Tag - Giannino di Lieto

Ode a Giannino di Lieto, poeta sconosciuto (o quasi) del Sud. Una lettera di Vincenzo Gambardella
Caro Giannino di Lieto,  esimio poeta, nato nel 1930 e morto nel 2006, vi dò del voi come si usa nel nostro Sud, per dirvi che ho comprato il volume intero delle vostre poesie, Opere (Interlinea Edizioni, 2010), e che è stato un sobbalzo, una sorpresa irrefrenabile, di leggervi. Non riesco a ripetervi l’emozione scaturita dalla conoscenza, unita al sorriso. Dico sorriso, piuttosto che rammarico per non avervi letto prima, nel sentire salirmi dentro l’incredulità, a causa di tutti questi anni di pareri, di sentito dire, e poi, infine, prendere piede in me l’esperienza nuova, la correzione del giudizio direi inesistente rispetto alla qualità e quantità del vostro lavoro, sebbene i video, un convegno, le letture pubbliche.  Perché non vi ho letto prima?, me lo chiedo ancora, perché non ho creduto, nonostante avessi sentito parlare di voi, e avervi visto varie volte passare sotto casa mia a Marmorata (Ravello, Costiera Amalfitana), il poeta di Minori, l’amico di Alfonso Gatto, anche lui un grande, però entrato ampiamente nel giro delle antologie, degli eterni, degli indimenticabili, mentre il vostro nome stenta ad affermarsi, a rimanere, se non fosse per vostro figlio che opera in questo senso, merito a lui, per il bene, per riconoscenza, per amore…  Mi fa specie dirlo all’ultimo, amore, solo quello, che è tanto, e dice molto del punto in cui siamo; c’è comunque chi conserva la speranza, voglio dire: c’è chi ritiene che la memoria non sia debole, inutile o sprovveduta, bensì sia alimento, forma concreta, anzi, concretissima, traduzione di un rapporto fedele, attività vissuta, assoluta, ovvero significanza che non muore (l’amore, sempre, sto su quello per ora), è un sempre che però va frequentato, coltivato, in quanto attività che non finisce al termine dell’esistere, ma proprio perché vitale si contempla e vive, si afferma di sua natura, si prolunga fino a noi, procede a rinnovarsi, si alimenta come un vivente, ogni minuto dice che cos’è un uomo, in particolare un poeta; non quello del potere, delle guerre, della sottrazione dell’essere, bensì del credente, nemico di nemici, sospiro e gesto che si rinforza, come in vita, di ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio, persino ogni sguardo, quello che più manca. Se non fosse che a un certo punto, un bel giorno, viene di girarsi a osservare chi è che ci sta fissando, che ci tiene dentro il suo cerchio visivo, com’è capitato a me, ritorno a dire, durante le vostre passeggiate per Marmorata, quando avete alzato gli occhi verso me che vi guardavo passare, mentre mi chiedevo chissà dove andavate?, e perché il poeta si è mosso da casa sua?, qual è la sua ispirazione in quell’istante?, cosa guarda? Contempla questa bellezza di Costa campana, nota a tutti, evidenza dell’amore infinito, grazia e sudore persino delle pietre, delle ossa conservate di Sant’Andrea Apostolo, raccolte nella cripta del Duomo di Amalfi, conquistate a seguito di una crociata, sul suolo di Patrasso. Storia, Storia, Storia, macerie del mondo, non se ne può più! Allora eccoli i primi versi, il vostro esordio alla fine degli anni Sessanta. Il fico d’inverno C’era una cappella nel mio giardino: tra le macerie una pisside d’argento un bimbo una serpe il veleno del tempo. * Ogni notte un lupo Dalla casa del tempo un figlio scappa ogni giorno ogni notte un lupo ghermisce un bambino l’uccide il sangue scorre nel fiume. Quando l’aria è calma nella grotta del cielo (c’è chi dice) vagola sempre uno strano lamento. * Pioggia Come da una ferita acuti scrosci sui tetti delle case sulle rose rosse sui vicoli deserti il lamento si placa nella pace del mare. Sotto la brevità di un ponte un uomo paralizzato aspetta di riprendere il cammino sul sinuoso fiume. Si resta coinvolti da questi componimenti, ma è il meno. Avviene nel lettore una ricettività, un’attesa. È chiara la metamorfosi, in ricerca del nuovo linguaggio, nascente dall’atto stesso, in cui si sta per vocazione, ma anche e soprattutto per stupore di ciò che siamo: “Dove fu che il fiore genera di sé un’esistenza colma […]” (p.198). Lì c’è materia intera, sostanza della nostra anima, o meglio, il nostro corpo trasceso in canto, la nostra sofferenza e la nostra gioia rivisitate in sogno, per dirla meglio. Nessuna cosa avviene senza il cambiamento che propone la simbiosi del linguaggio, della poesia, degli antichi che tornano, che appaiono improvvisamente, fanno capolino in un verso e poi… “[…] sale la nostra infanzia/ nascosta nelle pieghe/ l’incubo del granchio/ la terra senza terra/ io con/ dentro la specie. […]” (p.171).  Va bene, siamo stati toccati. Più di così! Ora si può andare agli scogli, al mare, alle vette, alla strada magnificamente tortuosa, tormento che si perde nel nostro sguardo, in certi giorni abbagliato, che si apre di curva in curva a un nuovo paesaggio, mai indifferente, per cui siamo segnati di continuo, senza essere risparmiati, bensì nella ricchezza di ciò che abbiamo goduto. Ci chiediamo come faremo quando saremo lontani, che sole ci scalderà se non sarà quello nostro, originario. Lo strappo è forte nell’andare via, il desiderio permane, abbiamo volato alto e dobbiamo cadere, non si può stare a certe altezze. È lo stato del profugo, dell’emigrato che lotta affinché niente scompaia da sé stesso, che la verità del cuore rimanga, ben custodita, e se mancasse il cuore lì, da qualche altra parte in cui ci troviamo, il corpo prevede il progetto di un trasferimento, tornare, come nel mito. Ma oggi non è più tempo, preme l’estraneità. Illuminato – È ora di stringere – un imbarco lieve così balaustra delle prime luci Occidente platealmente happening al colmo noi loro quelli niente […]  Mi colpisce, dopo la fase sperimentale, le capriole sintattiche che scompaginano il linguaggio, con sofferenza, una fase di racconto che fa venire avanti la dimensione materica della parola, contro “[…] lo sfaldamento di una sintassi (del dialetto), di una grammatica gestuale […]” (p.230) operata da tivù e programmi scolastici fintamente innovativi, in inseguimento della realtà che corre avanti e cancella. La poesia, quindi, diventa come un albero che si sfronda, i rami sono nudi, le vostre stesse opere di poesia visiva lo evidenziano. Linee e linee s’intersecano sul piano, insieme a qualche segno isolato, simile a una virgola, un punto. La scrittura c’è sempre, è tutto, ma un tutto che pare negarsi a un’opera compiuta, che interviene a calibrare lo stile di una sorta di gabbia, o di voliera, le cui dinamiche si curvano all’infinito, cercano una riva sulla distesa bianca del foglio, invece il lavoro espressivo rivela la verticale, senza fine, sullo sfondo. Parliamo di superficie. Tutta parete è la vostra poesia, maestro, si sale o si scende, ci s’inerpica o si scivola in basso. Parete in cui ogni tanto si trova una buca, una grotta naturale, un anfratto in cui germina una lirica, riverberata misteriosamente nel buio. È felice l’incontro. Cito qualche verso qua e là, scusandomi per l’approssimazione, per i salti di pagina che tralasciano perle e perle di sezioni visionarie, di versi serrati dentro le intelaiature della metrica, linee scheletriche che si aprono. Siamo negli anni Settanta e oltre. Città un fabbricante di parole mahagonny viva e dentro un nome splendida                                                                          storia di ordini sbocci ventaglio ali da offrire all’entrata di un ponte specchio fiore una su e giù ad opera del fuoco graziosi animali dei cerchietti nei libri quello che appare l’arco dunque così profonda legge degli stessi fiumi acqua tra cosa e scendere devota felce in corteo da una frase ingenerato generato richiami del piede verso sinistra regno di fanciullo                                                                          né visto né preso un parlare comune separato da tutti.  Ecco: “un parlare comune separato da tutti”. Nell’annullarsi della distanza avviene una separazione. Sorge una conflittualità che s’incarna in una certa forma poetica, quella sfiorata dalle neoavanguardie degli anni Settanta, e si fa velo. È necessario, la poesia vuole questo. “[…] Figure e andamento delle linee si adattano ai moduli surrealisti […]”, (p.296), e ancora: “[…] una tigre fatta di molte tigri in modo vertiginoso e/ l’ombra della fama […]” (p.309). Il demone è il frammento, si lavora su quello. Ma ora dov’è il poeta? È nel libro antologico che ho citato all’inizio, degna dimora del sempre, dell’attingibile, pensatoio completo e ricognizione del senso, congiunzione con il profondo, smarrimento e ironia, illuminazione, confronto ispirato, uomo in atto di pensiero, poesia, parola che si fa materia. “[…] La struttura si forma intorno al concetto di doppio […]” (p.320).  Ora, la tendenza all’accumulo di parole che funzione ha? “[…] Credenze stratificate, negli spiriti (la vampa di fuoco, il cavallo splendido), nel sogno (il vino bianco, l’uva bianca che porta male, il mare, i numeri) […]”, (p.231). “Un paio di fioccagli d’oro, un paio di piretti, fibbie, spadella, reliquiario, spilloni, catenelle […] Un sottanino d’ormesino co’ corpetto d’amoerra nuovi = due gonnelle nuove, una di cammellotta e l’altra di stamina: due paia di calzette e tre paia di scarpe = due bolletti […]” (p.237). “Clipeo con figure a sbalzo, anche scheletri/ un palmento,/ propilei dell’esodo figurelle fuori uso/ cronache a teatro sfilate o lorica/ crotali per sillabe aperte in un vicolo cieco” (p.352). Dove c’è un’elencazione s’insinua e si spande l’universo. Ogni termine è prospettiva abissale di senso: pluralità, enigma. La parola, apparentemente raccolta in sé, in realtà diventa avvio per gli altri. In sostanza è dimensione metafisica, che viene dalla ricchezza dei luoghi d’origine, non dalle letture (o non solo). Sta scritto lì, bisogna saper trascendere. La continuità di impegno e di costanza la ritroviamo in un altro poeta, stavolta di oggi, che verifica ciò che ho detto: Antonio Trucillo, vostro conterraneo, anche lui residente a Minori. Con tanta germinazione intorno a noi, e in noi, non ci si può aspettare una perdita. Possiamo dire che è in atto una figliolanza, che è nell’humus fecondo di una promessa non astratta, bensì spirituale. Avvertita anche da me. “Beati i miti, perché erediteranno la terra” (Vangelo secondo Matteo). Ma approfondiamo. La figlia piccola di cui si parla nella lettera de L’abbonato impassibile, a pagina 241, dice l’approccio che avviene. La bambina è la scrittura, da cui ci si vuol separare ma che si chiede di affidare a qualcuno che la protegga, che le permetta di crescere, che l’accudisca, che la ami. Mi rendo conto che è un’affermazione sorprendente, la mia, azzardata, eppure ho questa convinzione, in quanto sangue del proprio sangue, che si vuole distanziare per amare meglio, per trascendere il suo valore carnale, in puro pensiero di linguaggio, di forma. Instancabile poeta, notate lo stile mio, l’ispirazione mi viene dal quel magnifico esempio che è La Lettera. Fonte di questa mia, confesso, è proprio la vostra lettera che fa parte de L’abbonato impassibile, opera unica, frastagliata come la Costiera, o come la carta amalfitana, senza confini netti, precisi, sensibilissima alla scrittura, basta un niente per dilatare l’inchiostro della penna in una macchia, così pure il suono che assume la carta ruvida, quando viene solcata dalla punta della penna. Voce che gracchia, costringe alla lentezza del moto, alla precisione dei caratteri. Così mi sembra la scrittura vostra, che andate cercando, antica e non vostra, autenticamente non vostra, ma della terra, dei luoghi, i luoghi più amati, i più misteriosi e paradisiaci o infernali, fa lo stesso, la scrittura non distingue in questo caso, pena la mancanza di anima, di motivazione, di verità, di poesia. Nella lettera di cui ho detto, non c’è cinismo bensì purezza, è un puro che scrive, che parla, perché la sensazione è che l’autore stia parlando a sé stesso mentre si relaziona. Mirabile componimento, che ha fatto propria la lezione di Gadda, chiedendosi perché quel gran lombardo scrive così, perché scrive in quel modo, dice il suo dolore con quella particolare caratura di lingua, di accenti. E la risposta è venuta facendo, a mio parere, scrivendo qualcosa che si avvicinasse a lui, forse uno dei testi più prossimi a Gadda, penso io, per averlo vissuto in una particolare esperienza, che è esperienza di Gadda rivissuta in voi, che avreste comunque potuto vivere personalmente, con la vostra penetrante consonanza delle cose, la vostra partecipazione fisica, morale, magistrale. Un tutto che a prima vista va di sbieco, non torna, resta sdoppiato per la sua natura di parola che parla, che si affaccia alla vita, per l’amore che ha, per l’evidenza che riceve mentre dice, mentre pronuncia, estremo candore dell’attesa, di rimanere per giorni e giorni, che so, ad aspettare, oppure a non fare niente, in attesa dello scritto celeste, della scintilla che era nelle cose, nel mondo, ma non si sapeva quando sarebbe arrivata. Punto. È così! La purezza insegna. La Lettera sta dentro il libro del 1983 L’abbonato impassibile (abbonato inteso come bonaccione, sostanzialmente il buono, il puro, insomma).  Secondo il mio modesto parere (non ve ne abbiate a male!), mettiamo fosse stato di 400, 500, addirittura 600 pagine, sarebbe ricordato come un capolavoro assoluto della Letteratura Italiana. Ma che cos’è?: filologia, ricerca linguistica, folclore, narrazione a tema, favola rivisitata, stralunata (pensiamo a un Basile di oggi), commedia umana, teatro in innumerevoli rivoli, didascalie immaginarie, cronaca in stile amalfitano (le antiche Tavole), tema poetico, recupero in vista di significato radicale, appunto diaristico, epigramma, flusso di coscienza, simbiosi incarnata con il vero del territorio, non solo in funzione turistica, bensì tradizione, lavoro, abitudini, prodotti della terra, manufatti, vita!, vissuto esistenziale, resistenziale, il popolo trionfante e il popolo infelice, eccetera… Ma con La Lettera arriviamo a una svolta, è raggiunto il picco vostro, che, incoscientemente, pur negando, pratica un’attività impossibile di salvezza, di preghiera che si pone negandosi, è questo il piano, a mio parere. Non a caso La Lettera è una richiesta, c’è dentro una domanda. Tutto sembra apparenza scontata, ma mica tanto. Come si può chiedere una cosa come quella (salvare una creatura, occuparsene, mantenerla in vita), se non in presenza di un desiderio di salvezza, che sia accolta la propria richiesta, così come sia accolta una creatura umana incapace di sostenersi da sola, perché troppo piccola, non ancora in grado di farlo, bisognosa. Ancora una volta il criterio poetico è quello del velo che scende a coprire l’estremo conflitto interiore, nel richiamarsi a una emergenza, a una irregolarità che va saldata alla vita, riconciliata con essa, e all’assoluto. Il fine è ancora l’annientamento, o la distruzione della distanza. Peccato che adesso mi mancano le parole, sento che non ne ho più. Lascio parlare il vostro testo prezioso. Vi ho dato tutto in questo scritto (non credevo), usando il voi per stima, nonostante si dica che è da retrogradi. Spero vi abbia fatto piacere.  Vincenzo Gambardella * La Lettera Agropoli 31/12/1878 Gentilissimo I tratti di gentilezza e di cortesia resimi da voi, allorché foste costì, mi fanno ardito di pregarvi quanto segue: essendo convinto che il vostro animo nobile è gentile, non si negherà di favorirmi. La mia Mantenuta giorni scorsi mi diede alla luce una bellissima Bambina frutto di mie illecite colpe, è perché figlia, ho voluto farla capitare presso Amalfi, sicché avantieri da un mio servo la spedii a una tale D. Gisella C., moglie di un tale Luigi, dietro sua richiesta, dicendomi avergli trovato una buona fortuna, e adesso ho saputo con mio sommo dispiacere che la Gisella è trapassata salute a noi. Sicché la Bambina si trova nell’attualità nelle braccia di una tal Marta figlia di Gisella, la quale gli somministrerà il Latte ed il modo di curarla. La stessa Marta mi scrisse una lettera nella quale mi diceva che si occupava essa di curare la Bambina, dimodoché voleva essere compensata del suo incomodo. Io non mi ho tenuto mai niente di nessuno, ed è perciò che io argomento ciò che dovrei dire: Dunque una volta che loro mi scrissero, tre giorni prima che io gli avessi mandato la Bambina che per causa del cattivo tempo non potei là per là mandarla, se ne sono usciti per la via di mezzo col dirmi che in quel frattempo colui che la voleva si era già provveduto; è che un’altra adesso la vuole: e perché costei che vuol renderla sua figlia non si cura essa di farla allevare? Tutto ciò mi sembra un mistero per cui vi prego in vista della presente portarla ad Amalfi ad interpellare colui che la vuole e dirgli che si curasse lui di farla allevare se tutto ciò sia vero; in opposto cercherete voi di trovargli un posto subito a questa disgraziata figlia, perché non solo renderete uno dei più grandi favori a me che terrò sempre ricordato sinché vivo, quando che farete una delle più grandi elemosine ad un’anima innocente. Io vivo speranzoso su di ciò che fate voi. Domani essendo il capodanno ve l’auguro colmo di tutte le felicitazioni possibili come dal vostro cuore vengono desiderate. Noi tutti infinitamente vi salutiamo salvo che Giuseppe si trova studente in Napoli, e ci offriamo a tutto ciò che possiamo servirvi. Il vostro Aff/ mo *In copertina: Nicolas de Staël, La Route, 1954 L'articolo Ode a Giannino di Lieto, poeta sconosciuto (o quasi) del Sud. Una lettera di Vincenzo Gambardella proviene da Pangea.
Poesia
Letteratura italiana
Vincenzo Gambardella
Giannino di Lieto
Interlinea