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Sull’editing del testo come forma preventiva di omicidio
Da mesi mi tormenta una domanda: come sarebbe la letteratura oggi senza gli editor? Ignoro la struttura delle altre professioni, ma sospetto che ogni lavoro abbia un nume tutelare, una nicchia in cui sgranare il cruciverba dei propri peccati. Nel campo dell’editoria l’angelo custode, il santo protettore a cui votarsi è l’editor. L’editor spariglia i testi, prevede le collane, progetta e organizza le parole. Alla figura dello scrittore, che fino a poco fa potevamo immaginare come un’essenza irripetibile distillata in solitudine, se non in una secentesca torre d’avorio quantomeno nella cerchia ristretta dei confidenti e degli affetti, oggi dobbiamo associare sempre, apertamente o subdolamente, scopertamente o surrettiziamente, una protesi umana, una longa manus che si protende dalla penna e ci fissa occhiuta da ogni pagina, quella dell’editor. A questa anamorfosi si aggiunge quella del lettore, che se prima vedeva nello srotolarsi della pagina un’unica volontà creatrice, ora deve fare i conti con un mio/tuo che rende strabica la lettura.  La lenta erosione degli spazi e dei ruoli da parte degli editor ha due conseguenze che mi sembrano interessanti: la prima, che nella critica e nell’apprezzamento del pubblico questa editorializzazione del gusto ha trasformato ragioni di gusto in capricci di gusto: se prima si discuteva delle motivazioni che avevano portato uno scrittore a pubblicare un libro, o delle idee che in esso erano espresse e di cui il libro costituiva il precipitato sofferto, oggi si salta a piè pari questo passaggio per impuntarsi subito su quello che, secondo noi, l’autore avrebbe potuto fare a meno di scrivere in un capitolo o in una specifica pagina. Provate ad avvicinare, nei club di lettura, nelle librerie, negli appartamenti, nelle famiglie, le discussioni letterarie che vi si svolgono, e ditemi se non è vero che la forbice dell’editor va trasmutandosi geneticamente in ognuno di noi, soppiantando con uno strappo quelle radici di gusto e di sentimento che stanno alla base di ogni buon libro e di ogni buona lettura.  La seconda conseguenza è più strutturale e può essere esemplificata in un movimento: se prima era lo scrittore a dirigersi dall’editore per sottoporgli un libro, con l’idea già foderata di parole pronta a macchiarsi per il mondo, oggi il tragitto è esattamente contrario. È l’editor, nelle vesti di editore in senso largo, che rincorre l’autore con proposte di libri futuri che fiaccano la tenuta già vacillante di ogni sputa-parole. Anche qui, val la pena d’avvicinarsi alla scena: non c’è fiera editoriale, o incontro letterario a cui abbia assistito, grande o piccolo che sia, che non contenga una di quelle scene patetiche per cui, allo spegnimento del microfono, mentre gli altri cominciano a rivestirsi, un nugolo di mosche inizia a girare attorno all’autore con un ronzio capace di far desistere il più coriaceo dei sognatori. Si insegue l’autore per complimentarsi dell’intervento, certo, ma l’importante è rinnovargli quel fiato sul collo che presagisce l’alito cattivo del prossimo libro, certamente non promettente nella misura in cui nasce sotto così infausti presagi. In breve, la tavola della legge che gli editor hanno ricevuto dal Monte Siae ha due comandamenti: marcare stretto l’autore e ostacolare chi tenta di opporvisi.  Ora, perché tanto clamore in così poca veste? Perché tanto brusio, proprio dove le parole dovrebbero pesare di più sulla bilancia? La mia impressione è che gli editor, che ad onta di tanti vituperi sono persone ragionevoli e attente, si rendano conto di uno scenario che andrebbe posto sotto attenta osservazione: la produzione di scrittura nel panorama odierno è inversamente proporzionale alla sua qualità. È come se ogni libro pubblicato fosse un nodo che stringe il cappio intorno al quale stiamo appesi tutti e da cui pende e dipende l’operato di ogni editor che si rispetti. In ogni libro giuriamo tacitamente che il successivo non potrà essere peggiore di questo, salvo poi scoprire che il patto è sistematicamente disatteso dalla prossima cattiva lettura.  Il circolo, come si vede, è vizioso: gli autori già affermati accondiscendono, per non abdicare la posizione di rilievo che hanno maturato negli anni, alle richieste degli editor, mentre quelli esordienti hanno due strade: o accodarsi alle richieste di questo genere e produrre qualcosa di tematicamente simile, in attesa che sia notato dalle tante scuole di scrittura che invogliano, col loro stesso operare, questo genere di prodotti; o condannarsi a un vox clamantis in deserto sperando che l’eco della propria solitudine arrivi faticosamente nella cittadella distante dall’oasi. Di questo passo, anche la narrativa si va editorializzando, nel senso che non nasce più da una esigenza fisica di espressione, ma da un desiderio prodotto e suggerito proprio da coloro che dovrebbero salvaguardare la massima diversità in fatto di espressione e di narrazione. È da leggere in questo senso la spaventosa rassomiglianza tra scuole di scrittura e di sceneggiatura, tra cinema e letteratura, tra serie-tv e racconti: sembra che le parole, prima ancora di atterrare sullo schermo, siano già pensate sotto forma di battuta e non di ritmo. Così il libro, da porto definitivo di espressione, si trasforma in un veicolo che semplifica la trasposizione da un prodotto all’altro. A questa breve disamina si accompagna il sospetto più indiscreto e probabilmente più malevolo: davvero nessun testo ha l’autonomia di passare le maglie dei censori? Non sarà, questa dogana editoriale ai confini della realtà del testo, l’estremo tentativo di normalizzare un prodotto che deve essere il più affine possibile alle coordinate già tracciate dal gusto, pena la sua esclusione nell’isola di confino dell’impubblicabilità? Queste righe non vogliono cavalcare l’onda sicura del libello, ma seminare un’ombra di dubbio nella mente di quanti, come il sottoscritto, amano troppo a fondo la letteratura per non chiedersi come sarebbe oggi senza gli editor. Andrea Muratore *In copertina: una illustrazione di N.C. Wyeth a “L’isola del tesoro” L'articolo Sull’editing del testo come forma preventiva di omicidio proviene da Pangea.
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Andrea Muratore
“Sono soltanto un folle tra i folli”. Emil Cioran: il pensatore di culto diventato di moda
Di Emil Cioran non si butta via nulla. Cioran è il vitello d’oro dell’editoria odierna, un tempio diventato macello. Qualsiasi cosa abbia scritto – comprese le cartoline, le epistole in sottofondo, i taccuini mutilati – è degno di stampa. Merito di una scrittura lapidaria, veneficamente benefica, suprema per chi confida nel genio della crudeltà. Le frasi di Cioran – indipendentemente da ciò che significano – sono sempre ‘ad effetto’, mai affettate, perfette per il proprio personale diario notturno, per la citazione sui social e per galvanizzare una cena; ottime da tatuare in pieno corpo.  L’autore intransigente è diventato un’esigenza civica: Dio del Niente dacci oggi il nostro Cioran quotidiano, in pillole concettuali, in supposte verbali, in supposizioni postprandiali per il cattivo maestro in andropausa. A differenza di quelli di Nietzsche – suo autentico padre-padrone, insieme a Pascal: altro che lo stuolo di miseri moralisti del Settecento francese con cui ha scelto, maliziosamente, di far gara – gli apoftegmi di Cioran sono, infine, tenui: Cioran maneggia l’ascia del boia vestito da damigella di corte; oppure, al contrario, volteggia a corte travestito da boia. Cioran non vuole ‘incidere’ nella storia del pensiero occidentale: preferisce far sfoggio di sé, dare spettacolo, essere rivoltante per il gusto, senza cedere alle mode del tempo. In questo, è un autentico trickster, il sommo impostore che spernacchia l’ordine gerarchico, che sputtana il potere e ruba il Graal per farne il proprio pitale. In questo, è autenticamente geniale. Basta non prenderlo sul serio: Cioran potrebbe parlare di qualsiasi cosa – lo ha fatto: di Susana Soca come di Saint-John Perse, della Russia e della Francia, di Teresa d’Avila e del misconosciuto Mircea Vulcănescu (“il suo sapere prodigioso si sposava a una purezza come non ne ho mai incontrata di simile”, scrive, nel gennaio del 1968) – perché qualsiasi cosa, tra le sue mani, splende come l’oggetto più raro, il primo-e-unico, il mai prima d’ora, il primevo, adorabile adoratore del Caos.  Nel groviglio dell’opera di Cioran, Esercizi negativi (Adelphi, 2025, a cura di Ingrid Astier), in parte anticipati, tempo fa, su questo foglio, raduna le frattaglie, gli scritti marginali abbozzati sul greto di Sommario di decomposizione, libro-zenit uscito nel 1949, il primo in lingua francese. I fogli – custoditi presso il Fondo Cioran alla Bibliothèque littéraire Jacques Doucet, Parigi – sono noti ai cioraniani: Gallimard ha pubblicato Exercices négatifs esattamente vent’anni fa. Chissà che effetto farebbe a Cioran vedere quegli scarti – questo scaltro addestramento nella palestra del linguaggio – minutamente annotati, chiosati, con tanto di “Varianti definitive”, stesure più o meno rifinite, pre- e postfazioni, e la bordata di 339 note… Cioran, il micidiale antiaccademico ridotto a cadavere anatomizzato dagli studiosi, su cui compiere esperimenti di mesmerismo intellettuale. Detto questo, il libro, in sé, è ovviamente straordinario. Risuonano tutti i temi di Cioran; il ritmo imposto ai paragrafi ha qualcosa di selvatico, da domatore di iene. Le frasi, come sempre, sono risolute, marziali, con adatta quota d’abisso. Esempi sparsi.  > “Cos’è ciò che chiamiamo società, partito, ordine, religione se non un > brulichio elevato a sistema in nome di una vaga e pericolosa divinità?”;  > “Ogni convinzione incrollabile deriva da un disturbo della mente. Così un uomo > che abbia delle convinzioni è sempre un maniaco”;  > “In fondo, si vive solamente perché non vi è alcun motivo per vivere. La morte > è troppo esatta, ha tutte le ragioni dalla sua”;  > “Date uno scopo preciso alla vita ed essa perderà all’istante il suo terribile > fascino”.  Concetti superficiali che sembrano supremi, pronunciati con barbarica assolutezza. Cioran, in fondo, accontenta tutti; siamo sempre d’accordo con lui perché ha il guizzo della battuta brillante, che spiazza senza mai ferire.  > “Solo Dio – e il verme – hanno una posizione chiara: Uno crea – e l’altro > rosicchia la Creazione”. Che frase meravigliosa – mi pare di averla già letta, in forma lirica, leggendo Dylan Thomas. Ecco, i brandelli di Cioran – che, non a caso, eccelle nella forma breve – danno l’idea di qualcosa di già letto & orecchiato altrove: in lui, però, anche l’ovvietà diventa oro, si veste a festa (o a lutto, è uguale), con l’abito impeccabile. È il talento del ladro, di un pensiero come razzia. Leggere Cioran è pericoloso: ci fa credere di essere più intelligenti, di avere l’uomo e il cosmo in pugno – purtroppo, restiamo la raganella verbosa che siamo. Tra le frasi-menhir che ho sottolineato, preferisco questa:  > “Il mistico che ha rinunciato alla parola ha rinunciato a tutto: non è più > creatura, è la fine di una razza. Svanita l’articolazione, è l’uomo totalmente > solo”.  Cioran era ossessionato dai mistici; uno dei suoi libri più potenti, Lacrime e santi, andrebbe riprodotto nell’originaria versione rumena, quasi il doppio rispetto a quella edita in Francia (da cui dipende la versione Adelphi, stampata nel 1990). Piuttosto, la lettura di Esercizi negativi impone un avvertimento. Avvertiamo, cioè, che il Cioran “francese” ha sacrificato qualcosa di sé, del suo sé rumeno. Per diventare Cioran, Cioran ha dovuto tradirsi: il parigino Emil, esteta esperto in idoli e catacombe, ha ucciso Mihai, il rumeno selvaggio, il pensatore transilvano. Si percepisce – per morsi, per singolari fratture – una contrazione, una contraddizione: l’acrobata che ha scelto di farsi cecchino – così, la burla, la cupa vigliaccata, quello stare tra terror panico e pavone, virato in grigio, in un linguaggio a denti stretti, si è fatto tragedia da comodino. In attesa di perfezionare il ragionamento, un consiglio. Affiancate a Cioran altri pensatori “pericolosi”, che hanno messo in scacco le sorti progressive della filosofia occidentale. Lev Šestov, Benjamin Fondane – che di Cioran è stato intimo – e Malcolm de Chazal, l’aforista visionario che Wystan H. Auden riteneva pari se non superiore a Cioran. Nessuno di questi fa breccia nel mercato editoriale italiano: meno ‘facili’ di Cioran, restano autori autarchici, esoterici, per pochissimi – mettono in crisi il sistema delle nostre convinzioni, dei nostri convenzionali convenevoli.    In un brano di particolare bellezza, L’impossibile rinuncia – riprodotto in quattro stesure… – Cioran scocca un motto dei suoi, da tenere sulla lingua come una pallottola di zucchero:  > “Ho voluto essere un saggio come non ve ne furono mai, e sono soltanto un > folle tra i folli”.  Magari fosse così, verrebbe da dire. “La follia è la matrice della sapienza”, scriveva Giorgio Colli. Cioran non è riuscito a diventare folle – è rimasto un saggio. Per questo, lo leggiamo con voluttuoso piacere – senza trasporto. L'articolo “Sono soltanto un folle tra i folli”. Emil Cioran: il pensatore di culto diventato di moda proviene da Pangea.
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Tutti hanno le proprie letture preferite dell’anno. Il mio consiglio? Smettere di leggere
In questo Paese in cui non legge quasi nessuno e che si avvia vieppiù al nessuno in assoluto mi sono ficcato in una bollicina social in cui leggono tutti e tutti hanno le letture preferite dell’anno ormai trascorso, e a me un po’ punge voglia di chiedere cosa ricordano intanto delle loro letture preferite dell’anno prima, se ancora se le ricordano, ma non per quel bisogno così contemporaneo di eccepire con acribia sui comportamenti social altrui, per invidia piuttosto.* Io faccio fatica persino a ricordami quanto mi sia piaciuto e perché mi sia piaciuto l’ultimo libro letto e piaciutomi, anche se lo ho appena letto. Sono mesi che cerco di spiegarmi a parole mie perché mi sia piaciuto Le ore di Dolores Prato, letto in edizione Adelphi, scritto con tale esattezza e con parole tutte sue, sue della Prato. Un buon indizio per capire se un libro m’è piaciuto per davvero è che dopo anni-e-anni ancora ci penso e mi punge voglia di leggerlo un’altra prima volta. Chissà quanti anni mi ci vorranno per capire perché Le ore m’è piaciuto così tanto. L’epoca poi è tale che diffido di qualunque consiglio perché inevitabilmente ne diventa uno sugli acquisti. Il libro, quello che è stato fatto del libro e che in buona parte è sempre stato, non è esente dal sospetto che si merita qualsiasi altro prodotto messo in vendita per fare di sicuro il favore del venditore e solo secondariamente quello dell’acquirente. Il bene dell’acquirente è un effetto secondario, collaterale quasi, involontario. Nel mercato nelle armi lo si nota con più evidenza, ma il principio comune è lo stesso: finché i venditori non maturano la consapevolezza che è il bene degli acquirenti che garantisce anche il loro andrà male per tutti, ma ai venditori può bastare che agli acquirenti vada male prima che a loro. Si contentano di essere gli ultimi della stessa specie autocannibalica.  Dovrebbe essersi fatta pure l’ora di aver capito che il libro migliore per te è proprio quello che non fa affatto né per te né per nessun altro, poiché qualunque esperienza estetica, per cui significativa, o avviene nell’imbattersi in ciò che è diverso da ciò che si crede di essere o non è ed è al più uno dei tanti succedanei, ormai non soltanto di tipologia commerciale dichiaratamente religiosa, che uno si somministra per evadere a buon prezzo dalla paura della vita più diffusamente conosciuta come paura della morte ben più che legittima e comprensibile, nonostante la differenza tra le due sia lampante: uno che ha paura della morte si impegna quanto può per viversi il tempo che ha secondo il suo ideale del meglio-non-si-può, mentre chi ha paura della vita vuole solo non si noti troppo quanto stia a suo agio nella morte che fa per lui e che gli piacerebbe si reiterasse eternamente così com’è.  Volendo essere banale a tutta forza: chi proprio vuole consigliare un libro, che lo sconsigli almeno.  Considerato quello che si legge di recente e a gratis sull’argomento, da Giulio Mozzi scrittore e editor (il link sul social, per chi ci va, è questo) a Francesco Quatraro, editore e direttore editoriale (qui il link all’articolo), l’editoria è un gioco di prestigio contabile, dalla piccola – che è già fallita o che fallirà prima che questo articolo giunga alla sua sciatta conclusione – alla grande che si sente too-big-to-fail, passando dalle media che o diventa grande appena può o le toccherà la stessa sorte della piccola.  Siamo (noi chi?) alle prese con una compagnia di giro fondata sull’io-so-che-tu-sai-che-lui, sull’evidenza e sulla convenienza del non-detto, sull’autodenuncia a patto che tutti gli autodenunciati continuino a agire come non si fosse mai autodenunciato nessuno. Siamo (i noi di prima?) al fine autopromozionale dell’autodenuncia va’, secondo l’eredità politica degli ultimi trent’anni all’insegna del “Preferisco un furbo di tre cotte che non finge di non esserlo a uno che ci infinocchia a crudo fingendo di esserlo a sua insaputa!”.  Al cospetto di una editoria che deve sentire i brividini della morte se solo sente il nome di Sigfrido Ranucci e dei giornalisti d’inchiesta con cui lavora, fondata sul contrario di una qualunque letteratura che possa aver senso sia scritta e letta, su un dire che convalida il fare come non si sia mai detto nulla, è per dovere morale che sconsiglio di leggere alcunché se per leggerlo occorre continuare a sostenerne economicamente la fuffa truffaldina, così come sconsiglio di scrivere in cambio di qualunque contratto aleatoriamente retribuito, tanto più che nella stragrande maggioranza si tratta di compensi palliativi se non del tutto irrisori e esornativi e quindi a rinunciarci non cambia granché, e qualche volta si risparmia pure, anche solo le rotture di palle reciproche tra editori che credono di aver speso cifre faraoniche, quando poi con quel che versano non ci compri neanche secchiello e paletta per giocarci in spiaggia e scrittori indigeribili, convinti di aver scodellato il masterpiece  e non l’ennesimo polpettone da smaltire grazie a qualche operina sturante che-si-legge-tutta-di-un-sorso.  Ora che s’è capito come l’editoria sia tutta a pagamento anche quando a primo colpo d’occhio può sembrare sia lei a star investendo del suo, laddove sta sempre speculando del tuo, il mio consiglio è di smettere di leggere a pagamento e di smettere di scrivere dietro pagamento. Cioè di continuare a fare come già si sta facendo dal belpo’. Come quando cambiano gli equilibri geopolitici: se ormai anche chi non è mai andato oltre il tiggì in prima serata dei canali governativi ha cominciato a sentire gli scricchiolii significa che tutto è crollato e che ora le persone hanno soltanto bisogno del tempo per realizzare di essersi ritrovate in macerie. Per questo miglior consiglio del continuare a fare quel che si sta già facendo e che si farà sempre di più e che così si fa fin da prima ti ci mettessi a consigliarlo tu o anche tu proprio non c’è. *(in un post recente all’interno della bollicina dei leggenti, di chi fosse non lo ricordo, ho letto sia eccitante chi usa il piuttosto in modo appropriato; lo sarà per i sapiosessuali immagino, sapiosessuali che sono da includere nello stringone LGBTQIAP+; avrò tirato fuori codesto piuttosto, mi sa, per l’inconscio e universale bisogno di risultare eccitanti, a prescindere da chi ti ci trovi; non che sia poi così certo di averlo utilizzato appropriatamente il piuttosto) antonio coda *In copertina: Man Ray, André Breton, 1930 ca. L'articolo Tutti hanno le proprie letture preferite dell’anno. Il mio consiglio? Smettere di leggere proviene da Pangea.
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Antonio Coda
La vita agrissima 3. Inganno, soldi, caos. Ovvero: sui metodi per costruirsi una reputazione letteraria
Per quanto mi riguarda questo è l’ultimo capitolo della triade divinatoria de “La Vita Agrissima”, cioè un attraversamento ironico, un po’ crudele e un po’ veritiero sui comportamenti degli scrittori. E – si badi bene – di tutte le tipologie di scrittori: scriventi, poeti, poetastri, critici, narratori, cantastorie, ecc. Insomma, tutti coloro che tentano di salire sulla barca che affonda dell’editoria tradizionale, dove ormai non più soltanto le persone serie, ma anche “i nani e le ballerine” degli anni Ottanta spadroneggiano di qua e di là dalla scrivania. Questo ultimo round riguarda un aspetto importante nella vita bibliografica di ogni autore: come si creano le reputazioni letterarie? Si creano nei fasti del palcoscenico, o nelle ombre del retropalco? Siamo in un momento storico in cui gli attori letterari si mescolano più che in anni passati, trattenendo in loro più mestieri e ruoli, soprattutto i critici fanno gli scrittori, gli accademici fanno i poeti, i giornalisti fanno i narratori, i magistrati fanno i giallisti e gli acrobati insegnano nelle scuole di scrittura creativa. Siamo tutti noi, sconsiderati esercitatori di ego, che viviamo una vita agrissima a resistere in un mondo sempre più a caccia di una specie in via di estinzione: la lettrice e il lettore. Ma torniamo alla domanda sulla reputazione di questa terza puntata de “La Vita Agrissima”. La reputazione è un valore positivo che parla di qualcuno per come gli altri lo vedono, quindi un vero e proprio giudizio esterno che può determinare in positivo una carriera e custodirla post mortem. E anche nella storia di un autore vale forse un buon inizio, come a scuola, per cui la reputazione procederà secondo il primo giudizio rilevato. Ma non è sempre così. E comunque: come si creano le reputazioni letterarie? Ecco un elenco di modalità, divise per cinque tipologie. La prima sono i modi canonici. Intendo, per esempio, il potere – non proprio il potere politico o economico, ma piuttosto il potere relazionale, la capacità di porsi favorevolmente di fronte agli altri. In questo caso è sempre utile una presentazione autorevole di qualcuno che conta qualcosa, o ne ha l’aria. Oppure i soldi possono aiutare nel breve periodo a una degna pubblicità, che però ha le gambe corte. Su questa falsa riga si può citare pure il sesso, come veicolo attrattivo di attenzione e considerazione. Infine l’esercizio della pietà: saperla usare in maniera efficace ponendosi in una condizione di minorità può suscitare forti emozioni nell’interlocutore o nei giovani critici che si addentrano nella selva oscura letteraria e hanno il futuro a disposizione per tenere un autore a galla, oppure ignorarlo. La seconda sono i modi impersonali. Vale a dire il caso: una serie di situazioni fortunate inanellate dietro una serie di presentazioni eccellenti. Oppure il caos, come quando uno accompagna l’amico a presentare un romanzo a un editore e l’editore sceglie l’accompagnatore… Un altro elemento è la fortuna che, come da tradizione, è cieca. La terza tipologia sono i modi fantasiosi. Cioè il vero talento, oppure l’inganno, o l’uso di un nome falso che richiama qualcosa di grande. L’inganno è quello che mi affascina più di altri, perché richiede astuzia e mente criminale in chi lo esercita. È l’unico tipo per cui porto un esempio: Max Aub quando inventò la biografia di un pittore che non era mai esistito e la critica d’arte cadde nell’inganno, fino a pretendere una mostra dei suoi quadri che Max Aub organizzò: al vernissage dichiarò la falsità dei suoi propositi. Il nome falso è interessante: con uno pseudonimo si può ovviare a pregiudizi incancreniti sul proprio nome – serve sangue freddo, alla Mr. Ripley. Il talento sta nei modi fantasiosi perché è una condizione cui credo poco, o almeno la metto in posizione condizionata dalla fortuna e dall’impegno, e ritengo possa essere anche la maniera del soggetto di presentarsi. Il talento esiste, ma non è direttamente proporzionale alla reputazione. Si può avere un gran talento sprecato. La quarta tipologia sono i modi borghesi. Per esempio la costruzione del merito, la parrocchia e la bandina. La costruzione del merito pare quasi una reputazione composta con pedissequa costanza ingegneristica, attenti a nominare sempre le persone giuste, ringraziare a dovere chi si deve, ossequiare grandemente e financo idolatrare chi bisogna, insomma darsi da fare per darsi un’aria di merito. La parrocchia e la bandina potrebbero stare insieme. Tuttavia la parrocchia nasce su un precetto morale, o su un manifesto ideologico: si fa parte della solita parrocchia se costruiamo un cerchio tribale dentro cui gli adepti sono famiglia e gli esterni rimangono inconsapevoli e incolti, gentaglia che non può capire la profondità dei militanti. La parrocchia aiuta a mantenere una degna reputazione anche una volta scomparsi, perché ci sarà sempre un discepolo disposto a tramandare la carriera di chi lo ha preceduto nel posto dove nessuno vorrebbe mai andare. La bandina invece, potrebbe essere un’alleanza momentanea per un fine temporaneo, che serve comunque a far crescere la reputazione dei soci della bandina, ma non ha vincoli morali, piuttosto è contraddistinta da un mero utilitarismo. Infine ci sono i modi strani. Insomma, un po’ il My Way sinatriano, cioè faccio a modo mio. E di modi “a modo mio” se ne possono trovare moltissimi, per questo sono difficilmente catalogabili, e al momento mi sfuggono… Alessandro Agostinelli  *In copertina: una litografia di Roland Topor del 1968 L'articolo La vita agrissima 3. Inganno, soldi, caos. Ovvero: sui metodi per costruirsi una reputazione letteraria proviene da Pangea.
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La vita agrissima. Sette modi per diventare scrittori
Ricorsivamente ci poniamo le solite domande. Come si diventa scrittori? C’è una formula segreta? C’è una chiave che bisogna portarsi appresso? Si deve conoscere qualcuno che conta? Ecco le domande che spesso sento fare a qualche aitante e giovane erudito. Mentre da parte mia, a questo punto della storia, la domanda è piuttosto un’altra: perché sto passando la mia vita a scrivere? Ma questa è un’altra storia. * Editoria in crisi, proposte in rialzo Le vendite dei libri sono in calo; il numero degli scrittori aumenta. È difficile spiegare come possa reggersi in piedi un sistema del genere. Il settore editoriale è forse l’unico in cui mentre la barca affonda tutti vogliono salirci sopra. La categoria che prendo in esame è nell’accezione più larga possibile. Quindi per scrittori intendo scriventi, poeti, poetastri, narratori, prosivendoli, saggisti, ghost writer, ecc. Questo perché tanto, nella migliore delle ipotesi, il 99% di noi scomparirà dall’orizzonte letterario nazionale nel giro di qualche decennio dalla propria dipartita da questa terra. Alcuni resteranno per aver invaso le pagine dei giornali dei loro tempi, altri perché saranno precipitati nei manuali scolastici e altri perché qualche erede compiacente (che avrà gusto o necessità di ricevere ancora i diritti sulle opere) si darà un sacco da fare per mantenere viva l’attenzione sullo scalpo del proprio familiare – ed è una delle cose migliori che possano capitare a un autore. Ma forse questo è una maniera arcaica di vedere la cosa. * Social e AI Potrebbe essere che qualcuno resterà sui social, con la sua pagina che sarà riempita di contenuti pure dopo la sua morte, dalla moglie che conosceva la password, da un amico, da una figlia, da un parente, da un’associazione di fans sfegatati. Resteranno solo tre frasi espunte da un romanzo e per quelle tre frasi resterà il nome dello sventurato. Una vita passata a scrivere centinaia di pagine, quando bastava aver scritto tre trite frasi a effetto et voilà, era bell’e fatto! Oppure, qualcuno scopre online dei testi di un bravo scrittore, non assurto alla fama modesta del mondo letterario, indica una traccia romanzesca e inserisce in un programma di AI generativa grandi brani di quello scrittore, creando una nuova opera. Insomma, chissà come andrà a finire? E solitamente è proprio questo che interessa tutti: come andrà a finire. Ma per sapere come andrà a finire, c’è da vedere prima come si può cominciare, cioè qualche maniera di diventare scrittori. Ecco allora sette modi per pubblicare, in cui qualcuno di voi potrebbe riconoscersi. Con sorpresa finale (non andate a leggere subito la fine). * Censo Sei ricco, hai beni e risorse da spendere: puoi ottenere, più o meno, ciò che desideri. Quindi anche una pubblicazione presso un editore, più o meno noto. Se poi il tuo testo non ha qualcosa di buono da utilizzare per un libro, pace. Resta il fatto che se le doti letterarie non bastano, con i soldi potrai pagare un ghost writer e il gioco è fatto. Amicizia Se conosci l’editor di un grande editore e ce l’hai in pugno sei a buon punto. Sei proprio amico, puoi chiedergli di pubblicare il tuo libro. Questa modalità resta la più sanguigna e improbabile perché – sia detto senza remore – gli editor non hanno amici, non tengono famiglia e sono tutelati nella privacy più delle spie di Sua Maestà britannica… Meglio conoscere il proprietario della casa editrice. A lui oggi raramente dicono di no (ti accontenterai di un “fuori collana”). Sesso Sei giovane. Uomo o donna non fa differenza. Sei giovane e vuoi diventare scritt*. Qua conta un po’ la bellezza, ma soprattutto le armi classiche della seduzione, che sono sempre un incrocio tra santità e puttanaio. Aprire le porte dell’editoria col sesso è un modo banale di entrarci. Tenacia Puoi occupare l’atrio della casa editrice. Piazzarti per giorni, settimane, mesi accampato là dentro, con sottobraccio i fogli del tuo romanzo che tu ritieni indispensabile all’umanità. Soprattutto deve essere questo il tuo convincimento, non di meno: un libro indispensabile. Forse, stremato dalla tua costanza, ci sarà qualche impiegato che trova la maniera di portarti di fronte al giudice supremo della casa editrice. Fortuna Ci sono vari livelli di fortuna. C’è chi vince un concorso solo perché, un po’ come l’allineamento positivo dei pianeti in astrologia, la giuria ha letto quel testo in un momento favorevole per ciascun giurato. Della serie: questo testo non è un capolavoro, ma è quello che mi ha meno disturbato, o più divertito, o meno addormentato, o più interrogato, o… ad libitum. C’è chi ha inviato un dattiloscritto per posta e ora quel testo staziona da mesi in una busta sotto una pila di altre buste, accanto a pile di altre buste, sulle scrivanie addossate al muro di un ufficio editoriale. L’editore incontra il suo consigliere alla pubblicazione, alza una pila, toglie delle buste e ne prende una a caso, la tua. Ecco, al lettore il testo piace. Si va in stampa. Bravura Sei bravo. Lo sai. Te lo hanno detto scrittori affermati e agenti letterari svogliati. Prendi il libro e lo porti alla casa editrice della tua città che lo pubblica. L’editore è piccolo, il mondo editoriale non si accorge di nulla. Sei bravo. Te l’hanno detto. Pubblichi, non si sa come, con un editore importante, il libro non è spinto sulla stampa, il mondo editoriale non si accorge di nulla. Sei bravo. Pubblichi con un editore conosciuto che segue il libro e lo pubblicizza. Vendi poco più di mille copie, il mondo editoriale non si accorge di nulla. Circostanze Un agente letterario accetta di curare i tuoi interessi editoriali. Proponi due libri. Il primo non se lo fila nessuno e tu ritenevi fosse il migliore. Quello che invece avevi scritto controvoglia viene pubblicato perché – dice l’agente – era proprio l’argomento che l’editore stava cercando… * Post Scriptum Questi modi di pubblicare corrispondono a storie vere di alcuni scrittori in carne e ossa, di cui qui non menzionerò nemmeno il soprannome. Alessandro Agostinelli *In copertina: Ernest Hemingway, uno scrittore L'articolo La vita agrissima. Sette modi per diventare scrittori proviene da Pangea.
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Alessandro Agostinelli
“Credo nella letteratura come atto sovversivo”. Giulio Milani, la canaglia è tornata!
C’è qualcosa di aggressivo, sempre, in Giulio Milani – una proclamazione di guerra a fior di labbra, un assalto alle spalle – le bombe nella tasca dei jeans. Un paio di anni fa fu autore dello “schiaffo pedagogico” inferto a Giuseppe Conte; ne parlarono tutti, da mercenari dell’ovvio. Stigmatizzato come No Vax, autore di una “Storia sociale dell’oppressione ai No Green Pass” – libro esaurito –, Milani è stato trattato per un po’ come un paria, come un impresentabile. Non sperava di meglio.  * Lo incrocio a Firenze. Militare nel passo, filiforme, tutto nervi, pronto allo scontro, dal viso sfrontato, di chi sta al mondo con la postura del rapace. È un uomo pericoloso, Giulio Milani. Un incrocio tra il rivoluzionario russo e il punk, tra David Bowie e Sergej Nečaev. Sembra sempre avere le idee chiare su tutto – sa dove posizionare gli ordigni.  * Di recente, Giulio Milani ha pubblicato, con la casa editrice che dirige da un ventennio, Transeuropa, Codice Canalini, che dovrebbe essere un elogio agiografico del suo maestro, l’editore “irregolare… ribelle… eversivo” Massimo Canalini, ma è soprattutto un manuale per sovvertire il sistema editoriale vigente, vincente (esempio pratico: passate alle pagine 160 e seguenti). Insomma, è Il catechismo del rivoluzionario scritto in favore degli editori italiani, che si dividono tra squali e sognatori – e sono spesso vili. Patrie circonvoluzioni dell’epoca. Poco fa Milani era il paria, l’irrappresentabile: oggi rappresenta un’era avventurosa dell’editoria, l’inimitabile epopea degli Ottanta e dei Novanta. Oggi tutti lo vogliono – la ribellione pare acqua salubre nel sistema concentrazionario della cultura odierna; ci vuole un cuore taurino atto alla lotta e alla lettura – e io non credo che Milani abbia un cuore, credo abbia un deserto, poi un caravanserraglio, poi un cavaliere a dritta, con l’arco teso – punta proprio te.  * Di Canalini, immagino, sapete tutto. L’amicizia con Pier Vittorio Tondelli – “Per lui, vivere di scrittura era tutto, e lo faceva senza compromessi. Era il Leonardo DiCaprio dei narratori”, copy Milani –, le mitiche antologie “Under 25”, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, etc. La sua storia è raccontata con estro da Milani: alterna il gusto del pettegolezzo all’Iliade. Devo dire – gusti miei – che è più bello l’epos dell’esito, l’affronto e l’assalto del risultato estetico. Non mi hanno mai esaltato quei libri, quei nomi, quei toni.  * Codice Canalini è anche il libro di uno – Milani – che sega un cordone ombelicale che stava diventando cappio. È sempre così. Storia di figli che onorano i padri uccidendoli; storia di idolatria e di traditi.  Più che altro, Codice Canalini è un addestramento – un libro che obbliga alla veglia. Anzi: al risveglio.  * Così scrive a un certo punto Milani: > “I veri innovatori sono rimasti pochi, pochissimi. E quei pochi sanno che, per > restare davvero fedeli alla scrittura, bisogna ripartire dal basso, da un > nuovo ‘campo di battaglia’ dove la critica non è già scritta nel testo, ma > deve emergere attraverso il conflitto, la fatica, il rischio. Quelli che > scrivono senza badare ai riflettori, senza preoccuparsi se la loro opera sarà > applaudita o ignorata, sono gli ultimi autentici guerrieri della parola”.  * In ciò che fa Milani c’è sempre un sentore di guerriglia. Prendo i titoli dei suoi libri, ad esempio: Gli struggenti (o i kamikaze del desiderio); L’arte della scrittura e della caccia col falcone; La terra bianca. Marmo, chimica e altri disastri. C’è sempre, intendo, qualcosa che invita all’arma piena, allo sfregio, all’ultima manovra, a tenaglia, per smarcare l’avversario in poltiglia. Milani ha curato un’antologia che s’intitola I persecutori. Ha perseguito un’idea editoriale che alterna grazia e ghigliottina; non ama la macchia; parecchi lo odiano – non è difficile capirli. Tra gli autori che ha scoperto preferisco Andrea Tarabbia.  * Poco o nulla – se non una grandguignolesca affinità tra transfughi ed espulsi – mi lega a Milani. In affari editoriali, il mio maestro è stato Mario Guaraldi – il Mosè dei ribelli, quello che negli anni Settanta lottava contro i monopolisti dell’editoria, gli strozzini del sistema distributivo –: l’ho incontrato al tramonto e fu sgargiante. Quanto al resto, vengo da una disciplina – quella impiantata, attraverso la rivista “Atelier”, da Marco Merlin – che mira all’opera incessante, all’amore assoluto, dunque alla sparizione. Vedo in Nicola Crocetti – uno che ha passato la vita per dare voce e vita ai poeti, gli assurdi assoluti, spesso irriconoscenti – una specie di hidalgo. Ma è pur vero che gli estremismi si attraggono, se non altro perché la soglia, alla fine, converge in razzia.  * Milani si è laureato in storia militare; ha inseguito Rigoni Stern; ha lavorato con René Girard e Gianni Vattimo. Sembra un immortale – ha la fiamma dell’incendiario. Di chi incensa dando avvio al rogo. Semmai – a darmi troppo peso – io rispecchio un Armand d’Hubert, quelli pronti a perdere tutto per una fola, un vago amore, un attacco d’ira per una quisquiglia qualsiasi. Morirò così, eletto a una causa da nulla. Milani, piuttosto, estremo stratega, ha la folle costanza di un Dantès. Se gli ho dato della canaglia, è stato per errore di prospettiva. Nulla in lui ha a che vedere con “una turba di cagnacci sordidi e mordaci”, che azzannano e fanno cieco macello – in Milani, dov’è l’afflato e l’audacia spassionata giace pure il progetto, il senso calcolatore, il seminare un futuro invisibile ai più. Dove sono le zanne, scopri un astrolabio.  Inevitabile è obbligarlo al dialogo. Per poi, disorientati, disurbani, riprendere la corsa, la caccia.  Che senso ha fare editoria oggi? Lo stesso di sempre: affondare le mani nel magma, trovare voci che bruciano e dargli un nome. Il problema è che oggi il magma si è fatto palude e la sfida non è più scoprire scrittori, ma liberarsi della fanghiglia che ci soffoca. Il senso è tutto lì: resistere all’editoria che si è trasformata in marketing, alla letteratura che si è fatta algoritmo, ai premi che sono aste e alle fiere che sono sfilate. Tre aggettivi per Canalini. Anarchico: non nel senso estetico, nel senso incendiario. Faceva tutto di testa sua, bruciando ponti e costruendone di nuovi nello stesso istante. Spregiudicato: perché pubblicava con l’istinto, con il fiuto del cacciatore, senza farsi incantare dai paletti imposti dalla grande editoria. Punk: perché viveva il libro come una detonazione, non come un investimento. Tre aggettivi per Tondelli. Iconico: ha scritto il lessico sentimentale di una generazione, piaccia o meno. Visionario: ha visto l’Italia che stava arrivando e l’ha raccontata prima che succedesse. Elegante: nella scrittura, nei movimenti, nelle scelte, perfino nel disfarsi. Tondelli… ancora? Peggio ancora: non è forse diventato un idolo? E noi non abbiamo l’obbligo di abbatterli tutti, gli idoli? Sì, ma prima bisogna capire se è un idolo o un profeta. Un idolo è un guscio vuoto da abbattere, un profeta è una voce che rinasce continuamente, anche in bocca agli altri. Il problema di Tondelli non è che lo leggono troppo, è che lo leggono male. È come vedere una generazione di preti citare Nietzsche: grottesco. Che libro ti glori di aver pubblicato – che libro non vorresti avere mai pubblicato – che libro vorresti pubblicare. Gloria: Codice Canalini. Perché è una mina piantata in mezzo al nulla, che esploderà nei momenti meno opportuni. Rimpianto: aver dato fiducia a chi voleva solo mettere il proprio nome su un libro, senza metterci il cuore.  Sogno: un romanzo che non piaccia ai lettori dell’editoria, ma a quelli che ancora non sanno di essere lettori. I maestri. Il tuo incontro con Rigoni Stern. Perché proprio Rigoni Stern? Chi, oggi, vorresti al desco per un libro-intervista? Rigoni Stern perché la montagna insegna il tempo e la resistenza, e perché un editore dovrebbe essere prima di tutto un partigiano. Oggi? Vorrei al desco chi non ha nulla da perdere, perché solo quelli dicono la verità. Perché, poi, si scrive? Perché il mondo non basta. Perché si cerca un’eco. Perché è l’unico gesto davvero ribelle in un’epoca che ha neutralizzato la ribellione. Come rompere il sistema dello strozzinaggio editoriale? Come si rompe una truffa: rifiutandosi di accettarla. Ma è più comodo lamentarsi e continuare a giocare. Il giorno in cui gli editori indipendenti smetteranno di pagare per farsi distribuire, di comprare copie per avere visibilità, di mendicare spazi nelle fiere, il sistema imploderà. Ma siamo in pochi a voler davvero lo schianto. Non è meglio la fuga dal mondo che la rivolta? Chi te lo fa fare? La rivolta è la fuga con stile. La differenza è che io voglio vedere l’esplosione, non nascondermi nel bosco. Prima ti trattavano da paria, ora sei pari agli impareggiabili, tutti scrivono di te. Si vede che Canalini è davvero un re Mida. Che cosa ti resta da fare: rinnegare te stesso, dirottare tutto…? Vedi, il punto è che nessuno vuole davvero il paria, finché non scopre che il paria ha un alibi d’oro: la storia. E la storia, per quanto si voglia addomesticarla, è un’arma a doppio taglio. Canalini non è stato un re Mida, piuttosto un detonatore: ha fatto esplodere talenti, ha mandato in frantumi certezze, ha smascherato la mediocrità editoriale con una naturalezza che oggi nessuno si può permettere. Quello che mi resta da fare è capire fino a che punto posso dirottare il sistema senza farmi abbattere. O senza trasformarmi in quello che ho sempre combattuto. …ma tu che volevi fare lo scrittore ti sei trovato a pubblicare scrittori? Cosa è successo? È successo che l’editoria è un mostro strano: ti inghiotte quando meno te lo aspetti. Io scrivevo, ma mi sono accorto che il vero potere non era pubblicare sé stessi, ma avere in mano le chiavi della selezione, l’accesso ai futuri possibili della letteratura. Pubblicare uno scrittore significa scegliere chi avrà diritto di cittadinanza nel panorama culturale, ed è un gesto che vale quanto un romanzo. È successo che ho preferito costruire il campo di battaglia invece che combatterci dentro con un solo fucile. Non parli mai di poesia. Ti fa schifo? La poesia per me è troppo importante per parlarne a casaccio. La consiglio agli scrittori, ma non come passatempo, né come estetismo da salotto. La poesia serve a ricordare che il linguaggio non è solo comunicazione, ma invocazione, una formula tra il sacro e il magico. Qualcosa che può portarti molto più lontano di un missile di Elon Musk. Dopodiché, oggi la poesia industriale è il prete sfiatato che celebra un rito che non emoziona più nessuno. È diventata liturgia per adepti, feticcio per anime belle che si compiacciono della loro irrilevanza. Ma la poesia vera, quella che brucia, la trovi nei posti sbagliati: nelle bestemmie di chi perde tutto, nelle scritte sui muri delle stazioni, nei versi urlati allo stadio, nei rosari sussurrati in punto di morte. Nei luoghi in cui le parole servono davvero, dove si gioca qualcosa di essenziale. Non nella poesia che sa di catechismo e di premi assegnati a tavolino. Qual è il libro per sempre giovane del ‘catalogo Canalini’ – quale quello che è invecchiato peggio? Jack Frusciante è uscito dal gruppo è ancora giovane perché il tempo lo ha reso un classico generazionale. Lì dentro c’è il battesimo della gioventù editoriale italiana, il momento in cui si è capito che si poteva scrivere senza dover avere settant’anni e un colbacco. Quello invecchiato peggio? Quelli che erano “avanguardie del presente” e oggi sembrano manuali di antiquariato. Ma il vero problema non è l’età, è la scrittura: un libro invecchia male quando è stato scritto per seguire una moda, e la moda, si sa, dura il tempo di un rigurgito estetico. E ora… che fai? Aspetto il prossimo botto. Dunque: in cosa credi? Il prossimo ‘botto’, dici… Milani che come don Milani trova la sua Barbiana nell’Athos e improvvisamente scompare: puf! Credo nella letteratura come atto sovversivo, nell’editoria come ultimo baluardo dell’intelligenza anarchica, nell’idea che ci sia ancora un modo per raccontare senza essere addomesticati. Il prossimo botto? O si fa la “Legge Canalini” e si sovverte il sistema delle rese editoriali, o si fa la guerriglia culturale: librerie clandestine, editori-pirati, romanzi che si passano come samizdat sovietici. Se scompaio, non sarà nell’Athos, ma nel posto più scomodo possibile: nel cuore della fiera, a rovesciare i tavoli. *In copertina: canagliesco Giulio Milani nel ritratto fotografico di Pino Bertelli L'articolo “Credo nella letteratura come atto sovversivo”. Giulio Milani, la canaglia è tornata! proviene da Pangea.
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“Dove nessuno potrà trovarmi”. Bruno Pizzul, Feltrinelli e “Il Gattopardo” dei “sudisti”
La morte di Bruno Pizzul, The Voice, la voce del calcio italiano, mi ha fatto venire in mente un articolo di Gianni Brera – il più bello, a dire di Indro Montanelli. S’intitola Peppìn Meazza era il fòlber, racconta la morte di Giuseppe Meazza, una specie di Achille del calcio dei primordi, uscì su “il Giornale” il 24 agosto del 1979. Pizzul avrebbe iniziato a narrare le gesta della Nazionale l’anno dopo.  Nell’articolo, Brera rovescia i canoni del ‘coccodrillo’: racconta Meazza, antico eroe condannato alla trita vecchiaia, a partire dal disastro del corpo, dal collasso medico. La morte del mito rispecchia, con incredibile crudeltà, la morte di tutti noi: “vederlo sfiorire a quel modo era come dover riflettere sui nostri anni perduti, sulla fine più o meno vicina di tutti”. La considerazione finale, in calce al leggendario pezzo, pare quasi ovvia:  > “mi dico oggi che gli eroi quelli veri, andrebbero per tempo rapiti in cielo, > così come usava una volta, che non debbano restare fra noi a morire accorati e > offesi della loro ingiustissima sorte”.  Triste fine di un campione, marchiato da sorte solerte, condannato a rivivere la propria giovinezza per ciò che gli resta ingloriosamente da vivere.  * Null’altro tiene insieme la filigrana di questo articolo se non che nel giorno in cui muore Pizzul esce in tivù la serie dedicata al Gattopardo. Il collante del tutto, semmai, è felino. Brera scrive che Meazza apparteneva alla “specie sorniona” dei gatti; qualcosa di ‘gattesco’ aveva pure Pizzul: i telecronisti di oggi, genericamente, abbaiano. Il resto è l’eccesso di z che lega Pizzul a Meazza e una serie televisiva che non ringhia né dà in unghiate.  * Della serie, naturalmente, poco m’importa. Piuttosto, è l’anniversario a sorprendermi. I settant’anni della Feltrinelli Editore, di cui Il Gattopardo, edito nel 1958, è una delle più sgargianti gemme. Sulla “Storia di un editore irregolare… che seppe sfidare il conformismo di sinistra”, ha scritto un articolo più che efficace Pierluigi Battista, Feltrinelli 70: è uscito sul “Foglio” qualche giorno fa. Dal 1970, come si sa, Giangiacomo Feltrinelli si dà alla macchia, rischiando tutto ciò che ha – ricchezze, sicurezze, prestigio – per l’idea, l’avventatezza, la rivoluzione. Sulla latitanza e sull’attività politica di Feltrinelli ha scritto un bel libro il figlio, Carlo, s’intitola Senior Service. Da tempo dialogo con Enzo Fontana, arruolato, diciottenne, nei Gruppi d’Azione Partigiana ideati da Feltrinelli. Arrestato nel 1977, vent’anni di carcere a Milano, una nuova vita da romanziere; parla con reticenza, recinto dal pudore, dei suoi anni con Feltrinelli. Ma non è questo il punto.  In qualche modo, pur nelle vesti di rivoluzionario e di fuggiasco, Feltrinelli era braccato dai suoi libri. Il 31 maggio del 1970, sul “Sunday Times”, scrive un lungo articolo in cui racconta l’intricatissima vicenda della pubblicazione del Dottor Zivago – e la sua, in una sorta di austero gemellaggio. L’articolo – riprodotto in Senior Service – termina con parole che sanno di profezia, imparagonabili a un oggi di teste vuote e pance piene: > “Ma io mi trovo dove nessuno potrà trovarmi. Si pensa che io mi trovi in una > vecchia fattoria, riadattata e ammobiliata in fretta la scorsa estate, in una > valle dell’Austria sudorientale. Ma io non sono lì e nessuno sa dove mi > trovo”.  A dirla tutta, pare che Feltrinelli sia in un nessundove dell’anima, riferisca di una topografia dello spirito – è nella sua notte oscura.  * Ma non è questo il punto. M’importa, a questo punto, andare dietro all’articolo di Battista. M’interessa comprendere la grana di un editore. Lo faccio attraverso due libri – naturalmente mai più pubblicati, ormai nell’acquasantiera dei libri estromessi dal catalogo. Il primo è “Il più bel libro di Enrico Emanuelli, di gran lunga il più bello, e molto bello in assoluto” (così Guido Piovene, in quarta): s’intitola Curriculum mortis, viene pubblicato nella collana “I Narratori di Feltrinelli” nel febbraio del 1968. Enrico Emanuelli, novarese, poderoso inviato della “Stampa”, autore di romanzi sagaci, ogni tanto ripescati dall’oblio – ma non questo, troppo torbido, questo, troppo audace e in controluce –, era morto l’anno prima. Uscì nella stessa collana in cui sono stati pubblicati Boris Pasternak e Malcolm Lowry, Saul Bellow e Karen Blixen, Giovanni Testori e Alberto Arbasino.  È bello vedere, a distanza di anni, la lista degli autori impilati nelle più note collane degli editori italiani: si misura la futilità della fama, ma ancor più il criterio dell’incuria. A rari autori intramontabili – chessò: Henry Miller, Yukio Mishima, Günter Grass, Mario Vargas Llosa – fanno da contralto diversi altri, perduti – James Baldwin, ad esempio, ora edito da Fandango, oppure Giorgio Manganelli, ora nel paddock Adelphi, come Goffredo Parise – quando non dimenticati – tra i moltissimi: l’ungherese Tibor Déry, un tempo stampato con le fanfare; il russo Boris Pilnjak, azzerato dalla furia stalinista; lo svizzero francese Robert Pinget, antico alfiere del ‘Nouveau Roman’, allora di moda.  * Curriculum mortis è un libro a dittico: le prime trenta pagine sono una specie di enigmatico poemetto in prosa, l’epos di un vagabondo. Le successive centoventi sono delle “Note di vario genere” al poemetto. La struttura ricorda Fuoco pallido, il più folle dei romanzi di Nabokov, uscito in lingua inglese, da Putnam, nel 1962. Stando alla pagina introduttiva, però, Emanuelli avrebbe cominciato a scrivere Curriculum mortis “nel 1958, a New York, sulla carta da lettere dell’hotel Lexington”: elaborò nascostamente quel libro – “fu un libro molto privato, rimasto ignoto a tutti” – per anni. Al principio, avrebbe dovuto intitolarsi Ad un mescolatore di Martini dry. È un libro notturno, questo, una notta oscura – ancora. Soprattutto, è un libro che non ha eguali nel panorama del romanzo italiano, stretto tra evanescenze ottocentesche e vieti sperimentalismi. Pur nella struttura anarcoide, ciò che preme all’autore, ciò che urge, è la pura vita, una violenta vitalità.  * Le Note sono la parte più bella di questo romanzo impossibile: Emanuelli ci trascina da Buenos Aires – “nello studio di Perón” – a Rio de Janeiro, dalla “chiesa di Hedar Sion, la più bella e famosa di tutta l’Etiopia” al fiume Lemen, in Finlandia, valicato insieme a un cercatore d’oro di nome Erkki Kokko, “che poi chiamammo Cinque Kappa perché tante ce ne sono nel suo nome”. C’è l’India, certo, c’è Suez e c’è anche “il cuore di Dalí”, messo in mostra a Milano nel 1954, “alto circa quattro centimetri, racchiuso in una specie di nicchia d’oro… il tutto risultava irritante, sgradevole e persino schifoso”. Il libro è pieno di bagliori: > “Gli intermediari fra il giorno e la notte, coloro che concludono il tempo > della luce e conducono i loro concittadini verso il tempo delle tenebre, > spadroneggiano con antichi espedienti. Chi sono?” * Esattamente quattro anni prima, nel febbraio del 1964, Feltrinelli pubblica l’unico romanzo di Allen Tate, I nostri padri. Il libro è tradotto da Marcella Bonsanti, adornato da fascetta blu: “Il mito di una preziosa e arcaica civiltà del Sud, nel capolavoro di Allen Tate, un classico della letteratura americana”. Il romanzo – 344 pagine per 2.500 lire di allora – reca un segnalibro, che è poi un repertorio critico; secondo Janet Adam-Smith I nostri padri “è un capolavoro di bellezza formale… una delle opere di maggior rilievo del nostro tempo”. Uscito in origine nel 1938, il romanzo tratteggia l’epopea ‘sudista’ con maggior potenza dei pur più potenti libri di Faulkner. Ne sentii dire, la prima volta, molti anni fa, con armamento di aggettivi barocchi, da Marco Respinti, giornalista, fanatico di Tolkien, esperto del pensiero conservatore americano, in specie di Russell Kirk. Voglio dire: Allen Tate, poeta di genio – vinse un Bollingen, fu laureate nel biennio 1943-44 –, saggista sagace, non era certo uno di sinistra, qualunque cosa voglia dire tale etichetta. Figura di spicco – insieme a Robert Penn Warren e a John Crowe Ransom – dei “Fugitives” e dei “Southern Agrarians”, fu, per un pezzo di vita, fautore del ritorno al ‘vecchio Sud’: criticava il progresso fine a se stesso, la spregiudicata industrializzazione, la fine delle tradizioni.  Prima che se ne accorgesse Feltrinelli, Allen Tate era conosciuto in Italia soltanto per i suoi Saggi, editi nel 1957 dalle Edizioni di storia e letteratura. Nel 1970, per Mondadori, Alfredo Rizzardi tradurrà Ode ai caduti confederati e altre poesie. Tutti libri non conformi, altri rispetto alla vulgata americanoide presa per buona, presto cinti dall’oblio.  * I nostri padri racconta la caduta di un casato della Virginia, una famiglia dell’aristocrazia del Sud che fa capo al maggiore Buchan, uomo-totem che “vive secondo i canoni dell’onore, ignaro d’ogni manifestazione di volgarità o bassezza, in un tenor di vita che scorre liscio e comodo, perché ispirato all’osservanza di un cerimoniale” (così l’esplicativo segnalibro). Sembra un po’ la cornice del Gattopardo. La prima pagina del libro ha del miracolo, costruita con aristocratico passo: > “Oggi soltanto mentre andavo al fiume lungo Fayette Street mi è giunto un > odore di pesce secco su una folata di vento, e ho ricordato il giorno in cui > stavo sotto il grande corniolo a Colle Ameno. Nella fine d’aprile i suoi fiori > si lanciavano nell’aria come spuma. Era morta mia madre. La sera avanti il > parentado era arrivato a frotte; e dopo la prima colazione usciva sul piazzale > il ragazzo quindicenne ch’ero allora. Sotto il corniolo mi restava in bocca il > sapore salato delle aringhe di latte che mia zia Myra Parrish aveva offerto > ripetutamente ai parenti e agli amici di Washington e di Alexandria. C’era il > vecchio zio Armistead, fratello di mio padre e più anziano di lui di > vent’anni, nato alla fine della Rivoluzione, e ancor più vecchio delle sue > ottanta primavere; che sordo e mezzo cieco rispondeva unicamente “eeh?” quando > gli si parlava, e non poneva mai una domanda. Ora quell’eeh mi echeggia nella > mente ridestato dall’odore d’aringa e rivedo la bara nera di mia madre che > posa nelle quiete del salotto anteriore, una stanza bianca, assai lunga. Mi > chiamo Lacy Gore Buchan e sono il terzo maschio e l’ultimo di quattro > fratello. Mio padre il fu maggiore Lewis Buchan, era nato nella Contea di > Spotsylvania in Virginia…” Una stanza bianca, odore penetrante di aringhe, la bara nera, la morte della madre e i fiori del corniolo; il ragazzo quindicenne, l’abbaiare di un sordo, una sfilza di nomi, un lignaggio. Così si crea la vita in un romanzo. Che libro magnifico: essenziale per sognare e prendere a morsi le stelle, è vero, ma anche per capire il cuore profondo degli Stati Uniti e finanche gli attuali suoi governanti, dacché tutto si svolge secondo le norme di un immaginario, di una mitografia, se non di un rito. Naturalmente, da allora, nessuno si premura di ripubblicarlo.  *In copertina: fotogramma da “La morte corre sul fiume”, il film di Charles Laughton del 1955 L'articolo “Dove nessuno potrà trovarmi”. Bruno Pizzul, Feltrinelli e “Il Gattopardo” dei “sudisti” proviene da Pangea.
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