
Leader senza confini: la nuova geografia della leadership femminile
- The Wom - Monday, December 15, 2025
Parlando di leardership femminile all’estero, secondo i principali studi internazionali (Mercer e PwC), le donne rappresentano ancora solo tra il 15% e il 25% delle assegnazioni globali, nonostante il 71% delle giovani professioniste dichiari di voler lavorare all’estero almeno una volta nella vita. Un paradosso che evidenzia un potenziale femminile ancora largamente sotto-utilizzato. E in Italia il divario è ancora più evidente. Nel nostro Paese le donne che ricoprono ruoli apicali — amministratrici delegate, membri di comitati esecutivi, leadership team — sono appena il 17% nelle aziende quotate, e il 18% considerando quotate e non. Sono numeri dell’Osservatorio Donne Executive della SDA Bocconi, che ha analizzato oltre 5.300 executive in Italia, Francia, Germania e Belgio: un ritardo strutturale che pesa sui percorsi di carriera.
La mobilità internazionale, invece, ha un effetto opposto: accelera, amplia prospettive, crea visibilità globale, sviluppa competenze multiculturali che oggi sono decisive per ruoli di comando
Le sfide della leadership femminile all’estero: visibilità sì, ma senza semplificazioni
Muoversi tra Paesi, contesti e culture non è mai soltanto un trasferimento professionale: è un esercizio continuo di adattamento e ridefinizione.
Le principali sfide per le donne restano:
- Bias: molte aziende continuano a scegliere uomini per incarichi considerati “più impegnativi”.
- Dual-career e famiglia: partner, figli, scuola, radici sono variabili che impattano eccome, ma spesso vengono sottovalutate.
- Identità e appartenenza: spostarsi significa ricostruire legami, rinegoziare se stessi, costruire una nuova quotidianità.
Cosa insegna vivere e lavorare oltre confine: la voce di Cristiana Scelza
Cristiana Scelza, VP Europe MID & Sustainability di Prysmian e Presidente di Valore D, ha costruito la sua carriera tra Cina, Brasile, Russia, Olanda e Italia, diventando una delle voci più autorevoli sulla leadership globale.
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Cosa ti ha insegnato vivere e lavorare in culture diverse?
Le esperienze internazionali mi hanno insegnato prima di tutto a conoscere me stessa. Quando vivi in culture lontane capisci cosa caratterizza gli altri, ma anche i punti di forza e di debolezza della tua cultura d’origine. E impari che non puoi restare ferma: ciò che per te è “normale” altrove non lo è affatto.
Per avere successo all’estero servono curiosità, umiltà, ascolto e rispetto. Non puoi arrivare aspettando che gli altri si adeguino a te. Da ogni Paese porto con me qualcosa che oggi fa parte del mio modo di essere leader.
Quali difficoltà pensi siano specifiche dell’essere donna nell’affrontare la sfida internazionale?
Le difficoltà non sono molto diverse da quelle che viviamo in Italia come donne al lavoro. Ma credo che l’essere donna alla ricerca della mia realizzazione personale e professionale mi abbia dato una marcia in più. Vedo tantissime giovani donne scegliere oggi la sfida internazionale e portare a casa risultati straordinari. Sono ottimista: le nuove generazioni ci insegneranno nuovi modi di vivere e lavorare, nel pieno rispetto dei propri sogni.
Costruire la leadership del futuro
L’esperienza internazionale non è solo un incarico: è un acceleratore identitario.
Le donne che si muovono imparano a leggere e integrare culture diverse, guidare team multiculturali, gestire complessità e imprevedibilità, esercitare una leadership più empatica e adattiva. Ma non solo: imparano a prepararsi al cambiamento familiare, costruire reti globali (a Barcellona, altre donne in ruoli analoghi mi hanno subito accolta), mantenere apertura culturale e accettare l’imperfezione come parte del processo di crescita.
È il modello di leadership che oggi le aziende ricercano: flessibile, globale, inclusivo.
Alle aziende, infatti, questo tipo di modello serve a sostenere le coppie dual-career, offrire programmi di mobilità inclusivi, creare reti di expat femminili, strutturare onboarding interculturali.
Il motivo più importante: l’esempio che lasciamo alle giovani generazioni
Al di là dei dati, dei modelli organizzativi e delle strategie di carriera, c’è un motivo profondo che mi ha spinta a scegliere la mobilità internazionale: l’esempio che voglio dare a mia figlia.
Ginevra e Matilde
Se mi sposto, se ricomincio, se mi metto in gioco anche quando è faticoso, è perché voglio che lei cresca sapendo che il mondo è grande e che non bisogna averne paura.
Voglio che impari che il cambiamento non è una minaccia, ma un’opportunità. Che il futuro non va previsto: va esplorato. E soprattutto che capisca questo:
la paura di rinunciare a ciò che potresti diventare deve essere sempre più forte della paura di perdere ciò che hai già
È lì, in quello spazio incerto tra ciò che lasci e ciò che scopri, che nasce la parte più autentica e coraggiosa di noi.
E forse, se mia figlia Ginevra — durante la sua prima visita nel mio nuovo ufficio, insieme alla sua amichetta Matilde — mi lascia diversi messaggi sulla lavagna con scritto “ti voglio bene, ce la puoi fare”, allora significa che sto camminando nella direzione giusta.
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