A ll’inizio hanno pensato a un terremoto. L’impatto cinetico del cedimento delle
pareti strutturali del Langtang Lirung, nel distretto nepalese di Rasuwa, ha
scaricato al suolo un’energia tale da generale un segnale sismico equivalente a
un terremoto di magnitudo 5.2. È la mattina del 26 agosto 2026, sono le 8 e 37
(in Italia sono quasi le cinque del mattino) e dalle pareti del monte si
staccano 20 milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio. È come se tutto il
materiale necessario a riempire 20 volte lo stadio di San Siro precipitasse in
verticale, a una velocità di quasi 200 chilometri all’ora.
Questa miscela fluida e iperconcentrata di roccia polverizzata, ghiaccio e acqua
arriva nei fiumi Lhende Khola, Bhote Koshi e Trishuli. Alle 8 e 44 (ora locale)
le telecamere di sorveglianza del confine tra Cina e Nepal registrano l’arrivo
della massa. L’accumulo dei detriti sbarra temporaneamente il Bhote Khoshi
creando un invaso provvisorio. Alle 9 cede. Il suo improvviso crollo provoca
un’onda di piena alta tra gli 8 e i 10 metri, come un palazzo di tre piani. La
piena si è originata sul versante cinese, per poi riversarsi con furia nel
territorio nepalese attraverso la gola del fiume. In soli trenta minuti il
livello del fiume Trishuli, nella località di Galchhi, si innalza di 9 metri.
Il bilancio umano e materiale è devastante: 1.377 le vittime confermate, più di
1.500 i dispersi lungo l’intero bacino idrografico. I flussi detritici hanno
travolto insediamenti e valichi di confine, spazzando via oltre un decimo della
capacità idroelettrica nazionale e distruggendo per oltre il 90% il grande
impianto Upper Trishuli-1. La stima complessiva delle perdite
economico-infrastrutturali ha rapidamente superato i 5 miliardi di dollari.
Secondo il ministro degli Esteri nepalese Shisir Khanal è come “uno tsunami
calato dall’Himalaya”. La risposta delle istituzioni del Paese è immediata. I
ministeri delle Finanze e dell’Ambiente scrivono una lettera congiunta
indirizzata ai vertici delle Nazioni Unite: servono 20 milioni di dollari e
vanno presi dal Fund for Responding to Loss and Damage (FRLD), il fondo
multilaterale istituito per sostenere le nazioni vulnerabili travolte dagli
impatti climatici irreversibili.
> La catena dell’Himalaya è il “Terzo polo” idrico della Terra, ma sulle sue
> vette le temperature crescono al doppio della velocità della media globale.
La cifra è poco più che simbolica, drammaticamente irrisoria rispetto a un conto
di danni economico-infrastrutturali che supera i 5 miliardi di dollari. Il suo
valore è tutto politico e concettuale: “Le grandi economie inquinanti devono
svegliarsi e accettare una responsabilità condivisa”, ha spiegato Khanal.
È il disastro di un singolo Paese, ma è anche un evento simbolo di uno dei temi
al centro del dibattito internazionale sulla crisi climatica: quello della
giustizia climatica. Il Nepal da solo contribuisce a meno dello 0,1% delle
emissioni di gas serra. Eppure è esposto in prima linea alle conseguenze del
riscaldamento globale: la crisi climatica qui arriva sempre in maniera
distruttiva, tanto più perché i suoi effetti si abbattono su un contesto già
fragile di partenza. La catena dell’Himalaya è il “Terzo polo” idrico della
Terra, ma sulle sue vette le temperature crescono al doppio della velocità della
media globale: i ghiacciai fondono rapidamente, la montagna è destabilizzata. La
richiesta dei ministri nepalesi non è di aiuti umanitari per affrontare
l’emergenza: è un risarcimento per un Paese che sta pagando le conseguenze di un
processo che non ha innescato né alimentato.
Cosa sono la scienza del clima e la scienza dell’attribuzione
Quando avviene la catastrofe non piove, il cielo è terso e non ci sono
sollecitazioni sismiche di nessun tipo. A differenza dei classici disastri
idrogeologici monsonici, dove l’innesco atmosferico è diretto e misurabile, qui
siamo di fronte a una cascata di pericoli multipli il cui combinato disposto
rende la catastrofe del Langtang Lirung non solo un evento che resterà inciso
nella storia del Nepal, ma anche uno snodo epistemologico per la climatologia
contemporanea. Per capire cosa sia successo bisogna “guardare” sotto la
superficie della roccia, dove il permafrost agisce da millenni come una vera e
propria colla naturale. Ad altissima quota, infatti, è proprio questo ghiaccio
invisibile, fino a pochi decenni fa ritenuto eterno, a saldare i versanti
montuosi e a mantenere stabili le pareti rocciose. Questo almeno è accaduto
negli ultimi millenni.
Quando le temperature medie salgono in modo costante per decenni, però, il
calore penetra lentamente nel cuore della montagna. Il ghiaccio sotterraneo
inizia a fondere e si trasforma in acqua liquida. Quest’acqua si infiltra nelle
microfessure della roccia, aumenta la pressione interna e riduce drasticamente
l’attrito che tiene insieme il versante. È come se quelli che conosciamo come
giganti di roccia e di ghiaccio fossero in realtà giganti pieni d’acqua, il cui
volume si sta espandendo. La montagna appare solida ed eterna fino al momento
esatto in cui raggiunge il punto di rottura e cede di schianto, liberando in
pochi secondi milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio.
Ecco perché il disastro del Nepal spiazza le spiegazioni intuitive. Non c’è un
“innesco” atmosferico immediato come una pioggia battente o un temporale estivo
eppure il legame con il riscaldamento globale c’è lo stesso. Ed è precisamente a
questo incrocio che si misura la differenza tra due strumenti concettuali: la
scienza del clima e la scienza dell’attribuzione.
> La regione dell’Himalaya, dal cui equilibrio idrico dipende la vita di circa
> due miliardi di persone, si sta scaldando a un ritmo fino al 50% più rapido
> rispetto alla media globale.
La scienza del clima (climate science) osserva il pianeta con un orizzonte ad
ampissimo raggio: il suo oggetto di studio sono sistemi complessi su scale
temporali decennali, secolari e millenarie. Analizza i trend strutturali di
fondo come l’effetto serra, i cicli biogeochimici, la circolazione atmosferica e
l’evoluzione della criosfera, fornendo la cornice fisica globale dentro la quale
si svolgono le trasformazioni dell’antropocene. Guardando all’Himalaya dal punto
di vista della scienza del clima, il quadro che emerge è quello di
un’accelerazione drammatica. La regione, dal cui equilibrio idrico dipende la
vita di circa due miliardi di persone, si sta scaldando a un ritmo fino al 50%
più rapido rispetto alla media globale. Ad altitudini superiori ai 4.000 metri,
la risposta delle temperature al riscaldamento globale è ancora più marcata a
causa dei fenomeni di amplificazione legati all’elevazione.
Sotto questa spinta termica decennale, i meccanismi di stabilità delle montagne
nepalesi sono stati progressivamente intaccati. Nell’arco di soli trent’anni i
ghiacciai del Nepal hanno perso oltre un terzo del loro volume complessivo,
ritirandosi e assottigliandosi a ritmi mai registrati prima. L’impatto più
insidioso riguarda la degradazione termica del permafrost d’alta quota. Con
l’innalzamento delle temperature estive e l’ampliamento dello “strato attivo”
(la frazione superficiale di suolo roccioso che attraversa continui cicli di
gelo e disgelo), l’acqua liquida penetra in profondità nelle fratture. Il
ghiaccio profondo, fondendosi, perde la sua capacità di coesione meccanica,
aumentando il rischio di disastri come quello dell’agosto 2026. Tutto ciò aiuta
a comprendere come il Langtang Lirung non abbia ceduto per un imprevisto evento
isolato, ma perché decenni di riscaldamento costante ne hanno sistematicamente
minato la struttura interna.
Se la scienza del clima individua il quadro generale e le tendenze strutturali
di fondo, la scienza dell’attribuzione (attribution science) è come la lente
d’ingrandimento e lo strumento diagnostico di precisione della climatologia
contemporanea. Nata all’inizio degli anni Duemila, questa branca specialistica
ricerca il ruolo effettivo delle emissioni antropiche nel rendere ogni evento
specifico più o meno probabile e più o meno violento.
> La scienza dell’attribuzione calcola l’incidenza delle emissioni antropiche
> nell’intensità e probabilità di un determinato evento. Uno strumento
> rivoluzionario, impiegato sempre più di frequente anche nelle aule di
> tribunale.
Lo fa impiegando modelli computazionali complessi e simulazioni controfattuali.
Attraverso i supercomputer, la comunità scientifica ricostruisce due mondi
paralleli: da un lato il mondo reale, caratterizzato dall’attuale concentrazione
di gas serra nell’atmosfera; dall’altro un mondo ipotetico (controfattuale),
esattamente identico al nostro ma del tutto depurato dalle emissioni prodotte
dalla rivoluzione industriale a oggi. Facendo girare decine di migliaia di volte
le simulazioni meteorologiche in entrambi gli scenari, la scienza
dell’attribuzione è in grado di calcolare in termini matematici e probabilistici
l’impronta dell’uomo sul singolo evento estremo.
È uno strumento rivoluzionario, di una portata tale da avere un ruolo di
protagonismo crescente nelle aule di tribunale. Lo fa attraverso tre livelli di
attribuzione. La warming attribution (attribuzione del riscaldamento) dimostra
il nesso causale diretto tra l’accumulo dei gas serra prodotti dall’uomo e
l’innalzamento delle temperature medie globali e regionali. È il pilastro che
conferma che il riscaldamento non è frutto di semplici fluttuazioni naturali ma
diretta conseguenza delle azioni del genere umano negli ultimi secoli. La event
attribution (attribuzione degli eventi estremi) calcola quanto il riscaldamento
globale abbia modificato la frequenza o l’intensità di uno specifico disastro
(un’ondata di caldo, un uragano, un’alluvione). È il campo di ricerca di
consorzi come il World Weather Attribution, capace di stabilire se una pioggia
record sia stata resa in una certa percentuale più intensa a causa delle
emissioni. La source attribution (attribuzione delle fonti), infine, traccia e
quantifica la responsabilità individuale dei singoli attori, siano essi grandi
Stati inquinatori o colossi dei combustibili fossili, assegnando a ciascuno una
percentuale precisa del totale delle emissioni storiche cumulative. È
dall’intreccio di questi tre livelli che la scienza dell’attribuzione trasforma
il cambiamento climatico da minaccia astratta a realtà empiricamente misurabile,
creando un ponte ineludibile tra la fisica dell’atmosfera e la responsabilità
giuridica.
> Il collasso del Langtang Lirung dell’agosto 2026 rientra nei disastri
> criosferici “a cielo sereno”. Il fattore scatenante non è stato un evento
> meteorologico specifico, bensì un aumento costante delle temperature che ha
> minato la stabilità della montagna fino al punto di rottura.
Come questo ponte funzioni nella pratica lo dimostra il confronto tra due
catastrofi che hanno segnato il recente passato del Nepal. Nel settembre 2024,
quando piogge monsoniche record hanno devastato la valle di Kathmandu, World
Weather Attribution, attraverso i classici modelli di event attribution ha
certificato che il riscaldamento globale aveva reso quelle precipitazioni
estreme il 10% più intense e il 70% più probabili. Il collasso del Langtang
Lirung dell’agosto 2026 appartiene a una categoria diversa e più complessa:
quella dei disastri criosferici “a cielo sereno”. Se per il 2024 la scienza
dell’attribuzione ha potuto misurare l’impatto dell’evento meteorologico
istantaneo, per il 2026 essa rivela la warming attribution di lungo periodo:
l’aumento costante delle temperature che mina la stabilità della montagna fino
al punto di rottura.
Giustizia climatica e responsabilità storiche
Quando la scienza riesce a misurare e quantificare i nessi causali legati agli
eventi climatici, questi passano dall’ambito della fisica dell’atmosfera a
quello dell’etica e del diritto, mostrando la natura politica della crisi
climatica attraverso un altro strumento concettuale: quello della giustizia
climatica. Al centro di questo paradigma c’è il principio cardine delle
Responsabilità comuni ma differenziate (CBDR, Common But Differentiated
Responsibilities), sancito nel 1992 dal Vertice della Terra di Rio de Janeiro.
Il principio afferma che anche se la salvaguardia del sistema globale è un
dovere condiviso di tutta la comunità internazionale, la responsabilità
originaria del riscaldamento ricade invece sui Paesi industrializzati visto che,
per più di due secoli, hanno costruito la propria prosperità economica sulla
combustione massiccia dei fossili.
Da questa sproporzione nasce un’asimmetria del rischio. Paesi come il Nepal, che
come abbiamo visto ha contribuito in misura minima alle emissioni serra globali,
sono esposti in prima linea a traumi ambientali irreversibili e improvvisi. Lo
stesso avviene per i piccoli Stati insulari minacciati dall’innalzamento dei
mari. In entrambi i casi, le popolazioni di queste aree subiscono le conseguenze
più severe di un modello di sviluppo da cui non hanno tratto beneficio.
> C’è il rischio che la finanza d’emergenza trasformi il disastro climatico
> nell’ennesimo indebitamento. Per questo le comunità chiedono che le risorse a
> cui accedere non siano aiuti umanitari o beneficenza ma riparazioni dirette
> per i danni subiti.
C’è il lato geopolitico della vicenda, e poi c’è la realtà delle comunità
locali. Tra le vallate travolte dal fango, la devastazione dei terreni agricoli
di sussistenza si intreccia a un dramma burocratico: le persone disperse sono
tantissime e, se non c’è un corpo, non c’è un certificato di morte. Senza un
certificato di morte, la famiglia della persona scomparsa non può accedere al
sussidio di emergenza, all’eventuale eredità o ai titoli dei terreni da
coltivare. È in questo solco che si innesta la mobilitazione dal basso guidata
dall’Unione dei contadini nepalesi (ANPFA, All Nepal Peasants’ Federation,
affiliata a Via Campesina) con la campagna Grants, Not Loans (“Sussidi, non
prestiti”). La denuncia riguarda il rischio che la finanza d’emergenza, erogata
sotto forma di crediti, trasformi il disastro climatico nell’ennesimo
indebitamento del Paese. Le comunità chiedono che le risorse a cui stanno
accedendo e accederanno non siano aiuti umanitari o beneficenza ma riparazioni
dirette per i danni subiti.
Perdite e danni
Quanto accaduto in Nepal è solo l’ultimo caso di una sequela di rimostranze che
parte da lontano e che ha portato, dopo trent’anni di pressioni diplomatiche del
Sud globale, al Fondo multilaterale per la risposta alle perdite e ai danni
(FRLD). Raggiunto con un accordo alla COP27 di Sharm el-Sheikh e reso operativo
alla COP28 di Dubai, il Fondo fin dalla sua genesi si è scontrato con una
profonda frattura concettuale tra Nord e Sud del mondo. Per i Paesi
industrializzati e i grandi emettitori storici, deve operare su base volontaria
in base alla “solidarietà globale”. Le nazioni vulnerabili invece esigono che
chi ha provocato i danni abbia anche l’obbligo di ripararli, e che i
trasferimenti finanziari non siano dunque un gesto di solidarietà ma riparazioni
esigibili per i danni ingiustamente subiti. A questa frattura concettuale si
aggiunge poi un dato matematico: a fronte di impegni finanziari promessi dai
Paesi sviluppati per circa 822 milioni di dollari, la cassa effettivamente
versata nei conti ammonta appena a una cifra compresa tra i 400 e i 449 milioni.
In questi anni la pressione dei Paesi travolti dalle catastrofi è cresciuta a
ritmi vertiginosi. Sono già 119 le nazioni vulnerabili che hanno presentato
formale richiesta di assistenza, per un totale che supera i 2,8 miliardi di
dollari. Questo sbilanciamento impressionante ha spinto il segretariato del
Fondo a lanciare un allarme: senza un afflusso massiccio e continuo di nuove
risorse, la liquidità rischia di azzerarsi del tutto entro il 2027. In questo
contesto, la domanda avanzata dal Nepal arriva come un test per misurare la
reale reattività dell’infrastruttura finanziaria globale. Il Fondo saprà erogare
risorse con la tempestività richiesta da shock improvvisi ed estremi? Su questa
capacità di intervento immediato si gioca la credibilità dell’intero sistema.
Giustizia climatica e aule di tribunale
La debolezza apparente o effettiva del Fondo multilaterale ha spinto molte
comunità ed economie vulnerabili a cercare giustizia nelle aule giudiziarie
aprendo, ormai da un decennio, la stagione delle climate litigation (cause
climatiche). Da un lato ci sono le azioni risarcitorie contro i grandi colossi
industriali, come quella promossa dalla guida alpina peruviana Saúl Luciano
Lliuya contro la multinazionale tedesca RWE. Lliuya chiedeva che RWE pagasse lo
0,38% dei costi di messa in sicurezza del suo Paese dal rischio di esondazione
del lago glaciale Palcacocha; una quota corrispondente al contributo stimato
dell’azienda alle emissioni storiche globali. Nel maggio 2025, la Corte
d’appello di Hamm ha rigettato la richiesta risarcitoria nel merito, valutando
che il rischio di crollo sulla casa del singolo agricoltore avesse una
probabilità troppo bassa (circa l’1%). Tuttavia, i giudici tedeschi hanno
stabilito un principio giuridico rivoluzionario: le grandi imprese possono
essere civilmente responsabili dei danni ambientali provocati all’estero, poiché
le emissioni di CO₂ generano un rapporto di “vicinato globale”.
Dall’altro lato, la pressione giudiziaria si è rivolta direttamente contro la
condotta degli Stati inquinatori. Nei tribunali nazionali, la storica sentenza
Urgenda del 2019 in Olanda ha costretto per la prima volta un governo a tagliare
le emissioni a tutela dei diritti alla vita, seguita dalla Corte Costituzionale
tedesca nel caso Neubauer (2021) sulla tutela delle generazioni future. Davanti
agli organi dell’ONU, la denuncia degli indigeni delle isole dello Stretto di
Torres ha portato nel 2022 alla condanna dell’Australia perché l’inazione
climatica veniva ritenuta una violazione del loro diritto alla cultura, mentre
la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (KlimaSeniorinnen v. Svizzera, 2024) ha
stabilito che l’inazione climatica statale costituisce una violazione diretta
dei diritti umani.
> Le cause climatiche degli ultimi anni hanno stabilito che l’inazione climatica
> costituisce una violazione dei diritti umani, che le imprese possono essere
> ritenute responsabili dei danni prodotti all’estero dalle emissioni, e che la
> mancata mitigazione di queste è un illecito internazionale.
La vera svolta sistemica è arrivata però dalle iniziative coordinate degli
stessi Stati vulnerabili. Sotto la spinta di Vanuatu all’Assemblea generale ONU,
della commissione degli Stati insulari COSIS (guidata da Tuvalu e Antigua &
Barbuda) e della richiesta congiunta di Colombia e Cile, la questione è
approdata alle massime corti internazionali. Tra il 2024 e il 2025, i pareri
consultivi del Tribunale internazionale per il diritto del mare (ITLOS,
International Tribunal for the Law of the Sea), della Corte interamericana
(IACtHR, Inter-American Court of Human Rights) e della Corte internazionale di
giustizia (ICJ, International Court of Justice) hanno tracciato una linea: la
mancata mitigazione delle emissioni non è un’omissione politica, ma un illecito
internazionale che impone un obbligo rigido di riparazione integrale e
risarcimento finanziario agli Stati lesi.
Un nuovo paradigma di giustizia climatica
La catastrofe del Langtang Lirung ha prodotto effetti che si estendono ben oltre
la devastazione fisica. È come se l’intera massa di acqua, roccia e ghiaccio
precipitata per oltre un chilometro si fosse schiantata anche sull’architettura
del diritto internazionale climatico così come lo conosciamo. Per decenni la
risposta ai disastri nei Paesi in via di sviluppo si è configurata come
solidarietà volontaria. Il collasso del permafrost himalayano infrange questo
schema paternalistico e dimostra che i danni subiti dal Sud globale sono
esternalità negative di processi che sono avvenuti altrove.
> La montagna non può più essere raccontata come un fondale inerte o uno
> scenario: è uno spazio dinamico e reattivo, attraversato da tensioni fisiche,
> economiche e giuridiche.
Se i fondi multilaterali come l’FRLD rischiano la paralisi per il costante
deficit di risorse e le resistenze storiche dei grandi emettitori, la via
giudiziaria sta tracciando un nuovo orizzonte normativo. Per la cultura
contemporanea e la divulgazione scientifica, la lezione è altrettanto radicale.
La montagna non può più essere raccontata come un fondale inerte o uno scenario:
è uno spazio dinamico e reattivo, attraversato da tensioni fisiche, economiche e
giuridiche. Le infrastrutture che abbiamo costruito per gestirla, da quelle
concettuali a quelle fisiche, sono modellate su metriche ormai inservibili,
concepite per un pianeta che non esiste più. In questo senso allora la sfida non
è più, soltanto, intervenire mitigando la crisi climatica e riconvertendo le
nostre società. Né è più sufficiente adattare fisicamente i territori agli
impatti che, come stiamo vedendo, arriveranno. Serve uno scarto concettuale, un
salto molto più ambizioso per costruire un’infrastruttura politica e legale
capace di trasformare le evidenze della fisica in riparazioni vincolanti per chi
quelle trasformazioni le ha innescate. Non si tratta, ci insegnano i contadini
nepalesi, di prestiti o di generosità, ma di riparazioni e giustizia.
L'articolo Chi rompe e chi paga proviene da Il Tascabile.
Tag - cambiamento climatico
S e negli ultimi decenni, grazie agli studi postcoloniali, è stato reso noto
l’impatto del capitalismo sugli ambienti umani e non umani di tutto il mondo,
esiste una colonizzazione ancora più profonda e pervasiva operata dal sistema
economico imperante: quella delle menti – non solo in senso ideologico, ma anche
puramente neuronale; e, con questa, la colonizzazione del tempo futuro, oltre
che dello spazio. Su questo nucleo si concentra l’analisi che Matteo Motterlini
fa in Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai. Perché la nostra mente è
l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico (2025): un saggio
tanto agevole quanto dettagliato sui meccanismi cognitivi, prima ancora che
socio-politici, che hanno innescato la crisi ecologica in atto.
Il capitalismo da finanziario si è fatto limbico: ha imparato ad attivare e
sfruttare i circuiti dopaminergici degli esseri umani, le reazioni istintive, i
riflessi emotivi e le tendenze comportamentali controllate dalle strutture
cerebrali che vanno sotto il nome di sistema limbico, appunto. È il sistema
dell’anticipazione del piacere, emotivo e reattivo, in tensione con i circuiti
del controllo cognitivo e della pianificazione, in cui la corteccia prefrontale
ha un ruolo centrale. Questo equilibrio dinamico, ci spiega Motterlini, è stato
programmaticamente alterato, e i disequilibri ecologici e geopolitici che sono
ormai sotto gli occhi di tutti ne sono una conseguenza su larga scala. La
promozione di beni e servizi che incoraggiano l’eccesso e la dipendenza,
attraverso ricompense rapide ma a breve termine, è alla base di un’economia
(digitale e non) in cui la sovrabbondanza si maschera da scarsità percepita,
alterando così il modo in cui pensiamo e prendiamo decisioni. E il paradosso è
che l’edonismo sfrenato alla base dei consumi in costante crescita sfocia in
realtà in un’anedonia solipsistica e nichilista.
Scongeliamo i cervelli affronta questi e tanti altri meccanismi, attraverso dati
ed esperimenti sociocognitivi che illuminano la profondità del pozzo in cui ci
troviamo, ma anche molte possibili strategie per venirne fuori. In occasione
dell’uscita del libro abbiamo dialogato con l’autore, professore ordinario di
filosofia della scienza presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano,
dove dirige il Centro di ricerca in epistemologia sperimentale e applicata.
Da un lato l’attenzione del saggio si rivolge ai meccanismi neuronali che
distinguono gli esseri umani dagli altri esseri viventi: in particolare, la
pianificazione a lungo termine e i comportamenti da questa derivanti vengono
presentati come capacità caratteristiche della sola nostra specie,
distinguendoli dai comportamenti animali che sarebbero anticipatori solo come
riflesso dell’evoluzione. Dall’altro lato è molto efficace, nel libro, la
definizione della crisi climatica come crisi di astinenza in un sistema
economico drogato di crescita, che suggerirebbe un parallelo tra il sistema
cognitivo umano e il sistema planetario: la mente umana sarebbe quindi il motore
di dinamiche globali che a loro volta influiscono sui (dis)funzionamenti
cognitivi dei singoli.
QUALI SONO I VANTAGGI DELLO SCORPORARE I MECCANISMI COGNITIVI UMANI DA QUELLI
PIÙ-CHE-UMANI? IN CHE MISURA È NECESSARIO DISTINGUERE I NOSTRI MODI DI PENSARE –
QUELLI VIRTUOSI MA SOPRATTUTTO QUELLI FALLACI – PER COMPRENDERE UNA CRISI CHE È
IN LARGA PARTE ORIGINATA PROPRIO DA UN’ERRONEA LETTURA DELLA CENTRALITÀ
DELL’ESSERE UMANO SULLA TERRA?
Gli animali anticipano il futuro solo perché l’evoluzione li ha “programmati” a
farlo. Noi, invece, possiamo rappresentarcelo, simularlo, immaginarlo. Questa
capacità – che nasce dall’evoluzione, certo – è però fragile, discontinua,
facilmente sabotata da impulsi più antichi. È lì che si determina un
cortocircuito: abbiamo un cervello capace di pianificare il lungo periodo, ma lo
usiamo poco, male e spesso contro noi stessi. L’incapacità di reagire alla crisi
climatica nasce da una combinazione di miopia temporale, present bias e ambienti
decisionali che amplificano le nostre debolezze.
Il capitalismo della crescita infinita funziona perché parla direttamente al
nostro sistema limbico, non alla parte riflessiva della mente. È una gigantesca
macchina dopaminergica che trasforma una vulnerabilità biologica in un modello
economico. In questo senso, quando descrivo la crisi climatica come una crisi di
astinenza, non è una metafora azzardata: è una diagnosi cognitiva. Stiamo
chiedendo a un sistema dipendente dai consumi di smettere, senza cambiare il
contesto che lo rende dipendente.
MA NON È LA RIFLESSIONE UMANA ESSA STESSA UNA CONSEGUENZA DELL’EVOLUZIONE? COSA
POTREMMO IMPARARE DAL RIPENSARLA IN QUANTO TALE?
Capire come funziona la nostra mente serve a decentrare l’umano, non a
celebrarlo. Ci mostra che non siamo osservatori esterni del sistema Terra, ma
una sua parte biologica, con limiti precisi, bias prevedibili e una capacità di
autoinganno sorprendente. Pensarci come “speciali” perché razionali è uno degli
errori che ci ha portato fin qui. La riflessività umana è un prodotto
dell’evoluzione. Ma è un prodotto incompiuto. Non è una conquista definitiva, è
una possibilità che va allenata, sostenuta da istituzioni, norme, incentivi,
architetture di scelta. Se la lasciamo sola, perde quasi sempre contro l’urgenza
del presente.
È per questo che nel libro insisto tanto su regole, vincoli, default,
cooperazione: non come limitazioni della libertà, ma come protesi cognitive.
Strumenti che compensano ciò che l’evoluzione non ha avuto il tempo di
perfezionare. Se siamo arrivati fin qui cambiando l’ambiente naturale, possiamo
anche cambiare l’ambiente decisionale per non autodistruggerci. Non dobbiamo
diventare “più buoni” o “più saggi”. Dobbiamo diventare più realisti su come
funzioniamo davvero. È da lì che può nascere una risposta alla crisi climatica.
IN BASE AL MODELLO ECONOMICO DELLO SCONTO ESPONENZIALE, OGNI INTERVALLO DI TEMPO
RIDUCE IL VALORE DI UNA RICOMPENSA IN MODO PROPORZIONALE E COSTANTE, SECONDO UNA
CURVA DECRESCENTE, REGOLARE E CONTINUA. TENDEREMMO QUINDI A PREFERIRE
GRATIFICAZIONI IMMEDIATE PIUTTOSTO CHE LAVORARE CON LUNGIMIRANZA SULLA
RISOLUZIONE DI PROBLEMI CHE SAPPIAMO ANDARE PEGGIORANDO. EPPURE, ALMENO NEL
MONDO OCCIDENTALE, SI RISCONTRA UN’INCAPACITÀ DIFFUSA A GODERE DEL PRESENTE
STESSO, AD ESSERNE SODDISFATTI, AD ATTRIBUIRE UN VALORE NON MONETARIO AL QUI E
ORA. COME VEDE QUESTA DISSONANZA TRA I MODELLI ECONOMICI E L’EFFETTIVO MODO DI
STARE AL MONDO DI MOLTI DI NOI IN QUESTA PARTE DEL MONDO?
Lo sconto intertemporale non dice che il presente ci rende felici, ma che tende
a pesare troppo nelle nostre decisioni. Sovrastimiamo i costi immediati e
sottostimiamo i benefici futuri. Questo però produce un paradosso: non sappiamo
rinunciare a gratificazioni rapide, ma al contempo non traiamo soddisfazione
duratura da ciò che facciamo. Questa distorsione nasce da un conflitto interno:
tra un sé orientato all’immediato, sensibile alle perdite e all’urgenza, e un sé
proiettato nel futuro ma psicologicamente e politicamente debole. È per questo
che rimandiamo scelte che sappiamo necessarie, e allo stesso tempo viviamo in
una condizione di affanno permanente. Lo stesso meccanismo opera sul piano
collettivo e intergenerazionale. Trattiamo le generazioni future come se
contassero meno, come se avessero un valore ridotto. È una forma di miopia
temporale che rende possibile la procrastinazione climatica: sappiamo che i
costi arriveranno, ma non ricadranno su di noi, almeno non subito. Un presente
governato dall’urgenza della crescita, dalla logica della performance e
dall’illusione dell’ottimizzazione continua finisce per erodere le condizioni
stesse del benessere, oggi e domani. È un presente che divora il futuro senza
riuscire a nutrire chi lo vive.
MI PARE CHE IL DISCORSO POSSA ESSERE AMPLIATO ANCHE ALL’OTTIMISMO IMPOSTO
DALL’ALTO INSIEME A UN’IDEA DISTORTA DI PROGRESSO, IN NETTO CONTRASTO CON
PESSIMISMO E CATASTROFISMO SEMPRE PIÙ DIFFUSI NEL MONDO REALE.
L’ottimismo imposto dall’alto si inserisce come una narrazione rassicurante che
promette progresso senza costi, soluzioni senza rinunce, tecnologia senza
limiti. Ma, paradossalmente, proprio per questo genera sfiducia. Quando il
racconto ufficiale è in contrasto con l’esperienza quotidiana, produce
dissonanza. E la dissonanza, se non viene riconosciuta, si trasforma in cinismo
o in fatalismo. Il pessimismo che vediamo emergere non è un rifiuto del futuro
in sé, ma la percezione che il patto intergenerazionale sia stato rotto. Che
qualcuno stia incassando oggi lasciando ad altri il conto di domani. La
risposta, come sostengo nel libro, non è scegliere tra ottimismo e pessimismo,
ma ricostruire istituzioni, regole e norme sociali capaci di rendere il futuro
rilevante nel presente.
IN PARTE COLLEGATA ALLA DOMANDA PRECEDENTE C’È UNA CURIOSITÀ SUL DATO DA LEI
RIPORTATO IN BASE AL QUALE NEGLI ULTIMI VENTI ANNI IL BENESSERE SOGGETTIVO DI
TUTTE LE FASCE D’ETÀ È DIMINUITO IN NORD AMERICA. SEMBRA DUNQUE CHE SI STIA
RISVEGLIANDO UNA CONSAPEVOLEZZA DEI TANTI E VARI PROBLEMI INTRINSECHI AL
COSIDDETTO SVILUPPO CAPITALISTA E ALLO STESSO SOGNO AMERICANO. COME MAI, SECONDO
LEI, NON SI RIESCE A INCANALARE QUESTA PERCEZIONE IN UN CAMBIO DI ROTTA
CULTURALE E POLITICO? CHE TIPO DI STRATEGIE COGNITIVE DOVREBBERO ESSERE
SOLLECITATE PER GENERARE UN CAMBIO DI QUESTO TIPO?
Il calo del benessere percepito che osserviamo negli ultimi vent’anni,
soprattutto in Nord America e tra i più giovani, è un segnale forte perché
smentisce l’idea che più crescita, più consumo e più stimoli dopaminergici
coincidano automaticamente con più “felicità”. L’epidemia di obesità, l’aumento
delle dipendenze, l’abuso di psicofarmaci e oppioidi mostrano che quando un
ambiente è progettato per stimolare continuamente il circuito della ricompensa,
il risultato non è la soddisfazione, ma l’assuefazione. E l’assuefazione non
produce felicità: produce bisogno e, nei casi peggiori, dipendenza. È così che
possiamo avere società sempre più ricche e individui sempre meno felici. Nel
libro spiego perché questa non è una contraddizione, ma un effetto diretto del
modo in cui definiamo e misuriamo il progresso. Il PIL registra flussi di
produzione e consumo, ma ignora ciò che viene eroso per ottenerli. Conta come
crescita ciò che in realtà è consumo di capitale – sociale e naturale. Se
inquiniamo, degradiamo ecosistemi o compromettiamo la salute pubblica, il PIL
sale comunque. Questo modello di crescita assomiglia sempre più a un ciclo di
dipendenza: ricerca continua del piacere, illusione di eccessi senza
conseguenze, rimozione sistematica dei costi reali. Funziona finché funziona.
Poi il sistema non regge più.
La sostenibilità non riguarda un flusso annuale, ma uno stock: il patrimonio
complessivo che lasciamo in eredità. Confondere questi due livelli significa
prendere decisioni pubbliche con una bussola che punta nella direzione
sbagliata. Per tutelare davvero il benessere dei futuri abitanti del pianeta
servirebbe una contabilità della ricchezza inclusiva, che consideri il capitale
naturale e sociale come parte integrante della ricchezza collettiva. La “L” in
PIL sta per lordo, non per “al netto” della distruzione di suolo, aria e
biodiversità. È uno strumento utile per il breve periodo, ma inadatto a guidare
scelte di lungo termine. Un Paese che aumenta il PIL distruggendo il proprio
capitale naturale non sta diventando più ricco: sta firmando una cambiale a
carico di chi verrà dopo di noi. E rimandare non elimina il costo, lo accumula.
Quando il futuro presenterà il conto, la vera domanda non sarà quanto ci costerà
cambiare, ma quanto ci è costato non averlo fatto prima.
TROVO MOLTO PRODUTTIVA LA SUA DISCUSSIONE DEL MECCANISMO DEL PREIMPEGNO, CHE
PREVEDE UN’AUTOIMPOSIZIONE DI VINCOLI CHIARI E IRREVERSIBILI A CUI OGNI NUOVO
CICLO POLITICO DOVRÀ TENERE FEDE. LEI SPIEGA BENE COME LA SCELTA DI
PREIMPEGNARSI A RIDURRE PRODUZIONE, CONSUMI E CRESCITA ECONOMICA PER TUTELARE
L’AMBIENTE – E DUNQUE LIMITARE ALCUNE SCELTE NEL PRESENTE – SIA CONDIZIONE
NECESSARIA PER LA SOPRAVVIVENZA DELLA STESSA CAPACITÀ DI SCELTA IN FUTURO,
DECOSTRUENDO COSÌ LA RETORICA LIBERISTA SECONDO CUI LE LIBERTÀ INDIVIDUALI
DOVREBBERO ESSERE INATTACCABILI. QUALE FORMA DI GOVERNO, A SUO PARERE, SAREBBE
LA PIÙ EFFICACE AD ACCOGLIERE UN CERTO GRADO DI DIRIGISMO AMBIENTALISTA,
CONSIDERANDO I PROBLEMI CHE LEI STESSO EVIDENZIA NELLE DEMOCRAZIE ODIERNE, ORMAI
SUCCUBI DI OLIGARCHIE FINANZIARIE E DIGITALI?
Nel libro insisto su un punto che spesso viene frainteso: il preimpegno non è
una limitazione della libertà, ma la condizione stessa affinché si intervenga a
favore del clima. Se continuiamo a interpretare la libertà solo come assenza di
vincoli nel presente, finiamo per distruggere proprio lo spazio entro cui le
scelte future potranno essere esercitate. Da qui discende una conseguenza
politica scomoda ma inevitabile. La questione ambientale non può essere
affrontata da una forma di governo che viva in uno stato di campagna elettorale
permanente, con l’orizzonte temporale fissato alle prossime elezioni o ai
prossimi sondaggi. Le democrazie contemporanee, così come funzionano oggi,
soffrono di una miopia strutturale: tendono a sovrappesare il consenso immediato
e a sottovalutare i costi differiti. Questo le rende particolarmente esposte
alla pressione di interessi concentrati, ben organizzati e finanziariamente
potenti.
La risposta non è né l’autoritarismo verde né una sospensione della democrazia.
L’idea che serva “meno democrazia” per salvare il pianeta è una falsa
alternativa. Il problema non è la democrazia in sé, ma una democrazia priva di
vincoli credibili contro il “breve-termismo”. La forma di governo più efficace è
una democrazia capace di autovincolarsi. Una democrazia che accetta alcune
scelte fondamentali, rendendole non negoziabili a ogni cambio di maggioranza. È
una logica molto semplice: se sappiamo che cederemo alla tentazione, l’unica
soluzione razionale è toglierci la possibilità di farlo. Questo significa
fissare obiettivi ambientali chiari e duraturi, sottrarli alla contingenza
politica e affidarli a regole e istituzioni progettate per durare nel tempo:
standard ambientali stringenti, politiche industriali coerenti, meccanismi
fiscali che rendano costoso tornare indietro. Non perché qualcuno “comandi
dall’alto”, ma perché senza vincoli il sistema deraglia.
Come detto, è una questione di giustizia intergenerazionale. Chi pagherà il
prezzo più alto delle scelte attuali non ha voce nel processo politico di oggi.
Il preimpegno serve anche a questo: a rappresentare interessi assenti, a dare
peso politico a chi oggi non può difendersi. L’idea che le libertà individuali
siano intoccabili anche quando distruggono le condizioni materiali della loro
stessa esistenza è una fallacia. La libertà di inquinare che consuma il futuro
non è libertà: è mettere il pianeta in liquidazione.
UN PREGIO DEL SUO LIBRO RISIEDE NELLA PROPOSTA DI SOLUZIONI, ALCUNE DELLE QUALI
A PORTATA DI OGNUNO DI NOI, ALTRE RELATIVE ALLA GESTIONE DELLA COSA PUBBLICA. IL
SUO STESSO LAVORO AGISCE NELL’ALVEO DI QUELLA CHE LEI DEFINISCE UN’EDUCAZIONE
CIVICA EPISTEMICA, PRODUCENDO INFORMAZIONE SCIENTIFICA AFFIDABILE E ACCESSIBILE,
CHE POSSA FARE DA BASE A SISTEMI VIRTUOSI DI GESTIONE COLLETTIVA. MI PIACEREBBE
QUINDI FINIRE CON UN ESPERIMENTO IMMAGINATIVO. SE LE VENISSE AFFIDATO DOMANI UN
RUOLO DECISIONALE ALL’INTERNO DEL GOVERNO DI UN PAESE OCCIDENTALE – L’ITALIA,
PERCHÉ NO? – QUALI SAREBBERO I PRIMI TRE CAMBIAMENTI SU CUI LAVOREREBBE
NELL’IMMEDIATO, E IN CHE MODO QUESTI ANDREBBERO AD AGIRE SUL MEDIO-LUNGO
PERIODO?
Il primo intervento riguarderebbe la visibilità del problema. Una delle ragioni
per cui la crisi climatica non ci muove è che resta astratta, lontana,
statisticamente corretta ma emotivamente irrilevante. Renderei salienti gli
impatti locali, presenti, quotidiani delle scelte ambientali. Dati chiari,
comparabili, territorializzati. Non “il pianeta”, ma l’aria che respiriamo,
l’acqua che beviamo, i costi sanitari che paghiamo. Nel medio periodo questo
crea una base di realtà condivisa, riducendo lo spazio per la dissonanza
cognitiva e il negazionismo.
La seconda leva sarebbe quella delle scelte per default. Non chiederei alle
persone di diventare improvvisamente più virtuose o più informate. Cambierei ciò
che accade quando non si sceglie. Energia, mobilità, edilizia, rifiuti: rendere
l’opzione sostenibile quella standard, lasciando sempre la possibilità di
opt-out, ma rendendo il comportamento dannoso più costoso, meno comodo, meno
invisibile. È una misura poco ideologica e molto efficace, perché lavora con,
non contro, i limiti cognitivi. Nel medio-lungo periodo questo normalizza
comportamenti che oggi appaiono “sacrifici”.
La terza azione riguarderebbe la fiducia. Senza fiducia nelle istituzioni, nella
scienza e nei processi decisionali, nessuna transizione regge. Investirei subito
in quello che nel libro chiamo educazione civica epistemica: non per insegnare
alle persone “cosa pensare”, ma come distinguere informazioni affidabili da
narrazioni manipolatorie. Questo significa rafforzare l’indipendenza delle
autorità scientifiche, proteggere gli spazi di competenza dagli attacchi
politici e rendere trasparenti i conflitti di interesse. Nel lungo periodo, è
l’unico antidoto strutturale alla disinformazione e al complottismo.
Sono interventi poco spettacolari, lo ammetto. Non promettono miracoli né
salvezze rapide. Ma hanno un vantaggio decisivo: non richiedono un’umanità
migliore, solo istituzioni un po’ più intelligenti e a misura di cittadino. E se
c’è una cosa che ho imparato studiando decisioni e comportamenti è che, quando i
contesti cambiano con “cognizione di causa”, le persone spesso fanno la cosa
giusta senza neppure accorgersene. In fondo, sarebbe già un enorme passo avanti.
L'articolo Capitalismo dopaminergico proviene da Il Tascabile.
C ome si racconta il cambiamento climatico? Già nel celebre saggio del 2016 La
grande cecità, lo scrittore indiano Amitav Ghosh si interrogava sulle
responsabilità della letteratura nel mettere adeguatamente in luce le
trasformazioni ambientali, psicologiche, culturali e politiche indotte da un
fenomeno la cui portata non può che riverberare sui protagonisti di una storia.
Questa sfida non è un mero esercizio intellettuale, ma rappresenta uno dei piani
fondamentali su cui attivare la risposta collettiva a un problema che ancora
oggi tende a essere rimosso dal discorso pubblico. Consideriamo anche soltanto
come spesso la questione climatica venga ritratta come un’emergenza puntiforme –
si pensi alla metafora della cometa in rotta di collisione col pianeta del
popolare Don’t look up del regista Adam McKay ‒ e non come qualcosa in atto da
tempo, i cui effetti non sono sempre stati percepiti con la stessa nitidezza da
tutte le epoche e latitudini.
Tempo di ritorno. Una storia di clima e di fantasmi (2025), l’ultimo libro del
giornalista climatico Ferdinando Cotugno, adotta invece una chiave di lettura
efficace grazie a un approccio controintuitivo. Per rendere visibile e
comprensibile un fenomeno globale, si concentra sul particolare: la storia della
sua famiglia. Tre generazioni (nonni, genitori, figli) che diventano unità di
misura del cambiamento climatico.
> In statistica, il tempo di ritorno è il tempo medio che corre tra il
> verificarsi di due eventi di uguale intensità. Il tempo di ritorno è quanto ci
> mettono a tornare i grandi traumi, o le crisi epilettiche, o gli amori, o gli
> scudetti, o gli attacchi di panico, o i messaggi che disperatamente
> aspettiamo, o i temporali, o le ondate di calore, o le alluvioni. Funziona
> così: immaginate il giorno climaticamente peggiore della vostra vita. Quanto
> tempo ci vorrà prima vi ricapiti un giorno altrettanto brutto? È questo il
> tempo di ritorno, regolato dalle leggi del cosmo e della fortuna. La
> generazione dei miei genitori e quella dei loro genitori ha iniziato ad
> alterare queste leggi, con la combustione delle fonti fossili di energia.
Lo spunto di partenza è l’imminente trasferimento del padre dell’autore in
Brasile per raggiungere la nuova compagna: Cotugno sceglie così di partire da
Milano, dove vive, per tornare nel quartiere di Bagnoli, a Napoli, e documentare
gli ultimi giorni in cui la famiglia sarà a suo modo riunita.
> Per raccontare la crisi climatica Cotugno adotta un approccio controintuitivo
> ma efficace. Per rendere visibile un fenomeno globale, si concentra sul
> particolare: la storia della sua famiglia.
Il risultato è un oggetto atipico, un “memoir climatico”, in cui le vicende
personali si intrecciano nello spazio e nel tempo con la storia dei combustibili
fossili: un nonno operaio all’Italsider, che alla fabbrica ha dato tutto
ricevendo poco in cambio; padre e madre a capo di una ditta di trasporti su
ruota ormai fallita, testimoni di una fugace ricchezza negli anni Novanta.
Carbone e gasolio a scandire le sorti del benessere economico, fisico e
psicologico di un microcosmo sociale.
> Ogni storia familiare è smisurata e contiene l’intera umanità. Abbiamo una
> sola opportunità di raccontarla, e non dovremmo sprecarla. Io la mia voglio
> usarla così, per cercare l’inizio della crisi climatica, l’Antropocene
> familiare.
Il romanzo si articola in quattro atti: un prologo che si apre nel 1963, con il
suggestivo rituale di raccolta dei residui di carbon coke caduti in mare da
parte dei giovani nuotatori di Bagnoli; due parti dedicate rispettivamente al
padre Luigi e alla madre Giuseppina, che portano inevitabilmente a galla le
questioni di genere innescate da quello che Cotugno chiama “petropatriarcato”;
un epilogo che tira le fila di un quadro familiare e storico stratificato e
contraddittorio. C’è infatti un ulteriore protagonista “onorario” di questa
epica territoriale: la città di Napoli, personificazione di una collettività di
cui riassume gli umori, le aspirazioni e le disillusioni lungo un processo
pluridecennale di industrializzazione.
L’operazione narrativa è molto a fuoco: raccontare di sé e delle generazioni che
lo hanno preceduto consente all’autore di connotare emotivamente cause e
conseguenze del cambiamento climatico, rendendole più urgenti di quanto la sola
restituzione giornalistica o scientifica riescano a fare. Se il problema viene
rimosso proprio perché fatichiamo a credere che ci riguardi, è allora attraverso
delle storie esemplari a cui molte persone possono facilmente connettersi e
riconoscersi che il cambiamento climatico può tornare al centro della nostra
attenzione. Tempo di ritorno corrobora la razionalità scientifica lavorando sul
percepito umano: ritrae volti e luoghi familiari, rendendo prossima una
questione che solitamente finisce per essere distante, o addirittura aliena.
> Raccontare di sé e delle generazioni precedenti consente all’autore di
> connotare emotivamente cause e conseguenze del problema, rendendole più
> urgenti di quanto la sola restituzione giornalistica o scientifica riescano a
> fare.
Questo senso di urgenza non viene veicolato solo dagli elementi di familiarità
del racconto, ma anche dalla sua dimensione cronologica: la vita (e la morte)
del nonno e dei suoi coevi scandite dai ritmi della fabbrica; la stessa fabbrica
che nel giro di qualche decennio passa, per la gente di Bagnoli, da futuro
ineluttabile a relitto di cui disfarsi; i genitori dell’autore, che vivono una
altrettanto estemporanea fase di benessere economico grazie a un business a sua
volta destinato a diventare obsoleto; un figlio che con il suo lavoro
giornalistico finisce per documentare le conseguenze disastrose delle stesse
politiche fossili che gli hanno consentito di studiare. Viste con un orizzonte
temporale più ampio, le scelte di ogni generazione sembrano implicitamente
giudicare quelle della precedente, imponendo di riflettere sulle conseguenze di
quell’eredità.
> La crisi climatica è una storia che si agisce collettivamente, ma si
> percepisce individualmente, sulle scale più gestibili del tempo personale e
> familiare. Nel clima siamo genitori e figli, siamo entrambe le cose, la crisi
> ha reso sistemico uno dei concetti più privati: l’eredità. Cosa lasciamo? E a
> chi?
Cotugno mette in chiaro che non è una questione di colpa, quanto di
responsabilità: se chi lo ha preceduto conserva l’innocenza di non aver potuto
scegliere consapevolmente, coloro che vengono dopo non possono chiudere gli
occhi. In questo senso, tutto il memoir può essere letto come un percorso di
accettazione della propria compromissione individuale, punto di partenza
ineludibile per opporsi al collasso. Farlo in prima persona, mettendo in gioco
sentimenti e vicende personali, finisce per incoraggiare questo processo in chi
legge, senza mai mettersi su un piedistallo morale inevitabilmente respingente.
> All’ambientalismo serve una storia nuova, che non sia più una storia
> dell’ambientalismo, che non si chiami nemmeno più ambientalismo, che vada bene
> anche per Luigi e Ferdinando, che tenga conto della storia contenuta dentro la
> vecchia patente di guida di mio padre e sappia congedarsene in modo ordinato,
> che faccia sentire le persone, tutte le persone, viste. Chi non si sente
> visto, in politica, si ribella, anche se si sta ribellando contro se stesso e
> il proprio futuro.
Trovare nell’empatia una lingua comune per parlare con chi si sente escluso dal
dibattito politico consente di tracciare nuovi orizzonti di cambiamento nella
società. La testimonianza personale viene così usata per disinnescare il
sortilegio del capitalismo: reinventarsi continuamente con la promessa di futuri
inevitabili e risorse inesauribili portando molte persone a credere che la Terra
fosse un buffet All you can eat (“Anche da quelli a un certo punto ti
cacciano”). Esattamente ciò che aveva rappresentato nel dopoguerra l’ex
ILVA/Italsider per l’area di Bagnoli, oggi un relitto a testimonianza di un
capitalismo che fa in fretta a costruire, ma che non sa poi prendersi cura delle
cose e si rifiuta di smantellarle, una volta consumate.
> Non è una questione di colpa, quanto di responsabilità: se chi ci ha preceduto
> conserva l’innocenza di non aver potuto scegliere consapevolmente, quelli che
> vengono dopo non possono chiudere gli occhi.
Ho accennato poco sopra alla questione di genere: restituire i punti di vista di
entrambi i genitori è un altro dei dispositivi che il racconto utilizza per
arricchire lo sguardo sulle dinamiche capitaliste. Se il capitolo dedicato al
padre Luigi è un denso susseguirsi di fatti, ricostruiti faticosamente
dall’autore sulla base delle informazioni che il taciturno genitore gli mette a
disposizione e con l’aiuto di un’amica di famiglia, la madre Giuseppina
esordisce con un racconto in prima persona, che rivela più consapevolezza di
quello che è successo alla famiglia ‒ o quantomeno più desiderio di
condividerlo. Da un lato l’accettazione supina, dall’altro l’embrione della
ribellione. Per il padre il sistema è un dato di fatto, che non mette in
discussione finché gli consente di ottenere ciò che vuole; la madre disvela
invece il sottaciuto, fin dal suo ruolo decisivo, e non marginale, nelle sorti
dell’attività di famiglia, verbalizzando come il momento di maggiore ricchezza
sia coinciso con l’apice della sua crisi esistenziale. Il cambiamento climatico
è anche una questione di salute mentale.
Sicuramente appartenere alla stessa generazione di Cotugno mi ha aiutato a
entrare più facilmente nella sua visione delle cose: quella di chi è nato nei
primi anni Ottanta e ha dovuto fare i conti tutta la vita con più di una
transizione, in un perenne stato agnostico sospeso tra i ricatti della nostalgia
e le illusioni del futuro, rifuggendo consapevolmente da entrambi e in continua
ricerca di un’alternativa al proprio modo di vivere che fosse davvero
migliorativa. Cambiamento climatico, capitalismo, coscienza di classe,
genitorialità, benessere individuale ed eredità collettiva: l’esperimento memoir
riesce, e le sue diverse stratificazioni si amalgamano in modo funzionale, senza
mai andare a discapito del valore letterario dell’operazione.
Tempo di ritorno recupera vecchie storie per affrontarle con una prospettiva
attuale. Raccoglie la sfida di Ghosh ribadendo l’urgenza di pensare a nuove
narrazioni, ma dice anche che prima dobbiamo decostruire i criteri sulla base
dei quali abbiamo valutato il funzionamento del nostro mondo: la ricchezza
anteposta alla felicità, la novità anteposta alla cura. Il lavoro di Cotugno non
è il punto di arrivo, ma uno dei tanti validi nuovi punti di partenza che si
affacciano sull’orizzonte letterario per provare a immaginare il futuro della
nostra società attraverso il potere della narrativa.
L'articolo Tempo di ritorno. Una storia di clima e di fantasmi di Ferdinando
Cotugno proviene da Il Tascabile.
D a Huaraz si vedono le Ande. La città peruviana dista solo 20 chilometri dal
lago glaciale Palcacocha, alimentato dalla fusione del ghiacciaio Palcaraju. Da
alcuni anni, Luciano Lliuya, agricoltore e guida di montagna, osserva le cime
preoccupato. Il ghiacciaio si sta ritirando troppo, e troppo in fretta. Il
rischio che una frana o una valanga generino un’onda capace di travolgere il
centro abitato è diventato concreto: nel 2020, il lago conteneva acqua
sufficiente a riempire 800 piscine olimpioniche. Nonostante lo stato di
emergenza dichiarato dal governo e l’installazione di enormi tubi per drenare
l’acqua in eccesso, il livello del lago è sceso solo di pochi metri. Lliuya,
comunque, non è rimasto a guardare.
Dopo il vertice delle Nazioni Unite sul clima del 2014 – la Cop20 di Lima –
Lliuya e l’organizzazione tedesca, Germanwatch, arrivata in Perù in occasione
del negoziato ONU, hanno deciso di portare avanti un’idea folle, un’azione
giudiziaria senza precedenti: denunciare per i danni legati alla fusione del
ghiacciaio la società energetica tedesca RWE (Rheinisch-Westfälisches
Elektrizitätswerk), una delle aziende più inquinanti d’Europa, anche se questa
non ha mai operato in Sud America.
A novembre 2015, la denuncia è stata depositata al tribunale distrettuale di
Essen, città dove ha sede RWE. Citare in giudizio una multinazionale tedesca è
una scelta strategica: lo scopo è far giudicare il caso da un tribunale della
Germania. Nel Paese, infatti, la legge consente alle persone di fare causa a un
vicino se le sue azioni ne danneggiano la proprietà e – dettaglio importante –
il concetto di “vicinato” comprende qualsiasi luogo raggiunto dagli effetti
dannosi, anche se lontano migliaia di chilometri. Nel contesto delle emissioni
globali – nell’atmosfera senza confini – l’avvocata di Lliuya, Roda Verheyen, ha
argomentato che il “vicinato” di RWE comprende il mondo intero: le emissioni
della multinazionale contribuiscono in modo rilevante alla crisi climatica
globale e, dunque, al rischio di alluvione che incombe su Huaraz.
> Il caso dell’agricoltore peruviano Luciano Lliuya ha dimostrato che è
> possibile citare in giudizio un’azienda fossile per i danni prodotti
> dall’emergenza climatica anche a migliaia di chilometri di distanza.
La pronuncia del tribunale tedesco è attesa dalla metà di aprile 2025. Finora
nessuna sentenza è arrivata così lontana, nessuna ha collegato, nel contesto del
riscaldamento globale, un lago glaciale sulle Ande alla sede di una
multinazionale in Germania. I legali che stanno seguendo Lliuya ritengono che
una pronuncia favorevole avrebbe conseguenze a cascata su aziende e governi. Se
i grandi inquinatori cominciassero a temere di essere ritenuti responsabili per
i danni climatici ovunque nel mondo, potrebbero adottare pratiche più
sostenibili. E anche i governi più ricchi potrebbero essere spinti a finanziare
l’adattamento e i risarcimenti per i danni da eventi meteorologici estremi, pur
di evitare lunghe battaglie legali.
Il caso Lliuya v. RWE è solo uno degli ultimi contenziosi incentrati sul
cambiamento climatico ad aver attirato l’attenzione dei media. Le climate
litigation – come vengono chiamate anche in italiano le azioni legali intentate
contro Stati o aziende responsabili del riscaldamento globale e dei danni
ambientali connessi – esistono da alcuni anni, ma negli ultimi tempi sono
diventate sempre più visibili e numerose. In un periodo caratterizzato da una
crescente repressione delle azioni di protesta e da una ridotta mobilitazione
nelle piazze, portare il cambiamento climatico in tribunale può rappresentare il
cavallo di Troia dell’attivismo ambientale contemporaneo.
Una questione di diritto
A porre le basi per le attuali climate litigation furono le cause legate
all’inquinamento dell’aria, dell’acqua e al degrado ambientale, avviate negli
anni Settanta, soprattutto negli Stati Uniti. Sono stati questi primi casi ad
aprire la strada ai contenziosi climatici degli anni Duemila, quando il legame
tra attività antropiche e cambiamento climatico è diventato impossibile da
ignorare.
Nel 2007, ad esempio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso una sentenza
storica per il caso Massachusetts v. EPA. In quella causa, dodici Stati, tra cui
il Massachusetts, e diverse città statunitensi avevano citato in giudizio
l’Environmental Protection Agency (EPA) per non aver regolamentato le emissioni
di gas serra provenienti dai veicoli, sostenendo che tali emissioni
contribuivano al cambiamento climatico e mettevano a rischio la salute pubblica.
La Corte ha stabilito che, stando al Clean Air Act, la legge federale sulla
qualità dell’aria, i gas serra rientrano nella definizione di “inquinanti
atmosferici”, e dunque l’EPA era obbligata a regolamentarli. Per la prima volta,
la crisi climatica veniva riconosciuta anche come una questione di diritto da
affrontare giuridicamente. Da allora, le climate litigation sono aumentate di
anno in anno.
Stando al database Global Climate Change Litigation, dal 1986 al settembre del
2024 sono stati avviati 2976 contenziosi climatici, il 70% dei quali solo negli
ultimi dieci anni. Gli Stati Uniti sono il Paese dove se ne registrano di più.
Per contarli, comunque, occorre prima distinguerli, il che non è affar semplice.
> Il numero di cause climatiche sta aumentando drasticamente. Dal 1986 ad oggi
> sono stati avviati 2976 contenziosi in tutto il mondo, il 70% dei quali solo
> negli ultimi dieci anni.
Una delle definizioni più diffuse è quella adottata dal Sabin Center for Climate
Change Law della Columbia University, che utilizza due criteri per selezionare i
casi che vengono inseriti nel database sopracitato. Il primo è che il caso deve
essere stato presentato davanti a un organo giudiziario, sebbene spesso vengano
inclusi anche alcuni procedimenti amministrativi o richieste di indagine; il
secondo è che il diritto, le politiche o la scienza del cambiamento climatico
devono avere un ruolo rilevante nel caso.
Un altro modo di fare attivismo
Nel 2013 – un’era fa in termini di consapevolezza e politiche climatiche – un
gruppo di cittadini e cittadine dei Paesi Bassi, guidato dall’organizzazione
ambientalista Urgenda, ha deciso di citare in giudizio il proprio governo per
inazione climatica. Secondo i promotori della causa, lo Stato olandese, non
riducendo abbastanza rapidamente le emissioni di gas serra, stava violando i
diritti fondamentali di cittadini e cittadine. I legali hanno fatto riferimento
alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo: l’inerzia statale stava
minacciando il diritto alla vita (art. 2) e il diritto al rispetto della vita
privata e familiare (art. 8). Nel 2015 è arrivata la sentenza del tribunale
dell’Aia: entro il 2020 l’esecutivo dei Paesi Bassi avrebbe avuto l’obbligo di
ridurre le emissioni di almeno il 25 per cento rispetto ai livelli del 1990.
Nonostante il ricorso del governo, nel 2019 la Corte suprema ha confermato la
sentenza. Per la prima volta, un tribunale riconosceva la responsabilità legale
di uno Stato in materia climatica. I Paesi Bassi hanno annunciato diverse
iniziative per rispettare la decisione: chiusura delle centrali a carbone,
investimenti in energie rinnovabili e una legge sul clima più ambiziosa di
quella vigente fino a quel momento. Misure che hanno funzionato: nel 2024,
secondo l’Istituto nazionale di statistica (CBS Statistics Netherlands), le
emissioni nel Paese sono scese del 37% rispetto ai livelli del 1990. Così, il
contenzioso è diventato un precedente per chiunque voglia citare in giudizio uno
Stato per inazione climatica.
> Nel 2019 per la prima volta un tribunale ha riconosciuto la responsabilità
> legale di uno Stato in materia climatica. I Paesi Bassi hanno dovuto chiudere
> centrali a carbone, investire in rinnovabili e approvare una legge sul clima
> più ambiziosa.
Il cavallo di Troia del caso Urgenda ha dimostrato la sua efficacia, ottenendo
anche risultati extra-giuridici. I contenziosi climatici rientrano infatti nella
definizione più ampia di “cause strategiche”: procedimenti avviati non solo per
ottenere un esito giuridico o amministrativo, ma anche per produrre effetti
mediatici e politici. Poiché i ricorrenti – al pari di attiviste e attivisti –
cercano di sollecitare l’intervento di governi, istituzioni o imprese, la
questione al centro di un contenzioso strategico non riguarda solo i singoli
individui coinvolti nella causa, ma anche categorie più ampie, spesso l’intera
collettività.
È questo che fa delle climate litigation una forma di attivismo, magari diversa
nei modi dagli scioperi del venerdì promossi dai Fridays for future, dai blocchi
stradali e dalle performance fatte da Extinction rebellion e Ultima generazione,
ma non negli obiettivi. Fare attivismo climatico in tribunale funziona almeno su
due fronti: in primo luogo coinvolge persone che non parteciperebbero a cortei e
azioni dirompenti dei gruppi ambientalisti; in secondo luogo aggira il dibattito
pubblico, che sui temi climatici è ormai polarizzato, portando la questione
direttamente all’attenzione e alla pronuncia dei giudici.
Chi fa causa a chi
Nell’ambito delle climate litigation, i casi vengono classificati, in base al
soggetto citato in giudizio, in due categorie: da una parte ci sono le cause
contro gli Stati, accusati di inazione di fronte alla crisi climatica;
dall’altra quelle contro le aziende responsabili delle emissioni e dei danni
ambientali.
> I contenziosi climatici rientrano nella definizione più ampia di “cause
> strategiche”: procedimenti avviati non solo per ottenere un esito giuridico o
> amministrativo, ma anche per produrre effetti mediatici e politici.
Nella prima categoria, oltre al caso Urgenda, un altro contenzioso ormai storico
è quello Neubauer, et al. v. Germany. Nel 2019 un gruppo di giovani, attivisti e
attiviste tedeschi – sostenuti anche dal movimento locale dei Fridays for future
– ha presentato alla Corte costituzionale un ricorso contro la legge federale
per la protezione del clima. Nel 2021, il tribunale ha accolto le richieste,
riconoscendo la necessità di una normativa più ambiziosa in termini di riduzione
delle emissioni, e ha dichiarato incostituzionali alcune disposizioni della
legge, giudicate insufficienti a garantire la tutela dei diritti fondamentali
delle generazioni future.
La Corte ha quindi ordinato al legislatore di stabilire, entro la fine del 2022,
obiettivi chiari di riduzione delle emissioni. In risposta alla decisione, il
Parlamento tedesco ha modificato la legge sul clima, fissando l’obiettivo di
ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 65% rispetto ai livelli del 1990
entro il 2030 e di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2045, cinque
anni prima rispetto alla data prevista dall’Unione Europea. Anche in questo
caso, come in quello Urgenda, portare la questione climatica in tribunale si è
rivelato un mezzo efficace per costringere uno Stato ad agire.
Un altro precedente importante – anche nel dimostrare l’efficacia dei
contenziosi per allargare la sfera generazionale dell’attivismo climatico – è il
caso KlimaSeniorinnen v. Switzerland, avviato nel 2016 da un’associazione di
oltre duemila donne anziane. Le signore svizzere hanno sostenuto di essere, a
causa dell’età e del genere, più vulnerabili alle ondate di calore estreme,
notoriamente aggravate dal riscaldamento globale. Hanno quindi denunciato la
Svizzera alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), accusandola di non
aver ridotto in modo sufficiente le emissioni di gas serra, mettendo a rischio
salute e vita privata, contravvenendo così agli articoli 2 e 8 della Convenzione
europea.
Ad aprile 2024, la CEDU ha stabilito che l’inazione climatica di uno Stato può
violare i diritti umani e ha condannato la Svizzera per non aver adottato misure
adeguate e trasparenti di riduzione delle emissioni. Ha anche ribadito il dovere
degli Stati di proteggere soprattutto le categorie più vulnerabili. Un anno
dopo, il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha riconosciuto alcuni
miglioramenti legislativi da parte del Paese, ma ha chiesto ulteriori prove di
coerenza con la sentenza.
> Esistono diversi fattori che rendono difficile per cittadini, comunità o
> associazioni intentare cause contro governi o aziende, tra cui l’assenza di
> obblighi giuridicamente vincolanti, i lunghi tempi della giustizia, gli
> elevati costi legali.
Come accade per altre forme di attivismo, non tutte le cause climatiche hanno la
stessa efficacia. Le ragioni vanno ricercate sia nelle caratteristiche
specifiche di ciascun contenzioso, sia nel contesto nazionale in cui si svolge,
oltre che in fattori sociali e giuridici più ampi.
Le difficoltà dei contenziosi climatici
A chiarire le principali difficoltà che ostacolano chi intenta una causa
climatica è Luca Saltalamacchia, avvocato civilista esperto in materia:
“L’assenza di indicazioni specifiche nei trattati internazionali sul clima è uno
degli ostacoli più difficili da superare per ottenere una decisione positiva”,
spiega al Tascabile. Il riferimento principale è all’Accordo di Parigi, che ha
il merito di fissare un obiettivo mediaticamente forte – contenere l’aumento
delle temperature ben al di sotto dei due gradi rispetto ai livelli
preindustriali – ma non stabilisce come ciascun Paese debba contribuire
concretamente alla mitigazione del riscaldamento globale.
Esistono quindi diversi fattori che frenano la diffusione e l’efficacia delle
climate litigation: l’assenza di obblighi giuridicamente vincolanti nei trattati
internazionali, i lunghi tempi della giustizia, gli elevati costi legali.
Elementi che rendono difficile per cittadini, comunità o associazioni intentare
cause contro governi o grandi imprese. Anche quando sono presenti solidi
argomenti scientifici e giuridici, l’accesso alla giustizia climatica resta
diseguale, ostacolato da barriere economiche, normative e istituzionali.
Un esempio è quello del contenzioso Milieudefensie v. Shell, tra i più noti a
livello internazionale. Avviato nel 2019 dall’organizzazione olandese
Milieudefensie, insieme ad altre associazioni e oltre 17 mila cittadini, il
ricorso mirava a imporre alla compagnia petrolifera Royal Dutch Shell una
riduzione sostanziale delle proprie emissioni. Dopo una prima sentenza storica
favorevole ai ricorrenti – nel 2021 il tribunale distrettuale dell’Aia ordinava
a Shell di ridurre del 45% le emissioni di CO₂ entro il 2030 rispetto ai livelli
del 2019 – il procedimento ha incontrato un’inversione di rotta. Il 12 novembre
2024, infatti, la Corte d’appello dell’Aia ha ribaltato la decisione, stabilendo
che non si possono imporre a Shell obblighi specifici di riduzione. Le
associazioni ambientaliste stanno ora valutando se ricorrere in cassazione,
soppesando le probabilità di successo, i costi legali e l’importanza di
mantenere alta l’attenzione pubblica sulle responsabilità delle grandi
compagnie.
> L’Italia è tra i pochi Paesi europei a non avere una legge quadro sul clima,
> strumento che regolerebbe il processo di pianificazione e monitoraggio delle
> politiche climatiche.
Le incertezze che circondano alcuni tra i casi più emblematici di climate
litigation mostrano quanto sia fragile affidarsi unicamente alla giustizia per
ottenere risultati concreti nella riduzione delle emissioni e nel contrasto al
riscaldamento globale. Una fragilità che si manifesta con particolare evidenza
nel contesto italiano.
Le cause climatiche in Italia
L’Italia è tra i pochi Paesi europei a non avere una legge quadro sul clima,
strumento che regolerebbe il processo di pianificazione e monitoraggio delle
politiche climatiche: il Parlamento italiano, eletto con elezioni democratiche,
non è ancora riuscito ad approvarla. Questa mancanza genera difficoltà anche
nelle decisioni della magistratura in materia climatica.
A spiegare il contesto italiano è di nuovo l’avvocato Saltalamacchia, che
conosce bene le climate litigation in Italia anche facendo parte del team legale
della prima e più nota causa italiana di questo tipo. Promossa nel 2021 da oltre
200 ricorrenti, l’iniziativa è chiamata Giudizio universale ed è rivolta contro
lo Stato italiano, accusato di non attuare politiche efficaci per la riduzione
delle emissioni. Secondo i promotori, questa inazione viola numerosi diritti
fondamentali riconosciuti dalla Costituzione. A marzo 2024 è arrivata la
sentenza di primo grado: il tribunale civile di Roma, pur riconoscendo la
gravità della crisi climatica, ha dichiarato la causa inammissibile per “difetto
assoluto di giurisdizione”. I giudici hanno sostenuto che la definizione delle
politiche climatiche spetta alla sfera politica, non a quella giudiziaria, e
hanno richiamato il principio di separazione dei poteri. Tuttavia, come
sottolinea Saltalamacchia, “la sentenza della CEDU emessa il 9 aprile 2024 nel
caso KlimaSeniorinnen v. Switzerland ha stabilito che il principio di
separazione dei poteri non può essere invocato per impedire ai giudici di
pronunciarsi su una causa climatica”. Il team di Giudizio universale ha fatto
valere questa pronuncia nel ricorso in appello. La nuova sentenza è attesa nei
primi mesi del 2027.
> I casi italiani dimostrano che la mobilitazione per il clima attraverso lo
> strumento del contenzioso giudiziario, da sola, non è sufficiente. Per
> superarne i limiti, l’attivismo legale deve trasformarsi in capitale politico.
Un altro contenzioso climatico italiano affronta difficoltà simili. Si tratta
del caso La giusta causa, avviato nel 2023 da Greenpeace, ReCommon e dodici
cittadini contro la compagnia petrolifera ENI. L’accusa è di aver contribuito in
modo sostanziale al cambiamento climatico, investendo nel settore fossile pur
conoscendone gli impatti ambientali già dagli anni Settanta. Il procedimento è
stato sospeso dal tribunale di Roma ed è ora all’esame della Corte di
cassazione, che dovrà stabilire se il tribunale abbia giurisdizione sulla causa.
I casi italiani, come anche altri a livello internazionale, dimostrano che la
mobilitazione per il clima attraverso lo strumento del contenzioso giudiziario,
da sola, non è sufficiente. Per superare i limiti che ne riducono l’efficacia,
l’attivismo legale – come ogni altra forma di attivismo – deve trasformarsi in
capitale politico. Nelle democrazie, il mezzo a disposizione di ogni cittadina e
cittadino per compiere questo passaggio è il voto. Eleggere parlamenti e governi
capaci di approvare leggi a tutela del clima, adottare misure concrete contro il
riscaldamento globale e porre fine agli incentivi alle fonti fossili è il primo
passo per rendere incisiva anche l’azione nei tribunali. Solo così si può
provare a scardinare uno dei pilastri dell’impunità climatica: l’idea che gli
effetti della crisi siano troppo diffusi, indiretti o lontani nel tempo e nello
spazio per poter essere attribuiti a un singolo soggetto. In questo modo,
collegare la fusione di un ghiacciaio sulle Ande alle emissioni di una
multinazionale in Germania – come nel caso Lliuya – potrebbe non sembrare più
un’idea così folle.
L'articolo Salvare il mondo in tribunale proviene da Il Tascabile.
A lzarsi nel mezzo di una lezione e aprire una finestra perché nella stanza c’è
poco ossigeno. Indossare un maglione pesante perché fuori gli alberi sono
coperti di brina. Guardare il cielo e decidere, uscendo, di portare un ombrello.
Sono tutte azioni quotidiane a cui raramente si presta attenzione, compiute più
e più volte in modo semiautomatico. Tutte azioni in cui i gesti e le scelte
rispondono a condizioni ambientali che, a loro volta, finiscono per essere date
per scontate. Ma cosa succede quando queste condizioni cambiano? In che modo si
reagisce a un ambiente in discesa libera verso catastrofi più o meno prevedibili
su diversa scala? Clayton Page Aldern, in Se il tempo è matto… Come il
cambiamento climatico cambia la nostra mente e il nostro corpo (2025), prova a
rispondere a queste domande, investigando le dinamiche reattive dei sistemi
cognitivi umani di fronte ad ambienti sempre più instabili.
Aldern si concentra sui complessi meccanismi biochimici che, con le temperature
sempre più alte e l’aumento di sostanze inquinanti in ogni ecosistema della
Terra, si trovano in mezzo a fuochi incrociati destinati a cambiare nel profondo
il funzionamento dei corpi, e soprattutto dei cervelli umani. L’autore non
guarda tanto alle finestre da aprire o agli strati di maglioni da sovrapporre,
eppure alla luce della sua trattazione anche questi gesti assumono rilievo, se
si pensa a quello che Aldern presenta col nome di “effetto ideomotorio”, per cui
«la consapevolezza delle nostre azioni […] è sempre e solo una funzione di noi
che osserviamo queste azioni», che sono piuttosto reazioni preconsce
all’ambiente in cui siamo immersi. In altri termini, gran parte dei nostri
scambi con lo spazio che ci circonda sono dettati da dinamiche cerebrali su cui
non abbiamo un vero controllo, influenzate come sono dall’evoluzione, dal
neurosviluppo e dall’accumulazione di esperienze nel corso della vita di
ciascuno, più che da scelte deliberate.
È, questa, una visione tanto lineare quanto radicale, soprattutto per una
cultura d’Occidente spesso intrisa di dualismi cartesiani – che Aldern mette in
discussione sin dal prologo. La distinzione rigida tra umano e non-umano, e di
conseguenza tra mente (come attributo squisitamente umano) e corpo (in quanto
appendice animale del centro di controllo cerebrale), che molti discorsi
ecocritici in ambito umanistico hanno provveduto a decostruire, tiene ancora
meno quando a contestarla è la stessa scienza moderna a cui il cartesianesimo ha
aperto la strada. Ogni individuo, umano e non, è influenzato da una costante
dipendenza da ogni altro essere, tale per cui è sempre più difficile attribuire
alla coscienza un libero arbitrio e un’agentività slegate dall’ecosistema
circostante. Tradizioni filosofiche non-occidentali, come quelle induiste e
buddiste, hanno da sempre considerato la cognizione (vijñāna) come impossibile
al di fuori della correlazione tra oggetto sensibile e organo senziente,
entrambi condizionanti e condizionati dall’esperienza dell’incontro. Aldern non
interagisce con questi concetti, eppure la sua analisi delle strutture che
producono cognizione, che a sua volta produce emozioni e quindi azioni
dipendenti da una rete di scambi non riducibili alla sola dimensione umana, crea
risonanze stimolanti tra neuroscienze e filosofie asiatiche.
> Gran parte dei nostri scambi con lo spazio che ci circonda sono dettati da
> dinamiche cerebrali su cui non abbiamo un vero controllo, influenzate come
> sono dall’evoluzione, dal neurosviluppo e dall’accumulazione di esperienze.
In modo significativo ma non sorprendente, la questione dell’interazione tra
specie diverse è centrale, pur in un libro il cui focus primario è sulla mente
umana. Nel capitolo 5, Versamenti, Aldern ricorda che «almeno il 60 per cento
delle malattie infettive è di origine zoonotica», ossia prodotta da contagi
interspecie, e i numeri sono destinati a salire:
> Mentre i tentacoli della proliferazione urbana si estendono a più non posso e
> gli ecosistemi complessi cedono il posto a cemento e prati, i rapporti
> intricati tra specie si trovano a essere perturbati, con conseguenze
> imprevedibili. Le foreste vengono abbattute; le praterie vengono rasate per
> fare spazio ai campi agricoli e all’espansione urbana; e la miriade di
> creature che abita in questi luoghi viene sfrattata dalla sua terra
> ancestrale. Animali grandi e piccoli sono costretti a vivere la loro esistenza
> ai margini, spinti sempre più in prossimità degli habitat umani. Questa
> prossimità forzata tra umani e fauna selvatica – questo mescolarsi di mondi –
> prepara la strada a un potenziale trasferimento di patogeni dagli animali agli
> esseri umani.
Preservare e ripristinare gli ecosistemi che l’azione antropica ha ridotto e
contaminato è dunque indispensabile per la salute degli stessi esseri umani. Non
farlo equivale ad accettare la proliferazione di meningiti causate da amebe
mangia-cervello, a proprio agio negli ambienti umidi sempre più diffusi; oppure
di febbri gialle e malarie cerebrali, legate a zanzare cui gli eventi climatici
estremi offrono sempre nuove zone di riproduzione; o ancora di neuroborreliosi e
virus Powassan diffusi dalle zecche; o persino di rabbia, trasmessa da cani,
volpi, puzzole, procioni, coyote e pipistrelli. Sorprende che l’autore non
nomini il Covid-19, il virus di origine zoonotica che negli ultimi anni ha più
sconvolto le vite, e non di rado anche le funzioni cerebrali, di milioni di
persone.
D’altro canto, la prospettiva interspecista rientra nel discorso di Aldern anche
perché la comprensione delle malattie analizzate è stata spesso resa possibile
da studi sui comportamenti e sulle fisiologie animali, a ulteriore dimostrazione
di quanto arbitrario sia uno iato non poroso tra le varie specie. Il mondo
vegetale non è escluso da questo quadro a tinte fosche, con malattie
degenerative come Alzheimer e lytico-bodig che aumentano in casi di esposizione
cronica ai cianobatteri (comunemente chiamati alghe azzurre), di cui la “Grande
accelerazione” ha assicurato il mantenimento dell’habitat prediletto: acque
dolci e salate in cui abbondino calore, raggi solari e nutrienti, come quelli
degli scarichi agricoli.
> Le disuguaglianze economiche e sociali verranno amplificate da un mondo sempre
> più caldo: dalle migrazioni climatiche, a un accesso ai vaccini sempre più
> elitario, fino a un’aumentata probabilità di disturbi neuropsichiatrici nei
> feti esposti a caldi estremi.
Nel libro si va dunque dalla scala microscopica dei moscerini della frutta – per
i quali, come per gli esseri umani, «le fioriture di alghe aerosolizzate causano
deficit locomotori e problemi neuromuscolari» – a quella macroscopica delle
politiche economiche mondiali. Da Joan Martínez Alier e Rob Nixon in giù (autori
rispettivamente di Ecologia dei poveri: La lotta per la giustizia ambientale,
2009, e Slow Violence and the Environmentalism of the Poor, 2013, non ancora
tradotto in italiano), l’ambientalismo postcoloniale ha riconosciuto nelle fasce
sociali marginalizzate le vittime principali della violenza ambientale a lento
rilascio, di cui non sono però le maggiori responsabili. Su questa scia, anche
Aldern interroga i fattori sociali che, sovrapponendosi a quelli di stress
ambientale, interagiscono con le predisposizioni genetiche alla base di molti
dei disturbi trattati.
Le disuguaglianze economiche e sociali verranno dunque amplificate da un mondo
sempre più caldo: Aldern parla delle migrazioni climatiche e di un accesso ai
vaccini sempre più elitario, passando per i disturbi neuropsichiatrici più
probabili nei feti esposti a caldi estremi, fino agli sviluppi cerebrali carenti
di neonati in condizioni di disidratazione e scarsità di nutrienti. Ma non è
tutto, perché i fattori ambientali agirebbero anche da moltiplicatori delle
predisposizioni genetiche – e non solo da concause, come si è a lungo ritenuto –
rendendo più che mai irrinunciabile una comprensione olistica della
neurodegenerazione.
Molte sono le condizioni patologiche intorno a cui ruota il saggio,
descrivendone con chiarezza meccanismi di non sempre immediata comprensione. Tra
queste, l’amnesia innescata da un dinamismo ambientale troppo veloce, per cui il
cambiamento rapido dell’ambiente circostante provocherebbe una dimenticanza
attiva a protezione del cervello, cui non gioverebbe immagazzinare dati su spazi
comunque destinati a modificarsi. Oppure le crisi epilettiche determinate dal
sovraeccitamento del cervello per via del caldo, responsabile anche della
difficoltà delle cellule cerebrali a metabolizzare il glucosio e di
un’inibizione della trasmissione di serotonina (dedicato a tutti coloro che
pensano che qualche grado in più non faccia poi così male, se permette di andare
in spiaggia da marzo a ottobre).
Ad ogni stato di malessere è tuttavia associata una prospettiva di speranza.
Perché se c’è una qualità che distingue l’essere umano dagli altri animali è la
capacità di adattamento alle condizioni circostanti nel corso di un solo arco
vitale, dunque in maniera non vincolata all’evoluzione su più generazioni – a
patto che i pericoli vengano riconosciuti nella loro complessità, e come tali
affrontati. Si può quindi far fronte alle problematiche comportamentali e
cognitive legate alle alte temperature attraverso l’architettura rigenerativa e
bioclimatica. Si può praticare la compassione, per gli altri e per sé stessi,
cercando di identificare e minimizzare i trigger dell’impulsività da caldo. Ci
si può – anzi, ci si deve – dedicare all’attivismo, alla giustizia ambientale e
alla richiesta di regolamentazioni politiche per frenare i livelli di
neurotossine presenti nell’aria, nelle acque e nel suolo. Soprattutto, si può
trovare rifugio nelle storie.
> Le monocolture del capitalismo agroindustriale si confondono allora con le
> monoculture che il cambiamento del clima contribuisce a rafforzare, laddove le
> piccole comunità linguistiche su isole e coste sono più soggette alla perdita
> di paesaggio, e quindi di vocabolario.
In linea con l’aspirazione interdisciplinare più volte discussa nel libro, molte
delle possibili soluzioni proposte da Aldern coinvolgono narrazioni collettive,
conoscenze tradizionali tramandate per parabole e aneddoti, condivisione di
esperienza. Anche in questo caso, le ragioni sono radicate nella profondità dei
meccanismi neurobiologici umani:
> quando siamo immersi a fondo in una storia, i nostri cervelli esibiscono un
> fenomeno noto come neural coupling o accoppiamento neuronale. L’idea è simile
> a un’armonia – e a un genere profondo di empatia –, una eco neurale che sfoca
> il confine tra chi racconta e chi ascolta […].
> In altre parole, raccontare storie è più che un semplice atto comunicativo. È
> un processo complesso e dinamico che coinvolge i nostri cervelli in modi
> ricchi e variegati […]. Per come lo spiega Joyner, le storie rafforzano la
> nostra unione, la nostra umanità condivisa e la nostra capacità di trascendere
> i confini delle nostre esperienze individuali. Ci ricordano che siamo tutti, a
> nostro modo, sia la storia sia il cantastorie.
La lingua stessa si fa carico di queste connessioni tra cognizione e ambiente
esterno. Le monocolture del capitalismo agroindustriale si confondono allora con
le monoculture che il cambiamento del clima contribuisce a rafforzare, laddove
le piccole comunità linguistiche su isole e coste sono più soggette alla perdita
di paesaggio, e quindi di vocabolario. E le «tempeste di cortisolo» prodotte in
chi è costretto alla migrazione climatica (con annesso PTSD, Post-Traumatic
Stress Disorder) contribuiscono a dimostrare che il cambiamento climatico non è
solo esterno, bensì abita i nostri cervelli, i nostri comportamenti e i processi
decisionali. In questa connessione di tutto col tutto – della lingua con la
scienza, delle narrazioni con la medicina, dei processi biochimici con quelli
sociopolitici – è inevitabile che l’unica strada possibile sia quella di
un’empatia «intergenerazionale […] transpecista, intercontinentale e geologica»
che, al netto della sana paura che il libro infonde, Aldern pratica con
successo.
L'articolo Se il tempo è matto… di Clayton Page Aldern proviene da Il Tascabile.