
“Il corgi”. Un racconto di Eugenio Sournia
Pangea - Friday, January 2, 2026Ho fame. Ho ancora le mani che sanno di prosciutto della Conad; restano le briciole di pane sulla scrivania. Da qui, guardo e comando la sbarra che segna l’accesso a questo villaggio di relitti e di ambiziosi, di puri e iniqui, di uomini e donne che vedo affannarsi come scarafaggi ribaltati. Ho ancora fame, ma sono quasi le quattordici, e a questo punto conviene attendere e farsela a piedi verso casa, con la mia gamba malata. Sono quindici minuti di tormento, ma risparmio benzina, parcheggio, traffico; metto un po’ in circolo il mio sangue coagulato e marcio. E poi, la macchina oggi proprio non la potevo usare.
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Arrivano. Man mano che si avvicinano le due del pomeriggio, poco per volta, dai vari reparti, arrivano gli uomini e le donne suddetti, gli scarafaggi negli esoscheletri fluorescenti di diversi colori: giallo per hostess e steward, arancio per la security, azzurro per gli operai. La forma delle giacche invernali ad alta visibilità copre i corpi, ulteriormente stozzati da berretti, sciarpe, occhiali. Sale un filo di condensa dalle bocche. Tutti sembrano soltanto un’anima, o un numero, ai due estremi dello spettro.
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Nel mezzo esatto di questo spettro ci sono io, che ho il corpo rotto e l’anima di un bambino: voglio, e non riesco a non volere. Desidero il caldo secco del gabbiotto, i fianchi generosi di Arianna delle pulizie, con quegli occhi, i capelli sempre sporchi. Desidero la prossima sigaretta; soprattutto, desidero scommettere ancora, e i soldi per farlo.
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Da quando mio padre mi ha commissariato, la vita è un inferno. Lo stipendio va dritto nelle sue tasche, a me restano quelle poche centinaia di euro per il prosciutto, l’acqua, i panini. Da fumare lo chiedo, o lo rubo. Risparmio ogni metro di benzina, ogni grado di riscaldamento, resto nella casa fredda dove il frigorifero dorme e veglia con me, in questa vita che è trepidazione e sonno.

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Il vecchio deve morire. Vero, una volta andato, al porto mi manderanno via. Lo so bene, non erediterò la riconoscenza che gli devono, ma erediterò i suoi soldi, e soprattutto la libertà di spenderli. Lo sento da come sale le scale, ogni volta con meno fiato, ogni volta più paonazzo, con le calze contenitive che scoppiano nei mocassini: gli manca poco.
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Linda e Carolina si avvicinano al totem, mancano oramai pochissimi minuti alla timbratura. Ogni volta che si arriva all’ora piena si crea un capannello di persone dei vari reparti; tutti attendono, scambiandosi occhiate complici, lo scoccare dell’orario. Alle due, chi è entrato alle sei va a casa: fuori da questo alveare ognuno ritorna alla propria vita individuale, molti alla propria solitudine. Nei secondi dell’attesa, c’è spesso lo spazio per una battuta, una sigaretta, una banalità. Pierobon, però, oggi è disperato: «Mi hanno rubato un corgi, ho chiamato mia moglie. Non si trova». Mauro Pierobon ha 52 anni, è un uomo calvo e grosso, con occhi azzurri liquidi, non belli. Ha una voce fastidiosa e problemi di udito. Lo ricordo a scuola, due classi più grande di me, bersaglio degli scherni per le sue frasi stentate, da endicappato. Con il tempo si è rimboccato le maniche, ha cominciato presto a lavorare ed è diventato capoturno security qui al porto. Torna a casa da sua moglie e, forse per compensare l’assenza di figli, alleva cani, razza corgi. Per intendersi, quelli della regina d’Inghilterra: bassi, tozzi, sproporzionati, valgono una fortuna.
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Le due quarantenni lo abbracciano, fingono partecipazione e con le loro voci sguaiate lo rassicurano: il cane, parte di una cucciolata, salterà fuori, prima o poi. Mirella invece sta in un angolo e guarda a terra: ha problemi col marito, non se la sente di scherzare con gli altri. La fine del turno è una sveglia che la catapulta nell’inferno del suo matrimonio in disfacimento, del figlio a cui tacere. Castana, sottile, ha una bellezza elegante non ancora del tutto sfiorita e sa di fumo e di efelidi, anche d’inverno. Ci accomuna un destino: tre anni fa la sorpresi a intascarsi parte dell’incasso dei biglietti dei bus turistici che lavorano ai moli. La vidi, mi vide: non dissi nulla. Da allora, forse perché detesta credere di dovermi qualcosa, ha smesso di salutarmi.
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Io lo so che dite che puzzo, che lascio i fazzoletti sporchi in giro, che mi masturbo nel gabbiotto quando nessuno guarda. Lo so che odiate le mie richieste di sigarette, di cinquanta centesimi, odiate fare il turno con me anche se provo ad essere gentile. Lo so che non vi prendete neanche più la briga di aspettare che giri l’angolo per deridermi per i miei vizi, la mia gamba, il mio oggettivo fallimento. Mi basterebbe solo una goccia d’amore, saprei rendervela centuplicata: ma non me la date, e allora sarò tra voi come il più meschino dei parassiti. Un infante di cinquant’anni, che urla, piange ed è pronto a tutto per ottenere ciò che vuole.

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Ieri notte ho preso la variante e in pochi minuti sono arrivato a Vico. Pierobon sta vicino al campo nomadi, in una vecchia palazzina con le serrande di plastica, lo sterrato davanti e il giardino recintato basso, quel tanto che basta per i cani. Quelli hanno abbaiato come dei pazzi, ma sono stato veloce, anche con la gamba offesa. Calogero ha detto che me lo pagherà bene: è per la nipotina. Devo solo ricordarmi di portare la macchina dai magrebini per lavare tutti quei peli.
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E quindi Linda e Carolina consolano Pierobon, che fa avanti e indietro lamentandosi con la sua voce da ebete; Mirella fuma dietro la colonna, Previte e Di Sciullo ridono; Arianna spolvera il gabbiotto, e io sogghigno, guardando il dolore di un uomo che non sono io.
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Sono le 14.00.
Eugenio Sournia
*In copertina e nel testo: disegni di Parmigianino (1503-1540)
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