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Il malato immaginato
I l primo aprile 2006 il British Medical Journal (BMJ) pubblicava un articolo che annunciava la scoperta di una nuova malattia chiamata MoDeD (Motivational Deficiency Disorder), o disturbo da carenza motivazionale. Secondo l’articolo, redatto dal fittizio Dr. Leth Argos dell’Università di Newcastle, il disturbo si manifestava con una pigrizia estrema, arrivando nei casi più gravi a ridurre la motivazione a respirare. La cura proposta? Un farmaco immaginario chiamato Indolebant, che avrebbe trasformato un giovane incapace di alzarsi dal divano in un consulente finanziario attivo a Sydney. L’articolo, pur essendo chiaramente una parodia, fu preso sul serio da numerosi media, che lo diffusero come una scoperta scientifica reale. La situazione prese una piega tale che il BMJ fu costretto a svelare lo scherzo poche ore dopo la pubblicazione. Il caso del MoDeD divenne un esempio emblematico di come la definizione di malattia possa essere facilmente ampliata o manipolata, trasformando aspetti della vita quotidiana in condizioni cliniche da diagnosticare e trattare, e anticipava molte delle discussioni successive sulla costruzione mediatica e sociale della malattia. Possiamo spiegare il successo della notizia con la tendenza, consolidatasi negli ultimi decenni, a interpretare come problemi di salute ciò che prima consideravamo semplici varianti naturali della configurazione corporea. Questo processo è noto come medicalizzazione, ed è particolarmente evidente nell’ambito della medicina estetica. La patologizzazione della bruttezza Una piega palpebrale assente, un naso prominente, denti non perfettamente allineati, una pelle dalla texture irregolare. Nella medicina contemporanea molte caratteristiche fisiche hanno subito una trasformazione silenziosa ma radicale: da semplici variazioni non desiderabili, da accettare passivamente, sono diventate oggetto di attenzione medica. Siamo nel campo della medicina non solo perché si applicano competenze e strumenti propri di questa disciplina, ma anche perché spesso c’è una diagnosi di patologia. Se in alcuni casi la patologia è rappresentata da compromissioni funzionali, in altri casi essa coincide con il disagio psicologico e sociale che, anche in assenza di disfunzioni, può scaturire dal senso di inadeguatezza rispetto ai canoni estetici dominanti. In queste circostanze si interviene dunque sul corpo per guarire una “malattia dell’anima”. > Per medicalizzazione si intende la tendenza a trattare come problemi medici > alcuni aspetti della vita ‒ fisici, psicologici o sociali ‒ un tempo ritenuti > normali. Questa metamorfosi culturale, che il filosofo della medicina Yves Saint James Aquino identifica come patologizzazione della bruttezza, si nutre di un meccanismo duplice. Da un lato, la medicina si è appropriata di una sovrapposizione antica, quella tra bello, buono e sano. Un volto con pelle uniforme, privo di segni visibili di malattia o invecchiamento, tende a essere percepito simultaneamente come in salute, virtuoso, giovane e attraente; al contrario, caratteristiche che deviano dagli standard vengono lette come limitazioni funzionali o segnali di una salute precaria. Dall’altro, agiscono strategie attive per inquadrare la chirurgia estetica non come pratica migliorativa, ma come intervento terapeutico. In particolare, Aquino identifica tre possibili concettualizzazioni tramite cui la bruttezza viene patologizzata, che fanno riferimento a tre diverse concezioni della malattia. Malattia come danno, disfunzione e deviazione La prima si basa sul concetto di danno. Negli anni Trenta i chirurghi plastici giustificavano le correzioni dei tratti corporei che causavano disagio psicologico chiamando in causa il complesso di inferiorità; oggi la retorica si è spostata sul modello della disabilità, considerando la bruttezza come uno svantaggio invalidante che può limitare le opportunità socioeconomiche. In entrambi i casi emerge una concezione normativista della malattia, che fonda il concetto di salute sul vissuto personale e su valori socialmente condivisi. Questa visione si intreccia con i meccanismi sociali di riconoscimento e valorizzazione della bellezza: il benessere soggettivo e le traiettorie di vita vengono influenzate da bias cognitivi come l’effetto alone, che attribuisce qualità positive agli individui fisicamente attraenti. In virtù di questi pregiudizi, essere di bell’aspetto si traduce in un beauty premium (traducibile in italiano come “premio alla bellezza”) che apporta vantaggi economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati scolastici, lavori di status più elevato e maggiori probabilità di successo nelle relazioni. > Diversi studi mostrano come un bell’aspetto spesso si traduca in vantaggi > economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati > scolastici, lavori di status più elevato e maggiori probabilità di successo > nelle relazioni. La seconda accezione si basa sul concetto di disfunzione: la bruttezza ostacolerebbe l’attrazione di partner sessuali e l’integrazione sociale, entrambe necessarie alla riproduzione. Ci troviamo all’interno di un paradigma naturalista, che concepisce la malattia come una disfunzione oggettiva rispetto ai normali processi biologici di un organismo, indipendentemente da percezioni soggettive o valori culturali. La terza accezione si basa sul concetto di deviazione: la caratterizzazione patologica della bruttezza dipenderebbe da uno scostamento misurabile rispetto a una norma statistica o un canone numerico. Un esempio è il rapporto aureo, utilizzato in medicina estetica per valutare le proporzioni del viso. Quando una caratteristica si colloca oltre i limiti di questa norma, si parla di “deviazione” anche se non c’è un danno soggettivo percepito, né una disfunzione biologica identificabile. In realtà, osserva Aquino, il ricorso alla norma statistica è spesso uno strumento per naturalizzare standard culturali, mascherandoli da criteri biologici universali. La crescente patologizzazione della bruttezza mette in crisi la distinzione tradizionale tra chirurgia ricostruttiva e chirurgia cosmetica e ridefinisce i criteri di legittimità dell’intervento chirurgico: ciò che un tempo era giustificato solo dal ripristino di una funzione corporea mancante o danneggiata oggi può essere autorizzato anche dalla richiesta di colmare un presunto svantaggio biologico o sociale. Quello che sta accadendo con la medicina estetica è considerato da molti un esempio evidente di disease mongering, concetto spesso reso in italiano come “mercificazione della malattia”: si espande il dominio del patologico e quindi il raggio d’azione della medicina, spesso con l’obiettivo di allargare il mercato di farmaci e trattamenti. Più il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti, più diventa facile creare a tavolino nuove patologie. Ciò induce nel pubblico una certa percezione di rischio e deficit, aumentando le possibilità del mercato di identificare target di pazienti-clienti a cui proporre prodotti sanitari come integratori, test diagnostici, programmi di benessere e trattamenti. > Siamo di fronte a un esempio evidente di disease mongering, o mercificazione > della malattia. Più il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti, > più diventa facile creare a tavolino nuove patologie. La ridefinizione concettuale dei confini tra salute e malattia non è però esclusiva dell’ambito estetico. Si tratta di un processo che ha investito la medicina in maniera trasversale, rendendo la salute nel suo insieme qualcosa di incerto, malleabile e negoziabile. Questa evoluzione si è tradotta nella crescente espansione dei codici ICD (International Classification of Diseases), la Classificazione internazionale delle malattie dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che oggi supera le 68.000 voci, contro le 13.000 degli anni Settanta. L’osteoporosi e altre zone grigie Un caso particolarmente dibattuto nella letteratura scientifica è quello relativo all’osteoporosi. Inizialmente considerata una condizione fisiologica legata all’invecchiamento, l’osteoporosi è stata riconosciuta come patologia con l’introduzione di criteri diagnostici basati su soglie di densità minerale ossea, fissate a partire dai valori medi di giovani donne sane. Ciò ha comportato la classificazione di milioni di donne in menopausa come malate o a rischio, dal momento che i loro valori si discostavano dalla “norma statistica”, nonostante il rischio concreto di frattura fosse molto basso nella maggior parte dei casi. Questa medicalizzazione della fragilità ossea, sostenuta anche dalla necessità di ridurre l’impatto economico-sociale delle fratture sul sistema sanitario, ha alimentato la commercializzazione di nuovi farmaci. Da qui l’ipotesi di un ruolo attivo delle industrie farmaceutiche nella promozione di campagne mediatiche per la prevenzione dell’osteoporosi, che insistono sul carattere diffuso e subdolo della malattia, spesso rinforzato da metafore come “la ladra di ossa”, che traduce la fisiologia dell’invecchiamento in una narrazione di pericolo e perdita. Queste campagne invitano all’acquisto di soluzioni farmacologiche anziché all’adozione di strategie preventive più semplici ed efficaci (come mantenere un’alimentazione equilibrata, fare esercizio fisico e non fumare), nonostante i benefici reali delle soluzioni proposte risultino limitati, se rapportati ai rischi e ai costi. La sindrome dell’intestino irritabile, la calvizie, la disfunzione erettile, la sindrome metabolica e l’ipercolesterolemia sono state oggetto di riflessioni critiche analoghe, per citare solo qualche esempio. > Nel caso dell’osteoporosi, la medicalizzazione della fragilità ossea ha aperto > la strada a campagne pubblicitarie che promuovono l’acquisto di soluzioni > farmacologiche anziché l’adozione di strategie preventive più semplici ed > efficaci. Alcuni teorici ritengono che al disease mongering abbiano contribuito i progressi nel campo della biochimica, in particolare la scoperta di indicatori biologici (geni, molecole, cellule, parametri come la pressione o la frequenza cardiaca) in grado di segnalare la predisposizione al rischio di sviluppare determinate patologie. In un recente contributo pubblicato su Frontiers in Sociology, il neurologo Naveen K. Reddy segnala come l’industria farmaceutica stia sempre più influenzando le definizioni di malattia, proponendo di diagnosticare condizioni come l’Alzheimer o il Parkinson in individui completamente asintomatici, solo sulla base della presenza di biomarcatori nel sangue. Questo fenomeno rischia di aumentare le sovradiagnosi, i trattamenti poco efficaci e le spese per sostenerli, alimentando lo squilibrio di potere tra bisogni reali dei pazienti e interessi commerciali. La riflessione di Reddy non riguarda solo le malattie neurologiche: in oncologia, con la tecnica delle biopsie liquide, che rilevano DNA tumorale circolante, si rischia di inglobare nelle definizioni di cancro stadi preclinici che potrebbero non progredire mai verso una malattia sintomatica. In psichiatria, test ematici per marker infiammatori legati alla depressione potrebbero patologizzare risposte emotive normali. Nel caso del diabete, biomarcatori avanzati per la resistenza insulinica potrebbero classificare individui senza sintomi come prediabetici, spingendoli verso l’uso di costosi farmaci. L’era della subsalute L’espansione del perimetro della medicina ha profondamente trasformato il rapporto degli individui con il proprio corpo e la propria salute. Sempre più spesso, la prevenzione non si limita a promuovere comportamenti sani o a monitorare situazioni ad alto rischio, ma diventa una strategia di ipersorveglianza costante e capillare su ogni aspetto dell’esperienza corporea. Questo orientamento trasforma quasi ogni cittadino in un “paziente potenziale” impegnato in screening, check-up, test genetici, autovalutazioni e consulti per scoprire e correggere il più piccolo scostamento dalla normalità. La promozione della salute, così, non si configura più solo come tutela dal rischio, ma come dovere di perseguire un ideale di benessere ottimale e durevole, da certificare e monitorare costantemente attraverso dispositivi, tecnologie, esami strumentali e consulenze mediche. Il risultato è che l’attenzione si sposta dalla cura della patologia alla gestione ansiosa di ogni segnale di inefficienza, vulnerabilità o affaticamento. > Sempre più spesso, la prevenzione diventa una strategia di ipersorveglianza su > ogni aspetto dell’esperienza corporea, trasformando ogni cittadino in un > “paziente potenziale” impegnato in check-up, test e consulti per scoprire e > correggere il più piccolo scostamento dalla normalità. È all’interno di questo scenario che ha preso corpo il costrutto di salute subottimale, concepito come un vero e proprio spazio liminale tra salute piena e malattia diagnosticabile. Essa si manifesta attraverso sintomi poco specifici ma persistenti, come affaticamento, sonnolenza, mal di testa, insonnia, difficoltà di concentrazione e cali di memoria. Il termine nasce in Cina per descrivere le percezioni di disagio psicofisico di una crescente fetta della popolazione, soprattutto giovani adulti urbanizzati, che pur non risultando malati secondo i criteri clinici, riportano un generale senso di salute incompleta o precaria, accompagnata da insoddisfazione e preoccupazione. Nel 2025 Lijiaozi Cheng, studiosa di sociologia della salute all’Università di Sheffield, ha esplorato l’utilizzo del concetto di subhealth tra i giovani cinesi, raccogliendo sensazioni che vanno dall’“essere in cammino verso la malattia” a una sorta di “sospensione biografica” all’interno delle routine della vita quotidiana. La subsalute risulta particolarmente appetibile dal punto di vista commerciale, poiché non si basa su parametri oggettivi e misurabili ma su un vissuto soggettivo che, in quanto tale, può esprimersi in forme e intensità differenti, tutte potenzialmente degne di prevenzione. La salute subottimale, infatti, è generalmente concepita come una fase reversibile, a patto di intervenire sullo stile di vita e sulla riduzione dei fattori di rischio. In tal senso, essa rappresenta una vera e propria “zona di transizione”, dove l’individuo si configura come un “paziente in attesa” o un protopaziente, chiamato a correre ai ripari e rivedere le proprie abitudini prima che possano evolvere in malattie conclamate. Se nelle patologie diagnosticabili tramite biomarcatori si è “malati senza sintomi” perché lo dice un test, nella subsalute si è “sintomatici senza malattia” perché lo afferma il vissuto individuale. Eppure entrambe partecipano allo stesso processo: la produzione di una zona grigia in cui medicalizzazione e incertezza diagnostica si intrecciano, lasciando spazio a una molteplicità di risposte sociali, cliniche e commerciali. Il potere del discorso Questo progressivo ampliamento dei confini diagnostici non sarebbe possibile senza l’intervento di strategie discorsive precise, che sfruttano l’ambiguità dei concetti di salute e malattia per costruire legittimità e consenso attorno a nuove categorie patologiche. La letteratura sociologica mostra che le narrazioni veicolate dai media, dalla comunicazione pubblicitaria e dai discorsi istituzionali sono in grado di conferire consistenza scientifica apparente a concetti privi di un sostegno empirico robusto. > Le malattie non vengono soltanto “scoperte” dalla scienza e poi comunicate al > pubblico, a volte vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso > pratiche linguistiche, narrative e mediatiche che possono prescindere dalla > solidità delle evidenze. Uno studio del 2025 dei linguisti Dermot Heaney e Giorgia Riboni ha confrontato lo Sluggish cognitive tempo (SCT), una condizione documentata in letteratura ma non universalmente riconosciuta come disturbo autonomo e spesso descritta come variante dell’ADHD, con il MoDeD, il disturbo inventato dal fantomatico Dr. Leth Argos. L’analisi di Heaney e Riboni evidenzia un repertorio condiviso di modelli lessicali, fraseologici e retorici che ha reso il MoDeD credibile. Lo studio, basato su articoli e contenuti online, mostra come l’uso di termini tecnici, sigle, casi-studio concreti, dati numerici e citazioni di esperti dia l’impressione di autorevolezza e scientificità. Molti dei contenuti esaminati, ad esempio, riferiscono la stima secondo cui “uno su cinque” sarebbe affetto da MoDeD, fornendo così un dato quantitativo che rende la portata della malattia più fondata e tangibile. Le narrazioni seguono schemi ricorrenti: la condizione è presentata come diffusa ma poco riconosciuta (“molti non lo sanno”), come un progresso rispetto alla comprensione precedente (“per tutta la vita hai creduto di essere pigro; in realtà sei malato”), come un insieme di sintomi da prendere sul serio (“essere sottodiagnosticati è pericoloso”). Così, gli autori mostrano che la medicalizzazione non è un fenomeno puramente medico, ma un processo sociale e discorsivo. Le malattie non vengono solo “scoperte” dalla scienza e poi comunicate al pubblico: vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso pratiche linguistiche, narrative, mediatiche e retoriche che possono prescindere dalla solidità delle evidenze. Se persino una malattia inventata può risultare verosimile, quali strumenti abbiamo per distinguere ciò che è fondato scientificamente da una patologia costruita ad arte per interessi di mercato? Forse non ci resta che abbracciare la consapevolezza che salute e malattia sono sempre, anche, categorie discorsive, sociali, politiche e commerciali. Riconoscere questa multidimensionalità significa smettere di cercare confini immutabili e oggettivi e interrogarsi invece su chi ha il potere di tracciare quei confini, e a vantaggio di chi. L'articolo Il malato immaginato proviene da Il Tascabile.
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medicina
salute
malattia
patologia
Il malato immaginato
I l primo aprile 2006 il British Medical Journal (BMJ) pubblicava un articolo che annunciava la scoperta di una nuova malattia chiamata MoDeD (Motivational Deficiency Disorder), o disturbo da carenza motivazionale. Secondo l’articolo, redatto dal fittizio Dr. Leth Argos dell’Università di Newcastle, il disturbo si manifestava con una pigrizia estrema, arrivando nei casi più gravi a ridurre la motivazione a respirare. La cura proposta? Un farmaco immaginario chiamato Indolebant, che avrebbe trasformato un giovane incapace di alzarsi dal divano in un consulente finanziario attivo a Sydney. L’articolo, pur essendo chiaramente una parodia, fu preso sul serio da numerosi media, che lo diffusero come una scoperta scientifica reale. La situazione prese una piega tale che il BMJ fu costretto a svelare lo scherzo poche ore dopo la pubblicazione. Il caso del MoDeD divenne un esempio emblematico di come la definizione di malattia possa essere facilmente ampliata o manipolata, trasformando aspetti della vita quotidiana in condizioni cliniche da diagnosticare e trattare, e anticipava molte delle discussioni successive sulla costruzione mediatica e sociale della malattia. Possiamo spiegare il successo della notizia con la tendenza, consolidatasi negli ultimi decenni, a interpretare come problemi di salute ciò che prima consideravamo semplici varianti naturali della configurazione corporea. Questo processo è noto come medicalizzazione, ed è particolarmente evidente nell’ambito della medicina estetica. La patologizzazione della bruttezza Una piega palpebrale assente, un naso prominente, denti non perfettamente allineati, una pelle dalla texture irregolare. Nella medicina contemporanea molte caratteristiche fisiche hanno subito una trasformazione silenziosa ma radicale: da semplici variazioni non desiderabili, da accettare passivamente, sono diventate oggetto di attenzione medica. Siamo nel campo della medicina non solo perché si applicano competenze e strumenti propri di questa disciplina, ma anche perché spesso c’è una diagnosi di patologia. Se in alcuni casi la patologia è rappresentata da compromissioni funzionali, in altri casi essa coincide con il disagio psicologico e sociale che, anche in assenza di disfunzioni, può scaturire dal senso di inadeguatezza rispetto ai canoni estetici dominanti. In queste circostanze si interviene dunque sul corpo per guarire una “malattia dell’anima”. > Per medicalizzazione si intende la tendenza a trattare come problemi medici > alcuni aspetti della vita ‒ fisici, psicologici o sociali ‒ un tempo ritenuti > normali. Questa metamorfosi culturale, che il filosofo della medicina Yves Saint James Aquino identifica come patologizzazione della bruttezza, si nutre di un meccanismo duplice. Da un lato, la medicina si è appropriata di una sovrapposizione antica, quella tra bello, buono e sano. Un volto con pelle uniforme, privo di segni visibili di malattia o invecchiamento, tende a essere percepito simultaneamente come in salute, virtuoso, giovane e attraente; al contrario, caratteristiche che deviano dagli standard vengono lette come limitazioni funzionali o segnali di una salute precaria. Dall’altro, agiscono strategie attive per inquadrare la chirurgia estetica non come pratica migliorativa, ma come intervento terapeutico. In particolare, Aquino identifica tre possibili concettualizzazioni tramite cui la bruttezza viene patologizzata, che fanno riferimento a tre diverse concezioni della malattia. Malattia come danno, disfunzione e deviazione La prima si basa sul concetto di danno. Negli anni Trenta i chirurghi plastici giustificavano le correzioni dei tratti corporei che causavano disagio psicologico chiamando in causa il complesso di inferiorità; oggi la retorica si è spostata sul modello della disabilità, considerando la bruttezza come uno svantaggio invalidante che può limitare le opportunità socioeconomiche. In entrambi i casi emerge una concezione normativista della malattia, che fonda il concetto di salute sul vissuto personale e su valori socialmente condivisi. Questa visione si intreccia con i meccanismi sociali di riconoscimento e valorizzazione della bellezza: il benessere soggettivo e le traiettorie di vita vengono influenzate da bias cognitivi come l’effetto alone, che attribuisce qualità positive agli individui fisicamente attraenti. In virtù di questi pregiudizi, essere di bell’aspetto si traduce in un beauty premium (traducibile in italiano come “premio alla bellezza”) che apporta vantaggi economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati scolastici, lavori di status più elevato e maggiori probabilità di successo nelle relazioni. > Diversi studi mostrano come un bell’aspetto spesso si traduca in vantaggi > economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati > scolastici, lavori di status più elevato e maggiori probabilità di successo > nelle relazioni. La seconda accezione si basa sul concetto di disfunzione: la bruttezza ostacolerebbe l’attrazione di partner sessuali e l’integrazione sociale, entrambe necessarie alla riproduzione. Ci troviamo all’interno di un paradigma naturalista, che concepisce la malattia come una disfunzione oggettiva rispetto ai normali processi biologici di un organismo, indipendentemente da percezioni soggettive o valori culturali. La terza accezione si basa sul concetto di deviazione: la caratterizzazione patologica della bruttezza dipenderebbe da uno scostamento misurabile rispetto a una norma statistica o un canone numerico. Un esempio è il rapporto aureo, utilizzato in medicina estetica per valutare le proporzioni del viso. Quando una caratteristica si colloca oltre i limiti di questa norma, si parla di “deviazione” anche se non c’è un danno soggettivo percepito, né una disfunzione biologica identificabile. In realtà, osserva Aquino, il ricorso alla norma statistica è spesso uno strumento per naturalizzare standard culturali, mascherandoli da criteri biologici universali. La crescente patologizzazione della bruttezza mette in crisi la distinzione tradizionale tra chirurgia ricostruttiva e chirurgia cosmetica e ridefinisce i criteri di legittimità dell’intervento chirurgico: ciò che un tempo era giustificato solo dal ripristino di una funzione corporea mancante o danneggiata oggi può essere autorizzato anche dalla richiesta di colmare un presunto svantaggio biologico o sociale. Quello che sta accadendo con la medicina estetica è considerato da molti un esempio evidente di disease mongering, concetto spesso reso in italiano come “mercificazione della malattia”: si espande il dominio del patologico e quindi il raggio d’azione della medicina, spesso con l’obiettivo di allargare il mercato di farmaci e trattamenti. Più il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti, più diventa facile creare a tavolino nuove patologie. Ciò induce nel pubblico una certa percezione di rischio e deficit, aumentando le possibilità del mercato di identificare target di pazienti-clienti a cui proporre prodotti sanitari come integratori, test diagnostici, programmi di benessere e trattamenti. > Siamo di fronte a un esempio evidente di disease mongering, o mercificazione > della malattia. Più il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti, > più diventa facile creare a tavolino nuove patologie. La ridefinizione concettuale dei confini tra salute e malattia non è però esclusiva dell’ambito estetico. Si tratta di un processo che ha investito la medicina in maniera trasversale, rendendo la salute nel suo insieme qualcosa di incerto, malleabile e negoziabile. Questa evoluzione si è tradotta nella crescente espansione dei codici ICD (International Classification of Diseases), la Classificazione internazionale delle malattie dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che oggi supera le 68.000 voci, contro le 13.000 degli anni Settanta. L’osteoporosi e altre zone grigie Un caso particolarmente dibattuto nella letteratura scientifica è quello relativo all’osteoporosi. Inizialmente considerata una condizione fisiologica legata all’invecchiamento, l’osteoporosi è stata riconosciuta come patologia con l’introduzione di criteri diagnostici basati su soglie di densità minerale ossea, fissate a partire dai valori medi di giovani donne sane. Ciò ha comportato la classificazione di milioni di donne in menopausa come malate o a rischio, dal momento che i loro valori si discostavano dalla “norma statistica”, nonostante il rischio concreto di frattura fosse molto basso nella maggior parte dei casi. Questa medicalizzazione della fragilità ossea, sostenuta anche dalla necessità di ridurre l’impatto economico-sociale delle fratture sul sistema sanitario, ha alimentato la commercializzazione di nuovi farmaci. Da qui l’ipotesi di un ruolo attivo delle industrie farmaceutiche nella promozione di campagne mediatiche per la prevenzione dell’osteoporosi, che insistono sul carattere diffuso e subdolo della malattia, spesso rinforzato da metafore come “la ladra di ossa”, che traduce la fisiologia dell’invecchiamento in una narrazione di pericolo e perdita. Queste campagne invitano all’acquisto di soluzioni farmacologiche anziché all’adozione di strategie preventive più semplici ed efficaci (come mantenere un’alimentazione equilibrata, fare esercizio fisico e non fumare), nonostante i benefici reali delle soluzioni proposte risultino limitati, se rapportati ai rischi e ai costi. La sindrome dell’intestino irritabile, la calvizie, la disfunzione erettile, la sindrome metabolica e l’ipercolesterolemia sono state oggetto di riflessioni critiche analoghe, per citare solo qualche esempio. > Nel caso dell’osteoporosi, la medicalizzazione della fragilità ossea ha aperto > la strada a campagne pubblicitarie che promuovono l’acquisto di soluzioni > farmacologiche anziché l’adozione di strategie preventive più semplici ed > efficaci. Alcuni teorici ritengono che al disease mongering abbiano contribuito i progressi nel campo della biochimica, in particolare la scoperta di indicatori biologici (geni, molecole, cellule, parametri come la pressione o la frequenza cardiaca) in grado di segnalare la predisposizione al rischio di sviluppare determinate patologie. In un recente contributo pubblicato su Frontiers in Sociology, il neurologo Naveen K. Reddy segnala come l’industria farmaceutica stia sempre più influenzando le definizioni di malattia, proponendo di diagnosticare condizioni come l’Alzheimer o il Parkinson in individui completamente asintomatici, solo sulla base della presenza di biomarcatori nel sangue. Questo fenomeno rischia di aumentare le sovradiagnosi, i trattamenti poco efficaci e le spese per sostenerli, alimentando lo squilibrio di potere tra bisogni reali dei pazienti e interessi commerciali. La riflessione di Reddy non riguarda solo le malattie neurologiche: in oncologia, con la tecnica delle biopsie liquide, che rilevano DNA tumorale circolante, si rischia di inglobare nelle definizioni di cancro stadi preclinici che potrebbero non progredire mai verso una malattia sintomatica. In psichiatria, test ematici per marker infiammatori legati alla depressione potrebbero patologizzare risposte emotive normali. Nel caso del diabete, biomarcatori avanzati per la resistenza insulinica potrebbero classificare individui senza sintomi come prediabetici, spingendoli verso l’uso di costosi farmaci. L’era della subsalute L’espansione del perimetro della medicina ha profondamente trasformato il rapporto degli individui con il proprio corpo e la propria salute. Sempre più spesso, la prevenzione non si limita a promuovere comportamenti sani o a monitorare situazioni ad alto rischio, ma diventa una strategia di ipersorveglianza costante e capillare su ogni aspetto dell’esperienza corporea. Questo orientamento trasforma quasi ogni cittadino in un “paziente potenziale” impegnato in screening, check-up, test genetici, autovalutazioni e consulti per scoprire e correggere il più piccolo scostamento dalla normalità. La promozione della salute, così, non si configura più solo come tutela dal rischio, ma come dovere di perseguire un ideale di benessere ottimale e durevole, da certificare e monitorare costantemente attraverso dispositivi, tecnologie, esami strumentali e consulenze mediche. Il risultato è che l’attenzione si sposta dalla cura della patologia alla gestione ansiosa di ogni segnale di inefficienza, vulnerabilità o affaticamento. > Sempre più spesso, la prevenzione diventa una strategia di ipersorveglianza su > ogni aspetto dell’esperienza corporea, trasformando ogni cittadino in un > “paziente potenziale” impegnato in check-up, test e consulti per scoprire e > correggere il più piccolo scostamento dalla normalità. È all’interno di questo scenario che ha preso corpo il costrutto di salute subottimale, concepito come un vero e proprio spazio liminale tra salute piena e malattia diagnosticabile. Essa si manifesta attraverso sintomi poco specifici ma persistenti, come affaticamento, sonnolenza, mal di testa, insonnia, difficoltà di concentrazione e cali di memoria. Il termine nasce in Cina per descrivere le percezioni di disagio psicofisico di una crescente fetta della popolazione, soprattutto giovani adulti urbanizzati, che pur non risultando malati secondo i criteri clinici, riportano un generale senso di salute incompleta o precaria, accompagnata da insoddisfazione e preoccupazione. Nel 2025 Lijiaozi Cheng, studiosa di sociologia della salute all’Università di Sheffield, ha esplorato l’utilizzo del concetto di subhealth tra i giovani cinesi, raccogliendo sensazioni che vanno dall’“essere in cammino verso la malattia” a una sorta di “sospensione biografica” all’interno delle routine della vita quotidiana. La subsalute risulta particolarmente appetibile dal punto di vista commerciale, poiché non si basa su parametri oggettivi e misurabili ma su un vissuto soggettivo che, in quanto tale, può esprimersi in forme e intensità differenti, tutte potenzialmente degne di prevenzione. La salute subottimale, infatti, è generalmente concepita come una fase reversibile, a patto di intervenire sullo stile di vita e sulla riduzione dei fattori di rischio. In tal senso, essa rappresenta una vera e propria “zona di transizione”, dove l’individuo si configura come un “paziente in attesa” o un protopaziente, chiamato a correre ai ripari e rivedere le proprie abitudini prima che possano evolvere in malattie conclamate. Se nelle patologie diagnosticabili tramite biomarcatori si è “malati senza sintomi” perché lo dice un test, nella subsalute si è “sintomatici senza malattia” perché lo afferma il vissuto individuale. Eppure entrambe partecipano allo stesso processo: la produzione di una zona grigia in cui medicalizzazione e incertezza diagnostica si intrecciano, lasciando spazio a una molteplicità di risposte sociali, cliniche e commerciali. Il potere del discorso Questo progressivo ampliamento dei confini diagnostici non sarebbe possibile senza l’intervento di strategie discorsive precise, che sfruttano l’ambiguità dei concetti di salute e malattia per costruire legittimità e consenso attorno a nuove categorie patologiche. La letteratura sociologica mostra che le narrazioni veicolate dai media, dalla comunicazione pubblicitaria e dai discorsi istituzionali sono in grado di conferire consistenza scientifica apparente a concetti privi di un sostegno empirico robusto. > Le malattie non vengono soltanto “scoperte” dalla scienza e poi comunicate al > pubblico, a volte vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso > pratiche linguistiche, narrative e mediatiche che possono prescindere dalla > solidità delle evidenze. Uno studio del 2025 dei linguisti Dermot Heaney e Giorgia Riboni ha confrontato lo Sluggish cognitive tempo (SCT), una condizione documentata in letteratura ma non universalmente riconosciuta come disturbo autonomo e spesso descritta come variante dell’ADHD, con il MoDeD, il disturbo inventato dal fantomatico Dr. Leth Argos. L’analisi di Heaney e Riboni evidenzia un repertorio condiviso di modelli lessicali, fraseologici e retorici che ha reso il MoDeD credibile. Lo studio, basato su articoli e contenuti online, mostra come l’uso di termini tecnici, sigle, casi-studio concreti, dati numerici e citazioni di esperti dia l’impressione di autorevolezza e scientificità. Molti dei contenuti esaminati, ad esempio, riferiscono la stima secondo cui “uno su cinque” sarebbe affetto da MoDeD, fornendo così un dato quantitativo che rende la portata della malattia più fondata e tangibile. Le narrazioni seguono schemi ricorrenti: la condizione è presentata come diffusa ma poco riconosciuta (“molti non lo sanno”), come un progresso rispetto alla comprensione precedente (“per tutta la vita hai creduto di essere pigro; in realtà sei malato”), come un insieme di sintomi da prendere sul serio (“essere sottodiagnosticati è pericoloso”). Così, gli autori mostrano che la medicalizzazione non è un fenomeno puramente medico, ma un processo sociale e discorsivo. Le malattie non vengono solo “scoperte” dalla scienza e poi comunicate al pubblico: vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso pratiche linguistiche, narrative, mediatiche e retoriche che possono prescindere dalla solidità delle evidenze. Se persino una malattia inventata può risultare verosimile, quali strumenti abbiamo per distinguere ciò che è fondato scientificamente da una patologia costruita ad arte per interessi di mercato? Forse non ci resta che abbracciare la consapevolezza che salute e malattia sono sempre, anche, categorie discorsive, sociali, politiche e commerciali. Riconoscere questa multidimensionalità significa smettere di cercare confini immutabili e oggettivi e interrogarsi invece su chi ha il potere di tracciare quei confini, e a vantaggio di chi. L'articolo Il malato immaginato proviene da Il Tascabile.
Scienze
medicina
salute
malattia
patologia
Benessere su prescrizione
L’ Organizzazione mondiale della sanità definisce il concetto di salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non semplicemente assenza di malattia o infermità”. Una definizione che inizia a risultare problematica, in un mondo in cui i concetti di benessere e salute sono sempre meno sovrapponibili. Se nell’immaginario collettivo, infatti, per “salute” si indica l’assenza di una malattia con terminologia e nosografia specifici, il termine “benessere” si configura invece come una condizione dai contorni meno definibili, che apre alla prospettiva di un miglioramento illimitato e suggerisce l’idea, come ha scritto Marcia Angell nel saggio The truth about the drug companies (2005), che esistano “due soli tipi di persone: quelle che soffrono di patologie che richiedono una cura farmacologica e quelle che ancora non sono consapevoli di soffrirne”. Tutto ciò sta comportando un allargamento del ventaglio dei possibili fastidi da riclassificare come malattie e, dunque, anche dei corrispettivi rimedi. A cornice di una società sempre più medicalizzata, che mette a disposizione di un crescente numero di persone farmaci per ogni esigenza, più che una promessa di cura, questi rimedi finiscono per tradursi nel disincanto di un miglioramento a tempo per malesseri sempre nuovi e che richiedono nuove cure. Come scrivono Aldo Bonomi ed Eugenio Borgna in Elogio della depressione (2015), “è difficile non sentirsi cronicamente in stato di malattia a bassa intensità e spinti alla continua ricerca di dispositivi per la riduzione dell’incertezza dal rischio di inadeguatezza del proprio stato di salute”. Il rischio più immediato, come vedremo, è quello di cadere in un eccesso di prescrizione, con alcune fasce di popolazione più esposte di altre. Non è un caso che l’aumento di prescrizioni di medicinali negli ultimi anni riguardi soprattutto patologie psicosociali, spesso cadenzate da tappe fisiologiche dell’esistenza umana. Si tratta del cosiddetto disease mongering (traducibile in italiano come “mercificazione della malattia”), ossia la tendenza a trattare ciò che non è nosograficamente riconosciuto come patologico (calvizie, menopausa, adolescenza, gravidanza ecc.) come se in realtà lo fosse. > L’aumento di prescrizioni di medicinali negli ultimi anni riguarda soprattutto > patologie psicosociali, con una chiara tendenza a trattare ciò che non è  > riconosciuto come patologico come se in realtà lo fosse Da una recente indagine dell’Eurispes è emerso che nell’ultimo anno quasi il 20% degli italiani ha assunto ansiolitici o antidepressivi. Se è vero che l’uso di questi psicofarmaci è più diffuso tra le donne (21,2%) rispetto agli uomini (16,7%) e tende ad aumentare con l’età e il disagio sociale, specialmente tra le persone di oltre 65 anni, è altrettanto vero che dopo l’epidemia da Covid-19 il consumo da parte dei giovani ha registrato incrementi significativi, in concomitanza con un aumento delle diagnosi di disturbi come ansia, depressione, ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder) e disturbi del comportamento alimentare. L’ultima Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia ha evidenziato che circa 440.000 studenti (il 18% del campione) hanno segnalato l’utilizzo, nel corso della loro vita, di almeno una tipologia di psicofarmaci senza prescrizione medica (SPM). Un dato rilevante è che tra le ragazze l’incidenza è doppia, e se si osservano i consumi di benzodiazepine e anoressizzanti, le quote femminili diventano addirittura triple rispetto a quelle dei coetanei maschi. È il bollettino di quella che ogni anno di più assume i connotati di un’emergenza sociale: la forbice tra salute e benessere non è mai stata così ampia, soprattutto in alcune fasce di popolazione. Psicofarmaci per il male di vivere Si definiscono “psicofarmaci” quei medicinali che agiscono sulla regolazione dei neurotrasmettitori del sistema nervoso centrale, ovvero sulla modulazione dei segnali chimici con cui i neuroni comunicano tra di loro, inducendo cambiamenti a livello di umore, pensiero e comportamento. Le benzodiazepine, gli antidepressivi e gli antipsicotici risultano tra i più prescritti, questo nonostante dal 2008 a oggi la prevalenza di sintomi depressivi in Italia si sia in realtà ridotta. Un discorso diverso vale però per le donne e i giovani di età compresa fra i 18 e i 34 anni, in questo caso il trend negli ultimi anni è addirittura in aumento. > In Italia 1 giovane su 5 conferma di aver fatto uso di psicofarmaci. Tra le > femmine l’incidenza è doppia, e se si osservano i consumi di benzodiazepine e > anoressizzanti, diventa addirittura tripla. Questi dati sembrano suggerire la diffusione di un malessere profondo che colpisce la società tutta, ma in particolar modo le fasce di popolazione dalla personalità ancora poco strutturata come adolescenti e giovanissimi. Questa condizione spesso trae la sua origine da vissuti complessi, che vanno dalle problematiche relazionali, a quelle economiche, occupazionali e abitative. Parliamo di una sofferenza che non può essere assegnata frettolosamente all’area della depressione psicotica, ma che andrebbe piuttosto ricondotta ad altre forme depressive quali quelle esistenziali, motivate o reattive risultanti da situazioni traumatiche. La depressione esistenziale, non essendo causata da inneschi fisici o da traumi psichici pregressi, può essere considerata più vicina alla tristezza o al “male di vivere” che a una patologia nella sua accezione più comune. La depressione motivata o reattiva è invece un disturbo dell’umore, che mostra un ampio spettro di effetti, da un’amarezza sconsolata alla vera e propria disperazione, solitamente legata a un evento traumatico o stressante, e può dunque essere vista anche come un naturale tentativo della mente di adattarsi ed elaborare quanto vissuto (ad esempio la perdita di una persona cara, o la rottura di una relazione amorosa). “Sono, queste ultime, le depressioni che oggi dilagano sulla scia di molteplici cause psicologiche e sociali, e che si costituiscono come forme di sofferenza psichica che fanno parte della normalità, e, quando ne escono, non se ne allontanano nella loro fenomenologia”, scrivono Bonomi e Borgna: “La depressione-malattia è qualitativamente diversa dalle depressioni esistenziali e motivate, e nondimeno in queste e in quella riemergono comuni sorgenti di sensibilità e di fragilità, di dignità umana e di gentilezza, che è necessario riconoscere e rispettare nei loro bagliori, e che meno facilmente si osservano nella nostra vita quotidiana: nella vita normale”. Il fatto che le depressioni reattive ed esistenziali vengano sempre più spesso trattate come depressioni patologiche non è imputabile unicamente a errori di valutazione professionali o a un trend sociale figlio dei tempi, c’è anche in gioco una strategia commerciale a lungo termine. Si potrebbe sempre stare meglio Il sociologo polacco Zygmunt Bauman nel suo libro Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido (2012; ed. or. 2010) ricorda quanto dichiarato dal direttore di produzione Barry Brand a proposito della paroxetina: “il sogno di ogni operatore di marketing è quello di trovare un mercato non ancora identificato o conosciuto, e di svilupparlo. Con il disturbo da ansia sociale siamo riusciti a fare esattamente questo”. La società odierna sta osservando una crescente precarizzazione della vita privata e pubblica, in particolare delle fasce di popolazione più vulnerabili come anziani, donne e giovani: affrontare questa condizione richiederebbe un’attenzione e una formazione socio-psico-culturale più articolata e strategie di intervento più complesse della semplice prescrizione di un farmaco. > Il fatto che le depressioni reattive ed esistenziali vengano sempre più spesso > trattate come depressioni patologiche non è imputabile unicamente a errori di > valutazione professionali, c’è anche in gioco una strategia commerciale. Il punto è che le forme di cura non farmacologiche, quali la psicoterapia o la mindfulness, spesso risultano molto più dispendiose di una confezione di pillole. Come dimostrano i dati, però, è altrettanto vero che questa spesa si riduce solo nel breve periodo. Secondo il Rapporto 2023 dell’Osservatorio nazionale sull’impiego dei medicinali (OsMed), in Italia i farmaci del sistema nervoso centrale, infatti, si posizionano al quarto posto in termini di consumi (97,8 dosi giornaliere per 1.000 abitanti) e al sesto in termini di spesa farmaceutica pubblica complessiva (2.061 milioni di euro). I dati rivelano inoltre che in Italia ogni anno vengano venduti 49 milioni di confezioni di farmaci per la cura della depressione e della stabilizzazione dell’umore, con un costo complessivo di 525 milioni di euro. Ancora una volta, sono soprattutto le fasce più giovani quelle dove si registrano aumenti delle vendite, pari a circa il 10% in un anno. Tra i consumatori che versano in condizioni di discreta salute ma sono comunque sospinti verso un’amplificazione del benessere, infatti, gli psicofarmaci che fanno registrare fenomeni di abuso più significativi sono le benzodiazepine. Ma c’è una tipologia di consumatori che risulta particolarmente esposta, a prescindere dall’età, ed è quella femminile. Basti pensare che in Italia, stando agli ultimi dati OsMed, il 67% delle donne ha ricevuto almeno una prescrizione contro il 58% degli uomini. Il target femminile La storia della pubblicità ci mostra che è almeno dagli anni Quaranta che le donne sono considerate target market e testimonial d’elezione per medicinali soggetti a prescrizione e psicofarmaci. > I dati mostrano che alle donne vengono diagnosticati più spesso disturbi e > prescritti più facilmente farmaci, il che è indice lampante di una eccessiva > medicalizzazione della salute mentale femminile. Nella società degli anni Settanta il concetto di ansia cominciò ad attecchire ben oltre il contesto della medicina, e le persone si ritrovarono a fronteggiare pressioni familiari, sociali e lavorative sempre più ansiogene. In loro soccorso accorse un nuovo prodotto noto con il nome di Valium (il principio attivo è il diazepam, una benzodiazepina). Nel 1987 venne introdotto un farmaco di maggior appeal, il Prozac (fluoxetina), ribattezzato “pillola della felicità” e prescritto ben al di fuori del contesto psicoterapeutico. Subito dopo, arrivarono sul mercato gli inibitori selettivi del reuptake della serotonina (SSRI, Selective Serotonin Reuptake Inhibitors), con una comunicazione che si fece sempre più trasversale. In Italia rimaneva il divieto di pubblicità, ma di Prozac ne scrissero i principali quotidiani, forse sottovalutando l’effetto che una simile esposizione avrebbe avuto sui consumi. I dati odierni ci dicono che alle donne, in Italia come altrove, vengono diagnosticati più spesso disturbi e prescritti più facilmente farmaci, e diversi studi dimostrano che questo scarto è un chiaro indice di una eccessiva medicalizzazione della salute mentale femminile. Rimane però il fatto che ancora si investe poco in strategie gender oriented, e rimane scarsa l’offerta di cura in alternativa allo psicofarmaco per contrastare disagi strettamente legati alla specifica fisiologia ed emotività femminile. Il benessere può essere mercificato molto più facilmente della salute, non stupisce dunque che questa venga messa in secondo piano; nelle donne, come nei giovani. I giovani sono bersagli facili Abbiamo visto come in Italia il mercato dei farmaci per la cura della depressione e per la stabilizzazione dell’umore sia in crescita soprattutto nelle fasce più giovani (25-34 anni). Non è un caso, probabilmente, che si tratti anche della fascia demografica che trascorre più tempo on-line. Nel processo di trasformazione del concetto di salute in un benessere perfezionabile all’infinito, l’accesso alla rete ha un ruolo sempre più determinante e, per contro, sempre meno riconoscibile. Secondo alcuni studi, la gestione di un sito, la sponsorizzazione, il finanziamento di attività, i forum di discussione, l’impatto del messaggio di un influencer sono solo alcune modalità utilizzate a sostegno della medicalizzazione e dell’e-pharmacy, che in alcuni casi comporta anche pericolose forme di normalizzazione (è il caso di anoressia e bulimia). Per Bauman, questo processo di medicalizzazione non aiuta realisticamente a contenere ansia, irrequietezza e depressione. Cerchiamo di compensare la paura dell’insignificanza sociale, della fragilità delle relazioni, di non farcela di fronte alle prove della vita, di essere considerati vite di scarto, con la quantità delle connessioni che la rete ci consente di tracciare. Paradossalmente, per il sociologo polacco, condividiamo una condizione di vulnerabilità reciprocamente assicurata. > Nel processo di trasformazione del concetto di salute in un benessere > perfezionabile all’infinito, l’accesso alla rete ha un ruolo sempre più > determinante. Se può essere utile che un personaggio con un numero di follower significativo sposti l’attenzione su problematiche poco discusse, questo diventa pericoloso quando nel fare ciò si arriva anche a formulare classifiche, attribuendo voti a farmaci e psicofarmaci e dispensando consigli di assunzione. Una tendenza che, peraltro, sembra emergere anche nei testi di musica rap e trap, dove ansiolitici, antidepressivi, antipsicotici vengono frequentemente richiamati, osannati, promossi anche per calmare, rilassare, offrire un’alternativa all’agonia e alla tristezza esistenziale. Se una volta le “pasticche” raccontate nella musica servivano alla ricerca dell’illuminazione, o dell’amplificazione degli stati di coscienza, oggi sembra che l’obiettivo sia la regolazione istantanea delle emozioni spiacevoli, l’attenuazione, il restringimento sino alla completa sottrazione del sentire profondo, della possibilità stessa di avvicinarsi ai propri nuclei dolorosi come a quelli altrui. Non c’è il tempo per l’ascolto del dolore. Che sia fisico o esistenziale, va estirpato e alla svelta. Poco importa quale sia realmente la sua origine e quanto continuerà ad agire nella vita della persona non essendo mai stato realmente visto, interpretato, razionalizzato, rielaborato. Ci penserà un farmaco a farlo tacere. Sul medio e lungo termine, però, lo scarto tra benessere e salute non potrà che manifestarsi, con conseguenze potenzialmente drammatiche. Come suggerisce Elsa Morante in La Storia: “i conforti chimici si comportano come certe lampadine elettriche in uso negli alberghi: le quali sono regolate per durare accese giusto il tempo di salire la scala dal pianterreno al piano di sopra. Ma succede a volte che si spengono a metà scala, e uno si trova là come un balordo, che annaspa allo scuro”. L'articolo Benessere su prescrizione proviene da Il Tascabile.
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L’evoluzione nascosta del corpo femminile
È  l’8 agosto 1589 e Crezia Mariani è appena stata condannata a morte per stregoneria. Siamo nella Lucca rinascimentale: una città-stato prospera e laica, dalla florida economia mercantile, con palazzi in pietra e marmo che si innalzano nella luce dorata dell’estate toscana. Niente a che vedere con le cupe atmosfere in stile Il nome della rosa che popolano il nostro immaginario quando pensiamo alla caccia alle streghe. Tutto era cominciato quasi come una formalità, durante una delle inchieste che il governo cittadino conduceva periodicamente contro le cosiddette “malie d’amore”: istruttorie che si concludevano quasi sempre con sanzioni leggere, volte a punire quelli che le autorità consideravano per lo più come “affari di donnicciole sentimentali”. Nel caso di Crezia però le cose erano andate diversamente: era una donna anziana, vedova e povera – condizioni che per molti rappresentavano già una colpa – ma soprattutto, era una guaritrice. Curava le persone con erbe e formule propiziatorie, custode di una tradizione empirica tramandata di generazione in generazione attraverso una rete di conoscenze condivise. E questo, nella sedicente epoca d’oro del Rinascimento toscano, era un problema: si stava infatti consolidando un curioso sodalizio tra la Chiesa della Controriforma, chiamata a serrare i ranghi contro ogni manifestazione di possibile eresia, e la nuova classe professionale dei medici accademici, ansiosi di assicurarsi il monopolio corporativo. Il risultato fu la persecuzione di tutte quelle figure professionali – soprattutto femminili – che da secoli si sporcavano le mani alleviando concretamente le pene dei malati: cerusici, norcini, barbieri e, soprattutto, levatrici. Spostare il nostro sguardo evolutivo La figura della levatrice è, con ogni probabilità, molto più antica di quanto immaginiamo, e la sua importanza è stata radicalmente sottovalutata, anche dal punto di vista evolutivo. Quattrocentotrentacinque anni dopo la condanna di Crezia, Cat Bohannon, ricercatrice presso la Columbia University, nel suo saggio Eva. Come il corpo femminile ha plasmato l’evoluzione umana (2024) si interroga su una questione apparentemente provocatoria: “qual è stata l’invenzione più decisiva nella storia dell’umanità? La ruota, la lancia, internet?” La risposta che propone è sorprendente nella sua evidenza: la ginecologia, con il suo corredo di ostetricia, baliatico e assistenza prenatale. Proprio quelle pratiche che donne come Crezia Mariani portavano avanti a rischio della vita, mentre il sapere medico ufficiale ancora brancolava nel buio. > Tra bacini stretti, teste sovradimensionate, bambini bisognosi e fragili – > senza contare una gravidanza, un parto e una ripresa post partum lunghi e > laboriosi – è evidente che senza ingegno, e soprattutto senza cooperazione, la > nostra specie non avrebbe avuto lo stesso successo evolutivo. Chiunque abbia idea di quanto sia difficile per gli esseri umani partorire rispetto agli altri mammiferi non può che essere d’accordo. Lo spiega il genetista Guido Barbujani, tentando di chiarire come l’evoluzione proceda più per accomodamenti che per soluzioni ottimali. Col passaggio alla stazione eretta, la colonna vertebrale ha subito modifiche che hanno reso la distribuzione dei pesi più complessa, causando i mal di schiena, le ernie al disco e i torcicolli che tutti conosciamo. Ma “il conto più salato”, scrive Barbujani in Il giro del mondo in sei milioni di anni (2018) “l’hanno pagato le donne. Il cambiamento di forma del bacino col passaggio alla stazione eretta costringe la nostra specie a un parto molto complicato, […] di regola, le donne hanno bisogno di assistenza per partorire. In confronto, per gorilla e scimpanzé è uno scherzo”. Tra bacini stretti, teste sovradimensionate, bambini bisognosi e fragili – senza contare una gravidanza, un parto e una ripresa post partum lunghi e laboriosi – è evidente che senza ingegno, e soprattutto senza cooperazione, saremmo spariti dall’Africa preistorica senza lasciare più di qualche fossile. “Forse l’evoluzione”, scrive Bohannon, “ricorda in qualche modo il film Magnolia di Paul Thomas Anderson o Crash di Paul Haggis o anche Babel di Alejandro Iñárritu. Non è possibile capirli a fondo a meno di non prestare molta attenzione a più di un protagonista alla volta”. Da qui la necessità di un racconto delle origini che tenga conto di una prospettiva finora ignorata. Bohannon ci invita a immaginare un incipit alternativo a 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Non più la celebre sequenza “dall’osso-clava all’astronave”, con l’ominide maschio che scopre come uccidere e dominare. Al suo posto, un’altra scena: un piccolo gruppo di ominidi, maschi e femmine, adulti e bambini, tra cui una femmina in avanzato stato di gravidanza, che trova in una compagna più anziana un sostegno e una muta alleanza. Il bambino nasce, piccolo e fragile come tutti i neonati umani, e viene immediatamente sollevato, ripulito e attaccato al seno. È in scene di questo tipo che si nasconde il vero balzo evolutivo della nostra specie: la cooperazione che ha permesso la sopravvivenza collettiva. Una cooperazione fondamentale anche dopo il parto, perché a differenza degli altri primati, i cuccioli umani completano il loro sviluppo neurologico fuori dal grembo materno, secondo la “strategia dell’altricialità secondaria”. Questa peculiarità evolutiva, che permette al cervello di continuare a crescere senza i vincoli del canale del parto, crea però una dipendenza prolungata che rende impossibile la sopravvivenza senza una fitta rete di cure. Come evidenzia Bohannon, questa caratteristica ha plasmato non solo la biologia umana, ma anche le nostre strutture sociali fondamentali, rendendo la cooperazione non un’opzione, ma una necessità evolutiva. > C’è chi suggerisce che furono le femmine le prime a fare uso di strumenti e > utensili, spinte dalla necessità di risolvere problemi immediati. In > quest’ottica, la tecnologia emergerebbe non tanto come estensione della forza, > ma come amplificazione dell’intelligenza pratica e della capacità di > adattamento. La complessità dell’evoluzione umana va ben oltre le dinamiche del parto e dell’allevamento dei piccoli. Nel ribaltare la narrativa tradizionale, Bohannon propone un’altra provocazione: le abilità tecnologiche umane potrebbero avere origini diverse da quelle comunemente immaginate. L’autrice suggerisce che furono probabilmente le femmine a sviluppare per prime l’uso sistematico di strumenti, spinte non dalla caccia ma dalle esigenze quotidiane di raccolta, conservazione e trasporto del cibo per sé e per la prole. “La donna è un MacGyver meno trionfante e più impaurito”, scrive Bohannon, sottolineando come l’innovazione nasca spesso dalla necessità di risolvere problemi immediati piuttosto che da impulsi di dominio. In quest’ottica, la tecnologia emergerebbe non tanto come estensione della forza, ma come amplificazione dell’intelligenza pratica e della capacità di adattamento. Ma Bohannon va oltre, suggerendo che anche gli strumenti di caccia potrebbero avere avuto un’origine femminile. A supporto di questa ipotesi, cita uno studio del 2007 condotto da Jill Pruetz e Paco Bertolani, che hanno documentato come gli scimpanzé femmine nel Senegal sud-orientale modifichino rami con i denti per creare lance rudimentali. Quando gli scimpanzé maschi vanno a caccia, il loro corpo più grande e forte è spesso un’arma sufficiente. Le femmine, gravate dal peso dei piccoli e dalla responsabilità del loro nutrimento, hanno invece sviluppato strategie più complesse e collaborazioni più stabili. La norma maschile Come un fotografo che inquadra ostinatamente solo un lato del paesaggio, la scienza ha sviluppato una curiosa miopia di genere. E non è stata una svista casuale. La storia della medicina è costellata di esempi di questo pregiudizio, che ha influenzato non solo la nostra comprensione del passato, ma anche la pratica contemporanea. Quando, nel 1603, il medico veneziano Girolamo Fabrici d’Acquapendente pubblicò il suo De formato foetu, uno dei primi trattati di embriologia, fu acclamato come pioniere. Eppure, nelle sue pagine abbondantemente illustrate, il feto sembrava galleggiare in un vuoto astratto, mentre l’utero che lo ospitava appariva come un semplice contenitore passivo, quasi un dettaglio tecnico. > Fin dall’antica Grecia il corpo maschile è sempre stato considerato come lo > standard e l’ideale, mentre quello femminile era ritenuto una versione > imperfetta, una deviazione dalla norma. Nel suo Inferiori. Come la scienza ha penalizzato le donne (2019), Angela Saini ha evidenziato che figure centrali nella storia della medicina occidentale, come Ippocrate, non studiavano le donne direttamente ma si affidavano alle informazioni fornite da levatrici e donne che si auto-esaminavano. Ippocrate stesso avrebbe detto: “So solo quello che le donne mi hanno insegnato”. In pratica, il sapere femminile veniva allo stesso tempo utilizzato e delegittimato, incorporato senza riconoscerne la fonte. Una delle concezioni distorte più radicate è quella che vede la donna come una sorta di uomo mancato. Fin dall’antica Grecia il corpo maschile è sempre stato considerato come lo standard e l’ideale, mentre quello femminile era ritenuto una versione imperfetta, una deviazione dalla norma. Galeno, ad esempio, le cui teorie dominavano ancora il sapere accademico ai tempi di Crezia Mariani, immaginava il sistema riproduttivo femminile come un pene rovesciato, con l’utero come un fallo cavo e le ovaie come testicoli interni. Una visione che trascurava completamente la specificità degli organi femminili e che ha influenzato per secoli la comprensione del corpo delle donne. Ma questa miopia scientifica non è limitata all’antichità. Nel corso del Novecento, con il graduale accesso di sempre più donne alla professione medica, la situazione è migliorata ma non risolta. Certo, non si crede più, come sosteneva Galeno, che le anziane abbiano uno sguardo velenoso perché non espellono più le impurità attraverso le mestruazioni. Né si pensa, come sosteneva il medico e antropologo evoluzionista Paolo Mantegazza alla fine del Diciannovesimo secolo, che le donne abbiano il cuore più grande per compensare il loro cervello minuto, e siano pertanto naturalmente predisposte al sacrificio silenzioso. Eppure, secondo Bohannon, persiste un problema di fondo che potremmo definire “la norma maschile”. Caroline Criado Perez l’ha documentato nel suo Invisible Women (2019), rivelando l’esclusione ancora massiccia delle donne dalla ricerca scientifica. Un’esclusione giustificata per lo più dal fatto che ignorare le differenze sessuali rende il lavoro più semplice. Si pensi che ancora negli anni Settanta del Novecento negli Stati Uniti veniva “fortemente sconsigliato” includere soggetti femminili (umani o animali) nei test clinici, per timore che “interferenze ormonali” falsassero i risultati. Molti articoli scientifici non dichiarano nemmeno di aver studiato solo soggetti maschili, e Bohannon riferisce di essersi trovata più volte a dover contattare direttamente gli autori per verificarlo. > Per colpa della sottorapresentazione femminile nella ricerca medica oggi molti > dosaggi farmacologici sono calibrati su corpi maschili anche per farmaci come > antidepressivi e antidolorifici, i cui effetti non sono affatto così > generalizzabili. E se le donne sono sottorappresentate nella ricerca medica, le persone transgender, intersessuali e non binarie sono praticamente invisibili. Questa lacuna è particolarmente problematica considerando le specifiche necessità sanitarie di queste popolazioni, dalle terapie ormonali agli interventi chirurgici, fino alla gestione di eventuali condizioni mediche preesistenti in relazione ai percorsi di transizione. La ricerca scientifica contemporanea sta lentamente iniziando a colmare questo vuoto, ma il cammino verso una medicina veramente inclusiva è ancora lungo. Quando la scienza rafforza i pregiudizi I pregiudizi di genere nella medicina si manifestano anche nella formazione delle nuove generazioni di medici. Un’analisi recente sui libri di testo raccomandati dalle venti università più prestigiose di Europa, Stati Uniti e Canada rivela un dato emblematico: su 16.329 immagini usate per rappresentare il corpo umano, quello degli uomini è presente tre volte di più rispetto al corpo femminile. Anche nella rappresentazione visiva, dunque, il corpo maschile continua a essere proposto come standard, mentre quello femminile appare come eccezione o variante. Il risultato di questo approccio riduttivo è davanti ai nostri occhi: donne che muoiono più spesso di infarto perché i loro sintomi sono diversi e meno riconosciuti, o dosaggi farmacologici calibrati su corpi maschili anche per farmaci come antidepressivi e antidolorifici, i cui effetti non sono affatto così generalizzabili come si crede. In pratica, le fisiologiche differenze sessuali, a lungo strumentalizzate prima dalla Chiesa e poi dalla scienza per legittimare e imporre funzioni sociali di grado inferiore, non possono però nemmeno essere cancellate, perché, sostiene Bohannon, esistono delle specificità che, se ignorate, rischiano di interpretare nuovamente il corpo femminile come una variazione di quello maschile, con effetti anche gravi per la salute. Questa sistematica esclusione naturalmente esisteva anche tra i dotti medievali, per i quali la ginecologia era soprattutto un argomento scabroso su cui era meglio soprassedere. Nel Cinquecento il corpo femminile riacquisisce centralità, ma in un’ottica forviante: tutte le malattie delle donne vengono interpretate come malattie dell’utero, con la conseguenza di considerare patologiche anche manifestazioni che non lo sono, come le mestruazioni o la menopausa. > Per molto tempo il sapere medico ufficiale ha fornito una giustificazione > “oggettiva” all’esclusione delle donne dalle istituzioni e dalla vita > pubblica: non era la cultura patriarcale a relegarle in uno spazio limitato, > ma la loro stessa natura “instabile” a renderle inadatte a compiti di > responsabilità. La letteratura medica che circolava ai tempi di Crezia portava alle estreme conseguenze l’antica teoria umorale: la donna, si sosteneva, era più esposta alle malattie in quanto “disequilibrata per natura”, mentre il maschio, “equilibrato per metabolismo e temperatura”, risultava più forte, longevo e capace di reagire positivamente alle crisi dell’organismo. Allo stesso modo l’infertilità era considerata una prerogativa esclusivamente femminile, causata da un’eccessiva vita sessuale, dal troppo lavoro o, al contrario, dalla troppa pigrizia. Queste teorie rappresentano un caso esemplare di come la scienza, con la sua pretesa neutralità, abbia storicamente consacrato pregiudizi culturali conferendo loro lo status di verità biologiche. Il sapere medico ufficiale forniva così una giustificazione “oggettiva” all’esclusione delle donne dalle istituzioni e dalla vita pubblica: non era la cultura patriarcale a relegarle in uno spazio limitato, ma la loro stessa natura “instabile” a renderle inadatte a compiti di responsabilità. Nel mondo dei guaritori empirici, invece, le cose funzionavano diversamente. Mentre la medicina ufficiale costruiva teorie distanti dall’esperienza, figure come Crezia Mariani perpetuavano un sapere pratico basato sull’osservazione. Riconoscevano, secoli prima di Pasteur, l’importanza della pulizia e il rischio del contagio e comprendevano che le malattie cambiano col tempo e al variare delle condizioni di clima, di lavoro o di nutrizione. Enrica Chiaramonte, Giovanna Frezza e Silvia Tozzi, nel loro Donne senza rinascimento (1991), lo descrivono come “un sapere del corpo”: concreto, efficace, tramandato da una comunità prevalentemente femminile che, pur esclusa dalle università, continuava a curare e guarire. Al contrario, i medici laureati prestavano attenzione solo a quelle manifestazioni che, leggendo, avevano imparato a riconoscere e non gli interessava chiedere al malato, come un tempo faceva il medico ippocratico, notizie sulla propria malattia, sui sintomi e sul decorso. Se in un primo tempo l’attività degli empirici si affiancava a quella dei maestri laureati, disposti anche a rubare alcuni trucchetti e ad attingere alle vecchie ricette più efficaci, col tempo la medicina ufficiale rifiutò sempre più di sentirsi contigua a quella che veniva considerata “mera tecnica”. Gli attacchi all’artigianato minuto della professione non procedevano tanto da una verifica di inefficacia, quanto dal loro non essere omogenei agli orientamenti e ai canoni fissati da un’impalcatura teoretica autoritaria. Si creò così un clima di delazione che coinvolse anche la nostra Crezia: capro espiatorio per una condanna esemplare che non verrà mai eseguita, perché la Mariani morirà in cella – probabilmente a causa delle torture – pochi giorni prima della data fissata per l’esecuzione. > Quella che veniva presentata come una battaglia della scienza contro la > superstizione si rivelò, in molti casi, un arretramento della conoscenza > empirica a favore di teorie astratte e spesso inefficaci. Va da sé che la persecuzione di questo tipo di figure comportò anche notevoli passi indietro dal punto di vista del sapere medico. Per esempio, andarono perduti la ricchezza dei mezzi soporiferi e anestetici, che fecero posto a trattamenti più brutali e meccanici. Quella che veniva presentata come una battaglia della scienza contro la superstizione si rivelò, in molti casi, un arretramento della conoscenza empirica a favore di teorie astratte e spesso inefficaci. Una storia di progresso che nascondeva, in realtà, una regressione. Tra le conoscenze accantonate vi furono anche quelle che aiutavano (pur in modo rudimentale) il controllo delle nascite. Strategie che Bohannon indica come antichissime e fondamentali per la specie: “A ogni stadio della sua evoluzione”, scrive, “la ginecologia umana comprende anche molti tipi di controllo delle nascite, l’aborto e altri interventi contro la fertilità. La scelta riproduttiva femminile è di antica data”. Come dimostrano, per esempio, alcune tavolette sumere scritte in caratteri cuneiformi che offrivano consigli per aumentare o ridurre la fertilità. Lungi dall’essere una “invenzione moderna”, la scelta riproduttiva femminile è una strategia evolutiva antica. Come abbiamo visto, la gravidanza e il parto comportano rischi significativi; di conseguenza, avere troppe gravidanze troppo ravvicinate aumenta le complicanze e il tasso di mortalità. Per contro, la capacità di regolare la fertilità ha permesso alle popolazioni umane di adattarsi a diverse sfide ambientali e di migrare con successo in ambienti molto diversi tra loro. Conoscenze interrotte Nel suo monumentale lavoro, che ha richiesto un decennio di studi, Bohannon cerca di fornire spiegazioni che intrecciano biologia e assetto sociale. Spiegazioni che a volte risultano incerte o soffrono di eccessivo determinismo, come accade spesso con i saggi di antropologia più ambiziosi. Ma la sua galleria di “Eve primordiali”, progenitrici esemplari che hanno plasmato l’evoluzione umana, è potente, e a tratti commovente nel suo permetterci di empatizzare con creature tanto distanti da noi, vissute qualche milione di anni fa, che con noi condividono comuni tratti ancestrali. In questo modo riesce nell’impresa di trasformare la preistoria in un racconto popolato di personaggi a cui possiamo affezionarci, rendendo tangibile quella che altrimenti resterebbe una fredda successione di specie e mutazioni genetiche. > La storia dell’evoluzione dimenticata del corpo femminile e quella della > persecuzione storica delle guaritrici sono in fondo la stessa: quella di una > conoscenza sommersa che continua a riemergere nonostante i tentativi di > cancellarla. In contrasto con la narrazione tradizionale dell’evoluzione umana – incentrata quasi esclusivamente su maschi cacciatori e sulla competizione per le risorse – Bohannon ci presenta figure come Morgie, vissuta nelle paludi umide della fine del Triassico: una sorta di incrocio tra una donnola e un topo, un animale che deponeva le uova e che fu probabilmente la prima creatura ad allattare. O Donna, vissuta tra 67 e 63 milioni di anni fa, una specie di donnola-scoiattolo, antenata dei mammiferi con un utero simile al nostro. “Non abbiamo dunque una sola madre”, scrive Bohannon, “ne abbiamo molte. E ognuna di queste Eve ha un suo Eden personale”. Le nostre gambe da bipedi, la capacità di servirci di utensili, il tessuto adiposo del cervello: sono tutte caratteristiche che ci rendono “umani” e sono comparse in momenti diversi del nostro passato evolutivo, plasmando non solo la biologia ma anche le strutture sociali della nostra specie. Strutture che, come ci ricorda Bohannon, si sono formate anche grazie alla pressione di necessità specificamente femminili. La storia dell’evoluzione dimenticata del corpo femminile e quella della persecuzione storica delle guaritrici sono in fondo la stessa: quella di una conoscenza sommersa che continua a riemergere nonostante i tentativi di cancellarla. Dietro la persecuzione delle guaritrici e la delegittimazione del loro sapere empirico si nascondeva qualcosa di più profondo della semplice competizione professionale: il tentativo di disciplinare non solo i corpi, ma anche il modo in cui questi corpi venivano compresi e raccontati. Non è un caso che gli stessi secoli che videro l’ascesa della medicina accademica e il declino delle guaritrici popolari coincidano con una sempre più rigida codificazione dei ruoli di genere. Il caso di Crezia Mariani si inserisce in questo complesso intreccio di fattori: la sua condanna non fu solo il risultato di una specifica accusa di stregoneria, ma parte di un più ampio processo di ridefinizione dei confini della conoscenza legittima. In gioco non c’era solo la competizione tra sistemi terapeutici diversi, ma anche il controllo su chi potesse produrre e trasmettere il sapere sul corpo, soprattutto quello femminile. Al di là delle specifiche tesi biologiche, se qualcosa possiamo imparare dallo studio della storia evolutiva femminile, come dalla storia di Crezia e delle antiche guaritrici, è che la conoscenza è sempre situata, sempre parziale. E che recuperare le narrazioni sommerse non è un esercizio di correttezza politica, ma una necessità epistemologica per comprendere più pienamente chi siamo e come siamo diventati tali. L'articolo L’evoluzione nascosta del corpo femminile proviene da Il Tascabile.
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Pensare come un tumore
C’ è, in Arizona, un giardino dal nome ammaliante: Endless forms most beautiful (“Infinite forme bellissime”) – che riprende il finale di L’origine delle specie, il grande capolavoro di Charles Darwin, pubblicato per la prima volta nel 1859. Non è un giardino qualsiasi: è un giardino sul cancro. Racconta la sua natura evolutiva, il suo legame indissolubile con ogni forma di vita. Questo giardino è infatti popolato da piante particolari: i cactus crestati, un esempio lampante dell’ubiquità delle formazioni tumorali nel lussureggiante albero della vita. I cactus, come molte altre piante, sono noti per la facilità con cui sviluppano “crestazioni” o “fasciazioni”, cioè formazioni anomale che crescono alla loro sommità: “creste” di una certa bellezza, che tuttavia non sono altro che tumori, ammassi di cellule che si sono riprodotte in modo incontrollato producendo tali formazioni aggiuntive, la cui presenza può incidere sulla salute della pianta stessa. Il giardino fa parte del progetto ArtSci dell’Arizona cancer evolution center e ha lo scopo di testimoniare la presenza ubiqua del cancro in tutte le forme di vita, fin dalle origini della pluricellularità. Il cancro è onnipresente nel mondo vivente, e sembra essere un ineluttabile effetto collaterale del grande salto di qualità compiuto dalla vita più di un miliardo di anni fa (anche se pare che la vita pluricellulare si sia evoluta indipendentemente diverse volte). D’altro canto, i cactus e le loro fasciazioni sono interessanti anche per un altro motivo. Questi tumori, infatti, non uccidono l’organismo a spese del quale crescono; al contrario, nella maggior parte dei casi la pianta sopravvive, tollerando la formazione tumorale. Sebbene la scarsa aggressività dei tumori delle piante sia dovuta a caratteristiche legate alla specifica fisiologia di questo gruppo tassonomico, tale peculiarità suggerisce una prospettiva stimolante: consente di immaginare un futuro in cui il cancro, anche negli esseri umani, non sia più una malattia acuta, letale e dai meccanismi un po’ misteriosi, ma una condizione gestibile e cronica. Questo giardino di “infinite forme bellissime” vuole stimolare la riflessione sul cancro non tanto in quanto malattia – esperienza di vita purtroppo molto diffusa – ma principalmente come problema scientifico, sull’origine e i meccanismi del quale ci si può interrogare, e che si può esplorare alla ricerca di nuove soluzioni. Il tumore: tradimento della cooperazione Come la citazione darwiniana suggerisce, la chiave di volta di questo particolare approccio alla ricerca sul cancro è proprio l’inclusione della teoria dell’evoluzione, spesso assente negli studi di medicina. Affrontare problemi sanitari attraverso la lente dell’evoluzione può sembrare superfluo, o addirittura controproducente: come potrebbe un approccio lento e teorico risultare utile in una dimensione nella quale la celerità regna sovrana, in cui si lotta costantemente contro il tempo per strappare i pazienti alla malattia e alla morte? > Il cancro non è un’entità esterna, ma una conseguenza naturale del nostro > essere organismi pluricellulari, frutto di continui compromessi tra > cooperazione e conflitto tra i miliardi di cellule che ci compongono. Nel caso del cancro, però, adottare un approccio evoluzionistico, cercando di comprendere le ragioni profonde del suo emergere negli organismi viventi, potrebbe non essere così futile, e potrebbe addirittura risultare confortante per chi sta facendo i conti con questa malattia. Questo punto di vista mostra come il cancro non sia un’entità esterna, un nemico da combattere, ma una conseguenza naturale del nostro essere organismi pluricellulari, frutto di continui compromessi tra cooperazione e conflitto tra i miliardi di cellule che ci compongono. “In parte, intendiamo questo giardino come la rappresentazione di questo nuovo approccio al cancro [la terapia adattiva, di cui diremo più avanti, N.d.A.]: vivere con il cancro come una normale componente della vita, potandolo ogni tanto e gestendolo in modo responsabile”, spiegano Pamela Winfrey, Caspian Robertson, Carlo Maley e Athena Aktipis, ideatori e curatori del progetto, in un articolo sull’origine e lo sviluppo della loro idea. Proprio Athena Aktipis, biologa evoluzionista esperta in teorie della cooperazione e docente all’Arizona State University, è autrice di un saggio, uscito in Italia con il titolo Secondo natura. Come l’evoluzione ci aiuta a ripensare il cancro, nel quale offre una panoramica delle più recenti ricerche su questo spostamento di paradigma. Un approccio evoluzionistico può aiutare a comprendere le dinamiche e le ragioni evolutive che rendono possibile lo sviluppo di un tumore. A cambiare è innanzitutto la definizione di cosa il cancro sia: una sospensione della cooperazione tra cellule, un tradimento di alcuni membri della comunità nei confronti del proprio gruppo, e un ritorno a comportamenti che potremmo interpretare come ancestrali. Possiamo immaginare che proprio questi comportamenti fossero la norma in un mondo “egoista”, antecedente al momento in cui la cooperazione prevalse come strategia vincente per la vita e la pluricellularità si affermò. A rendere possibile questo “tradimento cellulare”, come lo definisce Aktipis, è una duplicità insita nella natura stessa degli organismi pluricellulari: le cellule che costituiscono l’organismo sono al tempo stesso parte di un’unica entità, riconoscibile come individuo, e unità a sé stanti, che hanno “scelto” di rinunciare a un benessere individuale immediato per ricevere maggiori benefici attraverso l’appartenenza al gruppo e l’adesione alle sue regole. Nel caso del tumore, questa dinamica si ribalta: la cellula tumorale tradisce il patto sociale della cooperazione e sfrutta i benefici dello stare in comunità senza contribuire al suo mantenimento. In questo modo risulta dannosa per l’insieme – l’organismo di cui fa parte – ma massimizza, almeno nel breve termine, il proprio successo adattativo. Competizione e cooperazione a diversi livelli Quella di guardare al cancro attraverso una lente evolutiva non è un’idea nuova: già negli anni Cinquanta del Novecento la biologia del cancro si era orientata verso questo approccio, che è però stato accantonato fino all’inizio del nuovo millennio. E quando il dibattito specifico sulla biologia del cancro è ripreso, si è incagliato nelle stesse domande e nelle stesse posizioni già delineatesi su più larga scala nella biologia evoluzionistica: una contrapposizione tra la visione neodarwiniana dell’evoluzione, incentrata su variazione genetica (e, più recentemente, epigenetica) e selezione naturale, e la prospettiva della cosiddetta “sintesi estesa”, che include nella spiegazione evoluzionistica processi di variazione e selezione non genetici, come la plasticità fenotipica, e meccanismi di “spinta” dell’evoluzione diversi dalla competizione. > La sintesi estesa integra nella teoria evolutiva un approccio relazionale ed > ecologico, che pone attenzione alle costanti e profonde interazioni sia tra > gli organismi, che tra questi e i loro ambienti. La visione gene-centrica dell’evoluzione è senz’altro valida, ma, affermano i suoi critici, parziale, dal momento che non riconosce l’importanza di fattori evolutivi come la cooperazione – fenomeno che è invece ubiquo nel mondo della vita – e la sostanziale interdipendenza tra i viventi a tutti i livelli, dal microscopico al macroevolutivo. La sintesi estesa, invece, integra nella teoria evolutiva un approccio relazionale ed ecologico, che pone attenzione alle costanti e profonde interazioni sia tra gli organismi, sia tra questi e i loro ambienti. Nel libro di Aktipis e, più in generale, nell’approccio teorico allo studio del cancro di cui la studiosa si fa portavoce, un elemento di questa visione estesa assume particolare centralità: il concetto di cooperazione. Come abbiamo visto, in quest’ottica il cancro è visto essenzialmente come una rottura dell’accordo di cooperazione che rende possibile l’esistenza di organismi pluricellulari dall’estrema complessità strutturale. Ma, allora, sorge spontanea la domanda sul perché l’evoluzione renda possibile l’esistenza del cancro, fenomeno che, essendo onnipresente in natura, non può essere semplicemente sfuggito alla selezione; al contrario, a un certo punto della storia della vita, potrebbe aver apportato qualche vantaggio alla vita stessa. Ebbene, la risposta fornita da Aktipis è che il cancro sia l’effetto collaterale (o, talvolta, il prodotto inevitabile) del continuo compromesso tra competizione e cooperazione che si esplica a ogni livello della vita: tra le cellule, tra organismi e tra popolazioni. In un organismo cooperativo, questo compromesso è difficile da mantenere: non solo durante le fasi iniziali dello sviluppo, ma per tutta la vita l’organismo ha bisogno che le “sue” cellule agiscano e si riproducano per portare avanti la vitalità dell’insieme. È essenziale, però, che questa attività venga limitata affinché non insorgano conflitti tra gli interessi contrapposti dei singoli e della comunità. Insomma, come in qualsiasi società paritaria, anche a livello cellulare vale – o dovrebbe valere – il principio secondo cui “la libertà di un individuo finisce dove inizia la libertà dell’altro”. Nel corso dell’evoluzione, gli organismi pluricellulari hanno sviluppato una varietà di strategie di contenimento e controllo del comportamento egoista che potrebbe emergere a livello cellulare. Alcuni geni, ad esempio, sono noti per la loro funzione di soppressione tumorale, ed entrano in gioco quando la cellula intraprende comportamenti anomali inducendo i propri meccanismi di autodistruzione. Inoltre, esiste una sorta di controllo incrociato in cui ogni cellula monitora le proprie vicine, rilevando forme di espressione genica sospette e avvisando il sistema immunitario. E infine c’è il sistema immunitario, appunto, che ha il compito di individuare e distruggere le anomalie potenzialmente dannose. Una questione di priorità Nonostante tutti questi meccanismi, il cancro potrebbe presentarsi in ogni momento della nostra esistenza. Le cellule esprimono costantemente comportamenti che potrebbero essere definiti pretumorali (ad esempio, una rapida proliferazione) e che, in una certa misura, vengono tollerati dall’organismo e possono essere controllati. Nelle diverse specie viventi, il grado di tolleranza al cancro è una questione di compromessi, scelte e priorità. Ad esempio, in tutti gli organismi (umani compresi) sembra esservi una diretta correlazione tra l’invecchiamento e la probabilità di sviluppare tumori. Una spiegazione plausibile di questo fenomeno è il rilassamento della selezione purificante (quella che monitora ed elimina le mutazioni genetiche), così che, con l’avanzare dell’età, un maggior numero di mutazioni si accumula nel genoma. Ciò accresce la probabilità che alcune di queste mutazioni diano alle cellule che ne sono portatrici un vantaggio adattativo (ad esempio, un aumento del tasso di proliferazione), il che aumenta le possibilità che il comportamento “egoistico” dia il via a una crescita tumorale. > Guardare al cancro in una prospettiva ecologica ed evolutiva significa > mettersi, idealmente, allo stesso livello delle cellule tumorali, provare a > comprendere il loro punto di vista e le loro necessità. Tra le diverse specie, inoltre, il livello di suscettibilità al cancro aumenta o diminuisce in funzione della longevità e della velocità di riproduzione: specie che si riproducono poco e hanno una vita lunga sembrano aver sviluppato più e migliori meccanismi per prevenire l’occorrenza di tumori nel proprio organismo; al contrario, organismi con un alto tasso riproduttivo e dalla vita breve sembrano propendere per la scommessa rischiosa di non investire molto in meccanismi di controllo e oncosoppressione – energeticamente dispendiosi – esponendosi di più alla possibilità che il cancro si presenti. Una forma di controllo a lungo termine: la terapia adattiva Guardare al cancro in una prospettiva ecologica ed evolutiva significa mettersi, idealmente, allo stesso livello delle cellule tumorali, provare a “pensare” come loro, tentare di conoscere il loro ambiente, comprendere il loro punto di vista e le loro necessità. Il tumore ha un contesto ecologico: vive in un ambiente e ha bisogno di determinate risorse; inoltre, sottostà a dei processi evolutivi: ha una tendenza alla conservazione e mira al successo riproduttivo, per tramandare la propria eredità genetica alle generazioni successive (bisogna tenere a mente che questo linguaggio che sembra supporre un’individualità e un’intenzionalità delle cellule tumorali è, come sempre quando si parla di evoluzione, puramente metaforico). Ma provare a pensare come un tumore può essere un modo per trovare strategie più efficaci nel contrastarlo. Se, come suggerisce la visione ecologica ed evolutiva qui accennata, eradicare il cancro dalle nostre esistenze è impossibile, poiché anch’esso è parte del fenomeno della vita, possiamo forse anche ripensare le strategie per curarlo: tenerlo sotto controllo, renderlo pressoché inoffensivo, domarlo. È questa la sfida della terapia adattiva, una nuova frontiera della cura del cancro che si basa proprio sulla comprensione dei fattori ecologici ed evolutivi che regolano la crescita e la progressione dei tumori. Uno dei principali problemi a cui le terapie farmacologiche devono far fronte è il fatto che, dopo un certo periodo di esposizione, molti tumori sviluppano una resistenza ai farmaci. Si tratta di un classico fenomeno di “corsa agli armamenti evolutiva”: se un farmaco non ha successo nell’uccidere tutte le cellule tumorali, le poche sopravvissute – sopravvissute proprio in quanto resistenti al farmaco – riprenderanno a riprodursi, e il cancro risorgerà dalle sue ceneri in una forma più resistente. La terapia adattiva prova ad aggirare il problema cambiando strategia: non più un bombardamento con grandi quantità di farmaco citotossico, con l’obiettivo di eliminare tutte le cellule tumorali, ma un’esposizione modulata per indebolire la “comunità” tumorale prima bloccandone la crescita, e poi rallentandole il tasso di evoluzione. > Modulando l’esposizione di una popolazione tumorale a determinati farmaci se > ne può influenzare la direzione evolutiva, ad esempio rallentando il tasso di > crescita e inibendo la cooperazione tra cellule. A informare questo approccio, che aggiunge un ulteriore livello alla complessità dei processi e dei meccanismi alla base del cancro, vi sono alcune osservazioni: ad esempio, si è notato che le cellule tumorali presentano un ciclo riproduttivo più lento se si trovano a vivere in un microambiente non particolarmente ostile e hanno a disposizione una fonte di risorse stabile, mentre pare che il tumore cresca più rapidamente e tenda a formare metastasi soprattutto quando le risorse sono scarse e il microambiente non è più ospitale, e dunque le cellule “migrano” verso nuovi lidi (un processo noto come “evoluzione per dispersione”). Una volta compresi questi meccanismi, modulando l’esposizione di una popolazione tumorale a determinati farmaci se ne può influenzare la direzione evolutiva, ad esempio rallentando il tasso di crescita e inibendo la cooperazione tra cellule (che si forma, anch’essa, soprattutto in condizioni di stress ecologico). L’impiego oculato dei farmaci come pressione selettiva è una tecnica promettente, ma non è l’unica strada percorribile. Un altro tipo d’intervento consiste nel potenziare o riparare i meccanismi di controllo del tradimento cellulare che il tumore ha sospeso o “ingannato”, ad esempio coadiuvando la funzionalità del sistema immunitario. Si può anche controllare l’afflusso di risorse a cui il cancro può attingere, riducendole in modo lento e graduale così che il tumore riduca la propria attività vitale. Si tratta di un approccio comunemente usato in agricoltura per la gestione degli agenti infestanti e per il trattamento delle malattie infettive, ma, in quanto basato su principi ecologici ed evolutivi, è altrettanto valido per il trattamento del cancro. Lo scopo ultimo della terapia adattiva è tenere sotto controllo il tumore e, idealmente, cronicizzarlo, “aumentando così in modo significativo la vita del paziente e riducendone le sofferenze attraverso la limitazione, piuttosto che l’eradicazione, della crescita e della diffusione del cancro”. Il cancro, insomma, è “un complesso sistema adattativo”, come lo hanno definito in un articolo del 2015 i biologi Gunther Jansen, Robert Gatenby e Athena Aktipis. Per poterlo trattare e, soprattutto, controllare, è necessario riconoscerne la natura dinamica. Ampliare la nostra comprensione di questa malattia accogliendo una visione evoluzionistica ci dà la speranza – conclude Aktipis nel suo libro – di “creare un mondo in cui curare [il cancro] diventi una forma di controllo a lungo termine”. L'articolo Pensare come un tumore proviene da Il Tascabile.
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L’Ai in medicina? Non basta “usarla bene”, e l’etica non ci salverà dall’effetto Vajont
"Cosa succede quando abbiamo messo la decisione [sulla vita o morte di un paziente, ndr] nelle mani di un'inesorabile macchina a cui dobbiamo porre le giuste domande in anticipo, senza comprendere appieno le operazioni o il processo attraverso cui esse troveranno risposta?”. Norbert Wiener, “God and Golem, Inc.”, 1963. Questa citazione ha aperto un recente congresso sull’uso dell’Intelligenza artificiale (Ai) in ambito sociosanitario durante il quale era intenzione di chi scrive provocare un dibattito per cercare di uscire dallo “spettro delle opinioni accettabili” (Noam Chomsky) e -al contempo- ampliare la comprensione del fenomeno, ripercorrendone la storia. Nello specifico, le “opinioni accettabili” nel dibattito sull’adozione dell’Ai sono quelle che vengono chiamati “i tre assiomi della transizione digitale” di cui l’adozione a rotta di collo dell’Ai è la logica conseguenza. Primo, la tecnologia è neutra, l’importante è usarla bene (eticamente?); secondo, digitale è meglio di analogico, perché la tecnologia di oggi è sempre meglio di quella di ieri; terzo, i problemi di oggi saranno risolti dalla tecnologia di domani, perché la tecnologia risolve qualsiasi problema. Il primo assioma è relativamente semplice da “smontare”. Se fosse vero che la tecnologia è neutrale allora dovrebbe esistere un modo per “usare bene” l’auto nelle strade di Roma, alle cinque del pomeriggio. Invece il problema dello spostamento in orario di punta si risolve solo cambiando tecnologia: bisogna abbandonare l’auto a favore della bici, del motorino o del trasporto pubblico. Saper “usare bene” l’auto non aiuta.  Nel caso specifico dell’uso dell’Ai in medicina siamo poi davanti a un rischio ancora più grave: l’effetto Vajont. Come racconta Marco Paolini nel suo spettacolo teatrale, dopo il disastro, lui non riesce a dare la colpa dei morti alla diga. La diga aveva fatto bene il suo lavoro: non era crollata. Anche Dino Buzzati scrive, all’indomani del disastro, “la diga del Vajont era ed è un capolavoro”. Fascinazione tutta maschile per l’artefatto. Eppure questa tecnologia perfetta è coinvolta nella morte di oltre duemila innocenti. Com’è possibile? La diga non andava costruita in quella valle: troppo stretta e troppo frequentemente soggetta a frane importanti, quello è il problema. Un problema politico.  Sulla scena del disastro, a denunciarlo, c’è una donna coraggiosa: Tina Merlin, inviata per l’Unità, che scrive un libro che inchioda politici e imprenditori senza scrupoli alle loro responsabilità: “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont”. Oggi le donne che parlano fuori dal coro dell’entusiasmo “virile” per la tecnologia si chiamano Gebru, Bender, Whittaker, Tafani. L’ultima, da esperta di etica, non è affatto convinta che l’etica possa offrire risposte a questi problemi: “L’'etica dell’intelligenza artificiale' è assimilabile dunque a una merce, che i ricercatori e le università sono interessati a fornire, in quanto ‘olio che unge le ruote della collaborazione’ con le grandi aziende tecnologiche, e che le aziende commissionano e acquistano perché è loro utile come capitale reputazionale” (Daniela Tafani, L’"etica"come specchietto per le allodole, 2023). Infatti, per tornare all’esempio dell’auto, l’etica del pilota non diminuisce l’inquinamento causato dallo stare fermi al semaforo. Per diminuirlo bisogna entrare nella “stanza dei bottoni” e imporre una modifica che preveda lo spegnimento del mezzo quando si ferma. L’etica a posteriori diventa, appunto, uno specchietto per le allodole. La falsificazione del secondo assioma può passare nuovamente da un confronto della bicicletta con l’auto: la prima è certo una tecnologia precedente, ma è capace di risolvere un problema che la seconda non risolve. Di esempi come questo se ne possono trovare molti: i vecchi Nokia che mitigano il problema dell’e-waste grazie a una batteria facilmente rimovibile, per esempio. Il terzo assioma esprime il pensiero che il sociologo Evgeny Morozov ha definito soluzionismo tecnologico, ossia la convinzione che tutti i problemi umani contemplino una soluzione per via tecnologica. Questa posizione si fonda su un credo che Nick Barrowman chiama “culto del dato”: “Siamo tentati di presupporre che i dati siano autosufficienti e indipendenti dal contesto e che, con sufficienti dati, le preoccupazioni relative a causalità, bias (distorsione), selezione e incompletezza possano essere ignorate. È una visione seducente: i dati ‘crudi’, non corrotti dalla teoria o dall'ideologia, ci condurranno alla verità; non saranno necessari esperti; non saranno rilevanti le teorie, né sarà necessario vagliare alcuna ipotesi” (Nick Barrowman, Why data is never raw). Il credo di tale “setta”, che altro non è se non un culto minore dello scientismo, produce una distorsione paradossale: credere nella supremazia del dato sulla stessa scienza che dovrebbe produrlo, come l’ex caporedattore di Wired, Chris Anderson quando scrive che “oggi possiamo gettare i numeri nei più grandi cluster di calcolo che il mondo abbia mai visto e lasciare che gli algoritmi statistici trovino modelli dove la scienza non può arrivare”. Se Anderson avesse ragione l’avvento della tecnologia causerebbe la fine della scienza. La realtà è che i dati non sono mai "crudi": “I dati 'crudi' sono un ossimoro e una cattiva idea. Al contrario, i dati dovrebbero essere cucinati con cura. ‘Crudo’ ha un senso di naturale o incontaminato, mentre ‘cotto’ suggerisce il risultato di processi cognitivi. Ma i dati sono sempre il prodotto di processi cognitivi, culturali e istituzionali che determinano cosa raccogliere e come farlo” (ibidem). Esplicitare questi processi significa fare scienza, associando alle “sensate esperienze” le “dimostrazioni necessarie” (come affermava Galileo Galilei). Sorvolarli, per contro, significa rischiare conclusioni grossolanamente errate, o persino non rendersi conto di tali errori e sprofondare nella pseudoscienza. Sgombrato quindi il campo dalle mistificazioni che “limitano rigorosamente lo spettro delle opinioni accettabili” (Chomsky) siamo finalmente in condizione di sintetizzare i motivi per cui l’introduzione dell’Ai in medicina dovrebbe essere valutata caso per caso, e con grande attenzione. Questa tecnologia non è neutra: si fonda sul lavoro sottopagato del Sud globale; pone già oggi un enorme problema ecologico per via dei consumi pantagruelici di acqua, elettricità, suolo, terre rare (al punto che l'Ue ha lanciato una campagna per riaprire le miniere entro i territori dell’Unione per garantirsi i "materiali strategici" necessari a costruire i datacenter con tutti i rischi geopolitici che questo implica).  Le applicazioni delle Ai generative sono soggette al problema delle "allucinazioni" che, in situazioni di rischio per la vita, rappresentano un problema gravissimo e, anche quando potrebbero essere utili, generano pesanti cambiamenti nel modus operandi di una istituzione sanitaria, cambiamenti non sempre possibili o economici. Quindi non sono sempre meglio dei metodi precedenti: dipende.  C’è poi il fatto che le Ai pensate per la medicina non sono abbastanza testate per poter essere considerate sicure, soprattutto quando non si rispettano i protocolli tipici della ricerca scientifica, sull’onda della “immaterialità del digitale” o di slogan assurdi coniati in Silicon Valley, come “move fast, break things”. L’unica cosa da rompere sono certi piani di dominio del mondo, roba da scienziati pazzi. Infine, l'uso degli strumenti Ai in medicina può produrre pericolosi errori metodologici, che possono portare a storture distopiche come l'utilizzo dell'Ai per decidere automaticamente se staccare la spina a un paziente, o quale trattamento salvavita somministrargli. L’eventuale morte del paziente non potrà essere risolta dalla successiva tecnologia.  “Scatole oscure. Intelligenza artificiale e altre tecnologie del dominio” è una rubrica a cura di Stefano Borroni Barale. La tecnologia infatti è tutto meno che neutra. Non è un mero strumento che dipende unicamente da come lo si usa, i dispositivi tecnici racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per questo le tecnologie “del dominio”, quelle che ci propongono poche multinazionali, sono quasi sempre costruite come scatole oscure impossibili da aprire, studiare, analizzare e, soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui la tecnologia ha un ruolo via via più dispositivo (e può quindi essere usata per controllarci) aprire e modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale per la partecipazione, la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le scatole è un atto politico. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica teorica presso l’Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto EU-DataGrid (il prototipo del moderno cloud) all’interno del gruppo di ricerca dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per lavorare nel programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale di formazione dell’Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del torinese e, come membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della Pedagogia hacker per varie organizzazioni, tra cui il ministero dell’Istruzione. Sostenitore del software libero da fine anni Novanta, è autore per Altreconomia di “Come passare al software libero e vivere felici” (2003), una delle prime guide italiane su Linux e altri programmi basati su software libero e “L’intelligenza inesistente. Un approccio conviviale all’intelligenza artificiale” (2023). © riproduzione riservata L'articolo L’Ai in medicina? Non basta “usarla bene”, e l’etica non ci salverà dall’effetto Vajont proviene da Altreconomia.
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