N el suo dialogo intitolato Fedro, attraverso il mito di Theuth e la figura di
Socrate, Platone esprime la sua celebre critica della scrittura. Per il filosofo
greco, la scrittura è un pharmakon, rimedio e veleno al tempo stesso. La
scrittura appare immobile, incapace di adattarsi all’interlocutore come invece
fa il dialogo vivo; priva di autonomia, perché non sa difendere da sé le proprie
tesi; inadeguata ad accrescere la sapienza, poiché offre informazioni senza
generare la memoria e la saggezza che nascono dall’interazione dialettica. È,
infine, un “gioco bellissimo” ma assai distante dalla serietà del processo
dialettico orale che conduce alla conoscenza. Ciononostante, pur non essendo
“vera” filosofia, per Platone la scrittura è uno strumento a essa necessario,
così com’è necessaria per la cosiddetta hypomnesis, ovvero la capacità
richiamare alla mente un’informazione.
Se per il filosofo greco la scrittura rappresentava un ausilio esterno alla
memoria, oggi la psicologia cognitiva e le neuroscienze hanno ampliato quella
intuizione con il concetto di cognitive offloading. Con questa espressione si
indicano tutte le pratiche attraverso cui gli individui delegano a un supporto
esterno parte dei propri processi cognitivi, come ad esempio la funzione di
ricordare informazioni, trasformando strumenti e tecnologie in estensioni delle
proprie capacità mnemoniche. Tra queste si annoverano gesti quotidiani come
segnare una lista della spesa, annotare un compleanno su un calendario o
ricorrere al proverbiale nodo al fazzoletto.
> Per Platone la scrittura è pharmakon, rimedio e veleno al tempo stesso: pur
> non essendo “vera” filosofia è uno strumento che le è necessario, così com’è
> necessaria per la capacità di richiamare alla mente un’informazione.
Negli ultimi dieci anni, allo studio dello “scarico” cognitivo hanno dato un
forte impulso la comparsa e la diffusione della rete, e delle tecnologie
digitali. I dispositivi connessi, infatti, moltiplicano all’infinito le
possibilità di delega della funzione cognitiva del ricordo, ma le loro
pervasività e facilità di utilizzo rischiano di sbilanciare l’equilibrio di
benefici e costi di queste pratiche a favore dei secondi.
I dispositivi connessi ‒ se ne erano già accorti i fondatori del cyberpunk, il
cui lavoro è stato fondamentale per cristallizzare nella nostra cultura
l’immaginario del digitale ‒ funzionano come una vera e propria protesi della
nostra mente, che ne esternalizza una o più funzioni cognitive, tra cui,
appunto, la memoria. In un paper intitolato The benefits and potential costs of
cognitive offloading for retrospective information, Lauren L. Richmond e Ryan G.
Taylor si dedicano a ricostruire una panoramica di alcuni degli studi e degli
esperimenti più significativi nell’ambito del cognitive offloading.
Alla base di questo corpus teorico e sperimentale c’è il fatto che, per compiere
un ampio numero di azioni quotidiane, le persone si affidano a due tipi di
memoria: quella retrospettiva, ovvero la capacità di ricordare informazioni dal
passato, e quella propositiva, ossia la capacità di ricordare azioni da compiere
nel futuro. Per portare a termine compiti che comportano l’uso di tutti e due i
tipi di memoria, possiamo contare sulla nostra capacità di ricordare o delegare
questa funzione a un supporto esterno.
Questo spiega il motivo per cui la maggior parte delle persone intervistate nei
contesti di ricerca esaminati da Richmond e Taylor dichiara di usare tecniche di
cognitive offloading per compensare peggioramenti nelle proprie performance
mnemotecniche. Io stesso, che mi sono vantato a lungo di avere una memoria di
ferro, sono stato costretto, passati i quaranta e diventato genitore per due
volte, a dover ricorrere a promemoria, note e appunti per riuscire a ricordare
impegni e scadenze.
> Con l’espressione cognitive offloading si indicano le pratiche attraverso cui
> gli individui delegano a un supporto esterno la funzione di ricordare
> informazioni, trasformando strumenti e tecnologie in estensioni delle proprie
> capacità mnemoniche.
Età e capacità mnemoniche sono infatti due fattori collegati alla necessità di
eseguire azioni di scarico cognitivo. Superata l’adolescenza, a mano a mano che
ci si inoltra nella vita adulta si è costretti a ricordare un numero di cose più
elevato, compito per cui il cognitive offloading offre indubbi benefici. Uno dei
più evidenti risiede nel fatto che, a differenza di altre mnemotecniche più
specifiche, non ha bisogno di una formazione mirata. Per un adulto con una
percezione del tempo funzionale, usare un’agenda fisica o virtuale è un gesto
intuitivo e immediato, che non richiede ulteriore carico cognitivo.
La facilità d’uso non è l’unico vantaggio. Alcuni degli studi passati in
rassegna nello studio mostrano come l’offloading cognitivo generi benefici per
entrambi i tipi di memoria. Ad esempio, esso permette non soltanto di ricordare
informazioni archiviate in precedenza, ma riesce anche ad attivare il ricordo di
informazioni non archiviate tramite meccanismi di associazione mentale: una
persona che ha segnato sulla propria lista della spesa di acquistare un
barattolo di alici ha più probabilità di ricordarsi di acquistare il burro
rispetto a una persona che non lo ha fatto, anche se il burro non è presente
nella lista. Per quanto banali, questi esempi mostrano quanto le pratiche di
offloading cognitivo siano d’ausilio alla memoria.
Tali benefici, tuttavia, non sono gratuiti ma comportano una serie di costi.
Alcuni studi hanno evidenziato più difficoltà a ricordare le informazioni
“scaricate” quando, in modo improvviso e inaspettato, viene negato loro accesso
alle informazioni archiviate. Se invece il soggetto è consapevole del fatto che
l’accesso può esser negato, le performance mnemoniche si dimostrano più
efficaci. Un altro costo è la possibilità di favorire la formazione di falsi
ricordi. Altri test condotti in laboratorio mostrano come quando le persone sono
forzate a pratiche di scarico cognitivo, risultano meno capaci di individuare
elementi estranei, aggiunti all’archivio delle informazioni a loro insaputa.
> Le pratiche di offloading cognitivo possono essere d’ausilio alla memoria.
> Tali benefici, tuttavia, comportano una serie di costi, ad esempio una maggior
> difficoltà a reperire informazioni quando viene improvvisamente a mancare
> l’accesso all’archivio esterno.
Perciò, così come la scrittura per Platone aveva natura “farmacologica”, e
offriva al tempo stesso rimedio e veleno per la memoria, anche le pratiche di
cognitive offloading comportano costi e benefici. Da questa prospettiva, la
diffusione dell’intelligenza artificiale (IA) sta mettendo in luce come questo
strumento, ubiquo e facilmente accessibile, stia favorendo nuove forme di
scarico cognitivo, e incidendo sul modo in cui le persone si rapportano alle
informazioni, nonché sullo sviluppo del loro pensiero critico.
Disponibili ormai ovunque, alla stregua di un motore di ricerca, le IA
aggiungono all’esperienza utente la capacità di processare e presentare le
informazioni, senza doversi confrontare direttamente con le relative fonti.
Quale impatto esercita questa dinamica sulla capacità di pensiero critico? È la
domanda al centro di uno studio condotto dal ricercatore Michael Gerlich su 666
partecipanti di età e percorsi formativi differenti. Questo studio analizza la
relazione tra uso di strumenti di intelligenza artificiale e capacità di
pensiero critico, mettendo in luce il ruolo mediatore delle pratiche di
offloading cognitivo. Per pensiero critico si intende la capacità di analizzare,
valutare e sintetizzare le informazioni al fine di prendere decisioni ragionate,
incluse le abilità di problem solving e di valutazione critica delle situazioni.
Secondo Gerlich, le caratteristiche delle interfacce basate su IA ‒ dalla
velocità di accesso ai dati alla presentazione semplificata delle risposte ‒
scoraggiano l’impegno nei processi cognitivi più complessi.
> La diffusione dell’intelligenza artificiale sta mettendo in luce come questo
> strumento stia favorendo nuove forme di “scarico” cognitivo, incidendo sul
> modo in cui le persone si rapportano alle informazioni e sviluppano pensiero
> critico.
Studi condotti in ambiti come sanità e finanza mostrano infatti che se da un
lato il supporto automatizzato migliora l’efficienza, dall’altro riduce la
necessità, per questi professionisti, di esercitare analisi critica. Una
dinamica analoga si osserva nella cosiddetta “memoria transattiva”, ossia la
tendenza a ricordare il luogo in cui un’informazione è archiviata o il suo
contenuto, fenomeno già noto come “effetto Google”. Le IA accentuano questo
processo, sollevando ulteriori interrogativi sul possibile declino delle
capacità di ritenzione perché, anche in questo caso, la loro capacità di
sintetizzare le informazioni fa sì che l’utente non debba più impegnarsi in un
confronto con le fonti, ma sviluppa invece la consapevolezza che potrà farle
affiorare in qualsiasi momento, rivolgendole a un’interfaccia che mima una
conversazione umana
Effetti simili riguardano attenzione e concentrazione: da un lato gli strumenti
digitali aiutano a filtrare il rumore informativo, dall’altro favoriscono la
frammentazione e il calo della concentrazione. Emergono inoltre ambivalenze
anche nel problem solving: l’IA può ampliare le possibilità di soluzione ma
rischia di ridurre l’indipendenza cognitiva, amplificare bias nei dataset o
opacizzare i processi decisionali, rendendoli difficilmente interpretabili dagli
utenti. Una condizione, quest’ultima, oggetto di un ampio dibattito anche in
ambito militare, dove lo sviluppo di sistemi automatizzati di comando e
controllo pone dubbi di natura etica, politica e psicologica.
I test effettuati confermano che l’uso intensivo di strumenti basati su IA
favorisce pratiche di cognitive offloading che, pur alleggerendo il carico
cognitivo e liberando risorse mentali, si associano a un declino della capacità
di pensiero critico, in particolare nelle fasce più giovani. Questo declino
viene misurato attraverso la metodologia HCTA (Halpern Critical Thinking
Assessment), un test psicometrico che prende il nome dalla psicologa cognitiva
Diane F. Halpert e misura le abilità di pensiero critico (come valutazione
della probabilità e dell’incertezza, problem solving decisionale, capacità di
trarre conclusioni basate su prove), grazie a un set di domande aperte e a
risposta multipla applicate a uno scenario di vita quotidiana.
> L’uso intensivo di strumenti basati su IA favorisce pratiche di cognitive
> offloading che, pur alleggerendo il carico cognitivo, si associano a un
> declino della capacità di pensiero critico, in particolare nelle fasce più
> giovani.
Anche in questo caso, è piuttosto chiaro come l’applicazione della tecnologia ai
processi cognitivi possa risultare deleteria, inducendo una sorta di pigrizia
difficile da controbilanciare. Le pratiche di scarico cognitivo, infatti,
producono i loro benefici quando attivano la mente delle persone che le
utilizzano. È quello che succede, per esempio, nel metodo Zettelkasten, una
delle tecniche di gestione della conoscenza più conosciute.
Creato dal sociologo tedesco Niklas Luhmann negli anni Cinaquanta del Novecento,
lo Zettelkasten è un metodo di annotazione pensato per facilitare la scrittura
di testi non fiction e rafforzare la memoria delle proprie letture, che prevede
di ridurre il tempo che passa tra la lettura di un testo e la sua elaborazione
scritta, prendendo appunti e note durante la lettura dello stesso. Come spiega
Sonke Ahrens in How to take smart notes, uno dei principali testi di
divulgazione sul metodo Zettelkasten, la scrittura non è un gesto passivo.
Eseguirlo attiva aree del nostro cervello che sono direttamente collegate al
ricordo e alla memoria. Lo scarico cognitivo alla base del suo funzionamento
produce perciò un beneficio proprio perché impegna chi lo esegue sia a
confrontarsi direttamente con il testo che sta leggendo, sia a scrivere durante
l’atto stesso della lettura. Adottare il metodo Zettelkasten significa perciò
introdurre in quest’ultima attività una componente di frizione e di impegno, che
sono la base della sua efficacia.
> Automatizzando le pratiche di offloading cognitivo rischiamo di privarci del
> tempo necessario affinché un’informazione si depositi nella nostra memoria
> fino a diventare un pensiero originale.
A differenza della maggior parte delle interfacce attraverso cui interagiamo con
le tecnologie, in particolare con quelle digitali e di intelligenza artificiale,
il metodo Zettelkasten è fatto per produrre attrito. È proprio tale attrito che
stimola la nostra mente, la attiva e produce benefici sulle nostre capacità
cognitive. Lo Zettelkasten è progettato per far pensare le persone e non il
contrario, come recita il titolo di uno dei testi più famosi sull’usabilità web
e l’interazione uomo-computer.
Perché se ogni processo diventa liscio, privo di frizione, e la tecnologia che
lo rende possibile si fa impalpabile fino a scomparire, quello che corriamo è
proprio il rischio di non dover pensare. Quando chiediamo a un’intelligenza
artificiale di sintetizzare un libro, invece di leggerlo e riassumerlo noi
stessi, quello che stiamo facendo è schivare il corpo a corpo con il testo e la
scrittura che un metodo come lo Zettelkasten prescrive come base per la sua
efficacia. Automatizzare le pratiche di scarico cognitivo significa trasformare
in costi i benefici che esse possono apportare alla nostra capacità di ricordare
e pensare, proprio perché ad andare perduta è la durata, ovvero il tempo
necessario affinché un’informazione si depositi nella nostra memoria fino a
diventare un pensiero originale.
Prendere atto di questa contraddizione significa spostare l’attenzione dalla
dimensione neurologica a quella culturale e sociale. Perché è vero che invocare
interfacce più “visibili” e capaci di generare attrito nell’esperienza utente, o
elaborare strategie educative mirate, come suggerisce l’autore, sono atti utili
e necessari a riconoscere e gestire l’impatto delle IA sulle nostre menti, ma
senza porsi il problema dell’accesso al capitale culturale necessario per un uso
consapevole e critico delle tecnologie, tali soluzioni rischiano di restare
lettera morta. O, peggio, rischiano di acuire le differenze tra chi ha il
capitale culturale ed economico per permettersi di limitare il proprio l’accesso
alla tecnologia e chi, al contrario, finisce per subire in modo passivo le
scelte delle grandi aziende tecnologiche, che proprio sulla pigrizia sembrano
star costruendo l’immaginario dei loro strumenti di intelligenza artificiale.
> Nel marketing di alcune aziende gli strumenti di IA non sembrano tanto protesi
> capaci di potenziare creatività e pensiero critico, quanto scorciatoie per
> aggirare i compiti più noiosi o ripetitivi che la vita professionale comporta.
Per come vengono presentati nella comunicazione corporate, gli strumenti di
intelligenza artificiale assomigliano meno a delle protesi capaci di potenziare
la creatività o il pensiero critico e più a scorciatoie per aggirare i compiti
più noiosi, ripetitivi o insulsi che la vita professionale comporta. Il video di
presentazione degli strumenti di scrittura “smart” della sedicesima iterazione
dell’iPhone è emblematico del tenore di questo discorso. Warren, l’impiegato
protagonista dello spot, li usa proprio per dare un tono professionale al testo
dell’email con cui scarica sul suo superiore un compito che dovrebbe eseguire
lui. Quella che, all’apparenza, potrebbe sembrare una celebrazione dell’astuzia
working class è in realtà una visione in cui l’automazione non ha liberato
l’uomo dalle catene del lavoro, ma gli ha solo fornito degli strumenti per non
essere costretto a pensare prima di agire.
Ancora una volta, l’uso delle tecnologie si rivela non soltanto una questione
politica, ma anche ‒ e soprattutto ‒ una questione sociale e di classe. Una
questione che andrebbe rimessa al centro del dibattito sull’intelligenza
artificiale, superando la dicotomia, tutto sommato sterile, tra apocalittici e
integrati che ancora sembra dominarlo.
L'articolo Ricordare per procura proviene da Il Tascabile.
Tag - neuroscienze
N el racconto Funes el memorioso, pubblicato da Jorge Luis Borges nel 1942, un
giovane contadino cade da cavallo e perde la capacità di dimenticare. Da quel
momento, ogni dettaglio della realtà si imprime nella sua mente con una
precisione assoluta e implacabile: ogni foglia, ogni crepa del muro, ogni
riflesso di luce sul vetro. Funes ricorda tutto, ma non riesce più a pensare.
Non può più astrarre, generalizzare, selezionare. Il mondo lo invade. E con
esso, la sua memoria. “Ho più ricordi io da solo di quanti ne avranno avuti
tutti gli uomini”, dice. Alla vita di Funes non è più concesso il sonno:
“Dormire è distrarsi dal mondo”, aggiunge. “I miei sogni sono come la vostra
veglia”.
Oggi, a distanza di ottant’anni, la scienza ci ha dimostrato che Borges aveva
colto qualcosa di sostanziale: ricordare tutto è una condanna. La memoria umana
funziona come un archivio flessibile e dinamico, che organizza, modifica e
talvolta – per fortuna ‒ sopprime. E in questa riscrittura continua, il sonno
gioca un ruolo decisivo.
Il cervello che lavora al buio
Mentre dormiamo, il cervello compie un lavoro di editing straordinario. Da una
parte, consolida i ricordi, fissandoli nella memoria a lungo termine;
dall’altra, quando il sonno è sufficiente e non frammentato, ne modula
l’intensità emotiva. Questi processi riguardano la memoria in generale e, in
media, possono ridurre anche la frequenza dei ricordi intrusivi, ovvero immagini
ricorrenti e frammenti di esperienze dolorose che riemergono senza preavviso
quando la mente è sotto pressione, spesso legati a traumi o a situazioni di
forte stress.
> Mentre dormiamo, il cervello compie un lavoro di editing straordinario. Da una
> parte consolida i ricordi, fissandoli nella memoria a lungo termine;
> dall’altra, quando il sonno è sufficiente e non frammentato, ne modula
> l’intensità emotiva.
Già alla fine degli anni Novanta, alcuni neuroscienziati iniziarono a osservare
che le diverse fasi del sonno non si equivalgono. Il sonno profondo, ricco di
onde lente, rafforza soprattutto i ricordi dichiarativi: fatti, parole,
concetti. La fase REM, più tarda e associata all’attività onirica, è implicata
invece nell’apprendimento motorio e, soprattutto, nella regolazione delle
emozioni. Nel 2008, uno studio dimostrò che il cervello tende a memorizzare con
priorità i dettagli emotivamente rilevanti rispetto a quelli neutri. Come se il
sonno operasse una selezione affettiva: trattiene ciò che conta davvero, lascia
sbiadire il superfluo. Al contrario, quando non dormiamo ‒ o dormiamo male ‒ il
sistema emotivo si squilibra. Importanti studi di neuroimaging hanno mostrato
che dopo trentasei ore di veglia si amplifica la reattività dell’amigdala, la
centralina cerebrale delle emozioni, e si riduce il collegamento con le aree
frontali deputate al controllo. Il risultato: emozioni più intense, meno
governabili.
A conferma di questo meccanismo, uno studio del 2011 ha rilevato che dopo una
notte di sonno fisiologico, la risposta emotiva dell’amigdala si attenua di
fronte agli stessi stimoli che il giorno prima avevano generato turbamento. Come
se la fase REM avesse addolcito il ricordo, riducendone la carica affettiva
senza alterarne il contenuto. Matthew Walker, neuroscienziato e direttore del
Center for Human sleep science a Berkeley, ha dedicato vent’anni a studiare
questi meccanismi. Nel suo libro Perché dormiamo (2019), spiega come il sonno
REM agisca come una sorta di terapia notturna: durante questa fase, il cervello
è quasi privo di noradrenalina ‒ l’equivalente cerebrale dell’adrenalina, un
neurotrasmettitore associato all’ansia ‒ e questo permette ai centri emotivi di
rielaborare i ricordi carichi di emozione senza esserne sopraffatti. Il sonno,
insomma, è un laboratorio attivo e selettivo, in cui le esperienze vengono
rielaborate, scolpite nella memoria e smussate nel loro impatto emotivo. Una
forma invisibile, ma potentissima, di protezione.
Il sonno REM e il controllo sui ricordi intrusivi
Nel gennaio del 2025, un gruppo interistituzionale di neuroscienziati, guidati
dalle università di York e dell’East Anglia, ha pubblicato uno studio che mette
in relazione in modo esplicito due ambiti di ricerca finora paralleli: il
controllo volontario dei ricordi indesiderati e il ruolo del sonno, in
particolare REM, nel ripristinare i meccanismi neurali che lo sostengono.
> Il sonno è un laboratorio attivo e selettivo, in cui le esperienze vengono
> rielaborate, scolpite nella memoria e smussate nel loro impatto emotivo. Una
> forma invisibile, ma potentissima, di protezione.
La nostra capacità di non pensare volontariamente a qualcosa, da svegli, viene
testata in laboratorio con un protocollo chiamato Think/No-Think: ai
partecipanti si chiede di imparare una serie di associazioni ‒ per esempio una
parola collegata a un’immagine ‒ e poi di evitare deliberatamente di pensarci.
Quando il controllo funziona, il ricordo resta sotto la soglia della coscienza.
La fase REM facilita questa forma di inibizione. L’esperimento ha coinvolto un
gruppo molto consistente di volontari, 85 in totale, divisi in due gruppi: una
parte ha dormito normalmente, l’altra è rimasta sveglia tutta la notte. Chi
aveva dormito, e specialmente chi aveva trascorso più tempo nella fase REM,
riusciva meglio a impedire che certi ricordi riemergessero. L’attività della
corteccia prefrontale, che regola i processi esecutivi, aumentava; quella
dell’ippocampo, sede della memoria episodica, si riduceva. Al contrario, nei
soggetti deprivati di sonno, questo circuito si indeboliva, e i ricordi da
evitare tornavano più facilmente alla coscienza.
È il primo studio a mostrare che tra qualità del sonno e controllo cognitivo
esiste un nesso diretto, perché suggerisce che la capacità di “non pensare a
qualcosa”, un’abilità centrale per il benessere mentale, non dipende solo dalla
forza di volontà. Dipende anche da quanto e da come abbiamo dormito.
Un’intuizione di lunga data, messa alla prova
L’idea che durante il sonno la mente lavori attivamente sui contenuti emotivi
non è una scoperta recente. Già per Sigmund Freud il sogno era uno spazio in cui
l’apparato psichico lavora il materiale inconscio trasformandolo in immagini
simboliche che possiamo permetterci di guardare da vicino: “Il sogno è la via
regia che porta all’inconscio”, scrive in L’interpretazione dei sogni. Carl
Gustav Jung ne ampliò la portata, definendo il sogno come funzione
compensatoria, cioè un’attività della psiche che cerca di ristabilire un
equilibrio rispetto agli atteggiamenti unilaterali della coscienza.
A partire dagli anni Cinquanta, questa illuminazione cominciò a trovare
riscontri nella fisiologia del sonno. Nel 1953, gli scienziati Eugene Aserinsky
e Nathaniel Kleitman scoprirono l’esistenza di una fase notturna caratterizzata
da rapid eye movements, rapidi movimenti oculari che si manifestano sotto le
palpebre, tracciabili tramite elettrooculogramma. La definirono “REM sleep”: una
condizione in cui il cervello mostra un’attività elettrica molto vivace, simile
alla veglia, mentre il corpo ‒ con l’eccezione di sporadiche scariche muscolari
involontarie ‒ si trova in uno stato di atonia quasi totale.
Studiando la stessa fase in modo indipendente, il neuroscienziato francese
Michel Jouvet la battezzò sommeil paradoxal (sonno paradosso), mettendo
l’accento proprio su questa natura contraddittoria. Jouvet sarà tra i primi a
ipotizzare che proprio in questa fase si concentrino le dinamiche più complesse
della rielaborazione mentale. Negli anni successivi, William Dement, neurologo e
pioniere della medicina del sonno, coniò il termine polisonnografia, per
indicare lo strumento che ancora oggi consente di monitorare le fasi del sonno,
contribuendo al suo successo in ambito diagnostico e di ricerca.
> I nostri ricordi non sono mai oggettivi: si piegano alla memoria emotiva e
> vengono riscritti ogni volta che li rievochiamo. Durante il giorno li
> rielaboriamo razionalmente. Di notte quella razionalità si ritira.
Tra gli anni Ottanta e Novanta, la clinica dei sogni trova un’articolazione
terapeutica nel lavoro di Rosalind Cartwright. Nelle sue ricerche su depressione
e trauma, la neuroscienziata, fondatrice, direttrice e ricercatrice presso lo
Sleep disorders service and Research center, osservò che nel tempo i contenuti
onirici si modificano con l’elaborazione emotiva. In questa prospettiva, il
sogno svolge una funzione essenziale di regolazione: contribuisce a smorzare gli
stati affettivi negativi mettendo in relazione le esperienze disturbanti recenti
con ricordi pregressi, favorendo una fusione narrativa che integra anche i
vissuti più dolorosi dentro una rappresentazione del sé più coerente e
sostenibile.
Sappiamo che i ricordi non sono mai oggettivi: si piegano alla memoria emotiva,
cambiano con il tempo, si ricostruiscono ogni volta che li rievochiamo. Durante
il giorno li rielaboriamo razionalmente, cercando di dare loro un ordine. Di
notte quella razionalità si ritira. Nel sogno emergono liberamente paure,
desideri, fantasie, colpe, tutto ciò che da svegli teniamo sotto controllo. Il
sonno ci protegge proprio perché questa rielaborazione avviene al di fuori della
nostra volontà, senza resistenze né censure.
Sognare sapendo di sognare
Ma cosa succederebbe se potessimo trasformare questa protezione automatica e
passiva in un intervento consapevole? La domanda è al centro di un filone di
ricerca che negli ultimi anni sta ridefinendo i confini tra veglia e sonno:
quello dedicato allo studio del sogno lucido, uno stato ibrido in cui la
coscienza vigile del sognatore incontra la plasticità della fase REM, aprendo la
possibilità di intervenire attivamente sul contenuto onirico.
> Nel sogno lucido il cervello sembra lavorare su due registri
> contemporaneamente: da una parte mantiene la plasticità del sogno, in cui le
> emozioni vengono naturalmente elaborate; dall’altra recupera capacità
> cognitive tipiche della veglia.
Con Waking Life, film d’animazione del 2001, Richard Linklater immerge il
protagonista in un flusso onirico ininterrotto, un labirinto di dialoghi e
visioni in cui i confini tra realtà percepita e immaginazione si dissolvono
continuamente, lasciando attori e spettatori in una condizione di perpetua
ambiguità. In una delle conversazioni più intense del film, quella con il poeta
Timothy “Speed” Levitch, emerge un paradosso che suona quasi come un’istruzione
per aspiranti sognatori lucidi. Levitch invita a fare qualcosa di
controintuitivo: prima di addormentarsi, non lasciarsi andare: “Il che vuol
dire: ricorda. Perché ricordare è un’attività decisamente più psicotica del
dimenticare”. Mentre il sonno tradizionalmente invita a cedere il controllo, qui
si suggerisce di fare l’opposto: mantenere la consapevolezza, ricordarsi di
ricordare.
Nel sogno ordinario, richiamare volontariamente un ricordo traumatico può essere
rischioso, perché significa riportare in superficie contenuti che la mente vuole
tenere a bada. Nel sogno lucido, però, la coscienza rimane vigile, e questo
permette di usare il ricordo come leva terapeutica: è possibile elaborare il
trauma mentre il cervello svolge naturalmente il suo lavoro di regolazione
emotiva.
Quest’area di confine è al centro di numerosi studi recenti. Nel 2019, una
review ha analizzato i dati di neuroimaging disponibili, arrivando a una
conclusione preliminare ma significativa: durante un sogno lucido si attivano
aree associate a funzioni cognitive superiori come il controllo esecutivo,
l’attenzione e la meta-coscienza, che nel sonno REM ordinario tendono a restare
poco attive. È come se il cervello riuscisse a lavorare su due registri
contemporaneamente: da una parte mantiene la plasticità del sogno,
quell’ambiente in cui le emozioni vengono naturalmente elaborate; dall’altra
recupera capacità cognitive tipiche della veglia.
Il sogno interattivo
Nel 2021, quattro team di ricerca indipendenti – in Francia, Germania, Paesi
Bassi e Stati Uniti – hanno pubblicato su Current Biology uno studio che
dimostra come sia possibile stabilire una comunicazione con i cosiddetti lucid
dreamers nel momento del sonno. I partecipanti, durante episodi di sogno lucido
in fase REM monitorata con polisonnografia, sono stati in grado di ricevere
domande dall’esterno, come semplici problemi aritmetici o quesiti sì/no, e di
rispondere in tempo reale attraverso sequenze prestabilite di movimenti oculari
o contrazioni facciali.
Il risultato, replicato in quattro laboratori con metodologie leggermente
diverse, suggerisce che nel sogno lucido restano attive alcune funzioni
cognitive complesse, come la memoria di lavoro e la capacità di comprendere
istruzioni verbali, una condizione fino a poco tempo fa ritenuta esclusiva dello
stato di veglia. I ricercatori hanno definito questo fenomeno “sogno
interattivo”: una comunicazione bidirezionale con la mente addormentata che, pur
con limiti tecnici e cognitivi, si dimostra replicabile, funzionale e
indipendente dal metodo di induzione onirica. Se la coscienza e il controllo
cognitivo possono sopravvivere al sonno, anche solo in forma parziale, si apre
la possibilità di osservare dall’interno l’attività mentale notturna, di
interrogarla nel suo stesso linguaggio e, forse, un giorno, di influenzarne il
corso.
> In alcuni esperimenti i sognatori lucidi sono stati in grado di ricevere
> domande dall’esterno, come semplici problemi aritmetici o quesiti sì/no, e di
> rispondere in tempo reale attraverso sequenze prestabilite di movimenti
> oculari o contrazioni facciali.
La fascinazione per il tema ha spinto questa frontiera ancora oltre, aprendo
scenari che sconfinano nella fiction. Nel 2024 la startup californiana REMspace
ha annunciato di aver ottenuto la prima comunicazione tra due persone in sogno
lucido. Secondo quanto riportato dall’azienda, l’esperimento avrebbe coinvolto
due sognatori lucidi in case separate, monitorati da remoto durante il sonno
tramite sensori elettromiografici. Utilizzando un sistema di codifica
semplificata, un partecipante avrebbe ricevuto una parola casuale e l’avrebbe
“trasmessa” al secondo, che avrebbe poi confermato il messaggio al risveglio.
Al momento, però, mancano pubblicazioni scientifiche sottoposte a revisione
paritaria: le uniche fonti sono il sito e i comunicati dell’azienda, ripresi
dalla stampa generalista. A complicare il quadro sono alcuni dettagli sul
fondatore di REMspace, figura controversa nota anche per esperimenti personali
estremi, tra cui un tentativo autogestito di impianto cerebrale nel 2023.
Tra cura e controllo
Tra le applicazioni cliniche del sogno lucido, la più esplorata riguarda il
trattamento degli incubi ricorrenti e, in parte, dei sintomi legati al trauma.
Una revisione sistematica del 2023 ha evidenziato risultati promettenti della
lucid dreaming therapy (LDT), capace in alcuni casi di ridurre la frequenza e
l’intensità degli incubi, sebbene i dati provengano ancora da studi pilota
condotti su campioni ridotti. Una seconda review, apparsa su BMC Psychiatry,
inserisce la LDT tra gli approcci psicosociali emergenti, ma ne segnala al
contempo la variabilità metodologica e la necessità di standardizzazione.
Nel biennio 2024-2025, uno studio preliminare ha adattato la terapia
cognitivo-comportamentale per gli incubi ai pazienti con narcolessia,
affiancandola a un metodo sperimentale volto a stimolare la consapevolezza
onirica nei momenti chiave del sonno. I risultati iniziali segnalano una
possibile riduzione della gravità degli incubi e un miglioramento del senso di
controllo. In questo contesto, la narcolessia rappresenta un terreno di indagine
particolarmente fertile: numerosi studi riportano una maggiore incidenza di
sogni lucidi tra chi ne è affetto rispetto alla popolazione generale, suggerendo
uno spazio di intervento ancora poco esplorato.
Il dibattito sul potenziale terapeutico di queste tecniche resta tuttavia
aperto: la lucidità onirica spontanea è rara, i metodi per indurla variano in
efficacia e l’esperienza può talvolta essere disturbante o interferire con
l’equilibrio fisiologico del sonno REM, specie se si tenta di forzare un
controllo eccessivo all’interno dell’esperienza.
> C’è chi sta studiando le possibili applicazioni cliniche del sogno lucido. Ma
> questo impone una questione: fino a che punto è auspicabile intervenire
> volontariamente nella sfera onirica, che per sua natura dovrebbe restare
> libera, ambigua e rielaborativa?
In questa direzione, alcuni esperti propongono un approccio più sobrio:
piuttosto che puntare al pieno dominio del sogno, si possono integrare elementi
di mindfulness, consapevolezza corporea e accettazione nei trattamenti per gli
incubi. Strategie meno invasive, ma capaci ‒ almeno in via preliminare ‒ di
migliorare la regolazione emotiva notturna, attenuare il peso dei ricordi
traumatici e preservare l’integrità dei processi neurofisiologici del sonno.
C’è poi un nodo più filosofico che riguarda il confine tra trattamento e
illusione di controllo: fino a che punto è auspicabile intervenire
volontariamente nella sfera onirica, che per sua natura dovrebbe restare libera,
ambigua e rielaborativa? Esplorare il sogno lucido significa spingersi ai
margini della coscienza, là dove si incrociano memoria, trauma e identità.
L’utilità clinica di queste tecniche apre possibilità terapeutiche non
trascurabili. Ma il sogno resta anche uno spazio indocile, dove la mente lavora
secondo logiche che sfuggono al controllo volontario.
Funes, nel racconto di Borges, aveva perso il sonno perché ricordava tutto. E il
sonno ci protegge per la ragione opposta: perché permette ai ricordi di
trasformarsi senza sorveglianza. Dormire, oltre a “distrarci dal mondo”, è
quindi anche un momento per lasciarsi attraversare da ciò che non possiamo
dirigere. Ed è forse nella resa, più che nel dominio, che il sogno si fa cura.
L'articolo Dormire per dimenticare proviene da Il Tascabile.
È il 19 aprile del 1943 quando Albert Hofmann, chimico svizzero della Sandoz,
assume volontariamente 250 microgrammi di LSD-25, sostanza da lui sintetizzata.
L’aveva già testata involontariamente pochi giorni prima, in quantità minime,
percependo effetti inattesi. Quel giorno decide di replicare in modo più
sistematico: in laboratorio, nel pomeriggio, ingerisce la sostanza e poco più
tardi torna a casa in bicicletta, dopo aver chiesto a un assistente di
accompagnarlo. Quel giorno passerà alla storia come il Bicycle day, e segna la
nascita del primo viaggio psichedelico documentato con rigore scientifico
nell’era contemporanea.
Da quel momento prende forma una tradizione ibrida ‒ a tratti scientifica, a
tratti letteraria, a tratti mistica ‒ di autosperimentatori che usano su di sé
sostanze psicoattive per esplorare la coscienza. Aldous Huxley assume mescalina
nel 1953 sotto la supervisione del medico Humphry Osmond e traduce
quell’esperienza in Le porte della percezione (1954), un libro che influenzerà
generazioni e che modificherà il lessico visionario del Novecento. Timothy
Leary, da psicologo ad Harvard, diventa promotore della psilocibina come chiave
per la liberazione dell’individuo e la decostruzione delle strutture sociali.
Hunter S. Thompson ne fa uno strumento gonzo per raccontare il collasso della
controcultura americana. Nel loro PIHKAL (Phenethylamines I Have Known And
Loved), i coniugi Shulgin ‒ Alexander, chimico di formazione, e Ann, terapeuta e
scrittrice ‒ sperimentano centinaia di molecole, annotandone gli effetti
psichici, corporei e relazionali.
Dieci trip di Andy Mitchell (2025; ed. orig. 2023) si inserisce in questa
genealogia, spostando l’attenzione dalle epifanie interiori a ciò che rende
un’esperienza psichedelica davvero terapeutica: il contesto, le relazioni, la
cornice in cui avviene. Mitchell, neuropsicologo clinico britannico, decide di
attraversare dieci esperienze con dieci sostanze diverse ‒ psilocibina, MDMA,
ayahuasca, ketamina, ibogaina, tra le altre ‒ in altrettanti setting: dai
laboratori universitari ai soggiorni terapeutici, dalle cliniche private alla
cucina di casa di amici. Al momento di scriverlo, Mitchell è astemio e non fa
uso di sostanze da vent’anni, perciò è un neofita degli psichedelici. Prende in
cura soggetti con traumi cerebrali o affetti da malattie neurologiche e ha una
lunga esperienza di disturbi mentali e dipendenze. Mentre attraversa un
periodo di sofferenza segnato da perdite e malattie famigliari, riceve l’invito
a partecipare a una cerimonia di ayahuasca, guidata da un’ayahuascara nel Big
Sur. Mitchell accetta. L’esperienza che ne segue ‒ potente, perturbante,
intensamente emotiva – è il catalizzatore che da forma all’intero progetto.
> Mi è sembrato che tutta la mia vita fosse divisa a metà da questa esperienza.
> La meraviglia era pari soltanto al terrore, la circolarità alla precisione.
> Superava di diversi ordini di grandezza qualsiasi cosa avessi immaginato. […]
> Allo stesso tempo mi sembrava incontrovertibilmente mia, modellata per
> adattarsi al mio “set”. Ha trasformato il mio rapporto con il mio defunto
> padre, permettendomi di dirgli quello che era rimasto taciuto e di guarire una
> distanza che nella vita vera era stata inaccessibile. Mi ha anche consentito,
> dopo due anni pieni di dolore, di capire una cosa nuova della malattia di mia
> figlia, una specie di kōan pronunciato dall’“Universo” (era la California)
> secondo cui più cercavo di aiutarla più lei peggiorava. Così è stato piantato
> il seme che poi è diventato questo libro.
> Dieci trip si inserisce in una tradizione ibrida di autosperimentatori che
> usano su di sé sostanze psicoattive per esplorare la coscienza, focalizzandosi
> su ciò che rende un’esperienza psichedelica davvero terapeutica: il contesto,
> le relazioni, la cornice in cui avviene.
Dieci trip non si classifica facilmente. Non è un memoir, ma parte da
un’esperienza personale. Non è un saggio scientifico, ma discute studi e trial
clinici. Non è un reportage, ma si muove sul campo. Mitchell usa la prima
persona per esplorare cosa accade durante il trip, con lo sguardo di un clinico
che conosce bene potenzialità e limiti delle terapie. Il tono è sobrio, spesso
ironico, e soprattutto privo di retorica. L’autore non cerca di convincere
nessuno, e forse per questo convince di più.
Il libro dialoga apertamente con il bestseller Come cambiare la tua mente
(2018), di Michael Pollan – altro autosperimentatore ‒ che ha contribuito a
riabilitare l’uso degli psichedelici nel discorso pubblico. Dieci trip si
propone come un “aggiornamento del dibattito cinque anni dopo, nonché una
risposta ad alcune delle sue ortodossie, compresa una dose extra di
sfrenatezza”.
Negli ultimi quindici anni, gli psichedelici sono passati dall’essere sostanze
associate alla controcultura a diventare oggetti di ricerca clinica, brevetti
industriali e investimenti biotech. Questo panorama include anche molecole come
ketamina e MDMA che, pur non essendo propriamente psichedeliche, trovano spazio
nei protocolli terapeutici e che rientrano a pieno titolo nel cosiddetto
“rinascimento psichedelico”. Un ventaglio di sostanze la cui riabilitazione si è
costruita lungo assi convergenti – neuroscienze, crisi globale della salute
mentale, storytelling terapeutico – fino a delineare una nuova stagione che, a
differenza di quella visionaria degli anni Sessanta, si presenta come razionale,
sicura e misurabile, promettendo effetti rapidi attraverso strumenti di cura
innovativi. Il linguaggio è cambiato: al posto dei mistici, i medici. Al posto
degli psiconauti, i ricercatori. Al posto delle utopie, gli schemi terapeutici.
> Entro il 2028, il mercato statunitense dei soli funghi psichedelici potrebbe
> valere 6,4 miliardi di dollari, pari a quello degli omogeneizzati per neonati.
Mitchell sottolinea il pericolo di una riduzione mercantile dell’esperienza, che
rischia di svuotarla della sua portata esistenziale. La corsa ai brevetti, la
standardizzazione dei protocolli, l’influsso del capitale sul disegno delle
terapie: tutto ciò rischia di appiattire una pratica profonda in un servizio
vendibile. Aziende come Compass Pathways o Mindset Pharma puntano a brevettare
non solo molecole, ma anche esperienze. Ex dirigenti di Wall Street gestiscono
fondi d’investimento dedicati agli psichedelici. Alcune organizzazioni storiche
bussano a investitori privati o lanciano aste NFT per finanziare la ricerca.
Entro il 2028, il mercato statunitense dei soli funghi magici potrebbe valere
6,4 miliardi di dollari, pari a quello degli omogeneizzati per neonati e dieci
volte quello delle M&M’s. Il rischio, secondo Mitchell, è quello di una
“Disneyland medico-spirituale”: un sistema che promette guarigione, ma vende
format.
Quanto all’uso terapeutico, l’autore mantiene un approccio equilibrato. Da un
lato riconosce il potenziale rivoluzionario di queste sostanze: gli studi
pionieristici su LSD, psilocibina e MDMA nel trattamento di ansia, depressione e
disturbi post-traumatici aprono possibilità inedite dove la psichiatria
convenzionale è spesso in stallo. Ma non si accoda ad alcun entusiasmo acritico.
Mitchell avverte che introdurre sostanze così potenti nella relazione
terapeutica amplifica inevitabilmente la vulnerabilità del paziente. Richiama
episodi controversi come quelli raccontati nel podcast del New York Magazine
Power Trip, tra cui i dibattiti interni a MAPS (Multidisciplinary Association
for Psychedelic Studies), no profit statunitense fondata per sostenere la
ricerca clinica e la regolamentazione dell’impiego terapeutico di diverse
sostanze psichedeliche, dove sono emersi casi di abuso in contesti presentati
come sicuri e controllati.
Mitchell osserva inoltre che la maggior parte delle sperimentazioni cliniche
sono ancora in fase preliminare, che molti dati vengono comunicati in modo
parziale o enfatizzato, e – soprattutto ‒ che manca una comprensione sistemica
di come queste sostanze funzionino davvero. Per lui, gli psichedelici sono
reagenti culturali: a contare non sono solo le molecole, ma anche lo spazio
fisico, le parole della guida, le aspettative, la rete di relazioni. In questo
scenario, Dieci trip testa quindi un’ipotesi di fondo: gli psichedelici sono
come l’acqua, prendono la forma del contenitore.
> L’acqua ‒ cioè il viaggio ‒ continua a cambiare forma, animando le nostre vite
> in modi insondabili che comprendono tutto quello che siamo, che è molto più di
> quello che sappiamo. La stessa sostanza può diventare medicina o veleno,
> illuminazione o confusione, a seconda del contesto che la ospita.
È questo il contributo più prezioso del libro, l’analisi di quello che per
Mitchell è una sorta di ecosistema dell’esperienza: tutti gli elementi che,
insieme, determinano se un viaggio psichedelico sarà terapeutico o dannoso. La
letteratura scientifica si concentra tradizionalmente su set e setting ‒ la
disposizione mentale di chi assume la sostanza e l’ambiente fisico in cui
avviene l’esperienza. Ma la mappa tracciata da Mitchell è più complessa. Nella
cerimonia di ayahuasca della Chiesa di Sonqo, per esempio, Mitchell scopre come
gli icaros ‒ antichi canti sciamanici della tradizione amazzonica ‒ siano il
vero e proprio sistema nervoso del trip. Ogni melodia apre una porta emotiva
specifica: un canto può portare verso l’introspezione, un altro verso la
liberazione del dolore, un terzo verso la connessione con gli altri
partecipanti. La musica si deposita letteralmente nel corpo di chi la ascolta,
diventando parte dell’esperienza tanto quanto la sostanza chimica. Quello che
Mitchell comprende è che nulla, in questi contesti, accade in isolamento.
L’ayahuasca non agisce su un individuo astratto, ma su una persona inserita in
una rete di legami, suoni, gesti, significati condivisi. L’esperienza è
relazionale e collettiva, dall’inizio alla fine.
> Per Mitchell, gli psichedelici sono reagenti culturali: non contano solo le
> molecole, ma anche lo spazio fisico, le parole della guida, le aspettative, la
> rete di relazioni. Non agiscono su individualità astratte, ma su persone
> inserite in una rete di legami, suoni, gesti, significati condivisi.
Questa stessa logica, per quanto traslata, vale anche nei contesti clinici.
Quando Mitchell partecipa a una sperimentazione con MDMA per il trattamento del
disturbo post-traumatico da stress, intuisce che la sostanza è solo la punta
dell’iceberg. L’MDMA ha una ben documentata capacità di disattivare
l’ipervigilanza e facilitare l’accesso a memorie traumatiche senza il consueto
carico d’angoscia. Ma perché questo avvenga, serve una struttura terapeutica
ampia e solida. Settimane di preparazione psicologica precedono l’assunzione:
esercizi di consapevolezza corporea, colloqui per costruire fiducia, tecniche
per regolare l’ansia. Durante la sessione, due facilitatori restano presenti per
otto ore, pronti a sostenere ogni fase. E dopo, ha luogo l’integrazione, con
incontri per elaborare quanto emerso. Resta un ma: “com’è possibile costringere
un’esperienza tanto potente, peculiare e ineffabile nei confini di un test
clinico o di un manuale terapeutico, figurarsi quelli di una clinica
affollata?”.
Stiamo vivendo un momento in cui le pratiche psichedeliche rientrano nella
cultura occidentale dopo decenni di rimozione. E proprio perché mancava
un’eredità diretta, oggi non esistono rituali davvero condivisi o strutture
solide, li stiamo costruendo mentre li pratichiamo. Le tradizioni autentiche,
quelle capaci di restituire misura e responsabilità, si stratificano attraverso
generazioni, nutrendosi di errori e di saggezza accumulata nel tempo. Le culture
indigene ce lo ricordano con una semplicità disarmante: la relazione con le
piante sacre nasce dal rispetto dei loro tempi e delle loro regole, non dalla
nostra fretta di guarigione. Ecco perché, secondo Mitchell, prima di inventare
nuove linee guida, avremmo bisogno di riscoprire linguaggi che già possediamo, e
di trattare l’esperienza psichedelica come un connubio tra arte e scienza, per
orientarci e creare anticorpi naturali contro gli hype del momento.
> Mi domando davvero cosa gli psichedelici possano insegnarci che in un modo o
> nell’altro non conosciamo già – collettivamente, inconsciamente – grazie
> all’arte. Che conosciamo e abbiamo dimenticato, che conosciamo e non possiamo
> recuperare in un altro modo. Mi chiedo se l’apprendimento non possa funzionare
> al contrario: se il Rinascimento Psichedelico, di cui finora in Occidente si è
> appropriata la scienza clinica, non possa insegnare a sé stesso l’arte e
> l’estetica – oltre alla storia, alla cultura e al resto delle scienze
> umanistiche – e trattare il trip non come un esperimento o una terapia ma come
> una poesia, una pièce teatrale, un sogno. A essere diversi sono il modo in cui
> gli psichedelici ci portano alla conoscenza e la sensazione di conoscere che
> danno, perché per quelle poche ore ciascuno di noi si trasforma in poesia.
Dieci trip propone, quindi, un approccio che richiede pazienza e capacità di
tenere insieme elementi apparentemente inconciliabili: rigore e apertura,
scienza e spiritualità, speranza e prudenza. Se oggi, ogni sostanza ha l’urgenza
di essere miracolosa o letale, e ogni terapia deve funzionare subito, Mitchell
compie un gesto controcorrente: chiede di rallentare, di restare
nell’incertezza, di accettare che l’esperienza psichedelica non possa essere
interamente contenuta in una narrazione unica, né ridotta a protocollo. Non è
poco, in un tempo che predilige l’immediatezza alla complessità.
L'articolo Dieci trip di Andy Mitchell proviene da Il Tascabile.
Il rapporto tra tecnologie digitali e benessere mentale, soprattutto nei
cosiddetti “nativi digitali”, è oggi al centro di un acceso dibattito, spesso
polarizzato…
L'articolo “Nativi digitali” e benessere mentale sembra essere il primo su
L'INDISCRETO.
A lzarsi nel mezzo di una lezione e aprire una finestra perché nella stanza c’è
poco ossigeno. Indossare un maglione pesante perché fuori gli alberi sono
coperti di brina. Guardare il cielo e decidere, uscendo, di portare un ombrello.
Sono tutte azioni quotidiane a cui raramente si presta attenzione, compiute più
e più volte in modo semiautomatico. Tutte azioni in cui i gesti e le scelte
rispondono a condizioni ambientali che, a loro volta, finiscono per essere date
per scontate. Ma cosa succede quando queste condizioni cambiano? In che modo si
reagisce a un ambiente in discesa libera verso catastrofi più o meno prevedibili
su diversa scala? Clayton Page Aldern, in Se il tempo è matto… Come il
cambiamento climatico cambia la nostra mente e il nostro corpo (2025), prova a
rispondere a queste domande, investigando le dinamiche reattive dei sistemi
cognitivi umani di fronte ad ambienti sempre più instabili.
Aldern si concentra sui complessi meccanismi biochimici che, con le temperature
sempre più alte e l’aumento di sostanze inquinanti in ogni ecosistema della
Terra, si trovano in mezzo a fuochi incrociati destinati a cambiare nel profondo
il funzionamento dei corpi, e soprattutto dei cervelli umani. L’autore non
guarda tanto alle finestre da aprire o agli strati di maglioni da sovrapporre,
eppure alla luce della sua trattazione anche questi gesti assumono rilievo, se
si pensa a quello che Aldern presenta col nome di “effetto ideomotorio”, per cui
«la consapevolezza delle nostre azioni […] è sempre e solo una funzione di noi
che osserviamo queste azioni», che sono piuttosto reazioni preconsce
all’ambiente in cui siamo immersi. In altri termini, gran parte dei nostri
scambi con lo spazio che ci circonda sono dettati da dinamiche cerebrali su cui
non abbiamo un vero controllo, influenzate come sono dall’evoluzione, dal
neurosviluppo e dall’accumulazione di esperienze nel corso della vita di
ciascuno, più che da scelte deliberate.
È, questa, una visione tanto lineare quanto radicale, soprattutto per una
cultura d’Occidente spesso intrisa di dualismi cartesiani – che Aldern mette in
discussione sin dal prologo. La distinzione rigida tra umano e non-umano, e di
conseguenza tra mente (come attributo squisitamente umano) e corpo (in quanto
appendice animale del centro di controllo cerebrale), che molti discorsi
ecocritici in ambito umanistico hanno provveduto a decostruire, tiene ancora
meno quando a contestarla è la stessa scienza moderna a cui il cartesianesimo ha
aperto la strada. Ogni individuo, umano e non, è influenzato da una costante
dipendenza da ogni altro essere, tale per cui è sempre più difficile attribuire
alla coscienza un libero arbitrio e un’agentività slegate dall’ecosistema
circostante. Tradizioni filosofiche non-occidentali, come quelle induiste e
buddiste, hanno da sempre considerato la cognizione (vijñāna) come impossibile
al di fuori della correlazione tra oggetto sensibile e organo senziente,
entrambi condizionanti e condizionati dall’esperienza dell’incontro. Aldern non
interagisce con questi concetti, eppure la sua analisi delle strutture che
producono cognizione, che a sua volta produce emozioni e quindi azioni
dipendenti da una rete di scambi non riducibili alla sola dimensione umana, crea
risonanze stimolanti tra neuroscienze e filosofie asiatiche.
> Gran parte dei nostri scambi con lo spazio che ci circonda sono dettati da
> dinamiche cerebrali su cui non abbiamo un vero controllo, influenzate come
> sono dall’evoluzione, dal neurosviluppo e dall’accumulazione di esperienze.
In modo significativo ma non sorprendente, la questione dell’interazione tra
specie diverse è centrale, pur in un libro il cui focus primario è sulla mente
umana. Nel capitolo 5, Versamenti, Aldern ricorda che «almeno il 60 per cento
delle malattie infettive è di origine zoonotica», ossia prodotta da contagi
interspecie, e i numeri sono destinati a salire:
> Mentre i tentacoli della proliferazione urbana si estendono a più non posso e
> gli ecosistemi complessi cedono il posto a cemento e prati, i rapporti
> intricati tra specie si trovano a essere perturbati, con conseguenze
> imprevedibili. Le foreste vengono abbattute; le praterie vengono rasate per
> fare spazio ai campi agricoli e all’espansione urbana; e la miriade di
> creature che abita in questi luoghi viene sfrattata dalla sua terra
> ancestrale. Animali grandi e piccoli sono costretti a vivere la loro esistenza
> ai margini, spinti sempre più in prossimità degli habitat umani. Questa
> prossimità forzata tra umani e fauna selvatica – questo mescolarsi di mondi –
> prepara la strada a un potenziale trasferimento di patogeni dagli animali agli
> esseri umani.
Preservare e ripristinare gli ecosistemi che l’azione antropica ha ridotto e
contaminato è dunque indispensabile per la salute degli stessi esseri umani. Non
farlo equivale ad accettare la proliferazione di meningiti causate da amebe
mangia-cervello, a proprio agio negli ambienti umidi sempre più diffusi; oppure
di febbri gialle e malarie cerebrali, legate a zanzare cui gli eventi climatici
estremi offrono sempre nuove zone di riproduzione; o ancora di neuroborreliosi e
virus Powassan diffusi dalle zecche; o persino di rabbia, trasmessa da cani,
volpi, puzzole, procioni, coyote e pipistrelli. Sorprende che l’autore non
nomini il Covid-19, il virus di origine zoonotica che negli ultimi anni ha più
sconvolto le vite, e non di rado anche le funzioni cerebrali, di milioni di
persone.
D’altro canto, la prospettiva interspecista rientra nel discorso di Aldern anche
perché la comprensione delle malattie analizzate è stata spesso resa possibile
da studi sui comportamenti e sulle fisiologie animali, a ulteriore dimostrazione
di quanto arbitrario sia uno iato non poroso tra le varie specie. Il mondo
vegetale non è escluso da questo quadro a tinte fosche, con malattie
degenerative come Alzheimer e lytico-bodig che aumentano in casi di esposizione
cronica ai cianobatteri (comunemente chiamati alghe azzurre), di cui la “Grande
accelerazione” ha assicurato il mantenimento dell’habitat prediletto: acque
dolci e salate in cui abbondino calore, raggi solari e nutrienti, come quelli
degli scarichi agricoli.
> Le disuguaglianze economiche e sociali verranno amplificate da un mondo sempre
> più caldo: dalle migrazioni climatiche, a un accesso ai vaccini sempre più
> elitario, fino a un’aumentata probabilità di disturbi neuropsichiatrici nei
> feti esposti a caldi estremi.
Nel libro si va dunque dalla scala microscopica dei moscerini della frutta – per
i quali, come per gli esseri umani, «le fioriture di alghe aerosolizzate causano
deficit locomotori e problemi neuromuscolari» – a quella macroscopica delle
politiche economiche mondiali. Da Joan Martínez Alier e Rob Nixon in giù (autori
rispettivamente di Ecologia dei poveri: La lotta per la giustizia ambientale,
2009, e Slow Violence and the Environmentalism of the Poor, 2013, non ancora
tradotto in italiano), l’ambientalismo postcoloniale ha riconosciuto nelle fasce
sociali marginalizzate le vittime principali della violenza ambientale a lento
rilascio, di cui non sono però le maggiori responsabili. Su questa scia, anche
Aldern interroga i fattori sociali che, sovrapponendosi a quelli di stress
ambientale, interagiscono con le predisposizioni genetiche alla base di molti
dei disturbi trattati.
Le disuguaglianze economiche e sociali verranno dunque amplificate da un mondo
sempre più caldo: Aldern parla delle migrazioni climatiche e di un accesso ai
vaccini sempre più elitario, passando per i disturbi neuropsichiatrici più
probabili nei feti esposti a caldi estremi, fino agli sviluppi cerebrali carenti
di neonati in condizioni di disidratazione e scarsità di nutrienti. Ma non è
tutto, perché i fattori ambientali agirebbero anche da moltiplicatori delle
predisposizioni genetiche – e non solo da concause, come si è a lungo ritenuto –
rendendo più che mai irrinunciabile una comprensione olistica della
neurodegenerazione.
Molte sono le condizioni patologiche intorno a cui ruota il saggio,
descrivendone con chiarezza meccanismi di non sempre immediata comprensione. Tra
queste, l’amnesia innescata da un dinamismo ambientale troppo veloce, per cui il
cambiamento rapido dell’ambiente circostante provocherebbe una dimenticanza
attiva a protezione del cervello, cui non gioverebbe immagazzinare dati su spazi
comunque destinati a modificarsi. Oppure le crisi epilettiche determinate dal
sovraeccitamento del cervello per via del caldo, responsabile anche della
difficoltà delle cellule cerebrali a metabolizzare il glucosio e di
un’inibizione della trasmissione di serotonina (dedicato a tutti coloro che
pensano che qualche grado in più non faccia poi così male, se permette di andare
in spiaggia da marzo a ottobre).
Ad ogni stato di malessere è tuttavia associata una prospettiva di speranza.
Perché se c’è una qualità che distingue l’essere umano dagli altri animali è la
capacità di adattamento alle condizioni circostanti nel corso di un solo arco
vitale, dunque in maniera non vincolata all’evoluzione su più generazioni – a
patto che i pericoli vengano riconosciuti nella loro complessità, e come tali
affrontati. Si può quindi far fronte alle problematiche comportamentali e
cognitive legate alle alte temperature attraverso l’architettura rigenerativa e
bioclimatica. Si può praticare la compassione, per gli altri e per sé stessi,
cercando di identificare e minimizzare i trigger dell’impulsività da caldo. Ci
si può – anzi, ci si deve – dedicare all’attivismo, alla giustizia ambientale e
alla richiesta di regolamentazioni politiche per frenare i livelli di
neurotossine presenti nell’aria, nelle acque e nel suolo. Soprattutto, si può
trovare rifugio nelle storie.
> Le monocolture del capitalismo agroindustriale si confondono allora con le
> monoculture che il cambiamento del clima contribuisce a rafforzare, laddove le
> piccole comunità linguistiche su isole e coste sono più soggette alla perdita
> di paesaggio, e quindi di vocabolario.
In linea con l’aspirazione interdisciplinare più volte discussa nel libro, molte
delle possibili soluzioni proposte da Aldern coinvolgono narrazioni collettive,
conoscenze tradizionali tramandate per parabole e aneddoti, condivisione di
esperienza. Anche in questo caso, le ragioni sono radicate nella profondità dei
meccanismi neurobiologici umani:
> quando siamo immersi a fondo in una storia, i nostri cervelli esibiscono un
> fenomeno noto come neural coupling o accoppiamento neuronale. L’idea è simile
> a un’armonia – e a un genere profondo di empatia –, una eco neurale che sfoca
> il confine tra chi racconta e chi ascolta […].
> In altre parole, raccontare storie è più che un semplice atto comunicativo. È
> un processo complesso e dinamico che coinvolge i nostri cervelli in modi
> ricchi e variegati […]. Per come lo spiega Joyner, le storie rafforzano la
> nostra unione, la nostra umanità condivisa e la nostra capacità di trascendere
> i confini delle nostre esperienze individuali. Ci ricordano che siamo tutti, a
> nostro modo, sia la storia sia il cantastorie.
La lingua stessa si fa carico di queste connessioni tra cognizione e ambiente
esterno. Le monocolture del capitalismo agroindustriale si confondono allora con
le monoculture che il cambiamento del clima contribuisce a rafforzare, laddove
le piccole comunità linguistiche su isole e coste sono più soggette alla perdita
di paesaggio, e quindi di vocabolario. E le «tempeste di cortisolo» prodotte in
chi è costretto alla migrazione climatica (con annesso PTSD, Post-Traumatic
Stress Disorder) contribuiscono a dimostrare che il cambiamento climatico non è
solo esterno, bensì abita i nostri cervelli, i nostri comportamenti e i processi
decisionali. In questa connessione di tutto col tutto – della lingua con la
scienza, delle narrazioni con la medicina, dei processi biochimici con quelli
sociopolitici – è inevitabile che l’unica strada possibile sia quella di
un’empatia «intergenerazionale […] transpecista, intercontinentale e geologica»
che, al netto della sana paura che il libro infonde, Aldern pratica con
successo.
L'articolo Se il tempo è matto… di Clayton Page Aldern proviene da Il Tascabile.