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Tempo di ritorno. Una storia di clima e di fantasmi di Ferdinando Cotugno
C ome si racconta il cambiamento climatico? Già nel celebre saggio del 2016 La grande cecità, lo scrittore indiano Amitav Ghosh si interrogava sulle responsabilità della letteratura nel mettere adeguatamente in luce le trasformazioni ambientali, psicologiche, culturali e politiche indotte da un fenomeno la cui portata non può che riverberare sui protagonisti di una storia. Questa sfida non è un mero esercizio intellettuale, ma rappresenta uno dei piani fondamentali su cui attivare la risposta collettiva a un problema che ancora oggi tende a essere rimosso dal discorso pubblico. Consideriamo anche soltanto come spesso la questione climatica venga ritratta come un’emergenza puntiforme – si pensi alla metafora della cometa in rotta di collisione col pianeta del popolare Don’t look up del regista Adam McKay ‒ e non come qualcosa in atto da tempo, i cui effetti non sono sempre stati percepiti con la stessa nitidezza da tutte le epoche e latitudini. Tempo di ritorno. Una storia di clima e di fantasmi (2025), l’ultimo libro del giornalista climatico Ferdinando Cotugno, adotta invece una chiave di lettura efficace grazie a un approccio controintuitivo. Per rendere visibile e comprensibile un fenomeno globale, si concentra sul particolare: la storia della sua famiglia. Tre generazioni (nonni, genitori, figli) che diventano unità di misura del cambiamento climatico. > In statistica, il tempo di ritorno è il tempo medio che corre tra il > verificarsi di due eventi di uguale intensità. Il tempo di ritorno è quanto ci > mettono a tornare i grandi traumi, o le crisi epilettiche, o gli amori, o gli > scudetti, o gli attacchi di panico, o i messaggi che disperatamente > aspettiamo, o i temporali, o le ondate di calore, o le alluvioni. Funziona > così: immaginate il giorno climaticamente peggiore della vostra vita. Quanto > tempo ci vorrà prima vi ricapiti un giorno altrettanto brutto? È questo il > tempo di ritorno, regolato dalle leggi del cosmo e della fortuna. La > generazione dei miei genitori e quella dei loro genitori ha iniziato ad > alterare queste leggi, con la combustione delle fonti fossili di energia. Lo spunto di partenza è l’imminente trasferimento del padre dell’autore in Brasile per raggiungere la nuova compagna: Cotugno sceglie così di partire da Milano, dove vive, per tornare nel quartiere di Bagnoli, a Napoli, e documentare gli ultimi giorni in cui la famiglia sarà a suo modo riunita. > Per raccontare la crisi climatica Cotugno adotta un approccio controintuitivo > ma efficace. Per rendere visibile un fenomeno globale, si concentra sul > particolare: la storia della sua famiglia. Il risultato è un oggetto atipico, un “memoir climatico”, in cui le vicende personali si intrecciano nello spazio e nel tempo con la storia dei combustibili fossili: un nonno operaio all’Italsider, che alla fabbrica ha dato tutto ricevendo poco in cambio; padre e madre a capo di una ditta di trasporti su ruota ormai fallita, testimoni di una fugace ricchezza negli anni Novanta. Carbone e gasolio a scandire le sorti del benessere economico, fisico e psicologico di un microcosmo sociale. > Ogni storia familiare è smisurata e contiene l’intera umanità. Abbiamo una > sola opportunità di raccontarla, e non dovremmo sprecarla. Io la mia voglio > usarla così, per cercare l’inizio della crisi climatica, l’Antropocene > familiare. Il romanzo si articola in quattro atti: un prologo che si apre nel 1963, con il suggestivo rituale di raccolta dei residui di carbon coke caduti in mare da parte dei giovani nuotatori di Bagnoli; due parti dedicate rispettivamente al padre Luigi e alla madre Giuseppina, che portano inevitabilmente a galla le questioni di genere innescate da quello che Cotugno chiama “petropatriarcato”; un epilogo che tira le fila di un quadro familiare e storico stratificato e contraddittorio. C’è infatti un ulteriore protagonista “onorario” di questa epica territoriale: la città di Napoli, personificazione di una collettività di cui riassume gli umori, le aspirazioni e le disillusioni lungo un processo pluridecennale di industrializzazione. L’operazione narrativa è molto a fuoco: raccontare di sé e delle generazioni che lo hanno preceduto consente all’autore di connotare emotivamente cause e conseguenze del cambiamento climatico, rendendole più urgenti di quanto la sola restituzione giornalistica o scientifica riescano a fare. Se il problema viene rimosso proprio perché fatichiamo a credere che ci riguardi, è allora attraverso delle storie esemplari a cui molte persone possono facilmente connettersi e riconoscersi che il cambiamento climatico può tornare al centro della nostra attenzione. Tempo di ritorno corrobora la razionalità scientifica lavorando sul percepito umano: ritrae volti e luoghi familiari, rendendo prossima una questione che solitamente finisce per essere distante, o addirittura aliena. > Raccontare di sé e delle generazioni precedenti consente all’autore di > connotare emotivamente cause e conseguenze del problema, rendendole più > urgenti di quanto la sola restituzione giornalistica o scientifica riescano a > fare. Questo senso di urgenza non viene veicolato solo dagli elementi di familiarità del racconto, ma anche dalla sua dimensione cronologica: la vita (e la morte) del nonno e dei suoi coevi scandite dai ritmi della fabbrica; la stessa fabbrica che nel giro di qualche decennio passa, per la gente di Bagnoli, da futuro ineluttabile a relitto di cui disfarsi; i genitori dell’autore, che vivono una altrettanto estemporanea fase di benessere economico grazie a un business a sua volta destinato a diventare obsoleto; un figlio che con il suo lavoro giornalistico finisce per documentare le conseguenze disastrose delle stesse politiche fossili che gli hanno consentito di studiare. Viste con un orizzonte temporale più ampio, le scelte di ogni generazione sembrano implicitamente giudicare quelle della precedente, imponendo di riflettere sulle conseguenze di quell’eredità. > La crisi climatica è una storia che si agisce collettivamente, ma si > percepisce individualmente, sulle scale più gestibili del tempo personale e > familiare. Nel clima siamo genitori e figli, siamo entrambe le cose, la crisi > ha reso sistemico uno dei concetti più privati: l’eredità. Cosa lasciamo? E a > chi? Cotugno mette in chiaro che non è una questione di colpa, quanto di responsabilità: se chi lo ha preceduto conserva l’innocenza di non aver potuto scegliere consapevolmente, coloro che vengono dopo non possono chiudere gli occhi. In questo senso, tutto il memoir può essere letto come un percorso di accettazione della propria compromissione individuale, punto di partenza ineludibile per opporsi al collasso. Farlo in prima persona, mettendo in gioco sentimenti e vicende personali, finisce per incoraggiare questo processo in chi legge, senza mai mettersi su un piedistallo morale inevitabilmente respingente. > All’ambientalismo serve una storia nuova, che non sia più una storia > dell’ambientalismo, che non si chiami nemmeno più ambientalismo, che vada bene > anche per Luigi e Ferdinando, che tenga conto della storia contenuta dentro la > vecchia patente di guida di mio padre e sappia congedarsene in modo ordinato, > che faccia sentire le persone, tutte le persone, viste. Chi non si sente > visto, in politica, si ribella, anche se si sta ribellando contro se stesso e > il proprio futuro. Trovare nell’empatia una lingua comune per parlare con chi si sente escluso dal dibattito politico consente di tracciare nuovi orizzonti di cambiamento nella società. La testimonianza personale viene così usata per disinnescare il sortilegio del capitalismo: reinventarsi continuamente con la promessa di futuri inevitabili e risorse inesauribili portando molte persone a credere che la Terra fosse un buffet All you can eat (“Anche da quelli a un certo punto ti cacciano”). Esattamente ciò che aveva rappresentato nel dopoguerra l’ex ILVA/Italsider per l’area di Bagnoli, oggi un relitto a testimonianza di un capitalismo che fa in fretta a costruire, ma che non sa poi prendersi cura delle cose e si rifiuta di smantellarle, una volta consumate. > Non è una questione di colpa, quanto di responsabilità: se chi ci ha preceduto > conserva l’innocenza di non aver potuto scegliere consapevolmente, quelli che > vengono dopo non possono chiudere gli occhi. Ho accennato poco sopra alla questione di genere: restituire i punti di vista di entrambi i genitori è un altro dei dispositivi che il racconto utilizza per arricchire lo sguardo sulle dinamiche capitaliste. Se il capitolo dedicato al padre Luigi è un denso susseguirsi di fatti, ricostruiti faticosamente dall’autore sulla base delle informazioni che il taciturno genitore gli mette a disposizione e con l’aiuto di un’amica di famiglia, la madre Giuseppina esordisce con un racconto in prima persona, che rivela più consapevolezza di quello che è successo alla famiglia ‒ o quantomeno più desiderio di condividerlo. Da un lato l’accettazione supina, dall’altro l’embrione della ribellione. Per il padre il sistema è un dato di fatto, che non mette in discussione finché gli consente di ottenere ciò che vuole; la madre disvela invece il sottaciuto, fin dal suo ruolo decisivo, e non marginale, nelle sorti dell’attività di famiglia, verbalizzando come il momento di maggiore ricchezza sia coinciso con l’apice della sua crisi esistenziale. Il cambiamento climatico è anche una questione di salute mentale. Sicuramente appartenere alla stessa generazione di Cotugno mi ha aiutato a entrare più facilmente nella sua visione delle cose: quella di chi è nato nei primi anni Ottanta e ha dovuto fare i conti tutta la vita con più di una transizione, in un perenne stato agnostico sospeso tra i ricatti della nostalgia e le illusioni del futuro, rifuggendo consapevolmente da entrambi e in continua ricerca di un’alternativa al proprio modo di vivere che fosse davvero migliorativa. Cambiamento climatico, capitalismo, coscienza di classe, genitorialità, benessere individuale ed eredità collettiva: l’esperimento memoir riesce, e le sue diverse stratificazioni si amalgamano in modo funzionale, senza mai andare a discapito del valore letterario dell’operazione. Tempo di ritorno recupera vecchie storie per affrontarle con una prospettiva attuale. Raccoglie la sfida di Ghosh ribadendo l’urgenza di pensare a nuove narrazioni, ma dice anche che prima dobbiamo decostruire i criteri sulla base dei quali abbiamo valutato il funzionamento del nostro mondo: la ricchezza anteposta alla felicità, la novità anteposta alla cura. Il lavoro di Cotugno non è il punto di arrivo, ma uno dei tanti validi nuovi punti di partenza che si affacciano sull’orizzonte letterario per provare a immaginare il futuro della nostra società attraverso il potere della narrativa. L'articolo Tempo di ritorno. Una storia di clima e di fantasmi di Ferdinando Cotugno proviene da Il Tascabile.
Recensioni
cambiamento climatico
letteratura italiana
Salvare il mondo in tribunale
D a Huaraz si vedono le Ande. La città peruviana dista solo 20 chilometri dal lago glaciale Palcacocha, alimentato dalla fusione del ghiacciaio Palcaraju. Da alcuni anni, Luciano Lliuya, agricoltore e guida di montagna, osserva le cime preoccupato. Il ghiacciaio si sta ritirando troppo, e troppo in fretta. Il rischio che una frana o una valanga generino un’onda capace di travolgere il centro abitato è diventato concreto: nel 2020, il lago conteneva acqua sufficiente a riempire 800 piscine olimpioniche. Nonostante lo stato di emergenza dichiarato dal governo e l’installazione di enormi tubi per drenare l’acqua in eccesso, il livello del lago è sceso solo di pochi metri. Lliuya, comunque, non è rimasto a guardare. Dopo il vertice delle Nazioni Unite sul clima del 2014 – la Cop20 di Lima – Lliuya e l’organizzazione tedesca, Germanwatch, arrivata in Perù in occasione del negoziato ONU, hanno deciso di portare avanti un’idea folle, un’azione giudiziaria senza precedenti: denunciare per i danni legati alla fusione del ghiacciaio la società energetica tedesca RWE (Rheinisch-Westfälisches Elektrizitätswerk), una delle aziende più inquinanti d’Europa, anche se questa non ha mai operato in Sud America. A novembre 2015, la denuncia è stata depositata al tribunale distrettuale di Essen, città dove ha sede RWE. Citare in giudizio una multinazionale tedesca è una scelta strategica: lo scopo è far giudicare il caso da un tribunale della Germania. Nel Paese, infatti, la legge consente alle persone di fare causa a un vicino se le sue azioni ne danneggiano la proprietà e – dettaglio importante – il concetto di “vicinato” comprende qualsiasi luogo raggiunto dagli effetti dannosi, anche se lontano migliaia di chilometri. Nel contesto delle emissioni globali – nell’atmosfera senza confini – l’avvocata di Lliuya, Roda Verheyen, ha argomentato che il “vicinato” di RWE comprende il mondo intero: le emissioni della multinazionale contribuiscono in modo rilevante alla crisi climatica globale e, dunque, al rischio di alluvione che incombe su Huaraz. > Il caso dell’agricoltore peruviano Luciano Lliuya ha dimostrato che è > possibile citare in giudizio un’azienda fossile per i danni prodotti > dall’emergenza climatica anche a migliaia di chilometri di distanza. La pronuncia del tribunale tedesco è attesa dalla metà di aprile 2025. Finora nessuna sentenza è arrivata così lontana, nessuna ha collegato, nel contesto del riscaldamento globale, un lago glaciale sulle Ande alla sede di una multinazionale in Germania. I legali che stanno seguendo Lliuya ritengono che una pronuncia favorevole avrebbe conseguenze a cascata su aziende e governi. Se i grandi inquinatori cominciassero a temere di essere ritenuti responsabili per i danni climatici ovunque nel mondo, potrebbero adottare pratiche più sostenibili. E anche i governi più ricchi potrebbero essere spinti a finanziare l’adattamento e i risarcimenti per i danni da eventi meteorologici estremi, pur di evitare lunghe battaglie legali. Il caso Lliuya v. RWE è solo uno degli ultimi contenziosi incentrati sul cambiamento climatico ad aver attirato l’attenzione dei media. Le climate litigation – come vengono chiamate anche in italiano le azioni legali intentate contro Stati o aziende responsabili del riscaldamento globale e dei danni ambientali connessi – esistono da alcuni anni, ma negli ultimi tempi sono diventate sempre più visibili e numerose. In un periodo caratterizzato da una crescente repressione delle azioni di protesta e da una ridotta mobilitazione nelle piazze, portare il cambiamento climatico in tribunale può rappresentare il cavallo di Troia dell’attivismo ambientale contemporaneo. Una questione di diritto A porre le basi per le attuali climate litigation furono le cause legate all’inquinamento dell’aria, dell’acqua e al degrado ambientale, avviate negli anni Settanta, soprattutto negli Stati Uniti. Sono stati questi primi casi ad aprire la strada ai contenziosi climatici degli anni Duemila, quando il legame tra attività antropiche e cambiamento climatico è diventato impossibile da ignorare. Nel 2007, ad esempio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso una sentenza storica per il caso Massachusetts v. EPA. In quella causa, dodici Stati, tra cui il Massachusetts, e diverse città statunitensi avevano citato in giudizio l’Environmental Protection Agency (EPA) per non aver regolamentato le emissioni di gas serra provenienti dai veicoli, sostenendo che tali emissioni contribuivano al cambiamento climatico e mettevano a rischio la salute pubblica. La Corte ha stabilito che, stando al Clean Air Act, la legge federale sulla qualità dell’aria, i gas serra rientrano nella definizione di “inquinanti atmosferici”, e dunque l’EPA era obbligata a regolamentarli. Per la prima volta, la crisi climatica veniva riconosciuta anche come una questione di diritto da affrontare giuridicamente. Da allora, le climate litigation sono aumentate di anno in anno. Stando al database Global Climate Change Litigation, dal 1986 al settembre del 2024 sono stati avviati 2976 contenziosi climatici, il 70% dei quali solo negli ultimi dieci anni. Gli Stati Uniti sono il Paese dove se ne registrano di più. Per contarli, comunque, occorre prima distinguerli, il che non è affar semplice. > Il numero di cause climatiche sta aumentando drasticamente. Dal 1986 ad oggi > sono stati avviati 2976 contenziosi in tutto il mondo, il 70% dei quali solo > negli ultimi dieci anni. Una delle definizioni più diffuse è quella adottata dal Sabin Center for Climate Change Law della Columbia University, che utilizza due criteri per selezionare i casi che vengono inseriti nel database sopracitato. Il primo è che il caso deve essere stato presentato davanti a un organo giudiziario, sebbene spesso vengano inclusi anche alcuni procedimenti amministrativi o richieste di indagine; il secondo è che il diritto, le politiche o la scienza del cambiamento climatico devono avere un ruolo rilevante nel caso. Un altro modo di fare attivismo Nel 2013 – un’era fa in termini di consapevolezza e politiche climatiche – un gruppo di cittadini e cittadine dei Paesi Bassi, guidato dall’organizzazione ambientalista Urgenda, ha deciso di citare in giudizio il proprio governo per inazione climatica. Secondo i promotori della causa, lo Stato olandese, non riducendo abbastanza rapidamente le emissioni di gas serra, stava violando i diritti fondamentali di cittadini e cittadine. I legali hanno fatto riferimento alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo: l’inerzia statale stava minacciando il diritto alla vita (art. 2) e il diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8). Nel 2015 è arrivata la sentenza del tribunale dell’Aia: entro il 2020 l’esecutivo dei Paesi Bassi avrebbe avuto l’obbligo di ridurre le emissioni di almeno il 25 per cento rispetto ai livelli del 1990. Nonostante il ricorso del governo, nel 2019 la Corte suprema ha confermato la sentenza. Per la prima volta, un tribunale riconosceva la responsabilità legale di uno Stato in materia climatica. I Paesi Bassi hanno annunciato diverse iniziative per rispettare la decisione: chiusura delle centrali a carbone, investimenti in energie rinnovabili e una legge sul clima più ambiziosa di quella vigente fino a quel momento. Misure che hanno funzionato: nel 2024, secondo l’Istituto nazionale di statistica (CBS Statistics Netherlands), le emissioni nel Paese sono scese del 37% rispetto ai livelli del 1990. Così, il contenzioso è diventato un precedente per chiunque voglia citare in giudizio uno Stato per inazione climatica. > Nel 2019 per la prima volta un tribunale ha riconosciuto la responsabilità > legale di uno Stato in materia climatica. I Paesi Bassi hanno dovuto chiudere > centrali a carbone, investire in rinnovabili e approvare una legge sul clima > più ambiziosa. Il cavallo di Troia del caso Urgenda ha dimostrato la sua efficacia, ottenendo anche risultati extra-giuridici. I contenziosi climatici rientrano infatti nella definizione più ampia di “cause strategiche”: procedimenti avviati non solo per ottenere un esito giuridico o amministrativo, ma anche per produrre effetti mediatici e politici. Poiché i ricorrenti – al pari di attiviste e attivisti – cercano di sollecitare l’intervento di governi, istituzioni o imprese, la questione al centro di un contenzioso strategico non riguarda solo i singoli individui coinvolti nella causa, ma anche categorie più ampie, spesso l’intera collettività. È questo che fa delle climate litigation una forma di attivismo, magari diversa nei modi dagli scioperi del venerdì promossi dai Fridays for future, dai blocchi stradali e dalle performance fatte da Extinction rebellion e Ultima generazione, ma non negli obiettivi. Fare attivismo climatico in tribunale funziona almeno su due fronti: in primo luogo coinvolge persone che non parteciperebbero a cortei e azioni dirompenti dei gruppi ambientalisti; in secondo luogo aggira il dibattito pubblico, che sui temi climatici è ormai polarizzato, portando la questione direttamente all’attenzione e alla pronuncia dei giudici. Chi fa causa a chi Nell’ambito delle climate litigation, i casi vengono classificati, in base al soggetto citato in giudizio, in due categorie: da una parte ci sono le cause contro gli Stati, accusati di inazione di fronte alla crisi climatica; dall’altra quelle contro le aziende responsabili delle emissioni e dei danni ambientali. > I contenziosi climatici rientrano nella definizione più ampia di “cause > strategiche”: procedimenti avviati non solo per ottenere un esito giuridico o > amministrativo, ma anche per produrre effetti mediatici e politici. Nella prima categoria, oltre al caso Urgenda, un altro contenzioso ormai storico è quello Neubauer, et al. v. Germany. Nel 2019 un gruppo di giovani, attivisti e attiviste tedeschi – sostenuti anche dal movimento locale dei Fridays for future – ha presentato alla Corte costituzionale un ricorso contro la legge federale per la protezione del clima. Nel 2021, il tribunale ha accolto le richieste, riconoscendo la necessità di una normativa più ambiziosa in termini di riduzione delle emissioni, e ha dichiarato incostituzionali alcune disposizioni della legge, giudicate insufficienti a garantire la tutela dei diritti fondamentali delle generazioni future. La Corte ha quindi ordinato al legislatore di stabilire, entro la fine del 2022, obiettivi chiari di riduzione delle emissioni. In risposta alla decisione, il Parlamento tedesco ha modificato la legge sul clima, fissando l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 65% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030 e di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2045, cinque anni prima rispetto alla data prevista dall’Unione Europea. Anche in questo caso, come in quello Urgenda, portare la questione climatica in tribunale si è rivelato un mezzo efficace per costringere uno Stato ad agire. Un altro precedente importante – anche nel dimostrare l’efficacia dei contenziosi per allargare la sfera generazionale dell’attivismo climatico – è il caso KlimaSeniorinnen v. Switzerland, avviato nel 2016 da un’associazione di oltre duemila donne anziane. Le signore svizzere hanno sostenuto di essere, a causa dell’età e del genere, più vulnerabili alle ondate di calore estreme, notoriamente aggravate dal riscaldamento globale. Hanno quindi denunciato la Svizzera alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), accusandola di non aver ridotto in modo sufficiente le emissioni di gas serra, mettendo a rischio salute e vita privata, contravvenendo così agli articoli 2 e 8 della Convenzione europea. Ad aprile 2024, la CEDU ha stabilito che l’inazione climatica di uno Stato può violare i diritti umani e ha condannato la Svizzera per non aver adottato misure adeguate e trasparenti di riduzione delle emissioni. Ha anche ribadito il dovere degli Stati di proteggere soprattutto le categorie più vulnerabili. Un anno dopo, il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha riconosciuto alcuni miglioramenti legislativi da parte del Paese, ma ha chiesto ulteriori prove di coerenza con la sentenza. > Esistono diversi fattori che rendono difficile per cittadini, comunità o > associazioni intentare cause contro governi o aziende, tra cui l’assenza di > obblighi giuridicamente vincolanti, i lunghi tempi della giustizia, gli > elevati costi legali. Come accade per altre forme di attivismo, non tutte le cause climatiche hanno la stessa efficacia. Le ragioni vanno ricercate sia nelle caratteristiche specifiche di ciascun contenzioso, sia nel contesto nazionale in cui si svolge, oltre che in fattori sociali e giuridici più ampi. Le difficoltà dei contenziosi climatici A chiarire le principali difficoltà che ostacolano chi intenta una causa climatica è Luca Saltalamacchia, avvocato civilista esperto in materia: “L’assenza di indicazioni specifiche nei trattati internazionali sul clima è uno degli ostacoli più difficili da superare per ottenere una decisione positiva”, spiega al Tascabile. Il riferimento principale è all’Accordo di Parigi, che ha il merito di fissare un obiettivo mediaticamente forte – contenere l’aumento delle temperature ben al di sotto dei due gradi rispetto ai livelli preindustriali – ma non stabilisce come ciascun Paese debba contribuire concretamente alla mitigazione del riscaldamento globale. Esistono quindi diversi fattori che frenano la diffusione e l’efficacia delle climate litigation: l’assenza di obblighi giuridicamente vincolanti nei trattati internazionali, i lunghi tempi della giustizia, gli elevati costi legali. Elementi che rendono difficile per cittadini, comunità o associazioni intentare cause contro governi o grandi imprese. Anche quando sono presenti solidi argomenti scientifici e giuridici, l’accesso alla giustizia climatica resta diseguale, ostacolato da barriere economiche, normative e istituzionali. Un esempio è quello del contenzioso Milieudefensie v. Shell, tra i più noti a livello internazionale. Avviato nel 2019 dall’organizzazione olandese Milieudefensie, insieme ad altre associazioni e oltre 17 mila cittadini, il ricorso mirava a imporre alla compagnia petrolifera Royal Dutch Shell una riduzione sostanziale delle proprie emissioni. Dopo una prima sentenza storica favorevole ai ricorrenti – nel 2021 il tribunale distrettuale dell’Aia ordinava a Shell di ridurre del 45% le emissioni di CO₂ entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019 – il procedimento ha incontrato un’inversione di rotta. Il 12 novembre 2024, infatti, la Corte d’appello dell’Aia ha ribaltato la decisione, stabilendo che non si possono imporre a Shell obblighi specifici di riduzione. Le associazioni ambientaliste stanno ora valutando se ricorrere in cassazione, soppesando le probabilità di successo, i costi legali e l’importanza di mantenere alta l’attenzione pubblica sulle responsabilità delle grandi compagnie. > L’Italia è tra i pochi Paesi europei a non avere una legge quadro sul clima, > strumento che regolerebbe il processo di pianificazione e monitoraggio delle > politiche climatiche. Le incertezze che circondano alcuni tra i casi più emblematici di climate litigation mostrano quanto sia fragile affidarsi unicamente alla giustizia per ottenere risultati concreti nella riduzione delle emissioni e nel contrasto al riscaldamento globale. Una fragilità che si manifesta con particolare evidenza nel contesto italiano. Le cause climatiche in Italia L’Italia è tra i pochi Paesi europei a non avere una legge quadro sul clima, strumento che regolerebbe il processo di pianificazione e monitoraggio delle politiche climatiche: il Parlamento italiano, eletto con elezioni democratiche, non è ancora riuscito ad approvarla. Questa mancanza genera difficoltà anche nelle decisioni della magistratura in materia climatica. A spiegare il contesto italiano è di nuovo l’avvocato Saltalamacchia, che conosce bene le climate litigation in Italia anche facendo parte del team legale della prima e più nota causa italiana di questo tipo. Promossa nel 2021 da oltre 200 ricorrenti, l’iniziativa è chiamata Giudizio universale ed è rivolta contro lo Stato italiano, accusato di non attuare politiche efficaci per la riduzione delle emissioni. Secondo i promotori, questa inazione viola numerosi diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione. A marzo 2024 è arrivata la sentenza di primo grado: il tribunale civile di Roma, pur riconoscendo la gravità della crisi climatica, ha dichiarato la causa inammissibile per “difetto assoluto di giurisdizione”. I giudici hanno sostenuto che la definizione delle politiche climatiche spetta alla sfera politica, non a quella giudiziaria, e hanno richiamato il principio di separazione dei poteri. Tuttavia, come sottolinea Saltalamacchia, “la sentenza della CEDU emessa il 9 aprile 2024 nel caso KlimaSeniorinnen v. Switzerland ha stabilito che il principio di separazione dei poteri non può essere invocato per impedire ai giudici di pronunciarsi su una causa climatica”. Il team di Giudizio universale ha fatto valere questa pronuncia nel ricorso in appello. La nuova sentenza è attesa nei primi mesi del 2027. > I casi italiani dimostrano che la mobilitazione per il clima attraverso lo > strumento del contenzioso giudiziario, da sola, non è sufficiente. Per > superarne i limiti, l’attivismo legale deve trasformarsi in capitale politico. Un altro contenzioso climatico italiano affronta difficoltà simili. Si tratta del caso La giusta causa, avviato nel 2023 da Greenpeace, ReCommon e dodici cittadini contro la compagnia petrolifera ENI. L’accusa è di aver contribuito in modo sostanziale al cambiamento climatico, investendo nel settore fossile pur conoscendone gli impatti ambientali già dagli anni Settanta. Il procedimento è stato sospeso dal tribunale di Roma ed è ora all’esame della Corte di cassazione, che dovrà stabilire se il tribunale abbia giurisdizione sulla causa. I casi italiani, come anche altri a livello internazionale, dimostrano che la mobilitazione per il clima attraverso lo strumento del contenzioso giudiziario, da sola, non è sufficiente. Per superare i limiti che ne riducono l’efficacia, l’attivismo legale – come ogni altra forma di attivismo – deve trasformarsi in capitale politico. Nelle democrazie, il mezzo a disposizione di ogni cittadina e cittadino per compiere questo passaggio è il voto. Eleggere parlamenti e governi capaci di approvare leggi a tutela del clima, adottare misure concrete contro il riscaldamento globale e porre fine agli incentivi alle fonti fossili è il primo passo per rendere incisiva anche l’azione nei tribunali. Solo così si può provare a scardinare uno dei pilastri dell’impunità climatica: l’idea che gli effetti della crisi siano troppo diffusi, indiretti o lontani nel tempo e nello spazio per poter essere attribuiti a un singolo soggetto. In questo modo, collegare la fusione di un ghiacciaio sulle Ande alle emissioni di una multinazionale in Germania – come nel caso Lliuya – potrebbe non sembrare più un’idea così folle. L'articolo Salvare il mondo in tribunale proviene da Il Tascabile.
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Se il tempo è matto… di Clayton Page Aldern
A lzarsi nel mezzo di una lezione e aprire una finestra perché nella stanza c’è poco ossigeno. Indossare un maglione pesante perché fuori gli alberi sono coperti di brina. Guardare il cielo e decidere, uscendo, di portare un ombrello. Sono tutte azioni quotidiane a cui raramente si presta attenzione, compiute più e più volte in modo semiautomatico. Tutte azioni in cui i gesti e le scelte rispondono a condizioni ambientali che, a loro volta, finiscono per essere date per scontate. Ma cosa succede quando queste condizioni cambiano? In che modo si reagisce a un ambiente in discesa libera verso catastrofi più o meno prevedibili su diversa scala? Clayton Page Aldern, in Se il tempo è matto… Come il cambiamento climatico cambia la nostra mente e il nostro corpo (2025), prova a rispondere a queste domande, investigando le dinamiche reattive dei sistemi cognitivi umani di fronte ad ambienti sempre più instabili. Aldern si concentra sui complessi meccanismi biochimici che, con le temperature sempre più alte e l’aumento di sostanze inquinanti in ogni ecosistema della Terra, si trovano in mezzo a fuochi incrociati destinati a cambiare nel profondo il funzionamento dei corpi, e soprattutto dei cervelli umani. L’autore non guarda tanto alle finestre da aprire o agli strati di maglioni da sovrapporre, eppure alla luce della sua trattazione anche questi gesti assumono rilievo, se si pensa a quello che Aldern presenta col nome di “effetto ideomotorio”, per cui «la consapevolezza delle nostre azioni […] è sempre e solo una funzione di noi che osserviamo queste azioni», che sono piuttosto reazioni preconsce all’ambiente in cui siamo immersi. In altri termini, gran parte dei nostri scambi con lo spazio che ci circonda sono dettati da dinamiche cerebrali su cui non abbiamo un vero controllo, influenzate come sono dall’evoluzione, dal neurosviluppo e dall’accumulazione di esperienze nel corso della vita di ciascuno, più che da scelte deliberate. È, questa, una visione tanto lineare quanto radicale, soprattutto per una cultura d’Occidente spesso intrisa di dualismi cartesiani – che Aldern mette in discussione sin dal prologo. La distinzione rigida tra umano e non-umano, e di conseguenza tra mente (come attributo squisitamente umano) e corpo (in quanto appendice animale del centro di controllo cerebrale), che molti discorsi ecocritici in ambito umanistico hanno provveduto a decostruire, tiene ancora meno quando a contestarla è la stessa scienza moderna a cui il cartesianesimo ha aperto la strada. Ogni individuo, umano e non, è influenzato da una costante dipendenza da ogni altro essere, tale per cui è sempre più difficile attribuire alla coscienza un libero arbitrio e un’agentività slegate dall’ecosistema circostante. Tradizioni filosofiche non-occidentali, come quelle induiste e buddiste, hanno da sempre considerato la cognizione (vijñāna) come impossibile al di fuori della correlazione tra oggetto sensibile e organo senziente, entrambi condizionanti e condizionati dall’esperienza dell’incontro. Aldern non interagisce con questi concetti, eppure la sua analisi delle strutture che producono cognizione, che a sua volta produce emozioni e quindi azioni dipendenti da una rete di scambi non riducibili alla sola dimensione umana, crea risonanze stimolanti tra neuroscienze e filosofie asiatiche. > Gran parte dei nostri scambi con lo spazio che ci circonda sono dettati da > dinamiche cerebrali su cui non abbiamo un vero controllo, influenzate come > sono dall’evoluzione, dal neurosviluppo e dall’accumulazione di esperienze. In modo significativo ma non sorprendente, la questione dell’interazione tra specie diverse è centrale, pur in un libro il cui focus primario è sulla mente umana. Nel capitolo 5, Versamenti, Aldern ricorda che «almeno il 60 per cento delle malattie infettive è di origine zoonotica», ossia prodotta da contagi interspecie, e i numeri sono destinati a salire: > Mentre i tentacoli della proliferazione urbana si estendono a più non posso e > gli ecosistemi complessi cedono il posto a cemento e prati, i rapporti > intricati tra specie si trovano a essere perturbati, con conseguenze > imprevedibili. Le foreste vengono abbattute; le praterie vengono rasate per > fare spazio ai campi agricoli e all’espansione urbana; e la miriade di > creature che abita in questi luoghi viene sfrattata dalla sua terra > ancestrale. Animali grandi e piccoli sono costretti a vivere la loro esistenza > ai margini, spinti sempre più in prossimità degli habitat umani. Questa > prossimità forzata tra umani e fauna selvatica – questo mescolarsi di mondi – > prepara la strada a un potenziale trasferimento di patogeni dagli animali agli > esseri umani. Preservare e ripristinare gli ecosistemi che l’azione antropica ha ridotto e contaminato è dunque indispensabile per la salute degli stessi esseri umani. Non farlo equivale ad accettare la proliferazione di meningiti causate da amebe mangia-cervello, a proprio agio negli ambienti umidi sempre più diffusi; oppure di febbri gialle e malarie cerebrali, legate a zanzare cui gli eventi climatici estremi offrono sempre nuove zone di riproduzione; o ancora di neuroborreliosi e virus Powassan diffusi dalle zecche; o persino di rabbia, trasmessa da cani, volpi, puzzole, procioni, coyote e pipistrelli. Sorprende che l’autore non nomini il Covid-19, il virus di origine zoonotica che negli ultimi anni ha più sconvolto le vite, e non di rado anche le funzioni cerebrali, di milioni di persone. D’altro canto, la prospettiva interspecista rientra nel discorso di Aldern anche perché la comprensione delle malattie analizzate è stata spesso resa possibile da studi sui comportamenti e sulle fisiologie animali, a ulteriore dimostrazione di quanto arbitrario sia uno iato non poroso tra le varie specie. Il mondo vegetale non è escluso da questo quadro a tinte fosche, con malattie degenerative come Alzheimer e lytico-bodig che aumentano in casi di esposizione cronica ai cianobatteri (comunemente chiamati alghe azzurre), di cui la “Grande accelerazione” ha assicurato il mantenimento dell’habitat prediletto: acque dolci e salate in cui abbondino calore, raggi solari e nutrienti, come quelli degli scarichi agricoli. > Le disuguaglianze economiche e sociali verranno amplificate da un mondo sempre > più caldo: dalle migrazioni climatiche, a un accesso ai vaccini sempre più > elitario, fino a un’aumentata probabilità di disturbi neuropsichiatrici nei > feti esposti a caldi estremi. Nel libro si va dunque dalla scala microscopica dei moscerini della frutta – per i quali, come per gli esseri umani, «le fioriture di alghe aerosolizzate causano deficit locomotori e problemi neuromuscolari» – a quella macroscopica delle politiche economiche mondiali. Da Joan Martínez Alier e Rob Nixon in giù (autori rispettivamente di Ecologia dei poveri: La lotta per la giustizia ambientale, 2009, e Slow Violence and the Environmentalism of the Poor, 2013, non ancora tradotto in italiano), l’ambientalismo postcoloniale ha riconosciuto nelle fasce sociali marginalizzate le vittime principali della violenza ambientale a lento rilascio, di cui non sono però le maggiori responsabili. Su questa scia, anche Aldern interroga i fattori sociali che, sovrapponendosi a quelli di stress ambientale, interagiscono con le predisposizioni genetiche alla base di molti dei disturbi trattati. Le disuguaglianze economiche e sociali verranno dunque amplificate da un mondo sempre più caldo: Aldern parla delle migrazioni climatiche e di un accesso ai vaccini sempre più elitario, passando per i disturbi neuropsichiatrici più probabili nei feti esposti a caldi estremi, fino agli sviluppi cerebrali carenti di neonati in condizioni di disidratazione e scarsità di nutrienti. Ma non è tutto, perché i fattori ambientali agirebbero anche da moltiplicatori delle predisposizioni genetiche – e non solo da concause, come si è a lungo ritenuto – rendendo più che mai irrinunciabile una comprensione olistica della neurodegenerazione. Molte sono le condizioni patologiche intorno a cui ruota il saggio, descrivendone con chiarezza meccanismi di non sempre immediata comprensione. Tra queste, l’amnesia innescata da un dinamismo ambientale troppo veloce, per cui il cambiamento rapido dell’ambiente circostante provocherebbe una dimenticanza attiva a protezione del cervello, cui non gioverebbe immagazzinare dati su spazi comunque destinati a modificarsi. Oppure le crisi epilettiche determinate dal sovraeccitamento del cervello per via del caldo, responsabile anche della difficoltà delle cellule cerebrali a metabolizzare il glucosio e di un’inibizione della trasmissione di serotonina (dedicato a tutti coloro che pensano che qualche grado in più non faccia poi così male, se permette di andare in spiaggia da marzo a ottobre). Ad ogni stato di malessere è tuttavia associata una prospettiva di speranza. Perché se c’è una qualità che distingue l’essere umano dagli altri animali è la capacità di adattamento alle condizioni circostanti nel corso di un solo arco vitale, dunque in maniera non vincolata all’evoluzione su più generazioni – a patto che i pericoli vengano riconosciuti nella loro complessità, e come tali affrontati. Si può quindi far fronte alle problematiche comportamentali e cognitive legate alle alte temperature attraverso l’architettura rigenerativa e bioclimatica. Si può praticare la compassione, per gli altri e per sé stessi, cercando di identificare e minimizzare i trigger dell’impulsività da caldo. Ci si può – anzi, ci si deve – dedicare all’attivismo, alla giustizia ambientale e alla richiesta di regolamentazioni politiche per frenare i livelli di neurotossine presenti nell’aria, nelle acque e nel suolo. Soprattutto, si può trovare rifugio nelle storie. > Le monocolture del capitalismo agroindustriale si confondono allora con le > monoculture che il cambiamento del clima contribuisce a rafforzare, laddove le > piccole comunità linguistiche su isole e coste sono più soggette alla perdita > di paesaggio, e quindi di vocabolario. In linea con l’aspirazione interdisciplinare più volte discussa nel libro, molte delle possibili soluzioni proposte da Aldern coinvolgono narrazioni collettive, conoscenze tradizionali tramandate per parabole e aneddoti, condivisione di esperienza. Anche in questo caso, le ragioni sono radicate nella profondità dei meccanismi neurobiologici umani: > quando siamo immersi a fondo in una storia, i nostri cervelli esibiscono un > fenomeno noto come neural coupling o accoppiamento neuronale. L’idea è simile > a un’armonia – e a un genere profondo di empatia –, una eco neurale che sfoca > il confine tra chi racconta e chi ascolta […]. > In altre parole, raccontare storie è più che un semplice atto comunicativo. È > un processo complesso e dinamico che coinvolge i nostri cervelli in modi > ricchi e variegati […]. Per come lo spiega Joyner, le storie rafforzano la > nostra unione, la nostra umanità condivisa e la nostra capacità di trascendere > i confini delle nostre esperienze individuali. Ci ricordano che siamo tutti, a > nostro modo, sia la storia sia il cantastorie. La lingua stessa si fa carico di queste connessioni tra cognizione e ambiente esterno. Le monocolture del capitalismo agroindustriale si confondono allora con le monoculture che il cambiamento del clima contribuisce a rafforzare, laddove le piccole comunità linguistiche su isole e coste sono più soggette alla perdita di paesaggio, e quindi di vocabolario. E le «tempeste di cortisolo» prodotte in chi è costretto alla migrazione climatica (con annesso PTSD, Post-Traumatic Stress Disorder) contribuiscono a dimostrare che il cambiamento climatico non è solo esterno, bensì abita i nostri cervelli, i nostri comportamenti e i processi decisionali. In questa connessione di tutto col tutto – della lingua con la scienza, delle narrazioni con la medicina, dei processi biochimici con quelli sociopolitici – è inevitabile che l’unica strada possibile sia quella di un’empatia «intergenerazionale […] transpecista, intercontinentale e geologica» che, al netto della sana paura che il libro infonde, Aldern pratica con successo. L'articolo Se il tempo è matto… di Clayton Page Aldern proviene da Il Tascabile.
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