Qualche tempo fa, nell’ormai leggendaria Libreria Scaldasole di Milano, ho
comprato L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo. Pubblicata da Aldo
Martello nel 1963 è un repertorio impressionante: quasi mille e quattrocento
pagine per 152 poeti antologizzati; il più giovane è Roberto Sanesi, nato nel
1930. L’idea critica che la galvanizza è enciclopedica: s’intendono radunare i
massimi poeti del secolo, al di là delle “scuole” e delle “etichette”
(crepuscolari e decadenti, futuristi e neorelisti, sperimentalisti ed
ermetici).
Il progetto – un ‘mostruoso’ gesto di devozione – parte da Carducci, ritenuto
“il primo iniziatore della poesia che verrà dopo”. Così, bene incapsulati in
efficaci cammei biografici, ci sono già tutti i poeti che ci attendiamo, pur in
bocciolo: Mario Luzi e Andrea Zanzotto, Pier Paolo Pasolini (“è poeta autentico
laddove l’elemento ideologico-storico è dominato, e liberato da una concreta,
corposa visione lirica”) e Giorgio Caproni, Vittorio Sereni (su cui si
scommette, scrivendo che reca “accenti capaci di significare una nuova realtà
della poesia italiana, dopo la stagione di Montale”) e Attilio Bertolucci. Per
elogiare Margherita Guidacci si usano planimetrie critiche che oggi faticheremmo
ad accettare (quando si dice di “Una poesia che ha un’apertura morale, una
chiarezza intima, una presa umana da non confondersi con altre poesie di donne,
bruciate dall’effimero. E magari da una femminile vanità”: attributi
– effimero, vanità – rintracciabili, invero, in molta poesia ‘maschile’); le
donne hanno una qualche concreta rappresentanza: non ricordavo Biagia Marniti,
poetessa apprezzata da Ungaretti (“Vi invidio farfalle/ in danze acrobate e
festose/ sulle siepi, su sassi in bilico/ presso margherite gialle/ e camomille
in fiore”); ci sono, naturalmente, Sibilla Aleramo (detta “di natura
indipendente”…) e Vittoria Aganoor Pompilj, Luisa Giaconi e Ada Negri; c’è la
“isolatissima” poesia di Maria Barbara Tosatti (“ben poco pubblicò durante la
sua vita, nonostante gl’incitamenti di molti amici”), manca, tra le altre,
quella di Amalia Guglielminetti.
L’antologia non sposta l’asse delle nostre certezze: Giovanni Pascoli è il vero
poeta-titano del Novecento; Gabriele D’Annunzio l’euforico pioniere del
linguaggio, l’autentico Apollo. Tra le moltissime poesie del ‘Vate’
preferisco Il cervo, con quell’attacco all’assalto:
> Non odi cupi bràmiti interrotti
> di là del Serchio? Il cervo d’unghia nera
> si sépara dal branco delle femmine
> e si rinselva. Dormirà fra breve
> nel letto verde, entro la macchia folta,
> soffiando dalle crespe froge il fiato
> violento che di mentastro odora.
Dietro ai due seguono, con diversa foga, gli altri – Giuseppe Ungaretti e
Eugenio Montale su tutti.
Mi sorprende la presenza di Lorenzo Calogero: segno che se ne parlava molto,
all’epoca, prima di perderlo tra le brume dell’inedia e dell’invidia – era morto
due anni prima della pubblicazione dell’antologia; nel 1962, per Lerici,
Giuseppe Tedeschi aveva curato il primo volume delle Opere poetiche. Si dice di
un’“esistenza assai disgraziata, tra ossessioni e tentativi di suicidio”, di un
“temperamento ondeggiante e scontroso” e di “una sua confusa e allucinata
poetica”. Non sono ancora buoni i tempi per comprendere appieno l’eccentricità
di Calogero – esistenziale, dunque lirica –, l’assoluto eroe di un canone
‘avverso’ della poesia italiana. Comunque, Calogero c’è.
C’è anche Bartolo Cattafi, assai dimenticato in repertori antologici analoghi;
memorabile l’agiografica biografia che lo centra (e che c’entra, forse, con la
concretezza dell’amicizia):
> “Laureato in giurisprudenza, mai è stato in uno studio d’avvocato. Vive a
> Milano, lavorando presso un’industria; e di sera s’occupa di poesia e di
> letteratura; vivendo però nel giro di pochi amici, e non intruppandosi nelle
> varie ‘gang’ letterarie. Certo è che la poesia di Cattafi vive fuori da ogni
> schema; ed è la sua fortuna”.
Di Dino Campana – molto ben antologizzato – non si comprende la dionisiaca
centralità nel nostro canone (proprio per la sua sfasatura, per il suo sbandare
da belva del linguaggio): sarebbe troppo; resta il poeta stretto “tra tradizione
e rivoluzione”. È chiaro, invece – oggi lo è meno – il ruolo ‘profetico’ e
miliare – “per il suo tono di mistica solitudine” – di Clemente Rebora.
L’assenza di Giovanni Boine è per me un mistero: preso, forse, per prosatore, il
suo artigianato lirico, all’arma bianca, è ancora per lo più incompreso.
In un’antologia che ha nella quantità il proprio genio, il gioco è quello di
scovare i dimenticati, che testimoniano, in fondo, i molti sentieri interrotti
della nostra poesia. Tra i tanti, ricordo Guglielmo Petroni – farà fortuna come
romanziere, vincendo uno Strega nel ’74 con La morte del fiume, superando
Achille Campanile che si presentava con una raccolta di racconti dal titolo
folgorante, Gli asparagi e l’immortalità dell’anima. Non mi dispiace la
sua Autobiografia in pezzi:
I
Ho il fiuto del cane randagio,
ho il volto deserto,
ho il disagio di essere nato,
di rimanere impalato
dinnanzi a questa antica
necessità di amore, di pietà.
Ma un lutto non è necessario;
la vita stessa è l’ossario
di tutte le illusioni.
II
………………………………..
………………………………..
Placida sera senza riposo
tra poco sarà notte:
c’è tanta luce che se ne va.
Sono ricco di sangue,
carico di umano tempo:
parola mia stasera
agirò senza pietà.
È vero: tanti dimenticati è giusto dimenticarli; fatto salvo un misericordioso
lavoro da filologi, le poesie di Adriano Grande e di Carlo Saggio, di Vincenzo
Guarnaccia e di Renzo Laurano, di Enrico Somarè e di Mario Venditti e di Lino
Curci (almeno, quelle antologizzate) sono insalvabili se non come ‘specchio dei
tempi’. Alle poesie di Alberto Mondadori – figlio di Arnoldo, creò la casa
editrice il Saggiatore – vanno preferite quelle di Umberto Bellintani, di cui si
accoglie un inedito, Usignoli:
“Erano tanti usignoli le stelle della notte:
tutto pieno il firmamento e gorgheggiavano.
E allora sentivo che non potevo più dormire,
e non potevo più restare ad ascoltare
tant’era pieno il firmamento d’usignoli.
Udirlo a lungo un dolce canto non si può
allor che tutto ci contiene l’universo
senza pericolo di cadere a un tratto folli.
Per ciò, mio spirito, tappati le orecchie, cerca di non udire,
se ancora il cielo è tutto pieno d’usignoli.
Per ciò, mio spirito, ribendati gli occhi,
se ancora innumeri gorgheggiano lassù
nel firmamento i vivi stormi delle stelle”.
Non mi sarebbe spiaciuto conoscere Enzo Fabiani, poeta singolare e singolarmente
dimenticato. Classe 1924, nato a Fucecchio, lavorò come giornalista nella
redazione di “Gente”; Salvatore Quasimodo lo aveva aiutato ad acclimatarsi nel
mondo milanese. È persuasiva la marcia del suo poemetto, Masaccio:
> “Il giorno dell’ira? Un fiore chiuso
> dinanzi a soli furibondi
> sarò io che mi compiango. Nessuno
> mi colpirà nella radice; questo
> infocato sangue altro sangue
> non comprende;
> non offendo il mio martirio”.
Morì nel 2013; sulla pagina milanese del “Corriere della sera” Patrizia Valduga
– la cui poesia mi dice quasi nulla – scrisse perfettamente, “muore Jannacci e i
giornali scrivono «È morto un poeta», muore Califano e i giornali scrivono «È
morto un poeta». Muore un poeta e i giornali non scrivono neanche una riga. È
proprio così: il 22 marzo è morto Enzo Fabiani, che era nato a Fucecchio nel
1924 e viveva a Milano da poco dopo la guerra. Ho aspettato, ho aspettato ma non
è comparso niente da nessuna parte. Non gli saranno intitolate né vie, né
parchi, né giardini, né aiuole, né cortili, né crocicchi…”.
Forse è giusto così, è giusto che un poeta muoia latitante a tutti, ai lati del
proprio tempo. Nessuno fa chilometri di coda per omaggiare il feretro del poeta:
tra tutti gli ‘artisti’ il poeta – l’artista quintessenziale – vive da isolato.
È questo a permettergli di essere al contempo celeste e terreno, pronto ad
ascoltare i dolori di tutti – e a precederli –, col suo corpo d’aquila, in
picchiata nel cuore del mondo. Del suo dire diceva così Fabiani: “i miei
‘spiritati’ possono sembrare arditi, ma sono mendicanti ossessionati dal
ricordo, più che dalla presenza di Dio. Di me direi piuttosto che, pur essendo
uno smarrito e infelice tra i ‘raggi di tenebra’ della vita non oso non
credere”.
Se ho comprato L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo, comunque, non
è per feticismo né per rasserenare con biada di fiori lirici il mio cuore
brutale cresciuto in cattività. Apprensione. Curiosità. Gioco della torre. Ecco.
Ho da poco curato, insieme a Milo De Angelis e a Nicola Crocetti, un’antologia
che ha altre mire: consegnare, in cinquecento pagine, un repertorio “della
poesia italiana dalle origini ai giorni nostri” (si arriva fino ai poeti nati un
secolo fa). L’idea, insomma, è quella del libro della vita – un libro-zattera,
però, un libro-canoa, non uno di quei libri che fanno sfoggio nei salotti
altoborghesi; un libro reduce dall’annuncio e dal diluvio. È un libro, cioè, che
parte dal principio di un mondo massacrato, di fondamenta sfondate, di umani
allo sbando (dunque: ebbri di nuove scoperte). Un mondo è finito, la casa
brucia: dobbiamo raccogliere le cose strettamente necessarie – per costruire,
altrove, un’altra casa. Da qui, le scelte – nottambule, quando non sonnambuliche
– e l’impeto.
Certo, alcune cose, col senno di poi, mi sorprendono. Non ho inserito David
Maria Turoldo e Fernanda Romagnoli, poeti su cui ho scritto tanto, da tanto
tempo (fin da un libro, Maledetti italiani, edito dal Saggiatore nel 2007),
perché? Al loro posto ci sono i misconosciuti Egle Marini e Gian Giacomo Menon;
e poi Scipione e Sergio Solmi e Maria Alinda Bonacci Brunamonti che ha scritto
una formidabile poesia, Stelle nere, sui “soli spenti” che si muovono “nella
invisibilità della notte infinita”; attacca così: “Non tutto è gioia nella festa
eterna/ de’ costellati campi:/ astri vi sono, alla cui fronte squallida/ manca
il diadema de’ fulminei lampi…”. Un’antologia, credo, dev’essere retta, oltre
che da un’idea critica (avventuriera, però, più che accademica), da una visione
escatologica: perché una vita si apra, qualcosa deve morire. Licenziarsi a se
stessi. Un’antologia dirada perché ha saputo chiudere. Dico dell’esercizio
antologico come una corsa, un andare da ossessi: la provvidenza è impaziente.
L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo – di fatto, il primo grande
monumento al Novecento, il secolo grave, da cui occorre sgravarsi – è curata da
Giovanni Titta Rosa e da Giuseppe Ravegnani. Quest’ultimo nacque a San
Patrignano, nei colli di Coriano, in Romagna; poco lontano da dove abito.
Traduttore – tra l’altro, di Julien Green e di André Malraux – incidentalmente
poeta – ha diretto dal 1952 al ’58 la collana de ‘Lo Specchio’ Mondadori – ha
avuto il (raro) buon gusto di non autoantologizzarsi.
L’edizione che ho acquistato – stampata nel 1972 – reca una dedica: “alla mia
cara mamma auguro di passare un felice Natale con noi”. La scrittura, in penna
blu, è elementare, ma ferma; firma una “Angelica”. Chissà chi è, ora, questa
Angelica; chissà se vive e dove e cosa sogna. Questa dedica mi pare un sigillo –
suggella il fatto che un’antologia, in sé, ha sempre qualcosa di angelico e di
natalizio. Che ogni angelo sia terribile, che ogni annuncio porti con sé il
segno della separazione e dello schianto, beh, sappiamo anche questo.
*In copertina: Giuseppe Ungaretti (1888-1970)
L'articolo “Agirò senza pietà”. Sull’arte di costruire antologie o del
contrabbando poetico proviene da Pangea.
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In un testo “sul fine conforme ai voleri di Dio e sulla vera ascesi”, Gregorio
di Nissa intima ai cristiani di non degradare in Minotauro o Centauro. Il primo,
corpo umano e “testa di vitello”, è l’uomo irragionevole, che “resta in balie di
dottrine idolatre”; il secondo, busto da uomo e corpo da sauro, è retto da
selvaggia “passione per il sesso femminile propria dei cavalli”. Nel suo dire –
in: Gregorio di Nissa, Fine, professione e perfezione del cristiano, Città
Nuova, 1979 –, il Padre della Chiesa stigmatizza il credo pagano, ben radicato
nel IV secolo. Il mito, infatti, insiste sulla ‘confusione’ tra uomo e bestia, è
affascinato dall’unione sacrilega tra umano e animalesco: da qui il proliferare
di chimeriche creature, centauri, minotauri, satiri, sfingi.
Caratteristica del dio, inoltre, è mutarsi in qualsiasi altro essere: per
portare a risultato le proprie seduzioni, Zeus si fa toro e cigno, aquila e
pioggia e nuvola… Nelle Metamorfosi – specie di travolgente epica enciclopedica
del mito – Ovidio insegna che tutto è soggetto al mutamento, che ogni forma
esegue il proprio contrario, per capriccio divino e voluttà. È il desiderio a
muovere l’azione, che sia atto di predazione, predizione, predilezione per
l’ira, l’invidia, la rovina in rabbia. Così: Cadmo e Armonia divergono in
serpenti; Aretusa si muta in fonte (che zampilla a Ortigia); Niobe diventa di
pietra; Dafne si fa alloro; Licaone, sovrano in Arcadia, muta in uomo-lupo – e
così via. Fantomatica araldica di creature sfuggenti, che generano, per
proliferazione, ulteriori forme, fraintesi, inseguimenti. In uno dei “sogni di
sogni” registrati da Antonio Tabucchi, Ovidio sogna di mutarsi in farfalla; è lo
stesso sogno fatto da Zhuangzi, il grande pensatore cinese vissuto tre secoli
prima del poeta latino: “Ma egli non sapeva se fosse Zhuangzi che aveva sognato
di essere una farfalla, o una farfalla che sognava di essere Zhuangzi”.
In sostanza, Gregorio di Nissa insegna a essere integralmente, perentoriamente
uomini. Questo corpo – spirito & carne – donatoci da Dio va restituito intatto,
ben custodito, non più imbestiato – senza alcun merito, aspiriamo a risorgere,
non più a latrato o a ladrocinio. Con il cristianesimo, sembra definitivamente
finito il tempo degli dèi proteiformi – greci o egizi o mesopotamici: con
divinità dalla testa di leonessa e di sciacallo, dèi alati, dee ferine,
continuamente gravide – e delle forme mutanti. Più che altro, sembra separato il
regno umano, di quelli somiglianti a Dio, da quello delle altre bestie. Non è
del tutto vero. L’uomo si incarica di tutte le creature animali – Noè – e ne
assume i paramenti simbolici: Davide ha in sé l’audacia del leone e del lupo, le
bestie che ha imparato a conoscere portando al pascolo il gregge del padre.
L’anima – nephesh, il sé – è paragonata alla “cerva” che “anela ai corsi
d’acqua” (Sal 42, 2). D’altronde, Cristo, “divinamente e umanamente analfabeta”
– José Bergamin, Decadenza dell’analfabetismo, Rusconi, 1972: devo a Tommaso
Scarponi l’aver riportato in memoria, fallacia d’anni, questo mirabile testo –,
abita dove non è uomo, spinto al deserto (erémos; cioè, il desolato, il
selvaggio) dallo Spirito (Pneuma), “stava tra le bestie selvatiche e gli angeli
lo servivano” (Mc 1, 13).
Secondo tradizione, Gesù è l’Agnello, Agnus Dei, e “il leone della tribù di
Giuda” (Ap 5, 5); nei bestiari medioevali è pellicano e cigno, pavone e pantera.
Non si disgiunge il divino dall’animalesco, quasi che quella fosse la sua
vera figura, l’esattezza. Anche gli evangelisti – incarnazione del tetramorfo
(Ez 10, 14), sono leone e angelo, toro e aquila. Pienamente uomo – cioè: altro.
Allo stesso modo, l’ibrido inietta un fascino sovrannaturale. Il lupo che
allatta l’uomo – Romolo & Remo nella plaga Palatino; Mowgli nella giungla
indiana –; la donna che dà latte alla bestia. Ogni nascita ‘speciale’ ha
specificità ferina – oppure, a contrasto, virginea sprezzatura. In alcune
raffigurazioni, la Vergine è affiancata dal Bambino e dall’agnello, simbolo di
Giovanni Battista: nulla vieta che offra il suo portentoso latte a entrambi. In
Amazzonia le donne Awá-Guajá sanno allattare alcuni cuccioli animali rimasti
orfani come le Baccanti, secondo Euripide, offrono il seno a cuccioli di lupo e
di cervo – le menadi che a nude mani squartano la bestia e di carne cruda si
nutrono, hanno ruolo centrale nei misteri di Orfeo, che riguardano il linguaggio
dei primordi, la poesia.
Potenza che lacera, quel latte: biancore a colpi d’ascia, tra la Via Lattea e
l’addentare, l’adorare quel bianco-bianco, quell’avorio, tesoro a piena bocca,
di gioiello e di mela.
In una delle poesie più belle, Fawn’s Foster-mother – raccolta in Cowdor and
Other Poems, 1928 – Robinson Jeffers racconta di una signora che ha allattato,
da neomamma, un piccolo di cervo. L’ha fatto con naturalezza, con ruvida gioia.
La signora abitava con il marito nell’odierno Garrapata State Park, poco lontano
da Big Sur, California, e da Carmel, dove il poeta aveva costruito, nell’arco di
cinque anni, dal 1919 al ’24, la sua mitologica casa, “Tor House”, in pietra,
per sé e la sua donna, Una, secondo lo stile dei castelletti irlandesi. Nessun
simbolo aliena la poesia di Robinson Jeffers da una quotidianità lattescente,
pugnace: pare che la donna abbia amato quel cerbiatto più dei suoi figli. La
poesia è tra le predilette da Ted Hughes, poeta di corvi, lupercali, lupi; un
autentico bardo che ha imbastito bestiari per tutta la vita; un poeta-Chirone,
un poeta-sciamano che sa auscultare le viscere e le stelle.
Di ogni poeta, d’altronde, non cerchiamo l’anima, ma il dire animalesco.
**
La madre adottiva del cervo
La vecchia siede davanti alla porta, su una panca,
litiga con la megera figlia, pallida, depressa.
Una volta, passando di lì, l’ho vista ridere, sola, al sole:
mi raccontò di quando si era appena sposata,
stava in una vecchia fattoria in cima al Garrapatas Canyon.
(Ora quella casa è vuota: il tetto crollato
muraglie di tronchi tra le vive pietre; le sequoie
sono state abbattute ma le querce reggono ancora;
il luogo è più solitario che mai).
“Allattavo il mio secondo figlio; mio marito
trovò un cerbiatto nascosto in un bosco di felci;
era giorno, me lo portò, gli misi il muso al seno;
piuttosto che lasciarlo morire di fame, pensai: avevo
latte a sufficienza per tre bimbi. Come succhiava
quel piccolo frugolo: affondava i piccoli zoccoli
nel mio stomaco come fossero aculei.
Mi ha dato più gioia lui di tutti gli altri”.
Il viso, deformato dall’età, sembra una strada
disfatta dai carri, è roso dalla meschinità e dall’incuria.
Cella di pelle secca, pura superficie che molto presto
si staccherà dalle palpebre della terra: eppure,
ha avuto anche lei la sua primavera, ha vissuto nelle arterie
che fecondano il mondo, nella musica della montagna.
Robinson Jeffers
*In copertina: Jean-Léon Gérôme, La Baccante, 1853
L'articolo Intorno a uomini-bestia e a donne che allattano lupi e cerbiatti
proviene da Pangea.
Una biblioteca mi ha fatto da culla, mi è stata matrigna.
La madre di mio padre si era trasferita a Milano da Palermo a dodici anni; aveva
la quinta elementare; la scaltrezza della creatura viva, terrena. Mio nonno era
nato in Francia da immigrati siciliani: una volta, ricordo, mi parlò di Leonardo
Sciascia, amava ascoltare Charles Aznavour. Durante la Seconda guerra operò in
marina: arrestato in Grecia, fu detenuto ad Amburgo. Si vantava della sua
“Enciclopedia Motta” che, in un’altra era, prometteva “il sapere universale”.
Era fissato con la geografia.
Le strane accelerazioni della Storia – il Sessantotto, un viaggio in Pakistan,
l’idea di ‘essere se stessi’ (mentre a volte è bene apparire per ciò che non si
è) – portarono mio padre a diventare il bibliotecario di un piccolo paese in
provincia di Torino. I miei nonni – i suoi genitori – sono sepolti a Riccione:
il cimitero, in fondo, è una sorta di immensa biblioteca umana, un ossario di
memorie – è forse la vera “biblioteca infinita” ideata da Borges. Il figlio, mio
padre, che ha il nome del biblico “sognatore”, è sepolto in un microscopico
borgo della Val Grande, a cinquecento chilometri di distanza dai genitori. Spero
sia felice: nei turni di notte, lassù, lo strigide si combina al capriolo, la
chimera al lupo.
La biblioteca, comunque, fu il baratro: il luogo dell’amore e della perdizione,
l’alcova e la tagliola.
*
Qualche anno dopo la morte di mio padre, ‘liberai’ dalla biblioteca che aveva
diretto Il gioco del mondo di Julio Cortázar. Non che non lo possedessi: è che
quell’edizione – copertina rigida, Einaudi, incellofanata – mi pareva ‘biblica’,
perfetta al sogno. Per un po’, riposi in quel libro il mio destino. Mi piaceva
l’idea che si potesse leggere al contrario e di sbieco, che parlasse di molto e
di niente. Molti anni più tardi – per una di quelle strane accelerazioni della
vita – finii a Buenos Aires, incontrai chi aveva incontrato Julio Cortázar.
*
È assurda l’idea di possedere dei libri: sono loro che si impossessano di te. Ne
sei posseduto, tanto che liberandoli te ne devi liberare. Le parole aprono
squarci, finestre o stimmate che siano – ma possono anche recludere.
*
In una lettera particolarmente bella – in: V. Šalamov-B. Pasternak, Parole
salvate dalle fiamme, Archinto, 1993 – Varlam Šalamov rimproverava Boris
Pasternak, che con svezzato sussiego parlava con sufficienza delle sue poesie.
Nei campi, in Siberia, c’è gente che è sopravvissuta con le sue poesie; c’è
gente che si è ricordata cos’è un uomo (cioè: la creatura disposta a dare la
vita per un altro, sconosciuto) leggendo le sue poesie.
I libri non salvano la vita – ci danno la vita; non insegnano a vivere, creano
la vita. I libri sono un uovo cosmico (leggi sotto). Per questo ogni regime –
tirannico o democratico che sia – sottrae i libri ai propri elettori sudditi o
favorisce un ‘sistema’ culturale basato sul mero mercato: così si forgia un
popolo servile, un popolo reclino sul proprio misero io, un popolo immiserito
nel cuore, un popolo di paglia, logorato, già cenere.
*
A Lima soggiornavo all’Hotel Ariosto: nelle librerie i libri costavano più che
in Italia, ma lo stipendio medio di un peruviano non superava i trecento euro
italiani. Cercavo le poesie di César Vallejo; qualcuno, al mercato – così
sgargiante che lo chiamai Armida – intonò i frammenti di un’epopea andina.
Finché non recidono il suo canto, finché non lo sradicano dal linguaggio, l’uomo
è vivo, la sua stirpe prolifera.
*
Un tempo, quando i libri si compravano nelle librerie, s’intraprendevano folli
avventure per cercare il libro definito, quello della svolta. Vagabondai per
giorni, a Milano, prima di trovare la “Trilogia di Valis” di Philip K.
Dick. Edizione Oscar Mondadori, in cofanetto. Perché mi fossi ostinato a quel
libro – torbido, involuto, teologico – non lo so. A volte di un libro ci cattura
l’aura – basta quella.
Entrando in libreria – come si entra in una città perduta – era possibile fare
incontri inattesi. La vita digitalizzata – il demoniaco dominio del cellulare,
insomma – ha recluso le nostre esistenze in un tunnel. Viviamo nei bunker
dell’io. In spazi senza accesso, senza concessione. Prima, tutto era un bosco –
si era disposti alla scoperta, pronti allo straordinario, i prediletti
dell’insperato.
*
Intendo dire: la ricerca del libro assoluto. Il libro-tutto. Il libro che somma
cielo e terra, che abbraccia i vivi e i morti. Il libro che vivifica. Che fa
risorgere.
Ad esempio: purché sia escluso da quella rivelazione, possiedo – e sono stato
posseduto – da una serie di edizioni dell’I-Ching, l’arcano libro divinatorio
cinese. Preferisco l’edizione curata da Eranos; l’ho avuto nelle versioni
inglese, francese, spagnola.
Da ragazzo, conferivo le stesse facoltà – chiamatela taumaturgia del linguaggio
– ai libri di Thomas S. Eliot.Rapivo ogni possibile traduzione della Terra
desolata; mi confinai nei Quattro quartetti. Dal canonico viaggio in Inghilterra
– fatto in treno, dormendo dove capitava – tornai povero di tutto ma con
l’edizione Faber dei Selected Poems di Eliot. Più tardi, da adulto, provai una
simile coincidenza con l’opera di Saint-John Perse.
*
A volte un libro è il solo conforto: ma con i libri non si tratta, si lotta;
infine, finisci per odiarli. C’è differenza tra claustrale e claustrofobico.
*
Questo articolo voleva affrontare un argomento che può apparire assurdo ai più.
È questo: comprare più volte lo stesso libro. Preciso: non lo stesso libro in
altra traduzione o diversa edizione (pratica buona & giusta, a volte
necessaria), ma lo stesso libro nella stessa traduzione pubblicata dallo stesso
editore nello stesso anno. Una copia. Una copia di una copia di una copia. Che
assurdità. È come se ri-comprando lo stesso libro – o ri-rubandolo – potessi
azzerare l’esperienza di lettura precedente (dunque: potessi azzerarti). Come se
potessi ‘riverginare’ il libro. Oppure, come se quella innaturale fedeltà
potesse concederti un accesso privilegiato alle zone segrete, alle zone oscure
di quel libro.
Già, perché il principio di ogni libro è che abbia un unico lettore, un lettore
eletto: tu. Gli altri sono dei vili mestatori di opinioni, degli eresiarchi. Tu
sei il solo custode della verità appena sussurrata da quel libro che, pur tirato
in migliaia di copie, esiste perché proprio tu lo legga. È stato scritto per te,
incidentalmente gettato in pasto al vile mercato degli altri.
I libri esistono in un’unica copia, per un solo lettore. Tu.
*
(Diamoci il privilegio, in questo tempo brutale, in questo tempo funesto, di
parlare di cose frivole, di cose che ci tengono stretti all’umano. Anche questo
– come si accarezza un albero e si guardano le stelle – è un atto di grazia e di
esistenza).
*
Il primo libro che ho comprato almeno tre volte è l’Ulisse di Joyce. La sua
lettura mi folgorò, al liceo – avevo un’insegnante di inglese particolarmente
severa, che mi ha inoltrato nell’opera di Yeats e di Ezra Pound. Ho comprato tre
copie dell’Ulisse, a distanza di tre anni, perché non lo capivo. Più non lo
capivo, più mi incaponivo, mi incapronivo, mi incapricciavo. Quel libro
racchiudeva un mondo, quel mondo non mi piaceva, ma lo volevo capire. Lo
volevo.
*
Un giorno, spiazzandomi, l’insegnante di inglese mi disse di preferire la
letteratura mitteleuropea: il suo libro del cuore era La morte di Virgilio di
Hermann Broch. A casa, mio padre ne aveva una copia. Il volto di Broch, in
copertina, pareva quello di un alienato: a metà tra il Minotauro e il grifone.
Il libro mi parve infinitamente più vasto e vertiginoso dell’Ulisse: ne ho
ancora tre o quattro copie, da qualche parte.
*
I libri che, negli anni, senza che ve ne sia bisogno, senza ritegno, si comprano
più copie rientrano in un rango augusteo e angusto. Solo pochi vi appartengono.
E – questo l’ho capito negli anni – ad appartenervi non sono per forza i libri
più belli, quelli a cui siamo più affezionati. Di quelli, basta la copia
originaria, basta riaprire quella per rientrare nelle proprie origini. Faccio un
esempio che mi riguarda. Ho diverse copie del Libro della giungla di Rudyard
Kipling perché, senza che lo abbia scelto, è penetrato nella mia infanzia.
Ancora oggi, voglio essere Mowgli e Bagheera. “Non c’è chi non ne abbia sentito
il fascino”, è scritto, scagionando la mia ossessione, nella Nota introduttiva
dell’edizione Bur del 1951: l’ho trovata in un mercatino, qualche anno fa. La
traduttrice, Giuliana Pozzo Galeazzi, ha tradotto anche Jane Eyre e Bertrand
Russell. Il Libro della giungla non è il mio libro preferito – è il mio libro e
basta.
Lo stesso rapporto infantile, selvatico, mi lega a Moby Dick – ne avevo decine
di edizioni diverse, la prima apparteneva a mio padre: edizione
Frassinelli, total white, traduzione di Cesare Pavese.
*
Ai libri di cui ho comprato – o rubato – diverse copie mi lega un rapporto di
amore e odio. Ne amo la nomea, il portamento, l’apertura alare, per così dire –
eppure, continuo a sfidarli perché non sono riuscito a penetrarli. Ogni volta,
rinnovo la sfida. Tra questi libri così singolari, che mi visitano ogni eone di
mesi, ricordo La montagna incantata di Thomas Mann, La storia di Genji il
Principe Splendente di Murasaki Shikibu, Rigodon di Céline, Sotto il vulcano di
Malcolm Lowry. Sono libri che mi tormentano, di cui conosco alcune pagine a
memoria, che ogni volta rileggo e abbandono. Benché possa citarne altri a me più
cari – chessò, Cuore di tenebra di Conrad, L’urlo e il furore di
Faulkner, Meridiano di sangue di Cormac McCarthy, Come l’acqua che scorre di
Marguerite Yourcenar, Chadži-Murat di Tolstoj – sono quelli i libri che mi
accompagneranno, mordendomi il cranio, fino alla fine.
*
Di alcuni libri, è vero, ho acquistato più e più copie, per regalarli – non
rientrano nel lotto della lotta. Tra questi, sono affezionato, con rigore
totale, a Il colpo di grazia della Yourcenar e alla Casa delle belle
addormentate di Yasunari Kawabata. Allo stesso modo, i libri che ci sono stati
donati vivono in uno spazio tutto loro. Regalare un libro presuppone una
intimità che intimidisce. Chi ci regala un libro pensa che siamo in qualche modo
incardinati in quel libro, promessi a quel verbo: lo leggiamo, allora, per
scoprire chi siamo agli occhi di chi ce lo ha donato. Le scoperte – e i
fraintesi – sono spesso sorprendenti, a tratti agghiaccianti. Un libro che ci è
stato donato e che non ci riguarda – che mancanza di riguardo – può essere
donato a sua volta.
Valgono come autentici doni, però, soltanto i libri che abbiamo vissuto
intensamente, quando non sottolineato e appuntato e strappato. Ricordo
un’edizione delle lettere di Kafka a Milena – Mondadori, traduce Ferruccio
Masini – che mi è stata regalata molti anni fa: modesta, sbrindellata, piena di
note. Il regalo più bello – un patto.
*
Cito soltanto romanzi. I poeti non rientrano in queste viete classifiche: hanno
la pretesa di incendiare l’intera biblioteca e di resistere, frantumi di un
futuro ancora da costruire. La poesia vuole dedizione, solitudine, amore; le
poesie vanno imparate a memoria, il loro supporto non è un libro, ma l’intero
corpo di chi legge.
Quando mi hanno regalato Hugo von Hofmannsthal, ad esempio, ho fatto i salti di
gioia, fino a dire: è lui il più grande, è più grande di Rilke! Un’eresia, è
vero, ma come si fa a non amare assolutamente un poeta?
*
Ogni volta che vado in libreria – ci vado di rado, ridotto per lo più a un ebete
analfabetismo leggo soltanto i Vangeli, perimetrando la mia enorme inermità –
non posso non comprare un’edizione del Dottor Živago: credo che sia uno dei
libri decisivi del secolo, ma le poesie di Boris Pasternak siano infinitamente
più belle. In questo, seguo il giudizio di Varlam Šalamov. Eppure, ogni volta
torno a comprare Il dottor Živago – è una malattia la mia, lo
so, voglio che Il dottor Živago sia il libro totale, il libro che risponde a
ogni mio enigma, il libro che mi corrisponde. Ogni volta rileggo Il
dottor Živago, ogni volta lo mollo – c’è qualcosa di liquido, qualcosa di
paludoso che mi respinge.
In una delle ultime edizioni acquistate – Nuova Universale Einaudi, 44, 1968 –
la prefazione di Eugenio Montale non è d’aiuto. Il grande poeta, da poco
senatore a vita, scriveva prefazioni di solito gelide, attrezzate in
sprezzatura, a tratti ingenerose, alle Liriche cinesi come alla Coscienza di
Zeno; scrisse che “Il dottor Živagoè uno di quei libri che possono dar tempo al
tempo”, che è come dire tutto e nulla.
*
In ogni caso, ogni biblioteca privata esiste per essere spezzata. La biblioteca
non è una voliera, è come un rapace: deve prendere il volo. Non si possono
imprigionare i libri: hanno un destino vivente, di albero, di roccia. Eredità di
eresie. Giampiero Neri, antico sapiente della poesia italiana, citava nei suoi
libri innumeri altri libri, tra i tantissimi: Omero, Laozi, Melville, Tacito,
i Ricordi di un entomologo di Jean-Henri Fabre. Recitava a memoria Dino Campana
e Virgilio, amava la Vita di Milarepa. Eppure, la biblioteca di casa sua era
scarna, uno scaffale appena. Neri regalava i libri a chiunque andava a trovarlo:
io scelsi le Conversazioni con Kafka di Gustav Janouch in una vecchia edizione
Guanda.
Anche Nicola Crocetti, ogni volta che vado a trovarlo, si congeda dai suoi
libri, regalandomeli: l’ultimo, Kotik Letaev, è presentato come “il capolavoro
di Andrej Belyj, il Joyce russo”. Lo ha curato Serena Vitale per “La biblioteca
blu”, la formidabile collana di Franco Maria Ricci, era il 1973; il libro è
stato stampato “a Torino presso il signor Giovanni Zeppegno”.
*
Vagabondando di qui e di là, ho smarrito gran parte dei miei libri: che bello,
li rincorrerò per sempre. Eredità è una parola-cecchino. Kotik Letaev mi fissa,
mi squadra, è un libro sproporzionato: più che leggerlo, me lo immagino. Prima
di leggerli, i libri vanno immaginati – se non sono all’altezza della vostra
immaginazione, gettateli via.
La copertina di Kotik Letaev, bellissima, raffigura una serpe avvolta intorno a
un uovo. Secondo il mito pelasgico, Ofione, il serpente, si arrotola sette volte
intorno all’uovo cosmico deposto da Eurinome, “e ne uscirono tutte le cose
esistenti: il sole, la luna, i pianeti, le stelle, la terra con i suoi monti,
con i suoi fiumi, con i suoi alberi e con le erbe e le creature viventi” (così
Robert Graves nei Miti greci, libro più volte trafugato, più volte ricevuto in
dono).
Non servono più i libri, ma conformarsi alle stelle, stare nel verbo vivente.
L'articolo Sulla mania di comprare sempre gli stessi libri. Ovvero: conformarsi
alle stelle proviene da Pangea.
Nella Seconda lettera ai Corinzi, capitolo 12, Paolo dice di essere stato
“rapito fino al terzo cielo”, nel luogo detto “Paradiso” e lì di aver “udito
parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare”. Ne dice parlando in
terza persona – “so che un uomo, in Cristo…” – dicendo di non sapere se questa
razzia di sé, accaduta quattordici anni prima, sia stata compiuta “con il corpo
o senza corpo”. L’insenziente corpo, l’insaziato corpo, è posseduto da Cristo.
Nella Prima lettera ai Corinzi, Paolo – capitoli 12-14 – distingue tra
“profezia”, linguaggio a edificazione della neonata ecclesia, e “glossolalia” –
le “lingue degli angeli” – l’incomprensibile idioletto che congiunge il fedele,
l’ispirato, a Dio, frutto di singolare esperienza, che non si può comunicare.
Paolo scrive agli abitanti di Corinto, la città legata a Poseidone, dove si
svolgevano i giochi Istmici; la città di Sisifo, dove Medea ordisce la sua
vendetta contro Giasone. In cima all’Acrocorinto, ricorda Pausania, spiccava il
tempio di Venere, “nel quale sono la statua della Dea armata, quella del Sole,
quella dell’Amore con l’arco”. Non è un caso che Paolo operi il suo trattato sul
linguaggio nella terra del logos; che parli della “straordinaria grandezza delle
rivelazioni” nella terra dei misteri, dell’enigma, della trance. Scrivendo in
greco – lingua accessoria, d’uso, non connaturata, che è poi la subdola lingua
dei Vangeli, redatti nella lingua che Gesù non parlava – Paolo risignifica ogni
parola. È come se mutasse su zattera il senso di ogni sintagma. Nella terra
del logos egli si fa portavoce del Logos, il Verbo che sconfigge ogni verbo.
*
Nel dodicesimo libro della Genesi alla lettera, Agostino sviscera il brano di
Paolo. Come esistono tre cieli, così esistono tre specie di visioni, quella
“corporale”, quella “spirituale” e quella “intellettiva”. Delle visioni, occorre
discernere quelle che sono ispirate dagli “angeli buoni” da quelle che sono
insinuante opera del demonio. In sostanza – sulla stessa scia di Paolo –
Agostino disciplina la facondia estatica dei fedeli. Il tempo in cui gli dèi
parlavano nei fiumi, nel vento e negli alberi, in cui tutto era opera, è al
tramonto: improvvisamente, non c’è più strepito, ma silenzio, le cose mutevoli
sono ormai mute, alla selva fa specchio la basilica, al mito il rito.
A un certo punto, per assecondare “alcuni dei più stimati commentatori delle
Sacre Scritture in conformità con la fede cattolica”, Agostino scrive che
“l’Apostolo inoltre sarebbe stato rapito per contemplare in una visione di
straordinaria evidenza il regno delle realtà incorporee che le persone
spirituali anche in questa vita amano e desiderano godere al di sopra di ogni
altra cosa”.
In realtà, Paolo non dice di aver visto, ma di aver udito qualcosa. Visione per
verba, preverbale.
*
I pionieri del cristianesimo, gli apostoli, parlavano in lingue, possedevano
parole efficaci, in grado di sanare e di far risorgere i morti. Così dice Gesù
ai Dodici: “Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi,
scacciate i demoni”; atto che si compie “dicendo che il regno dei cieli è
vicino” (Mt 10, 7-8). Annuncio che guarisce, linguaggio che vince la morte. Non
unguento né formulario offre il Nazareno, ma un “potere” che lavora tramite
corpo e lingua – linguaggio incarnato, lingua amuleto, Verbo che dilaga. Di ciò
non resta che qualche vestigia – l’esorcismo –; quanto al resto, è compilazione
di atti ruderi che segnalano una sequela. Mirabile danza – nei sacerdoti che non
optano per un ‘fai-da-te’ liturgico – la cui forza si misura, semmai, in eoni.
Quasi che all’entusiasmo delle origini sia sostituita la sfinente attesa, il
dispiegarsi di una spettrale speranza. All’efficacia seguì l’ufficio.
*
Alle origini, i cristiani ‘sciamanizzavano’ – guarivano i malati, avevano
visioni, elevavano a nuova vita i morti, parlavano in lingue – e andavano in
estasi. La parola ekstasis – nel senso proprio della trance, dell’uscire fuori
di sé – ricorre due volte nel Nuovo Testamento. La prima (At 10, 9 ss.) riguarda
Pietro: la guida degli apostoli è a Giaffa, è mezzogiorno, è sulla terrazza di
una casa a pregare, quando, “Gli venne fame e voleva prendere cibo. Mentre
glielo preparavano, fu rapito in estasi”. Pietro vede una tovaglia, imbandita di
quadrupedi, rettili, uccelli. Il senso della visione è legato alla storia del
centurione Cornelio, “uomo giusto e timorato di Dio”, un “impuro” – come i cibi
visti in estasi – che si avvia alla conversione. All’estasi di Pietro sono
legati i criteri dell’estasi arcaica: la preghiera solitaria, il digiuno
preparatorio, la visione che rovescia il canone costituito.
Gli Atti degli Apostoli dicono anche del rapimento di Paolo (22, 17). È lui a
farne testimonianza, davanti ai Giudei: al racconto della “voce” udita mentre
andava verso Damasco, della luce che lo acceca, segue quello dell’estasi. “Dopo
il mio ritorno a Gerusalemme, mentre pregavo nel tempio, fui rapito in estasi”.
Durante l’estasi, Paolo vede Cristo che gli rivela “ti manderò lontano, alle
nazioni”. Pur diversa da quella di Pietro – qui si calca un compito – l’estasi è
simile nel codice: convertire i pagani.
*
Che s’intende dire? Che il cristianesimo originario non è statico, non
istituisce norme, ma è insicuro, instabile – è nella giovinezza della danza. La
parola estasi, nel mondo greco, è centrale (si legga: Negli abissi luminosi.
Sciamanesimo, trance ed estasi nella Gracia antica, a cura di Angelo Tonelli,
Feltrinelli, 2021) nell’affronto col numinoso, nell’addestrarsi al suo contatto.
Nei Vangeli, Gesù obbliga a una continua uscita da sé, a un linciaggio del sé,
al brigantaggio dell’io – e lo fa nel Verbo. Dopo la sua morte, l’accesso a Lui
è tramite memoria e estasi.
Così scrive Tonelli, per capirci sulla tempesta estatica greca:
> “La capacità profetica nasce dalla mania, ovvero da una condizione
> di trance che consente di trascendere i limiti dell’ego e della coscienza
> ordinaria, strutturata spaziotemporalmente, aprire un varco ed entrare in
> contatto con l’Assoluto invisibile”.
Emozione sonnambula nell’assistere al mutamento radicale di alcune parole-dolmen
– profezia, estasi, mania, logos – da un tempio (Atene) a un altro
(Gerusalemme). Paolo sa di aprire un nuovo mondo: scrive come dal sepolcro
vuoto; scrive rovesciando le pietre.
Ai primordi del cristianesimo tutti i paramenti – le vesti animalesche, il
tamburo, i cembali, le maschere, il fuoco e le erbe – sono inutili: in quella
fanciullezza, Gesù accadeva così, d’improvviso, senza preparazione, era dietro
la porta, origliava, preparava la tavola.
*
Unico compito della poesia, svestita delle corazze letterarie: dire le “parole
indicibili [ekousen arreta] che non è lecito ad alcuno pronunciare”. Il resto:
didattica del verbo, bieco conforto, confusione.
*
Vado a Mercatello sul Metauro: il luogo di Veronica Giuliani. Nella violenta
sequela del linguaggio non arretra di fronte alle ekousen arreta, non indottrina
le indicibili parole.
Vedo il sentiero che da Mercatello va a Città di Castello, dove Veronica si
infossa tra le cappuccine. Trenta chilometri. Li faceva a piedi. Tra forre,
campi, terre glabre, lunari scollinamenti: era questo il deserto di Veronica. Il
sole è filisteo – è tutto un furore di lucertole.
Nella casa natale di Veronica – nata qui il 27 dicembre del 1660 – elargiscono
lieti depliant. Uno di questi, Spes contra Spem, raduna uno spettro di pensieri
che non ammette decoro. Questo è il primo:
> “Mi sento con una oscurità ed aridità così grande, che non ho neppure un
> pensiero buono. Non mi posso aiutare con atti di fede, perché non mi pare
> d’aver fede in niente; né con atti di speranza, perché non trovo ove fermarmi;
> né con atti di carità perché non so cosa sia. Mi sento la mente così offuscata
> e come una nebbia densa che mi copre qualsiasi bene”.
Diremmo, il coraggio della disperazione – sfigurare il niente. Un niente che è
nient’altro che niente – nessun premio corona la corsa del fedele in tale notte
oscura. La Giuliani non è Giovanni della Croce – è al di là.
Il pio cronachista stempera a inconsistenza il martirio di Veronica e scrive che
“Tante esperienze mistiche destano l’attenzione del Sant’Ufficio che esamina e
controlla severamente il suo operato, provocandole una grande sofferenza; viene
però scagionata da ogni accusa di falsità e mistificazione”. Nello specifico, le
cose, riguardo alla grande sofferenza, sono andate così: “Denunciata al
Sant’Uffizio nel 1697, viene esaminata con insistenza impietosa, ispezionata
corporalmente in modi umilianti, segregata, privata d’ogni carica, interdetta
dal comunicare con l’esterno. Il rigore si attenua, ma riprende presto in forme
più dure, toccando l’apice nel 1714, con le sconsideratezze d’un giovane
confessore che la tratta da strega (in un’età in cui le streghe andavano al
togo), da indemoniata e le impone di leccare sterco, inghiottire insetti” (così
in: Scrittrici mistiche italiane, a cura di G. Pozzi e C. Leonardi,
Marietti,1988). Veronica muore nel luglio del 1727. Da bambina fu falciata dalle
estasi: vedeva Gesù; da ragazza, a Piacenza, al seguito del padre, fu desiderata
da molti, era bellissima. Sconveniente il suo essere: tirava di scherma,
preferiva gli abiti maschili, non dominava l’ira. Dai pretendenti – nobili,
tanti – si schermò con l’immagine del Crocefisso.
*
Della Giuliani, l’agone nel linguaggio, l’agonia. Analfabeta, “imparò a scrivere
scrivendo”, sotto obbligo del confessore, dal 1693: da quella tortura proviene
il diario, abnorme – oltre ventiduemila pagine –, in cui, con rozza violenza,
descrive le sue rivelazioni. È tra i grandi scrittori italiani di ogni tempo –
purissimo cannibalismo si avverte qui, e avvince. Temprato, il suo scrivere,
dalla scomodità e dallo scandalo: Veronica “scriveva solo di notte, in positure
estremamente disagiate… una scrittura, la sua, nata nel coniugio del buio
esteriore con le tenebre dell’anima”.
Per dire l’indicibile, inventa parole. La sua speleologia nel niente è
insuperata:
> “…perché Idio più si fa sentire e intendere, meno si sente e si cape. È
> incomprensibile, non v’è modo di capire niente, è immenso, non c’è capacità a
> comprenderlo, né creatura alcuna pò mai arivare a questo, e se esso dà qualche
> sagio al’anima di questo suoi divini atributi è in modo che non si trova modo
> a racontarlo. Più si cape meno si cape, più s’intende men s’intende; ci fa
> scordare di tutto; resta l’anima tutta asorbita in Dio, non capisce più niente
> di sé né di nulla di questa vita”.
L’enorme inermità della parola – “Dico e ridico e non dico niente” – la rende
rondine a penetrare l’eterno. Mistero dei misteri, il Dio che non va pronunciato
invano è, invece, detto e contraddetto – detto fino a esaurire ogni umano verbo
– detto fino a spaccargli il volto.
Il diario della Giuliani: una straordinaria cancellatura, una sparizione nella
torba linguaggio. Una diario-petroglifo: lapidazione di frasi lapidarie. “Io non
dico altro. Non so cosa abbia detto”; “Non dico altro, perché tanto non dico
niente”. Eppure, continua a dire, a ridire, ossessionando l’alfabeto fino al
bestiario, alle fiere e ai mostri, Veronica, a fecondare il divino niente (“Te
ne stai nel profondo del tuo annientamento”): che fiorisca – lei sguainerà falce
e denti in legione.
*
Mettere a repentaglio il linguaggio, rapinarlo da ogni senso, insediarsi in esso
per insidiarlo.
Più tardi scendo verso il Metauro. Le acque sono straordinariamente limpide –
limpide come di capelli chiari. Non c’è difetto di distanza tra il corpo di
Veronica Giuliani e il corpus dei suoi scritti: si scrive, si intaglia. A quel
punto di concisione, basta che qualcuno ti dica davvero e sparirai – puf!
Comunque, a Mercatello, cornacchie ovunque, in ogni infisso di casa. Sono una
decina, sul ponte. Hanno preso dominio di una piccola cappella. Sopruso di
becchi nei ruderi. Forse gli abitanti, qui, rinascono cornacchie. Forse Veronica
ha previsto l’immacolato tormento di Kafka. Al cielo bufalo hanno tagliato le
corna.
*In copertina e nell’articolo alcuni “Studj di pittura” di Giambattista
Piazzetta (1682-1754)
L'articolo Il tormento e l’estasi. Tra apostoli sciamani e stregonerie del
linguaggio: il poeta dica soltanto “parole indicibili” proviene da Pangea.
Entro a Montecalvo a piedi – il sole ha il becco, l’azzurro è carnale, viene da
morderlo. È un azzurro bue – un azzurro bestia da soma. Il sole sollazza, lì
sopra. Plana.
Provincia di Pesaro-Urbino, un castello nel vessillo comunale, poco meno di
tremila abitanti. Due bambini giocano – i re del luogo. Una signora, alla
finestra, fuma; un tizio fa lo scalpo al giardino di casa. Sabato – giorno di
riposo, giorno di Saturno. Un tempo, qui si sfogavano in lotte senza quartiere
gli sgherri del Montefeltro e quelli del Malatesta – di qui passò Francesco
Sforza; il castro fu messo al sacco da Cesare Borgia. Il borgo vanta ascendenze
romane.
Di tali, vestigia, oggi, non ci sono che straccetti. I bombardamenti alleati,
durante la Seconda guerra, hanno raso al suolo il paese. In particolare, gli
aerei della Raf hanno devastato la chiesa medioevale di San Nicolò: nella
struttura moderna – brutta come tutte le chiese moderne – è conservata la
campana del XIII secolo.
Per lo più: il bendaggio del silenzio. Un borgo sdentato.
*
Montecalvo dà su un abisso di calanchi: è questo a confermargli il carisma di
una superba alterigia.
Certo: bisogna scaraventarsi oltre i sentieri segnati; aprire un percorso tra i
rovi. A terra, le tracce calligrafiche del capriolo – poi, grumi d’erba smossi
dal cinghiale. Qualcuno dice di aver visto il cervo – ma i boschi sono pigmei,
laceri ai fianchi. Qualcuno dice del lupo vespertino, che s’incunea tra le assi
della notte. Nel crinale opposto, galoppano le mucche, mai viste così agili,
così fulve. Regna il gheppio, l’amuleto dei rapaci – appollaiato sui cavi
elettrici.
Il grigio dei calanchi, terra aspra resa lunare dalle acque, mi ricorda il
volto, infossato di rughe, di Samuel Beckett. Qui immagino che possa
parlare L’innominabile:
> “Adesso dove? Adesso quando? Adesso chi? Senza chiedermelo. Dire io. Senza
> pensarci. Chiamarle domande, queste, ipotesi. Andare avanti, chiamare questo
> andare, chiamare questo avanti”.
Qui dovrebbero venire a leggere L’innominabile – a inscenarlo.
Vocio interminabile dell’Innominabile – “D’altra parte a parlare sono obbligato.
Non tacerò mai. Mai” –, vocio-pigolio, balenio di belati, che disintegra l’idea
stessa del romanzo, come la pioggia fende le coste argillose, che degradano
all’eone di terra inferiore, infera. I calanchi: paesaggio che cammina. I
calanchi sono il luogo Innominabile: non c’è tenacia vegetale che possa
attecchire su quelle guance scavate, su quel glabro.
Parola lebbrosa, panorama dolente.
*
Da noi la trilogia di Beckett – Molloy, Malone muore, L’innominabile: scritta in
francese, pubblicata in Francia tra il 1951 e il 1953 – è ora raccolta nel
‘Meridiano’ Mondadori che raduna Romanzi, teatro e
televisione(2023). Strumento straordinario – leggere è altro – prevede:
sradicare e farsi dilaniare, mica sfogliare. La Faber pubblica la trilogia,
libro per libro, per festeggiare i settant’anni dalla prima edizione in inglese
di Molloy. L’introduzione dei libri è affidata a tre scrittori contemporanei:
Colm Tóibín, Claire-Louise Bennett and Eimear McBride.
Non so se si possa scrivere qualcosa di sensato intorno ai romanzi di Beckett:
nella loro voragine sono così audaci, così espliciti.
Samuel Beckett, il calanco della letteratura occidentale.
Lo dice lui, tra l’altro:
> “La sola ricerca fertile è quella che scava, che si immerge, è una contrazione
> dello spirito, una discesa. L’artista è attivo, ma in modo negativo:
> indietreggia di fronte alla nullità dei fenomeni siti al di fuori della
> circonferenza, è attratto verso il centro del vortice”.
*
Bisogna immergersi nei calanchi per capirne la spudorata attrazione.
Un’attrazione che ti si pianta fin nella fibra del sogno.
Sognai calanchi.
Dal vero, ne ho cavalcato uno. Camminare sul crinale tra due calanchi, lungo una
sella d’erba. Stellate di spine intorno. Spine serpentine. Straordinario il
silenzio nei boschivi, irsuti, che spaziano sulla cima dei calanchi. Come se le
bestie fossero spaventate da quella terra senza mediazioni, un rinoceronte
d’argilla. Il sogno del calanco: farsi vulcano, svanire.
*
Secondo Harold Bloom, Beckett è l’erede di Joyce, di Proust e di Kafka. Viene
dopo quegli scrittori-foresta. Viene nell’era desertificata. “La trilogia di
Beckett (Molloy, Malone muore, L’innominabile) rappresenta un vero passo oltre e
nulla di ciò che è stato impropriamente chiamato postmodernismo ha raggiunto il
suo livello”. Così scrive Bloom.
Come si fa a scrivere un romanzo come L’innominabile? Fare lo scalpo all’anima.
Entrare per frode nel linguaggio – già, questo fa lo scrittore: ladrocinio del
linguaggio. Deve frodare il linguaggio che, altrimenti, a lasciarlo fare, ci
frega, ci sfregia nel frainteso. Frastuono. Frana.
Stare nel centro del vortice. Nel centro di un calanco. Come si doma una stella
cometa. Cominciare da lì. Piantumare di sé il calanco.
*
Nel suo libro più bello, Rovinare le sacre verità (un tempo Garzanti, ora SE),
uno studio su “Poesia e fede dalla Bibbia a oggi”, Harold Bloom scrive che
Beckett era uno gnostico “naturale”, scrive che “Basilide o Valentino,
eresiarchi alessandrini, avrebbero subito riconosciuto il mondo della
trilogia... È il mondo dominato dagli Arconti, il kenoma, il non-luogo di
vuoto”.
Forse per questo, a perdifiato tra i calanchi – un fiato ben arato da
paleolitico di grigiori –, mi è venuto in mente il Vangelo di Filippo. I
calanchi non conservano ombre. Al centro di un calanco: si è come nel Pleroma;
si è come in un grembo – si retrocede dal feto, si recede da ciò che resta
dell’immagine. Falansterio di falci.
Scoperto a Nag Hammadi, il Vangelo di Filippo era d’uso proprio tra i
valentiniani citati da Bloom. Si trova facilmente in rete; in Italia esiste la
traduzione commentata di Luigi Moraldi, nei Vangeli gnostici editi da
Adelphi. In appendice, ne ho tradotto qualche fibbia, dalla versione di Willis
Barnstone: poeta dal solido talento, nato nel Maine quasi un secolo fa, ha
tradotto, tra l’altro, Saffo, Wang Wei, Giovanni della Croce e le poesie di Mao
Tse-tung; fu amico di Borges. Segno questo detto (dalla versione di Moraldi):
> “Dio è un mangiatore di uomini; per questo l’uomo gli è immolato. Prima che
> gli si immolasse l’uomo, gli si immolavano animali, giacché coloro ai quali si
> sacrificava non erano dèi”.
Alla coincidenza degli opposti, eraclitea, segue la messa in questione dei
‘nomi’. I nomi sono illusori, futili nodi che ci legano a questo mondo, a questo
tempo, alla superficie carnale delle cose. Soltanto chi possiede i nomi occulti
– il frutto sotto il carapace –, vive nel regno pur su questa terra. Questa
concezione, propria di chi scrive, è canone in Beckett: si scrive maneggiando un
coltello; bisogna scrostare i sacrosanti nomi, gli inesatti nomi, i nomi
ingannevoli delle cose. Ma chi può sopportarne lo splendore, poi?
La nudità sfoggiata dai calanchi: nome indottrinato dalla spoliazione. Oltre la
nudità di ciò che è nudo, oltre l’ultima, intima screpolatura, oltre la più
conficcata fenditura – a che quel bisbiglio? Cosa risuona?
Acqua battesimale – acqua che dilaga il fuoco – che dilata le doghe della
valle.
*
Nessun suono rimbomba sulle pareti dei calanchi: la terra ha molte bocche, la
terra ha sete di te. Strana sensazione: come di stare nel retro del sole, nel
suo cuoio.
Ecco: è come stare nel cranio vuoto del sole.
All’opera di scavo, all’ascesi, segua l’ascesa. Nello zaino ho Canto di vita,
un’antologia di poesie di Hugo von Hofmannsthal; è un libro lieve, apollineo.
Edito da Einaudi nel 1971, la traduzione è di Elena Croce.
Chi legge oggi le poesie di Hofmannsthal? A me paiono salvifiche. Sono il punto
di giunzione tra gli inni di Hölderlin e i versi di Rilke – solo: privati del
dramma, della reclusione, dell’annaspare tra i gangli di una risposta.
Hofmannsthal è l’annuncio, è il grande arciere, orefice di oracoli. La sua
poesia è una luce senza schegge, una luce laccio – forse è per questo che,
sgorgata nell’infallibile giovinezza, ha costretto il suo autore al silenzio.
Hofmannsthal ha scritto pochi, perfettissimi versi – poi, si è volto ad altro.
Più tardi, tento di rimescolare Manche freilich…, una delle poesie più ambigue.
Si parla della morte, di lande stellare, del collasso degli altri;
dell’invasione della vita in altre vite, dell’ombra e di un’anima spaventata.
Non serve capire quando si cammina tra gli assoluti. La figura della schmale
Leier, la “stretta lira”, sarà ripresa da Rilke nei Sonetti a Orfeo.
Alcuni – è vero – moriranno là
dove sibilano serpentini i remi
ma altri siedono al timone, saturi
del volo degli alati, delle lande stellari.
Alcuni hanno pesanti corpi
artigliati alle radici della vita
ma altri hanno un seggio
tra le Sibille, le regine,
perché lì è casa
leggero il capo, leggiadre le mani.
Ma l’Ombra gemma da quella vita
nelle altrui vite
il leggero si aggioga al pesante
come l’aria ai nodi della terra:
la pena di popoli dimenticati
non posso alienare dalle palpebre
né tentare l’anima, l’intimorita,
con l’intemerato crollo di lontane stelle.
Molti destini sono intrecciati al mio
l’Essere gioca a confonderli
ma la mia parte supera questa vita
l’ilare lira, la dinoccolata fiamma.
Il cielo impone nubi, per convalidare il suo rito in una litania di scure vesti,
di volti tirati. Pioverà. I calanchi intoneranno il loro lugubre canto. Da
lontano, le raganelle già si misurano con Beethoven. Qualcosa si muove – bene,
in fondo, è l’arte di adescare.
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Dal Vangelo di Filippo
Luce e tenebra
Luce e oscurità, vita e morte, destra e sinistra
sono pargoli, inseparabili, sempre insieme.
I buoni non sono buoni, il malvagio malvagio
non è, vivere non è vivere, morte non è morte.
Ogni elemento sfuma nell’origine.
Chi vive al di là del mondo non svanisce.
È eterno.
*
Nomi
I nomi delle cose terrene: illusioni.
Rivolta dal reale all’irreale.
Se ausculti la parola “dio”: perdi il reale
predi l’irreale.
Padre, figlio, spirito santo, vita, luce, resurrezione, chiesa.
Parole non reali. Irreali
ma riferite al reale vengono udite dal mondo.
Ingannano. Se fossero i nomi del Regno
nessuno sulla terra li udirebbe.
Qui nessuno li assegna.
Il loro fine è insediarsi nell’eterno regno.
*
L’occulto
Gesù è nome occulto, Cristo manifesto.
Gesù non è parola qualsiasi, ma il nome con cui è chiamato.
In siriaco Cristo è Messia, in greco è Cristo.
Ogni lingua a suo modo lo chiama.
Nazareno è il nome rivelato di ciò che giace nel segreto.
*
Cristo
Cristo, in sé, è tutto, è tutto l’uomo
l’angelo, il mistero e il padre.
*
La perla
Se la perla è gettata nel fango, non perde valore
se la strofini con olio puro, non acquista valore.
Per sempre è preziosa agli occhi di chi la possiede.
Ovunque sono, i figli di Dio
sono preziosi agli occhi del padre.
*
Dio, il cannibale
Dio è un cannibale, Dio mangiatore di uomini. Per questo, la gente a lui si
sacrifica.
Prima che gli uomini dessero la vita per Dio
si sacrificavano le bestie, perché
chi li divorava non erano dèi.
*
Vetro e terra
I vasi di vetro e quelli di terracotta provengono munti dal fuoco.
Quando un vaso di vetro si rompe, lo rifanno:
il respiro lo ha creato.
Quando un vaso di terracotta si rompe, lo si butta:
non è il frutto di un respiro.
*
Uomini e bestie
La superiorità degli uomini è invisibile
agli occhi: risiede nel nascosto.
Per questo, dominano sulle bestie
che sono più forti e più grandi in forme
visibili e nascoste. Così, sopravvivono.
Quando l’umano si ritira, le bestie si uccidono
e si divorano tra loro: non hanno cibo.
Ma ora hanno cibo, perché l’uomo ara la terra.
*
Il mistero delle acque
Se ti inabissi nelle acque e risali
senza essere risanato e dici: “Sono cristiano”
prendi in prestito un nome.
Ma se ricevi lo Spirito Santo
hai in dono il nome. Un regalo
non si deve pagare.
Il prestito, invece, deve essere
saldato con gli interessi. Questo
significa: varcare un mistero.
*
La foggia del fuoco
Anima e spirito sorgono dall’acqua e dal fuoco.
Dall’acqua, dal fuoco, dalla luce viene l’attendente
nella camera nuziale.
Fuoco è crisma. Luce è fuoco. Non mi riferisco
alla fiamma informe, ma a un altro fuoco
bianco, luminoso, bello
che conferisce bellezza.
*
Resurrezione
Il Signore risorge dai morti.
È ciò che è
ma ora il suo corpo è perfetto.
Incarnato
ora è nella vera carne.
Questa nostra carne non è vera.
Questa nostra carne è soltanto la parvenza del vero.
L'articolo Saturi di stelle. Gita tra i calanchi con l’innominabile Beckett e il
Vangelo di Filippo proviene da Pangea.
La morte di Bruno Pizzul, The Voice, la voce del calcio italiano, mi ha fatto
venire in mente un articolo di Gianni Brera – il più bello, a dire di Indro
Montanelli. S’intitola Peppìn Meazza era il fòlber, racconta la morte di
Giuseppe Meazza, una specie di Achille del calcio dei primordi, uscì su “il
Giornale” il 24 agosto del 1979. Pizzul avrebbe iniziato a narrare le gesta
della Nazionale l’anno dopo.
Nell’articolo, Brera rovescia i canoni del ‘coccodrillo’: racconta Meazza,
antico eroe condannato alla trita vecchiaia, a partire dal disastro del corpo,
dal collasso medico. La morte del mito rispecchia, con incredibile crudeltà, la
morte di tutti noi: “vederlo sfiorire a quel modo era come dover riflettere sui
nostri anni perduti, sulla fine più o meno vicina di tutti”. La considerazione
finale, in calce al leggendario pezzo, pare quasi ovvia:
> “mi dico oggi che gli eroi quelli veri, andrebbero per tempo rapiti in cielo,
> così come usava una volta, che non debbano restare fra noi a morire accorati e
> offesi della loro ingiustissima sorte”.
Triste fine di un campione, marchiato da sorte solerte, condannato a rivivere la
propria giovinezza per ciò che gli resta ingloriosamente da vivere.
*
Null’altro tiene insieme la filigrana di questo articolo se non che nel giorno
in cui muore Pizzul esce in tivù la serie dedicata al Gattopardo. Il collante
del tutto, semmai, è felino. Brera scrive che Meazza apparteneva alla “specie
sorniona” dei gatti; qualcosa di ‘gattesco’ aveva pure Pizzul: i telecronisti di
oggi, genericamente, abbaiano. Il resto è l’eccesso di z che lega Pizzul a
Meazza e una serie televisiva che non ringhia né dà in unghiate.
*
Della serie, naturalmente, poco m’importa. Piuttosto, è l’anniversario a
sorprendermi. I settant’anni della Feltrinelli Editore, di cui Il Gattopardo,
edito nel 1958, è una delle più sgargianti gemme. Sulla “Storia di un editore
irregolare… che seppe sfidare il conformismo di sinistra”, ha scritto un
articolo più che efficace Pierluigi Battista, Feltrinelli 70: è uscito sul
“Foglio” qualche giorno fa. Dal 1970, come si sa, Giangiacomo Feltrinelli si dà
alla macchia, rischiando tutto ciò che ha – ricchezze, sicurezze, prestigio –
per l’idea, l’avventatezza, la rivoluzione. Sulla latitanza e sull’attività
politica di Feltrinelli ha scritto un bel libro il figlio, Carlo,
s’intitola Senior Service. Da tempo dialogo con Enzo Fontana, arruolato,
diciottenne, nei Gruppi d’Azione Partigiana ideati da Feltrinelli. Arrestato nel
1977, vent’anni di carcere a Milano, una nuova vita da romanziere; parla con
reticenza, recinto dal pudore, dei suoi anni con Feltrinelli. Ma non è questo il
punto.
In qualche modo, pur nelle vesti di rivoluzionario e di fuggiasco, Feltrinelli
era braccato dai suoi libri. Il 31 maggio del 1970, sul “Sunday Times”, scrive
un lungo articolo in cui racconta l’intricatissima vicenda della pubblicazione
del Dottor Zivago – e la sua, in una sorta di austero gemellaggio. L’articolo –
riprodotto in Senior Service – termina con parole che sanno di profezia,
imparagonabili a un oggi di teste vuote e pance piene:
> “Ma io mi trovo dove nessuno potrà trovarmi. Si pensa che io mi trovi in una
> vecchia fattoria, riadattata e ammobiliata in fretta la scorsa estate, in una
> valle dell’Austria sudorientale. Ma io non sono lì e nessuno sa dove mi
> trovo”.
A dirla tutta, pare che Feltrinelli sia in un nessundove dell’anima, riferisca
di una topografia dello spirito – è nella sua notte oscura.
*
Ma non è questo il punto. M’importa, a questo punto, andare dietro all’articolo
di Battista. M’interessa comprendere la grana di un editore. Lo faccio
attraverso due libri – naturalmente mai più pubblicati, ormai nell’acquasantiera
dei libri estromessi dal catalogo. Il primo è “Il più bel libro di Enrico
Emanuelli, di gran lunga il più bello, e molto bello in assoluto” (così Guido
Piovene, in quarta): s’intitola Curriculum mortis, viene pubblicato nella
collana “I Narratori di Feltrinelli” nel febbraio del 1968. Enrico Emanuelli,
novarese, poderoso inviato della “Stampa”, autore di romanzi sagaci, ogni tanto
ripescati dall’oblio – ma non questo, troppo torbido, questo, troppo audace e in
controluce –, era morto l’anno prima. Uscì nella stessa collana in cui sono
stati pubblicati Boris Pasternak e Malcolm Lowry, Saul Bellow e Karen Blixen,
Giovanni Testori e Alberto Arbasino.
È bello vedere, a distanza di anni, la lista degli autori impilati nelle più
note collane degli editori italiani: si misura la futilità della fama, ma ancor
più il criterio dell’incuria. A rari autori intramontabili – chessò: Henry
Miller, Yukio Mishima, Günter Grass, Mario Vargas Llosa – fanno da contralto
diversi altri, perduti – James Baldwin, ad esempio, ora edito da Fandango,
oppure Giorgio Manganelli, ora nel paddock Adelphi, come Goffredo Parise –
quando non dimenticati – tra i moltissimi: l’ungherese Tibor Déry, un tempo
stampato con le fanfare; il russo Boris Pilnjak, azzerato dalla furia
stalinista; lo svizzero francese Robert Pinget, antico alfiere del ‘Nouveau
Roman’, allora di moda.
*
Curriculum mortis è un libro a dittico: le prime trenta pagine sono una specie
di enigmatico poemetto in prosa, l’epos di un vagabondo. Le successive
centoventi sono delle “Note di vario genere” al poemetto. La struttura
ricorda Fuoco pallido, il più folle dei romanzi di Nabokov, uscito in lingua
inglese, da Putnam, nel 1962. Stando alla pagina introduttiva, però, Emanuelli
avrebbe cominciato a scrivere Curriculum mortis “nel 1958, a New York, sulla
carta da lettere dell’hotel Lexington”: elaborò nascostamente quel libro – “fu
un libro molto privato, rimasto ignoto a tutti” – per anni. Al principio,
avrebbe dovuto intitolarsi Ad un mescolatore di Martini dry. È un libro
notturno, questo, una notta oscura – ancora. Soprattutto, è un libro che non ha
eguali nel panorama del romanzo italiano, stretto tra evanescenze ottocentesche
e vieti sperimentalismi. Pur nella struttura anarcoide, ciò che preme
all’autore, ciò che urge, è la pura vita, una violenta vitalità.
*
Le Note sono la parte più bella di questo romanzo impossibile: Emanuelli ci
trascina da Buenos Aires – “nello studio di Perón” – a Rio de Janeiro, dalla
“chiesa di Hedar Sion, la più bella e famosa di tutta l’Etiopia” al fiume Lemen,
in Finlandia, valicato insieme a un cercatore d’oro di nome Erkki Kokko, “che
poi chiamammo Cinque Kappa perché tante ce ne sono nel suo nome”. C’è l’India,
certo, c’è Suez e c’è anche “il cuore di Dalí”, messo in mostra a Milano nel
1954, “alto circa quattro centimetri, racchiuso in una specie di nicchia d’oro…
il tutto risultava irritante, sgradevole e persino schifoso”. Il libro è pieno
di bagliori:
> “Gli intermediari fra il giorno e la notte, coloro che concludono il tempo
> della luce e conducono i loro concittadini verso il tempo delle tenebre,
> spadroneggiano con antichi espedienti. Chi sono?”
*
Esattamente quattro anni prima, nel febbraio del 1964, Feltrinelli pubblica
l’unico romanzo di Allen Tate, I nostri padri. Il libro è tradotto da Marcella
Bonsanti, adornato da fascetta blu: “Il mito di una preziosa e arcaica civiltà
del Sud, nel capolavoro di Allen Tate, un classico della letteratura americana”.
Il romanzo – 344 pagine per 2.500 lire di allora – reca un segnalibro, che è poi
un repertorio critico; secondo Janet Adam-Smith I nostri padri “è un capolavoro
di bellezza formale… una delle opere di maggior rilievo del nostro tempo”.
Uscito in origine nel 1938, il romanzo tratteggia l’epopea ‘sudista’ con maggior
potenza dei pur più potenti libri di Faulkner. Ne sentii dire, la prima volta,
molti anni fa, con armamento di aggettivi barocchi, da Marco Respinti,
giornalista, fanatico di Tolkien, esperto del pensiero conservatore americano,
in specie di Russell Kirk. Voglio dire: Allen Tate, poeta di genio – vinse un
Bollingen, fu laureate nel biennio 1943-44 –, saggista sagace, non era certo
uno di sinistra, qualunque cosa voglia dire tale etichetta. Figura di spicco –
insieme a Robert Penn Warren e a John Crowe Ransom – dei “Fugitives” e dei
“Southern Agrarians”, fu, per un pezzo di vita, fautore del ritorno al ‘vecchio
Sud’: criticava il progresso fine a se stesso, la spregiudicata
industrializzazione, la fine delle tradizioni.
Prima che se ne accorgesse Feltrinelli, Allen Tate era conosciuto in Italia
soltanto per i suoi Saggi, editi nel 1957 dalle Edizioni di storia e
letteratura. Nel 1970, per Mondadori, Alfredo Rizzardi tradurrà Ode ai caduti
confederati e altre poesie. Tutti libri non conformi, altri rispetto alla
vulgata americanoide presa per buona, presto cinti dall’oblio.
*
I nostri padri racconta la caduta di un casato della Virginia, una famiglia
dell’aristocrazia del Sud che fa capo al maggiore Buchan, uomo-totem che “vive
secondo i canoni dell’onore, ignaro d’ogni manifestazione di volgarità o
bassezza, in un tenor di vita che scorre liscio e comodo, perché ispirato
all’osservanza di un cerimoniale” (così l’esplicativo segnalibro). Sembra un po’
la cornice del Gattopardo. La prima pagina del libro ha del miracolo, costruita
con aristocratico passo:
> “Oggi soltanto mentre andavo al fiume lungo Fayette Street mi è giunto un
> odore di pesce secco su una folata di vento, e ho ricordato il giorno in cui
> stavo sotto il grande corniolo a Colle Ameno. Nella fine d’aprile i suoi fiori
> si lanciavano nell’aria come spuma. Era morta mia madre. La sera avanti il
> parentado era arrivato a frotte; e dopo la prima colazione usciva sul piazzale
> il ragazzo quindicenne ch’ero allora. Sotto il corniolo mi restava in bocca il
> sapore salato delle aringhe di latte che mia zia Myra Parrish aveva offerto
> ripetutamente ai parenti e agli amici di Washington e di Alexandria. C’era il
> vecchio zio Armistead, fratello di mio padre e più anziano di lui di
> vent’anni, nato alla fine della Rivoluzione, e ancor più vecchio delle sue
> ottanta primavere; che sordo e mezzo cieco rispondeva unicamente “eeh?” quando
> gli si parlava, e non poneva mai una domanda. Ora quell’eeh mi echeggia nella
> mente ridestato dall’odore d’aringa e rivedo la bara nera di mia madre che
> posa nelle quiete del salotto anteriore, una stanza bianca, assai lunga. Mi
> chiamo Lacy Gore Buchan e sono il terzo maschio e l’ultimo di quattro
> fratello. Mio padre il fu maggiore Lewis Buchan, era nato nella Contea di
> Spotsylvania in Virginia…”
Una stanza bianca, odore penetrante di aringhe, la bara nera, la morte della
madre e i fiori del corniolo; il ragazzo quindicenne, l’abbaiare di un sordo,
una sfilza di nomi, un lignaggio. Così si crea la vita in un romanzo. Che libro
magnifico: essenziale per sognare e prendere a morsi le stelle, è vero, ma anche
per capire il cuore profondo degli Stati Uniti e finanche gli attuali suoi
governanti, dacché tutto si svolge secondo le norme di un immaginario, di una
mitografia, se non di un rito. Naturalmente, da allora, nessuno si premura di
ripubblicarlo.
*In copertina: fotogramma da “La morte corre sul fiume”, il film di Charles
Laughton del 1955
L'articolo “Dove nessuno potrà trovarmi”. Bruno Pizzul, Feltrinelli e “Il
Gattopardo” dei “sudisti” proviene da Pangea.