Da mesi mi tormenta una domanda: come sarebbe la letteratura oggi senza
gli editor? Ignoro la struttura delle altre professioni, ma sospetto che ogni
lavoro abbia un nume tutelare, una nicchia in cui sgranare il cruciverba dei
propri peccati. Nel campo dell’editoria l’angelo custode, il santo protettore a
cui votarsi è l’editor. L’editor spariglia i testi, prevede le collane, progetta
e organizza le parole. Alla figura dello scrittore, che fino a poco fa potevamo
immaginare come un’essenza irripetibile distillata in solitudine, se non in una
secentesca torre d’avorio quantomeno nella cerchia ristretta dei confidenti e
degli affetti, oggi dobbiamo associare sempre, apertamente o subdolamente,
scopertamente o surrettiziamente, una protesi umana, una longa manus che si
protende dalla penna e ci fissa occhiuta da ogni pagina, quella dell’editor. A
questa anamorfosi si aggiunge quella del lettore, che se prima vedeva nello
srotolarsi della pagina un’unica volontà creatrice, ora deve fare i conti con
un mio/tuo che rende strabica la lettura.
La lenta erosione degli spazi e dei ruoli da parte degli editor ha due
conseguenze che mi sembrano interessanti: la prima, che nella critica e
nell’apprezzamento del pubblico questa editorializzazione del gusto ha
trasformato ragioni di gusto in capricci di gusto: se prima si discuteva delle
motivazioni che avevano portato uno scrittore a pubblicare un libro, o delle
idee che in esso erano espresse e di cui il libro costituiva il precipitato
sofferto, oggi si salta a piè pari questo passaggio per impuntarsi subito su
quello che, secondo noi, l’autore avrebbe potuto fare a meno di scrivere in un
capitolo o in una specifica pagina. Provate ad avvicinare, nei club di lettura,
nelle librerie, negli appartamenti, nelle famiglie, le discussioni letterarie
che vi si svolgono, e ditemi se non è vero che la forbice dell’editor va
trasmutandosi geneticamente in ognuno di noi, soppiantando con uno strappo
quelle radici di gusto e di sentimento che stanno alla base di ogni buon libro e
di ogni buona lettura.
La seconda conseguenza è più strutturale e può essere esemplificata in un
movimento: se prima era lo scrittore a dirigersi dall’editore per sottoporgli un
libro, con l’idea già foderata di parole pronta a macchiarsi per il mondo, oggi
il tragitto è esattamente contrario. È l’editor, nelle vesti di editore in senso
largo, che rincorre l’autore con proposte di libri futuri che fiaccano la tenuta
già vacillante di ogni sputa-parole. Anche qui, val la pena d’avvicinarsi alla
scena: non c’è fiera editoriale, o incontro letterario a cui abbia assistito,
grande o piccolo che sia, che non contenga una di quelle scene patetiche per
cui, allo spegnimento del microfono, mentre gli altri cominciano a rivestirsi,
un nugolo di mosche inizia a girare attorno all’autore con un ronzio capace di
far desistere il più coriaceo dei sognatori. Si insegue l’autore per
complimentarsi dell’intervento, certo, ma l’importante è rinnovargli quel fiato
sul collo che presagisce l’alito cattivo del prossimo libro, certamente non
promettente nella misura in cui nasce sotto così infausti presagi. In breve, la
tavola della legge che gli editor hanno ricevuto dal Monte Siae ha due
comandamenti: marcare stretto l’autore e ostacolare chi tenta di opporvisi.
Ora, perché tanto clamore in così poca veste? Perché tanto brusio, proprio dove
le parole dovrebbero pesare di più sulla bilancia? La mia impressione è che gli
editor, che ad onta di tanti vituperi sono persone ragionevoli e attente, si
rendano conto di uno scenario che andrebbe posto sotto attenta osservazione: la
produzione di scrittura nel panorama odierno è inversamente proporzionale alla
sua qualità. È come se ogni libro pubblicato fosse un nodo che stringe il cappio
intorno al quale stiamo appesi tutti e da cui pende e dipende l’operato di ogni
editor che si rispetti. In ogni libro giuriamo tacitamente che il successivo non
potrà essere peggiore di questo, salvo poi scoprire che il patto è
sistematicamente disatteso dalla prossima cattiva lettura.
Il circolo, come si vede, è vizioso: gli autori già affermati accondiscendono,
per non abdicare la posizione di rilievo che hanno maturato negli anni, alle
richieste degli editor, mentre quelli esordienti hanno due strade: o accodarsi
alle richieste di questo genere e produrre qualcosa di tematicamente simile, in
attesa che sia notato dalle tante scuole di scrittura che invogliano, col loro
stesso operare, questo genere di prodotti; o condannarsi a un vox clamantis in
deserto sperando che l’eco della propria solitudine arrivi faticosamente nella
cittadella distante dall’oasi. Di questo passo, anche la narrativa si va
editorializzando, nel senso che non nasce più da una esigenza fisica di
espressione, ma da un desiderio prodotto e suggerito proprio da coloro che
dovrebbero salvaguardare la massima diversità in fatto di espressione e di
narrazione. È da leggere in questo senso la spaventosa rassomiglianza tra scuole
di scrittura e di sceneggiatura, tra cinema e letteratura, tra serie-tv e
racconti: sembra che le parole, prima ancora di atterrare sullo schermo, siano
già pensate sotto forma di battuta e non di ritmo. Così il libro, da porto
definitivo di espressione, si trasforma in un veicolo che semplifica la
trasposizione da un prodotto all’altro.
A questa breve disamina si accompagna il sospetto più indiscreto e probabilmente
più malevolo: davvero nessun testo ha l’autonomia di passare le maglie dei
censori? Non sarà, questa dogana editoriale ai confini della realtà del testo,
l’estremo tentativo di normalizzare un prodotto che deve essere il più affine
possibile alle coordinate già tracciate dal gusto, pena la sua esclusione
nell’isola di confino dell’impubblicabilità?
Queste righe non vogliono cavalcare l’onda sicura del libello, ma seminare
un’ombra di dubbio nella mente di quanti, come il sottoscritto, amano troppo a
fondo la letteratura per non chiedersi come sarebbe oggi senza gli editor.
Andrea Muratore
*In copertina: una illustrazione di N.C. Wyeth a “L’isola del tesoro”
L'articolo Sull’editing del testo come forma preventiva di omicidio proviene da
Pangea.
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In questo Paese in cui non legge quasi nessuno e che si avvia vieppiù al nessuno
in assoluto mi sono ficcato in una bollicina social in cui leggono tutti e tutti
hanno le letture preferite dell’anno ormai trascorso, e a me un po’ punge voglia
di chiedere cosa ricordano intanto delle loro letture preferite dell’anno prima,
se ancora se le ricordano, ma non per quel bisogno così contemporaneo di
eccepire con acribia sui comportamenti social altrui, per invidia piuttosto.*
Io faccio fatica persino a ricordami quanto mi sia piaciuto e perché mi sia
piaciuto l’ultimo libro letto e piaciutomi, anche se lo ho appena letto. Sono
mesi che cerco di spiegarmi a parole mie perché mi sia piaciuto Le ore di
Dolores Prato, letto in edizione Adelphi, scritto con tale esattezza e con
parole tutte sue, sue della Prato. Un buon indizio per capire se un libro m’è
piaciuto per davvero è che dopo anni-e-anni ancora ci penso e mi punge voglia di
leggerlo un’altra prima volta. Chissà quanti anni mi ci vorranno per capire
perché Le ore m’è piaciuto così tanto.
L’epoca poi è tale che diffido di qualunque consiglio perché inevitabilmente ne
diventa uno sugli acquisti. Il libro, quello che è stato fatto del libro e che
in buona parte è sempre stato, non è esente dal sospetto che si merita qualsiasi
altro prodotto messo in vendita per fare di sicuro il favore del venditore e
solo secondariamente quello dell’acquirente. Il bene dell’acquirente è un
effetto secondario, collaterale quasi, involontario. Nel mercato nelle armi lo
si nota con più evidenza, ma il principio comune è lo stesso: finché i venditori
non maturano la consapevolezza che è il bene degli acquirenti che garantisce
anche il loro andrà male per tutti, ma ai venditori può bastare che agli
acquirenti vada male prima che a loro. Si contentano di essere gli ultimi della
stessa specie autocannibalica.
Dovrebbe essersi fatta pure l’ora di aver capito che il libro migliore per te è
proprio quello che non fa affatto né per te né per nessun altro, poiché
qualunque esperienza estetica, per cui significativa, o avviene nell’imbattersi
in ciò che è diverso da ciò che si crede di essere o non è ed è al più uno dei
tanti succedanei, ormai non soltanto di tipologia commerciale dichiaratamente
religiosa, che uno si somministra per evadere a buon prezzo dalla paura della
vita più diffusamente conosciuta come paura della morte ben più che legittima e
comprensibile, nonostante la differenza tra le due sia lampante: uno che ha
paura della morte si impegna quanto può per viversi il tempo che ha secondo il
suo ideale del meglio-non-si-può, mentre chi ha paura della vita vuole solo non
si noti troppo quanto stia a suo agio nella morte che fa per lui e che gli
piacerebbe si reiterasse eternamente così com’è.
Volendo essere banale a tutta forza: chi proprio vuole consigliare un libro, che
lo sconsigli almeno.
Considerato quello che si legge di recente e a gratis sull’argomento, da Giulio
Mozzi scrittore e editor (il link sul social, per chi ci va, è questo) a
Francesco Quatraro, editore e direttore editoriale (qui il link all’articolo),
l’editoria è un gioco di prestigio contabile, dalla piccola – che è già fallita
o che fallirà prima che questo articolo giunga alla sua sciatta conclusione –
alla grande che si sente too-big-to-fail, passando dalle media che o diventa
grande appena può o le toccherà la stessa sorte della piccola.
Siamo (noi chi?) alle prese con una compagnia di giro fondata
sull’io-so-che-tu-sai-che-lui, sull’evidenza e sulla convenienza del non-detto,
sull’autodenuncia a patto che tutti gli autodenunciati continuino a agire come
non si fosse mai autodenunciato nessuno. Siamo (i noi di prima?) al fine
autopromozionale dell’autodenuncia va’, secondo l’eredità politica degli ultimi
trent’anni all’insegna del “Preferisco un furbo di tre cotte che non finge di
non esserlo a uno che ci infinocchia a crudo fingendo di esserlo a sua
insaputa!”.
Al cospetto di una editoria che deve sentire i brividini della morte se solo
sente il nome di Sigfrido Ranucci e dei giornalisti d’inchiesta con cui lavora,
fondata sul contrario di una qualunque letteratura che possa aver senso sia
scritta e letta, su un dire che convalida il fare come non si sia mai detto
nulla, è per dovere morale che sconsiglio di leggere alcunché se per leggerlo
occorre continuare a sostenerne economicamente la fuffa truffaldina, così come
sconsiglio di scrivere in cambio di qualunque contratto aleatoriamente
retribuito, tanto più che nella stragrande maggioranza si tratta di compensi
palliativi se non del tutto irrisori e esornativi e quindi a rinunciarci non
cambia granché, e qualche volta si risparmia pure, anche solo le rotture di
palle reciproche tra editori che credono di aver speso cifre faraoniche, quando
poi con quel che versano non ci compri neanche secchiello e paletta per giocarci
in spiaggia e scrittori indigeribili, convinti di aver scodellato il
masterpiece e non l’ennesimo polpettone da smaltire grazie a qualche operina
sturante che-si-legge-tutta-di-un-sorso.
Ora che s’è capito come l’editoria sia tutta a pagamento anche quando a primo
colpo d’occhio può sembrare sia lei a star investendo del suo, laddove sta
sempre speculando del tuo, il mio consiglio è di smettere di leggere a pagamento
e di smettere di scrivere dietro pagamento. Cioè di continuare a fare come già
si sta facendo dal belpo’.
Come quando cambiano gli equilibri geopolitici: se ormai anche chi non è mai
andato oltre il tiggì in prima serata dei canali governativi ha cominciato a
sentire gli scricchiolii significa che tutto è crollato e che ora le persone
hanno soltanto bisogno del tempo per realizzare di essersi ritrovate in macerie.
Per questo miglior consiglio del continuare a fare quel che si sta già facendo e
che si farà sempre di più e che così si fa fin da prima ti ci mettessi a
consigliarlo tu o anche tu proprio non c’è.
*(in un post recente all’interno della bollicina dei leggenti, di chi fosse non
lo ricordo, ho letto sia eccitante chi usa il piuttosto in modo appropriato; lo
sarà per i sapiosessuali immagino, sapiosessuali che sono da includere nello
stringone LGBTQIAP+; avrò tirato fuori codesto piuttosto, mi sa, per l’inconscio
e universale bisogno di risultare eccitanti, a prescindere da chi ti ci trovi;
non che sia poi così certo di averlo utilizzato appropriatamente il piuttosto)
antonio coda
*In copertina: Man Ray, André Breton, 1930 ca.
L'articolo Tutti hanno le proprie letture preferite dell’anno. Il mio
consiglio? Smettere di leggere proviene da Pangea.
Mi chiedo, da buon pisquano, che interesse dovrei avere di andare in libreria a
scegliere dei libri quando sul PlayStation Store posso comprarmi a 18,99 euro
videogiochi come Final Fantasy XV: ditelo a vostra madre e storcerà il naso –
invece, è sintomo d’intelligenza. Prodotti come questo hanno raggiunto livelli
di complessità e costruzione del mondo che la letteratura italiana ha smesso di
perseguire da tempo.
FFXV è uscito nel 2016 dopo dieci anni di sviluppo; ha richiesto, nel corso del
suo ciclo di produzione, tra le 200 e le 300 persone – nonché un budget fra i 50
e gli 80 milioni di dollari (escluso il marketing). Racconta la storia di
Noctis, un ragazzo privilegiato e irrisolto che esce di casa per sposarsi, sale
in macchina con tre amici, parte leggero e scopre che quello sarà il suo ultimo
viaggio da persona normale. Hajime Tabata, il creatore, ha dichiarato: il cuore
del gioco è il viaggio insieme agli amici, il rapporto padre-figlio rappresenta
uno dei pilastri della narrativa.
Nella prima scena non c’è nulla di epico: si spinge una macchina in panne
con Stand by me (appositamente interpretata da Florence + The Machine) in
sottofondo. Poco dopo, campeggio brandizzato Coleman, pasti preparati alla
griglia, foto cretine della giornata: un fantasy basato sulla realtà, un mondo
di dèi e demoni con pompe di benzina, noodle istantanei e cani che abbaiano
fuori dai motel. Narrativamente, concretizza in un gesto preciso: il lettore non
si affeziona alla trama, si lega alla complicità tra i personaggi. E quando la
storia virerà nel tragico saremo turbati dagli eventi in sé, certo, ma ancora di
più dal fatto che sia finita per loro quattro.
Si potrebbe riassumere FFXV così: un road trip americano applicato a un JRPG
giapponese, dove il viaggio in macchina è metafora dell’ingresso nell’età
adulta. Si attraversano una serie di riti di passaggio tra cui il primo grande
lutto: la morte di Regis, re di Insomnia, avviene off-screen per Noctis. Il
figlio la scoprirà infatti in televisione, come un qualsiasi ragazzo che assiste
al crollo del proprio mondo al telegiornale.
Allo stesso modo l’Anello di Lucis, ottenuto attraverso il sacrificio di uno dei
personaggi principali – qualcuno che brucia attraverso la sua assenza – è un
potere che consuma chi non è degno. Non offre nulla di miracoloso: non
conferisce a Noctis gloria, bensì morte. E quando nel finale il protagonista
accetta di morire sul trono completa la curva. Smette di essere il ragazzo ai
margini diventando suo padre, il re che si sacrifica per il mondo.
L’universo di FFXV concretizza tutta una serie di topoi dei JRPG. Un miscuglio
barocco di riferimenti (Roma imperiale, cattolicesimo, modernità occidentale,
mitologia targata Square Enix) per un risultato che genera un’atmosfera precisa:
una leggenda sporca, dove dèi ostili ti costringono a pagare il conto di un
passato mai vissuto. Se si esamina il lore di FFXV con l’occhio di chi tiene
corsi di scrittura creativa è un disastro: nomi, testi, divinità e profezie che
si accavallano, spiegazioni arrivate troppo tardi o di sbieco. Quando si smette
però di chiedergli la coerenza del manuale, e lo si inizia a leggere per ciò che
è, ne otteniamo un ritratto cristallino.
I libri della Cosmogonia sono fondamentali per capirlo: scritture sacre interne
all’universo di gioco, hanno il tono dell’Antico Testamento. Non spiegano per
rassicurare, proclamano per farti sentire piccolo davanti a una storia che
esisteva prima di te – e che continuerà dopo di te. Gli dèi non sono mai dalla
parte giusta: sono divinità lontane, indifferenti, quando non apertamente
ostili. Non ti aiutano perché sei il protagonista: ti mettono alla prova, ti
schiacciano, ti utilizzano come strumento. Nella Cosmogonia sono descritti come
esseri il cui pensiero trascende la comprensione umana: non cercano empatia, non
spiegano le loro scelte, non offrono misericordia. Siamo noi a dover dimostrare
qualcosa.
Noctis è una figura chiaramente cristologica, e priva di consolazione. Simbolo
della luce che si immola per scacciare l’oscurità e pagare il debito
dell’espiazione. L’iconografia è esplicita: il sacrificio del Re-Cristo, il
trono come Calvario, i Re del passato che lo trafiggono come una comunione
violenta di Santi. La tradizione non accoglie, uccide. E solo così riconosce. La
mitologia di FFXV promette solo che qualcuno dovrà farsi carico del male: ciò
che è divino non è buono, l’ordine cosmico non è giusto e il sacrificio non è
glorioso – è necessario.
Il ruolo del villain, Ardyn, mostra l’essenza della narrazione. Il villain
rappresenta una domanda in grado di farsi sentire anche dopo aver superato le
cento ore di gioco. Perché Ardyn, all’inizio, era il prescelto. Non un
usurpatore, né un mostro sfortunato: assorbiva il male del mondo su di sé per
purificarlo, caricandosi letteralmente addosso la sofferenza altrui. Eppure il
suo gesto non viene riconosciuto. Gli dèi e la dinastia dei re lo trasformano in
una discarica cosmica, sfruttandolo finché fa comodo, per poi cancellarlo dalla
storia.
Da qui nasce tutto. Ardyn non è immortale nel senso romantico del termine. La
sua è un’immortalità marcia, corrotta, tenuta in vita esclusivamente per
continuare a soffrire. E il rapporto con gli dèi si mostra emblematico: semplice
relazione di uso e scarto.
Ardyn è indirizzato, costretto e lasciato marcire. L’odio del villain non viene
davvero rivolto a Noctis, il bersaglio è il sistema: la monarchia sacralizzata,
la profezia, l’ordine divino che decide chi deve sacrificarsi e chi no. Ardyn
non contesta il sacrificio in astratto: contesta chi lo impone e con quale
diritto. La volontà implicita è devastante: perché io devo diventare un mostro
per assorbire il male del mondo, mentre voi restate puri, intatti, venerati?
Il villain di FFXV non vuole governare, non vuole vincere: non vuole sostituirsi
a Noctis. Il suo obiettivo è quello di far crollare l’impalcatura morale che
rende quel sacrificio accettabile. Per questo è vicino ai grandi personaggi
della tragedia: la persona giusta nel posto sbagliato, spezzata dal sistema, che
ora vuole trascinare tutto con sé. La sua presenza rende il finale di Final
Fantasy XV molto più amaro. Perché sì, il sacrificio di Noctis è necessario. Ma
Ardyn costringe il lettore a vedere che lo diventa a causa di un ordine cosmico
profondamente ingiusto. Non c’è armonia, né provvidenza, né equilibrio. Soltanto
qualcuno che paga il conto, ogni volta, al posto degli altri. FFXV fa una cosa
rara. Non ti consola. Ti lascia con l’idea che il mondo possa essere salvato
solo attraverso un sacrificio imposto da dèi – che non sono buoni – e da una
storia che non è mai pulita. Ardyn non è l’errore del sistema. Ardyn è la prova
che il sistema è sempre stato marcio.
La struttura stessa di FFXV è una di quelle cose che, sulla carta, sembrano un
errore. La prima metà aperta, dispersiva, svagata; la seconda parte che si fa
chiusa, lineare, soffocante. Un gioco che per ore ti lascia libero di perdere
tempo e poi, senza chiedere il permesso, ti toglie tutto. Eppure questa scelta
così sbilenca è una delle ragioni per cui la narrazione funziona. I grandi
eventi che avvengono fuori scena, il colpo di stato, la guerra, le decisioni
politiche, non vengono vissuti perché Noctis non li attraversa. Lo scopo della
narrazione non è quello di essere onnisciente: non ti informa, non si pone al
tuo servizio mettendoti al centro del mondo. Ti costringe ad abitare uno sguardo
limitato: quello di un ragazzo che all’inizio pensa solo a viaggiare, rimandando
tutto il resto. Nella prima metà si fa esattamente questo. Ci si perde in cacce
inutili, momenti fotografici, dungeon opzionali, battute di pesca, deviazioni
prive di senso. Insomnia e la guerra restano un rumore lontano, qualcosa che sai
esistere ma non ti riguarda davvero. Lunafreya, Ravus, la politica: conosci le
loro gesta per interposta persona, come notizie lette di sfuggita. Rappresenta
la fase della vita in cui il mondo va avanti e si è convinti di avere ancora del
tempo.
Poi, dal capitolo del treno in avanti, tutto cambia. La mappa si chiude, il
gioco smette di lasciarti respirare trasformandosi in un corridoio narrativo,
cupo, insistente. I toni si scuriscono: Niflheim, Gralea, Tenebrae in rovina.
Lo Starscourge avanza e il mondo diventa letteralmente buio. E il colpo finale
arriva con il salto temporale di dieci anni: torni a Eos e non la riconosci. Gli
amici sono invecchiati, segnati, stanchi. I luoghi che prima erano tappe del
viaggio ora sono infestati da demoni. Ciò che sembrava un ritorno è in realtà un
epilogo.
La struttura funziona perché è metanarrativa – facendoti sentire il rimpianto
del tempo buttato. Hai perso settimane cavalcando Chocoboco mentre il mondo
andava in rovina e ora ti si presenta il conto.E soprattutto rafforza il finale:
lo avverti, tutto è già successo, non resta che accompagnare la storia alla sua
ultima esalazione. Qui il respiro è millimetrico. L’ultima notte accampati
insieme. L’ultimo falò. Un momento in cui puoi parlare con Gladio, Ignis e
Prompto ma il messaggio è univoco: ti abbiamo portato fin qui, adesso sei
solo. E qualche ora dopo, la scelta dell’ultima fotografia prima di affrontare
Ardyn è il gesto narrativo più potente della narrazione. Una sola immagine da
portare con sé prima di morire. Nessuna spiegazione, nessuna enfasi. Soltanto
una meccanica, narrativa pura: ti costringe a ripercorrere tutta la tua
esperienza e decidere cosa rappresenta la tua vita.
Infine, sul trono, i Re del passato trafiggono Noctis e lui li invita a colpire
con maggiore forza. È la rappresentazione più brutale dell’eredità: per entrare
nella tradizione occorre lasciare che ti uccida. L’epilogo, con Noctis e
Lunafreya in uno spazio sospeso, gioca apertamente la carta del sentimentalismo.
Ma a quel punto hai addosso almeno cento ore di strada, di notti in tenda, di
silenzi in macchina. E colpisce. Forte.
FFXV fa ciò che chiediamo alla letteratura quando smette di essere un compitino.
Perché ti fa vivere la parte noiosa della vita, perché ti lega a quattro
persone, perché racconta la crescita come perdita: perderai il padre, perderai
la fidanzata, perderai la normalità e infine perderai te stesso. È un ibrido
instabile: road trip americano, purezza da anime, mitologia pseudo-cristiana,
estetica occidentale filtrata dallo sguardo giapponese. Non sempre coerente.
Emotivamente devastante.
Perché quando tutto finisce si pensa solo a una cosa. Molto semplice, molto
vera.
Vorresti ancora una giornata in macchina insieme a loro.
Il punto è imbarazzante nella sua semplicità: in un videogioco come Final
Fantasy XV puoi restarci dentro per più di cento ore senza annoiarti. Nessun
riempitivo, nessuna cortesia: strada, ritorni, scontri e routine che si
accumulano e producono senso. Questo mondo non ha fretta di lasciarti andare,
non ti accompagna educatamente verso l’uscita, non ti tratta come un consumatore
da rispettare. Anzi, devi restare.
La narrativa italiana contemporanea risulta sempre più spesso costruita come
opuscoletto a servizio del lettore: libri che chiudi nel tempo di fare Fano
Torrette-Forlimpopoli con il regionale. Scendi dal treno con addosso la
sensazione di aver letto qualcosa di scritto bene senza che nulla ti sia rimasto
addosso. I protagonisti si chiamano tutti Giampirla, fingono di soffrire e gli
riesce nel modo giusto: riconoscibile, contenuto, presentabile. La fruizione è
misurata, innocua, a prova di barbagianni. È una narrativa che raramente
richiede tempo, dedizione o rischio. Ti accompagna all’uscita, con un Grazie per
avere viaggiato con noi su questo treno e nessuna pretesa di essere
ricordata. Quando esci da mondi vasti come quello di FFXV e apri un romanzo
italiano contemporaneo la sproporzione è umiliante.
C’è poi una ragione materiale, che di solito si finge non esista: un autore
italiano pubblicato da una grande casa editrice riceve, nella maggior parte dei
casi, un anticipo fra i 1.500 e i 3.000 euro. Stipendio simbolico per un lavoro
che dovrebbe richiedere mesi, se non anni, di concentrazione totale. Per dare un
ordine di grandezza: un animatore junior in uno studio giapponese o americano
guadagna la stessa cifra in un paio di settimane.
Lo scrittore, invece, dovrebbe costruire un universo, inventare una voce,
reggere una struttura, lavorare sulla lingua, sul ritmo, sull’architettura
narrativa: scrivere diventa inevitabilmente un’attività da ritagli, notti
rubate, fine settimana deserti. È un miracolo che qualcuno ci riesca. Ed è in
questo vuoto che prosperano le operette a servizio del lettore. Fino a pochi
anni fa relegate agli Autogrill, oggi catene fondanti di molte collane di
narrativa: traumi minimi, famiglie raccontate sottovoce, autofiction così
controllate da perdere ogni ragion d’essere. Una letteratura fatta di banalità
che registra il vissuto senza filtrarlo, come se raccontare fosse diventato un
atto di buona educazione – qua e là camuffato da titoli sciocchi come La vita
sessuale di Guglielmo Sputacchiera. Narrativa che ha smesso di costruire mondi
per accontentarsi di descrivere stanze.
A questo punto la questione smette di essere teorica e diventa personale,
materiale, misurabile. Io vivo di scrittura. Vengo pagato – e pure bene – per
creare strategie SEO e scrivere articoli su pomodori, lucidalabbra, insetticidi,
piastrelle, vacanze a Riccione. Qualsiasi cosa le persone cerchino su Google.
Lavori apparentemente insignificanti, privi di aura, senza alcuna ambizione
simbolica. Li scrivo con metodo e responsabilità: producono valore e risultati,
ottengo stipendi regolari. Insegno alla Scuola Holden, vengo contattato dalle
agenzie di comunicazione, nel 2025 ho formato più di duecento persone su come si
scrive davvero oggi: come si struttura un testo, come si governa l’attenzione,
come si produce senso in un algoritmo che non regala nulla. Scrivo, tutti i
giorni. Solo che lo faccio dove ha ancora senso farlo.
L’alternativa sarebbe investire una manciata di mesi in un romanzo italiano
contemporaneo: sottopagato, destinato a una circolazione gentile quanto breve.
Un libro che deve stare sotto una certa soglia di rischio, che non può essere
troppo lungo, troppo strano, troppo ambizioso. Un libro che nasce già pensando a
dove verrà presentato, premiato, difeso. Un oggetto di consumo da chiudere in
poche ore e non pretende nulla.
Scrivere narrativa oggi è un gesto di adattamento: si scrive per stare dentro un
perimetro, mai per infrangerlo. Si limano le asperità, si riduce il mondo, si
abbassa il volume dell’immaginazione. Il risultato sono romanzi corretti, molto
spesso ben scritti, a volte sinceri, necessari a un’editoria fondata
sull’inflazione. Opere che descrivono stanze perché non hanno i mezzi per
costruire mondi. E allora la scelta diventa brutale e limpida. Da una parte
posso passare cento ore dentro Final Fantasy XV, attraversando un luogo che non
ha fretta di lasciarmi andare, che richiede tempo, attenzione, labirinti che mi
fanno perdere, tornare indietro, cercare il punto di noleggio dei Chocoboco,
sbagliare. Un’opera che non mi tratta come un consumatore da compiacere, ma come
qualcuno che deve trovare da sé la via.
Dall’altra posso leggere – o scrivere – un romanzo pensato per non disturbare,
non eccedere, non pretendere troppo: un prodotto che finisce in fretta, si
commenta educatamente su Instagram e viene sostituito dalla successiva notifica
di Tik Tok.
Tra le due cose, oggi, non c’è davvero gara.
Quando un videogioco da 18,99 euro riesce a offrire più tempo, spazio, memoria e
più perdita d’orientamento di gran parte della narrativa contemporanea, il
problema non è il medium. È l’ecosistema che ha disintegrato l’ambizione. È un
sistema editoriale che paga poco, isola gli autori, premia chi è moderato e
scambia la rinuncia per profondità. Scrivere oggi, in Italia, non è difficile
perché mancano le storie. È difficile perché manca la possibilità di prenderle
sul serio.
E finché sarà così, finché la letteratura continuerà a ridursi a oggetto di
consumo tranquillo, finché verrà chiesto agli autori di essere visionari senza
fornire loro spazio, tempo e denaro il lettore continuerà a cercare altrove – in
un gioco, in una serie, in un mondo digitale – quella sensazione di vastità che
i libri hanno smesso di promettere.
Quando rinunci ai mondi non perdi solo lettori. Perdi ambizione. Tempo. Senso.
Nicolò Locatelli
*In copertina e nel testo: immagini tratte da Final Fantasy XV
L'articolo Ai romanzi italiani preferisco Final Fantasy XV. Sulla narrativa che
ha smesso di costruire mondi proviene da Pangea.
Una parte cospicua del ‘Meridiano’ dedicato a Octavio Paz (Poesie e prose
scelte, Mondadori, 2025) è riservato alle sue traduzioni, o meglio, “Versioni e
divertimenti”. In effetti, si tratta di traduzioni di traduzioni, dalla lirica
indiana antica, da quella cinese e giapponese. In sostanza, Octavio Paz operava
confrontando diverse versioni: in particolare, quelle di Daniel H. H. Ingalls
per la letteratura sanscrita; quelle di Kenneth Rexroth e di Vincent McHugh per
la poesia cinese e giapponese. A volte, si faceva aiutare da studiosi, come il
diplomatico e ispanista Eikichi Hayashiya, cittadino di Tokyo. Non è secondario
ricordare che Octavio Paz – insieme a Vargas Llosa il più importante
intellettuale latinoamericano del secolo scorso, per portata letteraria e
saggistica – è stato ambasciatore del Messico in India e in Giappone: ha
lavorato, con impenitente pazienza, per una ‘unione’ tra Oriente e Occidente.
Sia come sia, gli haiku non sono mai stati così belli – mai così haiku – come
nello spagnolo di Paz; questo è Kobayashi Issa:
> “Guardo nei tuoi occhi,
> libellula,
> monti lontani”
(Miro en tus ojos,
caballito del diablo,
montes lejanos)
Che strano: ci è voluto un poeta messicano vissuto nel XX secolo per farci
apprezzare un poeta giapponese nato nel 1763.
Poeta alieno ai toni canonici della poesia latinoamericana, Octavio Paz aveva
bisogno di rapacità, ritualità, lirica all’arma bianca: toni che ha trovato
nella letteratura estremorientale. Fin da subito, il poeta avverte che “le mie
traduzioni sono traduzioni di traduzioni e non hanno valore filologico”, eppure,
in modo singolare, riescono efficaci, ci investono di nuova autenticità.
*
Il tema è totale, investe l’idea stessa del tradurre. Cathay è il precedente
illustre di Paz, specie di Sion del traduttore-inventore. In quel libro, edito
nel 1915 a Londra, da Elkin Mathews, Ezra Pound costruisce, con pochi cocci,
un’idea occidentale della Cina ancestrale. Pound unì filologia e paradosso:
maneggiò gli studi dell’orientalista Ernest Fenollosa – ne aveva conosciuto la
moglie, da poco vedova, Sidney McCall, ruvida, americana, scrittrice – per poi
fare, magnificamente, da sé. Alcuni versi – “Viaggio faticoso, si ruppero le
ruote,/ Strade come budella di pecora”; roads twisted like sheep’s guts – sono
eminentemente poundiani, reflusso dell’Imagismo. Cathay, in fondo, è il grande
disegno preparatorio dei Cantos, il luogo in cui la fascinazione confuciana di
Pound s’impenna, il libro – divinatorio, divino – in cui Ovidio dialoga con il
Signore di Shang, in cui Ulisse pare consultare l’I-Ching.
Qualche decennio dopo, nel 1938, pubblicando Hölderlin’s Madness (per Dent,
Londra; in Italia: Aragno, 2023), il ventiduenne David Gascoyne, traboccante di
transfert, perfeziona l’idea della traduzione come reinvenzione totale, genio
del tradotto combinato a quello del traduttore. In una nota, il poeta denuncia
il diabolico patto: “Le poesie che seguono non sono la traduzione di poesie
scelte di Hölderlin, ma un libero adattamento, introdotto e collegato da poesie
interamente originali. L’insieme costituisce quello che forse potremmo
considerare una persona”. Traduzione come animismo: tradotto e traduttore
diventano un’unica cosa, una individualità.
Naturalmente – meglio: per effetto di ferina naturalezza – le traduzioni di
Gascoyne – che aveva come riferimento la traduzione dei Poèmes de la Folie de
Hölderlin ad opera di un altro poeta, Pierre-Jean Jouve – sono mirabili.
In tutti i casi – Pound, Paz, Gascoyne – la traduzione-reinvenzione è funzionale
alla singolare ricerca lirica dei poeti. Insomma: tradurre è andare con le
lanterne, evocare gli spettri; eventualmente, fronteggiare l’urlo e dare marea
all’incendio.
*
Ad esempio: non è vero che i poeti siano i traduttori più bravi. I poeti,
semplicemente, traducono per sopravvivere. Le – pur belle – traduzioni di
Rebora, Sbarbaro, Caproni o Sereni non aggiungono nulla al tema né alla loro
opera; le – pur brutte – traduzioni di Montale ci insegnano qualcosa sul
‘metodo’ lirico del poeta, sulle sue letture. Anche Ungaretti ha tradotto tanto,
spesso con brio: è significativo il suo legame con William Blake (“Lavoro alle
traduzioni di Blake da più di sette lustri. È un poeta difficile. Sempre, anche
quando è semplice come l’acqua. Ma c’è poeta, o un qualsiasi uomo che parli, che
sia nel suo dire interamente decifrabile?”). A conti fatti, il discorso non
cambia.
*
A volte, a contrario, accade che un non poeta riesca a conferire poesia a un
testo tradotto, illuminandolo come mai prima. Nel caso dei ‘classici’, è il
classico esempio di Ezio Savino. Grecista, latinista, scrittore, Savino ha
tradotto Sofocle e Eschilo con primigenia ferocia, una nitidezza rituale che fa
impallidire i classicisti: forse è per questo che lo si guarda come una bestia
rara. Savino è il Chirone dei traduttori.
Allo stesso modo, Angelo Maria Ripellino – slavista per mestiere, poeta per
estro – ha tradotto i poeti russi come nessuno. In particolare, legò con Boris
Pasternak; a proposito, Cesare G. De Michelis scrisse che “l’opera traduttoria
di Ripellino su Pasternak ha acquistato i caratteri non solo dell’autorevolezza
ma anche della definitività”. Il saggio di De Michelis – nell’edizione
einaudiana delle Poesie di Pasternak del 1992 – s’intitola, non per caso, Il
“Pasternak” di Ripellino, come se si trattasse di un’appropriazione più che di
una traduzione. A volte questo appropriarsi accade dopo lungo assedio e strenua
lotta, a volte per coincidenza d’affetto: il corpo lirico del tradotto è
coniugale a quello del traduttore.
Secondo alcuni, le traduzioni di Tommaso Landolfi sono belle perché
‘landolfeggiano’ – del tradotto, poco c’importa. Non è inesatto considerare le
versioni di Hölderlin di Mandruzzato – stampa Adelphi – più belle, al tatto e al
palato, di quelle, più esatte, di Luigi Reitani (stampa Mondadori).
*
In un libro di vertiginosa potenza, L’arco e la lira, Octavio Paz scrive, tra
l’altro, che:
> “…l’opera poetica è in lotta con se stessa. Per questo è viva. E da questa
> continua contesa… ha origine anche ciò che si è chiamato la pericolosità della
> poesia. Il poeta è un essere a parte, un eterodosso per fatalità congenita:
> dice sempre un’altra cosa, anche quando dice le stesse cose del resto degli
> uomini della sua comunità. La diffidenza degli Stati e delle Chiese nei
> confronti della poesia non nasce solo dal naturale imperialismo di questi due
> poteri: l’indole stessa del dire poetico provoca il sospetto. Non è tanto ciò
> che dice il poeta, ma ciò che è implicito nel suo dire, il suo dualismo ultimo
> e irriducibile, ciò che conferisce alle sue parole un sapore di liberazione…
> La parola poetica non è mai completamente di questo mondo: ci trasporta sempre
> oltre, in altre terre, ad altri cieli, ad altre verità. La poesia sembra
> sfuggire alle leggi di gravità della storia, perché la sua parola non è mai
> completamente storica”.
È proprio in questa alterità che funziona la traduzione del poeta; quando,
tramite tradimento, scaturisce una verità nuova. La necessità di un testo di
essere tradotto è in questo sconfinamento del senso, non in altro. La verità
opera nel frainteso.
In un saggio in cui sonda il “parlare in lingue”, Lettura e contemplazione –
accolto anche questo nel ‘Meridiano’ – Octavio Paz ricorda una leggenda
tibetana. Un giorno, siamo nel XVIII secolo, il Dalai Lama vide dalla finestra
del palazzo del Potala la dea Tara che danzava. La dea veniva evocata da “un
povero vecchio”, che girava intorno alle mura del palazzo “recitando le sue
preghiere”. Quel recitare, incita la dea a svelarsi. Il vecchio sussurrava le
preghiere di un antico testo in sanscrito: i teologi inviati dal Dalai Lama
intercettarono difetti nella traduzione del testo. Dissero al vecchio di
emendare il dire, di pronunciare correttamente, secondo giustizia filologica,
quella preghiera – “da quel giorno Tara non apparve più”. È in ciò che non
consuona secondo legge umana, in ciò che sfugge alle filologiche spire,
l’ispirazione, il vero.
Forse è per questo che gli scrittori, messi a tradurre il testo sacro,
difficilmente riescono. Intimiditi dalla nuda gloria della Bibbia – un testo che
desertifica il lavorio intellettuale, un testo-dolmen che annienta il
verseggiatore Versailles – tentano di mettere del loro, di ormeggiare lì la
propria lingua. Così, uno scrittore altrimenti geniale come Massimo Bontempelli
s’impantana in versioni bibliche claudicanti, con linguaggio irto di aculei
retorici. Così, ad esempio, alcune lasse dal capitolo XX dell’Apocalisse,
paragonate alla versione di un poeta, Giancarlo Pontiggia, recentemente edita da
De Piante. “E sopra lui chiuse e sigillò perché non traviasse più i popoli”
(Bontempelli) vs. “e vi pose un sigillo sopra, e un ordine:/ Non sedurre più le
genti” (Pontiggia); “E vidi i troni, e su questi si assisero, e fu commesso loro
di giudicare” vs. “E vidi troni,/ e vi si sedettero sopra,/ e fu dato loro di
giudicare”; “E se taluno non si trovò scritto nel libro della vita, fu gettato
nel lago di fuoco” vs. “E chi non fu scritto nel rotolo della vita/ fu gettato
nello stagno del fuoco”.
È vero: Guido Ceronetti ha ‘liberato’ la lettura della Bibbia dalle ganasce
sacerdotali; per certi versi ha dissigillato il Testo. Alcune traduzioni
bibliche – preferisco Giobbe, Cantico dei Cantici, Isaia – sono il vero
capolavoro di Ceronetti: eppure – forse per colpa dell’onnivora ‘mobilità’ del
testo biblico, un testo cannibale – ho il sospetto che il tempo le invecchi
irrimediabilmente. La Traduzione della prima lettera ai Corinti di Giovanni
Testori, invece – pubblicata nel 1991 da Longanesi – convince ancora, è ancora
giovane. Merito dell’audacia – Testori svolge la prosa di San Paolo in poesia;
poesia che rimanda, per chi ha orecchio, a Nel tuo sangue e a Ossa mea – e,
anche qui, della violenza da rabbiosa belva con cui quel testo agisce – ha agito
– nella ricerca letteraria del traduttore. A proposito, Carlo Bo scrisse che
Testori “cerca di farsi traduttore di Paolo con Paolo, di parlare con Paolo”. A
volte: traduzione-duello; a volte: traduzione-confessione. Testori disse di “un
terribile impegno preso con lui”, con Paolo.
> “Volevo portarlo all’interno del processo di verbalizzazione della nostra
> poesia; volevo gettarlo come un ingombrante monumento dentro nostra
> letteratura. Anche di forza; anche peccando di violenza”.
Traduzione come terribile impegno – cosa, scrive Testori, che “rasenta il
ridicolo”. Tra il terrore e il ridicolo. Spogliarsi per essere falciati da
linguaggio altro – perciò: mio. Esempio dal primo capitolo; così eclatante da
impedire didascalia:
> “Paolo,
> io,
> da Cristo vocato
> – volontà Dio –
> con Sostene,
> ai fratelli della corinzia Chiesa,
> ai creati da Lui,
> luogo in ogni chiamati,
> grazia invoco,
> pace.
> Per donazione del Padre
> e del Figlio ricchezza
> in parole,
> in fede-scienza,
> dato vi fu
> del Mistero coscienza
> e d’ostenderlo imperio
> ad altrui conoscenza.
> Così
> in voi e in noi
> di Cristo il Verbo,
> niente cedendo,
> in crimine alcuno cadendo,
> l’ultima rivelazione sua attendendo,
> testimonianza riceve
> e dà”.
Essere Paolo più di Paolo – tradurre: entrare nella pelle del tradotto,
rivelarlo a lui stesso, con lavorio d’amore e di lama.
*
Questa dinamica del tradurre per tradimento ha, in Italia, due fuochi. Il primo
è Salvatore Quasimodo. La sua versione dei Lirici greci (Edizioni di Corrente,
1940, poi Mondadori, 1944) è stata tanto rivoluzionaria da costituire una novità
nella poesia in italiano. Il poeta ritorce la filologia contro i filologi, con
parole dirompenti: “Quella terminologia classicheggiante (per intenderci: opimo,
pampineo, rigoglio, fulgido, florido, ecc.) che pretese di costituirsi a
linguaggio aromatico, adatto soprattutto alle traduzioni dei testi greci e
latini, se ancora perdura in una zona storicamente evasiva della cultura
nazionale, è morta nello spirito delle generazioni nuove”. E poi:
> “Il valido apporto della filologia decade sempre oltre i limiti d’una
> interpretazione del testo esaminato e ricostruito. L’indicazione dello
> studioso non può esaurire la ‘densità poetica’ del testo; ma prepara alla
> scelta di quella parola o costrutto che rientri nella situazione di canto del
> poeta che si traduce”.
Gli esiti, insuperati per nitore, sono noti; solito esempio:
> “Tramontata è la luna
> e le Pleiadi a mezzo della notte;
> anche giovinezza già dilegua
> e ora nel mio letto resto sola”.
Dal lato opposto, Pier Paolo Pasolini che traduce L’Orestiade di Eschilo per
Vittorio Gassman, nel 1960. Il poeta, per voluttà e voracità – tutto il suo dire
è affanno di fame, è famelico: “non mi è restato che seguire il mio profondo,
avido, vorace istinto”; “mi sono gettato sul testo, a divorarlo come una belva”;
“con la brutalità dell’istinto” –, ignora il testo greco: maneggia le versioni
francese (di Paul Mazon, 1949), inglese (edita a Cambridge nel 1938) e quella
italiana di Mario Untersteiner (del 1947), innervandole nel suo “italiano:
quello delle Ceneri di Gramsci (con qualche punta espressiva sopravvissuta
da L’usignolo della chiesa cattolica)”. Nota di brigantaggio: “Peggio di così
non potevo comportarmi”. L’ideologia pasoliniana agisce ovunque: “La tendenza
linguistica generale è stata a modificare continuamente i toni sublimi in toni
civili… Da ciò un avvicinamento alla prosa, all’allocuzione bassa, ragionante”.
In sostanza, all’Eschilo edotto nei misteri di Eleusi si predilige il militare e
il cittadino, alla sostanza religiosa quella politica, al tempio l’agorà.
È un Eschilo tutt’altro, venuto da altrove, quello di Pasolini, dove anche
Cassandra non parla cinta da estasi e isteria: si rivolge con parole misurate a
“Dio” – pare un’Antigone:
> “Oh Dio! Tu parli, e compi la nostra rovina.
> No, non si può lottare con te, Maledizione
> divina di questa casa! Tu vedi tutto.
> Ciò che io credevo al sicuro e lontano,
> tu lo colpisci, con la tua arma che non perdona”.
D’altronde, il coro non impenna lemmi ambigui, vestali, ma versi da moralista
settecentesco:
> “Il male chiama altro male:
> non si può giudicare: chi
> vuol prendere è preso,
> chi ha ucciso è ucciso: nel trono
> di Dio sta scritto: Chi ha peccato paga”.
Forse nella traduzione di traduzione – questo sussurro di sussurri, questo
colibrì che si fa aquila – emerge una verità più limpida di quella che si scorge
nella pura traduzione. È come se in questo passaggio di consegne, di torce in
stormi, si giunga a qualcosa di più sottile: il terzo mette a tacere la lite tra
i due.
*
Tradurre, quando non è un gesto ‘professionale’ ma ‘esistenziale’ – i cui esiti
investono l’esistenza del traduttore, per cui quella traduzione è un hic et
nunc, un primo-e-ultimo, un ora-e-mai-più – è un sacrificio. Qualcosa, perché
accada qualcos’altro, deve morire. Ciò che non vediamo del testo tradotto è
l’altare, lo scannatoio, la bestia che sanguina. A volte, il corpo sacrificale è
quello dell’autore tradotto – a volte quello del traduttore. Soltanto di rado
sono entrambi a officiare il sacro rito del tradurre – sacralità che accade per
dissacrazione, per dissoluzione dei vincoli di fede.
La gratitudine segue l’atto di razzia, la grazia accade dopo la barbarie.
Secondo San Paolo, la traduzione – “interpretazione delle lingue”, hermeneia
glosson; secondo Testori: “d’ogni lingua interpretazione” – è un carisma: in sé
ha dunque tutti gli scorticanti drammi del dono. La traduzione è un dono
pentecostale, ha a che fare con l’escatologia, con la conoscenza delle cose
ultime – lingua morta che risorge: già, ma quanto sarà serbato del
corpo originale? Poco importa: la nostra tradizione non riguarda lingua sacra –
ebraico, arabo – ma linguaggio che ha i blasoni della blasfemia e della
latitanza – il greco dei Vangeli non è lingua che parlava Gesù il Nazareno –
lingua da espulsi, da senza patria, da paria. Non più questione di ‘rispettare
lo spirito’ di un testo ma di essere ispirati.
Così la traduzione prende efficacia, diventa belva, preme e opera. Divora.
*In copertina: “Tavola Doria” frammento ricalcato dalla “Battaglia di Anghiari”,
Leonardo da Vinci
L'articolo “Peccando di violenza”. Della traduzione come tradimento proviene da
Pangea.
Per quanto mi riguarda questo è l’ultimo capitolo della triade divinatoria de
“La Vita Agrissima”, cioè un attraversamento ironico, un po’ crudele e un po’
veritiero sui comportamenti degli scrittori. E – si badi bene – di tutte le
tipologie di scrittori: scriventi, poeti, poetastri, critici, narratori,
cantastorie, ecc. Insomma, tutti coloro che tentano di salire sulla barca che
affonda dell’editoria tradizionale, dove ormai non più soltanto le persone
serie, ma anche “i nani e le ballerine” degli anni Ottanta spadroneggiano di qua
e di là dalla scrivania.
Questo ultimo round riguarda un aspetto importante nella vita bibliografica di
ogni autore: come si creano le reputazioni letterarie? Si creano nei fasti del
palcoscenico, o nelle ombre del retropalco? Siamo in un momento storico in cui
gli attori letterari si mescolano più che in anni passati, trattenendo in loro
più mestieri e ruoli, soprattutto i critici fanno gli scrittori, gli accademici
fanno i poeti, i giornalisti fanno i narratori, i magistrati fanno i giallisti e
gli acrobati insegnano nelle scuole di scrittura creativa. Siamo tutti noi,
sconsiderati esercitatori di ego, che viviamo una vita agrissima a resistere in
un mondo sempre più a caccia di una specie in via di estinzione: la lettrice e
il lettore.
Ma torniamo alla domanda sulla reputazione di questa terza puntata de “La Vita
Agrissima”. La reputazione è un valore positivo che parla di qualcuno per come
gli altri lo vedono, quindi un vero e proprio giudizio esterno che può
determinare in positivo una carriera e custodirla post mortem. E anche nella
storia di un autore vale forse un buon inizio, come a scuola, per cui la
reputazione procederà secondo il primo giudizio rilevato. Ma non è sempre così.
E comunque: come si creano le reputazioni letterarie?
Ecco un elenco di modalità, divise per cinque tipologie.
La prima sono i modi canonici. Intendo, per esempio, il potere – non proprio il
potere politico o economico, ma piuttosto il potere relazionale, la capacità di
porsi favorevolmente di fronte agli altri. In questo caso è sempre utile una
presentazione autorevole di qualcuno che conta qualcosa, o ne ha l’aria. Oppure
i soldi possono aiutare nel breve periodo a una degna pubblicità, che però ha le
gambe corte. Su questa falsa riga si può citare pure il sesso, come veicolo
attrattivo di attenzione e considerazione. Infine l’esercizio della pietà:
saperla usare in maniera efficace ponendosi in una condizione di minorità può
suscitare forti emozioni nell’interlocutore o nei giovani critici che si
addentrano nella selva oscura letteraria e hanno il futuro a disposizione per
tenere un autore a galla, oppure ignorarlo.
La seconda sono i modi impersonali. Vale a dire il caso: una serie di situazioni
fortunate inanellate dietro una serie di presentazioni eccellenti. Oppure
il caos, come quando uno accompagna l’amico a presentare un romanzo a un editore
e l’editore sceglie l’accompagnatore… Un altro elemento è la fortuna che, come
da tradizione, è cieca.
La terza tipologia sono i modi fantasiosi. Cioè il vero talento, oppure
l’inganno, o l’uso di un nome falso che richiama qualcosa di grande. L’inganno è
quello che mi affascina più di altri, perché richiede astuzia e mente criminale
in chi lo esercita. È l’unico tipo per cui porto un esempio: Max Aub quando
inventò la biografia di un pittore che non era mai esistito e la critica d’arte
cadde nell’inganno, fino a pretendere una mostra dei suoi quadri che Max Aub
organizzò: al vernissage dichiarò la falsità dei suoi propositi. Il nome falso è
interessante: con uno pseudonimo si può ovviare a pregiudizi incancreniti sul
proprio nome – serve sangue freddo, alla Mr. Ripley. Il talento sta nei modi
fantasiosi perché è una condizione cui credo poco, o almeno la metto in
posizione condizionata dalla fortuna e dall’impegno, e ritengo possa essere
anche la maniera del soggetto di presentarsi. Il talento esiste, ma non è
direttamente proporzionale alla reputazione. Si può avere un gran talento
sprecato.
La quarta tipologia sono i modi borghesi. Per esempio la costruzione del merito,
la parrocchia e la bandina. La costruzione del merito pare quasi una reputazione
composta con pedissequa costanza ingegneristica, attenti a nominare sempre le
persone giuste, ringraziare a dovere chi si deve, ossequiare grandemente e
financo idolatrare chi bisogna, insomma darsi da fare per darsi un’aria di
merito. La parrocchia e la bandina potrebbero stare insieme. Tuttavia
la parrocchia nasce su un precetto morale, o su un manifesto ideologico: si fa
parte della solita parrocchia se costruiamo un cerchio tribale dentro cui gli
adepti sono famiglia e gli esterni rimangono inconsapevoli e incolti, gentaglia
che non può capire la profondità dei militanti. La parrocchia aiuta a mantenere
una degna reputazione anche una volta scomparsi, perché ci sarà sempre un
discepolo disposto a tramandare la carriera di chi lo ha preceduto nel posto
dove nessuno vorrebbe mai andare. La bandina invece, potrebbe essere un’alleanza
momentanea per un fine temporaneo, che serve comunque a far crescere la
reputazione dei soci della bandina, ma non ha vincoli morali, piuttosto è
contraddistinta da un mero utilitarismo.
Infine ci sono i modi strani. Insomma, un po’ il My Way sinatriano, cioè
faccio a modo mio. E di modi “a modo mio” se ne possono trovare moltissimi, per
questo sono difficilmente catalogabili, e al momento mi sfuggono…
Alessandro Agostinelli
*In copertina: una litografia di Roland Topor del 1968
L'articolo La vita agrissima 3. Inganno, soldi, caos. Ovvero: sui metodi per
costruirsi una reputazione letteraria proviene da Pangea.
Qualche tempo fa, nell’ormai leggendaria Libreria Scaldasole di Milano, ho
comprato L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo. Pubblicata da Aldo
Martello nel 1963 è un repertorio impressionante: quasi mille e quattrocento
pagine per 152 poeti antologizzati; il più giovane è Roberto Sanesi, nato nel
1930. L’idea critica che la galvanizza è enciclopedica: s’intendono radunare i
massimi poeti del secolo, al di là delle “scuole” e delle “etichette”
(crepuscolari e decadenti, futuristi e neorelisti, sperimentalisti ed
ermetici).
Il progetto – un ‘mostruoso’ gesto di devozione – parte da Carducci, ritenuto
“il primo iniziatore della poesia che verrà dopo”. Così, bene incapsulati in
efficaci cammei biografici, ci sono già tutti i poeti che ci attendiamo, pur in
bocciolo: Mario Luzi e Andrea Zanzotto, Pier Paolo Pasolini (“è poeta autentico
laddove l’elemento ideologico-storico è dominato, e liberato da una concreta,
corposa visione lirica”) e Giorgio Caproni, Vittorio Sereni (su cui si
scommette, scrivendo che reca “accenti capaci di significare una nuova realtà
della poesia italiana, dopo la stagione di Montale”) e Attilio Bertolucci. Per
elogiare Margherita Guidacci si usano planimetrie critiche che oggi faticheremmo
ad accettare (quando si dice di “Una poesia che ha un’apertura morale, una
chiarezza intima, una presa umana da non confondersi con altre poesie di donne,
bruciate dall’effimero. E magari da una femminile vanità”: attributi
– effimero, vanità – rintracciabili, invero, in molta poesia ‘maschile’); le
donne hanno una qualche concreta rappresentanza: non ricordavo Biagia Marniti,
poetessa apprezzata da Ungaretti (“Vi invidio farfalle/ in danze acrobate e
festose/ sulle siepi, su sassi in bilico/ presso margherite gialle/ e camomille
in fiore”); ci sono, naturalmente, Sibilla Aleramo (detta “di natura
indipendente”…) e Vittoria Aganoor Pompilj, Luisa Giaconi e Ada Negri; c’è la
“isolatissima” poesia di Maria Barbara Tosatti (“ben poco pubblicò durante la
sua vita, nonostante gl’incitamenti di molti amici”), manca, tra le altre,
quella di Amalia Guglielminetti.
L’antologia non sposta l’asse delle nostre certezze: Giovanni Pascoli è il vero
poeta-titano del Novecento; Gabriele D’Annunzio l’euforico pioniere del
linguaggio, l’autentico Apollo. Tra le moltissime poesie del ‘Vate’
preferisco Il cervo, con quell’attacco all’assalto:
> Non odi cupi bràmiti interrotti
> di là del Serchio? Il cervo d’unghia nera
> si sépara dal branco delle femmine
> e si rinselva. Dormirà fra breve
> nel letto verde, entro la macchia folta,
> soffiando dalle crespe froge il fiato
> violento che di mentastro odora.
Dietro ai due seguono, con diversa foga, gli altri – Giuseppe Ungaretti e
Eugenio Montale su tutti.
Mi sorprende la presenza di Lorenzo Calogero: segno che se ne parlava molto,
all’epoca, prima di perderlo tra le brume dell’inedia e dell’invidia – era morto
due anni prima della pubblicazione dell’antologia; nel 1962, per Lerici,
Giuseppe Tedeschi aveva curato il primo volume delle Opere poetiche. Si dice di
un’“esistenza assai disgraziata, tra ossessioni e tentativi di suicidio”, di un
“temperamento ondeggiante e scontroso” e di “una sua confusa e allucinata
poetica”. Non sono ancora buoni i tempi per comprendere appieno l’eccentricità
di Calogero – esistenziale, dunque lirica –, l’assoluto eroe di un canone
‘avverso’ della poesia italiana. Comunque, Calogero c’è.
C’è anche Bartolo Cattafi, assai dimenticato in repertori antologici analoghi;
memorabile l’agiografica biografia che lo centra (e che c’entra, forse, con la
concretezza dell’amicizia):
> “Laureato in giurisprudenza, mai è stato in uno studio d’avvocato. Vive a
> Milano, lavorando presso un’industria; e di sera s’occupa di poesia e di
> letteratura; vivendo però nel giro di pochi amici, e non intruppandosi nelle
> varie ‘gang’ letterarie. Certo è che la poesia di Cattafi vive fuori da ogni
> schema; ed è la sua fortuna”.
Di Dino Campana – molto ben antologizzato – non si comprende la dionisiaca
centralità nel nostro canone (proprio per la sua sfasatura, per il suo sbandare
da belva del linguaggio): sarebbe troppo; resta il poeta stretto “tra tradizione
e rivoluzione”. È chiaro, invece – oggi lo è meno – il ruolo ‘profetico’ e
miliare – “per il suo tono di mistica solitudine” – di Clemente Rebora.
L’assenza di Giovanni Boine è per me un mistero: preso, forse, per prosatore, il
suo artigianato lirico, all’arma bianca, è ancora per lo più incompreso.
In un’antologia che ha nella quantità il proprio genio, il gioco è quello di
scovare i dimenticati, che testimoniano, in fondo, i molti sentieri interrotti
della nostra poesia. Tra i tanti, ricordo Guglielmo Petroni – farà fortuna come
romanziere, vincendo uno Strega nel ’74 con La morte del fiume, superando
Achille Campanile che si presentava con una raccolta di racconti dal titolo
folgorante, Gli asparagi e l’immortalità dell’anima. Non mi dispiace la
sua Autobiografia in pezzi:
I
Ho il fiuto del cane randagio,
ho il volto deserto,
ho il disagio di essere nato,
di rimanere impalato
dinnanzi a questa antica
necessità di amore, di pietà.
Ma un lutto non è necessario;
la vita stessa è l’ossario
di tutte le illusioni.
II
………………………………..
………………………………..
Placida sera senza riposo
tra poco sarà notte:
c’è tanta luce che se ne va.
Sono ricco di sangue,
carico di umano tempo:
parola mia stasera
agirò senza pietà.
È vero: tanti dimenticati è giusto dimenticarli; fatto salvo un misericordioso
lavoro da filologi, le poesie di Adriano Grande e di Carlo Saggio, di Vincenzo
Guarnaccia e di Renzo Laurano, di Enrico Somarè e di Mario Venditti e di Lino
Curci (almeno, quelle antologizzate) sono insalvabili se non come ‘specchio dei
tempi’. Alle poesie di Alberto Mondadori – figlio di Arnoldo, creò la casa
editrice il Saggiatore – vanno preferite quelle di Umberto Bellintani, di cui si
accoglie un inedito, Usignoli:
“Erano tanti usignoli le stelle della notte:
tutto pieno il firmamento e gorgheggiavano.
E allora sentivo che non potevo più dormire,
e non potevo più restare ad ascoltare
tant’era pieno il firmamento d’usignoli.
Udirlo a lungo un dolce canto non si può
allor che tutto ci contiene l’universo
senza pericolo di cadere a un tratto folli.
Per ciò, mio spirito, tappati le orecchie, cerca di non udire,
se ancora il cielo è tutto pieno d’usignoli.
Per ciò, mio spirito, ribendati gli occhi,
se ancora innumeri gorgheggiano lassù
nel firmamento i vivi stormi delle stelle”.
Non mi sarebbe spiaciuto conoscere Enzo Fabiani, poeta singolare e singolarmente
dimenticato. Classe 1924, nato a Fucecchio, lavorò come giornalista nella
redazione di “Gente”; Salvatore Quasimodo lo aveva aiutato ad acclimatarsi nel
mondo milanese. È persuasiva la marcia del suo poemetto, Masaccio:
> “Il giorno dell’ira? Un fiore chiuso
> dinanzi a soli furibondi
> sarò io che mi compiango. Nessuno
> mi colpirà nella radice; questo
> infocato sangue altro sangue
> non comprende;
> non offendo il mio martirio”.
Morì nel 2013; sulla pagina milanese del “Corriere della sera” Patrizia Valduga
– la cui poesia mi dice quasi nulla – scrisse perfettamente, “muore Jannacci e i
giornali scrivono «È morto un poeta», muore Califano e i giornali scrivono «È
morto un poeta». Muore un poeta e i giornali non scrivono neanche una riga. È
proprio così: il 22 marzo è morto Enzo Fabiani, che era nato a Fucecchio nel
1924 e viveva a Milano da poco dopo la guerra. Ho aspettato, ho aspettato ma non
è comparso niente da nessuna parte. Non gli saranno intitolate né vie, né
parchi, né giardini, né aiuole, né cortili, né crocicchi…”.
Forse è giusto così, è giusto che un poeta muoia latitante a tutti, ai lati del
proprio tempo. Nessuno fa chilometri di coda per omaggiare il feretro del poeta:
tra tutti gli ‘artisti’ il poeta – l’artista quintessenziale – vive da isolato.
È questo a permettergli di essere al contempo celeste e terreno, pronto ad
ascoltare i dolori di tutti – e a precederli –, col suo corpo d’aquila, in
picchiata nel cuore del mondo. Del suo dire diceva così Fabiani: “i miei
‘spiritati’ possono sembrare arditi, ma sono mendicanti ossessionati dal
ricordo, più che dalla presenza di Dio. Di me direi piuttosto che, pur essendo
uno smarrito e infelice tra i ‘raggi di tenebra’ della vita non oso non
credere”.
Se ho comprato L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo, comunque, non
è per feticismo né per rasserenare con biada di fiori lirici il mio cuore
brutale cresciuto in cattività. Apprensione. Curiosità. Gioco della torre. Ecco.
Ho da poco curato, insieme a Milo De Angelis e a Nicola Crocetti, un’antologia
che ha altre mire: consegnare, in cinquecento pagine, un repertorio “della
poesia italiana dalle origini ai giorni nostri” (si arriva fino ai poeti nati un
secolo fa). L’idea, insomma, è quella del libro della vita – un libro-zattera,
però, un libro-canoa, non uno di quei libri che fanno sfoggio nei salotti
altoborghesi; un libro reduce dall’annuncio e dal diluvio. È un libro, cioè, che
parte dal principio di un mondo massacrato, di fondamenta sfondate, di umani
allo sbando (dunque: ebbri di nuove scoperte). Un mondo è finito, la casa
brucia: dobbiamo raccogliere le cose strettamente necessarie – per costruire,
altrove, un’altra casa. Da qui, le scelte – nottambule, quando non sonnambuliche
– e l’impeto.
Certo, alcune cose, col senno di poi, mi sorprendono. Non ho inserito David
Maria Turoldo e Fernanda Romagnoli, poeti su cui ho scritto tanto, da tanto
tempo (fin da un libro, Maledetti italiani, edito dal Saggiatore nel 2007),
perché? Al loro posto ci sono i misconosciuti Egle Marini e Gian Giacomo Menon;
e poi Scipione e Sergio Solmi e Maria Alinda Bonacci Brunamonti che ha scritto
una formidabile poesia, Stelle nere, sui “soli spenti” che si muovono “nella
invisibilità della notte infinita”; attacca così: “Non tutto è gioia nella festa
eterna/ de’ costellati campi:/ astri vi sono, alla cui fronte squallida/ manca
il diadema de’ fulminei lampi…”. Un’antologia, credo, dev’essere retta, oltre
che da un’idea critica (avventuriera, però, più che accademica), da una visione
escatologica: perché una vita si apra, qualcosa deve morire. Licenziarsi a se
stessi. Un’antologia dirada perché ha saputo chiudere. Dico dell’esercizio
antologico come una corsa, un andare da ossessi: la provvidenza è impaziente.
L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo – di fatto, il primo grande
monumento al Novecento, il secolo grave, da cui occorre sgravarsi – è curata da
Giovanni Titta Rosa e da Giuseppe Ravegnani. Quest’ultimo nacque a San
Patrignano, nei colli di Coriano, in Romagna; poco lontano da dove abito.
Traduttore – tra l’altro, di Julien Green e di André Malraux – incidentalmente
poeta – ha diretto dal 1952 al ’58 la collana de ‘Lo Specchio’ Mondadori – ha
avuto il (raro) buon gusto di non autoantologizzarsi.
L’edizione che ho acquistato – stampata nel 1972 – reca una dedica: “alla mia
cara mamma auguro di passare un felice Natale con noi”. La scrittura, in penna
blu, è elementare, ma ferma; firma una “Angelica”. Chissà chi è, ora, questa
Angelica; chissà se vive e dove e cosa sogna. Questa dedica mi pare un sigillo –
suggella il fatto che un’antologia, in sé, ha sempre qualcosa di angelico e di
natalizio. Che ogni angelo sia terribile, che ogni annuncio porti con sé il
segno della separazione e dello schianto, beh, sappiamo anche questo.
*In copertina: Giuseppe Ungaretti (1888-1970)
L'articolo “Agirò senza pietà”. Sull’arte di costruire antologie o del
contrabbando poetico proviene da Pangea.
La solerzia con cui spesso si attribuiscono alla musica virtù che naturalmente
le sono estranee, induce molte menti deboli a produrre lavori o a esprimere
giudizi di una scandalosa e sconcertante vacuità. Il brusio molesto di certe
considerazioni fatte a piena voce o il grafismo isterico di anonimi e sedicenti
teorici, sovente dimenticano l’aspetto più importante della faccenda: la musica
non ama le parole.
Dopotutto è la smania interpretativa ad alimentare la fastidiosa chiacchiera che
di volta in volta nasce intorno a un’opera d’arte o a un concerto. Senza un così
chiassoso stimolo, questa imbarazzante pratica finirebbe motu proprio. Ma per
fortuna, l’opera è chiusa, serrata su sé stessa, fortemente protetta da
un’impenetrabile solitudine.
Così, tra la musica e la parola agisce una considerevole distanza. Piedi,
miglia, incalcolabili chilometri le separano. Come per le Vite parallele di
Plutarco, è solo la circostanza artistico-letteraria a renderle affini,
null’altro le lega, niente le tiene insieme. E una solenne estraneità ne celebra
il mistero.
La musica non ama le parole se non sono canto. Non ama l’insolenza del parlato o
di qualsiasi discorso che intenda sottrarle lo scettro regale col quale essa
impone le sue diaboliche leggi. La musica tollera soltanto il verso misurato di
un refrain, la sillaba pronunciata in accordo con i suoni, il soffio sottile di
un’ugola leggera. Come un violento sbuffo di maestrale essa ci rammenta i suoi
severi comandamenti dinanzi ai quali timidamente chiniamo il capo. La parola le
si affida con lo stesso candore con cui il discepolo segue il maestro. E come
gli antichi pitagorici, spesso non fa domande.
La musica non ama le parole se non sono canto. Non ama le inutili ciance, il
chiacchiericcio, il futile trastullo salottiero. Come ogni spasimo d’amore
è flatus vocis, così l’introduzione al concerto, la didascalia o il programma di
sala non sono che ridicoli esercizi di stile, vuoti accademismi, ékphrasis.
Tuttavia qui la parola non accampa pretese, fa quello che deve e ritorna in
silenzio da dov’era venuta.
Si dice che Beethoven componesse a parole, che sul suo taccuino, anziché note,
scrivesse frasi. Così qualcuno chiedeva perplesso: «Cosa fa?», e mentre il
maestro continuava i suoi nervosi appunti, un altro rispondeva: «Compone
musica». Ma Beethoven amava un solitario grafismo. Scriveva parole di canti
immaginari o per una musica che soltanto lui ormai sentiva. I taccuini erano il
suo nervo acustico e sostituivano le sue orecchie malate. Con la scrittura
cercava di rievocare suoni che aveva perso per sempre. Adesso ascoltava soltanto
con gli occhi.
Antonio Donghi, Strumenti musicali, 1935
Dicendo che il poeta – un musico in potenza – conosce il segreto della parola e
il suo insondabile mistero, non si afferma nulla di nuovo. La rima,
l’enjambement, l’anafora, l’ossimoro assecondano lo stupore e annullano la
frustrazione che il parlato quotidianamente imprime alla voce ma, bisogna dirlo,
la poesia non è ancora musica in senso assoluto. I sussulti del tenace Rousseau
per le opere di Pergolesi sono certo legati ai melodiosi accenti della lingua
italiana, eppure qualcosa gli sfuggì. Ciò che egli non comprese mai è
che parlare è tutt’altro che scrivere, tutt’altro che cantare. Il suo agognato
ritorno alle meravigliose sonorità di una lingua primitiva si sfasciò proprio
dinanzi all’impossibilità che il segno linguistico o la parola scritta
assomigliassero, una volta per tutte, al canto. Insomma, la sua sfrenata
convinzione che il linguaggio fosse nato esclusivamente per esprimere i
sentimenti, gli fece trascurare tutto il resto. Cosicché un Da Ponte non compose
arie o cavatine semplicemente mettendo insieme endecasillabi o alessandrini. Non
intrecciò scene o sgranò versi distillando dello stupido sentimentalismo. Egli,
invece, cesellò preziosi monili che il solito Mozart mise in musica divinamente.
Ci sono ancora troppe parole sulla musica o nell’amalgama di suoni che proviene
da quest’Occidente malato e ormai alla fine. (E non si ricorra al solito
Spengler per darmi ragione ma si leggano i nostri Ceronetti o Sgalambro e poi ne
riparliamo).
Che la musica debba essere spiegata, commentata o discussa, mi annoia. Che
qualcuno debba dirmi questo o quello su un quartetto di Haydn o su una sinfonia
di Mahler m’immusonisce. È come se dinanzi a L’origine del mondo di Gustave
Courbet, dinanzi, cioè, a quella fica pelosa d’altri tempi, dovessimo dire
chissà che, invece di rimanere in silenzio o in voluttuosa contemplazione.
Non so come dire, ma il commento al Cinque maggio manzoniano o la parafrasi
de L’infinito di Leopardi si muovono ancora nel campo dell’adaequatio rei et
intellectus. Lo spiegone sul significato delle quattro celebri note all’inizio
della Quinta di Beethoven, invece, appartiene alla categoria delle cose vana et
futilia o, per così dire, a quella delle chiacchiere da bar. Fintanto che la
parola commenta sé stessa, rende un servizio all’umanità. L’esegesi di un testo
antico, il commento rabbinico alla Scrittura, la recensione di un romanzo e
finanche la postilla giornalistica a un articolo uscito qualche giorno prima
rendono il loro apostolato. Ma quando la parola prende il sopravvento e sgomita
in ambiti che non le competono o in cui è addirittura esclusa, non si può che
subirne l’irritazione.
Evaristo Baschenis, Accademia musicale, 1665 ca.
In un saggio del 1838, con una sola frase, Robert Schumann dà un’idea della
musica e dello stile di Chopin come chiunque dotato di senso della misura
dovrebbe fare in questi casi:
> «Chopin – dice costui – ormai non può più scrivere nulla, che alla settima od
> ottava battuta non debba farci esclamare: è suo!».
Anteponendo l’ammirazione agli inutili e superflui tentativi di analisi, alle
congetture fasulle o addirittura alle chiacchiere, Schumann evita di parlare
della musica di Chopin lasciando intendere che quella musica parla già da sé.
Un tempo la musica dovette sopportare l’affronto della notazione. In un attimo
il suono si trasformò in segno e, come si è detto, in un grafismo isterico.
Così, da un giorno all’altro, dall’orecchio la musica passò all’occhio. Il suo
mondo di fluttuanti vibrazioni, alieno dalla scrittura e dalla parola,
improvvisamente inciampò nella grossolana ovvietà della grafia. Una mole di
ruvida carta stampata oggi sopravanza alla delicata vita dei suoni.
Senza tener conto che ogni parola è un fenomeno extramusicale, Mauricio Kagel si
lascia andare a questa dichiarazione che mette i brividi per la sua poca
lucidità:
> «L’errore del passato fu credere che la musica non avesse, in quanto arte
> autonoma, bisogno di un commento esemplificativo, un’illusione che non
> corrispondeva ai fatti. Entrambe, sia l’arte che la musica, non possono fare a
> meno della parola per coinvolgere in un costante processo educativo quanti
> siano pronti ad accoglierle e percepirle».
>
> (Sulla consapevolezza e i compiti dell’artista, 1979)
Qui siamo nell’ambito della pedagogia o in quella che, meno sprezzante del
solito, Adorno chiamava «musica pedagogica». Si vuole che la musica diletti, che
intrattenga e, quando non lo fa o non ci riesce, quando cioè il pubblico si
annoia o, come spesso accade, “non capisce”, si ricorre alla parola «in un
costante processo educativo». Educare è compito della scuola (quando ci riesce),
delle parrocchie e, in extremis, di quelli che una volta si chiamavano Istituti
di correzione e pena. All’arte sia lasciato il piacere di stupire, di
meravigliare e infine di sabotare il mondo. Alla musica, invece, sia ridato ciò
che le spetta: l’acustica delle cattedrali e il silenzio memorabile
dell’ascolto.
È vero, si è detto che la musica non ama le parole se non sono canto. Ma del
resto, per il canto, non ci sono già gli usignoli?
Vincenzo Liguori
*In copertina: Hendrick ter Brugghen, Donna che suona il liuto, 1624 ca.
L'articolo La musica non ama le parole, non ama le inutili ciance, il
chiacchiericcio, il futile trastullo salottiero proviene da Pangea.
Ci sono millanta poeti oggi che millantano la loro poesia: troppi, per
permettersi il lusso di continuare a brucare la terra polverosa e non alzare il
capo al Sommo Poeta, pronto a falcidiarci. Dante, l’insuperabile. Chi non
accetta di scoprire la gola, chi nicchia e cerca di sgamarla, come lo studente
che fa lo struzzo e abbassa gli occhi per non essere interrogato, non è poeta e
non ama la poesia. Chi non accetta la morte non sarà mai immortale.
Che poi il giochino viene facile: Dante è laggiù in fondo, nel mito, nel
passato, in un mondo che non c’è più, pigolano i poetini. Oggi siam tanti e gli
spazi di festa son pochi, stai fresco se dobbiamo confrontarci con i classici
(ma stiamo pure all’altroieri: Montale Luzi Zanzotto Sanguineti Caproni e
compagnia briscola). E qui scatta la mannaia di ogni avanguardia,
neoavanguardia, postavanguardia, non-avanguardia-ma-ricerca et similia: fare
tabula rasa. E potrebbe persino essere la volta buona, crollati tutti i punti di
riferimento, per cui si salvi chi può. Chi attraversa la selva oscura della
contemporaneità con cognizione di causa? Accidenti, mi sono tirata la zappa sui
piedi: di poetini che danno la mano, e forse non solo quella, al loro presunto
Virgilio d’oggidì ce ne sono fin troppi. Ma mica si prestano ad attraversare
l’inferno: cercano subito l’ascensore per i piani alti, per gli open space con
vista sui laghetti artificiali. Epperò gli editori pubblicano ciò che vendono,
della poesia non si occupano davvero più, così gli specchi diventano specchietti
per allodole, giusto per ricordarci del settore, dell’angolino in basso in fondo
alle librerie, quello spazietto da riempire tra i classici latini e il
teatro. Del resto si diventa editori per fare affari, e le scadenze sempre più
immediate impediscono di imbastire piani non si dica nemmeno stalinianamente
quinquennali, ma berlusconianamente trimestrali (cento giorni, via). Figurarsi
se i manager della carta stampata pensano al capitale simbolico da accumulare
nel corso dei decenni, al prestigio, alla rendita quando un autore finirà nei
manuali scolastici. I quali, poi, o restano cautamente fermi alla compagnia
briscola di cui sopra o tentano sortite con logiche sempre più vaghe,
confondendo le idee ai già confusi.
Che dite? Il compito di riconoscere i valori in campo spetterebbe ai critici?
No, per carità, smettetela di credere a babbo Natale. I critici non esistono
più. Oppure esistono in queste sottocategorie inutili e perniciose:
a) i critici militanti, i partigiani di una particolare idea di poesia, che poi
resta vaga perché va bene sia la prosa sia il sonetto, sia il testo
iper-retorico sia quello tendente al grado zero dello stile, sia l’approccio pop
sia l’impegno civile, qualsiasi cosa insomma purché si faccia parte di quella
nuvola di scrittori-insetti che continuano a ronzare intorno al capo del capo.
L’importante è che la poesia non sia sincera esposizione delle proprie
entraglie. E ci mancherebbe;
b) critici del post. No, non è questione di post-poesia, non ancora. E nemmeno
di post sui social, anzi. E non parlo nemmeno dei post-critici (in merito
leggetevi la Postcritica di Mariano Croce: vi farà bene). I critici del post
sono quelli che vivono della morte stessa della critica, ma continuano ad
abitarne le spoglie. Sono i critici postumi, quelli che fanno salotto attorno al
ring dove i poeti se la danno di santa ragione, pronti a intervenire solo dopo,
per premiare i vincitori. Sono quelli che ripetono ciò che si sa già (tipo:
Montale è il maggior poeta del Novecento – verità che tra l’altro sarebbe ora di
ridiscutere, ma questo un’altra volta), che non si occupano dei contemporanei
perché non è in caso di compromettersi e di rendersi responsabili,
maieuticamente, di ciò che di buono potrebbe anche venir fuori. Prima si faccia
il canone (con quali criteri: l’amichettismo e i giochi di potere? Io se ci sono
non guardo non vedo non sento non parlo, gesticola il suddetto), poi il critico
del post arriverà a incoronare il poeta e qualunque poesia proponga (tali
critici non hanno gusti difficili, anzi, non hanno gusti punto);
c) i critici accademici che, se animati dalle migliori intenzioni contro “la
cultura in scatola” (leggetevi adesso lo splendido Universitaly di Federico
Bertoni), restano comunque schiacciati dalla pila di libri che si accumula sulle
loro scrivanie e alla fine vanno un po’ a caso, pescando una volta a destra e
una volta a sinistra, una volta in alto e una volta in basso; se invece
ferocemente addestrati alle logiche del loro mondo, evitano la menoma
contaminazione col presente e preferiscono dedicarsi alla raccolta delle lettere
dell’ultimo riesumato futurista di turno, tanto loro sono accademici quindi
patentati e schifiltosi di qualsiasi immersione nella Palus Putredinis
oggidiana, in cui, francamente, non saprebbero affatto destreggiarsi: forse
meglio così, giacché farebbero soltanto danni maggiori;
d) i critici para accademici, che sono indubbiamente accademici e quindi guai a
presentarli con il titolo sbagliato, ma sono anche scrittori e intellettuali
ruspanti, scattanti di fronte a ogni possibile comparsata in tivvù, scattosi nei
social dove danno vita ai loro avatar, con cui non vanno confusi (studiosi del
dadaismo che si travestono e ballano il dadaumpa su TikTok), scazzati nei loro
stessi corsi di scrittura creativa, giacché di tesine scritte con l’IA ne han
già piene le balle o le ovaie, figurarsi di romanzi purtroppo scritti senza
l’IA;
e) i critici massimalisti, che possono sentenziare su chiunque, da Dante
compreso in giù, e affrontare qualsiasi argomento con la stessa reboante
loquacità di Cacciari, tanto i testi li guardano sempre con il binocolo, mica
impiccano lì le loro teorie, mica arrotano i versi come coltelli: qualunque
autore è una brodaglia insulsa, se solo non si adegua completamente al loro
imperscrutabile gusto.
Trovatemene uno che sappia ridimensionare qualche poeta maggiore di oggi, non
dietro l’anonimato di una giuria di premio condivisa con altri, ma con saggi
acuti, con analisi testuali, necessari altresì per addestrare lettori
competenti.
Tabula rasa, allora, dicevamo, poiché editori e critici non fanno filtro. “E se
ci pensassero i poeti stessi?” – filtra l’ultima bava di ottimismo da qualche
irriducibile novecentista caduto nel secolo sbagliato. Prendere atto: quei pochi
poeti che possono permetterselo, appunto perché arrivano fin qui con il
prestigio dovuto alle ultime onde del millennio scorso, di essere padri o madri
letterariamente non ci pensano nemmeno (e forse anche biologicamente arrancano:
intervenga il sociologo a indagare). Loro esercitano con compiacimento il potere
di scegliere, e scelgono con contezza di promuovere i mediocri, per meglio
evidenziare la loro statura letteraria e il loro potere editoriale. Fosse per
loro, applicherebbero la damnatio memoriae sistematicamente su chiunque
rivendicasse diritto di eredità (mica soldi, neh, si parla sempre di poesia) per
più antico lignaggio o per altra, irregolare, intrusione nella casata. Niente
bastardi, insomma. (Vallo a spiegare ai tali che la damnatio memoriae, appena
lasceranno la poltrona, toccherà a loro).
Ah, il malseme di Dante. Sommo poeta, pensaci tu.
*
Ma che significherebbe, oggi, tornare a volgere lo sguardo a Dante? Puro atto di
masochismo, verrebbe da sentenziare, poiché Dante è insuperabile per ovvie
ragioni: egli è la massima espressione di un mondo che non c’è più, capace di
portare a sintesi un’intera cultura. Dopo di lui, con impressionante rapidità
(già Petrarca è moderno) la sintesi si disgrega e passo dopo passo lirica,
economia, politica, scienza, medicina, filosofia e via elencando vanno
specificandosi iuxta propria principia, lungo una serie di rivoluzioni che hanno
portato dritti all’irreversibile agonia del tedio contemporaneo. Copernico,
Darwin e Freud sono i picconatori dell’antropologia occidentale, a cui
aggiungere volendo gli altri filosofi del sospetto per apparecchiarci alle
catastrofi novecentesche. Come non bastasse, appena riemersi dalle apocalissi
storiche e ideologiche, ecco l’avvento del digitale e l’intelligenza artificiale
adesso a consegnarci a una condizione che taluni già definiscono postumana.
Come guardare ancora a Dante, su quali fronti la sua grandezza ci interpella?
Tre questioni su tutte porrei come cartelli sulla strada di chi vorrebbe, da
poeta, tentare almeno di uscire dal labirinto della buona, patinata, mediocre
letteratura che inebetisce, e imbruttisce, l’epoca: l’ampiezza di registro
espressivo, il poema e l’esilio.
Qui, soffermiamoci sulla prima.
*
Varrà la pena ricordare ai versificatori meno avvezzi alla letteratura italiana
che Dante Alighieri non è il modello vincente della nostra tradizione. Ben
presto abbiamo tradito sì gran padre (anche se in tal caso il crimine non è solo
il parricidio letterario di generazioni successive, considerato il trattamento
riservatogli dai fratelli concittadini: del resto i luoghi comuni
dell’intellettuale che non sarà mai profeta in patria e del poeta destinato solo
a gloria postuma in qualche parte hanno radice). Ha vinto, semmai, Petrarca.
Come spiegano quelli bravi, Petrarca ha azzerato Dante (già frastornato
dall’improvviso revival del latino) e, con il beneplacito di quel curiale
grammatico del Bembo, la lirica italiana ha trovato nell’autore del Rerum
vulgarium fragmenta (volgarmente, il Canzoniere) la matrice del proprio
vocabolario. La ragione è elementare: costruire un dizionario della lingua
italiana sul repertorio vastissimo della Divina commedia (capace di aprirsi e
abbracciare tutti e tre gli stili: l’umile, il medio e il sublime) era
impraticabile. La soluzione ottimale, invece, era già pronta all’uso: la lingua
vaga, elegante, sufficientemente generica e allusiva, ma soprattutto
circoscritta, del Canzoniere. Perfetta per imbalsamare l’italiano (scritto) per
secoli, fino almeno a Leopardi, a sua volta capace del prodigio, giunti ormai al
secolo decimonono, di rispolverarlo e farlo suonare persino sorgivo. Roba da
necrofili prestidigitatori. Che poi, certo, in quello stesso secolo Dante torni
prepotentemente in auge in virtù degli umori romantici e risorgimentali è vero,
ma abbiamo dovuto re-inoculare la lingua sperimentale di Dante recuperandola
dalla finestra, via Eliot (senza dimenticare, tuttavia, l’edizione critica
delle Rime dovuta al giovane e talentuoso Contini: ma qui si è nutrita ancora
primariamente la vena lirica, attraverso lo stilnovismo mutante assorbito da
Montale. Del resto la Commedia in quei decenni veniva tagliuzzata da Croce
intento a separare l’oro della poesia dall’ottone della struttura, manco fosse
lui il miglior fabbro del parlar materno).
Dante paradisiaco secondo Moebius
Fatto sta che i conti con Dante si sono riaperti in fondo soltanto di recente.
Ma a giudicare dalla medietà patinata (aurea mediocritas?) e dal lirismo di cui
è ancora impregnato quanto meno il sottofondo comune del diffuso poetare nel
Belpaese, rinomata terra popolata di poeti a ogni latitudine, l’apertura alare
del Sommo all’interno della lingua materna ci relega al ruolo di pulcini in
ombra.
Oh, certo, di sperimentatori e di avanguardie si fa ricco il Novecento, ma
l’impressione è che vengano alla fine sempre spinti ai margini del canone,
mentre risultano vincenti ancora gli autori riconoscibili e brandizzabili, dallo
stile complessivamente monocorde, costante dall’inizio alla fine, che procede al
più per piccoli, equilibrati adattamenti. Facile, troppo facile motivare questa
tendenza, qualora fosse verificata (o storicamente, anche per pigrizia,
avallata): l’identità di un poeta si costruisce attorno all’autenticità di una
voce e per mezzo dell’abbandono di ogni orpello retorico, di ogni posa, di ogni
“canto” oggi insostenibile. Siamo nell’epoca del tono basso, dell’assenza di
pubblico, del poeta che si rivolge a un tu (in cui spesso si rispecchia sé
stesso). Siamo nell’epoca del relativismo, del pensiero debole, del male di
vivere. E siamo perciò rassegnati ai mugugni, pronti semmai a puntellare le
nostre rovine. Di costruire altre cattedrali non se ne parla nemmeno.
Diverrebbero in breve tempo chiese sconsacrate da riempire di libri insulsi, non
più in grado di consolare la carne triste dell’umanità inebetita sui display.
Siamo nell’infinita fine occidentale. Se mai passasse di qui un nuovo poeta
visionario, lo spediremmo subito all’esilio, spernacchiandolo a dovere. Dante,
più che insuperabile, è irraggiungibile. Lo si innalza, per imbalsamarne il
busto e rimuoverlo nella sua aura di perfezione. Italia, terra non solo di
poeti, ma anche di santi, ricordi che cosa scriveva Joseph Roth nella Cripta dei
cappuccini?
> “La Chiesa romana […] in questo marcio mondo è l’unica ormai in grado di dare,
> di conservare una forma. Anzi, si può dire, di dispensare una forma. In quanto
> racchiude nella dogmatica, come in un palazzo di ghiaccio, l’elemento
> tradizionale delle cosiddette ‘antiche usanze’, procura e concede ai suoi
> figli tutt’intorno, fuori di questo palazzo di ghiaccio che ha un ampio e
> spazioso vestibolo, la libertà di coltivare l’indolenza, di perdonare
> l’illecito, e anzi di commetterlo. Mentre statuisce i peccati, già li perdona.
> Non ammette assolutamente uomini perfetti: questo è il suo contenuto
> eminentemente umano. I suoi figli perfetti essa li santifica. Con questo
> ammette implicitamente l’imperfezione umana. Anzi, ammette l’inclinazione al
> peccato nella misura in cui non considera più come umani quegli esseri che al
> peccato non sono soggetti: questi diventano beati o santi. Con ciò la Chiesa
> romana dà testimonianza della sua fondamentale propensione al perdono, alla
> remissione. […]”.
Ridotta a parrocchia periferica zeppa di epigoni, la poesia italiana innalza
Dante e concede plenaria indulgenza a sé stessa. Così, tra nani svetta chi ha la
sigla editoriale più spessa, e per ciò stesso si potrà legittimamente
autoinserire nelle antologie, mentre rigira per l’ennesima volta la frittata dei
propri versicoli strascicati.
Ahi, serva Italia.
Andrea Temporelli
*In copertina: William Blake, The Circle of Corrupt Officials: The Devils
Tormenting Ciampolo, 1825 ca.
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L'articolo Dante, l’insuperabile. Ecco perché la poesia italiana è una
parrocchia periferica zeppa di epigoni proviene da Pangea.
C’è un racconto di Roald Dahl – Lo Scrittore Automatico, contenuto in Il libraio
che imbrogliò l’Inghilterra (Guanda Editore, traduzione di Massimo Bocchiola) –
in cui un aspirante scrittore inventa una macchina che scrive racconti e romanzi
in modo automatico. Deluso dai continui rifiuti degli editori, il protagonista
decide di vendicarsi proponendo a tutti gli scrittori del mondo di smettere di
scrivere prestando il loro nome alla sua macchina, che dunque scriverà al posto
loro. I primi due autori a cui si rivolge, nei quali non è difficile riconoscere
Hemingway e Faulkner, rifiutano l’offerta, ma poi qualcuno accetta e pian piano
lo fanno tutti, perché economicamente è conveniente e anche il risultato finale
è migliore, al punto che lo stesso autore del racconto – Roald Dahl – scrive:
> “In questo preciso momento, mentre sto qui seduto ad ascoltare il rantolo dei
> miei nove figli nella stanza attigua, sento la mia mano strisciare sempre più
> vicino a quel contratto dorato che mi aspetta all’altra estremità della
> scrivania…”
Giorgio Manganelli diede una volta una definizione perfetta di Roald Dahl: per
lui Dahl era un malvagio. La malefica idea di un mondo letterario che rinuncia
alla sacralità dell’espressione artistica affidando la scrittura a una macchina
non poteva che uscire dalla sua penna. E oggi il racconto è ancora più attuale,
in tempi di intelligenza artificiale e di editing tirannici. Naturalmente è
anche un’idea di difficile o impossibile realizzazione, visto che ogni autentico
scrittore ha o dovrebbe avere un proprio stile e dunque la macchina immaginata
da Dahl dovrebbe non soltanto scrivere racconti e romanzi da sé ma anche saper
pasticciare o imitare gli scrittori ai quali intende sostituirsi. Cosa che
tuttavia l’intelligenza artificiale sembra essere capace di fare; se chiediamo a
ChatGPT di scrivere un paragrafo alla maniera di Hemingway o di Faulkner nel
giro di un battito di ciglia ce ne propone uno. Poco importa se da un punto di
vista letterario il risultato è indigesto: l’AI spaccia dei pessimi falsi con
grande sicurezza di sé. Forse la tracotanza fa parte del suo fascino.
Ma non voglio scrivere di intelligenza artificiale; non sono abbastanza
preparato al riguardo, né intendo prepararmi. Passo quindi a un altro spunto che
in qualche modo indirizzerà questo mio articolo vagabondo. È tratto da un
romanzo di Jonathan Franzen, Libertà (Einaudi, 2011), nella traduzione di Silvia
Pareschi, la quale ha per inciso dedicato un intero capitolo di un suo libro
(Fra le righe, Laterza, 2024) proprio all’intelligenza artificiale.
La situazione è questa: Joey tira fuori un romanzo di Ian McEwan, Espiazione, e
tenta di leggere, di “interessarsi alle descrizioni di stanze e giardini”,
scrive Franzen e traduce Pareschi, però non ci riesce e pensa a un sms che gli
hanno appena spedito. Si tratta di una piccola e divertente chiosa letteraria.
Qualche anno dopo, interrogato al riguardo, Franzen rivelerà di essersi voluto
vendicare di McEwan, il quale aveva detto che dopo la morte di John Updike
Philip Roth era l’ultimo grande scrittore americano rimasto, ignorando
completamente la generazione di Franzen.
Bene, credo che pensare a un personaggio di Franzen che ha difficoltà a leggere
un romanzo di McEwan ci dia una buona indicazione di dove si stia indirizzando
la letteratura contemporanea. Ciò ha a che fare anche con la deriva
dell’intelligenza artificiale e – temo – persino con gli editor.
L’editoria odierna esige quasi sempre la massima leggibilità. Il pubblico deve
essere padrone dei libri che legge, e poco importa se per ottenere tale
risultato bisogna appiattire alcuni stili considerati “difficili” – è il caso
del McEwan di Espiazione? – o magari passare la riscrittura delle opere
attraverso una sorta di collettivismo editoriale che ha ben poco a vedere con
l’espressione artistica e fin troppo con il mercato. Il lettore non deve
faticare. Lo stile di chi scrive è quasi sempre un impaccio; deve essere
invisibile o assente, altrimenti i personaggi di Franzen (che poi siamo noi
stessi) pensano agli sms che hanno appena ricevuto e non a ciò che stanno
leggendo. Lo scrittore contemporaneo deve innanzitutto saper intrattenere il
lettore, servirlo, forse addirittura mettersi ai suoi piedi.
In un articolo del 1999 (ripreso in Meglio star zitti?, Mondadori, 2019)
Giovanni Raboni riportava queste parole di Elena De Angeli, una consulente
editoriale: “Se oggi, in Italia, capitasse sul mercato un autore come Carlo
Emilio Gadda, non troverebbe un editore disposto a pubblicarlo.” Questo quasi
trent’anni fa, e secondo Raboni l’unico rimedio era la creazione di un’editoria
pubblica, finanziata dallo Stato. Un’operazione possibile? Auspicabile? O
sarebbe una rovina? Possibile che la grande letteratura – o comunque un certo
tipo di grande letteratura – non possa ormai che rivolgersi a un’editoria a
perdere?
Il lettore non deve faticare, dicevo poc’anzi. Molti editor appiattiscono stili
e rovinano opere con la stupida pretesa della leggibilità, sebbene i libri sui
quali tanto si accaniscono continuino spesso a non vendersi, il che sarebbe
divertente se non fosse purtroppo triste. D’altronde l’editoria (ma anche molti
autori!) oggi non esiterebbe a ricorrere alla macchina immaginata da Roald Dahl
pur di procacciarsi qualche lettore in più.
Venderemo dunque l’anima al Diavolo? Il Mercato riscriverà i nostri libri e si
inchinerà al sacro Dio della scorrevolezza? In una lettera a John Hamilton
Reynolds del 1818, tre anni prima di morire, Keats scriveva che non poteva fare
a meno di considerare il pubblico un “Nemico” – le maiuscole sono sue –, di
rivolgersi a lui con “Ostilità”. Forse dovremmo riflettere su queste parole.
Ma non ne verremo mai a capo. La prima regola di scrittura di Jonathan Franzen
fa invece così: “The reader is a friend, not an adversary, not a spectator.” Il
lettore è un amico, non un avversario, non uno spettatore. Chissà cosa ne
direbbe Keats. Chissà cosa ne penserebbe Gadda. Quanto a me, da lettore,
preferisco i difetti di una scrittura reale alla mancata perfezione di una
scrittura artificiosa.
Edoardo Pisani
L'articolo La letteratura ai tempi dei robot. Su libri, intelligenze artificiali
e editor proviene da Pangea.
Autorevole, serioso, taciturno. Per noi, poveri studenti, incontrarlo era un
problema: “Saluto o non saluto”, il dilemma. Un cenno rapido del capo era la
risposta a chi osava salutare. Questo il mio ricordo di Carlo Bo, il Rettore
Magnifico che ha cambiato tra il 1947 e il 2001 le sorti di una città, Urbino, e
della sua Università che ora debitamente porta il suo nome. Che sapevamo di lui?
Che era un critico letterario di grande rilievo, un senatore a vita per meriti
culturali e ben poco altro. Solo dopo la laurea la curiosità mi aveva spinto a
leggere almeno Letteratura come vita.
Oggi il suo nome ritorna accostato a quello di Giovanni Spadolini grazie ad Anna
T. Ossani. Una duplice straordinaria sorpresa: Anna T. Ossani legge gli scritti
di Bo su Spadolini, prefandoli e annotandoli e aggiunge in appendice le lettere
di Spadolini a Bo in un corposo volume pubblicato da Raffaelli editore Rimini
come dodicesimo volume della Collana “Quaderni della Fondazione Bo” e
intitolato Carlo Bo, Giovanni Spadolini “Uno storico che è uno scrittore”, a
cura, appunto, di Anna T. Ossani. Il volume è già in libreria.
Duplice sorpresa per il nome della curatrice, una dei docenti preferiti dei miei
tempi universitari e perché i saggi si muovono tra letteratura, storia politica
restituendoci un panorama storico-politico-letterario che va dagli anni ’60 alla
morte di Spadolini nel ’94 (cinque i saggi di Bo pubblicati dopo la morte di
Spadolini, compresi nel volume). Il saggio introduttivo, “Continuare a inseguire
l’arcobaleno senza fermarsi” mi ha affascinato subito, sin dal titolo; gli
avant-propos ai singoli testi di Bo danno la misura della competenza di chi
scrive.
Oggi incontro Anna T. Ossani, la professoressa che mi ha insegnato ad amare il
teatro e parlo con lei della recentissima pubblicazione.
Sono stato uno studente impertinente e vorrei fare una impertinente prima
domanda, posso?
“Sentiamo quanto è impertinente”.
È vero che nella tua ricca biblioteca ci sono scaffali pieni di libri di storia
e di politica, oltre che di letteratura, teatro, musica, ma tu sei
un’italianista, ci hai insegnato a leggere i testi, ad amare il teatro. Come mai
questa scelta che mi sembra quasi estravagante rispetto alla tua storia, alla
tua carriera?
“Estravagante proprio no. Sin dalla tesi di laurea dedicata a Giuseppe Mazzini,
a come si coniugava nella sua opera il rapporto tra letteratura e politica,
divenuto poi il mio primo libro, sin dal secondo, Mario Morasso, agli studi su
Futurismo e Fascismo, Tommaso Monicelli, Francesco Meriano, la prima linea di
ricerca è stata quella. Poi ragioni accademiche hanno fatto il resto”.
Insisto: perché proprio Spadolini e Bo, anzi Bo che legge Spadolini e attraverso
le sue recensioni, i suoi elzeviri, le sue note sul politico toscano ci fa
capire il rapporto di amicizia, di vera e propria sodalità nato tra loro in più
di trent’anni di frequentazioni?
“Amo le intersezioni: e qui le intersezioni non stavano solo tra un critico
letterario che legge uno storico, tra un cattolico che legge un laico, ma
nell’oggetto stesso della ricerca. Da subito sfogliando le lettere di Spadolini
e leggendo i saggi di Bo, la connessione era evidente: Storia, Letteratura,
Politica; culture intrecciate; passato e presente; la grande Firenze
dell’umanesimo civile e la Firenzina di oggi; il destino dell’Italia e un’Italia
e un’Europa che non sono state in grado di compiersi. Stupefacenti, attualissime
e concordanti le posizioni di entrambi. Bo non è stato solo uno straordinario
critico letterario, ma anche un commentatore libero, anzi un libero commentatore
di ragioni di attualità. Bargellini lo aveva invitato a scrivere per i
giornali; e Bo negli anni Cinquanta non può non avere curiosità per quel
giovanissimo storico che già aveva terremotato gli studi non solo con un
approccio diverso alla materia storica (condotto attraverso documenti
filologicamente probanti spiegati al lettore, panorami amplissimi e folgoranti
ritratti, restituiti magari con pennellate rapide, ironia toscana, lingua
smaltata), ma perché da cattolico leggeva con attenzione e condivisione le
parole di un laico su Giolitti e i cattolici, L’opposizione cattolica, ad
esempio, e capiva soprattutto di trovarsi di fronte ad un abilissimo
comunicatore che spiazzava il lettore sin dai titoli dei suoi libri
(penso al Papato socialista, alle Due Rome,Il Tevere più largo, eccetera). Un
libro dal titolo Il Papato socialista non può non incuriosire, forse da subito
spiazza. Non solo: la distanza tra un cattolico ligure taciturno, ombroso, che
vive – diceva Spadolini – “ai confini e oltre i confini del dubbio”, e un laico
dall’oratoria fluente che ostenta una quasi olimpica serenità è solo apparente.
Li accomuna l’amore per la lettura che è per entrambi una continuo riconoscersi,
un continuo esame di coscienza, la bibliofilia, l’onestà intellettuale, la
cultura, l’attenzione al lettore sempre coinvolto, l’apertura all’Europa, a
discipline diverse, a culture diverse, il rifiuto degli sgambetti, dei magheggi
della politica, delle divisioni interne ai singoli partiti che continuavano
(forse è meglio usare il presente) a rallentare un vero processo unitario del
paese e l’invito continuo ad ascoltare la ragione e il dialogo tra le parti.
Saranno allora i grandi fondi di Bo negli anni delle aspre polemiche sul
divorzio a cementare la loro sodalità contro una “guerra di religione”, come Bo
scriveva sul “Corriere della sera” diretto, tra il 1968 e il 1972, proprio da
Spadolini. Spadolini e Bo hanno accompagnato il lavoro storico, il lavoro
letterario, quello giornalistico e quello politico seguendo una precisa idea
di Cultura che mancava e manca nel Palazzo; che è anche un modo nuovo di
guardare gli avvenimenti, di cercarne le ragioni, non di fare chiasso attorno ai
fatti. Ed è il primo grande merito del giornalista Spadolini e di Bo
giornalista: testimoni lucidi e distaccati interpreti. Non solo: dai 26 testi
che ho pubblicato e annotato emerge un comune destino che per entrambi ha
origine a Firenze (l’uno perché vi è nato, l’altro perché vi ha studiato e letto
a San Miniato, nel 1938, Letteratura come vita, involontario manifesto
dell’Ermetismo), ma finirà per svolgersi altrove: a Bologna, a Milano, a Roma
per Spadolini, a Urbino, Milano e Roma per Bo. Entrambi sono due scrittori, due
costruttori”.
Carlo Bo (1911-2001)
Fermati un attimo: cosa significa quando dici due scrittori, due costruttori?
“Non basta scrivere bene per essere scrittori. Spadolini non ha solo lucida
consapevolezza del tempo in cui vive, ma un’ipotesi progettuale, una
responsabilità etica e un messaggio da offrire al lettore. Insomma, si tratta di
cultura, di politica culturale da leggersi sia sul piano intellettuale che su
quello pratico, concreto. Ecco perché parlo di due costruttori. Non è stato, il
loro, “Un vivere di carta”, ma l’unica possibilità di vivere durante il
Fascismo. Sono stati ‘costruttori di ponti’, di relazioni, operatori culturali
nel senso gobettiano del termine ma anche concretamente operativi: cosa è stata
la Fondazione se non il voler riportare a Firenze una nuova cultura e anche
tramite la Nuova Antologia darle nuova vita e slancio? Firenze riportata
culturalmente a una nuova grandezza. Urbino rivoluzionata nelle sue strutture
universitarie, nelle sue facoltà, nei suoi docenti. E per entrambi, da Roma, dal
Senato un lungo inflessibile monito a dire basta alle partigianerie, alle
miserie quotidiane, entrambi testimoni e interpreti di una nuova cultura anche
politica”.
Come hai insegnato, comincio dalle soglie del testo. Cosa significa il titolo
del tuo intervento introduttivo: “Continuare a inseguire l’arcobaleno senza
fermarsi”?
“Una delle accuse mosse a Spadolini durante la lunga carriera politica è stata
quella di essere sì un mediatore ma di non avere coraggio, di essere fragile.
Accuse mosse prima e dopo la morte di Spadolini all’interno dell’agone politico
ma anche fuori di esso. Ebbene: Bo respinge fortemente questa tesi e la frase di
Calamandrei, amico del padre, grande uomo di cultura e grande politico, l’ha
assunta come monito per tutta la vita. Avere un progetto di vita e cercare di
portarlo sino alla sua conclusione senza fermarsi anche se l’arcobaleno non si
raggiunge mai, se si sposta anche il tuo obiettivo e si accresce e si allarga
nonostante le batoste. Per questo dico che Bo e Spadolini sono stati due
costruttori: di ‘ponti’, per riprendere titolo della rivista di Calamandrei;
ponti tra culture, tradizioni, momenti storici, posizioni politiche dissimili,
ponti da costruire tra partiti, nazioni, culture nel segno di un’Europa che deve
portare ancora a compimento il sogno del Manifesto di Ventotene, di un
Mediterraneo che deve porsi come luogo di incontro e non di scontro tra civiltà.
Consiglio vivamente ai politici di oggi di leggere certe pagine
dei Bloc-Notes (anche sul Manifesto di Ventotene). Mauriac e oltre Mauriac,
scrive Bo. Basterebbe pensare a Spadolini che ha istituito il Ministero per i
Beni culturali, a che cosa ha fatto nella breve durata di questo incarico per
capire cosa significa essere dei costruttori”.
Giovanni Spadolini (1925-1994)
Cosa pensava Bo di Spadolini giornalista e cosa pensava Spadolini di Bo
giornalista?
“Bo distingue subito Spadolini dagli altri giornalisti quando ancora Spadolini
era il direttore del Resto del Carlino per il suo essere un uomo di cultura: ciò
lo distinguerà, secondo Bo, anche dagli uomini del Palazzo che ‘rodomonteggiano’
per inutili problemi, ‘tacciono’ per cose gravissime. Sono parole di Bo: gravi,
pesanti. Ognuno le legga come vuole o come può. Grandissimo giornalista
Spadolini per Bo, capace di cogliere l’essenza del problema, del fatto, in poche
righe, di tenere il discorso e di far pensare. Quando Bo inizia a scrivere per
il Corriere della sera e poi arriva la direzione Spadolini, la collaborazione
tra i due si fa più stretta; la libertà del giornalista si accompagna alla
sapienza del direttore consapevole di avere accanto non solo un grande critico,
ma anche un grande commentatore di ragioni di attualità. Gli interventi di Bo
sul “Corriere della sera” vanno in entrambe le direzioni”.
Quale è il sotterraneo intento di questo libro?
“Nessun intento sotterraneo. Volevo leggere pagine di Bo mai lette, volevo
leggere un po’ di più di Spadolini che conoscevo in parte come politico, poco
come storico. La sua scrittura ha un fascino che avvolge, nutre, ti costringe a
pensare. E Bo, con la sua linea curva, con il suo procedimento ‘aggirante’, con
i suoi giudizi non dati, con il suo bulino incide poco a poco e mette a nudo
l’uomo segreto, lo scrittore segreto del Capanno di Pian dei giullari e lo
storico straordinario, almeno per me, dei Bloc-Notes dove puoi capire perché ci
troviamo, oggi, in questa dolorosa situazione culturale, prima ancora che
politica. Una preveggenza che affascina e stupisce. Bo lo ha scoperto subito e
ce lo ha restituito in tutta la sua grandezza come storico, come politico e
soprattutto come uomo”.
Alessandro Carli
*In copertina: J.M.W. Turner, L’arcobaleno, 1817
L'articolo “Continuare a inseguire l’arcobaleno”. Carlo Bo e Giovanni Spadolini:
appunti di cultura politica proviene da Pangea.