«Qualcosa come un volto/ si avvicina – oltre/ gli specchi opachi –/ oscuramente
parla».
Una domanda – chi? – ci invita a metterci all’ascolto. L’ultima raccolta poetica
di Flavio Ferraro Oscuramente parla(Arcipelago Itaca edizioni, 2025) è un
ritrovare la parola dopo una lunga attesa. Tutt’altro che passiva, quest’attesa
è un sottrarsi al fastidioso rumore di fondo del secolo, così pervicacemente
nemico dell’arcano. Se, per dirla parafrasando il Pasternak de Le onde, l’eresia
è la semplicità, la scrittura di Ferraro rifugge un vuoto compiacimento verbale
fatto di immagini ad uso e consumo della vanità del poeta stesso rimanendo,
piuttosto, un lasciarsi fare, un lasciarsi dire.
Dunque affinché parli, seppur oscuramente, chi deve è necessario rinunciare a
qualcosa. Innanzitutto, la rinuncia a chiudere un verso solo per affermare una
titanica signoria sul proprio destino poetico. Ferraro, cioè, va scomparendo.
Soltanto perché la parola “io” emerga sotto una luce nuova alla fine del
cammino. Un ritorno all’unità, passando dallo squarcio. In tedesco, questo
atteggiamento è indicato dalla parola gelassenheit, in cui asceticamente ci si
predispone a farsi ricettacolo in funzione di Dio (Meister Eckhart) o in
funzione dell’essere (Heidegger).
“Inavverato amore,
l’incompiuto dei giorni –
te che cercai in ogni volto,
negli interstizi del respiro.
C’era una perla, nascosta
ai confini del mondo,
più preziosa di un diamante:
un uomo partì per cercarla.
E ora, al termine del viaggio,
comprendo che sei sempre
stata qui – più intima del cuore,
solo un po’ più quieta –
a custodire la soglia,
a governare il fuoco, immota
tra le cose che vaniscono.
Adesso so quel che prima
mi era ignoto: che ero sempre
stato unito a te”.
Sostando sul limen, Ferraro per sua stessa ammissione scrive per cancellarsi.
«Senza riparo le mie parole,/ devote all’invisibile;/ così scrivo, per far più
bianco/ il bianco della pagina./ Scrivo per cancellarmi». Esposto di buon grado
alle imboscate dell’Enigma, il poeta deve liberare le sue parole dal giogo della
quantità. Scrive infatti: […] «Quella parola/ impronunciabile,/ da tutti
pronunciata». C’è un’inflazione del linguaggio, dunque, che cela
una vera parola, che nessuno osa dire.
Del resto occorre ribadire, dischiudendo ancora ad una “prima volta” quello che
la quantità mortifica nell’ovvio: «Non si mangia la parola pane/ non si beve la
parola acqua». Quindi che cosa sono pane e acqua? Epistemologicamente, sovviene
in questo caso il buon Gregory Bateson (riprendendo Korzybski) che in Mente e
natura, intitola così un importante capitolo: La mappa non è il territorio e il
nome non è la cosa designata. È a questo punto che Ferraro, con l’aiuto di
Thierry Metz (l’unico poeta nominato nei suoi versi) dice: «“J’écris dans
l’ortie, pas dans une rose”// Lo so, caro Thierry, le parole bruciano: ma tu/
hai nominato quel buio,/ ne hai scoperto il fondo/ e la sorgente, finché
l’ortica/ si è tramutata in rosa». Una trasformazione che si compie come
disvelamento, un liberare dall’eclissi dell’apparente ciò che si cela.
“Vivere accanto a cose
silenziose, inappariscenti.
Imparare l’algebra dei nidi,
la geometria dei ragni,
e quei mucchi di terra
indizio della talpa –
ecco, il muto interloquire
del popolo invisibile.
Quella lingua eterna
che più non conosciamo,
troppo presi dalla chiacchiera,
accecati dal visibile.
Si desti uno, uno
soltanto tra noi,
e piano, sussurrando,
‘vento, io ti vedo’”.
Si dissoda il terreno per risalire a radici celesti. Si sta dove il pericolo
maggiore, davvero spaventoso, non è quello del perdere, ma dell’essere perduti.
Scriveva Yves Bonnefoy a proposito di Mallarmé, che tutti siamo sospinti fuori
dal porto del dire, in un paese di pericolo;
> «Come non riconoscere, di là dalle sue pastorali, l’attrazione della poesia
> per qualcosa di livido e di errante che sotto alberi eterni appare come lo
> spettro del limite che vorremmo scordare?».
Però, la poesia di Ferraro non vuole scordare, al contrario non si risparmia i
tormenti di carne e pensiero per recuperare una memoria che tenga conto di un
Dio e pure di questo limite, forse proprio per affidarglielo. Poesia allora non
è approdo, ma convoglio.
È l’antica idea battesimale – scrive ancora Bonnefoy – secondo cui bisogna
morire a questo mondo per rinascere più in alto, nella sacertà.
Livia Di Vona
*In copertina: Prometeo secondo Johann Heinrich Füssli
L'articolo “Devoto all’invisibile, scrivo per cancellarmi”. Sulla poesia di
Flavio Ferraro proviene da Pangea.
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«E questa che roba è?»
«Una recensioncina sull’ultimo libro di Antonio Moresco…»
«Ne ha scritto un altro?»
«Sì, si chiama I due, per Hopelfulmonster»
«Quanto scrive quello… Ha cambiato di nuovo editore?»
«Si vede che gli piace collezionarli, o che agli editori piace mandarlo a
bussare per porte nuove. Moresco sembra uno col vizio di volerle sfondare. Se si
trova davanti a una porta aperta si agita, si angoscia, come Kafka.»
«Non è possibile sia un libro di Moresco.»
«Certo che lo è.»
«Ti pare che Antonio Moresco, dico: ANTONIO MORESCO!, possa scrivere un libro
ambientato nel continente sboreale?»
«Fa sorridere, eh? Anzi, fa proprio ridere.»
«Ma ridere cosa? Ti sembra il tempo che si possa ridere, il tempo delle facezie?
Qui ci si riarma, è il tempo dei puri&duri&seri&alalà! Bisogna che si pianga.
Essere tristi, incazzati, indignati. Così fanno gli scrittori.»
«Beh, è una comicità comunque corrosiva, c’è il paese di Mignott, che è il
nostro, dove si parla il mignottese, con la Presidente vestita da Barbie e il
ministro che non parlava ma vomitava che dichiarano guerra ai cotolettesi…»
«Mi prendi per il culo? Ti stai inventando tutto.»
«Ma è qui, il libro è questo, non vedi?»
«Sarà un omonimo. Ti pare che Antonio Moresco, ANTONIO MORESCO, l’autore di
libroni massimalisti come I giochi dell’eternità, di fioche perle incandescenti
come La lucina, si metta a scrivere di un traduttore che piscia sui capelli al
suo scrittore, di uno scrittore che quando il traduttore lo chiama al
telefono Saltella a piedi uniti fino all’apparecchio, con lo stronzo mezzo
dentro e mezzo fuori, ti pare?»
«Nella letteratura c’è tutta una tradizione del mischiare l’alto e il basso,
carnevalesca, giullaresca…»
«Basta, hai rotto i coglioni. Fai una cosa, chiama questo Antonio Moresco che ha
scritto I due, piuttosto, e chiedigli cosa si prova a essere l’omonimo di
ANTONIO MORESCO, un autore di culto tradotto persino in Francia!»
«Appunto!»
«Appunto che?»
«In questo romanzo goliardico, sfacciato, caciarone, il gioco sta proprio tra lo
scrittore mignottese, cioè italiano, e il suo scrittore cotolottese, cioè
francese! Moresco, ti ricordo, non è nuovo a opere più sbilanciate,
disperatamente ridanciane, anche Le favole della Maria, lo è stata. Non sarà
mica per caso se il primo premio letterario di peso Moresco l’abbia preso per
quel libro lì, un libro per bambini pazzerello, immaginoso, c’è un personaggio
che si ficca il dito nel cervello attraverso il buco nel cappello…»
«Dici che Moresco ha scritto un libro per bambini con uno che si ficca il dito
nel cervello attraverso il buco nel cappello?»
«Lo ricordo così, certo dovrei andare a controllare…»
«Ma chiedi all’AI, no?»
«All’AI?»
«Tutti chiedono tutto all’AI. Secondo te questo tuo piccolo Moresco l’avrà
scritto lui il romanzo che ti vai inventando? Avrà detto: AI, fai te! E l’AI
l’avrà scritto in quattro e quattr’otto. Fanno tutti così. Anche MORESCO farà
così, mica scemo lui.»
«Ti dico che Moresco e MORESCO sono lo stesso scrittore. Moresco è uno scrittore
a cui piace tradursi dall’alto al basso, di dritto e di rovescio, insomma fa un
po’ il cazzo che gli va. Se ci pensi anche nell’ultimo libro, Lettera d’amore a
Giacomo Leopardi, a un certo punto gli prende l’estro, s’inventa che lui e
Leopardi si trasformano in due uccelli, sai, una morescata delle sue. Moresco è
fatto così, ha bisogno di scontrarsi contro ogni gigante e contro ogni mulino a
vento, e secondo me è lui per primo a chiederselo di continuo: sono diventato un
gigante della letteratura o sono diventato un mulino a vento della letteratura?»
«Poveri lettori, non bastava un solo MORESCO con le sue fisse per la luce e il
buio, i vivi e i morti, il creato e l’increato, ora c’è pure un Moresco che
scrive di Leopardi rondineschi, di traduttori pelosi con le palle di cocco, di
dita ficcate nel cervello attraverso i buchi nel cappello.»
«In I due lo Scrittore balla con Dante, incappucciato e nasuto, con Quella
baldracca di Emily Dickinson, là, nel sogno delirante della letteratura, nel
divertimento anarchico della letteratura, nel territorio assurdo e
insurrezionalista della letteratura… Ti dico che MORESCO e moresco sono lo
stesso scrittore! Tanto la stessa persona non è mai una sola persona. Come
in Settologia di Jon Fosse, dove Asle è sia il pittore riconosciuto a livello
nazionale, che ogni Natale va in mostra e vende tutti i quadri, sia il pittore
scartato che muore senza più nemmeno il suo cane, dopo settimane di delirium
tremens all’Ospedale.»
«Eccolo, adesso mette a confronto la Settologia di Fosse, di JON FOSSE!, con I
due di Moresco, di antonio moresco. Sai cosa ci devi fare con questa
recensioncina? Quello che il dio delle ciliegie al maraschino consiglia allo
Scrittore e al Traduttore: ficcatevelo nel culo il vostro libro!»
«No, tu la recensioncina me la devi pubblicare, è fondamentale che la
pubblichi!»
«Ti sei rincoglionito? Come fa a essere fondamentale pubblicare la recensioncina
di I due di antonio moresco scritta da te?»
«Ti spiego: a me è capitato come al lettore nel libro, cioè leggendolo ho
rovesciato gli occhi e ho tirato fuori mezzo metro di lingua prima di sbatterlo
via. L’ho lanciato con una tale violenza che il libro ha fatto un buco nella
parete di fronte, ha attraversato da parte a parte una stanza della casa vicina
e ha centrato in fronte l’inquilino dell’appartamento confinante, che nel
frattempo si stava sparando una sega con un piede nudo sul pavimento e l’altro
sollevato nell’aria e puntellato alla parete. Ha detto che gli ho rovinato la
più bella sega della sua vita e adesso vuole denunciarmi!»
«Ti denuncia perché gli hai rovinato la sega?»
«Ha detto che mi denuncia! Io ho provato a scusami, a giustificarmi: sono un
piccolo recensore, per questo stavo leggendo il libro che poi ho lanciato via!
Altrimenti non lo avrei mai letto. E il vicino mi ha detto: “Fammi vedere la
recensione e ti credo. Altrimenti ti denuncio.” Per questo è fondamentale che
me la pubblichi…»
«Una denuncia per una sega rovinata! Fa ridere!»
E ride ride ride.
«Cazzo ti ridi? Se vuoi saperla tutta, nel libro di MORESCO/moresco il
Traduttore cotolettese fa causa allo scrittore mignottese perché non gli si
rizza più il cazzo.»
E ride ride ride. Cosa ci sarà mai da riderà, mboh.
antonio coda
L'articolo Il Grande Direttore e il piccolo recensore. Ovvero: sull’ultima
morescata di Antonio Moresco proviene da Pangea.
Caro Giannino di Lieto,
esimio poeta, nato nel 1930 e morto nel 2006, vi dò del voi come si usa nel
nostro Sud, per dirvi che ho comprato il volume intero delle vostre
poesie, Opere (Interlinea Edizioni, 2010), e che è stato un sobbalzo, una
sorpresa irrefrenabile, di leggervi. Non riesco a ripetervi l’emozione scaturita
dalla conoscenza, unita al sorriso. Dico sorriso, piuttosto che rammarico per
non avervi letto prima, nel sentire salirmi dentro l’incredulità, a causa di
tutti questi anni di pareri, di sentito dire, e poi, infine, prendere piede in
me l’esperienza nuova, la correzione del giudizio direi inesistente rispetto
alla qualità e quantità del vostro lavoro, sebbene i video, un convegno, le
letture pubbliche.
Perché non vi ho letto prima?, me lo chiedo ancora, perché non ho creduto,
nonostante avessi sentito parlare di voi, e avervi visto varie volte passare
sotto casa mia a Marmorata (Ravello, Costiera Amalfitana), il poeta di
Minori, l’amico di Alfonso Gatto, anche lui un grande, però entrato ampiamente
nel giro delle antologie, degli eterni, degli indimenticabili, mentre il vostro
nome stenta ad affermarsi, a rimanere, se non fosse per vostro figlio che opera
in questo senso, merito a lui, per il bene, per riconoscenza, per amore…
Mi fa specie dirlo all’ultimo, amore, solo quello, che è tanto, e dice molto del
punto in cui siamo; c’è comunque chi conserva la speranza, voglio dire: c’è chi
ritiene che la memoria non sia debole, inutile o sprovveduta, bensì sia
alimento, forma concreta, anzi, concretissima, traduzione di un rapporto fedele,
attività vissuta, assoluta, ovvero significanza che non muore (l’amore, sempre,
sto su quello per ora), è un sempre che però va frequentato, coltivato, in
quanto attività che non finisce al termine dell’esistere, ma proprio perché
vitale si contempla e vive, si afferma di sua natura, si prolunga fino a noi,
procede a rinnovarsi, si alimenta come un vivente, ogni minuto dice che cos’è un
uomo, in particolare un poeta; non quello del potere, delle guerre, della
sottrazione dell’essere, bensì del credente, nemico di nemici, sospiro e gesto
che si rinforza, come in vita, di ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio,
persino ogni sguardo, quello che più manca. Se non fosse che a un certo punto,
un bel giorno, viene di girarsi a osservare chi è che ci sta fissando, che ci
tiene dentro il suo cerchio visivo, com’è capitato a me, ritorno a dire, durante
le vostre passeggiate per Marmorata, quando avete alzato gli occhi verso me che
vi guardavo passare, mentre mi chiedevo chissà dove andavate?, e perché il poeta
si è mosso da casa sua?, qual è la sua ispirazione in quell’istante?, cosa
guarda? Contempla questa bellezza di Costa campana, nota a tutti, evidenza
dell’amore infinito, grazia e sudore persino delle pietre, delle ossa conservate
di Sant’Andrea Apostolo, raccolte nella cripta del Duomo di Amalfi, conquistate
a seguito di una crociata, sul suolo di Patrasso. Storia, Storia, Storia,
macerie del mondo, non se ne può più! Allora eccoli i primi versi, il vostro
esordio alla fine degli anni Sessanta.
Il fico d’inverno
C’era una cappella
nel mio giardino:
tra le macerie
una pisside d’argento
un bimbo
una serpe
il veleno del tempo.
*
Ogni notte un lupo
Dalla casa del tempo
un figlio
scappa ogni giorno
ogni notte
un lupo
ghermisce un bambino
l’uccide
il sangue
scorre nel fiume.
Quando l’aria è calma
nella grotta del cielo
(c’è chi dice)
vagola sempre
uno strano lamento.
*
Pioggia
Come da una ferita
acuti scrosci
sui tetti delle case
sulle rose rosse
sui vicoli deserti
il lamento si placa
nella pace del mare.
Sotto la brevità
di un ponte
un uomo
paralizzato
aspetta
di riprendere il cammino
sul sinuoso fiume.
Si resta coinvolti da questi componimenti, ma è il meno. Avviene nel lettore una
ricettività, un’attesa. È chiara la metamorfosi, in ricerca del nuovo
linguaggio, nascente dall’atto stesso, in cui si sta per vocazione, ma anche e
soprattutto per stupore di ciò che siamo: “Dove fu che il fiore genera di sé
un’esistenza colma […]” (p.198). Lì c’è materia intera, sostanza della nostra
anima, o meglio, il nostro corpo trasceso in canto, la nostra sofferenza e la
nostra gioia rivisitate in sogno, per dirla meglio. Nessuna cosa avviene senza
il cambiamento che propone la simbiosi del linguaggio, della poesia, degli
antichi che tornano, che appaiono improvvisamente, fanno capolino in un verso e
poi… “[…] sale la nostra infanzia/ nascosta nelle pieghe/ l’incubo del granchio/
la terra senza terra/ io con/ dentro la specie. […]” (p.171).
Va bene, siamo stati toccati. Più di così! Ora si può andare agli scogli, al
mare, alle vette, alla strada magnificamente tortuosa, tormento che si perde nel
nostro sguardo, in certi giorni abbagliato, che si apre di curva in curva a un
nuovo paesaggio, mai indifferente, per cui siamo segnati di continuo, senza
essere risparmiati, bensì nella ricchezza di ciò che abbiamo goduto. Ci
chiediamo come faremo quando saremo lontani, che sole ci scalderà se non sarà
quello nostro, originario. Lo strappo è forte nell’andare via, il desiderio
permane, abbiamo volato alto e dobbiamo cadere, non si può stare a certe
altezze. È lo stato del profugo, dell’emigrato che lotta affinché niente
scompaia da sé stesso, che la verità del cuore rimanga, ben custodita, e se
mancasse il cuore lì, da qualche altra parte in cui ci troviamo, il corpo
prevede il progetto di un trasferimento, tornare, come nel mito. Ma oggi non è
più tempo, preme l’estraneità.
Illuminato – È ora di stringere – un imbarco lieve
così balaustra delle prime luci Occidente
platealmente happening al colmo noi loro quelli niente […]
Mi colpisce, dopo la fase sperimentale, le capriole sintattiche che scompaginano
il linguaggio, con sofferenza, una fase di racconto che fa venire avanti la
dimensione materica della parola, contro “[…] lo sfaldamento di una sintassi
(del dialetto), di una grammatica gestuale […]” (p.230) operata da tivù e
programmi scolastici fintamente innovativi, in inseguimento della realtà che
corre avanti e cancella. La poesia, quindi, diventa come un albero che si
sfronda, i rami sono nudi, le vostre stesse opere di poesia visiva lo
evidenziano. Linee e linee s’intersecano sul piano, insieme a qualche segno
isolato, simile a una virgola, un punto. La scrittura c’è sempre, è tutto, ma un
tutto che pare negarsi a un’opera compiuta, che interviene a calibrare lo stile
di una sorta di gabbia, o di voliera, le cui dinamiche si curvano all’infinito,
cercano una riva sulla distesa bianca del foglio, invece il lavoro espressivo
rivela la verticale, senza fine, sullo sfondo. Parliamo di superficie. Tutta
parete è la vostra poesia, maestro, si sale o si scende, ci s’inerpica o si
scivola in basso. Parete in cui ogni tanto si trova una buca, una grotta
naturale, un anfratto in cui germina una lirica, riverberata misteriosamente nel
buio. È felice l’incontro. Cito qualche verso qua e là, scusandomi per
l’approssimazione, per i salti di pagina che tralasciano perle e perle di
sezioni visionarie, di versi serrati dentro le intelaiature della metrica, linee
scheletriche che si aprono. Siamo negli anni Settanta e oltre.
Città un fabbricante di parole
mahagonny viva e dentro un nome splendida
storia
di ordini
sbocci ventaglio ali da offrire all’entrata di un ponte
specchio fiore una su e giù ad opera del fuoco
graziosi animali dei cerchietti nei libri
quello che appare l’arco dunque così profonda
legge degli stessi fiumi acqua tra cosa e scendere
devota felce in corteo da una frase ingenerato generato
richiami del piede verso sinistra regno di fanciullo
né
visto né preso
un parlare comune separato da tutti.
Ecco: “un parlare comune separato da tutti”. Nell’annullarsi della distanza
avviene una separazione. Sorge una conflittualità che s’incarna in una certa
forma poetica, quella sfiorata dalle neoavanguardie degli anni Settanta, e si fa
velo. È necessario, la poesia vuole questo. “[…] Figure e andamento delle linee
si adattano ai moduli surrealisti […]”, (p.296), e ancora: “[…] una tigre fatta
di molte tigri in modo vertiginoso e/ l’ombra della fama […]” (p.309). Il demone
è il frammento, si lavora su quello. Ma ora dov’è il poeta? È nel libro
antologico che ho citato all’inizio, degna dimora del sempre, dell’attingibile,
pensatoio completo e ricognizione del senso, congiunzione con il profondo,
smarrimento e ironia, illuminazione, confronto ispirato, uomo in atto di
pensiero, poesia, parola che si fa materia. “[…] La struttura si forma intorno
al concetto di doppio […]” (p.320).
Ora, la tendenza all’accumulo di parole che funzione ha? “[…] Credenze
stratificate, negli spiriti (la vampa di fuoco, il cavallo splendido), nel sogno
(il vino bianco, l’uva bianca che porta male, il mare, i numeri) […]”, (p.231).
“Un paio di fioccagli d’oro, un paio di piretti, fibbie, spadella, reliquiario,
spilloni, catenelle […] Un sottanino d’ormesino co’ corpetto d’amoerra nuovi =
due gonnelle nuove, una di cammellotta e l’altra di stamina: due paia di
calzette e tre paia di scarpe = due bolletti […]” (p.237). “Clipeo con figure a
sbalzo, anche scheletri/ un palmento,/ propilei dell’esodo figurelle fuori uso/
cronache a teatro sfilate o lorica/ crotali per sillabe aperte in un vicolo
cieco” (p.352). Dove c’è un’elencazione s’insinua e si spande l’universo. Ogni
termine è prospettiva abissale di senso: pluralità, enigma. La parola,
apparentemente raccolta in sé, in realtà diventa avvio per gli altri. In
sostanza è dimensione metafisica, che viene dalla ricchezza dei luoghi
d’origine, non dalle letture (o non solo). Sta scritto lì, bisogna saper
trascendere. La continuità di impegno e di costanza la ritroviamo in un altro
poeta, stavolta di oggi, che verifica ciò che ho detto: Antonio Trucillo, vostro
conterraneo, anche lui residente a Minori. Con tanta germinazione intorno a noi,
e in noi, non ci si può aspettare una perdita. Possiamo dire che è in atto una
figliolanza, che è nell’humus fecondo di una promessa non astratta, bensì
spirituale. Avvertita anche da me. “Beati i miti, perché erediteranno la terra”
(Vangelo secondo Matteo).
Ma approfondiamo. La figlia piccola di cui si parla nella lettera de L’abbonato
impassibile, a pagina 241, dice l’approccio che avviene. La bambina è la
scrittura, da cui ci si vuol separare ma che si chiede di affidare a qualcuno
che la protegga, che le permetta di crescere, che l’accudisca, che la ami. Mi
rendo conto che è un’affermazione sorprendente, la mia, azzardata, eppure ho
questa convinzione, in quanto sangue del proprio sangue, che si vuole
distanziare per amare meglio, per trascendere il suo valore carnale, in puro
pensiero di linguaggio, di forma.
Instancabile poeta, notate lo stile mio, l’ispirazione mi viene dal quel
magnifico esempio che è La Lettera. Fonte di questa mia, confesso, è proprio la
vostra lettera che fa parte de L’abbonato impassibile, opera unica, frastagliata
come la Costiera, o come la carta amalfitana, senza confini netti, precisi,
sensibilissima alla scrittura, basta un niente per dilatare l’inchiostro della
penna in una macchia, così pure il suono che assume la carta ruvida, quando
viene solcata dalla punta della penna. Voce che gracchia, costringe alla
lentezza del moto, alla precisione dei caratteri. Così mi sembra la scrittura
vostra, che andate cercando, antica e non vostra, autenticamente non vostra, ma
della terra, dei luoghi, i luoghi più amati, i più misteriosi e paradisiaci o
infernali, fa lo stesso, la scrittura non distingue in questo caso, pena la
mancanza di anima, di motivazione, di verità, di poesia.
Nella lettera di cui ho detto, non c’è cinismo bensì purezza, è un puro che
scrive, che parla, perché la sensazione è che l’autore stia parlando a sé stesso
mentre si relaziona. Mirabile componimento, che ha fatto propria la lezione di
Gadda, chiedendosi perché quel gran lombardo scrive così, perché scrive in quel
modo, dice il suo dolore con quella particolare caratura di lingua, di accenti.
E la risposta è venuta facendo, a mio parere, scrivendo qualcosa che si
avvicinasse a lui, forse uno dei testi più prossimi a Gadda, penso io, per
averlo vissuto in una particolare esperienza, che è esperienza di Gadda
rivissuta in voi, che avreste comunque potuto vivere personalmente, con la
vostra penetrante consonanza delle cose, la vostra partecipazione fisica,
morale, magistrale. Un tutto che a prima vista va di sbieco, non torna, resta
sdoppiato per la sua natura di parola che parla, che si affaccia alla vita, per
l’amore che ha, per l’evidenza che riceve mentre dice, mentre pronuncia, estremo
candore dell’attesa, di rimanere per giorni e giorni, che so, ad aspettare,
oppure a non fare niente, in attesa dello scritto celeste, della scintilla che
era nelle cose, nel mondo, ma non si sapeva quando sarebbe arrivata. Punto. È
così! La purezza insegna. La Lettera sta dentro il libro del 1983 L’abbonato
impassibile (abbonato inteso come bonaccione, sostanzialmente il buono, il puro,
insomma).
Secondo il mio modesto parere (non ve ne abbiate a male!), mettiamo fosse stato
di 400, 500, addirittura 600 pagine, sarebbe ricordato come un capolavoro
assoluto della Letteratura Italiana. Ma che cos’è?: filologia, ricerca
linguistica, folclore, narrazione a tema, favola rivisitata, stralunata
(pensiamo a un Basile di oggi), commedia umana, teatro in innumerevoli rivoli,
didascalie immaginarie, cronaca in stile amalfitano (le antiche Tavole), tema
poetico, recupero in vista di significato radicale, appunto diaristico,
epigramma, flusso di coscienza, simbiosi incarnata con il vero del territorio,
non solo in funzione turistica, bensì tradizione, lavoro, abitudini, prodotti
della terra, manufatti, vita!, vissuto esistenziale, resistenziale, il popolo
trionfante e il popolo infelice, eccetera… Ma con La Lettera arriviamo a una
svolta, è raggiunto il picco vostro, che, incoscientemente, pur negando, pratica
un’attività impossibile di salvezza, di preghiera che si pone negandosi, è
questo il piano, a mio parere. Non a caso La Lettera è una richiesta, c’è dentro
una domanda. Tutto sembra apparenza scontata, ma mica tanto. Come si può
chiedere una cosa come quella (salvare una creatura, occuparsene, mantenerla in
vita), se non in presenza di un desiderio di salvezza, che sia accolta la
propria richiesta, così come sia accolta una creatura umana incapace di
sostenersi da sola, perché troppo piccola, non ancora in grado di farlo,
bisognosa. Ancora una volta il criterio poetico è quello del velo che scende a
coprire l’estremo conflitto interiore, nel richiamarsi a una emergenza, a una
irregolarità che va saldata alla vita, riconciliata con essa, e all’assoluto. Il
fine è ancora l’annientamento, o la distruzione della distanza.
Peccato che adesso mi mancano le parole, sento che non ne ho più. Lascio parlare
il vostro testo prezioso. Vi ho dato tutto in questo scritto (non credevo),
usando il voi per stima, nonostante si dica che è da retrogradi. Spero vi abbia
fatto piacere.
Vincenzo Gambardella
*
La Lettera
Agropoli 31/12/1878
Gentilissimo
I tratti di gentilezza e di cortesia resimi da voi, allorché foste costì, mi
fanno ardito di pregarvi quanto segue: essendo convinto che il vostro animo
nobile è gentile, non si negherà di favorirmi.
La mia Mantenuta giorni scorsi mi diede alla luce una bellissima Bambina frutto
di mie illecite colpe, è perché figlia, ho voluto farla capitare presso Amalfi,
sicché avantieri da un mio servo la spedii a una tale D. Gisella C., moglie di
un tale Luigi, dietro sua richiesta, dicendomi avergli trovato una buona
fortuna, e adesso ho saputo con mio sommo dispiacere che la Gisella è trapassata
salute a noi.
Sicché la Bambina si trova nell’attualità nelle braccia di una tal Marta figlia
di Gisella, la quale gli somministrerà il Latte ed il modo di curarla.
La stessa Marta mi scrisse una lettera nella quale mi diceva che si occupava
essa di curare la Bambina, dimodoché voleva essere compensata del suo incomodo.
Io non mi ho tenuto mai niente di nessuno, ed è perciò che io argomento ciò che
dovrei dire:
Dunque una volta che loro mi scrissero, tre giorni prima che io gli avessi
mandato la Bambina che per causa del cattivo tempo non potei là per là mandarla,
se ne sono usciti per la via di mezzo col dirmi che in quel frattempo colui che
la voleva si era già provveduto; è che un’altra adesso la vuole: e perché costei
che vuol renderla sua figlia non si cura essa di farla allevare? Tutto ciò mi
sembra un mistero per cui vi prego in vista della presente portarla ad Amalfi ad
interpellare colui che la vuole e dirgli che si curasse lui di farla allevare se
tutto ciò sia vero; in opposto cercherete voi di trovargli un posto subito a
questa disgraziata figlia, perché non solo renderete uno dei più grandi favori a
me che terrò sempre ricordato sinché vivo, quando che farete una delle più
grandi elemosine ad un’anima innocente.
Io vivo speranzoso su di ciò che fate voi.
Domani essendo il capodanno ve l’auguro colmo di tutte le felicitazioni
possibili come dal vostro cuore vengono desiderate.
Noi tutti infinitamente vi salutiamo salvo che Giuseppe si trova studente in
Napoli, e ci offriamo a tutto ciò che possiamo servirvi.
Il vostro Aff/ mo
*In copertina: Nicolas de Staël, La Route, 1954
L'articolo Ode a Giannino di Lieto, poeta sconosciuto (o quasi) del Sud. Una
lettera di Vincenzo Gambardella proviene da Pangea.
Ho fame. Ho ancora le mani che sanno di prosciutto della Conad; restano le
briciole di pane sulla scrivania. Da qui, guardo e comando la sbarra che segna
l’accesso a questo villaggio di relitti e di ambiziosi, di puri e iniqui, di
uomini e donne che vedo affannarsi come scarafaggi ribaltati. Ho ancora fame, ma
sono quasi le quattordici, e a questo punto conviene attendere e farsela a piedi
verso casa, con la mia gamba malata. Sono quindici minuti di tormento, ma
risparmio benzina, parcheggio, traffico; metto un po’ in circolo il mio sangue
coagulato e marcio. E poi, la macchina oggi proprio non la potevo usare.
*
Arrivano. Man mano che si avvicinano le due del pomeriggio, poco per volta, dai
vari reparti, arrivano gli uomini e le donne suddetti, gli scarafaggi negli
esoscheletri fluorescenti di diversi colori: giallo per hostess e steward,
arancio per la security, azzurro per gli operai. La forma delle giacche
invernali ad alta visibilità copre i corpi, ulteriormente stozzati da berretti,
sciarpe, occhiali. Sale un filo di condensa dalle bocche. Tutti sembrano
soltanto un’anima, o un numero, ai due estremi dello spettro.
*
Nel mezzo esatto di questo spettro ci sono io, che ho il corpo rotto e l’anima
di un bambino: voglio, e non riesco a non volere. Desidero il caldo secco del
gabbiotto, i fianchi generosi di Arianna delle pulizie, con quegli occhi, i
capelli sempre sporchi. Desidero la prossima sigaretta; soprattutto, desidero
scommettere ancora, e i soldi per farlo.
*
Da quando mio padre mi ha commissariato, la vita è un inferno. Lo stipendio va
dritto nelle sue tasche, a me restano quelle poche centinaia di euro per il
prosciutto, l’acqua, i panini. Da fumare lo chiedo, o lo rubo. Risparmio ogni
metro di benzina, ogni grado di riscaldamento, resto nella casa fredda dove il
frigorifero dorme e veglia con me, in questa vita che è trepidazione e sonno.
*
Il vecchio deve morire. Vero, una volta andato, al porto mi manderanno via. Lo
so bene, non erediterò la riconoscenza che gli devono, ma erediterò i suoi
soldi, e soprattutto la libertà di spenderli. Lo sento da come sale le scale,
ogni volta con meno fiato, ogni volta più paonazzo, con le calze contenitive che
scoppiano nei mocassini: gli manca poco.
*
Linda e Carolina si avvicinano al totem, mancano oramai pochissimi minuti alla
timbratura. Ogni volta che si arriva all’ora piena si crea un capannello di
persone dei vari reparti; tutti attendono, scambiandosi occhiate complici, lo
scoccare dell’orario. Alle due, chi è entrato alle sei va a casa: fuori da
questo alveare ognuno ritorna alla propria vita individuale, molti alla propria
solitudine. Nei secondi dell’attesa, c’è spesso lo spazio per una battuta, una
sigaretta, una banalità. Pierobon, però, oggi è disperato: «Mi hanno rubato un
corgi, ho chiamato mia moglie. Non si trova». Mauro Pierobon ha 52 anni, è un
uomo calvo e grosso, con occhi azzurri liquidi, non belli. Ha una voce
fastidiosa e problemi di udito. Lo ricordo a scuola, due classi più grande di
me, bersaglio degli scherni per le sue frasi stentate, da endicappato. Con il
tempo si è rimboccato le maniche, ha cominciato presto a lavorare ed è diventato
capoturno security qui al porto. Torna a casa da sua moglie e, forse per
compensare l’assenza di figli, alleva cani, razza corgi. Per intendersi, quelli
della regina d’Inghilterra: bassi, tozzi, sproporzionati, valgono una fortuna.
*
Le due quarantenni lo abbracciano, fingono partecipazione e con le loro voci
sguaiate lo rassicurano: il cane, parte di una cucciolata, salterà fuori, prima
o poi. Mirella invece sta in un angolo e guarda a terra: ha problemi col marito,
non se la sente di scherzare con gli altri. La fine del turno è una sveglia che
la catapulta nell’inferno del suo matrimonio in disfacimento, del figlio a cui
tacere. Castana, sottile, ha una bellezza elegante non ancora del tutto sfiorita
e sa di fumo e di efelidi, anche d’inverno. Ci accomuna un destino: tre anni fa
la sorpresi a intascarsi parte dell’incasso dei biglietti dei bus turistici che
lavorano ai moli. La vidi, mi vide: non dissi nulla. Da allora, forse perché
detesta credere di dovermi qualcosa, ha smesso di salutarmi.
*
Io lo so che dite che puzzo, che lascio i fazzoletti sporchi in giro, che mi
masturbo nel gabbiotto quando nessuno guarda. Lo so che odiate le mie richieste
di sigarette, di cinquanta centesimi, odiate fare il turno con me anche se provo
ad essere gentile. Lo so che non vi prendete neanche più la briga di aspettare
che giri l’angolo per deridermi per i miei vizi, la mia gamba, il mio oggettivo
fallimento. Mi basterebbe solo una goccia d’amore, saprei rendervela
centuplicata: ma non me la date, e allora sarò tra voi come il più meschino dei
parassiti. Un infante di cinquant’anni, che urla, piange ed è pronto a tutto per
ottenere ciò che vuole.
*
Ieri notte ho preso la variante e in pochi minuti sono arrivato a Vico. Pierobon
sta vicino al campo nomadi, in una vecchia palazzina con le serrande di
plastica, lo sterrato davanti e il giardino recintato basso, quel tanto che
basta per i cani. Quelli hanno abbaiato come dei pazzi, ma sono stato veloce,
anche con la gamba offesa. Calogero ha detto che me lo pagherà bene: è per la
nipotina. Devo solo ricordarmi di portare la macchina dai magrebini per lavare
tutti quei peli.
*
E quindi Linda e Carolina consolano Pierobon, che fa avanti e indietro
lamentandosi con la sua voce da ebete; Mirella fuma dietro la colonna, Previte e
Di Sciullo ridono; Arianna spolvera il gabbiotto, e io sogghigno, guardando il
dolore di un uomo che non sono io.
*
Sono le 14.00.
Eugenio Sournia
*In copertina e nel testo: disegni di Parmigianino (1503-1540)
L'articolo “Il corgi”. Un racconto di Eugenio Sournia proviene da Pangea.
Quale traccia di senso è liberata dal nostro tempo? Derrida parlava di “aporia”
come assenza di esito e, quindi, di compimento (vedi J. L. Nancy, Derrida da
capo, in A partire da Jacques Derrida, Jaca Book, Milano 2007, a cura di
Gianfranco Dalmasso). Per questo, l’unico senso possibile sembrerebbe
indecidibile e disseminato, senza origine e senza identificazione, puro mistero
metafisico e consapevolezza di un’alterità impensata e, perciò, per sempre
impensabile. No-where perenne e allo stesso tempo qui e adesso, questa è la vera
“oltranza” e il fuori confine: l’accensione costante di un senso che contiene la
sua caduta, che non può comprendersi se non in avvii improvvisi che, però,
covano nel tempo, come una “nube della non conoscenza” post litteram:
> come se il mio ventre covasse una bomba
>
> (Antonio Porta, Airone)
l’intera vita non è altro che desiderio e attraversamento costante di frontiere
che riportano l’ombra di una percezione incomprensibile e rigiocano l’origine
nel continuo ri-chiamo che è verso e parola, balbettio di nuovi linguaggi per
tornare ancora a smentire la tensione, l’accecamento della relazione e il suo
ritardo. Il soggetto diventa “realtà espressiva”, avrebbe detto Raboni, e la
realtà di mondo che implica l’identità si formula solo attraverso l’intreccio
indissolubile e l’aspirazione costante. Il “suono del contatto” che è l’airone
di Porta funziona come sentimento e avvertimento (“avverto il sobbollire nello
scroto”) per una sessualità al suo risveglio, la tensione relazionale, la
ri-nascita continua del contatto desiderato, fecondazione e spargimento e allo
stesso tempo rimando e resistenza: uomo “umile dio del suo corpo” che “resiste
sulle rive dei fiumi”.
L’uomo è come l’airone? Simbolo transizionale ma riconoscibile “non troppo uomo
non troppo animale” “quando muove le zampe / nei primi passi della danza
amorosa”, si apre ai limiti dell’identità individuale, alla trasformazione
restando se stesso
> come la cagna
> lupa affamata insegue disperata
> la lepre elegante troppo veloce
> quasi non si fa distanziare nel breve piano
> ma alla soglia di un boschetto
> tra i primi cespugli quella sparisce
> perché la cagna è vecchia ormai
> e la sua fame non diminuisce
> come la sua crudeltà di prima,
> della sua giovinezza,
> così la chiamiamo: crudeltà
> invece è fame
> di mille altre lepri
> eleganti paurose prudenti veloci
> di continuo nascono e muoiono al mondo
> inseguite inseguitrici,
> è tanto semplice, infine,
> quando la vita mostra di bastare a se stessa
> riflessa nei nostri occhi puntati
> dalla cima della collina
> come nei tuoi specchi ciechi, airone
La frontiera tra il boschetto e la “semplice vita” è l’età, la soglia
dell’abbandono nonostante il desiderio sia ancora “affamato”, la frontiera è
“nascere e morire, / rinascere e volare via” come l’airone-angelo indica.
Messaggero di relazione,
> ilare sorgente ultima di melodia
> contro la sua assenza di voce, airone,
> i tuoi striduli messaggi,
> hai partorito l’invisibile usignolo
la musica dell’invisibile è l’ultima e prima sorgente di senso. Marc Augé diceva
che “una frontiera non è un muro che vieta il passaggio, ma una soglia che
invita al passaggio. Non è un caso che gli incroci e i limiti, in tutte le
culture del mondo, siano stati oggetto di un’intensa attività rituale. Non è un
caso che gli esseri umani abbiano dispiegato ovunque un’intensa attività
simbolica per pensare il passaggio dalla vita alla morte come una frontiera: è
solo grazie all’idea che la si possa attraversare nei due sensi che la frontiera
non cancella irrevocabilmente la relazione fra gli uni e gli altri” e
“l’illusione, diceva Freud, è figlia del desiderio”.
Il desiderio è il problema dell’identità, del dio di cui l’airone è il feticcio,
quasi un albatro rovesciato, cioè il “dio oggetto” simbolo di una realtà di cui
si tenta ancora di cogliere il senso. Riassumendo ancora Augé (Il dio oggetto),
il senso del limite e il limite del senso hanno in ogni cultura un nonluogo
pensato e vissuto con e nel sistema generale dei valori della vita, che solo il
rituale è in grado di individuare e re-inventare, aggiungerei, come l’airone di
Porta:
> Nel tuo volo immagino, Airone
> osservi le ferite della Terra
> scopri l’opera dell’uomo
> dove senza sosta rivoli di sangue
> e la fame morde
> camminano uomini che non possono
> essere ancora uomini
> e ci porti testimonianza
> del silenzio di morte
> e ci imponi di ammutolire
> con te sorvoliamo un luogo
> che è un luogo più di ogni altro di tortura
> El Sexto, il carcere di Lima
> dove i perduti rinchiusi
> leccano per sete il sangue delle ferite dell’altro rinchiuso
> si sappia non si dimentichi che cosa
> all’uomo nasce dall’uomo, fratello
> come non chiamarti fratello che ti rifiuto
> Airone hai due occhi come ribes purpurei
> mi chiedo se sono ciechi
> solo un puro ornamento
Un rituale che è cammino costante verso frontiere inaudite e incomprensibili,
verso un’ibridazione di forme per “continuare a nuotare”, “sollevarsi tra gli
dèi / e sprofondare nel cuore marino” o nell’ “intorno” (il mondo) “cerchiato
dai boschi pieni d’ombra / dove altri dèi dormono in silenzio / visibili
invisibili”. La nuova frontiera è “il fuoco puro dell’energia” (metafora
nucleare) che annienta il vecchio soggetto, il concetto stesso di uomo e
l’identità per come l’abbiamo conosciuta:
> ci sarà non io
> e il pensiero non mi dà tristezza né gioia
> ma quiete, soltanto, felicità del limite
Siamo nella fase liminare della rinascita, in un mondo intermedio e in transito
ma bloccato all’azione, in uno stato di perenne immaginazione. Come viene detto
in La nube della non conoscenza, siamo nella “facoltà attraverso la quale ci
rappresentiamo tutte le immagini di cose assenti e presenti. Sia essa che gli
strumenti per mezzo dei quali essa opera”, in attesa di una “grazia” che
interrompa la proiezione di “differenti immagini illusorie di creature
materiali” e indirizzi alla pratica di diverse ritualità relazionali:
> come in attesa di essere ancora luce
> all’alba quando il conflitto si placa e si racchiude
> in un uovo minuscolo
> dove già pulsa il cuore di un usignolo
> dove batte il minuscolo mio cuore neonato
> come milioni di altri muscoli nascosti
> potenti macchine da guerra che avanzano
> che scuotono la cintura della terra
> e misurano ogni altro respiro
La rinascita in nuova forma dentro la metafora del volo, nell’Airone di Porta,
demarca l’urgenza di liberazione dall’impasse concettuale che vede l’essere
umano stretto nella sua stessa definizione, come una lingua morta che vuole
rinascere dal solco della sua scomparsa: volare per essere risucchiato “verso un
passaggio strettissimo”, per poi essere partorito “in una forma che non conosco
ancora”.
“L’anticipo nel desiderio…”, quel desiderio di cui dicevamo in precedenza, è il
margine (la frontiera) che non annienta il sociale per manifestare il principio
di senso (ancora Augé, per cui nel passaggio-limite è ravvisabile la “grazia”
come base “concreta” che non riesamina l’origine ma si arrende alla
trasformazione) ma è punto di arrivo senza esserlo, un presente che indaga il
passato per scoprire il limite della vita nella sua alterazione. Il futuro è
finito a causa della sua indeterminazione, senza possibilità di rinvio, se non
costante e immanente. La grazia è uno spazio senza speranza che, ugualmente,
tende al semplice riconoscimento di quel che è e ne rende grazie. Possibile
trascendenza di sé nell’altro, la grazia immanente corre sempre il rischio della
disperazione ma anche questo è “un dono che viene da se stesso”; persino
l’airone feticcio, allora, non è più una guida ma un gioco di parole, una
questione linguistica, e come ogni lingua mutuabile, trasformabile (in questo
senso non un cascame, ma un nuovo inizio):
> Ai, nero, qui il tuo inchiostro
> arriva l’intraducibile scrittura
> il filo spinato dei tuoi versi
> aire, no, non spira
> non vola, si chiude:
> è questa la fodera dell’aire immobile
> impermeabile calor bianco
> occhicorallini, biancospada
> buchi il sole debole del crepuscolo
> buchi la piena luna dell’alba, mi chiedo
> come seguire la tua assenza?
Forse camminando in questa assenza, nonostante la fine di ogni fine o il non
finire della fine, possono scoprirsi linguaggi altri, come i riassemblaggi
verbali sembrano suggerire, e perfino la coscienza di sé può sorprendersi
“altra”: “(lo stellato mi ha attraversato senza dolore / ora sono albero, ora
bottiglia)”. Il “terrore della perdita” è la parola ri-trovata nella caduta,
l’incontro col dio è l’incontroscontro col mondo:
> Qui in casa dormono tutti, un’ondata
> improvvisa mi rigetta sulla spiaggia
> a incontrare il tuo becco.
Gianluca D’Andrea
(dicembre 2025)
*In copertina: opera di Helena Almeida
L'articolo “In attesa di essere ancora luce”. L’airone di Porta e la vita oltre
frontiera proviene da Pangea.
Mi chiedo, da buon pisquano, che interesse dovrei avere di andare in libreria a
scegliere dei libri quando sul PlayStation Store posso comprarmi a 18,99 euro
videogiochi come Final Fantasy XV: ditelo a vostra madre e storcerà il naso –
invece, è sintomo d’intelligenza. Prodotti come questo hanno raggiunto livelli
di complessità e costruzione del mondo che la letteratura italiana ha smesso di
perseguire da tempo.
FFXV è uscito nel 2016 dopo dieci anni di sviluppo; ha richiesto, nel corso del
suo ciclo di produzione, tra le 200 e le 300 persone – nonché un budget fra i 50
e gli 80 milioni di dollari (escluso il marketing). Racconta la storia di
Noctis, un ragazzo privilegiato e irrisolto che esce di casa per sposarsi, sale
in macchina con tre amici, parte leggero e scopre che quello sarà il suo ultimo
viaggio da persona normale. Hajime Tabata, il creatore, ha dichiarato: il cuore
del gioco è il viaggio insieme agli amici, il rapporto padre-figlio rappresenta
uno dei pilastri della narrativa.
Nella prima scena non c’è nulla di epico: si spinge una macchina in panne
con Stand by me (appositamente interpretata da Florence + The Machine) in
sottofondo. Poco dopo, campeggio brandizzato Coleman, pasti preparati alla
griglia, foto cretine della giornata: un fantasy basato sulla realtà, un mondo
di dèi e demoni con pompe di benzina, noodle istantanei e cani che abbaiano
fuori dai motel. Narrativamente, concretizza in un gesto preciso: il lettore non
si affeziona alla trama, si lega alla complicità tra i personaggi. E quando la
storia virerà nel tragico saremo turbati dagli eventi in sé, certo, ma ancora di
più dal fatto che sia finita per loro quattro.
Si potrebbe riassumere FFXV così: un road trip americano applicato a un JRPG
giapponese, dove il viaggio in macchina è metafora dell’ingresso nell’età
adulta. Si attraversano una serie di riti di passaggio tra cui il primo grande
lutto: la morte di Regis, re di Insomnia, avviene off-screen per Noctis. Il
figlio la scoprirà infatti in televisione, come un qualsiasi ragazzo che assiste
al crollo del proprio mondo al telegiornale.
Allo stesso modo l’Anello di Lucis, ottenuto attraverso il sacrificio di uno dei
personaggi principali – qualcuno che brucia attraverso la sua assenza – è un
potere che consuma chi non è degno. Non offre nulla di miracoloso: non
conferisce a Noctis gloria, bensì morte. E quando nel finale il protagonista
accetta di morire sul trono completa la curva. Smette di essere il ragazzo ai
margini diventando suo padre, il re che si sacrifica per il mondo.
L’universo di FFXV concretizza tutta una serie di topoi dei JRPG. Un miscuglio
barocco di riferimenti (Roma imperiale, cattolicesimo, modernità occidentale,
mitologia targata Square Enix) per un risultato che genera un’atmosfera precisa:
una leggenda sporca, dove dèi ostili ti costringono a pagare il conto di un
passato mai vissuto. Se si esamina il lore di FFXV con l’occhio di chi tiene
corsi di scrittura creativa è un disastro: nomi, testi, divinità e profezie che
si accavallano, spiegazioni arrivate troppo tardi o di sbieco. Quando si smette
però di chiedergli la coerenza del manuale, e lo si inizia a leggere per ciò che
è, ne otteniamo un ritratto cristallino.
I libri della Cosmogonia sono fondamentali per capirlo: scritture sacre interne
all’universo di gioco, hanno il tono dell’Antico Testamento. Non spiegano per
rassicurare, proclamano per farti sentire piccolo davanti a una storia che
esisteva prima di te – e che continuerà dopo di te. Gli dèi non sono mai dalla
parte giusta: sono divinità lontane, indifferenti, quando non apertamente
ostili. Non ti aiutano perché sei il protagonista: ti mettono alla prova, ti
schiacciano, ti utilizzano come strumento. Nella Cosmogonia sono descritti come
esseri il cui pensiero trascende la comprensione umana: non cercano empatia, non
spiegano le loro scelte, non offrono misericordia. Siamo noi a dover dimostrare
qualcosa.
Noctis è una figura chiaramente cristologica, e priva di consolazione. Simbolo
della luce che si immola per scacciare l’oscurità e pagare il debito
dell’espiazione. L’iconografia è esplicita: il sacrificio del Re-Cristo, il
trono come Calvario, i Re del passato che lo trafiggono come una comunione
violenta di Santi. La tradizione non accoglie, uccide. E solo così riconosce. La
mitologia di FFXV promette solo che qualcuno dovrà farsi carico del male: ciò
che è divino non è buono, l’ordine cosmico non è giusto e il sacrificio non è
glorioso – è necessario.
Il ruolo del villain, Ardyn, mostra l’essenza della narrazione. Il villain
rappresenta una domanda in grado di farsi sentire anche dopo aver superato le
cento ore di gioco. Perché Ardyn, all’inizio, era il prescelto. Non un
usurpatore, né un mostro sfortunato: assorbiva il male del mondo su di sé per
purificarlo, caricandosi letteralmente addosso la sofferenza altrui. Eppure il
suo gesto non viene riconosciuto. Gli dèi e la dinastia dei re lo trasformano in
una discarica cosmica, sfruttandolo finché fa comodo, per poi cancellarlo dalla
storia.
Da qui nasce tutto. Ardyn non è immortale nel senso romantico del termine. La
sua è un’immortalità marcia, corrotta, tenuta in vita esclusivamente per
continuare a soffrire. E il rapporto con gli dèi si mostra emblematico: semplice
relazione di uso e scarto.
Ardyn è indirizzato, costretto e lasciato marcire. L’odio del villain non viene
davvero rivolto a Noctis, il bersaglio è il sistema: la monarchia sacralizzata,
la profezia, l’ordine divino che decide chi deve sacrificarsi e chi no. Ardyn
non contesta il sacrificio in astratto: contesta chi lo impone e con quale
diritto. La volontà implicita è devastante: perché io devo diventare un mostro
per assorbire il male del mondo, mentre voi restate puri, intatti, venerati?
Il villain di FFXV non vuole governare, non vuole vincere: non vuole sostituirsi
a Noctis. Il suo obiettivo è quello di far crollare l’impalcatura morale che
rende quel sacrificio accettabile. Per questo è vicino ai grandi personaggi
della tragedia: la persona giusta nel posto sbagliato, spezzata dal sistema, che
ora vuole trascinare tutto con sé. La sua presenza rende il finale di Final
Fantasy XV molto più amaro. Perché sì, il sacrificio di Noctis è necessario. Ma
Ardyn costringe il lettore a vedere che lo diventa a causa di un ordine cosmico
profondamente ingiusto. Non c’è armonia, né provvidenza, né equilibrio. Soltanto
qualcuno che paga il conto, ogni volta, al posto degli altri. FFXV fa una cosa
rara. Non ti consola. Ti lascia con l’idea che il mondo possa essere salvato
solo attraverso un sacrificio imposto da dèi – che non sono buoni – e da una
storia che non è mai pulita. Ardyn non è l’errore del sistema. Ardyn è la prova
che il sistema è sempre stato marcio.
La struttura stessa di FFXV è una di quelle cose che, sulla carta, sembrano un
errore. La prima metà aperta, dispersiva, svagata; la seconda parte che si fa
chiusa, lineare, soffocante. Un gioco che per ore ti lascia libero di perdere
tempo e poi, senza chiedere il permesso, ti toglie tutto. Eppure questa scelta
così sbilenca è una delle ragioni per cui la narrazione funziona. I grandi
eventi che avvengono fuori scena, il colpo di stato, la guerra, le decisioni
politiche, non vengono vissuti perché Noctis non li attraversa. Lo scopo della
narrazione non è quello di essere onnisciente: non ti informa, non si pone al
tuo servizio mettendoti al centro del mondo. Ti costringe ad abitare uno sguardo
limitato: quello di un ragazzo che all’inizio pensa solo a viaggiare, rimandando
tutto il resto. Nella prima metà si fa esattamente questo. Ci si perde in cacce
inutili, momenti fotografici, dungeon opzionali, battute di pesca, deviazioni
prive di senso. Insomnia e la guerra restano un rumore lontano, qualcosa che sai
esistere ma non ti riguarda davvero. Lunafreya, Ravus, la politica: conosci le
loro gesta per interposta persona, come notizie lette di sfuggita. Rappresenta
la fase della vita in cui il mondo va avanti e si è convinti di avere ancora del
tempo.
Poi, dal capitolo del treno in avanti, tutto cambia. La mappa si chiude, il
gioco smette di lasciarti respirare trasformandosi in un corridoio narrativo,
cupo, insistente. I toni si scuriscono: Niflheim, Gralea, Tenebrae in rovina.
Lo Starscourge avanza e il mondo diventa letteralmente buio. E il colpo finale
arriva con il salto temporale di dieci anni: torni a Eos e non la riconosci. Gli
amici sono invecchiati, segnati, stanchi. I luoghi che prima erano tappe del
viaggio ora sono infestati da demoni. Ciò che sembrava un ritorno è in realtà un
epilogo.
La struttura funziona perché è metanarrativa – facendoti sentire il rimpianto
del tempo buttato. Hai perso settimane cavalcando Chocoboco mentre il mondo
andava in rovina e ora ti si presenta il conto.E soprattutto rafforza il finale:
lo avverti, tutto è già successo, non resta che accompagnare la storia alla sua
ultima esalazione. Qui il respiro è millimetrico. L’ultima notte accampati
insieme. L’ultimo falò. Un momento in cui puoi parlare con Gladio, Ignis e
Prompto ma il messaggio è univoco: ti abbiamo portato fin qui, adesso sei
solo. E qualche ora dopo, la scelta dell’ultima fotografia prima di affrontare
Ardyn è il gesto narrativo più potente della narrazione. Una sola immagine da
portare con sé prima di morire. Nessuna spiegazione, nessuna enfasi. Soltanto
una meccanica, narrativa pura: ti costringe a ripercorrere tutta la tua
esperienza e decidere cosa rappresenta la tua vita.
Infine, sul trono, i Re del passato trafiggono Noctis e lui li invita a colpire
con maggiore forza. È la rappresentazione più brutale dell’eredità: per entrare
nella tradizione occorre lasciare che ti uccida. L’epilogo, con Noctis e
Lunafreya in uno spazio sospeso, gioca apertamente la carta del sentimentalismo.
Ma a quel punto hai addosso almeno cento ore di strada, di notti in tenda, di
silenzi in macchina. E colpisce. Forte.
FFXV fa ciò che chiediamo alla letteratura quando smette di essere un compitino.
Perché ti fa vivere la parte noiosa della vita, perché ti lega a quattro
persone, perché racconta la crescita come perdita: perderai il padre, perderai
la fidanzata, perderai la normalità e infine perderai te stesso. È un ibrido
instabile: road trip americano, purezza da anime, mitologia pseudo-cristiana,
estetica occidentale filtrata dallo sguardo giapponese. Non sempre coerente.
Emotivamente devastante.
Perché quando tutto finisce si pensa solo a una cosa. Molto semplice, molto
vera.
Vorresti ancora una giornata in macchina insieme a loro.
Il punto è imbarazzante nella sua semplicità: in un videogioco come Final
Fantasy XV puoi restarci dentro per più di cento ore senza annoiarti. Nessun
riempitivo, nessuna cortesia: strada, ritorni, scontri e routine che si
accumulano e producono senso. Questo mondo non ha fretta di lasciarti andare,
non ti accompagna educatamente verso l’uscita, non ti tratta come un consumatore
da rispettare. Anzi, devi restare.
La narrativa italiana contemporanea risulta sempre più spesso costruita come
opuscoletto a servizio del lettore: libri che chiudi nel tempo di fare Fano
Torrette-Forlimpopoli con il regionale. Scendi dal treno con addosso la
sensazione di aver letto qualcosa di scritto bene senza che nulla ti sia rimasto
addosso. I protagonisti si chiamano tutti Giampirla, fingono di soffrire e gli
riesce nel modo giusto: riconoscibile, contenuto, presentabile. La fruizione è
misurata, innocua, a prova di barbagianni. È una narrativa che raramente
richiede tempo, dedizione o rischio. Ti accompagna all’uscita, con un Grazie per
avere viaggiato con noi su questo treno e nessuna pretesa di essere
ricordata. Quando esci da mondi vasti come quello di FFXV e apri un romanzo
italiano contemporaneo la sproporzione è umiliante.
C’è poi una ragione materiale, che di solito si finge non esista: un autore
italiano pubblicato da una grande casa editrice riceve, nella maggior parte dei
casi, un anticipo fra i 1.500 e i 3.000 euro. Stipendio simbolico per un lavoro
che dovrebbe richiedere mesi, se non anni, di concentrazione totale. Per dare un
ordine di grandezza: un animatore junior in uno studio giapponese o americano
guadagna la stessa cifra in un paio di settimane.
Lo scrittore, invece, dovrebbe costruire un universo, inventare una voce,
reggere una struttura, lavorare sulla lingua, sul ritmo, sull’architettura
narrativa: scrivere diventa inevitabilmente un’attività da ritagli, notti
rubate, fine settimana deserti. È un miracolo che qualcuno ci riesca. Ed è in
questo vuoto che prosperano le operette a servizio del lettore. Fino a pochi
anni fa relegate agli Autogrill, oggi catene fondanti di molte collane di
narrativa: traumi minimi, famiglie raccontate sottovoce, autofiction così
controllate da perdere ogni ragion d’essere. Una letteratura fatta di banalità
che registra il vissuto senza filtrarlo, come se raccontare fosse diventato un
atto di buona educazione – qua e là camuffato da titoli sciocchi come La vita
sessuale di Guglielmo Sputacchiera. Narrativa che ha smesso di costruire mondi
per accontentarsi di descrivere stanze.
A questo punto la questione smette di essere teorica e diventa personale,
materiale, misurabile. Io vivo di scrittura. Vengo pagato – e pure bene – per
creare strategie SEO e scrivere articoli su pomodori, lucidalabbra, insetticidi,
piastrelle, vacanze a Riccione. Qualsiasi cosa le persone cerchino su Google.
Lavori apparentemente insignificanti, privi di aura, senza alcuna ambizione
simbolica. Li scrivo con metodo e responsabilità: producono valore e risultati,
ottengo stipendi regolari. Insegno alla Scuola Holden, vengo contattato dalle
agenzie di comunicazione, nel 2025 ho formato più di duecento persone su come si
scrive davvero oggi: come si struttura un testo, come si governa l’attenzione,
come si produce senso in un algoritmo che non regala nulla. Scrivo, tutti i
giorni. Solo che lo faccio dove ha ancora senso farlo.
L’alternativa sarebbe investire una manciata di mesi in un romanzo italiano
contemporaneo: sottopagato, destinato a una circolazione gentile quanto breve.
Un libro che deve stare sotto una certa soglia di rischio, che non può essere
troppo lungo, troppo strano, troppo ambizioso. Un libro che nasce già pensando a
dove verrà presentato, premiato, difeso. Un oggetto di consumo da chiudere in
poche ore e non pretende nulla.
Scrivere narrativa oggi è un gesto di adattamento: si scrive per stare dentro un
perimetro, mai per infrangerlo. Si limano le asperità, si riduce il mondo, si
abbassa il volume dell’immaginazione. Il risultato sono romanzi corretti, molto
spesso ben scritti, a volte sinceri, necessari a un’editoria fondata
sull’inflazione. Opere che descrivono stanze perché non hanno i mezzi per
costruire mondi. E allora la scelta diventa brutale e limpida. Da una parte
posso passare cento ore dentro Final Fantasy XV, attraversando un luogo che non
ha fretta di lasciarmi andare, che richiede tempo, attenzione, labirinti che mi
fanno perdere, tornare indietro, cercare il punto di noleggio dei Chocoboco,
sbagliare. Un’opera che non mi tratta come un consumatore da compiacere, ma come
qualcuno che deve trovare da sé la via.
Dall’altra posso leggere – o scrivere – un romanzo pensato per non disturbare,
non eccedere, non pretendere troppo: un prodotto che finisce in fretta, si
commenta educatamente su Instagram e viene sostituito dalla successiva notifica
di Tik Tok.
Tra le due cose, oggi, non c’è davvero gara.
Quando un videogioco da 18,99 euro riesce a offrire più tempo, spazio, memoria e
più perdita d’orientamento di gran parte della narrativa contemporanea, il
problema non è il medium. È l’ecosistema che ha disintegrato l’ambizione. È un
sistema editoriale che paga poco, isola gli autori, premia chi è moderato e
scambia la rinuncia per profondità. Scrivere oggi, in Italia, non è difficile
perché mancano le storie. È difficile perché manca la possibilità di prenderle
sul serio.
E finché sarà così, finché la letteratura continuerà a ridursi a oggetto di
consumo tranquillo, finché verrà chiesto agli autori di essere visionari senza
fornire loro spazio, tempo e denaro il lettore continuerà a cercare altrove – in
un gioco, in una serie, in un mondo digitale – quella sensazione di vastità che
i libri hanno smesso di promettere.
Quando rinunci ai mondi non perdi solo lettori. Perdi ambizione. Tempo. Senso.
Nicolò Locatelli
*In copertina e nel testo: immagini tratte da Final Fantasy XV
L'articolo Ai romanzi italiani preferisco Final Fantasy XV. Sulla narrativa che
ha smesso di costruire mondi proviene da Pangea.
In copertina, un particolare dalla Santa Lucia di Francesco del Cossa: occhi che
germogliano da una piantina, stretta con malizioso garbo dalla santa. Era il
1994 e dell’autore – “nato nel 1941 a Rimini, dove vive” – si diceva, per lo
più, della biblioteca, la Gambalunghiana, di cui era, all’epoca, direttore,
“fondata al principio del Seicento, da un gentiluomo allampanato e funereo”. Il
romanzo – L’avvocata delle vertigini –, tra i più singolari e remoti del nostro
canone recente, nascondeva, tra l’altro, un altro libro, Ufficio del silenzio,
in cui si legge quanto segue: “Tacet. Come il colore bianco è la somma
misteriosa di tutti i colori, così quella lingua bianca che è il silenzio
accoglie paternamente tutte le parole”. Un monito, forse. Il protagonista,
Dominici, ricorda a sprazzi il Daniele Dominici de La prima notte di quiete,
l’eroe malinconico del film di Zurlini, ambientato a Rimini. Del libro si parlò
tanto, tanto fu tradotto: un autore italiano nel catalogo Adelphi era pura opera
di teurgia, quasi un’annunciazione; qualcuno paragonò L’avvocata delle
vertigini alla Variante di Lüneburg di Paolo Maurensig, noto romanzo uscito nel
1993: l’affinità è meramente editoriale.
Rispetto ad altri autori dal tardivo esordio – Francesco Biamonti e Gesualdo
Bufalino, ad esempio – Piero Meldini aveva già pubblicato tanto, per lo più
saggi, con l’amico editore di una vita, Guaraldi: tra gli altri,
ricordo Reazionaria, la prima “Antologia della cultura di destra in Italia”,
uscita nel 1973, Mussolini contro Freud (1976) e il ciclo “La cucina
dell’Itaglietta” (1977), che è poi una storia d’Italia, dall’età giolittiana al
fascismo alla “cucina del tempo di guerra”, attraverso la controcultura
culinaria.
Per lo più ostile alla cagnara letteraria, per lo più sulle sue, un isolato,
Piero Meldini ha pubblicato per Adelphi il suo libro più bello – L’antidoto
della malinconia, 1996, ambientato in un inquieto, coriaceo Seicento – e per
Mondadori quello che ritiene il più compiuto, La falce dell’ultimo quarto, nel
2004. L’ultimo libro, Italia. Una storia d’amore (la quinta: vigilia della Prima
guerra, tra Bologna e Rimini) è uscito per Mondadori poco meno di quindici anni
fa. Da allora, Meldini, senza dubbio uno dei grandi scrittori italiani di oggi,
vive in una veglia tutta sua: non ha più voglie letterarie, è quasi del tutto
refrattario al presente. I racconti radunati per Vallecchi come In disparte, in
silenzio (brutta la copertina “generata con AI”), così, fanno l’effetto di una
scoperta. Pochi – sedici – brevi – in tutto, compresa la Nota, il libro conta
centoquaranta pagine – sagaci, non scalfiscono il tema: il testo più recente è
del 2009. Eppure, per una sorta di sfrenata austerità, di spudorata sapienza, i
racconti di Meldini sembrano più moderni, freschi, scattanti, giovani di troppa
narrativa che infesta le librerie patrie.
Il racconto più bello – parere mio – è Dietro la grata: siamo nel Seicento, il
secolo narrativamente aureo e oracolare per Meldini, si parla di una giovane, di
fantomatica bellezza, confinata in monastero, di un diario mistico dalla
“scrittura insieme puerile e artificiosa”, di un donnaiolo attaccabrighe che
porterà al disfacimento la famiglia, non nobile ma capace in ricchezze. Il genio
dello scrittore, come sempre, si vede subito, fin dalla filigrana dell’incipit:
> “Sulla carta spessa, che crocchia e si accartoccia agli angoli, le righe
> corrono svelte. Le lettere pendono a destra, come investite da una corrente
> d’aria. Là dove la scrittura a un tratto si inalbera, graffiando il foglio, la
> porta avrà sbattuto”.
Si sente, cioè, in poche righe, il sapore di un mondo e il suo senso,
il suono dell’epoca. Lo scrittore gioca con gli astri, ha a cuore tutti gli
angoli della propria invenzione (soprattutto quelli invisibili al lettore). La
scrittura di Meldini rimanda – parere mio – ai racconti più riusciti di
Marguerite Yourcenar, quelli raccolti in Come l’acqua che scorre; lui cita, tra
i suoi lari, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Morselli, Buzzati. A Jorge Luis
Borges – autore che accompagna da sempre l’epopea letteraria di Meldini – è
dedicato uno ‘scherzo’ assai sugoso. In Pasticcio, il grande scrittore argentino
interpreta se stesso in vesti di cuoco: il suo piatto, naturalmente un
“capolavoro”, sortirà effetti mortali nella mente e nel corpo dei commensali. I
borgesiani di ferro riconosceranno nomi, temi, topografie, comunque esplicitati
dall’autore in nota.
Come ci si potrebbe attendere, Meldini – almeno in apparenza – guarda con
indocile sprezzatura ai suoi libri: nell’arco di un ventennio o poco più – mi
sono dimenticato di citare Lune, Adelphi, 1999 – ha pubblicato alcuni dei libri
indimenticabili della nostra tradizione recente, ma cosa gli importa… “Dubito
che qualche mio romanzo mi sopravviva e non è che la cosa mi turbi più di
tanto”, tende a ripetere. Lo scrittore forse fa proprio questo: scrive per
cancellarsi – delle cose che ha scritto, gli resta un riverbero, una breve
nudità, lo sbrego sul margine, un manoscritto pervertito dall’uso. Forse la sua
icona è la farfalla – o l’effimera; i libri, intanto, fanno la crisalide. Il
resto – far vivere un libro, dotarlo di eternità – è compito nostro, è la gioia
dei lettori.
Che cos’è il racconto per te: il disegno preparatorio di un romanzo, un romanzo
abortito, a mala pena abbozzato, un’occasione che avvampa, lasciando dello
scritto un pertugio di cenere – e poco altro. O è molto di più?
Il racconto non è né un embrione né un concentrato di romanzo. È un’alternativa.
La scelta, cioè, di raccontare in un numero limitato di pagine una storia con un
capo e una coda: un inizio che inviti alla lettura e un finale appagante,
sorprendente o perturbante. A differenza del romanzo, che lascia il lettore
libero di indugiare, sostare e fantasticare sulle sue pagine, il racconto lo
prende per mano e lo trascina fino alla conclusione. Un buon racconto è una
parabola nel duplice significato del termine: una traiettoria e un racconto con
una morale. Meglio – molto meglio – se indecifrabile.
La quarta recita: “Tutti i racconti di uno dei più originali narratori
italiani”. Ti domando. Sono davvero “tutti” i tuoi racconti qui raccolti; cosa
significa, appiccicato a te, l’aggettivo “originale”; e poi, ti senti davvero un
“narratore”?
Sì, i racconti sono più o meno tutti quelli che ho scritto; i pochi assenti non
meritavano di essere riesumati. Credo (spero) che con “originale” lo strillo –
di cui non sono responsabile – intendesse appartato e inclassificabile, perché
di fatto è così che mi vedo. E sì, mi considero un narratore. Se non ho in testa
una storia, anche semplice, e dei personaggi – chiamiamoli pure fantasmi – mi è
impossibile cominciare un racconto; non parliamo poi di un romanzo. Non credo
che la bella scrittura sia autosufficiente.
Secondo i canoni – idioti si dirà – della casistica narrativa italica, hai
esordito tardi, nel ’94, non pubblichi testi ‘nuovi’ dal 2012, un secolo fa. Il
racconto più recente raccolto in “In disparte, in silenzio” data 2009. Perché?
Non hai più niente da scrivere? La narrativa è stata una delle tante stanze
della tua vita, ora sigillata?
Scrivere è per me molto impegnativo. Il risultato, dopo una giornata di lavoro
(e se sono particolarmente in vena, s’intende), è una mezza cartella di
testo. Sulla quale tornare poi non so quante volte e più per togliere che per
aggiungere. Non è raro che dedichi a un singolo passo una settimana e più di
lavoro accanito. Non è nemmeno raro che poi lo cancelli senza una lacrima. Un
lavoro così lento e faticoso ha bisogno di un contesto favorevole: un’editoria
che si assuma qualche rischio, una critica attenta e autorevole, una comunità di
lettori sufficientemente ampia e curiosa. Nel ’94, quando ho esordito nella
narrativa, questo contesto esisteva; nel 2012 le cose erano già molto cambiate;
oggi mi attenderebbe una terra incognita, ma presumibilmente inospitale, e alla
mia veneranda età non si ipotecano due anni di vita per essere letti da dieci
amici.
In Italia non si legge – tanto meno, si leggono i racconti, antica leggenda.
Perché?
Non so se i lettori italiani non amino i racconti. Quel che so è che gli
editori, a torto o a ragione, li considerano poco commerciali e preferiscono a
una bella raccolta di racconti un romanzo mediocre.
Due domande in una. Che cosa stai leggendo? Qual è il tuo libro che – agli occhi
tuoi – ‘resterà’? (Ne aggiungo un’altra, in coda: il libro tuo che desideri
svanisca nell’oblio, c’è?, qual è?).
Sto leggendo Sotto una stella crudele, un libro del 2017 che avevo
temporaneamente accantonato. Non è un romanzo. Sono le memorie di una donna
ebrea di Praga, Heda Margolius Kovàly, che in meno di un decennio era passata
dagli orrori del nazismo a quelli dello stalinismo. È una lettura che prende
allo stomaco. Andrebbe imposta (no, mi correggo: consigliata) a tutti quei
giovani che si proclamano orgogliosamente fascisti o comunisti. Ma, temo, con
scarsi risultati.
Dubito che qualche mio romanzo mi sopravviva e non è che la cosa mi turbi più di
tanto. Potessi scegliere io, sarei indeciso tra L’antidoto della malinconia – il
romanzo a cui sono più legato – e La falce dell’ultimo quarto – quello che
considero il più maturo, per il suo equilibrio fra dramma e commedia. Tolto
qualche mio remoto saggio, che avrei potuto e forse dovuto lasciar perdere, ci
sono molti libri che oggi scriverei diversamente, ma nessuno di cui mi vergogni.
Anche i racconti – parere mio – confermano che ti trovi narrativamente più a tuo
agio in territori alieni ai più, a noi poveri scribi: il Seicento, l’Ottocento.
Lì, i tuoi tratti, mi pare, trovano una definitività indefettibile. È vero? Dico
sciocchezze?
È vero: ho con la contemporaneità un rapporto complicato, e non m’è del tutto
chiaro se non voglio o non so raccontarla. Mi domando, per altro, se i miei
siano davvero romanzi storici. Sì per la cura scrupolosa dell’ambientazione, a
prova di anacronismi; no per quel che riguarda l’intenzione di resuscitare
un’epoca. Ciò che a me interessava non era la ricostruzione filologica di un
determinato periodo storico, ma la trattazione di temi del tutto personali e
attuali, utilizzando però un “filtro” che mi consentisse di parlare di me stesso
senza compiacimenti e dell’attualità senza riferimenti alla cronaca. Lo
scrittore di romanzi storici finisce spesso, volente o nolente, per attualizzare
il passato. Io credo di aver fatto l’opposto: “storicizzare” il presente
proiettandolo in un’altra epoca.
Tra i racconti, spicca un tributo a Borges, che figura tra i tuoi lari – in
filigrana, vedo la grana della Yourcenar. Quali scrittori italiani tra i tuoi
maestri?
Gadda, innanzi tutto, al punto che avevo l’abitudine di rileggere ogni anno,
come un esercizio zen, La cognizione del dolore. Poi, in parte, Sciascia e
Calvino. Sicuramente Tomasi di Lampedusa. Landolfi, ma in modica quantità, e
Buzzati. Il Morselli di Contro-passato prossimo e Roma senza papa e il Soldati
dei racconti. E inoltre un bel po’ di scrittori ottocenteschi e del primo
Novecento, a cominciare da Svevo.
Pur nella scrittura spesso assertiva, serrata, severa, vedo l’ironia nera, un
piccolo Pan a disfare le sorti dei tuoi personaggi. Un gioco alchemico: il caos
che, in piccole dosi, rende dorata madama armonia. A tratti, la scrittura pare
un gioco – di specchi e di attese e di maschere. È così?
Sì, proprio così, e mi fa piacere che tu lo abbia còlto. I protagonisti dei miei
romanzi sono destinati a percorrere strade che li conducono fatalmente alla
catastrofe. Non ho deciso io di farli finir male, però: lo hanno in qualche modo
deciso loro. Nei racconti, invece, c’è lo zampino maligno dell’autore, che ha
scelto di collocare il veleno nella coda, non so bene se per far dispetto al
personaggio, al lettore o a se stesso.
L'articolo “Con la contemporaneità ho un rapporto complicato”. Dialogo con Piero
Meldini, lo scrittore più appartato e singolare d’Italia proviene da Pangea.
In un breve racconto di quella sorta di compendio di saggezza popolare orientale
che è La preghiera della rana di Anthony De Mello, è scritto che un uomo decise
un giorno di lasciare tutto per andare alla ricerca della verità. Dopo molti
anni, non potendo fare altro che registrare il fallimento della sua impresa,
tornò a casa. Con suo grande stupore, appena aperta la porta vide che la verità
era sempre rimasta lì ad aspettarlo.
Rivelazione è, dunque, l’esito di uno sguardo educato da una mancanza, a
riconoscere la verità; dove e quando meno ce lo si aspetta, dopo esserci
riempiti gli occhi di cose che invece di svelarla, la nascondono. Perseguire la
verità, richiede un apprendistato che necessariamente passa da quella trama di
illusioni che chiamiamo con una certa sicurezza realtà e dove l’essere fedeli
alla domanda significa liberarsi proprio dal viluppo di questa trama. La parola,
che è forma, deve subire lo stesso percorso di purificazione per riuscire a dire
quel che deve, toccando di sfuggita ciò che rimane mistero e con il quale
occorre misurarsi. Almeno, sembra questa la direttrice sottintesa nell’ultima
silloge poetica di Alessandro Camilletti, Breviario antalgico (con le
illustrazioni di Gian Ruggero Manzoni per Pequod, 2025). La raccolta
precedente, Vivo e invisibile (Pequod, 2023) si apriva recando in epigrafe μηδὲν
ἄγαν, niente di troppo, motto antichissimo scolpito sul Tempio di Apollo a
Delfi. Nello specifico, la poesia di Camilletti, estremamente sobria nel ricorso
alle parole, invocava già allora nella brevità dei componimenti non un
moralistico senso della misura ma, piuttosto, lo scardinamento della misura
stessa quando sia imposta da un uso – perché no, anche cialtronesco o
falsificatore – della parola, che volendo abbellire si fa padrona di qualcosa
che non crea lei.
Nella bellissima postfazione a Breviario antalgico, Adriana Gloria Amerigo
scrive: «[…] poiché il raccontare non è pertinente all’assetto semantico: a
poesia, al suo mistero che mai si svela totalmente, è consono […] far percepire
l’incantamento della parola poetica non nell’immediata vibrazione dell’emozione,
ma nella lucentezza della parte misterica che lavora di rivelazione nello spazio
del pensiero, del cuore e della ragione». Jean Luc Nancy, parlando di necessità
e resistenza della poesia, dice che si accede ad una soglia di senso sempre e
soltanto poeticamente. Il filosofo francese, peraltro, ci avvisa subito che non
attraverso tutta la poesia è possibile questo accesso, ma che la poesia non ha
luogo senza che questo accesso avvenga. Poesia è sì l’accesso ad un senso però,
ogni volta mancante o posticipato. È stare continuamente dentro una domanda,
dentro una vertigine; probabilmente nel punto esatto in cui afferrare vuol dire
subito lasciare andare per sentieri sconosciuti.
Una parola chiave per frequentare la poesia di Camilletti è senz’altro rinuncia.
In tempi in cui orge di parole e immagini attestano la disfatta del significato,
in cui la velocità le ingoia e al sostare abbiamo preferito la rimozione, nella
sua poesia si procede in senso contrario e la parola si fa orlo lungo il quale
si osserva la dissoluzione di ogni ordine formale costituito e ciò anche
nell’uso, quasi assente, della punteggiatura. Non per cercare un caos fine a sé
stesso, ma per denunciarlo nei suoi borghesi travestimenti: «Tutto è a buon
mercato/ Qui, nell’indifferenziato». E ancora: «Prendendo coscienza/ finimmo nel
provvisorio// Un susseguirsi di guasti/ il nostro trionfo». Eco eliotiana
dei Cori da “La Rocca”, dove nella sua umanità esausta il poeta finalmente si
chiede: «Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo? Dov’è la saggezza che
abbiamo perduto sapendo? Dov’è la sapienza che abbiamo perduto
nell’informazione»? Affermare qualcosa, in Camilletti, significa naufragare
negli interrogativi; la nettezza del dire espone al rasoio di una resa di conti
ciò che abbiamo perduto e che dobbiamo recuperare. «Per dolore o per moda/
assumiamo posture/ lontane dal centro// Ogni primavera/ prendiamo atto/ del
nostro fallimento».
C’è da dire che il poeta, nei suoi gesti, cioè appunto nei suoi versi, non è
affatto solo. Alcuni spiriti benevolmente tengono a battesimo questa raccolta e
tengono il punto del cammino a partire dalle tre citazioni poste in epigrafe, di
Zhuang-zi, Arthur Schopenhauer e Andrea Emo. Ma ci sono anche Nietzsche e
Nicolás Gómez Dávila e se stiamo dentro il significato del titolo, Breviario
antalgico, ci è certamente chiaro che qui non si tratta di togliere il dolore
come se fosse il poeta a risparmiarci la fatica ma, proprio perché egli stesso
non si sottrae ad essa, ci invita a seguire senza altri indugi quella tensione
veritativa che costituisce la cifra della nostra umanità e che esige il rogo
della maschera. (Livia Di Vona)
L’alto
Il basso
Vicino e lontano
Un tempo per tutto
Divora e spinge
la volontà
Apre un baratro
Sempre più profondo
La conoscenza
Scoprendo
Copre
_____________
Ho atteso a lungo
Gli occhi e il cuore
Le assenze hanno reso
La schiena un cimitero
Ma devo essere
Un buon soldato
*In copertina: Eugène Carriére, Dormire, 1897
L'articolo “Del cuore e della ragione”. Poesia, ovvero: stare continuamente
nella vertigine proviene da Pangea.
Regole del gioco. In questo articolo interpretiamo tre poeti secondo le tre
cantiche della Commedia. Mario Luzi (Paradiso) e Giorgio Caproni (Inferno) si
muovono, per orientamento linguistico, ai poli opposti. L’opera di Carlo
Betocchi è una sorta di Purgatorio. Il Purgatorio della poesia italiana del
Novecento.
*
Cosa vuol dire? Che ci deve essere un terzo perché due ‘campioni’ percorrano le
vie più estreme. Un terzo che si fa pasto, che si fa ponte. Quello che arriva
fin dove la via si biforca: altri la percorrano, nell’ascesa e nel precipizio.
Ci vuole Guinizelli perché accadano Dante e Petrarca; ci vuole Boiardo perché
Ariosto e Tasso ne esasperino le conseguenze liriche; c’è Foscolo alle spalle di
Manzoni e di Leopardi; Carducci a preparare Pascoli e D’Annunzio.
*
Ma questa è scolastica, è grigio schematismo. Il terzo, nel caso di Betocchi, è
colui “che ti cammina sempre accanto”. There is always another one walking
beside you, canta Thomas S. Eliot al termine della Waste Land. E chi è
questo terzo, questo altro? Io direi: Emmaus. Lì è tutto: dubbio,
irriconoscenza, pasto.
*
Emmaus. “L’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (Lc 24, 35). In un
articolo uscito su “La Lettura” del “Corriere della sera”, Daniele Piccini ha
scritto che “il destino di Carlo Betocchi, della sua poesia, [è] stato quello di
disseminarsi, di fare da spora e da seme di tanta altra poesia”, poesia che “si
è ripercossa e rifranta in tante voci, che se ne sono nutrite”. Betocchi è il
poeta che si spezza, come il pane, perché altri se ne nutrano. Nutrimento
necessario per giungere in zone nuove, mai intaccate prima.
*
Poesia purgatoriale quella di Betocchi: che si pone a mezzo tra i diktat
dell’epoca – ermetici, vociani, futuristi –, che appare senza apparente
appartenenza. Poesia purgatoriale perché sta nel linguaggio della creatura, che
è lingua sobria – fatta per sobillare l’anima –, lingua della pena e dello
stupore, che ama ciò che è passato – senza nostalgia né rancore – in virtù di
ciò che verrà. Linguaggio con il premio sempre in fronte; linguaggio che procede
per purificazioni, senza emendare, senza lancinanti slanci. Che resta fedele
all’uomo: senza accensioni astratte o metafisiche, da linguaggio angelicato, né
abissi. L’occasione, in Betocchi, non svela il caos del mondo, il rebus delle
forme, lo stigma dei ‘segni’ da interpretare; è lì per dire la forza – piena,
rivelata, ‘pasquale’, dacché il regno è questo, schiuso dal Figlio – delle cose,
dei “tetti toscani”, del plenilunio e delle rovine, dei giorni perduti e dei
“fiumi meridiani”. Non c’è posa in Betocchi, ma la severità – a tratti
allucinata, a tratti dolcissima – di chi guida.
*
Poesia purgatoriale perché in ascesa. L’esordio – Realtà vince sogno, Vallecchi,
1932 –, così manifesto da tenere per incuranza in un aldilà del cuore le altre,
potentissime raccolte, le Ultimissime (Mondadori, 1974), Un passo, un altro
passo (Mondadori, 1967), le Poesie del sabato (Mondadori, 1980). Betocchi passa
dalla luce infera di Rimbaud – letto con le lenti, fallate, di Claudel – a
quella, piena, di Eliot e dunque di Dante. Lo confessa – purgatoriale:
rettitudine del dire – in Diario della poesia e della rima:
> “…oggi penso che non avrei voluto somigliare a Rimbaud. Da giovane, quando
> l’amavo, non avevo meditato abbastanza la spaventosa aridità
> delle Illuminazioni, il cui splendore lampeggia di superbia… Vorrei invece
> aver somigliato ad Eliot, che nella sua creazione di poesia, rifacendosi a
> Dante, ha restituito alla pietà il trono che le spetta”.
*
Betocchi poeta della vecchiaia, cioè del Purgatorio del corpo. Nessun lamento
sulle antiche spoglie: sono la crisalide dell’uomo nuovo, sempre giovane agli
occhi del Padre, per sempre figlio. Alcuni poemetti – Il vecchio: stravaganze,
sventura, destino; Breviario della necessità, ad esempio – continuano a
sorprendere per audacia di temi, di toni. Qui ricalco la quarta lassa da In
piena primavera, pel corpus domini:
“Non chiamare disperazione
la disperazione,
se non è ancora più forte,
se non è ancora a quel punto
che si spacca,
che s’apre una feritoia,
nemmeno la disperazione
è tua, cèdila
a chi è più forte di te,
attendi, accetta d’esser colmo
del tuo nulla;
scamperai da te stesso,
non saprai come, un altro sarà in te”.
Poesia-viatico: non s’accontenta di sé – porta altrove.
*
Sbaglia chi giudica facile un poeta che si rifà, con ostinazione, a poeti dal
verbo contorto, lebbrosi d’estro – John Donne e Gerard Manley Hopkins, Rimbaud e
Dino Campana –, che opta per la via dantesca rispetto al lirismo di Petrarca:
scalare il Purgatorio chiede audacia, artigliata lingua.
*
Repertori. Mario Luzi ha riconosciuto in Betocchi “il suo solo maestro” (Luigi
Baldacci): tale maestria, tra l’altro, è testimoniata da un epistolario – Luzi e
Betocchi. Lettere 1933-1984, a cura di Anna Panicali – uscito per la Società
Editrice Fiorentina nel 2006. Giorgio Caproni ha scritto che Betocchi era
“italiano all’antico modo romanico”, per via dell’“asciuttezza quasi frustante
del linguaggio”. Il loro legame è riassunto in G. Caproni-C. Betocchi, Una
poesia indimenticabile. Lettere 1936-1986, edito da maria pacini fazzi editore
nel 2007, a cura di Daniele Santero. In una poesia “a Giorgio Caproni”, Per
Pasqua: auguri a un poeta – poesia purgatoriale, cioè che indossa una croce –
Betocchi si fa l’autoritratto: “un poveraccio… che vuole/ ciò che il mondo non
vuole, solo amore”.
*
Per stare in gioco ornitologico. Mario Luzi è l’aquila – Giorgio Caproni la
civetta, agile nel disbrogliare la notte – Carlo Betocchi è il corvo – il Crow
di Ted Hughes – l’uccello psicopompo, che sa comunicare con gli spiriti.
*
Per capire i ‘caratteri’ dei tre è bene leggere Il mestiere di poeta, la
raccolta di “Autoritratti critici” edita da Lerici nel 1965. Il libro, negli
anni, ha acquistato in smalto – più che un reperto archeologico è un frammento
di futuro che ci sorprende, oggi, come un abbacinato presente –: su tutto,
infatti, è l’aura del curatore, Ferdinando Camon, tra i più audaci e
intelligenti scrittori del nostro tempo. Betocchi “siede a un tavolo fratino”,
in uno studio “stretto, lungo, altissimo”; del poeta traluce “l’umanità”, pare
figura estratta dal legno, con l’espressione ieratica e remissiva, da leone e da
bue, che hanno i re dell’anno Mille. Caproni assale lo scrittore sguainando un
“viso affilato e severo”, inchioda alle questioni ultime (“L’unica certezza che
c’è nei miei versi è quella della vita e della morte”), fino a sfiorare gli
inferi: “Oggi come oggi, sento che tutte le strutture (le ‘istituzioni’)
classiche e ottocentesche non reggono più… Oggi dobbiamo rifare tutto da capo,
oserei dire Dio stesso… La mancanza di UNA certezza, più che mia, mi sembra
dell’epoca”. Mario Luzi, invece, come sempre, è sotto angelico manto: “la luce
che gli piove di fianco” illumina “il volto affilato”; lo studio “mi sembra
adatto solo al pensiero e alla meditazione”, il colloquio – come lo è con
un’alterità celeste – “non può essere un colloquio facile”. A differenza di
Betocchi e di Caproni, Luzi parla di sé e della propria opera con appagata
coerenza; parla da un trono, dal cielo di Giove, certo di installarsi nella più
nobile specie della poesia italiana. Mostruosa è la sua consapevolezza. “Non c’è
una progressiva prosasticizzazione, in me, ma se mai l’assunzione anche
dell’indeterminato… al piano della poesia”, dice a Camon, tra l’altro, Luzi.
Indeterminato non più come deterrente, ma come volo.
*
Se uno (Betocchi) dice la creatura nel suo più tenero nome, l’altro (Caproni) ne
sonda le viscere, il cuore maciullato, il cuore nero – il terzo (Luzi) la eleva,
la trasfigura al cristallo.
*
Che è poi la tripartizione del linguaggio usato da Gesù: parlare agli uomini
(agli accoliti e alle masse; Betocchi); parlare alle forze infere (Caproni; fino
a confondersi con esse agli occhi dei più: Mc 3, 22 e Lc 11, 15); parlare a Dio
(Luzi). Chissà quale lingua adotta Gesù nel deserto, quando “stava con le bestie
selvatiche e gli angeli lo servivano” (Mc 1, 13).
*
La nuova via di Caproni nasce con Il muro della terra (Garzanti, 1975), libro
infero fin dal titolo (tratto da Inferno X, 2). La poesia è rarefatta: allo
stesso tempo oracolo e imprecazione, distico sapienziale e sussurro che scatena
le forze del caos. Dio è un rovello continuo, stretto tra ira glaciale e
sarcasmo. “Un semplice dato:/ Dio non s’è nascosto./ Dio s’è suicidato” (Deus
absconditus); “Sta forse nel suo non essere/ l’immensità di Dio?” (Pensiero
pio). In Senza esclamativi, il poeta si puntella nel compito: compitare il
vuoto.
> “Com’è alto il dolore.
> L’amore, com’è bestia.
> Vuoto delle parole
> che scavano nel vuoto vuoti
> monumenti di vuoto. Vuoto
> del grano che già raggiunse
> (nel sole) l’altezza del cuore”.
In esergo, un verso di Hugo von Hofmannsthal (Ach, wo ist Juli und das
Sommerland!), poeta di mefistofelica precocità, che ha svelato – nella Lettera
di Lord Chandos – l’inconsistenza delle parole nel dire le cose, la scollatura,
definitiva, tra detto e atto, impedimento di logos. “Il nome non è la persona.//
Il nome è la larva” (Il nome), scrive Caproni, ed è, il suo, un andare poetico
tra larve, tra spettri verbali – biascichio per inferi, dove l’improvviso, la
rivelazione lampante si tramuta, in un attimo, in cabaletta ctonia.
*
Nell’era dell’inferno vuoto – non si è più degni nemmeno di eterna pena –
Caproni si aggira in un’ecatombe d’echi, si addentra nell’Ade interiore. Così,
nel suo libro più risolto – per compiutezza d’inventiva, coerenza di stile e
stazza etica tra i più alti del Novecento –, Il conte di Kevenhüller (Garzanti,
1986), Caproni scrive che “La Bestia che cercate voi,/ voi ci siete dentro”
(Saggia apostrofe a tutti i caccianti), che “La Bestia che bracchiamo/ è il
luogo dove ci troviamo” (Riflessione), che la vera caccia, allora, è cacciare se
stessi da sé, che autentica cacciagione è questo nostro cuore “perché ogni
intento del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza” (Gen 8, 21). E
Dio? Allo stesso tempo “preda/ mansueta e atroce” e vorace predatore che ci
accerchia, vampiro e Moby Dick, Bestia, certo, che “o era fuggita via,/ o non
esisteva”.
*
Tra il 1963 e il 1964 Mario Luzi pubblica Nel magma, prima con Scheiwiller poi,
in seconda edizione, ampliata, per il Saggiatore – l’ultima, definitiva, esce
per Garzanti, nel 1966, a testimonianza di una rampicata lirica, di una lirica
rampante. È una svolta: il linguaggio, sigillato di Avvento notturno, Quaderno
gotico, Primizie del deserto, si scioglie; al linguaggio dell’annuncio – per sua
natura chiuso, remoto per troppo affrettata prossimità, a cui si deve soltanto
dire sì – segue quello dell’apocalisse, della rivelazione. Il linguaggio si
esaudisce: l’apparenza prosastica – e tutte quelle continue apparizioni – è
colta in aura di paradiso, ogni dialogo – ne pullulano, a flotte – è definitivo.
Nel magma ottiene, nel dicembre del ’64, l’Etna-Taormina: insieme a Luzi è
premiata Anna Achmatova. Il cammeo del poeta ha la nitidezza del monito:
> “Anna Achmatova non pronunziò una sola parola… Al termine mi avvicinai per
> significarle la mia ammirazione che risaliva ai tempi dell’adolescenza: e
> l’emozione di averla incontrata… Lei ebbe negli occhi la luce di un sorriso,
> ma da una grande lontananza…”.
*
Paradiso che, poi, non significa essere paghi, bensì: magnificare la fame –
flottare nella luce. Né bitume d’ira né irenica inerzia, né pavoneggiarsi tra
gli eredi dei retori, ma: rettitudine. Paradiso: campo da coltivare eternamente;
Dio-vomere.
Mario Luzi è un poeta sempre in picchiata. Nonostante la citazione, sviante – da
Orazio – l’avo è Dante, ovunque. L’India, così, più che altro, è un sobborgo
della Gerusalemme celeste, potremmo dire karma come un provvedere alla
provvidenza:
> “Mario” mi previene lei che indovina il resto. “Ancora
> levi come una spada, buona a che?,
> lo sdegno per le cose che ti resistono.
> Uomo chiuso all’intelligenza del diverso,
> negato all’amore: del mondo, intendo, di Dio dunque”.
*
Su fondamenti invisibili esce per Rizzoli nel 1971. Caproni ne è entusiasta –
“È un libro di grande poesia, se dir grande in poesia è dir qualcosa. È, col
Magma, il più grande libro di poesia uscito in Italia nell’ultimo quarantennio.
A tanta altezza, chi potrà mai più raggiungerti?” –; un testo, Nel corpo oscuro
della metamorfosi, è dedicato “A Carlo Betocchi, ai suoi meravigliosi settanta
anni”. Il dialogo dilaga, la lega del dire è dantesca, più che mai:
> “Prega”, dice, “per la città sommersa”
> venendomi incontro dal passato
> o dal futuro un’anima nascosta
> dietro un lume di pila che mi cerca
> nel liquame della strada deserta.
> “Taci” imploro, dubbioso sia la mia
> di ritorno al suo corpo perduto nel fango.
In qualche modo, Luzi ‘volgarizza’ il linguaggio paradisiaco (Nel magma, cioè:
nella mota di Dante, nel notturno del Paradiso), lo rende mansueto, pieno di
maniglie. È in questo senso – senza afonia di eufemismo – che Caproni parla di
grande poesia: poesia grande perché vasta, che può dare nutrimento a più
generazioni. Poesia che non ammette epigoni – a differenza di quella di
Ungaretti – bensì seguaci, pur sonnolenti. La pratica proposta da Luzi agirà
profondamente in poeti altrimenti dissimili (ne dico alcuni: Vittorio Sereni,
Cesare Viviani, Milo De Angelis, Davide Rondoni, Alessandro Ceni). All’aquila
seguiranno le gazze.
*
L’opera che segue, che sia poema – Viaggio terrestre e celeste di Simone
Martini, Garzanti, 1994, per dire – o raccolta per distratto accumulo – Dottrina
dell’estremo principiante, Garzanti, 2004 – ha la monotonia dei re, un fraseggio
d’ineguagliato lignaggio. Verbo-stilita, anche quando il poeta parla – dantesco
– di politica. Dicono non sia memorabile, Luzi: è vero, la memoria è un
carattere troppo umano; in cielo è inutile orpello, vada in ordalia.
*
Caproni parlava anche di altezza. L’altezza, in Luzi, ha la voracità del
commiato, la destrezza di un addio. E ora?
L'articolo La destrezza dell’addio. Betocchi, Luzi, Caproni: le tre “cantiche”
della poesia italiana proviene da Pangea.
Lo ammetto, per chi come me nel tempo ha frequentato prose e versi in odor di
dannazione, ergendoli a protesi del proprio animo turbato, allestire scaffali e
vetrine con l’ennesimo libro in cui campeggia l’ennesimo volto femminile è pura
mortificazione. Abbiamo veramente bisogno di un’ulteriore storia con
protagonista femminile, alle prese col suo personale riscatto, su di uno sfondo
storico predeterminato? Saluto perciò con un senso di felicità e rivalsa ogni
libro che del tanfo del politicamente corretto, o dei trend del momento, non
emana neanche un vago sentore. Ed eccolo Inaugura stanotte il secolo del bene,
romanzo d’esordio di Vincenzo Montisano edito da Wojtek. È con opere di tale
fattura che certi lettori si riscoprono esteticamente bipolari. Come spiegare
altrimenti il senso di claustrofobia che si condensa nelle pagine, ma che sfocia
in una capillare ossigenazione dei tessuti post lettura?
> O quando Marcel Boll mi disse: «Esistono infiniti modi di morire, ragazzo, e
> uno soltanto per vivere: il mio». Di giorno delirava d’onnipotenza. A sera
> invece si lasciava assassinare dal piatto freddo della cena. Sai Karl, era
> così mio padre. Un uomo dalla postura sociale invidiabile, diresti tu. Se ne
> stava nella nostra villa di famiglia dentro alla cassa di legno dolce, a mani
> giunte. Beato, un ciarlatano in attesa di santificazione. L’abito aveva le
> tasche cucite. Le bare devono essere pulite, le tasche dei morti sempre
> chiuse. A guardarlo faceva un po’ specie e un po’ ridere. Gonfio di gas
> intestinali, livido di rabbia perché la caducità non l’aveva risparmiato. Che
> decadenza nelle cose di questo mondo. Ché morendo sfoggiano il meglio di sé. E
> infatti un dio minore doveva avergli aperto quel ghigno in bocca. Era il
> ghigno della vita che lotta più forte prima di perdere. La smorfia di chi non
> s’è reso conto d’essere all’ultimo giro di bevute.
Hugo Boll, figlio inquieto di un’aristocrazia decadente, si rivolta contro tutto
ciò che abbiamo eretto a presidio della nostra normalità. Una furia iconoclasta
che investe famiglia, affetti, società. Una tensione forse scomposta, ma
necessaria, che lo porta a inciampare sull’autorità, a covare dissapore, a
esercitare il diritto all’ostilità. E come se ciò non bastasse, un’insolita
febbre incombe sulla città di ***, un turbamento collettivo che spinge sempre
più individui all’auto-mutilazione. Nel dilagante caos che serpeggia tra le vie,
un oscuro luogo sembra emanciparsi dall’architettura generale; un coacervo
d’incubi, fisiologia elementare e teatralità dell’assurdo.
Un romanzo che abdica all’istinto di vita, che reca con sé la rinuncia al
consolatorio. Ciò che sentiamo sulla nostra epidermide a lettura conclusa è la
perdita dell’interezza.
> L’amore è una gabbia d’aspettative. Un attimo prima me la cavavo niente male,
> passeggiando per i parchi, acquistando questo o quel capo nelle boutique
> d’alta sartoria, e l’attimo dopo rincasavo vittima di uno sconforto
> inconsolabile, preda delle batterie di interrogativi che proliferavano sulla
> superficie opaca delle cose. E Leda invece patteggiava senza rimorsi con la
> commedia umana. Se le chiedevo quale fosse il senso delle sue settimane, lei
> rispondeva che svegliarsi la domenica, al mio fianco, senza l’impiccio del
> lavoro, la faceva scoppiare di senso; se discutevamo dell’infinito,
> candidamente affermava che una spiegazione della vita ne avrebbe di sicuro
> ucciso la poesia. Dove trovava l’energia per tenere accesa quella luce sul
> viso? Nessuno ci guarda, le dissi quella notte. Nessun dio avrebbe permesso
> tanta mediocrità.
L’infittirsi delle tenebre potrebbe conferire al libro un’aurea di maledizione
impenetrabile, ma come ogni opera d’arte che si rispetti ecco il risvolto
estetico della medaglia: il ghigno mutare in riso. Vincenzo Montisano, che già
si era fatto notare per la sua novella Logica degli incendi, si conferma voyeur
ispirato. L’inquadratura è sì condotta in primo piano, ma più che motore unico
dei fatti, l’autore assegna al suo protagonista un ruolo atipico, quello di
osservatore-osservato.
Nonostante la portata degli eventi che propizia e subisce, Hugo continua a
manifestarsi come riverbero di se stesso. Un difetto congenito rovista nelle sue
volontà, declassandone le azioni da volute a subite. Niente in lui osa
cristallizzarsi in fede, un distacco algido che lo pone a debita distanza dalla
Storia. E quando il tutto sembra impattare nel vicolo cieco dell’opprimente,
ecco il guizzo, il godimento del voyeur che ci viene in soccorso. La
fascinazione germoglia dal fonema, si radica poco dietro la pupilla e saetta
scialata oltre la corteccia prefrontale. Signori: la grazia dalle cose a
dispetto delle cose.
> Da qui in poi, Karl, non ci fu ritorno. Avevo spiato da una crepa l’esistenza
> denudarsi. Mi dissi no, l’intera faccenda è una pura idiozia. Noi, uomini
> pratici, branchie del vecchio continente, che avevamo licenziato i demoni e le
> acquasantiere, per cui non c’era stato altro che mangiare e bere, scopare e
> dormire, macchinare, consumare e morire, stavamo per essere travolti da un
> flagello dalle inesauribili e perverse riserve immaginifiche.
Gianluca Pìtari
*In copertina: un collage di Max Ernst (1891-1976)
L'articolo “Il ghigno della vita che lotta”. Vincenzo Montisano o della rinuncia
al consolatorio. proviene da Pangea.