Ho sempre pensato che scrivere non possa essere una confessione. In primo luogo
perché chi si confessa è figlio della colpa; in secondo luogo perché la colpa è
sempre duplice. La verità è che l’atto stesso della scrittura è il tuo
confrontarti con l’altro, e non un soggetto generico esterno alla propria
identità, ma proprio te stesso – sebbene in un forma traslata. E forse, ma solo
in seconda battuta e ben lungi, con qualcuno che hai incontrato, forse
distrattamente, forse in una fenditura kairologica di possanza di significato
che ti ha portato, per una singola volta, fuori da te stesso. Perché se stessi è
una prigione, e lo sanno bene in primo luogo i soddisfatti, coloro che forse non
pigolano lamentele, ma che si credono al di sopra perfino della possibilità
stessa di sospendere il giudizio sulla supremazia del proprio Ego.
Scrivere è una necessità? Può esserlo, questo sì, ma a patto che sia la più
veridica delle menzogne. Perché al di fuori della confessione, che è la più
falsa delle verità, v’è solo questo.
Diceva Deleuze, parafrasandolo, che si scrive per chi non può farlo. Questo può
sembrare drastico, ma nasconde una verità insolita: scrivere è dare voce a ciò
(o a chi) non ne ha; varcare il confine di ciò che accade senza essere
registrato o concepito, nella forma lassa e opaca del neutro corso delle vite.
Si può scrivere con compassata acribia, perfino con deliberato calcolo, o, per
contro, sbandando come una macchina lanciata a tavoletta su uno strato di
ghiaccio ma senza incidenti (cioè col solo incidente, metaforico, di uscire dal
solco del calcolo stesso), ma non è questo ad avere vero rilievo, quanto
piuttosto che essere per la scrittura fa di te una creatura fragile (che offre
il fianco nudo alla vita) e che sente l’impellenza di essere fragili al di là
della colpa. Non costruendo un altare su cui sacrificare ogni certezza, ma
ricavando le poche certezze degne dalla consapevolezza che narrare non è un
novero, non è un’invocazione, un’evocazione, o una seduta spiritica, ma tutto
questo insieme senza il beneficio di una tregua di compiutezza. Volete
confessionali? Privati o pubblici è lo stesso: ne abbondano le chiese d’ogni
tipo e i programmi verità o gli articoli dei benpensanti mascherati da
spadaccini della morale. In realtà si assiste, proprio in questa fiera del vacuo
camuffato da rivendicazione, alla vera eclissi della morale. Una delle prime
regole dello scrivere che ho imparato, ammesso che ve ne siano, ma ipotizziamo
se ne possano fare di proprie, è quella di non avere foga di descrivere tutto,
di squadernare ogni intenzione dietro un personaggio, un dialogo, dei luoghi
fisici, capire che in questo caso la struttura perfetta è quella che si erge
sfidando la gravità seppure ferita per sottrazione.
Ho idea che l’impellenza di cui parlavo sia una giustificazione ancora acerba o
capziosamente concessoria, in realtà si dovrebbe partire da un assunto più
radicale ancora: scrivere non è metodo, e i pochi che riescono ad averne, siano
in gloria, svettano perché fanno del metodo una forma di autotortura. Scrivere
può essere certamente in tangenza con un aspetto ludico, e questo, se ben fatto,
è grande; ma non c’è niente che impedisca di costruire drammi dove il ridicolo o
il grottesco stemperano la saccenza del dramma: in questo Gogol’ o Kafka erano
maestri, così come Čechov o Nabokov e molti altri che citare sarebbe pedissequo.
Torno però al punto nodale espresso in avvio: confessare presuppone che si sia
nascosto qualcosa nell’atto di rivelarlo, e questo non è necessariamente un
male, o un peccato come penserebbero i beghini della cultura, ma è semplicemente
mediocre, anzi autoconcessivo ad un grado che sfiora il compiacimento pretesco.
A ben vedere, non aleggia il dubbio iperbolico di Cartesio sull’atto di essere
scrittori, e io dirò con forza non che sono in quanto scrivo, ma che scrivo per
essere: come un fantasma o un’ombra che scivolano sui muri e per incanto
divengono di carne e sangue. Un buon motto sarebbe piuttosto: io scrivo perché
il mondo accada, il che è oggettivamente un paradosso, ma non si può dirlo
altrimenti. Si può odiare o amare il mondo, ma l’arte di non farne una colpa è
l’arte più sana che si possa instillare nella scrittura. E anche quando si parla
di colpa si deve bilanciarla con un po’ di verità che, credetemi, è così spesso
esule da essa.
Personalmente continuerò a scrivere nel solo modo che mi sembra onesto, cioè
dando voce all’invisibile, e non perché non sia concreto, ma perché è la sola
sfumatura di dignità, in un mondo che vuole mostrare tutto a ogni costo.
Massimo Triolo
*In copertina e nel testo: disegni di William Blake
L'articolo Scrivo per dare voce all’invisibile – scrivo per essere proviene da
Pangea.
Tag - Scrittura
C’è un racconto di Roald Dahl – Lo Scrittore Automatico, contenuto in Il libraio
che imbrogliò l’Inghilterra (Guanda Editore, traduzione di Massimo Bocchiola) –
in cui un aspirante scrittore inventa una macchina che scrive racconti e romanzi
in modo automatico. Deluso dai continui rifiuti degli editori, il protagonista
decide di vendicarsi proponendo a tutti gli scrittori del mondo di smettere di
scrivere prestando il loro nome alla sua macchina, che dunque scriverà al posto
loro. I primi due autori a cui si rivolge, nei quali non è difficile riconoscere
Hemingway e Faulkner, rifiutano l’offerta, ma poi qualcuno accetta e pian piano
lo fanno tutti, perché economicamente è conveniente e anche il risultato finale
è migliore, al punto che lo stesso autore del racconto – Roald Dahl – scrive:
> “In questo preciso momento, mentre sto qui seduto ad ascoltare il rantolo dei
> miei nove figli nella stanza attigua, sento la mia mano strisciare sempre più
> vicino a quel contratto dorato che mi aspetta all’altra estremità della
> scrivania…”
Giorgio Manganelli diede una volta una definizione perfetta di Roald Dahl: per
lui Dahl era un malvagio. La malefica idea di un mondo letterario che rinuncia
alla sacralità dell’espressione artistica affidando la scrittura a una macchina
non poteva che uscire dalla sua penna. E oggi il racconto è ancora più attuale,
in tempi di intelligenza artificiale e di editing tirannici. Naturalmente è
anche un’idea di difficile o impossibile realizzazione, visto che ogni autentico
scrittore ha o dovrebbe avere un proprio stile e dunque la macchina immaginata
da Dahl dovrebbe non soltanto scrivere racconti e romanzi da sé ma anche saper
pasticciare o imitare gli scrittori ai quali intende sostituirsi. Cosa che
tuttavia l’intelligenza artificiale sembra essere capace di fare; se chiediamo a
ChatGPT di scrivere un paragrafo alla maniera di Hemingway o di Faulkner nel
giro di un battito di ciglia ce ne propone uno. Poco importa se da un punto di
vista letterario il risultato è indigesto: l’AI spaccia dei pessimi falsi con
grande sicurezza di sé. Forse la tracotanza fa parte del suo fascino.
Ma non voglio scrivere di intelligenza artificiale; non sono abbastanza
preparato al riguardo, né intendo prepararmi. Passo quindi a un altro spunto che
in qualche modo indirizzerà questo mio articolo vagabondo. È tratto da un
romanzo di Jonathan Franzen, Libertà (Einaudi, 2011), nella traduzione di Silvia
Pareschi, la quale ha per inciso dedicato un intero capitolo di un suo libro
(Fra le righe, Laterza, 2024) proprio all’intelligenza artificiale.
La situazione è questa: Joey tira fuori un romanzo di Ian McEwan, Espiazione, e
tenta di leggere, di “interessarsi alle descrizioni di stanze e giardini”,
scrive Franzen e traduce Pareschi, però non ci riesce e pensa a un sms che gli
hanno appena spedito. Si tratta di una piccola e divertente chiosa letteraria.
Qualche anno dopo, interrogato al riguardo, Franzen rivelerà di essersi voluto
vendicare di McEwan, il quale aveva detto che dopo la morte di John Updike
Philip Roth era l’ultimo grande scrittore americano rimasto, ignorando
completamente la generazione di Franzen.
Bene, credo che pensare a un personaggio di Franzen che ha difficoltà a leggere
un romanzo di McEwan ci dia una buona indicazione di dove si stia indirizzando
la letteratura contemporanea. Ciò ha a che fare anche con la deriva
dell’intelligenza artificiale e – temo – persino con gli editor.
L’editoria odierna esige quasi sempre la massima leggibilità. Il pubblico deve
essere padrone dei libri che legge, e poco importa se per ottenere tale
risultato bisogna appiattire alcuni stili considerati “difficili” – è il caso
del McEwan di Espiazione? – o magari passare la riscrittura delle opere
attraverso una sorta di collettivismo editoriale che ha ben poco a vedere con
l’espressione artistica e fin troppo con il mercato. Il lettore non deve
faticare. Lo stile di chi scrive è quasi sempre un impaccio; deve essere
invisibile o assente, altrimenti i personaggi di Franzen (che poi siamo noi
stessi) pensano agli sms che hanno appena ricevuto e non a ciò che stanno
leggendo. Lo scrittore contemporaneo deve innanzitutto saper intrattenere il
lettore, servirlo, forse addirittura mettersi ai suoi piedi.
In un articolo del 1999 (ripreso in Meglio star zitti?, Mondadori, 2019)
Giovanni Raboni riportava queste parole di Elena De Angeli, una consulente
editoriale: “Se oggi, in Italia, capitasse sul mercato un autore come Carlo
Emilio Gadda, non troverebbe un editore disposto a pubblicarlo.” Questo quasi
trent’anni fa, e secondo Raboni l’unico rimedio era la creazione di un’editoria
pubblica, finanziata dallo Stato. Un’operazione possibile? Auspicabile? O
sarebbe una rovina? Possibile che la grande letteratura – o comunque un certo
tipo di grande letteratura – non possa ormai che rivolgersi a un’editoria a
perdere?
Il lettore non deve faticare, dicevo poc’anzi. Molti editor appiattiscono stili
e rovinano opere con la stupida pretesa della leggibilità, sebbene i libri sui
quali tanto si accaniscono continuino spesso a non vendersi, il che sarebbe
divertente se non fosse purtroppo triste. D’altronde l’editoria (ma anche molti
autori!) oggi non esiterebbe a ricorrere alla macchina immaginata da Roald Dahl
pur di procacciarsi qualche lettore in più.
Venderemo dunque l’anima al Diavolo? Il Mercato riscriverà i nostri libri e si
inchinerà al sacro Dio della scorrevolezza? In una lettera a John Hamilton
Reynolds del 1818, tre anni prima di morire, Keats scriveva che non poteva fare
a meno di considerare il pubblico un “Nemico” – le maiuscole sono sue –, di
rivolgersi a lui con “Ostilità”. Forse dovremmo riflettere su queste parole.
Ma non ne verremo mai a capo. La prima regola di scrittura di Jonathan Franzen
fa invece così: “The reader is a friend, not an adversary, not a spectator.” Il
lettore è un amico, non un avversario, non uno spettatore. Chissà cosa ne
direbbe Keats. Chissà cosa ne penserebbe Gadda. Quanto a me, da lettore,
preferisco i difetti di una scrittura reale alla mancata perfezione di una
scrittura artificiosa.
Edoardo Pisani
L'articolo La letteratura ai tempi dei robot. Su libri, intelligenze artificiali
e editor proviene da Pangea.
Ricorsivamente ci poniamo le solite domande. Come si diventa scrittori? C’è una
formula segreta? C’è una chiave che bisogna portarsi appresso? Si deve conoscere
qualcuno che conta?
Ecco le domande che spesso sento fare a qualche aitante e giovane erudito.
Mentre da parte mia, a questo punto della storia, la domanda è piuttosto
un’altra: perché sto passando la mia vita a scrivere? Ma questa è un’altra
storia.
*
Editoria in crisi, proposte in rialzo
Le vendite dei libri sono in calo; il numero degli scrittori aumenta. È
difficile spiegare come possa reggersi in piedi un sistema del genere. Il
settore editoriale è forse l’unico in cui mentre la barca affonda tutti vogliono
salirci sopra.
La categoria che prendo in esame è nell’accezione più larga possibile. Quindi
per scrittori intendo scriventi, poeti, poetastri, narratori, prosivendoli,
saggisti, ghost writer, ecc. Questo perché tanto, nella migliore delle ipotesi,
il 99% di noi scomparirà dall’orizzonte letterario nazionale nel giro di qualche
decennio dalla propria dipartita da questa terra. Alcuni resteranno per aver
invaso le pagine dei giornali dei loro tempi, altri perché saranno precipitati
nei manuali scolastici e altri perché qualche erede compiacente (che avrà gusto
o necessità di ricevere ancora i diritti sulle opere) si darà un sacco da fare
per mantenere viva l’attenzione sullo scalpo del proprio familiare – ed è una
delle cose migliori che possano capitare a un autore. Ma forse questo è una
maniera arcaica di vedere la cosa.
*
Social e AI
Potrebbe essere che qualcuno resterà sui social, con la sua pagina che sarà
riempita di contenuti pure dopo la sua morte, dalla moglie che conosceva la
password, da un amico, da una figlia, da un parente, da un’associazione di fans
sfegatati. Resteranno solo tre frasi espunte da un romanzo e per quelle tre
frasi resterà il nome dello sventurato. Una vita passata a scrivere centinaia di
pagine, quando bastava aver scritto tre trite frasi a effetto et voilà, era
bell’e fatto!
Oppure, qualcuno scopre online dei testi di un bravo scrittore, non assurto alla
fama modesta del mondo letterario, indica una traccia romanzesca e inserisce in
un programma di AI generativa grandi brani di quello scrittore, creando una
nuova opera.
Insomma, chissà come andrà a finire? E solitamente è proprio questo che
interessa tutti: come andrà a finire. Ma per sapere come andrà a finire, c’è da
vedere prima come si può cominciare, cioè qualche maniera di diventare
scrittori. Ecco allora sette modi per pubblicare, in cui qualcuno di voi
potrebbe riconoscersi. Con sorpresa finale (non andate a leggere subito la
fine).
*
Censo Sei ricco, hai beni e risorse da spendere: puoi ottenere, più o meno, ciò
che desideri. Quindi anche una pubblicazione presso un editore, più o meno noto.
Se poi il tuo testo non ha qualcosa di buono da utilizzare per un libro, pace.
Resta il fatto che se le doti letterarie non bastano, con i soldi potrai pagare
un ghost writer e il gioco è fatto.
Amicizia Se conosci l’editor di un grande editore e ce l’hai in pugno sei a buon
punto. Sei proprio amico, puoi chiedergli di pubblicare il tuo libro. Questa
modalità resta la più sanguigna e improbabile perché – sia detto senza remore –
gli editor non hanno amici, non tengono famiglia e sono tutelati nella privacy
più delle spie di Sua Maestà britannica… Meglio conoscere il proprietario della
casa editrice. A lui oggi raramente dicono di no (ti accontenterai di un “fuori
collana”).
Sesso Sei giovane. Uomo o donna non fa differenza. Sei giovane e vuoi diventare
scritt*. Qua conta un po’ la bellezza, ma soprattutto le armi classiche della
seduzione, che sono sempre un incrocio tra santità e puttanaio. Aprire le porte
dell’editoria col sesso è un modo banale di entrarci.
Tenacia Puoi occupare l’atrio della casa editrice. Piazzarti per giorni,
settimane, mesi accampato là dentro, con sottobraccio i fogli del tuo romanzo
che tu ritieni indispensabile all’umanità. Soprattutto deve essere questo il tuo
convincimento, non di meno: un libro indispensabile. Forse, stremato dalla tua
costanza, ci sarà qualche impiegato che trova la maniera di portarti di fronte
al giudice supremo della casa editrice.
Fortuna Ci sono vari livelli di fortuna. C’è chi vince un concorso solo perché,
un po’ come l’allineamento positivo dei pianeti in astrologia, la giuria ha
letto quel testo in un momento favorevole per ciascun giurato. Della serie:
questo testo non è un capolavoro, ma è quello che mi ha meno disturbato, o più
divertito, o meno addormentato, o più interrogato, o… ad libitum. C’è chi ha
inviato un dattiloscritto per posta e ora quel testo staziona da mesi in una
busta sotto una pila di altre buste, accanto a pile di altre buste, sulle
scrivanie addossate al muro di un ufficio editoriale. L’editore incontra il suo
consigliere alla pubblicazione, alza una pila, toglie delle buste e ne prende
una a caso, la tua. Ecco, al lettore il testo piace. Si va in stampa.
Bravura Sei bravo. Lo sai. Te lo hanno detto scrittori affermati e agenti
letterari svogliati. Prendi il libro e lo porti alla casa editrice della tua
città che lo pubblica. L’editore è piccolo, il mondo editoriale non si accorge
di nulla. Sei bravo. Te l’hanno detto. Pubblichi, non si sa come, con un editore
importante, il libro non è spinto sulla stampa, il mondo editoriale non si
accorge di nulla. Sei bravo. Pubblichi con un editore conosciuto che segue il
libro e lo pubblicizza. Vendi poco più di mille copie, il mondo editoriale non
si accorge di nulla.
Circostanze Un agente letterario accetta di curare i tuoi interessi editoriali.
Proponi due libri. Il primo non se lo fila nessuno e tu ritenevi fosse il
migliore. Quello che invece avevi scritto controvoglia viene pubblicato perché –
dice l’agente – era proprio l’argomento che l’editore stava cercando…
*
Post Scriptum
Questi modi di pubblicare corrispondono a storie vere di alcuni scrittori in
carne e ossa, di cui qui non menzionerò nemmeno il soprannome.
Alessandro Agostinelli
*In copertina: Ernest Hemingway, uno scrittore
L'articolo La vita agrissima. Sette modi per diventare scrittori proviene da
Pangea.
> È vero che tutto deve cominciare repentinamente, ma se poi non segue un
> istante di raccoglimento la cosa si sgretola subito e va perduta. Repentinità
> e raccoglimento si compenetrano perché una cosa risulti bella: il lampo
> dell’occhio e la pazienza delle mani.
>
> E. Canetti, La rapidità dello spirito
*
Nelle folgoranti, indimenticabili pagine iniziali di Tolstoj e Dostoevskij,
George Steiner sostiene che la critica letteraria dovrebbe scaturire da un
debito di amore.
> “In modi evidenti e tuttavia misteriosi una poesia o un dramma o un romanzo
> afferrano la nostra immaginazione. Nel momento in cui deponiamo il libro non
> siamo più quelli che eravamo prima di leggerlo”.
Scrivere qualcosa su Canetti, oggi, mi pare richieda proprio questo: il
tentativo di saldare ciò che ancora resta in sospeso, a credito dell’autore
bulgaro.
Avevo previsto di cominciare con una disamina del volume di saggi La coscienza
delle parole. Ma ben presto mi sono accorto che Canetti mi tirava per la
giacchetta, trascinandomi altrove, irresistibilmente, verso altri suoi libri — e
in particolare verso le pagine degli Appunti, che egli scrisse con meticolosa
costanza dal 1942 fino a poco prima della morte. L’opera di Canetti è piena di
amorose corrispondenze: echi di significato che si richiamano da un luogo
all’altro del suo dettato, come stelle appartenenti alla medesima costellazione,
disperse tra le vaste distanze delle galassie.
Ecco perché quanto segue somiglierà più a ciò che, nella letteratura cinese, è
noto come biji, o, nella tradizione giapponese, come zuihitsu: uno zibaldone di
frammenti e lampeggiamenti, simili a colpi di pennello tremolanti appena
tracciati su una tela. Non sembrerà poi così assurdo, allora, parlare di Kafka
ed evocare, nello stesso respiro, la forza del mito e la leggerezza del taoismo.
Da qualche parte – nei Campi Elisi degli scrittori – immagino già un timido
sorriso illuminare il volto sobrio di Canetti.
*
Marina Nadotti, in una significativa chiosa a un’opera del compianto John
Berger, usò un’espressione che mi colpì per la sua risonanza evocativa:
“ospitalità del pensiero”. Con quell’immagine, Nadotti indicava una particolare
disposizione della mente e del cuore: un’attitudine a lasciarsi attraversare,
con curiosità e generosità, dalle multiformi esperienze della vita sensibile e
di quella interiore. Tutto, nel dettato di Canetti, sembra chiedere proprio
questo: di essere accolto, abbracciato, riconosciuto – con una smisurata empatia
emozionale.
In questo senso, Canetti appare come l’ultimo degli umanisti: un instancabile
alchimista del sapere, intento a ibridare ambiti solo apparentemente distinti
come l’antropologia, la storia, la letteratura, la critica. Ma, a differenza
della baldanza fiduciosa del faber rinascimentale, la sua aspirazione alla
conoscenza è costantemente attraversata da una minaccia incombente: il terribile
volto della storia.
Colpisce, in Canetti, la vastità dell’argomentazione, sostenuta da un’erudizione
mai fine a sé stessa, ma sempre animata da un profondo senso di responsabilità
etica. Una responsabilità che si esercita, in prima istanza, nei confronti della
lingua e delle parole che la compongono. Basti pensare al titolo del primo
volume del trittico autobiografico: La lingua salvata. La biografia canettiana è
segnata, fin dagli esordi, da una convivenza fitta e inquieta di lingue e
culture, che l’autore sente il dovere di proteggere dalla deriva babelica, dalla
cannibalesca supremazia dell’una sull’altra. Da qui nascono la sua fiducia nelle
parole “non travestite”, capaci di restituire barlumi di autenticità, e un
sentimento di vibrante commozione verso l’atto stesso del nominare il mondo:
come se, nel dare nome alle cose, si riattivasse ogni volta un legame originario
— e dunque atemporale — tra lo sguardo dello scrittore e ciò che lo circonda.
> “Il mio Dio è il nome, il soffio della mia vita è la parola.”
Le parole non sono mai ancelle né gregarie dell’uomo, ma ne riflettono la parte
migliore: quella, in fin dei conti, meno vulnerabile all’oblio della morte.
> “Ma ci sono parole di un tipo particolare, che accendono l’entusiasmo, quelle
> che contengono spazio e futuro, vastità da ogni parte. Quanto di storto e di
> vano era racchiuso nell’uomo ora si espande d’improvviso con enorme fretta in
> cento direzioni diverse, con le sue parole egli va a toccare per dritto e per
> traverso inizio e fine e centro del mondo.”
*
Seduce, in Canetti, il dialogo sempre aperto con le grandi civiltà asiatiche –
soprattutto con quella cinese: un volgersi verso forme altre di cultura, di
scrittura, di differente visione del mondo. A questo movimento di apertura verso
l’esterno ne corrisponde uno speculare di ripiegamento interiore in sé stessi: è
il Canetti degli Appunti, che si avvicina alla parte più autentica di noi, in un
atto di responsabilità verso il proprio tempo. Indagarsi, interrogarsi, aprirsi
all’orizzonte del cambiamento: come nella disposizione d’animo del viaggiatore.
Anche in questo, Canetti rivela una fibra quasi rinascimentale, come un
Montaigne del ventesimo secolo: tuttavia, sotto la superficie, affiora sempre un
senso sottile d’inquietudine, lo svelamento progressivo della desacralizzazione
di ogni cosa.
Diventa allora più arduo, per il viaggiatore-scrittore, testimoniare la perdita
dello stupore, l’ammutolirsi della sorpresa. Eppure, in fondo, la letteratura
non è che questo: il dimorare del pellegrino nella meraviglia.
La missione dello scrittore: fare il vuoto dentro di sé e accogliervi la
traboccante ricchezza dell’esistente, la metamorfosi continua che attraversa la
storia e le vicende umane. Ancora, cercare le fontane dove stilla la musica
delle antiche favole, ritrovare tracce dei miti nel respiro del mondo. Canetti
vorrebbe credere in un universo dove dimorano gli dèi, dove il lampo e il tuono
abitano nello sguardo delle tigri e i vascelli solcano le acque tra i mostri
marini e le isole incantate dei Feaci. Il mito è come il viaggio: si insedia in
una dimensione senza tempo, dove lo sguardo degli uomini non si posa mai due
volte sullo stesso luogo e ogni cosa parla il linguaggio prebabelico della
meraviglia.
> “I nuovi luoghi non si inseriscono nei vecchi significati. Per un certo tempo
> ci apriamo realmente. Tutte le storie passate, la nostra vita stracolma, che
> soffoca di senso, ci restano dietro le spalle d’improvviso, come se le
> avessimo lasciate in deposito da qualche parte., e mentre se ne stanno là
> accade l’assolutamente inesplicato: il nuovo”.
Una delle ragioni dell’imbarbarimento dei tempi moderni sta nell’aver staccato
la spina ai miti. Canetti vive con dolore l’assenza totale degli dèi nel
presente: al loro posto, sul trono del mondo, siede il volto impietoso e
definitivo della storia sanguinosa.
> “Per me il pensiero più desolante è che alla storia non si sfuggirà mai più. E
> questo il vero motivo per cui continuo ad armeggiare tra tutti i miti? Ripongo
> forse speranze in un mito dimenticato che possa salvarci dalla storia?”
*
All’interno della raccolta di saggi La coscienza delle parole, brillano i due
capitoli dedicati a Kafka e al suo epistolario con Felice, la donna che avrebbe
dovuto sposare e alla quale fu legato da un rapporto tormentoso e conflittuale.
Lo sguardo di Canetti sul celebre scrittore è di una sconvolgente e disarmante
tenerezza. Faccio fatica a trovare altri esempi in cui la critica letteraria si
spogli della sua arroganza cattedratica per diventare pura immersione nell’opera
che si pone come oggetto di studio. Forse, solo Cortázar, nel suo memorabile A
passeggio con John Keats, può essere annoverato come una fulgida eccezione.
Nessun altro scrittore è stato capace di penetrare così a fondo nelle
interiorità di un autore, e al tempo stesso, da speleologo di un destino
incistato nella letteratura, di offrirci un ritratto così potente. Kafka:
l’artista che trova giustificazione solo nella letteratura, che vive grazie alla
letteratura e di letteratura. Il dilemma intimo dello scrittore boemo: quanto
più la sua scrittura cresce in intensità, tanto più l’individuo si percepisce
sempre più piccolo, attratto come da un gorgo incantato dal grande, terribile e
meraviglioso oceano d’inchiostro nero che si stende sul foglio di fronte a lui.
Il sogno di Kafka: così come un certo tipo di storiografia ci mostra Nerone,
all’apice della solitudine, contemplare Roma devastata dall’incendio, così Kafka
desidera che, nella notte, solo lui rimanga sveglio nel mondo, per poter
finalmente “farsi carico” dell’umanità e confrontarsi con la sua multiforme
essenza. Si sente, in quel momento, giustificato davanti a sé stesso e agli
altri. A Kafka serve una statura, una postura da superstite, da ultimo uomo
sulla terra: nella sua stanza, a lume di candela, scrive come se inviasse
missive dall’Arca, in mezzo al diluvio.
Kafka: il poeta sempre in lotta contro il potere, alla ricerca di una libertà
assoluta e senza vincoli, così come il ritmo del respiro, il compenetrarsi degli
estremi, l’abbraccio di violenza e tenerezza.
Ecco uno dei sensi della parabola di Canetti, alfiere di un dettato che cavalca
verso l’altrove, ma mai in fuga rispetto al cuore oscuro del presente – più che
di vino, di oscuro sangue è fatta la storia del mondo. In questo senso,
l’eterogeneità della raccolta di saggi diventa naturale rifrazione della
multiformità dell’esistente: convivono, in una straordinaria galleria di
ritratti, Hermann Broch, autore del folgorante La morte di Virgilio, Karl
Kraus, Georg Büchner – il cui Woyzeck ha cambiato la vita di Canetti –, Tolstoj
e Confucio, esempio mirabile di integrità etica e letteraria.
*
Nel capitolo Dialogo con il terribile partner, tra i più belli di tutta la
raccolta, Canetti esplora le ragioni che spingono certi uomini a tenere un
diario. Colpisce, in queste pagine, l’importanza attribuita ai diari di viaggio,
ai quali ci si accosta fin da bambini. Il sentimento di una vita ingessata in
pose ormai fisse, l’oppressione di una realtà troppo carica di senso,
l’avvicendarsi di vicende sempre note ci spingono verso i resoconti di viaggio,
dove tutto è ancora al di qua di ogni inizio, avventura dopo avventura, giorno
dopo giorno. Solo immaginando città straniere, lingue misteriose e luoghi
irripetibili possiamo colmare la nostra insaziabile voglia di metamorfosi.
Non sorprendono quindi l’interesse sempre vivo di Canetti per l’antropologia, lo
studio comparato di civiltà lontane nello spazio e nel tempo, la sua
predilezione verso i grandi diari di viaggio, come quello del cinese Hsüan Tang
o dell’arabo Ibn Battura, e l’ammirazione verso forme di scrittura distanti –
il Libro del Guanciale di Sei Shōnagon e Storia di Genji, di Murasaki Shikibu.
*
Tutti ricordano giustamente Canetti per il trittico autobiografico o per quel
monumento del pensiero che è Massa e Potere. Eppure, io credo che il vero
capolavoro dello scrittore siano i suoi Appunti, raccolti nell’arco di tutta una
vita. Come non restare trafitti da quel dettato eracliteo fatto di
lampeggiamenti, echi di senso dove il tuono si propaga a valle, di piccoli
incendi e ripide cascate? Leggere Canetti è come cartografare il mondo, portando
sempre dentro di sé il senso del mistero e della meraviglia.
Esiste un breve scritto di Borges che chiude L’artefice, piccola opera quasi
testamentaria del grande argentino. Nella mia copia del libro, ormai un po’
sgualcita, ho sottolineato con un leggerissimo tratto di lapis le ultime righe.
Mi sembra che possano spiegare meglio di qualsiasi altra cosa ciò che Elias
Canetti rappresenta per me.
> “Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno
> spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli,
> di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone.
> Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia
> l’immagine del suo volto”.
Lorenzo Giacinto
L'articolo Il pellegrino della meraviglia. Omaggio a Elias Canetti proviene da
Pangea.
C’è qualcosa di aggressivo, sempre, in Giulio Milani – una proclamazione di
guerra a fior di labbra, un assalto alle spalle – le bombe nella tasca dei
jeans. Un paio di anni fa fu autore dello “schiaffo pedagogico” inferto a
Giuseppe Conte; ne parlarono tutti, da mercenari dell’ovvio. Stigmatizzato come
No Vax, autore di una “Storia sociale dell’oppressione ai No Green Pass” – libro
esaurito –, Milani è stato trattato per un po’ come un paria, come un
impresentabile. Non sperava di meglio.
*
Lo incrocio a Firenze. Militare nel passo, filiforme, tutto nervi, pronto allo
scontro, dal viso sfrontato, di chi sta al mondo con la postura del rapace. È un
uomo pericoloso, Giulio Milani. Un incrocio tra il rivoluzionario russo e il
punk, tra David Bowie e Sergej Nečaev. Sembra sempre avere le idee chiare su
tutto – sa dove posizionare gli ordigni.
*
Di recente, Giulio Milani ha pubblicato, con la casa editrice che dirige da un
ventennio, Transeuropa, Codice Canalini, che dovrebbe essere un elogio
agiografico del suo maestro, l’editore “irregolare… ribelle… eversivo” Massimo
Canalini, ma è soprattutto un manuale per sovvertire il sistema editoriale
vigente, vincente (esempio pratico: passate alle pagine 160 e seguenti).
Insomma, è Il catechismo del rivoluzionario scritto in favore degli editori
italiani, che si dividono tra squali e sognatori – e sono spesso vili.
Patrie circonvoluzioni dell’epoca. Poco fa Milani era il paria,
l’irrappresentabile: oggi rappresenta un’era avventurosa dell’editoria,
l’inimitabile epopea degli Ottanta e dei Novanta. Oggi tutti lo vogliono – la
ribellione pare acqua salubre nel sistema concentrazionario della cultura
odierna; ci vuole un cuore taurino atto alla lotta e alla lettura – e io non
credo che Milani abbia un cuore, credo abbia un deserto, poi un
caravanserraglio, poi un cavaliere a dritta, con l’arco teso – punta proprio
te.
*
Di Canalini, immagino, sapete tutto. L’amicizia con Pier Vittorio Tondelli –
“Per lui, vivere di scrittura era tutto, e lo faceva senza compromessi. Era il
Leonardo DiCaprio dei narratori”, copy Milani –, le mitiche antologie “Under
25”, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, etc. La sua storia è raccontata con
estro da Milani: alterna il gusto del pettegolezzo all’Iliade. Devo dire – gusti
miei – che è più bello l’epos dell’esito, l’affronto e l’assalto del risultato
estetico. Non mi hanno mai esaltato quei libri, quei nomi, quei toni.
*
Codice Canalini è anche il libro di uno – Milani – che sega un cordone
ombelicale che stava diventando cappio. È sempre così. Storia di figli che
onorano i padri uccidendoli; storia di idolatria e di traditi.
Più che altro, Codice Canalini è un addestramento – un libro che obbliga alla
veglia. Anzi: al risveglio.
*
Così scrive a un certo punto Milani:
> “I veri innovatori sono rimasti pochi, pochissimi. E quei pochi sanno che, per
> restare davvero fedeli alla scrittura, bisogna ripartire dal basso, da un
> nuovo ‘campo di battaglia’ dove la critica non è già scritta nel testo, ma
> deve emergere attraverso il conflitto, la fatica, il rischio. Quelli che
> scrivono senza badare ai riflettori, senza preoccuparsi se la loro opera sarà
> applaudita o ignorata, sono gli ultimi autentici guerrieri della parola”.
*
In ciò che fa Milani c’è sempre un sentore di guerriglia. Prendo i titoli dei
suoi libri, ad esempio: Gli struggenti (o i kamikaze del desiderio); L’arte
della scrittura e della caccia col falcone; La terra bianca. Marmo, chimica e
altri disastri. C’è sempre, intendo, qualcosa che invita all’arma piena, allo
sfregio, all’ultima manovra, a tenaglia, per smarcare l’avversario in poltiglia.
Milani ha curato un’antologia che s’intitola I persecutori. Ha perseguito
un’idea editoriale che alterna grazia e ghigliottina; non ama la macchia;
parecchi lo odiano – non è difficile capirli. Tra gli autori che ha scoperto
preferisco Andrea Tarabbia.
*
Poco o nulla – se non una grandguignolesca affinità tra transfughi ed espulsi –
mi lega a Milani. In affari editoriali, il mio maestro è stato Mario Guaraldi –
il Mosè dei ribelli, quello che negli anni Settanta lottava contro i monopolisti
dell’editoria, gli strozzini del sistema distributivo –: l’ho incontrato al
tramonto e fu sgargiante. Quanto al resto, vengo da una disciplina – quella
impiantata, attraverso la rivista “Atelier”, da Marco Merlin – che mira
all’opera incessante, all’amore assoluto, dunque alla sparizione. Vedo in Nicola
Crocetti – uno che ha passato la vita per dare voce e vita ai poeti, gli assurdi
assoluti, spesso irriconoscenti – una specie di hidalgo. Ma è pur vero che gli
estremismi si attraggono, se non altro perché la soglia, alla fine, converge in
razzia.
*
Milani si è laureato in storia militare; ha inseguito Rigoni Stern; ha lavorato
con René Girard e Gianni Vattimo. Sembra un immortale – ha la fiamma
dell’incendiario. Di chi incensa dando avvio al rogo. Semmai – a darmi troppo
peso – io rispecchio un Armand d’Hubert, quelli pronti a perdere tutto per una
fola, un vago amore, un attacco d’ira per una quisquiglia qualsiasi. Morirò
così, eletto a una causa da nulla. Milani, piuttosto, estremo stratega, ha la
folle costanza di un Dantès. Se gli ho dato della canaglia, è stato per errore
di prospettiva. Nulla in lui ha a che vedere con “una turba di cagnacci sordidi
e mordaci”, che azzannano e fanno cieco macello – in Milani, dov’è l’afflato e
l’audacia spassionata giace pure il progetto, il senso calcolatore, il seminare
un futuro invisibile ai più. Dove sono le zanne, scopri un astrolabio.
Inevitabile è obbligarlo al dialogo. Per poi, disorientati, disurbani,
riprendere la corsa, la caccia.
Che senso ha fare editoria oggi?
Lo stesso di sempre: affondare le mani nel magma, trovare voci che bruciano e
dargli un nome. Il problema è che oggi il magma si è fatto palude e la sfida non
è più scoprire scrittori, ma liberarsi della fanghiglia che ci soffoca. Il senso
è tutto lì: resistere all’editoria che si è trasformata in marketing, alla
letteratura che si è fatta algoritmo, ai premi che sono aste e alle fiere che
sono sfilate.
Tre aggettivi per Canalini.
Anarchico: non nel senso estetico, nel senso incendiario. Faceva tutto di testa
sua, bruciando ponti e costruendone di nuovi nello stesso istante.
Spregiudicato: perché pubblicava con l’istinto, con il fiuto del cacciatore,
senza farsi incantare dai paletti imposti dalla grande editoria.
Punk: perché viveva il libro come una detonazione, non come un investimento.
Tre aggettivi per Tondelli.
Iconico: ha scritto il lessico sentimentale di una generazione, piaccia o meno.
Visionario: ha visto l’Italia che stava arrivando e l’ha raccontata prima che
succedesse.
Elegante: nella scrittura, nei movimenti, nelle scelte, perfino nel disfarsi.
Tondelli… ancora? Peggio ancora: non è forse diventato un idolo? E noi non
abbiamo l’obbligo di abbatterli tutti, gli idoli?
Sì, ma prima bisogna capire se è un idolo o un profeta. Un idolo è un guscio
vuoto da abbattere, un profeta è una voce che rinasce continuamente, anche in
bocca agli altri. Il problema di Tondelli non è che lo leggono troppo, è che lo
leggono male. È come vedere una generazione di preti citare Nietzsche:
grottesco.
Che libro ti glori di aver pubblicato – che libro non vorresti avere mai
pubblicato – che libro vorresti pubblicare.
Gloria: Codice Canalini. Perché è una mina piantata in mezzo al nulla, che
esploderà nei momenti meno opportuni.
Rimpianto: aver dato fiducia a chi voleva solo mettere il proprio nome su un
libro, senza metterci il cuore.
Sogno: un romanzo che non piaccia ai lettori dell’editoria, ma a quelli che
ancora non sanno di essere lettori.
I maestri. Il tuo incontro con Rigoni Stern. Perché proprio Rigoni Stern? Chi,
oggi, vorresti al desco per un libro-intervista?
Rigoni Stern perché la montagna insegna il tempo e la resistenza, e perché un
editore dovrebbe essere prima di tutto un partigiano. Oggi? Vorrei al desco chi
non ha nulla da perdere, perché solo quelli dicono la verità.
Perché, poi, si scrive?
Perché il mondo non basta. Perché si cerca un’eco. Perché è l’unico gesto
davvero ribelle in un’epoca che ha neutralizzato la ribellione.
Come rompere il sistema dello strozzinaggio editoriale?
Come si rompe una truffa: rifiutandosi di accettarla. Ma è più comodo lamentarsi
e continuare a giocare. Il giorno in cui gli editori indipendenti smetteranno di
pagare per farsi distribuire, di comprare copie per avere visibilità, di
mendicare spazi nelle fiere, il sistema imploderà. Ma siamo in pochi a voler
davvero lo schianto.
Non è meglio la fuga dal mondo che la rivolta? Chi te lo fa fare?
La rivolta è la fuga con stile. La differenza è che io voglio vedere
l’esplosione, non nascondermi nel bosco.
Prima ti trattavano da paria, ora sei pari agli impareggiabili, tutti scrivono
di te. Si vede che Canalini è davvero un re Mida. Che cosa ti resta da fare:
rinnegare te stesso, dirottare tutto…?
Vedi, il punto è che nessuno vuole davvero il paria, finché non scopre che il
paria ha un alibi d’oro: la storia. E la storia, per quanto si voglia
addomesticarla, è un’arma a doppio taglio. Canalini non è stato un re Mida,
piuttosto un detonatore: ha fatto esplodere talenti, ha mandato in frantumi
certezze, ha smascherato la mediocrità editoriale con una naturalezza che oggi
nessuno si può permettere. Quello che mi resta da fare è capire fino a che punto
posso dirottare il sistema senza farmi abbattere. O senza trasformarmi in quello
che ho sempre combattuto.
…ma tu che volevi fare lo scrittore ti sei trovato a pubblicare scrittori? Cosa
è successo?
È successo che l’editoria è un mostro strano: ti inghiotte quando meno te lo
aspetti. Io scrivevo, ma mi sono accorto che il vero potere non era pubblicare
sé stessi, ma avere in mano le chiavi della selezione, l’accesso ai futuri
possibili della letteratura. Pubblicare uno scrittore significa scegliere chi
avrà diritto di cittadinanza nel panorama culturale, ed è un gesto che vale
quanto un romanzo. È successo che ho preferito costruire il campo di battaglia
invece che combatterci dentro con un solo fucile.
Non parli mai di poesia. Ti fa schifo?
La poesia per me è troppo importante per parlarne a casaccio. La consiglio agli
scrittori, ma non come passatempo, né come estetismo da salotto. La poesia serve
a ricordare che il linguaggio non è solo comunicazione, ma invocazione, una
formula tra il sacro e il magico. Qualcosa che può portarti molto più lontano di
un missile di Elon Musk. Dopodiché, oggi la poesia industriale è il prete
sfiatato che celebra un rito che non emoziona più nessuno. È diventata liturgia
per adepti, feticcio per anime belle che si compiacciono della loro irrilevanza.
Ma la poesia vera, quella che brucia, la trovi nei posti sbagliati: nelle
bestemmie di chi perde tutto, nelle scritte sui muri delle stazioni, nei versi
urlati allo stadio, nei rosari sussurrati in punto di morte. Nei luoghi in cui
le parole servono davvero, dove si gioca qualcosa di essenziale. Non nella
poesia che sa di catechismo e di premi assegnati a tavolino.
Qual è il libro per sempre giovane del ‘catalogo Canalini’ – quale quello che è
invecchiato peggio?
Jack Frusciante è uscito dal gruppo è ancora giovane perché il tempo lo ha reso
un classico generazionale. Lì dentro c’è il battesimo della gioventù editoriale
italiana, il momento in cui si è capito che si poteva scrivere senza dover avere
settant’anni e un colbacco.
Quello invecchiato peggio? Quelli che erano “avanguardie del presente” e oggi
sembrano manuali di antiquariato. Ma il vero problema non è l’età, è la
scrittura: un libro invecchia male quando è stato scritto per seguire una moda,
e la moda, si sa, dura il tempo di un rigurgito estetico.
E ora… che fai?
Aspetto il prossimo botto.
Dunque: in cosa credi? Il prossimo ‘botto’, dici… Milani che come don Milani
trova la sua Barbiana nell’Athos e improvvisamente scompare: puf!
Credo nella letteratura come atto sovversivo, nell’editoria come ultimo baluardo
dell’intelligenza anarchica, nell’idea che ci sia ancora un modo per raccontare
senza essere addomesticati.
Il prossimo botto? O si fa la “Legge Canalini” e si sovverte il sistema delle
rese editoriali, o si fa la guerriglia culturale: librerie clandestine,
editori-pirati, romanzi che si passano come samizdat sovietici. Se scompaio, non
sarà nell’Athos, ma nel posto più scomodo possibile: nel cuore della fiera, a
rovesciare i tavoli.
*In copertina: canagliesco Giulio Milani nel ritratto fotografico di Pino
Bertelli
L'articolo “Credo nella letteratura come atto sovversivo”. Giulio Milani, la
canaglia è tornata! proviene da Pangea.
Thomas Bernhard su una macchina sportiva, “un gelido giorno d’inverno”, che
guida in modo spericolato, “a una velocità mai raggiunta da altri letterati”. Il
profilo letale, il ghigno, le lastre di ghiaccio, splendide come promesse, il
desiderio di castrare la morte per eccesso di seduzione. È il 1977 e Thomas
Bernhard – ora tornato in estro editoriale con la pubblicazione, per Adelphi,
di Correzione – si dirige, a cena, “in una trattoria poco invitante, in un
angolo sperduto dalle parti del lago Traunsee”, nell’Alta Austria.
L’amico, al fianco, sul sedile, un discepolo, si chiama Peter Hamm, ha poco meno
di quarant’anni, è un critico acuto, un poeta: ha conosciuto Paul Celan a
Parigi, vanta una corrispondenza con Nelly Sachs, ha intervistato, per la
televisione, Ingeborg Bachmann, Heinrich Böll, Peter Handke. Da ragazzo, è
rimasto ustionato dalle poesie di Bernhard, raccolte in un libro remoto, raro,
sanguinario, Sulla terra e all’inferno (tornato in libreria, tempo fa, per
Crocetti). In versi, in formule scabre, lapidarie, Bernhard recensiva i temi
cardinali: la disperazione, il dialogo con i morti, il nero occhio del caso.
Aveva venticinque anni, Bernhard, e si credeva – non del tutto a torto – l’erede
di Georg Trakl. Quella sera, molti anni più tardi, Peter Hamm aveva fatto la
mossa giusta, giungendo dallo scrittore “con un sostegno femminile”. Bernhard ne
fu felice, fermentava nel vizio, pigiò sull’acceleratore: il romanziere
di Perturbamento che romba, velocissimo, tra i recessi dell’Austria, con gli
amici, per andare a mangiare. Caustica metafora dello sposalizio tra amore e
morte, provvidenza e caos. “Mi piace vivere dove incontro l’ostilità maggiore”,
avrebbe detto, più tardi, Bernhard.
Cattivo intrattenitore (nel 1989 Guanda ha raccolto le sue Conversazioni,
plumbee, grottesche, monotone), quella sera, vuoi per il vino (“ci dedicammo
soprattutto al vino”, ricorda Hamm), per l’inverno che imperava, per la serafica
presenza femminile, Bernhard diede il meglio di sé. Il pretesto dell’incontro
era un’intervista, o meglio, Una conversazione notturna (Portatori d’acqua,
2020), che avrebbe dovuto introdurre un volume di saggi edito da Suhrkamp.
Bernhard, in piena euforia, parlò della sua idea di giustizia (“I tribunali non
conoscono ostacoli. Quando un uomo arriva in tribunale, e per tutto il tempo che
vi rimane, il tribunale prova un piacere enorme ad annichilire quell’uomo o la
sua personalità”), dell’odio come forma di amore (“Il mondo è fatto di specchi.
Chiunque scriva di odio, o di meschinità, al contempo scrive dell’amore, è
logico”), del compito della letteratura, che esiste per meditare
l’irrimediabile, e della carneficina che deve accadere a teatro:
> “L’ideale sarebbe che invece di far calare il sipario fosse possibile
> strappare via tutto ciò che si vede come una tela da cornice, buttarlo via e
> farlo sparire dalla vista. Ma una tale freddezza e una tale brutalità non sono
> possibili, perché non si possono strappare e buttare via le persone che
> interpretano quei pezzi di carne… se fosse possibile probabilmente lo farei,
> perché in loro non vedo degli esseri umani”.
Allineò i paladini del suo monastico pantheon, Bernhard: su tutti, Thomas Wolfe,
“il primo ad affascinarmi davvero”, vertiginoso romanziere americano, specie di
Minotauro della letteratura, “sulla carta era un tornado”, ovviamente disperso,
pressoché scomparso dalle librerie italiane; poi Pascal e Montaigne, e poco
altro, “i libri mi opprimono”.
Soprattutto, Bernhard si espose in confidenze allora ignote: raccontò il lavoro
in un negozio di alimentari, la fatica, la malattia, “avevo una pleurite umida”,
che lo consegna, diciottenne, al delirio ospedaliero.
> “Mi ritrovai in una camerata con venticinque letti tutti occupati da anziani
> che morivano uno dopo l’altro, in continuazione. Una cosa terribile. Eppure,
> io ero addirittura contento di stare lì”.
Il ragazzo rischia di morire – “mi diedero persino l’estrema unzione” – ma è il
nonno, ricoverato nello stesso ospedale, a passare negli altri mondi. L’origine
della scrittura, per Bernhard, è lì: “un buco nei polmoni”, la morte del nonno,
il male, che lo scarnifica, “avevo perso venti chili in due settimane… il giorno
del mio compleanno i miei fratelli non mi hanno riconosciuto”. Perforato nella
carne, prediletto al tormento, tradotto in altro, in uno sconosciuto, Bernhard
scrive: non per radiazione di pietà o per irradiare dolore; scava l’osso ultimo,
esaspera ciò che resta della vita. Scrive per polverizzare.
Naturalmente, la “conversazione notturna” – iniziata “verso mezzanotte” – non
verrà mai pubblicata. Quando Bernhard la riceve, sbobinata, editata per la
pubblicazione, è a Sintra, in Portogallo. Risponde all’amico con una lettera che
porta l’intestazione dell’albergo, sontuoso, in cui è accolto. Le parole sono
metalliche e definitive:
> “L’intero testo del nostro unico (ultimo?) esperimento risulta del tutto
> inservibile e non se ne deve utilizzare nemmeno una riga. La sola idea di un
> libro sul mio lavoro mi fa quasi male; ne può venir fuori soltanto l’ennesima
> aberrazione… Da anni non leggo che chiacchiere nauseabonde e non posso
> difendermi da queste fandonie vomitevoli”.
Libro e intervista, dunque, saranno abolite e obliate. Molti anni dopo – cioè,
quindici anni fa, nel 2010 – Peter Hamm, sia lode a lui, decide, “benché con
sentimenti contrastanti”, di pubblicare la chiacchierata, di oscura bellezza.
Resta, magnifico, l’ultimo fotogramma: Bernhard che “alle soglie dell’alba”
spala la neve che nel frattempo, terminata la conversazione, ha accerchiato la
casa, “ci sgombrò il cammino affinché potessimo ripartire per Monaco”.
Lo scrittore che lotta con la neve, tutto quel bianco: come se prendesse a morsi
il candore.
L'articolo “Mi piace vivere dove incontro l’ostilità maggiore”. Thomas Bernhard
parla – e spala la neve proviene da Pangea.