R obert Franklin Williams (1925-1996) è stato una figura chiave del movimento
per i diritti civili negli Stati Uniti: attivista e scrittore, prima a Monroe,
in North Carolina, città dove nasce, poi dall’esilio a Cuba e in Cina. Nel suo
libro Negroes with Guns (1962) Williams ripercorre eventi e azioni chiave della
sua vita politica: snodo essenziale è il diritto all’autodifesa armata contro la
violenza razzista. Il testo è stato reso disponibile in italiano grazie alla
traduzione Ne*ri con le pistole (2024), curata e pubblicata da Progetto Me-ti,
di cui fa parte Viola Carofalo, attivista, politica e professoressa associata di
filosofia morale all’Università degli Studi di Napoli.
PER PRIMA COSA VOLEVO PARTIRE DAL CONTESTO DI QUESTO LIBRO E QUINDI CHIEDERTI DI
RACCONTARE UN PO’ DI PROGETTO ME-TI. COME È EMERSO? COME SI È SVILUPPATO? CI
SONO ALTRI ASPETTI, OLTRE A QUELLO EDITORIALE, CHE VI STANNO A CUORE?
Progetto Me-ti è stato fondato da un gruppo di attivisti e attiviste. La nostra
esigenza era di darci uno spazio di dibattito su tre linee di discussione che
sono fondamentali per noi: l’antirazzismo e l’antiimperialismo, connesso al tema
della guerra; il rapporto fra i generi e il transfemminismo e l’emersione della
contraddizione di classe, che dal nostro punto di vista attualmente è
trascurata. La preoccupazione che ci muove è che nel dibattito fra gli
attivisti, e in quello della sinistra radicale, queste discussioni prendono
spesso una piega identitaria. Naturalmente i discorsi identitari giocano un
ruolo importante – per esempio per quanto riguarda l’emersione della differenza
– però, secondo noi, oltre a essere problematici da un punto di vista teorico,
possono diventare pericolosi soprattutto dal punto di vista organizzativo,
pratico e strutturante dei movimenti. Così, anche se non facciamo gli editori di
lavoro e nessuno viene pagato, abbiamo messo su Progetto Me-ti. L’idea è che
l’attività editoriale – tanto il blog quanto il cartaceo – sia incentrata
sull’attivismo per rafforzarlo. Williams è la nostra prima pubblicazione e a
maggio sono usciti altri due testi: Trame, un fumetto cui hanno lavorato
attivisti che operano nel carcere di Poggioreale a Napoli, e Alleanze ribelli,
la traduzione di un testo pubblicato in Spagna quattro anni fa da un collettivo
che si occupa di transfemminismo al di là della prospettiva identitaria e si
concentra anche sulla critica al punitivismo – tema importante in un momento
come questo, in cui il rapporto fra questione carceraria, questioni di genere e
sicurezza è diventato esplosivo. Il piano è quello di far uscire pochi testi e
di portarli in giro e presentarli. E in questo c’è l’altro aspetto fondamentale
di Me-ti, che è la formazione: fare incontri in tutta Italia – incontri di
discussione e autoformazione dal vivo – oltre che online, dedicati soprattutto a
persone legate al mondo dell’attivismo.
NE*RI CON LE PISTOLE RIENTRA CHIARAMENTE, PER UN VERSO, NELLE TRE LINEE DI
INTERESSE DI ME-TI PER COME LE HAI APPENA DESCRITTE. PER L’ALTRO, PERÒ, È UN
LIBRO CHE HA ORMAI QUALCHE ANNO. AL DI LÀ DI VOLER RENDERE DISPONIBILE QUESTO
TESTO IN ITALIANO, COME E PERCHÉ LO AVETE SCELTO, AL NETTO DELLA DISTANZA
TEMPORALE?
Sai, ci eravamo inciampati dentro tante volte. Anche se Williams non è molto
conosciuto in Italia, e infatti non lo aveva ancora tradotto nessuno, è un
teorico importante dell’autodifesa ed è un riferimento centrale del Black
panther party. Per noi il Black panther party è un esempio fondamentale di
pratica e teoria politica, soprattutto per quanto riguarda il tema del
mutualismo. Quello che ci interessa non è solo la lettura che Williams e il
Black panther danno del razzismo, ma anche e soprattutto il discorso sulla
comunità, sul mutualismo e in particolare sul mutualismo conflittuale, cioè che
va oltre la dimensione dell’associazionismo e del supporto. Williams trascende
l’antirazzismo e racconta di come si possono costruire, anche a partire da mezzi
scarsissimi e in notevoli condizioni di repressione, organizzazione comunitaria
e forme di politicizzazione. Lo fa peraltro in un contesto simile a quello in
cui ci troviamo ad agire noi come attivisti: nei contesti spuri del cosiddetto
sottoproletariato urbano, in cui il tema della razzializzazione esiste in un
modo specifico. Sia a Napoli, dove mi trovo io, sia a Padova, Milano e Roma,
dove si trovano gli altri del gruppo, lavoriamo in termini di supporto diretto,
cioè non solo di dibattito culturale, con persone che vivono una contraddizione
forte, legata alla discriminazione razziale, e che allo stesso tempo sono una
parte marginalizzata di lavoratori e lavoratrici, che noi consideriamo proprio
in quanto tali: con il diritto di avere un accesso ai servizi, a un lavoro
decente, eccetera. È su questo piano che vogliamo convogliare il lavoro teorico,
e Williams per questo è molto utile.
E IN EFFETTI NEL LIBRO MOLTO SPAZIO È LEGATO AL CONTESTO SPECIFICO, LA CITTADINA
DI MONROE, COSÌ COME AGLI EVENTI CONTINGENTI E AUTOBIOGRAFICI DELLA STORIA DI
WILLIAMS CHE POI SFOCIANO NELLA VITA POLITICA. COME LEGGI QUESTA COMMISTIONE FRA
L’ANEDDOTICO, L’AUTOBIOGRAFICO, GLI EVENTI CONTINGENTI, DA UN LATO, E POI IL
RIFERIMENTO A UN PIANO TEORICO PIÙ FORTE, PIÙ UNIVERSALE, DALL’ALTRO?
Parto da quello che dicevi, che è un testo autobiografico – in realtà,
chiaramente, non è soltanto così. Naturalmente il Black power ha una tradizione
di autobiografia enorme. Si scrivono principalmente testi autobiografici in quel
contesto. Ti faccio una digressione che è un mio pallino. Io credo che il tema
dell’autobiografia sia fondamentale per comprendere anche il modo di raccontare
in modo intersezionale le cose. È un ottimo strumento, che io per ragioni di
lavoro studio in campo femminista, perché consente costantemente di passare dal
particolare al generale producendo forme di rispecchiamento diretto. Banalmente
dici: questa cosa è successa anche a me, la capisco perché la ho vissuta. Quindi
non parliamo solo di autobiografia nel senso di racconto di una vita singolare,
ma di autobiografia come qualcosa che si inserisce in una storia con la S
maiuscola.
Williams, secondo me, racconta la sua vita, per un verso straordinaria, per un
verso simile alla vita di tanti attivisti neri di quell’epoca, con una potenza
diversa e con una capacità teorica diversa. Ed è importante però che Ne*ri con
le pistole sia anche un’autobiografia. Se Williams avesse scritto un saggetto su
come organizzare una comunità, probabilmente sarebbero state tre righe in cui
dice: ragazzi, bisogna essere spregiudicati, punto. Perché poi, secondo me,
questo è il precipitato maggiore: essere spregiudicati, usare tutti i mezzi
necessari, un po’ alla Malcolm X, e provare a rimanere in connessione coi
nostri, con cui abbiamo vissuto. L’autobiografia riesce a rendere questo tipo di
ragionamento, che è semplice ma non banale, e a trasmettere la visione politica
di Williams, che è molto chiara, di classe e antirazzista, in modo assolutamente
leggibile e alla portata di tutti. La scrittura è felice in questo senso, anche
se a volte difficile alla traduzione: a volte sembrava di tradurre il dialogo di
un poliziottesco. La resa generale però è quella di un discorso comprensibile,
che va dritto al punto, e che ha più chiavi di lettura.
Primo, si fa con quel che si ha – questo è il livello della spregiudicatezza.
Secondo, la profondità teorica: pur non essendo in prima linea un teorico – a
differenza di Malcolm X, per esempio, o di altri esponenti del Black power che
avevano avuto anche solo in carcere una maggiore formazione – Williams raggiunge
una profondità concettuale notevole. Terzo, per me è importante che una persona
così legata alla comunità riesca a essere così fortemente internazionalista, che
una persona così legata alla questione razziale, per ovvie ragioni, subendo la
discriminazione in maniera così potente, riesca contemporaneamente ad avere una
prospettiva trasversale e di classe, e che una persona così violentemente
oppressa nel modo più immediato – lo perseguitano per tutta la vita – riesca
sempre a inventarsi dei metodi molto furbi per continuare a fare politica. Mi fa
sempre sorridere che Williams continuamente telefoni all’autorità di turno:
“guardate che qui sta succedendo questa cosa,” perfettamente consapevole che non
verrà ascoltato né supportato. Per me è come se dicesse implicitamente: “faccio
tutti i passaggi, nessuno mi dirà che ho usato strumenti illegali prima di aver
usato tutti gli altri strumenti a disposizione”. Riesce sempre a infilarsi fra
le maglie e le contraddizioni. A me piacciono questi eroi pragmatici, anziché
gli eroi romantici, che magari sono più affascinanti. Però gli eroi pragmatici,
forse, sono più utili.
TELEFONATE CON L’AUTORITÀ CHE FINISCONO ANCHE CON “COM’È CHE NON SEI ANCORA
MORTO?”, PER DIRLO ESPLICITAMENTE. MA PARLIAMO DI QUESTO ASPETTO DI
SPREGIUDICATEZZA E PRAGMATISMO, CHE È MOLTO FORTE E MOLTO INTERESSANTE NEL
LIBRO, E RISPECCHIA ANCHE UN PO’ UNA FISSAZIONE MIA. SECONDO TE C’È UN ELEMENTO
QUASI UTILITARISTA IN NE*RI CON LE PISTOLE? IN TESTI PIÙ MARCATAMENTE TEORICI,
MENO INCENTRATI SULL’ATTIVISMO, I PUNTI DI VISTA PRIVILEGIATI SONO SPESSO
L’AUTONOMIA, IL RICONOSCIMENTO, LA GIUSTIZIA, ECC., MENTRE L’UTILE E IL
PRAGMATICO VENGONO UN PO’ MESSI IN SORDINA. COSA PENSI DI QUESTI ELEMENTI, SIA
NEL TESTO CHE NELL’ATTIVISMO IN GENERALE?
Rispetto a questo tema, io credo che per Williams sia forte, perché è forte per
tutto il Black power, l’influenza – nel suo caso indiretta – del maoismo. È
sempre Mao che rispunta fuori e che, per noi, è sempre scisso. Perché in Europa
è letto in un modo ma nei contesti coloniali, di colonia interna o di colonia
esterna che sia, è letto in un altro. Mao ha intrinsecamente alla sua visione
questa prospettiva pragmatica e credo che questo aspetto in Williams venga da
lì. E credo anche – e questa è un’altra ragione per cui Williams mi è simpatico
– che questa prospettiva sia invece molto trascurata nell’attualità, anche
nell’attivismo contemporaneo. La ragione che io mi do per l’abbandono di questo
riferimento immediato all’utile è l’introiezione della sconfitta e della resa.
Cioè, Williams e i suoi non si arrendono e proprio per questo usano tutto quello
che hanno per generare un beneficio per la comunità. Quando invece introietti la
resa, e ne fai quasi una bandiera, un manifesto, tutto ciò che rimane è un piano
morale: ha il suo lato positivo e con il suo lato negativo, ma rimane una forma
di purificazione.
Williams invece è assolutamente spurio: le usa tutte, tutti gli strumenti, tutte
le possibilità. Anche per questo l’insistenza che abbiamo inserito nell’apparato
critico: con ogni mezzo necessario non vuol dire con il mezzo più violento o con
il mezzo più radicale. Vuol dire con tutto, con tutto ciò che è funzionale, che
serve. Perché noi questo oggi lo facciamo meno? Perché questa prospettiva è
intrinsecamente legata all’idea che si può vincere e che si può trasformare. E,
se si può vincere, allora con cosa lo faccio? Con gli strumenti che ho a
disposizione. E per noi oggi questa prospettiva è molto lontana. Credo che la
nostra sia una prospettiva di purezza, come se ci chiedessimo: come posso essere
una persona migliore, come posso fare sì che le persone intorno a me siano
migliori?
Non Williams, ma altri attivisti del Black power erano persone terribili per
tanti versi, con delle biografie ambigue, con percorsi tortuosi, che avevano
fatto violenza non solo per sfamarsi, anche con storie di stupri, che insomma
avevano fatto cose orribili e inaccettabili. E però in questo magma provavano
sempre a dire: c’è qualcosa d’altro da fare. Sicuramente il loro problema non
era quello di essere persone migliori, o che fossero circondati da persone
migliori. Ci sono piuttosto i temi della sopravvivenza e della trasformazione,
che sono intrecciati.
RIMANIAMO SU QUESTO ASPETTO DI AMBIGUITÀ, CHE È MOLTO INTERESSANTE. SEMBRANO
ESSERCI DUE TENDENZE NEL TESTO. PER UN VERSO WILLIAMS RIVENDICA SEMPRE LA
DIMENSIONE DEL BISOGNO, DELLA COMUNITÀ LOCALE E ANCHE DELL’INDIVIDUO (QUELLA CHE
CHIAMA LA NECESSITÀ DI UNA “VITA DECENTE”). PER L’ALTRO SCRIVE ANCHE: “CI
INTERESSA ESSERE LIBERI”. QUESTO RAPPORTO FRA IL BISOGNO E IL MASSIMO SISTEMA
DELLA LIBERTÀ È UN’AMBIGUITÀ O LE DUE COSE VANNO INSIEME?
Secondo me rappresenta un’ambiguità per noi oggi. Non credo fosse ambiguo
allora. La mia impressione – altra ragione per cui mi piace la scrittura degli
esponenti del Black power – è che in realtà parlare di vite vivibili, di vite
degne, è esattamente l’unione di quelle due cose. Cioè, mi sembra il lato
migliore di quel “pane e pace” della Rivoluzione d’ottobre. Richiama alla
materialità della sopravvivenza: non vogliamo andare in guerra, vogliamo il
pane, punto. Non stiamo raccontando di quali sono le ingiustizie dal punto di
vista geopolitico, ma afferiamo di voler perseguire il nostro interesse. E il
nostro interesse è non andare a morire, il nostro interesse è mangiare.
Tuttavia, sappiamo anche che il nostro interesse di non andare a morire e di
mangiare non è disgiunto da una trasformazione che è più complessiva. Quelli di
Monroe, insieme con Williams, sanno che la loro sopravvivenza è necessariamente
legata a una trasformazione sociale. Non può essere legata semplicemente a una
capacità individuale di cavarsela o a una possibilità, anche molto ridotta,
della comunità di chiudersi in sé stessa e provare così a sopravvivere. Sanno
che o si spezza il meccanismo della violenza razzista o le loro vite
continueranno a essere vite che valgono di meno, che non hanno valore.
Ancora una volta, io trovo in questo ragionamento il pragmatismo, nella
concretezza la capacità di raccontare il grande ideale. Mi sembra a volte
stucchevole, quando parliamo di macro-questioni, il riferimento esclusivo alle
alte sfere, senza capire poi che la trasformazione di cui parliamo non è poi
altro che la trasformazione della nostra quotidianità, del nostro ordinario. A
Monroe c’era molta consapevolezza di questo, forse proprio perché le
contraddizioni erano così esplosive. C’era molta consapevolezza del fatto che il
macro e il micro erano la stessa cosa. Un ragazzo muore investito da una
macchina perché manca un semaforo – celebre episodio fondativo del Black panther
party –, allora andiamo a mettere il semaforo. Ma perché è stato investito quel
ragazzo? Perché quella vita vale di meno: nessuno si è preoccupato di mettere lì
un vigile urbano, un semaforo, qualcosa, perché non ce ne frega nulla, c’è stato
uno stato di negligenza assoluta rispetto a quelle vite. Quindi anche il
semaforo diventa simbolo del razzismo sistemico, dell’assenza di protezione, di
supporto, di sostegno. Proprio per questo non è sempre necessario e utile un
profilo teorico alto, riagganciarsi alla teoria in senso stretto, per
comprendere la dinamica e la dialettica politica – che Williams capisce
benissimo.
DICEVI DEL RAPPORTO FRA DIMENSIONE INDIVIDUALE E DIMENSIONE GENERALE. C’È UN
PASSO DEL LIBRO IN CUI WILLIAMS LAMENTA IL FATTO CHE A MONROE MANCA LA LEGGE.
NON NE VA SOLTANTO DELLA PARTECIPAZIONE AL PROCESSO DEMOCRATICO MA, A MONTE, DEL
FATTO CHE LE LEGGI CHE DOVREBBERO TUTELARE LUI E LA SUA COMUNITÀ NON VENGONO
CONSIDERATE. PERCIÒ CERCA DELLE PRATICHE EFFICACI IN QUESTA SITUAZIONE, CHE È
PRECEDENTE O ALMENO LATERALE RISPETTO ALLA PARTECIPAZIONE DEMOCRATICA. COME TI
SEMBRA IL RAPPORTO CON LE ISTITUZIONI, PER COME EMERGE DAL LIBRO?
Anche qui l’aspetto che io trovo interessante è la convivenza del piano
immediato e del piano generale. Mi spiego. Sarebbe stato semplice per uno come
Williams dire: non ce ne frega niente delle leggi, lo Stato di diritto è pura
formalità e la democrazia è puramente nominale, sappiamo che nella legge e sotto
il suo ombrello non posso ritrovare alcuna tutela, alcuna garanzia. E invece il
suo ragionamento è un altro. Lui sa che in uno Stato profondamente razzista come
gli Stati Uniti d’America non verrà mai tutelato dalla giustizia formale, perché
sarà sempre sostanzialmente altro da ciò che si vuole tutelare. Sa che, anche
con delle leggi totalmente egualitarie, non segregazioniste, non razziste,
quando va in tribunale il giudice lo vede, è nero, e lo tratta in maniera
diversa. In questa consapevolezza però non è un massimalista, non pensa: tanto
vale mettere tutto sottosopra. Piuttosto ci mostra, intelligentemente: io la
rivoluzione nel frattempo la vorrei fare, ma intanto combatto per guadagnarmi
degli spazi di vivibilità e di uguaglianza che passano anche per l’uguaglianza
formale. Quindi anche il picchetto per la piscina non segregata – e chi se ne
frega, no?, è una cosa piccolissima – io lo vado a fare. Perché quel picchetto
diventa occasione per raccontare come il mio bisogno sia un bisogno politico,
per aggregare persone intorno a quel bisogno, per conquistare uno spazio di
visibilità. Chiaramente lo stesso vale per gli interventi di carattere giuridico
antisegregazionista. Pur nella consapevolezza che tutto questo non mi porta a
una trasformazione radicale, non lo butto via. Anche questo a me sembra un
aspetto pragmatico – torniamo sempre lì – molto importante.
IN DIVERSI MOMENTI DELLA SUA ATTIVITÀ POLITICA, WILLIAMS CHIAMA IN CAUSA O
COINVOLGE ANCHE ATTORI DA QUELLO CHE OGGI CHIAMIAMO IL NORD GLOBALE. LEGGI
QUESTA INIZIATIVA NEGLI STESSI TERMINI DI CUI HAI APPENA PARLATO?
Sì, e anche questo è un segnale di grande spregiudicatezza. Altri esponenti del
nazionalismo o del separatismo nero hanno avuto per esempio l’impostazione per
cui l’intellettuale che sta a Parigi, a Roma, ad Amsterdam non viene convocato,
perché rappresenta il nemico. Invece Williams fa un ragionamento di
triangolazione, passando per l’Europa – ma anche per la Cina e per il Vietnam –,
e in questo emerge la tattica per così dire militare del suo approccio politico.
Se avesse agito frontalmente, solo negli Stati Uniti, non avrebbe ottenuto gli
stessi risultati, i suoi tentativi sarebbero stati molto probabilmente
vanificati. E invece lui si rende conto che, se ad Amsterdam o a Roma si parla
per esempio del “caso del bacio”, allora negli Stati Uniti non lo si può più
ignorare.
Questo scarto non è semplice, perché la cosa più immediata da fare è rivolgersi
alla propria comunità, senza interessarsi degli olandesi, degli italiani, dei
francesi. Williams invece si chiede: chi è che può servire, chi è che può
contribuire? E non dà mai patentini. Questo riguarda proprio la logica
identitaria. Per me – ed è un’impressione che ho sempre quando leggo scritti
legati al Black power – è incredibile come un movimento che potrebbe benissimo
inscriversi all’interno di quella logica, proprio perché parte da una dimensione
comunitaria, di riconoscimento a partire dal processo di razzializzazione, dalla
storia della schiavitù, ecc., in realtà è sempre stato estremamente trasversale,
ha sempre provato alleanze diverse.
La domanda di Williams è sempre: contribuisce alla causa, può farne parte? Bene,
allora è con noi. Poi certo prende anche in giro gli studenti bianchi che
provano ad aiutare e invece fanno guai. Ma in quel caso è più lui che registra
una difficoltà per queste persone a stare in contesti che sono estranei, non
rendendosi conto, per esempio, che la relazione con le forze dell’ordine non è
quella che loro immaginano. Però in generale non c’è mai una preclusione, non
c’è l’idea: non sono come noi, quindi non sono dei nostri.
INFATTI, LUI PASSA SEMPRE DAL CHIEDERSI: “QUALI BISOGNI PARTICOLARI SONO
CONDIVISI, SU QUALI RIESCO A COLLETTIVIZZARE?”, USCENDO DALLA DINAMICA
DELL’INCASELLAMENTO O DEL PATENTINO, COME DICEVI. PASSANDO A UN ALTRO TEMA
CENTRALE DEL LIBRO INVECE, QUELLO DELL’AUTODIFESA, VOLEVO CHIEDERTI IN UN MODO
UN PO’ PROVOCATORIO: DA UNA PARTE LEGGIAMO DI NE*RI CON LE PISTOLE, DALL’ALTRO
VIVIAMO NELL’EUROPA CHE SI RIARMA. C’È UNA DIFFERENZA FRA LE DUE COSE. COSA
IMPARIAMO DA WILLIAMS IN QUESTA PROSPETTIVA?
Al netto della fascinazione o della repulsione che si può avere all’idea di
qualcuno che impugna una pistola, della strana romantica nostalgia per stagioni
passate o della repulsione perché non ci si riconosce in quelle stagioni, il
succo o la radice dell’autodifesa sta nella lettura della struttura in
trasparenza. Mi spiego: chi ha postulato l’autodifesa fa un ragionamento di
sopravvivenza, cioè un ragionamento che è anche spiccio. La posizione di
Williams va poi collocata negli Stati Uniti, dove portare le armi o non poterle
portare ha, per le persone razzializzate, un preciso significato e una precisa
storia. Ha un significato anche politico e simbolico.
Sottolineo questo non per sminuire o cancellare il fatto che talvolta queste
armi venivano utilizzate. Ma prima di essere utilizzate venivano portate e
mostrate. Mostrare le armi significa “io posso rispondere”, non “io risponderò”
o “io ho risposto”. E prima ancora, dal punto di vista proprio del processo di
soggettivazione, significa: “io sono un essere umano come te”. La radice
dell’autodifesa per il Black power era un modo come un altro per sottolineare
che, se mi è vietato portare le armi, a partire dal Code noir francese, passando
alle leggi sull’autodifesa negli Stati Uniti, allora non vengo trattato come un
essere umano – e per affermare, invece, il contrario. Quindi c’è un elemento
simbolico importante. Poi non voglio tralasciare quello pratico: il poliziotto
bussa al finestrino e Williams può rispondere: “guarda, sono armato anche io,
vedi tu cosa fare”.
Però appunto c’è anche tanto altro. L’aspetto interessante che invece vale per
noi riguarda la persistenza della violenza, che è quello che ti dicevo prima:
l’autodifesa è un disvelamento del fatto che la violenza è la struttura che dà
forma alla nostra società, ai rapporti di forza nei quali siamo inseriti. Da
questo punto di vista, dunque, parlare di autodifesa non significa parlare di
pistole, significa parlare di tante cose. Quando Williams e i suoi prendono le
armi riaffermano di poter rispondere, di avere un potere. In maniera traslata,
questo ha perfettamente a che fare con la politica contemporanea. Siamo in grado
di fare qualcosa, cioè di non essere soltanto agiti dagli altri? Questo è il
grande tema.
Riguardo invece al riarmo europeo – al netto di discorsi surreali, Vecchioni che
parla di Kant e le sacre radici dell’Europa, cose che ci fanno un po’ sorridere
perché sembravano discorsi novecenteschi e superati e invece evidentemente,
nella scarsità di argomenti, vengono recuperati, ricorda quasi T.S. Eliot che
parla di Virgilio e dell’Europa meravigliosa dei popoli mentre intanto c’è la
Seconda guerra mondiale e questi si stanno scannando – al netto insomma di
questo aspetto grottesco, la guerra e l’attrezzarsi per la guerra hanno
anch’essi un aspetto rivelatore e quasi tragico. Ti mostrano che la dimensione
geopolitica, diplomatica, economica, del dialogo e del dibattito politico, si
appoggiano su un rapporto di forza materiale che è il più bieco e il più banale,
come dire, il più antico che si può immaginare: quello della forza pura. A chi
oggi argomenta – e su questo io sono pacifista integrale – dicendo: sì, però
bisogna stare attenti, perché se non ci armiamo lo faranno gli altri e ci
attaccheranno, rispondo che a me questa sembra da sempre la retorica che
sottende al nazionalismo. È insomma un’altra prospettiva rispetto a quella di
Williams. La violenza nelle sue varie forme, che non sono solo quelle della
guerra, permea la nostra società completamente. I discorsi per cui dovremmo
tifare per l’Europa invece che tifare per Trump o per Putin mi lasciano, ecco,
un po’ fredda.
PROPRIO SUL TEMA DELLA VIOLENZA RAZZISTA, C’È UN PASSAGGIO NEL LIBRO IN CUI
WILLIAMS PARLA DEL RAZZISMO COME “PSICOSI DI MASSA”. COME HAI GIÀ RIBADITO PIÙ
VOLTE, WILLIAMS HA CHIARAMENTE DAVANTI AGLI OCCHI LO STRETTO RAPPORTO FRA
CONTRADDIZIONE DI CLASSE E PROCESSI DI RAZZIALIZZAZIONE. PERCHÉ USA ALLORA
QUESTI TERMINI, CHE SEMBRANO ANDARE IN UN’ALTRA DIREZIONE E RISCHIANO DI
INTERPRETARE IL RAZZISMO COME UNA SORTA DI CONDIZIONE PSICHICA?
È un discorso molto scivoloso e il passaggio che citi è uno di quelli per cui ho
avuto più timore che si potessero fraintendere. Perché di solito, quando si
parla di “psicosi di massa” – e questo vale per tutte le forme di
marginalizzazione o di violenza –, tendiamo a parlarne da un punto di vista
culturalista e spesso individualizzante. Per cui la psicosi avrebbe a che fare
con il singolo individuo e con la sua incapacità di adattamento oppure, se
parliamo di un fenomeno di massa, stiamo alludendo a una tradizione culturale o
a un universo simbolico nel quale siamo collocati e dal quale non ci riusciamo a
districare. Secondo me attribuire questo tipo di visione a Williams sarebbe
contraddittorio rispetto al resto dell’opera. Io credo che lui lì – riprendendo
un dibattito che esisteva e che esisterà ancora di più negli anni successivi del
Black panther sulla scorta degli scritti di Frantz Fanon – stia facendo una
riflessione su quanto pervicace è il razzismo. Insomma, sta suggerendo che, come
le persone che hanno un forte disagio mentale, i razzisti vedono come naturale
ciò che è innaturale, vivono il rovesciamento completo di logiche umane come
qualcosa di assolutamente naturale.
In questo linguaggio – che poi si alterna al linguaggio poliziottesco e anche a
un linguaggio più aulico, a volte di carattere religioso, un altro registro
tipico di quel mondo – lui ci sta dicendo che i razzisti sono marci, sono
totalmente invischiati in quel tipo di mentalità. Sono irrecuperabili. E a
questo punto però dobbiamo anche chiederci: di chi sta parlando? Di tutti i
bianchi? Non credo, proprio perché la pratica politica che mette in campo è
diversa. Io penso che lui parlasse di chi attivamente si avvantaggia della
violenza razziale, di chi attivamente propugna quel tipo di modello. Perché, se
invece parlasse dei bianchi in quanto tali, poi non si spiegherebbe la sua
apertura a comunità che non sono la sua, a persone che non sono razzializzate.
Credo che la malattia mentale sia un modo, semplicissimo per alcuni versi,
efficace per altri, per parlare di un universo simbolico nel quale siamo
completamente invischiati. Ma d’altro canto Fanon parla in questi termini per i
colonizzati stessi, come totalmente invischiati nella malattia della
colonizzazione – e sta parlando dei suoi. Se non ci stupisce quello, forse non
ci può stupire nemmeno Williams che lo dice in merito al Ku Klux Klan, a chi
compie effettivamente violenze efferate.
SÌ, HAI RAGIONE, FORSE PARLA PROPRIO DI QUEGLI INDIVIDUI CHE ESCLUDONO GIÀ IL
RAPPORTO FRA SOGGETTI, AFFERMANDOSI SOLO NEI TERMINI DI “IO VOGLIO ESERCITARE
VIOLENZA, SOPRAFFARE”.
Ti dico un’altra cosa, che forse non c’entra niente, ma la ho sempre ricollegata
a questo tipo di discorso che fa Williams. Dire che qualcuno è irrecuperabile,
secondo me, è meno un problema proprio se si ha un approccio pragmatico. Un
approccio umanista puro, la palingenesi dell’umano, per cui il superamento del
razzismo e il superamento del classismo riguardano necessariamente tutti,
rischia di consumarci nell’educazione o nella trasformazione di soggetti che ‒
in maniera volontaria e consapevole o in maniera estremamente profonda e
radicata, e l’effetto poi è lo stesso ‒, finiscono per abbracciare il meccanismo
simbolico e pratico della violenza di classe, della violenza razziale, della
violenza di genere.
Faccio un paragone. Leggo spesso in questi giorni, per ovvie ragioni, dei noti
fatti di cronaca legati alla violenza di genere. Leggo espressioni di rabbia,
anche violenta, nei confronti degli uomini, perfettamente legittime e
comprensibili. Tuttavia, continuo a pensare che bisogna allearsi con gli uomini.
Consolarsi dicendo che le giovani donne sono più a sinistra, più radicali, più
capaci di smantellare l’apparato patriarcale penso sia una magra consolazione,
se poi dall’altra parte ti trovi una radicalizzazione in senso opposto. Per un
verso, gli uomini sono gente che dobbiamo riconquistare alla nostra causa. Ma,
per l’altro, dobbiamo chiederci: proprio tutti gli uomini? Cioè, io posso
passare la mia vita di attivista a convincere tutti?
Credo che esista una misura fra pensare che io non debba educare nessuno,
coinvolgere nessuno, allearmi con nessuno, che devo stare fra i miei – e questa
è la morte della politica e dell’attivismo –, e poi l’idea che io allora debba
coinvolgere tutti. Ci sono alcune persone radicate nelle loro idee, che
attivamente promuoveranno quelle idee, e convertirle non è il mio compito. Il
mio compito non è la conversione, al limite è l’emersione dei punti e degli
elementi comuni. Williams non è che vuole convertire quelli del Ku Klux Klan: li
vuole rendere inoffensivi, li vuole sconfiggere, rendere illegali. Vuole però
far emergere i punti comuni, materiali, che partono dai bisogni, dalle
condizioni di vita, con i bianchi poveri che incontra o con i bianchi sensibili
alla sua causa. Non è una posizione ambigua questa. Non so se siamo andati fuori
strada rispetto al discorso, però, secondo me, sta tutto lì: non essere
moralisti. Perché c’è un moralismo che sta nel dire: io sto solo con chi è già
come me – per vissuto, condizione, consapevolezza –, e poi c’è l’altro moralismo
che dice: devo stare con tutti, devo convertire tutti. In mezzo c’è la politica.
Io devo allearmi con chi può produrre un’alleanza utile, trasformativa. E
Williams questo lo fa molto bene. Parla dei bianchi contemporaneamente come
irrecuperabili e come alleati perché non sono gli stessi bianchi. I bianchi di
cui parla non sono un gruppo omogeneo, come nessun gruppo è omogeneo.
E INVECE C’ENTRA MOLTO E CI RIPORTA AL DISCORSO CHE FACEVAMO PRIMA. SCEGLIAMO
GLI ASSUNTI DI PRINCIPIO O SCEGLIAMO LA PRASSI POLITICA? IDENTIFICO QUALCUNO IN
QUANTO MI CI DEVO ASSOLUTAMENTE ALLEARE O CONFLIGGERE, O CERCO QUALI SONO I
PROCESSI MATERIALI CHE MI PERMETTONO DI FARE RESISTENZA E COLLETTIVIZZAZIONE SU
ASPETTI DETERMINATI? A QUESTO PUNTO, PER CONCLUDERE, VORREI CHIEDERTI SE CI SONO
ASPETTI DEL LAVORO DI WILLIAMS DI CUI VORRESTI PARLARE E CHE NON ABBIAMO
DISCUSSO.
In realtà più che di Williams proprio del libro nel complesso. Abbiamo fatto
tanto apparato critico perché è importante recuperare la storia del Black power
non come feticcio. Ci sembra che sia storia attuale che parla: dal punto di
vista del mutualismo conflittuale, dal punto di vista dell’intersezionalità e
dal punto di vista dell’emersione del tema di classe. Ribadisco questi tre punti
perché Williams scriveva in un momento nel quale probabilmente non era così
necessario esplicitare questa convergenza. L’apparato critico ci è servito per
costruire un ponte pratico e teorico: come costruire le alleanze? Cosa significa
internazionalismo? Perché il tema di classe, quello razziale e quello di genere
sono intersecati? Forse lui non aveva bisogno di dirlo, non aveva bisogno di
usare le parole che noi usiamo e che neanche esistevano ancora all’epoca, o
forse semplicemente parlava con un pubblico, peraltro spesso incolto, che non
era fatto da persone intellettuali come ce le immaginiamo e che però, vivendo in
quel contesto, già avevano accesso a questi problemi.
Con l’apparato abbiamo anche voluto ricostruire quel contesto, raccontare cosa è
successo nel frattempo, quali erano le radici teoriche e le radici politiche del
Black power. Non si tratta qui di portare alla luce un reperto archeologico che
in Italia non era emerso, metterlo in una teca e aggiungere gli scritti di
Williams a quelli di Eldridge Cleaver e di Angela Davis. Per noi era importante
Williams vivo, ma senza farne il calco – perché non c’è niente di peggio che
pensare che un classico può restituire una risposta non mediata alle nostre
domande. Volevamo mostrare come in nuce ci fosse, in Ne*ri con le pistole e
nell’attivismo che racconta, già tutta una serie di problemi che sono i problemi
con cui noi oggi ci troviamo ad avere a che fare.
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