta che le muove è giuramento
di una prossima, lontana rifioritura o memoria volatile di un verde
irripetibile. L’eterno, ciclico incedere pare spezzarsi e le pupille inchiodano
un tramonto dove anche Dio, per un istante tutto umano, si raccoglie in
solitudine al termine della battaglia quotidiana col poeta. L’orlo di un
bicchiere di vino promette naufragi di porpora per domande troppo oscure, mentre
il sambuco tace e “presto s’annideranno stelle nelle ciglia dell’estenuato”
(L’autunno del solitario).
Georg Trakl, nato dipartito. Con perizia di aruspice indaga le viscere del
mondo, in un allucinato andare e tornare tra sogno e veglia ma sempre verso sé
stesso, come scrive in una lettera ad Irene Amtmann. L’amico fraterno Karl
Kraus, il bianco pontefice della Verità in una poesia a lui dedicata, non
comprende del tutto come Georg possa vivere. E infatti, come si vive quaggiù non
essendo di quaggiù? Sempre straniero in questa distesa sublunare che lacrima
sangue nel clamore delle armi, dentro il quale tutti gli orizzonti cortissimi
dell’eclissi del sacro cadono uno dopo l’altro, anche loro come soldati.
L’indigenza dell’arrischiato, scritta con la calma dei passi inesorabili, è la
frantumazione del centro. Schegge di uno specchio rotto, le immagini familiari
(la casa, un vecchio album di famiglia, il padre, la madre, etc…) sono ombre e
volti di pietra; tutte le cose, dice Trakl, tacciono mentre gli enigmi
dell’anima si sottraggono ad una chiarezza.
Nella poesia di Trakl – secondo Angelo Lumelli giocata tutta contro le
aspettative del discorso – il poeta raccoglie e accoglie come compagnia, lungo
la strada della parola, fantasmi, cioè silenzi che non redimono le domande più
ostinate, rinunciando a scioglierle in risposte comode ma fragili. Sacrifica la
tentazione di dire l’indicibile e per questo apre varchi ad azzurri diversi da
quelli del pensiero.
[…] Sotto cupi abeti
due lupi mescolavano il loro sangue
in abbraccio pietroso; d’oro
si perdeva la nuvola sul varco,
pazienza e silenzio dell’infanzia.
Di nuovo s’incontra il tenero cadavere
Sullo stagno del Tritone
Assopito nella sua chioma di giacinto.
Oh finalmente s’infrangesse il fresco capo!
Ché sempre segue, azzurra fiera,
un occhieggiare tra ombre crepuscolari d’alberi,
questi varchi più bui
vegliando e mossa da notturna armonia,
dolce delirio;
o suonava di oscura estasi
piena la musica
ai freschi piedi dell’espiatrice
nella città di pietra.
Cosa va distruggendo in poesia, mentre tocca ad una “fiera azzurra” la custodia
dell’”armonia degli anni spirituali” (Declino dell’estate)? Qui disperazione non
è semplicemente sprofondare; è il tentativo di recuperare la durata, di
strappare la vita alla marcescenza dell’epoca.
Ogni grande poeta va capito nel paradosso. Proprio perché si sottrae alle
allodole del discorso, Trakl non canta la morte, ma dice, sanguinando, dunque
proprio morendo, la vita. Al piano di sopra, noi che non siamo poeti e crediamo
di essere al riparo dei paradossi, dei loro agguati, chiamiamo vita
quest’andatura più o meno ordinata, regolare, ignari che c’è un poeta, proprio
dove non osiamo scendere, pronto ad ingaggiare per il troppo amore quel duello
decisivo contro il sole falso che abbiamo posto a misura dei nostri destini
traditi. Sui passi di quella fiera azzurra, torna il poeta verso la sua
infanzia, verso sé stesso con sfrontatezza da angelo caduto.
III
Voi grandi città
innalzate di pietra
Sulla pianura!
Così muto segue
chi non ha patria
con oscura fronte il vento,
alberi spogli sul colle.
Voi correnti che lontane albeggiate!
Potente affanna
orrore d’un tramonto
nei nembi della tempesta
Voi popoli morenti!
Pallida onda
che si rompe alla spiaggia della notte,
cadenti stelle.
(Occidente)
(I versi citati sono nella traduzione di Leone Traverso)
Livia Di Vona
L'articolo “Azzurra fiera”. Inseguire Georg Trakl nel suo allucinato andare tra
sogno e veglia proviene da Pangea.
Scriveva Nietzsche nel 1881, che la filologia – arte di oreficeria verbale – ci
consente di sottrarci alla fretta, alla “precipitazione indecorosa e sudaticcia,
che vuol ‘sbrigare’ immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo”.
La lentezza del procedere filologico diventa così un modo di aprire fenditure
nella superficie per prendersi tutto il tempo, raccogliere tutto il silenzio
necessario, per andare dentro le cose “con dita e occhi delicati”. Il
volume Aneddoti letterari da Petrarca a Scheiwiller (Edizioni di Storia e
Letteratura, Roma 2024), a cura di Antonio Ciaralli e Carlo Pulsoni,
rispettivamente docenti di Paleografia latina e Filologia romanza all’Università
di Perugia, restituisce lo sguardo paziente degli studiosi.
Nella presentazione del volume, gli autori non mancano di sottolineare come il
richiamo nel titolo a Benedetto Croce, non possa far dimenticare la ben nota
avversione nei confronti della filologia, “incompatibile col proprio sistema”;
segno, per quanto ci riguarda, della serietà con cui sono disposti a considerare
perfino i limiti del procedere filologico, reo, secondo alcuni, di raffreddare
la potenza di un’opera letteraria, pur di ricostruirne le vicende che l’hanno
generata. Ma andare in profondità vuol dire entrare senza remore dentro l’epoca,
ricostruendo la storia della letteratura e della filologia in modo tale da far
irrompere questo passato, che soltanto, appunto, in superficie pare
archeologizzato, quindi morto, nelle espressioni di storia della letteratura e/o
della filologia, come fuoco vivo dentro il presente, sempre impegnato con
dannata fretta a liquidare sé stesso per inseguire un domani che si fa
contenitore vuoto.
I cinque capitoli che compongono il libro consentono salti temporali che vanno
dal Petrarca – con il riconoscimento della parziale autografia del manoscritto
Vaticano latino 3195, testimone dei Rerum vulgarium fragmenta del poeta, vero e
proprio punto di svolta nella storia della filologia petrarchesca – a Vanni
Scheiwiller, al mondo dell’editore milanese, al ruolo cruciale svolto nella
“riconciliazione ideologica” tra Pasolini e Ezra Pound. Il capitolo si apre
infatti con la fatidica data del 26 ottobre 1967 – specificando pure che si
trattava di un giovedì, sicché, al lettore, pare quasi di essere trasportato
personalmente indietro, dentro un incontro così carico di significati, non fosse
altro che soltanto la Poesia è in grado di superare gli steccati di vedute
ideologiche e politiche così diverse. Ma le coordinate di questo straordinario
incontro sono anche geografiche: Venezia, Calle Querini Dorsoduro 252, luogo di
riconciliazione.
26 ottobre 1967, giovedì
Senza tacere della relazione tra lo stesso Scheiwiller, Pasolini e il poeta
Biagio Marin, di cui il secondo fu sincero e vivace promotore e amico. In mezzo,
ci sono Leopardi, Montale, Ungaretti e Mario Praz. Lo spirito che anima questi
scritti e che illumina il senso profondo dello studio filologico è evidenziato
nella stessa introduzione, in cui Ciaralli e Pulsoni scrivono, a proposito del
ritrovamento del manoscritto su Petrarca, scoperto per la prima volta nel 1886
da Arthur Pakscher e Pierre de Nolhac, che la storia di un manoscritto finisce
con il riflettere lo spirito inquieto di un’epoca. Non a caso, proprio il
ritrovamento di questo manoscritto ebbe dei veri e propri risvolti politici, in
tempi in cui certamente filologia e storia concorrevano a ricostruire,
determinandola, l’identità nazionale degli Stati in Europa, in modo tale che la
supremazia negli studi storici e filologici garantisse in qualche modo
(blindandola, aggiunge chi scrive) quella sul piano politico. Perciò, guardando
dentro l’epoca e i suoi fermenti, possiamo osservare come le pretese
imperialistiche degli stati europei esondassero i piani meramente politici e
militari coinvolgendo, appunto, anche la filologia. Il capitolo su Ungaretti –
in particolare sulle varianti di Gridasti: soffoco – nella premessa sottolinea
la “difficoltà oggettiva” nel ricostruire origine ed evoluzione del testo. Come
giustamente rilevato da Marco Grimaldi, ciò è favorito anche dall’epoca digitale
in cui viviamo che, se da un lato consente una maggiore facilità nell’offerta
documentale al pubblico, dall’altro pare indurre surrettiziamente gli studiosi a
rinunciare alla ricostruzione (resa stratigrafica) del cammino di un’opera nel
tempo. Il volume, dunque, esprime fin troppo bene la cura da “sacerdoti della
memoria” che gli studiosi come Ciaralli e Pulsoni profondono in queste
discipline, che risalendo dentro la polvere del tempo sedimentata sulle opere,
le restituisce al loro ambiente, vive.
Livia Di Vona
L'articolo Sia lode a Madama Filologia, ovvero: sul manoscritto di Petrarca e il
leggendario incontro tra Pasolini & Pound proviene da Pangea.
Non si può barare con la montagna. È stato l’Appennino a far germogliare dentro
il ragazzo che trascorreva le estati con i nonni, un inestirpabile desiderio di
libertà. Forgiato dal e nel suo seno, da ruscello carsico di desiderio
fanciullesco a vera e propria piena nell’età adulta, a passo di poeta e di
sciamano ricostruendo una grammatica della diserzione che, probabilmente, è
giovane di milioni di anni perché solo il perenne è capace di non
invecchiare. Francesco Benozzo non ha mai barato né con la montagna, né con
l’impulso feroce del suo sangue che lo obbligavano a tornare con la musica e con
le parole a quel tempo troppo lontano per noi evoluti e separati dal tutto, in
cui dire Io sono significava dire Io sono il cosmo. Cioè il tempo totalizzante
dell’infanzia, prima che imparare a stare nel mondo si trasformi, con i suoi
concetti e le sue artefatte regole, nell’oblio di quell’incanto originario.
Da questa fedeltà nasce un breve manuale, pubblicato per i tipi de La Vela, dal
titolo Piccolo manuale di diserzione quotidiana. Per Benozzo le parole, che sono
la cosa più effimera che esista, al contempo sono l’artefatto più duraturo:
dietro ciascuna di esse, si nascondono strati di storia e di preistoria lungo il
cui filo risalire alla prima volta, allo stupore del dire di fronte al
mondo, nel mondo, che costituisce la ragion d’essere del poeta. Dunque, la
diserzione non è una posa da bastian contrario alle regole del vivere civile,
come una banalizzazione della questione potrebbe far pensare e condannare. È una
fede atavica a quel primo momento, supremo atto poetico, a ciò che preesiste al
simulacro di mondo che assorbe la nostra vita, che confondiamo con la nostra
vita.
Owen Clarke, intellettuale militante di Cardiff, in Galles, ha scritto “Dopo
alcuni recenti libri dalle tesi forti e controcorrente, Benozzo qui si spinge
addirittura oltre e dà forma al primo trattato in cui si teorizza la diserzione
come unico stile di vita possibile. Un piccolo e potente libro che stravolge le
nostre percezioni abituali e che, citando Baudelaire, individua nella capacità
di andarsene e di sottrarsi la più potente e concreta rivoluzione attuabile ogni
giorno da ciascun individuo”.
> L’intrico in cui le vite dei singoli individui vengono ingarbugliate (in
> latino sertum, participio passato di serěre ‘intrecciare’, originariamente
> ‘intrecciato’, poi diventato anche, in forma di sostantivo, ‘corona, serto’) è
> presentato come una ‘corona’ di cui fregiarsi come uomini evoluti, ma nella
> sua essenza è un’imposizione non necessaria a cui a poco a poco si comincia ad
> adattarsi confondendola con la propria natura.
Il disertore toglie la corona; ancora meglio, la rifiuta. E lo fa in nome di
quello che gli viene tolto, di ciò che è situato al di fuori della gabbia. Per
questo Francesco Benozzo non si è mai, dal canto suo, sottratto al prezzo
sociale da pagare per il suo rifiuto, isolandosi dalle dita puntate su di lui,
dal disprezzo neppure malcelato per le sue scelte radicali. Lui stesso, quando
ha ritenuto di doverlo fare, quando quell’impulso lo ha richiamato, ha detto no
per non tradirsi, tradendo tuttavia il consesso civile che lo voleva strappato a
sé stesso. In questo senso, in qualche modo il disertore è l’avventuroso puer
aeternus che tanto pare minacciare l’intrico, cioè il costituito, contraffazione
dell’unità originaria, in cui un falso centro distoglie da quello reale. Certo
agli adeguati, ai conformi, non poteva non apparire quantomeno bizzarro
l’atteggiamento, lo stare al mondo, di Francesco Benozzo.
Filologo di fama docente all’università di Bologna, poeta, sciamano, candidato
dal 2015 stabilmente al Nobel per la letteratura; disertore, appunto. Ma non
disertore con parole vane, vuote, immemori dell’altrove da cui sono originate.
Nelle azioni, radicali come l’impulso del sangue che rifiuta la frode. E adesso
che spirano i venti di una guerra tale da far impallidire tutte le altre, adesso
che il castello di regole posto a protezione di una pace che sembrava
indistruttibile viene giù, come accade ogni qualvolta il peso delle menzogne
seppellisca una civiltà ormai incapace di continuare a raccontarsele in modo
convincente, il cuore di Benozzo ha disertato per l’ultima volta: “Il diritto di
andarsene, la capacità di sottrarsi, l’istinto a non conformarsi sono i
capisaldi della legge del tutto”. Chissà che non siano stati i suoi Appennini a
suggerire queste parole, come una chiamata al ritorno liberata nell’ultimo
battito.
> Ed intanto tra i fili del fuoco
> Vedevamo danzare
> Una forma inattesa per noi
> Una forma di mare
>
> Ed intanto nei vuoti di ortiche
> Sentivamo il lamento
> Di parole diverse da noi
> Di parole di vento
>
> Qui si ascolta L’inverno necessario.
Livia Di Vona
*In copertina: Nicolas de Staël (1914-1955), Landscape, Antibes, 1955
L'articolo “Tra i fili del fuoco”. Francesco Benozzo, un disertore proviene da
Pangea.
Meglio un portinaio impiccato che un poeta vivo. Così sentenzia nel suo Sommario
di decomposizionequell’apologeta incoerente del suicidio che fu Emil Cioran, le
cui parole poste in epigrafe ci introducono agli scritti, editi in Italia per la
traduzione e la cura di Arlindo Hank Toska (Sarò un grande morto, ed. Joker),
del dandy surrealista morto nel 1929 Jacques Rigaut. Rigaut, l’indolente Alain
immortalato da Pierre Drieu La Rochelle – amico di distratte bevute di Martini
al Ritz di Parigi – in Fuoco fatuo (Louis Malle, nel 1963, ne farà un film
indimenticabile), resoconto delle ultime ore di un trentenne scrittore che cerca
di disintossicarsi da alcol e droga mentre medita il da farsi dentro un mondo
che pare rigettarlo come un organo non tollerato.
Chiaramente, parlare di Jacques Rigaut vuol dire anche rievocare la Parigi di
quei formidabili primi decenni del ’900, teatro di incontri indimenticabili
nell’incrocio, peraltro drammatico, di letteratura e Storia. Alain è stato, fino
a quando chi l’ha creato non ha emulato in qualche modo nell’epilogo l’amico, lo
specchio del fantasma Jacques e del vivo senza troppa convinzione Drieu;
entrambi hanno condiviso una pervicace resistenza alla vita, un modo di stare al
mondo neppure di passaggio, come turisti distratti da una meta reale e troppo
lontana, ma come chi vorrebbe amare una donna sapendo che più che sfiorarla non
può e andare fino in fondo si traduce necessariamente in una vocazione al
precipizio.
Nel gioco delle comparse, nella città con i suoi luoghi diventati di culto per i
personaggi straordinari, nel bene e nel male, che li hanno frequentati Rigaut
stesso ha vissuto come una comparsa di poca importanza che per nessuna ragione
poteva essere trattenuta: “Prova, se riesci, a fermare un uomo che viaggia col
suicidio all’occhiello” sicché – nelle parole che prendiamo in prestito da Addio
a Gonzague – tra il fango e la morte la decisione per i Jacques, i Drieu e gli
Alain è drammaticamente ovvia, laddove la seconda diventa, per dirla sempre con
il Gonzague che ci restituisce il dolore mai lenito di Drieu per non aver fatto
abbastanza, “ciò che si poteva fare di più bello”.
Qui esplode la questione del rapporto tra estetica e suicidio: non pochi
studiosi hanno, in un certo senso, liquidato l’affaire Rigaut ascrivendolo
all’atteggiamento in voga in quegli anni, tanto dei dadaisti quanto dei
surrealisti, di elevare il suicidio a momento di massima autoaffermazione
estetica. Ma è una scorciatoia interpretativa che lascia il tempo che trova.
Intanto, in una lettera all’amica Simone Kahn, Rigaut ha scritto di essere
assorbito da una noia che definiamo cannibale e che avrebbe potuto pensare di
farla finita con la stessa poca convinzione con cui aveva sempre vissuto;
neppure avere ragione poteva servire a qualcosa. Coniugando al presente, Rigaut
in uno scritto sottolinea l’inutilità del possederla: “Io ho sempre ragione, tu
hai sempre ragione” fino a “Loro hanno sempre ragione” e viene quasi da pensare
alle parole di quella carogna geniale di Céline che ci esorta ad imparare ad
aver torto: il mondo è pieno di gente che ha ragione ed è per questo che
marcisce. Inevitabilmente, anche i pensieri e le parole sembrano dimorare sulla
carta in modo sbadato, quasi per caso, del resto la scrittura è senza dubbio il
coraggio dei deboli.
> […] Per un occhio esperto, non c’è differenza tra perdere
> e vincere. Se non c’è nulla da vincere, cosa c’è da perdere?
> Il diavolo è passato di qui, si era già notata la sua
> traccia, un’ala grigia e molto appuntita all’ora della
> grazia. Lord Patchogue è inebriato dalla peggiore vanità
> della perdita. Ogni occasione lo trova esatto, è il
> suo unico appuntamento. Diminuire, atrofizzarsi –
> sempre meno – che ebbrezza. Il segno –, un inno nazionale,
> la parola d’ordine degli iniziati del cuore. Ogni
> mese, se non ogni giorno, lo trova un po’ più inadatto
> a gestire tutto ciò che serve a trovare, a muoversi, a
> evadere; attenzione arrugginita.
Rigaut si è guardato allo specchio e nel riflesso è sortito Lord Patchogue, una
sensibilità mai realizzata nell’azione, giaciglio di un’irraggiungibile
salvezza. Come ha scritto in Evasione, quarto capitolo di Lord Patchogue “non
succede niente, o almeno non è mai successo niente.” Tutto quello che rimane è
la contemplazione del proprio guscio. “Sorride: “Presto sarò in una sola
parola”. Si è rifugiato nella vigliaccheria, a ciascuno la sua dignità”.
L’immagine sancisce una distanza, anche quando a fermarla in un istante che
ambisce pretenziosamente all’eternità è una fotografia che più che salvare ciò
che è stato, sbatte in faccia senza troppi riguardi un’assenza. Come quella di
Rigaut che Drieu la Rochelle si fece spedire dalla famiglia e davanti alla quale
cominciò a scrivere il suo Fuoco Fatuo. Ma la foto, così come il romanzo, più
che l’opera di un testimone, ricordano Hank Toska e Jonathan Bortolotti nelle
parole che chiosano il libro, sono lo sforzo di non cedere al tradimento del
ricordo, che non è la stessa cosa della memoria. Davanti all’istantanea gli
occhi che la guardano sono gli stessi che per un attimo dovranno chiudersi per
salvare nel pensiero il suono di una voce, “il peso della sua presenza – i gesti
che definivano il suo nome”. La memoria è il luogo di un paradossale e precario
equilibrio tra ciò che è stato e ciò che non è che riguarda l’osservato e chi
osserva. Poi, anche l’immagine migra in qualche altrove, come misteriosamente
migrano le parole nel tentativo impossibile di nominare un’assenza,
inchiodando la vita sulla punta della lingua di uomini arruolati alla morte.
Livia Di Vona
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