Quale traccia di senso è liberata dal nostro tempo? Derrida parlava di âaporiaâ
come assenza di esito e, quindi, di compimento (vedi J. L. Nancy, Derrida da
capo, in A partire da Jacques Derrida, Jaca Book, Milano 2007, a cura di
Gianfranco Dalmasso). Per questo, lâunico senso possibile sembrerebbe
indecidibile e disseminato, senza origine e senza identificazione, puro mistero
metafisico e consapevolezza di unâalteritĂ impensata e, perciò, per sempre
impensabile. No-where perenne e allo stesso tempo qui e adesso, questa è la vera
âoltranzaâ e il fuori confine: lâaccensione costante di un senso che contiene la
sua caduta, che non può comprendersi se non in avvii improvvisi che, però,
covano nel tempo, come una ânube della non conoscenzaâ post litteram:
> come se il mio ventre covasse una bomba
>
> (Antonio Porta, Airone)
lâintera vita non è altro che desiderio e attraversamento costante di frontiere
che riportano lâombra di una percezione incomprensibile e rigiocano lâorigine
nel continuo ri-chiamo che è verso e parola, balbettio di nuovi linguaggi per
tornare ancora a smentire la tensione, lâaccecamento della relazione e il suo
ritardo. Il soggetto diventa ârealtĂ espressivaâ, avrebbe detto Raboni, e la
realtĂ di mondo che implica lâidentitĂ si formula solo attraverso lâintreccio
indissolubile e lâaspirazione costante. Il âsuono del contattoâ che è lâairone
di Porta funziona come sentimento e avvertimento (âavverto il sobbollire nello
scrotoâ) per una sessualitĂ al suo risveglio, la tensione relazionale, la
ri-nascita continua del contatto desiderato, fecondazione e spargimento e allo
stesso tempo rimando e resistenza: uomo âumile dio del suo corpoâ che âresiste
sulle rive dei fiumiâ.
Lâuomo è come lâairone? Simbolo transizionale ma riconoscibile ânon troppo uomo
non troppo animaleâ âquando muove le zampe / nei primi passi della danza
amorosaâ, si apre ai limiti dellâidentitĂ individuale, alla trasformazione
restando se stesso
> come la cagna
> lupa affamata insegue disperata
> la lepre elegante troppo veloce
> quasi non si fa distanziare nel breve piano
> ma alla soglia di un boschetto
> tra i primi cespugli quella sparisce
> perchÊ la cagna è vecchia ormai
> e la sua fame non diminuisce
> come la sua crudeltĂ di prima,
> della sua giovinezza,
> cosĂŹ la chiamiamo: crudeltĂ
> invece è fame
> di mille altre lepri
> eleganti paurose prudenti veloci
> di continuo nascono e muoiono al mondo
> inseguite inseguitrici,
> è tanto semplice, infine,
> quando la vita mostra di bastare a se stessa
> riflessa nei nostri occhi puntati
> dalla cima della collina
> come nei tuoi specchi ciechi, airone
La frontiera tra il boschetto e la âsemplice vitaâ è lâetĂ , la soglia
dellâabbandono nonostante il desiderio sia ancora âaffamatoâ, la frontiera è
ânascere e morire, / rinascere e volare viaâ come lâairone-angelo indica.
Messaggero di relazione,  Â
> ilare sorgente ultima di melodia
> contro la sua assenza di voce, airone,
> i tuoi striduli messaggi,
> hai partorito lâinvisibile usignolo
la musica dellâinvisibile è lâultima e prima sorgente di senso. Marc AugĂŠ diceva
che âuna frontiera non è un muro che vieta il passaggio, ma una soglia che
invita al passaggio. Non è un caso che gli incroci e i limiti, in tutte le
culture del mondo, siano stati oggetto di unâintensa attivitĂ rituale. Non è un
caso che gli esseri umani abbiano dispiegato ovunque unâintensa attivitĂ
simbolica per pensare il passaggio dalla vita alla morte come una frontiera: è
solo grazie allâidea che la si possa attraversare nei due sensi che la frontiera
non cancella irrevocabilmente la relazione fra gli uni e gli altriâ e
âlâillusione, diceva Freud, è figlia del desiderioâ.Â
Il desiderio è il problema dellâidentitĂ , del dio di cui lâairone è il feticcio,
quasi un albatro rovesciato, cioè il âdio oggettoâ simbolo di una realtĂ di cui
si tenta ancora di cogliere il senso. Riassumendo ancora AugĂŠ (Il dio oggetto),
il senso del limite e il limite del senso hanno in ogni cultura un nonluogo
pensato e vissuto con e nel sistema generale dei valori della vita, che solo il
rituale è in grado di individuare e re-inventare, aggiungerei, come lâairone di
Porta:
> Nel tuo volo immagino, Airone
> osservi le ferite della Terra
> scopri lâopera dellâuomo
> dove senza sosta rivoli di sangue
> e la fame morde
> camminano uomini che non possono
> essere ancora uomini
> e ci porti testimonianza
> del silenzio di morte
> e ci imponi di ammutolire
> con te sorvoliamo un luogo
> che è un luogo piÚ di ogni altro di tortura
> El Sexto, il carcere di Lima
> dove i perduti rinchiusi
> leccano per sete il sangue delle ferite dellâaltro rinchiuso
> si sappia non si dimentichi che cosa
> allâuomo nasce dallâuomo, fratello
> come non chiamarti fratello che ti rifiuto
> Airone hai due occhi come ribes purpurei
> mi chiedo se sono ciechi
> solo un puro ornamento
Un rituale che è cammino costante verso frontiere inaudite e incomprensibili,
verso unâibridazione di forme per âcontinuare a nuotareâ, âsollevarsi tra gli
dèi / e sprofondare nel cuore marinoâ o nellâ âintornoâ (il mondo) âcerchiato
dai boschi pieni dâombra / dove altri dèi dormono in silenzio / visibili
invisibiliâ. La nuova frontiera è âil fuoco puro dellâenergiaâ (metafora
nucleare) che annienta il vecchio soggetto, il concetto stesso di uomo e
lâidentitĂ per come lâabbiamo conosciuta:
> ci sarĂ non io
> e il pensiero non mi dĂ tristezza nĂŠ gioia
> ma quiete, soltanto, felicitĂ del limite
Siamo nella fase liminare della rinascita, in un mondo intermedio e in transito
ma bloccato allâazione, in uno stato di perenne immaginazione. Come viene detto
in La nube della non conoscenza, siamo nella âfacoltĂ attraverso la quale ci
rappresentiamo tutte le immagini di cose assenti e presenti. Sia essa che gli
strumenti per mezzo dei quali essa operaâ, in attesa di una âgraziaâ che
interrompa la proiezione di âdifferenti immagini illusorie di creature
materialiâ e indirizzi alla pratica di diverse ritualitĂ relazionali:
> come in attesa di essere ancora luce
> allâalba quando il conflitto si placa e si racchiude
> in un uovo minuscolo
> dove giĂ pulsa il cuore di un usignolo
> dove batte il minuscolo mio cuore neonato
> come milioni di altri muscoli nascosti
> potenti macchine da guerra che avanzano
> che scuotono la cintura della terra
> e misurano ogni altro respiro
La rinascita in nuova forma dentro la metafora del volo, nellâAirone di Porta,
demarca lâurgenza di liberazione dallâimpasse concettuale che vede lâessere
umano stretto nella sua stessa definizione, come una lingua morta che vuole
rinascere dal solco della sua scomparsa: volare per essere risucchiato âverso un
passaggio strettissimoâ, per poi essere partorito âin una forma che non conosco
ancoraâ.
âLâanticipo nel desiderioâŚâ, quel desiderio di cui dicevamo in precedenza, è il
margine (la frontiera) che non annienta il sociale per manifestare il principio
di senso (ancora AugĂŠ, per cui nel passaggio-limite è ravvisabile la âgraziaâ
come base âconcretaâ che non riesamina lâorigine ma si arrende alla
trasformazione) ma è punto di arrivo senza esserlo, un presente che indaga il
passato per scoprire il limite della vita nella sua alterazione. Il futuro è
finito a causa della sua indeterminazione, senza possibilitĂ di rinvio, se non
costante e immanente. La grazia è uno spazio senza speranza che, ugualmente,
tende al semplice riconoscimento di quel che è e ne rende grazie. Possibile
trascendenza di sĂŠ nellâaltro, la grazia immanente corre sempre il rischio della
disperazione ma anche questo è âun dono che viene da se stessoâ; persino
lâairone feticcio, allora, non è piĂš una guida ma un gioco di parole, una
questione linguistica, e come ogni lingua mutuabile, trasformabile (in questo
senso non un cascame, ma un nuovo inizio):Â
> Ai, nero, qui il tuo inchiostro
> arriva lâintraducibile scrittura
> il filo spinato dei tuoi versi
> aire, no, non spira
> non vola, si chiude:
> è questa la fodera dellâaire immobile
> impermeabile calor bianco
> occhicorallini, biancospada
> buchi il sole debole del crepuscolo
> buchi la piena luna dellâalba, mi chiedo
> come seguire la tua assenza?
Forse camminando in questa assenza, nonostante la fine di ogni fine o il non
finire della fine, possono scoprirsi linguaggi altri, come i riassemblaggi
verbali sembrano suggerire, e perfino la coscienza di sÊ può sorprendersi
âaltraâ: â(lo stellato mi ha attraversato senza dolore / ora sono albero, ora
bottiglia)â. Il âterrore della perditaâ è la parola ri-trovata nella caduta,
lâincontro col dio è lâincontroscontro col mondo:
> Qui in casa dormono tutti, unâondata
> improvvisa mi rigetta sulla spiaggia
> a incontrare il tuo becco.
Gianluca DâAndrea
(dicembre 2025)
*In copertina: opera di Helena Almeida
L'articolo âIn attesa di essere ancora luceâ. Lâairone di Porta e la vita oltre
frontiera proviene da Pangea.
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Origine e confine: Aurore dâautunno
In Aurore dâautunno Wallace Stevens porta la sua meditazione sul senso della
poesia a risultati estremi.
Le ambientazioni inserite nei testi, ad esempio, a partire dal poemetto omonimo,
sono una strategia che il poeta usa per rimodulare di continuo la contaminazione
tra alto stilistico e basso (il registro ironico) dei contenuti, in una tensione
panica che accoglie il reale nel corpo della poesia. Questo bisogno di
inclusivitĂ fluisce verso un confine poroso che mette in comunicazione gli
ambienti concreti di cui si diceva con lâincorporeo, come nella figura che apre
il testo, il serpente/aurora, fino allâapparizione estrema dellâangelo tra i
contadini, quasi unâepifania dellâidea nella realtĂ ma anche, nella sua
conseguente sparizione, dellâimpossibilitĂ della permanenza. Aurore dâautunno,
dunque, è la raccolta piĂš âspiritualeâ di Stevens, un manifesto eretico, il
quale rivelando la realtĂ nel suo essere umile e cruda ne intuisce, attraverso
lâimmaginazione, il potenziale dinamico e trasfigurativo.
Il soffio dellâinvisibile è sempre annunciato da oggetti materiali, si diceva, e
penso alla capanna bianca che avvia il secondo movimento del poemetto iniziale o
alle campane senza âsettaâ di Le vecchie campane luterane di casa o ancora alla
âversione semplice dellâocchioâ come âcosa a parteâ e âvulgata dellâesperienzaâ
di Una serata ordinaria a New Haven. Il confine, allora, appare come un luogo di
attraversamento artificiale e reale insieme, in continuo divenire, necessario
perchĂŠ vero e vero perchĂŠ necessario. Ed ecco lâeresia: la poesia è âlâocchio
angelicoâ che âdefinisceâ, ponendo il limite allâarbitrio ma spalancando il
senso proprio attraverso la nominazione, âassume le grandi velocitĂ dello
spazioâ attraverso lâimmaginazione che è la potenzialitĂ di sublimare il reale
riconoscendone lâinconsistenza e la fragilitĂ . Anche la brutalità è traccia di
altro, di ciò che è già sfuggito alla nostra comprensione lasciandoci liberi
persino di recitare il nostro nome, anche se ânon câè copioneâ se non il nostro
mero âessere quiâ. Ma è proprio questo essere de-finiti da una soglia a
modificarci come la ânuvola trasformata/ in nuvola di nuovo trasformataâ fino
alla âdistruzioneâ della parola stessa che può caricarsi, cosĂŹ, del fardello
della ferocia umana. âCabala misticaâ è questa immaginazione che cambia âda
destino a capriccio leggeroâ, che cammina nella sua disfatta fino a sfumare in
una ben piĂš semplice âcomunicazione beffarda sotto la lunaâ.
Eresia, si diceva, perchĂŠ lâinnocenza nega ogni accomodamento, attraversa la
soglia pur riconoscendola come inevitabile limite, perchÊ la poesia è questa
scelta innocente che è giĂ âoltre lâabitudine del sensoâ, una âforma anarchica/
infuocataâ.
*
Pellegrinaggio e sublimazione in Pasolini: lâoltreconfine
Unâaltra esperienza liminare, che parte da altezze diverse ed è connotata da
scelte di poetica apparentemente lontanissime, è quella di Pasolini. Nella sua
opera multiforme, la poesia è in circolo come esperienza corporea e sensoriale,
come necessità di attraversamento di limiti fisici e psichici. La scena del
corpo colpito, del dolore che si trasforma in narrazione, assume una funzione
simbolica centrale: il confine tra il soggetto e il mondo è anche il luogo in
cui si sperimenta la vulnerabilitĂ e la trascendenza.
Pasolini esplicita che il limite non è un confine invalicabile, ma un modo di
re-imparare a sentire le proprie ferite e di riconoscere lâaltro nel dolore,
nellâultima speranza di âtrasumanareâ attraverso un pellegrinaggio di ricerca
assidua e instancabile che, però, ha compreso lâimpossibilitĂ di una nuova
ascesi.
> Jo i soj na viola e un aunĂ r,
> il neri e il rosa ta la ciar.
>
> (da Dansa di NarcÏs II, in La meglio gioventÚ)
Pasolini/Narciso è tutto perchĂŠ è dentro lâumiltĂ del mondo, perchĂŠ âil corpo
resta poveroâ come urla il poeta in Trasumanar e organizzar a ventâanni di
distanza dalla serie dei narcisi, perchĂŠ la necessitĂ panica che lo investe e lo
accompagna esprime la ferita dellâunitĂ perduta e accentua in ogni scelta
ambivalenze, ambiguitĂ , contraddizioni. Ma è lâaspetto trans-formativo la sua
ossessione, giusta come lâosservazione spietata e costante del corpo individuale
e sociale martoriato. La riflessione sulla mutazione antropologica è il
risultato di un pensiero liminare tra conservazione e progresso che resta tale
nonostante i tentativi di ibridazione dellâultima fase della sua opera, anzi
anche grazie a essi.Â
âNon câè alcuna ragione/ di scrivere in calce a questi versi la parola// FINEâ
come per il âdiscreditato corpoâ non câè alcuna ragione per non rimpiangere la
âpurezza originariaâ e aspirare sempre alla redenzione nella catastrofe.
Sineciosi, secondo lâindividuazione retorica di Fortini, è scegliere tutta la
realtĂ che vive nelle sue contraddizioni, e lâeresia pasoliniana è proprio la
scelta mistica di non scegliere, unica possibilitĂ di accogliere il mondo in
potenza, senza abusarne, senza assuefarsi alle logiche di potere, alla
predazione. Questa dialettica lacerata disperde ogni possibilitĂ di stabilizzare
lâesistenza, fino a portare persino il corpo, sia reale che simbolico (corpo
linguistico), alla diaspora, alla disseminazione e, quindi, alla distruzione.
Eppure è questa fine che germina qualcosa di ancora illeggibile a non
accontentare nessuno perchĂŠ si fa carico di altro, cioè dellâinsoddisfazione e
dellâassenza di confine:Â
> âi poeti, destinati a intravedere nel contrarioÂ
> di ciò che fanno, la libertĂ , sono poeti del bene comune,Â
> e, senza complicitĂ , sarebbero incomprensibili.Â
> Essi non vogliono avere diritti âÂ
> nello scherzo o nella superbia essi non fanno altroÂ
> che chiedere pietĂ a chi, se proprio vogliono, gliela concede;Â
> ma essi non si accontenteranno maiâ.
Per il poeta è impossibile la resa, nonostante la scomparsa di un mondo â quello
contadino e di un apparato linguistico fatto di pulsione, accensioni e cadute
legate al non ragionevole della pura sopravvivenza â di una âterra promessaâ che
è rappresentazione di un centro ancora illusoriamente umanistico ma giĂ
de-caduto a banale artificio. La carne, un tempo presente fino allo scandalo, è
ormai merce di scambio dellâomologazione e quindi corpo âfantasmizzatoâ,
obbediente allâunica legge di âessere un bravo americanoâ, un corpo-uniforme
âcheapâ, un altro numero che si consuma.Â
Il poeta ânon cadrĂ per terraâ ma opporrĂ la sua âinnocenzaâ alle ânotizie false
che la radio diramaâ (il medium/potere), continuando a vivere a oltranza, âfino
alla fineâ, mentre quelle stesse notizie â il che vale sempre â âmostrano il
dolore/ che è nella schiena della bestia che fuggeâ. Il dolore, cioè il disagio
sanguinante del âcorpo separatoâ che invoca lâAltro colpevolizzandolo per
lâassenza macroscopica di âvie altreâ che possano aprire alla pienezza della
relazione, contrastando il âvuoto nel cosmoâ che mette in scena simbolicamente
lâincompletezza della realtĂ . Per Pasolini, la realtà è linguaggio come in ogni
vero poeta, cioè tradizione che si ripete e rinnova, perpetuando la dimensione
liminare, sistole e diastole di un versamento del verbale nel reale e viceversa,
profondo fino al rigetto.
Il poeta può abdicare ma solo per sposare lâeresia, cioè la scelta di ritornare
âalla purezza perdutaâ, anche se questo ritorno è decisamente compiuto da un
âpellegrinoâ che non crede alla ânuovaâ fede della societĂ dei consumi ma che va
comunque avanti guidato da âuna strana speranzaâ di recupero.
CosĂŹ, nonostante âla vita sia [ormai] un mucchio di insignificanti e ironiche
rovineâ perchĂŠ il potere consumistico ha âcolonizzato lâinconscioâ, non può
esserci resa:
PlantĂ nd chista seconda planta
chel che pĂŹ i bramavi, a era
châa fos identica a la prima;
e chel che pĂŹ a mi scrussiava
a era châa essi diviersa a no podeva.
(da Variante, in La nuova gioventĂš)  Â
Lâatto di abbracciare il reale, anche quello piĂš sconvolgente, era stato un
tentativo di riappropriazione, il desiderio ultimo che potesse realizzarsi il
contatto con unâautenticitĂ originaria. La poetica di Pasolini, è risaputo, ha
sempre invitato a non eludere il limite, ma a viverlo come un modo di aprirsi
allâinfinito nascosto nel quotidiano. E la poesia è sempre stata il luogo dove
si chiarisce unâidentitĂ che si può riconoscersi solo nel desiderio sconfinato,
tra innocenza primitiva e complessitĂ della storia. Lâesperienza poetica, in
conclusione, è un attraversamento continuo, nella tensione a un rinnovamento di
senso che si nutre di memoria e dolore e quindi di incanto e disincanto. La
passione per lâorigine in Pasolini, senza dogmatismi, viene rivolta a unâumanitĂ
che si riconosce imperfetta e per questo infinita, sempre in cammino tra limiti
e possibilitĂ .
*
La discesa dellâAirone grigio di Alessandro Ceni, uno spazio tra mondi
Airone grigio
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi allâesaltazione e al regno, alla caduta e allâesilio.
ÂŤEntra, in questa Lapponia della mente in questa Islanda del cuore,
nel pubere esilio di unâinfinita prospettiva, nella taiga nella tundra
nella muta fornace, un cumulo rossiccio e senza fondo
dove puoi imparare a fare a meno di dio e dire ecco
uno si sveglia in una stanza dâalbergo uno in unâaltra, entra
ed ascolta lo stantĂŹo di molti in un camerone,
il puzzo dentro la scatola, il bambino brutto avvolto
in una matassa di fuliggine dipanarsi nel ventre obeso
del cielo come una figurina di pasta lievitata â un lontano
profumo in cui riconosci il calamo ottuso della vita, la tregua â
e il sapido risalire della prediletta nelle sue mutande sporche
o il lungo piscio dellâestate allâestuario deforme
delle sue gambe, ora prese in prestito dal morto che,
con ostinato lento passo di mulo, detto no a cronaca e storia,
smarrisce lâunica via di fuga e con disperata calma con
forza enigmatica di acrobata torna, entra, ed ascolta
i suoi due figli â estranei incomprensibili ma ospiti fissi
al banchetto â e la sua ancor giovane moglie â la smarrita â
che udendolo rincasare gli tendono lâimboscata di un sogno
armando un vascello di specchi ed allodole nel tranello dellâatrio,
dove la carne della sua carne, il sangue del suo sangue e la sua
con-sorte e metĂ , credendolo annegato in pensieri â lâidentificazione,
ad esempio, di un solo granello di felicitĂ per chilometri litoranei
arenili â gli pongono in grembo la prova della loro profonda,
autentica, incommensurabile gratitudine: perpetrare lâinganno.
Entra, come farebbe un bambino nel mattatoio, cioè muggendo,
con fiamme implicite e il grave tinnito dei corvi disteso
sopra il paesaggio come una fiaba, dove, nella fredda
temperatura, nellâimpianto disattivato, nel focolare estinto
vive ancora, colpo dopo colpo e anni su anni di combattimenti
e perdite, un eroe, la morte su una spalla â il frinĂŹo della nube
che si posa a indicarlo come una leggenda imperitura â
lâamante sullâaltra, le entrambe vecchie dal gomitolo turchino o
fucsia della permanente sullâoccipite arso, la lunga e ritorta
pelliccia della passera spiumata, il foro di fumo, il foro dâacqua,
lâunghia incarnita del piede giallo, col quale â ascolta â
assunte sembianze di ricordo, il racconto della fiaba
â astuto come un capo comanche, furtivo come un guerriero
apache â discese per la scaletta retrattile dellâorecchio nella camera
blindata della mente, e lĂŹ, invecchiato soltanto nel volto,
mangiò peyotl, fumò, bevve e danzò lâintera notte â la
cintura ridente di innumerevoli scalpi, il lastrico del sepolcro
diffuso dâignoti cadaveri, i suoi altri ricordi dispersi in
missione: e tutti erano allegri e fiduciosi nella sorteÂť.
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi allâesaltazione e al regno, alla caduta e allâesilio.
Cosa ci cade addosso nel paradosso della soglia? Lâentrata ambigua nel regno e
il paradosso dellâesistenza, un racconto di lontananza e carne, di freddi
boreali che si consolidano nella mente del soggetto e appiccano un sogno che
aspira alla realtĂ e vi rinuncia, che si sposta, cade e si allontana dal mondo.
Il linguaggio entra nella dimensione liminare tra sogno e veglia e in quella
crepa allarga il suo racconto, un altro ΟῌĎÎżĎ. Lâaffabulazione è a doppia
entrata, prima il freddo del pensiero astratto (la Lapponia della mente
corrisponde allâIslanda del cuore), poi lâaccesso allâimmaginazione profonda
dove ogni figura incendia la referenza, incenerisce la sua stessa simbologia.
Come lâimmagine del bambino nel mattatoio sembra suggerire, accedere significa
trasformarsi nel luogo in cui siamo immersi, âmuggiamoâ perchĂŠ solo in quel
modo, e solo nel perpetuo rinnovamento dellâinfanzia, possiamo aderire e far
sopravvivere âlâeroeâ, il sempre nativo, lâallucinato (come i riferimenti ai
guerrieri americani e lâutilizzo del peyotl sembrano suggerire). Lâairone grigio
ci racconta una favola da invasati, ci investe con ciò che di piÚ reale abbiamo:
ci avvicina cantando e nel suo fluire ci abbraccia per raccontarci
unâapparizione scenica, quella di un sempre possibile sogno. La âtrama
invernaleâ dellâairone, per quanto tenue e nebulosa, è lâunica possibilitĂ per
attraversare il reale, per essere condotti âallâesaltazione e al regno, alla
caduta e allâesilioâ, allo spazio tra mondi che la scrittura può invocare,
evocare, provocare, come la sua presenza in luoghi liminali suggerisce
accompagnandoci nel viaggio tra materia e spirito, quasi rinnovato Virgilio tra
le ombre.
*
Il viaggio sospeso, beyond the border
Essere oltre è una questione talmente intima da non poter essere
individualizzabile fisicamente e precisabile in luoghi concreti. Questa
illusione materialistica è uno dei mali ideologici del secolo appena trascorso e
che ha giĂ sconfinato (perchĂŠ in realtĂ , è ovvio, non ci sono âsecoliâ
arginabili entro limiti cronologici) nellâattuale. Essere oltre è una resa
allâinvisibile per accedere a unâaltra percezione e poterla raccontare come
fosse una leggenda.
Reinventare il reale è la sbordatura, è lâarte di sporgersi dallâorlo e
lasciarsi cadere fuori dal senso nel tentativo di coglierne il substrato
emotivo. Reinventare non è la pagina bianca o lâassenza di senso ma
lâinseguimento di una lingua che per quanto nota è sempre sconosciuta, lasciando
allâaltro (il lettore) la libertĂ di reinterpretarla. Reinventare ha a che fare
con unâonestĂ radicale nei confronti dellâaltro che abbraccia anche lâabbandono,
ma non si limita alla fine della relazione, anzi la riattiva nel vederla
scomparire, ma solo dopo aver accettato la scomparsa. Reinventare è un
ricominciare e non un inizio altro, perchÊ niente è mai iniziato:
Leggenda o mito, se vogliamo, che parte sempre dalla privazione e
dellâoltranza:Â
> Â Â Â Â Myself to set foot
> Â Â Â Â Â Â Â Â That second
> In the still sleeping town and set forth.
In un istante che rivela lâurgenza dellâautoesilio e dellâeremitaggio, Dylan
Thomas, poeta dellâeccesso, si consacra alla natura. Il panteismo di Poesia in
ottobre è totalmente volatile, carico di esseri della fuga, psicopompi
dellâoltre confine come lâairone che compare due volte e che, come abbiamo visto
nella poesia di Ceni, è figura della soglia.Gli âuccelli dellâacqua e gli
uccelli degli alberi alatiâ portano il nome del poeta sul paesaggio, anticipando
e anzi stimolando il cammino. Prendere la strada âover the borderâ è aprire le
porte a una nuova visione (la leggenda di cui si diceva), trasformando le
stagioni â significativo il passaggio inaspettato, appena iniziato il viaggio,
dallâautunno reale alla primavera dellâimmaginazione, âil sole dâottobreâ
diventa âestivoâ â accompagnati ancora da uccelli, allodole e merli fischianti,
che introducono a unâallucinazione, a un âcielo azzurro alteratoâ, a unâaria
âotherâ, altra, a un mutamento fruttifero (e infatti, prima della fine il testo
sostituisce gli uccelli con i frutti, âcon mele/ Pere e rossi ribesâ) che,
contemporaneamente, evoca delle âchildâs forgotten morningsâ, cioè lâorigine
perduta che solo nellâimmaginazione si rinnova, richiamando piĂš antiche leggende
(vedi âle leggende delle verdi cappelleâ alla fine della quinta strofa).Â
CosĂŹ il mito può essere narrato ancora, unâaltra volta ripetendosi e allo stesso
tempo mutando per ravvivare lâinconoscibile, lâinvisibile: âthe mystery/ Sang
alive/ Still in the water and singingbirdsâ, cioè un canto che rinasce
attraversando la fine (gli uccelli tornano al termine del componimento nella
loro funzione âmistericaâ, pionieri dellâaldilĂ , dellâoltranza appunto). A
questa lontananza dai giorni della creazione e a questo bisogno di ritorno
misterico, occorrerà sposare il quotidiano e la terra nuova, cioè il presente e
la speranza che esso possa rinnovarsi. Cicli stagionali e fantasie di ritorno si
spogliano delle loro immaginifiche meraviglie ma solo per inoltrarsi in un
cammino reale al prossimo stupore:Â
> Â Â Â Â Â O possa ancora la veritĂ del mio cuore
> Â Â Â Â Â Â Â Â Esser cantata
> Su questâalta collina al volgere di un anno.
Gianluca DâAndrea
L'articolo âI poeti non si accontenteranno maiâ. Lâinnocenza del linguaggio e la
tensione dellâorigine proviene da Pangea.
Dentro la materia âil mare è senza fine, doloranteâ, ed è necessario che questo
dolore sia focalizzato, parossisticamente pro-vocato e registrato, perchĂŠ solo
vivendone persino la proiezione è possibile sentire ciò che vive, ri-sentire
nella provocazione la relazione:Â
La pellicola
Il sole splendeva mentre noi
andavamo in giro per il campus
a fermare ragazzi e uomini
chiedendo che mi colpissero
in pieno viso.
              Si rifiutavano tutti
allâinizio, ma noi spiegavamo
che era arte ed era necessario
cosĂŹ mi hanno schiaffeggiata, uno
dopo lâaltro.
              Ho capito che per farglielo
fare dovevo indurire gli occhi,
provocare. Lo schiaffo dei ragazzi era
comico â palmo sul viso, con scuse prima
e dopo. Era caldo e luminoso.
              Abbiamo flirtato con un geografo
dallo schiaffo leggero, con le dita
a sfiorarmi la guancia come
girandomi il viso di lato per vedermi
di profilo. Avevamo circa venti
              uomini su pellicola.
Ă arrivato il ragazzo della mia amica
e gli abbiamo chiesto se volesse farlo.
Lui lâha baciata e si è piazzato di fronte a me.
La mia amica ha premuto record, e ha detto
              âvaiâ e io ridevo,
mi ero dimenticata di preparare il viso,
con la guancia sinistra un poâ rosa dopo
una giornata di schiaffi. Non ero preparata
al suo rovescio. Rapido
               e forte, un rumore strano
come se mi avesse schiaffato via
la risata, un dolore piĂš spesso
di una puntura, unâimmediata perdita
di respiro. Siamo rimaste in silenzio
               un attimo, e io ho guardato
la mia amica e la sua mano portata
alla guancia automaticamente,
la luce rossa della telecamera che ancora
lampeggiava e ho saputo
               che non avremmo mai guardato
la pellicola, che avrei sentito la nausea
e la colpa finchĂŠ il livido
durava â piĂš a lungo â avendo chiesto
ciò che non era mio.Â
Il linguaggio di Frears è materia ustoria che sbracia e riaccende il percorso da
metafora a dato, rinnova il senso della referenza, iniziando da un contesto
umile e concreto. Ă una tensione ipercinetica a svolgere e riavvolgere il
cammino della parola, i cui passi e salti manifestano una nuditĂ dâintenti che è
anche desiderio di stabilire un contatto. Altezze delle cadute ma piĂš intimitĂ
nel dolore, in questa operositĂ slabbrata si muove il verso narrativo in tante
zone di Risplendi, cara (Taut, 2023), il piccolo corpo del vivente (cosÏ come il
corpo testuale) si aggrotta pudico per espandersi subito dopo e arrivare a
toccare vertigini celesti:
Mito lunare
Dato che abbiamo donato i nostri gioielli per il tabernacolo
(e con noi intendo le donne e con donne intendo le allegorie)
ci è stata assegnata la luna.
Non una luna, la nostra luna, la nostra piccola luna litigiosa.
Il mare delle crisi e quantâaltro â la vecchia âpietra dellâoh issaâ
che trascina le onde ai ciottoli fin dallâalba dei tempi.
Il 58% delle donne dice âprendi quello che ti danno, prima che ci
assegnino un corpo celeste ancora piĂš piccolo.â
Ad ogni modo, tutti sanno che la tuba di Falloppio è un germoglio di luna.
Tutti sanno che il sole è una stella-ragazzo, buono e caldo e
luminoso e piuttosto semplice se ti ricordi di portare
la crema solare. Certo che ha un cazzo.
Quando mi metto una torcia in bocca le guance mi si accendono di rosso
come una lanterna carnosa â niente argento, nĂŠ crescente
nĂŠ calante; sono accesa o sono spenta. Non proprio da luna.
oh Satellite, oh Artemide, oh Orbe della notte.
Domanda: posso dare la colpa alla luna perchĂŠ dormo poco?
Il 73% delle donne si è detto âa disagioâ con il nuovo
rito lunare testato settimana scorsa, che prevede un melograno,
un frutto stella (e del simbolismo di mela ben calcato).
Ora di un altro gruppo di discussione. Magari possiamo
bruciare cose, oppure il fuoco è solo roba da sole?
Hanno versato del vino nuovo in una vecchia brocca,
e ci hanno detto che i miti si fanno cosĂŹ.
Abbiamo bevuto tutto il vino e ci siamo esposte al
plenilunio, quindi dovevano aver ragione.
Luce e carne costruiscono il mito, arte di raccontare il minimo, che confonde
perchĂŠ include piccolo e grande, abbattendo il confine dellâambivalenza. Frears
è certa del malessere di dire ma lo espone, è consapevole dellâimpossibilitĂ
della permanenza per questo apre al lettore la sua intimitĂ , offrendola come in
una parabola:
Scopare in Cornovaglia
La pioggia è spessa e câè un mezzo arcobaleno
sulla spiaggia umida; mettimi la mano fin sopra.
Ho camminato per quel museo di paese centinaia di volte
e ho deciso che il cagnolino imbalsamato,
etichettato: il cane piÚ piccolo del mondo, è un falso.
Baciami in un panificio di pasty con tutti i forni accesi.
Ho stretto un uovo fresco e caldo in una fattoria e ho pensato a
scopare. Ho stretto un piccolo granchio verde nel palmo della mano.
Ho teso la manica fin sopra le dita e ho raccolto unâortica
e lâho stretta contro la gola di un ragazzo come una spada.
Slacciami le scarpe in quel vicolo e sollevami delicata sui cassonetti.
Il sole luminoso del mattino viene e viene
e i bambini vacanzieri sono pronti con i loro secchi gialli.
Ti ricordi cosa si provava a scavare un buco tutto il giorno
con una paletta solo per vederlo riempirsi di mare?
Lo voglio cosĂŹ â come lâacqua che indovina un percorso al diÂ
sopra del bordo. Come due anemoni rosso acceso in una pozza
di marea, i tentacoli in onde estatiche.
Come se la ginestra si è incendiata attraverso la brughiera e tu
sei il fantasma di un pescatore, che ha sempre odiato la terra.
UmiltĂ e fede, praticamente agostiniane, non sono eluse ma reindirizzate a nuove
âapparizioniâ, come fossero lâossessione scaturente da un rapporto in perdita.
La poesia si fa strumento, allora, che avvicina distanziando, che aspira e solo
per poco accompagna:
> Per favore capisci che non è addosso a te, è con te.
Co-ire è sfiorare il rapporto mistico, lâassoluto nella dissolutezza dellâamore,
è il tentativo che la carnalità si superi in un oltre desiderante e
iper-percettivo. Ma cosa può lâessere umano esplorare lâinfinito impraticabile
della vita? Forse solo attraversandola facendosene infaticabile ricognitore,
forse. Non cacciamo Giovanna, non cacciamo lâossessione di sentire sempre e
sempre piĂš a fondo:
Giovanna dâArco ci perseguita
Lei sa come trema il vetro prima che venga scagliata la pietra,
come le tubature sibilano le une alle altre a moâ di serpenti
attraverso la casa. Ha sentito la prima spinta del fungo
verso lâalto, ha mappato lâincedere furtivo della propria ombra
sul terreno variabile. Cerca di ascoltare
il tonfo minuto del cuore di un coniglio; ha sempre amato
il calore del sangue anche mentre se ne va dal corpo, affonda
nel fango. Ha sentito lo schiaffo rapido di uno sparo,
la lenta leccata della lingua di un cervo, sa che il dolore
si modella nella mente come la brina. Il sole le cuoce il corpo,
le sue orecchie bacinelle di piccole pozze dâombra nel fulgore,
il rumore di un aereo nel cielo le ronza dentro.
Nelle giornate storte lega i vestiti in complicati
nodi, invita i passanti a fare lo stesso.
Zitta, Giovanna, diciamo noi. Vai a contare i crochi.
Et lux in tenebris lucet, afferrare o perdere la luce è la posta in gioco
dellâincontro e della poesia che lo cerca. Frears dice di aver âsentito dire che
il nemico che indossa le scarpe/ o troverĂ Dio o Lo perderĂ â, il che può essere
tradotto nel desiderio e nella ricerca costante del bene nel male, in una
spoliazione di sĂŠ e delle proprie acquisizioni. Frears spalanca la lingua della
poesia e accoglie il mondo, prendendo e tremando:
A una festa un ragazzo mi segue nel bagno
sostenendo che quando ho lasciato la stanza
gli ho fatto cenno di seguirmi.
Davvero?
Sapeva che non lo avevo fatto?
Lo lascio entrare, perchĂŠ
quasi quasi mi prendo quello che mi dicono che desidero â
chissĂ , magari ha ragione.
*
Mi chiama per controllare
che non gli abbia dato un numero falso,
mi lascia un messaggio in segreteria con il mio capezzolo
nella sua bocca.
      Il mattino seguente, da sola, ascolto la sua voce â
un bambino che parla con la bocca piena
                                                                        e poi
io,
come una madre noiosa, distante:
                               piano,    piano,    piano.
Nella compravendita che lâesistenza diventa quando lo slancio e il trasporto
allâaltro si interrompono, occorre confrontarsi con âlâagonia del desertoâ e
provarsi in un altro attraversamento. Nonostante âil mare imbestialitoâ sarebbe
necessario accostarsi e sentire âlâorecchio bagnato del diavoloâ, lasciarsi
scorticare nella fuga continua che immagina una meta, in una tensione mai
soddisfatta:
Sulla cordatura della forma
Esse sono la raffica di vento marino che ti tormenta
mentre scendi in spiaggia; lâambiguitĂ sessuale
dellâamico del tuo amico con cui ci stai provando in un bar.
     Guidi in una galleria;
            trattieni il respiro.
Sono sette solide frasi spezzettate
lungo unâidea; un singolo filo di ragnatela
teso tra due corpi che dormono; i punti di sutura
nella tua ferita sullo stomaco mentre ti allunghi verso il telecomando;
       una macchina in bilico su una scogliera per sessantâanni.
Sono la suspense mentre ti lavi il viso, sapendo
che le probabilitĂ di trovarti un assassino in casa
sono aumentate mentre avevi gli occhi chiusi;
      il picco febbrile che questa paura raggiunge mentre
            chiudi lâarmadietto a specchio del bagno.
Non sono la tua autocoscienza, spalmata finemente
sul tuo toast mattutino; non possono sedurre
tua madre nella hall di un hotel. Ma sono
un aeroplano di carta lanciato attraverso una stanza fumosa,
      e sono esattamente come svegliarsi
             per gli occhi di un insonne.
Stai tornando a casa a piedi da un incontro / uno spettacolo /Â
negozi, hai con te gli ingredienti per la cena
che hai deciso di fare â facendo dondolare un poâ il sacchetto
semplicemente sentendo il peso di ciò che sarà .
La sera è di un blu smorzato / arancio, lâaria
non è nÊ fredda, nÊ calda. Di punto in bianco
ti senti insignificante in un modo molto lussuoso
e proprio in quellâistante il lampione
sotto cui stai camminando si accende, tipo illuminazione.
Attorno non câè nessuno.
Senti solo quella sensazione e continui verso casa.
Corde â infilate e fisse:
     una sensazione enorme, contenuta allâinterno
               di un piccolo corpo, sotto un cielo enorme.
Enorme come ogni parola che sâinoltra e perde lâorientamento, come la luce che
investe la strada mentre ad attraversarla il vivente vaga e prova. Sente?
> Ci hai mai provato tu? Ă la luce piĂš simile
> allâacqua, a pozzanghera sulle tue palpebre, fresca
> e senza parola sulla tua lingua.
Lâenorme si nientifica perchĂŠ risgorghi lo slancio e ridiventi inondazione,
pensiero lungo, racconto. La vita di ogni giorno è epica e metafisica, e solo
cosĂŹ vivifica lâesperienza.
La scrittura in versi di Frears e soltanto esperienza nellâurlo e
nellâabbraccio, nellâalto come nel basso che comunicano, puro sentire:
Elegia per la sonda Cassini
1997-2017
Pensavo alla tua morte. Cercavo di immaginare lâistante in cui la pressione
diventa troppo forte o il calore troppo elevato.
           E poi verso le quattro del pomeriggio ho sentito delle urla tremende.
I suoni si diffondono in modo strano nel nostro vicolo cieco e non riuscivo a
capire se fosse lontano o appena sotto la mia finestra.
           Parte dellâorrore è non sapere da cosa proviene il suono. E infatti
nei film fatti bene, la cosa brutta si intravede appena o non si vede per nulla.
Ho sostato sulla porta cercando di capire: un cane abbaiava, un uomo gridava,
una donna urlava.
           E poi sentito un corpo che veniva colpito con un oggetto. Sapevo che
era un corpo e non una cosa dal modo in cui gli altri suoni gli si piegavano
attorno. Il traffico, le urla, gli alberi e il vento distorti da queste percosse
sorde, irregolari. Gli sono corsa incontro.
           Dietro una piccola staccionata, un uomo picchiava un cane con un
badile. Câerano vicini alle finestre e per strada, guardavano. Câè stato il
suono distante di sirene e lâuomo si è fermato ed è tornato dentro.
           Il cane non faceva rumore, guardava nel vuoto verso il cielo. Ci
siamo raccolti attorno alla staccionata. Respirava, poi non piĂš.
           Cassini, oggi, mentre ti tuffavi tra gli anelli di Saturno
raccogliendo dati, ho visto un cane morire â una tristezza distaccata ma molto
reale. Un ohh interiore, sfinito, come un palloncino che si sgonfia.
           Gli altri cani nel vicolo cieco non hanno mai smesso di abbaiare fino
al mattino. Sapevano. Dubito che sarĂ cosĂŹ anche per te. Non me li vedo i corvi
che si levano improvvisamente dagli alberi, o unâanziana sulla strada di casa
che di colpo inspira: se nâè andato!
           Ieri notte i miei sogni erano pieni di quel suono â badile contro
cane. Un miliardo di chilometri sono troppi per sentire la violenza della tua
perdita, mi spiace. Invece mi immaginerò le lune, che sbirciano oltre gli anelli
di Saturno come vicine di casa silenziose che guardano impotenti mentre tu inizi
a tremare, bruciare e distruggerti. Â
Gianluca DâAndrea
*In copertina: Ella Frears, photo Etienne Gilfilla
L'articolo âLâassoluto nella dissolutezzaâ. Sulla poesia di Ella Frears proviene
da Pangea.