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Scrivo per dare voce all’invisibile – scrivo per essere
Ho sempre pensato che scrivere non possa essere una confessione. In primo luogo perché chi si confessa è figlio della colpa; in secondo luogo perché la colpa è sempre duplice. La verità è che l’atto stesso della scrittura è il tuo confrontarti con l’altro, e non un soggetto generico esterno alla propria identità, ma proprio te stesso – sebbene in un forma traslata. E forse, ma solo in seconda battuta e ben lungi, con qualcuno che hai incontrato, forse distrattamente, forse in una fenditura kairologica di possanza di significato che ti ha portato, per una singola volta, fuori da te stesso. Perché se stessi è una prigione, e lo sanno bene in primo luogo i soddisfatti, coloro che forse non pigolano lamentele, ma che si credono al di sopra perfino della possibilità stessa di sospendere il giudizio sulla supremazia del proprio Ego. Scrivere è una necessità? Può esserlo, questo sì, ma a patto che sia la più veridica delle menzogne. Perché al di fuori della confessione, che è la più falsa delle verità, v’è solo questo. Diceva Deleuze, parafrasandolo, che si scrive per chi non può farlo. Questo può sembrare drastico, ma nasconde una verità insolita: scrivere è dare voce a ciò (o a chi) non ne ha; varcare il confine di ciò che accade senza essere registrato o concepito, nella forma lassa e opaca del neutro corso delle vite. Si può scrivere con compassata acribia, perfino con deliberato calcolo, o, per contro, sbandando come una macchina lanciata a tavoletta su uno strato di ghiaccio ma senza incidenti (cioè col solo incidente, metaforico, di uscire dal solco del calcolo stesso), ma non è questo ad avere vero rilievo, quanto piuttosto che essere per la scrittura fa di te una creatura fragile (che offre il fianco nudo alla vita) e che sente l’impellenza di essere fragili al di là della colpa. Non costruendo un altare su cui sacrificare ogni certezza, ma ricavando le poche certezze degne dalla consapevolezza che narrare non è un novero, non è un’invocazione, un’evocazione, o una seduta spiritica, ma tutto questo insieme senza il beneficio di una tregua di compiutezza. Volete confessionali? Privati o pubblici è lo stesso: ne abbondano le chiese d’ogni tipo e i programmi verità o gli articoli dei benpensanti mascherati da spadaccini della morale. In realtà si assiste, proprio in questa fiera del vacuo camuffato da rivendicazione, alla vera eclissi della morale. Una delle prime regole dello scrivere che ho imparato, ammesso che ve ne siano, ma ipotizziamo se ne possano fare di proprie, è quella di non avere foga di descrivere tutto, di squadernare ogni intenzione dietro un personaggio, un dialogo, dei luoghi fisici, capire che in questo caso la struttura perfetta è quella che si erge sfidando la gravità seppure ferita per sottrazione. Ho idea che l’impellenza di cui parlavo sia una giustificazione ancora acerba o capziosamente concessoria, in realtà si dovrebbe partire da un assunto più radicale ancora: scrivere non è metodo, e i pochi che riescono ad averne, siano in gloria, svettano perché fanno del metodo una forma di autotortura. Scrivere può essere certamente in tangenza con un aspetto ludico, e questo, se ben fatto, è grande; ma non c’è niente che impedisca di costruire drammi dove il ridicolo o il grottesco stemperano la saccenza del dramma: in questo Gogol’ o Kafka erano maestri, così come Čechov o Nabokov e molti altri che citare sarebbe pedissequo. Torno però al punto nodale espresso in avvio: confessare presuppone che si sia nascosto qualcosa nell’atto di rivelarlo, e questo non è necessariamente un male, o un peccato come penserebbero i beghini della cultura, ma è semplicemente mediocre, anzi autoconcessivo ad un grado che sfiora il compiacimento pretesco. A ben vedere, non aleggia il dubbio iperbolico di Cartesio sull’atto di essere scrittori, e io dirò con forza non che sono in quanto scrivo, ma che scrivo per essere: come un fantasma o un’ombra che scivolano sui muri e per incanto divengono di carne e sangue. Un buon motto sarebbe piuttosto: io scrivo perché il mondo accada, il che è oggettivamente un paradosso, ma non si può dirlo altrimenti. Si può odiare o amare il mondo, ma l’arte di non farne una colpa è l’arte più sana che si possa instillare nella scrittura. E anche quando si parla di colpa si deve bilanciarla con un po’ di verità che, credetemi, è così spesso esule da essa. Personalmente continuerò a scrivere nel solo modo che mi sembra onesto, cioè dando voce all’invisibile, e non perché non sia concreto, ma perché è la sola sfumatura di dignità, in un mondo che vuole mostrare tutto a ogni costo. Massimo Triolo *In copertina e nel testo: disegni di William Blake L'articolo Scrivo per dare voce all’invisibile – scrivo per essere  proviene da Pangea.
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Massimo Triolo
La letteratura ai tempi dei robot. Su libri, intelligenze artificiali e editor
C’è un racconto di Roald Dahl – Lo Scrittore Automatico, contenuto in Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra (Guanda Editore, traduzione di Massimo Bocchiola) – in cui un aspirante scrittore inventa una macchina che scrive racconti e romanzi in modo automatico. Deluso dai continui rifiuti degli editori, il protagonista decide di vendicarsi proponendo a tutti gli scrittori del mondo di smettere di scrivere prestando il loro nome alla sua macchina, che dunque scriverà al posto loro. I primi due autori a cui si rivolge, nei quali non è difficile riconoscere Hemingway e Faulkner, rifiutano l’offerta, ma poi qualcuno accetta e pian piano lo fanno tutti, perché economicamente è conveniente e anche il risultato finale è migliore, al punto che lo stesso autore del racconto – Roald Dahl – scrive:  > “In questo preciso momento, mentre sto qui seduto ad ascoltare il rantolo dei > miei nove figli nella stanza attigua, sento la mia mano strisciare sempre più > vicino a quel contratto dorato che mi aspetta all’altra estremità della > scrivania…”  Giorgio Manganelli diede una volta una definizione perfetta di Roald Dahl: per lui Dahl era un malvagio. La malefica idea di un mondo letterario che rinuncia alla sacralità dell’espressione artistica affidando la scrittura a una macchina non poteva che uscire dalla sua penna. E oggi il racconto è ancora più attuale, in tempi di intelligenza artificiale e di editing tirannici. Naturalmente è anche un’idea di difficile o impossibile realizzazione, visto che ogni autentico scrittore ha o dovrebbe avere un proprio stile e dunque la macchina immaginata da Dahl dovrebbe non soltanto scrivere racconti e romanzi da sé ma anche saper pasticciare o imitare gli scrittori ai quali intende sostituirsi. Cosa che tuttavia l’intelligenza artificiale sembra essere capace di fare; se chiediamo a ChatGPT di scrivere un paragrafo alla maniera di Hemingway o di Faulkner nel giro di un battito di ciglia ce ne propone uno. Poco importa se da un punto di vista letterario il risultato è indigesto: l’AI spaccia dei pessimi falsi con grande sicurezza di sé. Forse la tracotanza fa parte del suo fascino. Ma non voglio scrivere di intelligenza artificiale; non sono abbastanza preparato al riguardo, né intendo prepararmi. Passo quindi a un altro spunto che in qualche modo indirizzerà questo mio articolo vagabondo. È tratto da un romanzo di Jonathan Franzen, Libertà (Einaudi, 2011), nella traduzione di Silvia Pareschi, la quale ha per inciso dedicato un intero capitolo di un suo libro (Fra le righe, Laterza, 2024) proprio all’intelligenza artificiale.  La situazione è questa: Joey tira fuori un romanzo di Ian McEwan, Espiazione, e tenta di leggere, di “interessarsi alle descrizioni di stanze e giardini”, scrive Franzen e traduce Pareschi, però non ci riesce e pensa a un sms che gli hanno appena spedito. Si tratta di una piccola e divertente chiosa letteraria. Qualche anno dopo, interrogato al riguardo, Franzen rivelerà di essersi voluto vendicare di McEwan, il quale aveva detto che dopo la morte di John Updike Philip Roth era l’ultimo grande scrittore americano rimasto, ignorando completamente la generazione di Franzen.  Bene, credo che pensare a un personaggio di Franzen che ha difficoltà a leggere un romanzo di McEwan ci dia una buona indicazione di dove si stia indirizzando la letteratura contemporanea. Ciò ha a che fare anche con la deriva dell’intelligenza artificiale e – temo – persino con gli editor.  L’editoria odierna esige quasi sempre la massima leggibilità. Il pubblico deve essere padrone dei libri che legge, e poco importa se per ottenere tale risultato bisogna appiattire alcuni stili considerati “difficili” – è il caso del McEwan di Espiazione? – o magari passare la riscrittura delle opere attraverso una sorta di collettivismo editoriale che ha ben poco a vedere con l’espressione artistica e fin troppo con il mercato. Il lettore non deve faticare. Lo stile di chi scrive è quasi sempre un impaccio; deve essere invisibile o assente, altrimenti i personaggi di Franzen (che poi siamo noi stessi) pensano agli sms che hanno appena ricevuto e non a ciò che stanno leggendo. Lo scrittore contemporaneo deve innanzitutto saper intrattenere il lettore, servirlo, forse addirittura mettersi ai suoi piedi.  In un articolo del 1999 (ripreso in Meglio star zitti?, Mondadori, 2019) Giovanni Raboni riportava queste parole di Elena De Angeli, una consulente editoriale: “Se oggi, in Italia, capitasse sul mercato un autore come Carlo Emilio Gadda, non troverebbe un editore disposto a pubblicarlo.” Questo quasi trent’anni fa, e secondo Raboni l’unico rimedio era la creazione di un’editoria pubblica, finanziata dallo Stato. Un’operazione possibile? Auspicabile? O sarebbe una rovina? Possibile che la grande letteratura – o comunque un certo tipo di grande letteratura – non possa ormai che rivolgersi a un’editoria a perdere?  Il lettore non deve faticare, dicevo poc’anzi. Molti editor appiattiscono stili e rovinano opere con la stupida pretesa della leggibilità, sebbene i libri sui quali tanto si accaniscono continuino spesso a non vendersi, il che sarebbe divertente se non fosse purtroppo triste. D’altronde l’editoria (ma anche molti autori!) oggi non esiterebbe a ricorrere alla macchina immaginata da Roald Dahl pur di procacciarsi qualche lettore in più.  Venderemo dunque l’anima al Diavolo? Il Mercato riscriverà i nostri libri e si inchinerà al sacro Dio della scorrevolezza? In una lettera a John Hamilton Reynolds del 1818, tre anni prima di morire, Keats scriveva che non poteva fare a meno di considerare il pubblico un “Nemico” – le maiuscole sono sue –, di rivolgersi a lui con “Ostilità”. Forse dovremmo riflettere su queste parole.  Ma non ne verremo mai a capo. La prima regola di scrittura di Jonathan Franzen fa invece così: “The reader is a friend, not an adversary, not a spectator.” Il lettore è un amico, non un avversario, non uno spettatore. Chissà cosa ne direbbe Keats. Chissà cosa ne penserebbe Gadda. Quanto a me, da lettore, preferisco i difetti di una scrittura reale alla mancata perfezione di una scrittura artificiosa.  Edoardo Pisani L'articolo La letteratura ai tempi dei robot. Su libri, intelligenze artificiali e editor proviene da Pangea.
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La vita agrissima. Sette modi per diventare scrittori
Ricorsivamente ci poniamo le solite domande. Come si diventa scrittori? C’è una formula segreta? C’è una chiave che bisogna portarsi appresso? Si deve conoscere qualcuno che conta? Ecco le domande che spesso sento fare a qualche aitante e giovane erudito. Mentre da parte mia, a questo punto della storia, la domanda è piuttosto un’altra: perché sto passando la mia vita a scrivere? Ma questa è un’altra storia. * Editoria in crisi, proposte in rialzo Le vendite dei libri sono in calo; il numero degli scrittori aumenta. È difficile spiegare come possa reggersi in piedi un sistema del genere. Il settore editoriale è forse l’unico in cui mentre la barca affonda tutti vogliono salirci sopra. La categoria che prendo in esame è nell’accezione più larga possibile. Quindi per scrittori intendo scriventi, poeti, poetastri, narratori, prosivendoli, saggisti, ghost writer, ecc. Questo perché tanto, nella migliore delle ipotesi, il 99% di noi scomparirà dall’orizzonte letterario nazionale nel giro di qualche decennio dalla propria dipartita da questa terra. Alcuni resteranno per aver invaso le pagine dei giornali dei loro tempi, altri perché saranno precipitati nei manuali scolastici e altri perché qualche erede compiacente (che avrà gusto o necessità di ricevere ancora i diritti sulle opere) si darà un sacco da fare per mantenere viva l’attenzione sullo scalpo del proprio familiare – ed è una delle cose migliori che possano capitare a un autore. Ma forse questo è una maniera arcaica di vedere la cosa. * Social e AI Potrebbe essere che qualcuno resterà sui social, con la sua pagina che sarà riempita di contenuti pure dopo la sua morte, dalla moglie che conosceva la password, da un amico, da una figlia, da un parente, da un’associazione di fans sfegatati. Resteranno solo tre frasi espunte da un romanzo e per quelle tre frasi resterà il nome dello sventurato. Una vita passata a scrivere centinaia di pagine, quando bastava aver scritto tre trite frasi a effetto et voilà, era bell’e fatto! Oppure, qualcuno scopre online dei testi di un bravo scrittore, non assurto alla fama modesta del mondo letterario, indica una traccia romanzesca e inserisce in un programma di AI generativa grandi brani di quello scrittore, creando una nuova opera. Insomma, chissà come andrà a finire? E solitamente è proprio questo che interessa tutti: come andrà a finire. Ma per sapere come andrà a finire, c’è da vedere prima come si può cominciare, cioè qualche maniera di diventare scrittori. Ecco allora sette modi per pubblicare, in cui qualcuno di voi potrebbe riconoscersi. Con sorpresa finale (non andate a leggere subito la fine). * Censo Sei ricco, hai beni e risorse da spendere: puoi ottenere, più o meno, ciò che desideri. Quindi anche una pubblicazione presso un editore, più o meno noto. Se poi il tuo testo non ha qualcosa di buono da utilizzare per un libro, pace. Resta il fatto che se le doti letterarie non bastano, con i soldi potrai pagare un ghost writer e il gioco è fatto. Amicizia Se conosci l’editor di un grande editore e ce l’hai in pugno sei a buon punto. Sei proprio amico, puoi chiedergli di pubblicare il tuo libro. Questa modalità resta la più sanguigna e improbabile perché – sia detto senza remore – gli editor non hanno amici, non tengono famiglia e sono tutelati nella privacy più delle spie di Sua Maestà britannica… Meglio conoscere il proprietario della casa editrice. A lui oggi raramente dicono di no (ti accontenterai di un “fuori collana”). Sesso Sei giovane. Uomo o donna non fa differenza. Sei giovane e vuoi diventare scritt*. Qua conta un po’ la bellezza, ma soprattutto le armi classiche della seduzione, che sono sempre un incrocio tra santità e puttanaio. Aprire le porte dell’editoria col sesso è un modo banale di entrarci. Tenacia Puoi occupare l’atrio della casa editrice. Piazzarti per giorni, settimane, mesi accampato là dentro, con sottobraccio i fogli del tuo romanzo che tu ritieni indispensabile all’umanità. Soprattutto deve essere questo il tuo convincimento, non di meno: un libro indispensabile. Forse, stremato dalla tua costanza, ci sarà qualche impiegato che trova la maniera di portarti di fronte al giudice supremo della casa editrice. Fortuna Ci sono vari livelli di fortuna. C’è chi vince un concorso solo perché, un po’ come l’allineamento positivo dei pianeti in astrologia, la giuria ha letto quel testo in un momento favorevole per ciascun giurato. Della serie: questo testo non è un capolavoro, ma è quello che mi ha meno disturbato, o più divertito, o meno addormentato, o più interrogato, o… ad libitum. C’è chi ha inviato un dattiloscritto per posta e ora quel testo staziona da mesi in una busta sotto una pila di altre buste, accanto a pile di altre buste, sulle scrivanie addossate al muro di un ufficio editoriale. L’editore incontra il suo consigliere alla pubblicazione, alza una pila, toglie delle buste e ne prende una a caso, la tua. Ecco, al lettore il testo piace. Si va in stampa. Bravura Sei bravo. Lo sai. Te lo hanno detto scrittori affermati e agenti letterari svogliati. Prendi il libro e lo porti alla casa editrice della tua città che lo pubblica. L’editore è piccolo, il mondo editoriale non si accorge di nulla. Sei bravo. Te l’hanno detto. Pubblichi, non si sa come, con un editore importante, il libro non è spinto sulla stampa, il mondo editoriale non si accorge di nulla. Sei bravo. Pubblichi con un editore conosciuto che segue il libro e lo pubblicizza. Vendi poco più di mille copie, il mondo editoriale non si accorge di nulla. Circostanze Un agente letterario accetta di curare i tuoi interessi editoriali. Proponi due libri. Il primo non se lo fila nessuno e tu ritenevi fosse il migliore. Quello che invece avevi scritto controvoglia viene pubblicato perché – dice l’agente – era proprio l’argomento che l’editore stava cercando… * Post Scriptum Questi modi di pubblicare corrispondono a storie vere di alcuni scrittori in carne e ossa, di cui qui non menzionerò nemmeno il soprannome. Alessandro Agostinelli *In copertina: Ernest Hemingway, uno scrittore L'articolo La vita agrissima. Sette modi per diventare scrittori proviene da Pangea.
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Alessandro Agostinelli
Il pellegrino della meraviglia. Omaggio a Elias Canetti
> È vero che tutto deve cominciare repentinamente, ma se poi non segue un > istante di raccoglimento la cosa si sgretola subito e va perduta. Repentinità > e raccoglimento si compenetrano perché una cosa risulti bella: il lampo > dell’occhio e la pazienza delle mani. > > E. Canetti, La rapidità dello spirito * Nelle folgoranti, indimenticabili pagine iniziali di Tolstoj e Dostoevskij, George Steiner sostiene che la critica letteraria dovrebbe scaturire da un debito di amore.  > “In modi evidenti e tuttavia misteriosi una poesia o un dramma o un romanzo > afferrano la nostra immaginazione. Nel momento in cui deponiamo il libro non > siamo più quelli che eravamo prima di leggerlo”. Scrivere qualcosa su Canetti, oggi, mi pare richieda proprio questo: il tentativo di saldare ciò che ancora resta in sospeso, a credito dell’autore bulgaro. Avevo previsto di cominciare con una disamina del volume di saggi La coscienza delle parole. Ma ben presto mi sono accorto che Canetti mi tirava per la giacchetta, trascinandomi altrove, irresistibilmente, verso altri suoi libri — e in particolare verso le pagine degli Appunti, che egli scrisse con meticolosa costanza dal 1942 fino a poco prima della morte. L’opera di Canetti è piena di amorose corrispondenze: echi di significato che si richiamano da un luogo all’altro del suo dettato, come stelle appartenenti alla medesima costellazione, disperse tra le vaste distanze delle galassie. Ecco perché quanto segue somiglierà più a ciò che, nella letteratura cinese, è noto come biji, o, nella tradizione giapponese, come zuihitsu: uno zibaldone di frammenti e lampeggiamenti, simili a colpi di pennello tremolanti appena tracciati su una tela. Non sembrerà poi così assurdo, allora, parlare di Kafka ed evocare, nello stesso respiro, la forza del mito e la leggerezza del taoismo. Da qualche parte – nei Campi Elisi degli scrittori – immagino già un timido sorriso illuminare il volto sobrio di Canetti. * Marina Nadotti, in una significativa chiosa a un’opera del compianto John Berger, usò un’espressione che mi colpì per la sua risonanza evocativa: “ospitalità del pensiero”. Con quell’immagine, Nadotti indicava una particolare disposizione della mente e del cuore: un’attitudine a lasciarsi attraversare, con curiosità e generosità, dalle multiformi esperienze della vita sensibile e di quella interiore. Tutto, nel dettato di Canetti, sembra chiedere proprio questo: di essere accolto, abbracciato, riconosciuto – con una smisurata empatia emozionale. In questo senso, Canetti appare come l’ultimo degli umanisti: un instancabile alchimista del sapere, intento a ibridare ambiti solo apparentemente distinti come l’antropologia, la storia, la letteratura, la critica. Ma, a differenza della baldanza fiduciosa del faber rinascimentale, la sua aspirazione alla conoscenza è costantemente attraversata da una minaccia incombente: il terribile volto della storia. Colpisce, in Canetti, la vastità dell’argomentazione, sostenuta da un’erudizione mai fine a sé stessa, ma sempre animata da un profondo senso di responsabilità etica. Una responsabilità che si esercita, in prima istanza, nei confronti della lingua e delle parole che la compongono. Basti pensare al titolo del primo volume del trittico autobiografico: La lingua salvata. La biografia canettiana è segnata, fin dagli esordi, da una convivenza fitta e inquieta di lingue e culture, che l’autore sente il dovere di proteggere dalla deriva babelica, dalla cannibalesca supremazia dell’una sull’altra. Da qui nascono la sua fiducia nelle parole “non travestite”, capaci di restituire barlumi di autenticità, e un sentimento di vibrante commozione verso l’atto stesso del nominare il mondo: come se, nel dare nome alle cose, si riattivasse ogni volta un legame originario — e dunque atemporale — tra lo sguardo dello scrittore e ciò che lo circonda.  > “Il mio Dio è il nome, il soffio della mia vita è la parola.” Le parole non sono mai ancelle né gregarie dell’uomo, ma ne riflettono la parte migliore: quella, in fin dei conti, meno vulnerabile all’oblio della morte. > “Ma ci sono parole di un tipo particolare, che accendono l’entusiasmo, quelle > che contengono spazio e futuro, vastità da ogni parte. Quanto di storto e di > vano era racchiuso nell’uomo ora si espande d’improvviso con enorme fretta in > cento direzioni diverse, con le sue parole egli va a toccare per dritto e per > traverso inizio e fine e centro del mondo.” * Seduce, in Canetti, il dialogo sempre aperto con le grandi civiltà asiatiche – soprattutto con quella cinese: un volgersi verso forme altre di cultura, di scrittura, di differente visione del mondo. A questo movimento di apertura verso l’esterno ne corrisponde uno speculare di ripiegamento interiore in sé stessi: è il Canetti degli Appunti, che si avvicina alla parte più autentica di noi, in un atto di responsabilità verso il proprio tempo. Indagarsi, interrogarsi, aprirsi all’orizzonte del cambiamento: come nella disposizione d’animo del viaggiatore.  Anche in questo, Canetti rivela una fibra quasi rinascimentale, come un Montaigne del ventesimo secolo: tuttavia, sotto la superficie, affiora sempre un senso sottile d’inquietudine, lo svelamento progressivo della desacralizzazione di ogni cosa. Diventa allora più arduo, per il viaggiatore-scrittore, testimoniare la perdita dello stupore, l’ammutolirsi della sorpresa. Eppure, in fondo, la letteratura non è che questo: il dimorare del pellegrino nella meraviglia. La missione dello scrittore: fare il vuoto dentro di sé e accogliervi la traboccante ricchezza dell’esistente, la metamorfosi continua che attraversa la storia e le vicende umane. Ancora, cercare le fontane dove stilla la musica delle antiche favole, ritrovare tracce dei miti nel respiro del mondo. Canetti vorrebbe credere in un universo dove dimorano gli dèi, dove il lampo e il tuono abitano nello sguardo delle tigri e i vascelli solcano le acque tra i mostri marini e le isole incantate dei Feaci. Il mito è come il viaggio: si insedia in una dimensione senza tempo, dove lo sguardo degli uomini non si posa mai due volte sullo stesso luogo e ogni cosa parla il linguaggio prebabelico della meraviglia. > “I nuovi luoghi non si inseriscono nei vecchi significati. Per un certo tempo > ci apriamo realmente. Tutte le storie passate, la nostra vita stracolma, che > soffoca di senso, ci restano dietro le spalle d’improvviso, come se le > avessimo lasciate in deposito da qualche parte., e mentre se ne stanno là > accade l’assolutamente inesplicato: il nuovo”. Una delle ragioni dell’imbarbarimento dei tempi moderni sta nell’aver staccato la spina ai miti. Canetti vive con dolore l’assenza totale degli dèi nel presente: al loro posto, sul trono del mondo, siede il volto impietoso e definitivo della storia sanguinosa.  > “Per me il pensiero più desolante è che alla storia non si sfuggirà mai più. E > questo il vero motivo per cui continuo ad armeggiare tra tutti i miti? Ripongo > forse speranze in un mito dimenticato che possa salvarci dalla storia?” * All’interno della raccolta di saggi La coscienza delle parole, brillano i due capitoli dedicati a Kafka e al suo epistolario con Felice, la donna che avrebbe dovuto sposare e alla quale fu legato da un rapporto tormentoso e conflittuale. Lo sguardo di Canetti sul celebre scrittore è di una sconvolgente e disarmante tenerezza. Faccio fatica a trovare altri esempi in cui la critica letteraria si spogli della sua arroganza cattedratica per diventare pura immersione nell’opera che si pone come oggetto di studio. Forse, solo Cortázar, nel suo memorabile A passeggio con John Keats, può essere annoverato come una fulgida eccezione. Nessun altro scrittore è stato capace di penetrare così a fondo nelle interiorità di un autore, e al tempo stesso, da speleologo di un destino incistato nella letteratura, di offrirci un ritratto così potente. Kafka: l’artista che trova giustificazione solo nella letteratura, che vive grazie alla letteratura e di letteratura. Il dilemma intimo dello scrittore boemo: quanto più la sua scrittura cresce in intensità, tanto più l’individuo si percepisce sempre più piccolo, attratto come da un gorgo incantato dal grande, terribile e meraviglioso oceano d’inchiostro nero che si stende sul foglio di fronte a lui. Il sogno di Kafka: così come un certo tipo di storiografia ci mostra Nerone, all’apice della solitudine, contemplare Roma devastata dall’incendio, così Kafka desidera che, nella notte, solo lui rimanga sveglio nel mondo, per poter finalmente “farsi carico” dell’umanità e confrontarsi con la sua multiforme essenza. Si sente, in quel momento, giustificato davanti a sé stesso e agli altri. A Kafka serve una statura, una postura da superstite, da ultimo uomo sulla terra: nella sua stanza, a lume di candela, scrive come se inviasse missive dall’Arca, in mezzo al diluvio. Kafka: il poeta sempre in lotta contro il potere, alla ricerca di una libertà assoluta e senza vincoli, così come il ritmo del respiro, il compenetrarsi degli estremi, l’abbraccio di violenza e tenerezza.  Ecco uno dei sensi della parabola di Canetti, alfiere di un dettato che cavalca verso l’altrove, ma mai in fuga rispetto al cuore oscuro del presente – più che di vino, di oscuro sangue è fatta la storia del mondo. In questo senso, l’eterogeneità della raccolta di saggi diventa naturale rifrazione della multiformità dell’esistente: convivono, in una straordinaria galleria di ritratti, Hermann Broch, autore del folgorante La morte di Virgilio, Karl Kraus, Georg Büchner – il cui Woyzeck ha cambiato la vita di Canetti –, Tolstoj e Confucio, esempio mirabile di integrità etica e letteraria. * Nel capitolo Dialogo con il terribile partner, tra i più belli di tutta la raccolta, Canetti esplora le ragioni che spingono certi uomini a tenere un diario. Colpisce, in queste pagine, l’importanza attribuita ai diari di viaggio, ai quali ci si accosta fin da bambini. Il sentimento di una vita ingessata in pose ormai fisse, l’oppressione di una realtà troppo carica di senso, l’avvicendarsi di vicende sempre note ci spingono verso i resoconti di viaggio, dove tutto è ancora al di qua di ogni inizio, avventura dopo avventura, giorno dopo giorno. Solo immaginando città straniere, lingue misteriose e luoghi irripetibili possiamo colmare la nostra insaziabile voglia di metamorfosi. Non sorprendono quindi l’interesse sempre vivo di Canetti per l’antropologia, lo studio comparato di civiltà lontane nello spazio e nel tempo, la sua predilezione verso i grandi diari di viaggio, come quello del cinese Hsüan Tang o dell’arabo Ibn Battura, e l’ammirazione verso forme di scrittura distanti – il Libro del Guanciale di Sei Shōnagon e Storia di Genji, di Murasaki Shikibu. * Tutti ricordano giustamente Canetti per il trittico autobiografico o per quel monumento del pensiero che è Massa e Potere. Eppure, io credo che il vero capolavoro dello scrittore siano i suoi Appunti, raccolti nell’arco di tutta una vita. Come non restare trafitti da quel dettato eracliteo fatto di lampeggiamenti, echi di senso dove il tuono si propaga a valle, di piccoli incendi e ripide cascate? Leggere Canetti è come cartografare il mondo, portando sempre dentro di sé il senso del mistero e della meraviglia. Esiste un breve scritto di Borges che chiude L’artefice, piccola opera quasi testamentaria del grande argentino. Nella mia copia del libro, ormai un po’ sgualcita, ho sottolineato con un leggerissimo tratto di lapis le ultime righe. Mi sembra che possano spiegare meglio di qualsiasi altra cosa ciò che Elias Canetti rappresenta per me. > “Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno > spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, > di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. > Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia > l’immagine del suo volto”. Lorenzo Giacinto L'articolo Il pellegrino della meraviglia. Omaggio a Elias Canetti proviene da Pangea.
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“Credo nella letteratura come atto sovversivo”. Giulio Milani, la canaglia è tornata!
C’è qualcosa di aggressivo, sempre, in Giulio Milani – una proclamazione di guerra a fior di labbra, un assalto alle spalle – le bombe nella tasca dei jeans. Un paio di anni fa fu autore dello “schiaffo pedagogico” inferto a Giuseppe Conte; ne parlarono tutti, da mercenari dell’ovvio. Stigmatizzato come No Vax, autore di una “Storia sociale dell’oppressione ai No Green Pass” – libro esaurito –, Milani è stato trattato per un po’ come un paria, come un impresentabile. Non sperava di meglio.  * Lo incrocio a Firenze. Militare nel passo, filiforme, tutto nervi, pronto allo scontro, dal viso sfrontato, di chi sta al mondo con la postura del rapace. È un uomo pericoloso, Giulio Milani. Un incrocio tra il rivoluzionario russo e il punk, tra David Bowie e Sergej Nečaev. Sembra sempre avere le idee chiare su tutto – sa dove posizionare gli ordigni.  * Di recente, Giulio Milani ha pubblicato, con la casa editrice che dirige da un ventennio, Transeuropa, Codice Canalini, che dovrebbe essere un elogio agiografico del suo maestro, l’editore “irregolare… ribelle… eversivo” Massimo Canalini, ma è soprattutto un manuale per sovvertire il sistema editoriale vigente, vincente (esempio pratico: passate alle pagine 160 e seguenti). Insomma, è Il catechismo del rivoluzionario scritto in favore degli editori italiani, che si dividono tra squali e sognatori – e sono spesso vili. Patrie circonvoluzioni dell’epoca. Poco fa Milani era il paria, l’irrappresentabile: oggi rappresenta un’era avventurosa dell’editoria, l’inimitabile epopea degli Ottanta e dei Novanta. Oggi tutti lo vogliono – la ribellione pare acqua salubre nel sistema concentrazionario della cultura odierna; ci vuole un cuore taurino atto alla lotta e alla lettura – e io non credo che Milani abbia un cuore, credo abbia un deserto, poi un caravanserraglio, poi un cavaliere a dritta, con l’arco teso – punta proprio te.  * Di Canalini, immagino, sapete tutto. L’amicizia con Pier Vittorio Tondelli – “Per lui, vivere di scrittura era tutto, e lo faceva senza compromessi. Era il Leonardo DiCaprio dei narratori”, copy Milani –, le mitiche antologie “Under 25”, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, etc. La sua storia è raccontata con estro da Milani: alterna il gusto del pettegolezzo all’Iliade. Devo dire – gusti miei – che è più bello l’epos dell’esito, l’affronto e l’assalto del risultato estetico. Non mi hanno mai esaltato quei libri, quei nomi, quei toni.  * Codice Canalini è anche il libro di uno – Milani – che sega un cordone ombelicale che stava diventando cappio. È sempre così. Storia di figli che onorano i padri uccidendoli; storia di idolatria e di traditi.  Più che altro, Codice Canalini è un addestramento – un libro che obbliga alla veglia. Anzi: al risveglio.  * Così scrive a un certo punto Milani: > “I veri innovatori sono rimasti pochi, pochissimi. E quei pochi sanno che, per > restare davvero fedeli alla scrittura, bisogna ripartire dal basso, da un > nuovo ‘campo di battaglia’ dove la critica non è già scritta nel testo, ma > deve emergere attraverso il conflitto, la fatica, il rischio. Quelli che > scrivono senza badare ai riflettori, senza preoccuparsi se la loro opera sarà > applaudita o ignorata, sono gli ultimi autentici guerrieri della parola”.  * In ciò che fa Milani c’è sempre un sentore di guerriglia. Prendo i titoli dei suoi libri, ad esempio: Gli struggenti (o i kamikaze del desiderio); L’arte della scrittura e della caccia col falcone; La terra bianca. Marmo, chimica e altri disastri. C’è sempre, intendo, qualcosa che invita all’arma piena, allo sfregio, all’ultima manovra, a tenaglia, per smarcare l’avversario in poltiglia. Milani ha curato un’antologia che s’intitola I persecutori. Ha perseguito un’idea editoriale che alterna grazia e ghigliottina; non ama la macchia; parecchi lo odiano – non è difficile capirli. Tra gli autori che ha scoperto preferisco Andrea Tarabbia.  * Poco o nulla – se non una grandguignolesca affinità tra transfughi ed espulsi – mi lega a Milani. In affari editoriali, il mio maestro è stato Mario Guaraldi – il Mosè dei ribelli, quello che negli anni Settanta lottava contro i monopolisti dell’editoria, gli strozzini del sistema distributivo –: l’ho incontrato al tramonto e fu sgargiante. Quanto al resto, vengo da una disciplina – quella impiantata, attraverso la rivista “Atelier”, da Marco Merlin – che mira all’opera incessante, all’amore assoluto, dunque alla sparizione. Vedo in Nicola Crocetti – uno che ha passato la vita per dare voce e vita ai poeti, gli assurdi assoluti, spesso irriconoscenti – una specie di hidalgo. Ma è pur vero che gli estremismi si attraggono, se non altro perché la soglia, alla fine, converge in razzia.  * Milani si è laureato in storia militare; ha inseguito Rigoni Stern; ha lavorato con René Girard e Gianni Vattimo. Sembra un immortale – ha la fiamma dell’incendiario. Di chi incensa dando avvio al rogo. Semmai – a darmi troppo peso – io rispecchio un Armand d’Hubert, quelli pronti a perdere tutto per una fola, un vago amore, un attacco d’ira per una quisquiglia qualsiasi. Morirò così, eletto a una causa da nulla. Milani, piuttosto, estremo stratega, ha la folle costanza di un Dantès. Se gli ho dato della canaglia, è stato per errore di prospettiva. Nulla in lui ha a che vedere con “una turba di cagnacci sordidi e mordaci”, che azzannano e fanno cieco macello – in Milani, dov’è l’afflato e l’audacia spassionata giace pure il progetto, il senso calcolatore, il seminare un futuro invisibile ai più. Dove sono le zanne, scopri un astrolabio.  Inevitabile è obbligarlo al dialogo. Per poi, disorientati, disurbani, riprendere la corsa, la caccia.  Che senso ha fare editoria oggi? Lo stesso di sempre: affondare le mani nel magma, trovare voci che bruciano e dargli un nome. Il problema è che oggi il magma si è fatto palude e la sfida non è più scoprire scrittori, ma liberarsi della fanghiglia che ci soffoca. Il senso è tutto lì: resistere all’editoria che si è trasformata in marketing, alla letteratura che si è fatta algoritmo, ai premi che sono aste e alle fiere che sono sfilate. Tre aggettivi per Canalini. Anarchico: non nel senso estetico, nel senso incendiario. Faceva tutto di testa sua, bruciando ponti e costruendone di nuovi nello stesso istante. Spregiudicato: perché pubblicava con l’istinto, con il fiuto del cacciatore, senza farsi incantare dai paletti imposti dalla grande editoria. Punk: perché viveva il libro come una detonazione, non come un investimento. Tre aggettivi per Tondelli. Iconico: ha scritto il lessico sentimentale di una generazione, piaccia o meno. Visionario: ha visto l’Italia che stava arrivando e l’ha raccontata prima che succedesse. Elegante: nella scrittura, nei movimenti, nelle scelte, perfino nel disfarsi. Tondelli… ancora? Peggio ancora: non è forse diventato un idolo? E noi non abbiamo l’obbligo di abbatterli tutti, gli idoli? Sì, ma prima bisogna capire se è un idolo o un profeta. Un idolo è un guscio vuoto da abbattere, un profeta è una voce che rinasce continuamente, anche in bocca agli altri. Il problema di Tondelli non è che lo leggono troppo, è che lo leggono male. È come vedere una generazione di preti citare Nietzsche: grottesco. Che libro ti glori di aver pubblicato – che libro non vorresti avere mai pubblicato – che libro vorresti pubblicare. Gloria: Codice Canalini. Perché è una mina piantata in mezzo al nulla, che esploderà nei momenti meno opportuni. Rimpianto: aver dato fiducia a chi voleva solo mettere il proprio nome su un libro, senza metterci il cuore.  Sogno: un romanzo che non piaccia ai lettori dell’editoria, ma a quelli che ancora non sanno di essere lettori. I maestri. Il tuo incontro con Rigoni Stern. Perché proprio Rigoni Stern? Chi, oggi, vorresti al desco per un libro-intervista? Rigoni Stern perché la montagna insegna il tempo e la resistenza, e perché un editore dovrebbe essere prima di tutto un partigiano. Oggi? Vorrei al desco chi non ha nulla da perdere, perché solo quelli dicono la verità. Perché, poi, si scrive? Perché il mondo non basta. Perché si cerca un’eco. Perché è l’unico gesto davvero ribelle in un’epoca che ha neutralizzato la ribellione. Come rompere il sistema dello strozzinaggio editoriale? Come si rompe una truffa: rifiutandosi di accettarla. Ma è più comodo lamentarsi e continuare a giocare. Il giorno in cui gli editori indipendenti smetteranno di pagare per farsi distribuire, di comprare copie per avere visibilità, di mendicare spazi nelle fiere, il sistema imploderà. Ma siamo in pochi a voler davvero lo schianto. Non è meglio la fuga dal mondo che la rivolta? Chi te lo fa fare? La rivolta è la fuga con stile. La differenza è che io voglio vedere l’esplosione, non nascondermi nel bosco. Prima ti trattavano da paria, ora sei pari agli impareggiabili, tutti scrivono di te. Si vede che Canalini è davvero un re Mida. Che cosa ti resta da fare: rinnegare te stesso, dirottare tutto…? Vedi, il punto è che nessuno vuole davvero il paria, finché non scopre che il paria ha un alibi d’oro: la storia. E la storia, per quanto si voglia addomesticarla, è un’arma a doppio taglio. Canalini non è stato un re Mida, piuttosto un detonatore: ha fatto esplodere talenti, ha mandato in frantumi certezze, ha smascherato la mediocrità editoriale con una naturalezza che oggi nessuno si può permettere. Quello che mi resta da fare è capire fino a che punto posso dirottare il sistema senza farmi abbattere. O senza trasformarmi in quello che ho sempre combattuto. …ma tu che volevi fare lo scrittore ti sei trovato a pubblicare scrittori? Cosa è successo? È successo che l’editoria è un mostro strano: ti inghiotte quando meno te lo aspetti. Io scrivevo, ma mi sono accorto che il vero potere non era pubblicare sé stessi, ma avere in mano le chiavi della selezione, l’accesso ai futuri possibili della letteratura. Pubblicare uno scrittore significa scegliere chi avrà diritto di cittadinanza nel panorama culturale, ed è un gesto che vale quanto un romanzo. È successo che ho preferito costruire il campo di battaglia invece che combatterci dentro con un solo fucile. Non parli mai di poesia. Ti fa schifo? La poesia per me è troppo importante per parlarne a casaccio. La consiglio agli scrittori, ma non come passatempo, né come estetismo da salotto. La poesia serve a ricordare che il linguaggio non è solo comunicazione, ma invocazione, una formula tra il sacro e il magico. Qualcosa che può portarti molto più lontano di un missile di Elon Musk. Dopodiché, oggi la poesia industriale è il prete sfiatato che celebra un rito che non emoziona più nessuno. È diventata liturgia per adepti, feticcio per anime belle che si compiacciono della loro irrilevanza. Ma la poesia vera, quella che brucia, la trovi nei posti sbagliati: nelle bestemmie di chi perde tutto, nelle scritte sui muri delle stazioni, nei versi urlati allo stadio, nei rosari sussurrati in punto di morte. Nei luoghi in cui le parole servono davvero, dove si gioca qualcosa di essenziale. Non nella poesia che sa di catechismo e di premi assegnati a tavolino. Qual è il libro per sempre giovane del ‘catalogo Canalini’ – quale quello che è invecchiato peggio? Jack Frusciante è uscito dal gruppo è ancora giovane perché il tempo lo ha reso un classico generazionale. Lì dentro c’è il battesimo della gioventù editoriale italiana, il momento in cui si è capito che si poteva scrivere senza dover avere settant’anni e un colbacco. Quello invecchiato peggio? Quelli che erano “avanguardie del presente” e oggi sembrano manuali di antiquariato. Ma il vero problema non è l’età, è la scrittura: un libro invecchia male quando è stato scritto per seguire una moda, e la moda, si sa, dura il tempo di un rigurgito estetico. E ora… che fai? Aspetto il prossimo botto. Dunque: in cosa credi? Il prossimo ‘botto’, dici… Milani che come don Milani trova la sua Barbiana nell’Athos e improvvisamente scompare: puf! Credo nella letteratura come atto sovversivo, nell’editoria come ultimo baluardo dell’intelligenza anarchica, nell’idea che ci sia ancora un modo per raccontare senza essere addomesticati. Il prossimo botto? O si fa la “Legge Canalini” e si sovverte il sistema delle rese editoriali, o si fa la guerriglia culturale: librerie clandestine, editori-pirati, romanzi che si passano come samizdat sovietici. Se scompaio, non sarà nell’Athos, ma nel posto più scomodo possibile: nel cuore della fiera, a rovesciare i tavoli. *In copertina: canagliesco Giulio Milani nel ritratto fotografico di Pino Bertelli L'articolo “Credo nella letteratura come atto sovversivo”. Giulio Milani, la canaglia è tornata! proviene da Pangea.
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“Mi piace vivere dove incontro l’ostilità maggiore”. Thomas Bernhard parla – e spala la neve
Thomas Bernhard su una macchina sportiva, “un gelido giorno d’inverno”, che guida in modo spericolato, “a una velocità mai raggiunta da altri letterati”. Il profilo letale, il ghigno, le lastre di ghiaccio, splendide come promesse, il desiderio di castrare la morte per eccesso di seduzione. È il 1977 e Thomas Bernhard – ora tornato in estro editoriale con la pubblicazione, per Adelphi, di Correzione – si dirige, a cena, “in una trattoria poco invitante, in un angolo sperduto dalle parti del lago Traunsee”, nell’Alta Austria.  L’amico, al fianco, sul sedile, un discepolo, si chiama Peter Hamm, ha poco meno di quarant’anni, è un critico acuto, un poeta: ha conosciuto Paul Celan a Parigi, vanta una corrispondenza con Nelly Sachs, ha intervistato, per la televisione, Ingeborg Bachmann, Heinrich Böll, Peter Handke. Da ragazzo, è rimasto ustionato dalle poesie di Bernhard, raccolte in un libro remoto, raro, sanguinario, Sulla terra e all’inferno (tornato in libreria, tempo fa, per Crocetti). In versi, in formule scabre, lapidarie, Bernhard recensiva i temi cardinali: la disperazione, il dialogo con i morti, il nero occhio del caso. Aveva venticinque anni, Bernhard, e si credeva – non del tutto a torto – l’erede di Georg Trakl. Quella sera, molti anni più tardi, Peter Hamm aveva fatto la mossa giusta, giungendo dallo scrittore “con un sostegno femminile”. Bernhard ne fu felice, fermentava nel vizio, pigiò sull’acceleratore: il romanziere di Perturbamento che romba, velocissimo, tra i recessi dell’Austria, con gli amici, per andare a mangiare. Caustica metafora dello sposalizio tra amore e morte, provvidenza e caos. “Mi piace vivere dove incontro l’ostilità maggiore”, avrebbe detto, più tardi, Bernhard.  Cattivo intrattenitore (nel 1989 Guanda ha raccolto le sue Conversazioni, plumbee, grottesche, monotone), quella sera, vuoi per il vino (“ci dedicammo soprattutto al vino”, ricorda Hamm), per l’inverno che imperava, per la serafica presenza femminile, Bernhard diede il meglio di sé. Il pretesto dell’incontro era un’intervista, o meglio, Una conversazione notturna (Portatori d’acqua, 2020), che avrebbe dovuto introdurre un volume di saggi edito da Suhrkamp. Bernhard, in piena euforia, parlò della sua idea di giustizia (“I tribunali non conoscono ostacoli. Quando un uomo arriva in tribunale, e per tutto il tempo che vi rimane, il tribunale prova un piacere enorme ad annichilire quell’uomo o la sua personalità”), dell’odio come forma di amore (“Il mondo è fatto di specchi. Chiunque scriva di odio, o di meschinità, al contempo scrive dell’amore, è logico”), del compito della letteratura, che esiste per meditare l’irrimediabile, e della carneficina che deve accadere a teatro:  > “L’ideale sarebbe che invece di far calare il sipario fosse possibile > strappare via tutto ciò che si vede come una tela da cornice, buttarlo via e > farlo sparire dalla vista. Ma una tale freddezza e una tale brutalità non sono > possibili, perché non si possono strappare e buttare via le persone che > interpretano quei pezzi di carne… se fosse possibile probabilmente lo farei, > perché in loro non vedo degli esseri umani”.  Allineò i paladini del suo monastico pantheon, Bernhard: su tutti, Thomas Wolfe, “il primo ad affascinarmi davvero”, vertiginoso romanziere americano, specie di Minotauro della letteratura, “sulla carta era un tornado”, ovviamente disperso, pressoché scomparso dalle librerie italiane; poi Pascal e Montaigne, e poco altro, “i libri mi opprimono”.  Soprattutto, Bernhard si espose in confidenze allora ignote: raccontò il lavoro in un negozio di alimentari, la fatica, la malattia, “avevo una pleurite umida”, che lo consegna, diciottenne, al delirio ospedaliero.  > “Mi ritrovai in una camerata con venticinque letti tutti occupati da anziani > che morivano uno dopo l’altro, in continuazione. Una cosa terribile. Eppure, > io ero addirittura contento di stare lì”.  Il ragazzo rischia di morire – “mi diedero persino l’estrema unzione” – ma è il nonno, ricoverato nello stesso ospedale, a passare negli altri mondi. L’origine della scrittura, per Bernhard, è lì: “un buco nei polmoni”, la morte del nonno, il male, che lo scarnifica, “avevo perso venti chili in due settimane… il giorno del mio compleanno i miei fratelli non mi hanno riconosciuto”. Perforato nella carne, prediletto al tormento, tradotto in altro, in uno sconosciuto, Bernhard scrive: non per radiazione di pietà o per irradiare dolore; scava l’osso ultimo, esaspera ciò che resta della vita. Scrive per polverizzare.  Naturalmente, la “conversazione notturna” – iniziata “verso mezzanotte” – non verrà mai pubblicata. Quando Bernhard la riceve, sbobinata, editata per la pubblicazione, è a Sintra, in Portogallo. Risponde all’amico con una lettera che porta l’intestazione dell’albergo, sontuoso, in cui è accolto. Le parole sono metalliche e definitive:  > “L’intero testo del nostro unico (ultimo?) esperimento risulta del tutto > inservibile e non se ne deve utilizzare nemmeno una riga. La sola idea di un > libro sul mio lavoro mi fa quasi male; ne può venir fuori soltanto l’ennesima > aberrazione… Da anni non leggo che chiacchiere nauseabonde e non posso > difendermi da queste fandonie vomitevoli”.  Libro e intervista, dunque, saranno abolite e obliate. Molti anni dopo – cioè, quindici anni fa, nel 2010 – Peter Hamm, sia lode a lui, decide, “benché con sentimenti contrastanti”, di pubblicare la chiacchierata, di oscura bellezza.  Resta, magnifico, l’ultimo fotogramma: Bernhard che “alle soglie dell’alba” spala la neve che nel frattempo, terminata la conversazione, ha accerchiato la casa, “ci sgombrò il cammino affinché potessimo ripartire per Monaco”.  Lo scrittore che lotta con la neve, tutto quel bianco: come se prendesse a morsi il candore.  L'articolo “Mi piace vivere dove incontro l’ostilità maggiore”. Thomas Bernhard parla – e spala la neve proviene da Pangea.
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