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Quante vite costano i nostri smartphone
Una persona anonima ha filmato il momento in cui un pezzo di montagna è crollato su centinaia di persone. Sono immagini agghiaccianti che mostrano il panico e il caos in una nuvola di polvere. Quando tutto si è concluso, è rimasta la desolazione, insieme a un bilancio pesantissimo: almeno settanta morti. Il disastro è successo il 15 novembre in una miniera di rame e cobalto nella zona orientale della Repubblica Democratica del Congo (Rdc). È il tipo di incidente che di solito passa inosservato tra le disgrazie del mondo. Ma allora perché parlarne? Perché tutto, in questa storia, è scandaloso. E soprattutto riguarda da vicino anche noi, consumatori passivi. A estrarre dal sottosuolo congolese le ricchezze indispensabili per produrre i dispositivi digitali come i nostri smartphone e quelli della transizione ecologica come i pannelli solari, ci sono grandi aziende minerarie cinesi o occidentali. Ma anche centinaia di migliaia di singoli minatori, che cercano fortuna in pozzi abbandonati o non più redditizi. Sono questi minatori che agiscono “fuori dal sistema” a essere stati colpiti dalla catastrofe di Kalando. Articolo completo qui
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Il paesaggio che (non) ascoltiamo
A lla parola paesaggio comunemente associamo la vista su delle colline, il verde dei boschi, una pianura nella nebbia: molto dipende da dove siamo cresciuti, qual è il posto a cui siamo legati in modo particolare, ma tendenzialmente il paesaggio, nella nostra testa, somiglia molto a un quadro, è un panorama legato quasi esclusivamente alla vista. Eppure un aspetto fondamentale dei luoghi è quello sonoro: ogni posto ha un suo soundscape, un paesaggio sonoro specifico, che varia, esattamente come l’aspetto visivo, allo scorrere delle ore del giorno e della notte, nell’alternarsi delle stagioni, al passare degli anni. Per chi vive in città il soundscape è un assedio di rumori incessanti, ma anche quei luoghi che consideriamo più silenziosi – la cima di una montagna, una spiaggia deserta – sono intessuti di suoni. Fra questi due estremi, dal fastidio violento alla piacevolezza pacifica, si muove la considerazione quasi puramente estetica che abbiamo del paesaggio sonoro: ma prestare attenzione a cosa ci dicono i suoni può essere fondamentale per accorgerci dei cambiamenti avvenuti in un ambiente, della riduzione della biodiversità, della salute di un territorio, e dei benefici o danni che i suoni possono apportare agli esseri viventi che lo abitano. A volte, infatti, è proprio tendendo l’orecchio al paesaggio che ci arriva un segnale di allarme. Primavera silenziosa, il famoso saggio di Rachel Carson pubblicato nel 1962 che in qualche modo ha dato avvio al movimento ecologista statunitense, si apre con una domanda: “Perché tacciono le voci della primavera in innumerevoli contrade d’America?”. Il silenzio che improvvisamente dominava la primavera, al posto del canto di innumerevoli specie di uccelli e del ronzio delle api, è l’aspetto scelto dalla biologa per presentare, fin dal titolo, la sua indagine sulle conseguenze dell’uso indiscriminato del DDT e di altri fitofarmaci. Qualche anno dopo, all’incirca dalla fine degli anni Sessanta, alcuni studiosi hanno cominciato a occuparsi di ecologia acustica, o ecologia dei paesaggi sonori – ossia quella branca dell’ecologia che studia le relazioni fra i suoni di un paesaggio e gli esseri viventi che lo abitano – nella convinzione che l’aspetto sonoro delle questioni ambientali sia un tassello importante, che ci può dire molto sullo stato di salute degli ecosistemi, sulla progettazione degli spazi urbani, sui modi di condurre la transizione, sulle vite che vogliamo, perfino sulla pace che desideriamo. > Quando parliamo di paesaggio tendenzialmente pensiamo a un panorama legato > quasi esclusivamente alla vista. Eppure, un aspetto fondamentale dei luoghi è > quello sonoro: un paesaggio altrettanto specifico, che varia allo scorrere > delle ore del giorno e della notte, nell’alternarsi delle stagioni, al passare > degli anni. Occuparsi di ecologia richiede spesso di impegnarsi a prestare attenzione a ciò che alla nostra attenzione sfugge, perché difficile da comprendere, perché invisibile, perché su scala troppo grande per averne una visione completa, perché ha una dimensione temporale sfasata rispetto agli interessi politici e alla nostra capacità di proiettarci nel futuro: a queste difficoltà, nel caso dell’ecologia dei paesaggi sonori, si aggiunge il fatto che la vista, per gli umani, è il senso a cui affidiamo gran parte delle nostre valutazioni, l’udito ha un posto secondario, almeno a livello conscio, ed è così che sottovalutiamo gli effetti dell’inquinamento acustico sulla nostra salute, i danni provocati dai rumori delle guerre, la ricchezza sonora che stiamo perdendo assieme alla biodiversità, e quanto sia importante, nell’immaginare il futuro, pensare anche a come questo suonerà. L’antropofonia e l’inquinamento acustico Per cominciare a indagare di cosa è fatto un paesaggio sonoro possiamo partire dalla divisione dei suoni in tre macrocategorie, o domini. Il primo è la geofonia, ossia l’insieme dei suoni naturali provenienti da fonti abiotiche – il mare, un fiume, il vento, un tuono, il brontolio selvaggio di un terremoto, l’eruzione di un vulcano: ed è proprio l’eruzione del Krakatoa nel 1883 ad aver generato l’onda sonora più potente mai registrata, con un boato di 310 decibel (dB). C’è poi la biofonia, tutti quei suoni naturali emessi dagli esseri viventi, animali e vegetali. Infine, l’antropofonia, cioè ogni nota, rumore, boato o scricchiolio prodotti dagli umani, dalla musica più raffinata all’insopportabile rombo di un aereo in decollo. > Se sul posto di lavoro esistono, in Italia, norme precise sui limiti di > esposizione al rumore, per quanto riguarda le città esistono solo delle > raccomandazioni dell’OMS che vengono in larghissima parte disattese. È proprio l’insieme dei rumori artificiali prodotti dalle attività umane a costituire il tappeto sonoro predominante per chi vive nelle aree urbane: nel mondo circa il 55% della popolazione, che si stima diventerà il 68% entro il 2050; in Italia la percentuale si aggira già attorno al 70% e sale al 91%, secondo i dati Istat, che però comprendono anche i centri abitati più piccoli. Se sul posto di lavoro esistono, in Italia, norme precise sui limiti di esposizione che fissano a 80 dB la soglia media di attenzione (con picchi non oltre i 135 dB) e a 87 dB la media massima che non può essere superata (con picchi di 140 dB), per i rumori degli ambienti urbani in cui siamo immersi esistono solo delle raccomandazioni dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che vengono in larghissima parte disattese. Secondo le linee guida sul rumore ambientale per l’Europa dell’OMS, infatti, il limite di esposizione al rumore del traffico su strada sarebbe di 53 dB di giorno, 45 dB di notte. Quasi un cittadino su tre, in Europa, vive in ambienti che superano, spesso anche di molto, questi limiti: sono circa novantadue milioni di persone. Diciotto milioni di persone, sempre in Europa, vivono in zone in cui il traffico ferroviario produce rumori oltre la soglia prevista; e due milioni e mezzo di persone sono esposte al rumore del traffico aereo. Effetti dell’inquinamento acustico La scarsa attenzione che prestiamo agli aspetti sonori dell’ambiente in cui viviamo si riflette anche nella poca considerazione che abbiamo per i danni che l’esposizione al rumore può avere: l’inquinamento acustico è fra le minacce ambientali più pericolose per la salute, dopo quello atmosferico e il caldo estremo. Lo scorso giugno, l’EEA (l’agenzia europea per l’ambiente) ha presentato il rapporto Environmental noise in Europe, secondo il quale l’inquinamento acustico è la causa di circa 66.000 decessi prematuri all’anno in Europa, 50.000 nuovi casi di malattie cardiovascolari e 22.000 casi di diabete di tipo 2. Oltre agli effetti diretti, ci sono quelli indiretti o a lungo termine, come acufeni, stress, ansia, disturbi del sonno e difficoltà di concentrazione, fino a depressione e demenza. Sono preoccupanti anche gli effetti sui più piccoli: pare che l’esposizione continua al rumore del traffico provochi difficoltà e ritardi nella lettura in circa mezzo milione di bambini e disturbi del comportamento su circa 60.000. Si stima anche che circa 272.000 casi di sovrappeso infantile possano essere associati a livelli alti di rumore. > L’inquinamento acustico è fra le minacce ambientali più pericolose per la > salute: basti pensare che ogni anno, solo in Europa, causa 66.000 decessi > prematuri. Per non parlare degli effetti indiretti su acufene, ansia, disturbi > del sonno, difficoltà di concentrazione e depressione. In complesso, sempre secondo lo stesso rapporto, in Europa perdiamo ogni anno 1,3 miliardi di anni di vita in buona salute (è l’indice DALY che somma gli anni di vita persi per morti premature a quelli vissuti con malattie o disturbi invalidanti). Un numero che fa impressione, ma forse non abbastanza da muoverci all’azione: stando alle proiezioni dell’agenzia europea, senza forti misure aggiuntive e senza nuovi investimenti non riusciremo a raggiungere l’obiettivo di ridurre del 30% entro il 2030 il numero di persone che subiscono alti livelli di inquinamento acustico (nello specifico, quello generato dal sistema dei trasporti). Eppure i danni elencati hanno un costo elevato, stimato in 95,6 miliardi di euro l’anno: un numero da citare non perché serva assegnare un valore economico alla nostra salute, ma per dare concretezza a qualcosa che ci sembra semplice tappeto sonoro – il rumore del traffico nelle città – e che solitamente consideriamo come secondario, incapace di produrre effetti concreti, quando invece è perfino misurabile, sui nostri corpi e sui bilanci degli Stati. Il rumore delle armi, il rumore come arma Se il rumore del traffico è diventato una presenza costante e pervasiva del paesaggio sonoro in cui siamo immersi, nel dominio dell’antropofonia in cima alla lista dell’intensità si trovano i suoni prodotti da armi e mezzi di guerra: il suono antropico più potente è quello generato dall’esplosione di una bomba atomica, che supera i 200 dB. Anche in questi casi l’aspetto acustico ci sembra marginale – e chiaramente di fronte a strumenti che producono morte il fatto che producano anche dei rumori è marginale – ma essere sottoposti continuamente a rumori così forti e innaturali, dal ronzio costante dei droni, al rombo degli aerei militari, e poi le esplosioni, gli spari, gli allarmi, le urla, ha degli impatti a lungo termine: in chi sopravvive; le conseguenze dell’esposizione prolungata a questo tipo di rumori sono una parte importante dei disturbi post-traumatici da stress, che spesso comprendono ipersensibilità ai rumori, specie se forti e improvvisi. > In cima alla lista dei suoni più potenti prodotti dall’essere umano ci sono > quelli generati da armi e mezzi di guerra: l’esplosione di una bomba atomica, > per dire, provoca un rumore che supera i 200 dB. Esiste inoltre un’intera categoria di armi che usano proprio le onde sonore come strumento di offesa: sono le armi soniche, o LRAD – Longe-Rage Acustic Device, dispositivi acustici a lungo raggio –, vietate in molti Paesi, fra cui la Serbia, che però è sospettata di averle utilizzate per disperdere la folla di manifestanti in piazza il 15 marzo 2025. Le autorità di Belgrado negano di aver utilizzato armi soniche, anche se hanno ammesso di averne acquistate. La popolazione ha richiesto delle indagini indipendenti per chiarire i fatti, ma quello che colpisce dei video diffusi in rete è l’invisibilità dell’onda che si abbatte sul corteo, che si divide in due, con le persone che scappano dal centro della strada, un’immagine che somiglia molto al rapporto che abbiamo con il suono: qualcosa che sfugge alla nostra attenzione, ma di cui subiamo l’impatto. Nel documentario Vibrations from Gaza, dell’artista Rehab Nazzal, il suono della guerra oltre che invisibile diventa anche inudibile: i protagonisti sono bambini sordomuti della Striscia di Gaza – una di loro, Amani, dice che “è una benedizione essere sorda, così sono la meno terrorizzata quando bombardano” –, e per tutto il film gli unici rumori sono il ronzio dei droni e le onde del mare. I bambini raccontano quello che percepiscono degli aerei da guerra e delle bombe che cadono: le vibrazioni dell’aria, del pavimento e dei loro corpi: la fisicità del rumore, che rende impossibile il silenzio, finché non c’è pace, perfino per chi non è in grado di udire la guerra. Il silenzio: non solo un’assenza di suoni Pace e silenzio sono due parole spesso associate: e come non si può definire la pace per negazione, come solo assenza di guerra, così non si può definire il silenzio per pura sottrazione del rumore. > Un esempio chiaro del modo antropocentrico che abbiamo di intendere il mondo è > che abbiamo fissato lo zero decibel non su un valore di reale silenzio, ma > sulla soglia minima di percezione umana. Eppure una prima idea di silenzio che ci viene alla mente è l’assenza di rumori umani: niente rombi di motori o stridore dei freni, niente auto, aerei e navi, niente bombe, niente fuochi d’artificio, niente allarmi, sirene e suonerie, niente annunci, megafoni e altoparlanti, niente cantieri, demolizioni e costruzioni. In breve, potremmo definire l’idea comune di silenzio come un paesaggio sonoro in cui manca tutto l’insieme dell’antropofonia: sottraendo i suoni di origine umana, rimangono quelli degli altri esseri viventi, o biofonia, e degli elementi naturali non viventi, come quelli prodotti dai movimenti dell’aria, dell’acqua o della terra, ossia la geofonia. Non è un silenzio assoluto, ma un silenzio naturale, che non ha niente a che vedere con un vuoto, ma è uno spazio sonoro pieno delle voci che altrimenti sono sopraffatte dai rumori artificiali: canti degli uccelli, frinire di insetti, onde del mare, scrosciare di fiumi e frusciare di foglie. In Storia naturale del silenzio (2024) Jérôme Sueur va a indagare proprio cosa c’è dentro il silenzio naturale, rendendo evidente che, se già prestiamo poca attenzione agli aspetti sonori delle nostre vite, ancora meno ne prestiamo al silenzio, che non è affatto univoco, né assoluto, né vuoto o assenza. Un esempio chiaro del modo tutto antropocentrico che abbiamo di intendere il mondo è che abbiamo fissato lo zero decibel non su un valore di reale silenzio, ma sulla soglia minima di percezione umana: esistono in realtà suoni che misurano decibel negativi perfettamente udibili da molte specie, ciascuna con una sua soglia di silenzio differente. > La nostra idea comune di silenzio è un paesaggio sonoro in cui mancano del > tutto i rumori umani: niente rombi di motori o stridore dei freni, niente > allarmi, sirene e suonerie, niente annunci, megafoni e altoparlanti, niente > cantieri, demolizioni e costruzioni. Nei linguaggi animali il silenzio non è vuoto, può essere un segnale amoroso, di allerta o di sfida, ma può essere anche un segnale di morte e perdita: quando una specie scompare, scompare anche il suono che è in grado di produrre. Così, come “il silenzio nelle contrade di America” indicava che qualcosa stava accadendo alle popolazioni di uccelli, registrare suoni e vibrazioni può dare indicazioni precise sullo stato di salute degli ecosistemi e sulla biodiversità che li abita. Il silenzio dell’estinzione: l’ecoacustica per il monitoraggio della biodiversità È da questo proposito – monitorare la biodiversità attraverso il suono – che, circa mezzo secolo dopo quell’intuizione di Rachel Carson, l’ecoacustica nasce ufficialmente come disciplina, nel 2014, in Francia, al Muséum national d’Histoire naturelle, grazie al lavoro di un gruppo di ricercatori, fra cui lo stesso Jérôme Sueur. Alcuni ecosistemi sono nascosti alla vista: è il caso dei ricercatori della Flinders University di Adelaide, nell’Australia meridionale, che hanno registrato i suoni prodotti dalle comunità sotterranee di invertebrati per monitorare lo stato di salute e di fertilità del suolo; oppure di specie indistinguibili all’occhio, ma non all’orecchio, come alcune specie di rane; o ancora di ecosistemi così vasti e difficili da raggiungere – l’oceano più aperto, le profondità marine più inaccessibili – dove poter semplicemente registrare e analizzare i suoni diventa il metodo più praticabile, e meno invasivo, di monitoraggio. I suoni prodotti da ciascuna specie sono un indicatore della biodiversità ma anche, e soprattutto, una ricchezza in sé: e quando una specie scompare, quando l’ultimo esemplare rinuncia a mandare i suoi richiami d’amore rivolti ormai a nessuno, perdiamo per sempre delle note, un gorgoglio, delle vibrazioni, una melodia che nessun altro essere vivente potrà replicare. Ogni singola specie non solo produce dei suoni caratteristici ma ha un diverso modo di percepirli, diversi spettri uditivi, diversi organi predisposti e diversi modi in cui le vibrazioni sonore vengono percepite ed elaborate. Così quando una specie scompare, non scompare solo il suono che produce, ma anche il suono che ascolta. > Quando una specie scompare, quando l’ultimo esemplare rinuncia a mandare i > suoi richiami d’amore rivolti ormai a nessuno, perdiamo per sempre delle note, > un gorgoglio, delle vibrazioni, una melodia che nessun altro essere vivente > potrà replicare. Fra i vari compiti della tutela della biodiversità c’è anche fare in modo che le altre specie animali possano continuare ad ascoltarsi fra loro: ridurre il nostro peso sugli ecosistemi comprende quindi anche la riduzione del nostro impatto sonoro – come, per esempio, l’inquinamento acustico del trasporto marittimo, delle trivellazioni offshore e del deep-sea mining che stressa e disorienta, provocando danni uditivi e a volte anche la morte, nei pesci e nei mammiferi marini. Immaginare un futuro silenzioso Possiamo ripensare il nostro impatto sui paesaggi sonori; ripensare le città tenendo a mente anche la necessità di contenere l’inquinamento acustico, per il benessere di chi in città ci vive; ripensare la pace: “far tacere le armi” non significa solo smettere di combattere, ma è un modo di lasciare spazio alla voce dei popoli che con le armi vengono sottomessi, soggiogati, silenziati, annientati; ripensare il silenzio: tacere, ridurre il rumore, non è creare un vuoto ma creare spazio, così come quella che chiamiamo decrescita non è una riduzione ma un modo diverso di crescere, dove alla crescita del PIL si sostituisce quella del benessere, della salute e della giustizia. Abbassare il livello, e il peso, dell’antropofonia sull’ambiente significa quindi dare la possibilità di espressione ad altre specie animali, dar loro la possibilità di tornare a comunicare, a quell’ultimo esemplare di scoprire magari di non essere rimasto solo, e intercettare il verso di un suo simile prima che entrambi smettano di cantare. Significa dare a noi, specie umana, la possibilità di ascolto – delle altre specie, uscendo dal nostro antropocentrismo acustico, e di chi, all’interno della nostra, è stato meno ascoltato –, e di immaginare un cambiamento che tenga presente anche come potrebbe suonare il futuro che vorremmo, una transizione non solo ecologica, non solo energetica, non solo giusta socialmente, ma anche silenziosa, non per creare un vuoto sonoro assoluto ma per poter ascoltare tutta quella ricchezza di voci di cui è fatto il mondo, prima di perderle per sempre. L'articolo Il paesaggio che (non) ascoltiamo proviene da Il Tascabile.
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Da un’economia di crescita a una di cura
L o scorso 28 aprile la penisola iberica è rimasta senza elettricità. Attorno alle 12 e 30 una serie di piccole interruzioni concentrate nel sud della Spagna ha innescato una reazione a catena che ha compromesso la rete elettrica spagnola. I computer che regolano le delicate esigenze di un’infrastruttura energetica moderna sono subito intervenuti, riportando la rete in equilibrio. Ma dopo pochi istanti è arrivato un secondo evento, e poi un terzo. Nel giro di cinque secondi il sistema elettrico spagnolo è collassato, portandosi dietro quello portoghese. Per dieci ore in media ‒ in alcune città, in realtà, parecchie di più ‒ hanno smesso di funzionare le metro, i treni, gli ascensori, gli elettrodomestici, la connessione telefonica e internet, le lampadine. Per alcuni il blackout è stata una tragedia: almeno quattro persone hanno perso la vita per cause legate all’assenza di corrente, chi intossicato da vecchie stufe a gas e chi dal fumo di un incendio originato dalle candele. Per altri ‒ quelli che hanno avuto la sfortuna di rimanere bloccati in un ascensore o in un vagone ‒ è stato come minimo un brutto pomeriggio. Ma la stragrande maggioranza degli spagnoli e dei portoghesi ne conserva un ricordo diverso. La luce è mancata a mezzogiorno di un tiepido giorno di primavera, col sole che splendeva su praticamente tutta la penisola. Le aziende hanno chiuso, il governo ha mandato per strada le volanti della polizia a chiedere alla gente di rimanere dove si trovava e di non prendere l’auto, e senza telefono non c’era modo di sapere cosa stesse succedendo o contattare i propri cari. Per tanti, la cosa più sensata da fare è stata trovare il parco più vicino ‒ o un bar che vendesse birre anche con la cassa spenta e i frigoriferi ormai tiepidi ‒ e aspettare. A camminare per il centro delle città iberiche, nelle ore del blackout, sembrava di essere nel mezzo di una domenica di ferie, più che in una emergenza. Quel lunedì ero anche io in Spagna. Quando nella notte è tornata la connessione, ho visto un tweet di un utente madrileno. Diceva: “sono stato meglio oggi col blackout che tutti gli altri giorni con la luce”. L’economia del benessere A molti accademici che si occupano di economia del benessere non piacerebbe che un articolo sulle loro proposte iniziasse con la descrizione di un collasso della rete elettrica. “Quello che vogliamo non è una società senza tecnologia o un salto indietro di secoli” mi spiega Tommaso Felici, docente di economia ambientale all’Università di Utrecht. Ha ragione lui, ovviamente, ma rimane il fatto che il tema di questo articolo ha a che fare col cambiare ‒ e in qualche modo ridurre ‒ i nostri consumi, anche energetici, al fine di costruire una società più sostenibile. > I teorici dell’economia del benessere concordano sulla necessità di valutare > diversamente il funzionamento delle società in cui viviamo, concentrandoci su > fattori come l’aspettativa di vita media, il tasso d’istruzione, l’accesso ai > servizi di base, la salute degli ecosistemi naturali e la felicità percepita. Economia del benessere è un termine ombrello. L’espressione fu coniata nel 1920 Arthur Cecil Pigou, l’economista inglese che, tra le altre cose, fu il primo a teorizzare la necessità di tassare le imprese al fine di diminuirne gli impatti negativi sull’ambiente e sulla società. Nel 1972 il Massachusetts Institute of Technology elaborò per conto del think-tank Club di Roma uno studio, passato alla storia come Rapporto sui limiti dello sviluppo (The limits to Growth), che ipotizzava il collasso della civiltà umana come possibile conseguenza dello sfruttamento infinito di risorse naturali. Nei decenni a seguire autori come il rumeno Nicholas Georgescu e il francese Serge Latouche hanno sistematizzato nelle loro opere proposte teoriche racchiudibili nella definizione di economia del benessere. I diversi filoni di studio interni a questo ambito hanno in comune la necessità di misurare il successo dell’economia su parametri che abbiano a che fare, per l’appunto, con il livello di benessere di una società, e indirizzare di conseguenza l’azione politica. L’indicatore oggi comunemente accettato per valutare lo stato di salute di un’economia è il prodotto interno lordo (PIL). Si calcola sommando il valore di tutti i beni e servizi prodotti in un territorio in un dato lasso di tempo: quando sentiamo frasi come “L’Italia entra in recessione” o “la Cina continua a crescere”, stiamo parlando dell’aumento o della diminuzione di questo parametro. Tutti i teorici del benessere concordano sulla necessità di valutare diversamente il funzionamento delle società in cui viviamo, centrandoci su fattori come la felicità percepita, l’aspettativa di vita media, il tasso d’istruzione, l’accesso ai servizi di base, la salute degli ecosistemi naturali. Le Nazioni Unite usano nei loro report l’Indice di sviluppo umano (ISU o HDI, Human Development Index), che include reddito pro capite, aspettativa di vita e istruzione. Alcuni ricercatori dell’Università di Londra lo hanno modificato per includere al suo interno anche una serie di parametri ecologici, dando così vita all’Indice di sviluppo sostenibile (ISS o SDI, Sustainable Development Index). In questa classifica, i tre Paesi con la migliore combinazione di reddito, stile di vita e impatto ecologico sono Costa Rica, Uruguay e Sri Lanka; gli ultimi Lussemburgo, Kuwait e Qatar. Le proposte che ricadono sotto l’etichetta di economia del benessere sono molte. Prima di esplorarle, però, è necessario comprendere perché la crescita economica non possa essere una buona approssimazione del benessere di una società. Crescere o non crescere I periodi di crescita economica sono stati spesso anche periodi di ottimismo, ed è legittimo domandarsi da dove provenga la necessità di abbandonare un paradigma che a lungo sembra aver funzionato. “Te lo dico con uno slogan un po’ datato ma efficace” risponde Riccardo Mastini, ricercatore al Politecnico di Milano e consulente delle Nazioni Unite: “la crescita infinita in un mondo dalle risorse finite è impossibile”. Il concetto chiave è quello di limite. L’ecologo svedese Johan Rockström, insieme ad altri autori, pubblicò nel 2009 uno studio ‒ tutt’oggi citatissimo ‒ che teorizzava la presenza di nove limiti planetari, superati i quali la stabilità degli ecosistemi sui quali abbiamo costruito le nostre civiltà viene messa a rischio. Il primo riguarda la concentrazione di gas climalteranti in atmosfera, e quindi la necessità di stabilizzare le temperature medie del pianeta, ma ugualmente cruciali sono il ciclo dell’azoto e del fosforo, la perdita di biodiversità, l’acidificazione degli oceani, la riduzione dell’ozono atmosferico, l’inquinamento da sostanze chimiche, l’accumulo di particolati, il consumo di acqua dolce e di suolo, e l’acidificazione degli oceani. > In un cruciale studio del 2009, l’ecologo svedese Johan Rockström ha > teorizzato la presenza di nove limiti planetari, superati i quali la stabilità > degli ecosistemi sui quali abbiamo costruito le nostre civiltà viene messa a > rischio. Il fulcro delle riflessioni sul benessere è che per garantire a tutti uno standard di vita dignitoso e accettabile non possiamo semplicemente consumare di più ‒ più metalli estratti dal terreno, più pesce pescato dal mare e così via ‒ perché le risorse terrestri non sono inesauribili e dipendono da sistemi fragili e interconnessi. Una crescita indefinita della nostra economia finirà, paradossalmente, col far venir meno quei materiali e quelle risorse da cui la nostra civiltà dipende, economia compresa. Questa conclusione trova in disaccordo molti economisti, che per quanto divisi tendenzialmente concordano sull’idea che la crescita economica sia condizione necessaria per l’avanzamento della società. Per alcuni studiosi, l’economia del benessere assomiglia davvero al blackout spagnolo di cui sopra: poca energia, poche risorse, poca sicurezza. “Ma è un’idea vecchia” spiega Felici che, pur essendo economista, dissente da buona parte dei suoi colleghi. “Sicuramente in passato la crescita ha portato a maggior benessere, e questo rimane vero per molti dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo. Ma nella nostra Europa industrializzata non è più così. Anzi, quando il PIL aumenta, aumentano anche le disuguaglianze. Il caso italiano è emblematico: i salari reali sono fermi da trent’anni, nonostante ci sia stata crescita”. Ciò che dice Felici trova riscontro nei dati. Nel 2018 un gruppo di ricercatori dell’Università di Leeds ha pubblicato uno studio intitolato A Good Life for all within Planetary Boundaries, che rileva come l’aumento del reddito medio pro capite corrisponda effettivamente a un aumento della qualità di vita, ma solo fino a una certa soglia. Superata questa, che i ricercatori ritengono stia attorno ai 20.000 dollari, l’aumento di questo parametro non è più correlato ad un’aspettativa di vita più alta, a tassi di istruzione migliori o a più felicità percepita. Tradotto: nella Spagna del blackout per far star meglio la gente, piuttosto che accrescere l’economia complessiva della nazione, sarebbe utile distribuire diversamente la ricchezza che già c’è. Ad esempio, investendo su una rete elettrica più pulita e sicura. > A un aumento del reddito medio pro capite corrisponde effettivamente un > aumento della qualità di vita, in termini di aspettativa di vita, tassi di > istruzione o felicità percepita, ma solo fino ad una certa soglia. Il fatto che gran parte degli economisti non riconosca la necessità di porre un limite al consumo di risorse non significa che disconoscano la realtà di una crisi ecologica in atto. Semplicemente, scommettono sul fatto che sarà l’innovazione tecnologica ‒ resa possibile, a detta loro, proprio dalla crescita economica ‒ a risolvere il problema. “In passato è davvero andata così, penso ad esempio al problema del buco dell’ozono, risolto grazie alle nuove tecnologie e ad un modello virtuoso di collaborazione tra Stati” dice Felici “Ma non sappiamo se ci riusciremo ancora: quando parliamo di crisi climatica, ad esempio, non sembra affatto che stiamo riuscendo a tenere assieme un modello economico tradizionale con la riduzione delle emissioni. Scommettere sullo sviluppo tecnologico come panacea di ogni male sfida il principio di prudenza”. Uno spazio operativo sicuro e giusto I teorici dell’economia del benessere concordano su un assunto di base: non deve essere la crescita a guidare le scelte di una società. Come debba funzionare un modello alternativo, però, è tema di dibattito. Un grande interrogativo è cosa fare dell’economia del presente, che si prefigge un aumento del PIL trimestre dopo trimestre. Per la maggioranza degli studiosi di quest’area, è impossibile disaccoppiare l’aumento del PIL dal deterioramento degli habitat naturali, dalle emissioni, e dallo sforamento di quei limiti che abbiamo descritto sopra. È questa la posizione anche di Riccardo Mastini: “La crescita del PIL è stata un grande calmante sociale. Di fronte alla povertà, invece di distribuire diversamente la ricchezza che già esisteva si è deciso di crearne di nuova, promettendo che un po’ di quelle risorse fresche sarebbero andate a tutti. E ha funzionato, almeno in parte, ma al prezzo inevitabile di esternalità negative sempre più pesanti ‒ dal riscaldamento globale alla crisi degli ecosistemi. Effetti collaterali che, paradossalmente, mettono a rischio le conquiste fin qua avvenute”. > Sarebbe più utile parlare di post-crescita, piuttosto che di decrescita. Il > punto non è decrescere in sé e per sé, quanto cambiare il nostro parametro > guida, dall’aumento del PIL all’aumento della qualità di vita delle persone.  Un’altra parte, minoritaria, degli economisti del benessere ha un approccio più sfumato: può essere che il PIL continui a crescere anche in un’economia differente, che il disaccoppiamento tra crescita e crisi ecologica sia possibile. Ma se così non fosse, dobbiamo essere pronti a dare priorità a quegli altri indicatori che abbiamo descritto ‒ dalla salute degli ecosistemi all’aspettativa di vita ‒ piuttosto che al PIL. È questa la posizione di Tommaso Felici: “io preferisco parlare di post-crescita, piuttosto che di decrescita. Questo perché decrescere non deve essere un obiettivo in sé. Il punto è cambiare focus, dall’aumento del PIL all’aumento della qualità di vita delle persone. Se riusciamo a farlo continuando a crescere, ben venga, ma dobbiamo essere pronti a sacrificare l’espansione dell’economia, se serve a stare meglio”. Ciò su cui tutti gli studiosi del benessere sono invece concordi è la necessità di porre al centro i bisogni essenziali delle persone: cibo, un tetto sopra la testa, la possibilità di istruirsi, di curarsi, di avere tempo libero. L’economia del benessere è, in questo senso, erede diretta dello Stato sociale novecentesco: l’intera struttura produttiva, l’intero mercato del lavoro, devono essere prima di tutto al servizio del welfare, nel senso ampio del termine. Per ottenere ciò non serve necessariamente un’economia pianificata sul modello sovietico, ma di sicuro occorre che si contragga lo spazio del mercato e si ampli l’intervento pubblico. Un passaggio ineludibile è la redistribuzione della ricchezza. L’economista inglese Kate Raworth ha teorizzato per prima il modello economico della ciambella, in cui lo spazio operativo per l’umanità andrebbe cercato nella fascia compresa tra due limiti: uno ecologico esterno e uno sociale interno. Per Raworth, nessuno dovrebbe essere troppo povero da non poter accedere a risorse e diritti fondamentali, e nessuno dovrebbe essere così ricco da incidere negativamente sui limiti planetari. Tradurre in politiche concrete i principi di cui sopra è tutt’altro che facile, ed è su questo che si è focalizzata buona parte del lavoro di quest’area politica e culturale degli ultimi decenni. Una misura da tempo proposta è quella del reddito di base universale. Si tratterebbe di un sussidio erogato dallo Stato a chiunque possegga la cittadinanza ‒ o, addirittura, la residenza ‒ a prescindere dal lavoro. Una grande operazione di redistribuzione della ricchezza, ovviamente, ma anche il principio di una trasformazione più profonda. Nel breve termine, un reddito universale permetterebbe di rendere socialmente accettabile la contrazione della produzione industriale o la chiusura di certi settori particolarmente impattanti; nel lungo, di iniziare a slegare il lavoro dalla necessità di avere un salario, e costruire un’economia non più basata sui consumi. L’accorciamento delle catene del valore ‒ cioè, riportare i luoghi di produzione più vicino a quelli di consumo ‒ è un’altra politica che mira assieme a ridurre il consumo energetico e logistico, oltre ad aumentare le possibilità di impiego. > Secondo il modello economico a ciambella di Raworth, lo spazio operativo per > l’umanità dovrebbe avere un limite ecologico e uno sociale: nessuno dovrebbe > essere troppo povero da non poter accedere a risorse e diritti fondamentali, > nessuno così ricco da incidere negativamente sui limiti planetari. “Decrescita significa abbandonare le produzioni inutili, è riportare a casa quelle che ci servono” spiega Mastini. Per ottenere tutto questo serve cambiare chi prende le decisioni. Da qui il ruolo centrale dello Stato di cui sopra, certo, ma anche la possibilità di cambiare la natura del privato: “Immaginiamo di avere, al posto dei grandi oligopoli, un sistema di employee ownership, cioè la proprietà collettiva dei lavoratori. In questo modo elimini l’extraprofitto, chi possiede le imprese guadagna dal suo stesso lavoro e non dalla mera proprietà. E soprattutto, in questo modo si potrebbe pensare ad un sistema economico orientato al bene comune”. L’economia del benessere è economia della cura Un ripensamento dell’economia non può prescindere dal concetto di “lavoro di cura”, ossia quelle attività indispensabili ‒ come crescere i bambini, aiutare gli anziani, gestire le attività domestiche ‒ che tradizionalmente sono svolte in forma gratuita dalle donne. La redistribuzione e retribuzione di quel lavoro potrebbe essere la chiave di volta per un’economia diversa. Ina Praetorius è una teologa svizzera, tra le fondatrici della Network Care Revolution. “Le donne sono il prosieguo degli schiavi dell’antichità. Platone distingueva tra liberi e dipendenti: i primi erano gli uomini adulti con la cittadinanza, i secondi erano i bambini, gli schiavi e le donne” mi spiega. “L’illuminismo abolisce l’impianto formale di questa divisione, ma rimangono in piedi gli usi. E il capitalismo, quando nasce, trova molto conveniente avere questa manodopera gratuita addetta ad attività indispensabili, dalla cucina al supporto ai malati. Tutt’oggi quante persone ‒ non solo uomini e non solo conservatrici ‒ ritengono naturale che certi lavori siano svolti dalle donne della famiglia?”. Per economia della cura si intende un sistema economico centrato sul soddisfacimento dei bisogni delle persone in forma organizzata, legalmente riconosciuta ed equamente distribuita tra i generi. L’idea è che quelle mansioni storicamente svolte da donne in ambito familiare e senza salario diventino il punto focale delle nostre economie. Il reddito di base prima citato, ad esempio, permetterebbe di liberare almeno parte del tempo che impieghiamo nel normale lavoro salariato, permettendo a tutti ‒ a prescindere dal genere ‒ di usarlo anche per questo genere di attività così indispensabili. Le assonanze con l’economia del benessere sono chiare. “L’idea della cura nasce nell’ambito del movimento femminista, ma non è un tema di genere: è di tutti” continua la teologa: “se penso al mondo tra cento anni, immagino molto più tempo libero: per curare la famiglia e la casa, certo, ma anche per l’ozio ‒ che è importantissimo ed è un diritto di tutti, non solo dei ricchi». > Un ripensamento dell’economia non può prescindere dalla redistribuzione e > retribuzione del lavoro di cura, ossia quelle attività indispensabili che > tradizionalmente sono svolte in forma gratuita dalle donne. Il reddito di base universale è la prima delle proposte che mette d’accordo promotori della decrescita, dell’economia del benessere e delle istanze femministe. Spostare i capitali pubblici da settori ad alto impatto ecologico e bassa utilità sociale ‒ il fossile, le armi, il cibo spazzatura ‒ a settori poco impattanti ed essenziali come quelli della cura è un secondo, importante punto di contatto. Il terzo è la riduzione dell’orario lavorativo. “Produrre meno significa anche ridurre il monte ore lavorato. E se puntiamo a garantire a tutti un impiego, la logica conseguenza è lavorare meno” dice Mastini. L’idea è che da un lato l’economia del benessere richieda di produrre meno, e quindi liberi tempo nella vita delle persone; dall’altra che il tempo libero sia prerequisito per distribuire meglio il cosiddetto lavoro domestico. Lo spazio per il benessere Nonostante il relativo successo in campo accademico o nella bolla dei movimenti sociali, per ora molto poco dell’economia del benessere si è tradotto in prassi politica. La primazia del PIL come indicatore del successo di un’economia non è mai stata davvero messa in discussione da nessun governo, e lo spazio del welfare o dell’intervento pubblico, almeno in Occidente, si va riducendo, invece che aumentare. In Europa, il piano di riarmo delle istituzioni comunitarie e dei governi rischia di sostituire lo stato sociale e la transizione ecologica tra le prime voci dei bilanci pubblici del prossimo lustro. Eppure, le questioni poste dai teorici del benessere non sono venute meno. E mai come oggi si avverte la necessità di riconcepire la nostra idea di benessere. Il giorno seguente al blackout, i social spagnoli si sono riempiti di persone che, più o meno ironicamente, si interrogavano sul fatto che, tutto sommato, senza corrente non si stesse poi così male. I cittadini di un Paese ricco e sviluppato, in cui il PIL cresce e gli indicatori macroeconomici tradizionali sono tutti positivi, hanno salutato più con sollievo che con paura l’assenza di elettricità. Nemmeno il più radicale dei “decrescisti” proporrebbe di farne a meno, ma quelle reazioni rimandano ugualmente a una riflessione: quali precondizioni, quali servizi e quali opportunità rendono la vita di una persona soddisfacente? Siamo sicuri che il sistema in cui viviamo ci renda più felici di quanto ci faccia sentire in trappola? E ancora: quale economia può consentirci di utilizzare diversamente le nostre risorse, indirizzandole verso beni e servizi che, nel loro insieme, contribuiscano a costruire una società felice? L'articolo Da un’economia di crescita a una di cura proviene da Il Tascabile.
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Le Dita Nella Presa, Distorcere i bilanci è un videogioco da ragazzi
Uno sguardo al "report sostenibilità" di Google e alle sue molte bugie; il meglio di hackmeeting 2025; Zona Warpa 4-5 Luglio al CSOA Forte Prenestino; notiziole dal Medio Oriente. A Giugno è uscito, come ogni anno, il report sostenibilità di Google. A leggerlo, sembra che sia possibile fare il miracolo: continuare a consumare sempre più energia, eppure far diminuire l'impatto ambientale. Vediamo insieme alcuni dei trucchi utilizzati (da Google, ma non solo) per far quadrare i conti. L'Hackmeeting 2025 è stato un mese fa, vi raccontiamo alcuni dei contenuti che ci sono piaciuti... avremmo voluto farlo in modo più esteso, ma ci siamo resi conto che si stava facendo tardi e abbiamo tagliato, non ce ne voglia chi ha curato altri dei momenti interessanti! Al telefono con Kenobit parliamo di Zona Warpa - La festa del videogioco ribelle itinerante. Il mondo del videogioco è infatti troppo spesso depoliticizzato, e questo festival mira a fare da ponte tra chi gioca e chi fa videogiochi, in una cornice consapevole. Questo weekend è il turno del Forte Prenestino, qui potete vedere alcuni video di edizioni passate per farvi un'idea. Chiudiamo con delle notiziole dal Medio Oriente: * 2 giorni di blackout di internet in Iran, per "ragioni di sicurezza": di cosa si tratta? * NSO piange miseria Ascolta l'audio sul sito di Radio Onda Rossa
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Decolonizzare l’ecologia
Q uesta storia può cominciare da un villaggio contadino della campagna haitiana. È un villaggio sulle colline: alcuni cimarroni, ex schiavi di origine africana, si sono rifugiati lì per sfuggire alle piantagioni schiaviste delle pianure. Hanno tagliato qualche albero per costruire il villaggio, e altri per l’agricoltura e la legna. Sono terreni poveri, quelli che si trovano a coltivare, perché quelli ricchi sono coperti dalle piantagioni dei coloni. E siccome i terreni rendono poco, tagliano altri alberi per farci carbone vegetale da vendere in città. Allora i cimarroni vengono additati come responsabili della deforestazione dagli ambientalisti. Possiamo immaginare che, per preservare la biodiversità dell’isola, si deciderà di impedire il disboscamento di quelle colline: si farà una riserva, da cui escludere del tutto quei cimarroni che tagliavano gli alberi. A nessuno verrà in mente di accusare i coloni con le loro piantagioni, che fin dal loro arrivo si erano occupati di deforestare tutto il resto dell’isola. Nemmeno agli ambientalisti. Perché la nostra cultura, ci dice questa storia, è talmente intrisa di colonialismo che spesso non lo vediamo e anzi lo perpetriamo senza accorgercene anche nelle lotte, anche nell’attivismo. L’ecologia stessa ne è costellata: sul colonialismo si fonda spesso il concetto di riserva naturale così come l’estrazione di metalli e terre rare in America Latina e in Africa. Liberarsene è parte del processo necessario per affrontare la crisi climatica. E in effetti questa storia potrebbe cominciare anche molto prima, fra il Quindicesimo e il Diciannovesimo secolo, quando dodici milioni e mezzo di africani furono strappati dalle loro terre e stipati nella stiva di navi dirette nelle Americhe. Come scrive Malcom Ferdinand, ingegnere ambientale di origini caraibiche, in Un’ecologia decoloniale (2024): > questi spazi della stiva e dell’interponte rappresentano anche un dispositivo > politico fondante del mondo moderno. Per diversi secoli, relazionarsi con un > altro essere umano, o più precisamente trattarlo, mettendolo dentro una stiva > fu considerato ammissibile e opportuno. […] La collocazione nella stiva è il > gesto che inaugura la relazione schiavista con questi uomini, queste donne e > questi bambini neri. Tale relazione non si ferma allo sbarco, all’uscita > fisica dalla stiva delle navi negriere, benché assuma forme diverse. I > prigionieri della nave negriera e gli schiavi della piantagione si ritrovano > legati nella stessa stiva del mondo. Ma come coglie lo stesso Ferdinand, questa storia comincia ancora prima, nelle storie che popolano il nostro immaginario e che ci forniscono le lenti attraverso cui leggiamo il mondo. L’arca di Noè, immagine fondante della cultura occidentale, è una nave su cui un Padre sceglie chi far salire e chi no. Assomiglia alla Tesla costosissima di Elon Musk, la salvezza per pochi di una mobilità elettrica di lusso per una transizione d’élite. Ma l’immagine più simbolicamente potente è quella della navicella spaziale diretta su Marte, letteralmente un’arca di Noè: qualcuno, forse un anziano Musk, sceglierà chi far salire sul ponte e chi nella stiva, mentre a tutti gli altri rimane soltanto la tempesta. > La nostra cultura è talmente intrisa di colonialismo che spesso non lo > vediamo, perpetrandolo senza accorgercene, persino nelle lotte e > nell’attivismo. Queste sono le storie di una delle fratture profonde che isolano l’ecologismo occidentale. Per la geografa Kathryn Yusoff della Queen Mary University of London l’Antropocene è bianco. Bianco come chi non si schiera, e bianco prima di tutto perché bianco e più o meno inconsapevolmente colonialista è il pensiero di cui si nutre. Nel termine Antropocene c’è l’idea che la specie umana tutta abbia inciso direttamente sui processi geologici della Terra e sia colpevole dell’immensa e sfaccettata crisi climatica in cui ci troviamo: come se tutti avessero contribuito allo stesso modo e addirittura come se fosse necessario che l’umano, in quanto specie, finisse per rompere del tutto e a livello globale quell’“interscambio complesso e dinamico tra gli esseri umani e la natura” che Marx chiama “metabolismo”. In realtà solo un piccolo pezzo di umanità ha prodotto questa rottura, in particolare l’uomo bianco nella società occidentale capitalista e coloniale. Moltissime proposte sono arrivate nello scorso decennio per sostituire la parola Antropocene. Andreas Malm e Jason Moore hanno parlato di “Capitalocene”, mettendo l’accento appunto sul sistema economico. Marco Armiero ha parlato di “Wasteocene”, l’era degli scarti, intendendo non solo i rifiuti ma anche le terre e le comunità umane e non umane sacrificate sull’altare del profitto. Donna Haraway ha parlato invece di “Plantationocene”, per focalizzarsi sui danni causati dalle monoculture nei Paesi del Sud globale. Nella piantagione come nello scarto c’è quello che il colono e l’ambientalista non vogliono vedere. Entrambi, come scrive Malcom Ferdinand, cercano uno stesso paradiso da cui l’Altro è escluso. L’Altro è tutto ciò che sta fuori, nella stiva del mondo, tutto ciò che Ferdinand chiama “il negro”: persino la Terra, in questo senso, è “negra”. E Negrocene è quell’era storica che ha relegato “nella stiva del mondo esseri umani e non umani”; “negri” per Ferdinand sono tutti i gruppi umani considerati inferiori, usati come forza lavoro e allo stesso tempo nascosti, nella stiva come ai margini della proprietà padronale perché il bianco possa vivere da solo, nascondendo alla propria vista qualsiasi tipo di “Altro” e rifiutandosi insomma di condividere la terra con altri viventi. Ciò che resta fuori è tutto ciò che sfruttiamo ma non vogliamo vedere. Sono i rifiuti e le risorse. Fra le risorse ci sono gli schiavi, ma anche le altre specie, e anche le donne. Sono queste le tre categorie che per Marx, attraverso il loro lavoro non pagato, permettono al capitalismo di esistere: il lavoro di cura per le donne, il lavoro nei campi degli schiavi, ma anche il lavoro di un mulo, di un cane da pastore, di un pollo. Accanto al mancato riconoscimento del loro lavoro, queste categorie sono anche estromesse da ogni potere decisionale sulla propria vita e sul suolo che abitano: non lavorando, non sono coinvolti in nessuna scelta. > Nel termine Antropocene si annida l’idea che la specie umana tutta sia > colpevole dell’immensa e sfaccettata crisi climatica in cui ci troviamo: come > se tutti avessero contribuito allo stesso modo e la specie umana fosse > inevitabilmente distruttiva. La crisi climatica affonda le proprie radici in un modello economico e in una cultura dello scarto, della stiva e della piantagione, che emergono da un sistema di potere patriarcale: senza Noè non esisterebbe un’arca. Noè è il punto di vista unico e oggettivante dell’uomo bianco, che sceglie chi sale e chi non sale sulla nave. Un ambientalismo che non tenga conto di tutto ciò è un ambientalismo sterile e vuoto. Ferdinand trova un’immagine bellissima per descrivere questo tipo di ecologia: è l’immagine di una “Terra senza Mondo”, spopolata dei suoi abitanti, delle credenze, usanze e significati. Vergine e pura come una vestale. Dunque morta, o finta, come un simulacro. In questo senso le Americhe conquistate e la riserva naturale hanno molto in comune. L’uomo bianco non accetta di convivere con il nativo. Lo stermina o lo sposta lontano dal suo sguardo: uno scarto. Allo stesso modo dalla riserva naturale sono estromessi gli umani della stiva, è un paradiso a cui ha accesso il turista e che solo un potere dall’alto può gestire. Questo, del resto, hanno in comune l’estrattivismo e il patriarcato: la presunzione di avere a disposizione un oggetto da sfruttare o da ammirare, si tratti di una donna o della Terra stessa. E infatti Ferdinand osserva: “I coloni occidentali e gli ambientalisti si trovano accomunati nella loro ricerca di un paradiso sulla Terra che nasconde l’esistenza dell’altro”. Il ripristino della natura perché torni “incontaminata”, la riserva che esclude gli abitanti per creare una foresta senza mondo, fa parte di questo immaginario. > La crisi climatica affonda le proprie radici in un modello economico, e in una > cultura dello scarto, della stiva e della piantagione, che emergono da un > sistema di potere patriarcale. L’ambientalismo occidentale è spesso stato bianco, sordo, colonialista e spesso lontano dai lavoratori. Negli ultimi anni i movimenti ambientalisti di nuova generazione, in particolare i Fridays For Future, hanno fatto alcuni importanti sforzi di ascolto e di riflessione sulle proprie radici, sul proprio linguaggio e sulle proprie istanze. Negli ultimi tre anni si sono confrontati con le urgenze diverse, a volte in opposizione, dei movimenti MAPA (Most Affected People and Areas), che rappresentano gruppi e territori particolarmente colpiti dai cambiamenti climatici come indigeni, minoranze, donne, poveri e abitanti del Sud globale. Nei Climate Camp e nei congressi di giustizia climatica si sono affiancati e confrontati ambientalisti da tutto il mondo nella difficile impresa di tenere assieme esperienze, voci e rivendicazioni lontanissime. Nel 2022 Greta Thunberg non ha fatto un passo indietro, come suggeriscono alcuni, ma si è spostata di lato per lasciar posto al suo fianco ad altre attiviste, in particolare l’ugandese Vanessa Nakate. E dallo scorso anno quasi tutti i movimenti ecologisti hanno integrato la causa palestinese nella loro lotta. In Italia, i movimenti si sono uniti alla lotta operaia della ex GKN di Campi Bisenzio, mentre in Francia il 2023 ha visto decine di migliaia di persone che invece di scendere in piazza sono scese nei campi assieme agli agricoltori del movimento Soulevement de la Terre. Non è abbastanza, ma è qualcosa ed è importante che ci sia. > L’ambientalismo occidentale è spesso stato bianco, sordo, colonialista e > lontano dai lavoratori. Eppure, molte “politiche verdi” nel concreto restano profondamente coloniali. Prima di tutto nell’estrazione di risorse come il litio, il nichel e il cobalto, che avviene per lo più su suolo africano o sudamericano, ne inquina le acque, sfrutta lavoro sottopagato ed è destinata principalmente ai consumi del Nord globale. Ma anche nel modo stesso di concepire l’idea di ripristino di un ecosistema. All’inizio ho fatto riferimento a Haiti ma accade ovunque e in continuazione. La riserva esclude gli abitanti dall’utilizzo della propria terra. Allo stesso modo, con la scusa del progetto di una Grande Muraglia verde lungo il Sahara e il Sahel, ossia una barriera di alberi per rallentare la desertificazione, i governi dei Paesi interessati stanno ponendo vere e proprie recinzioni che impediscono alla popolazione locale e in particolare ai nomadi di muoversi liberamente. Del resto la narrazione stessa della transizione ecologica ha spesso la forma ben riconoscibile di un’arca di Noè. Le pubblicità di Plenitude o Hera raccontano una transizione bianca e benestante: vediamo sempre e solo il ponte della nave, non chi è rinchiuso nella stiva o lasciato in mare. Famiglie felici in bicicletta, in bei quartieri di città a misura d’uomo. Per autori come Yussof e Ferdinand è fondamentale che l’ambientalismo sia consapevole, non solo di come l’inquinamento e il degrado ambientale rafforzino il dominio sui poveri e i razzializzati, ma anche di come alcune delle soluzioni perpetrino lo stesso modello fondato sulle disuguaglianze e sul lavoro non pagato (o quasi) degli abitanti delle stive ‒ che siano il Sud globale o qualsiasi territorio di scarto ‒, sull’estrazione cieca di risorse e sull’accaparramento di terre altrui. Non sono fratture diverse, quella coloniale e quella ecologica, sono la stessa frattura. Dove per frattura, Ferdinand intende la discontinuità nelle relazioni fra gli esseri umani e l’ambiente, fra culture e fra diverse forme di conoscenza che è insita nell’ordine sociale generato dal capitalismo. Politiche “verdi” incapaci di disfarsi dell’abitudine coloniale al dominio non solo ripropongono le stesse logiche di potere da cui proprio la crisi climatica, suonando un allarme sempre più chiaro, ci sta dando la possibilità di liberarci: sono anche inefficaci e ancora una volta ci isolano, sul ponte della nave, prigionieri della terra senza mondo che continuiamo a costruire. > Non sono fratture diverse, quella coloniale e quella ecologica, sono la stessa > frattura, intesa come la discontinuità nelle relazioni fra gli esseri umani e > l’ambiente, fra culture e diverse forme di conoscenza, insita nell’ordine > sociale generato dal capitalismo. Quello che va rifondato è il modo di abitare: non la ricerca di un paradiso terrestre da cui l’Altro è escluso ma una “nave mondo” su cui abitare assieme agli altri umani e alle altre specie. Significa rifondare l’immagine che abbiamo di noi stessi e del mondo attraverso vite e storie che ci contaminino e modifichino. L’ecologia decoloniale parte da qui e ha l’arduo compito di renderci più vasti e decentrati. Abbandoniamo la consunta arca di Noé, o meglio ancora reinterpretiamola, osserviamo cosa non funziona in quella narrazione. Raccontiamo la storia della stiva della nave, lasciando che prenda parola tutto ciò che non ha avuto voce e luce. Entriamo, insomma, a far parte di una nave mondo. La storia dell’ecologia politica e decoloniale, di un Antropocene non bianco, di un’ecologia che si sappia non bianca, è anche una storia di uscita da una solitudine che separa l’uomo bianco occidentale dagli altri umani, dalle altre specie, dalla Terra tutta. È una storia fatta di narrazioni da mettere in comune, di condivisione di spazi e contaminazione. La crisi climatica mette a nudo la vulnerabilità dell’immaginario occidentale, e proprio per questo l’ecologismo per primo ha bisogno di destrutturarsi e contaminarsi mettendo le mani, innanzitutto, nella produzione di conoscenze. In un articolo uscito su The Conversation e intitolato Five shifts to decolonise ecological science – or any field of knowledge, J. Auerbach  Jahajeeah, C. Trisos e M. Katti osservano come l’epistemologia e il pensiero dell’ecologia poggino i piedi su un passato coloniale che comprende anche il nome che diamo alle cose: piante e animali sono stati rinominati dall’uomo bianco al suo arrivo e non sappiamo nulla dei nomi con cui erano chiamati prima. Allo stesso modo le mappe sono state disegnate in modo da conferire centralità all’Europa e al Nord America, attraverso regole di astrazione del pensiero occidentale. Gli autori propongono appunto cinque passaggi necessari per decolonizzare il pensiero e l’epistemologia ambientali, fra cui decolonizzare le menti, ossia aprirsi a forme di conoscenza che non provengano necessariamente da pratiche scientifiche occidentali; comprendere le storie, per una conoscenza che sia sempre situata in un contesto; migliorare l’accesso alla conoscenza per ricercatori o attivisti provenienti da zone del mondo da cui è più difficile partecipare al dibattito accademico; e riconoscere le competenze al di là degli stretti parametri occidentali. > La storia dell’ecologia politica e decoloniale, è anche una storia di uscita > dalla solitudine che separa l’uomo bianco occidentale dagli altri esseri > umani, dalle altre specie, dalla Terra tutta. Dissodare le basi su cui si muove la conoscenza è un inizio, o uno degli inizi possibili. Di sicuro c’è da non dare per scontato nulla, né il nome di una pianta, né la bontà di una riserva naturale o di un progetto di riforestazione, né l’estrazione di un metallo per la mobilità elettrica. Nell’Antropocene questo immaginario cade, scopriamo di aver bisogno delle altre specie e di immaginari diversi dal nostro a cui attingere, per non inaridirci in una riforestazione senza mondo. L'articolo Decolonizzare l’ecologia proviene da Il Tascabile.
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Salvare l’agricoltura
I n primavera inoltrata, nelle mie camminate per queste campagne dell’Agro Pontino, comincio a cercare una cresta rossa dai bordi bianchi e neri: un’upupa è inconfondibile anche per una che non sa distinguere una beccaccia da un tordo, come me. Di solito la avvisto a terra, nei campi aperti, dove cerca lombrichi o grillotalpa; se mi avvicino troppo spicca in un volo sgraziato ma coreografico, perché le ali bianche e nere, quando sono spiegate, sono bellissime. È un uccello abbastanza comune, non è una specie a rischio ma in Europa è classificata come in declino: le cause sono l’uso di pesticidi, che riducono la presenza degli insetti di cui si nutre, e la modifica delle zone rurali che erano il suo habitat naturale, con la sparizione dei muretti a secco e la contrazione dei sistemi agropastorali. Per me, che la cerco in una fascia sempre più sottile di campagne, strette fra una linea ferroviaria e l’avanzata della zona industriale, vederle tornare significa che questo ecosistema, anche se fragile e a rischio, ancora tiene, ancora è aggrappato a un equilibrio minimo. È il mio segnale positivo: mi dice che, per un’altra primavera, posso tenere anche io. Coltivare un ecosistema Un ecosistema è il complesso sistema di relazioni biotiche presenti in un determinato tipo di ambiente fisico – che sia il deserto, la foresta tropicale o la tundra – tendenzialmente percepibile come naturale, ossia non influenzato dalla presenza umana. Vengono invece definiti come ecosistemi artificiali o secondari quelli dove la presenza umana è invasiva: un ecosistema urbano, per esempio, ossia l’insieme delle relazioni biotiche presenti in un ambiente cittadino. O un ecosistema agricolo: quello che si configura in un ambiente naturale modificato dall’attività umana allo scopo di coltivare piante per la produzione di cibo o per i pascoli. > Un’agricoltura di tipo intensivo punta al massimo controllo su tutte le > variabili che possono influenzare il raccolto, e la biodiversità è intesa come > la prima variabile da controllare. È una divisione labile: la pervasività delle azioni umane non risparmia più alcun angolo di mondo ed è quindi arbitrario definire il limite oltre il quale la nostra presenza fa sconfinare un ambiente nel non-naturale. Sarebbe forse più utile smontarla, perché la separazione dell’umano rispetto al resto del mondo vivente è artificiosa e dannosa per ogni discorso ecologico, e andare piuttosto a cercare proprio quel punto in cui un ecosistema agricolo può assomigliare a un ecosistema tout court. Gli ecosistemi agricoli hanno una loro branca dell’ecologia, l’agroecologia, che ha definito una serie di pratiche utili a tutelarne e ripristinarne salute e biodiversità: non troveremo salute e biodiversità in un ambiente dove la pervasività, il peso e l’impatto della coltivazione sono talmente pesanti da ridurre ai margini o schiacciare qualunque altra forma di vita. Un’agricoltura di tipo intensivo, su larga scala, è un’agricoltura che punta al massimo controllo su tutte le variabili che possono influenzare il raccolto, ed è la biodiversità a essere intesa come la prima variabile da controllare: che si tratti di sbarazzarsi delle erbe spontanee, chiamate “infestanti”; degli insetti presenti, con metodi che difficilmente fanno distinzione fra specie dannose per il raccolto e specie utili come gli impollinatori; di regolare le componenti biochimiche del terreno, con l’uso di concimi chimici di sintesi, che vanno a compensare l’impoverimento dei suoli dovuto alle coltivazioni intensive e all’aver dismesso pratiche come la rotazione e il riposo. Questo controllo ormai viene esercitato perfino sul patrimonio genetico di un seme. Vecchi e nuovi OGM Lo sviluppo delle nuove tecniche genomiche (NGT, New Genomic Techniques) – o, in Italia, tecniche di evoluzione assistita (TEA), sigle con cui si intendono le nuove tecnologie di modifica genetica sulle sementi, per rimarcare una differenza rispetto ai precedenti OGM (Organismi Geneticamente Modificati) – segna un nuovo passo in questa direzione. > A differenza degli OGM gli NGT richiedono modifiche del DNA più precise e meno > invasive, e nell’Unione Europea c’è chi spinge perché vengano accettati alla > stregua di sementi tradizionali. La differenza si basa, sostanzialmente, su una maggiore precisione negli interventi di modifica del DNA: nei vecchi OGM le modifiche venivano spesso introdotte utilizzando geni di altri organismi – per esempio batteri resistenti a determinati erbicidi – integrati in maniera non specifica all’interno del genoma ospite, mentre nelle NGT si affidano a sistemi di editing genetico più precisi, come CRISPR-cas9, che consente di intervenire direttamente sulla sequenza di DNA in modo più mirato e preciso. Anche quando questi interventi comportano l’utilizzo di materiale genetico proveniente dall’esterno, il DNA arriva tendenzialmente da esemplari della stessa specie o di specie strettamente imparentate. Se questa sia una differenza sostanziale e sufficiente a sottrarre le nuove tecniche ai limiti imposti sugli OGM è una questione aperta: chi nell’Unione Europea sta spingendo per una deregolamentazione che permetta lo sviluppo e l’uso di sementi NGT, eliminando i divieti di coltivazione e aggirandone gli obblighi di etichettatura e tracciabilità, sostiene che questi siano semi più simili a quelli prodotti con metodi “tradizionali” che agli organismi geneticamente modificati. Ed è la strada che sta prendendo la Commissione: da metà marzo sono stati affidati al COREPER (il Comitato dei rappresentanti permanenti dei governi degli Stati membri dell’Unione Europea) i lavori di preparazione per la legge che dovrà regolamentare questo settore, per rendere più facile e veloce il processo di concessione di nuovi brevetti. Lo scopo è garantire delle coltivazioni più robuste, visto che le sementi che si stanno studiando hanno caratteristiche come la resistenza alla siccità e ad alcuni patogeni: è il caso del riso Ris8imo, una varietà sviluppata dall’Università Statale di Milano, che non viene attaccata dalla malattia fungina del brusone, attualmente in fase di sperimentazione in campo in provincia di Pavia. Nella Vision for Agricolture and Food UE – il documento di indirizzo  pubblicato lo scorso febbraio – le parole chiave con cui si apriva la strada all’utilizzo di NGT erano proprio “resistenza” e “resilienza” rispetto alle sfide climatiche e ambientali, “sicurezza” alimentare e “redditività” del settore. E sono le stesse parole che accompagnano la retromarcia rispetto ad alcune misure del Farm to Fork, come le limitazioni ai pesticidi e ai fertilizzanti chimici, e che vengono sfruttate per ammorbidire, quando proprio non eliminare, alcuni obblighi per ottenere i fondi europei di sostegno all’agricoltura, come la rotazione delle colture e la destinazione “a riposo” del 4% delle superfici agricole. Non c’è sicurezza senza biodiversità Se potessimo circoscrivere i termini “resistenza”, “resilienza”, “sicurezza” e “redditività” al piano economico della filiera agroalimentare, l’idea di progettare in laboratorio dei semi che rispondono a determinate caratteristiche richieste dal mercato sarebbe perfettamente razionale. Ma rimane razionale solo finché non ci rendiamo conto che l’esigenza di sicurezza umana non sta al di sopra della sicurezza ambientale complessiva, bensì dentro di essa e ne è totalmente dipendente. > Abbiamo la presunzione di poter creare degli organismi che siano più > resistenti alle variabili del mondo esterno di quelli che in quel mondo sono > nati, sopravvissuti ed evoluti. Questi semi vengono progettati in ambienti sterili, in un laboratorio sterile in cui ogni elemento è sotto controllo umano, in cui le forme di vita presenti sono ridotte quasi a zero. In questa situazione totalmente artificiale abbiamo la presunzione di poter creare degli organismi che siano più resistenti alle variabili del mondo esterno di quelli che in quel mondo sono nati, sopravvissuti ed evoluti nel corso della storia. Il mondo fuori dai laboratori è investito dall’intensità e dall’imprevedibilità degli effetti della crisi climatica, le cui variabili sono sempre meno controllabili: siccità, alluvioni, nuove specie invasive, desertificazione e perdita di fertilità del suolo, caldo estremo, gelate e grandinate intense fuori stagione. Il mondo esterno non assomiglia a un laboratorio, per quanto ci si sia impegnati a controllare, arare, allineare, ordinare i campi coltivati. Le interconnessioni tra gli organismi viventi sono di diversi ordini superiori a quelle calcolabili in un ambiente chiuso: queste interconnessioni rendono difficile esercitare un effettivo controllo su un ecosistema, ma allo stesso tempo gli conferiscono resistenza, ossia la capacità di resistere ai fattori di disturbo, e resilienza, la capacità, poi, di tornare in equilibrio: queste capacità sono legate a doppio filo alla biodiversità. Una superficie di ettari ed ettari coltivata con una sola varietà, con semi identici uno all’altro perché prodotti in serie, in cui si tende ad azzerare le altre forme di vita – che siano erbe spontanee o insetti o organismi del suolo –, è un ecosistema agricolo la cui biodiversità è ai minimi, in cui tutte le azioni umane sono indirizzate a rafforzare l’illusione di controllo, e in cui sotto questa illusione si muove l’imprevisto: perché la fragilità di una coltivazione così uniforme è massima; perché quella coltivazione sarà pure resistente alle variabili che abbiamo previsto, ma non all’imprevisto. Un solo insetto in grado di attaccare quella varietà distruggerà l’intera coltivazione, senza trovare alcuna resistenza, che può essere portata invece dall’alternanza di diverse coltivazioni, dalle aree destinate al riposo o alle fasce boschive, dalla presenza di predatori. > Le interconnessioni tra gli organismi viventi rendono difficile esercitare un > effettivo controllo su un ecosistema, ma allo stesso tempo gli conferiscono > resistenza e resilienza, capacità legate a doppio filo alla biodiversità. Purtroppo, molto spesso anche chi si oppone alla deregolamentazione delle NGT ne fa una questione parziale e non generale: si discute di sicurezza per la salute dei consumatori, e non di salute degli ecosistemi agricoli, e degli ecosistemi in generale, che comprende anche la salute delle persone che ci vivono dentro, che siano consumatori o no di quei prodotti. Sapere se può essere dannoso mangiare del riso geneticamente modificato – qualunque sia la tecnica e il numero di modifiche apportate – è solo una delle questioni che ci dovremmo porre prima di cominciare a coltivare quel riso. Le altre questioni riguardano a monte che tipo di agricoltura vogliamo continuare a praticare e che tipo di ecosistema agricolo vogliamo nei nostri ambienti coltivati. Nessuno tocchi gli allevamenti intensivi Il tipo di agricoltura che immagina l’Europa è contenuta nel documento di vision, che la Commissione considera una “tabella di marcia” delle politiche agricole fino al 2040. Le indicazioni contenute riflettono il cambio di indirizzo dovuto alla formazione della nuova Commissione, in seguito alle elezioni europee di giugno 2024, le proteste dei trattori (e le loro strumentalizzazioni politiche), l’aumento della diffidenza – quando non proprio avversione – per il Green deal europeo e per le misure di transizione ecologica, e l’esplosione di nuove emergenze che hanno scalzato la crisi climatica dal campo della nostra attenzione. Eppure, a gennaio del 2024 era stato avviato un dialogo strategico sul futuro dell’UE, presieduto da Peter Strohschneider (ex presidente della commissione per il futuro dell’agricoltura del governo tedesco), che coinvolgeva rappresentanti dei principali stakeholder della filiera agroalimentare, insieme a rappresentanti dell’ambientalismo e della società civile. Le raccomandazioni raccolte nel documento finale, presentato a ottobre scorso, elencavano dei punti molto chiari e, purtroppo, accolti solo in parte: fra queste ‒ oltre a segnalare una forte necessità di rivedere a favore delle aziende più piccole e più giovani i criteri di distribuzione dei sussidi destinati al comparto (previsti nella PAC, Politica Agricola Comune), alla richiesta di maggiori fondi per la transizione ecologica della filiera e un intervento più incisivo contro le pratiche commerciali sleali ‒, c’era anche una spinta per la transizione degli allevamenti intensivi e per politiche di accompagnamento alla trasformazione delle diete. Quest’ultima parte manca completamente: “le preoccupazioni della società in materia di benessere animale” vengono rimandate a un generico esame futuro. Verrebbe da chiedersi quanto tempo ancora servirà per affrontare il nodo degli allevamenti intensivi, un sistema di produzione che non è difendibile da nessun punto di vista. Né da quello del benessere animale, né da quello della salute umana, né, ancora, ambientale e nemmeno economico: se conteggiassimo i danni sanitari e ambientali provocati, e togliessimo i sussidi ricevuti, sarebbe un’attività insostenibile anche finanziariamente. > Gli allevamenti intensivi hanno cambiato anche l’agricoltura, basti pensare a > come il letame è stato sostituito da liquami altamente inquinanti e > inutilizzabili come concime. I miliardi di animali allevati e uccisi ogni anno, le tonnellate di carne che si perdono o si sprecano lungo la filiera, la quota di gas climalteranti prodotta dal settore, l’inquinamento atmosferico e di falde acquifere, le morti attuali e quelle stimate in futuro per la diffusione di nuove pandemie e per lo sviluppo di batteri resistenti agli antibiotici: ognuno di questi aspetti offre una chiave, un pezzo, che smonta la retorica secondo cui questo sarebbe un metodo di produzione efficiente, una garanzia per la sicurezza alimentare di un pianeta sempre più popolato. È stata sempre un’esigenza di controllo a indurre lo spostamento degli animali al chiuso, dai pascoli aperti ai capannoni industriali. Fuori, eventi atmosferici, assalti dei predatori e malattie sembravano incontrollabili; un luogo chiuso era un modo di tenere lontano ogni imprevisto, nutrire e ingrassare degli animali immobili secondo tempistiche perfettamente controllabili. Cambiare gli allevamenti ha significato anche cambiare agricoltura: la riduzione dei sistemi di rotazione che prevedevano anche i pascoli; la sostituzione del letame con i liquami risultanti dagli allevamenti intensivi, altamente inquinanti e inutilizzabili come concime: questo ha significato dover creare industrialmente dei fertilizzanti di sintesi per arricchire suoli sempre più poveri; la destinazione di aree sempre più vaste alla coltivazione di cereali e legumi per i mangimi, che sono fra quelle a più alta esigenza idrica. Il fatto è che questi non sono semplici errori di valutazione da correggere all’interno di un processo da perfezionare, sono piuttosto gli effetti di un processo che si basa interamente su premesse sbagliate: che la conoscenza umana permetta il controllo di ogni aspetto del reale, che gli esseri viventi che consideriamo inferiori o più semplici possano essere manipolati, bloccati, indirizzati, fatti nascere e morire secondo degli obiettivi stabiliti in modo indipendente dalla loro volontà. E invece la vita ha trovato la sua strada, in miliardi di anni di evoluzione, molti dei quali non hanno contemplato la presenza di umani, né della loro illusione di controllo, delle loro innovazioni, dei loro bilanci aziendali e piani industriali, deperibili, momentanei, illusori, ingenui e piccoli, rispetto all’ostinata volontà della vita di proseguire, e adattarsi. Un’agricoltura che comprenda i limiti Se l’agricoltura intensiva tende alla standardizzazione dei processi e all’uniformità dei prodotti, al controllo e alla riduzione della diversità in ognuna delle sue forme, le sue alternative sono difficilmente riassumibili perché la varietà di approcci, di metodi, di teorie e perfino – si può dire – di ideali a cui si ispirano è vasta: va da antiche tradizioni indigene e contadine alle nuove ricerche di scienza diffusa, dalle discipline agroecologiche ai principi della biodinamica, dalla precisa legislazione sul biologico ai sistemi autonomi di garanzia partecipata attivati dalle associazioni contadine, con tutto quello che c’è in mezzo. Può essere un limite ‒ perché è difficile immaginare, per esempio, delle politiche di sostegno che riescano a tenere dentro tutti e al tempo stesso garantire dei chiari criteri di accesso ai fondi ‒ ma è anche la sua forza. La forza della diversità – che vale per le relazioni di un ecosistema, e vale anche per la diversità di approcci, la loro adattabilità a contesti e comunità specifici, a sfide in continuo cambiamento – può essere la vera garanzia per la sovranità e la sicurezza alimentare. > Invece di rispondere alla nostra esigenza di sicurezza con dei tentativi di > dominio e controllo, dovremmo tentare di comprendere la complessità del mondo > e dei suoi ecosistemi, e comprendere che molta di questa complessità ci è > ancora sconosciuta. Perché se rispondiamo alla nostra esigenza di sicurezza con dei tentativi di dominio e controllo sempre maggiori, siamo destinati a fallire, a oltranza, aumentando il livello dei dispositivi di controllo almeno fino a che non ci renderemo conto che il controllo che pretendiamo sul mondo è un’illusione, e che invece dovremmo tentare di comprenderne la complessità per imparare ad abitarlo; e capire che molta di questa complessità ci è ancora sconosciuta. Quando ci mettiamo a manipolare la sequenza genetica di un seme, non conosciamo tutto ciò che è correlato a quella sequenza: lo studio sulle parti di DNA non direttamente coinvolte nella codifica delle proteine – definite per anni “junk DNA” – e lo studio delle interazioni fra ambiente esterno e modifiche cellulari (epigenetica) sono talmente agli inizi che non esistono basi veramente solide per affermare che le NGT permettano modifiche mirate, prevedibili e precise. Quando è stato deciso che tenere gli animali da allevamento al chiuso fosse più sicuro, non è stato considerato che un’intensità così alta di animali della stessa specie favorisce lo sviluppo di epidemie; e quando si pensava di risolvere il problema somministrando antibiotici in via preventiva, non sono state prese in adeguata considerazione conseguenze come lo sviluppo di un’antibiotico-resistenza nei batteri, né la facilità con cui i virus potevano fare un salto di specie, da bovini, suini o pollame agli umani. Abbiamo sovrastimato la nostra capacità di trovare nuovi farmaci e nuove misure di contenimento, e sottostimato quella di batteri e virus di adeguarsi e proliferare. Quando abbiamo avviato la produzione industriale di fertilizzanti chimici per ottenere raccolti sempre maggiori, sempre più velocemente, in modo sempre più intensivo, non sapevamo quasi nulla del complesso sistema di relazioni biotiche che rende possibile la fertilità dei suoli: abbiamo distrutto quell’ecosistema prima ancora di conoscerlo, prima ancora di sapere come avremmo fatto, una volta distrutto, a ripristinarlo. Per poi scoprire che i fertilizzanti chimici non funzionano più quando il suolo è ormai deserto, e che sono necessarie le relazioni fra funghi e radici per permettere alle piante di assorbire i nutrienti. Non è più ammissibile scegliere il corretto sistema di produzione sulla base di valutazioni esclusivamente economiche, mettendo a bilancio solo i costi e i profitti diretti di un’attività, senza considerare i costi indiretti che si scaricano sulla collettività – in termini di salute, di danni ecologici irreversibili, di utilizzo delle risorse – e senza considerare il valore dei servizi che un ecosistema sano porta sul lungo termine. Collaborare con un seme Sono molte le aziende che, invece, questo valore lo riconoscono e hanno scelto di portare avanti un tipo di agricoltura rigenerativa, che mira a ripristinare la salute del suolo e che può ripopolare habitat distrutti da decenni di monocolture intensive. Sono soprattutto aziende medie e piccole, o collocate in zone marginali, dove l’agricoltura su larga scala è più difficile da praticare. Il loro non è solo un metodo di coltivazione che ha eliminato i prodotti chimici di sintesi, ma è un cambio di prospettiva: dalla natura considerata come risorsa, come input di un processo di produzione a esaurimento, a un sistema circolare integrato con l’ambiente. Si passa da un tentativo di dominio a una collaborazione con gli elementi di un ecosistema. > Non è più ammissibile scegliere il corretto sistema di produzione sulla base > di valutazioni esclusivamente economiche, senza considerare i costi indiretti > che si scaricano sulla collettività. Nella provincia di Pavia, non lontano dai campi dove è in sperimentazione il Ris8imo, ho avuto modo di conoscere persone che stanno portando avanti questo approccio. Quando Roberto e Ilena hanno cominciato a occuparsi dell’azienda agricola di famiglia, una cascina dell’Ottocento, hanno deciso anche che, prima ancora che coltivare i loro campi, si sarebbero presi cura dell’ecosistema che ci vive dentro. Quella che hanno instaurato con il riso che coltivano (principalmente Carnaroli e Rosa Marchetti) è di fatto una forma di collaborazione: non delle varietà messe a punto in un laboratorio, ma rinforzate anno dopo anno direttamente in campo. Al riso il compito di adattarsi allo specifico terreno in cui cresce, alle condizioni climatiche della zona, ai patogeni che possono attaccare; a chi la coltiva il compito di selezionare a fine ciclo le piante migliori da cui raccogliere i semi per l’anno successivo. È quanto hanno fatto contadine e contadini per millenni, prima dell’avvento delle industrie sementiere: preservare i semi delle piante migliori, le più forti, per garantirsi coltivazioni sempre più resistenti. Ed è una forma di collaborazione anche quella instaurata con la biodiversità: riforestare le bordure dei campi coltivati permette la salvaguardia dei terreni dall’erosione e l’insediamento di numerose specie. Vedere tornare anfibi, uccelli, insetti, piccoli mammiferi nelle aree agricole non è solo una questione di romanticismo e di bellezza: una salamandra è un indicatore ambientale, un animale sentinella, che certifica la salute di un territorio quanto un esame di laboratorio. Spesso, chi chiede, e tenta di praticare, un’agricoltura che sa riportare la biodiversità dove questa era scomparsa, che sa curare un ecosistema che era danneggiato, dove specie animali che si erano allontanate possano trovare nuovamente posto viene accusato di ingenuità, poca concretezza, scarsa scientificità e razionalità; sarebbe però da chiedersi se non sia stato poco razionale, ma soprattutto poco lungimirante, affidarsi a un’agricoltura intensiva, estrattivista, che dietro di sé lascia suoli e falde acquifere ormai contaminati e inutilizzabili e se non lo sia continuare ad affidarsi allo stesso modello, limandone solo gli impatti più estremi. > Occorre operare un cambio di prospettiva: dalla natura considerata come > risorsa, a un sistema circolare integrato con l’ambiente; da un tentativo di > dominio a una collaborazione con gli elementi di un ecosistema. Mentre io aspetto il ritorno delle upupe, Ilena e Roberto sono in ascolto per intercettare i tarabusi, col loro canto profondo che somiglia al suono che produciamo soffiando in una bottiglia vuota: tre note basse, profonde, lievi. I tarabusi erano quasi spariti dall’Italia e hanno ripreso a nidificare fra i campi di riso dell’azienda: è difficile vederli, perché si mimetizzano fra gli steli, ma la loro presenza certifica che la strada intrapresa è quella giusta per l’ecosistema, sentire quelle tre note è un indicatore scientifico prima ancora che un momento di stupore e bellezza. Però contiene anche stupore e bellezza e forse non ci ha fatto bene escluderli da ogni discorso economico, sociale o politico, affinché questo ci sembrasse serio e credibile. Abbiamo bisogno di intravedere la bellezza che c’è nella transizione dei sistemi agricoli, e in ogni altro settore, di mostrarla a chi non si fida o teme che il cambiamento possa intaccare la sicurezza – alimentare, energetica o lavorativa –, di indicare una prospettiva che ampli i dati economici con indicatori del benessere, nostro, di specie umana, e delle altre specie, degli interi ecosistemi. Una prospettiva che sappia mostrare che la sicurezza, una sicurezza duratura e aperta al futuro, non passa dal controllo e dall’uniformazione ma dalla tutela e dal ripristino della biodiversità, dalla comprensione della complessità, dall’ammissione che fra i nostri bisogni c’è anche quello della bellezza, dello stupore, della meraviglia, del vivere non separati ma integrati in un ambiente sano, in cui la nostra salute, fisica e mentale, è intimamente connessa a quella dell’ecosistema in cui viviamo. L'articolo Salvare l’agricoltura proviene da Il Tascabile.
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Antropocene digitale di Adam Arvidsson e Vincenzo Luise
T ra le varie distorsioni cognitive che compromettono il nostro sguardo occidentale sul mondo c’è una tendenza alla compartimentalizzazione dei saperi e delle problematiche che spesso finisce per nascondere la reale portata di una crisi. Joseph Henrich l’aveva raccontato bene nel suo WEIRD (2022): di fronte a un segnale d’allarme, si tratti della crisi climatica, della trasformazione digitale o di una pandemia globale, la nostra prima tendenza è quella di trattare il problema come se fosse circoscrivibile e isolato dal contesto. Solo in un secondo momento ci preoccupiamo di individuare le interconnessioni che collegano questi fenomeni tra loro; ma spesso a questa fase nemmeno ci arriviamo. In questi anni stiamo attraversando un’emergenza ecologica, una rielaborazione di un trauma pandemico globale e uno stato avanzato di digitalizzazione delle transazioni economiche e sociali, territori che vengono spesso raccontati come lontani e poco sovrapponibili, condizioni che per puro caso si sono trovate all’interno della stessa cornice congiunturale. In Antropocene digitale (2025), Adam Arvidsson e Vincenzo Luise provano a rendere visibili queste interconnessioni, e lo fanno partendo proprio dalla presa d’atto di una distorsione cognitiva, quella di un capitalismo estrattivista che continua ad alimentare il mito di una crescita sostenibile esternalizzandone i costi su soggetti (umani e non umani) che spesso non si trovano nella condizione di reagire. In tempi in cui chi si oppone al capitalismo fossile viene accusato di perseguire una non ben specificata “ideologia ecologista”, Arvidsson e Luise specificano fin da subito che il miraggio di un estrattivismo sostenibile, così come la progressiva individualizzazione e digitalizzazione di ogni aspetto del nostro stare in società, è tenuto in vita da un’ideologia ben più pericolosa, un’ideologia che parte dal presupposto che possa e debba esistere una separazione tra essere umano e natura. Il risultato è che, per quanto la maggior parte delle persone sia in grado di riconoscere le iniquità e le ingiustizie che caratterizzano questa congiuntura storica, molti vivono nella rassegnata convinzione che non ci siano alternative davvero esplorabili: “Un’ideologia è qualcosa di molto simile a un’idea fissa. Una modalità di pensiero radicata che riflette alcuni aspetti della realtà ma ne nasconde altri. Un’ideologia è ‘una verità che nasconde la verità’, ha scritto Umberto Eco. Di solito, lo fa nell’interesse di attori potenti”. In questo contesto, la pandemia ha rappresentato una sospensione di questo incantesimo, uno squarcio nel velo su cui abbiamo imparato così bene a dipingere una realtà immutabile: da un momento all’altro ci siamo trovati a prendere atto, in modo diretto o indiretto, che la “normalità” su cui abbiamo edificato un intero modo di vivere non era affatto scontata, che il futuro probabilmente assomiglierà sempre di meno al presente, e che molte delle dinamiche che davamo per acquisite potevano essere messe in pausa, se non totalmente rovesciate. > Durante la pandemia ci siamo trovati a prendere atto che la “normalità” su cui > abbiamo edificato un intero modo di vivere non era affatto scontata e che > molte delle dinamiche che davamo per acquisite potevano essere messe in pausa, > se non totalmente rovesciate. Poteva essere un punto di svolta, e in molti all’epoca non hanno indugiato ad annunciare l’avvio di un cambio di paradigma, che avrebbe approfittato della plateale inadeguatezza del modello capitalistico fossile per favorire una transizione ormai considerata inevitabile. Ma come già era successo ai tempi dell’influenza spagnola, anche questa volta i sogni covati durante il lockdown sono evaporati in una rincorsa verso una nuova normalità. Una volta rientrata l’emergenza sanitaria, i due anni di pandemia sono diventati una parentesi da rimuovere il prima possibile dalla coscienza collettiva, ma non senza prima averla sfruttata per spostare ancora di più il baricentro delle nostre vite verso un’individualizzazione digitalizzata. > La diffusione di app e soluzioni digitali per affrontare problemi in ogni > ambito della vita, e il nostro utilizzo di esse per operazioni quotidiane come > la gestione bancaria, l’acquisto del pane o la prenotazione dei viaggi, > rinforza la convinzione che le tecnologie digitali possano risolvere i > problemi più vari. […] Vivere con il digitale non ci promette più qualcosa di > nuovo e radicale, ma piuttosto un perpetuo “di più”: restiamo bloccati in un > presente che sembriamo incapaci di cambiare. Nella lettura di Arvidsson e Luise, la pandemia è stata un’occasione perfetta per chi aveva interesse a puntellare il sistema estrattivo che già prima della pandemia aveva mostrato segni di cedimento. D’un tratto era possibile rendere ancora più pervasiva una “ideologia digitale sempre più mirata e adattata ai nostri bisogni e desideri […], diventati sempre più dipendenti dalle stesse tecnostrutture che dovrebbero soddisfarli”. > Una volta rientrata l’emergenza, la pandemia è diventata una parentesi da > rimuovere il prima possibile dalla coscienza collettiva, ma non senza prima > averla sfruttata per spostare ancora di più il baricentro delle nostre vite > verso un’individualizzazione digitalizzata. Per rendersene conto è sufficiente dare una scorsa ai dati sulla quantità di tempo che passiamo online (in media 6,40 ore al giorno, una cifra in costante aumento negli ultimi 20 anni) e la fetta di tempo libero che dedichiamo agli schermi (ormai più del 60%). Com’è intuibile, questo processo è stato affiancato da una riduzione costante delle interazioni nel mondo reale, e da una conseguente riduzione della capacità delle persone di percepirsi come parte di una comunità. Siamo connessi come mai prima, ma si tratta di connessioni virtuali e, appunto, circoscrivibili, a cui ci si può prestare e sottrarre nel giro di un click. Per certi versi, ci rapportiamo più con le app, che con gli utenti che le utilizzano, questo ha reso particolarmente semplice creare un ambiente digitale in cui le persone si sentano “a casa”, e in cui ognuno ha la possibilità di coltivare e rafforzare la verità che più si adatta alle proprie esigenze: “Si è verificata una vera e propria frammentazione dei tipi di fiducia che possano fondare la credenza in una realtà comune, mentre è avvenuta anche una relativizzazione della realtà, con le persone che tendono a riporre maggiore fiducia nei loro coetanei e nella loro interpretazione di ciò che sta accadendo”. In quest’ottica, le teorie cospirazioniste non nascono tanto da una mancanza di informazioni corrette, quanto da una eccessiva quantità di informazioni, un sovraccarico cognitivo che, in assenza di una narrazione unificatrice, finisce per creare bolle di verità alternative che riescono a farsi più robuste proprio in forza della loro lontananza dalle verità ufficiali (in primo luogo quelle fornite dalla scienza). > Per certi versi, ci rapportiamo più con le app, che con gli utenti che le > utilizzano, questo ha reso particolarmente semplice creare un ambiente > digitale in cui le persone si sentano “a casa”, e in cui ognuno ha la > possibilità di coltivare e rafforzare la verità che più si adatta alle proprie > esigenze. Non è difficile comprendere quanto questo processo faccia gioco a chi ha interesse a minimizzare la crisi climatica o a strumentalizzarne i tentativi di affrontarla. Da ormai decenni gli scienziati di tutto il mondo insistono compatti nel certificare le cause, il decorso e le prospettive della crisi climatica, indicando come chiare responsabili quelle aziende e quelle nazioni che dal secolo scorso a oggi hanno tratto profitto dall’estrazione, trasporto e vendita di combustibili fossili. Chi conosce un minimo il mondo scientifico sa che è raro trovare una simile convergenza. Ma paradossalmente il fatto che ci sia un fronte così compatto, per chi si è arredato la bolla con una verità alternativa, è prova del tentativo di confezionare una “realtà ufficiale” che consenta di imporre un’agenda politica “green”. Che fare, dunque? Arvidsson e Luise sono i primi a individuare nella frammentazione digitale della sfera pubblica un ostacolo all’azione climatica, ma sono anche i primi a riconoscere una varietà di nuove tendenze e movimenti che si muovono in direzione opposta, spesso puntando a una riappropriazione a una “depiattaformizzazione” delle tecnologie digitali (è il caso ad esempio dell’agroecologia), e prefigurando una sottrazione del progresso tecnologico al dominio della crescita per metterlo al servizio della ricerca di quello che Adam Smith definiva “equilibrio naturale”. > Chi oggi vive in condizioni di povertà relativa e assoluta, è spaventato tanto > dalla crisi climatica quanto da una transizione iniqua che rischia di tradursi > in una riformulazione in chiave verde del capitalismo, e in un ulteriore > peggioramento delle sue condizioni di vita. Un simile cambio di paradigma dovrà necessariamente passare dal tracciamento di ponti che sopperiscano all’attuale frammentazione delle pratiche e dei movimenti, ma prima ancora richiederà l’emergere di una narrazione collettiva che possa risultare sia inclusiva che allettante, in particolare per quella parte sempre più ampia di popolazione che oggi versa in condizioni di povertà e marginalità. Persone che oggi, comprensibilmente, sono spaventate tanto dalla crisi climatica quanto da una transizione iniqua che rischia di tradursi in una riformulazione in chiave verde del capitalismo, e in un ulteriore peggioramento delle loro condizioni di vita. In un mondo che si avvia a essere sempre più esposto ai rischi, un primo passo, secondo gli autori, è de-individualizzare il concetto di rischio: > Dobbiamo pensare a nuovi modi di socializzare il rischio, basati > sull’esperienza concreta delle condizioni materiali, e aprirci alla > possibilità che i livelli accettabili di rischio emergano da interessi > contrastanti, ciascuno riconosciuto come legittimo. […] Dovrebbe anche > riuscire a trasformare il rischio da principio apolitico in qualcosa attorno a > cui le persone possano unirsi in lotte collettive e solidarietà. Quando parlano di “rischiare insieme”, Arvidsson e Luise non si riferiscono solo all’antroposfera, e dunque agli esseri umani, l’ambizione è piuttosto quella di fare rientrare nell’equazione tutti i viventi, non solo per ragioni di principio, ma per una questione molto pratica: l’illusione di poter separare l’essere umano dall’ambiente in cui vive non ha portato solo alla degradazione degli ecosistemi, ma anche all’occultamento di tutte le interconnessioni che rendono quegli ecosistemi vivi e funzionali. In un mondo davvero compartimentalizzato non avremmo potuto prosperare. In un mondo artificialmente compartimentalizzato rischiamo di non sopravvivere. L'articolo Antropocene digitale di Adam Arvidsson e Vincenzo Luise proviene da Il Tascabile.
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Gli esseri umani sono (pessimi) ingegneri ecosistemici
S uccede che una fredda mattina di gennaio uno zoologo si sveglia e trova una diga che fino a qualche giorno prima non c’era. Tra le montagne di Brdy, in Boemia, c’è un parco nazionale che per decenni è stato utilizzato dall’esercito della Repubblica Ceca per esercitazioni militari. Tra le autorità e l’amministrazione del parco era in corso un tira e molla burocratico con oggetto la bonifica di un canale di drenaggio, costruito per il transito di veicoli cingolati. La costruzione di una diga avrebbe permesso di ristabilire l’assetto idrico della zona, ma le procedure erano ferme da oltre sette anni. A risolvere questo impasse ci ha quindi pensato una famiglia di otto castori, che nell’arco di un paio di giorni ha tirato su una diga naturale proprio nella zona interessata, con buona pace di autorizzazioni e richieste formali alle autorità. Risparmio stimato per l’operazione? Circa 1,2 milioni di euro. Non è la prima volta che i castori vengono in aiuto dei conservazionisti in questioni di gestione ambientale. Il ruolo di questi animali nel regolare l’assetto idrico e plasmare il territorio circostante è ben noto. Le loro dighe sono in grado di trattenere milioni di litri d’acqua, creando un ambiente favorevole a sostenere interi ecosistemi. Uno studio sui castori euroasiatici (Castor fiber) nel parco nazionale delle foreste Bavaresi ha rivelato come la loro presenza aumenti la biodiversità circostante: le aree dove i castori sono attivi presentano un maggior numero di altre specie animali e vegetali rispetto a quelle dove i castori non ci sono. > Le dighe dei castori rallentano il flusso delle acque fluviali e mantengono > ben idratate le foreste, che sono così meno suscettibili a seccarsi e prendere > fuoco. E creano riserve idriche utili anche a combattere gli incendi: la presenza del castoro nordamericano (Castor canadensis) è stata fondamentale per mitigare i danni degli incendi in California che hanno devastato la regione nel gennaio 2025. Le dighe, infatti, rallentano il flusso delle acque fluviali e mantengono ben idratate le foreste, che sono così meno suscettibili a seccarsi e prendere fuoco. Ragione per cui il California Department of Fish and Wildlife ha da poco lanciato un programma di rilascio di questi animali in zone chiave dello stato americano. Una ricerca decennale dell’Università di Exeter, nel Regno Unito, dove i castori erano stati cacciati fino all’estinzione e dove sono stati reintrodotti da poco, ha anche mostrato come le loro dighe rendano il territorio più resiliente alle alluvioni, con una riduzione di un terzo del flusso fluviale durante i periodi di forti piogge. Ai biologi, si sa, piace catalogare le cose. Una di queste categorie è riservata proprio a quelle specie in grado di alterare radicalmente la morfologia del territorio e l’equilibrio delle risorse, influenzando le sorti del loro ecosistema e di tutte le altre specie che vi dimorano. Vengono definite ecosystem engineers, “ingegneri degli ecosistemi”, e se si cerca il termine su Internet, i castori sono il primo esempio che salta fuori. È l’animale che, assieme a formiche e termiti, associamo di più al concetto di “costruire” qualcosa. Moltissimi animali si fanno una tana, ma una diga impatta sull’ambiente circostante in proporzione ingegneristica. Tutte le specie, in maniera istintiva, inconsapevole o deliberata, alterano l’ambiente in cui vivono, a volte in modo drastico. Perché allora usiamo la parola “ingegneri” solo per alcune, dove sta il discrimine? A rendere una specie attrice protagonista del proprio ecosistema, invece che semplice comparsa, potrebbe essere proprio l’influenza su altre specie, come ha suggerito uno studio che ha simulato al computer la macroevoluzione di ecosistemi virtuali per 15.000 generazioni. Le specie a cui veniva assegnata la capacità di influenzare la fitness evolutiva di altre specie (ovvero, il loro successo riproduttivo) finivano per monopolizzare interi ecosistemi in alcune simulazioni, ma anche per aumentare la biodiversità generale in altre. In parole povere, un ecosystem engineer è una specie che in un determinato luogo si fa notare, a discapito o a beneficio delle altre. >   Vengono definite ingegneri degli ecosistemi quelle specie in grado di > alterare radicalmente la morfologia del territorio e l’equilibrio delle > risorse, influenzando le sorti del loro ecosistema e di tutte le altre specie > che vi dimorano. Ricercatori dell’Università del New Mexico hanno invece provato a porre la questione in termini energetici, senza giudicare se l’impatto di una specie sia positivo o negativo ma semplicemente stimando a quanto ammonta l’energia utilizzata dagli animali per i processi “geomorfici”. Questi comprendono qualsiasi attività in grado di alterare la superficie terrestre, dal pascolo alla costruzione di tunnel sotterranei al sommovimento dei letti fluviali durante la schiusa delle uova. Gli animali selvatici apporterebbero così all’ambiente circa 76.000 gigajoules ogni anno, l’equivalente dell’energia di centinaia di migliaia di alluvioni. Tra le specie maggiormente responsabili, delle oltre 600 analizzate, ci sono termiti, formiche e gli immancabili castori. L’impatto più grande rimane in ogni caso quello degli animali domestici, in particolare il bestiame, per i quali l’energia dei processi geomorfici è di un ordine di magnitudine tre volte superiore. Nel dibattito su un concetto sempre più utilizzato ma dai contorni ancora un po’ fumosi, c’è chi propone un nome diverso da “ingegnere”, meno carico a livello semantico di una intenzionalità che non siamo abituati ad attribuire agli animali. Per essere ingegneri c’è per forza bisogno di avere in mente un progetto? Un castoro “progetta” di costruire una diga oppure agisce per aumentare la sua sopravvivenza, come fanno tutti gli animali, e la sua influenza sull’ecosistema è solo una questione di magnitudine, non di approccio? Se accettiamo questa distinzione, allora il dilemma diventa il seguente: o tutte le specie sono, a modo loro, ecosystem engineers, oppure non lo è nessuna, tranne noi. Se la parola ingegnere va riservata solo a chi progetta una struttura a lungo termine, con lo specifico intento di far funzionare il proprio ambiente in una maniera diversa, prevedendo specifici risultati, allora questa è un’etichetta che possiamo affibbiare solo a noi. E il nodo viene al pettine, perché se davvero l’unica specie che può intenzionalmente alterare l’ambiente è la nostra, allora non stiamo facendo un buon lavoro. Il modo in cui gestiamo le risorse idriche globali, da un lato incrementando i fenomeni di siccità, dall’altro quelli di inondazione (a volte nella stessa regione), non è sostenibile a lungo termine. La California era un deserto, un deserto che è diventato una delle zone economicamente più importanti del pianeta solo dopo aver dirottato le risorse idriche dagli Stati circostanti, impoverendoli fino allo sfinimento, in un meccanismo in mano a corporation e lobby edilizie che va avanti da decenni. Tutto questo lavoro, che potremmo considerare un terraforming del nostro stesso pianeta, non ha reso questo luogo più resistente agli incendi. Siamo in grado di far fiorire artificialmente la vita in luoghi impensabili, ma a costo di risucchiarla altrove, lasciando il fianco scoperto a catastrofi che costano miliardi, per non parlare del prezzo in vite umane. Un bravo ingegnere non approverebbe progetti così insicuri e poco lungimiranti. > Se davvero l’unica specie che può intenzionalmente alterare l’ambiente è la > nostra, allora non stiamo facendo un buon lavoro. Qualunque sia la definizione di ecosystem engineers che vogliamo utilizzare, che essa riguardi l’influenza sulla biodiversità circostante o più semplicemente l’ammontare di energia geomorfica, la specie che più la rispecchia rimane la nostra. È una etichetta adatta a noi, ma ce la meritiamo? In L’era sintetica (2019), il filosofo ambientalista Christopher Preston argomenta che la parola “antropocene” non è solo una descrizione del nostro impatto senza precedenti sul pianeta, ma anche una presa di coscienza, una chiamata ad assumersi le responsabilità che da questa derivano. Se noi umani siamo i demiurghi della Terra, allora che si abbracci questo ruolo, in maniera consapevole, con lo sguardo diretto verso la sostenibilità a lungo termine della nostra specie e di tutte le altre. La dicotomia naturale/artificiale è arbitraria, e se si considera naturale solo ciò che è intoccato dall’attività umana, finiremo per trovarci in un mondo costellato di piccole oasi mentre tutto il resto è discariche e distese di asfalto. La vera differenza tra noi esseri umani e gli altri animali è che possediamo una capacità predittiva e progettuale che a loro manca, una comprensione delle complesse dinamiche climatiche, ecosistemiche, energetiche che a loro sfugge. A chi, meglio di noi, spetterebbe un ipotetico ruolo di custodi del pianeta Terra, giardinieri di un parco naturale su scala globale? > Siamo in grado di far fiorire artificialmente la vita in luoghi impensabili, > ma a costo di risucchiarla altrove, lasciando il fianco scoperto a catastrofi > che costano miliardi, per non parlare del prezzo in vite umane. D’altro canto è anche vero che finora, dove abbiamo messo mano, noi esseri umani siamo stati capaci di fare danni incommensurabili. La nostra logica gestionale dell’ambiente è stata finora quasi sempre estrattiva, non conservativa; la priorità è stata data ai profitti a breve termine, a discapito della sostenibilità. All’incremento delle nostre competenze ingegneristiche e della nostra consapevolezza delle dinamiche ambientali non è corrisposta una maggior cura dell’ambiente ‒ semmai è accaduto l’opposto. Non solo non siamo stati in grado di rendere l’ambiente più resiliente alle catastrofi naturali, ma di alcune ci siamo resi diretti responsabili, sia per ingordigia sia per mancanza di lungimiranza. Legittima posizione quella di chi, di fronte a tutto questo, dubita che la nostra specie sia in grado gestire in maniera virtuosa un ecosistema, figuriamoci l’intero pianeta. Anche perché la natura non funziona per progetti, ma per mutazioni casuali e selezioni di caratteri imposte dalla disponibilità circostanziale di risorse. Sorge dunque il dubbio se pianificare, virtuosamente o meno, sia possibile in primo luogo, persino per una specie che possiede il potere di leggere il passato, comprendere il presente e immaginare il futuro. Michael Pollan in Una seconda natura (2016) la mette così: “Nessuno potrà dire cosa accadrà […] non perché l’ecologia forestale sia una scienza giovane e imperfetta, ma perché la natura stessa non sa cosa accadrà qui. Non ha alcun disegno grandioso per questo luogo”. In altre parole, l’evoluzione è l’antitesi dell’ingegneria. Meglio lasciare che i castori facciano da sé, quindi? In Italia questi animali erano spariti dal Diciassettesimo secolo, per poi riapparire all’improvviso nel 2021 in alcune zone dell’Italia Centrale. E ancora non si sa come siano finiti lì: “Con elevata probabilità, si tratta di rilasci non autorizzati, effettuati da gruppi di rewilding che non seguono le normative di riferimento” mi ha spiegato Emiliano Mori, ricercatore del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e membro del gruppo del gruppo Rivers with beavers, che monitora la rinnovata presenza di castori sul territorio nazionale in maniera autonoma. “In Italia Settentrionale, sembrano essere arrivati da soli dai paesi di confine, ma visti questi potenziali rilasci, non si può escludere un’immissione non autorizzata”: una specie che era autoctona fino a pochi secoli fa è così ritornata, introdotta dall’essere umano dopo che questo è stato responsabile della sua iniziale sparizione. Un esempio paradossale di una specie invasiva nel suo territorio originario. > Non solo non siamo stati in grado di rendere l’ambiente più resiliente alle > catastrofi naturali, ma di alcune ci siamo resi diretti responsabili, sia per > ingordigia che per mancanza di lungimiranza. L’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), ha recentemente proposto di rimuovere questi castori invasivi, una posizione non condivisa da Rivers with beavers e, secondo un sondaggio da loro effettuato, nemmeno dalla popolazione locale, che vede di buon occhio il loro ritorno sul territorio. “Sicuramente i rilasci illegali devono essere puniti in quanto tali; la posizione di ISPRA, secondo me, è dettata dal fatto che l’introduzione non è stata autorizzata, quindi non condotta secondo la normativa nazionale” ha aggiunto Mori “Anche se, fino ad adesso, sono stati rilevati solo effetti neutri o positivi in merito a questa nuova presenza”. Ho finito di scrivere queste righe poco dopo l’alluvione del 14 marzo 2025 a Sesto Fiorentino, dove mi sono trasferito da qualche mese. Il torrente Rimaggio, di solito così placido, ha rabbiosamente rotto gli argini dopo giorni di pioggia ininterrotta, trascinando giù dal Monte Morello tonnellate di fango. Il terreno del piccolo sentiero che da casa mia porta al Parco dell’Oliveta è stato strappato e portato via. Camminando per le strade della città con gli stivali a mollo, è difficile non chiedersi se un complesso di dighe naturali non avrebbe potuto evitare, o almeno mitigare, questo disastro che sembra colpire il territorio toscano con crescente regolarità. Ma i castori sul Monte Morello non ci sono. Ci siamo però noi esseri umani. Prima di domandarci se la soluzione è reintrodurre castori, magari paracadutandoli clandestinamente in mezzo alle montagne come se fossero corpi speciali in missione, forse conviene chiederci che cosa, al loro posto, avremmo potuto fare noi. 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Quello che gli ecosistemi fanno per noi
A lcune settimane fa mi trovavo a Roma, in una delle sedi del CREA (Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’Economia Agraria), per un corso di formazione congiunto tra l’Ordine dei giornalisti e quello dei Dottori agronomi e dottori forestali. Il filo conduttore si snodava attorno alla comunicazione forestale: come narrare efficacemente il complesso rapporto tra foreste ed esseri umani? Come trasferire a un pubblico vasto, di non addetti ai lavori, concetti spesso difficili, talvolta persino scostanti? Durante la discussione, un giornalista ha espresso un punto di vista interessante: a suo avviso, certi termini tecnici che gli esperti utilizzano spontaneamente, dandoli per scontati, non lo sono affatto per la stragrande maggioranza dei lettori. Da qui un dilemma: meglio impiegare tanto spazio e fatica per spiegarli nel dettaglio oppure ometterli del tutto? Secondo il collega, certe espressioni non andrebbero proprio utilizzate, perché rischiano di creare solo confusione. Un esempio lampante è l’espressione “servizi ecosistemici”, spesso utilizzata da tecnici e ricercatori ma, a suo parere, quasi totalmente incomprensibile ai più. Personalmente utilizzo molto spesso la locuzione “servizi ecosistemici” (tanto che la avevo appena impiegata nel mio intervento), non solo perché il concetto che porta con sé è difficilmente esprimibile in altre parole, ma anche perché lo ritengo, dal punto di vista della divulgazione, carico di un enorme potenziale narrativo. Alla fine dell’incontro, la direttrice del CREA Politiche e bioeconomia, Alessandra Pesce, ha controbattuto al giornalista affermando che quella di servizi ecosistemici è una definizione troppo importante per essere omessa, per poi aggiungere: “Fino a pochi anni fa nessuno sapeva cosa fosse una saccapoche o un impiattamento. Così come siamo diventati un po’ tutti esperti di cucina, mi auguro che grazie al vostro lavoro le persone, tra qualche anno, possano finalmente comprendere e utilizzare quotidianamente questo termine”. > Già nel 1864, George Perkins Marsh sosteneva che l’esteso danno agli > ecosistemi causato dalle azioni antropiche avrebbe diminuito il benessere > umano, mostrando una stretta interrelazione tra risorse naturali, società ed > economia. Pesce probabilmente ha ragione: è davvero urgente e necessario far conoscere di più e meglio i servizi ecosistemici, anche sfruttando l’occasione di un importante anniversario che cade proprio quest’anno, nel 2025. Un concetto giovane, ma non troppo La considerazione del giornalista deriva probabilmente dal fatto che siamo di fronte a un’espressione effettivamente giovane, coniata e sistematizzata solo vent’anni fa. È stato infatti nel 2005, dopo quattro anni di lavoro e dibattito tra oltre 1300 esperti di tutto il mondo, che ha visto la luce il MEA (Millennium Ecosystem Assessment), una corposa serie di documenti in cui, per la prima volta, viene spiegata ufficialmente la locuzione “servizi ecosistemici” con questa breve, semplice, ma al tempo stesso illuminante definizione: “I benefici multipli forniti dagli ecosistemi al genere umano”. Tali benefici si riferiscono a tutte quelle relazioni che, direttamente o indirettamente, si instaurano tra le risorse ambientali, i sistemi economici e noi. Come ha spiegato Robert J. Johnston, professore di economia alla Clark University di Worcester (MA), il concetto è emerso in realtà già negli anni Settanta del Novecento. Tuttavia, l’idea che i sistemi naturali supportino il benessere umano è decisamente più antica. Le relazioni tra deforestazione e approvvigionamento idrico sono state documentate già da Platone nel 400 a.C., ed economisti del Diciottesimo e Diciannovesimo secolo hanno riconosciuto i valori forniti dalla terra e da altre risorse naturali come “beni produttivi”. Ma secondo Johnston è in Man and Nature, il noto volume del 1864 di George Perkins Marsh, considerato come una delle opere fondanti del movimento conservazionista statunitense, che si è formalizzata per la prima volta la relazione tra sistemi naturali e sociali. Marsh sosteneva infatti che l’esteso danno agli ecosistemi causato dalle azioni antropiche avrebbe diminuito il benessere umano, mostrando quindi un’interrelazione strettissima tra risorse naturali, società ed economia. La stessa interconnessione che sta alla base del concetto sistematizzato e messo nero su bianco nel 2005 all’interno del MEA. > Inquadrare i benefici degli ecosistemi per il genere umano è il primo passo > per tutelarli e gestirli in modo responsabile, tanto per noi stessi quanto per > le generazioni future. Si tratta di una definizione che, come alcuni hanno sottolineato esprimendo una critica più o meno netta, è di indubbia matrice “antropocentrica”: la natura, infatti, è descritta come “a servizio” dell’umanità. Ma questa definizione, come vedremo, si incardina su una forma di antropocentrismo tutt’altro che predatoria. Inquadrare i benefici degli ecosistemi per il genere umano, nella visione del MEA, è infatti il primo passo per tutelarli e gestirli in modo responsabile, tanto per noi stessi quanto per le generazioni future. Proprio per questo, i servizi ecosistemici così intesi si esprimono al massimo del loro potenziale solo se gli ecosistemi naturali e seminaturali sono ben gestiti e considerabili “in salute”. Si tratta di un aspetto fondamentale per rifiutare la possibile deriva antropocentrico-predatoria che può scaturire da una lettura distorta della definizione, abbracciando al contrario una visione di equilibrio che si determina nella conservazione e nella buona gestione delle risorse naturali. Come viene spiegato dall’ Agenzia italiana per lo sviluppo sostenibile (ASVIS), all’interno del Position Paper 2024 intitolato Il ruolo, la valorizzazione e il pagamento dei servizi ecosistemici: > È necessario intraprendere nuove strade e sviluppare una visione olistica e > sistemica per cambiare direzione verso nuovi obiettivi, capaci di integrare un > modello di salute umana con quella animale ed ecosistemica in un legame > sinergico e indissolubile, riassumibile nel concetto di “One health”, una sola > salute. Infatti, gli esseri umani sono in salute se vivono in armonia con > sistemi naturali sani e vitali. Questo equilibrio dinamico va sostenuto e > mantenuto da azioni per conservare, gestire e preservare la funzionalità degli > ecosistemi o ristabilirla quando alterati dall’uomo. In questa nuova visione, > occorre integrare l’evoluzione delle società umane con il mantenimento del > “Sistema Terra” in un processo resiliente e armonico. Volendo utilizzare un’immagine più immediata ed emozionale, l’equilibrio è da ricercare nell’agire etico del “prendersi cura” degli ecosistemi, non certo perché essi abbiano bisogno di un intervento umano per sopravvivere e prosperare, ma perché l’interazione che genera i servizi ecosistemici ‒ a patto che sia rispettosa e sostenibile ‒ è indispensabile alla vita umana sul pianeta, oggi come nel futuro. Ecco perché, citando nuovamente Alessandra Pesce, è così necessario non omettere questo concetto, introducendolo ove possibile nel dibattito e trasferendolo a più persone possibili. Una definizione in divenire All’interno del MEA, i servizi ecosistemici sono stati suddivisi in quattro macro-categorie: di supporto, di approvvigionamento, di regolazione e culturali. È tuttavia importante sapere che, negli anni, pur rimanendo generalmente accettate, la definizione originaria e questa prima classificazione sono state discusse e ampliate. Lo ha fatto ad esempio nel 2018 l’Agenzia europea dell’ambiente all’interno della CICES (Common International Classification of Ecosystem Services), dove i servizi ecosistemici sono definiti come “I contributi che gli ecosistemi apportano al benessere umano”. La parola “contributi” ‒ che sostituisce l’originaria “benefici” ‒ è centrale poiché separa il “cosa fanno” gli ecosistemi dai “beni” e dai “benefici” che tutti noi, attraverso varie forme di interazione, possiamo trarre dagli stessi. Nella definizione CICES le categorie non sono più quattro, ma tre soltanto, poiché le funzioni di regolazione (e di habitat) sono considerate superiori: non “beni” o “benefici”, bensì la base necessaria per la generazione di tutte le tipologie di servizi. Questa nuova gerarchia è considerata oggi fondamentale per il mantenimento del capitale naturale. > L’equilibrio è da ricercare nell’agire etico del “prendersi cura” degli > ecosistemi, non certo perché essi abbiano bisogno di un intervento umano per > sopravvivere e prosperare, ma perché l’interazione che genera i servizi > ecosistemici è indispensabile alla vita umana sul pianeta. Un’ulteriore variante della definizione di servizi ecosistemici, di poco precedente a quella CICES, è quella proposta dalla IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services): “Contributi della natura alle persone”. La formula è interessante poiché rende più chiara la presenza da un lato di un paniere di benefici e dall’altro di una moltitudine di possibili beneficiari che vorrebbero e/o potrebbero utilizzarli. Si tratta di una sfumatura rilevante per spingerci a ragionare anche sulle modalità per un equo accesso alle risorse naturali. Ma prima di tornare alla storica classificazione del MEA, ancora utile per comprendere la definizione di servizi ecosistemici, occorre focalizzarsi su una tipologia di ecosistema tra le tante presenti al mondo: le foreste. Proviamo infatti a pensare a quanti e diversi contributi al benessere umano (o alle persone) esprimono gli ecosistemi forestali: conservazione della biodiversità e formazione del suolo; difesa dal dissesto idrogeologico e protezione dalla caduta di massi e valanghe; produzione di legno; raccolta di funghi, tartufi, castagne, frutti di bosco e altri alimenti selvatici, fauna compresa; stoccaggio di carbonio; regolazione climatica; influenza nella composizione atmosferica; potabilizzazione dell’acqua; conservazione di valori socioculturali. Ma la foresta è anche elemento del paesaggio, è spazio per attività educative e culturali, è un luogo adatto allo sport, al tempo libero, al relax, al benessere psico-fisico, alla spiritualità, ecc. Un lungo elenco insomma, che tra l’altro non è per nulla esaustivo. Le quattro categorie di servizi Torniamo ora alla definizione originaria, esplorando le quattro categorie viste sopra e prendendo come esempio proprio le foreste: ci servirà per scoprire quanto, per generare servizi ecosistemici, sia fondamentale l’azione umana. Un passaggio non affatto scontato e che è spesso alla radice della confusione che aleggia attorno al concetto. Secondo molti, infatti, il principale punto di debolezza lessicale di questo termine è legato alla scelta, probabilmente infelice, della parola “servizi”, che tradizionalmente in economia si contrappone a “beni” e che quindi sembra alludere soltanto a qualcosa di immateriale, di non tangibile. Ma come vedremo non è affatto così: è un servizio ecosistemico il legno che utilizziamo per costruire, così come il fungo che cuciniamo assieme alle tagliatelle. Un’incomprensione, questa, che nel tempo è stata alimentata da politici e non solo, portando molte persone a fascinazioni da un lato e a pregiudizi dall’altro, allontanando così il dibattito dal vero fulcro della questione. Ma addentriamoci nelle quattro categorie originarie. Nel MEA vengono definiti innanzitutto i servizi di “supporto alla vita”: il ciclo dei nutrienti, la formazione del suolo, la produzione primaria, la fotosintesi, il ciclo dell’acqua, la funzione di habitat per una miriade di specie viventi. Essi permettono la fornitura di tutte le altre tipologie di servizi ecosistemici e, in ambito forestale, sono normalmente garantiti dalla sola presenza del bosco, anche senza interazioni dirette con la nostra specie. Ci sono poi quelli di “approvvigionamento” ‒ spesso dimenticati, ma fondamentali ‒ rappresentati dai beni che derivano dagli ecosistemi e che sono utili all’uomo per soddisfare i propri bisogni. In foresta troviamo ad esempio cibo (funghi, tartufi, erbe e frutti spontanei); troviamo legno, materia prima rinnovabile essenziale in moltissimi campi dell’operare umano e considerata centrale nella transizione ecologica; troviamo altri prodotti utilissimi alle nostre attività come il sughero, le resine naturali o la gomma, ma anche acqua potabile, altro bene fondamentale. Per generare questa tipologia servizi occorre un’interconnessione diretta tra essere umano e foresta, quindi una qualche forma di prelievo, di coltivazione, di gestione. La terza categoria racchiude i servizi di “regolazione”, quelli rappresentati da processi ecosistemici come la purificazione dell’acqua, l’impollinazione, la regolazione della qualità dell’aria e del clima (tra cui l’assorbimento di CO2), dell’erosione e dei pericoli naturali. Anche per governare alcuni di questi servizi può essere necessario l’intervento umano. Un esempio sono i trattamenti selvicolturali specificatamente attuati per massimizzare la funzione di protezione diretta delle foreste dalla caduta di massi o valanghe, che potrebbe danneggiare manufatti e infrastrutture. Infine ci sono i servizi “culturali” (che sarebbe meglio definire come “socioculturali”), accomunati dalla peculiarità di essere, questi sì, molto spesso immateriali e non tangibili. Ad esempio, in un bosco si possono esprimere valori sportivi, educativi, estetici, spirituali, d’ispirazione o ricreativi. Anche per creare boschi più adatti a questi servizi talvolta occorre l’intervento umano, basti pensare alla presenza e alla manutenzione di sentieri o aree turistiche attrezzate. > Il concetto di servizi ecosistemici ha anche un’importante valenza narrativa, > perché ci mette di fronte a una stringente necessità, ossia il rapporto con le > risorse naturali, e a un’enorme responsabilità, e cioè la buona gestione degli > ecosistemi. Tutte e tre le “vere categorie” di servizi ecosistemici, insomma, richiedono, anche se in forme e modalità assai differenti tra loro, una qualche forma di interazione tra natura ed esseri umani. Ma probabilmente, nel contesto della crisi climatica, anche i servizi di supporto necessiteranno sempre più dell’azione antropica, per proteggere attivamente, anche attraverso particolari trattamenti selvicolturali, ecosistemi che potrebbero trovarsi a forte rischio. Un esempio sono le attività di gestione forestale preventiva per ridurre il rischio incendi in alcune foreste particolarmente suscettibili. Ecco perché reputo assai affascinante, anche dal punto di vista narrativo, il concetto di servizi ecosistemici, nonostante la sua complessità e le scelte infelici compiute nel coniarlo: ci mette di fronte, in modo estremamente pragmatico, a una stringente necessità (il rapporto con le risorse naturali) e a un’enorme responsabilità (la buona gestione degli ecosistemi). I servizi ecosistemici forestali si esprimono infatti sia attraverso l’istituzione di una riserva naturale integrale, sia mediante l’uso responsabile della motosega, obbligandoci così ad abitare una “terra di mezzo” ben lontana da manicheismi e vuote retoriche oggi troppo spesso di moda che tendono a dividere forzatamente la natura, sempre intesa come buona, dall’umanità, sempre intesa come cattiva. Comunicare i servizi ecosistemici Tutto questo lungo ma necessario approfondimento è forse la dimostrazione plastica del fatto che il collega citato all’inizio avesse in parte ragione: spiegare i servizi ecosistemici è complesso, richiede spazio e fatica, obbliga il lettore a un grande sforzo di concentrazione. Tuttavia dovrebbe risultare altrettanto chiaro come anche la direttrice del CREA Politiche e bioeconomia non fosse affatto dalla parte del torto: data l’importanza che i servizi ecosistemici hanno per il genere umano e viste le profonde riflessioni che da essi scaturiscono sull’uso responsabile delle risorse naturali, è fondamentale che questo termine diventi di dominio pubblico, che compaia più spesso nel linguaggio comune. Ma come fare? Personalmente credo occorra invitare le persone a visualizzare gli ecosistemi anche laddove sembrano lontanissimi, a partire dalle nostre vite quotidiane e dalle nostre case, specialmente se si trovano in città. Gli ecosistemi forestali sono infatti osservabili nei rubinetti, dove scende acqua potabile; nel tavolo di legno sul quale ogni giorno mangiamo o nel tetto di legno che ci ripara dal freddo e dalla pioggia; nelle foto ricordo dei momenti spensierati passati camminando o pedalando a contatto con la natura; nel tappo di sughero che felicemente facciamo saltare in aria prima di un brindisi; nei prodotti che popolano la nostra dispensa e in tantissimo altro ancora, che vi invito a scoprire tutt’attorno a voi ragionando sempre sulle alternative: meglio un tavolo di legno o uno di plastica? > Occorre invitare le persone a visualizzare gli ecosistemi anche laddove > sembrano lontanissimi, a partire dalle nostre vite quotidiane, ad esempio > dalle nostre case, specialmente se si trovano in città. Una volta visualizzati gli ecosistemi di origine, però, è essenziale anche invitare le persone a riflettere su chi e cosa stia dietro al beneficio di cui si gode: non solo boschi, montagne, oceani o fiumi, ma anche donne e uomini che, spesso nell’ombra o remando controcorrente, studiano, pianificano e lavorano per far sì che dalla gestione responsabile degli ecosistemi derivino servizi utili a tutti noi. Azioni che spesso non vengono direttamente remunerate (il pagamento dei servizi ecosistemici immateriali, ad esempio, è un enorme terreno di ricerca e dibattito) proprio perché facciamo fatica a visualizzare l’origine di quei benefici, a comprenderne i processi ‒ umani e naturali assieme ‒ che stanno alla base della loro creazione. Tra “servizi” ed “ecosistemici”, nello spazio che divide i due lemmi di questo concetto ostico, complesso e affascinante, c’è un ponte, un legame, una relazione tra esseri umani e risorse naturali che è tanto necessaria quanto fragile. Sta a tutti noi renderla più solida, promuovendo la gestione responsabile degli ecosistemi, dando valore a benefici che troppo spesso diamo per scontati, ma anche utilizzando a ragion veduta il termine “servizi ecosistemici”. Piuttosto che omettere questo concetto, sforziamoci di riempire lo spazio tra le parole che lo compongono: popoliamolo di nuove immagini e suggestioni, di buoni esempi replicabili, di mani e volti, non solo di alberi. L'articolo Quello che gli ecosistemi fanno per noi proviene da Il Tascabile.
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Inbreeding, un’arma evolutiva a doppio taglio
F iero e possente, emerge dal bianco della neve delle Alpi, con le sue corna arcuate, stabile sui suoi zoccoli su una parete quasi verticale, un prodigio della gravità. Lo stambecco alpino è la specie simbolo del Parco nazionale Gran Paradiso e della conservazione della fauna selvatica in Italia: fu portato quasi alla completa estinzione alla fine dell’Ottocento a causa della caccia spietata, resa particolarmente efficiente dalla grande diffusione delle armi da fuoco. Solo un piccolo gruppo di circa cento individui che viveva sul massiccio del Gran Paradiso si salvò. A quel punto la popolazione superstite di Capra ibex si ritrovò ad affrontare un equilibrio precario, almeno quanto quello che questi animali erano in grado di mantenere sulle rocce scoscese: i pochi esemplari rimasti sarebbero potuti andare incontro ad accoppiamenti tra consanguinei. Un terreno scivoloso che rischiava di costare alla specie l’estinzione. L’importanza della variabilità genetica Per inbreeding si intende l’accoppiamento di individui consanguinei. Se questo fenomeno è percepito generalmente come negativo, al netto delle questioni culturali e morali, è perché causa la perdita di diversità genetica. Per capire cosa ciò significhi è il caso di fare un piccolo ripasso di genetica, partendo da noi esseri umani. Il nostro DNA è organizzato in 23 paia di cromosomi omologhi: fatta eccezione per quelli sessuali, i cromosomi della stessa coppia ospitano gli stessi geni e ogni cromosoma ne porta migliaia. Questo vuol dire che un gene è presente in due copie, di cui una viene dalla madre e una dal padre. Le due copie di ogni gene possono essere identiche tra loro, ma molto spesso non lo sono, e per indicare le diverse copie dello stesso gene si parla allora di alleli. Sono gli alleli a determinare le nostre caratteristiche fisiche: il colore dei capelli e degli occhi, ad esempio, o altri fattori biologici come il gruppo sanguigno, la capacità di metabolizzare alcune sostanze o la propensione ad avere un’alta concentrazione di glucosio nel sangue. Gli alleli sono alla base della variabilità genetica, che si esprime nella variabilità fenotipica: ogni individuo è diverso da tutti gli altri, perché ha una combinazione di alleli unica e praticamente irripetibile. Queste varianti geniche possono essere dominanti o recessive: se nella coppia uno degli alleli è dominante, il tratto associato a quel gene sarà espresso nel fenotipo della prole. Per l’espressione dei tratti recessivi, invece, entrambi gli alleli dovranno essere recessivi. > La consanguineità tra genitori può portare a mantenere degli alleli recessivi > deleteri, generando una serie di problemi noti come “depressione da > inbreeding”. Un esempio è quello del colore dei capelli, dove il nero è legato a un allele dominante e il rosso a uno recessivo. Per avere una chioma scura basterà avere anche un solo allele nero, mentre per i capelli ramati entrambi gli alleli dovranno essere quelli rossi. La questione però è molto più complessa di così, perché spesso gli alleli non si annullano l’uno con l’altro, si esprimono insieme (si parla di codominanza o dominanza incompleta). Se poi aggiungiamo che altrettanto spesso i fenotipi sono determinati dall’espressione di più coppie di geni, ecco spiegato perché i nostri capelli hanno così tante sfumature diverse. Ma è quando prendiamo in considerazione caratteristiche più essenziali del colore dei capelli che il lato oscuro dell’inbreeding inizia a emergere. Accoppiamenti problematici Gli alleli recessivi, che la maggior parte delle volte sono legati soltanto a caratteri meno comuni o addirittura rari, talvolta sono associati a malattie genetiche o a tratti potenzialmente problematici. Immaginiamo una malattia genetica rara che si manifesta quando si trovano insieme, nello stesso individuo, due alleli recessivi di un certo gene. Se una persona porta un solo allele recessivo, la malattia non si manifesterà e l’individuo sarà sano. Potrà, però, trasmettere l’allele recessivo ai suoi figli. Poco male: se la malattia è rara, molto probabilmente l’altro genitore non porterà un allele recessivo e trasmetterà alla sua prole un gene non legato alla malattia. Immaginiamo, ora, di trovarci in un gruppo chiuso, in cui i componenti sono consanguinei e con un progenitore portatore del nostro allele recessivo. Molti discendenti dello stesso progenitore porteranno quell’allele. Siccome il gruppo è ristretto, la probabilità che due soggetti portatori dell’allele recessivo si incrocino è molto più alta, e molto più alta sarà la probabilità che un figlio si ritrovi entrambi i recessivi. In tal caso, il soggetto sarà affetto dalla patologia. > L’incesto ci ripugna ormai quasi istintivamente e la storia ce ne ha insegnato > gli effetti drammatici, eppure non ci curiamo troppo dell’inbreeding quando si > tratta di piegare la biologia ai nostri scopi. Il fenomeno che ho appena descritto interessa tutte le specie viventi. La consanguineità tra genitori può portare a mantenere degli alleli recessivi deleteri, generando una serie di problemi legati soprattutto alla sopravvivenza e alla riproduzione, noti come “depressione da inbreeding”, che possono causare un aumento della mortalità, una riduzione della fertilità e una diminuzione delle nascite. Inoltre, la depressione da inbreeding può compromettere capacità come l’adattamento ai cambiamenti ambientali e la resistenza alle malattie. Una consanguineità forzata Quando pensiamo all’accoppiamento tra consanguinei non possiamo non provare una sensazione di disagio che spesso travalica nel disgusto. L’incesto ci ripugna ormai quasi istintivamente e la storia ce ne ha insegnato gli effetti drammatici: la discendenza della regina Vittoria d’Inghilterra fu colpita duramente da malattie ereditarie come l’emofilia, e pagarono un prezzo altrettanto alto le dinastie reali dell’Antico Egitto e gli Asburgo. Eppure, non ci curiamo troppo dell’inbreeding quando si tratta di piegare la biologia ai nostri scopi, come per la selezione delle razze di animali domestici. Le razze canine presenti ai giorni nostri sono centinaia, e molto diverse tra loro: se un alieno vedesse nella stessa stanza un carlino e un levriero, probabilmente stenterebbe a credere che i due esemplari appartengano alla stessa specie. Il loro aspetto e, in parte, alcuni tratti caratteriali sono il frutto di un percorso evolutivo compiuto a passi sempre più rapidi. Dai primi lupi confidenti che probabilmente iniziarono ad avvicinarsi agli insediamenti umani per cibarsi dei loro rifiuti, siamo arrivati alla grande variabilità morfologica che possiamo osservare passeggiando per le strade delle nostre città. > Le attività dei kennel club accelerarono di molto i cambiamenti fisici tra > razze canine, ampliandone enormemente la divergenza. Nell’Ottocento si riunirono i primi kennel club, associazioni cinofile che avevano come scopo la tutela delle razze, che ai tempi erano molte meno e molto più somiglianti tra loro. Le attività di queste istituzioni accelerarono i cambiamenti fisici tra razze, ampliandone enormemente la divergenza. Le esposizioni canine si facevano sempre più competitive e premiavano gli individui portatori dei tratti più estremi di ogni razza. I campioni erano poi adoperati per incroci selettivi, generando altri vincitori, che a loro volta erano incrociati per avere una selezione sempre più spinta. Cresceva, così, il grado di consanguineità. Richard C. Francis, autore del libro Addomesticati. L’insolita evoluzione degli animali che vivono accanto all’uomo (2016), scrive: > La selettività superò ogni limite. Un maschio proclamato campione della sua > razza, per esempio, poteva generare centinaia di cuccioli. Inoltre, si diffuse > l’abitudine di far accoppiare i campioni con le proprie figlie femmine. Gli > incesti ricorrenti producono soggetti problematici, ma forse i nobili > vittoriani, che furono i principali responsabili di questa situazione, non > erano disturbati dai rapporti incestuosi, visto il loro stesso pedigree. Una > selezione artificiale di questo tipo produce cambiamenti fenotipici rapidi e > di notevole entità, ma a un prezzo. È lo stesso meccanismo di cui parla Pam Wiener, ricercatrice di tecniche di genetica quantitativa e di popolazione per lo studio degli animali domestici all’Università di Edimburgo, che riguardo all’utilizzo di padri campioni spiega: “Questo fenomeno è particolarmente evidente nel bestiame da latte, dove l’inseminazione artificiale ha portato alla distribuzione di materiale genetico di tori d’élite in tutto il mondo, e anche in altre specie, compresi i cani di razza, in cui alcuni riproduttori popolari possono generare centinaia di cucciolate”. Gli incroci tra consanguinei storicamente sono stati utilizzati anche in altri rami della zootecnia, non solo per ottenere risultati puramente estetici, ma soprattutto per generare animali da cui ricavare il massimo del prodotto ‒ come carne, uova, latte ‒ con il minimo costo. Basti pensare che una vacca da latte può produrre fino a 60 litri di latte al giorno, mentre qualche decennio fa le campionesse ne arrivavano a produrre circa 30. La selezione artificiale è così diventata lo strumento attraverso cui abbiamo trasformato degli esseri viventi in commodity, beni di consumo per soddisfare i nostri occhi, il nostro palato o il nostro bisogno di compagnia. Una pratica che affonda le sue radici nella stessa domesticazione e i cui rischi sono stati compresi ed esaminati solo recentemente. > Gli incroci tra consanguinei storicamente sono stati utilizzati anche per > generare animali da cui ricavare il massimo del prodotto ‒ come carne, uova, > latte ‒ con il minimo costo. Attualmente si è consapevoli degli effetti deleteri dell’inbreeding anche nell’ambito degli allevamenti, solo che la risposta a questo problema può essere molto diversa. In zootecnia si adottano metodi per controllarne i livelli, che recentemente sono stati applicati anche all’allevamento dei cani di razza: gli accoppiamenti tra parenti stretti vengono evitati e si utilizzano metodologie statistiche per mantenere la diversità genetica nella popolazione riproduttiva, riducendo così l’impatto di un pool genetico ristretto. Ci sono poi i piccoli allevatori che, in alcuni casi, potrebbero ignorare le conseguenze degli accoppiamenti tra consanguinei, trascurando così il benessere degli animali. “Allevare per ottenere i tratti che desideriamo e, allo stesso tempo, controllare il tasso di inbreeding è un atto di bilanciamento difficile, poiché spesso si instaura un compromesso, sebbene esistano metodi statistici utili a questo scopo. Per controllare l’inbreeding – che nel lungo termine dovrebbe giovare alla salute genetica delle popolazioni di animali domestici – le organizzazioni che si occupano di allevamento potrebbero dover accettare tassi di miglioramento genetico leggermente inferiori nel breve termine”, conclude Wiener. Il rovescio della medaglia evolutiva L’inbreeding non è solo uno strumento nelle mani dell’essere umano. Sebbene in natura si siano evoluti diversi meccanismi per evitare la consanguineità, l’accoppiamento tra individui imparentati è piuttosto comune. “È utile distinguere tra una definizione ristretta e una più ampia di consanguineità”, spiega Nicolas Dussex, ricercatore in genomica della conservazione presso il Centre of palaeogenetics dell’Università di Stoccolma e dello Swedish museum of Natural history. Dussex è autore di un recente articolo, pubblicato sulla rivista scientifica iScience del gruppo editoriale Cell, sulla storia della popolazione delle renne delle isole Svalbard, in Norvegia. Rangifer tarandus platyrhynchus è una sottospecie di renna che possiede caratteristiche morfologiche e fisiologiche plasmate dall’adattamento all’ambiente freddo, stagionalmente estremo, dell’arcipelago delle Svalbard. L’analisi di dati genomici e le simulazioni matematiche hanno permesso di scoprire che la popolazione è stata fondata da circa venti individui. Questo piccolo nucleo e l’isolamento degli animali ha, ovviamente, dato origine a una prevedibile consanguineità, oggi ben osservabile. Secondo le simulazioni, nella storia di queste renne a un certo punto la depressione da inbreeding è stata seguita da una riduzione delle mutazioni dannose. Considerando ciò che abbiamo descritto, ci saremmo dovuti aspettare un aumento nella frequenza di alleli dannosi e, conseguentemente, di caratteri svantaggiosi. Così però non è stato. Perché? Fino a ora abbiamo parlato di una consanguineità riferita all’accoppiamento tra parenti molto stretti, come fratelli o cugini, ma esiste anche un inbreeding tra animali meno vicini per grado di parentela e riguarda soprattutto gli individui che diventano consanguinei o geneticamente più simili quando una popolazione si riduce. “In altre parole, questa è la definizione più rilevante per i biologi evoluzionisti”, specifica il ricercatore. > Sebbene in natura si siano evoluti diversi meccanismi per evitare la > consanguineità, l’accoppiamento tra individui imparentati è piuttosto comune. Abbiamo visto che l’inbreeding conduce a una perdita di diversità genetica, una prospettiva non ideale dal punto di vista evolutivo, in quanto ostacola l’adattamento a futuri cambiamenti ambientali. Inoltre, quando aumenta la consanguineità, si esprimono quegli alleli recessivi e dannosi che potrebbero rimanere silenti in una popolazione più eterogenea. C’è, però, un rovescio della medaglia: la consanguineità aiuterà anche a esporre all’azione della selezione naturale mutazioni dannose. Gli individui che avranno accumulato un’elevata percentuale di queste mutazioni, dopo numerose generazioni originate da accoppiamenti tra consanguinei, presenteranno uno scarso successo riproduttivo e condizioni fisiche precarie che ne causeranno la morte prematura o impediranno loro di generare una prole.  Di conseguenza, queste mutazioni non saranno trasmesse e la loro frequenza diminuirà nelle generazioni successive. Questo processo, però, non avviene da un giorno all’altro e spesso può richiedere centinaia di generazioni. In una tale finestra temporale, una piccola popolazione sarebbe ad alto rischio di estinzione. Esiste poi un altro aspetto per cui la consanguineità potrebbe essere in qualche modo utile. In una popolazione che vive in natura, dove una determinata variante genetica si è adattata a un dato ambiente, l’introduzione di nuovi alleli potrebbe rendere la popolazione un po’ meno adeguata a quell’ecosistema, mettendola in difficoltà. Dussex, però, sottolinea: “Questo non vuol dire che la consanguineità sia un buon meccanismo per mantenere gli adattamenti a determinate condizioni ambientali, ma piuttosto che l’accoppiamento con popolazioni geneticamente distinte, adattate a condizioni diverse, può interferire con un modello locale di adattamento”. Questo è un ulteriore indizio di quanto possa essere complicato realizzare progetti di conservazione della natura che, oltre a prevedere programmi che migliorino la coesistenza tra comunità umane e altre specie, pongano attenzione al patrimonio genetico degli individui che provengono da territori differenti, bilanciando inbreeding e diversità. Un equilibrio complesso La selezione naturale, d’altro canto, non eliminerà mai del tutto gli alleli più dannosi. La propensione alla variabilità, e quindi alla mutazione, è il cuore dell’evoluzione e questo caratterizza tutte le specie viventi. Tuttavia, alcune specie sembrano più abili di altre nel rimuovere i caratteri più deleteri, in parte grazie alle loro dinamiche di popolazione e ad altre caratteristiche biologiche, come i comportamenti di accoppiamento e la dimensione della cucciolata. Ad esempio, le specie che subiscono un declino o un isolamento graduale hanno maggiori probabilità di eliminare queste mutazioni in modo che la depressione da inbreeding non si manifesti rapidamente, rendendo la popolazione più resiliente. Al contrario, se una popolazione è troppo isolata o il suo pool genetico è troppo uniforme, la depressione da inbreeding si verificherà in fretta e il successo riproduttivo di molti individui crollerà simultaneamente, con il rischio che la popolazione stessa collassi altrettanto rapidamente. Nicolas Dussex avverte: “Anche se una specie si riprende da un forte declino e riesce a eliminare alcune delle mutazioni più dannose, esiste sempre il rischio che mutazioni con effetti meno gravi, cioè non letali, aumentino nella popolazione, incrementando la minaccia di estinzione nel lungo termine”. Ecco cosa è accaduto alle renne delle Svalbard: la quantità di mutazioni dannose è diminuita sotto la spinta della selezione naturale. Un altro buon esempio di questo meccanismo è proprio quello dello stambecco alpino, ridotto a una comunità di circa cento esemplari non dalla perdita di habitat ‒ tra le cause principali dell’inbreeding ‒ ma dall’introduzione delle armi da fuoco e dalla conseguente caccia eccessiva. Uno studio pubblicato su Nature communications nel 2020 ha dimostrato che diverse reintroduzioni della specie, dal Parco nazionale Gran Paradiso al resto delle Alpi, hanno indotto l’eliminazione delle mutazioni più dannose con l’accumulo di alcune di minore effetto. Per ora l’estinzione di questo animale, destinato a muoversi su fragili crinali, sembra essere scongiurata. Ma l’esito di questa partita a scacchi tra alleli, mutazioni e selezione naturale ‒ una partita a volte truccata dalla mano dell’essere umano ‒ è ancora tutto da stabilire. L'articolo Inbreeding, un’arma evolutiva a doppio taglio proviene da Il Tascabile.
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