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Il blu, il puzzle e l’autismo: chi sceglie i simboli che lo rappresentano? Intervista a Sofia Gottardi
Aprile è il mese dedicato alla consapevolezza sull’autismo, una condizione spesso raccontata da chi non la vive in prima persona, con simboli e parole che non sempre rispecchiano la realtà di chi è autistico. Eppure, ascoltare le voci di chi l’autismo lo vive ogni giorno sarebbe il punto di partenza per qualsiasi tipo di narrazione. Oggi vogliamo esplorare alcuni simboli legati all’autismo Cominciamo da una domanda semplice, ma fondamentale: perché il blu è associato all’autismo? Il blu è uno dei colori più amati al mondo, da sempre legato a sensazioni di fiducia, calma e sicurezza. Ed è proprio per questo che è stato scelto dalle Nazioni Unite, nel 2007, come colore simbolico della Giornata Mondiale per la Consapevolezza sull’Autismo, che si celebra ogni anno il 2 aprile. Il blu è da sempre associato a emozioni come la serenità, la sicurezza e la razionalità. Secondo alcuni studi sulla percezione dei colori, è uno dei colori più amati al mondo. Non è un caso, allora, che sia stato scelto per rappresentare una condizione come l’autismo, che coinvolge la sfera della comunicazione, delle relazioni e dell’elaborazione sensoriale. > Il blu evoca anche profondità, proprio come l’autismo, che non è una realtà > lineare o semplice da definire Ogni persona autistica è diversa, e il blu – che può essere chiaro, scuro, brillante o profondo – diventa simbolo di questa variabilità infinita. IL BLU, UN COLORE “SCOPERTO” TARDI, MA ENTRATO NELLA NOSTRA VITA IN MODO POTENTE Non tutti sanno che il blu è uno degli ultimi colori ad essere stati riconosciuti dalle civiltà antiche. Nell’Iliade e nell’Odissea, ad esempio, non viene mai nominato. Il mare, per Omero, è “scuro come il vino”. Anche nella Bibbia il blu è assente. Le prime popolazioni a valorizzarlo furono gli Egizi, con l’uso dei lapislazzuli nelle maschere funerarie e nei gioielli. Solo secoli dopo si iniziarono a creare pigmenti come il blu oltremare, il blu di Prussia o quello sintetico. Oggi il blu domina il mondo digitale: dai social network ai loghi di grandi aziende, è un colore che ci circonda e ci comunica qualcosa di affidabile, aperto, connesso. GLI ALTRI SIMBOLI DELL’AUTISMO Se il blu è stato accolto come colore ufficiale per promuovere la consapevolezza sull’autismo, più controversa è la questione del simbolo del puzzle, spesso utilizzato per rappresentare l’autismo. È un simbolo nato negli anni ’60, creato molto probabilmente da persone non autistiche, con l’idea che l’autismo fosse “un mistero da risolvere”, qualcosa di incompleto. Oggi molte persone autistiche prendono le distanze da quel simbolo: lo trovano riduttivo, stigmatizzante, e persino alcune volte offensivo. Come ci ha raccontato una persona autistica che intervisteremo tra poco, ovvero la comedy e attivista Sofia Gottardi: > Quando aiutavo un bambino autistico con i compiti, era lui a completare i > puzzle, non io. E allora, davvero a chi manca un pezzo? Per questo, negli ultimi anni, si sta diffondendo un altro simbolo: il segno dell’infinito colorato, che rappresenta la neurodiversità in tutte le sue forme. È un’immagine che non cerca di semplificare l’autismo, ma anzi lo celebra nella sua complessità e ricchezza. LEGGI ANCHE – Autismo: nasce a Milano un nuovo centro specializzato DARE VOCE A CHI L’AUTISMO LO VIVE DAVVERO Aprile è l’occasione per riflettere non solo su cosa significa essere autistici, ma anche su come ne parliamo. Chi decide i simboli? Chi racconta? E soprattutto: chi viene ascoltato? Se vogliamo costruire una società più accogliente e consapevole, dobbiamo coinvolgere direttamente le persone autistiche. Non bastano i colori, non bastano i gesti simbolici: serve ascolto, spazio, rappresentanza. Perché come dice Sofia Gottardi: > Non si può parlare di autismo senza noi. Sarebbe come organizzare un convegno > sull’aborto solo con uomini sul palco Dunque parliamone direttamente con lei, Sofia Gottardi, comica vicentina classe 1996, anche lei autistica, che grazie alla sua comicità originale e senza filtri abbatte anche pregiudizi e discriminazioni. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Sofia Gottardi | Stand-Up Comedy > (@_sofia_gottardi_comedy) INTERVISTA A SOFIA GOTTARDI Il tuo lavoro come comica è stato in qualche modo influenzato dall’autismo? E a proposito di umorismo: si può fare ironia (sana e consapevole) sull’autismo? Il mio stand-up comedy show attuale, Autistica Sprint, parla di vari argomenti, tra cui dell’autismo. Questo perché, quando ho ricevuto la diagnosi due anni fa, mi si è davvero aperto un mondo, e mi sono divertita a studiare il tema attraverso tutte le fonti che trovavo. Da una parte so che, nel mio lavoro, sensibilizzare sullo spettro dell’autismo può aiutare sia me che altre persone autistiche a essere meno discriminate. Dall’altra, ne parlo perché lo trovo un tema sinceramente interessante. Studiandolo, mi sono interrogata non solo su me stessa, ma anche sul concetto di identità, di relazione sociale e interpersonale, di normalità… mi fermo, altrimenti non la smetto più! Non mi definisco un’attivista: semplicemente sono una comica che vuole parlare di ciò che vive, che le piace o la colpisce, sperando – nel farlo – di far sentire meno sole diverse persone. Ma, come si vede dal mio One Disagiata Show su YouTube e dai miei video su Instagram, parlo anche di tanti altri argomenti. C’è chi dà per scontato che un* comic* parte di una minoranza faccia comicità di un tipo specifico, e questo mi fa molto ridere. Hannah Gadsby e Jim Jefferies, ad esempio, sono entrambi autistici: la prima è amatissima dalle attiviste femministe, il secondo assolutamente odiato. La prima ha parlato ampiamente della sua diagnosi, il secondo solo brevemente. E ho conosciuto comici neurodivergenti che non ne hanno mai parlato. Ognuno fa la sua scelta. Personalmente, preferirei che si parlasse di autismo nella comicità senza disinformare, perché davvero moltissime persone non sanno niente dell’autismo – neanche le basi. Informarsi su un argomento prima di scherzarci sopra non lo vedo come una limitazione alla comicità. Al contrario: più cose sai, più spunti hai per nuove battute – magari che nessuno ha mai pensato prima, proprio perché nessuno aveva approfondito certi particolari. C’è chi preferisce che si scherzi sull’autismo con un’ottica di sensibilizzazione, chi invece predilige un’ottica di black humor, più provocatoria. Io preferisco far capire le mie idee mescolando diversi stili. Come ho spiegato nel mio TEDx: meglio il Black Humor o la sensibilizzazione? Non devi scegliere, il black humor può essere usato come una valvola di sfogo per i propri disagi. Quindi non è obbligatoriamente slegato da una funzione informativa. Ovviamente non tutti apprezzano la comicità improntata sulla sensibilizzazione o sul black humor, ma ci sta: son gusti. Perché secondo te è importante superare simboli come il puzzle e adottare quello dell’infinito? Il simbolo del puzzle è un simbolo antiquato, inventato da persone non autistiche per descrivere le persone autistiche, in un’epoca in cui c’era ancora più discriminazione sul tema. Il puzzle rappresenta le persone autistiche come individui a cui “manca qualcosa”, come “enigmi da risolvere”. Il simbolo dell’infinito, invece – oltre a essere stato scelto da persone autistiche – rappresenta l’infinità di diversità tra le persone nello spettro. Ne ho parlato anche in un video sul mio profilo Instagram, ma francamente il punto non è solo il simbolo in sé: è un esempio per affrontare un tema molto più ampio, ovvero l’importanza che siano i membri di una comunità a decidere quali sono i simboli che li rappresentano. Non gli altri. Non pretendo di esprimere il pensiero del 100% delle persone autistiche: mi sono limitata a condividere una visione attualmente molto diffusa nella comunità, e che voglio valorizzare. Quando vedo il simbolo del puzzle, non penso che sia stato scelto con cattiveria o con l’intento di discriminare. Penso semplicemente che non ci sia stato un aggiornamento sul tema. E considerando che la sensibilizzazione su certi argomenti va di pari passo con le scoperte scientifiche e psicologiche, aggiornarsi è fondamentale, soprattutto se si lavora nell’ambito della psicologia, della medicina, della didattica, o anche solo se si desidera organizzare un evento a tema. Pur essendoci ancora molte cose da scoprire sulle neurodivergenze, abbiamo già fatto passi importanti. Pensiamo che, prima degli anni Novanta, si credeva che donne autistiche come me – cioè senza deficit mentali e considerate “praticamente autosufficienti” dalla società (il termine specifico è “autistica con livello di supporto 1”) – non esistessero. È grazie agli studi di Svenny Kopp se, ad esempio, Greta Thunberg ha ricevuto una diagnosi di autismo. Non credo di avere la verità in tasca, né voglio atteggiarmi a quella che sa tutto. Penso che la sensibilizzazione sia un percorso, non uno stato fisso. Mi è capitato, in passato, di fare errori parlando di altre minoranze – compresa la mia – e spero che non succeda più. L’importante è mantenere la mente aperta e ascoltare come le persone vorrebbero essere trattate, per non farle sentire oppresse. Detto questo, mi ha fatto molto riflettere il fatto che diverse persone neurotipiche (cioè non autistiche), dopo aver visto il mio video, si siano sentite così offese da commentare che sono “stupida” o “saccente”, quando avevo solo espresso un consiglio su come venirci incontro. Invidio le persone che si arrabbiano perché qualcuno mette in discussione le loro abitudini di pensiero, anziché indignarsi per la discriminazione che si subisce ogni giorno. Sofia Gottardi Quali messaggi vorresti vedere di più durante il mese di aprile, e quali invece vorresti fossero eliminati? Essendo l’autismo una neurodivergenza e non una patologia, è scorretto (oltre che discriminatorio) dire “affetto da” o “soffre di autismo”, così come tutto ciò che descrive l’autismo come una malattia, un problema o una sfida. È giusto riconoscere che le famiglie di persone autistiche – specialmente se con deficit mentali o non verbali – abbiano bisogno di supporto e informazione. Tuttavia, passare il messaggio che i figli autistici siano una tragedia rende più difficile la loro integrazione nella comunità, e fa credere ai genitori che debbano andare nel panico, che non sia possibile costruire un clima familiare sereno. > L’autismo non è il problema. Il problema è la mancanza di informazione, il > supporto inadeguato da parte di professionisti aggiornati e la scarsa > sensibilizzazione della società Lo stesso discorso vale per le altre neurodivergenze, come l’ADHD (può capitare che le persone autistiche siano anche ADHD: io e alcuni miei amici, ad esempio, lo siamo). Non supporto eventi o persone che non danno voce a persone autistiche come me – verbali e senza deficit cognitivi – perché considerate “non abbastanza autistiche”. Ogni persona autistica è diversa. Possiamo avere deficit mentali o motori, oppure no; ci sono diversi livelli di supporto, ma siamo tutti autistici. Non è una compromissione del linguaggio a determinarlo, e non averne non ci rende “meno nello spettro”. Spesso, quando dicono “non sei autistica”, in realtà intendono “non sembri avere problemi”, perché l’autismo viene ancora associato automaticamente a un problema. Il punto è che non è una difficoltà in sé, ma una difficoltà in relazione a una società che non tiene conto delle necessità delle persone considerate “diverse”. Io ho vissuto bullismo e traumi emotivi perché avevo un modo diverso di percepire e relazionarmi con la realtà e con gli altri, senza nemmeno sapere il perché. Venivo trattata come “sbagliata” e, di conseguenza, mi sentivo un errore. Cercavo di cambiare la mia personalità e di sembrare meno neurodivergente possibile, solo per essere accettata. È giusto che ognuno cerchi di venire incontro agli altri, ma da neurodivergente sei quasi sempre tu a dover fare questo sforzo, senza reciprocità. E questo porta, oltre a isolamento sociale e malessere, anche a un enorme dispendio di energie fisiche e mentali. Dopo aver scoperto di essere autistica, ho compreso meglio come funziono e come posso venire incontro agli altri senza annullarmi, tenendo conto anche delle mie esigenze. Ad esempio: chiedere piccoli accorgimenti come “porta pazienza se non riesco a guardarti negli occhi, sono troppo stanca”. La mia qualità di vita è davvero migliorata. Ma sarei stata sempre peggio se fossi rimasta nella mentalità: “No, non sono autistica perché non ho deficit mentali”. Inoltre, non sopporto l’infantilizzazione delle persone nello spettro – anche con deficit cognitivi – quando vengono definite “angeli”, “speciali”, “innocenti”, “bravissimi a prescindere” solo in quanto autistici. Non si è nello spettro solo da bambini: lo si è sempre. E un neurodivergente con deficit, da adulto, resta un adulto. Come ho già scritto, ogni persona è diversa: ci sono autistici di buon cuore, stronzi, non interessati al sesso, molto molto interessati al sesso, gay, trans, juventini… di tutto! In sintesi, si può fare informazione sulla nostra complessità senza definirci a priori buoni, cattivi, geniali o stupidi. Come ti vedi nel futuro? E cosa speri cambi – per te, per gli altri, per tuttə? Nel futuro spero di essere ricca, in grado di volare, camminare sui muri, mangiare Nutella tutti i giorni senza conseguenze fisiche e avere un drago domestico. Spero anche che nessuno venga oppresso o trattato peggio degli altri solo perché è diverso – ma mi rendo conto che questa è un po’ più difficile da realizzare. The post Il blu, il puzzle e l’autismo: chi sceglie i simboli che lo rappresentano? Intervista a Sofia Gottardi appeared first on The Wom.
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inclusività
Adolescence: chi sono gli Incel (e perché potresti averli conosciuti anche tu)
La serie tv Adolescence ha sollevato il problema degli Incel, i celibi involontari che odiano le donne. Da una piccola nicchia online, questa comunità è diventata sempre più popolare e il suo messaggio ha ormai raggiunto chiunque L’enorme successo della serie Netflix Adolescence ha finalmente portato all’attenzione di tutto il mondo un tema di cui si parla da tempo fra chi si occupa di questioni di genere: quello degli Incel, i ragazzi di oggi consumano, senza alcun tipo di filtro ed educazione, un’enorme quantità di contenuti online sessisti e misogini. Non si tratta semplicemente di rappresentazioni stereotipate come quelle che si trovano su altri media, ma di contenuti propagandistici che possono essere considerati una vera e propria forma di radicalizzazione. Il fenomeno è così diffuso nel Regno Unito – Paese in cui la serie è ambientata – che lo scorso anno la polizia ha reso noto di aver cominciato a trattare quella che viene chiamata “misoginia estrema online” come una forma di terrorismo. La serie, dove un ragazzo di 13 anni è accusato dell’omicidio di una coetanea dopo aver frequentato gli ambienti Incel, parla proprio di questo. CHI SONO GLI INCEL Sebbene esistano sin dagli anni Novanta, gli Incel sono balzati all’onore delle cronache alla metà dello scorso decennio, dopo che il 23 maggio 2014 il ventiduenne Elliot Rodger uccise sette persone nel massacro di Isla Vista, in California. Rodger era un frequentatore di forum Incel, sigla che sta per “involuntary celibates” (celibi involontari), comunità online di uomini che sostengono di non poter avere alcuna relazione con le donne a causa del proprio aspetto. Gli Incel fanno parte di una più ampia sottocultura, che gli studiosi hanno chiamato “maschiosfera” (manosphere) e che può essere definita una rete di comunità frequentate principalmente da uomini che discutono le relazioni di genere e i significati della mascolinità. Oltre agli Incel, fanno parte di questa rete molte altre realtà, come gli MRAs (Men’s Rights Activists) gli attivisti per i diritti maschili, i Men Going Their Own Way, che rifiutano il contatto con il genere femminile e i Pick Up Artists (artisti del rimorchio), che si concentrano su presunte “tecniche di seduzione”. Nonostante le idee anche molto divergenti, quello che accomuna le diverse comunità è l’idea che quello maschile sia il vero genere discriminato nella società, mentre le donne hanno numerosi vantaggi da ogni punto di vista: non solo godrebbero di maggiori diritti, ma la loro vita è più semplice perché non avranno mai problemi a trovare un partner sessuale. La maschiosfera, infatti, si contraddistingue per una enorme produzione “teorica”, che si basa sulla teoria LMS: le donne sarebbero interessate solo all’aspetto (“Look”), ai soldi (“Money”) e allo status sociale (“Status”) e un uomo che non possiede queste caratteristiche è destinato all’infelicità e alla solitudine. LEGGI ANCHE – Chi sono i broligarchi, i giganti del tech che ammiccano alla maschilità tossica DALLA MASCHIOSFERA AL MAINSTREAM Inizialmente la maschiosfera era un fenomeno marginale di Internet, che si nutriva di comunità chiuse che si ritrovavano in spazi difficili da raggiungere per l’utente medio, come i forum e le imageboard come 4Chan e 8Chan, protetti spesso dall’anonimato. Il mondo esterno ne è venuto a conoscenza solo in seguito a casi di cronaca come sparatorie di massa o attacchi come quello di Isla Vista o quello di Montreal del 2018, che provocò la morte di 8 persone. Gli esperti hanno cominciato a parlare di “terrorismo misogino”, contando più di 35 azioni terroristiche pianificate o compiute negli ultimi dieci anni, anche in Italia, dove il suprematista Andrea Savona stava progettando una strage – fortunatamente mai portata a termine – durante una manifestazione femminista. Quello che è cambiato profondamente negli ultimi due o tre anni, e che racconta anche la serie Adolescence, è che queste forme estremiste sono pian piano scivolate nel mainstream, confondendosi in mezzo a milioni di altri contenuti e adottando il loro linguaggio: non più mille sigle complicate e lunghi paragrafi di pseudo-teorie, ma video brevi e diretti, scioccanti, estratti da podcast pensati per attirare subito l’attenzione nello scrolling infinito. Non è più necessario loggarsi in qualche forum oscuro, ma tutto è a immediata disposizione del fruitore passivo, tra un video di una partita di calcio e un influencer del fitness. E sono proprio gli influencer a essersi fatti i primi promotori di questa propaganda, come Andrew Tate, arrestato con il fratello per stupro e tratta di esseri umani in Romania e fatto rientrare negli Stati Uniti con l’intercessione di Trump in persona. Tate, il cui numero di follower su X è cresciuto a dismisura dopo le accuse gravissime per cui è stato imputato, è una figura molto amata fra i giovani inglesi che, secondo un recente sondaggio, hanno più probabilità di aver consumato suoi contenuti online di quanta ne hanno di sapere il nome del primo ministro. Il 45% dei ragazzi britannici tra i 16 e i 24 anni lo considera un modello. Non è un caso, quindi, se gli sceneggiatori di Adolescence hanno deciso di citare proprio il suo nome. Adolescence ha avuto un successo straordinario perché ha mostrato, in modo traumatico, quanto poco controllo gli adulti abbiano su ciò che gli adolescenti consumano online. Ma la svolta mascolinista della nostra società è sotto gli occhi di tutti, non solo dei ragazzini di TikTok: i broligarchi che hanno in mano le sorti del pianeta, come il ceo di Meta Mark Zuckerberg ed Elon Musk, ammiccano in maniera esplicita alla cultura della maschiosfera. Trump ha vinto le elezioni soprattutto grazie al voto dei giovani uomini bianchi, di cui si è conquistato il sostegno non solo con una piattaforma politica che esalta il riscatto del “maschio”, ma anche comparendo come ospite dei podcast e dei video di YouTube degli influencer seguitissimi da quella fascia d’età. Non solo gli Incel non hanno smesso di essere terroristi (nel 2024 è stata sventata una strage a Bordeux, in Francia), ma la loro ideologia infestante, per quanto annacquata e semplificata, ha attecchito ovunque. E per questo è diventata ancora più pericolosa. The post Adolescence: chi sono gli Incel (e perché potresti averli conosciuti anche tu) appeared first on The Wom.
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Perché abbiamo così paura di provare a capire gli adolescenti?
Periodo di cambiamento e conflitto, fase complessa della vita, fine dell’infanzia, complicato ingresso nell’età adulta. Questi sono solo alcuni dei modi in cui viene descritto quel terribile momento della vita che si chiama adolescenza segnato da sfide psicologiche, sociali e culturali che in buona parte definiscono il modo in cui verrà affrontato l’inizio della fase adulta. Ogni persona ricorda la propria adolescenza – chi con nostalgia, chi come vero e proprio trauma – e siamo spesso alla ricerca di contenuti che siano in grado di farci rivivere quel momento della nostra vita restituendogli la complessità e tridimensionalità che merita. Ma come viene rappresentata questa fase nelle serie TV e nei film contemporanei?  Una doverosa precisazione: le ultime generazioni, la Z e l’Alfa, stanno vivendo un’adolescenza profondamente diversa da quella dei loro predecessori, in un periodo storico che è inevitabilmente influenzato dalla tecnologia, dalla globalizzazione, da un panorama mediatico sempre più vasto e, nel bene o nel male, stimolante. È esattamente quello che provano a raccontare serie come Adolescence, ultima uscita Netflix e ormai fenomeno globale, nonché voce di riferimento per raccontare la molteplicità delle esperienze adolescenziali e le difficoltà che comporta affrontarle. > Ma pur riuscendo a fare luce su molte sfaccettature della giovinezza, non > sempre queste narrazioni riescono a tradursi in un cambiamento reale nella > percezione degli adulti verso i giovani L’ADOLESCENZA DI OGGI? POCO SUPERFICIALE Se provare a dipingere un quadro crudo e realistico di una generazione che naviga l’incertezza del mondo moderno è fondamentale per sentirsi rappresentati, l’esplicitazione del disorientamento e del disagio adolescenziale risultano spesso respingenti per le persone adulte, che troppo spesso rinunciano a mettersi in dubbio, al suon del più classico “Ai miei tempi tutti questi problemi non ce li facevamo”. Invece, i temi trattati attraverso lo schermo raccontano di giovani generazioni che si pongono finalmente delle domande, che non hanno paura di affrontare argomenti difficili come la salute mentale, l’identità di genere e l’orientamento sessuale, il rapporto con il proprio corpo. Insomma, le ultime uscite nei cinema e sulle piattaforme di streaming ci dicono che sono tutto meno che “giovani superficiali”.  Proprio in virtù di questo, uno degli aspetti su cui Adolescence vuole attenzionare il pubblico, attraverso la trama e le scelte di regia, è una sorta di “indifferenza adulta”. In altre parole il rischio che corriamo, continuando ad ignorare passivamente quello che succede agli adolescenti e le sfide che affrontano quotidianamente, è di non riuscire a leggere per tempo i campanelli d’allarme talvolta celati nei loro comportamenti, rendendo necessari gesti estremi per comprendere la sofferenza che si cela dietro un sorriso. Anche per questo, numerosi nuovi prodotti mediali tentano di problematizzare la tendenza ad ignorare le voci delle nuove generazioni in ogni ambito al punto da raccontarle come “capricci di una generazione fragile”. In una società sempre più individualista, dove la cura per l’altro sembra ridursi a un atto di compassione distante, forse abbiamo bisogno di rappresentazioni che, di tanto in tanto, provino a darci una svegliata. IPERCONNESSI, ANCHE CON LA PROPRIA INTERIORITÀ Facciamo un esperimento: chiediamo ad un software di intelligenza artificiale di produrre un’immagine che raffiguri una persona adolescente del 2025. Questo è ciò che otteniamo: un ragazzino che maneggia accessori tecnologici tipici di questa epoca, immagine che contribuisce di fatto a plasmare l’immaginario stereotipato di adolescenti distratti e in balia di cambiamenti su cui non hanno potere. Ma essere parte di una generazione iperconnessa non inficia la capacità di trattare temi complessi come l’identità sessuale, l’emarginazione e l’autoaccettazione (che le generazioni precedenti hanno ignorato in nome di problemi “più importanti”). Anzi, conferisce la grande opportunità di farlo usando nuovi linguaggi, avvalendosi talvolta di una delicatezza che non sacrifica la verità della giovinezza. Gli e le adolescenti di oggi maneggiano nuovi strumenti per decifrare problemi di rilevanza sociale come conflitti e discriminazioni, aprendosi a nuove narrazioni che fino a qualche anno fa non erano contemplate. UNA NUOVA CONSAPEVOLEZZA DEGLI STEREOTIPI DI GENERE Anche i problemi relativi agli stereotipi di genere trovano una nuova analisi tra giovani adolescenti, che non solo allo specchio osservano i loro corpi cambiare, ma devono fare i conti con uno sguardo sociale e mediatico che oggettivizza i corpi – alcuni più di altri – imponendo standard di bellezza impossibili e creando una pressione costante su di loro. È quello che ha provato recentemente a raccontare sui suoi canali social la giovane attrice Millie Bobby Brown a seguito dei continui attacchi dei giornalisti sul suo aspetto e la sua estetica, ed è quello cercano di raccontare sempre più film e serie TV. Le protagoniste adolescenti sono spesso ritratte alle prese con il cambiamento del corpo e la difficoltà di trovare una precisa identità, e questo processo è accompagnato da un’incessante riflessione sull’apparenza. La cura dell’aspetto, il confronto con l’ideale di bellezza proposto dai media e il giudizio altrui diventano il centro delle narrazioni proprio perchè, nella vita reale, i corpi femminili sono osservati e, spesso, ridotti a una mera superficie da scrutinare, che subisce sia lo sguardo maschile sia una critica sociale che decide come è giusto cambiare e come, invece non è ammesso farlo. Ecco, questo le adolescenti lo sanno, se ne sono accorte e ora ce lo fanno notare. > Come persone adulte dovremmo prenderci carico di questo disagio e provare a > produrre una risposta che sia origine di un cambiamento culturale IL RAPPORTO (COMPLESSO) CON LA SOCIETÀ ADULTA Il rischio è che i temi affrontati nelle serie o nei film restino confinati nella dimensione dello spettacolo e dell’intrattenimento, senza riuscire a generare un effetto educativo duraturo. I giovani, infatti, sono sempre più abituati a confrontarsi con contenuti che parlano direttamente a loro, ma la società adulta non sempre è in grado di vedere attraverso gli occhi di un adolescente, pur avendo esperienza diretta di quella complicata fase. La difficoltà di creare una connessione autentica tra le generazioni resta un grande problema: mentre i giovani sono sempre più interconnessi, spesso con una forte consapevolezza delle proprie identità e dei propri diritti, gli adulti sono intrappolati in un sistema che non promuove il dialogo intergenerazionale, ma che anzi rafforza i bias con cui sono cresciuti. I film e le serie TV sembrano essere sempre più il terreno su cui si gioca una battaglia di rappresentazione, ma il loro impatto reale sulla società resta un’incognita. > L’adolescenza non può più essere vista solo come una fase di transizione verso > l’età adulta e di conflitto con i genitori, ma come un periodo che merita > attenzione, ascolto e cura Se è vero che le generazioni Z e Alpha stanno affrontando il loro percorso di crescita con maggiore consapevolezza, è anche vero che la società adulta deve fare un passo indietro e saper ascoltare, con attenzione e apertura, senza pretendere di essere una guida. Solo così daremo valore alla parola “comunità” e potremo sperare di costruire una società che non solo riconosce le difficoltà delle nuove generazioni, ma che è pronta a farne un’opportunità di crescita comune. La vera sfida non sta solo nel riconoscere i problemi, ma nell’avere il coraggio di fare il passo successivo: comprendere veramente e agire di conseguenza.  The post Perché abbiamo così paura di provare a capire gli adolescenti? appeared first on The Wom.
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Slitta al 2027 la riforma della vita indipendente per le persone con disabilità: occasione persa o tempo necessario?
Il Decreto Legislativo n. 62/2024, che si occupa di dare una definizione “della condizione di disabilità, della valutazione di base, di accomodamento ragionevole, della valutazione multidimensionale per l’elaborazione e attuazione del progetto di vita individuale personalizzato e partecipato, capace di introdurre così nuove modalità di valutazione e supporto per le persone con disabilità”, slitta purtroppo al 2027. Il Governo parla di “transizione più solida”, ma alcune associazioni, persone con disabilità e famiglie temono che si tratti dell’ennesimo rinvio sui diritti C’è un prima e un dopo nella narrazione pubblica e istituzionale della disabilità in Italia. Il Decreto Legislativo 62 del 3 maggio 2024, uno dei provvedimenti più significativi della Legge Delega 227/2021, è stato accolto con entusiasmo come un cambio di paradigma. Secondo la ministra per le disabilità Alessandra Locatelli si tratta di un punto di svolta: non più un approccio assistenzialista ma una valorizzazione piena della persona, dei suoi desideri, delle sue scelte. Il decreto introduce infatti un nuovo modello di valutazione multidimensionale, il superamento delle visite di rivedibilità, l’eliminazione di un linguaggio obsoleto e stigmatizzante dai testi normativi, e soprattutto il Progetto di Vita personalizzato e partecipato. > Un’idea forte, ambiziosa: ogni persona con disabilità viene vista come > protagonista della propria vita, con il diritto di definire obiettivi, > supporti, percorsi in modo integrato tra servizi sanitari, sociali, > scolastici, abilitativi LEGGI ANCHE – Cinque cose che forse non sai sulla disabilità (e che potrebbero sorprenderti) RIFORMA SULLA VITA INDIPENDENTE: DAL SOGNO ALLA REALTÀ (PER ORA RIMANDATA) Ma a febbraio 2025, con il Decreto Milleproroghe, è arrivata la notizia che ha cambiato tutto: la riforma slitta al 1° gennaio 2027. Due anni in più di sperimentazione, venti province coinvolte, una fase transitoria più lunga. La ministra Locatelli ha ribadito che “la riforma è un obiettivo del PNRR e questo di per sé è garanzia di tempi certi, insieme alla mia ferma volontà di cambiare un sistema ormai vecchio e rigido, che non funziona più”. La scelta di allungare a 24 mesi la sperimentazione, estendendola ad altre 11 province, viene vista come un modo per garantire una messa a terra più solida ed efficace. > Tuttavia, se da un lato si comprende la necessità di rodare un impianto > complesso e innovativo, dall’altro cresce il timore che questa dilazione > temporale finisca per depotenziare la portata trasformativa della riforma Alcune federazioni, come FISH e FAND vedono nella proroga l’opportunità di evitare storture applicative e diseguaglianze, mentre altre realtà del mondo associativo denunciano il rischio che il rinvio rappresenti una battuta d’arresto, o peggio, un freno alle aspettative generate. Eppure, come ha ricordato Vincenzo Falabella, presidente di FISH, “questa riforma non è un punto di arrivo ma di partenza”. Il Progetto di vita non è una concessione, ma un diritto. E come tale, merita strumenti chiari, risorse adeguate, tempi certi. LEGGI ANCHE – Tecnologie digitali immersive per la disabilità: un nuovo orizzonte di inclusione e autonomia UNA RESPONSABILITÀ CONDIVISA In molte regioni sono attivi comunque percorsi sperimentali: si stanno formando operatori, si parla di linguaggio rispettoso e centralità della persona. Ma ora occorre non perdere la fiducia: nelle istituzioni, nei territori, nelle alleanze tra persone con disabilità, famiglie, operatori, associazioni. La ministra Locatelli ha assicurato che “indietro non si torna”, e che la sperimentazione serve a superare criticità operative, anche grazie alla collaborazione tra ministeri, INPS e Ordini professionali. In alcune province si segnalano difficoltà tecniche e carenza di personale, ma il percorso, se accompagnato bene, promette di portare a un vero cambio culturale. Tutto ciò puo’ rivoluzionare la vita delle persone con disabilità. Ma perché ciò accada, bisogna evitare che i rinvii si trasformino in stalli. Che il tempo in più non diventi un alibi, ma un’opportunità usata bene. Perché ogni giorno perso è un’occasione mancata di autonomia, dignità e scelta. The post Slitta al 2027 la riforma della vita indipendente per le persone con disabilità: occasione persa o tempo necessario? appeared first on The Wom.
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diritti
inclusività
Il divieto del Pride in Ungheria mette a rischio i diritti LGBTQIA+ in Europa
Il parlamento ungherese ha votato un emendamento che vieterà la marcia del Pride. È l’ennesimo attacco alla comunità LGBTQ+ nel Paese, oltre che alla libertà di protesta, che riflette un clima sempre più difficile per i diritti arcobaleno in Europa Con 136 voti a favore e 27 contro, il parlamento ungherese ha approvato una legge che introdurrà in Ungheria il divieto dei Pride, le manifestazioni per l’orgoglio LGBTQ+. Si tratta soltanto dell’ultima iniziativa del governo di Orbán contro la comunità arcobaleno, dopo che nel 2021 approvò una legge contro “la propaganda gay” nei confronti dei minori, simile a quella già in vigore in Russia da oltre dieci anni. Anche in questo caso il divieto della parata è stato giustificato come una forma di protezione verso i bambini, in quanto promuoverebbe l’omosessualità e la transizione di genere. Secondo la legge, possono tenersi soltanto manifestazioni che “rispettino il diritto dei bambini a un corretto sviluppo fisico, mentale e morale”. Proteste a Budapest, 18 marzo GLI ATTACCHI DELL’UNGHERIA CONTRO LA COMUNITÀ LGBTQ+ La stretta sui Pride in Ungheria è stata inserita come emendamento alla legge sul diritto di assemblea e prevede multe contro chi li organizza o li promuove. Inoltre il governo ha annunciato che verranno utilizzati software di riconoscimento facciale per identificare i partecipanti, imponendo uno stretto controllo nei confronti degli attivisti per i diritti civili. Come hanno ricordato gli organizzatori del Pride di Budapest, riecheggiando l’opinione della portavoce della Commissione europea Eva Hrncirova, si tratta di una messa in discussione della libertà di manifestazione che non riguarda soltanto la comunità LGBTQ+, ma il diritto di tutti a manifestare. La Commissione nel frattempo ha bloccato alcuni dei fondi europei destinati all’Ungheria, la cui erogazione prevede il rispetto dei diritti fondamentali dell’Unione. Il Paese era già stato multato nel 2023, proprio a causa della legge sulla propaganda gay che, secondo un rapporto di Amnesty International, ha “creato un nugolo di paura, ha limitato l’accesso all’informazione, soprattutto ai danni dei giovani [e ha] contribuito a rafforzare stereotipi negativi e attitudini discriminatorie”. La legge ha portato anche diversi casi di censura: > nel 2023, una catena di librerie era stata multata e costretta a coprire le > copertine di libri a tematica gay, anche per adulti Da anni il partito di estrema destra Fidesz è impegnato nel combattere contro i diritti LGBTQ+: nel 2012 ha modificato la Costituzione per definire il matrimonio soltanto come un’unione fra un uomo e una donna e nel 2020 ha approvato una legge che impedisce di cambiare il genere sui documenti. Nello stesso anno, l’Ungheria non ha ratificato la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne perché contiene la parola “genere” e, a detta degli esponenti di governo, promuoverebbe l’inesistente “ideologia gender”. Proteste a Budapest I DIRITTI LGBTQ+ IN BILICO NELL’UNIONE EUROPEA Secondo il presidente ungherese Orbán, l’Unione Europea infatti vorrebbe imporre un’agenda omosessualista agli stati membri, in spregio dei “valori tradizionali”. La società ungherese è ancora piuttosto ostile alle persone LGBTQ+, con solo il 36% dei cittadini che ne sostiene i diritti civili e politici. Anche l’ampia maggioranza del voto del 18 marzo e ancor più quella sulla legge contro la propaganda gay, che aveva visto un solo voto contrario, lo dimostra. Secondo il Rainbow Index di ILGA, la rete europea delle associazioni arcobaleno, > l’Ungheria è tra gli ultimi posti della classifica dei Paesi dell’Ue per > protezione dei diritti della comunità LGBTQ+. L’Italia, se possibile, è ancora > peggio, trovandosi al trentacinquesimo posto Per la FRA, l’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali, i diritti delle persone gay, lesbiche e trans e intersex nel nostro continente si trovano a un crocevia: da un lato, vengono approvate nuove leggi e regolamenti che li tutelano e sempre più persone vivono apertamente il proprio orientamento o la propria identità sessuale, ma dall’altro i membri di questa comunità stanno sperimentando picchi di violenza e bullismo. Questo clima ha un impatto negativo soprattutto per le persone transgender, che sono al centro di numerosi attacchi anche da parte della classe politica e dell’opinione pubblica e che negli Stati Uniti – fino a poco tempo fa considerati all’avanguardia su questo fronte – stanno subendo una vera e propria cancellazione. Non solo ogni giorno vengono approvate norme che ne limitano diritti e autodeterminazione, ma per le persone trans sta diventando sempre più difficile viaggiare, curarsi, lavorare e condurre una vita normale. > Il Pride non è una semplice manifestazione di protesta, ma un’occasione per > ribadire che le persone LGBTQ+ esistono, e non c’è legge o governo che possa > cancellarle o eliminarle Vietando il Pride, Orbán pensa di poterle nascondere come le copertine dei libri censurati nelle librerie di Budapest. Il problema è che il libro continua a esserci, anche quando viene nascosto dalla vista: gli organizzatori della marcia hanno annunciato che sono pronti a sfidare la legge. Con l’augurio che tutta la società europea li sostenga.  The post Il divieto del Pride in Ungheria mette a rischio i diritti LGBTQIA+ in Europa appeared first on The Wom.
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Progetto Autostima: se la fiducia in sé stessi inizia dalla consapevolezza digitale
Tra i più giovani, la costruzione dell’autostima passa anche dal digitale. Il confronto con standard estetici irraggiungibili e l’uso indiscriminato dei social media plasmano la percezione di sé, spesso in modo distorto. Proprio per rispondere a questa emergenza educativa, Dove porta avanti dal 2004 Dove Progetto Autostima, oltre ad altre iniziative presentate a Didacta 2025, la principale fiera italiana dedicata all’innovazione nel mondo dell’istruzione, tenutasi a Firenze dal 12 al 15 marzo Trasformare la bellezza in una fonte di fiducia, non di insicurezza: è con questo obiettivo che è stato sviluppato Dove Progetto Autostima, che dal 2004 a oggi ha già coinvolto più di 137 milioni di giovani sparsi in 150 paesi del mondo, con l’obiettivo di raggiungere 250 milioni ragazzi entro il 2030. In Italia, dal 2019, ha supportato circa 1,8 milioni di studenti attraverso strumenti didattici innovativi come i kit Sicuro di Me e i laboratori Incredibile Me, ideati per guidare i ragazzi verso una relazione più sana con la propria immagine. UN EVENTO PER RIFLETTERE: “CRESCERE CON FIDUCIA” Alla fiera Didacta, Dove ha presentato l’evento “Crescere con fiducia: proteggere l’autostima dei più giovani nell’era digitale”: un panel di esperti, tra cui cui la psicoterapeuta Stefania Andreoli, il General Manager Personal Care Unilever Italia Ugo De Giovanni e il coordinatore dei formatori di Social Warning Gregorio Ceccone, ha esplorato le dinamiche che minano l’autostima dei giovani e gli strumenti per contrastarle. L’evento è stato l’occasione per presentare “Connessi con cura”, il nuovo percorso formativo per l’anno scolastico 2024/25 dedicato all’uso consapevole dei social media. A pochi mesi dal lancio, il kit didattico – realizzato in collaborazione con Social Warning Movimento Etico Digitale – ha già raggiunto più di 75 mila studenti in tutta Italia, offrendo ai ragazzi e alle ragazze gli strumenti utili per autotutelarsi e imparare a distinguere ciò che è reale dalle insidie del mondo virtuale. I relatori del panel Un tema più che mai attuale, quello delle insidie legate all’uso scorretto dei social, confermato da una ricerca condotta in Italia e commissionata dalla Presidenza del Consiglio, secondo cui quasi 100 mila studenti tra gli 11 e i 17 anni presentano caratteristiche compatibili con una dipendenza dai social media. Un fattore di rischio che può irrobustire una bassa autostima, favorire l’isolamento sociale, far sentire le famiglie sguarnite di adeguate risposte e supporti. Si stima, inoltre, che la salute mentale di 1 giovane su 2 sia a rischio. Ad arricchire il dibattito, durante l’evento, è stata la partecipazione di studenti della classe 5°A della Scuola Primaria “Ventoso” di Scandiano, testimoni diretti del programma educativo di Dove. Abbiamo intervistato Ugo De Giovanni, General Manager Personal Care Unilever Italia, per capire meglio qual è l’impatto del Progetto Autostima di Dove e perché è così importante promuovere un uso corretto degli strumenti digitali tra i più giovani. LEGGI ANCHE – Safer Internet Day: perché è sempre più urgente educare a un uso consapevole del web e dei social INTERVISTA A UGO DE GIOVANNI, GENERAL MANAGER PERSONAL CARE UNILEVER ITALIA Ugo De Giovanni Con quali obiettivi è nato Dove Progetto Autostima e come è evoluto nel tempo? Quali sono stati gli output più importanti del Progetto? Dove Progetto Autostima, da oltre 20 anni, si pone l’obiettivo di aiutare i giovani a crescere con un rapporto positivo nei confronti della propria immagine, a partire dai banchi di scuola. Presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e attivo in tutto il mondo, il progetto nasce con la collaborazione di esperti nel campo della psicologia e della salute e, dal 2004 ad oggi, ha già raggiunto più di 137 milioni di ragazzi e ragazze in 150 Paesi, di cui circa 20 milioni di giovani solo nel 2024. In Italia il progetto ha già coinvolto complessivamente circa 1,8 milioni di bambine e bambini e, all’anno scolastico 23/24, ha raggiunto ben 55.000 classi. Per l’anno scolastico in corso Dove rinnova quindi il suo impegno, con l’obiettivo di arrivare a oltre 75.000 classi. Come mai Dove ha deciso di focalizzarsi sulle scuole e sulle attività che si prendono cura dell’autostima dei ragazzi? Perché è così importante curare l’autostima dei più giovani? La scuola è uno dei principali luoghi di crescita e confronto per le nuove generazioni e può svolgere un ruolo chiave nella costruzione dell’autostima in una fascia di età così delicata. È infatti in questa fase della vita che si costruiscono le basi di una solida fiducia in se stessi, essenziale per il benessere dei ragazzi e degli adulti che saranno un domani. Le classi, dunque, sono il contesto ideale per educare e decostruire le pressioni di modelli di bellezza irrealistici, a cui tutti noi, e i giovanissimi soprattutto, sono costantemente esposti. Qual è stata l’esperienza a Didacta 2025? Per la prima volta, Dove ha partecipato a Didacta, la fiera dedicata all’educazione, tenutasi a Firenze dal 12 al 15 marzo, a conferma dell’impegno educativo che da anni portiamo avanti sul tema dell’autostima. In questa occasione, siamo stati presenti con l’evento “Crescere con fiducia: proteggere l’autostima dei più giovani nell’era digitale”, in cui ci siamo confrontati con esperti, nonché partner di Dove, e abbiamo ascoltato gli studenti della classe 5°A della Scuola Primaria “Ventoso” di Scandiano (RE), che hanno condiviso in prima persona le loro esperienze con il programma Dove Progetto Autostima. È stata inoltre l’occasione per presentare il nuovo percorso formativo per l’anno scolastico 2024/25, sull’uso consapevole dei social media, oggi sempre più presenti e impattanti nella vita dei giovani: “Connessi con cura”. All’evento ha preso parte anche Benedetta Albanese, Assessora all’Educazione, Formazione professionale, Cultura della memoria e della legalità, Pari opportunità del Comune di Firenze, il cui intervento ha sottolineato l’importanza di portare tra i banchi di scuola educazione e sensibilizzazione sui temi cari ai più giovani. Il panel “Crescere con fiducia: proteggere l’autostima dei più giovani nell’era digitale” In cosa consiste il kit didattico “Connessi con Cura” e come è nata l’idea di realizzarlo? Il kit didattico “Connessi con Cura”, realizzato in collaborazione con l’associazione Social Warning – Movimento Etico Digitale, nasce dalla volontà di fornire una risposta a un tema quantomai attuale e urgente, ovvero l’impatto che l’uso scorretto dei social media ha sui giovani. Il kit, disponibile nelle versioni per la scuola primaria e per la secondaria di I grado, è uno strumento utile per aiutare i giovani, fornendo loro le conoscenze e gli strumenti necessari per utilizzare i social media in modo sicuro, responsabile e consapevole. Concludendo, cos’è la Bellezza Autentica per Dove? Come possiamo tutti contribuire a promuovere la bellezza autentica? Per Dove, la bellezza dovrebbe essere una fonte di felicità e non di ansia, oggi e per le generazioni future. Crediamo che ogni persona ed ogni donna debba essere in grado di definire la bellezza secondo i propri termini: rendendola una fonte di gioia e di espressione di sé. Ciascuno di noi è chiamato, nel proprio piccolo, a promuovere una bellezza autentica a partire dai gesti quotidiani, on e offline. Sono tanti e sfaccettati gli ambiti in cui possiamo agire – particolarmente attuale e degno d’attenzione è quello del digitale. I dati fanno particolarmente riflettere: in un mondo come il nostro sempre più aperto all’Intelligenza Artificiale, 1 donna su 3 sente il bisogno di cambiare il proprio aspetto fisico dopo essere stata esposta a immagini generate con l’AI che ritraggono modelli estetici irraggiungibili. Promuovere immagini autentiche sui social media, quindi, è il contributo che ognuno di noi può portare, sin da subito, nel proprio quotidiano. The post Progetto Autostima: se la fiducia in sé stessi inizia dalla consapevolezza digitale appeared first on The Wom.
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Milano in movimento per la salute: torna il Festival della prevenzione di LILT
La salute si impara. Parte da qui l’idea di LILT di dare il via a un intero festival dedicato alla prevenzione. Un appuntamento diffuso, quest’anno alla seconda edizione, che andrà in scena dal 17 al 23 marzo in vari luoghi di Milano. L’obiettivo? Ricordare che volersi bene significa innazitutto prendersi cura della propria salute Dal 17 al 23 marzo, Milano torna a essere il cuore pulsante della prevenzione grazie al Festival della Prevenzione organizzato dalla Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori (LILT). Un grande evento che coinvolgerà l’intera città offrendo un programma ricco di appuntamenti che spaziano dalla cultura alla medicina, dallo sport alla sensibilizzazione, per promuovere la salute e il benessere a tutti, con un’attenzione particolare alle fasce più vulnerabili della cittadinanza. UN FESTIVAL PER TUTTI Con 39 appuntamenti, 17 location e 75 relatori, il Festival della Prevenzione vuole sensibilizzare e informare su cinque capisaldi fondamentali per la salute: alimentazione, movimento, benessere mente-corpo, contrasto delle dipendenze e diagnosi precoce. Gli eventi saranno gratuiti e aperti a tutti, con alcune esperienze che richiedono prenotazione fino a esaurimento posti. L’iniziativa non si limita ai soliti centri culturali e sportivi, ma si estende anche ai luoghi della marginalità sociale, tra cui il carcere di San Vittore e l’Istituto a custodia attenuata per detenute madri. Un’inclusione che riflette il desiderio di coinvolgere ogni segmento della popolazione, garantendo anche un accesso diretto alla salute a chi, per diverse ragioni, è più lontano dai tradizionali circuiti di prevenzione. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da LILT Milano Monza Brianza (@liltmilano) UN NETWORK DI ECCELLENZE AL SERVIZIO DELLA SALUTE La partnership con l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, eccellenza oncologica italiana, è un elemento chiave di questa iniziativa, che vede anche il patrocinio di European Cancer Leagues, Regione Lombardia e Comune di Milano. Tra gli appuntamenti più rilevanti, il 21 marzo, a partire dalle ore 15:00, i presidenti LILT Francesco Schittulli e Marco Alloisio accoglieranno le istituzioni per i saluti ufficiali. A seguire, esperti del calibro di Marta Marsilio, professoressa ordinaria di Healthcare Management all’Università degli Studi di Milano, e Mario Melazzini, direttore generale del Welfare di Regione Lombardia, entreranno nel merito del tema “Investire in Prevenzione”. OLTRE LA TEORIA: ESPERIENZE E ATTIVITÀ PRATICHE Ma il Festival non si limita a conversazioni e seminari, offrendo anche numerose esperienze pratiche per imparare a mettere in pratica la prevenzione nella vita quotidiana. Tra le attività proposte ci sono infatti cooking class e showcooking per imparare a cucinare piatti salutari, sessioni di calisthenics ai Giardini Montanelli, yoga sulla sedia, e percorsi online di disassuefazione dal fumo. Qui l’intero programma della manifestazione. Inoltre, dal 21 al 23 marzo, sarà possibile sottoporsi a visite ed esami di diagnosi precoce dei tumori del seno, della pelle, della prostata, del testicolo e ginecologici, presso lo Spazio mobile e gli ambulatori LILT. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da LILT Milano Monza Brianza (@liltmilano) TESTIMONIANZE E APPROFONDIMENTI SPECIALI Molti esperti parteciperanno al Festival, tra cui oncologi come Rossana Berardi e Filippo de Braud, i ricercatori Arsela Prelaj e Paolo Ascierto, e gli psichiatri Stefano Erzegovesi e Claudio Mencacci. Saranno presenti anche testimonianze significative, come quella di Girolamo Sirchia, ex Ministro della Salute, insieme al sindaco Giuseppe Sala, sul tema dei divieti di fumo, e del cuoco Davide Oldani con l’imprenditore Oscar Farinetti, che discuteranno dell’importanza delle filiere del buon cibo. Il Festival della Prevenzione è reso possibile grazie al contributo di numerosi partner. Oltre a Novartis, che figura come main partner, sostengono l’iniziativa Lafarmacia, Cofidis, la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni, e altre realtà come Eataly, Food Genius Academy, Galbusera e Weleda. Anche Milan Longevity Summit è un partner istituzionale di rilievo. Il Festival della Prevenzione si conferma quindi un appuntamento imperdibile per chiunque voglia investire sulla propria salute, imparare a prevenire i rischi più comuni e sensibilizzare anche gli altri a una cultura della cura e della consapevolezza The post Milano in movimento per la salute: torna il Festival della prevenzione di LILT appeared first on The Wom.
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Gli ultimi suicidi tra studenti mostrano il fallimento di un sistema educativo che premia solo i più forti
Con cadenza quasi mensile, notizie tragiche emergono dalle università italiane, segnalando casi di suicidio tra giovani studenti schiacciati dal peso di pressioni impossibili da reggere. Sono gli effetti di un sistema che costringe persone giovanissime a combattere una battaglia quotidiana contro aspettative inumane, creando un ambiente in cui la sofferenza mentale è spesso invisibile, ignorata o, peggio, considerata una debolezza da nascondere Nell’analizzare il fenomeno dei sempre più frequenti suicidi tra studenti, partiamo da un importante presupposto: la società in cui viviamo non ammette la vulnerabilità. L’obiettivo, a qualsiasi costo, è l’eccellenza. Da una parte, l’eccellenza viene presentata come la chiave per un futuro migliore, un’idea che si lega indissolubilmente al successo professionale, al benessere materiale e alla realizzazione personale. Dall’altra, però, questa stessa eccellenza è diventata una trappola che mina la salute mentale di chi non è in grado di mantenere il passo. LA PERFEZIONE, UN OBIETTIVO IMPOSSIBILE DA RAGGIUNGERE Il fallimento è stigmatizzato e la perfezione è l’unico obiettivo accettabile, il peso di ogni errore, di ogni piccola frustrazione, diventa insostenibile. Questo è ciò che leggiamo tra le righe dei numerosi articoli che raccontano dell’ultimo suicidio, all’Università degli studi di Salerno, e di tutti i casi simili, che tragicamente non tendono a diminuire. Questa pressione si fa sentire in modo crescente durante tutti gli anni di scuola, arrivando al suo culmine durante l’università, quando le e gli studenti si trovano ad affrontare un sistema educativo che non sembra fatto per accogliere la fragilità, ma per premiare solo i più forti, i più preparati, i più competitivi, quelli pronti a tutto pur di rispettare quello standard. Le università italiane, purtroppo, non sono esenti da questa dinamica. Le borse di studio destinate alle “eccellenze” e gli studentati gratuiti per chi vanta una media alta sono segnali tangibili di un sistema che premia il prototipo dello studente perfetto, disposto a sacrificare la propria salute mentale in nome del risultato. La diretta conseguenza di questo sistema di merito è un aumento delle persone costrette a scegliere tra il benessere psicologico e la possibilità di accedere a opportunità concrete di supporto, anche economico, che restano una sorta di privilegio per pochi. Prendersi cura della salute mentale è, in molti casi, un lusso: la psicoterapia, i servizi di consulenza, i percorsi di counseling, sono spesso inaccessibili per chi non può permetterseli. Figuriamoci se devi pagare anche le tasse universitarie e un affitto. LE LOGICHE PERFORMATIVE DELLE UNIVERSITÀ ITALIANE Lo stigma sociale che circonda le difficoltà emotive e psicologiche non fa che aggravare questa situazione. In un contesto accademico dove l’ambizione è l’unico valore che conta, chi fatica a mantenere un ritmo serrato di esami e ottimi voti, finisce per sentirsi inadeguato, spesso invisibile. O meglio invisibilizzato dalle logiche performative che impongono agli individui di misurarsi continuamente con standard elevatissimi, senza contemplare la possibilità che qualcuno possa non raggiungerli.  In questo perverso sistema, che più che istruzione sembra un gioco a premi, ogni passo falso, ogni inciampo, ogni momento di stanchezza diventa una colpa da nascondere, una vulnerabilità da cancellare. Non possiamo più ignorare che il sistema educativo, in particolare quello universitario, contribuisce in modo significativo a questa dinamica. Non è sufficiente offrire borse di studio e benefit per chi è “eccellente”, quando non vengono messi in campo gli strumenti per affrontare le difficoltà psicologiche che il percorso accademico comporta. > Le università dovrebbero essere luoghi di formazione e crescita, ma la loro > gestione, concentrata esclusivamente sull’aspetto meritocratico, rischia di > trasformarle in istituzioni che alimentano il malessere e la solitudine L’accademia deve smettere di ignorare la realtà del disagio psicologico che vivono tanti studenti e deve impegnarsi a promuovere una cultura che, prima di tutto, riconosca l’importanza del benessere emotivo. In un mondo che ci dice che “chi non riesce a tenere il passo non merita di farne parte”, la vera sfida è cambiare la mentalità che premia solo i più forti, senza dare valore a chi ha bisogno di un sostegno, o di più tempo. > Ciò che ci troviamo di fronte non è una crisi personale dei singoli giovani, > ma un fallimento di sistema: una comunità che non sa proteggere i più fragili, > forse, non merita nemmeno di essere chiamata comunità I suicidi giovanili in ambito universitario, purtroppo, non sono solo una tragica realtà o una statistica da analizzare, ma un grido d’allarme, una chiamata alla riflessione. Finché non daremo il giusto valore alla salute mentale e finché non costruiremo un sistema che non premi solo l’eccellenza a ogni costo, continueremo a vivere in un mondo in cui la perfezione non lascia spazio alla vita reale, quella fatta di difficoltà, fallimenti, pause e vulnerabilità. Non possiamo più ignorare questa verità, che delinea un problema collettivo, politico. Dobbiamo, come società, iniziare ad ascoltare anche i silenzi che ci raccontano, purtroppo, troppe storie di dolore e perdita. The post Gli ultimi suicidi tra studenti mostrano il fallimento di un sistema educativo che premia solo i più forti appeared first on The Wom.
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Oscar 2025: se il giudizio sui corpi femminili rimane ancora il fulcro dell’attenzione mediatica
Sono passati alcuni giorni da una delle notti più attese dell’anno, quella degli Oscar, eppure non si fa che parlare d’altro. Ma che avete capito! Ovviamente i film sono ormai quasi un contorno: è del corpo delle donne che si parla. Il breve e fugace periodo della body positivity ha lasciato infatti spazio all’irrefrenabile giudizio della crudele “massa”. Ma facciamo un passo indietro Durante la cerimonia degli Oscar ma non solo, celebrità come Ariana Grande e Selena Gomez sono state di recente (e non solo) al centro dell’attenzione mediatica non per i loro successi professionali, ma per le discussioni riguardanti il loro aspetto fisico. Il vero problema non è solo il fatto che si discuta del corpo di una persona, ma anche che, nella quasi totalità dei casi, quella persona sia di genere femminile. Il giudizio sui corpi infatti, agli Oscar e non solo, si rivolge quasi esclusivamente verso le donne. > Quante volte abbiamo letto articoli di giornali scandalistici interamente > dedicati all’aspetto di un uomo? Ce ne sono, ovviamente, ma in quantità decisamente minore. Questo fenomeno mette in luce una problematica profonda, quella della “diet culture”, che speravamo di esserci lasciati alle spalle negli anni 2000. Ariana Grande alla cerimonia degli Oscar 2025 LEGGI ANCHE – Perché la soluzione alla prova costume non è amarsi ma liberarsi ARIANA GRANDE E SELENA GOMEZ, DUE CASI CONCRETI Durante la cerimonia degli Oscar 2025, l’apparizione di Ariana Grande sul red carpet ha suscitato numerosi commenti riguardanti la sua silhouette. Molti fan hanno espresso preoccupazione per la sua magrezza, con alcuni che hanno ipotizzato l’uso di farmaci per la perdita di peso come l’Ozempic. Tali speculazioni evidenziano come l’industria dell’intrattenimento alimenti troppo spesso discussioni pubbliche assolutamente non necessarie e malsane. Sorte molto simile è capitata a Selena Gomez, che è stata oggetto di commenti sul suo peso dopo la sua partecipazione alla cerimonia degli Oscar. Alcuni utenti online hanno criticato la sua figura, insinuando l’uso di farmaci per la perdita di (cito testualmente), “massa grassa”. In risposta, l’ex fidanzato Taylor Lautner ha sottolineato l’importanza di concentrarsi sulla bellezza interiore piuttosto che sull’aspetto esteriore. Lautner ha condiviso sulle sue Instagram Stories alcune immagini virali che confrontavano l’aspetto di Gomez tra il 2024 e il 2025, condannando i troll che sostenevano che fosse dimagrita in modo innaturale. “È un mondo crudele e pieno di odio”, ha scritto Lautner. “Non si può mai accontentare tutti, né si dovrebbe farlo. Nella mia esperienza, questo non rende le parole meno pungenti, ma ti fa solo concentrare su ciò che conta”. Inoltre, Selena Gomez ha subìto in passato un’importante operazione in quanto affetta dalla malattia Lupus, che negli anni ha contribuito all’aumento di peso, motivo per cui era stata precedentemente criticata. > Non va bene ingrassare e non va bene dimagrire, quindi cosa bisogna fare? > Forse provare a ignorare l’odio e comportarsi come se fosse solo un > sottofondo, ma non è affatto semplice. I giudizi possono essere infatti > pericolosi Selena Gomez agli Oscar LA DIET CULTURE E GLI STEREOTIPI DI BELLEZZA FEMMINILE La citata “diet culture” fa riferimento a un sistema sociale che glorifica la magrezza e promuove pratiche alimentari restrittive e la perdita di peso come indicatori di salute, bellezza e virtù morale. Questo fenomeno è perpetuato da industrie come quelle della dieta, del fitness e della bellezza, e ha radici profonde nella storia. Ad esempio, nel XX secolo, sono emerse diete come la “Fletcherism”, che consigliava di masticare il cibo 100 volte, e la “Lucky Diet”, che promuoveva le sigarette al posto del cibo per placare l’appetito. Questa cultura ha portato a una fissazione sulla magrezza femminile, non tanto come ossessione per la bellezza, ma come forma di controllo sociale. Come afferma Naomi Wolf: “Una cultura fissata sulla magrezza femminile non è un’ossessione per la bellezza femminile, ma un’ossessione per l’obbedienza femminile. La dieta è il più potente sedativo politico nella storia. Una popolazione tranquillamente folle è una popolazione docile”. L’IMPATTO DELLA DIET CULTURE La pressione esercitata dalla “diet culture” può portare a insoddisfazione corporea, bassa autostima e problemi di salute mentale e fisica, arrivando in alcuni casi alla depressione e al suicidio. Le donne, in particolare, sono costantemente socializzate a conformarsi a standard di bellezza irrealistici, il che induce a comportamenti alimentari disordinati e a una percezione negativa del proprio corpo. Rimane sempre più fondamentale riconoscere e sfidare queste norme sociali per promuovere una visione più inclusiva e sana della bellezza, che valorizzi la diversità dei corpi e metta in primo piano il benessere individuale rispetto agli standard estetici imposti dalla società. Le persone parleranno sempre e comunque, siamo noi a dover scegliere di ascoltare solo ciò che ci fa bene. In ogni caso, quando la pressione è troppa, ricordiamoci sempre di tutelarci e di affidarci ad unə specialista della salute mentale e fisica. The post Oscar 2025: se il giudizio sui corpi femminili rimane ancora il fulcro dell’attenzione mediatica appeared first on The Wom.
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