I l primo aprile 2006 il British Medical Journal (BMJ) pubblicava un articolo
che annunciava la scoperta di una nuova malattia chiamata MoDeD (Motivational
Deficiency Disorder), o disturbo da carenza motivazionale. Secondo l’articolo,
redatto dal fittizio Dr. Leth Argos dell’Università di Newcastle, il disturbo si
manifestava con una pigrizia estrema, arrivando nei casi più gravi a ridurre la
motivazione a respirare. La cura proposta? Un farmaco immaginario chiamato
Indolebant, che avrebbe trasformato un giovane incapace di alzarsi dal divano in
un consulente finanziario attivo a Sydney. L’articolo, pur essendo chiaramente
una parodia, fu preso sul serio da numerosi media, che lo diffusero come una
scoperta scientifica reale. La situazione prese una piega tale che il BMJ fu
costretto a svelare lo scherzo poche ore dopo la pubblicazione.
Il caso del MoDeD divenne un esempio emblematico di come la definizione di
malattia possa essere facilmente ampliata o manipolata, trasformando aspetti
della vita quotidiana in condizioni cliniche da diagnosticare e trattare, e
anticipava molte delle discussioni successive sulla costruzione mediatica e
sociale della malattia. Possiamo spiegare il successo della notizia con la
tendenza, consolidatasi negli ultimi decenni, a interpretare come problemi di
salute ciò che prima consideravamo semplici varianti naturali della
configurazione corporea. Questo processo è noto come medicalizzazione, ed è
particolarmente evidente nell’ambito della medicina estetica.
La patologizzazione della bruttezza
Una piega palpebrale assente, un naso prominente, denti non perfettamente
allineati, una pelle dalla texture irregolare. Nella medicina contemporanea
molte caratteristiche fisiche hanno subito una trasformazione silenziosa ma
radicale: da semplici variazioni non desiderabili, da accettare passivamente,
sono diventate oggetto di attenzione medica. Siamo nel campo della medicina non
solo perché si applicano competenze e strumenti propri di questa disciplina, ma
anche perché spesso c’è una diagnosi di patologia. Se in alcuni casi la
patologia è rappresentata da compromissioni funzionali, in altri casi essa
coincide con il disagio psicologico e sociale che, anche in assenza di
disfunzioni, può scaturire dal senso di inadeguatezza rispetto ai canoni
estetici dominanti. In queste circostanze si interviene dunque sul corpo per
guarire una “malattia dell’anima”.
> Per medicalizzazione si intende la tendenza a trattare come problemi medici
> alcuni aspetti della vita ‒ fisici, psicologici o sociali ‒ un tempo ritenuti
> normali.
Questa metamorfosi culturale, che il filosofo della medicina Yves Saint James
Aquino identifica come patologizzazione della bruttezza, si nutre di un
meccanismo duplice. Da un lato, la medicina si è appropriata di una
sovrapposizione antica, quella tra bello, buono e sano. Un volto con pelle
uniforme, privo di segni visibili di malattia o invecchiamento, tende a essere
percepito simultaneamente come in salute, virtuoso, giovane e attraente; al
contrario, caratteristiche che deviano dagli standard vengono lette come
limitazioni funzionali o segnali di una salute precaria. Dall’altro, agiscono
strategie attive per inquadrare la chirurgia estetica non come pratica
migliorativa, ma come intervento terapeutico.
In particolare, Aquino identifica tre possibili concettualizzazioni tramite cui
la bruttezza viene patologizzata, che fanno riferimento a tre diverse concezioni
della malattia.
Malattia come danno, disfunzione e deviazione
La prima si basa sul concetto di danno. Negli anni Trenta i chirurghi plastici
giustificavano le correzioni dei tratti corporei che causavano disagio
psicologico chiamando in causa il complesso di inferiorità; oggi la retorica si
è spostata sul modello della disabilità, considerando la bruttezza come uno
svantaggio invalidante che può limitare le opportunità socioeconomiche. In
entrambi i casi emerge una concezione normativista della malattia, che fonda il
concetto di salute sul vissuto personale e su valori socialmente condivisi.
Questa visione si intreccia con i meccanismi sociali di riconoscimento e
valorizzazione della bellezza: il benessere soggettivo e le traiettorie di vita
vengono influenzate da bias cognitivi come l’effetto alone, che attribuisce
qualità positive agli individui fisicamente attraenti. In virtù di questi
pregiudizi, essere di bell’aspetto si traduce in un beauty premium (traducibile
in italiano come “premio alla bellezza”) che apporta vantaggi economici, sociali
e professionali tangibili, tra cui migliori risultati scolastici, lavori di
status più elevato e maggiori probabilità di successo nelle relazioni.
> Diversi studi mostrano come un bell’aspetto spesso si traduca in vantaggi
> economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati
> scolastici, lavori di status più elevato e maggiori probabilità di successo
> nelle relazioni.
La seconda accezione si basa sul concetto di disfunzione: la bruttezza
ostacolerebbe l’attrazione di partner sessuali e l’integrazione sociale,
entrambe necessarie alla riproduzione. Ci troviamo all’interno di un paradigma
naturalista, che concepisce la malattia come una disfunzione oggettiva rispetto
ai normali processi biologici di un organismo, indipendentemente da percezioni
soggettive o valori culturali.
La terza accezione si basa sul concetto di deviazione: la caratterizzazione
patologica della bruttezza dipenderebbe da uno scostamento misurabile rispetto a
una norma statistica o un canone numerico. Un esempio è il rapporto aureo,
utilizzato in medicina estetica per valutare le proporzioni del viso. Quando una
caratteristica si colloca oltre i limiti di questa norma, si parla di
“deviazione” anche se non c’è un danno soggettivo percepito, né una disfunzione
biologica identificabile. In realtà, osserva Aquino, il ricorso alla norma
statistica è spesso uno strumento per naturalizzare standard culturali,
mascherandoli da criteri biologici universali.
La crescente patologizzazione della bruttezza mette in crisi la distinzione
tradizionale tra chirurgia ricostruttiva e chirurgia cosmetica e ridefinisce i
criteri di legittimità dell’intervento chirurgico: ciò che un tempo era
giustificato solo dal ripristino di una funzione corporea mancante o danneggiata
oggi può essere autorizzato anche dalla richiesta di colmare un presunto
svantaggio biologico o sociale.
Quello che sta accadendo con la medicina estetica è considerato da molti un
esempio evidente di disease mongering, concetto spesso reso in italiano come
“mercificazione della malattia”: si espande il dominio del patologico e quindi
il raggio d’azione della medicina, spesso con l’obiettivo di allargare il
mercato di farmaci e trattamenti. Più il concetto di malattia diventa fluido e
ambiguo, infatti, più diventa facile creare a tavolino nuove patologie. Ciò
induce nel pubblico una certa percezione di rischio e deficit, aumentando le
possibilità del mercato di identificare target di pazienti-clienti a cui
proporre prodotti sanitari come integratori, test diagnostici, programmi di
benessere e trattamenti.
> Siamo di fronte a un esempio evidente di disease mongering, o mercificazione
> della malattia. Più il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti,
> più diventa facile creare a tavolino nuove patologie.
La ridefinizione concettuale dei confini tra salute e malattia non è però
esclusiva dell’ambito estetico. Si tratta di un processo che ha investito la
medicina in maniera trasversale, rendendo la salute nel suo insieme qualcosa di
incerto, malleabile e negoziabile. Questa evoluzione si è tradotta nella
crescente espansione dei codici ICD (International Classification of Diseases),
la Classificazione internazionale delle malattie dell’OMS (Organizzazione
Mondiale della Sanità) che oggi supera le 68.000 voci, contro le 13.000 degli
anni Settanta.
L’osteoporosi e altre zone grigie
Un caso particolarmente dibattuto nella letteratura scientifica è quello
relativo all’osteoporosi. Inizialmente considerata una condizione fisiologica
legata all’invecchiamento, l’osteoporosi è stata riconosciuta come patologia con
l’introduzione di criteri diagnostici basati su soglie di densità minerale
ossea, fissate a partire dai valori medi di giovani donne sane. Ciò ha
comportato la classificazione di milioni di donne in menopausa come malate o a
rischio, dal momento che i loro valori si discostavano dalla “norma statistica”,
nonostante il rischio concreto di frattura fosse molto basso nella maggior parte
dei casi. Questa medicalizzazione della fragilità ossea, sostenuta anche dalla
necessità di ridurre l’impatto economico-sociale delle fratture sul sistema
sanitario, ha alimentato la commercializzazione di nuovi farmaci.
Da qui l’ipotesi di un ruolo attivo delle industrie farmaceutiche nella
promozione di campagne mediatiche per la prevenzione dell’osteoporosi, che
insistono sul carattere diffuso e subdolo della malattia, spesso rinforzato da
metafore come “la ladra di ossa”, che traduce la fisiologia dell’invecchiamento
in una narrazione di pericolo e perdita. Queste campagne invitano all’acquisto
di soluzioni farmacologiche anziché all’adozione di strategie preventive più
semplici ed efficaci (come mantenere un’alimentazione equilibrata, fare
esercizio fisico e non fumare), nonostante i benefici reali delle soluzioni
proposte risultino limitati, se rapportati ai rischi e ai costi. La sindrome
dell’intestino irritabile, la calvizie, la disfunzione erettile, la sindrome
metabolica e l’ipercolesterolemia sono state oggetto di riflessioni critiche
analoghe, per citare solo qualche esempio.
> Nel caso dell’osteoporosi, la medicalizzazione della fragilità ossea ha aperto
> la strada a campagne pubblicitarie che promuovono l’acquisto di soluzioni
> farmacologiche anziché l’adozione di strategie preventive più semplici ed
> efficaci.
Alcuni teorici ritengono che al disease mongering abbiano contribuito i
progressi nel campo della biochimica, in particolare la scoperta di indicatori
biologici (geni, molecole, cellule, parametri come la pressione o la frequenza
cardiaca) in grado di segnalare la predisposizione al rischio di sviluppare
determinate patologie. In un recente contributo pubblicato su Frontiers in
Sociology, il neurologo Naveen K. Reddy segnala come l’industria farmaceutica
stia sempre più influenzando le definizioni di malattia, proponendo di
diagnosticare condizioni come l’Alzheimer o il Parkinson in individui
completamente asintomatici, solo sulla base della presenza di biomarcatori nel
sangue. Questo fenomeno rischia di aumentare le sovradiagnosi, i trattamenti
poco efficaci e le spese per sostenerli, alimentando lo squilibrio di potere tra
bisogni reali dei pazienti e interessi commerciali.
La riflessione di Reddy non riguarda solo le malattie neurologiche: in
oncologia, con la tecnica delle biopsie liquide, che rilevano DNA tumorale
circolante, si rischia di inglobare nelle definizioni di cancro stadi preclinici
che potrebbero non progredire mai verso una malattia sintomatica. In
psichiatria, test ematici per marker infiammatori legati alla depressione
potrebbero patologizzare risposte emotive normali. Nel caso del diabete,
biomarcatori avanzati per la resistenza insulinica potrebbero classificare
individui senza sintomi come prediabetici, spingendoli verso l’uso di costosi
farmaci.
L’era della subsalute
L’espansione del perimetro della medicina ha profondamente trasformato il
rapporto degli individui con il proprio corpo e la propria salute. Sempre più
spesso, la prevenzione non si limita a promuovere comportamenti sani o a
monitorare situazioni ad alto rischio, ma diventa una strategia di
ipersorveglianza costante e capillare su ogni aspetto dell’esperienza corporea.
Questo orientamento trasforma quasi ogni cittadino in un “paziente potenziale”
impegnato in screening, check-up, test genetici, autovalutazioni e consulti per
scoprire e correggere il più piccolo scostamento dalla normalità.
La promozione della salute, così, non si configura più solo come tutela dal
rischio, ma come dovere di perseguire un ideale di benessere ottimale e
durevole, da certificare e monitorare costantemente attraverso dispositivi,
tecnologie, esami strumentali e consulenze mediche. Il risultato è che
l’attenzione si sposta dalla cura della patologia alla gestione ansiosa di ogni
segnale di inefficienza, vulnerabilità o affaticamento.
> Sempre più spesso, la prevenzione diventa una strategia di ipersorveglianza su
> ogni aspetto dell’esperienza corporea, trasformando ogni cittadino in un
> “paziente potenziale” impegnato in check-up, test e consulti per scoprire e
> correggere il più piccolo scostamento dalla normalità.
È all’interno di questo scenario che ha preso corpo il costrutto di salute
subottimale, concepito come un vero e proprio spazio liminale tra salute piena e
malattia diagnosticabile. Essa si manifesta attraverso sintomi poco specifici ma
persistenti, come affaticamento, sonnolenza, mal di testa, insonnia, difficoltà
di concentrazione e cali di memoria. Il termine nasce in Cina per descrivere le
percezioni di disagio psicofisico di una crescente fetta della popolazione,
soprattutto giovani adulti urbanizzati, che pur non risultando malati secondo i
criteri clinici, riportano un generale senso di salute incompleta o precaria,
accompagnata da insoddisfazione e preoccupazione. Nel 2025 Lijiaozi Cheng,
studiosa di sociologia della salute all’Università di Sheffield, ha esplorato
l’utilizzo del concetto di subhealth tra i giovani cinesi, raccogliendo
sensazioni che vanno dall’“essere in cammino verso la malattia” a una sorta di
“sospensione biografica” all’interno delle routine della vita quotidiana.
La subsalute risulta particolarmente appetibile dal punto di vista commerciale,
poiché non si basa su parametri oggettivi e misurabili ma su un vissuto
soggettivo che, in quanto tale, può esprimersi in forme e intensità differenti,
tutte potenzialmente degne di prevenzione. La salute subottimale, infatti, è
generalmente concepita come una fase reversibile, a patto di intervenire sullo
stile di vita e sulla riduzione dei fattori di rischio. In tal senso, essa
rappresenta una vera e propria “zona di transizione”, dove l’individuo si
configura come un “paziente in attesa” o un protopaziente, chiamato a correre ai
ripari e rivedere le proprie abitudini prima che possano evolvere in malattie
conclamate.
Se nelle patologie diagnosticabili tramite biomarcatori si è “malati senza
sintomi” perché lo dice un test, nella subsalute si è “sintomatici senza
malattia” perché lo afferma il vissuto individuale. Eppure entrambe partecipano
allo stesso processo: la produzione di una zona grigia in cui medicalizzazione e
incertezza diagnostica si intrecciano, lasciando spazio a una molteplicità di
risposte sociali, cliniche e commerciali.
Il potere del discorso
Questo progressivo ampliamento dei confini diagnostici non sarebbe possibile
senza l’intervento di strategie discorsive precise, che sfruttano l’ambiguità
dei concetti di salute e malattia per costruire legittimità e consenso attorno a
nuove categorie patologiche. La letteratura sociologica mostra che le narrazioni
veicolate dai media, dalla comunicazione pubblicitaria e dai discorsi
istituzionali sono in grado di conferire consistenza scientifica apparente a
concetti privi di un sostegno empirico robusto.
> Le malattie non vengono soltanto “scoperte” dalla scienza e poi comunicate al
> pubblico, a volte vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso
> pratiche linguistiche, narrative e mediatiche che possono prescindere dalla
> solidità delle evidenze.
Uno studio del 2025 dei linguisti Dermot Heaney e Giorgia Riboni ha confrontato
lo Sluggish cognitive tempo (SCT), una condizione documentata in letteratura ma
non universalmente riconosciuta come disturbo autonomo e spesso descritta come
variante dell’ADHD, con il MoDeD, il disturbo inventato dal fantomatico Dr. Leth
Argos. L’analisi di Heaney e Riboni evidenzia un repertorio condiviso di modelli
lessicali, fraseologici e retorici che ha reso il MoDeD credibile. Lo studio,
basato su articoli e contenuti online, mostra come l’uso di termini tecnici,
sigle, casi-studio concreti, dati numerici e citazioni di esperti dia
l’impressione di autorevolezza e scientificità. Molti dei contenuti esaminati,
ad esempio, riferiscono la stima secondo cui “uno su cinque” sarebbe affetto da
MoDeD, fornendo così un dato quantitativo che rende la portata della malattia
più fondata e tangibile.
Le narrazioni seguono schemi ricorrenti: la condizione è presentata come diffusa
ma poco riconosciuta (“molti non lo sanno”), come un progresso rispetto alla
comprensione precedente (“per tutta la vita hai creduto di essere pigro; in
realtà sei malato”), come un insieme di sintomi da prendere sul serio (“essere
sottodiagnosticati è pericoloso”). Così, gli autori mostrano che la
medicalizzazione non è un fenomeno puramente medico, ma un processo sociale e
discorsivo. Le malattie non vengono solo “scoperte” dalla scienza e poi
comunicate al pubblico: vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso
pratiche linguistiche, narrative, mediatiche e retoriche che possono prescindere
dalla solidità delle evidenze.
Se persino una malattia inventata può risultare verosimile, quali strumenti
abbiamo per distinguere ciò che è fondato scientificamente da una patologia
costruita ad arte per interessi di mercato? Forse non ci resta che abbracciare
la consapevolezza che salute e malattia sono sempre, anche, categorie
discorsive, sociali, politiche e commerciali. Riconoscere questa
multidimensionalità significa smettere di cercare confini immutabili e oggettivi
e interrogarsi invece su chi ha il potere di tracciare quei confini, e a
vantaggio di chi.
L'articolo Il malato immaginato proviene da Il Tascabile.
Tag - medicina
I l primo aprile 2006 il British Medical Journal (BMJ) pubblicava un articolo
che annunciava la scoperta di una nuova malattia chiamata MoDeD (Motivational
Deficiency Disorder), o disturbo da carenza motivazionale. Secondo l’articolo,
redatto dal fittizio Dr. Leth Argos dell’Università di Newcastle, il disturbo si
manifestava con una pigrizia estrema, arrivando nei casi più gravi a ridurre la
motivazione a respirare. La cura proposta? Un farmaco immaginario chiamato
Indolebant, che avrebbe trasformato un giovane incapace di alzarsi dal divano in
un consulente finanziario attivo a Sydney. L’articolo, pur essendo chiaramente
una parodia, fu preso sul serio da numerosi media, che lo diffusero come una
scoperta scientifica reale. La situazione prese una piega tale che il BMJ fu
costretto a svelare lo scherzo poche ore dopo la pubblicazione.
Il caso del MoDeD divenne un esempio emblematico di come la definizione di
malattia possa essere facilmente ampliata o manipolata, trasformando aspetti
della vita quotidiana in condizioni cliniche da diagnosticare e trattare, e
anticipava molte delle discussioni successive sulla costruzione mediatica e
sociale della malattia. Possiamo spiegare il successo della notizia con la
tendenza, consolidatasi negli ultimi decenni, a interpretare come problemi di
salute ciò che prima consideravamo semplici varianti naturali della
configurazione corporea. Questo processo è noto come medicalizzazione, ed è
particolarmente evidente nell’ambito della medicina estetica.
La patologizzazione della bruttezza
Una piega palpebrale assente, un naso prominente, denti non perfettamente
allineati, una pelle dalla texture irregolare. Nella medicina contemporanea
molte caratteristiche fisiche hanno subito una trasformazione silenziosa ma
radicale: da semplici variazioni non desiderabili, da accettare passivamente,
sono diventate oggetto di attenzione medica. Siamo nel campo della medicina non
solo perché si applicano competenze e strumenti propri di questa disciplina, ma
anche perché spesso c’è una diagnosi di patologia. Se in alcuni casi la
patologia è rappresentata da compromissioni funzionali, in altri casi essa
coincide con il disagio psicologico e sociale che, anche in assenza di
disfunzioni, può scaturire dal senso di inadeguatezza rispetto ai canoni
estetici dominanti. In queste circostanze si interviene dunque sul corpo per
guarire una “malattia dell’anima”.
> Per medicalizzazione si intende la tendenza a trattare come problemi medici
> alcuni aspetti della vita ‒ fisici, psicologici o sociali ‒ un tempo ritenuti
> normali.
Questa metamorfosi culturale, che il filosofo della medicina Yves Saint James
Aquino identifica come patologizzazione della bruttezza, si nutre di un
meccanismo duplice. Da un lato, la medicina si è appropriata di una
sovrapposizione antica, quella tra bello, buono e sano. Un volto con pelle
uniforme, privo di segni visibili di malattia o invecchiamento, tende a essere
percepito simultaneamente come in salute, virtuoso, giovane e attraente; al
contrario, caratteristiche che deviano dagli standard vengono lette come
limitazioni funzionali o segnali di una salute precaria. Dall’altro, agiscono
strategie attive per inquadrare la chirurgia estetica non come pratica
migliorativa, ma come intervento terapeutico.
In particolare, Aquino identifica tre possibili concettualizzazioni tramite cui
la bruttezza viene patologizzata, che fanno riferimento a tre diverse concezioni
della malattia.
Malattia come danno, disfunzione e deviazione
La prima si basa sul concetto di danno. Negli anni Trenta i chirurghi plastici
giustificavano le correzioni dei tratti corporei che causavano disagio
psicologico chiamando in causa il complesso di inferiorità; oggi la retorica si
è spostata sul modello della disabilità, considerando la bruttezza come uno
svantaggio invalidante che può limitare le opportunità socioeconomiche. In
entrambi i casi emerge una concezione normativista della malattia, che fonda il
concetto di salute sul vissuto personale e su valori socialmente condivisi.
Questa visione si intreccia con i meccanismi sociali di riconoscimento e
valorizzazione della bellezza: il benessere soggettivo e le traiettorie di vita
vengono influenzate da bias cognitivi come l’effetto alone, che attribuisce
qualità positive agli individui fisicamente attraenti. In virtù di questi
pregiudizi, essere di bell’aspetto si traduce in un beauty premium (traducibile
in italiano come “premio alla bellezza”) che apporta vantaggi economici, sociali
e professionali tangibili, tra cui migliori risultati scolastici, lavori di
status più elevato e maggiori probabilità di successo nelle relazioni.
> Diversi studi mostrano come un bell’aspetto spesso si traduca in vantaggi
> economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati
> scolastici, lavori di status più elevato e maggiori probabilità di successo
> nelle relazioni.
La seconda accezione si basa sul concetto di disfunzione: la bruttezza
ostacolerebbe l’attrazione di partner sessuali e l’integrazione sociale,
entrambe necessarie alla riproduzione. Ci troviamo all’interno di un paradigma
naturalista, che concepisce la malattia come una disfunzione oggettiva rispetto
ai normali processi biologici di un organismo, indipendentemente da percezioni
soggettive o valori culturali.
La terza accezione si basa sul concetto di deviazione: la caratterizzazione
patologica della bruttezza dipenderebbe da uno scostamento misurabile rispetto a
una norma statistica o un canone numerico. Un esempio è il rapporto aureo,
utilizzato in medicina estetica per valutare le proporzioni del viso. Quando una
caratteristica si colloca oltre i limiti di questa norma, si parla di
“deviazione” anche se non c’è un danno soggettivo percepito, né una disfunzione
biologica identificabile. In realtà, osserva Aquino, il ricorso alla norma
statistica è spesso uno strumento per naturalizzare standard culturali,
mascherandoli da criteri biologici universali.
La crescente patologizzazione della bruttezza mette in crisi la distinzione
tradizionale tra chirurgia ricostruttiva e chirurgia cosmetica e ridefinisce i
criteri di legittimità dell’intervento chirurgico: ciò che un tempo era
giustificato solo dal ripristino di una funzione corporea mancante o danneggiata
oggi può essere autorizzato anche dalla richiesta di colmare un presunto
svantaggio biologico o sociale.
Quello che sta accadendo con la medicina estetica è considerato da molti un
esempio evidente di disease mongering, concetto spesso reso in italiano come
“mercificazione della malattia”: si espande il dominio del patologico e quindi
il raggio d’azione della medicina, spesso con l’obiettivo di allargare il
mercato di farmaci e trattamenti. Più il concetto di malattia diventa fluido e
ambiguo, infatti, più diventa facile creare a tavolino nuove patologie. Ciò
induce nel pubblico una certa percezione di rischio e deficit, aumentando le
possibilità del mercato di identificare target di pazienti-clienti a cui
proporre prodotti sanitari come integratori, test diagnostici, programmi di
benessere e trattamenti.
> Siamo di fronte a un esempio evidente di disease mongering, o mercificazione
> della malattia. Più il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti,
> più diventa facile creare a tavolino nuove patologie.
La ridefinizione concettuale dei confini tra salute e malattia non è però
esclusiva dell’ambito estetico. Si tratta di un processo che ha investito la
medicina in maniera trasversale, rendendo la salute nel suo insieme qualcosa di
incerto, malleabile e negoziabile. Questa evoluzione si è tradotta nella
crescente espansione dei codici ICD (International Classification of Diseases),
la Classificazione internazionale delle malattie dell’OMS (Organizzazione
Mondiale della Sanità) che oggi supera le 68.000 voci, contro le 13.000 degli
anni Settanta.
L’osteoporosi e altre zone grigie
Un caso particolarmente dibattuto nella letteratura scientifica è quello
relativo all’osteoporosi. Inizialmente considerata una condizione fisiologica
legata all’invecchiamento, l’osteoporosi è stata riconosciuta come patologia con
l’introduzione di criteri diagnostici basati su soglie di densità minerale
ossea, fissate a partire dai valori medi di giovani donne sane. Ciò ha
comportato la classificazione di milioni di donne in menopausa come malate o a
rischio, dal momento che i loro valori si discostavano dalla “norma statistica”,
nonostante il rischio concreto di frattura fosse molto basso nella maggior parte
dei casi. Questa medicalizzazione della fragilità ossea, sostenuta anche dalla
necessità di ridurre l’impatto economico-sociale delle fratture sul sistema
sanitario, ha alimentato la commercializzazione di nuovi farmaci.
Da qui l’ipotesi di un ruolo attivo delle industrie farmaceutiche nella
promozione di campagne mediatiche per la prevenzione dell’osteoporosi, che
insistono sul carattere diffuso e subdolo della malattia, spesso rinforzato da
metafore come “la ladra di ossa”, che traduce la fisiologia dell’invecchiamento
in una narrazione di pericolo e perdita. Queste campagne invitano all’acquisto
di soluzioni farmacologiche anziché all’adozione di strategie preventive più
semplici ed efficaci (come mantenere un’alimentazione equilibrata, fare
esercizio fisico e non fumare), nonostante i benefici reali delle soluzioni
proposte risultino limitati, se rapportati ai rischi e ai costi. La sindrome
dell’intestino irritabile, la calvizie, la disfunzione erettile, la sindrome
metabolica e l’ipercolesterolemia sono state oggetto di riflessioni critiche
analoghe, per citare solo qualche esempio.
> Nel caso dell’osteoporosi, la medicalizzazione della fragilità ossea ha aperto
> la strada a campagne pubblicitarie che promuovono l’acquisto di soluzioni
> farmacologiche anziché l’adozione di strategie preventive più semplici ed
> efficaci.
Alcuni teorici ritengono che al disease mongering abbiano contribuito i
progressi nel campo della biochimica, in particolare la scoperta di indicatori
biologici (geni, molecole, cellule, parametri come la pressione o la frequenza
cardiaca) in grado di segnalare la predisposizione al rischio di sviluppare
determinate patologie. In un recente contributo pubblicato su Frontiers in
Sociology, il neurologo Naveen K. Reddy segnala come l’industria farmaceutica
stia sempre più influenzando le definizioni di malattia, proponendo di
diagnosticare condizioni come l’Alzheimer o il Parkinson in individui
completamente asintomatici, solo sulla base della presenza di biomarcatori nel
sangue. Questo fenomeno rischia di aumentare le sovradiagnosi, i trattamenti
poco efficaci e le spese per sostenerli, alimentando lo squilibrio di potere tra
bisogni reali dei pazienti e interessi commerciali.
La riflessione di Reddy non riguarda solo le malattie neurologiche: in
oncologia, con la tecnica delle biopsie liquide, che rilevano DNA tumorale
circolante, si rischia di inglobare nelle definizioni di cancro stadi preclinici
che potrebbero non progredire mai verso una malattia sintomatica. In
psichiatria, test ematici per marker infiammatori legati alla depressione
potrebbero patologizzare risposte emotive normali. Nel caso del diabete,
biomarcatori avanzati per la resistenza insulinica potrebbero classificare
individui senza sintomi come prediabetici, spingendoli verso l’uso di costosi
farmaci.
L’era della subsalute
L’espansione del perimetro della medicina ha profondamente trasformato il
rapporto degli individui con il proprio corpo e la propria salute. Sempre più
spesso, la prevenzione non si limita a promuovere comportamenti sani o a
monitorare situazioni ad alto rischio, ma diventa una strategia di
ipersorveglianza costante e capillare su ogni aspetto dell’esperienza corporea.
Questo orientamento trasforma quasi ogni cittadino in un “paziente potenziale”
impegnato in screening, check-up, test genetici, autovalutazioni e consulti per
scoprire e correggere il più piccolo scostamento dalla normalità.
La promozione della salute, così, non si configura più solo come tutela dal
rischio, ma come dovere di perseguire un ideale di benessere ottimale e
durevole, da certificare e monitorare costantemente attraverso dispositivi,
tecnologie, esami strumentali e consulenze mediche. Il risultato è che
l’attenzione si sposta dalla cura della patologia alla gestione ansiosa di ogni
segnale di inefficienza, vulnerabilità o affaticamento.
> Sempre più spesso, la prevenzione diventa una strategia di ipersorveglianza su
> ogni aspetto dell’esperienza corporea, trasformando ogni cittadino in un
> “paziente potenziale” impegnato in check-up, test e consulti per scoprire e
> correggere il più piccolo scostamento dalla normalità.
È all’interno di questo scenario che ha preso corpo il costrutto di salute
subottimale, concepito come un vero e proprio spazio liminale tra salute piena e
malattia diagnosticabile. Essa si manifesta attraverso sintomi poco specifici ma
persistenti, come affaticamento, sonnolenza, mal di testa, insonnia, difficoltà
di concentrazione e cali di memoria. Il termine nasce in Cina per descrivere le
percezioni di disagio psicofisico di una crescente fetta della popolazione,
soprattutto giovani adulti urbanizzati, che pur non risultando malati secondo i
criteri clinici, riportano un generale senso di salute incompleta o precaria,
accompagnata da insoddisfazione e preoccupazione. Nel 2025 Lijiaozi Cheng,
studiosa di sociologia della salute all’Università di Sheffield, ha esplorato
l’utilizzo del concetto di subhealth tra i giovani cinesi, raccogliendo
sensazioni che vanno dall’“essere in cammino verso la malattia” a una sorta di
“sospensione biografica” all’interno delle routine della vita quotidiana.
La subsalute risulta particolarmente appetibile dal punto di vista commerciale,
poiché non si basa su parametri oggettivi e misurabili ma su un vissuto
soggettivo che, in quanto tale, può esprimersi in forme e intensità differenti,
tutte potenzialmente degne di prevenzione. La salute subottimale, infatti, è
generalmente concepita come una fase reversibile, a patto di intervenire sullo
stile di vita e sulla riduzione dei fattori di rischio. In tal senso, essa
rappresenta una vera e propria “zona di transizione”, dove l’individuo si
configura come un “paziente in attesa” o un protopaziente, chiamato a correre ai
ripari e rivedere le proprie abitudini prima che possano evolvere in malattie
conclamate.
Se nelle patologie diagnosticabili tramite biomarcatori si è “malati senza
sintomi” perché lo dice un test, nella subsalute si è “sintomatici senza
malattia” perché lo afferma il vissuto individuale. Eppure entrambe partecipano
allo stesso processo: la produzione di una zona grigia in cui medicalizzazione e
incertezza diagnostica si intrecciano, lasciando spazio a una molteplicità di
risposte sociali, cliniche e commerciali.
Il potere del discorso
Questo progressivo ampliamento dei confini diagnostici non sarebbe possibile
senza l’intervento di strategie discorsive precise, che sfruttano l’ambiguità
dei concetti di salute e malattia per costruire legittimità e consenso attorno a
nuove categorie patologiche. La letteratura sociologica mostra che le narrazioni
veicolate dai media, dalla comunicazione pubblicitaria e dai discorsi
istituzionali sono in grado di conferire consistenza scientifica apparente a
concetti privi di un sostegno empirico robusto.
> Le malattie non vengono soltanto “scoperte” dalla scienza e poi comunicate al
> pubblico, a volte vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso
> pratiche linguistiche, narrative e mediatiche che possono prescindere dalla
> solidità delle evidenze.
Uno studio del 2025 dei linguisti Dermot Heaney e Giorgia Riboni ha confrontato
lo Sluggish cognitive tempo (SCT), una condizione documentata in letteratura ma
non universalmente riconosciuta come disturbo autonomo e spesso descritta come
variante dell’ADHD, con il MoDeD, il disturbo inventato dal fantomatico Dr. Leth
Argos. L’analisi di Heaney e Riboni evidenzia un repertorio condiviso di modelli
lessicali, fraseologici e retorici che ha reso il MoDeD credibile. Lo studio,
basato su articoli e contenuti online, mostra come l’uso di termini tecnici,
sigle, casi-studio concreti, dati numerici e citazioni di esperti dia
l’impressione di autorevolezza e scientificità. Molti dei contenuti esaminati,
ad esempio, riferiscono la stima secondo cui “uno su cinque” sarebbe affetto da
MoDeD, fornendo così un dato quantitativo che rende la portata della malattia
più fondata e tangibile.
Le narrazioni seguono schemi ricorrenti: la condizione è presentata come diffusa
ma poco riconosciuta (“molti non lo sanno”), come un progresso rispetto alla
comprensione precedente (“per tutta la vita hai creduto di essere pigro; in
realtà sei malato”), come un insieme di sintomi da prendere sul serio (“essere
sottodiagnosticati è pericoloso”). Così, gli autori mostrano che la
medicalizzazione non è un fenomeno puramente medico, ma un processo sociale e
discorsivo. Le malattie non vengono solo “scoperte” dalla scienza e poi
comunicate al pubblico: vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso
pratiche linguistiche, narrative, mediatiche e retoriche che possono prescindere
dalla solidità delle evidenze.
Se persino una malattia inventata può risultare verosimile, quali strumenti
abbiamo per distinguere ciò che è fondato scientificamente da una patologia
costruita ad arte per interessi di mercato? Forse non ci resta che abbracciare
la consapevolezza che salute e malattia sono sempre, anche, categorie
discorsive, sociali, politiche e commerciali. Riconoscere questa
multidimensionalità significa smettere di cercare confini immutabili e oggettivi
e interrogarsi invece su chi ha il potere di tracciare quei confini, e a
vantaggio di chi.
L'articolo Il malato immaginato proviene da Il Tascabile.
L’ Organizzazione mondiale della sanità definisce il concetto di salute come
“uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non semplicemente
assenza di malattia o infermità”. Una definizione che inizia a risultare
problematica, in un mondo in cui i concetti di benessere e salute sono sempre
meno sovrapponibili. Se nell’immaginario collettivo, infatti, per “salute” si
indica l’assenza di una malattia con terminologia e nosografia specifici, il
termine “benessere” si configura invece come una condizione dai contorni meno
definibili, che apre alla prospettiva di un miglioramento illimitato e
suggerisce l’idea, come ha scritto Marcia Angell nel saggio The truth about the
drug companies (2005), che esistano “due soli tipi di persone: quelle che
soffrono di patologie che richiedono una cura farmacologica e quelle che ancora
non sono consapevoli di soffrirne”.
Tutto ciò sta comportando un allargamento del ventaglio dei possibili fastidi da
riclassificare come malattie e, dunque, anche dei corrispettivi rimedi. A
cornice di una società sempre più medicalizzata, che mette a disposizione di un
crescente numero di persone farmaci per ogni esigenza, più che una promessa di
cura, questi rimedi finiscono per tradursi nel disincanto di un miglioramento a
tempo per malesseri sempre nuovi e che richiedono nuove cure. Come scrivono Aldo
Bonomi ed Eugenio Borgna in Elogio della depressione (2015), “è difficile non
sentirsi cronicamente in stato di malattia a bassa intensità e spinti alla
continua ricerca di dispositivi per la riduzione dell’incertezza dal rischio di
inadeguatezza del proprio stato di salute”.
Il rischio più immediato, come vedremo, è quello di cadere in un eccesso di
prescrizione, con alcune fasce di popolazione più esposte di altre. Non è un
caso che l’aumento di prescrizioni di medicinali negli ultimi anni riguardi
soprattutto patologie psicosociali, spesso cadenzate da tappe fisiologiche
dell’esistenza umana. Si tratta del cosiddetto disease mongering (traducibile in
italiano come “mercificazione della malattia”), ossia la tendenza a trattare ciò
che non è nosograficamente riconosciuto come patologico (calvizie, menopausa,
adolescenza, gravidanza ecc.) come se in realtà lo fosse.
> L’aumento di prescrizioni di medicinali negli ultimi anni riguarda soprattutto
> patologie psicosociali, con una chiara tendenza a trattare ciò che non è
> riconosciuto come patologico come se in realtà lo fosse
Da una recente indagine dell’Eurispes è emerso che nell’ultimo anno quasi il 20%
degli italiani ha assunto ansiolitici o antidepressivi. Se è vero che l’uso di
questi psicofarmaci è più diffuso tra le donne (21,2%) rispetto agli uomini
(16,7%) e tende ad aumentare con l’età e il disagio sociale, specialmente tra le
persone di oltre 65 anni, è altrettanto vero che dopo l’epidemia da Covid-19 il
consumo da parte dei giovani ha registrato incrementi significativi, in
concomitanza con un aumento delle diagnosi di disturbi come ansia, depressione,
ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder) e disturbi del comportamento
alimentare. L’ultima Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle
tossicodipendenze in Italia ha evidenziato che circa 440.000 studenti (il 18%
del campione) hanno segnalato l’utilizzo, nel corso della loro vita, di almeno
una tipologia di psicofarmaci senza prescrizione medica (SPM). Un dato rilevante
è che tra le ragazze l’incidenza è doppia, e se si osservano i consumi di
benzodiazepine e anoressizzanti, le quote femminili diventano addirittura triple
rispetto a quelle dei coetanei maschi. È il bollettino di quella che ogni anno
di più assume i connotati di un’emergenza sociale: la forbice tra salute e
benessere non è mai stata così ampia, soprattutto in alcune fasce di
popolazione.
Psicofarmaci per il male di vivere
Si definiscono “psicofarmaci” quei medicinali che agiscono sulla regolazione dei
neurotrasmettitori del sistema nervoso centrale, ovvero sulla modulazione dei
segnali chimici con cui i neuroni comunicano tra di loro, inducendo cambiamenti
a livello di umore, pensiero e comportamento. Le benzodiazepine, gli
antidepressivi e gli antipsicotici risultano tra i più prescritti, questo
nonostante dal 2008 a oggi la prevalenza di sintomi depressivi in Italia si sia
in realtà ridotta. Un discorso diverso vale però per le donne e i giovani di età
compresa fra i 18 e i 34 anni, in questo caso il trend negli ultimi anni è
addirittura in aumento.
> In Italia 1 giovane su 5 conferma di aver fatto uso di psicofarmaci. Tra le
> femmine l’incidenza è doppia, e se si osservano i consumi di benzodiazepine e
> anoressizzanti, diventa addirittura tripla.
Questi dati sembrano suggerire la diffusione di un malessere profondo che
colpisce la società tutta, ma in particolar modo le fasce di popolazione dalla
personalità ancora poco strutturata come adolescenti e giovanissimi. Questa
condizione spesso trae la sua origine da vissuti complessi, che vanno dalle
problematiche relazionali, a quelle economiche, occupazionali e abitative.
Parliamo di una sofferenza che non può essere assegnata frettolosamente all’area
della depressione psicotica, ma che andrebbe piuttosto ricondotta ad altre forme
depressive quali quelle esistenziali, motivate o reattive risultanti da
situazioni traumatiche. La depressione esistenziale, non essendo causata da
inneschi fisici o da traumi psichici pregressi, può essere considerata più
vicina alla tristezza o al “male di vivere” che a una patologia nella sua
accezione più comune. La depressione motivata o reattiva è invece un disturbo
dell’umore, che mostra un ampio spettro di effetti, da un’amarezza sconsolata
alla vera e propria disperazione, solitamente legata a un evento traumatico o
stressante, e può dunque essere vista anche come un naturale tentativo della
mente di adattarsi ed elaborare quanto vissuto (ad esempio la perdita di una
persona cara, o la rottura di una relazione amorosa).
“Sono, queste ultime, le depressioni che oggi dilagano sulla scia di molteplici
cause psicologiche e sociali, e che si costituiscono come forme di sofferenza
psichica che fanno parte della normalità, e, quando ne escono, non se ne
allontanano nella loro fenomenologia”, scrivono Bonomi e Borgna: “La
depressione-malattia è qualitativamente diversa dalle depressioni esistenziali e
motivate, e nondimeno in queste e in quella riemergono comuni sorgenti di
sensibilità e di fragilità, di dignità umana e di gentilezza, che è necessario
riconoscere e rispettare nei loro bagliori, e che meno facilmente si osservano
nella nostra vita quotidiana: nella vita normale”. Il fatto che le depressioni
reattive ed esistenziali vengano sempre più spesso trattate come depressioni
patologiche non è imputabile unicamente a errori di valutazione professionali o
a un trend sociale figlio dei tempi, c’è anche in gioco una strategia
commerciale a lungo termine.
Si potrebbe sempre stare meglio
Il sociologo polacco Zygmunt Bauman nel suo libro Cose che abbiamo in comune. 44
lettere dal mondo liquido (2012; ed. or. 2010) ricorda quanto dichiarato dal
direttore di produzione Barry Brand a proposito della paroxetina: “il sogno di
ogni operatore di marketing è quello di trovare un mercato non ancora
identificato o conosciuto, e di svilupparlo. Con il disturbo da ansia sociale
siamo riusciti a fare esattamente questo”. La società odierna sta osservando una
crescente precarizzazione della vita privata e pubblica, in particolare delle
fasce di popolazione più vulnerabili come anziani, donne e giovani: affrontare
questa condizione richiederebbe un’attenzione e una formazione
socio-psico-culturale più articolata e strategie di intervento più complesse
della semplice prescrizione di un farmaco.
> Il fatto che le depressioni reattive ed esistenziali vengano sempre più spesso
> trattate come depressioni patologiche non è imputabile unicamente a errori di
> valutazione professionali, c’è anche in gioco una strategia commerciale.
Il punto è che le forme di cura non farmacologiche, quali la psicoterapia o la
mindfulness, spesso risultano molto più dispendiose di una confezione di
pillole. Come dimostrano i dati, però, è altrettanto vero che questa spesa si
riduce solo nel breve periodo. Secondo il Rapporto 2023 dell’Osservatorio
nazionale sull’impiego dei medicinali (OsMed), in Italia i farmaci del sistema
nervoso centrale, infatti, si posizionano al quarto posto in termini di consumi
(97,8 dosi giornaliere per 1.000 abitanti) e al sesto in termini di spesa
farmaceutica pubblica complessiva (2.061 milioni di euro). I dati rivelano
inoltre che in Italia ogni anno vengano venduti 49 milioni di confezioni di
farmaci per la cura della depressione e della stabilizzazione dell’umore, con un
costo complessivo di 525 milioni di euro. Ancora una volta, sono soprattutto le
fasce più giovani quelle dove si registrano aumenti delle vendite, pari a circa
il 10% in un anno.
Tra i consumatori che versano in condizioni di discreta salute ma sono comunque
sospinti verso un’amplificazione del benessere, infatti, gli psicofarmaci che
fanno registrare fenomeni di abuso più significativi sono le benzodiazepine. Ma
c’è una tipologia di consumatori che risulta particolarmente esposta, a
prescindere dall’età, ed è quella femminile. Basti pensare che in Italia, stando
agli ultimi dati OsMed, il 67% delle donne ha ricevuto almeno una prescrizione
contro il 58% degli uomini.
Il target femminile
La storia della pubblicità ci mostra che è almeno dagli anni Quaranta che le
donne sono considerate target market e testimonial d’elezione per medicinali
soggetti a prescrizione e psicofarmaci.
> I dati mostrano che alle donne vengono diagnosticati più spesso disturbi e
> prescritti più facilmente farmaci, il che è indice lampante di una eccessiva
> medicalizzazione della salute mentale femminile.
Nella società degli anni Settanta il concetto di ansia cominciò ad attecchire
ben oltre il contesto della medicina, e le persone si ritrovarono a fronteggiare
pressioni familiari, sociali e lavorative sempre più ansiogene. In loro soccorso
accorse un nuovo prodotto noto con il nome di Valium (il principio attivo è il
diazepam, una benzodiazepina). Nel 1987 venne introdotto un farmaco di maggior
appeal, il Prozac (fluoxetina), ribattezzato “pillola della felicità” e
prescritto ben al di fuori del contesto psicoterapeutico. Subito dopo,
arrivarono sul mercato gli inibitori selettivi del reuptake della serotonina
(SSRI, Selective Serotonin Reuptake Inhibitors), con una comunicazione che si
fece sempre più trasversale. In Italia rimaneva il divieto di pubblicità, ma di
Prozac ne scrissero i principali quotidiani, forse sottovalutando l’effetto che
una simile esposizione avrebbe avuto sui consumi.
I dati odierni ci dicono che alle donne, in Italia come altrove, vengono
diagnosticati più spesso disturbi e prescritti più facilmente farmaci, e diversi
studi dimostrano che questo scarto è un chiaro indice di una eccessiva
medicalizzazione della salute mentale femminile. Rimane però il fatto che ancora
si investe poco in strategie gender oriented, e rimane scarsa l’offerta di cura
in alternativa allo psicofarmaco per contrastare disagi strettamente legati alla
specifica fisiologia ed emotività femminile. Il benessere può essere mercificato
molto più facilmente della salute, non stupisce dunque che questa venga messa in
secondo piano; nelle donne, come nei giovani.
I giovani sono bersagli facili
Abbiamo visto come in Italia il mercato dei farmaci per la cura della
depressione e per la stabilizzazione dell’umore sia in crescita soprattutto
nelle fasce più giovani (25-34 anni). Non è un caso, probabilmente, che si
tratti anche della fascia demografica che trascorre più tempo on-line. Nel
processo di trasformazione del concetto di salute in un benessere perfezionabile
all’infinito, l’accesso alla rete ha un ruolo sempre più determinante e, per
contro, sempre meno riconoscibile. Secondo alcuni studi, la gestione di un sito,
la sponsorizzazione, il finanziamento di attività, i forum di discussione,
l’impatto del messaggio di un influencer sono solo alcune modalità utilizzate a
sostegno della medicalizzazione e dell’e-pharmacy, che in alcuni casi comporta
anche pericolose forme di normalizzazione (è il caso di anoressia e bulimia).
Per Bauman, questo processo di medicalizzazione non aiuta realisticamente a
contenere ansia, irrequietezza e depressione. Cerchiamo di compensare la paura
dell’insignificanza sociale, della fragilità delle relazioni, di non farcela di
fronte alle prove della vita, di essere considerati vite di scarto, con la
quantità delle connessioni che la rete ci consente di tracciare.
Paradossalmente, per il sociologo polacco, condividiamo una condizione di
vulnerabilità reciprocamente assicurata.
> Nel processo di trasformazione del concetto di salute in un benessere
> perfezionabile all’infinito, l’accesso alla rete ha un ruolo sempre più
> determinante.
Se può essere utile che un personaggio con un numero di follower significativo
sposti l’attenzione su problematiche poco discusse, questo diventa pericoloso
quando nel fare ciò si arriva anche a formulare classifiche, attribuendo voti a
farmaci e psicofarmaci e dispensando consigli di assunzione. Una tendenza che,
peraltro, sembra emergere anche nei testi di musica rap e trap, dove
ansiolitici, antidepressivi, antipsicotici vengono frequentemente richiamati,
osannati, promossi anche per calmare, rilassare, offrire un’alternativa
all’agonia e alla tristezza esistenziale. Se una volta le “pasticche” raccontate
nella musica servivano alla ricerca dell’illuminazione, o dell’amplificazione
degli stati di coscienza, oggi sembra che l’obiettivo sia la regolazione
istantanea delle emozioni spiacevoli, l’attenuazione, il restringimento sino
alla completa sottrazione del sentire profondo, della possibilità stessa di
avvicinarsi ai propri nuclei dolorosi come a quelli altrui.
Non c’è il tempo per l’ascolto del dolore. Che sia fisico o esistenziale, va
estirpato e alla svelta. Poco importa quale sia realmente la sua origine e
quanto continuerà ad agire nella vita della persona non essendo mai stato
realmente visto, interpretato, razionalizzato, rielaborato. Ci penserà un
farmaco a farlo tacere. Sul medio e lungo termine, però, lo scarto tra benessere
e salute non potrà che manifestarsi, con conseguenze potenzialmente drammatiche.
Come suggerisce Elsa Morante in La Storia: “i conforti chimici si comportano
come certe lampadine elettriche in uso negli alberghi: le quali sono regolate
per durare accese giusto il tempo di salire la scala dal pianterreno al piano di
sopra. Ma succede a volte che si spengono a metà scala, e uno si trova là come
un balordo, che annaspa allo scuro”.
L'articolo Benessere su prescrizione proviene da Il Tascabile.
È l’8 agosto 1589 e Crezia Mariani è appena stata condannata a morte per
stregoneria. Siamo nella Lucca rinascimentale: una città-stato prospera e laica,
dalla florida economia mercantile, con palazzi in pietra e marmo che si
innalzano nella luce dorata dell’estate toscana. Niente a che vedere con le cupe
atmosfere in stile Il nome della rosa che popolano il nostro immaginario quando
pensiamo alla caccia alle streghe. Tutto era cominciato quasi come una
formalità, durante una delle inchieste che il governo cittadino conduceva
periodicamente contro le cosiddette “malie d’amore”: istruttorie che si
concludevano quasi sempre con sanzioni leggere, volte a punire quelli che le
autorità consideravano per lo più come “affari di donnicciole sentimentali”.
Nel caso di Crezia però le cose erano andate diversamente: era una donna
anziana, vedova e povera – condizioni che per molti rappresentavano già una
colpa – ma soprattutto, era una guaritrice. Curava le persone con erbe e formule
propiziatorie, custode di una tradizione empirica tramandata di generazione in
generazione attraverso una rete di conoscenze condivise. E questo, nella
sedicente epoca d’oro del Rinascimento toscano, era un problema: si stava
infatti consolidando un curioso sodalizio tra la Chiesa della Controriforma,
chiamata a serrare i ranghi contro ogni manifestazione di possibile eresia, e la
nuova classe professionale dei medici accademici, ansiosi di assicurarsi il
monopolio corporativo. Il risultato fu la persecuzione di tutte quelle figure
professionali – soprattutto femminili – che da secoli si sporcavano le mani
alleviando concretamente le pene dei malati: cerusici, norcini, barbieri e,
soprattutto, levatrici.
Spostare il nostro sguardo evolutivo
La figura della levatrice è, con ogni probabilità, molto più antica di quanto
immaginiamo, e la sua importanza è stata radicalmente sottovalutata, anche dal
punto di vista evolutivo. Quattrocentotrentacinque anni dopo la condanna di
Crezia, Cat Bohannon, ricercatrice presso la Columbia University, nel suo saggio
Eva. Come il corpo femminile ha plasmato l’evoluzione umana (2024) si interroga
su una questione apparentemente provocatoria: “qual è stata l’invenzione più
decisiva nella storia dell’umanità? La ruota, la lancia, internet?” La risposta
che propone è sorprendente nella sua evidenza: la ginecologia, con il suo
corredo di ostetricia, baliatico e assistenza prenatale. Proprio quelle pratiche
che donne come Crezia Mariani portavano avanti a rischio della vita, mentre il
sapere medico ufficiale ancora brancolava nel buio.
> Tra bacini stretti, teste sovradimensionate, bambini bisognosi e fragili –
> senza contare una gravidanza, un parto e una ripresa post partum lunghi e
> laboriosi – è evidente che senza ingegno, e soprattutto senza cooperazione, la
> nostra specie non avrebbe avuto lo stesso successo evolutivo.
Chiunque abbia idea di quanto sia difficile per gli esseri umani partorire
rispetto agli altri mammiferi non può che essere d’accordo. Lo spiega il
genetista Guido Barbujani, tentando di chiarire come l’evoluzione proceda più
per accomodamenti che per soluzioni ottimali. Col passaggio alla stazione
eretta, la colonna vertebrale ha subito modifiche che hanno reso la
distribuzione dei pesi più complessa, causando i mal di schiena, le ernie al
disco e i torcicolli che tutti conosciamo. Ma “il conto più salato”, scrive
Barbujani in Il giro del mondo in sei milioni di anni (2018) “l’hanno pagato le
donne. Il cambiamento di forma del bacino col passaggio alla stazione eretta
costringe la nostra specie a un parto molto complicato, […] di regola, le donne
hanno bisogno di assistenza per partorire. In confronto, per gorilla e scimpanzé
è uno scherzo”.
Tra bacini stretti, teste sovradimensionate, bambini bisognosi e fragili – senza
contare una gravidanza, un parto e una ripresa post partum lunghi e laboriosi –
è evidente che senza ingegno, e soprattutto senza cooperazione, saremmo spariti
dall’Africa preistorica senza lasciare più di qualche fossile. “Forse
l’evoluzione”, scrive Bohannon, “ricorda in qualche modo il film Magnolia di
Paul Thomas Anderson o Crash di Paul Haggis o anche Babel di Alejandro Iñárritu.
Non è possibile capirli a fondo a meno di non prestare molta attenzione a più di
un protagonista alla volta”. Da qui la necessità di un racconto delle origini
che tenga conto di una prospettiva finora ignorata.
Bohannon ci invita a immaginare un incipit alternativo a 2001 Odissea nello
spazio di Stanley Kubrick. Non più la celebre sequenza “dall’osso-clava
all’astronave”, con l’ominide maschio che scopre come uccidere e dominare. Al
suo posto, un’altra scena: un piccolo gruppo di ominidi, maschi e femmine,
adulti e bambini, tra cui una femmina in avanzato stato di gravidanza, che trova
in una compagna più anziana un sostegno e una muta alleanza. Il bambino nasce,
piccolo e fragile come tutti i neonati umani, e viene immediatamente sollevato,
ripulito e attaccato al seno. È in scene di questo tipo che si nasconde il vero
balzo evolutivo della nostra specie: la cooperazione che ha permesso la
sopravvivenza collettiva.
Una cooperazione fondamentale anche dopo il parto, perché a differenza degli
altri primati, i cuccioli umani completano il loro sviluppo neurologico fuori
dal grembo materno, secondo la “strategia dell’altricialità secondaria”. Questa
peculiarità evolutiva, che permette al cervello di continuare a crescere senza i
vincoli del canale del parto, crea però una dipendenza prolungata che rende
impossibile la sopravvivenza senza una fitta rete di cure. Come evidenzia
Bohannon, questa caratteristica ha plasmato non solo la biologia umana, ma anche
le nostre strutture sociali fondamentali, rendendo la cooperazione non
un’opzione, ma una necessità evolutiva.
> C’è chi suggerisce che furono le femmine le prime a fare uso di strumenti e
> utensili, spinte dalla necessità di risolvere problemi immediati. In
> quest’ottica, la tecnologia emergerebbe non tanto come estensione della forza,
> ma come amplificazione dell’intelligenza pratica e della capacità di
> adattamento.
La complessità dell’evoluzione umana va ben oltre le dinamiche del parto e
dell’allevamento dei piccoli. Nel ribaltare la narrativa tradizionale, Bohannon
propone un’altra provocazione: le abilità tecnologiche umane potrebbero avere
origini diverse da quelle comunemente immaginate. L’autrice suggerisce che
furono probabilmente le femmine a sviluppare per prime l’uso sistematico di
strumenti, spinte non dalla caccia ma dalle esigenze quotidiane di raccolta,
conservazione e trasporto del cibo per sé e per la prole. “La donna è un
MacGyver meno trionfante e più impaurito”, scrive Bohannon, sottolineando come
l’innovazione nasca spesso dalla necessità di risolvere problemi immediati
piuttosto che da impulsi di dominio. In quest’ottica, la tecnologia emergerebbe
non tanto come estensione della forza, ma come amplificazione dell’intelligenza
pratica e della capacità di adattamento.
Ma Bohannon va oltre, suggerendo che anche gli strumenti di caccia potrebbero
avere avuto un’origine femminile. A supporto di questa ipotesi, cita uno studio
del 2007 condotto da Jill Pruetz e Paco Bertolani, che hanno documentato come
gli scimpanzé femmine nel Senegal sud-orientale modifichino rami con i denti per
creare lance rudimentali. Quando gli scimpanzé maschi vanno a caccia, il loro
corpo più grande e forte è spesso un’arma sufficiente. Le femmine, gravate dal
peso dei piccoli e dalla responsabilità del loro nutrimento, hanno invece
sviluppato strategie più complesse e collaborazioni più stabili.
La norma maschile
Come un fotografo che inquadra ostinatamente solo un lato del paesaggio, la
scienza ha sviluppato una curiosa miopia di genere. E non è stata una svista
casuale. La storia della medicina è costellata di esempi di questo pregiudizio,
che ha influenzato non solo la nostra comprensione del passato, ma anche la
pratica contemporanea. Quando, nel 1603, il medico veneziano Girolamo Fabrici
d’Acquapendente pubblicò il suo De formato foetu, uno dei primi trattati di
embriologia, fu acclamato come pioniere. Eppure, nelle sue pagine
abbondantemente illustrate, il feto sembrava galleggiare in un vuoto astratto,
mentre l’utero che lo ospitava appariva come un semplice contenitore passivo,
quasi un dettaglio tecnico.
> Fin dall’antica Grecia il corpo maschile è sempre stato considerato come lo
> standard e l’ideale, mentre quello femminile era ritenuto una versione
> imperfetta, una deviazione dalla norma.
Nel suo Inferiori. Come la scienza ha penalizzato le donne (2019), Angela Saini
ha evidenziato che figure centrali nella storia della medicina occidentale, come
Ippocrate, non studiavano le donne direttamente ma si affidavano alle
informazioni fornite da levatrici e donne che si auto-esaminavano. Ippocrate
stesso avrebbe detto: “So solo quello che le donne mi hanno insegnato”. In
pratica, il sapere femminile veniva allo stesso tempo utilizzato e
delegittimato, incorporato senza riconoscerne la fonte.
Una delle concezioni distorte più radicate è quella che vede la donna come una
sorta di uomo mancato. Fin dall’antica Grecia il corpo maschile è sempre stato
considerato come lo standard e l’ideale, mentre quello femminile era ritenuto
una versione imperfetta, una deviazione dalla norma. Galeno, ad esempio, le cui
teorie dominavano ancora il sapere accademico ai tempi di Crezia Mariani,
immaginava il sistema riproduttivo femminile come un pene rovesciato, con
l’utero come un fallo cavo e le ovaie come testicoli interni. Una visione che
trascurava completamente la specificità degli organi femminili e che ha
influenzato per secoli la comprensione del corpo delle donne.
Ma questa miopia scientifica non è limitata all’antichità. Nel corso del
Novecento, con il graduale accesso di sempre più donne alla professione medica,
la situazione è migliorata ma non risolta. Certo, non si crede più, come
sosteneva Galeno, che le anziane abbiano uno sguardo velenoso perché non
espellono più le impurità attraverso le mestruazioni. Né si pensa, come
sosteneva il medico e antropologo evoluzionista Paolo Mantegazza alla fine del
Diciannovesimo secolo, che le donne abbiano il cuore più grande per compensare
il loro cervello minuto, e siano pertanto naturalmente predisposte al sacrificio
silenzioso.
Eppure, secondo Bohannon, persiste un problema di fondo che potremmo definire
“la norma maschile”. Caroline Criado Perez l’ha documentato nel suo Invisible
Women (2019), rivelando l’esclusione ancora massiccia delle donne dalla ricerca
scientifica. Un’esclusione giustificata per lo più dal fatto che ignorare le
differenze sessuali rende il lavoro più semplice. Si pensi che ancora negli anni
Settanta del Novecento negli Stati Uniti veniva “fortemente sconsigliato”
includere soggetti femminili (umani o animali) nei test clinici, per timore che
“interferenze ormonali” falsassero i risultati. Molti articoli scientifici non
dichiarano nemmeno di aver studiato solo soggetti maschili, e Bohannon riferisce
di essersi trovata più volte a dover contattare direttamente gli autori per
verificarlo.
> Per colpa della sottorapresentazione femminile nella ricerca medica oggi molti
> dosaggi farmacologici sono calibrati su corpi maschili anche per farmaci come
> antidepressivi e antidolorifici, i cui effetti non sono affatto così
> generalizzabili.
E se le donne sono sottorappresentate nella ricerca medica, le persone
transgender, intersessuali e non binarie sono praticamente invisibili. Questa
lacuna è particolarmente problematica considerando le specifiche necessità
sanitarie di queste popolazioni, dalle terapie ormonali agli interventi
chirurgici, fino alla gestione di eventuali condizioni mediche preesistenti in
relazione ai percorsi di transizione. La ricerca scientifica contemporanea sta
lentamente iniziando a colmare questo vuoto, ma il cammino verso una medicina
veramente inclusiva è ancora lungo.
Quando la scienza rafforza i pregiudizi
I pregiudizi di genere nella medicina si manifestano anche nella formazione
delle nuove generazioni di medici. Un’analisi recente sui libri di testo
raccomandati dalle venti università più prestigiose di Europa, Stati Uniti e
Canada rivela un dato emblematico: su 16.329 immagini usate per rappresentare il
corpo umano, quello degli uomini è presente tre volte di più rispetto al corpo
femminile. Anche nella rappresentazione visiva, dunque, il corpo maschile
continua a essere proposto come standard, mentre quello femminile appare come
eccezione o variante.
Il risultato di questo approccio riduttivo è davanti ai nostri occhi: donne che
muoiono più spesso di infarto perché i loro sintomi sono diversi e meno
riconosciuti, o dosaggi farmacologici calibrati su corpi maschili anche per
farmaci come antidepressivi e antidolorifici, i cui effetti non sono affatto
così generalizzabili come si crede. In pratica, le fisiologiche differenze
sessuali, a lungo strumentalizzate prima dalla Chiesa e poi dalla scienza per
legittimare e imporre funzioni sociali di grado inferiore, non possono però
nemmeno essere cancellate, perché, sostiene Bohannon, esistono delle specificità
che, se ignorate, rischiano di interpretare nuovamente il corpo femminile come
una variazione di quello maschile, con effetti anche gravi per la salute.
Questa sistematica esclusione naturalmente esisteva anche tra i dotti medievali,
per i quali la ginecologia era soprattutto un argomento scabroso su cui era
meglio soprassedere. Nel Cinquecento il corpo femminile riacquisisce centralità,
ma in un’ottica forviante: tutte le malattie delle donne vengono interpretate
come malattie dell’utero, con la conseguenza di considerare patologiche anche
manifestazioni che non lo sono, come le mestruazioni o la menopausa.
> Per molto tempo il sapere medico ufficiale ha fornito una giustificazione
> “oggettiva” all’esclusione delle donne dalle istituzioni e dalla vita
> pubblica: non era la cultura patriarcale a relegarle in uno spazio limitato,
> ma la loro stessa natura “instabile” a renderle inadatte a compiti di
> responsabilità.
La letteratura medica che circolava ai tempi di Crezia portava alle estreme
conseguenze l’antica teoria umorale: la donna, si sosteneva, era più esposta
alle malattie in quanto “disequilibrata per natura”, mentre il maschio,
“equilibrato per metabolismo e temperatura”, risultava più forte, longevo e
capace di reagire positivamente alle crisi dell’organismo. Allo stesso modo
l’infertilità era considerata una prerogativa esclusivamente femminile, causata
da un’eccessiva vita sessuale, dal troppo lavoro o, al contrario, dalla troppa
pigrizia. Queste teorie rappresentano un caso esemplare di come la scienza, con
la sua pretesa neutralità, abbia storicamente consacrato pregiudizi culturali
conferendo loro lo status di verità biologiche. Il sapere medico ufficiale
forniva così una giustificazione “oggettiva” all’esclusione delle donne dalle
istituzioni e dalla vita pubblica: non era la cultura patriarcale a relegarle in
uno spazio limitato, ma la loro stessa natura “instabile” a renderle inadatte a
compiti di responsabilità.
Nel mondo dei guaritori empirici, invece, le cose funzionavano diversamente.
Mentre la medicina ufficiale costruiva teorie distanti dall’esperienza, figure
come Crezia Mariani perpetuavano un sapere pratico basato sull’osservazione.
Riconoscevano, secoli prima di Pasteur, l’importanza della pulizia e il rischio
del contagio e comprendevano che le malattie cambiano col tempo e al variare
delle condizioni di clima, di lavoro o di nutrizione. Enrica Chiaramonte,
Giovanna Frezza e Silvia Tozzi, nel loro Donne senza rinascimento (1991), lo
descrivono come “un sapere del corpo”: concreto, efficace, tramandato da una
comunità prevalentemente femminile che, pur esclusa dalle università, continuava
a curare e guarire.
Al contrario, i medici laureati prestavano attenzione solo a quelle
manifestazioni che, leggendo, avevano imparato a riconoscere e non gli
interessava chiedere al malato, come un tempo faceva il medico ippocratico,
notizie sulla propria malattia, sui sintomi e sul decorso. Se in un primo tempo
l’attività degli empirici si affiancava a quella dei maestri laureati, disposti
anche a rubare alcuni trucchetti e ad attingere alle vecchie ricette più
efficaci, col tempo la medicina ufficiale rifiutò sempre più di sentirsi
contigua a quella che veniva considerata “mera tecnica”.
Gli attacchi all’artigianato minuto della professione non procedevano tanto da
una verifica di inefficacia, quanto dal loro non essere omogenei agli
orientamenti e ai canoni fissati da un’impalcatura teoretica autoritaria. Si
creò così un clima di delazione che coinvolse anche la nostra Crezia: capro
espiatorio per una condanna esemplare che non verrà mai eseguita, perché la
Mariani morirà in cella – probabilmente a causa delle torture – pochi giorni
prima della data fissata per l’esecuzione.
> Quella che veniva presentata come una battaglia della scienza contro la
> superstizione si rivelò, in molti casi, un arretramento della conoscenza
> empirica a favore di teorie astratte e spesso inefficaci.
Va da sé che la persecuzione di questo tipo di figure comportò anche notevoli
passi indietro dal punto di vista del sapere medico. Per esempio, andarono
perduti la ricchezza dei mezzi soporiferi e anestetici, che fecero posto a
trattamenti più brutali e meccanici. Quella che veniva presentata come una
battaglia della scienza contro la superstizione si rivelò, in molti casi, un
arretramento della conoscenza empirica a favore di teorie astratte e spesso
inefficaci. Una storia di progresso che nascondeva, in realtà, una regressione.
Tra le conoscenze accantonate vi furono anche quelle che aiutavano (pur in modo
rudimentale) il controllo delle nascite. Strategie che Bohannon indica come
antichissime e fondamentali per la specie: “A ogni stadio della sua evoluzione”,
scrive, “la ginecologia umana comprende anche molti tipi di controllo delle
nascite, l’aborto e altri interventi contro la fertilità. La scelta riproduttiva
femminile è di antica data”. Come dimostrano, per esempio, alcune tavolette
sumere scritte in caratteri cuneiformi che offrivano consigli per aumentare o
ridurre la fertilità. Lungi dall’essere una “invenzione moderna”, la scelta
riproduttiva femminile è una strategia evolutiva antica. Come abbiamo visto, la
gravidanza e il parto comportano rischi significativi; di conseguenza, avere
troppe gravidanze troppo ravvicinate aumenta le complicanze e il tasso di
mortalità. Per contro, la capacità di regolare la fertilità ha permesso alle
popolazioni umane di adattarsi a diverse sfide ambientali e di migrare con
successo in ambienti molto diversi tra loro.
Conoscenze interrotte
Nel suo monumentale lavoro, che ha richiesto un decennio di studi, Bohannon
cerca di fornire spiegazioni che intrecciano biologia e assetto sociale.
Spiegazioni che a volte risultano incerte o soffrono di eccessivo determinismo,
come accade spesso con i saggi di antropologia più ambiziosi. Ma la sua galleria
di “Eve primordiali”, progenitrici esemplari che hanno plasmato l’evoluzione
umana, è potente, e a tratti commovente nel suo permetterci di empatizzare con
creature tanto distanti da noi, vissute qualche milione di anni fa, che con noi
condividono comuni tratti ancestrali. In questo modo riesce nell’impresa di
trasformare la preistoria in un racconto popolato di personaggi a cui possiamo
affezionarci, rendendo tangibile quella che altrimenti resterebbe una fredda
successione di specie e mutazioni genetiche.
> La storia dell’evoluzione dimenticata del corpo femminile e quella della
> persecuzione storica delle guaritrici sono in fondo la stessa: quella di una
> conoscenza sommersa che continua a riemergere nonostante i tentativi di
> cancellarla.
In contrasto con la narrazione tradizionale dell’evoluzione umana – incentrata
quasi esclusivamente su maschi cacciatori e sulla competizione per le risorse –
Bohannon ci presenta figure come Morgie, vissuta nelle paludi umide della fine
del Triassico: una sorta di incrocio tra una donnola e un topo, un animale che
deponeva le uova e che fu probabilmente la prima creatura ad allattare. O Donna,
vissuta tra 67 e 63 milioni di anni fa, una specie di donnola-scoiattolo,
antenata dei mammiferi con un utero simile al nostro. “Non abbiamo dunque una
sola madre”, scrive Bohannon, “ne abbiamo molte. E ognuna di queste Eve ha un
suo Eden personale”.
Le nostre gambe da bipedi, la capacità di servirci di utensili, il tessuto
adiposo del cervello: sono tutte caratteristiche che ci rendono “umani” e sono
comparse in momenti diversi del nostro passato evolutivo, plasmando non solo la
biologia ma anche le strutture sociali della nostra specie. Strutture che, come
ci ricorda Bohannon, si sono formate anche grazie alla pressione di necessità
specificamente femminili.
La storia dell’evoluzione dimenticata del corpo femminile e quella della
persecuzione storica delle guaritrici sono in fondo la stessa: quella di una
conoscenza sommersa che continua a riemergere nonostante i tentativi di
cancellarla. Dietro la persecuzione delle guaritrici e la delegittimazione del
loro sapere empirico si nascondeva qualcosa di più profondo della semplice
competizione professionale: il tentativo di disciplinare non solo i corpi, ma
anche il modo in cui questi corpi venivano compresi e raccontati.
Non è un caso che gli stessi secoli che videro l’ascesa della medicina
accademica e il declino delle guaritrici popolari coincidano con una sempre più
rigida codificazione dei ruoli di genere. Il caso di Crezia Mariani si inserisce
in questo complesso intreccio di fattori: la sua condanna non fu solo il
risultato di una specifica accusa di stregoneria, ma parte di un più ampio
processo di ridefinizione dei confini della conoscenza legittima. In gioco non
c’era solo la competizione tra sistemi terapeutici diversi, ma anche il
controllo su chi potesse produrre e trasmettere il sapere sul corpo, soprattutto
quello femminile.
Al di là delle specifiche tesi biologiche, se qualcosa possiamo imparare dallo
studio della storia evolutiva femminile, come dalla storia di Crezia e delle
antiche guaritrici, è che la conoscenza è sempre situata, sempre parziale. E che
recuperare le narrazioni sommerse non è un esercizio di correttezza politica, ma
una necessità epistemologica per comprendere più pienamente chi siamo e come
siamo diventati tali.
L'articolo L’evoluzione nascosta del corpo femminile proviene da Il Tascabile.
C’ è, in Arizona, un giardino dal nome ammaliante: Endless forms most beautiful
(“Infinite forme bellissime”) – che riprende il finale di L’origine delle
specie, il grande capolavoro di Charles Darwin, pubblicato per la prima volta
nel 1859. Non è un giardino qualsiasi: è un giardino sul cancro. Racconta la sua
natura evolutiva, il suo legame indissolubile con ogni forma di vita. Questo
giardino è infatti popolato da piante particolari: i cactus crestati, un esempio
lampante dell’ubiquità delle formazioni tumorali nel lussureggiante albero della
vita. I cactus, come molte altre piante, sono noti per la facilità con cui
sviluppano “crestazioni” o “fasciazioni”, cioè formazioni anomale che crescono
alla loro sommità: “creste” di una certa bellezza, che tuttavia non sono altro
che tumori, ammassi di cellule che si sono riprodotte in modo incontrollato
producendo tali formazioni aggiuntive, la cui presenza può incidere sulla salute
della pianta stessa.
Il giardino fa parte del progetto ArtSci dell’Arizona cancer evolution center e
ha lo scopo di testimoniare la presenza ubiqua del cancro in tutte le forme di
vita, fin dalle origini della pluricellularità. Il cancro è onnipresente nel
mondo vivente, e sembra essere un ineluttabile effetto collaterale del grande
salto di qualità compiuto dalla vita più di un miliardo di anni fa (anche se
pare che la vita pluricellulare si sia evoluta indipendentemente diverse volte).
D’altro canto, i cactus e le loro fasciazioni sono interessanti anche per un
altro motivo. Questi tumori, infatti, non uccidono l’organismo a spese del quale
crescono; al contrario, nella maggior parte dei casi la pianta sopravvive,
tollerando la formazione tumorale.
Sebbene la scarsa aggressività dei tumori delle piante sia dovuta a
caratteristiche legate alla specifica fisiologia di questo gruppo tassonomico,
tale peculiarità suggerisce una prospettiva stimolante: consente di immaginare
un futuro in cui il cancro, anche negli esseri umani, non sia più una malattia
acuta, letale e dai meccanismi un po’ misteriosi, ma una condizione gestibile e
cronica. Questo giardino di “infinite forme bellissime” vuole stimolare la
riflessione sul cancro non tanto in quanto malattia – esperienza di vita
purtroppo molto diffusa – ma principalmente come problema scientifico,
sull’origine e i meccanismi del quale ci si può interrogare, e che si può
esplorare alla ricerca di nuove soluzioni.
Il tumore: tradimento della cooperazione
Come la citazione darwiniana suggerisce, la chiave di volta di questo
particolare approccio alla ricerca sul cancro è proprio l’inclusione della
teoria dell’evoluzione, spesso assente negli studi di medicina. Affrontare
problemi sanitari attraverso la lente dell’evoluzione può sembrare superfluo, o
addirittura controproducente: come potrebbe un approccio lento e teorico
risultare utile in una dimensione nella quale la celerità regna sovrana, in cui
si lotta costantemente contro il tempo per strappare i pazienti alla malattia e
alla morte?
> Il cancro non è un’entità esterna, ma una conseguenza naturale del nostro
> essere organismi pluricellulari, frutto di continui compromessi tra
> cooperazione e conflitto tra i miliardi di cellule che ci compongono.
Nel caso del cancro, però, adottare un approccio evoluzionistico, cercando di
comprendere le ragioni profonde del suo emergere negli organismi viventi,
potrebbe non essere così futile, e potrebbe addirittura risultare confortante
per chi sta facendo i conti con questa malattia. Questo punto di vista mostra
come il cancro non sia un’entità esterna, un nemico da combattere, ma una
conseguenza naturale del nostro essere organismi pluricellulari, frutto di
continui compromessi tra cooperazione e conflitto tra i miliardi di cellule che
ci compongono.
“In parte, intendiamo questo giardino come la rappresentazione di questo nuovo
approccio al cancro [la terapia adattiva, di cui diremo più avanti, N.d.A.]:
vivere con il cancro come una normale componente della vita, potandolo ogni
tanto e gestendolo in modo responsabile”, spiegano Pamela Winfrey, Caspian
Robertson, Carlo Maley e Athena Aktipis, ideatori e curatori del progetto, in un
articolo sull’origine e lo sviluppo della loro idea. Proprio Athena Aktipis,
biologa evoluzionista esperta in teorie della cooperazione e docente all’Arizona
State University, è autrice di un saggio, uscito in Italia con il titolo Secondo
natura. Come l’evoluzione ci aiuta a ripensare il cancro, nel quale offre una
panoramica delle più recenti ricerche su questo spostamento di paradigma.
Un approccio evoluzionistico può aiutare a comprendere le dinamiche e le ragioni
evolutive che rendono possibile lo sviluppo di un tumore. A cambiare è
innanzitutto la definizione di cosa il cancro sia: una sospensione della
cooperazione tra cellule, un tradimento di alcuni membri della comunità nei
confronti del proprio gruppo, e un ritorno a comportamenti che potremmo
interpretare come ancestrali. Possiamo immaginare che proprio questi
comportamenti fossero la norma in un mondo “egoista”, antecedente al momento in
cui la cooperazione prevalse come strategia vincente per la vita e la
pluricellularità si affermò.
A rendere possibile questo “tradimento cellulare”, come lo definisce Aktipis, è
una duplicità insita nella natura stessa degli organismi pluricellulari: le
cellule che costituiscono l’organismo sono al tempo stesso parte di un’unica
entità, riconoscibile come individuo, e unità a sé stanti, che hanno “scelto” di
rinunciare a un benessere individuale immediato per ricevere maggiori benefici
attraverso l’appartenenza al gruppo e l’adesione alle sue regole. Nel caso del
tumore, questa dinamica si ribalta: la cellula tumorale tradisce il patto
sociale della cooperazione e sfrutta i benefici dello stare in comunità senza
contribuire al suo mantenimento. In questo modo risulta dannosa per l’insieme –
l’organismo di cui fa parte – ma massimizza, almeno nel breve termine, il
proprio successo adattativo.
Competizione e cooperazione a diversi livelli
Quella di guardare al cancro attraverso una lente evolutiva non è un’idea nuova:
già negli anni Cinquanta del Novecento la biologia del cancro si era orientata
verso questo approccio, che è però stato accantonato fino all’inizio del nuovo
millennio. E quando il dibattito specifico sulla biologia del cancro è ripreso,
si è incagliato nelle stesse domande e nelle stesse posizioni già delineatesi su
più larga scala nella biologia evoluzionistica: una contrapposizione tra la
visione neodarwiniana dell’evoluzione, incentrata su variazione genetica (e, più
recentemente, epigenetica) e selezione naturale, e la prospettiva della
cosiddetta “sintesi estesa”, che include nella spiegazione evoluzionistica
processi di variazione e selezione non genetici, come la plasticità fenotipica,
e meccanismi di “spinta” dell’evoluzione diversi dalla competizione.
> La sintesi estesa integra nella teoria evolutiva un approccio relazionale ed
> ecologico, che pone attenzione alle costanti e profonde interazioni sia tra
> gli organismi, che tra questi e i loro ambienti.
La visione gene-centrica dell’evoluzione è senz’altro valida, ma, affermano i
suoi critici, parziale, dal momento che non riconosce l’importanza di fattori
evolutivi come la cooperazione – fenomeno che è invece ubiquo nel mondo della
vita – e la sostanziale interdipendenza tra i viventi a tutti i livelli, dal
microscopico al macroevolutivo. La sintesi estesa, invece, integra nella teoria
evolutiva un approccio relazionale ed ecologico, che pone attenzione alle
costanti e profonde interazioni sia tra gli organismi, sia tra questi e i loro
ambienti. Nel libro di Aktipis e, più in generale, nell’approccio teorico allo
studio del cancro di cui la studiosa si fa portavoce, un elemento di questa
visione estesa assume particolare centralità: il concetto di cooperazione. Come
abbiamo visto, in quest’ottica il cancro è visto essenzialmente come una rottura
dell’accordo di cooperazione che rende possibile l’esistenza di organismi
pluricellulari dall’estrema complessità strutturale.
Ma, allora, sorge spontanea la domanda sul perché l’evoluzione renda possibile
l’esistenza del cancro, fenomeno che, essendo onnipresente in natura, non può
essere semplicemente sfuggito alla selezione; al contrario, a un certo punto
della storia della vita, potrebbe aver apportato qualche vantaggio alla vita
stessa. Ebbene, la risposta fornita da Aktipis è che il cancro sia l’effetto
collaterale (o, talvolta, il prodotto inevitabile) del continuo compromesso tra
competizione e cooperazione che si esplica a ogni livello della vita: tra le
cellule, tra organismi e tra popolazioni. In un organismo cooperativo, questo
compromesso è difficile da mantenere: non solo durante le fasi iniziali dello
sviluppo, ma per tutta la vita l’organismo ha bisogno che le “sue” cellule
agiscano e si riproducano per portare avanti la vitalità dell’insieme. È
essenziale, però, che questa attività venga limitata affinché non insorgano
conflitti tra gli interessi contrapposti dei singoli e della comunità. Insomma,
come in qualsiasi società paritaria, anche a livello cellulare vale – o dovrebbe
valere – il principio secondo cui “la libertà di un individuo finisce dove
inizia la libertà dell’altro”.
Nel corso dell’evoluzione, gli organismi pluricellulari hanno sviluppato una
varietà di strategie di contenimento e controllo del comportamento egoista che
potrebbe emergere a livello cellulare. Alcuni geni, ad esempio, sono noti per la
loro funzione di soppressione tumorale, ed entrano in gioco quando la cellula
intraprende comportamenti anomali inducendo i propri meccanismi di
autodistruzione. Inoltre, esiste una sorta di controllo incrociato in cui ogni
cellula monitora le proprie vicine, rilevando forme di espressione genica
sospette e avvisando il sistema immunitario. E infine c’è il sistema
immunitario, appunto, che ha il compito di individuare e distruggere le anomalie
potenzialmente dannose.
Una questione di priorità
Nonostante tutti questi meccanismi, il cancro potrebbe presentarsi in ogni
momento della nostra esistenza. Le cellule esprimono costantemente comportamenti
che potrebbero essere definiti pretumorali (ad esempio, una rapida
proliferazione) e che, in una certa misura, vengono tollerati dall’organismo e
possono essere controllati. Nelle diverse specie viventi, il grado di tolleranza
al cancro è una questione di compromessi, scelte e priorità. Ad esempio, in
tutti gli organismi (umani compresi) sembra esservi una diretta correlazione tra
l’invecchiamento e la probabilità di sviluppare tumori. Una spiegazione
plausibile di questo fenomeno è il rilassamento della selezione purificante
(quella che monitora ed elimina le mutazioni genetiche), così che, con
l’avanzare dell’età, un maggior numero di mutazioni si accumula nel genoma. Ciò
accresce la probabilità che alcune di queste mutazioni diano alle cellule che ne
sono portatrici un vantaggio adattativo (ad esempio, un aumento del tasso di
proliferazione), il che aumenta le possibilità che il comportamento “egoistico”
dia il via a una crescita tumorale.
> Guardare al cancro in una prospettiva ecologica ed evolutiva significa
> mettersi, idealmente, allo stesso livello delle cellule tumorali, provare a
> comprendere il loro punto di vista e le loro necessità.
Tra le diverse specie, inoltre, il livello di suscettibilità al cancro aumenta o
diminuisce in funzione della longevità e della velocità di riproduzione: specie
che si riproducono poco e hanno una vita lunga sembrano aver sviluppato più e
migliori meccanismi per prevenire l’occorrenza di tumori nel proprio organismo;
al contrario, organismi con un alto tasso riproduttivo e dalla vita breve
sembrano propendere per la scommessa rischiosa di non investire molto in
meccanismi di controllo e oncosoppressione – energeticamente dispendiosi –
esponendosi di più alla possibilità che il cancro si presenti.
Una forma di controllo a lungo termine: la terapia adattiva
Guardare al cancro in una prospettiva ecologica ed evolutiva significa mettersi,
idealmente, allo stesso livello delle cellule tumorali, provare a “pensare” come
loro, tentare di conoscere il loro ambiente, comprendere il loro punto di vista
e le loro necessità. Il tumore ha un contesto ecologico: vive in un ambiente e
ha bisogno di determinate risorse; inoltre, sottostà a dei processi evolutivi:
ha una tendenza alla conservazione e mira al successo riproduttivo, per
tramandare la propria eredità genetica alle generazioni successive (bisogna
tenere a mente che questo linguaggio che sembra supporre un’individualità e
un’intenzionalità delle cellule tumorali è, come sempre quando si parla di
evoluzione, puramente metaforico). Ma provare a pensare come un tumore può
essere un modo per trovare strategie più efficaci nel contrastarlo.
Se, come suggerisce la visione ecologica ed evolutiva qui accennata, eradicare
il cancro dalle nostre esistenze è impossibile, poiché anch’esso è parte del
fenomeno della vita, possiamo forse anche ripensare le strategie per curarlo:
tenerlo sotto controllo, renderlo pressoché inoffensivo, domarlo. È questa la
sfida della terapia adattiva, una nuova frontiera della cura del cancro che si
basa proprio sulla comprensione dei fattori ecologici ed evolutivi che regolano
la crescita e la progressione dei tumori.
Uno dei principali problemi a cui le terapie farmacologiche devono far fronte è
il fatto che, dopo un certo periodo di esposizione, molti tumori sviluppano una
resistenza ai farmaci. Si tratta di un classico fenomeno di “corsa agli
armamenti evolutiva”: se un farmaco non ha successo nell’uccidere tutte le
cellule tumorali, le poche sopravvissute – sopravvissute proprio in quanto
resistenti al farmaco – riprenderanno a riprodursi, e il cancro risorgerà dalle
sue ceneri in una forma più resistente. La terapia adattiva prova ad aggirare il
problema cambiando strategia: non più un bombardamento con grandi quantità di
farmaco citotossico, con l’obiettivo di eliminare tutte le cellule tumorali, ma
un’esposizione modulata per indebolire la “comunità” tumorale prima bloccandone
la crescita, e poi rallentandole il tasso di evoluzione.
> Modulando l’esposizione di una popolazione tumorale a determinati farmaci se
> ne può influenzare la direzione evolutiva, ad esempio rallentando il tasso di
> crescita e inibendo la cooperazione tra cellule.
A informare questo approccio, che aggiunge un ulteriore livello alla complessità
dei processi e dei meccanismi alla base del cancro, vi sono alcune osservazioni:
ad esempio, si è notato che le cellule tumorali presentano un ciclo riproduttivo
più lento se si trovano a vivere in un microambiente non particolarmente ostile
e hanno a disposizione una fonte di risorse stabile, mentre pare che il tumore
cresca più rapidamente e tenda a formare metastasi soprattutto quando le risorse
sono scarse e il microambiente non è più ospitale, e dunque le cellule “migrano”
verso nuovi lidi (un processo noto come “evoluzione per dispersione”). Una volta
compresi questi meccanismi, modulando l’esposizione di una popolazione tumorale
a determinati farmaci se ne può influenzare la direzione evolutiva, ad esempio
rallentando il tasso di crescita e inibendo la cooperazione tra cellule (che si
forma, anch’essa, soprattutto in condizioni di stress ecologico).
L’impiego oculato dei farmaci come pressione selettiva è una tecnica
promettente, ma non è l’unica strada percorribile. Un altro tipo d’intervento
consiste nel potenziare o riparare i meccanismi di controllo del tradimento
cellulare che il tumore ha sospeso o “ingannato”, ad esempio coadiuvando la
funzionalità del sistema immunitario. Si può anche controllare l’afflusso di
risorse a cui il cancro può attingere, riducendole in modo lento e graduale così
che il tumore riduca la propria attività vitale. Si tratta di un approccio
comunemente usato in agricoltura per la gestione degli agenti infestanti e per
il trattamento delle malattie infettive, ma, in quanto basato su principi
ecologici ed evolutivi, è altrettanto valido per il trattamento del cancro.
Lo scopo ultimo della terapia adattiva è tenere sotto controllo il tumore e,
idealmente, cronicizzarlo, “aumentando così in modo significativo la vita del
paziente e riducendone le sofferenze attraverso la limitazione, piuttosto che
l’eradicazione, della crescita e della diffusione del cancro”. Il cancro,
insomma, è “un complesso sistema adattativo”, come lo hanno definito in un
articolo del 2015 i biologi Gunther Jansen, Robert Gatenby e Athena Aktipis. Per
poterlo trattare e, soprattutto, controllare, è necessario riconoscerne la
natura dinamica. Ampliare la nostra comprensione di questa malattia accogliendo
una visione evoluzionistica ci dà la speranza – conclude Aktipis nel suo libro –
di “creare un mondo in cui curare [il cancro] diventi una forma di controllo a
lungo termine”.
L'articolo Pensare come un tumore proviene da Il Tascabile.
"Cosa succede quando abbiamo messo la decisione [sulla vita o morte di un
paziente, ndr] nelle mani di un'inesorabile macchina a cui dobbiamo porre le
giuste domande in anticipo, senza comprendere appieno le operazioni o il
processo attraverso cui esse troveranno risposta?”. Norbert Wiener, “God and
Golem, Inc.”, 1963. Questa citazione ha aperto un recente congresso sull’uso
dell’Intelligenza artificiale (Ai) in ambito sociosanitario durante il quale era
intenzione di chi scrive provocare un dibattito per cercare di uscire dallo
“spettro delle opinioni accettabili” (Noam Chomsky) e -al contempo- ampliare la
comprensione del fenomeno, ripercorrendone la storia. Nello specifico, le
“opinioni accettabili” nel dibattito sull’adozione dell’Ai sono quelle che
vengono chiamati “i tre assiomi della transizione digitale” di cui l’adozione a
rotta di collo dell’Ai è la logica conseguenza. Primo, la tecnologia è neutra,
l’importante è usarla bene (eticamente?); secondo, digitale è meglio di
analogico, perché la tecnologia di oggi è sempre meglio di quella di ieri;
terzo, i problemi di oggi saranno risolti dalla tecnologia di domani, perché la
tecnologia risolve qualsiasi problema. Il primo assioma è relativamente semplice
da “smontare”. Se fosse vero che la tecnologia è neutrale allora dovrebbe
esistere un modo per “usare bene” l’auto nelle strade di Roma, alle cinque del
pomeriggio. Invece il problema dello spostamento in orario di punta si risolve
solo cambiando tecnologia: bisogna abbandonare l’auto a favore della bici, del
motorino o del trasporto pubblico. Saper “usare bene” l’auto non aiuta. Nel
caso specifico dell’uso dell’Ai in medicina siamo poi davanti a un rischio
ancora più grave: l’effetto Vajont. Come racconta Marco Paolini nel suo
spettacolo teatrale, dopo il disastro, lui non riesce a dare la colpa dei morti
alla diga. La diga aveva fatto bene il suo lavoro: non era crollata. Anche Dino
Buzzati scrive, all’indomani del disastro, “la diga del Vajont era ed è un
capolavoro”. Fascinazione tutta maschile per l’artefatto. Eppure questa
tecnologia perfetta è coinvolta nella morte di oltre duemila innocenti. Com’è
possibile? La diga non andava costruita in quella valle: troppo stretta e troppo
frequentemente soggetta a frane importanti, quello è il problema. Un problema
politico. Sulla scena del disastro, a denunciarlo, c’è una donna coraggiosa:
Tina Merlin, inviata per l’Unità, che scrive un libro che inchioda politici e
imprenditori senza scrupoli alle loro responsabilità: “Sulla pelle viva. Come si
costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont”. Oggi le donne che parlano fuori
dal coro dell’entusiasmo “virile” per la tecnologia si chiamano Gebru, Bender,
Whittaker, Tafani. L’ultima, da esperta di etica, non è affatto convinta che
l’etica possa offrire risposte a questi problemi: “L’'etica dell’intelligenza
artificiale' è assimilabile dunque a una merce, che i ricercatori e le
università sono interessati a fornire, in quanto ‘olio che unge le ruote della
collaborazione’ con le grandi aziende tecnologiche, e che le aziende
commissionano e acquistano perché è loro utile come capitale reputazionale”
(Daniela Tafani, L’"etica"come specchietto per le allodole, 2023). Infatti, per
tornare all’esempio dell’auto, l’etica del pilota non diminuisce l’inquinamento
causato dallo stare fermi al semaforo. Per diminuirlo bisogna entrare nella
“stanza dei bottoni” e imporre una modifica che preveda lo spegnimento del mezzo
quando si ferma. L’etica a posteriori diventa, appunto, uno specchietto per le
allodole. La falsificazione del secondo assioma può passare nuovamente da un
confronto della bicicletta con l’auto: la prima è certo una tecnologia
precedente, ma è capace di risolvere un problema che la seconda non risolve. Di
esempi come questo se ne possono trovare molti: i vecchi Nokia che mitigano il
problema dell’e-waste grazie a una batteria facilmente rimovibile, per esempio.
Il terzo assioma esprime il pensiero che il sociologo Evgeny Morozov ha definito
soluzionismo tecnologico, ossia la convinzione che tutti i problemi umani
contemplino una soluzione per via tecnologica. Questa posizione si fonda su un
credo che Nick Barrowman chiama “culto del dato”: “Siamo tentati di presupporre
che i dati siano autosufficienti e indipendenti dal contesto e che, con
sufficienti dati, le preoccupazioni relative a causalità, bias (distorsione),
selezione e incompletezza possano essere ignorate. È una visione seducente: i
dati ‘crudi’, non corrotti dalla teoria o dall'ideologia, ci condurranno alla
verità; non saranno necessari esperti; non saranno rilevanti le teorie, né sarà
necessario vagliare alcuna ipotesi” (Nick Barrowman, Why data is never raw). Il
credo di tale “setta”, che altro non è se non un culto minore dello scientismo,
produce una distorsione paradossale: credere nella supremazia del dato sulla
stessa scienza che dovrebbe produrlo, come l’ex caporedattore di Wired, Chris
Anderson quando scrive che “oggi possiamo gettare i numeri nei più grandi
cluster di calcolo che il mondo abbia mai visto e lasciare che gli algoritmi
statistici trovino modelli dove la scienza non può arrivare”. Se Anderson avesse
ragione l’avvento della tecnologia causerebbe la fine della scienza. La realtà è
che i dati non sono mai "crudi": “I dati 'crudi' sono un ossimoro e una cattiva
idea. Al contrario, i dati dovrebbero essere cucinati con cura. ‘Crudo’ ha un
senso di naturale o incontaminato, mentre ‘cotto’ suggerisce il risultato di
processi cognitivi. Ma i dati sono sempre il prodotto di processi cognitivi,
culturali e istituzionali che determinano cosa raccogliere e come farlo”
(ibidem). Esplicitare questi processi significa fare scienza, associando alle
“sensate esperienze” le “dimostrazioni necessarie” (come affermava Galileo
Galilei). Sorvolarli, per contro, significa rischiare conclusioni
grossolanamente errate, o persino non rendersi conto di tali errori e
sprofondare nella pseudoscienza. Sgombrato quindi il campo dalle mistificazioni
che “limitano rigorosamente lo spettro delle opinioni accettabili” (Chomsky)
siamo finalmente in condizione di sintetizzare i motivi per cui l’introduzione
dell’Ai in medicina dovrebbe essere valutata caso per caso, e con grande
attenzione. Questa tecnologia non è neutra: si fonda sul lavoro sottopagato del
Sud globale; pone già oggi un enorme problema ecologico per via dei consumi
pantagruelici di acqua, elettricità, suolo, terre rare (al punto che l'Ue ha
lanciato una campagna per riaprire le miniere entro i territori dell’Unione per
garantirsi i "materiali strategici" necessari a costruire i datacenter con tutti
i rischi geopolitici che questo implica). Le applicazioni delle Ai generative
sono soggette al problema delle "allucinazioni" che, in situazioni di rischio
per la vita, rappresentano un problema gravissimo e, anche quando potrebbero
essere utili, generano pesanti cambiamenti nel modus operandi di una istituzione
sanitaria, cambiamenti non sempre possibili o economici. Quindi non sono sempre
meglio dei metodi precedenti: dipende. C’è poi il fatto che le Ai pensate per
la medicina non sono abbastanza testate per poter essere considerate sicure,
soprattutto quando non si rispettano i protocolli tipici della ricerca
scientifica, sull’onda della “immaterialità del digitale” o di slogan assurdi
coniati in Silicon Valley, come “move fast, break things”. L’unica cosa da
rompere sono certi piani di dominio del mondo, roba da scienziati pazzi. Infine,
l'uso degli strumenti Ai in medicina può produrre pericolosi errori
metodologici, che possono portare a storture distopiche come l'utilizzo dell'Ai
per decidere automaticamente se staccare la spina a un paziente, o quale
trattamento salvavita somministrargli. L’eventuale morte del paziente non potrà
essere risolta dalla successiva tecnologia. “Scatole oscure. Intelligenza
artificiale e altre tecnologie del dominio” è una rubrica a cura di Stefano
Borroni Barale. La tecnologia infatti è tutto meno che neutra. Non è un mero
strumento che dipende unicamente da come lo si usa, i dispositivi tecnici
racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per questo le tecnologie “del
dominio”, quelle che ci propongono poche multinazionali, sono quasi sempre
costruite come scatole oscure impossibili da aprire, studiare, analizzare e,
soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui la tecnologia ha un ruolo via
via più dispositivo (e può quindi essere usata per controllarci) aprire e
modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale per la partecipazione,
la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le scatole è un atto
politico. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica teorica presso
l’Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto EU-DataGrid (il
prototipo del moderno cloud) all’interno del gruppo di ricerca dell’Istituto
nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per lavorare nel
programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale di formazione
dell’Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del torinese e, come
membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della Pedagogia hacker per
varie organizzazioni, tra cui il ministero dell’Istruzione. Sostenitore del
software libero da fine anni Novanta, è autore per Altreconomia di “Come passare
al software libero e vivere felici” (2003), una delle prime guide italiane su
Linux e altri programmi basati su software libero e “L’intelligenza inesistente.
Un approccio conviviale all’intelligenza artificiale” (2023). © riproduzione
riservata
L'articolo L’Ai in medicina? Non basta “usarla bene”, e l’etica non ci salverà
dall’effetto Vajont proviene da Altreconomia.