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Al Teatro Palladium, le emozioni diventano scena
Dalle parole ai gesti, dal pensiero al corpo, dalla ricerca alla scena: le emozioni attraversano culture, linguaggi e tradizioni, diventando uno spazio di incontro tra esperienze artistiche e forme diverse di conoscenza. Venerdì 16 ottobre 2026, alle ore 18.00, il Teatro Palladium dell’Università Roma Tre ospita “Emozioni e transculturalità nella pratica scenica”, una performance teatrale che porta sul palcoscenico il dialogo tra ricerca scientifica, formazione e pratica artistica, esplorando il rapporto tra espressione emotiva, movimento e tradizioni teatrali. Protagonisti dell’appuntamento saranno Alessandro Rigoletti del Teatro tascabile di Bergamo – Accademia delle Forme Sceniche, Claudio Massimo Paternò del Centro Internazionale Studi di Biomeccanica Teatrale e gli allievi della Scuola Internazionale Meyerhold, in una dimostrazione di lavoro a cura di Raffaella Di Tizio, Samantha Marenzi e Gabriele Sofia. Un incontro tra differenti esperienze e metodologie della pratica scenica, nel quale il corpo dell’attore diventa luogo di espressione, trasmissione e trasformazione delle emozioni. Il teatro si configura così come uno spazio di sperimentazione in cui tecniche, saperi e tradizioni culturali differenti entrano in relazione, dando forma a un linguaggio capace di attraversare confini geografici, storici e disciplinari. L’appuntamento rappresenta il momento conclusivo del secondo convegno annuale del Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell’Università Roma Tre, “Emozioni. Storie, teorie, pratiche”, e traduce nella dimensione performativa il percorso di riflessione sviluppato nelle due giornate. Le emozioni, indagate attraverso gli strumenti della storia, della filosofia, della comunicazione e delle arti, trovano nella pratica teatrale una dimensione concreta, in cui la conoscenza si intreccia con l’esperienza e la riflessione diventa azione. La performance si inserisce inoltre nella stagione artistica 2026/2027 del Teatro Palladium, “accordi. Linguaggi, culture, generazioni”, che a cento anni dalla posa della prima pietra dello storico teatro dell’Università Roma Tre mette al centro il dialogo tra discipline, la relazione tra università e città e l’incontro tra ricerca, formazione e produzione culturale. Un programma nel quale teatro, musica, cinema, danza e approfondimento scientifico diventano parti di uno stesso racconto, valorizzando la capacità delle arti di creare connessioni tra esperienze e generazioni differenti. Il convegno “Emozioni. Storie, teorie, pratiche”, in programma giovedì 15 e venerdì 16 ottobre 2026, è promosso dal Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell’Università Roma Tre, con la presidenza del Comitato scientifico affidata a Veronica Pravadelli. Giunta alla seconda edizione, l’iniziativa nasce con l’obiettivo di favorire il confronto tra le diverse aree disciplinari del Dipartimento, mettendo in relazione metodi, prospettive e oggetti di ricerca e coinvolgendo docenti, ricercatori, dottorandi e studenti. Il programma si articola in quattro sessioni, dedicate alle storie, alle teorie e alle pratiche delle emozioni, osservate come elementi fondamentali dell’esperienza individuale e collettiva, della costruzione delle identità, dei processi culturali e delle forme di comunicazione. INFORMAZIONI Emozioni e transculturalità nella pratica scenica Venerdì 16 ottobre 2026, ore 18.00 Teatro Palladium – Università Roma Tre Piazza Bartolomeo Romano 8, Roma Con Alessandro Rigoletti, Claudio Massimo Paternò e gli allievi della Scuola Internazionale Meyerhold. A cura di Raffaella Di Tizio, Samantha Marenzi, Gabriele Sofia. Informazioni: roma3conference@uniroma3.it – www.teatropalladium.com The post Al Teatro Palladium, le emozioni diventano scena first appeared on Radio Città Aperta.
Cultura
Rome Playing Games EXTRA: finali multipli, storie da vivere, narrazioni interattive
ROME PLAYING GAMES EXTRA Dal 15 al 18 ottobre quattro giorni tra teatro, gioco di ruolo dal vivo e narrazioni interattive al Teatro San Giustino di Roma Dopo l’appuntamento di settembre, Rome Playing Games torna con un’edizione EXTRA: spettacoli dai finali multipli, storie da vivere in prima persona e nuove forme di partecipazione in cui il pubblico diventa protagonista del racconto Teatro San Giustino, ore 11.00 -23.00, Viale Alessandrino, 144, 00172 Roma RM -------------------------------------------------------------------------------- Dopo l’appuntamento di settembre, che ha visto oltre 2.000 partecipanti, 15 larp da camera, più di 50 tavoli e 25 ore di gioco firmati da autori provenienti da tutta Europa, Rome Playing Games torna nella Capitale con quattro giorni EXTRA dedicati all’incontro tra teatro, gioco di ruolo dal vivo e narrazioni interattive. Dal 15 al 18 ottobre 2026, il Teatro San Giustino ospita Rome Playing Games EXTRA, il nuovo appuntamento del progetto promosso e organizzato da Eryados ETS, che continua a esplorare le possibilità espressive del gioco come linguaggio culturale, strumento di relazione e forma contemporanea di spettacolo dal vivo. Ancora una volta, un’occasione per scoprire un territorio di sperimentazione nel quale i confini tra teatro e gioco di ruolo si fanno sempre più permeabili, le storie si aprono a sviluppi imprevedibili e il pubblico può passare dalla platea al centro della scena. Tra finali aperti, personaggi da interpretare e narrazioni costruite collettivamente, Rome Playing Games EXTRA propone quattro giornate per esplorare nuovi modi di raccontare e vivere le storie, alternando il ruolo di spettatore a quello di protagonista. Al centro del programma, due linguaggi che condividono la dimensione dello spettacolo dal vivo ma costruiscono relazioni differenti con il pubblico: da una parte il teatro, con spettacoli che sperimentano nuove forme di interazione e coinvolgimento; dall’altra il larp da camera, una forma di gioco di ruolo dal vivo nella quale i partecipanti interpretano direttamente i personaggi, ne vivono le relazioni e contribuiscono allo sviluppo della narrazione. Un’esperienza che trasforma il racconto in uno spazio condiviso, nel quale le scelte individuali e le dinamiche collettive possono modificare il corso degli eventi. Quattro spettacoli attraversano generi e registri differenti, dalla sperimentazione interattiva alla commedia romantica, esplorando il rapporto tra interpretazione, libertà di scelta e costruzione delle storie. Gli spettacoli cominciano venerdì 16 ottobre alle ore 21.00 con Il posto, produzione 404 Actors Not Found, per la regia di Domenico Amicozzi. Sabato 17 ottobre alle ore 21.00 è la volta di La parabola di Stanley, con la regia di Simone Ruggiero e con Ilario Crudetti, Massimo Genco e Giorgia Masseroni. Ispirato al celebre videogioco The Stanley Parable, lo spettacolo porta sul palcoscenico uno dei principi fondamentali del gioco: la possibilità di scegliere. Al centro della vicenda Stanley, un impiegato intrappolato in una storia apparentemente già scritta, il cui destino viene affidato alle decisioni degli spettatori. Ne nasce una rappresentazione interattiva dai finali multipli, nella quale ogni scelta può aprire una strada differente, mettendo in discussione il rapporto tra autore, personaggio e pubblico. Domenica 18 ottobre alle ore 11.00 il programma prosegue con Tra le pagine di Walt, di Andrea Lami, mentre alle ore 18.00 sarà Declinazioni d’amore, testo di Franca De Angelis con la regia di Miranda Angeli, a chiudere la programmazione teatrale. Accanto agli spettacoli teatrali, Rome Playing Games EXTRA propone un articolato programma di larp da camera, esperienze immersive pensate per piccoli gruppi nelle quali la narrazione prende forma attraverso l’interpretazione e l’interazione tra i partecipanti. Ad aprire il programma, giovedì 15 ottobre alle ore 21.00, saranno tre esperienze in contemporanea: Norge – Bandiere sul Ghiaccio, di Mauro Teragnoli et al., Sotto la montagna, di Oscar Biffi, e Il giorno del Capibara, di Simone Bonetti. Venerdì 16 ottobre, dalle ore 17.00, il programma prosegue con Sotto la montagna e Viandanti in un mare di nebbia, entrambi di Oscar Biffi, Fuori Registro, di Chiara Avellis, e Il mistero di Casa Malombra, di Elena Bianco. Sabato 17 ottobre, a partire dalle ore 11.00, tornano Fuori Registro e I Need A Hero…?, di Miranda Angeli. Nel pomeriggio, dalle ore 15.00, spazio a Il mistero di Casa Malombra, The Wall, di Gianluca Torrente, e L’Ospedale dei Giocattoli Rotti, di Martina Montenegro. La giornata conclusiva di domenica 18 ottobre, dalle ore 15.00, propone tre ulteriori esperienze: Me and the Devil, di Irene Oppo, Il giorno del Capibara, di Simone Bonetti, ed Emotional, di Azzurra Uma e Giulio Zilli. Rome Playing Games EXTRA è un progetto promosso e organizzato da Eryados ETS, promosso da Roma Capitale e vincitore dell’Avviso Pubblico per la realizzazione di iniziative di interesse per l’Amministrazione Capitolina, in collaborazione con Zètema Progetto Cultura. La partecipazione è gratuita, con prenotazione obbligatoria attraverso il sito www.rpg-fest.it/rpgextra. Per maggiori informazioni: info@eryados.com – +39 329 8955577.   The post Rome Playing Games EXTRA: finali multipli, storie da vivere, narrazioni interattive first appeared on Radio Città Aperta.
Cultura
Cosa vuol dire fare poesia oggi? Ovvero: la poesia-facile e l’assenza dei critici
Nei giorni scorsi su “Pangea” è apparso un articolo di Gianfranco Lauretano e Salvatore Ritrovato, in cui i due critici letterari segnano i loro punti fermi intorno al poiein, cioè al “fare” poesia oggi. È un anticipazione de “L’anello critico 2025” e il loro intervento mi ha ispirato (dopo vari articoli sul tema che avevo scritto in passato proprio su “Pangea”) a cimentarmi di nuovo intorno all’argomento del fare poesia, che può apparire superfluo e invece risulta dirimente se si vuole provare a fare un po’ d’ordine valutativo nella società della poesia. Società ancora vitale, ma piena di commercianti del do-ut-des, tifosi e amichettisti (come tuonerebbe Abbate). Ma, a parte questo mio rigo moraleggiante, Lauretano e Ritrovato pongono alcune questioni – con cui mi trovo in parte in sintonia – che vale la pena analizzare. Premetto soltanto che uno dei problemi maggiori per la poesia (come invece hanno cercato di ovviare i giovani critici che, sotto l’ala di Alberto Casadei, hanno prodotto il saggio La poesia attuale) è la mancanza di critici tout court. Ma di questo parleremo più avanti. Tutto il discorso di Lauretano e Ritrovato è attraversato da una forte critica alla neo-avanguardia, come punto di cesura con le precedenti voci poetiche novecentesche, quelle importanti e di riferimento, da Montale a Sereni, da Caproni a Luzi, Da Bertolucci a Giudici. Ma c’è anche un mancato apprezzamento di certe nuove contemporanee avanguardie-avanguardie. Per parte mia non posso negare l’importanza contingente della rottura del “Gruppo 63” nella storia letteraria nazionale e tuttavia c’è differenza tra chi innova e chi rompe, come ho anche scritto nella poesia io non vorrei che nanni, edoardo…, dove si mostrano alcuni stilemi della neo-avanguardia e dove la conclusione definisce la contraddizione interna al movimento: “loro erano così impegnati/ che manco si accorsero del/ sacco di palermo, era il 1963”. Autodichiararsi neo-qualcosa prevede forti velleità, e alla fine c’è sempre qualcuno più nuovo di te, c’è sempre un gruppo più avanguardista di qualsiasi avanguardia. Mentre su questa linea io porrei piuttosto il tema abusato del “contemporaneo” come enfasi di un mondo odierno che non sa più cosa c’era prima e quindi non può inventarsi un dopo, un futuro descrivibile. Un altro elemento messo in rilievo da Lauretano e Ritrovato è la necessità per la poesia di uscire da certi limiti veicolari, dal proprio ambiente, o meglio da quella che loro chiamano (gaddianamente) ambienza, cioè l’aspetto astratto dell’ambiente. Certamente non può esserci poesia senza una partenza: serve abbandonare qualcosa per cominciare a scrivere con le emozioni che andranno a cementare il lessico profondo in un impegno nella lingua. È il viaggio che non si è ancora fatto a decretare lo stimolo più tenace. E in questo i due critici mostrano bene come i circolini e le consonanze artificiose dei gruppi di stile, delle squadre omogenee di temi, addormentano i versi nella ricorsività. Ritrovato in particolare spiega che la prima caratteristica della poesia è di essere contro i tempi. Personalmente non so se la poesia abbia necessariamente questo compito avverso, penso però che bisogna allontanarsi per capire dove siamo. In termini militari si pensa che allontanandosi dal campo di battaglia e mettendosi in una posizione alta, in rilievo, si possa vedere meglio la totalità della situazione e quindi si possa capire meglio come attaccare il nemico. Nel caso della scrittura il nemico è lo scrittore stesso che passa le giornate a scrivere e cancellare, cambiare e ripristinare ciò che ha scritto. È questo un lavorio nella lingua che il poeta opera nella società che si trova a vivere, ma da questo parola abusata del contemporaneo, da questo presente egli deve anche fuggire con uno scarto temporale. Se nella scrittura io fossi totalmente o’clock non potrei avere lo scarto di visione che mi permette di non essere qui e ora, e permette ai versi che scrivo di portare con loro un modo differente, una musica che non andrebbe a Sanremo, per dirla con una similitudine. Credo che la tensione nella poesia sia – almeno questa è la mia maniera – quella che tende al classico. Perché c’è uno stile classico che ricerco sempre, fuori dalla mondanità del regime poetico contemporaneo. Nell’articolo di Lauretano e Ritrovato si parla di un periodo attuale in cui si incrocia sempre più un approccio sciatto alla scrittura. Ma non è soltanto la scrittura, è il mondo attuale a essere sciatto. L’accumulo di informazioni annulla l’informazione stessa. Questa è pura sciatteria. Oggi, quando leggiamo una notizia non possiamo chiederci da che parte stiamo, ma se quella notizia è vera o falsa. Non solo noi non sappiamo più cosa è vero e cosa è falso, ma il flusso ininterrotto di byte offusca la nostra memoria e pure la capacità cognitiva del cervello, che non è più in grado di cimentarsi verso l’inabissamento creativo e lo scavo nella coscienza. Siamo continuamente sollecitati. Siamo nel periodo in cui il contemporaneo annulla ogni abilità metacognitiva. In un mondo del genere la meravigliosa definizione di poesia data dal poeta italo-americano Jude Luciano Mezzetta suona ormai beffarda. Lui dice che “la poesia sono le notizie che restano per sempre notizie”. E io gli credo, ma serve il cimento di un esploratore indefesso per tenere barra dritta su questo tipo di poesia. Oggi, infatti, è più semplice scrivere la poesia-facile, al posto della poesia-poesia (definizioni che ho usato in un articolo uscito su “Pangea”). Ma come si fa a tenere barra dritta sulla poesia-poesia quando, come raccontano Lauretano e Ritrovato, gli editori di poesia cercano spesso l’autore con più like sui social, per tentare di riprodurre quei like in vendita copie? Il fenomeno del passaggio repentino dai social alla carta stampata (come dai talent al concerto al Circo Massimo) esprime il nostro zeitgeist. Loro parlano di un periodo in cui siamo passati dalla “democratizzazione” della cultura alla sua “plebeizzazione”. È vero che stiamo vivendo un momento di sconfortante ignoranza (del resto pure Platone nella Repubblica scriveva che “non ci sono più i giovani di una volta”), ed è questo argomento che cambia il tema da come si fa poesia a che cosa è la poesia, cioè si passa dal poiein all’einai, dal fare all’essere. Se è vero che c’è un percorso immanente al genere letterario della poesia, cioè il genere letterario della poesia come tradizione da rigenerare ogni volta, è anche vero che esiste un percorso della poesia in confronto alla cultura presente, cioè a un universo numerico dipendente, dove quella che qualcuno di noi definisce ignoranza si basa sulle capacità di muoversi, in maniera più o meno disinvolta, sui dispositivi elettronici e digitali, più che conoscere a memoria il primo canto della Divina Commedia o L’Infinito di Leopardi, o anche soltanto capire il legame analogico che esiste tra l’Iliade, i sentimenti e le relazioni che esprimono e agiscono nella storia narrata i personaggi di quel poema e la costruzione dei sentimenti e delle relazione di un adolescente ai primi anni di un qualsiasi liceo. Ha ragione Lauretano quando dice che questo nostro sistema digitale dei social è il vero distacco dal Novecento. È anche per questo che i parametri di giudizio odierni non possono più guardare soltanto a quel sistema critico e a quelle impostazioni strutturali nel campo dell’analisi poetica. Ma certo ci sarà ancora un posto per la poesia. E se c’è questo posto non è nelle leziose antologie amicali o in un fantastico credo buono e oggettivo, ma nella capacità che si avrà, da parte di chi si occupa di poesia come studioso, di far emergere alla superficie quelle voci poetiche, quegli autori che stanno fuori da chiese e segreterie di consorterie poetiche, brillanti come cartelloni pubblicitari. Ciò che manca come l’aria oggi alla poesia sono i critici. Tutti vogliono fare i poeti e nessuno si è ancora piazzato convintamente e soltanto dalla parte della critica. Si contano sulle dita di una mano coloro che hanno deciso di fare questo lavoro e sanno farlo. Ma sono come i medici di base: meno ce ne sono più perdono il senno perché hanno troppi mutuati… La critica ha dismesso al proprio ruolo. Se ci sono stati grandi poeti è perché hanno avuto accanto interlocutori autorevoli e competenti. Parlo di personalità come quelle di Debenedetti, Blasucci, Garboli, Berardinelli, ecc. Critici che hanno provato a scegliere e consigliare, male o bene, ma almeno hanno indicato delle rotte possibili. Oggi tutti fanno tutto. E se tutti fanno tutto e nessuno osa più una scelta precisa di competenza, al di fuori delle accademie, sarà sempre più difficile fare una adeguata cernita tra il grano e il loglio, tra il buono e il meno buono nella produzione poetica. Oggi vediamo tanta poesia-facile pubblicata presso grandi editori. Nessuno nega che McDonald’s venda tanti panini, ma nessun McDonald’s è citato in una guida Michelin. Oggi che nessuno si prende più la briga di scrivere per la poesia una guida Michelin seria (e non amichettistica), chiunque approfitta di equiparare poesia-facile e poesia-poesia, come fossero la stessa cosa, come avessero la solita funzione. Non starò qui a ripetere quale funzione abbia una poesia vera. Ne abbiamo parlato con gli amici Fierro e Tomada su due riviste (“farevoci” e “Il Ponte”) nei mesi scorsi. Qui provo a difendere un lavoro in poesia che in un percorso lungo di anni (e non nel furore di un solo libro, o di una carriera sempre uguale a se stessa) sappia ordinare un discorso ininterrotto e forte con la tradizione e nel novero di una voce attuale ma separata dal continuum temporale del qui e ora. Sono meno d’accordo quando Lauretano e Ritrovato si soffermano sul fatto che dopo i grandi autori novecenteschi (Caproni, Montale, Giudici) cade l’interesse verso la poesia, perché i programmi scolastici arrivano a Pascoli e D’Annunzio, il resto viene saltato… Insomma, vedo un grande interesse per la poesia, ancora oggi. Ma è un interesse curativo, un interesse immediato, prêt-à-porter: interesse per la poesia-facile. Lauretano e Ritrovato pongono la questione di un dialogo che si è interrotto e la pongono come dialogo dei poeti di oggi con quelli del Novecento, pensando a esso come punto di arrivo e caparbio momento di crescita di fronzosi rami letterari. Per parte mia sono interessato più al dialogo con la lunga tradizione poetica italiana. Ho avuto la fortuna, da giovane, di poter avere a che fare con Giovanni Giudici, cioè di avere la faccia tosta di organizzare a Pisa alcuni incontri e seminari con lui. E tengo al suo lascito per tre cose: il rapporto creativo e appassionato con la tradizione poetica, a partire dalle origini, dai trovatori e dai Siciliani in avanti; il lavoro nella lingua, dove una parola non è soltanto ciò che significa ma significa ciò che è; i principi costruttivi del verso che ha una sua logica musicale, perché la poesia deve rispondere a una sua armonia interna che diventa musica nella lettura. E poi c’è questo “io” poetico, di cui tutti parlano. È un “io” particolare, una specie di feticcio se trattato “egoisticamente”. Ma non si deve pensare che questo “io” sia inderogabile. Intanto gli io di uno scrittore, di un’artista, non sono uno solo, sono molteplici. E poi possono dispiegarsi in altre persone. Io uso molto il “tu” come protagonista dei miei versi. Il libro Baltico, per esempio, è quasi un romanzo in versi che racconta, in seconda persona singolare, il rapporto reale e fantasmatico di un personaggio lontano da casa, col mal di schiena, che riflette di fronte a uno specchio obliquo in relazione alle guerre di ieri e di oggi. Quindi qui il mio “io” non è più soltanto io. Siamo in quella che Caproni chiamava la profondissima zona della poesia in cui un io passa subito alla pluralità, dove chi scrive diventa un noi, un individuo che parla universalmente. Anche questa è una dote che la poesia-poesia dovrà tutelare. Alessandro Agostinelli *In copertina: un’incisione di Roland Topor (1938-1997) L'articolo Cosa vuol dire fare poesia oggi? Ovvero: la poesia-facile e l’assenza dei critici proviene da Pangea.
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Al MAXXI la mostra-evento “Franco Battiato. Un’altra vita”
Dal 31 gennaio al 26 aprile 2026, lo Spazio Extra del MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo ospita “Franco Battiato. Un’altra vita”, una mostra-evento che, a cinque anni dalla scomparsa, rende omaggio a uno dei più grandi geni della cultura italiana contemporanea. Un percorso intenso e immersivo che attraversa musica, filosofia, pittura e cinema, restituendo tutta la poliedricità di un artista capace di andare oltre i generi, oltre il tempo. Dai primi anni tra Sicilia e Milano alla sperimentazione elettronica, dal successo pop alla dimensione mistica, fino alla ricerca cinematografica degli ultimi decenni. Sette sezioni tematiche, materiali inediti, cimeli rari e un’esperienza sonora avvolgente accompagnano il visitatore in un viaggio profondo nell’opera e nel pensiero di Battiato, tra Oriente e Occidente, avanguardia e spiritualità. Coprodotta dal Ministero della Cultura e dal MAXXI, in collaborazione con la Fondazione Franco Battiato ETS, la mostra è un invito a riscoprire quell’armonia interiore, quel “centro di gravità permanente”, che continua a parlare al presente. The post Al MAXXI la mostra-evento “Franco Battiato. Un’altra vita” first appeared on Radio Città Aperta.
Cultura
La vita agrissima 3. Inganno, soldi, caos. Ovvero: sui metodi per costruirsi una reputazione letteraria
Per quanto mi riguarda questo è l’ultimo capitolo della triade divinatoria de “La Vita Agrissima”, cioè un attraversamento ironico, un po’ crudele e un po’ veritiero sui comportamenti degli scrittori. E – si badi bene – di tutte le tipologie di scrittori: scriventi, poeti, poetastri, critici, narratori, cantastorie, ecc. Insomma, tutti coloro che tentano di salire sulla barca che affonda dell’editoria tradizionale, dove ormai non più soltanto le persone serie, ma anche “i nani e le ballerine” degli anni Ottanta spadroneggiano di qua e di là dalla scrivania. Questo ultimo round riguarda un aspetto importante nella vita bibliografica di ogni autore: come si creano le reputazioni letterarie? Si creano nei fasti del palcoscenico, o nelle ombre del retropalco? Siamo in un momento storico in cui gli attori letterari si mescolano più che in anni passati, trattenendo in loro più mestieri e ruoli, soprattutto i critici fanno gli scrittori, gli accademici fanno i poeti, i giornalisti fanno i narratori, i magistrati fanno i giallisti e gli acrobati insegnano nelle scuole di scrittura creativa. Siamo tutti noi, sconsiderati esercitatori di ego, che viviamo una vita agrissima a resistere in un mondo sempre più a caccia di una specie in via di estinzione: la lettrice e il lettore. Ma torniamo alla domanda sulla reputazione di questa terza puntata de “La Vita Agrissima”. La reputazione è un valore positivo che parla di qualcuno per come gli altri lo vedono, quindi un vero e proprio giudizio esterno che può determinare in positivo una carriera e custodirla post mortem. E anche nella storia di un autore vale forse un buon inizio, come a scuola, per cui la reputazione procederà secondo il primo giudizio rilevato. Ma non è sempre così. E comunque: come si creano le reputazioni letterarie? Ecco un elenco di modalità, divise per cinque tipologie. La prima sono i modi canonici. Intendo, per esempio, il potere – non proprio il potere politico o economico, ma piuttosto il potere relazionale, la capacità di porsi favorevolmente di fronte agli altri. In questo caso è sempre utile una presentazione autorevole di qualcuno che conta qualcosa, o ne ha l’aria. Oppure i soldi possono aiutare nel breve periodo a una degna pubblicità, che però ha le gambe corte. Su questa falsa riga si può citare pure il sesso, come veicolo attrattivo di attenzione e considerazione. Infine l’esercizio della pietà: saperla usare in maniera efficace ponendosi in una condizione di minorità può suscitare forti emozioni nell’interlocutore o nei giovani critici che si addentrano nella selva oscura letteraria e hanno il futuro a disposizione per tenere un autore a galla, oppure ignorarlo. La seconda sono i modi impersonali. Vale a dire il caso: una serie di situazioni fortunate inanellate dietro una serie di presentazioni eccellenti. Oppure il caos, come quando uno accompagna l’amico a presentare un romanzo a un editore e l’editore sceglie l’accompagnatore… Un altro elemento è la fortuna che, come da tradizione, è cieca. La terza tipologia sono i modi fantasiosi. Cioè il vero talento, oppure l’inganno, o l’uso di un nome falso che richiama qualcosa di grande. L’inganno è quello che mi affascina più di altri, perché richiede astuzia e mente criminale in chi lo esercita. È l’unico tipo per cui porto un esempio: Max Aub quando inventò la biografia di un pittore che non era mai esistito e la critica d’arte cadde nell’inganno, fino a pretendere una mostra dei suoi quadri che Max Aub organizzò: al vernissage dichiarò la falsità dei suoi propositi. Il nome falso è interessante: con uno pseudonimo si può ovviare a pregiudizi incancreniti sul proprio nome – serve sangue freddo, alla Mr. Ripley. Il talento sta nei modi fantasiosi perché è una condizione cui credo poco, o almeno la metto in posizione condizionata dalla fortuna e dall’impegno, e ritengo possa essere anche la maniera del soggetto di presentarsi. Il talento esiste, ma non è direttamente proporzionale alla reputazione. Si può avere un gran talento sprecato. La quarta tipologia sono i modi borghesi. Per esempio la costruzione del merito, la parrocchia e la bandina. La costruzione del merito pare quasi una reputazione composta con pedissequa costanza ingegneristica, attenti a nominare sempre le persone giuste, ringraziare a dovere chi si deve, ossequiare grandemente e financo idolatrare chi bisogna, insomma darsi da fare per darsi un’aria di merito. La parrocchia e la bandina potrebbero stare insieme. Tuttavia la parrocchia nasce su un precetto morale, o su un manifesto ideologico: si fa parte della solita parrocchia se costruiamo un cerchio tribale dentro cui gli adepti sono famiglia e gli esterni rimangono inconsapevoli e incolti, gentaglia che non può capire la profondità dei militanti. La parrocchia aiuta a mantenere una degna reputazione anche una volta scomparsi, perché ci sarà sempre un discepolo disposto a tramandare la carriera di chi lo ha preceduto nel posto dove nessuno vorrebbe mai andare. La bandina invece, potrebbe essere un’alleanza momentanea per un fine temporaneo, che serve comunque a far crescere la reputazione dei soci della bandina, ma non ha vincoli morali, piuttosto è contraddistinta da un mero utilitarismo. Infine ci sono i modi strani. Insomma, un po’ il My Way sinatriano, cioè faccio a modo mio. E di modi “a modo mio” se ne possono trovare moltissimi, per questo sono difficilmente catalogabili, e al momento mi sfuggono… Alessandro Agostinelli  *In copertina: una litografia di Roland Topor del 1968 L'articolo La vita agrissima 3. Inganno, soldi, caos. Ovvero: sui metodi per costruirsi una reputazione letteraria proviene da Pangea.
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Elogio dell’analfabetismo, o della poesia pura. Contro i legionari dell’algoritmo
È ormai difficile capire cosa intendesse José Bergamín per analfabetismo. L’analfabeta è stato sostituito dall’ignorante, l’alfabetizzato dal regime del logaritmo, dalle ragioni del risultato, dai legionari dell’io. Fiero di non leggere, leggiadro in ipocrisia, l’ignorante ostenta la gioia di essere mondano – non certo di essere al mondo, di questo mondo –, il genio pratico – l’opposto del dotarsi di una pratica – il corrispondere ai desideri del proprio intestino, l’unico interiore che contempli. Né anima né animale, l’ignorante di oggi è come l’intellettuale di ieri: l’uomo alfabetico, che costringe ogni fatto in dimora di misura, si diletta in statistiche, celebra il proprio status, bieco figlio dell’istituzione – sentendosi, naturalmente, libero, bonificato dallo Stato, anarca nel proprio ano, anodino.  L’analfabeta – cioè: il bambino, il popolo, l’apostolo, dunque il poeta – pare scomparso. La logica algoritmica, che crea umani-manovali, umani-replicanti, umanoidi mercenari dell’ego, in fondo, un’appendice del proprio portafogli, sembra aver finalmente ucciso l’analfabeta, l’uomo lordo di vita, lordo di Dio, in pieno possesso dell’essere mondo, dell’essere qui.  L’analfabeta non classifica le piante, le conosce; l’analfabeta non entra in contatto con gli animali ma con le anime; sa la pericolosità della bestia e la sua salvezza, e la riproduce in sé, nelle fattezze del viso e dell’agire. Così, l’uomo analfabeta, ostile ai nomi e alle definizioni, è corvo e volpe, è larice e airone, è luccio e luce, è acero e acerrimo nemico di chi alla persona sostituisce la personalità, l’ennesima menzogna.  L’analfabeta non comprende – apprende per apprensione, per trasalimento e assalto. Apprende per tradimento. L’analfabeta non conosce il linguaggio dacché è verbo.  Allo stesso modo, l’analfabeta assoluto, il poeta, non stuzzica la retorica, la stravolge; non sta al gioco del retore ma alla ferocia del re; non è al passo coi tempi e coi poseur, autentico passeur, trapper tra i regni; è incauto, fuori tono, scurrile, scomodo, senz’arte né parte, idiota ai più. È l’inosservato assoluto, perché non ha niente da dire e nulla da dare – è il dato di fatto, il dono, il detto e la contraddizione. Tutt’altro che incolto, il poeta legge divorando, legge sottraendosi – mentre l’intelligenza algoritmica procede per accumulo (norma bulimica, in cui non è contemplato l’eccedente, l’eccezionale, l’eccesso che non offre via di accesso), il poeta opera per sottrazione: toglie toglie toglie fino alla parola suprema, alla parola-stalattite, alla parola-stilita. Parola che non dice ma agisce.  L’analfabeta, il mago. L’analfabeta, il perpetuo orante. Analfabeta: altro modo di dire, vocazione. Essere chiamati; dunque: invasione di voci. Non vocalizzo, non vocalità. Restare veritieri alla voce. Il che implica: impunità da serpe, impurità, putridume nel dire. Allora: la vocale diventa angelo e a noi resta l’eccomi, il sì come si assiste alla cosa sgozzata, alla cosa benedetta, alla cosa cosmica.  Tommaso Scarponi, che figura tra i sapienti – leggete Distruzione e analogia, Castelvecchi, 2025 – mi volta un brano tratto dal memorabile scritto di José Bergamín. Eccolo:  > Quando Gesù era fanciullo analfabeta o analfabeta come un fanciullo (ché > analfabeta fu sempre: come fanciullo, come uomo e come Dio), quando era > fanciullo, Gesù si smarrì e fu trovato nel tempio. Lì insegnava ai dottori > della legge, dottori della legge scritta, della lettera legale (gli stessi che > poi lo avrebbero crocifisso per questo: perché era analfabeta); lì insegnò > loro la dottrina spirituale dell’ignoranza, che essi non ascoltarono e non > intesero. Perciò, quando poi lo condannarono a morte come analfabeta, lo > crocifissero letteralmente, cioè a piè della lettera o delle lettere, > collocando sulla sua testa un cartello o insegna su cui il letterato Pilato > fece scrivere appositamente: Io sono il Re dei Giudei; fece scrivere ciò per > mostrare a tutti che avevano preso alla lettera le parole di Cristo e che lo > avevano crocifisso prendendolo così, letteralmente. Sotto questo INRI > letterale, Cristo rese lo spirito a Dio; “dando un gran grido”, dice > l’apostolo: divinamente e umanamente analfabeta. Lo spirito muore sempre > crocifisso a piè della lettera. Ma muore per resuscitare. José Bergamín scrive La decadencia del analfabetismo nel 1933, pubblicando sulla rivista appena fondata, “Cruz y Raya”. Si premurava di far conoscere al mondo l’opera di Federico García Lorca, uno dei rari ‘analfabeti’; quattro anni dopo avrebbe guidato la delegazione spagnola del “II Congreso Internacional de Escritores para la Defensa de la Cultura” (tra i tanti, erano convenuti André Malraux e Wystan H. Auden, Pablo Neruda e Octavio Paz). Tradotto in italiano nel 1972, da Rusconi, riprodotto da Bompiani nel 2000, Decadenza dell’analfabetismo è un libro uscito dai ranghi del consesso editoriale come altri testi di José Bergamín. Nel 2003, Marco Dotti usò brandelli di Decadenza dell’analfabetismo – insieme a testi di Céline e di Artaud – come ‘manifesto’ per il “Primo festival della letteratura resistente dedicato agli scrittori analfabeti”, in atto a Pitigliano. Si reagiva – as usual – al “nuovo regime culturale, blindato ed escludente, intento solo a perpetuare se stesso a discapito di ogni scampolo di novità e impulso al rinnovamento” (così Marcello Baraghini autore della deliziosa antologia, La vita si scrive, per Stampa Alternativa).  Alla dinamica natura vs. cultura, José Bergamín ne pone un’altra, a vertigine, sacro vs. letterale. La lettera uccide il sacro, la legge fa massacro del cuore. Al linguaggio babelico – algoritmico – che fermenta burocrazia, si oppone il brigantaggio del linguaggio, il verbo nel roveto, l’annuncio, il miracolo. Al poeta cortigiano si preferisce il poeta ladro, il poeta in caccia aperta. Al poeta impegnato si sostituisca il poeta impari, il paria assoluto. Al linguaggio dell’istituzione, costituito dai vocabolari, il vocabolo onnivoro, parola che vive tra le piante e le pietre, vivo dire dei mari, parola vespertina che si sorseggia a colpo d’ala, insoluto sole.  L’attacco di Decadenza dell’analfabetismo – “Tutti i bambini, finché sono tali, sono analfabeti” – pare memore del Fanciullino di Pascoli: “È dentro noi un fanciullino… ma noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia”. Pascoli mirava all’anonimato, al sovvertimento dei nomi (“Quando fioriva la vera poesia; quella, voglio dire, che si trova, non si fa, si scopre, non s’inventa; si badava alla poesia e non si guardava al poeta; se era vecchio o giovane, bello o brutto, calvo o capelluto, grasso o magro: dove nato, come cresciuto, quando morto”); scriveva che il poeta “non deve avere, non ha altro fine… che quello di riconfondersi nella natura, donde uscì”. Ma noi temiamo il selvaggio, la via senza ancoraggio di gloria o di nomea, così i poeti vengono stivati nelle storie della letteratura, inermi, come strane bestie in formaldeide, per lo più innocue. Parole sotto vuoto, parole disinnescate. E dei grandi autori che hanno operato verso il ritorno all’analfabetismo, cioè verso i modi della mania lirica, l’unica – chessò, Benjamin Fondane, Ted Hughes, Robinson Jeffers… – non si dice, si traduce a sprazzi, li si imbraga tra criteri accademici, tra erbari e mostre di lepidotteri.  Tra l’incolto che si bea della propria arrogante ignoranza e l’elegante istrione che si muove tra cadaverici tomi, non c’è differenza: entrambi sono i sacerdoti di un mondo morto; entrambi, alieni da un’eccezionalità individuale, erigono santuari intorno al proprio io, si credono i migliori, gli scaltri, i pronti a tutto. Di tutto privo, detto depravato dai doge di questo tempo, il poeta – se è tale e non la sua maschera, l’infame implume – è l’unica creatura libera, liberata: ripete le sue parole al vento – e se ne ritrae, perché nulla è invano e tutto opera secondo la scia dell’angelo e dell’agnello. *** Da Decadenza dell’analfabetismo Ciò che un popolo serba del bambino, e ciò che l’uomo serba del popolo, ovvero ciò che in lui è ancora bambino, è l’analfabetismo. Analfabetismo è la denominazione poetica di uno stato autenticamente spirituale. Possiamo assistere al processo di decadenza dell’analfabetismo nelle nostre vite come in quelle dei popoli più colti, i più letterati. Guai a noi – guai a loro – se accettassimo superstiziosamente come ineluttabile il monopolio del letterale, del letterario, della cultura! Esiste una cultura letterale. Esiste una cultura spirituale. La prima perseguita l’analfabetismo, il suo nemico. Ed è oggi – non ieri né domani – la più diffusa. È quella che ha disordinato il mondo: quella che ha disordinato le cose e ha soppresso le gerarchie. Quando il senso delle gerarchie è razionalmente perduto, tutto deve essere disposto in ordine alfabetico. L’ordine alfabetico, però, è un ordine falso. L’ordine alfabetico è il disordine spirituale: quello dei dizionari, dei vocaboli letterali, più o meno enciclopedico, in cui la cultura letterale tenta di ridurre l’universo.  Il monopolio letterale della cultura ha disordinato le cose disorganizzando le parole, che sono anch’esse cose, non lettere; e poiché sono cose (cose di idee o idee di cose, cose della ragione, cose del gioco) sono pura realtà razionale o poetica, realtà autenticamente spirituale o analfabeta. * C’è stata una sistematica esibizione stilistica della poesia. Attraverso questi sottili lambicchi, la poesia viene sterilizzata: sterilizzazione immaginativa del pensiero. La poesia distillata, lambiccata, sterilizzata, non è pura poesia: è poesia letterata, letteralizzata. La poesia diventa letterata, alfabetica, cercando la musica in una vocalizzazione esclusivamente letterale. Esiste un’intera letteratura lirica che ha testi e musicalità, ma è priva di poesia.  * La poesia pura è semplicemente la più impura: poesia analfabeta. La poesia è analfabetismo integrale perché integra spiritualmente ogni cosa. La poesia è il campo analfabeta della gravitazione universale di tutte le costruzioni spirituali dell’uomo.  * Lo stato poetico è uno stato del desiderio infantile o popolare: un desiderio di analfabetismo; desiderio paradisiaco dello stato dell’uomo puro. Il poeta anela all’ignoranza, all’infanzia, all’innocenza, all’ignoranza analfabeta che ha perduto; anela all’analfabetismo perduto: pura ragione spirituale della sua opera.  * La parola, la viva parola, non si conforma nell’ordine alfabetico: perché la vita accade tramite la parola, non la parola tramite la vita; così come la verità è tramite la parola e non viceversa: tramite la parola divina. (In principio era il Verbo e il Verbo era Dio e il Verbo era in Dio… così attacca Giovanni nel suo Vangelo poetico, che è il Vangelo dell’analfabetismo spirituale più puro).  * Al termine del primo libro sulla Dotta ignoranza, che è dottrina spirituale dell’analfabetismo, Nicola Cusano scrive che la verità risplende incomprensibilmente nell’oscurità della nostra ignoranza. Il potere dell’oscurità della nostra ignoranza, il potere spirituale dell’analfabetismo, è quello di far risplendere incomprensibilmente in noi la precisione della verità. Non esiste poesia che non richieda tale lucidità spirituale, rintracciabile soltanto nell’oscurità della nostra ignoranza, approfondendo, direbbe Giordano Bruno, la profondità della nostra ombra. * Il declino dell’analfabetismo è la decadenza della cultura spirituale quando la cultura letterale la perseguita e la distrugge. Tutti i valori spirituali si sbriciolano quando la lettera o le morte lettere sostituiscono la parola, che si esprime tramite vive voci. Il valore spirituale di un popolo è inversamente proporzionale al declino del suo analfabetismo pensante e parlante. Perseguitare l’analfabetismo significa proseguire strisciando nel retro del pensare: perseguire le tracce luminose e poetiche della parola. Le conseguenze letterali di questa persecuzione è la morte del pensiero.  Chiunque si allontani dal gioco poetico del pensare è perduto, irrimediabilmente perduto, perché abbandona la verità della vita, che è l’unica vera vita – quella della fede, della poesia – per la menzogna della morte. Prendere tutto alla lettera, confidando in essa: ma ciò che è letterale è morto.  Il declino dell’analfabetismo è, semplicemente, il declino della poesia. È il declino del nostro pensiero da quando abbiamo perso la fede nella poesia, da quando siamo diventati alfabetizzati: non abbiamo fede quando siamo orfani della vera ragione, la ragione pura, quando sradichiamo dal nostro pensare la poesia.  * La ragione poetica del pensare dell’uomo è la fede. La poesia appartiene sempre agli uomini di fede, mai a quelli di lettere, ai letterati. Gli apostoli, in quanto uomini di fede e dunque analfabeti, hanno dato la più perfetta espressione poetica alla vita di Cristo. Confrontate i loro testi, poeticamente puri, con una qualsiasi delle innumerevoli vite letterarie o da letterati di Gesù Cristo: quella di Renan, di Strauss, di Papini… o qualsiasi altra (tranne le visioni analfabete ed extra-letterarie dei mistici come Anna Katharina Emmerick). Quelle vite letterate di Cristo contengono pagine e pagine di letteratura vaga, amena, senza una parola di verità: non una sola parola di verità né di menzogna perché ciò che pronunciano non sono parole ma lettere; la parola può essere pronunciata soltanto come l’hanno pronunciata gli apostoli e i santi: poeticamente. Non tutti gli analfabeti sono santi, ma tutti i santi devono essere analfabeti.  * Per apprendere il vero timore di Dio bisogna varcare la soglia poetica dell’analfabetismo; l’altro, il timore letterale della morte – o della vita –, il timore alfabetico del vuoto, non è timore di Dio: è terror panico.  Terror panico, cioè panteismo letterario, cioè letteralità del divino: la confusione di Dio con il Demonio non è, letteralmente, altro che confusione infernale, confusione di tutti i demoni; pandemonio, come lo fu la confusione letterale di Babele, ma senza un dono illetterato delle lingue a succedergli: senza Pentecoste spirituale redentrice.  * L’ordine alfabetico internazionale della cultura, nato dagli enciclopedisti – specie di mortale anticipazione dell’Inferno – è giunto, come logica e naturale conseguenza, a trasformare per noi la rappresentazione totale del mondo e del cosmo in un enorme Dizionario Enciclopedico Generale, alfabeticamente organizzato. La progressiva alfabetizzazione della cultura ha agito sulla vita umana come una progressiva paralisi del pensiero.  * La lettera uccide lo spirito.  L’analfabeta ha dei diritti spirituali da difendere contro la dominazione alfabetica di qualsiasi cultura, più o meno letterale o alfabetizzata. Se parliamo dei diritti del bambino come possiamo ignorare i diritti dell’analfabeta che sono, in origine, quelli del bambino, i più puri interessi spirituali dell’infanzia? Diritti sacri perché esprimono l’unica indiscutibile libertà sociale: quella dello spirito, quella del linguaggio creativo, quella del pensiero immaginativo. L’analfabetismo spirituale e creativo dei popoli è ciò che i popoli hanno in comune con i bambini, la loro infanzia permanente. * Se i bambini e i popoli cessano di essere analfabeti, cosa diventeranno? Se i bambini e i popoli vengono privati dell’analfabetismo – quella vita spirituale immaginativa del loro pensiero che chiamiamo analfabetismo – cosa resta di loro? Un bambino e un popolo si snaturano quando vengono alfabetizzati, cominciano a corrompersi, a cessare di essere; a cessare di essere ciò che sono: bambini, popoli.  * L’alfabetizzazione, o alfabetizzazione culturale è il nemico mortale del linguaggio in quanto tale, nella misura in cui il linguaggio è spirito, è parola. L’alfabetizzazione è il nemico giurato di ogni linguaggio spirituale, cioè, in ultima analisi, della poesia.  José Bergamín *Traduzione di Compiuta Donzella In copertina: José Bergamín (1895-1983) L'articolo Elogio dell’analfabetismo, o della poesia pura. Contro i legionari dell’algoritmo proviene da Pangea.
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Renato Biagetti: 19 anni fa veniva assassinato dai fascisti. Parco Schuster lo ricorda con “RENOIZE”
Dal 4 al 6 settembre RENOIZE Festival Antifascista Dal 2008, RENOIZE a Parco Schuster è ricordare Renato, realizzando i suoi sogni. RENOIZE è politica, musica, teatro, laboratori, sport popolare, socialità. RENOIZE è l’ appuntamento da cui ripartire insieme ogni maledetto settembre, da quella maledetta sera di fine agosto del 2006. RENOIZE, a ottant’anni dalla Liberazione dell’ Italia dal nazifascismo, è spazio di resistenza e costruzione collettiva di un mondo dove semplicemente il fascismo non sia previsto. RENOIZE è un festival antifascista, gratuito e autogestito, costruito collettivamente grazie all’ impegno, alla generosità e alla passione di chi, anno dopo anno, continua a crederci. RENOIZE è tutto questo e molto di più… RENOIZE: “Sta nell’immaginazione, nella musica sull’erba, sta nella provocazione, nel lavoro della talpa, nella storia del futuro, nel presente senza storia, nei momenti di ubriachezza, negli istanti di memoria… sta nei sogni dei teppisti e nei giochi dei bambini”. ++ INFO e PROGRAMMA ++  GIOVEDÌ 4 SETTEMBRE  VILLAGGIO DELLE RESISTENZE | 17:00 – 18:30 – Workshop : Cura e autocura collettiva – Letture per bambinɜ 0–6 anni (a cura di SCOSSE APS) – Laboratorio La scuola dei sogni (a cura dei doposcuola popolari Mammut e Quarticciolo)  GAZEBO CHE GUEVARA ore 17:00 → Laboratorio di sartoria e pittura per grandi e piccolɜ ore 18:00 → Laboratorio di iperstizione e scrittura  AREA DIBATTITI | 18:00 “Dentro e fuori la scuola” Pratiche di rottura e autonomia nel mondo dell’educazione.  AREA SPETTACOLI | 19:00 – Il Circo Palacinca Capitan Palacinca e Il furbo Jok, girando il mondo hanno raccolto straordinarie attrazioni ed appreso incedibili abilità magiche e circensi con le quali propongono un variegato varietà totalmente imprevedibile…  AREA CONCERTI | dalle 20:30 • Daniele Fabbri • Lino Musella • Ascanio Celestini in dialogo con Moni Ovadia • Acme • Dimensione Brama ________________________________________  VENERDÌ 5 SETTEMBRE  VILLAGGIO DELLE RESISTENZE | 17:00 – 18:30 – Presentazione libro: “Ritorno a Gaza. Scritti di donne italopalestinesi sul genocidio ” (a cura di Mjriam Abu Samra – Ed. Q) – Laboratorio di cianotipia  GAZEBO CHE GUEVARA ore 17:00 → Laboratorio di sartoria e pittura per grandi e piccolɜ ore 18:00 → Presentazione: “Sotto le mura di Gerusalemme” di e con Tano D’Amico  AREA DIBATTITI | 18:00 “Quando il fascismo si fa istituzione: costruiamo reti di resistenza globali” Una tavola rotonda necessaria e urgente, per orientarsi tra le retoriche di cui fa uso il sistema per mantenere il consenso e su quali linee di sfruttamento e marginalizzazione vengono utilizzate per dividere, frammentare, isolare e impaurire. Costruendo insieme una mappa delle resistenze.  AREA SPETTACOLI | 19:00 Circofficina Cabaret Una kermesse di numeri con artistɜ di ogni sorta e da ogni dove. Giocolierɜ, Acrobatɜ, Clown, Teatranti, Maghɜ, Musicistɜ, Artistɜ di Strada, collaboreranno per la riuscita di questo Spettacolo. La Circofficina è uno spazio libero di allenamento, creazione, condivisione d’arte, dal circo alla musica, al teatro, alla danza.  AREA CONCERTI | dalle 20:30 • Little Big Band “Tra le righe” • Alessandro Liberini • Napodano • Naked Zippo • Meganoidi • DJ Set Mr3p ________________________________________  SABATO 6 SETTEMBRE  VILLAGGIO DELLE RESISTENZE | 17:00 – 18:30 Presentazione libro: “Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza” (a cura di Aldo Nicosia – Ed. Q)  GAZEBO CHE GUEVARA | 18:00 Presentazione: “Una pianta ci salverà. Storia virtuosa della canapa” di e con Matteo Mantero  AREA DIBATTITI | 18:00 “Scioperare guerre e genocidio” Pratiche dentro il nuovo regime di guerra contro colonialismo, riarmo, tagli a reddito e salari.  AREA SPETTACOLI | 19:00 – Eva Q – “Dimmi di sì” Spettacolo clown che fonde magia comica, fuoco e altre cialtronerie di arte varia.  AREA CONCERTI | dalle 20:30 • Wild Mint • Queen of Saba • HiShine • DJ Set SailorTrash & Moover ________________________________________  TUTTI I GIORNI  VILLAGGIO DELLE RESISTENZE – Laboratori creativi:  Aquiloni ·  Ventagli ·  Pañuelos ·  Origami ·  Cartonati ·  Caccia al tesoro  AREA COMUNE | 17:00 – 01:00 Mostre – Video – Installazioni – Banchetti informativi – Bar – Cucine dal mondo ________________________________________  COME ARRIVARE A PARCO SCHUSTER (ROMA)  Indirizzo: Piazzale Ostiense, 00154 Roma (di fronte alla Basilica di San Paolo)  Metro B – Fermata: San Paolo Basilica (3 min a piedi)  Bus: linee 23, 769, n716, nMB Per Renato, sempre con la stessa rabbia, sempre con immutato amore  Un Grazie ad @evasa_ per il bellissimo manifesto! (https://www.instagram.com/evasa___/) Mostra meno   Il 27 agosto 2006 moriva Renato Biagetti, di 26 anni. Si era appena laureato in ingegneria e faceva parte dei movimenti sociali romani. Era uno “dei centri sociali”, insomma. E per questo l’hanno ammazzato. È stato ucciso da otto coltellate, di cui una gli ha trafitto il cuore, all’uscita di una dancehall reggae a Focene, sul litorale romano. Ad ammazzarlo, due neofascisti di 17 e 19 anni che volevano difendere “il loro territorio” e cacciare via le “zecche”. Nient’altro. Niente “screzi”, niente motivi “comprensibili” per una persona normale. È morto solo per questo. È andata meglio alla sua ragazza Laura, che fu “solo” ferita, e all’amico Paolo, raggiunto da una coltellata alla schiena. Il fascismo era, è, e resterà per sempre un crimine, non un’opinione. Ciao Renato. Mic e Testi: Il Nano Musica: Dario Biagetti >   The post Renato Biagetti: 19 anni fa veniva assassinato dai fascisti. Parco Schuster lo ricorda con “RENOIZE” first appeared on Radio Città Aperta.
Cultura
Sgomberato lo storico centro sociale milanese LEONCAVALLO
Milano, via Watteu: è stato sfrattato lo storico centro sociale Leoncavallo: lo sgombero dopo 31 anni dall’occupazione e 130 rinvii. Polizia e Carabinieri sono entrati con l’ufficiale giudiziario poco prima delle 9 di stamane. L’operazione si è svolta senza resistenza né problemi di ordine pubblico, mentre gli operai e i fabbri incaricati dalla proprietà hanno lavorato sui portoni d’ingresso per sigillarli. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte immagine in evidenza: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Centro_Sociale_Leoncavallo_Milano_2025.jpg --------------------------------------------------------------------------------   The post Sgomberato lo storico centro sociale milanese LEONCAVALLO first appeared on Radio Città Aperta.
Cultura
Addio a Salvo Vitale: con Peppino Impastato fondò Radio Aut e lottò contro Cosa Nostra
Si è spento a 82 anni  il docente di storia e filosofia Salvo Vitale, noto per il suo impegno nella lotta contro la mafia e per la sua amicizia con Peppino Impastato, con cui fondò Radio Aut. L’Associazione Libera contro le mafie lo ha così ricordato: > “Con profonda gratitudine e sincera tristezza salutiamo Salvo Vitale: egli ha > incarnato, con straordinaria coerenza, il significato più pieno della > testimonianza quotidiana. Nelle sue parole, nei suoi gesti, nel suo impegno > costante ha mostrato cosa significhi contrastare le mafie sul piano civile e > culturale. Ha saputo tenere viva la memoria collettiva, trasformandola in > azione. La sua voce è stata un esempio luminoso di libertà e responsabilità, > accompagnado intere generazioni nel comprendere che il cambiamento nasce da > ciascuno di noi. Il suo esempio continuerà a orientarci e a sostenere il > cammino di chi crede nella giustizia e nella democrazia”. Nato il 16 agosto 1943 a Cinisi, Vitale si laureò in Filosofia all’Università di Palermo. Negli anni Sessanta lavorò come corrispondente per il quotidiano “L’Ora”. Insegnò per qualche tempo in Sardegna, ma verso la fine degli anni Settante ritornò in Sicilia dando vita alla sua battaglia contro Cosa nostra. A seguito dell’assassinio di Peppino Impastato, Vitale continuò a tenere viva la sua memoria collaborando con Telejato e Antimafia Duemila e occupandosi di educazione antimafia negli istituti scolastici. Per rendergli omaggio, vi propongo l’ascolto di un podcast che trovate a questo LINK: si tratta di un’intervista di Vitale rilasciata a Radio Popolare in occasione dell’anniversario dell’assassinio di Impastato: “Peppino era un comunista rivoluzionario”. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte immagine in evidenza: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Salvo_Vitale_a_Radio_Aut.jpg The post Addio a Salvo Vitale: con Peppino Impastato fondò Radio Aut e lottò contro Cosa Nostra first appeared on Radio Città Aperta.
Cultura
ROMA BORGATA FESTIVAL: teatro, lirica, circo, realtà virtuale dal 2 al 6 luglio a Montespaccato, Torrevecchia e Primavalle
ASAPQ presenta ROMA BORGATA FESTIVAL Dal 2 al 6 luglio a Montespaccato, Torrevecchia e Primavalle, il festival diffuso delle borgate e delle periferie romane Teatro, lirica, circo, realtà virtuale nei luoghi non convenzionali con Elio G ermano, Rigoletto, Bar Campioni e Operai all’ Opera Segnale d’allarme – La mia battaglia in VR – 2/3 luglio ore 17 – Polo Culturale della Ex Fabbrica Campari Edicole – Ce l’ho, ce l’ho, mi manca – 2 luglio ore 19 – Piazza Cornelia Bar Campioni – Pesi Massimi – 3 luglio ore 19 – Sweet Bar via Gaetano Mazzoni Operai all’Opera Rigoletto – 4 luglio ore 20 – Parco Commendone, Via Francesco Giovanni Commendone Parco Giochi del Circo – 5 luglio ore 17 – Parco Commendone, Via Francesco Giovanni Commendone Intus – 5 luglio ore 18 – Parco Commendone, Via Francesco Giovanni Commendone Omaggio a John Williams – Concerto per pianoforte e violoncello – 5 luglio ore 19.30 – Parco Commendone, via Francesco Giovanni Commendone Ca’ Mea – 6 luglio ore 18 – Parco Commendone, Via Francesco Giovanni Commendone Cento Voci – 6 luglio ore 19.30 – Parco Commendone, Via Francesco Giovanni Commendone Elio Germano in Realtà Virtuale, i grandi format amati dal pubblico come Bar Campioni, Operai all’Opera che quest’anno vede la riscrittura del Rigoletto , le edicole romane trasformate in palcoscenico con Ce l’ho, ce l’ho, mi manca e l’intrattenimento circense più gioioso e interattivo: sono questi gli assi che il Roma Borgata Festival cala nei quartieri di Montespaccato, Torrevecchia e Primavalle dal 2 al 6 luglio, con un ricco programma che spazia dal teatro alla musica corale fino ai laboratori. Gli spazi urbani si trasformano in palcoscenici non convenzionali e in spazi del vivere comune, attraverso il linguaggio artistico: dopo il successo delle tappe precedenti Torpignattara, Alessandrino, Trullo e Corviale , la rassegna, prosegue il suo percorso in una delle zone più autentiche della città, dove si intrecciano vite, storie e sfide. La programmazione prevede un ricco cartellone di eventi a cura della Direttrice Artistica Alessandra Muschella : ad aprire il programma sarà Elio Germano , con Segnale d’allarme – La mia battaglia in VR , esperimento teatrale immersivo che unisce parola e tecnologia, in scena il 2 e 3 luglio al Polo Culturale della Ex Fabbrica Campari , luogo simbolo della rigenerazione urbana attraverso la cultura. La sera del 2 luglio, in Piazza Cornelia , Matteo Cirillo darà voce a Edicole – Ce l’ho, ce l’ho, mi manca , che trasforma l’edicola in palcoscenico per raccontare le storie che nei decenni dentro le questi luoghi si intrecciano e si fanno Storia. Il giorno dopo, allo Sweet Bar di via Gaetano Mazzoni sarà la volta di Bar Campioni – Pesi Massimi , di Emiliano Morana , per la regia di Fabio Morgan . Un racconto teatrale che accende i riflettori sul valore dello sport come leva di riscatto, portando storie del ring proprio lì dove ogni giorno si intrecciano le vite del quartiere – “ perché dove c’è un Bar c’è un teatro”. Il Parco Commendone , cuore verde di Torrevecchia, sarà invece il centro nevralgico del weekend: il 4 luglio ospiterà Operai all’Opera – Rigoletto . Sul palco un ensemble di tre cantanti lirici e nove musicisti, diretti dal Maestro Giordano Maselli , darà vita a una riscrittura originale del capolavoro verdiano. Ma a guidare la narrazione non saranno i personaggi principali – come il Duca o Rigoletto – bensì le maestranze, i lavoratori del dietro le quinte: elettricisti, attrezzisti, scenografi. Questi “operai” diventano voce e volto dello spettacolo, conducendo il pubblico tra le pieghe della trama con uno sguardo ironico e satirico, che smonta i cliché dell’opera lirica “alta” per restituirla in forma viva, quotidiana e sorprendentemente. Il 5 luglio, il parco si anima con il laboratorio di circo contemporaneo Circus Playground , pensato per le nuove generazioni a cura di Circo Svago , seguito dallo spettacolo acrobatico Intus dello Steam Duo . In serata, la musica delle grandi emozioni: un Omaggio a John Williams concerto per pianoforte e violoncello (Maselli–Romano), tra Jurassic Park , ET , Indiana Jones , Star Wars e altre colonne sonore che hanno fatto sognare il mondo. Il 6 luglio, ancora circo con Ca’ Mea della Compagnia Aga e un gran finale corale con Cento Voci , concerto di musica pop a cappella che unisce cori e comunità per trasformare il parco in una grande piazza sonora. Il Roma Borgata Festival è più di un cartellone: è un’idea di città. Una città dove la cultura non deve essere cercata nel centro ma può essere trovata sotto casa, in un bar, su una panchina, tra i giornali di un’edicola. Un progetto che restituisce centralità ai margini , che non cancella la complessità ma la illumina, che dà voce e spazio a territorio troppo spesso ridotto a sfondo. -------------------------------------------------------------------------------- Per info e prenotazioni: https://www.romaborgatafestival.it/  Tutti gli eventi sono gratuiti e aperti alla cittadinanza Un progetto di ASAPQ Con il finanziamento del Municipio XIII Roma Aurelio   The post ROMA BORGATA FESTIVAL: teatro, lirica, circo, realtà virtuale dal 2 al 6 luglio a Montespaccato, Torrevecchia e Primavalle first appeared on Radio Città Aperta.
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