Da mesi mi tormenta una domanda: come sarebbe la letteratura oggi senza
gli editor? Ignoro la struttura delle altre professioni, ma sospetto che ogni
lavoro abbia un nume tutelare, una nicchia in cui sgranare il cruciverba dei
propri peccati. Nel campo dell’editoria l’angelo custode, il santo protettore a
cui votarsi è l’editor. L’editor spariglia i testi, prevede le collane, progetta
e organizza le parole. Alla figura dello scrittore, che fino a poco fa potevamo
immaginare come un’essenza irripetibile distillata in solitudine, se non in una
secentesca torre d’avorio quantomeno nella cerchia ristretta dei confidenti e
degli affetti, oggi dobbiamo associare sempre, apertamente o subdolamente,
scopertamente o surrettiziamente, una protesi umana, una longa manus che si
protende dalla penna e ci fissa occhiuta da ogni pagina, quella dell’editor. A
questa anamorfosi si aggiunge quella del lettore, che se prima vedeva nello
srotolarsi della pagina un’unica volontà creatrice, ora deve fare i conti con
un mio/tuo che rende strabica la lettura.
La lenta erosione degli spazi e dei ruoli da parte degli editor ha due
conseguenze che mi sembrano interessanti: la prima, che nella critica e
nell’apprezzamento del pubblico questa editorializzazione del gusto ha
trasformato ragioni di gusto in capricci di gusto: se prima si discuteva delle
motivazioni che avevano portato uno scrittore a pubblicare un libro, o delle
idee che in esso erano espresse e di cui il libro costituiva il precipitato
sofferto, oggi si salta a piè pari questo passaggio per impuntarsi subito su
quello che, secondo noi, l’autore avrebbe potuto fare a meno di scrivere in un
capitolo o in una specifica pagina. Provate ad avvicinare, nei club di lettura,
nelle librerie, negli appartamenti, nelle famiglie, le discussioni letterarie
che vi si svolgono, e ditemi se non è vero che la forbice dell’editor va
trasmutandosi geneticamente in ognuno di noi, soppiantando con uno strappo
quelle radici di gusto e di sentimento che stanno alla base di ogni buon libro e
di ogni buona lettura.
La seconda conseguenza è più strutturale e può essere esemplificata in un
movimento: se prima era lo scrittore a dirigersi dall’editore per sottoporgli un
libro, con l’idea già foderata di parole pronta a macchiarsi per il mondo, oggi
il tragitto è esattamente contrario. È l’editor, nelle vesti di editore in senso
largo, che rincorre l’autore con proposte di libri futuri che fiaccano la tenuta
già vacillante di ogni sputa-parole. Anche qui, val la pena d’avvicinarsi alla
scena: non c’è fiera editoriale, o incontro letterario a cui abbia assistito,
grande o piccolo che sia, che non contenga una di quelle scene patetiche per
cui, allo spegnimento del microfono, mentre gli altri cominciano a rivestirsi,
un nugolo di mosche inizia a girare attorno all’autore con un ronzio capace di
far desistere il più coriaceo dei sognatori. Si insegue l’autore per
complimentarsi dell’intervento, certo, ma l’importante è rinnovargli quel fiato
sul collo che presagisce l’alito cattivo del prossimo libro, certamente non
promettente nella misura in cui nasce sotto così infausti presagi. In breve, la
tavola della legge che gli editor hanno ricevuto dal Monte Siae ha due
comandamenti: marcare stretto l’autore e ostacolare chi tenta di opporvisi.
Ora, perché tanto clamore in così poca veste? Perché tanto brusio, proprio dove
le parole dovrebbero pesare di più sulla bilancia? La mia impressione è che gli
editor, che ad onta di tanti vituperi sono persone ragionevoli e attente, si
rendano conto di uno scenario che andrebbe posto sotto attenta osservazione: la
produzione di scrittura nel panorama odierno è inversamente proporzionale alla
sua qualità. È come se ogni libro pubblicato fosse un nodo che stringe il cappio
intorno al quale stiamo appesi tutti e da cui pende e dipende l’operato di ogni
editor che si rispetti. In ogni libro giuriamo tacitamente che il successivo non
potrà essere peggiore di questo, salvo poi scoprire che il patto è
sistematicamente disatteso dalla prossima cattiva lettura.
Il circolo, come si vede, è vizioso: gli autori già affermati accondiscendono,
per non abdicare la posizione di rilievo che hanno maturato negli anni, alle
richieste degli editor, mentre quelli esordienti hanno due strade: o accodarsi
alle richieste di questo genere e produrre qualcosa di tematicamente simile, in
attesa che sia notato dalle tante scuole di scrittura che invogliano, col loro
stesso operare, questo genere di prodotti; o condannarsi a un vox clamantis in
deserto sperando che l’eco della propria solitudine arrivi faticosamente nella
cittadella distante dall’oasi. Di questo passo, anche la narrativa si va
editorializzando, nel senso che non nasce più da una esigenza fisica di
espressione, ma da un desiderio prodotto e suggerito proprio da coloro che
dovrebbero salvaguardare la massima diversità in fatto di espressione e di
narrazione. È da leggere in questo senso la spaventosa rassomiglianza tra scuole
di scrittura e di sceneggiatura, tra cinema e letteratura, tra serie-tv e
racconti: sembra che le parole, prima ancora di atterrare sullo schermo, siano
già pensate sotto forma di battuta e non di ritmo. Così il libro, da porto
definitivo di espressione, si trasforma in un veicolo che semplifica la
trasposizione da un prodotto all’altro.
A questa breve disamina si accompagna il sospetto più indiscreto e probabilmente
più malevolo: davvero nessun testo ha l’autonomia di passare le maglie dei
censori? Non sarà, questa dogana editoriale ai confini della realtà del testo,
l’estremo tentativo di normalizzare un prodotto che deve essere il più affine
possibile alle coordinate già tracciate dal gusto, pena la sua esclusione
nell’isola di confino dell’impubblicabilità?
Queste righe non vogliono cavalcare l’onda sicura del libello, ma seminare
un’ombra di dubbio nella mente di quanti, come il sottoscritto, amano troppo a
fondo la letteratura per non chiedersi come sarebbe oggi senza gli editor.
Andrea Muratore
*In copertina: una illustrazione di N.C. Wyeth a “L’isola del tesoro”
L'articolo Sull’editing del testo come forma preventiva di omicidio proviene da
Pangea.
Tag - Editor
C’è un racconto di Roald Dahl – Lo Scrittore Automatico, contenuto in Il libraio
che imbrogliò l’Inghilterra (Guanda Editore, traduzione di Massimo Bocchiola) –
in cui un aspirante scrittore inventa una macchina che scrive racconti e romanzi
in modo automatico. Deluso dai continui rifiuti degli editori, il protagonista
decide di vendicarsi proponendo a tutti gli scrittori del mondo di smettere di
scrivere prestando il loro nome alla sua macchina, che dunque scriverà al posto
loro. I primi due autori a cui si rivolge, nei quali non è difficile riconoscere
Hemingway e Faulkner, rifiutano l’offerta, ma poi qualcuno accetta e pian piano
lo fanno tutti, perché economicamente è conveniente e anche il risultato finale
è migliore, al punto che lo stesso autore del racconto – Roald Dahl – scrive:
> “In questo preciso momento, mentre sto qui seduto ad ascoltare il rantolo dei
> miei nove figli nella stanza attigua, sento la mia mano strisciare sempre più
> vicino a quel contratto dorato che mi aspetta all’altra estremità della
> scrivania…”
Giorgio Manganelli diede una volta una definizione perfetta di Roald Dahl: per
lui Dahl era un malvagio. La malefica idea di un mondo letterario che rinuncia
alla sacralità dell’espressione artistica affidando la scrittura a una macchina
non poteva che uscire dalla sua penna. E oggi il racconto è ancora più attuale,
in tempi di intelligenza artificiale e di editing tirannici. Naturalmente è
anche un’idea di difficile o impossibile realizzazione, visto che ogni autentico
scrittore ha o dovrebbe avere un proprio stile e dunque la macchina immaginata
da Dahl dovrebbe non soltanto scrivere racconti e romanzi da sé ma anche saper
pasticciare o imitare gli scrittori ai quali intende sostituirsi. Cosa che
tuttavia l’intelligenza artificiale sembra essere capace di fare; se chiediamo a
ChatGPT di scrivere un paragrafo alla maniera di Hemingway o di Faulkner nel
giro di un battito di ciglia ce ne propone uno. Poco importa se da un punto di
vista letterario il risultato è indigesto: l’AI spaccia dei pessimi falsi con
grande sicurezza di sé. Forse la tracotanza fa parte del suo fascino.
Ma non voglio scrivere di intelligenza artificiale; non sono abbastanza
preparato al riguardo, né intendo prepararmi. Passo quindi a un altro spunto che
in qualche modo indirizzerà questo mio articolo vagabondo. È tratto da un
romanzo di Jonathan Franzen, Libertà (Einaudi, 2011), nella traduzione di Silvia
Pareschi, la quale ha per inciso dedicato un intero capitolo di un suo libro
(Fra le righe, Laterza, 2024) proprio all’intelligenza artificiale.
La situazione è questa: Joey tira fuori un romanzo di Ian McEwan, Espiazione, e
tenta di leggere, di “interessarsi alle descrizioni di stanze e giardini”,
scrive Franzen e traduce Pareschi, però non ci riesce e pensa a un sms che gli
hanno appena spedito. Si tratta di una piccola e divertente chiosa letteraria.
Qualche anno dopo, interrogato al riguardo, Franzen rivelerà di essersi voluto
vendicare di McEwan, il quale aveva detto che dopo la morte di John Updike
Philip Roth era l’ultimo grande scrittore americano rimasto, ignorando
completamente la generazione di Franzen.
Bene, credo che pensare a un personaggio di Franzen che ha difficoltà a leggere
un romanzo di McEwan ci dia una buona indicazione di dove si stia indirizzando
la letteratura contemporanea. Ciò ha a che fare anche con la deriva
dell’intelligenza artificiale e – temo – persino con gli editor.
L’editoria odierna esige quasi sempre la massima leggibilità. Il pubblico deve
essere padrone dei libri che legge, e poco importa se per ottenere tale
risultato bisogna appiattire alcuni stili considerati “difficili” – è il caso
del McEwan di Espiazione? – o magari passare la riscrittura delle opere
attraverso una sorta di collettivismo editoriale che ha ben poco a vedere con
l’espressione artistica e fin troppo con il mercato. Il lettore non deve
faticare. Lo stile di chi scrive è quasi sempre un impaccio; deve essere
invisibile o assente, altrimenti i personaggi di Franzen (che poi siamo noi
stessi) pensano agli sms che hanno appena ricevuto e non a ciò che stanno
leggendo. Lo scrittore contemporaneo deve innanzitutto saper intrattenere il
lettore, servirlo, forse addirittura mettersi ai suoi piedi.
In un articolo del 1999 (ripreso in Meglio star zitti?, Mondadori, 2019)
Giovanni Raboni riportava queste parole di Elena De Angeli, una consulente
editoriale: “Se oggi, in Italia, capitasse sul mercato un autore come Carlo
Emilio Gadda, non troverebbe un editore disposto a pubblicarlo.” Questo quasi
trent’anni fa, e secondo Raboni l’unico rimedio era la creazione di un’editoria
pubblica, finanziata dallo Stato. Un’operazione possibile? Auspicabile? O
sarebbe una rovina? Possibile che la grande letteratura – o comunque un certo
tipo di grande letteratura – non possa ormai che rivolgersi a un’editoria a
perdere?
Il lettore non deve faticare, dicevo poc’anzi. Molti editor appiattiscono stili
e rovinano opere con la stupida pretesa della leggibilità, sebbene i libri sui
quali tanto si accaniscono continuino spesso a non vendersi, il che sarebbe
divertente se non fosse purtroppo triste. D’altronde l’editoria (ma anche molti
autori!) oggi non esiterebbe a ricorrere alla macchina immaginata da Roald Dahl
pur di procacciarsi qualche lettore in più.
Venderemo dunque l’anima al Diavolo? Il Mercato riscriverà i nostri libri e si
inchinerà al sacro Dio della scorrevolezza? In una lettera a John Hamilton
Reynolds del 1818, tre anni prima di morire, Keats scriveva che non poteva fare
a meno di considerare il pubblico un “Nemico” – le maiuscole sono sue –, di
rivolgersi a lui con “Ostilità”. Forse dovremmo riflettere su queste parole.
Ma non ne verremo mai a capo. La prima regola di scrittura di Jonathan Franzen
fa invece così: “The reader is a friend, not an adversary, not a spectator.” Il
lettore è un amico, non un avversario, non uno spettatore. Chissà cosa ne
direbbe Keats. Chissà cosa ne penserebbe Gadda. Quanto a me, da lettore,
preferisco i difetti di una scrittura reale alla mancata perfezione di una
scrittura artificiosa.
Edoardo Pisani
L'articolo La letteratura ai tempi dei robot. Su libri, intelligenze artificiali
e editor proviene da Pangea.