
Global Gender Gap Report 2025, per la parità di genere servono ancora 123 anni: Italia nelle basse posizioni
- The Wom - Monday, June 30, 2025
Su 148 Paesi analizzati dal Global Gender Gap Report 2025, la media globale di chiusura del divario di genere è del 68,8%, appena un decimale in più rispetto all’anno scorso. Un miglioramento minimo, che porta con sé una previsione poco incoraggiante: di questo passo, serviranno ancora 123 anni (nel 2022 erano 136) per raggiungere la piena uguaglianza tra donne e uomini a livello globale.
Un tempo lunghissimo, che non solo racconta l’inerzia dei sistemi istituzionali ed economici, ma che chiama in causa direttamente le responsabilità politiche, sociali e culturali. Se il cambiamento continua ad avanzare a piccoli passi, il rischio è quello di anestetizzare la coscienza pubblica, lasciando che la parità resti un obiettivo astratto, da delegare al futuro.
Quattro dimensioni, una disparità persistente
Il rapporto analizza quattro aree principali: partecipazione economica, istruzione, salute e rappresentanza politica. Laddove istruzione e salute registrano progressi significativi — entrambi con livelli di parità oltre il 95% — sono la sfera economica e quella politica a mostrare ritardi cronici.
La partecipazione economica, in particolare, è uno dei nodi più critici: a livello mondiale, il gap si è chiuso solo al 60,7%. Ancora più grave il divario nella rappresentanza politica, che si ferma al 22,9%
Due dati che, presi insieme, raccontano una realtà in cui le donne sono sempre più istruite e longeve, ma ancora fortemente escluse dai luoghi dove si esercita il potere e si distribuisce la ricchezza.
L’Italia migliora, ma resta in coda
In questo contesto, la posizione dell’Italia si conferma debole. Nonostante un leggero miglioramento in classifica generale — dal 87° all’85° posto — il nostro Paese rimane indietro rispetto alla media europea, in particolare per quanto riguarda il lavoro e la rappresentanza.
Sul fronte dell’istruzione, l’Italia raggiunge un punteggio molto alto (0,998), che la colloca nella fascia più avanzata a livello globale. Bene anche la dimensione salute, con un indice di 0,966. Ma questi numeri, che segnalano l’accesso formale ai diritti, non riescono a tradursi in effettiva parità nelle altre aree. La fotografia cambia infatti quando si guarda alla partecipazione economica e politica.
Nel mondo del lavoro, l’Italia registra un dato preoccupante: 117ª su 148 Paesi. Il gender pay gap è tra i più elevati d’Europa, con le donne che guadagnano in media il 57,2% del salario degli uomini. Ma non è solo questione di stipendio:
la partecipazione femminile al mercato del lavoro resta bassa, la presenza nei ruoli apicali è limitata e le donne continuano a farsi carico in modo sproporzionato del lavoro di cura non retribuito
Il risultato è un sistema che, pur non mancando di competenze femminili, continua a disperderle o sottoutilizzarle.
Anche la rappresentanza politica resta deludente: il nostro Paese ha migliorato lievemente la propria posizione in questa area, passando dal 67° al 65° posto, ma l’indice rimane molto basso (0,255)
A livello nazionale, le donne continuano a essere sotto-rappresentate nei parlamenti, nei governi, nei consigli di amministrazione. Le leadership femminili esistono, ma sono ancora eccezioni che confermano la regola.
Il prezzo della lentezza
Il ritardo italiano, secondo gli esperti, è imputabile non solo alla mancanza di politiche incisive, ma a una questione culturale più ampia. La parità, in Italia, soffre di un divario di attuazione: le norme ci sono, ma non bastano. Senza un cambiamento reale nel tessuto sociale — a partire dall’educazione, dal welfare, dalla distribuzione dei carichi familiari — la parità rimane sulla carta.
Il congedo parentale, per esempio, è ancora utilizzato in misura prevalente dalle madri: in media, 19,6 mesi contro i 13,9 dei padri.
Un dato che riflette un’impostazione ancora tradizionale della famiglia e una scarsa condivisione delle responsabilità genitoriali. Le conseguenze sono evidenti: carriere interrotte, stipendi più bassi, maggiore vulnerabilità economica, soprattutto nelle fasi di crisi.
Anche la cultura del lavoro resta ancorata a modelli maschili: secondo il rapporto, solo il 28% delle posizioni manageriali in Italia è occupato da donne
Un numero che conferma quanto sia ancora difficile, per una donna, accedere al potere economico e decisionale, anche quando possiede le competenze necessarie.
Perché la parità è una questione economica
Non si tratta solo di giustizia sociale. Secondo le proiezioni del World Economic Forum, colmare il divario di genere avrebbe ricadute enormi sull’economia globale. Aumentare la partecipazione femminile potrebbe generare fino a 10,5 milioni di nuovi posti di lavoro in Europa entro il 2050, con un incremento del PIL del 9,6%. A livello mondiale, si parla di una crescita potenziale del PIL tra il 3 e il 4%.
Investire nella parità, quindi, non è solo etico, è strategico. Significa valorizzare talenti, ridurre sprechi di capitale umano, migliorare la coesione sociale e promuovere innovazione.
L’Europa e il resto del mondo
Il confronto internazionale è impietoso. In cima alla classifica, per il 15° anno consecutivo, c’è l’Islanda, con un divario di genere chiuso al 92,6%. Seguono Finlandia, Norvegia, Svezia e Nuova Zelanda. Otto dei primi dieci Paesi sono europei, a dimostrazione che la parità non è una chimera, ma una possibilità concreta laddove esistono politiche strutturate, servizi pubblici efficienti e cultura della condivisione.
In Europa occidentale, il gender gap è mediamente chiuso al 75,1%, mentre il Nord America raggiunge il 75,8%. L’America Latina segna un recupero significativo, con un miglioramento di 8,6 punti dal 2006, grazie soprattutto a progressi in campo politico.
L’Italia, purtroppo, continua a occupare le retrovie del continente. E questo nonostante il talento femminile italiano sia riconosciuto nel mondo, a partire dall’ambito scientifico, accademico e imprenditoriale.
Il Global Gender Gap Report 2025 non offre soluzioni, ma indicatori. Spetta ai governi, alle imprese, alle istituzioni educative tradurre i dati in strategie. L’Italia non parte da zero: ha leggi, ha risorse, ha competenze. Ma finché non sceglierà di investire davvero nella parità — con politiche attive per l’occupazione femminile, con il superamento del gender pay gap, con una distribuzione equa del lavoro di cura, con una rappresentanza politica equa — renderà sempre più ampio il divario.
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