Dal 31 gennaio al 26 aprile 2026, lo Spazio Extra del MAXXI – Museo nazionale
delle arti del XXI secolo ospita “Franco Battiato. Un’altra vita”, una
mostra-evento che, a cinque anni dalla scomparsa, rende omaggio a uno dei più
grandi geni della cultura italiana contemporanea.
Un percorso intenso e immersivo che attraversa musica, filosofia, pittura e
cinema, restituendo tutta la poliedricità di un artista capace di andare oltre i
generi, oltre il tempo. Dai primi anni tra Sicilia e Milano alla sperimentazione
elettronica, dal successo pop alla dimensione mistica, fino alla ricerca
cinematografica degli ultimi decenni.
Sette sezioni tematiche, materiali inediti, cimeli rari e un’esperienza sonora
avvolgente accompagnano il visitatore in un viaggio profondo nell’opera e nel
pensiero di Battiato, tra Oriente e Occidente, avanguardia e spiritualità.
Coprodotta dal Ministero della Cultura e dal MAXXI, in collaborazione con la
Fondazione Franco Battiato ETS, la mostra è un invito a riscoprire quell’armonia
interiore, quel “centro di gravità permanente”, che continua a parlare al
presente.
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Per quanto mi riguarda questo è l’ultimo capitolo della triade divinatoria de
“La Vita Agrissima”, cioè un attraversamento ironico, un po’ crudele e un po’
veritiero sui comportamenti degli scrittori. E – si badi bene – di tutte le
tipologie di scrittori: scriventi, poeti, poetastri, critici, narratori,
cantastorie, ecc. Insomma, tutti coloro che tentano di salire sulla barca che
affonda dell’editoria tradizionale, dove ormai non più soltanto le persone
serie, ma anche “i nani e le ballerine” degli anni Ottanta spadroneggiano di qua
e di là dalla scrivania.
Questo ultimo round riguarda un aspetto importante nella vita bibliografica di
ogni autore: come si creano le reputazioni letterarie? Si creano nei fasti del
palcoscenico, o nelle ombre del retropalco? Siamo in un momento storico in cui
gli attori letterari si mescolano più che in anni passati, trattenendo in loro
più mestieri e ruoli, soprattutto i critici fanno gli scrittori, gli accademici
fanno i poeti, i giornalisti fanno i narratori, i magistrati fanno i giallisti e
gli acrobati insegnano nelle scuole di scrittura creativa. Siamo tutti noi,
sconsiderati esercitatori di ego, che viviamo una vita agrissima a resistere in
un mondo sempre più a caccia di una specie in via di estinzione: la lettrice e
il lettore.
Ma torniamo alla domanda sulla reputazione di questa terza puntata de “La Vita
Agrissima”. La reputazione è un valore positivo che parla di qualcuno per come
gli altri lo vedono, quindi un vero e proprio giudizio esterno che può
determinare in positivo una carriera e custodirla post mortem. E anche nella
storia di un autore vale forse un buon inizio, come a scuola, per cui la
reputazione procederà secondo il primo giudizio rilevato. Ma non è sempre così.
E comunque: come si creano le reputazioni letterarie?
Ecco un elenco di modalità, divise per cinque tipologie.
La prima sono i modi canonici. Intendo, per esempio, il potere – non proprio il
potere politico o economico, ma piuttosto il potere relazionale, la capacità di
porsi favorevolmente di fronte agli altri. In questo caso è sempre utile una
presentazione autorevole di qualcuno che conta qualcosa, o ne ha l’aria. Oppure
i soldi possono aiutare nel breve periodo a una degna pubblicità, che però ha le
gambe corte. Su questa falsa riga si può citare pure il sesso, come veicolo
attrattivo di attenzione e considerazione. Infine l’esercizio della pietà:
saperla usare in maniera efficace ponendosi in una condizione di minorità può
suscitare forti emozioni nell’interlocutore o nei giovani critici che si
addentrano nella selva oscura letteraria e hanno il futuro a disposizione per
tenere un autore a galla, oppure ignorarlo.
La seconda sono i modi impersonali. Vale a dire il caso: una serie di situazioni
fortunate inanellate dietro una serie di presentazioni eccellenti. Oppure
il caos, come quando uno accompagna l’amico a presentare un romanzo a un editore
e l’editore sceglie l’accompagnatore… Un altro elemento è la fortuna che, come
da tradizione, è cieca.
La terza tipologia sono i modi fantasiosi. Cioè il vero talento, oppure
l’inganno, o l’uso di un nome falso che richiama qualcosa di grande. L’inganno è
quello che mi affascina più di altri, perché richiede astuzia e mente criminale
in chi lo esercita. È l’unico tipo per cui porto un esempio: Max Aub quando
inventò la biografia di un pittore che non era mai esistito e la critica d’arte
cadde nell’inganno, fino a pretendere una mostra dei suoi quadri che Max Aub
organizzò: al vernissage dichiarò la falsità dei suoi propositi. Il nome falso è
interessante: con uno pseudonimo si può ovviare a pregiudizi incancreniti sul
proprio nome – serve sangue freddo, alla Mr. Ripley. Il talento sta nei modi
fantasiosi perché è una condizione cui credo poco, o almeno la metto in
posizione condizionata dalla fortuna e dall’impegno, e ritengo possa essere
anche la maniera del soggetto di presentarsi. Il talento esiste, ma non è
direttamente proporzionale alla reputazione. Si può avere un gran talento
sprecato.
La quarta tipologia sono i modi borghesi. Per esempio la costruzione del merito,
la parrocchia e la bandina. La costruzione del merito pare quasi una reputazione
composta con pedissequa costanza ingegneristica, attenti a nominare sempre le
persone giuste, ringraziare a dovere chi si deve, ossequiare grandemente e
financo idolatrare chi bisogna, insomma darsi da fare per darsi un’aria di
merito. La parrocchia e la bandina potrebbero stare insieme. Tuttavia
la parrocchia nasce su un precetto morale, o su un manifesto ideologico: si fa
parte della solita parrocchia se costruiamo un cerchio tribale dentro cui gli
adepti sono famiglia e gli esterni rimangono inconsapevoli e incolti, gentaglia
che non può capire la profondità dei militanti. La parrocchia aiuta a mantenere
una degna reputazione anche una volta scomparsi, perché ci sarà sempre un
discepolo disposto a tramandare la carriera di chi lo ha preceduto nel posto
dove nessuno vorrebbe mai andare. La bandina invece, potrebbe essere un’alleanza
momentanea per un fine temporaneo, che serve comunque a far crescere la
reputazione dei soci della bandina, ma non ha vincoli morali, piuttosto è
contraddistinta da un mero utilitarismo.
Infine ci sono i modi strani. Insomma, un po’ il My Way sinatriano, cioè
faccio a modo mio. E di modi “a modo mio” se ne possono trovare moltissimi, per
questo sono difficilmente catalogabili, e al momento mi sfuggono…
Alessandro Agostinelli
*In copertina: una litografia di Roland Topor del 1968
L'articolo La vita agrissima 3. Inganno, soldi, caos. Ovvero: sui metodi per
costruirsi una reputazione letteraria proviene da Pangea.
È ormai difficile capire cosa intendesse José Bergamín per analfabetismo.
L’analfabeta è stato sostituito dall’ignorante, l’alfabetizzato dal regime del
logaritmo, dalle ragioni del risultato, dai legionari dell’io. Fiero di non
leggere, leggiadro in ipocrisia, l’ignorante ostenta la gioia di essere mondano
– non certo di essere al mondo, di questo mondo –, il genio pratico – l’opposto
del dotarsi di una pratica – il corrispondere ai desideri del proprio intestino,
l’unico interiore che contempli. Né anima né animale, l’ignorante di oggi è come
l’intellettuale di ieri: l’uomo alfabetico, che costringe ogni fatto in dimora
di misura, si diletta in statistiche, celebra il proprio status, bieco figlio
dell’istituzione – sentendosi, naturalmente, libero, bonificato dallo Stato,
anarca nel proprio ano, anodino.
L’analfabeta – cioè: il bambino, il popolo, l’apostolo, dunque il poeta – pare
scomparso. La logica algoritmica, che crea umani-manovali, umani-replicanti,
umanoidi mercenari dell’ego, in fondo, un’appendice del proprio portafogli,
sembra aver finalmente ucciso l’analfabeta, l’uomo lordo di vita, lordo di Dio,
in pieno possesso dell’essere mondo, dell’essere qui.
L’analfabeta non classifica le piante, le conosce; l’analfabeta non entra in
contatto con gli animali ma con le anime; sa la pericolosità della bestia e la
sua salvezza, e la riproduce in sé, nelle fattezze del viso e dell’agire. Così,
l’uomo analfabeta, ostile ai nomi e alle definizioni, è corvo e volpe, è larice
e airone, è luccio e luce, è acero e acerrimo nemico di chi alla persona
sostituisce la personalità, l’ennesima menzogna.
L’analfabeta non comprende – apprende per apprensione, per trasalimento e
assalto. Apprende per tradimento. L’analfabeta non conosce il linguaggio dacché
è verbo.
Allo stesso modo, l’analfabeta assoluto, il poeta, non stuzzica la retorica, la
stravolge; non sta al gioco del retore ma alla ferocia del re; non è al passo
coi tempi e coi poseur, autentico passeur, trapper tra i regni; è incauto, fuori
tono, scurrile, scomodo, senz’arte né parte, idiota ai più. È l’inosservato
assoluto, perché non ha niente da dire e nulla da dare – è il dato di fatto, il
dono, il detto e la contraddizione. Tutt’altro che incolto, il poeta legge
divorando, legge sottraendosi – mentre l’intelligenza algoritmica procede per
accumulo (norma bulimica, in cui non è contemplato l’eccedente, l’eccezionale,
l’eccesso che non offre via di accesso), il poeta opera per sottrazione: toglie
toglie toglie fino alla parola suprema, alla parola-stalattite, alla
parola-stilita. Parola che non dice ma agisce.
L’analfabeta, il mago. L’analfabeta, il perpetuo orante. Analfabeta: altro modo
di dire, vocazione. Essere chiamati; dunque: invasione di voci. Non vocalizzo,
non vocalità. Restare veritieri alla voce. Il che implica: impunità da serpe,
impurità, putridume nel dire. Allora: la vocale diventa angelo e a noi resta
l’eccomi, il sì come si assiste alla cosa sgozzata, alla cosa benedetta, alla
cosa cosmica.
Tommaso Scarponi, che figura tra i sapienti – leggete Distruzione e analogia,
Castelvecchi, 2025 – mi volta un brano tratto dal memorabile scritto di José
Bergamín. Eccolo:
> Quando Gesù era fanciullo analfabeta o analfabeta come un fanciullo (ché
> analfabeta fu sempre: come fanciullo, come uomo e come Dio), quando era
> fanciullo, Gesù si smarrì e fu trovato nel tempio. Lì insegnava ai dottori
> della legge, dottori della legge scritta, della lettera legale (gli stessi che
> poi lo avrebbero crocifisso per questo: perché era analfabeta); lì insegnò
> loro la dottrina spirituale dell’ignoranza, che essi non ascoltarono e non
> intesero. Perciò, quando poi lo condannarono a morte come analfabeta, lo
> crocifissero letteralmente, cioè a piè della lettera o delle lettere,
> collocando sulla sua testa un cartello o insegna su cui il letterato Pilato
> fece scrivere appositamente: Io sono il Re dei Giudei; fece scrivere ciò per
> mostrare a tutti che avevano preso alla lettera le parole di Cristo e che lo
> avevano crocifisso prendendolo così, letteralmente. Sotto questo INRI
> letterale, Cristo rese lo spirito a Dio; “dando un gran grido”, dice
> l’apostolo: divinamente e umanamente analfabeta. Lo spirito muore sempre
> crocifisso a piè della lettera. Ma muore per resuscitare.
José Bergamín scrive La decadencia del analfabetismo nel 1933, pubblicando sulla
rivista appena fondata, “Cruz y Raya”. Si premurava di far conoscere al mondo
l’opera di Federico García Lorca, uno dei rari ‘analfabeti’; quattro anni dopo
avrebbe guidato la delegazione spagnola del “II Congreso Internacional de
Escritores para la Defensa de la Cultura” (tra i tanti, erano convenuti André
Malraux e Wystan H. Auden, Pablo Neruda e Octavio Paz). Tradotto in italiano nel
1972, da Rusconi, riprodotto da Bompiani nel 2000, Decadenza
dell’analfabetismo è un libro uscito dai ranghi del consesso editoriale come
altri testi di José Bergamín. Nel 2003, Marco Dotti usò brandelli di Decadenza
dell’analfabetismo – insieme a testi di Céline e di Artaud – come ‘manifesto’
per il “Primo festival della letteratura resistente dedicato agli scrittori
analfabeti”, in atto a Pitigliano. Si reagiva – as usual – al “nuovo regime
culturale, blindato ed escludente, intento solo a perpetuare se stesso a
discapito di ogni scampolo di novità e impulso al rinnovamento” (così Marcello
Baraghini autore della deliziosa antologia, La vita si scrive, per Stampa
Alternativa).
Alla dinamica natura vs. cultura, José Bergamín ne pone un’altra, a vertigine,
sacro vs. letterale. La lettera uccide il sacro, la legge fa massacro del cuore.
Al linguaggio babelico – algoritmico – che fermenta burocrazia, si oppone il
brigantaggio del linguaggio, il verbo nel roveto, l’annuncio, il miracolo. Al
poeta cortigiano si preferisce il poeta ladro, il poeta in caccia aperta. Al
poeta impegnato si sostituisca il poeta impari, il paria assoluto. Al linguaggio
dell’istituzione, costituito dai vocabolari, il vocabolo onnivoro, parola che
vive tra le piante e le pietre, vivo dire dei mari, parola vespertina che si
sorseggia a colpo d’ala, insoluto sole.
L’attacco di Decadenza dell’analfabetismo – “Tutti i bambini, finché sono tali,
sono analfabeti” – pare memore del Fanciullino di Pascoli: “È dentro noi un
fanciullino… ma noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi
un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia”.
Pascoli mirava all’anonimato, al sovvertimento dei nomi (“Quando fioriva la vera
poesia; quella, voglio dire, che si trova, non si fa, si scopre, non s’inventa;
si badava alla poesia e non si guardava al poeta; se era vecchio o giovane,
bello o brutto, calvo o capelluto, grasso o magro: dove nato, come cresciuto,
quando morto”); scriveva che il poeta “non deve avere, non ha altro fine… che
quello di riconfondersi nella natura, donde uscì”. Ma noi temiamo il selvaggio,
la via senza ancoraggio di gloria o di nomea, così i poeti vengono stivati nelle
storie della letteratura, inermi, come strane bestie in formaldeide, per lo più
innocue. Parole sotto vuoto, parole disinnescate. E dei grandi autori che hanno
operato verso il ritorno all’analfabetismo, cioè verso i modi della mania
lirica, l’unica – chessò, Benjamin Fondane, Ted Hughes, Robinson Jeffers… – non
si dice, si traduce a sprazzi, li si imbraga tra criteri accademici, tra erbari
e mostre di lepidotteri.
Tra l’incolto che si bea della propria arrogante ignoranza e l’elegante istrione
che si muove tra cadaverici tomi, non c’è differenza: entrambi sono i sacerdoti
di un mondo morto; entrambi, alieni da un’eccezionalità individuale, erigono
santuari intorno al proprio io, si credono i migliori, gli scaltri, i pronti a
tutto. Di tutto privo, detto depravato dai doge di questo tempo, il poeta – se è
tale e non la sua maschera, l’infame implume – è l’unica creatura libera,
liberata: ripete le sue parole al vento – e se ne ritrae, perché nulla è invano
e tutto opera secondo la scia dell’angelo e dell’agnello.
***
Da Decadenza dell’analfabetismo
Ciò che un popolo serba del bambino, e ciò che l’uomo serba del popolo, ovvero
ciò che in lui è ancora bambino, è l’analfabetismo. Analfabetismo è la
denominazione poetica di uno stato autenticamente spirituale. Possiamo assistere
al processo di decadenza dell’analfabetismo nelle nostre vite come in quelle dei
popoli più colti, i più letterati. Guai a noi – guai a loro – se accettassimo
superstiziosamente come ineluttabile il monopolio del letterale, del letterario,
della cultura!
Esiste una cultura letterale. Esiste una cultura spirituale.
La prima perseguita l’analfabetismo, il suo nemico. Ed è oggi – non ieri né
domani – la più diffusa. È quella che ha disordinato il mondo: quella che ha
disordinato le cose e ha soppresso le gerarchie. Quando il senso delle gerarchie
è razionalmente perduto, tutto deve essere disposto in ordine alfabetico.
L’ordine alfabetico, però, è un ordine falso. L’ordine alfabetico è il disordine
spirituale: quello dei dizionari, dei vocaboli letterali, più o meno
enciclopedico, in cui la cultura letterale tenta di ridurre l’universo.
Il monopolio letterale della cultura ha disordinato le cose disorganizzando le
parole, che sono anch’esse cose, non lettere; e poiché sono cose (cose di idee o
idee di cose, cose della ragione, cose del gioco) sono pura realtà razionale o
poetica, realtà autenticamente spirituale o analfabeta.
*
C’è stata una sistematica esibizione stilistica della poesia. Attraverso questi
sottili lambicchi, la poesia viene sterilizzata: sterilizzazione immaginativa
del pensiero. La poesia distillata, lambiccata, sterilizzata, non è pura poesia:
è poesia letterata, letteralizzata. La poesia diventa letterata, alfabetica,
cercando la musica in una vocalizzazione esclusivamente letterale. Esiste
un’intera letteratura lirica che ha testi e musicalità, ma è priva di poesia.
*
La poesia pura è semplicemente la più impura: poesia analfabeta. La poesia è
analfabetismo integrale perché integra spiritualmente ogni cosa. La poesia è il
campo analfabeta della gravitazione universale di tutte le costruzioni
spirituali dell’uomo.
*
Lo stato poetico è uno stato del desiderio infantile o popolare: un desiderio di
analfabetismo; desiderio paradisiaco dello stato dell’uomo puro. Il poeta anela
all’ignoranza, all’infanzia, all’innocenza, all’ignoranza analfabeta che ha
perduto; anela all’analfabetismo perduto: pura ragione spirituale della sua
opera.
*
La parola, la viva parola, non si conforma nell’ordine alfabetico: perché la
vita accade tramite la parola, non la parola tramite la vita; così come la
verità è tramite la parola e non viceversa: tramite la parola divina. (In
principio era il Verbo e il Verbo era Dio e il Verbo era in Dio… così attacca
Giovanni nel suo Vangelo poetico, che è il Vangelo dell’analfabetismo spirituale
più puro).
*
Al termine del primo libro sulla Dotta ignoranza, che è dottrina spirituale
dell’analfabetismo, Nicola Cusano scrive che la verità risplende
incomprensibilmente nell’oscurità della nostra ignoranza. Il potere
dell’oscurità della nostra ignoranza, il potere spirituale dell’analfabetismo, è
quello di far risplendere incomprensibilmente in noi la precisione della verità.
Non esiste poesia che non richieda tale lucidità spirituale, rintracciabile
soltanto nell’oscurità della nostra ignoranza, approfondendo, direbbe Giordano
Bruno, la profondità della nostra ombra.
*
Il declino dell’analfabetismo è la decadenza della cultura spirituale quando la
cultura letterale la perseguita e la distrugge. Tutti i valori spirituali si
sbriciolano quando la lettera o le morte lettere sostituiscono la parola, che si
esprime tramite vive voci. Il valore spirituale di un popolo è inversamente
proporzionale al declino del suo analfabetismo pensante e parlante. Perseguitare
l’analfabetismo significa proseguire strisciando nel retro del pensare:
perseguire le tracce luminose e poetiche della parola. Le conseguenze letterali
di questa persecuzione è la morte del pensiero.
Chiunque si allontani dal gioco poetico del pensare è perduto, irrimediabilmente
perduto, perché abbandona la verità della vita, che è l’unica vera vita – quella
della fede, della poesia – per la menzogna della morte. Prendere tutto alla
lettera, confidando in essa: ma ciò che è letterale è morto.
Il declino dell’analfabetismo è, semplicemente, il declino della poesia. È il
declino del nostro pensiero da quando abbiamo perso la fede nella poesia, da
quando siamo diventati alfabetizzati: non abbiamo fede quando siamo orfani della
vera ragione, la ragione pura, quando sradichiamo dal nostro pensare la poesia.
*
La ragione poetica del pensare dell’uomo è la fede. La poesia appartiene sempre
agli uomini di fede, mai a quelli di lettere, ai letterati. Gli apostoli, in
quanto uomini di fede e dunque analfabeti, hanno dato la più perfetta
espressione poetica alla vita di Cristo. Confrontate i loro testi, poeticamente
puri, con una qualsiasi delle innumerevoli vite letterarie o da letterati di
Gesù Cristo: quella di Renan, di Strauss, di Papini… o qualsiasi altra (tranne
le visioni analfabete ed extra-letterarie dei mistici come Anna Katharina
Emmerick). Quelle vite letterate di Cristo contengono pagine e pagine di
letteratura vaga, amena, senza una parola di verità: non una sola parola di
verità né di menzogna perché ciò che pronunciano non sono parole ma lettere; la
parola può essere pronunciata soltanto come l’hanno pronunciata gli apostoli e i
santi: poeticamente. Non tutti gli analfabeti sono santi, ma tutti i santi
devono essere analfabeti.
*
Per apprendere il vero timore di Dio bisogna varcare la soglia poetica
dell’analfabetismo; l’altro, il timore letterale della morte – o della vita –,
il timore alfabetico del vuoto, non è timore di Dio: è terror panico.
Terror panico, cioè panteismo letterario, cioè letteralità del divino: la
confusione di Dio con il Demonio non è, letteralmente, altro che confusione
infernale, confusione di tutti i demoni; pandemonio, come lo fu la confusione
letterale di Babele, ma senza un dono illetterato delle lingue a succedergli:
senza Pentecoste spirituale redentrice.
*
L’ordine alfabetico internazionale della cultura, nato dagli enciclopedisti –
specie di mortale anticipazione dell’Inferno – è giunto, come logica e naturale
conseguenza, a trasformare per noi la rappresentazione totale del mondo e del
cosmo in un enorme Dizionario Enciclopedico Generale, alfabeticamente
organizzato. La progressiva alfabetizzazione della cultura ha agito sulla vita
umana come una progressiva paralisi del pensiero.
*
La lettera uccide lo spirito.
L’analfabeta ha dei diritti spirituali da difendere contro la dominazione
alfabetica di qualsiasi cultura, più o meno letterale o alfabetizzata. Se
parliamo dei diritti del bambino come possiamo ignorare i diritti
dell’analfabeta che sono, in origine, quelli del bambino, i più puri interessi
spirituali dell’infanzia? Diritti sacri perché esprimono l’unica indiscutibile
libertà sociale: quella dello spirito, quella del linguaggio creativo, quella
del pensiero immaginativo. L’analfabetismo spirituale e creativo dei popoli è
ciò che i popoli hanno in comune con i bambini, la loro infanzia permanente.
*
Se i bambini e i popoli cessano di essere analfabeti, cosa diventeranno? Se i
bambini e i popoli vengono privati dell’analfabetismo – quella vita spirituale
immaginativa del loro pensiero che chiamiamo analfabetismo – cosa resta di loro?
Un bambino e un popolo si snaturano quando vengono alfabetizzati, cominciano a
corrompersi, a cessare di essere; a cessare di essere ciò che sono: bambini,
popoli.
*
L’alfabetizzazione, o alfabetizzazione culturale è il nemico mortale del
linguaggio in quanto tale, nella misura in cui il linguaggio è spirito, è
parola. L’alfabetizzazione è il nemico giurato di ogni linguaggio spirituale,
cioè, in ultima analisi, della poesia.
José Bergamín
*Traduzione di Compiuta Donzella
In copertina: José Bergamín (1895-1983)
L'articolo Elogio dell’analfabetismo, o della poesia pura. Contro i legionari
dell’algoritmo proviene da Pangea.
Dal 4 al 6 settembre RENOIZE Festival Antifascista
Dal 2008, RENOIZE a Parco Schuster è ricordare Renato, realizzando i suoi sogni.
RENOIZE è politica, musica, teatro, laboratori, sport popolare, socialità.
RENOIZE è l’ appuntamento da cui ripartire insieme ogni maledetto settembre, da
quella maledetta sera di fine agosto del 2006.
RENOIZE, a ottant’anni dalla Liberazione dell’ Italia dal nazifascismo, è spazio
di resistenza e costruzione collettiva di un mondo dove semplicemente il
fascismo non sia previsto.
RENOIZE è un festival antifascista, gratuito e autogestito, costruito
collettivamente grazie all’ impegno, alla generosità e alla passione di chi,
anno dopo anno, continua a crederci.
RENOIZE è tutto questo e molto di più…
RENOIZE: “Sta nell’immaginazione, nella musica sull’erba, sta nella
provocazione, nel lavoro della talpa, nella storia del futuro, nel presente
senza storia, nei momenti di ubriachezza, negli istanti di memoria… sta nei
sogni dei teppisti e nei giochi dei bambini”.
++ INFO e PROGRAMMA ++
GIOVEDÌ 4 SETTEMBRE
VILLAGGIO DELLE RESISTENZE | 17:00 – 18:30
– Workshop : Cura e autocura collettiva
– Letture per bambinɜ 0–6 anni (a cura di SCOSSE APS)
– Laboratorio La scuola dei sogni (a cura dei doposcuola popolari Mammut e
Quarticciolo)
GAZEBO CHE GUEVARA
ore 17:00 → Laboratorio di sartoria e pittura per grandi e piccolɜ
ore 18:00 → Laboratorio di iperstizione e scrittura
AREA DIBATTITI | 18:00
“Dentro e fuori la scuola”
Pratiche di rottura e autonomia nel mondo dell’educazione.
AREA SPETTACOLI | 19:00 – Il Circo Palacinca
Capitan Palacinca e Il furbo Jok, girando il mondo hanno raccolto straordinarie
attrazioni ed appreso incedibili abilità magiche e circensi con le quali
propongono un variegato varietà totalmente imprevedibile…
AREA CONCERTI | dalle 20:30
• Daniele Fabbri
• Lino Musella
• Ascanio Celestini in dialogo con Moni Ovadia
• Acme
• Dimensione Brama
________________________________________
VENERDÌ 5 SETTEMBRE
VILLAGGIO DELLE RESISTENZE | 17:00 – 18:30
– Presentazione libro: “Ritorno a Gaza. Scritti di donne italopalestinesi sul
genocidio ” (a cura di Mjriam Abu Samra – Ed. Q)
– Laboratorio di cianotipia
GAZEBO CHE GUEVARA
ore 17:00 → Laboratorio di sartoria e pittura per grandi e piccolɜ
ore 18:00 → Presentazione: “Sotto le mura di Gerusalemme” di e con Tano D’Amico
AREA DIBATTITI | 18:00
“Quando il fascismo si fa istituzione: costruiamo reti di resistenza globali”
Una tavola rotonda necessaria e urgente, per orientarsi tra le retoriche di cui
fa uso il sistema per mantenere il consenso e su quali linee di sfruttamento e
marginalizzazione vengono utilizzate per dividere, frammentare, isolare e
impaurire. Costruendo insieme una mappa delle resistenze.
AREA SPETTACOLI | 19:00
Circofficina Cabaret
Una kermesse di numeri con artistɜ di ogni sorta e da ogni dove.
Giocolierɜ, Acrobatɜ, Clown, Teatranti, Maghɜ, Musicistɜ, Artistɜ di Strada,
collaboreranno per la riuscita di questo Spettacolo.
La Circofficina è uno spazio libero di allenamento, creazione, condivisione
d’arte, dal circo alla musica, al teatro, alla danza.
AREA CONCERTI | dalle 20:30
• Little Big Band “Tra le righe”
• Alessandro Liberini
• Napodano
• Naked Zippo
• Meganoidi
• DJ Set Mr3p
________________________________________
SABATO 6 SETTEMBRE
VILLAGGIO DELLE RESISTENZE | 17:00 – 18:30
Presentazione libro: “Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal
genocidio a Gaza” (a cura di Aldo Nicosia – Ed. Q)
GAZEBO CHE GUEVARA | 18:00
Presentazione: “Una pianta ci salverà. Storia virtuosa della canapa” di e con
Matteo Mantero
AREA DIBATTITI | 18:00
“Scioperare guerre e genocidio”
Pratiche dentro il nuovo regime di guerra contro colonialismo, riarmo, tagli a
reddito e salari.
AREA SPETTACOLI | 19:00 – Eva Q – “Dimmi di sì”
Spettacolo clown che fonde magia comica, fuoco e altre cialtronerie di arte
varia.
AREA CONCERTI | dalle 20:30
• Wild Mint
• Queen of Saba
• HiShine
• DJ Set SailorTrash & Moover
________________________________________
TUTTI I GIORNI
VILLAGGIO DELLE RESISTENZE – Laboratori creativi:
Aquiloni · Ventagli · Pañuelos · Origami · Cartonati · Caccia al tesoro
AREA COMUNE | 17:00 – 01:00
Mostre – Video – Installazioni – Banchetti informativi – Bar – Cucine dal mondo
________________________________________
COME ARRIVARE A PARCO SCHUSTER (ROMA)
Indirizzo: Piazzale Ostiense, 00154 Roma (di fronte alla Basilica di San Paolo)
Metro B – Fermata: San Paolo Basilica (3 min a piedi)
Bus: linee 23, 769, n716, nMB
Per Renato, sempre con la stessa rabbia, sempre con immutato amore
Un Grazie ad @evasa_ per il bellissimo manifesto!
(https://www.instagram.com/evasa___/)
Mostra meno
Il 27 agosto 2006 moriva Renato Biagetti, di 26 anni.
Si era appena laureato in ingegneria e faceva parte dei movimenti sociali
romani.
Era uno “dei centri sociali”, insomma.
E per questo l’hanno ammazzato.
È stato ucciso da otto coltellate, di cui una gli ha trafitto il cuore,
all’uscita di una dancehall reggae a Focene, sul litorale romano.
Ad ammazzarlo, due neofascisti di 17 e 19 anni che volevano difendere “il loro
territorio” e cacciare via le “zecche”.
Nient’altro.
Niente “screzi”, niente motivi “comprensibili” per una persona normale.
È morto solo per questo.
È andata meglio alla sua ragazza Laura, che fu “solo” ferita, e all’amico Paolo,
raggiunto da una coltellata alla schiena.
Il fascismo era, è, e resterà per sempre un crimine, non un’opinione.
Ciao Renato.
Mic e Testi: Il Nano
Musica: Dario Biagetti
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Schuster lo ricorda con “RENOIZE” first appeared on Radio Città Aperta.
Milano, via Watteu: è stato sfrattato lo storico centro sociale Leoncavallo: lo
sgombero dopo 31 anni dall’occupazione e 130 rinvii.
Polizia e Carabinieri sono entrati con l’ufficiale giudiziario poco prima delle
9 di stamane.
L’operazione si è svolta senza resistenza né problemi di ordine pubblico, mentre
gli operai e i fabbri incaricati dalla proprietà hanno lavorato sui portoni
d’ingresso per sigillarli.
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Fonte immagine in evidenza:
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Centro_Sociale_Leoncavallo_Milano_2025.jpg
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Si è spento a 82 anni il docente di storia e filosofia Salvo Vitale, noto per
il suo impegno nella lotta contro la mafia e per la sua amicizia con Peppino
Impastato, con cui fondò Radio Aut.
L’Associazione Libera contro le mafie lo ha così ricordato:
> “Con profonda gratitudine e sincera tristezza salutiamo Salvo Vitale: egli ha
> incarnato, con straordinaria coerenza, il significato più pieno della
> testimonianza quotidiana. Nelle sue parole, nei suoi gesti, nel suo impegno
> costante ha mostrato cosa significhi contrastare le mafie sul piano civile e
> culturale. Ha saputo tenere viva la memoria collettiva, trasformandola in
> azione. La sua voce è stata un esempio luminoso di libertà e responsabilità,
> accompagnado intere generazioni nel comprendere che il cambiamento nasce da
> ciascuno di noi. Il suo esempio continuerà a orientarci e a sostenere il
> cammino di chi crede nella giustizia e nella democrazia”.
Nato il 16 agosto 1943 a Cinisi, Vitale si laureò in Filosofia all’Università di
Palermo.
Negli anni Sessanta lavorò come corrispondente per il quotidiano “L’Ora”.
Insegnò per qualche tempo in Sardegna, ma verso la fine degli anni Settante
ritornò in Sicilia dando vita alla sua battaglia contro Cosa nostra.
A seguito dell’assassinio di Peppino Impastato, Vitale continuò a tenere viva la
sua memoria collaborando con Telejato e Antimafia Duemila e occupandosi di
educazione antimafia negli istituti scolastici.
Per rendergli omaggio, vi propongo l’ascolto di un podcast che trovate a
questo LINK: si tratta di un’intervista di Vitale rilasciata a Radio Popolare in
occasione dell’anniversario dell’assassinio di Impastato: “Peppino era un
comunista rivoluzionario”.
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Fonte immagine in evidenza:
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Salvo_Vitale_a_Radio_Aut.jpg
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contro Cosa Nostra first appeared on Radio Città Aperta.
ASAPQ presenta
ROMA BORGATA FESTIVAL
Dal 2 al 6 luglio a Montespaccato, Torrevecchia e Primavalle, il festival
diffuso delle borgate e delle periferie romane
Teatro, lirica, circo, realtà virtuale nei luoghi non convenzionali con Elio
G ermano, Rigoletto, Bar Campioni e Operai all’ Opera
Segnale d’allarme – La mia battaglia in VR – 2/3 luglio ore 17 – Polo Culturale
della Ex Fabbrica Campari
Edicole – Ce l’ho, ce l’ho, mi manca – 2 luglio ore 19 – Piazza Cornelia
Bar Campioni – Pesi Massimi – 3 luglio ore 19 – Sweet Bar via Gaetano Mazzoni
Operai all’Opera Rigoletto – 4 luglio ore 20 – Parco Commendone, Via Francesco
Giovanni Commendone
Parco Giochi del Circo – 5 luglio ore 17 – Parco Commendone, Via Francesco
Giovanni Commendone
Intus – 5 luglio ore 18 – Parco Commendone, Via Francesco Giovanni Commendone
Omaggio a John Williams – Concerto per pianoforte e violoncello – 5 luglio ore
19.30 – Parco Commendone, via Francesco Giovanni Commendone
Ca’ Mea – 6 luglio ore 18 – Parco Commendone, Via Francesco Giovanni Commendone
Cento Voci – 6 luglio ore 19.30 – Parco Commendone, Via Francesco Giovanni
Commendone
Elio Germano in Realtà Virtuale, i grandi format amati dal pubblico come Bar
Campioni, Operai all’Opera che quest’anno vede la riscrittura del Rigoletto , le
edicole romane trasformate in palcoscenico con Ce l’ho, ce l’ho, mi manca e
l’intrattenimento circense più gioioso e interattivo: sono questi gli assi che
il Roma Borgata Festival cala nei quartieri di Montespaccato, Torrevecchia e
Primavalle dal 2 al 6 luglio, con un ricco programma che spazia dal teatro alla
musica corale fino ai laboratori.
Gli spazi urbani si trasformano in palcoscenici non convenzionali e in spazi del
vivere comune, attraverso il linguaggio artistico: dopo il successo delle tappe
precedenti Torpignattara, Alessandrino, Trullo e Corviale , la rassegna,
prosegue il suo percorso in una delle zone più autentiche della città, dove si
intrecciano vite, storie e sfide.
La programmazione prevede un ricco cartellone di eventi a cura della Direttrice
Artistica Alessandra Muschella : ad aprire il programma sarà Elio Germano ,
con Segnale d’allarme – La mia battaglia in VR , esperimento teatrale immersivo
che unisce parola e tecnologia, in scena il 2 e 3 luglio al Polo Culturale della
Ex Fabbrica Campari , luogo simbolo della rigenerazione urbana attraverso la
cultura.
La sera del 2 luglio, in Piazza Cornelia , Matteo Cirillo darà voce a Edicole –
Ce l’ho, ce l’ho, mi manca , che trasforma l’edicola in palcoscenico per
raccontare le storie che nei decenni dentro le questi luoghi si intrecciano e si
fanno Storia. Il giorno dopo, allo Sweet Bar di via Gaetano Mazzoni sarà la
volta di Bar Campioni – Pesi Massimi , di Emiliano Morana , per la regia
di Fabio Morgan . Un racconto teatrale che accende i riflettori sul valore dello
sport come leva di riscatto, portando storie del ring proprio lì dove ogni
giorno si intrecciano le vite del quartiere – “ perché dove c’è un Bar c’è un
teatro”.
Il Parco Commendone , cuore verde di Torrevecchia, sarà invece il centro
nevralgico del weekend: il 4 luglio ospiterà Operai all’Opera – Rigoletto . Sul
palco un ensemble di tre cantanti lirici e nove musicisti, diretti dal Maestro
Giordano Maselli , darà vita a una riscrittura originale del capolavoro
verdiano. Ma a guidare la narrazione non saranno i personaggi principali – come
il Duca o Rigoletto – bensì le maestranze, i lavoratori del dietro le quinte:
elettricisti, attrezzisti, scenografi. Questi “operai” diventano voce e volto
dello spettacolo, conducendo il pubblico tra le pieghe della trama con uno
sguardo ironico e satirico, che smonta i cliché dell’opera lirica “alta” per
restituirla in forma viva, quotidiana e sorprendentemente.
Il 5 luglio, il parco si anima con il laboratorio di circo contemporaneo Circus
Playground , pensato per le nuove generazioni a cura di Circo Svago , seguito
dallo spettacolo acrobatico Intus dello Steam Duo . In serata, la musica delle
grandi emozioni: un Omaggio a John Williams concerto per pianoforte e
violoncello (Maselli–Romano), tra Jurassic Park , ET , Indiana Jones , Star
Wars e altre colonne sonore che hanno fatto sognare il mondo.
Il 6 luglio, ancora circo con Ca’ Mea della Compagnia Aga e un gran finale
corale con Cento Voci , concerto di musica pop a cappella che unisce cori e
comunità per trasformare il parco in una grande piazza sonora.
Il Roma Borgata Festival è più di un cartellone: è un’idea di città. Una città
dove la cultura non deve essere cercata nel centro ma può essere trovata sotto
casa, in un bar, su una panchina, tra i giornali di un’edicola. Un progetto che
restituisce centralità ai margini , che non cancella la complessità ma la
illumina, che dà voce e spazio a territorio troppo spesso ridotto a sfondo.
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Per info e prenotazioni: https://www.romaborgatafestival.it/
Tutti gli eventi sono gratuiti e aperti alla cittadinanza
Un progetto di ASAPQ
Con il finanziamento del Municipio XIII Roma Aurelio
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6 luglio a Montespaccato, Torrevecchia e Primavalle first appeared on Radio
Città Aperta.
> Sei una forza
> Pierino è una forza
> Un gran parapetto, lo sai!
> Ma che te frega se poi è tutta a scalini
> Ridi finché ti va, nun te fa frega’!
> Col fischio o senza?
> Tie’, ah ah ah!
Ci lascia Alvaro Vitali: di recente era stato ricoverato per una broncopolmonite
recidiva. L’attore, protagonista di una serie di film della commedia sexy
all’italiana, aveva 75 anni. Nel ruolo di Pierino, in particolare, raggiunse
l’apice della notorietà negli anni Settanta.
Fonte immagine in evidenza:
https://it.wikipedia.org/wiki/Alvaro_Vitali#/media/File:Spogliamoci_cos%C3%AC_senza_pudor…_-_Il_detective_-_Alvaro_Vitali.png
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notorietà negli anni Settanta first appeared on Radio Città Aperta.
Si è conclusa la manifestazioneper i diritti della comunità LGBTQIA+.
Sono state più di un milione le persone che oggi – sfidando il caldo torrido
della Capitale – hanno partecipato alla Grande Parata del Roma Pride 2025 che ha
attraversato le strade colorate del centro per festeggiare la libertà di genere.
Mario Colamarino, portavoce del Roma Pride 2025, dichiara: “Tanta gente oggi in
piazza perché la gente non vuole più essere fuorilegge, ma vuole che questo
paese riconosca i diritti per tutti. Oggi sfiliamo anche per i Pride che non
possono sfilare.”
In testa al corteo anche la cantante Rose Villain, Madrina di questa edizione,
che si è esibita con il suo successo “Fuorilegge” , inno del Roma Pride 2025.
“Penso che sia un nostro dovere usare la nostra voce per propagare messaggi di
unione e per me essere qui oggi rappresenta una scelta fondamentale: quella tra
odio e amore. Una scelta che possiamo compiere dentro di noi, nel nostro modo di
essere, nel nostro modo di relazionarci. Se odiare è un atto che discrimina e
separa, l’amore ha il potere di rimarginare le ferite. Stare qui, mano nella
mano, è la più grande dichiarazione d’amore che possiamo fare. E sì, è vero,
siamo costantemente esposti all’odio, ma oggi stiamo dando l’esempio tangibile
di cosa significa, invece, esporsi all’amore.” dichiarala madrina del Roma Pride
2025Rose Villain.
Numerose le figure istituzionali presenti alla Grande Parata. Tantissimi
consiglieri comunali e numerosi Presidenti dei Municipi.
Il sindaco Roberto Gualtiericommenta la parata così: “Pridebello ed emozionante,
una giornata di grande calore e di grande sentimento della comunità LGBTQIA+.
Tanta città insieme, Roma è diventata la grande città dei diritti, ma
ricordiamoci che il Pride è anche un momento di battaglia.”
La tradizionale Grande Parata è stata il culmine del Roma Pride iniziato
mercoledì 28 maggio con il taglio del nastro di LEO GASSMANN accanto al SINDACO
ROBERTO GUALTIERI che hanno inaugurato la Pride Croisetteallestita nello
straordinario scenario delle Terme di Caracalla.
Con la direzione artistica di DANIELE PALANO E L’ORGANIZZAZIONE DEL CIRCOLO DI
CULTURA OMOSESSUALE MARIO MIELI, la Pride Croisette ha registrato anche
quest’anno un successo incredibile: 85 appuntamenti tra talk, incontri,
proiezioni, spettacoli e intrattenimento con un totale di 92 mila partecipanti.
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“Fuorilegge” first appeared on Radio Città Aperta.
> Non mi serve il verde per mostrare gli alberi, né l’azzurro per mostrare il
> mare o il cielo. Il colore non m’interessa molto nella mia fotografia … fin
> dai tempi dell’analogico, quando lavoravo a colori con pellicole Kodachrome,
> gli azzurri e i rossi li trovavo talmente belli che diventavano più importanti
> delle emozioni contenute nella foto. Mentre col bianco e nero e tutta la gamma
> dei grigi posso concentrarmi sull’intensità delle persone, sui loro
> atteggiamenti, sui loro sguardi, senza che siano disturbati dal colore. Certo,
> nella realtà niente è in bianco e nero. Ma quando guardiamo un’immagine in
> bianco e nero, questa entra a far parte di noi, la assimiliamo e
> inconsciamente la coloriamo. Penso che il potere del bianco e nero sia davvero
> straordinario e per questo l’ho utilizzato senza alcuna esitazione per rendere
> omaggio alla natura: fotografarla così era per me il modo migliore di mostrare
> la sua personalità, far emergere la sua dignità.
Morto Sebastião Salgado, il fotografo brasiliano che ha raccontato l’umanità:
aveva 81 anni.
Nato come economista, iniziò a lavorare prima nel suo Paese di origine e poi a
Parigi.
La situazione di forte disuguaglianza sociale incontrata in Brasile lo avvicinò
alla militanza in ambienti di sinistra.
Trasferitosi in Francia nel 1969, trovò aiuto nella rete di solidarietà creata
da altri brasiliani che erano riusciti a lasciare il Brasile.
Fu solo in un secondo momento, quando venne mandato in missione in Africa agli
inizi degli anni Settanta, che iniziò a fotografare. La sua spiccata sensibilità
e voglia di scoprire lo portarono a orientarsi sulla documentazione della
condizione umana nelle diverse aree geografiche.
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Fonte immagine in evidenza:
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Sebasti%C3%A3o_Salgado_01.jpg
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raccontato l’umanità first appeared on Radio Città Aperta.