Quest’anno ho cambiato la mia vita. L’ho stravolta. E non l’ho fatto grazie a
qualche influencer o guru che mi ha detto cosa fare. Non sono nemmeno tornata
dallo psicologo. Perché non tutte le passioni tristi vanno estinte. A volte è
necessario entrare in contatto con il dolore e camminare come un fachiro sui
carboni ardenti.
Mia madre è morta, e questo mi ha dato la forza di guardarmi allo specchio e di
dirmi che non ero più felice e che quindi dovevo cambiare le cose.
Il tempo è poco.
Ho avuto bisogno di piangere e di abbracciare il turbamento. Mi sono concessa il
privilegio di poter essere infelice. Almeno per un po’.
Ho continuato a meditare. Questo sì. L’arte della ripetizione e dell’esercizio
mi hanno aiutato e confortato. Sono anche entrata in chiesa più volte per
contemplare nel silenzio quell’immagine di distacco e Resurrezione.
Mi sono ritirata nella natura per due mesi, in una casetta sperduta tra le
colline marchigiane, facendo il sugo con i pomodori dell’orto, dando da mangiare
alle galline e alle tartarughe, scrivendo, meditando e andando al mare. Non
volevo più tornare. E in effetti, in un certo qual modo, non l’ho fatto. Per un
po’ sono tornata fisicamente a Milano, ma non sono tornata alla mia vita di
prima.
E mentre mi trovavo in questa sorta di Eden, ho letto un libro del filosofo
Peter Sloterdijk che ha un titolo degno di un libro self-help ma che in realtà
s’ispira a un passaggio della poesia Il torso arcaico di Apollo di Rainer Maria
Rilke, in cui viene declamato il monito: Devi cambiare la tua vita. Qualcosa che
avevo già messo in atto quasi inconsapevolmente, facendo ricorso al mio maestro
interiore, che come ogni degno allenatore può accompagnare verso l’alto soltanto
se l’allievo non smette di desiderare.
L’uomo è un essere abitudinario, ha bisogno della ripetizione per poter
comprendere: “Si fa solo ciò che si riesce, e si riesce a fare solo ciò che
viene continuamente ripetuto”. Chi vuole scrivere non deve fare altro che
scrivere; chi vuole dipingere non deve fare altro che dipingere; chi vuole
suonare non deve fare altro che suonare. Si dice che siano necessarie almeno
10.000 ore per diventare bravi in qualcosa, per rendere una certa attività una
“seconda natura”.
Per imparare, ci vuole esercizio. Per placare l’ansia, ci vuole esercizio. Per
meditare, ci vuole esercizio. È l’opposto di ciò che propone il mondo di oggi,
dove si vuole ottenere tutto e subito. Zero fatica, zero impegno, zero “sbatti”,
per usare il gergo giovanile.
Oggi il vero rivoluzionario è il praticante, colui che si diletta con devozione
nell’arte della ripetizione. È questo rito ad aver elevato le grandi menti della
storia. Il genio non nasce a caso sugli alberi. “Ogni educazione è una
conversione”, scriveva Pierre Hadot, e Sloterdijk aggiunge che è anche una
sovversione.
Apro i social e vedo corsi per diventare insegnanti di meditazione a 99,99 euro;
corsi di yoga per brillare nell’infinito e risolvere ogni problema. E penso che
ho smesso di fare la critica musicale quando nelle canzoni sono scomparse le
chitarre e gli assoli, perché le nuove generazioni non hanno voglia di
cimentarsi almeno 10.000 ore per imparare a suonare discretamente. Meglio il
computer, meglio l’AI, che a breve farà le canzoni al posto nostro. La Corea lo
ha già fatto, una “cantante” generata artificialmente ha firmato un contratto da
cinquanta milioni di dollari con una casa discografica.
Ricordo che una sera sono uscita a fumare una sigaretta nel cortile della
casetta in campagna. Mi sono presa una pausa dalla lettura, e mi sono messa a
guardare le stelle senza fare nient’altro che esserci. E sì, un vecchio maestro
indiano di Ayurveda mi disse che puoi fumare anche se mediti e pratichi yoga,
anche molti sadhu indiani fumano, basta farlo consapevolmente e godersela, senza
fare altro. E infatti non fumo camminando, non fumo facendo cose, non fumo
nemmeno quando scrivo. Quando fumo, fumo e basta.
Poi sono tornata al mio libro e alle tensioni verticali stimolate dalle
riflessioni: “Finiamo di volere ciò che abbiamo sinora voluto”, ha tuonato
Seneca. E ho ripensato alla mia necessità di accogliere la mestizia, il più
grande maestro che potessi incontrare. Totalmente controcorrente, in un mondo
che sente sempre più il bisogno di creare uomini senza refusi, dove la
possibilità di disporre di sé stessi e di avere accesso al proprio universo
interiore non è diventata altro che un’ennesima forma di consumo e produzione e
il lavoro l’unica forma di esercizio accettabile. Che non si perda tempo a fare
gli eremiti. Non c’è più spazio per la preghiera e la meditazione. Serve
manovalanza, nonostante ci sia un eccesso di “superflui”, di persone che in
realtà sono “inutilizzabili”, un “proletariato” condannato alla frustrazione,
che sarebbe meglio iniziare a sedare, educare, punire. E già fin da ora,
figuriamoci con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Ma visto che nemmeno in
seguito sarà possibile cambiare la propria vita: “dovrai lasciarti trasformare
fin dall’inizio da noi”, e cioè dallo Stato, il produttore di uomini, che con
l’educazione comincerà a occuparsi di un miglioramento di massa, dato che
l’automiglioramento della minoranza non è più possibile e sostenibile.
> “Quando il senso per il miracolo lascia il posto al senso per il meraviglioso
> nasce la “cultura” moderna”.
Il benessere è il nuovo lusso. Avere tempo per sé stessi, per cucinare, per
andare in palestra, in piscina, a padel, per rilassarsi, per mettersi le creme
per il corpo, andare dall’estetista.
> “Ora l’individuo sembra piuttosto un allenatore, che cura la selezione dei
> propri talenti e sprona la squadra delle proprie abitudini. Che questo
> atteggiamento venga chiamato “micropolitica”, “arte di vivere”, “autodesign”
> oppure “empowerment”, è solamente questione di gusto”.
Anziché distruggere l’ego, ecco diventare l’Io il nuovo grande progetto,
l’impresa cui dedicare tutta la propria vita. È l’epoca dell’Io S.p.a. Ciò che
una volta era santità, oggi è fitness.
Il dilemma dell’uomo moderno è questo: cambiare sé stesso o il mondo? Oppure
entrambi allo stesso tempo? L’eccesso d’individualismo crea
confusione. L’esercizio, la ripetizione e la fuga dal mondo sembrano ormai volti
soltanto all’autorealizzazione, alla performance interiore, e non a una
preparazione all’arte mistica di morire. E questo perché? Perché la paura della
morte è il segno più eclatante di mancanza di solidarietà tra gli uomini.
I santi hanno lasciato il posto alla società dello spettacolo e al lifestyle. Ma
il buonismo e il relax semplificano la vita a dei livelli estremi e non
rispecchiano la realtà delle cose, demoliscono la tensione verticale e portano
a evitare passione e sofferenza. Per non parlare della frenesia
dell’immortalismo terreno inseguita dai ricchi e agognata dai poveri.
Solo l’arte sembra salvarsi da tutto questo, è lì che sopravvivono residui di
contemplazione, dove la fede si trasforma in stupore e la preghiera in
ammirazione.
> “Che cos’è l’arte, se non una forma del saper patire e nello stesso tempo la
> forma che assume la passione del saper-fare”.
Ma cosa è rimasto, oggi, dell’arte? L’artista è ancora interessato a elevare sé
stesso? Non nel senso della fama, di quell’Io perennemente in costruzione e
strabordante, ma nel senso di saper guardare ancora verso ciò che è in Alto.
E allora, alla fine, ecco cosa mi hanno insegnato la morte di mia madre,
Sloterdijk e il monito di Rilke “Devi cambiare la tua vita”: prendi la tua
strada verso le colline e la via della luce e non fare più ritorno. Avanza.
Preparati alla Grande Catastrofe. Se sarai ancora capace di farlo, cerca il
sublime, l’ultimo disperato appello verso la salvezza, verso l’impossibile,
verso l’elevazione. Non dare precedenza al becero intrattenimento, dalla ai
libri, alla riflessione e ai trasognamenti. Ambisci al sapere senza il timore di
perdere la tua identità. Prendi le cose dannatamente sul serio.Attua una
rivoluzione spirituale contro l’ottusità, l’avvilimento, l’abbruttimento, la
banalità, la cocciutaggine, la semplificazione, la mancanza di rispetto,
l’impazienza e le apparenze che ti hanno infestato il cervello. Assumi buone
abitudini per una sopravvivenza comune e liberati dagli automatismi demoniaci
che ti privano dell’anima.
Le cose non possono più andare avanti così.
Il resto, sono solo chiacchiere.
Dejanira Bada
*In copertina e nel testo: opere di Alberto Martini (1876-1954)
L'articolo Ambisci al sapere. Attua una rivoluzione spirituale contro
l’ottusità. Il resto, sono solo chiacchiere proviene da Pangea.
Tag - spiritualità
Dunque, è dal termine che bisogna partire: dalla gemma partorita con dolore,
dalla goccia che prima di cadere e di mutarsi in folgore, trema, si aggrappa,
icona di spina, sventata vampa, al ramo. Così scrive lei, Karin Boye, in una
delle poesie più note: ciò che sboccia succede al dolore, ciò che nasce ferisce,
il nuovo accade per ventura di inverno in grammatura d’oro. Sembra di auscultare
la Decima elegia di Rilke, quella della “felicità ascendente”, della commozione
che lascia sgomenti (bestürzt) “quando cade una cosa felice”. In Karin è
epidermica la violenza, la screziata grazia della cosa che si spezza – la fiamma
prima della felicità, la forza che discende.
Fu pure lei, Karin, goccia che cade, il frutto che, risolto a maturità – cioè:
in parentela con il sole, un sole che si può dire Bicorne e Bucefalo –, si apre,
nella polpa da leccare, nella pappa leccornia, nel seme da piantare. Purissima
gemma, Karin scelse Alingsås, una cittadina di laghi; scelse i sonniferi –
cadde. Aveva 41 anni; l’anno, il 1941, è lo stesso – stimmate di santa, mesi in
costato, segni di cui fare sudario – in cui muoiono, volontariamente, anche
Virginia Woolf e Marina Cvetaeva. Karin optò per aprile, the cruellest month, il
mese che “genera/ lillà da terra morta, confondendo/ memoria e desiderio”. Aveva
tradotto La terra desolata di Eliot dieci anni prima – anni di esperienze
spaesanti, quelle. Il matrimonio con Leif Björk, nel ’29, l’attività totale nel
movimento socialista “Clarté”, il viaggio – per certi versi agghiacciante – in
Unione Sovietica e quello in Jugoslavia.
Nata a Göteborg nell’ottobre del 1900, in famiglia di alti studi – padre
ingegnere, madre impegnata nel ‘sociale’ e nello spirituale –, fu segnata da
feroce precocità: a nove anni scriveva i primi testi; a diciotto compose per il
compleanno del padre un libro di poesie e di leggiadre leggende, illustrandolo;
nel 1922 pubblica Moln(“Nuvole”), una raccolta di versi che sanno di fiaba e di
petroglifo, un esordio in stile Lascaux – aveva già inciso, a suo modo, la nuova
via della lirica svedese. Non difforme dalla poetica di Nelly Sachs, dalla voce
di Karin Boye (tradotta in Italia da Daniela Marcheschi; le Poesie di Karin sono
in catalogo Le Lettere dal 2018) proviene – ad esempio – la poesia di empia
bellezza, la poesia d’empito di Birgitta Trotzig. Fu amica Harry Martinson, che
la trasfigurò in Isagel, ‘carattere’ indimenticabile del poema
epico-cosmico Aniara.
Leggeva Kipling e Tagore, si interessò al buddismo, studiò il sanscrito, preferì
il cristianesimo – maneggiava l’Edda e i miti norreni. A dire di una poetica che
assembla la profezia, a dire dello scoperchiare gli altri cosmi, del tenere sul
palmo la foglia e la galassia, l’erba e la materia oscura, dell’adesione all’Ade
dei poeti ctoni, che confabulano con gli spettri, capaci di estrarre fibule di
luce, sfreccianti agnizioni. Certo, è da aggiungere: le depressioni ricorrenti,
l’omosessualità celata, il matrimonio fallito, i viaggi in Germania, a Berlino,
per frequenti, infeconde sedute psicoanalitiche. Lentamente, Karin Boye si slegò
da tutto – da tutti si sentiva annodata. Poetessa tra le più ardite, aderente al
linguaggio sabbatico, al linguaggio come sabba, cioè a stanare le forze, Karin
deve il successo, per paradosso, a un romanzo, Kallocaina, uscito nel 1940, in
cui, dietro al delirio statalista e alla fatidica “droga della verità” sono
adombrati i regimi sovietico e nazista. In Italia, il romanzo distopico è
tradotto da Iperborea: “Scritto nel 1940, quando era difficile nutrire grandi
speranze nell’avvenire, Kallocaina ha in comune con Noi di Zamjatin, Il mondo
nuovo di Huxley, 1984 di Orwell l’allucinata visione di una società
spersonalizzata, dominata da uno Stato poliziesco che arriva a invadere anche la
sfera privata dei cittadini sopprimendo ogni libertà”.
Tuttavia, per così dire, Karin aveva “uno Stato poliziesco” dentro di sé. Le
fotografie di famiglia sembrano tratte da un film di Ingmar Bergman: sorrisi
senza fiordi, orche sotto le bianche vesti e le belle trecce. Fece un viaggio in
Grecia che la empì di una luce cerbiatto, di una luce Cerbero. Tutto diventò
troppo – troppo tardi, soprattutto. La ragazza non riuscì a spezzarsi, si volse
alla morte nel sonno.
Ma va detto del seme, ora. De sju dödssynderna (“I sette peccati capitali”), la
raccolta postuma, alterna le visioni di Emanuel Swedenborg alle tenerezze di un
cronachista di mondi perduti, desunti da un acquazzone. Letale il poemetto
accusatorio che dà titolo al libro:
> “Di generazione in generazione non siamo stati altro che la nostra segreta
> follia
> il nostro mai-nato.
> Oh Dio, quanto sei prossimo a ciò che non esiste.
> Occupati di noi. Non possiamo più durare.
> Distruggi il male che non ha cura di distruggersi.
> Distruggi il sogno della nostra follia incapace di farsi reale.
> Distruggici”.
Qualcuno disse di fenomenali epifanie, di apatie d’acqua, qualcuno credeva
bastassero i fiori a imbonirla, imbottita di buoni odori. Ma lei, Karin, sapeva
che l’angelo è oscuro, che l’angelo è maculato, che l’angelo può chinarsi nella
foga della iena. Chissà – Rilke si sarebbe innamorato di lei.
**
Gli dèi
I carri degli dèi
non scuotono le nubi
scivolano silenti
come raggi.
I passi degli dèi
sono difficili da udire
come un mormorio
nell’erba.
Con cautela
segui le loro tracce:
profumano di una
vicinanza tremenda.
Voleranno, lasciandoti
pieno di parole
in un mondo vuoto.
*
Non nominare
Molte cose fanno male e non hanno nome.
Taci e accettale.
Il molto è segreto, oscuro il pericolo.
Sopporta e porta rispetto.
Meglio confinarsi nel segreto
e non solleticare i semi che crescono.
“Dove il pensiero non si avventura
Madre di Tutto, guidami, esortami!”
È bene ascoltare la voce della Madre –
non ha parole la cura, non ha nomi il cuore.
*
Il conforto delle stelle
Ho parlato con una stella, la scorsa notte
luce lontana, in inabitati spazi –
“Cosa illumini, strana stella?
Ti muovi così grande e luminosa”.
La mia pietà l’ha ammutolita
poi, con il suo stellato sguardo:
“L’eterna notte illumino
illumino lo spazio senza vita.
La mia luce è fiore che appassisce
nello spinato autunno del cielo.
Questa luce è tutto ciò
che ho, è il mio solo conforto”.
*
Alcuni cuori sono
inesauribili tesori.
I loro proprietari gettano
con generosità, ovunque, i rivoli di quel sole.
Con mani tenaci accogliamo
il dono, grati. Felicità
e salute a te, benedetto,
che maneggi l’oro come fosse sabbia!
Alcuni cuori sono
inabissati fuochi.
Nella più fredda notte
un riflesso sulla neve.
In quell’incanto, nessuno
sopporta il desiderio
tranne chi scorge una luce
nella notte e ne vuole la fiamma.
*
Certo, è ovvio, fa male quando il germoglio sboccia.
Altrimenti, che senso avrebbe la primavera?
Altrimenti, perché sedare nella gelida brina
quell’ardente desiderio?
Il germoglio è stato crisalide lo scorso
inverno: una novità che ora si spezza, scoppia.
È ovvio, è certo, ferisce il germoglio che sboccia
perché fa male ciò che cresce
e ciò che serba.
Certo, è ovvio, fa male la goccia che cade.
Trema di paura, pende grave
al ramo si avvinghia e si gonfia, scivola –
il peso la assilla, più forte si aggrappa.
Fa male essere smarriti, fa male la paura
e la separazione; fa male sentire che il profondo
ti attira e chiama – eppure
siedi e trema
è duro resistere
e resistere al desiderio di cadere.
Poi, all’acme dell’agonia, quando ogni aiuto è inutile
le gemme dell’albero sbocciano in gloria
poi, quando la paura svanisce
le gocce cadono e diventano luce
si dimenticano che il nuovo le atterriva
si dimenticano che la caduta è un rischio
per un attimo abitano la certezza
riposano nella fede
che ha creato il mondo.
*
È così grande questa quiete, la quiete
di un’assolata foresta in inverno.
Come ha fatto la mia volontà a diventare
così perfetta, così obbediente la mia vita?
Portavo in mano una ciotola di vetro – risuonava.
Il mio piede è diventato cauto – non inciampa più.
La mia mano è precisa – non trema più.
Sono stata travolta dalla violenza delle cose fragili.
*
Preghiera al sole
Non hai pietà perché i tuoi occhi non
conoscono il buio.
Salvami.
Come linee, gli steli dei fiori sono
risucchiati dalle altezze:
tremano, prossimi a te, i loro calici.
Gli alberi si scagliano come pilastri verso la gloria:
stendono le braccia piumate di foglie
assetate di luce, devote.
Hai tratto l’uomo
da una pietra, con ciechi sguardi
l’hai trafitto alla pianta sagomata dai venti.
Tuo è il gambo, tuo lo stelo. Tua la spina dorsale.
Salvami.
Non la vita. Non la pelle.
Un dio non ha potere sulle cose estreme.
Con occhi estinti e arti spezzati
è tuo colui che visse eretto
con colui che eretto muore
tu sei, oscurità che inghiotte oscurità.
Il ruggito si impenna. La notte è nel parto.
La vita brilla, preziosa.
Salva, salva, dio che vede,
ciò che hai donato.
*
Il vagabondo dei deserti
Voi pesate su bilance sbilenche
con pesi penosi misurate
non davanti al qadi che smista
le colpe dei criminali
ma davanti ad Allah, benedetto
il suo nome, il creatore della vita.
Per una piccola perla date mille datteri
ma io che ho sofferto la fame nel deserto
so quanto è inutile una cintura di perle
che non dà nutrimento,
ma io, corroso dalla sabbia,
so quanto è inutile l’elsa di un pugnale
istoriata di gemme
che non sa dissetarmi.
In questa città di minareti, distante dal deserto,
non mi inchinerò davanti ai severi mausolei
e alle porte dorate
ma presso gli umili pozzi, nascosti
dal viavai, dove il pastore porta la mandria
a sera, e semina il latte agli allettati.
*
E io voglio ringraziare, ora, per l’ora della grande umiliazione
per l’ora in cui ci si rivela nudi
senza trama d’orgoglio
e ci si abbandona
come un grano di polvere nel magnanimo bagliore dei mondi –
e scopri che tutto è meraviglia, che la vita è meraviglia
una meraviglia questo mero rifugio e il pane e l’acqua
e più di ogni altra cosa è meravigliosa l’immeritata grazia
la fiducia eternamente riposta in un essere umano.
*
La forma che io sono
La forma che io sono
ma la materia è primordiale fiamma.
Fuoco negli occhi
fiamme le mani.
Nell’ebbrezza creatrice
si annodano lingue di fuoco
fameliche attorno al profilo
del tuo essere.
Diventa mera forma
forma ben temprata
eterea
che galleggia su infuocati mari
miracolo e miraggio
increata e in crescita
– perché questo è un dio –
che ribolle sopra il caos.
Di tutte le cose
il dio è il più transitorio
di tutte le cose
l’adorazione permane.
Ribolli, ribolli
illusione, elisione
tra le fiamme
trovi l’eterno.
*
Bevo il sacrificio
Sul vino grezzo si gettano musi pesanti.
Non è il vino a deformarli tanto.
Il vino libera i pensieri
ma incardina la lingua al palato.
Come segreto bagliore, la pira sacrificale
è grezzo vino rosso.
Soltanto io so per quali
poteri si snoda il fumo.
Soltanto io so quali
mondi mondano la mia ebbrezza.
Ciascuno è fisso altrove
altrove qualcuno respira.
Ciascuno alza i calici verso
cose invisibili agli altri, verso
oscure terre dove gioia e dolore
non hanno alcun senso.
Così, in segreto, alzo il vino
mia fiamma sacrificale
presso un dolore che è soltanto mio
e che paragono all’eterna burrasca in mare.
*
Quegli oscuri angeli maculati di blu
con fiori di fuoco tra i neri capelli
conoscono le risposte a strane domande blasfeme –
forse sanno dove porta il ponte
dalle cave della notte alla luce del giorno –
forse sanno dove si rifugia l’uno
forse nella casa del Padre esiste
un luminoso rifugio che porta il loro nome.
Karin Boye
L'articolo “Non siamo altro che la nostra segreta follia”. Karin Boye, la
poetessa angelica proviene da Pangea.
T ikTok, 2025. Una donna avvolta in uno sgargiante hanbok sbatte ritmicamente
le mani su un tamburo. Recita preghiere antiche, invoca spiriti benevoli, lo
sguardo si fa sempre più intenso. In sovraimpressione, i commenti scorrono
veloci: chi chiede consigli sull’amore, chi vuole sapere se avrà fortuna negli
affari, chi cerca una guida per prendere una decisione importante. Lei risponde,
a volte cripticamente, a volte con messaggi diretti. Accanto al suo nome appare
l’icona delle “offerte digitali”, una funzione della piattaforma che permette ai
follower di inviare denaro sotto forma di regali virtuali.
Questa è la quotidianità di molte sciamane mudang nell’era dei social, figure
che stanno vivendo una rinascita soprattutto grazie al digitale. Si tratta di un
fenomeno che si inserisce in un contesto più ampio di trasformazioni sociali ed
economiche in Corea del Sud, dove il bisogno di spiritualità si intreccia con le
dinamiche del capitalismo digitale. Se da un lato una delle società
tecnologicamente più avanzate ha razionalizzato molti aspetti della vita,
dall’altro il bisogno di connessione con il trascendente non è mai scomparso e
le nuove tecnologie stanno fornendo strumenti per la sopravvivenza e
l’espansione di tradizioni millenarie. Così, la ricerca di un senso attraverso
le mudang è sempre più accettata, soprattutto tra i giovani, mentre la loro
influenza sulla politica genera scandalo e indignazione.
Resistenza ed emancipazione
Lo sciamanesimo coreano è una tradizione millenaria che fonde elementi animisti,
buddisti e confuciani, e che sopravvive nonostante la modernizzazione del Paese.
Il termine mudang identifica le figure da sempre ambivalenti all’interno della
società coreana: rispettate come intermediarie tra il mondo umano e quello
trascendente, ma anche oggetto di sospetto e persecuzione da chi la considera
una forma di superstizione, residuo di una religione ‘primitiva’, e perciò
contrario al progresso.
Già a partire dal Quarto secolo, con l’introduzione del Buddhismo, e
successivamente durante la dinastia Joseon (1392-1897), con l’adozione del
confucianesimo come ideologia di Stato, questo tipo di pratiche aveva subito una
progressiva marginalizzazione. Il confucianesimo, in particolare, promuoveva una
rigida gerarchia sociale e patriarcale, considerando lo sciamanesimo una
superstizione incompatibile con i propri principi razionali e relegando le donne
a ruoli subordinati. In tale contesto, questo credo ha anche offerto alle donne
un canale per esercitare autorità spirituale e sociale, sfuggendo alle
restrizioni patriarcali. Le mudang, attraverso i rituali noti come gut, non solo
comunicano con gli spiriti, ma forniscono consulenze, guarigione e supporto alla
comunità, diventando figure di riferimento e rispetto.
> Affidarsi alle mudang è sempre più accettato, soprattutto tra i giovani,
> mentre la loro influenza sulla politica genera scandalo e indignazione.
Lo sciamanesimo in Corea, quindi, rappresenta non solo una pratica religiosa, ma
anche una forma di resistenza ed emancipazione femminile. Le mudang, attraverso
la loro connessione con il mondo trascendente e il loro ruolo nella comunità,
sfidano, infatti, le norme patriarcali, offrendo un modello di autonomia e forza
per le donne coreane. E, ancora, durante l’occupazione giapponese della Corea
(1910-1945), il governo coloniale aveva tentato di sopprimere queste pratiche,
ritenute un ostacolo alla modernizzazione e all’assimilazione culturale, di
nuovo, senza riuscirvi. Questa forma di resistenza permane e non si limita alla
Corea del Sud.
Si stima che ogni anno si tengano circa 50.000 cerimonie sciamaniche nella
capitale sudcoreana di Seul. In Corea del Nord, invece, questi riti sono
illegali – i praticanti possono essere incarcerati, inviati in campi di
rieducazione e lavoro forzato o persino giustiziati per aver partecipato a
quella che è considerata una superstizione – eppure sopravvivono nella
clandestinità. In un rapporto del 2018 sulla libertà religiosa in Corea del
Nord, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha segnalato “un apparente
continuo aumento di queste pratiche anche a Pyongyang” con il coinvolgimento
degli stessi membri del partito: secondo alcuni disertori, infatti, le mudang
vengono consultate proprio per identificare il momento migliore per disertare.
Nonostante i diversi tentativi di repressione, lo sciamanesimo è sopravvissuto,
mantenendo vive le tradizioni culturali coreane e, negli ultimi anni, ha trovato
una nuova espressione attraverso i social media. I praticanti in Corea del Sud
stanno rivitalizzando l’antica tradizione utilizzando piattaforme come YouTube e
TikTok per condividere rituali e conoscenze, raggiungendo un pubblico sempre più
ampio e più giovane. Uno degli aspetti più interessanti è proprio la capacità di
adattarsi ai tempi e, dagli anni Novanta in poi, si è assistito a una sorta di
rinascita: in un’epoca in cui il ritmo della vita diventa sempre più frenetico e
le ansie esistenziali si moltiplicano, molte persone cercano risposte al di
fuori delle religioni istituzionalizzate e ancora oggi le mudang celebrano i
propri rituali, che non sono solo strumenti di divinazione o di esorcismo, ma
rispondono a un bisogno profondo di guarigione, sia fisica che emotiva.
Sacro digitale
Google Trends mostra che le ricerche su YouTube per “sciamano” in Corea del Sud
sono quasi raddoppiate negli ultimi cinque anni. Questa tradizione religiosa è
anche centrale nella trama di un film sudcoreano di successo uscito nel 2024,
Exhuma, in cui proprio alcuni sciamani sui venti-trent’anni sono i protagonisti
incaricati di spezzare una maledizione su una famiglia. Lo stesso regista Jang
Jae-hyun ha dichiarato di aver scoperto molti giovani praticanti durante le sue
ricerche. Exhuma ha superato i 2 milioni di spettatori nei primi quattro giorni
di programmazione e, secondo il Korean Film Council, circa un sudcoreano su
cinque ha visto il film. Impressionante considerando che, a causa dello stigma,
un tempo le mudang nascondevano il fatto di essere sciamane, mentre oggi sono
protagoniste di opere cinematografiche di successo e hanno centinaia di migliaia
di iscritti su YouTube.
> Lo sciamanesimo in Corea rappresenta non solo una pratica religiosa, ma anche
> una forma di resistenza ed emancipazione femminile.
Negli ultimi anni, infatti, sempre più mudang hanno iniziato a sfruttare i
social media per ampliare la loro influenza. Su Instagram e TikTok, pubblicano
video di rituali, vendono amuleti e offrono sessioni di divinazione a pagamento
via Zoom. Alcune di loro si presentano con un’estetica tradizionale, altre
mescolano elementi della cultura pop con riferimenti esoterici. Su YouTube, i
loro video raggiungono milioni di visualizzazioni, mentre su piattaforme come
KakaoTalk e Line (due piattaforme di messaggistica istantanea sudcoreane)
ricevono richieste da clienti sparsi in tutto il mondo.
Questa evoluzione è un esempio significativo della capacità di adattarsi alle
esigenze contemporanei e non è limitata allo sciamanesimo in Corea del Sud. Ci
sono diversi esempi sparsi per il mondo, anche più di nicchia rispetto ai dieci
milioni di follower del papa, come quello di Mahtab Dastur che sta lavorando
attivamente per rivitalizzare lo zoroastrismo, una delle religioni più antiche
del mondo, proprio sfruttando i social media per promuovere questo patrimonio
culturale e religioso, con l’obiettivo di coinvolgere le giovani generazioni e
sfatare i miti sulla fede. L’Associazione zoroastriana di Houston è stata
fondamentale in questa iniziativa, sottolineando l’importanza dell’impegno
digitale per attrarre ed educare nuovi seguaci, oppure il Her voice movement che
utilizza i social media per mobilitare madri cristiane conservatrici in tutti
gli Stati Uniti. Il movimento incoraggia le donne a partecipare attivamente alla
politica locale, in particolare nei consigli scolastici, per difendere i valori
conservatori. Attraverso le piattaforme digitali, vengono organizzati “prayer
hubs” (centri di preghiera) e campagne politiche, dimostrando l’intersezione tra
fede e attivismo sui social media.
In tutto il mondo, la spiritualità si sta adattando alle logiche dell’influencer
marketing. Guru indiani offrono corsi di meditazione su Patreon, astrologi
occidentali trasmettono in diretta i loro oroscopi su Twitch, lettori di
tarocchi costruiscono imperi su TikTok e YouTube. La sacralità diventa
spettacolo, si trasforma in contenuto virale, come, ad esempio, nel caso delle
“witchtokers” – che utilizzano la piattaforma per educare, condividere rituali,
incantesimi e discutere di vari aspetti delle loro pratiche – che dimostra come
l’interesse per l’occulto e l’esoterismo stia vivendo un’attenzione senza
precedenti. Molti di questi contenuti attingono a tradizioni antiche, ma vengono
reinventati in chiave contemporanea per adattarsi alle esigenze del pubblico di
oggi.
Crisi e identità
Sarebbe troppo semplice però ridurre il fenomeno delle mudang a una mera
questione di mercato globale della spiritualità; si lega anche a un’esigenza più
profonda che va analizzata nel contesto politico e economico che sta
attraversando il Paese. Nel primo trimestre del 2024, la Corea del Sud aveva
registrato un’impressionante crescita del PIL dell’1,3% su base trimestrale,
superando ogni aspettativa. Questo risultato era stato trainato da una forte
domanda interna e da una ripresa delle esportazioni, in particolare nei settori
dei semiconduttori e dei macchinari. Tuttavia, le prospettive erano rimaste
incerte, a causa di tassi di interesse elevati, crescente onere del debito e
mercato del lavoro debole. La Banca di Corea, infatti, era rimasta cauta a causa
dei rischi di inflazione e delle incertezze globali.
> In tutto il mondo, la spiritualità si sta adattando alle logiche
> dell’influencer marketing.
Nel quarto trimestre del 2024, l’economia sudcoreana ha, infatti, registrato una
crescita minima, con un aumento destagionalizzato di appena lo 0,1% rispetto al
trimestre precedente. Questo risultato deludente è stato principalmente
influenzato dall’instabilità politica, tra cui il tentativo temporaneo del
presidente Yoon Suk Yeol di imporre la legge marziale, che ha minato la fiducia
dei consumatori e la domanda interna. E, guardando al 2025, le prospettive
economiche restano decisamente caute. Il Korea development institute (KDI) ha
rivisto al ribasso la sua previsione di crescita all’1,6%, citando l’impatto
negativo dell’aumento dei dazi statunitensi sulle esportazioni sudcoreane, in
particolare nei settori dell’acciaio, dell’alluminio e dei semiconduttori.
Analogamente, la Banca di Corea ha abbassato la sua previsione di crescita del
PIL per il 2025 a un intervallo compreso tra l’1,6% e l’1,7%, rispetto alla
precedente stima dell’1,9%, attribuendo la revisione all’instabilità politica e
al calo della domanda interna. Per rispondere a queste difficoltà, il governo
sudcoreano sta valutando l’introduzione di un bilancio supplementare per
sostenere l’economia. Il presidente ad interim Choi Sang-mok ha sollecitato un
rapido accordo su questo intervento per contrastare il rallentamento economico e
mitigare l’incertezza esterna.
Nel complesso, quindi, sebbene l’economia sudcoreana abbia mostrato segni di
resilienza all’inizio del 2024, i recenti sviluppi politici e le pressioni
commerciali globali hanno portato a un outlook più prudente per la seconda metà
del 2024 e il 2025 e le preoccupazioni, già presenti, stanno peggiorando per la
popolazione sudcoreana: incertezza economica e mercato del lavoro che continua a
essere instabile (la crescita del lavoro temporaneo e dell’economia dei
“lavoretti” – gig economy – contribuisce all’insicurezza lavorativa, soprattutto
tra le nuove generazioni), incertezza politica a livello nazionale e delle
relazioni estere – in particolare con Giappone e Corea del Nord –, hanno acceso
il dibattito pubblico, scatenato proteste e aumento del costo della vita,
prevalentemente per casa e istruzione, che rappresentano le problematiche più
ampie.
Non stupisce, allora, l’intensificarsi del ricorso a queste pratiche e, grazie
proprio ai social media, soprattutto tra le generazioni più giovani, nel
profondo periodo di crisi che sta attraversando la Corea del Sud: le mudang
hanno successo perché rappresentano una guida e un conforto spirituale con
l’obiettivo di alleviare le ansie legate al futuro, alle relazioni personali e
alle prospettive di carriera.
> Le mudang hanno successo perché rappresentano una guida e un conforto
> spirituale con l’obiettivo di alleviare le ansie legate al futuro, alle
> relazioni personali e alle prospettive di carriera.
Ma non solo social e giovani: lo sciamanesimo continua a mostrare il proprio
legame con la politica quando la Corea del Sud si trova ad attraversare momenti
di crisi o instabilità. Ad esempio, durante la crisi finanziaria asiatica del
1997-1998, il presidente Kim Dae-jung, in carica dal 1998 al 2003, avrebbe
consultato praticanti di questi rituali per ottenere protezione e successo
politico. Allo stesso modo, il presidente Roh Moo-hyun (2003-2008) affrontò un
periodo di forte instabilità politica, segnato da un tentativo di impeachment
nel 2004 e da scandali interni; si dice che lui e alcuni membri della sua
amministrazione abbiano consultato figure spirituali in momenti critici. Uno
degli episodi recenti più eclatanti che ha rivelato il legame tra politica e
sciamanesimo è stato lo scandalo che ha portato all’impeachment dell’ex
presidente Park Geun-hye nel 2017. La leader conservatrice era profondamente
influenzata da Choi Soon-sil, una figura non eletta ma con enorme potere dietro
le quinte, descritta dai media come una sorta di mudang o “guru spirituale”.
Choi, figlia di un influente leader religioso, avrebbe manipolato la presidente,
influenzando decisioni politiche e persino scrivendo i suoi discorsi. Questo
scandalo ha indignato l’opinione pubblica, portando a massicce proteste e,
infine, alla sua destituzione.
Con l’impeachment e l’arresto di Yoon Suk Yeol nel 2024-2025, le speculazioni
sui legami tra politica e queste pratiche sono riemerse. Un caso emblematico è
quello di Noh Sang-won, ex capo dell’intelligence militare, che avrebbe gestito
una casa di divinazione frequentata da politici e alti funzionari. Secondo
alcuni report, Yoon avrebbe ricevuto consigli da ambienti legati allo
sciamanesimo, portando a domande sulla possibile influenza di queste pratiche
nelle sue decisioni, incluso il controverso tentativo di dichiarare la legge
marziale.
È interessante notare quindi come, storicamente, l’uso dello sciamanesimo in
politica sia stato prevalentemente associato a figure di destra; tuttavia,
l’esperienza di Roh Moo-hyun, noto per il suo orientamento progressista,
evidenzia un’ulteriore complessità: se da un lato è l’opposizione progressista a
criticare con maggior vigore l’impiego di queste pratiche esoteriche, dall’altro
anche parte dell’elettorato conservatore rifiuta l’idea che decisioni cruciali
possano essere influenzate da consigli spirituali anziché da logiche razionali.
Una società in bilico
Il bisogno di controllo e rassicurazione spiega il crescente successo delle
mudang tra i giovani sudcoreani, tuttavia i leader politici che si affidano a
questo tipo di spiritualità sono condannati duramente dall’opinione pubblica. La
popolazione accetta – e anzi favorisce – lo sciamanesimo come strumento
personale di orientamento, visibile e accessibile su piattaforme come TikTok e
YouTube, dove i rituali sono pubblici e monetizzati in modo chiaro. Ma quando
queste pratiche si insinuano nelle stanze del potere, il discorso cambia: il
caso Park Geun-hye ha dimostrato che questa influenza sulle decisioni politiche
viene percepita come manipolazione occulta, un tradimento della fiducia
pubblica. La reazione alle rivelazioni su Choi Soon-sil non riguardava tanto la
spiritualità in sé, quanto il fatto che decisioni cruciali per il Paese fossero
condizionate da un’influenza non dichiarata e non eletta.
Inoltre, si manifesta una sorta di ipocrisia sociale: mentre lo sciamanesimo è
storicamente visto come una superstizione arcaica, incompatibile con l’immagine
di un Paese leader nella tecnologia e nell’innovazione, molti ne fanno ricorso
in maniera discreta, evitando di ammetterlo apertamente. La società sudcoreana
enfatizza infatti una visione di razionalità e modernità che rende difficile
riconoscere pubblicamente tali credenze. Di conseguenza, uno scandalo politico
legato allo sciamanesimo viene percepito non solo come una debolezza del leader
coinvolto, ma anche come una violazione della separazione tra fede privata e
governance pubblica, scatenando una reazione particolarmente forte per una
società che oscilla tra iper-razionalità e ricerca personale del sacro.
> Il contrasto tra il boom digitale degli sciamani e il rifiuto del loro ruolo
> in politica rappresenta una linea sottile tra l’accettabile e l’inaccettabile
> in una società che oscilla tra iper-razionalità pubblica e ricerca personale
> del sacro.
La Corea del Sud si muove su un fragile binomio che contempla modernità e
tradizione, razionalità pubblica e bisogno di spiritualità individuale, un
precario equilibrio che si riflette anche nel sistema sanitario, dove la
medicina di un Paese che è leader mondiale in biotecnologia e ricerca
farmaceutica, convive con l’hanbang – la medicina tradizionale coreana.
Le mudang, simbolo di una società in bilico, prosperano online perché offrono un
servizio trasparente: chi cerca conforto lo fa consapevolmente, accettando il
loro ruolo come guida personale. La politica, invece, è percepita come una sfera
che dovrebbe rispondere a logiche razionali e meritocratiche: quando emerge che
leader influenti hanno seguito consigli sciamanici, il problema non è la pratica
in sé, ma il fatto che queste decisioni siano state prese senza trasparenza, al
di fuori del processo democratico.
Il paradosso non è che la Corea del Sud creda ancora nel sacro, ma che ne
accetti l’influenza solo quando è visibile, individuale e sotto il controllo del
singolo. In questa società ipertecnologica, lo sciamanesimo sopravvive perché si
è adattato alle regole della modernità, mentre la politica lo rifiuta proprio
perché teme di apparire ancorata a un passato occulto e poco governabile.
L'articolo Sciamani: sfida alla modernità in Corea del Sud proviene da Il
Tascabile.