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Mai più libri
G iunge dicembre, e ogni categoria commerciale che si rispetti ha già dovuto dare il massimo in termini di proposta. Non è da meno il mondo del libro, che dopo tanti affanni sa che in questo periodo dovrà ritirare le sue reti e raccogliere la gran parte del pescato annuale. L’ansia non è poca, e la costellazione di esternazioni del mondo editoriale si riproduce già a partire dalle settimane che precedono dicembre, ciascuna col malcelato intento di generare qualche moto di vendita significativo nelle ore via via più disperate che ci avvicinano al Natale. Non mancano, fra le dette esternazioni, quelle che potremmo definire interventi ‘metaculturali’, ovvero interventi del mondo della cultura che ragiona di sé stesso; questi vanno da riflessioni complessive sullo stato dell’arte a interventi di denuncia sui social in un certo senso aspecifici, laddove non è chiaro in cosa identifichino la radice del proprio turbamento, forse finendo per segnalare un disagio più individuale che non di categoria, che pur merita di essere indagato. Tutti questi moti ricorrenti, a ben vedere, possiedono, in qualche modo, tre distinte ma concorrenti caratteristiche che meritano di essere isolate. La prima è che quasi sempre compiono una cosiddetta ‘fallacia di composizione’, tracciando un’identità impropria tra mondo editoriale librario (anzi, nella sostanza solo quel mondo che si occupa dei libri di ‘varia’, non di libri scolastici, non di pubblicazioni scientifiche, non di periodici né di quotidiani) e mondo culturale tutto. È evidente che il mondo editoriale rappresenta solo una parte del ‘mondo culturale’: non abbiamo in tasca i dati per capire quanto grande o piccola sia questa parte, ma basta rifletterci un attimo per cogliere che i settori della cultura sono innumerevoli e spesso non a contatto tra loro. Eppure chi lavora in questo campo editoriale tende a compiere un’indebita identificazione in forma di sineddoche con la cultura tout-court, e questo la dice lunga sull’altisonante percezione che il mondo editoriale ha di sé. L’immediata conseguenza di questa innocente fallacia è il secondo aspetto da isolare: si tratta di questioni che vengono discusse in una comunità ristretta, quella delle persone che lavorano nel detto campo editoriale. Queste non sono molte (a conferma del fatto che c’è poco lavoro) e si conoscono un po’ tutte tra loro. Non hanno contezza dell’oceanica indifferenza che il resto del mondo ha per certe questioni, e questa noncuranza, da un lato e dall’altro, è di certo parte di un problema di un settore che ama i propri perimetri e le proprie esclusività. > Le esternazioni del mondo editoriale che ragiona di sé stesso sembrano > ritornelli che ruotano, con variazioni, intorno agli stessi accordi e appaiono > più una postura letteraria che un’analisi strutturale. La terza caratteristica di queste esternazioni è tutta interna – come volevasi dimostrare – al suddetto mondo editoriale. La si potrebbe sintetizzare così: nel guardare a queste dichiarazioni, prima ancora di rifletterci davvero, ciò che salta agli occhi a chiunque da un po’ sguazzi nel settore è che, se il mondo editoriale fosse una canzone, questi sarebbero ritornelli. Ritornelli che, siccome vengono da menti per definizione creative, prendono di volta in volta forme un po’ diverse, ma ruotano intorno agli stessi accordi: 1. Il mondo editoriale quest’anno è in crisi; 2. Non ci sono i soldi; 3. La gente legge sempre meno. È subito evidente che i tre aspetti sono tra loro interdipendenti, anche se trattati spesso in ambiti separati, e rispettivamente affrontati più o meno da tre distinte categorie di persone: il primo punto spetta a chi lavora nelle case editrici, il secondo alle persone che scrivono, il terzo a intellettuali e docenti. Di solito non si fa molto per vedere l’interconnessione dei tre aspetti, e ancora più di rado ci si chiede non solo come fare a venirne fuori, ma come rompere il circolo vizioso che ci fa cantare sempre la stessa canzone. Il fatto che abbiamo a che fare con dei ritornelli, in effetti, fa venire il sospetto che i loro contenuti siano solo buoni per continuare a cantare, e non per rimarcare condizioni spiacevoli dalle quali si dovrebbe uscire. In sintesi: il solo lamento porta poco lontano, come dice anche chi si occupa da più vicino di lavoro, e sembra più una postura letteraria che un’analisi strutturale. Eppure, questi tre punti sono indiscutibilmente veri. Magari, facendo un passo indietro, possiamo verificarne le condizioni di realtà. 1. Il mondo editoriale è in crisi da sempre Chi lavora in campo editoriale conosce bene questa faccenda della crisi perenne: ogni anno i dati sono sconfortanti, eppure le case editrici sono sempre lì. Come è possibile? È possibile a vari livelli, da un lato non sono solo le entrate del mercato librario a tenere in piedi una realtà editoriale, dall’altro si creano fenomeni di sopravvivenza al ribasso, ovvero si riduce il personale al lavoro all’interno della casa editrice per ridurre i costi (a questo ci arriviamo dopo), ma soprattutto la baracca è tenuta su da un metodo di fornitura che consente di rilanciare continuamente la posta in gioco. Il metodo è lo stesso di cui si lamenta tutta l’editoria, ed è quello che chiameremo il metodo distributivo. Chi ha confidenza con le lamentele editoriali può saltare questa parte, ma chi non le conosce deve sapere che il mondo editoriale incolpa della propria condizione sempre la distribuzione, e lo fa con una costanza e una pertinenza che la distribuzione, in verità reale responsabile tanto della miseria quanto della sopravvivenza del settore editoriale, è diventata il cane che si è mangiato i compiti. Vorrei provare a sostenere invece che non è tanto la distribuzione, quanto la sua obsolescenza ad aver smantellato la sostenibilità del mondo editoriale, e ad averlo ricacciato in un angolo da cui non può uscire se non diabolicamente sopravvivendo sulle spalle di una forza lavoro praticamente illimitata. Ma veniamo prima al meccanismo, provando a sintetizzarlo in modo brutale. Chi produce i libri deve venderli, per venderli deve distribuirli alle librerie (categoria che comprende svariati generi di punti vendita, ma che definiremo con questo termine sovraesteso), per poterli distribuire o fa tutto da sé naufragando coi costi logistici o si affida a delle distribuzioni. Le distribuzioni sono non solo realtà logistiche, ma anche realtà di gestione del credito: vendono i libri per conto delle case editrici, e in seguito retribuiscono loro i proventi, decurtandoli della percentuale che spetta a tutte le varie operazioni (trasporto, magazzino, percentuale spettante alla libreria). Fin qui l’andamento è piuttosto comprensibile, ma le cose si complicano subito perché quando si produce un titolo lo si crea innanzitutto come ‘progetto’, idea; e la distribuzione non si limita ad aspettare che il libro esca ma attiva la cosiddetta ‘promozione editoriale’, un apparato che può essere sia interno alla stessa corporazione distributiva sia (diciamo così) autonomo. La promozione (che pure prende una sua percentuale) percorre le librerie d’Italia, compresi buyer di grandi catene e l’innominabile Amazon, presentando le uscite imminenti e raccogliendo prenotazioni. Le dette prenotazioni non sono vendite, perché il libro non esiste ancora, ma diventano immediatamente numeri, quantità, valore: sono di fatto la base di quello che si chiama il fornito, ovvero le copie che la distribuzione fisicamente consegnerà alle varie realtà di rivendita il giorno del lancio, e che i rivenditori pagheranno al momento del lancio stesso. A questo punto il sistema registra un incasso, una fattura, un movimento. È il punto esatto in cui nelle statistiche annuali si immettono cifre, e il settore risulta produttivo. > Non è tanto la distribuzione, quanto la sua obsolescenza ad aver smantellato > la sostenibilità del mondo editoriale, e ad averlo ricacciato in un angolo da > cui non può uscire se non diabolicamente sopravvivendo sulle spalle di una > forza lavoro praticamente illimitata. Ma questo è solo il primo giro, perché la parte decisiva arriva dopo: il reso. Le librerie hanno il diritto di restituire ciò che non vendono entro un periodo che corrisponde all’incirca a tre-quattro mesi. A quel punto, passato il tempo stabilito, le copie tornano indietro, e rappresenta invece un flusso di cifre con segno negativo, che verranno detratte all’editore che prima in fase di fornitura aveva gioiosamente incassato. Il percorso è lineare, ma soprattutto è il coerente risultato di un processo industriale che si è sviluppato lungo la seconda metà del Ventesimo secolo, in cerca di una formula che tenesse in equilibrio la produzione di nuovi titoli e la sostenibilità della vendita in libreria. Tuttavia questo processo, alla lunga, è destinato a generare mostri. Prendiamo un dato che fa dirizzare le antenne a molte persone che lavorano o desiderano lavorare in campo editoriale: secondo le statistiche del 2024 il fatturato editoriale è di più di tre miliardi di euro – mica male. C’è tuttavia il sospetto che sia una cifra creata da movimenti di fornitura, che poi sono destinati a sgonfiarsi. A meno che non si producano altri libri per coprire quella cifra negativa con nuove forniture. Cosa che puntualmente avviene, anche perché ne va letteralmente della sopravvivenza del settore. La fornitura pertanto genera movimento, e il movimento genera sopravvivenza. È questo il punto che l’editoria, lamentandosi della distribuzione, finge di dimenticare: senza questo metodo non avrebbe modo di rilanciare continuamente la propria attività. Se il libro X ha avuto un ritorno disastroso, e quindi tutte o quasi le entrate del lancio sono state riassorbite dai resi, tanto vale spazzare i residui del libro X sotto al tappeto e passare al libro Y. Si ricomincia daccapo: nuova promozione, nuove prenotazioni, nuovo fornito, nuovo periodo di grazia. Sotto il tappeto, nel frattempo, c’è di tutto. Il ciclo non si basa sull’idea di vendere libri, ma sull’idea di produrre abbastanza movimento da poter continuare a esistere, e se vi chiedete chi guadagna realmente da questo processo avrete la risposta segnandovi quanti movimenti hanno fatto i libri: sono andati a un magazzino, da quel magazzino sono andati a una libreria, da quella libreria sono tornati al magazzino. Tutti questi passaggi sono costi di distribuzione, tutti questi passaggi hanno generato profitto per chi distribuisce, non per chi vende. È un sistema, insomma, che si autosostiene proprio grazie alla sua inefficienza: ogni perdita viene compensata dal libro successivo, ogni ritorno a zero viene colmato dall’uscita seguente. È la logica per cui, paradossalmente, più il settore soffre nella realtà (La gente legge sempre meno, ci arriviamo più avanti) più è costretto a produrre, spingere, immettere titoli nel ciclo. Infatti a diminuzione della domanda corrisponde un aumento dell’offerta: in Italia si stima che i titoli prodotti all’anno siano più di ottantamila – per capirci, equivale a dire che escono intorno ai dieci libri ogni ora che passa, una cifra insostenibile a ogni livello. Ecco perché si parla (sempre lamentandosene, ci mancherebbe) di sovrapproduzione. Ma non è l’effetto collaterale di un settore ingordo che ‘non ha più filtri’, non è un’emergenza recente né un vizio ideologico, è la condizione necessaria al funzionamento del sistema. Se smetti di produrre, si ferma la fornitura; se si ferma la fornitura, si ferma il flusso di cassa; se si ferma il flusso di cassa, emergono improvvisamente tutti i buchi che il ciclo maschera; se emergono, la struttura collassa. L’editoria è qui rappresentata nel ruolo di Sisifo e la pietra sono, evidentemente, i libri; il bello è che le distribuzioni sono poche e inglobano numerosissime case editrici che così condividono il fardello di spingere quella pietra immettendo quante più novità possibili nell’anno per giocare a vivacchiare. > Il sistema si autosostiene proprio grazie alla sua inefficienza: ogni perdita > viene compensata dal libro successivo. È la logica per cui, paradossalmente, > più il settore soffre nella realtà più è costretto a produrre, spingere, > immettere titoli nel ciclo. Se solo ci si soffermasse, si vedrebbe qui un paradosso deontologico: se l’editoria è il mestiere della scelta (lo diceva pure Gian Arturo Ferrari, una delle persone che ha contribuito a creare questo meccanismo, in Libro. Vita e miracoli di un oggetto straordinario, 2023), ovvero è proprio scegliendo che mette in pratica il suo senso di esistere, con questo meccanismo tutto porta a scegliere il meno possibile, e produrre esclusivamente per esistere. Eppure, una buona retorica ci viene in soccorso: da quando esiste l’idea di ‘bibliodiversità’, da quando si nobilita il libro come oggetto di valore a prescindere, mai da mettere in discussione a patto di non farsi bollare come ignoranti, ogni titolo ha ragione di esistere per il solo motivo di essere un prodotto aprioristicamente virtuoso. Viene il sospetto che questa retorica in realtà vada in soccorso proprio del meccanismo di fornitura, e vada in soccorso di manifestazioni che inneggiano a Più libri come qualcosa di incrollabilmente valoroso, quando invece sono probabilmente la trave nell’occhio di chi gestisce apicalmente l’editoria in Italia, un navigare in mezzo a scelte mai fatte e a tonnellate di carta che quotidianamente vanno al macero in qualche capannone della Pianura padana, in barba a quello che recano scritto dentro, magari sensatissime riflessioni che ci ricordano di prestare attenzione all’ecologia e agli sprechi. Ed è esattamente per questo che si può dire che l’editoria è in crisi da sempre, e al tempo stesso constatare che non muore mai. Sembra un paradosso, ma non lo è: è un sistema che ruota incessantemente su sé stesso, che rigenera continuamente la propria massa critica, che può vivere in perdita finché resta in movimento. Se poi a tutto questo aggiungiamo che abbiamo un problema di monopolio, il quadro è completo. Dobbiamo infatti specificare che con i primi decenni del millennio le distribuzioni sul suolo nazionale si sono ridotte a tre sole realtà principali, che sono realtà operativamente logistiche a loro volta possedute da realtà editoriali, anzi, dai principali gruppi editoriali del Paese, perché nel frattempo non esistono più le grandi case editrici ma delle grandi corporazioni editoriali che si sono fuse tra loro, proprio perché il meccanismo distributivo le conduceva alla crisi da cui si sono salvate aggregandosi e spartendo dividendi. Questo significa, in breve, che le principali realtà che in Italia producono i libri li distribuiscono anche, coprendo due terzi della filiera. Ma attenzione: i tre principali gruppi editoriali del Paese (non li si nominerà in quanto qui elegantemente ellittici, ma è l’ellissi di Pulcinella) possiedono a loro volta le principali catene librarie del Paese. E così il cerchio è chiuso: in Italia ci sono tre realtà che producono la maggior parte dei libri sul mercato, oltre a distribuirli e anche venderli. Insomma: tutta la filiera è esaurita da tre colossi. Questo è a tutti gli effetti un monopolio (oligopolio, se proprio vogliamo), quello di cui costantemente si lamentano le case editrici che nel frattempo da quel monopolio dipendono. Se sommiamo, dunque, questo dato al ragionamento di prima, vediamo che questo monopolio non è affatto destinato a tramontare, anzi è l’unica solida realtà che tiene in vita il settore, fintanto che resta ancorato a questo parossistico circolo vizioso. Giusto per non mancare in completezza: l’Italia è uno dei pochissimi Paesi in cui la distribuzione libraria nazionale è controllata direttamente dai gruppi editoriali: altrove, in Europa come nel mondo anglosassone, la funzione distributiva è svolta soprattutto da operatori logistici e grossisti indipendenti, e là dove se ne occupano invece anche realtà editoriali (succede, per dire, in Francia) esistono al loro fianco altri apparati di distribuzione libraria che almeno, nel quadro liberista in cui sceglie di giocare chi fa il mestiere editoriale, rappresentano una concorrenza, la possibilità di dire ‘ho un’alternativa’, processo che secondo certi ottimisti teorici di un’epoca lontana si potrebbe rivelare perfino virtuoso. Da noi l’alternativa, semplicemente, non c’è. Dunque si gioca al liberismo senza i vantaggi del liberismo. Charles Ponzi ne sarebbe orgoglioso. > Se l’editoria è il mestiere della scelta, ovvero è proprio scegliendo che > mette in pratica il suo senso di esistere, con questo meccanismo tutto porta a > scegliere il meno possibile, e produrre esclusivamente per esistere. C’è da dire che questo approccio ha avuto una sua funzione ‘compiuta’ e non deteriore in periodi in cui il commercio aveva una sua velocità coerente, i punti vendita e il potere d’acquisto (nonché la pratica stessa dell’acquisto) erano piuttosto stabili, e gestire le tirature senza affrontare grandi perdite era una buona idea in campo editoriale. Il punto è un po’ che questo meccanismo ha raggiunto la sua massima compiutezza intorno all’inizio del Terzo millennio, e nei venticinque anni che sono seguiti poco o nulla si è fatto per metterci mano, considerandolo l’unico meccanismo possibile e al limite affrontando le inevitabili grandi crisi operando, come visto, fusioni tra aziende colossali, che cercano di inglobare tutto il possibile col sostegno di una robusta retorica settoriale e rendendo l’ambiente poco permeabile (dall’egemonia al monopolio il passo sembra dover essere breve). Con il nuovo millennio si è creato, come nella migliore tradizione, il terrore per il nemico straniero (Amazon che viene a rubarci il lavoro e ad amare le nostre donne) che tuttavia agiva esattamente come gli altri colossi, anzi a loro differenza non dispensava privilegi al suo interno perché, in effetti, non era un gruppo editoriale. Mentre guardavamo Amazon con terrore abbiamo continuato incrollabilmente a seguire il meccanismo distributivo e le sue sciagurate conseguenze, certo difendendo la nobiltà del libro, abusando di parole come ‘qualità’ che adesso non possiamo più usare da quanto le abbiamo sciupate, e assistendo al contempo a un altro straordinario fenomeno: l’enorme offerta lavorativa che sopravanzava, ogni anno di più, alla domanda. 2. Non ci sono i soldi Lo abbiamo appena visto: i soldi in editoria ci sono, ma il sospetto è che siano virtuali. Pertanto le aziende, perfino le più grosse, mosse da caute politiche interne, tendono a non rischiare. Nel frattempo, negli stessi anni in cui non si metteva mano a un meccanismo di fornitura destinato a ingigantirsi, si formavano in campo umanistico tantissime persone che, puntualmente, non trovavano lavoro in campo umanistico. In questo senso è utile dare un’occhiata a quello che dice Raffaele Alberto Ventura in merito al suo principale oggetto d’indagine, la generazione millennial che si è appunto formata in campo culturale, ossia “una delle percentuali più alte di laureati in discipline umanistiche, quelle più difficili da valorizzare sul mercato del lavoro […]. E proprio a causa delle famiglie, dei loro piccoli patrimoni, del loro sostegno […], ci si permetteva di accettare salari da fame e di prolungare la fase di inserimento nella vita attiva, partecipando a creare un drammatico ‘collo di bottiglia’ all’ingresso del mercato del lavoro” (La conquista dell’infelicità, 2025, p. 139). In editoria questo processo ha effettivamente creato l’abitudine a una forza lavoro illimitata, file di persone disposte a partecipare di un lavoro basato sulla continua produzione e senza la prospettiva di poter generare profitto tale da poter considerare quel lavoro come qualcosa degno di quel nome. Questa consuetudine ha a sua volta creato il costume alla considerazione di questo settore come un luogo al contempo molto e poco redditizio, paradosso creato proprio dai dati che abbiamo visto: fatturati altissimi ma profitti inesistenti. Di contro, il settore difendeva l’unico capitale che aveva accumulato: la mai troppo citata nobiltà della cultura, quella sorta di plusvalore culturale che si conferisce d’ufficio a un settore produttivo che non ha davvero chiaro come possa sostenersi. Dunque, l’offerta è diventata quella di lavorare per un meraviglioso sogno che paga non in denaro, e nemmeno in visibilità, ma in prestigio. Cosa che, di fatto, succede. C’è chi se ne accorge e silenziosamente, nell’ambiente editoriale, passa di lavoro in lavoro spendendo il prestigio accumulato nel settore cercando di approdare, con perseveranza, a una posizione sostenibile, che può presentarsi con molta rarità dopo numerosi anni trascorsi senza stipendio. > Nel campo editoriale l’offerta è diventata quella di lavorare per un > meraviglioso sogno che paga non in denaro, e nemmeno in visibilità, ma in > prestigio: si passa di lavoro in lavoro spendendo il prestigio accumulato nel > settore, cercando di approdare a una posizione sostenibile. In breve, la forza lavoro nelle redazioni è condannata a un trattamento iniquo, in senso etico addirittura impraticabile, per via di un disavanzo crescente tra offerta e domanda. La presa di coscienza in questo senso ha fatto passi avanti, ma le condizioni di base restano un campo troppo sterminato a cui attingere, e le imprese editoriali, perfino le più piccole, devono far leva sulla propria coscienza, e non sulle pratiche di mercato, per evitare il dipanarsi di questa abitudine. Capita che alcune realtà lo facciano, è vero, e capita sempre con più frequenza per una ragione banale: la stretta del meccanismo su chi produce pochi libri è asfissiante, e dunque si preferisce giocare alla puntata minima, anche se il gioco è penalizzante, più che rischiare grosso con l’aiuto di un esercito di persone a costo zero. Per dirla altrimenti: le case editrici a conduzione familiare o individuale o poco più sono realtà che in questo momento esistono e perdurano. Potremmo individuare per questo tipo di case editrici una categoria abbandonata troppo tempo fa: l’editoria artigianale, una categoria che non si basa sulle fumose distinzioni che distinguono l’editoria tra ‘grande’, ‘media’ e ‘piccola’ sulla base dei fatturati (e che generano grandi confusioni nonché grandi abusi di parole quali ‘indipendente’), ma che fa riferimento alla produzione annuale: pochi titoli, in radicale controtendenza con la richiesta del mercato. Le case editrici artigianali non sono moltissime, generano appunto pochi lanci all’anno e non fanno salti per entrare in un giro di produzione superiore perché non vogliono rischiare, ma allo stesso tempo non assumono né si avvalgono di personale; rendono interno tutto il lavoro editoriale, mantenendosi da sé, massimizzando il proprio lavoro e riducendo il rischio. Il risultato è che meno persone vengono impiegate a costo zero, ma in generale meno persone vengono impiegate e basta. Il problema dell’impiego, insomma, perdura. Il potenziale di crescita di questo settore ci sarebbe, e forse potrebbe rappresentare un’interessante rottura dell’ingranaggio, ma come abbiamo visto la sopravvivenza di quel meccanismo deve potersi avvalere anche di queste case editrici per poter perdurare. C’è poi l’altro lato del settore, rappresentato dalle persone che scrivono. In pratica, la base del settore tutto. Tuttavia le persone che scrivono, in mancanza di entrate chiare e programmabili, sono costrette ad accumulare il capitale con cui paga l’industria editoriale – il prestigio – per anni, e non sorprende che infine esista chi inizi a lottare per una conversione di quel capitale in qualcosa di spendibile altrimenti (soldi) o in qualcosa di più importante per il proprio tempo (fama), che magari faccia da ponte alla medesima conversione in danaro, che arriverà poi in un futuro anteriore. Da un punto di vista meramente pratico, nel processo editoriale esposto poco prima, la persona che scrive nella stragrande maggioranza dei casi viene retribuita con una percentuale delle vendite, percentuale che per i libri di carta (che rappresentano ancora la gran parte del mercato) si aggira comunque sotto il dieci per cento del prezzo di copertina (salvo ovviamente eccezioni che non fanno testo). Ricordiamoci però che alla persona che ha scritto il libro verranno liquidate non le copie fornite (ricordate il meccanismo?), ma quelle effettivamente vendute, cioè quelle che usciranno vive dal meccanismo del reso. Perfino il meccanismo di conteggio delle vendite, in Italia, ha in realtà dei problemi di monopolio, ma ve lo risparmio per una prossima occasione. Limitiamoci a dire che il rendiconto delle copie effettivamente vendute di un libro solitamente è molto più misero di quanto ci si può aspettare, e genera il grande dilemma della comunicazione di quel dato: se si divulga la sua entità usando un dato onesto o perfino al ribasso, risulterà chiara la difficoltà della persona che ha scritto o pubblicato il libro, e l’unica forma di prestigio su cui si potrà far leva è la resilienza, se si dichiara invece la sua entità al rialzo si risulterà vincenti e dunque appetibili ma allo stesso tempo si avrà la necessità di confermare o migliorare quello standard in altre occasioni. > Chiunque scriva o pubblichi i libri ha molteplici ragioni per mentire > sull’effettivo numero di vendite che un libro ha generato. L’unico dato che > avremo per certo è che una persona che scrive i libri non può vivere della > sola vendita dei propri libri. Affianchiamo a questo processo il fatto che non è facilissimo accedere ai dati di vendita ufficiali dei libri, perché sono servizi a pagamento e peraltro non sono del tutto veridici, laddove molte delle effettive vendite in librerie più marginali e sprovviste di un sistema gestionale ufficiale non entreranno in quel computo. La conseguenza è una: chiunque scriva o pubblichi i libri ha molteplici ragioni per mentire sull’effettivo numero di vendite che un libro ha generato. Non credeteci, mai. L’unico dato che avremo per certo da questo procedimento è che una persona che scrive i libri non può vivere della sola vendita dei propri libri. Senza considerare tutto l’apparato di spese da sostenere per promuovere la propria opera nell’augurio che venda abbastanza da farci sopra dei progetti di sopravvivenza: spesso quella spesa è caricata sulle spalle della stessa persona che ha scritto il libro, e dunque andrà a detrazione del suo già misero rendiconto annuale. Si salva, anzi sta proprio in un’altra categoria, chi scrive dei libri che poi diventano best seller, ma nemmeno con quelli, talvolta, si ha la certezza di una pianificazione economica coerente della propria esistenza. Cosa richiede esattamente, dunque, chi scrive? Di avere un principio retributivo simile a chi ha un altro tipo di lavoro, o almeno che abbia quella coerenza? Di avere una mappatura delle proprie possibilità al di fuori dalla semplice vendita dei libri? Non è davvero chiaro. Di una cosa possiamo dare certezza quasi granitica: non sarà dalla vendita dei libri che chi scrive tratterà mai un compenso sufficiente per vivere come una persona con reddito medio. Non con questo sistema, perlomeno. È per questo che esiste tutto un altro mercato ‘culturale’ che riguarda chi scrive, tanto che chi scrive fa di tutto per diventare persona esposta, divulgatrice o opinionista, per partecipare a eventi che possono garantire una valida copertura economica, per produrre corsi per insegnare a scrivere, a loro volta, ad altre persone che nella migliore delle ipotesi riprodurranno quel percorso. Il patrimonio di prestigio accumulato nel tempo può trasformarsi in una sorta di automatismo: la persona che scrive viene invitata a intervenire su qualunque tema, oppure cerca occasioni per farlo perché si tratta spesso di interventi retribuiti. Può accadere che si esprima anche su questioni che non rientrano nelle proprie competenze dirette, magari non per mancanza di attenzione ma perché il meccanismo editoriale ha normalizzato questa figura di presenza pubblica chiamata a parlare sempre e comunque. Non è necessariamente una persona che ha il tempo di approfondire, ma una che si trova a generare opinioni in un circuito dove l’espressione tende a sostituire progressivamente lo studio, e da cui transitano le possibilità di guadagno. In seno a questo processo nasce anche quella che è l’esclusività della cultura: se i soldi sono pochi, se il patrimonio è ridotto e la concorrenza è grande, il prestigio con cui si è ricevuto per anni lo stipendio è anche una dotazione per impedire alle voci altrui di prendersi una fetta di retribuzione danarosa. Da qui si fa trincea, e le voci che si esprimono diventano le solite, e diventano a loro modo monotone, prive di guizzo perché il gran lavoro svolto è stato piuttosto edificare un perimetro esclusivo per la propria figura, non tanto dire qualcosa che fosse effettivamente significativo. > Esiste tutto un altro mercato ‘culturale’ che riguarda chi scrive, tanto che > chi scrive fa di tutto per diventare persona esposta, divulgatrice o > opinionista, per partecipare a eventi che possono garantire una valida > copertura economica. Meriterebbe fare anche un rapido passaggio dal mestiere di scrittura giornalistica, chiamando in causa quell’altra parte, non certo piccola, del mondo editoriale che si occupa di periodici e quotidiani. Per non addentrarsi troppo nelle specificità di un settore che è mosso da ingranaggi non proprio simili a quelli dell’editoria libraria, basti accennare a come anche in questo campo l’effetto del ‘collo di bottiglia’ si faccia sentire da decenni: sempre in virtù di una sterminata disponibilità di forza lavoro si è reso consueto l’impiego di chi scrive per compensi insignificanti, e l’immediata conseguenza di questo è che si è reso impossibile il costruirsi o il consolidarsi di carriere individuali, e dunque di voci riconoscibili, livellando sempre più l’atto della scrittura a qualcosa di dedicato all’informazione pura, alla funzionalità immediata nei confronti di una non meglio specificata utenza. A lungo andare, anche questo approccio ha finito per determinare il drastico calo di pubblico leggente (per i quotidiani i dati sono impietosi), e il conseguente gioco di cessioni dei vari gruppi editoriali. Ci sarebbe infatti da guardare anche cosa viene richiesto a chi produce testi, cosa possa servire in termini di consumo la produzione testuale contemporanea, e che genere di profitto, fuori dalla sola vendita delle copie, possa generare un simile mestiere. Il punto, insomma, non è tanto come guadagnare scrivendo, ma per cosa si scrive: per generare informazioni, per stare al passo con la produzione editoriale, per essere parte di un mercato o per effettivamente produrre pensiero, con la sua dotazione di curiosità, fragilità, parzialità? Sappiamo bene che se ragioniamo in termini di funzioni testuali, in un’epoca che ci ha donato dispositivi in grado di generare testi estremamente complessi in pochi secondi, quello che è in gioco è molto di più del semplice chiedere a un’entità superiore una retribuzione adeguata al proprio valore. Se tuttavia nel frattempo l’uditorio è stato abituato a richiedere forme testuali solo funzionali, solo a guisa di informazioni da immettere in un sistema, il rischio di considerare del tutto accessoria la figura di chi scrive è altissima. 3. La gente non legge più Alla luce di quanto detto finora verrebbe da rispondere con una frase piuttosto diretta a questo ritornello: e vorrei pure vedere. C’è un eccesso di offerta di libri rispetto alla domanda, la domanda continua a decrescere e come si risponde? Aumentando l’offerta. Del resto, se l’eccesso di offerta di forza lavoro sopravanza l’esigenza delle case editrici, quell’eccesso servirà proprio a produrre di più. Tutto torna, dal lato del ragionamento industriale. Il grande escluso, oltre a tutte le fasce non retribuite, è il pubblico. Lo abbiamo visto: se l’editoria smette di fare il proprio mestiere, ovvero di scegliere, come ci si aspetta che reagisca il pubblico? Percependo una mancanza di scelta, pare evidente. Eppure non sembra essere questa la domanda che ci si pone in questo settore, occupati come si è a far girare la ruota da criceto. Quel che ci si chiede è come recuperare marginalità, come chiedere allo Stato degli aiuti per produrre ancora di più (ho davvero sentito con le mie orecchie chi chiedeva degli sgravi fiscali sul costo della carta per agevolare la produzione come soluzione a un mercato in crisi). > C’è un eccesso di offerta di libri rispetto alla domanda, la domanda continua > a decrescere e come si risponde? Aumentando l’offerta. Se l’editoria smette di > fare il proprio mestiere, ovvero di scegliere, come ci si aspetta che reagisca > il pubblico? Nel frattempo, soffocato da un’offerta soverchiante, il pubblico attraversa una crescente confusione, che culmina con l’impressione che la produzione sia sempre meno buona, sempre più casuale. Come risposta, invece di farsi venire il sospetto che il pubblico abbia le sue buone ragioni per raggiungere queste conclusioni, nell’ambiente ci si affretta a liquidarlo come ignorante, qualunquista, illetterato, e a ricacciarlo in quel magma di persone che rende deteriore il Paese. Si mostrano le classifiche dei libri più venduti per dimostrare quanto sia bue il popolo italiano che vuol leggere solo le ‘porcate’, laddove le ‘porcate’ sono alcune produzioni dozzinali, scelte e coniate con la medesima cura e il medesimo principio della gran parte della produzione di libri che si vorrebbero considerare nobili, perché come abbiamo visto il meccanismo è per tutte le realtà lo stesso, e fa necessariamente venire meno il principio stesso della scelta. Quella che di contro viene esibita come ‘qualità’, termine dirimente nel distinguere il buono dal cattivo, non è, di conseguenza, il frutto di un processo di produzione mirata, ma solo la formulazione di un apparato critico, il più delle volte composto da persone che a loro volta scrivono i libri e che, come abbiamo visto, hanno dovuto curare e perimetrare la propria posizione per poter esprimere opinioni in modo dirimente, ma che al contempo non hanno alcun interesse a perdere tempo in ricerca e in curiosità. I progetti di lettura, l’incentivo alla lettura come processo valido e virtuoso di per sé, non tengono conto di come la lettura sia in questo momento storico una dinamica anzitutto di consumo, e solo in seguito un principio di scoperta e conoscenza. Chi propone contenuti vede in chi legge, prima di tutto, un soggetto consumatore, e solo in seguito un essere che da quei contenuti potrà trarre qualcosa. È un principio funzionale, ed è la coerente conseguenza del processo distributivo: se si fornisce materiale produttivo, la selezione sarà fatta in base a un principio di consumo, che è diverso da quello di scelta. Ed è in questa dinamica che finiamo quando, coerentemente, ci accorgiamo dell’accuratissima riproducibilità stilistica di ogni personalità scrivente tramite le nuove intelligenze artificiali generative. Il punto è che, molto prima che arrivassero quelle intelligenze artificiali, noi abbiamo fatto di tutto per assomigliare sempre più a loro: chiedendo alla scrittura di essere funzionale, standardizzata, intercambiabile, di riempire spazi di contenuto, di produrre testi il cui contenuto non era davvero determinante. Se l’obbiettivo editoriale è fornire contenuti, non ci si può stupire dell’arrivo di tecnologie perfettamente adatte a svolgere esattamente questo compito, e a costi infinitamente più bassi. > Invece di farsi venire il sospetto che il pubblico abbia le sue buone ragioni > nell’ambiente ci si affretta a liquidarlo come ignorante, qualunquista, > illetterato, e a ricacciarlo in quel magma di persone che rende deteriore il > Paese. La pratica della lettura si è resa di conseguenza un valore di consumo, e la retorica della lettura come qualcosa di acriticamente buono in sé e per sé non fa che aumentare la percezione di discrasia tra ciò che viene promesso e ciò che viene realmente offerto. Il pubblico, di fronte a questo scarto, non solo non si sente chiamato in causa, ma ha l’impressione di essere continuamente rimproverato per non aver aderito a un rituale di cui non comprende fino in fondo il senso. Un settore che non sceglie, che non filtra, che produce per mantenere in movimento la macchina del fornito-reso, che si affida per l’andamento a dati via via sempre più standardizzati senza soffermarsi a saperli leggere con occhio umano, pretende che l’atto della lettura appaia come una scelta virtuosa, consapevole e quasi ascetica – quasi a ricordare che quel processo stesso di lettura, quella prettamente umana, è già una favola. Ma la lettura, nel modo in cui l’editoria la propone, non è un percorso di senso: è una prestazione. È un gesto che, per essere riconosciuto come valido, deve aderire a un immaginario di qualità che spesso coincide con il prestigio di chi lo certifica, non con l’esperienza di chi legge. Il ritornello La gente non legge più, allora, non sta lì a segnalare tanto un problema culturale quanto a indicare il cortocircuito della filiera. È una frase che non descrive il pubblico, bensì descrive l’incapacità di un settore di comprendere che la sovrapproduzione, l’autoreferenzialità e la dispersione non sono anomalie, ma esiti prevedibili di un sistema che ha smesso di avere un rapporto sensato con chi dovrebbe raggiungere. Se il pubblico smette di leggere, o legge meno, non è perché è diventato ottuso o pigro: è perché la filiera, occupata a sostenere sé stessa, ha smesso di offrire un terreno su cui il gesto della lettura abbia un senso. La domanda finale, dunque, non è come riportiamo le persone alla lettura, ma cosa renderebbe oggi la lettura un gesto significativo, fuori dalla retorica, fuori dalla prestazione, fuori dalla vocazione sacrificale che il settore pretende. > Un settore che non sceglie, che non filtra, che produce per mantenere in > movimento la macchina del fornito-reso, che si affida per l’andamento a dati > via via sempre più standardizzati pretende che l’atto della lettura appaia > come una scelta virtuosa, consapevole e quasi ascetica. È qui che andrebbe riaperto l’intero discorso: non ripensando il pubblico, ma ripensando il ruolo del libro. Quale spazio gli viene concesso? Quale esperienza propone? Quale tipo di relazione crea? Perché, se il libro continua a essere prodotto come mero carburante del ciclo distributivo, nessuna politica, nessuna campagna, nessun lamento stagionale potrà mai invertire la rotta. A ben vedere, insomma, il problema non è che la gente non legge più: il problema è che non riconosce più, in ciò che il mondo editoriale ha finito per propinarle, un motivo per farlo. E adesso abbiamo anche chiara la ragione per cui il resto del mondo riserva a queste faccende un’oceanica indifferenza. L'articolo Mai più libri proviene da Il Tascabile.
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Prompt di Fine Mondo a Perugia e a Roma
Due presentazioni di Prompt di Fine Mondo! Sabato 6 dicembre a Perugia in una casa leggendaria e domenica 14 dicembre a Roma presso la Sala da Tè InTHErferenze del Forte Prenestino. Due presentazioni da non perdere se volete accaparrarvi Prompt di Fine Mondo. PROMPT DI FINE MONDO - SABATO 6 DICEMBRE A PERUGIA DALLE 18 Un nuovo imperdibilissimo appuntamento a Casa! se comunicate la vostra preziosa presenza con almeno un giorno d'anticipo - magari due - ci regoliamo meglio con gli approvvigionamenti di sorta per fare in modo che le varie bocche non rimangano asciutte e le varie sedie/panche siano sufficienti ad accogliervi comodamente. PROMPT DI FINE MONDO - DOMENICA 14 DICEMBRE A ROMA DALLE 17.30 CSOA Forte Prenestino domenica 14/12/2025 dalle 17:30 Forte Infoshop & Sala da tè InTHErferenze presentano PROMPT DI FINE MONDO di Agnese Trocchi (Circe 2025) romanzo presentato, letto e chiacchierato da Av.A.Na. con l’autrice … Cosa successe veramente nell’attentato multiplo del 2 marzo 2027 che vide la distruzione dei principali data center statunitensi? Reti generative, DeepTV, zombiesquatter... Scopritelo leggendo Prompt di Fine Mondo, ma fate attenzione perché è un romanzo ricorsivo! Una spirale mitopoietica! Una gestazione di sei anni, un romanzo di fantascienza ucronica, un viaggio attraverso le capitali d’Europa e del Sud America, vite che si intersecano ad alta quota, un archivio digitale in cui distinguere racconti artefatti da memorie vissute… fino a vedere oltre tutti gli strati. https://forteprenestino.net/attivita/infoshop/3487-prompt-di-fine-mondo
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Coscienza politica, letteratura e industria
La loro mancanza di umanità appariva come un prodigio di coscienza di classe (Boris Pasternak) S ettimane fa, su questa rivista, un articolo di Christian Raimo (“La polemica si risolve con la politica”) ha preso il via da due polemiche recenti per sollevare alcune questioni a detta di Raimo centrali. La prima polemica verte sull’inutilità delle presentazioni di libri, alle quali non va mai nessuno; la seconda riguarda la scuola Holden di Torino che venderebbe a caro prezzo non tanto competenze autoriali quanto appartenenza all’ambiente dell’editoria (relazioni e stato sociale). Da un lato le due polemiche sollevano, secondo Raimo, la questione della “sostenibilità di due pezzi fondamentali della filiera dell’industria editoriale, la formazione degli scrittori e la promozione dei libri”; dall’altro, e soprattutto, sono sintomi di una terza questione che non è più possibile ignorare: “in Italia si leggono sempre meno libri, un pezzo consistente del settore editoriale è in crisi e una parte non piccola rischia di chiudere. Ma non è questa la notizia peggiore. La notizia peggiore è che una società che legge di meno peggiora da tanti punti di vista”. Raimo è uno scrittore democratico e progressista, molto attento alle questioni italiane; i suoi contributi sulla storia recente o sui casi di cronaca, i suoi interventi pubblici e le sue lucide prese di posizione antifasciste rappresentano oggi uno dei pochi casi di quello che un tempo si chiamava impegno civile. Lo ammiro per questo da tanti anni e a maggior ragione il suo articolo mi ha sorpreso per tre motivi. Uno, Raimo sostiene che la formazione degli scrittori e la salute del settore editoriale siano questioni centrali. Due, una questione centrale c’è davvero ma Raimo non sembra vederla. Tre, l’articolo tenta di conciliare l’inconciliabile e questo lo rende confuso, a tratti difficile da seguire. Raimo è uno scrittore colto. Nel suo orizzonte ci sono Joyce e De Felice, non il cinema dei fratelli Vanzina. Per questo è sorprendente che nel parlare di scrittura pensi all’editoria aziendale (che da decenni mercifica e standardizza la scrittura banalizzandola) e ne impieghi la lingua (“la filiera dell’industria editoriale”) come se fosse un intellettuale organico nel senso di Gramsci. Per Raimo chi scrive è un addetto di settore, un “pezzo” da formare a scopi industriali nell’ambito della filiera così come il libro va promosso tramite il marketing. Chi conosce le pratiche dell’industria editoriale sa bene quanto poco abbiano a che fare con la letteratura: ci sono agenti che discutono preventivamente la trama con gli autori, redattori che premono per eliminare passi potenzialmente scoraggianti, amministratori delegati che approdando all’editoria dichiarano di voler mettere la propria esperienza al servizio della promozione del brand. “Our portfolio is particularly exciting, with a wider selection of books than usual”, dicono le newsletter degli editori; presto – se non sta già avvenendo – l’intelligenza artificiale verrà usata per le traduzioni e per creare intrecci. Questa mercificazione industriale è in corso da decenni, il suo ambito specifico viene chiamato “la cultura” e il suo progresso è inarrestabile. Non è questo a sorprendere ma il fatto che anche un intellettuale come Raimo arrivi a identificare scrittura e industria editoriale, lettura e vendita, prosperità del capitalismo aziendale e progresso sociale. > Nell’ambito di una “filiera” un calo di fatturato va letto in termini > economici e industriali: la veste dell’umanista preoccupato, che deplora la > scarsa attitudine degli italiani alla lettura e denuncia l’inevitabile > regresso di una società che non legge, finisce per avere qualcosa di > involontariamente oscurantista. In realtà non è affatto ovvio che più case editrici significhino più lettura, né che la salute della “filiera” comporti una società migliore. Anni fa Gianluigi Simonetti scrisse sul Sole 24Ore che le pubblicazioni di narrativa italiana erano aumentate del 1800% rispetto a venticinque anni prima: ciò non significa che per ogni cento scrittori/scrittrici del passato ce ne siano oggi milleottocento, significa che il libro è una merce industrialmente prodotta e che come tale è soggetto alle oscillazioni del mercato (“due milioni netti di libri in meno, un calo di fatturato di 31 milioni”, si rammarica Raimo come se fosse anche lui un consigliere d’amministrazione). In tale contesto il calo di vendite indica una crisi di sovrapproduzione alla quale l’industria reagisce abbassando il prezzo della merce e contestualmente, se possibile, il costo della forza-lavoro necessaria a produrla; i periodi in cui il costo di produzione è superiore al prezzo di mercato sono compensati dai periodi in cui il prezzo torna a superare il costo grazie all’innovazione tecnologica, una grande azienda è per ovvi motivi meglio attrezzata a superare le oscillazioni del mercato e le crisi. Qualora infine il mercato persista in una fase critica, gli investimenti si ritraggono dalla produzione di quella merce per dirigersi in altri settori. Nell’ambito di una “filiera” un calo di fatturato va letto in termini economici e industriali: la veste dell’umanista preoccupato, che deplora la scarsa attitudine degli italiani alla lettura e denuncia l’inevitabile regresso di una società che non legge, finisce per avere qualcosa di involontariamente oscurantista. Altrettanto oscurantista, o fuorviante, è il lungo excursus storico e letterario con cui Raimo ripercorre lo sviluppo dell’editoria, della politica e del capitalismo in Italia a partire dal 1994, anno di fondazione della scuola Holden di Torino e della “discesa in campo” di Berlusconi. Raimo menziona la fine del rigore tragico novecentesco, il crollo dei regimi e delle vecchie ideologie, il disimpegno, l’ironia postmoderna. Mentre l’ideologia neoliberale antepone l’individuo alla società, mentre la filosofia rinuncia alla ricerca dell’essenza e si volge al relativismo scettico, la letteratura riscopre la narrazione: Wu Ming inaugura il progetto letterario-politico di una nuova epica italiana, Baricco si volge allo “storytelling” perché “condivide questa visione che, in nome della laicità e del postmoderno, sostituisce la narrazione all’interpretazione come modello principale per aver a che fare con il mondo”. Lo storytelling – cui viene qui conferita la dignità di pendant letterario della riflessione filosofica postmoderna – è inteso da Raimo da un lato come ritorno al narrare dopo il secolo delle avanguardie, della frantumazione formale e dell’opera aperta, dall’altro come giornalismo narrativo di cui Baricco (che Raimo cita lungamente) è stato in Italia un pioniere. Se come giornalismo narrativo lo storytelling si fa promotore di una liberazione dalla pesantezza degli articoli scritti secondo canoni novecenteschi, come recupero della narrazione letteraria esso, a detta di Raimo, si rivela dotato di potere politico: “Le storie hanno un potere. Un potere di liberazione estetica, per Baricco; un potere di emancipazione politica per Wu Ming. Quello che ovviamente non era stato preso in considerazione era che la consapevolezza del potere delle storie viene incamerata presto dal capitalismo più aggressivo”. > Avanguardie a parte, la letteratura ha sempre raccontato storie: in epoca > moderna a queste storie è stato dato in Italia il nome di romanzi, poi di > narrativa; oggi l’editoria aziendale mutua per lo più i termini inglesi > “fiction” e “storytelling”. L’adozione di una nuova parola per una cosa che veniva percepita e nominata anche in precedenza indica in genere che si è cominciato a percepire quella cosa in modo diverso. Avanguardie a parte, la letteratura ha sempre raccontato storie (e Raimo se ne mostra consapevole quando dice che ridurre il Novecento a un secolo di mutismo narrativo è una semplificazione). In epoca moderna a queste storie è stato dato in Italia il nome di romanzi, poi di narrativa; oggi l’editoria aziendale mutua per lo più i termini inglesi “fiction” e “storytelling” (per meglio dire, la fiction è narrativa che si avvale tipicamente dello storytelling come risorsa tecnica). Essi non significano semplicemente il raccontare una storia: anche Manzoni raccontò una storia, ma sarebbe ridicolo pensare a lui come a un rappresentante dello storytelling. Le definizioni abituali sono talmente corrive e generiche che non ci aiutano a individuarne il significato («storytelling is the social and cultural activity of sharing stories», «the art of using narratives […] to communicate information, ideas or experiences in an engaging and memorable way»); è però sufficiente leggere i libri dei suoi rappresentanti per vedere che il termine – proveniente dall’industria editoriale statunitense – denota una pratica del racconto che si concentra esclusivamente su certi valori drammaturgici a scapito di quelli linguistici: raccontare in modo avvincente, creare attese, punti di tensione, conflitti che verranno risolti nel corso della narrazione. Evitare digressioni troppo lunghe e non parlare in modo complicato (Gadda non faceva storytelling). La lingua come potenziale rivelatrice di mondo e di esperienza non viene presa in considerazione. Lo storytelling è per un pubblico di massa. In questo senso la ricostruzione di Raimo – lo storytelling liberatorio e antagonista delle origini viene in seguito fagocitato dal capitalismo che lo piega ai propri interessi – è dissonante perché contrappone quanto è in realtà affine: da un lato il capitalismo mediatico odierno che scopre e incamera il potere della narrazione, dall’altro lo storytelling estetico e politico lanciato dall’editoria degli anni Novanta. Invece lo storytelling, come risorsa tecnico-retorica rivolta a un pubblico di massa, è stato fin dall’inizio organico a quell’editoria che proprio negli anni Novanta cominciava a diventare aziendale: è una modulazione capitalista del racconto (il racconto-merce ideale) così come il “flusso” digitale odierno è modulazione capitalista delle poetiche avanguardistiche (“il paradigma del senso, scientifico, logico, narrativo, rischia di venire sostituito dalla frammentazione, la ricerca della verità dalla nonverità, la critica dall’eristica, il senso dal nonsenso”, scrive Raimo parlando del capitalismo digitale). La stessa ambiguità appare nei testi di Baricco citati da Raimo: lo storytelling degli anni Novanta, quello fatto da Baricco stesso su commissione di Ezio Mauro, è stato lodevole perché metteva fine alla noia del giornalismo novecentesco, il capitalismo mediatico-digitale invece lo ha impiegato a scopi perversi. Ma Ezio Mauro, al pari della narrativa aziendale, è già capitalismo editoriale che si avvale dello storytelling, anche se nel mistificatorio resoconto di Baricco diventa “un genio”: “Se sai gestire lo storytelling puoi anche anticipare un fatto di un paio di giorni, ma anche di una settimana. Se sei molto bravo un mesetto prima guarderanno la cometa che non c’è neanche ma è come se la vedessero. Ma non perché sono scemi. No. Perché tu sei bravo in quella circostanza lì” (Baricco citato da Raimo). Rappresentare lo storytelling come una piccola rivoluzione editoriale forse non è falso, ma è stata fin dall’inizio una rivoluzione capitalista, una delle tante. Se proprio deve significare qualcosa che scuola Holden e “discesa in campo” di Berlusconi siano coeve, il parallelo da individuare è quello tra l’incipiente capitalismo mediatico che nel 1994 prende il potere raccontando una storia con parole semplici (“L’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato da mio padre e dalla vita il mio mestiere di imprenditore. Qui ho anche appreso la passione per la libertà”) e una modulazione del narrare omologa fin dalle origini agli interessi dell’editoria aziendale, così omologa che oggi la Scuola Holden fa parte del Gruppo Feltrinelli (la “filiera” si è dotata di uno strumento diretto con cui formare scrittori adeguati alle proprie esigenze). > Rappresentare lo storytelling come una piccola rivoluzione editoriale forse > non è falso, ma è stata fin dall’inizio una rivoluzione capitalista, una delle > tante. Raimo tutto questo sembra vederlo e non vederlo. A tratti sembra alludere senza poter dire, come se nel suo articolo parlassero – disturbandosi reciprocamente – due personalità inconciliabili: dalla parte del capitale editoriale sembra parlare un addetto dell’industria (la perdita di trentuno milioni di fatturato, i “consumi culturali»), dalla parte della letteratura parla l’intellettuale e scrittore che depreca la mercificazione del libro (“la vulgata per cui l’editoria […] sia un luogo in cui è bello lavorare, che accoglie progetti, desideri, e fa da volano all’emancipazione individuale e collettiva, è una narrazione con sempre più passaggi difettosi e illusori”). Questa inconciliabilità percorre quasi tutto l’articolo; l’addetto dell’industria vuole anacronisticamente credere che l’editoria aziendale e le tradizionali istituzioni di formazione siano omogenee e osmotiche (“le infrastrutture culturali che pensavamo solide, la scuola, l’università, il sistema bibliotecario, il sistema istituzionale di sostegno all’editoria, vengono costantemente indebolite attraverso definanziamenti e cattiva gestione, mancano di norme che guidino un cambiamento radicale”), l’intellettuale assume toni da umanista in lotta contro l’ingiustizia che hanno in questo contesto qualcosa di stravagante: “la buona battaglia per gli intellettuali o per chi riconosce le ingiustizie e le storture dell’industria culturale è di lottare per la scuola pubblica e l’università pubblica libera e di qualità prima di tutto. È lì che si impara a essere una comunità di lettori, e anche di artisti. E a pensare che questo porti anche a un miglioramento della vita democratica”. È probabilmente a questo conflitto irrisolto che va ascritto il lapsus calami con cui Raimo afferma e al tempo stesso nega che i libri siano una merce (“descrivere il mondo dei libri, della lettura e della scrittura, come un universo felicemente esperienziale, ha eliminato in buona parte l’idea che i libri siano un prodotto diverso dagli altri”). Quanto alla questione politica: se – indipendentemente dalle oscillazioni del mercato e dalle crisi di sovrapproduzione – è vero che si legge meno (che i libri vengano comprati, rubati, fotocopiati o presi in prestito), quel che dovrebbe interessarci è per quale motivo le persone abbiano meno voglia di leggere, per quale motivo gli insegnanti non possano più persuadere alla lettura e i ragazzi abbiano smesso di consigliarsi libri. Facendo coincidere la crescita spirituale delle persone con la salute dell’editoria aziendale, Raimo non può immaginare che si legga meno anche perché i troppi libri (prodotti standard il cui basso costo di produzione è premessa di maggiori introiti) hanno fatto venir meno la fiducia in chi scrive e in chi pubblica. La nostra generazione è stata l’ultima a imparare e credere che si diventi scrittori in un difficile percorso personale fatto tra l’altro di tirocinio linguistico e narrativo, esposizione al mondo, resoconto letterariamente sincero, rifiuto del conformismo, sguardo non pregiudiziale; che tutto ciò possa essere acquisito in un percorso formativo scolastico appare in questa prospettiva paradossale e canzonatorio. Agli occhi della nuova generazione invece si è scrittori come si è propagandisti sui social media; alle scuole di scrittura creativa si aggiungono da qualche tempo quelle per influencer e gli stessi media incoraggiano tale nuova percezione banalizzando interessatamente l’arte dello scrivere (anni fa Walter Siti fece notare che le trasmissioni televisive onorano chiunque della qualifica di scrittore: “giornalista e scrittore”, “sindaco e scrittore”, “architetto e scrittore”. Mi sento, commentava Siti, come se mi avessero portato via una cosa alla quale ho creduto per tutta la vita). > Se è vero che si legge meno, quel che dovrebbe interessarci è per quale motivo > le persone abbiano meno voglia di leggere, gli insegnanti non possano più > persuadere alla lettura e i ragazzi abbiano smesso di consigliarsi libri. Si lamenta spesso che la tecnologia audiovisiva abbia distrutto il libro, che TikTok sia ostile alla civiltà della scrittura: ma anche il libro – nella percezione, nell’uso, nel marketing, nel profitto – appartiene oggi in gran parte all’universo mediatico, tanto che un corso alla scuola di scrittura introduce all’industria. Ecco, mi sembra che le persone leggano meno anche perché se ne sono accorte, e in questo senso il calo della lettura è addirittura consolante. Come se la gente si fosse svegliata. C’è del resto qualcosa di classista nel credere che una società che non legge sia una società peggiore: secondo Raimo gli ignoranti sono, in quanto tali e senz’altro, peggiori di quelli che leggono. Sembra quasi che per lui l’Occidente fascista, razzista, misogino, neoimperialista e autoritario del Ventunesimo secolo sia da addebitare alle persone incolte. A Berlino, dove vivo da tanti anni, ho conosciuto persone semplici che – per parlare come le statistiche – un libro non lo leggono nemmeno in tre anni. Ma sono persone adorabili, percepiscono con chiarezza la devastazione capitalista e detestano il fascismo senza avere letto Rosa Luxemburg. Pochi giorni fa The Guardian ha pubblicato un articolo (“Quality of scientific papers questioned as academics ‘overwhelmed’ by the millions published”) secondo il quale l’attendibilità dei contributi scientifici sulle riviste specialistiche, anche le più prestigiose, sta rapidamente venendo meno. In un sistema di ricerca che fa dipendere l’avanzamento in carriera dal numero degli articoli pubblicati e delle citazioni ottenute, i ricercatori fanno ricerche rapide, semplici e spesso ripetitive che tendono poi a pubblicare, rimaneggiandole, su più riviste. Negli ultimi dieci anni il numero di contributi (spesso scritti usando l’intelligenza artificiale) è aumentato del 48% e ha superato i due milioni, gli scienziati incaricati della “peer review” sono sommersi da testi inutili e spesso contraffatti. Gli editori – decine di migliaia – trovano più lucrativo offrire al pubblico l’accesso gratuito e chiedere agli autori una tassa di pubblicazione che può arrivare a 11.000 euro (tra il 2015 e il 2018 i ricercatori hanno pagato oltre un miliardo di dollari ai cinque più grandi editori accademici). “Everybody agrees that the system is kind of broken and unsustainable”, ha dichiarato il premio Nobel Venki Ramakrishnan. Tutto questo ha favorito lo sviluppo di quelle che in gergo vengono chiamate “cartiere” (imprese che pubblicano a pagamento contributi scadenti o fasulli con veste di autenticità) e sta minando ciò che a partire dal Diciassettesimo secolo fondò il successo della scienza: la fiducia nella sua attendibilità. “Eventually these papers will all be written by an AI agent and then another AI agent will actually read them, analyse them and produce a summary for humans” (Ramakrishnan). Impressionante, ai fini della presente riflessione, è lo sviluppo parallelo, industrialmente condizionato, dell’editoria scientifica e di quella letteraria. La crescita esponenziale delle pubblicazioni che si accompagna alla loro banalità e inutilità, la priorità data al profitto, l’intervento dell’intelligenza artificiale, la fine della fiducia da parte di chi legge. Anni fa un addetto dell’editoria mi spiegò che i ringraziamenti alla fine del romanzo fanno curriculum: più vieni ringraziato e più fai carriera nell’industria (“dove e quanto spesso un ricercatore pubblica, e quante citazioni ottiene il suo contributo, è decisivo per la carriera”, dice l’articolo di cui sopra). Ci sono nel frattempo negli Stati Uniti anche scuole di scrittura creativa per scienziati: una di esse – frequentata da accademici della Cornell University, dell’Imperial College di Londra, del Karlsruhe Institut of Technology e dell’Università di Heidelberg – pubblicizza i propri corsi dicendo “if you incorporate storytelling in your scientific research paper, your reader will find it easier to read and remember. And your journal editor will find a well-written story more persuading than a simple report of the scientific data you obtained. The result? Your scientific paper will be more likely to get published in a top-tier journal when you tell a story”. > Il problema politico è che da decenni l’editoria aziendale ci sommerge di > banalità e con questo ha messo fine al rapporto di fiducia tra chi scrive e > chi legge (una comunità spirituale è venuta meno senza essere sostituita da > una nuova). Nell’epoca del suo trionfo, applicata a ogni campo dell’attività umana, la razionalità economica si risolve nell’autodistruzione del sapere e dell’arte. È questo che dovrebbe interessarci, ed è sintomatico che un intellettuale limpido e attento come Raimo possa invece ricondurre il problema politico a una questione di finanziamenti, aspettandosi un “cambiamento radicale” dalla buona gestione e dalle norme. Il problema politico è che da decenni l’editoria aziendale ci sommerge di banalità e con questo ha messo fine al rapporto di fiducia tra chi scrive e chi legge (una comunità spirituale è venuta meno senza essere sostituita da una nuova); che tanti intellettuali sono organici agli interessi della “filiera” o trovano ovvio che essa provveda alla formazione scolastica degli scrittori; che nella letteratura come nella scienza l’epoca del capitalismo mediatico invita a pratiche estensive, a bassa densità conoscitiva oltre che emotiva, e che nel segno della semplificazione e della ripetizione si sta realizzando una Gleichschaltung delle coscienze. Parafrasando Pasternak si potrebbe dire che la nevrotica relazione di Raimo con l’industria editoriale appare come un prodigio di virtù civica: in verità, nell’attuale stato di capitalismo mediatico e tramonto della democrazia, la produzione editoriale indiscriminata è parte di una questione sistemica e i troppi libri fanno parte di un movimento storico verso l’omologazione e il fascismo. Se ce ne sono di meno dovremmo esserne solo contenti. L'articolo Coscienza politica, letteratura e industria proviene da Il Tascabile.
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La polemica si risolve con la politica
N egli ultimi mesi si sono sviluppati due dibattiti che hanno saturato la bolla del mondo di chi si occupa, a vario titolo, di scrittura. Il 10 aprile Grazia Verasani pubblica un post su Facebook, che poi viene ripreso sul Resto del Carlino e poi da diversi giornali, in cui lamenta il fatto che le presentazioni di libri sono uno sforzo notevole per chi scrive e per chi le organizza ma forse servono sempre meno: > La domanda è: perché ci ostiniamo a presentare, o a cercare recensioni, quando > è diventato quasi umiliante, e non parlo tanto o solo di me, ma in generale: > ho assistito a troppe presentazioni di scrittori anche piuttosto noti vuote di > gente. E ogni volta che gli scrittori vedono una platea semideserta assumono > espressioni da ego ferito che fanno male al cuore. Dobbiamo accettare di > essere un’elite e stare a casa con i nostri animali da compagnia? Accettare > che non legge quasi più nessuno? Chi ce lo fa fare di macinare chilometri per > toccare la triste realtà con mano? Eh, me lo chiedo sempre più seriamente… Le reazioni che seguono e che continuano anche oggi sono state letteralmente migliaia, segno che al di là dello sfogo estemporaneo, c’è un nodo che è stato scoperto. Di che si tratta, però? Il 16 giugno scorso su Substack e poi su che Instagram, su Tik Tok e sul suo blog, una donna con il nickname di Kants Exhibition scrive un post critico nei confronti della scuola Holden. Si chiede se la frequentazione della scuola – lei è un’ex allieva del triennio 2018-21 – e i 20.000 euro di spesa per il corso principale siano davvero utili ad apprendere le tecniche di scrittura o servano invece a conferire uno status e a favorire delle relazioni sociali che si potrebbero acquisire anche in altri modi meno costosi. Anche qui ovviamente ci sono state molte reazioni, compresa quella della scuola Holden stessa, che ha pubblicato un reel che aveva realizzato qualche tempo prima, in cui provava a ironizzare sulla critica, soprattutto riguardo al costo economico. Il video è stato poi rimosso perché le reazioni ancora più urticate hanno investito anche questa difesa d’ufficio. I post sollevano due questioni importanti: la sostenibilità di due pezzi fondamentali della filiera dell’industria editoriale, la formazione degli scrittori e la promozione dei libri. Ma al di là del merito, le due questioni sono soprattutto sintomatiche di un’altra questione, grande quanto un elefante sempre più imponente in una stanza sempre più stretta. In Italia si leggono sempre meno libri, un pezzo consistente del settore editoriale è in crisi e una parte non piccola rischia di chiudere. Ma non è questa la notizia peggiore. La notizia peggiore è che una società che legge di meno peggiora da tanti punti di vista. I dati degli ultimi mesi sono agghiaccianti. Nelle prime 24 settimane del 2025 sono stati comprati due milioni netti di libri in meno, un calo di fatturato di 31 milioni: un dato che equivale al 5% di lettori persi, uno su venti. Le statistiche sul lettorato del 2024 ci davano già conto di una condizione rovinosa. L’Istat rilevava che solo il 40% legge almeno un libro l’anno. Altre statistiche – Eurostat – mostravano che l’Italia è il Paese in Europa dove si legge meno dopo Cipro e la Romania. La percentuale di chi legge almeno un libro l’anno, secondo Eurostat, è del 35%, a confronto di una media europea del 53%. Nel Nord Europa si arriva almeno al 70%, in Francia, Germania e Spagna siamo abbondantemente sopra il 50. Anche nelle rilevazioni dell’AIE (Associazione italiana editori), che sono più confortanti (anche a fronte di una diversa concezione della lettura e di una diversa selezione del campione), restano però alcuni indici significativi, come quello del tempo medio usato per la lettura: quello settimanale si riduce, secondo i dati AIE del 2024 a 2 ore e 47 minuti contro le 3 ore e 16 minuti del 2023 e le 3 e 32 minuti del 2022. > In Italia si leggono sempre meno libri, un pezzo consistente del settore > editoriale è in crisi e una parte non piccola rischia di chiudere. Ma non è > questa la notizia peggiore. La notizia peggiore è che una società che legge di > meno peggiora da tanti punti di vista. Perché si legge meno? Come invertire questa tendenza? Può diventare comprensibile, alla luce di questi dati, come la questione della formazione degli scrittori e la promozione dei libri siano degli epifenomeni, rispetto a problemi sistemici e di lunga durata. Ma la sintomatologia non è da sottovalutare. È chiaro che la vulgata per cui l’editoria, nella sua accezione più ampia – la creazione e la confezione di contenuti – sia un luogo in cui è bello lavorare, che accoglie progetti, desideri, e fa da volano all’emancipazione individuale e collettiva, è una narrazione con sempre più passaggi difettosi e illusori. I social in questo hanno esasperato una tendenza di lunga durata. Descrivere il mondo dei libri, della lettura e della scrittura, come un universo felicemente esperienziale, ha eliminato in buona parte l’idea che i libri siano un prodotto diverso dagli altri. I mondi che contengono possono essere complessi, problematici, conflittuali, inutili, difformi, respingenti, contraddittori. La delusione per una scuola di scrittura che promette una realizzazione delle proprie aspirazioni e richieste e che poi invece non mantiene, o per delle presentazioni che al posto di essere una festa della relazione con i lettori sono solitarie e frustranti, non sono tanto segreti di Pulcinella (di una comunità che fa finta di non essere aspirazionale, in cui il proprio successo dipende tanto dall’impegno prestazionale quanto dall’insuccesso dei propri colleghi, in un mercato che non solo non si allarga ma si restringe); ma è piuttosto l’esito della trasformazione dell’industria culturale dagli anni Novanta in poi. La scuola Holden nasce nel 1994. È lo stesso anno dell’inizio della più grande narrazione politica italiana contemporanea, il berlusconismo: il video con la calza sulla camera, “questo è il Paese che amo, qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti”. Caduto il muro di Berlino, indebolite le Grandi interpretazioni del mondo, basta un bauscia che si spaccia per self made man per rendere credibile politicamente una svolta regressiva spacciata per rivoluzione liberale. Ma il berlusconismo rende chiaro un bisogno: la smania di uscire dal Novecento della serietà e del rigore. Il nuovo miracolo italiano è una grande fiera dell’autoincantamento. Come era accaduto per la televisione commerciale, il modello pubblicitario può costituire uno standard di verità collettivo con il quale identificarsi facilmente, mentre crollano i regimi, i partiti, le ideologie. Alessandro Baricco nel 1994 ha 36 anni, e ha studiato filosofia a Torino. È l’università di Luigi Pareyson, di Umberto Eco, di Gianni Vattimo, la culla del pensiero ermeneutico italiano. Gli anni Settanta sono stati gli anni della svolta ermeneutica. Il conflitto delle interpretazioni (come si intitolava il libro di Paul Ricoeur del 1969) è diventato un conflitto a tutto campo, di massimalismi delle critiche, di ideologie contrapposte, un conflitto anche aspro e persino sanguinario, in cui gli intellettuali hanno pensato che non fosse possibile essere disimpegnati, che ha determinato grandi trasformazioni, ma anche lasciato sul campo morti, feriti, e infine riflusso, e fraintendimenti spacciati per rovesciamenti interpretativi. Il desiderio di demistificazione, ironia, alleggerimento, laicità, sembra emergere di pari passo con la risoluzione emergenziale del contrasto alla lotta armata e alle rivoluzioni postcolonialiste, la repressione delle lotte operaie. Il thatcherismo e il reaganismo per la prima volta rendono suadente la narrazione del potere esaltando i desideri individuali e non le istanze collettive. > Negli anni Novanta il nuovo miracolo italiano è una grande fiera > dell’autoincantamento. Come era accaduto per la televisione commerciale, il > modello pubblicitario può costituire uno standard di verità collettivo con il > quale identificarsi facilmente, mentre crollano i regimi, i partiti, le > ideologie. Decretata la sconfitta della classe operaia, la fine dei gloriosi Trenta, la fede nella narrativa ingloba il disincanto per la politica. Per dire, nel numero di Granta dei best younger novelist del 1983 ci sono scrittori che, di fronte alla degenerazione thatcheriana, mostreranno cosa vuol dire diventare esemplari maestri di questa capacità di trasfigurazione del romanzo politico e sociale in altri generi (romanzo storico, thriller, fantascienza, noir…): Salman Rushdie, Ian McEwan, Kazuo Ishiguro, Martin Amis. Anche per l’Italia la fine del decennio dei Settanta ha un che di funesto. Il 1980 arriva dopo il sequestro e l’omicidio Moro, è il momento in cui le Brigate Rosse si alleano con la Nuova camorra organizzata, è l’anno della marcia dei 40.000. A mettere un punto a quel decennio arriva la pubblicazione del più venduto romanzo italiano del Novecento, Il nome della rosa, 55 milioni di copie in tutto il mondo: una messa in pratica delle idee narratologiche sviluppate da Eco negli anni Settanta in Opera aperta, nel Superuomo di massa o in Lector in fabula, e riprese con precisione nelle Postille al Nome della rosa del 1983, con la consapevolezza che nel giro di vent’anni si è passati dalle idiosincrasie del Gruppo ’63 alla autolegittimazione del postmoderno. Il famoso passaggio: > Ma arriva il momento che l’avanguardia (il moderno) non può più andare oltre, > perché ha ormai prodotto un metalinguaggio che parla dei suoi impossibili > testi (l’arte concettuale). La risposta post-moderna al moderno consiste nel > riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua > distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non > innocente. Penso all’atteggiamento post-moderno come a quello di chi ami una > donna, molto colta, e che sappia che non può dirle “ti amo disperatamente”, > perché lui sa che lei sa (e che lei sa che lui sa) che queste frasi le ha già > scritte Liala. Tuttavia c’è una soluzione. Potrà dire: “Come direbbe Liala, ti > amo disperatamente”. A questo punto, avendo evitata la falsa innocenza, avendo > detto chiaramente che non si può più parlare in modo innocente, costui avrà > però detto alla donna ciò che voleva dirle: che la ama, ma che la ama in > un’epoca di innocenza perduta. Se la donna sta al gioco, avrà ricevuto una > dichiarazione d’amore, ugualmente. Nessuno dei due interlocutori si sentirà > innocente, entrambi avranno accettato la sfida del passato, del già detto che > non si può eliminare, entrambi giocheranno coscientemente e con piacere al > gioco dell’ironia… Ma entrambi saranno riusciti ancora una volta a parlare > d’amore. Comunque, quello che è accaduto è che il più importante intellettuale italiano si è trasformato in un romanziere popolare, il quale confessa come ogni decostruzione faccia venir voglia di costruzione, soprattutto quando la realtà viene sequestrata dalle narrazioni complottarde come era accaduto con il racconto della stagione del terrorismo italiano. Il dispositivo più efficace è quello di inglobare gli scetticismi e cimentarsi con una letteratura che riesca a mantenere un orizzonte demistificatorio nella mistificazione, stabilendo con il lettore un patto più laico, democratico, aperto, in cui si mescolano ironia e credulità, mosse dell’autore e contromosse del lettore. Nel Pendolo di Foucault (1988) questo intento sarà ancora più manifesto. Con il senno di poi, ma forse anche di allora, poteva essere il modo di uscire dal cul-de-sac di chi aveva creduto nelle utopie politiche e ora si trovava ad avere a che fare più che con il sol dell’avvenire con le rovine ridicole di regimi al collasso. Ma anche una mossa del cavallo generativa dopo la morte dell’autore decretata dai vari Paul De Man, Roland Barthes, Michel Foucault. A prendere la parola all’inizio degli anni Ottanta sono nuovi autori, che si riconoscono già in una generazione disincantata, escapista, che diserta, che ama viaggi, naufragi, deragliamenti, digressioni, narrazioni picaresche: Enrico Palandri, Pier Vittorio Tondelli, Andrea De Carlo, Aldo Busi, Daniele Del Giudice… > Non si sa se Baricco abbia letto La filosofia dopo la filosofia o l’ancora più > radicale Verità e progresso di Rorty. Ma condivide questa visione che, in nome > della laicità e del postmoderno, sostituisce la narrazione all’interpretazione > come modello principale per aver a che fare con il mondo. Nel 1989, mentre prende forma questa mutazione, viene pubblicato Contingency, irony and solidarity, un libro di Richard Rorty che verrà tradotto in italiano come La filosofia dopo la filosofia. Dentro appare l’esito prevedibile della ricerca della filosofia ermeneutica. La ricerca della verità viene spogliata di ogni orizzonte fondazionalistico. Non c’è alcun motivo, dice Rorty di privilegiare l’epistemologia rispetto, poniamo, all’estetica o alla teoria della letteratura una volta introdotto il concetto di ineffabilità della verità. La filosofia come critica per la ricerca della verità, quel modello che nel bene e nel male, abbiamo fatto nostro dall’illuminismo in poi, qui viene invece sostituito da una prospettiva scettica che vede la verità come successo. Non si sa se Baricco abbia letto La filosofia dopo la filosofia o l’ancora più radicale Verità e progresso di Rorty. Ma sappiamo dalle cose che scriverà di lì a poco che condivide questa visione che, in nome della laicità e del postmoderno, sostituisce la narrazione all’interpretazione come modello principale per aver a che fare con il mondo. È lui stesso a raccontare anni dopo questa sua svolta, e indica come data finalmente periodizzante il 1997, quando si autocommissiona per Repubblica un articolo sul passaggio della cometa Hale-Bopp. Il direttore di Repubblica è Ezio Mauro, con cui Baricco ha già cominciato a collaborare alla Stampa e con cui condivide un’idea di giornalismo narrativo. Lo storytelling. > […] Hale-Bopp, sembra un nome inventato e invece erano i due astronomi > semidilettanti che avvistarono per primi questa cometa che ad un certo punto, > nel 1997, passò molto vicina alla terra […] > Al tempo lavoravo, ma anche adesso, per un giornale, italiano, quotidiano, > Repubblica, […] Non il tipo di giornalismo che si faceva quando io ero > piccolo… Quando io ero piccolo i giornali erano di una noia sconfortante. > Questo è un giornalismo creato negli anni ’90 e uno di quelli che lo hanno > inventato, non il solo, ma uno di quelli che lo hanno inventato era il mio > direttore del giornale in quel momento. Quindi era uno che c’aveva l’istinto, > c’aveva la velocità, proprio il senso, proprio il sentimento per l’aspetto > narrativo del mondo. È lui con gli altri che hanno tirato fuori dalla cronaca > del mondo il potere dello storytelling e delle storie… Un genio, a suo modo. E > difatti quando sentì che alla gente piaceva questa storia della cometa […] > tirò su il telefono e telefonò a me, e mi disse […]potresti andarla a vedere e > fare un bel pezzo, di quelli tuoi, così un po’… da scrittore, così no… Erano > gli anni ’90, adesso siamo più smaliziati, allora questo era ancora > abbastanza…non dico rivoluzionario, ma era nuovo in un certo modo. > E lì era praticamente 4/5 giorni prima del giorno fatidico, che era il 24 > marzo che era il giorno della massima vicinanza della cometa. L’attesa per > questa cometa era stata tale che alcune città più New Age di altre, avevano > perfino deciso quel venerdì 24 Marzo, di spegnere una parte delle luci della > città di modo che la gente con lo sguardo su vedesse in cielo passare senza > troppo inquinamento di luci questa cometa. > Intere città che si oscuravano per la bellezza di vederla passare, il 24 > marzo. > Cosi quando il direttore mi disse ‘valla a vedere, scrivi un pezzo’, gli dissi > ‘sì volentieri’ […] ok vado venerdì poi ti faccio il pezzo il giorno dopo, > d’accordo […] > E sentii un lungo silenzio dall’altra parte del telefono… Ero anche stupito > perché avevo detto di sì una volta tanto, perché spesso dicevo di no, ma avevo > detto di sì… Di solito lui era entusiasta […] e poi sento lui che dice ‘beh un > po’ tardino però’ […] ‘no io pensavo che potevi andare stasera a vederla’ > erano tipo quattro giorni prima. > […] Io gli dico ‘ma insomma la cometa passa il 24 Marzo’. Ed ecco cosa mi > rispose lui, un genio… Mi rispose ‘la cometa passa quando lo diciamo noi’. > Adesso detto così voi dite ‘ma chi è questo essere immondo’… No guarda, invece > aveva capito esattamente. […] La sera alle 11 ero in collina fuori Torino a > vedere questa roba piccolissima che si vedeva anche male ero nel nulla non > c’era nessuno che la guardava, la gente pensava ad altro, c’era una macchina > con una lucina, una stradina… > […] Scrivo il pezzo e Repubblica esce effettivamente in anticipo sul giorno > della cometa, cioè il giorno prima del giorno della cometa, ed esce con queste > paginate bellissime in cui c’era anche il mio pezzo […] E quel giorno dato che > poi i media si ispirano l’uno con l’altro, tu non potevi aprire il giornale > che c’erano paginate sulla cometa, la cometa, la cometa… Quella sera tutti col > naso su, a guardare la cometa. > Il giorno dopo, 24, giorno della cometa le città spengono la luce… La gente > sacramenta dice ma cos’è ’sta storia che avete spento le luci, perché la > cometa non esisteva già più se l’erano vista il giorno prima ‘la cometa passa > quando lo diciamo noi’. Fatti senza storytelling non esistono. Se sai gestire > lo storytelling puoi anche anticipare un fatto di un paio di giorni, ma anche > di una settimana. Se sei molto bravo un mesetto prima guarderanno la cometa > che non c’è neanche ma è come se la vedessero. Ma non perché sono scemi. No. > Perché tu sei bravo in quella circostanza lì. Ma il passaggio che Baricco descrive e che contribuisce a produrre non è solo un cambiamento di tipo sociale e culturale, ma vuol essere anche un turn teorico. Questa consapevolezza Baricco la spiega nelle pagine di curatela del testo di Walter Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov. Si tratta di un saggio del 1936 che Einaudi ripubblica nel 2010 con note e commento di Baricco, che è – a suo stesso dire – una sorta di manifesto politico letterario di Baricco e della scuola Holden. > Anni fa, quando la Scuola Holden era appena nata, questo testo ne era per cosí > dire la Bibbia. Lo si studiava con grande lentezza e cura, in un lettorato che > durava l’intero primo anno di studi e che era tenuto dal preside, cioè da me. > La ragione era semplice: la Holden è una scuola di narrazione, e Benjamin è > colui che meglio di ogni altro ti può introdurre a riflettere su cosa mai > voglia dire, veramente, quel termine. Cos’ha di sacro questo testo di Benjamin è presto detto: è un antidoto al Novecento della Crisi, delle Avanguardie, della dialettica dell’illuminismo, delle Grandi Interpretazioni. Sempre Baricco: > La prima cosa che va detta è che Benjamin ha il merito di riportare la > narrazione al posto che le spetta, dandole una centralità, nell’umano > pellegrinaggio, che non è scontata. Oggi noi ci troviamo a vivere in una > società fortemente segnata dalle narrazioni, ma bisogna ricordare che non > sempre è stato cosí. Se vogliamo essere piú precisi, non ci deve sfuggire che > dall’inizio del Novecento fino almeno a tutti gli anni Ottanta del secolo, > narrare è stato, in Occidente, un gesto minore, e spesso misconosciuto. Tutta > l’esperienza delle avanguardie (a cui proprio l’entourage intellettuale di > Benjamin aveva dato un fortissimo sostegno ideologico), aveva in qualche modo > imposto una sostanziale equazione tra valore dell’opera e suo mutismo > narrativo. L’Ulisse di Joyce, i quadri di Mondrian, la musica di Schönberg, > per fare degli esempi, determinavano una concreta eclisse del narrare, > indicando come direzione della ricerca obiettivi completamente differenti. > Nello scrivere letterario si è arrivati a un estremismo antinarrativo che fino > agli anni Ottanta ha preteso, e a volte ottenuto, di confinare a pratica > kitsch qualsiasi desiderio, semplice, di raccontare storie. E nello stesso > cinema, che per le sue radici plebee da luna park aveva una sorta di > lasciapassare per la volgare pratica del narrare, è rimasta comunque a lungo > una linea di demarcazione tra prodotto commerciale e film d’arte dove > l’accesso all’arte era spesso fatto risalire al rattrappirsi dell’enfasi > narrativa. Nel cuore di un simile processo, nel 1936, Benjamin innalza il > narratore nella cerchia dei maestri e dei saggi. Di piú, lo ricostruisce come > forza originaria, come mito di fondazione, come pietra angolare > nell’architettura dell’umano. In realtà ridurre, come fa Baricco, il Novecento a un secolo di mutismo narrativo e fare di Benjamin un militante contro le avanguardie è una semplificazione se non una forzatura. Nel 1936 Benjamin reagiva a György Lukács e alla sua Teoria del romanzo, in cui veniva contrapposta la scrittura epica a quella romanzesca. Leskov è per Benjamin un esempio della permanenza della possibilità del racconto originario, l’epica, il racconto collettivo, dentro e contro le pastoie del romanzo borghese dell’Ottocento. Insomma Leskov per Benjamin non è contro le avanguardie, ma è avanguardia. Nel 2009 esce, sempre per Einaudi, il saggio-manifesto sulla letteratura italiana a firma di Wu Ming, intitolato New Italian Epic. Anche tra i numi tutelari di Wu Ming c’è Walter Benjamin e in particolare Il dramma barocco tedesco (che Baricco liquida come testo incomprensibile in una nota del Narratore). Wu Ming scrive: > Portando il discorso alla sua inevitabile conseguenza, si può dire che tutte > le opere narrative siano ambientate nel passato. Anche quando il tempo verbale > è il presente, si tratta di una forma di presente storico: il lettore legge > di cose già pensate, già scritte, già oggettivate nel libro che ha in mano. > Dunque tutte le narrazioni sono allegorie del presente, per quanto indefinite. > La loro indeterminatezza non è assenza: le allegorie sono «bombe a tempo», > letture potenziali che passano all’atto quando il tempo giunge. La definizione > dell’allegoria come «espediente retorico» si mostra del tutto inadeguata, e > infatti Walter Benjamin, nel suo Il dramma barocco tedesco (1928), descrisse > l’allegoria come una serie di rimbalzi imprevedibili, triangolazione fra > quello che si vede nell’opera, le intenzioni di chi l’ha creata e i > significati che l’opera assume a prescindere dalle intenzioni.  Questo livello > dell’allegoria è privo di una “chiave” da trovare una volta per tutte. È > l’allegoria metastorica […] ciò che diverse narrazioni hanno in comune sotto > le apparenze, e sotto i livelli più vicini alla superficie. Per Baricco e per Wu Ming la lezione di Eco sull’opera aperta e la rilettura di Benjamin come precursore di questioni contemporanee porta a esiti differenti ma avvicinabili, con una convinzione comune: le storie hanno un potere. Un potere di liberazione estetica, per Baricco; un potere di emancipazione politica per Wu Ming. Quello che ovviamente non era stato preso in considerazione era che la consapevolezza del potere delle storie viene incamerata presto dal capitalismo più aggressivo. È Baricco stesso che citando Christian Salmon, nel 2008 sul Corriere della sera, ha già risposto in un’intervista sul dilagare dello storytelling che lui stesso aveva sdoganato soltanto dieci anni prima. > Adesso tutto è narrativo: vai in una macelleria e il modo di esporre le carni > è narrativo. Ormai è impossibile sentir parlare uno scienziato normalmente: > anche lui narra. Lo stesso vale per i giornali, che hanno sostituito al > settanta per cento l’informazione con la narrazione. E poi c’è la > contaminazione con il marketing. Lì comincia il pericolo, così come quando > lo storytelling entra nella comunicazione politica. Adesso sono diventati > così bravi da riuscire a vendere quello che vogliono se riescono ad azzeccare > la storia giusta. Siamo alla fine degli anni zero, e i social network sono appena nati. La pervasività e la violenza del capitalismo digitale non è ancora così evidente. La crisi delle ermeneutiche che si pensava potesse essere attraversata da una nuova considerazione della narrazione ha invece portato a un esito più problematico e allarmante: una palmare crisi epistemica. Il paradigma del senso, scientifico, logico, narrativo, rischia di venire sostituito dalla frammentazione, la ricerca della verità dalla nonverità, la critica dall’eristica, il senso dal nonsenso. Sicuramente Rorty non l’aveva immaginato, quando difendeva la figura dell’ironico liberale come nuovo modello dell’intellettuale. Quell’ironico liberale si è trasformato in un pagliaccesco imbonitore mistificatore autoritario. Quale è il posto per la letteratura al tempo della narrativa che diventa marketing o propaganda? > Le storie hanno un potere. Un potere di liberazione estetica, per Baricco; un > potere di emancipazione politica per Wu Ming. Quello che ovviamente non era > stato preso in considerazione era che la consapevolezza del potere delle > storie viene incamerata presto dal capitalismo più aggressivo. Baricco scrive The game nel 2018, Wu Ming1 scrive La Q di Qomplotto nel 2021. Anche questi saggi sono accostabili. Complessi e articolati. Il primo, semplificando molto, invita a una mutazione antropologica. La rivoluzione del web è inaggirabile, occorre riconoscerne i codici e provare a farli interagire con quelli che abbiamo imparato dalle pratiche artistiche e estetiche precedenti. Il secondo è una ricognizione meno pacificata. Riconosce una enshittificazione ormai avvenuta della rete, e di fatto invita a una critica e un’analisi che è al tempo stesso sottrazione. Nel 2019 Wu Ming aveva già pubblicato in rete un lungo saggio in due puntate in cui annunciava l’abbandono dei social, L’amore è fortissimo. Il corpo no. Dieci anni di esplorazione tra Giap e Twitter (2009-2019). Arriviamo a oggi. Questa lunga, disomogeneissima, escursione nel passato prossimo della riflessione sulla narrativa italiana, può concludersi con le due polemiche da cui eravamo partiti: la manifestazione d’insofferenza e delusione di un’ex allieva della scuola Holden per la formazione allo storytelling, a cui sono seguite molte reazioni dello stesso segno o di segno contrario; la manifestazione di insofferenza e delusione di una scrittrice per le presentazioni, a cui sono seguite molte reazioni dello stesso segno o di segno contrario. Le due lamentele sembrano il segnale di una questione sistemica, come dicevamo all’inizio. La bolla dei lettori si è ristretta. Le infrastrutture culturali che pensavamo solide, la scuola, l’università, il sistema bibliotecario, il sistema istituzionale di sostegno all’editoria, vengono costantemente indebolite attraverso definanziamenti e cattiva gestione, mancano di norme che guidino un cambiamento radicale. In altri Paesi, come la Spagna per esempio, è accaduto, già negli anni zero. Un disfacimento che si è mostrato anche in momenti grotteschi e avvilenti come l’ultima fiera di Francoforte dove l’Italia come Paese ospite è riuscita a presentarsi senza un progetto di sistema, con uno status immiserito dall’arroganza del potere, perdendo del tutto un’occasione di esposizione e riflessione internazionale. > Le infrastrutture culturali che pensavamo solide, la scuola, l’università, il > sistema bibliotecario, il sistema istituzionale di sostegno all’editoria, > vengono costantemente indebolite attraverso definanziamenti e cattiva > gestione, mancano di norme che guidino un cambiamento radicale. Il mondo di chi scrive e legge e produce e compra e dà importanza ai libri è in umiliante contrazione. E quindi, che si fa? Le reazioni sono spesso pavloviane e controproducenti. Solidificare delle posizioni di rendita, come spesso fanno le case editrici, le società di distribuzione o di vendita, non risolve ma amplifica il problema più urgente: come arrivare ai nonlettori, ai lettori deboli, a chi non può permettersi consumi culturali. Sembra significativo che la risposta di Baricco e della Holden a questione sistemica sia, nel piccolo, esemplarmente, di ripensare la dimensione live dell’esperienza estetica. L’ultima iniziativa della scuola Holden, ideata da Baricco con Enrico Melozzi, è la Traviata da cortile, che prevede la trasformazione della scuola Holden in uno spazio scenico. Wu Ming è più esplicito nel programma che segue e che propone per ripensare e rinnovare la relazione con la comunità dei lettori. Nell’intervista che Wu Ming 1 ha rilasciato a Loredana Lipperini per Lucy, c’è una importante considerazione di sistema che risponde alla manifestazione d’insofferenza e prova a politicizzarla: > Allora il problema è a monte: è quello delle vite logoranti, della fatica > mentale, dei lavori di merda. Senza queste premesse, l’attività predatoria > delle piattaforme di Big Tech, il loro estrattivismo, sarebbe molto più > difficile. Aggiungiamoci i salari bassi, le pensioni da fame… Molte persone i > libri non riescono più a comprarli. Le presentazioni dei libri per Wu Ming sono il pretesto per fare delle assemblee, per avere dei momenti di confronto politico in senso lato, allora: > Presentare è ciò che più fa vivere un libro, e nei casi migliori lo trasforma > proprio in un utensile, tipo coltellino svizzero, a disposizione di chi vive i > territori. In questi mesi Gli uomini pesce – certo, per i temi che tocca e per > come lo fa, ma anche perché lo sto portando in giro a più non posso – è > diventato un dispositivo per catalizzare energie e far convergere soggetti > diversi. Alle presentazioni di questo libro sono nate collaborazioni, alleanze > e amicizie. E questo non è esclusivo dei libri di Wu Ming: mutatis mutandis, > può accadere con altri libri, è accaduto, accade. > […] Incontrare lettrici e lettori è già politico, mi spingo a dire che è già > lotta. La letteratura non è politica tanto per il suo contenuto, quanto per i > legami che può stabilire. I colleghi e le colleghe che pensano di sostituire > questo con una presenza – e una vanvera tuttologica – a getto continuo sui > social si stanno consegnando all’irrilevanza. Irrilevanza non a livello > mediatico: irrilevanza nella vita delle persone in carne e ossa. La rivendicazione e la riscoperta di momenti di confronto pubblico, della dimensione dal vivo, come la crescita pur con tutte le difficoltà dei festival letterari, è anche l’indice però di un vuoto che si aperto altrove. Esattamente quella crisi del welfare culturale pubblico italiano. Sono le scuole, le biblioteche, e soprattutto le università i luoghi dove questa dimensione pubblica, e questo confronto collettivo sui testi, a partire dai testi, può avvenire in modo continuo, aperto a tutti, approfondito. Quello che queste strategie di resistenza, più o meno efficaci, più o meno politiche, cercano di fare è un lavoro – spesso strenuo – di supplenza rispetto allo svuotamento di quei luoghi. A metà degli anni Novanta, facevo filosofia all’università, mi ritrovai a frequentare tutti i venerdì pomeriggio gli incontri di una rivista. Uno studente di lettere Emiliano Caprio aveva partecipato a un bando dell’Università La Sapienza di Roma ed era riuscito a farsi finanziarsi una rivista che aveva chiamato Liberatura, rivista di libera scrittura. Per tre anni dal 1995 al 1999, ci riunimmo nelle stanze del dipartimento di filologia romanza, per leggere e discutere di testi che scrivevamo. Una microscopica selezione di questi testi poi veniva raccolta nel numero annuale che veniva pubblicato; pubblicare non era il primo dei nostri interessi. Vederci e discutere erano un’esperienza già coinvolgente di per sé. Questi incontri settimanali erano lunghi, popolati, e ogni volta diversi: piano piano venne fuori un gruppo che era una composita redazione allargata di studenti e ex studenti, narratori, poeti, drammaturghi, di cui quasi nessuno aveva pubblicato nemmeno in fanzine. Alcuni che animavano questi incontri sarebbero diventati poi degli autori pubblicati, professionisti, anche un po’ noti, in campi della scrittura molto diversi, dalla saggistica alla poesia al teatro alla narrativa al fumetto. Giordano Tedoldi, Paolo Pecere, Marco Mantello, Simone Consorti, Veronica Raimo, Francesco Longo, Sara Ventroni, Fabio La Piana, Angela Maria Rucco alias Veronika Bekkabunga, Laura Cingolani, Adriano Marenco, Lucio Del Corso, Paolo Pagnoncelli… Altri, con un talento cristallino, avrebbero smesso di scrivere, Leonardo Pafi, Francesco Russo. C’era anche chi, come Martina Testa, si sarebbe messa a lavorare come traduttrice e editor nell’editoria. Sicuramente me ne dimentico molti altri. > La buona battaglia per gli intellettuali o per chi riconosce le ingiustizie e > le storture dell’industria culturale è di lottare per la scuola pubblica e > l’università pubblica libera e di qualità prima di tutto. È lì che si impara a > essere una comunità di lettori, e anche di artisti. Quello che non dimentico è la libertà che l’università pubblica diede a dei poco più che ventenni per così tanto tempo, finanziando poco ma intelligentemente e soprattutto concedendo spazi, per dare vita e inventare una rivista indipendente. Una rivista indipendente voleva dire soprattutto una scuola di formazione letteraria: imparammo sul campo, consigliandoci libri da leggere, scambiandoci bibliografie, e soprattutto facendo un lavoro militante di lettura e revisione dei testi degli altri. Allora immaginavo fosse quello che accadeva normalmente nelle università pubbliche. Di lì a poco mi resi conto che invece ero stato fortunato, perché avevo vissuto quella che era una parentesi temporale che sarebbe terminata a breve: l’università sarebbe rimasta vittima di definanziamenti e della involuzione neoliberista. Lo realizzai bene proprio quando cominciai a leggere Mark Fisher che raccontava come l’università – nel suo caso Warwick – era stata la fucina di laboratori di riflessione teorica e pratiche artistiche d’avanguardia. Nel 1995 Sadie Plant a Warwick aveva fondato la CCRU, la Cybernetic Culture Research Unit, un leggendario gruppo matrice di molte delle cose più interessanti della cultura cosiddetta alternativa inglese dei decenni successivi. Fisher partiva dalla sua esperienza per ragionare di come il capitalismo neoliberista avesse attaccato proprio questo tipo di funzione dell’università, rendendole dei luoghi di competizione e conformismo. Per questo la buona battaglia per gli intellettuali o per chi riconosce le ingiustizie e le storture dell’industria culturale è di lottare per la scuola pubblica e l’università pubblica libera e di qualità prima di tutto. È lì che si impara a essere una comunità di lettori, e anche di artisti. E a pensare che questo porti anche a un miglioramento della vita democratica. L'articolo La polemica si risolve con la politica proviene da Il Tascabile.
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Scriviamo libri per fermare nero su bianco le nostre ricerche. Elenchiamo qui tutte le nostre operazioni editoriali, una bibliografia minima per chi voglia addentrarsi nel mondo delle tecnologie conviviali e della pedagogia hacker. INDICE * Internet, Mon Amour * Edizione in italiano * Edizione in inglese * Formare a distanza? * L'intelligenza Inesistente * Tecnologie Conviviali * Edizione in italiano * Edizione in castigliano * Que faire de l'intelligence artificielle? * Pedagogia Hacker * Prompt di Fine Mondo INTERNET, MON AMOUR Il futuro è stato ieri, quando eravamo inseparabili da computer e smartphone, nel bene e nel male. Anche quando avremmo preferito farne a meno, perché sapevamo che potevano rivelarsi i nostri peggiori nemici. Gli scandali sulla sorveglianza globale di Internet erano solo la punta di un iceberg, le manipolazioni di massa erano solo l’inizio: eravamo tutti vulnerabili! Curiosità fuori luogo, truffe, furti d’identità e di dati, pornovendette, odiatori… Questo libro parte sempre da situazioni reali, racconta e spiega quali erano i comportamenti a rischio, come si potevano evitare le trappole. Propone trucchi facili da mettere in atto. Attraverso storie di vita comune impariamo a prestare attenzione ai dettagli, ai sottintesi, a ciò che «sta dietro» l’apparenza degli schermi. Per sottrarci alla nostra condizione di ingranaggi delle Megamacchine diventiamo curiose esploratrici, ampliamo il bagaglio del pensiero critico con storie del futuro che è stato ieri. EDIZIONE IN ITALIANO Agnese Trocchi, Internet, Mon Amour, Ledizioni, 2019 Formato: brossura con alette 270 pagine Lingua: italiano Prezzo: 19,00 Per acquistarlo potete rivolgervi in libreria, comprarlo online sul sito dell'editore o scriverci a ima (at) circex.org Il libro è interamente disponibile online all'indirizzo https://ima.circex.org EDIZIONE IN INGLESE Agnese Trocchi, Internet, Mon Amour, Ledizioni, 2020 Formato: brossura con alette Lingua: inglese 180 pagine Prezzo: 17,00 euro Per saperne di più visitate la pagina. Per acquistarlo potete scriverci a ima (at) circex.org Il libro è interamente disponibile online all'indirizzo https://ima.circex.org/en FORMARE A DISTANZA? Cosa vuol dire formare a distanza? È possibile? Come? Questo libro è stato realizzato come instant book durante la pandemia di Covid-19 del 2020 e raccoglie una serie di contributi che raccontano, tra entusiasmi e frustrazioni, storie, hack e riflessioni sulle relazioni formative "da lontano" e sugli apprendimenti attraverso gli strumenti digitali. Se il metodo è il contenuto, come è possibile mantenere il diritto alla libertà di insegnamento quando vengono imposte tecnologie oppressive? CIRCE, Formare a distanza? Ledizioni, 2020 Brossura, 212 p. Prezzo; 12 euro Si può acquistare sul sito dell'editore o scrivendo a info (at) circex.org I contributi presenti nel libro sono tutti raccolti sul nostro sito e si posso leggere a questo indirizzo. L'INTELLIGENZA INESISTENTE un approccio conviviale all'intelligenza artificiale Intelligenza artificiale (Ai) è un termine che raggruppa tecnologie molto diverse tra loro, con una lunga storia. I tifosi dell’Ai sostengono che questa tecnologia abbia il potenziale di risolvere alcuni dei problemi più urgenti del mondo, come il cambiamento climatico, la povertà e le malattie. I critici, invece, sostengono che questa tecnologia sia pericolosa e ingannevole. Ma perché tutti parlano di Ai? Perché è un’eccezionale operazione di marketing: una delle meglio organizzate degli ultimi anni. Su questa le imprese della Silicon Valley si stanno giocando il tutto per tutto, per invertire il trend negativo fatto di tagli al personale e cambi drastici dei loro programmi di sviluppo. Per comprendere quali siano le aspettative di queste aziende – e quali dovrebbero essere le nostre – in questo libro si ricostruiscono le tappe, le intuizioni e i paradossi che hanno attraversato la comunità scientifica, provando a tracciare una linea che collega Alan Turing, primo sostenitore dell’Ai forte, con i creatori di ChatGPT, il software in grado di sostenere un dialogo credibile con un essere umano. Che cosa verrà da qui in avanti non lo sappiamo, e per scoprirlo non ci aiuterà una tecnologia che basa le sue previsioni sull’ipotesi che il futuro sarà una replica di quanto accaduto nel passato. Comprendere questo fenomeno, però, può aiutarci a costruire tecnologie alternative, che promuovano la convivialità e la partecipazione diffusa, a scuola come nella società. Stefano Borroni Barale, L'intelligenza Inesistente, Un approccio conviviale all'intelligenza artificiale, Altraeconomia, 2023 Lingua: italiano Brossura 160 pagine Prezzo: cartaceo 14 euro, e-pub 7,99 euro Per acquistare il libro visitare il sito dell'editore. Qui è disponibile un'anteprima. TECNOLOGIE CONVIVIALI Le macchine digitali con cui conviviamo dicono molto del modo in cui trattiamo noi stessi e il mondo, mettendoci di fronte alle nostre contraddizioni. Questa esplorazione – né tecnofila né tecnofoba – delle relazioni che intratteniamo con le tecnologie propone scenari inediti in cui possiamo non solo immaginare ma anche costruire concretamente relazioni diverse, prive delle gigantesche asimmetrie di potere che connotano oggi il rapporto tra umani e macchine. In questo radicale ripensamento del nostro rapporto con la tecnologia, che non a caso riecheggia le tesi di Ivan Illich, adeguandole però al mondo digitale, Milani ci invita a instaurare una diversa relazione con quegli «esseri tecnici» – elettrodomestici, computer, robot industriali… – che ormai vivono con noi, rendendoci apparentemente sempre più potenti (e di fatto sempre più subordinati). E lo fa puntando l'attenzione su quelle gerarchie oppressive, tipiche delle nostre società, che si replicano anche nelle relazioni fra umani e macchine, producendo una tecnoburocrazia che intende comandare e governare le macchine proprio come comanda e governa gli umani. Eppure, ci dice Milani, un'altra evoluzione è ancora possibile. Se infatti l'attuale sistema tecnoburocratico poggia su scelte quotidiane di delega, sottomissione e conformismo, l'attitudine hacker rappresenta lo sguardo curioso di chi è alla ricerca di un uso conviviale delle macchine. Un approccio capace di riconfigurare la nostra visione tecnosociale, affrancandola dal rapporto comando/obbedienza proprio dell'immaginario gerarchico. EDIZIONE IN ITALIANO Carlo Milani, Tecnologie Conviviali, Elèuthera, 2022 Lingua: italiano Formato: brossura con alette, 248 p. Introduzione di Davide Fant Prezzo: cartaceo 17,00 ebook: 6,99 euro Per acquistarlo visitare il sito dell'editore. Libro completo disponibile online qui EDIZIONE IN CASTIGLIANO Il libro è disponibile nella traduzione in castigliano edito da Agapea nel 2024 con il titolo La actitud hacker. Per saperne di più visitare il sito dell'editore. Carlo Milani, La actitud hacker, Agapea, 2024 Lingua: castigliano Introduzione di Tomás Ibáñez 240p. Dimensione: 21,0 x 15,0 cm Prezzo: 18.90 euro La actitud hacker si può acquistare sul sito dell'editore. QUE FAIRE DE L'INTELLIGENCE ARTIFICIELLE? Petite histoire critique de la raison artificielle L’intelligence artificielle a actuellement le vent en poupe. Elle suscite les enthousiasmes les plus fous et les craintes les plus sombres. Elle ravive au passage de vieilles histoires de machines esclaves ou d’entités surhumaines se dressant contre leur créateur. La question « Que faire de l’intelligence artificielle ? » s’est donc installée sans qu’on ait bien eu le temps de saisir ce dont il s’agissait. Malgré les effets d’annonce, le projet de l’IA ne date pourtant pas d’hier. Cet ouvrage revient sur son émergence et sur ses évolutions jusqu’à nos jours. Il se penche encore sur ses principales approches et certaines des réalisations qu’elles ont engendrées. Pour défaire cet imbroglio, il refuse de s’en tenir au seul discours technique et entend faire dialoguer ses concepts-clés (algorithme, réseaux de neurones, systèmes experts, modèles de fondation…) avec la philosophie. Vivien Garcìa, Que faire de l'intelligence artificielle? Rivages, 2024 Lingua: francese 120 pagine Prezzo: cartaceo 17,00 euro, e-book 12,99 euro Il libro si può acquistare sul sito dell'editore. PEDAGOGIA HACKER Questo non è l’ennesimo manuale per «usare bene» le tecnologie digitali, ma un concentrato di attività e attivazioni alla portata di tutte le persone che desiderano migliorare le proprie relazioni con i dispositivi tecnologici nella vita di tutti i giorni. «Conosci te stesso» significa anche: conosci le macchine attorno a te, e i demoni che le abitano. I dispositivi digitali oggi più diffusi limitano i nostri spazi di autonomia, ci sottraggono tempo ed energie, riducono le persone a profili mercificati. In un contesto del genere è sempre più urgente sviluppare strumenti educativi e autoeducativi capaci di aprire nuovi spazi di consapevolezza e libertà. Per ridurre l’alienazione tecnica, la pedagogia hacker ci propone di indagare le nostre relazioni con le tecnologie, guardando dietro lo schermo per riconoscere le dinamiche oppressive e sperimentare pratiche di immaginazione liberatoria. È un approccio critico e creativo che procede per attivazioni grazie alle quali gli schermi incontrano i corpi, la tecnologia è interrogata anche attraverso l’arte, il teatro, la poesia, e il gioco torna a essere spazio di emancipazione. Questa esplorazione invita a costruire relazioni appropriate con il digitale, rivolgendosi in particolare a chi educa e insegna, a chi si cura della psiche, a chi fa arte, a chi lavora con la tecnica, ma anche a chiunque sia alla ricerca di pratiche concrete per decolonizzarsi e abitare la tecnologia con un’attitudine conviviale. Davide Fant, Carlo Milani, Pedagogia Hacker, Elèuthera, 2024 Brossura con alette 200 pagine Prezzo cartaceo: 17,10 euro, E-book 8,99 euro PROMPT DI FINE MONDO Come andarono veramente le cose nell’attentato multiplo del 2 marzo 2027 che vide la distruzione dei principali data center statunitensi? Una gestazione di sei anni, un romanzo di fantascienza ucronica, un viaggio attraverso le capitali d’Europa e del Sud America, vite che si intersecano ad alta quota, un archivio digitale in cui distinguere racconti artefatti da memorie vissute… fino a vedere oltre tutti gli strati. Leggi la sinossi completa. Agnese Trocchi, Prompt di Fine Mondo, 2025 Lingua: italiano Brossura 284 pagine Prezzo: 10 euro Per ottenere il libro scrivere a pfm (at) circex.org
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Prompt di Fine Mondo - Romanzo
Disponibile da maggio 2025 il nuovo romanzo di Agnese Trocchi: Prompt di Fine Mondo. Come andarono veramente le cose nell’attentato multiplo del 2 marzo 2027 che vide la distruzione dei principali data center statunitensi? INDICE * Sinossi * Per ottenere il libro Una gestazione di sei anni, un romanzo di fantascienza ucronica, un viaggio attraverso le capitali d’Europa e del Sud America, vite che si intersecano ad alta quota, un archivio digitale in cui distinguere racconti artefatti da memorie vissute… fino a vedere oltre tutti gli strati. Cosa successe veramente nell’attentato multiplo del 2 marzo 2027 che vide la distruzione dei principali data center statunitensi? Per scoprirlo leggete Prompt di Fine Mondo, ma fate attenzione perché è un romanzo ricorsivo e potrebbe trascinarvi nella sua spirale mitopoietica. SINOSSI Siamo nel 2046, Stefan, Ela e Giò sono tre validatori delle fonti che indagano sulla ricostruzione del 2M, l’attacco terroristico del 2 marzo 2027 che vide la distruzione dei principali data center statunitensi provocando un’immediata reazione repressiva attuata tramite la militarizzazione di ogni relazione sociale. Coprifuoco relazionale, macchine lampeggianti, vecchie stampanti anteguerra, sono gli strumenti nel laboratorio dei validatori che, a un anno dal ventennale del 2M, mentre ricostruiscono la storia, ricevono un archivio digitale da un certo Arial Antropos... Nell’archivio ci sono le tracce digitali di Alice Faland e Andrea Wronskij, considerati gli esecutori dell'attacco di matrice terroristica. Ripercorriamo con loro i giorni precedenti all'attentato e veniamo a conoscenza delle operazioni dell’AgEnZIA, una misteriosa organizzazione indipendente che, attraverso un approccio conviviale all’identità, addestra agenti in grado di scoppiare le bolle di filtraggio della DeepTV, dispositivo di intrattenimento di massa prodotto dai Bro del Presidente e sempre più diffuso. Alice Faland, social media manager pentita, nel 2027 è membro attivo dell’AgEnZIA. Opera in coppia con Andrea Wronskij, con il quale intrattiene un fitto scambio epistolare elettronico. All’alba della partenza di Andrea per il Sud America sulle tracce del mitico Buchannon, Alice decide di ripercorrere le sue tracce mnemoniche digitali per ricostruire quell’identità che nel corso dell’addestramento con l’AgEnZIA era stata decomposta e ricombinata. Eccellente agente dell’AgEnZIA, Andrea Wronskij ha un grave bug di sistema, manifestatosi la prima volta durante gli addestramenti. Il bug lo costringe a resettarsi nei momenti meno opportuni. Assegnato ad Alice Faland, per garantirne il funzionamento, Andrea sviluppa con lei una relazione amorosa. Nato nel Novecento, è convinto che sia necessario costruire una Grande Narrazione, un capolavoro letterario, così parte alla ricerca del mitico Ambritch Buchannon, misterioso fondatore dell’AgEnZIA, per raccontarne la storia. Quando Andrea inaspettatamente interrompe le sue comunicazioni dal Sud America, Alice contatta Allie Lamark, spia dei broligarchi, che li pedina da anni e che ha un debole per Andrea. Allie accetterà di aiutare Alice nella ricerca di Andrea proprio per questa sua cotta, ma la relazione di co-dipendenza che ha con il proprio Daddy non convince Alice che la sospetta di doppio gioco. Per questa ragione Alice durante il viaggio aggiorna continuamente l’archivio digitale dell’AgEnZIA curato da Arial Antropos. Arial, procuratore e formatore dell’AgEnZIA, è vittima di una grave sindrome degenerativa che lo ha reso ipovedente e vive rifugiato in casa sempre connesso alla DeepTV. Mentre Alice gli rimprovera l’isolamento a cui si è ridotto, Arial progetta di realizzare il prompt definitivo per la DeepTV. Prompt di Fine Mondo è un’ucronia speculativa che ci trascina in un 2027 dove sembra ancora possibile scoppiare le bolle di filtraggio create dai Techo Bro allo scopo succhiarci via la risorsa più preziosa di sempre: il tempo. Un 2027 dove sparuti gruppi di Zombiesquatter, creature auto-organizzate, frutto delle pandemie che si sono abbattute sull’umanità, resistono alla profilazione dei Resort Fine Vita dove li vorrebbero rinchiusi i Bro del Presidente. Riuscirà Alice Faland, con l’aiuto di Allie Lamark, a ritrovare Andrea Wronskij disperso in Sud America? Riuscirà Andrea a scrivere la storia del misterioso fondatore dell’AgEnZIA, Ambritch Buchannon, sulle cui tracce è in viaggio? E Arial progetterà il prompt definitivo? Lo scopriremo addentrandoci in un mondo di reti generative, durissimi addestramenti digitali, resistenza alla filter bubble, DeepTV, zombiesquatter e anarco-pasticcoidi. Vite che si intersecano in alta quota, un archivio digitale in cui distinguere tra racconti artefatti, memorie vissute e storie da raccontare… fino a vedere oltre tutti gli strati. PER OTTENERE IL LIBRO Se vuoi una copia di Prompt di Fine Mondo (184 pagine, brossura), scrivi a ima@circex.org oppure vieni ad Hackmeeting 0X1C.
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Prompt di Fine Mondo - Romanzo
Disponibile da maggio 2025 il nuovo romanzo di Agnese Trocchi: Prompt di Fine Mondo. Come andarono veramente le cose nell’attentato multiplo del 2 marzo 2027 che vide la distruzione dei principali data center statunitensi? INDICE * Sinossi * Per ottenere il libro Una gestazione di sei anni, un romanzo di fantascienza ucronica, un viaggio attraverso le capitali d’Europa e del Sud America, vite che si intersecano ad alta quota, un archivio digitale in cui distinguere racconti artefatti da memorie vissute… fino a vedere oltre tutti gli strati. Cosa successe veramente nell’attentato multiplo del 2 marzo 2027 che vide la distruzione dei principali data center statunitensi? Scopritelo leggendo Prompt di Fine Mondo, ma fate attenzione perché è un romanzo ricorsivo! Una spirale mitopoietica! SINOSSI Siamo nel 2046, Stefan, Ela e Giò sono tre validatori delle fonti che indagano sulla ricostruzione del 2M, l’attacco terroristico del 2 marzo 2027 che vide la distruzione dei principali data center statunitensi provocando un’immediata reazione repressiva attuata tramite la militarizzazione di ogni relazione sociale. Coprifuoco relazionale, macchine lampeggianti, vecchie stampanti anteguerra, sono gli strumenti nel laboratorio dei validatori che, a un anno dal ventennale del 2M, mentre ricostruiscono la storia, ricevono un archivio digitale da un certo Arial Antropos... Nell’archivio ci sono le tracce digitali di Alice Faland e Andrea Wronskij, considerati gli esecutori dell'attacco di matrice terroristica. Ripercorriamo con loro i giorni precedenti all'attentato e veniamo a conoscenza delle operazioni dell’AgEnZIA, una misteriosa organizzazione indipendente che, attraverso un approccio conviviale all’identità, addestra agenti in grado di scoppiare le bolle di filtraggio della DeepTV, dispositivo di intrattenimento di massa prodotto dai Bro del Presidente e sempre più diffuso. Prompt di Fine Mondo è un’ucronia speculativa che ci trascina in un 2027 dove sembra ancora possibile scoppiare le bolle di filtraggio create dai Techno Bro allo scopo succhiarci via la risorsa più preziosa di sempre: il tempo. Un 2027 dove sparuti gruppi di Zombiesquatter, creature auto-organizzate, frutto delle pandemie che si sono abbattute sull’umanità, resistono alla profilazione dei Resort Fine Vita dove li vorrebbero rinchiusi i Bro del Presidente. Riuscirà Alice Faland, con l’aiuto di Allie Lamark, a ritrovare Andrea Wronskij disperso in Sud America? Riuscirà Andrea a scrivere la storia del misterioso fondatore dell’AgEnZIA, Ambritch Buchannon, sulle cui tracce è in viaggio? E Arial progetterà il prompt definitivo? Lo scopriremo addentrandoci in un mondo di reti generative, durissimi addestramenti digitali, resistenza alla filter bubble, DeepTV, zombiesquatter e anarco-pasticcoidi. Vite che si intersecano in alta quota, un archivio digitale in cui distinguere tra racconti artefatti, memorie vissute e storie da raccontare… fino a vedere oltre tutti gli strati. PER OTTENERE IL LIBRO Se vuoi una copia di Prompt di Fine Mondo (184 pagine, brossura), scrivi a info@circex.org oppure vieni ad Hackmeeting 0X1C.
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La traduttrice segreta di Vittorini
F ra le tante carte venute alla luce dopo la morte di Lucia Rodocanachi, il 22 maggio 1978, un corposo gruppo di lettere conservate per decenni lasciava emergere la trama di una vicenda editoriale tanto interessante quanto desolante e, per alcuni, scandalosa. Eppure, non si sbaglierebbe affermando che la sua storia, pur a distanza di oltre quarant’anni, continui a rimanere perlopiù sconosciuta, benché Rodocanachi sia stata la ghost translator di importanti nomi del mondo letterario italiano fra gli anni Trenta e Quaranta, compresi Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda ed Elio Vittorini. Il suo nome non comparve quasi mai sui libri a cui lavorò; al suo posto, c’è la firma – sempre maschile – di chi con mirabolanti salamelecchi le commissionava quei lavori. “Si diverte tanto a tradurre?”, le scrisse una volta Vittorini con notevole mancanza di perspicacia, viene da pensare, o, peggio, con totale malafede. Santa patrona di tutti coloro che svolgono lavori culturali senza riconoscimento, Lucia Rodocanachi (il cui cognome da nubile era Morpurgo) nacque a Trieste nel 1901. Per il lavoro del padre, commerciante di caffè, la famiglia si trasferì a Genova quando la ragazza era adolescente. A confronto della città d’origine, la Liguria di quegli anni non le offriva che ragioni per sentirsi irredimibilmente nostalgica (“Lucia che xe sempre triestina”, si firmava scrivendo a una compagna degli anni giuliani). Si formò quindi all’Accademia di Belle Arti a Genova, partecipando anche in un paio di occasioni alla Mostra internazionale di Arti decorative di Monza. Frattanto, stringeva amicizia con pittori e poeti. In un ritratto fattole da Oscar Saccorotti sul finire degli anni Venti è seduta davanti a una finestra; alle sue spalle, oltre i vetri, un giardino spoglio, invernale. Una mano regge la testa come in un emblema della malinconia, l’altra è nascosta nel grembo. L’espressione della bocca tradisce disappunto, gli occhi invece curiosità. Dopo il matrimonio con Paolo Stamaty Rodocanachi, pittore di origini greche la cui famiglia da secoli svolgeva incarichi consolari nella città ligure, si trasferì con lui ad Arenzano. Una decisione da lei non voluta, almeno così pare, e sofferta anche ad anni di distanza: l’isolamento della vita in villa (“grondo solitudine”, scriveva) non si era addolcito con il tempo. Dopotutto, doveva trattarsi di una soluzione temporanea per consentire al marito di dipingere all’aria aperta e aveva invece finito per assumere i tratti di un destino. Se c’era stato mai il sogno di coltivare la vocazione artistica o letteraria, qui s’infranse: difficile scrivere romanzi se c’è qualcuno di cui prendersi cura totalmente – se si è, come lei stessa scrive, “alle prese con la dura realtà delle pentole e delle scope”. Per distrarsi, non le rimaneva che organizzare ricevimenti comme il faut e leggere, talvolta le due cose insieme (“lavavo i piatti leggendo James”, così lei). E ai ricevimenti e alla lettura dedicò infatti tutta sé stessa. Ma Lucia Rodocanachi non è una Cenerentola né un personaggio di Buñuel, né tampoco una signora Bovary: la “Sévigné del nostro secolo”, la definì con più precisione Montale. Attorno a Villa Desinge, dove viveva con il marito, negli anni Trenta si formò un cenacolo artistico e letterario di cui lei era il centro di gravità, attorno al quale “i poeti si radunavano” (così disse Orsola Nemi). “Ci era apparsa all’ingresso delle Giubbe Rosse come una dea”, raccontò Sebastiano Timpanaro nel settembre del 1935. Ma erano anni infausti per un gruppo che coltivava con pari dedizione la xenofilia delle letture e il dialetto, entrambi apertamente osteggiati dal fascismo. Facile, in quelle circostanze, sentirsi “cittadini stranieri in un paese dittatoriale”, come anni dopo scrisse Lucia Rodocanachi ripensando a quel decennio. La vita in villa, nonostante i tanti ospiti, era venata di malinconia, si respirava un’“atmosfera di villeggiatura gozzaniana”, di Weltschmerz, con le ombre che si facevano più lunghe di giorno in giorno. Vuoi per le origini nel continente in miniatura che era la Trieste di inizio Novecento, vuoi per il fatto che la tebaide di Villa Desinge sembrava accorciare le distanze con il vasto mondo da cui provenivano le sue letture, era inevitabile che la cosmopolita repubblica delle lettere diventasse nella sua vita interiore una pratica e non soltanto un ideale. Rodocanachi conosceva l’inglese, il francese, il tedesco, lo spagnolo. Per i poeti e gli scrittori che la frequentavano, il suo aiuto era prezioso. Da un certo momento in poi anche troppo. > La firma sul prodotto finale non era mai la sua. A loro la poesia, il genio, > lo scarto dalla norma; a lei spettavano semmai un compenso economico – spesso > in ritardo e fra grandi incertezze e imbarazzi –, riconoscenza, riverenze e > promesse varie. Fu Montale a presentarla a Vittorini nel 1933. Quest’ultimo aveva tradotto solo una metà del St. Mawr di D.H. Lawrence, peraltro detestandolo, e sapeva che non avrebbe mai consegnato in tempo il lavoro finito all’editore. Gli serviva un aiutante, un garzone di bottega: a mali estremi. Iniziò così una collaborazione o meglio un sistema di subappalti, come l’avrebbe correttamente etichettato l’ingegner Gadda: a lei veniva commissionata la traduzione letterale del testo di partenza, della quale poi i suoi “negrieri”, come Rodocanachi li chiamava non si sa con quanta ironia (di contro, per loro lei era la “négresse inconnue”), avrebbero curato la resa stilistica, o così almeno assicuravano, contando sulla sua discrezione; in ogni caso, la firma sul prodotto finale non era mai la sua. A loro la poesia, il genio, lo scarto dalla norma; a lei spettavano semmai un compenso economico – spesso in ritardo e fra grandi incertezze e imbarazzi –, riconoscenza, riverenze e promesse varie. Dopo il secondo lavoro congiunto, Vittorini si sentì costretto a correre ai ripari: “non sono stato capace di avvertire, come desideravo, che c’era lei in collaborazione. Ma per il terzo ci penserò. Lo metterò in prima pagina che siamo in due ad aver tradotto”. Non andò così, non quella volta almeno, e Vittorini poté in questa maniera apporre la propria firma su quasi trenta traduzioni di narrativa fra il 1933 e la fine degli anni Quaranta, raramente tutte farina del suo sacco. Con encomiabile concisione, ancora nel 1942 Montale spiegava in questo modo il loro protocollo a proposito di un romanzo: “Si potrebbe tradurlo insieme […]. Si potrebbe fare così: tradurlo per conto nostro, senza parlarne a nessuno, e a cose fatte vendere il ms a Einaudi o a qualche altro, s’intende col mio nome”. Più eloquenti le lettere speditele da Gadda (raccolte da Giuseppe Marcenaro in Lettere a una gentile signora, 1983), in cui l’ingegnere confessa all’amica angosce, rovinosi sensi di colpa e tutto il bestiario delle ipocondrie, oltre a offrire a noi oggi il romanzo tragicomico delle loro collaborazioni. Nel 1938, Gadda si domanda per via epistolare come frazionare il compenso per una traduzione papabile: “Se fosse un libro non letterario e se lei potesse farmi la traduzione quasi definitiva e io avessi davvero poco lavoro, potrei lasciare a lei il maggior utile: e contentarmi di un quasi parassitario prelievo, dovuto alla mia qualità di grand’uomo (semi-fesso). Del resto, scrive meglio Lei di me”. Quindi, chiarita la natura del libro, un testo di chimica industriale di taglio divulgativo: > potrei contare sulla sua collaborazione piena per la traduzione? Si tratta di > chimica facilissima spiegata alle balie (scusi, era per dire che è facile) > […]: l’importante per me è che, se accetto di tradurlo, ho assolutamente > bisogno dell’opera Sua, essendo già molto impegnato […]. Credo che dovrò > “rivedere” (per modo di dire) il suo testo, sia per fare onore alla firma, sia > per quel po’ di magra scienza che vi fosse. Ma penso che se Lei mi prepara già > una traduzione spigliata, la mia revisione si ridurrà a una semplice lettura. > La divisione del magro bottino si avvantaggerà a suo favore: e sarò > onestissimo nella valutazione della reciproca fatica: se la mia fosse nulla o > quasi, mi considererò un volgare sub-appaltatore anche nel premio. Occorre > però che del sub-appalto, nel quale non vedo niente di male di fronte alla > legge divina, sia rigorosamente taciuto: anche per ragioni di mondana, > editoriale opportunità. Nessuno di loro fu parco di ossequi e lodi, sempre sperticate (“meglio della Mansfield”, disse di lei sempre Montale), come lo fu di denaro. Pare che una volta Vittorini, il quale aveva una famiglia a carico e non navigava in buone acque, avesse falsificato una firma per intascarsi l’assegno destinatole. Il nome di Lucia Rodocanachi comparve su un frontespizio per la prima volta nel 1943. Dopo quella data, anche lei riuscì a ritagliarsi qualche soddisfazione. Vittorini, ora in una posizione più sicura, non dimenticò di aiutarla. Ma questi, appunto, sono fatti resi noti da decenni. Ciò che invece è mancato finora è la voce della diretta interessata, costretta, anche nel tentativo di riscoperta e riabilitazione della sua figura dimenticata, a comparire in qualità di muta vittima – di un sistema, di un’epoca, di una cultura o degli uomini, a seconda delle antipatie di ciascuno. Sono state pubblicate, nel corso degli anni, le lettere speditele da Vittorini, da Montale, da Gadda. Ma sono sempre state lettere a Lucia, non di Lucia. È ben diverso. Di fatto, ha significato mettere l’accento su di loro, mai su di lei. E la spiegazione è semplice e sconsolante: lei, “inguaribilmente fedele agli amici” come di sé scrisse, conservò per tutta la vita le lettere ricevute dai corrispondenti, i quali, di contro, quasi mai tennero le sue. Anche qui “ragioni di mondana, editoriale opportunità”? > Ciò che è mancato finora è la voce della diretta interessata, costretta, anche > nel tentativo di riscoperta e riabilitazione della sua figura dimenticata, a > comparire in qualità di muta vittima. Uno dei pochi a fare eccezione, ossia ad aver conservato la corrispondenza in entrata speditagli da Lucia Rodocanachi, è stato un uomo ancor meno conosciuto di lei, Guglielmo Bianchi. Al loro scambio è dedicato il volume Carissimo Billy, dear Lucky, a cura di Benedetta Vassallo e Alessandra Barbero (2024). Come spiega Virna Brigatti nell’introduzione, l’obiettivo esplicito è quello, per una volta, di dar voce a Lucia Rodocanachi, rimediare a un vuoto durato molto a lungo e mettere in risalto non il suo lavoro fatto per conto altrui, ma ciò che invece lei stessa ha scritto, ossia soltanto lettere, che costituiscono, nelle parole delle curatrici, la sua “opera assoluta”. La scoperta che se ne fa ha dello stupefacente. E certo c’è una tremenda ironia nel fatto che per rendersi conto di quale mancata scrittrice sia stata Lucia Rodocanachi sia necessario ripercorrere l’epistolario da lei tenuto con un altro scrittore fallito, il più improbabile. I loro profili, a ben vedere, sono tanto diversi quanto intimamente legati dalle maglie inestricabili delle affinità elettive. Bianchi, “ospite inospitabile” come si presentava, incarna il perfetto dilettante dalle tendenze dandistiche: un po’ scrittore, un po’ poeta, un po’ pittore, in grossa parte svogliato e inconcludente. Ricco di famiglia, propugnatore di un sistema filosofico che pare una sintesi sorniona di stoicismo, taoismo e dolce far niente, poté permettersi sia di sprecare i suoi talenti, sia di farsi carico economico di riviste letterarie, come quando, con i soldi del padre, cercò di dare continuità a Circoli, un periodico genovese il cui comitato di redazione comprendeva Angelo Barile, Giacomo Debenedetti, Montale, Camillo Sbarbaro e Sergio Solmi, oltre allo stesso Bianchi. Nel 1932 ne divenne condirettore; tre anni dopo aveva abbandonato la nave. Intanto, si dava alla scrittura e alla pittura senza pressioni professionali, obblighi produttivi e imperativi di vendita. Era talmente libero, in questo senso, che poteva dare del venduto a Montale, cosa che fece. Ma la libertà ha un prezzo da pagare, notoriamente salatissimo anche per un ereditiero scioperato, e a maggior ragione se ossessionato dall’idea di meritarsi la gloria letteraria. Ma per scrivere serve disciplina, troppo alto è il rischio del rifiuto o di rimanere delusi da sé stessi e dal mondo. Come se non bastasse, intraprendere alcunché sembra sempre innaturale e inelegante a coloro in cui lo spirito è qualcosa. > C’è una tremenda ironia nel fatto che per rendersi conto di quale mancata > scrittrice sia stata Lucia Rodocanachi sia necessario ripercorrere > l’epistolario da lei tenuto con un altro scrittore fallito, il più > improbabile, Guglielmo Bianchi. Bianchi pubblicò in effetti qualche raccolta di poesia e un libro di prose, Eleganze, uscito nel 1928. Le testimonianze ci restituiscono l’immagine di un uomo eclettico ed eccentrico, un giramondo, un frequentatore di caffè, un cultore del buen vivir dall’aneddoto sempre pronto, dall’aforisma arguto e paradossale, ma anche – noblesse oblige – inconseguente e vanesio. Al cuore della dottrina cui aderiva, l’ozio era una necessità. Come Oscar Wilde aveva scritto di Thomas Griffiths Wainewright, “cercava di essere qualcosa piuttosto che di fare qualcosa. Sapeva che la vita stessa era un’arte e, non diversamente dall’arte, aveva uno stile”. Lasciare le briciole del proprio talento all’arte e riservare il genio per la vita, sempre parafrasando Wilde. Al contrario, fare qualcosa di sé stessi, adeguarsi alla classificazione standardizzante, al mantra dell’utile, della produttività a tutti i costi, del lavoro che nobilita l’uomo, investire su di sé come in un gruzzolo di azioni per poi venire riconosciuti per qualcosa che si è fatto con la fama o anche solo un mensile assicurato – tutto ciò, dalla prospettiva del dandy, è delle siberie la peggiore. Ma Bianchi non era il solo a credere nel proprio talento. Rodocanachi, la sua “dinamo”, lo incoraggiava a scrivere, a creare, e non perdeva occasione per ribadire il suo invito ad andare a trovare lei e il marito in villa, augurandosi di poter godere della sua squisita compagnia. D’altro canto, la solitudine per lei era lancinante e solo qualche volta veniva Roberto Bazlen a farle da consolatore o da analista: “vivo ormai di auguri e dell’affetto degli amici”, scrive lei a Bianchi, “tutti gli altri cibi più sostanziosi mi sono stati tolti”, e ancora: “a me i corvi invece di pane come al Santo nel deserto portano lettere”. Talvolta, per celia, Bianchi le rimproverava una certa frivolezza, che Rodocanachi indossava come il distintivo della padrona di casa. “Mio caro”, gli risponde lei, > è solo con le coeur triste et l’esprit gai che potremo sollevarci dalla > nevrastenia e da tutto per essere pronti a sopravvivere non solo allo stato di > relitti. Dopo una notte d’insonnia si vanno a cogliere i fiori per adornare la > casa, si studia il menu, si fa la spesa, si prepara il pranzo. Non credere che > la mia vita sia molle di ozii borghesi, lavoro nel vero senso della parola, ho > appena una piccola selvaggia che mi aiuta nel lavoro di casa accresciuto e > complicato dalle circostanze […]. Leggi Barbey d’Aurevilly e vi vedrai meglio > di quanto io non possa farlo la lode della frivolezza e del dandysmo > interpretato quale eroismo e massima di vita. E in una vita “che non riesce a diventare eroica”, come lei gli scrive in un’altra occasione, “una lettera al momento giusto è spesso una cosa essenziale che mi persuade della realtà della mia esistenza. Non puoi credere quante volte io dubiti della mia propria realtà […]. Il fatto di esistere per un altro è una specie di conferma […]. Qui sono estremamente sola”. Altro che Madame de Sévigné: il personaggio in cui si riconosceva era la Marta del Vangelo “presa dai molti servizi”, che si affanna per troppe cose inutili mentre il Signore è suo ospite e “una sola è la cosa di cui c’è bisogno”, come si legge in Luca. Ma quanto è difficile riconciliarsi con il fatto che a qualcun altro è andata “la parte migliore”. Intanto, scrive Rodocanachi, nel “corpo a corpo spietato con la materia” l’anima va seccandosi e “un mare di mediocrità” sembra sommergerla. Si capisce come, in condizioni del genere, anche le corvées di cui sopra sembrino un compromesso accettabile pur di mantenere vivo lo scambio. Nulla, infatti, pare ferirla di più dei silenzi degli amici, del ritardo delle loro risposte. Il resto è il male necessario, corollario dei rapporti umani. Due sensibilità rare, le loro, passate senza lasciar traccia o quasi. Da un lato, uno che evita il riconoscimento e tuttavia lo brama; dall’altro, una che al riconoscimento rinuncia, e in ogni caso non potrebbe ottenerlo. Lui, che i compromessi li aveva sempre fuggiti o rifiutati, e lei, che non aveva fatto altro che accettarne. In questo senso, sono più simili di quanto si immagini. Spiegando come lo stesso tipo di lavoro potesse essere produttivo o improduttivo, Marx faceva l’esempio dello scrittore: chi sforna opere letterarie a ritmi e con modalità industriali per stare al passo con i dettami del mercato e le necessità dell’editore è un lavoratore produttivo a tutti gli effetti, mentre John Milton, che vendette il manoscritto del Paradise Lost per cinque sterline, è chiaramente improduttivo. Milton, così Marx, scrisse il suo capolavoro “per la stessa ragione per la quale il baco da seta produce la seta. L’attività era parte della sua natura”. Chi gliel’ha fatto fare? chiede il volgo profano. La risposta si trova forse in Kafka, quando scriveva a Felice di sentirsi un essere “incatenato con invisibili catene a una letteratura invisibile”, il quale “grida se qualcuno si avvicina, perché pensa che tocchi quella catena”. > Due sensibilità rare, passate senza lasciar traccia o quasi. Da un lato, uno > che evita il riconoscimento e tuttavia lo brama; dall’altro, una che al > riconoscimento rinuncia, e in ogni caso non potrebbe ottenerlo. Se Bianchi, nei primi tempi almeno, voleva che Rodocanachi, con i suoi contatti, lo aiutasse a far conoscere i propri scritti, lei, che più di chiunque altro lo spronava a tirar fuori il capolavoro dai suoi vagabondaggi, in cambio chiedeva all’amico lotofago qualcosa di più raro, “un rimedio nuovo” per “liberarmi […] di me stessa”. Anche questo avevano in comune: l’attrazione irresistibile per la vertigine di scomparire, uno nella pampa, l’altra fra le amarene, gli ulivi e le peonie del suo giardino di provincia, che in fondo è la stessa cosa, ma senza gauchos e soprattutto senza l’aggravante dell’esotismo. Lei di lui ammirava la leggerezza della fuga perpetua, che dal canto suo era costretta a sublimare nella lettura. Così gli scrisse nell’agosto del 1937, quando la bella stagione non faceva che peggiorare la prostrante condizione di solitudine in cui versava: “come l’ostrica allo scoglio, la invidio proprio per esser scomparso senza lasciar traccia nel grande oceano destinazione ignota”. E ancora, due anni più tardi: > Ho sempre l’idea che la mia mancanza d’impegni quotidiani e quella di rapporti > sociali ed umani mi permetterebbe di sparire senza lasciare traccia, come un > oggetto di poco uso della cui scomparsa ci si accorge a volte dopo mesi o dopo > anni, perché la sua funzione non era né definitiva né necessaria, né occupava > uno spazio determinato in senso effettivo. Non credo cioè, e sta diventando > una mania, alla realtà della mia esistenza. Inquieto per vocazione e non solo per indole, bisognoso di riconoscimento ma incapace di perorare la propria causa, Bianchi optò poi realmente per l’esilio volontario, forse nella speranza che, imponendo agli altri la propria mancanza, avrebbe suscitato in loro il desiderio, come uno che s’incapricci di morire per vedere chi lo piange e come. Certo, è difficile dire che cosa sia una posa, tanto nello sfoggio di aloofness quanto nella confessione nevrastenica. Il rischio che non si tratti che di giochi di poeta, pur dilettante, è sempre dietro l’angolo, ma a forza di provocazioni e paradossi qualcuno prima o poi si stanca. Così, nel 1938, quando il vecchio continente pareva sull’orlo del suicidio, questo Peter Walsh in carne e ossa scelse per sé stesso “la parte dell’illustre scomparso” e raggiunse il fratello a Buenos Aires. Era il compimento di un’ambizione coltivata per tutta la vita, ciò che le curatrici del volume chiamano il suo “culto dell’assenza”, già prefigurato nelle continue sparizioni, nei silenzi per cui Rodocanachi lo rimproverava. A separarli, adesso, c’era un oceano; “il mio naufragio”, disse lui, era compiuto. Tornò in Europa dopo la guerra, ma allora, come di lui scrisse Carlo Bo, aveva perduto “quello spirito ironico che lo faceva ospite del mondo. Sentiva che il mondo aveva cambiato abiti e modi e probabilmente non si trovava più con le abitudini di un tempo”. Era riuscito a farsi dimenticare per davvero. Gli amici gli avevano voltato le spalle, eccetto Rodocanachi, come lui naufraga, benché anche fra di loro qualcosa sembrasse essersi rotto. > Le lettere di Rodocanachi dell’immediato dopoguerra ci offrono uno scorcio di > quella terra di relitti che era all’epoca l’Italia e sono il saggio > inconfutabile del romanzo che lei non scrisse mai. Niente, d’altronde, sarebbe tornato come prima della guerra. Bianchi, già da Buenos Aires, le aveva elencato le moltitudini che sentiva di contenere traendone un bilancio negativo: “Invecchio e non ho fatto strada né in un senso né nell’altro. Ambizioso e pigro, dinamico e claustrale, visionario e pratico, umile e megalomane, puro e lussurioso, aureolato e maledetto”. Come se non bastasse, ora non c’era più un pubblico che si interessasse a lui. Rodocanachi, invece, dalla Storia era stata offesa ulteriormente: nel 1940 era finita in carcere per effetto delle leggi razziali, riuscendo a evitare l’internamento in campo di concentramento per un soffio. Suo nipote era stato fucilato dalle SS. La villa, metafora di un mondo, era stata occupata prima dai tedeschi, poi dagli americani. Le sue lettere dell’immediato dopoguerra ci offrono uno scorcio di quella terra di relitti che era all’epoca l’Italia e sono il saggio inconfutabile del romanzo che lei non scrisse mai, confermando il sospetto che ad Arenzano si nascondesse una scrittrice d’eccezione per nostra sventura mai venuta allo scoperto. Restano, sul finale, il “rammarico del poco compiuto” e “la convinzione che meno sarebbe stato ancor meglio”. E tuttavia, scrive Bianchi a Rodocanachi, “il poter credere che uno spirito gentile ha scoperto e apprezzato in noi qualche cosa di insolito e lo ha avvalorato e custodito è già una grazia fondamentale”. È vero, nessuno dei due ha avuto il successo che meritava, o che pensava di meritarsi. Anche per questo, però, entrambi hanno potuto coltivare qualcosa di ancora più raro, ancora più prezioso, qualcosa che cresce alla larga dal mercato e al di fuori delle logiche editoriali: sé stessi. L'articolo La traduttrice segreta di Vittorini proviene da Il Tascabile.
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