Ho fame. Ho ancora le mani che sanno di prosciutto della Conad; restano le
briciole di pane sulla scrivania. Da qui, guardo e comando la sbarra che segna
l’accesso a questo villaggio di relitti e di ambiziosi, di puri e iniqui, di
uomini e donne che vedo affannarsi come scarafaggi ribaltati. Ho ancora fame, ma
sono quasi le quattordici, e a questo punto conviene attendere e farsela a piedi
verso casa, con la mia gamba malata. Sono quindici minuti di tormento, ma
risparmio benzina, parcheggio, traffico; metto un po’ in circolo il mio sangue
coagulato e marcio. E poi, la macchina oggi proprio non la potevo usare.
*
Arrivano. Man mano che si avvicinano le due del pomeriggio, poco per volta, dai
vari reparti, arrivano gli uomini e le donne suddetti, gli scarafaggi negli
esoscheletri fluorescenti di diversi colori: giallo per hostess e steward,
arancio per la security, azzurro per gli operai. La forma delle giacche
invernali ad alta visibilità copre i corpi, ulteriormente stozzati da berretti,
sciarpe, occhiali. Sale un filo di condensa dalle bocche. Tutti sembrano
soltanto un’anima, o un numero, ai due estremi dello spettro.
*
Nel mezzo esatto di questo spettro ci sono io, che ho il corpo rotto e l’anima
di un bambino: voglio, e non riesco a non volere. Desidero il caldo secco del
gabbiotto, i fianchi generosi di Arianna delle pulizie, con quegli occhi, i
capelli sempre sporchi. Desidero la prossima sigaretta; soprattutto, desidero
scommettere ancora, e i soldi per farlo.
*
Da quando mio padre mi ha commissariato, la vita è un inferno. Lo stipendio va
dritto nelle sue tasche, a me restano quelle poche centinaia di euro per il
prosciutto, l’acqua, i panini. Da fumare lo chiedo, o lo rubo. Risparmio ogni
metro di benzina, ogni grado di riscaldamento, resto nella casa fredda dove il
frigorifero dorme e veglia con me, in questa vita che è trepidazione e sonno.
*
Il vecchio deve morire. Vero, una volta andato, al porto mi manderanno via. Lo
so bene, non erediterò la riconoscenza che gli devono, ma erediterò i suoi
soldi, e soprattutto la libertà di spenderli. Lo sento da come sale le scale,
ogni volta con meno fiato, ogni volta più paonazzo, con le calze contenitive che
scoppiano nei mocassini: gli manca poco.
*
Linda e Carolina si avvicinano al totem, mancano oramai pochissimi minuti alla
timbratura. Ogni volta che si arriva all’ora piena si crea un capannello di
persone dei vari reparti; tutti attendono, scambiandosi occhiate complici, lo
scoccare dell’orario. Alle due, chi è entrato alle sei va a casa: fuori da
questo alveare ognuno ritorna alla propria vita individuale, molti alla propria
solitudine. Nei secondi dell’attesa, c’è spesso lo spazio per una battuta, una
sigaretta, una banalità. Pierobon, però, oggi è disperato: «Mi hanno rubato un
corgi, ho chiamato mia moglie. Non si trova». Mauro Pierobon ha 52 anni, è un
uomo calvo e grosso, con occhi azzurri liquidi, non belli. Ha una voce
fastidiosa e problemi di udito. Lo ricordo a scuola, due classi più grande di
me, bersaglio degli scherni per le sue frasi stentate, da endicappato. Con il
tempo si è rimboccato le maniche, ha cominciato presto a lavorare ed è diventato
capoturno security qui al porto. Torna a casa da sua moglie e, forse per
compensare l’assenza di figli, alleva cani, razza corgi. Per intendersi, quelli
della regina d’Inghilterra: bassi, tozzi, sproporzionati, valgono una fortuna.
*
Le due quarantenni lo abbracciano, fingono partecipazione e con le loro voci
sguaiate lo rassicurano: il cane, parte di una cucciolata, salterà fuori, prima
o poi. Mirella invece sta in un angolo e guarda a terra: ha problemi col marito,
non se la sente di scherzare con gli altri. La fine del turno è una sveglia che
la catapulta nell’inferno del suo matrimonio in disfacimento, del figlio a cui
tacere. Castana, sottile, ha una bellezza elegante non ancora del tutto sfiorita
e sa di fumo e di efelidi, anche d’inverno. Ci accomuna un destino: tre anni fa
la sorpresi a intascarsi parte dell’incasso dei biglietti dei bus turistici che
lavorano ai moli. La vidi, mi vide: non dissi nulla. Da allora, forse perché
detesta credere di dovermi qualcosa, ha smesso di salutarmi.
*
Io lo so che dite che puzzo, che lascio i fazzoletti sporchi in giro, che mi
masturbo nel gabbiotto quando nessuno guarda. Lo so che odiate le mie richieste
di sigarette, di cinquanta centesimi, odiate fare il turno con me anche se provo
ad essere gentile. Lo so che non vi prendete neanche più la briga di aspettare
che giri l’angolo per deridermi per i miei vizi, la mia gamba, il mio oggettivo
fallimento. Mi basterebbe solo una goccia d’amore, saprei rendervela
centuplicata: ma non me la date, e allora sarò tra voi come il più meschino dei
parassiti. Un infante di cinquant’anni, che urla, piange ed è pronto a tutto per
ottenere ciò che vuole.
*
Ieri notte ho preso la variante e in pochi minuti sono arrivato a Vico. Pierobon
sta vicino al campo nomadi, in una vecchia palazzina con le serrande di
plastica, lo sterrato davanti e il giardino recintato basso, quel tanto che
basta per i cani. Quelli hanno abbaiato come dei pazzi, ma sono stato veloce,
anche con la gamba offesa. Calogero ha detto che me lo pagherà bene: è per la
nipotina. Devo solo ricordarmi di portare la macchina dai magrebini per lavare
tutti quei peli.
*
E quindi Linda e Carolina consolano Pierobon, che fa avanti e indietro
lamentandosi con la sua voce da ebete; Mirella fuma dietro la colonna, Previte e
Di Sciullo ridono; Arianna spolvera il gabbiotto, e io sogghigno, guardando il
dolore di un uomo che non sono io.
*
Sono le 14.00.
Eugenio Sournia
*In copertina e nel testo: disegni di Parmigianino (1503-1540)
L'articolo “Il corgi”. Un racconto di Eugenio Sournia proviene da Pangea.
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Offro la mia anima martoriata alla poltrona ergonomica, alla scrivania di
laminato, alla luce gialla, al gabbiotto. La offro all’asfalto gangrenoso; al
moto ondoso dei semirimorchi, alla luna sul campanile, il tuo volto
trasfigurato. Offro al timbratore, divinità del tempo – non all’azienda, non ai
colleghi – ogni minuto di questa litania che è la mia vita.
*
Il contratto scade il trenta novembre, e ti penso. Non ho più voglia di dolore,
solo voglio il caldo buono di un qualche oblio nuovo e diverso, una scapola, un
neo, depositati nel mio letto e poi nei pensieri della giornata. Possono
accomodarsi le immagini tra queste mura di plastica e metallo, e ristorare le
sette, le otto, le nove poi le dieci.
*
Io mi ricordo! E mi sembrava un gioco così semplice la sera, nell’angolo soffuso
io con la camicia appena aperta tu ancora col cappotto freddo di strada e
profumo. Dio doveva pur star guardando, dal basso della mia anima, doveva pur
aver visto quanto ero felice: non andava bene, dovevo soffrire, dovevo vomitarmi
ancora e ancora, fino all’apice. Quando sarò umiliato tutti finalmente mi
potranno vedere.
*
Io non sono Cristo e dalla mia umiliazione nessuno trarrà alcuna salvezza. Il
risultato pratico e concreto è un lievissimo aumento percentuale dell’efficienza
nella registrazione dei semirimorchi, lavoro al quale sono tornato con malcelato
autocompiacimento. Alzo la sbarra all’ingresso del piazzale, l’autista scende,
mi dà targa e documento, io batto tutto al computer, poi è libero di
andare. Quando cala la notte la larga vallata dei container sembra un villaggio
che dorme, un gioco di bambino in cui le case di ferro sono targate MSC, Maersk,
Lilliu, Sarda Trasporti. Immagino tra quelle case la mia. Il mare è a poche
centinaia di metri, ma non ci penso mai.
*
Valentin scarica e gli chiedo una sigaretta. Vedo la torcia olimpica tatuata sul
braccio e mi metto a chiedergli se era un atleta, che atleta, ma mi risponde in
maniera dolce e sgrammaticata; annuisco senza capire. Gli sciorino le mie dieci
parole di russo chiedendomi, come in tutti questi casi, se gli faccia piacere o
meno – non importa, ne ho voglia. La sua faccia ha la forma di una pera che sta
marcendo e diventando grigia, mangiata dalle vespe.
Lui è Eugenio Sournia
*
Vorrei tenermi la sigaretta che mi ha dato Valentin per fumarmela da solo; però
decide di accenderne una anche lui e per qualche minuto si crea questa breve e
strana intimità virile, in cui entrambi tacciamo e guardiamo la cancellata di
metallo, la città che dorme al di là di quella, ormai vuota di promesse, sempre
la stessa.
*
Alla fine Valentin riparte e mi metto di nuovo a registrare i trasferimenti
della giornata. XA245RS, AE33811, XD490EE. È un lavoro intelligente e bello: non
penso mai, non penso mai, tutto il pensiero è tuo tuo e solo tuo. Mi dico un po’
di rosario e ricomincio la decina ogni volta che passa un camion e lo devo
registrare, ma ogni Ave Maria è per te, Virginia, per la tua conversione, perché
coincida col tuo ritorno, finalmente redenta, finalmente pronta, finalmente mia
davvero.
*
Poi appoggio il telefono alla base del computer e metto il timer a cinque
secondi. La luce è pessima, le pareti annerite da una melma senza nome, un
cancro in potenza. In atto, la mia faccia più stralunata possibile, mi scatto
una foto con l’unico scopo di riguardarla e riderne quando finalmente vivaddio
sarò felice. Sarà un post su Instagram da far uscire il giorno dell’uscita di un
disco, o di un libro, con una frase del tipo “il dolore è una porta”. Sono un
uomo molto stupido.
*
Insomma Dio mi guarda dal cielo fondo e nero sopra l’Intercontainer,
dall’asfalto gangrenoso, dalla scrivania di laminato, dalla luce gialla e sporca
del gabbiotto. Io se non bestemmio è solo per ingraziarmelo, una sorta di
pensiero magico che so bene non servire a niente, ma che mi è
irrinunciabile: perché comunque spero, animalmente spero, che ci sia un’assurda
imponderabile giustizia che cali da tutta questa bellezza a strapiombo.
*
Ah, anche l’anima mia fu bella, ma la deturpai col peccato: mi resta la
tenerezza. Da una macchina di tedeschi che mi passa davanti esce Bette Davis
Eyes.
Eugenio Sournia
*Eugenio Sournia vive, scrive, lavora a Livorno. È stato il leader dei Siberia,
con cui ha pubblicato tre dischi. Nel 2023 ha pubblicato l’EP “Eugenio Sournia”,
con cui ha vinto il Premio Ciampi. Lo ascoltate, in parte, qui.
In copertina: Gabriele Basilico, Dunkerque, 1984; copy Gabriele Basilico/Studio
Basilico Milano
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