Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia
cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi
anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le
trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato.
Speciale a cura di Giulia Moriconi
“P rima andavamo su Internet per fuggire dalla realtà, ora andiamo nella realtà
per fuggire da Internet” recita un proverbio contemporaneo, e per proverbio
contemporaneo intendo ovviamente un meme. Di meme mi sono occupato in un libro
che ha ormai quasi dieci anni, ma non è di questo che voglio parlare oggi. Pur
rimanendo in ambito Internet, nel corso del tempo il mio interesse si è
progressivamente spostato dalle cose, come i manufatti digitali, alle persone, o
a ciò che rimane delle persone quando abitano ambienti virtuali. Di questo
passaggio ritrovo l’abbrivio nel primo articolo che scrissi per questa rivista,
anch’essa giunta a spegnere dieci candeline, un’indagine controcorrente sul
fenomeno del ghosting. All’epoca, nel 2019, di ghosting si parlava già da
qualche anno e in modo a mio avviso superficiale. Talmente superficiale che
alcuni discorsi sbrigativi in merito riuscivano a rivelarne la verità per
contrasto.
Tutti associavano correttamente il ghosting al tipo di socialità che passava per
le nuove tecnologie – social media, messaggistica istantanea, dating app e
Internet nel suo insieme – ma poi traevano conclusioni senza senso. Si diceva
che queste tecnologie avessero reso “più facile sparire” e da qui la diffusione
del neologismo. Appare invece evidente il contrario: sparire era facilissimo
quando al massimo ti si poteva raggiungere con una telefonata, magari su fisso.
Ben più difficile quando ogni relazione si estende su una pletora di social
media e applicazioni di messaggistica. Allora il paradosso del ghosting va
inteso in un altro senso, più vicino alla figura del fantasma da cui prende il
nome: chi “ghosta” non scompare davvero, anzi. Insiste ad apparire in tutti gli
ambienti virtuali che continuiamo a condividere con foto, stories, status e
altre manifestazioni di vita. Mi sento “ghostato” solo quando osservo una chat
in cui l’ultimo messaggio è il mio. Per questo il neologismo si è diffuso solo
in questo ecosistema tecnologico, perché è l’unico che consente di sparire
continuando ad apparire. Oggi considero il ghosting come un caso particolare e
acuto di parasocialità, ovverosia il regime di socialità cui siamo costantemente
immersi per via delle nuove tecnologie e il tema di questo articolo.
> L’accelerazione tecnologica è stata tale che epoche da noi vissute sono tanto
> incongruenti con il presente da scolorire nel fiabesco. Non solo il mondo
> pre-Internet, ma anche quella fase intermedia, tra l’imporsi dell’Internet di
> massa e l’alba del moderno social network.
Ad alcuni non sarà sfuggito il riferimento gucciniano del titolo, a Il sociale e
l’antisociale, una delle canzoni meno note del cantautore recentemente
scomparso. Ma a ispirare la stesura di quest’articolo è stata in realtà una
delle sue canzoni più famose, che ho sempre trovato un po’ retorica: Il vecchio
e il bambino. Riascoltandola nella strada verso il mare, a poche ore dalla sua
morte, ho pensato che lo struggente verso finale descrive bene chi si occupa di
new media al giorno d’oggi: “Mi piacciono le fiabe, raccontane altre”. Così ci
sentiamo a fare archeologia del recente, recentissimo, passato del web, ma non
verso un ipotetico vecchio: verso noi stessi. L’accelerazione tecnologica è
stata tale che epoche da noi vissute sono tanto incongruenti con il presente da
scolorire nel fiabesco. Non solo il mondo pre-Internet, ma anche quella fase
intermedia, tra l’imporsi dell’Internet di massa e l’alba del moderno social
network. Ed è lì che ora dobbiamo tornare per capire la situazione in cui ci
troviamo.
Le tre gomitate di Goku
Durante il 22° Torneo Tenkaichi, Goku, il protagonista di Dragon Ball, stende il
suo avversario con una fulminea gomitata alla bocca dello stomaco. O almeno così
sembra. Così sembra ai lettori e agli spettatori meno esperti all’interno della
storia; ma non al suo rivale Tien Shinhan che spiega: le gomitate sono state
tre, ma talmente veloci e fluide da sembrare una sola. Oltre a fondare un topos
immortale del genere, questa scena di Dragon Ball è una splendida metafora
dell’atto creativo, artistico e non; Star Wars non è semplicemente un
blockbuster con effetti speciali inediti per l’epoca, non è semplicemente una
riproposizione del “viaggio dell’Eroe” alla base del folklore occidentale, non è
semplicemente uno sguardo in un mondo che preesiste la storia che racconta e si
estende nello spazio e nel tempo nella mente dello spettatore: è tutte queste
cose insieme, eseguite contemporaneamente. E lo stesso vale per Facebook.
Ho parlato delle sue tre gomitate istantanee in questo articolo (che si è poi
sviluppato in un libro, ci arriviamo), un solo gesto articolato in tre punti che
hanno fondato il social network moderno e, per metonimia, l’Internet
contemporaneo: rete, identità e profilo. L’Internet primordiale cui assesta
questa triplice gomitata era un posto ben strano visto con gli occhi odierni,
simile a una fiaba che non ricordiamo di aver vissuto. Ci aggiravamo per posti
chiamati “forum” e “chat room” e lo facevamo nel più completo anonimato,
mascherati dietro avatar e nomi fittizi. Avevamo paura che a fare altrimenti
saremmo caduti vittime di predatori sessuali e ladri di bancomat. Questi luoghi
di aggregazione erano poi tantissimi e della “rete” promessa dal web che tutto
doveva collegare non vi era traccia.
> Zuckerberg con Facebook in un solo gesto articolato in tre punti fonda il
> social network moderno e, per metonimia, l’Internet contemporaneo: rete,
> identità e profilo.
Arriva la gomitata di Zuckerberg e tutto si riassembla: appare la rete,
ovverosia un solo sito che copre tutta la socialità del web e si struttura non a
partire da spazi comuni ma da profili interconnessi, ognuno con l’identità
anagrafica dell’utente. Nell’articolo di cui sopra, ho analizzato in lungo e in
largo la genialità di questa rivoluzione e cercherò di non ripetermi oltre.
Voglio infatti parlare di quello che gli è mancato, la gomitata che non ha
assestato e che hanno poi inferto i suoi competitor, completando il quadro
parasociale dei social media contemporanei e costringendo il pioniere a
inseguirli sul loro campo.
Parlarne tra amici
Mentre parlavamo della faccenda, della suddetta gomitata mancata di Facebook,
un’amica, una sincera spin doctor di area dem che ha uscite tanto politicamente
scorrette quanto pregnanti, la sintetizzò così: “La home di Facebook è
l’immagine mentale di un ebreo”. Si riferiva alla grafica che compariva
all’utente non ancora iscritto al social: una dozzina di omini disposti ai
quattro angoli del globo su una cartina geografica stilizzata, uniti da linee
tratteggiate. Sopra campeggiava la scritta “Connettiti con i tuoi amici”. Solo
il popolo diasporico per antonomasia, suggeriva la spin doctor, ha amici
letteralmente in tutto il mondo.
Sebbene molto probabilmente la sua origine non sia questa, l’amicocentrismo del
padre fondatore dei social network è un aspetto singolare e a tratti
incomprensibile. È come se Zuckerberg si fosse ritrovato per le mani la chiave
per unire finalmente tutto il mondo sotto un unico sito e avesse deciso di
limitarne la portata alle rispettive cerchie sociali di ciascuno. A ben
guardare, fu un passaggio dialettico necessario. Consapevole o meno non importa.
Ricordate l’Internet pieno di sconosciuti pronti a rubarvi i dati personali nel
quale ci aggiravamo nascosti dietro nickname? Per farci andare in mare aperto
senza protezioni occorreva che questo oceano spaventoso venisse ridotto: su
questo sito ci sono solo i tuoi amici, aggiungi solo chi conosci. Il virtuale
come doppio del reale. Ma appunto fu solo un passaggio dialettico, un gradino
per salire al successivo.
Dapprima furono gli utenti stessi a compiere questo salto, attraverso l’uso
pragmatico che fecero del mezzo. Sin dall’inizio, specialmente i più giovani,
iniziarono ad “aggiungere” anche gli sconosciuti, da quel menù che è tutt’ora
ipocritamente intitolato “Persone che potresti conoscere”. Ma quella di Facebook
non era una mera scelta semantica, quanto un vero e proprio meccanismo:
l’amicizia è reciproca, va “accettata” da entrambi gli utenti. Su questo campo,
tutti e dico tutti i suoi competitor hanno ignorato le direttive del padre
fondatore senza pensarci due volte. Agli amici hanno sostituito i “follower”, i
seguaci. Anche qui non è semantica, giacché non viene richiesta reciprocità e
puoi seguire chi ti pare, che lui lo voglia o meno (sì, lui può bloccarti ma ci
siamo capiti).
> Su Facebook l’amicizia è reciproca, va “accettata” da entrambi gli utenti. Su
> questo campo, tutti e dico tutti i suoi competitor hanno ignorato le direttive
> del padre fondatore senza pensarci due volte. Agli amici hanno sostituito i
> “follower”, i seguaci.
Lo squadernamento completo del mondo, che Facebook aveva aperto per poi
richiudere subito, ha avuto bisogno di un altro passaggio, ovverosia la
distribuzione algoritmica dei contenuti. Nei manuali di storia dei social media
si legge ancora che “l’algoritmo” lo ha implementato Facebook a inizio anni
Dieci, scegliendo di mostrare agli utenti i contenuti non in ordine cronologico
ma secondo altri criteri di preferibilità, tarati sulle loro azioni precedenti,
determinati appunto da un algoritmo. Si tratta però di una verità fuorviante,
visto che l’algoritmo di quei tempi si ostinava comunque a mostrare solo i
contenuti condivisi da questi appiccicosi amici.
La vera distribuzione algoritmica dei contenuti, implementata via via da tutti
gli altri social media, prescinde dal network dell’utente – che sia di amici o
di follower – e gli fa arrivare un certo numero di contenuti “da fuori”, i
cosiddetti “suggeriti”, che sono poi stati la base del social media marketing.
Al punto che il wunder kid dei social media, l’ultimo arrivato, l’infante
prodigio chiamato TikTok, ha proposto come punto forte un algoritmo
programmaticamente fondato sui contenuti esterni, i “PerTe”, con la rete sociale
preesistente trattata alla stregua delle vestigia di un organo inutilizzato, il
coccige di nonno Facebook. Pensate che nonno ha raggiunto figli e nipoti solo
negli ultimi due anni, quando ha finalmente aperto del tutto i rubinetti dei
contenuti esterni, con risultati altalenanti che gli hanno cagionato una sorta
di bizzarra seconda giovinezza. Ma di questo parleremo un’altra volta.
> La vera distribuzione algoritmica dei contenuti, implementata via via da tutti
> gli altri social media, prescinde dal network dell’utente e gli fa arrivare un
> certo numero di contenuti “da fuori”, i cosiddetti “suggeriti”, che sono poi
> stati la base del social media marketing.
Il punto è che con le frontiere aperte ai contenuti alieni si delinea compiuto
il panorama attuale dei social media in cui amici, conoscenti, influencer,
celebrità e sconosciuti sono tutti sullo stesso piano. Un piano particolare
però, un piano parasociale, e ora finalmente spiegherò cosa significa.
Il parasociale
Nel 2025 il Cambridge Dictionary ha eletto “parasociale” parola dell’anno. Lo
stesso dizionario la definisce così:
> involving or relating to a connection that someone feels between themselves
> and a famous person they do not know, a character in a book, film, TV series,
> etc., or an artificial intelligence.
Wow, quanta roba. Celebrità, romanzi, film e addirittura intelligenze
artificiali… davvero un solo tipo di relazione ci lega a tutte queste cose?
Curiosamente, tra tutte queste ne manca una che è invece centrale nell’articolo
scritto per spiegare il premio del 2025:
> Interest in one-sided parasocial relationships that people form with
> celebrities, influencers and AI chatbots has driven Cambridge Dictionary’s
> Word of the Year for 2025.
Eccoli qui, gli influencer, e per estensione i social media. Parasociale vince
nel 2025 e non nel 1774, anno di pubblicazione dei I dolori del giovane Werther
o nel 1963 della Beatlemania, perché i social media hanno centralizzato tutta
una serie di fenomeni, rendendoli visibili. A unire tutte queste esperienze è
l’unilateralità della relazione, vuoi perché l’altro non esiste (romanzi e
film), perché non lo conosciamo e probabilmente non lo conosceremo mai
(celebrità e influencer) o perché il suo statuto di esistenza è ambiguo e
dibattuto (intelligenze artificiali). È l’unilateralità il discrimine, ciò che
aggiunge il prefisso para- a questa inquietante forma di socialità.
La celebrità, o per meglio dire la relazione che instauriamo con questa, il
rapporto di fama, è stato il fondamento storico del concetto di parasocialità,
la prima relazione unilaterale che ha attirato l’attenzione degli studiosi.
Questi studiosi si chiamavano Donald Horton e Richard Wohl e nel 1956 usarono
per la prima volta la locuzione “interazione parasociale” in un paper che ha
avuto un’enorme influenza sulla psicologia e la sociologia degli anni seguenti.
Descrivevano così le reazioni dei primi telespettatori ai convenevoli dei
personaggi televisivi: “Signore e signori, buonasera!” e dal divano si sentivano
salutati per davvero, dimenticando di star osservando un elettrodomestico
luminoso. La relazione parasociale è l’evoluzione di queste prime interazioni,
un attaccamento stabile verso figure che non hanno idea della tua esistenza ma
ti sembra di conoscere per davvero. Quindi, la relazione parasociale nasce per
descrivere il rapporto che ci lega alle celebrità “classiche”, quelle
novecentesche, si estende alle nuove microcelebrità come gli influencer e poi
ingloba personaggi di finzione e i chatbot. Tutto qui? Non proprio.
> Fama e parasociale sono praticamente sinonimi, il primo termine indica un
> fenomeno sociologico e il secondo descrive la natura di questa relazione,
> caratterizzata sostanzialmente da un’asimmetria conoscitiva che produce una
> serie di conseguenze psicologiche e sociali da entrambi i lati della
> barricata.
Ho unito tutti questi puntini dapprima in quell’articolo del 2024 e poi in un
libro uscito a inizio 2025, Storia della fama, Genesi di otto miliardi di
celebrità, portando il ragionamento alle sue estreme conseguenze. La mia tesi
parte dal presupposto che non possiamo legare la definizione di fama – e quindi
la relazione parasociale – ad un criterio quantitativo, perché implica il
paradosso del Sorite (sopra quale soglia uno può considerarsi “davvero” famoso?
Da quante persone deve essere conosciuto? E se fosse una in meno o una in più?
ecc.). Pertanto, la definizione deve essere minimale: essere famoso vuol dire
essere conosciuto da almeno una persona che tu non conosci. La relazione di fama
è quindi definita da tale asimmetria conoscitiva che però si ritrova anche al di
fuori delle relazioni con famosi propriamente detti, le celebrità classiche
novecentesche. In virtù di quanto detto prima sull’architettura dei social
media, questo tipo di relazione è cresciuta a dismisura negli ultimi quindici
anni, al punto che ciascuno di noi è conosciuto da almeno una persona che non
conosce, anche solo come utente e foto profilo. Da qui traevo le mie estreme
conseguenze: siamo diventati otto miliardi di celebrità, ognuno è famoso per
tutta la vita per almeno quindici persone.
Riassumendo, fama e parasociale sono praticamente sinonimi, il primo termine
indica un fenomeno sociologico e il secondo descrive la natura di questa
relazione, caratterizzata sostanzialmente da un’asimmetria conoscitiva che
produce tutta una serie di conseguenze psicologiche e sociali da entrambi i lati
della barricata. E nel mondo dei social media viviamo continuamente su tutti e
due i lati perché la struttura profilistica delle piattaforme ha fornito a
ciascuno un palcoscenico su cui performare e infiniti palchi da ammirare. Se mi
fermassi qui, avrei sostanzialmente rielaborato riflessioni già esposte altrove,
come un dottorato che ricompone la sua tesi per un progetto di ricerca
leggermente diverso. E invece sento che manca qualcosa. Sento che se parasociale
vuole arrivare a descrivere davvero lo straniante tipo di socialità in cui siamo
immersi dopo l’avvento dell’Internet contemporaneo, il concetto va ripensato
completamente.
Onlife e parasocialità totale
Onlife è il fortunato neologismo coniato oltre dieci anni fa dall’italiano
Luciano Floridi per rendere conto della continuità tra online e offline. Se
suona un po’ retorico e vago, torniamo ancora una volta al fiabesco mondo
dell’Internet primordiale. In quel contesto esisteva una classe di individui
chiamata “gli amici di Internet”. Costoro erano quei soggetti – che conoscevamo
primariamente attraverso il loro buffi nickname – che avevamo raccattato in giro
per forum e chat e che di tanto in tanto beccavamo di persona nei cosiddetti
“raduni”, solitamente convocati in una città del centro Italia per dare modo a
tutti di raggiungerla. Il salto tra l’online e il reale era un vero e proprio
evento che riguardava solamente questa eterogenea ciurma di persone che si erano
conosciute sul web e che avevano poi una vita “vera”, con amici “veri”,
completamente separata dal side-project forumistico.
> È parasociale ogni comunicazione che assume l’asincronia come premessa
> dell’interazione. Di converso, la relazione sociale propriamente detta è
> quella che assume la sincronia della comunicazione.
Oggi non solo sarebbe bizzarro chiamare un contatto Instagram o Facebook un
“amico di Internet”, visto che nella maggior parte dei casi è collegato a voi
attraverso uno stuolo di persone “reali” che avete in comune, ben visibile
nell’apposita sezione della piattaforma, ma è vero anche il contrario: chi sono
gli amici “reali”? Tutti i nostri rapporti, compresi quelli con persone che
conosciamo da una vita intera, vivono online tanto quanto offline. Li abbiamo su
tutti i social media che condividiamo – che spesso ci aggiornano sulla loro vita
prima di qualsiasi chiacchierata individuale – e li sentiamo più volte al giorno
sulle app di messaggistica. Certo, con i più vicini ci incontriamo di frequente,
ma pensateci un attimo: se potessimo quantificare le interazioni virtuali e
quelle reali, in quante di queste relazioni vincerebbe il reale? A meno che non
conviviate direi: nessuna, esclusi i colleghi di lavoro (sempre che non siate
“in smart”).
Il grosso della nostra socialità avviene online e segue le modalità comunicative
delle sue infrastrutture. Voglio espandere il senso di parasociale affinché
possa descrivere il quid di tutte queste relazioni, ciò che di straniante hanno
rispetto alla socialità precedentemente conosciuta. In Storia della fama facevo
un passo in questa direzione quando parlavo di “stilizzazione famogena” delle
interazioni con persone che conoscevamo davvero. Portavo l’esempio di una
discussione virtuale che avviene in pubblico, sotto il profilo di qualcuno.
Osservavo come la presenza di spettatori – e dei loro like, dei loro commenti,
delle loro reazioni – trasformasse una conversazione tra amici che si conoscono
da una vita in un dibattito tra un famoso che difende il suo “content” e un
fan/hater che lo contesta. Questo però riguardava appunto solo le interazioni
pubbliche. Cosa ne è di quelle individuali?
Perché avvertiamo qualcosa di parasociale anche nello scambiarci continuamente
reel con amici che conosciamo benissimo, nei lunghi vocali da ascoltare che
diventano impegni di lavoro, nel fidanzato che ti dà la buonanotte e risulta
online due ore dopo? Per rendere conto anche di questo straniante dobbiamo
slegare il parasociale dalla fama e quindi dal criterio che lo fondava:
l’asimmetria/unilateralità della relazione. Fonderemo il più ampio concetto di
parasociale su un altro criterio: l’asincronia.
È parasociale ogni comunicazione che assume l’asincronia come premessa
dell’interazione. Di converso, la relazione sociale propriamente detta è quella
che assume la sincronia della comunicazione. Se vi sembra un criterio arbitrario
e riduttivo, vi faccio notare che per decine di migliaia di anni la socialità
umana non è stata altro che questa. La scrittura inaugura la possibilità
parasociale che rimane per altre svariate migliaia di anni circoscritta alla
comunicazione pubblica (libri, leggi, documenti ecc.) e all’episodico della
comunicazione epistolare.
> Il parasociale prevede l’interazione continua con documenti, documenti magari
> molto recenti, documenti che possono animarsi da un momento all’altro, ma
> comunque documenti. Documenti, scritture, tracce, come le chiamava Derrida.
In questo senso, il parasociale prevede l’interazione continua con documenti,
documenti magari molto recenti, documenti che possono animarsi da un momento
all’altro, ma comunque documenti. Documenti, scritture, tracce, come le chiamava
Derrida. La disseminazione continua di documenti da parte di persone comuni è
una cosa recentissima che merita di essere inquadrata come una nuova forma di
socialità. Quelli del passato erano artefatti culturali prodotti e diffusi dalle
élite – politiche e culturali – e solo in senso molto lato si poteva parlare di
relazione sociale mediata da questi, come il lettore che scorge l’animo
dell’autore e si affina elettivamente a Goethe attraverso Werther. Non a caso,
quando questi documenti si fanno più vivi per mezzo della tecnologia video, ecco
che si attivano i recettori della socialità, rispondiamo al “buongiorno” del
presentatore e gli studiosi individuano quella prima forma di parasocialità.
Faccio notare di passaggio che l’asincronia include anche tutte le relazioni di
fama che abbiamo discusso in precedenza; non le caratterizza profondamente come
l’asimmetria/unilateralità, che è un criterio aggiuntivo e discriminante, ma
nondimeno la comprende.
Il parossismo di questa comunicazione documentale, il luogo paradigmatico che
sembra negarla ma in realtà svela la sua vera natura, è chiaramente la chat.
Wikipedia alza un bel dito medio alla mia teoria e dice che la chat è
formalmente nota come synchronous computer-mediated communication, SCMC. E dice
una cazzata. La chat è sincronica nelle sue intenzioni ma non nella sua
sostanza, non nelle implicazioni delle sue premesse materiali. È sincronica solo
relativamente, solo paragonata ad altre forme di comunicazione telematica che
incorporano una diversa intenzionalità come le e-mail. Di fatto, sono scrittura
sia l’una sia l’altra e pertanto possono essere lette in qualsiasi momento. Come
dicevano gli antichi, solo la voce vola, la scrittura è ciò che rimane. L’unica
vera comunicazione sincronica passa per la voce (sempre che questa non sia
registrata, come i lunghissimi vocali di cui sopra). Dal momento che la
scrittura entra in gioco, siamo nel documentale almeno in potenza. Ed è una
potenza che si fa atto più spesso di quanto vorremmo.
> L’introduzione delle cosiddette spunte blu, ossia dei marcatori dell’avvenuta
> visualizzazione del messaggio in una chat, all’inizio degli anni Dieci è stato
> un atto di terrorismo sociale senza precedenti, una sadica aggressione
> psichica alla popolazione mondiale da parte di Big Tech.
Lo sgarbo più grave e insieme ridicolo che l’uomo moderno può fare al suo
prossimo è “visualizzarlo in faccia”. L’introduzione delle cosiddette spunte
blu, ossia dei marcatori dell’avvenuta visualizzazione del messaggio in una
chat, implementata all’inizio degli anni Dieci è stato un atto di terrorismo
sociale senza precedenti, una sadica aggressione psichica alla popolazione
mondiale da parte di Big Tech. Ancora una volta in contrasto col fiabesco mondo
dell’altro ieri in cui il pioniere di tutte queste applicazioni, MSN Messenger,
aveva messo a disposizione tutta una serie di etichette come “Occupato” o “Non
al computer” per depotenziare l’ambigua presenza online di un contatto. Il
cambio di marcia verso l’iperconnessione permanente, la reperibilità
verificabile, è stato repentino e sconvolgente. Bontà loro, hanno poi consentito
a ciascuno di rimuovere la feature e addirittura gli ultimi accessi online, ma
parallelamente si è diffusa la sensibilità per cui, come chi non beve vino, un
uomo senza spunte blu ha qualcosa da nascondere. Nessuno dal vivo, ma neanche al
telefono, può ascoltarti e non risponderti. La possibilità di questa offesa si
apre solo a partire dell’indecidibilità della tua presenza perché, i tuoi
messaggi come i suoi, altro non sono che documenti, lettera morta, delle
semplici cose.
L’Internet delle cose che noi siamo (la vera Dead Internet Theory)
Ma torniamo da dove siamo partiti: il ghosting come apparizione anziché come
scomparsa. Nessuno ha mai avuto problemi a sparire dalla vita di qualcuno prima
del 2010. Solo da quindici anni a questa parte abbiamo inventato una parola per
inquadrare un fenomeno apparentemente vecchio quanto il mondo, ma in realtà
profondamente diverso. Le persone non spariscono più, lasciano delle tracce, dei
documenti, dei fantasmi. Internet delle cose è un’improbabile locuzione tecnica
dal sapore colloquiale che vuole semplicemente indicare l’ecosistema di aggeggi
connessi alla rete che ci circondano nella nostra vita quotidiana: il telefono
che comunica col pc, che comunica col tablet, che comunica con la TV, che
comunica con l’AirTag nella macchina, che comunica con la lavatrice ecc. La
prendo in prestito per annunciare che le cose siamo noi, quando siamo dentro
Internet. Cose giustapposte ad altre cose in un tentativo di comunicazione.
Siamo messaggi, foto, like, video, condivisioni, parole che si depositano sul
fondo virtuale eternamente visibile in attesa della risposta di altre cose.
Viviamo nella parasocialità quando crediamo di socializzare mentre lasciamo
tracce, segni della nostra presenza non più attuale, semplici cose.
A proposito di locuzioni fortunate e vagamente suggestive, possiamo rubarne una
a un filosofo prestato all’economia chiamato Karl Marx. Critici e seguaci in
egual misura gli hanno sempre riconosciuto una prosa talmente vivida da
trasformare analisi scientifiche in brani letterari memorabili. Ad esempio, nel
tentativo di riportare sulla terra i misteri dell’economia che si presenta come
un eterno scambio di cose chiamate merci, prodotte chissà come e chissà perché,
si inventa l’espressione “lavoro morto” (verstorbene Arbeit), buttandoci dentro
pure un vampiro. Tutto ciò che vediamo, tutta la ricchezza oggettivata, il
capitale, le merci, i mezzi attraverso i quali sono state prodotte, altro non
sono che azioni ormai concluse compiute da esseri umani, lavoro morto
incorporato. Allo stesso modo, dobbiamo intendere il parasociale come socialità
morta, incorporata nelle tracce che di essa abbiamo davanti agli occhi.
Il disagio che viviamo deriva da un dialogo tra morti. La parasocialità è uno
scambio di documenti che alludono alla presenza dell’altro. Ma per quanto ne
sappiamo l’altro potrebbe pure essere morto, morto in senso letterale. Ridi pure
ma accade e ci accadrà. Ognuno di noi scriverà l’ultimo post su Facebook,
l’ultima story di Instagram, l’ultimo messaggio su Whatsapp che non saprà di
essere l’ultimo.
> La parasocialità è uno scambio di documenti che alludono alla presenza
> dell’altro. Ma per quanto ne sappiamo l’altro potrebbe pure essere morto,
> morto in senso letterale.
Chissà come avrebbe descritto “il tipo parasociale” il morto illustre che
abbiamo precedentemente citato. Forse una via di mezzo tra il suo sociale e
antisociale: “Amo oltremodo dissare gli altri, mandare fuochi alle ragazze / A
ottobre vado al Club2Club e condivido diciotto stories / Perché su Insta poi non
conta la presenza, basta ci sia soltanto l’apparenza”. Ma il parasociale non è
un tipo, un carattere proprio di alcuni individui, quanto una dimensione che
attraversiamo tutto il giorno, tutti i giorni, con amici, conoscenti e
sconosciuti. Disertare completamente questa dimensione è senza dubbio possibile,
ma richiede investimenti radicali: comprarsi un telefono antico che manda solo
SMS e abbandonare tutte le piattaforme di social media. Per tutti gli altri,
occorre imparare a navigare la parasocialità dando la giusta importanza alle sue
“cose” che si spacciano per persone. E quando siete sociali, fateci caso.
L'articolo Il sociale e il parasociale proviene da Il Tascabile.
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Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia
cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi
anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le
trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato.
Speciale a cura di Giulia Moriconi
N el pieno infuriare della pandemia da Covid-19, le notizie di animali alla
riconquista degli habitat da cui l’uomo li aveva respinti si rincorrevano sui
vari social. Mentre le città erano percorse da bus quasi vacanti, su cui
viaggiavano operai e altri lavoratori considerati “essenziali” – sacrificabili
–, un gruppo di delfini agitava le acque della laguna veneziana, tornate limpide
grazie allo stop forzato delle imbarcazioni. Sono i sacrificabili a incarnare
per primi la fantasia di redenzione che il resto della specie si concede a
distanza di sicurezza. Nessuno, mentre condivide dal proprio divano le immagini
dei delfini a Venezia, si immagina davvero tra le vittime della “punizione
divina” che invoca. La speranza di questa punizione governa le condivisioni
della notizia, in breve tempo virale. Peccato che quelle pinne e quei cetacei
non fossero affatto a Venezia, ma nel mare del porto di Cagliari.
I solerti debunker tentano di denunciare la bufala, ma i segmenti di utenza
confinati nella quarantena non rispondono più alle metriche tradizionali di
verifica del vero e del falso: che quei delfini fossero davvero a Venezia è
totalmente secondario perché a essere importante è che l’immagine svolgesse il
suo compito redentivo, offrendo alla coscienza anestetizzata delle masse
confinate il carburante emotivo perfetto per la prossima condivisione. Il
dibattito mainstream sui nuovi media occulta il fatto che oggi l’informazione
viene recepita solo in base alla sua funzione operativa e alla sua velocità di
ricircolo nei feed. La popolazione è precipitata nello schermo nero del
digitale.
Era il 2020, un tempo che avvertiamo lontano, soffuso, come si addice ai
contenuti rimossi dalla coscienza, un tempo in cui delle pinne
decontestualizzate, detournate, annunciarono una svolta nell’apocalisse
culturale iniziata quattro anni prima, nel 2016, l’anno in cui il
Merriam-Webster nominò “surreale” parola dell’anno, come ricordava su questa
rivista Daniele Cassandro in Cronaca pop di un anno surreale. A giugno 2016 il
Regno Unito fuoriesce dall’Unione Europea, e il 9 novembre, inverando una
vecchia puntata dei Simpson, Donald Trump diventa presidente degli Stati Uniti.
Nel nostro Paese, la parabola di Matteo Renzi volge al capolinea: dopo la
sconfitta referendaria, il presidente del consiglio, “il rottamatore”, si
dimette. Sono grandi eventi politici che per la prima volta vengono vissuti
interamente dentro la temporalità dei social network.
> Il dibattito mainstream sui nuovi media occulta il fatto che oggi
> l’informazione viene recepita solo in base alla sua funzione operativa e alla
> sua velocità di ricircolo nei feed. La popolazione è precipitata nello schermo
> nero del digitale.
D’altronde parliamo di un momento in cui si consuma l’apice di un processo che
potremmo chiamare memification: la rincorsa della realtà allo svuotamento del
suo significato referenziale originario per andare incontro a una
riconfigurazione in unità informative modulari, altamente replicabili e pronte
alla circolazione virale. A questo movimento si contrappone l’incursione dei
meme nella realtà. Dopo una lunga permanenza nelle retrovie di Internet, il meme
di Pepe the Frog viene bollato come vettore di odio razziale, ormai saldamente
nelle mani dell’alt-right statunitense, e persino Facebook è costretto ad
adottare una policy specifica per contenerlo. Nei talk show italiani vengono
utilizzati i meme satirici di Federico Palmaroli, l’admin della pagina Facebook
“Le frasi di Osho”: è il primo caso di un autore di meme italiano che diventa
opinion leader politico.
Il 2016 “è stato un anno in cui, come nei sogni, le cose più ovvie hanno preso
una forma nuova”, ricorda Cassandro. La discesa in politica di Donald Trump
avviene infatti nello stesso momento in cui Pokémon Go, “il gioco più
surrealista mai realizzato”, permette a dei mostri di invadere i quartieri,
mentre sullo sfondo l’ISIS e la sua guerra asimmetrica perseguitano
l’immaginario collettivo, sgozzando preti e colpendo l’Occidente con attentati
sanguinari messi a segno da “lupi solitari” mimetizzati nella società dei
consumi e arruolati su Call of Duty. È un anno “contraddittorio”, oltre che
surreale, un fermento esuberante di sogni e incubi, in cui le conquiste civili –
In Italia viene approvata la legge Cirinnà che ha riconosciuto legalmente le
unioni civili per coppie dello stesso sesso – si contrappongono alle brutali
violazioni dei diritti umani.
Il 2016 è stato anche l’anno di nascita del Tascabile, rivista online che nel
corso di un decennio ha agito come una sonda in grado di attraversare le crepe
sulla facciata del mondo, inoltrandosi in quei vuoti che lasciano intravedere i
lineamenti di una metamorfosi dell’immaginario, una rivoluzione, che trascende
il semplice mutamento delle nostre immagini culturali e si manifesta come un
mutamento del rapporto tra immaginario e reale. Ripercorrere questo decennio
significa attraversare tre soglie, e la prima, che si estende dal 2016 al 2019,
è quella in cui l’intero decennio comincia a perdere fiducia in ciò che si
presenta alla vista.
Questione di fiducia (2016-2019)
Il mondo è sulla soglia di una crisi di fede, l’idea di realtà vacilla sotto il
peso di una nuova accumulazione originaria. Mentre il #MeToo porta all’arresto
del produttore cinematografico Harvey Weinstein, ridisegnando il discorso sul
genere come hashtag globale, sullo schermo il Marvel Cinematic Universe consuma
la propria fase 3, costruendo una mitologia condivisa capace di tenere insieme
un pubblico globale sempre più diviso su tutto il resto. Nel frattempo, i social
si evolvono: Instagram copia le istantanee di Snapchat e introduce le “storie”,
brevi contenuti della durata di ventiquattro ore, Facebook la possibilità di
reagire ai contenuti, e dalla Cina inizia la sua corsa egemonica TikTok, una app
concentrata esclusivamente su video verticali che in pochi anni spazzerà via la
concorrenza. La parola algoritmo è centrale nel dibattito culturale e diventa
presto questione geopolitica quando nel 2018 scoppia lo scandalo
Facebook-Cambridge Analytica: il furto dei dati personali di oltre ottanta
milioni di utenti e la loro profilazione, attraverso lo studio delle interazioni
sui social, al fine di influenzare elezioni politiche e referendum cruciali,
come quello che aveva portato alla Brexit due anni prima.
> La parola algoritmo è centrale nel dibattito culturale e diventa presto
> questione geopolitica quando nel 2018 scoppia lo scandalo Facebook-Cambridge
> Analytica: il furto dei dati personali di oltre ottanta milioni di utenti e la
> loro profilazione.
Nel 2017 Carlo Mazza Galanti, che in Robot come umani riprende le parole di
Philip K. Dick, descrive la “graduale confusione della generale natura e
funzionalità umana nella natura e funzionalità di ciò che gli umani hanno
costruito”: “abdicando la sua fisicità animale e riducendo gli spazi di
autonomia è l’uomo a diventare macchina, e non viceversa”. L’intuizione di Mazza
Galanti anticipa qualcosa di preciso, e vale la pena di fissarla un attimo:
muovendo le sue argomentazioni a partire da Westworld, il serial HBO in cui i
robot di un gigantesco parco a tema Far West si ribellano ai loro sadici
costruttori, Mazza Galanti invita il lettore a prendere atto che è il genere
umano a rivelarsi sempre più un dispositivo di registrazione, che come tale non
si interroga più sulla veridicità di ciò che riprende. È l’uomo a scivolare
verso la macchina, o forse a rivelarsi già tale. È un rovesciamento che
riguarda, prima ancora del lavoro e dell’identità, la percezione stessa: il
crollo della realtà conduce a uno sfaldamento dell’esperienza, intesa come la
capacità di dare un senso a ciò che accade, e al suo posto avviene una semplice
registrazione.
È esattamente questo scollamento tra vedere e credere, esperire e registrare,
che Pietro Minto descrive l’anno successivo, nel 2018. In Il collasso della
realtà, Minto racconta come “i social network” siano riusciti a confezionare “un
piccolo mondo personalizzato per ciascun utente, un feed che contiene notizie e
personaggi che l’algoritmo ritiene possano piacerci”. Il mondo scompare,
l’accesso empirico al referente va incontro a una contrazione, al suo posto a
essere vista è la sua immagine, qualcosa di già filtrato, prodotto per essere
visto e mai colto nella sua innocenza: l’evento non viene mai fruito all’esterno
della sua mediazione tecnica.
L’apparente dimensione globale delle interazioni sui social network si rivela
presto una contraria dispersione delle comunità online in vere e proprie
prigioni psichiche e ideologiche: le bolle filtro diventano gigantesche camere
di eco a causa del labirinto autoreferenziale in cui l’algoritmo delle diverse
piattaforme rinchiude i propri utenti. Tutto ciò non è stato un effetto
collaterale, ma un elemento strutturale delle modalità con cui le piattaforme
hanno creato una merce ancora più miracolosa della viva carne umana: il dato,
una risorsa che, per essere estratta, ha richiesto una vera e propria
“rivoluzione agricola del digitale”, capace di coltivare mercati su desideri
inoculati così in profondità da far impallidire i vecchi pubblicitari.
> L’apparente dimensione globale delle interazioni sui social network si rivela
> presto una contraria dispersione delle comunità online in vere e proprie
> prigioni psichiche, labirinti autoreferenziali in cui l’algoritmo delle
> diverse piattaforme rinchiude i propri utenti.
Le filter bubble hanno sì garantito una maggiore personalizzazione
dell’esperienza dell’utente, ma con lo stesso gesto lo hanno trasformato in una
miniera di estrazione dati, intensificando il processo di mercificazione
dell’esistente, superando in parte la dimensione materiale e pervadendo anche le
nicchie più recondite. La figura dell’utente-macchina trova qui il suo destino
pratico: privato di margini di agency autonoma, il soggetto viene incorporato
nell’architettura delle piattaforme di intermediazione, diventando così miniera
di dati comportamentali. Da agente a giacimento. Elementi essenziali della
virtualità creata dalle bolle filtro, scrive ancora Minto, “sono le fake news
[…] aggiornate secondo i voleri dell’algoritmo, e quindi scritte per fare da
esca a un certo pubblico”. È una frattura che si propaga rapidamente dal terreno
tecnico a quello politico: se ciascuno abita un mondo confezionato su misura, la
premessa stessa della vita democratica, un terreno di fatti condivisi, smette di
reggere.
Mentre la politica, in particolare le nuove destre, cavalca questa frattura
muovendosi in avanti, in direzione del sospetto sistematico, della
contraffazione e della propaganda più smaliziata, il mondo culturale sceglie la
direzione opposta, conducendo una battaglia dalle retrovie che lo porta a
indietreggiare nel tempo. L’immaginario pop subisce una regressione che lo
riporta alle estetiche degli anni Ottanta: già due anni prima, la serie Netflix
Stranger things fa del citazionismo al decennio dell’opulenza un genere a sé. È
il tribalismo del Digital Folklore descritto da Valerio Mattioli in Il Medioevo
digitale, nome di un’epoca che “guarda ai primi anni del web come a un’epoca di
ingenuo artigianato popolare prima dell’avvento dei grandi monopoli”.
La realtà è che sotto la patina anni Ottanta si cela il fatto che “le più
spericolate proiezioni post-umane della tardomodernità si sovrappongono alle
vestigia del passato”: sotto i synth, le acconciature vaporose e le biciclette
bmx che sfrecciano tra i vialetti con le loro case tutte uguali, pulsa il
midollo di un sempiterno Medioevo. Al suono dei clavicembali e dei
sintetizzatori viene assemblata un’estetica che “risponde alla sensazione di
vivere in una fase di transizione e disgregazione, dove la fede nel progresso
lineare si è spezzata”. Un’epoca di “carestie e di epidemie”, in cui la servitù
della persona torna a essere la norma sociale esplicita, non il suo sintomo; il
nostro tempo è il manifestarsi di una nuova gleba scavata da servi algoritmici:
robot, da robota, “schiavo” nelle lingue slave.
Nel 2019, in Consumare la nostalgia, Francesco Guglieri chiude il cerchio aperto
dall’anno surreale descritto da Cassandro, recensendo il film interattivo di
Netflix Bandersnatch. Più di ogni altra piattaforma, il colosso dello streaming
ha colonizzato l’immaginario capitalizzando la nostalgia e convertendo
l’intrattenimento in profilazione di massa. “Ogni minuto che viviamo”, scrive
Guglieri, “produciamo una nuvola di dati […] il punto è cosa si fa con quei
dati. E chi”. Operazioni come Bandersnatch non sono che “beta-testing” aperti “a
un’audience globale e mainstream […] un raffinato sondaggio d’opinione, un test
psicologico su misura. Un test Voight-Kampff”. Nel 1982 quel test, reso celebre
da Blade Runner di Ridley Scott, serviva a smascherare i replicanti, e per
funzionare presupponeva che esistesse ancora un confine reale, per quanto
sottile, tra l’umano e la sua simulazione. Nel 2019, l’anno stesso in cui è
ambientato Blade Runner, quel confine è già ridotto a un sondaggio di marketing
travestito da narrazione. Basteranno pochi mesi, e un virus, per oltrepassare
definitivamente la soglia.
Biennio cerniera (2020-2021)
Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo solo un anno dopo. O meglio: la
comunità scientifica non era all’oscuro, a più riprese aveva tentato di
avvertire i governi di una possibile catastrofe epidemiologica e non ne era
all’oscuro neanche David Quammen, il divulgatore statunitense che nel 2012 finì
per predire, in Spillover, la pandemia e la quarantena globale. Da Wuhan,
periferica città della Cina centro-orientale, capoluogo della provincia dello
Hubei, il SARS-CoV-2 compie il salto di specie, dai pipistrelli agli uomini, e
con esso la realtà si prepara a deflagrare. Sono gli ultimi mesi del 2019, ma il
tutto esploderà all’inizio dell’anno successivo e alle immagini televisive di
mesti cittadini cinesi in mascherina si sostituiranno presto le ambulanze che
sfrecciano verso l’ospedale di Brescia e le funebri processioni mediatiche di
innumerevoli bare. È ufficialmente l’inizio della fine. Ali di pipistrelli,
laboratori segreti per produrre armi chimiche, oscuri complotti per decimare la
popolazione attraverso la modifica del DNA: gli anni del Covid sono stati anni
di guerra ideologica furiosa.
> I nemici dei regimi democratici hanno un nuovo nome: complottisti. Un fronte
> non lineare, composto da una parte da veri e propri fabbricanti di
> disinformazione e dall’altra da una generazione stritolata dalla crisi della
> classe media che ha abbracciato le dietrologie per continuare a sperare che
> esista un senso umano al male del mondo.
L’urgenza del vaccino scatena gli animi dei no-vax, e in alcuni casi gli Stati
rispondono con l’introduzione di specifici pass che garantiscono la circolazione
previa vaccinazione. I nemici dei regimi democratici hanno un nuovo nome:
complottisti. Un fronte non lineare, composto da una parte da veri e propri
fabbricanti di disinformazione e dall’altra da una generazione stritolata dalla
crisi della classe media che non ha superato il lutto della società della
mediazione e ha abbracciato le dietrologie per continuare a sperare che esista
un senso umano al male del mondo.
Nuovi eretici, contro cui è necessario mobilitare il vocabolario bellico.
Giancarlo Sturloni lo osserva nei suoi primi giorni di diffusione, in Il
linguaggio militare della pandemia: “l’appello a respingere il tiranno invasore
è rimbalzato dalle stanze del potere alle corsie degli ospedali, trovando eco
nei titoli dei giornali e negli applausi dai balconi […] siamo in guerra”. È un
lessico che funziona, riesce a compattare, mobilitare, perché è capace di
rassicurare dando una forma riconoscibile all’ignoto. Il linguaggio militare
trasforma “i medici in soldati da mandare al fronte e i malati in vittime
collaterali o in combattenti a cui si chiede di ‘vincere la loro battaglia’”.
“La metafora della guerra impedisce di concepire le malattie infettive
nell’ambito delle relazioni ecologiche in cui gli agenti patogeni emergono e si
diffondono”. Così, l’altro, il virus, il complottista, lo straniero o il
“deviato”, diventano frammenti dello stesso fuori espunto: emanano un’aura
minacciosa, in quanto simboli di un tremendo da cui ci separa un fronte, una
trincea, la nostra porta di casa, ultimo criterio per distinguere il dentro dal
fuori.
È in questo frangente emergenziale che le priorità imposte dalla catastrofe
climatica sono state surclassate dal desiderio di sopravvivenza immediata. Sono
lontanissimi i tempi in cui la studentessa svedese Greta Thunberg aveva dato
vita a una gigantesca mobilitazione globale attraverso il movimento di protesta
ambientalista Fridays for Future; lontanissimi seppure sia trascorso solo
qualche anno da quando, entrando di peso nel nostro immaginario, Thunberg lanciò
i suoi strali ai potenti nel suo discorso di apertura al UN Climate Action
Summit, in cui chiede furiosa ai capi di Stato e di governo mondiali: “How dare
you?”, “Come osate?! Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre
parole vuote”. L’attenzione per la catastrofe climatica si rivela però uno dei
tanti trend che si rincorrono nel palinsesto delle piattaforme. Con il Covid-19
è giunta l’alba della “società dello streaming”.
> Nel frangente emergenziale del Covid-19 le priorità imposte dalla catastrofe
> climatica sono state surclassate dal desiderio di sopravvivenza immediata.
> Sono lontanissimi i tempi in cui Greta Thunberg aveva dato vita alla
> mobilitazione globale dei Fridays for Future.
In Parole sulla pandemia, Paolo Pecere si fa portavoce di Arundhati Roy,
leggendo nel tempo pandemico una “porta, un passaggio tra un mondo e il
successivo”. Critico verso le posizioni espresse da Agamben in L’invenzione di
un’epidemia, Pecere invita a coniugare l’analisi delle fonti scientifiche con la
capacità di restare con i piedi per terra, senza mitizzare (e militarizzare) la
vita pandemica né in senso positivo né in quello distopico. Era l’aprile del
2020, e nell’articolo di Pecere si possono già ritrovare frasi che incrinavano
“la possibilità di tornare a una normalità comunitaria e sociale”, chance
“andata persa del tutto”, vittima del processo di accelerazione con cui la
pandemia ha estremizzato le tendenze omicide del capitalismo. È stato sì un
passaggio, il definitivo “jack-in” della popolazione ai dispositivi mediali. Il
nuovo mondo è sempre meno umano, sempre meno razionale.
Con lo spazio comune, anche il sapere condiviso si frantuma. L’abdicazione alla
scienza, un anno dopo l’inizio della pandemia, porta all’emersione di vecchie
teorie olistiche, come il terrapiattismo, capaci di prendere il timone nella
spiegazione del mondo complicato dalle nuove tecnologie. Il consesso umano
presente è scisso in mondi, spazi di significato differenti, e a volte in
collisione. Con la quarantena alle spalle, Laura Tripaldi affronta in Quantum
dot, controllo dell’umanità e materia programmabile il proliferare dei
complottisti antiscientifici, avversari della tecnologia 5G, ossessionati dai
quantum dot e dalle nanoparticelle, e li legge come sintomo di uno “spostamento
più profondo” che pone la società davanti a un bivio: o affrontiamo la
possibilità di intendere la tecnologia in modo radicalmente diverso, oppure ci
condanniamo alla sua demonizzazione. Bisogna prendere atto che “ci troviamo di
fronte a una tecnologia che non si manifesta più attraverso la presenza
ingombrante e visibile delle macchine tradizionali, perché agisce a livello
molecolare, mimetizzandosi con la natura stessa e rendendo i confini tra
artificiale e naturale sempre più sfumati”. Maggiore sarà la potenza della
tecnologia, maggiore la diffidenza nei suoi confronti.
Non è un caso che, nello stesso anno, un’abdicazione dello stesso tipo si
consumi anche sul fronte letterario. Francesco Pacifico mette sotto accusa la
voce narrante del romanzo occidentale contemporaneo, quella che si vuole
empatica, progressista, consapevole del proprio privilegio, e che proprio per
questo, scrive Pacifico in La voce narrante del padrone, resta compromessa
esattamente quanto la scienza di Tripaldi, che arranca nella vaporizzazione
dell’autorevolezza. La prima persona letteraria e l’uso della terza persona
distaccata dominano lo spazio del romanzo, così come il genere di successo
dell’autofiction, e si rivelano come trampolini per indebite generalizzazioni
che mascherano una verità evidente, ossia che “la voce narrante non è mai
neutrale”, e questo perché “porta con sé il peso della provenienza sociale, del
privilegio e delle aspettative del mercato editoriale”. La comunicazione
trasparente, come la buona letteratura che entra in classifica, è sempre frutto
della voce del padrone, che vuole rassicurare il suo sottoposto: il lettore
borghese, il cittadino; questo accade affinché non si inizi a mettere in crisi
la propria visione del mondo, le proprie parole, finendo così per desiderare
storie capaci di sovvertire il linguaggio e, inevitabilmente, il mondo.
> La comunicazione trasparente, come la buona letteratura che entra in
> classifica, è sempre frutto della voce del padrone, che vuole rassicurare il
> suo sottoposto: il lettore borghese, il cittadino, affinché non si inizi a
> mettere in crisi la propria visione del mondo, le proprie parole.
È in questo doppio vuoto – esplicativo e narrativo – che trova spiegazione
l’ossessione escapista per lo spazio domestico borghese, dominante nelle
narrazioni contemporanee. Del resto, finché la fuga dalla realtà resta l’unica
via, dal momento che abbiamo perduto il mondo, non possiamo che cercare rifugio
tra le mura domestiche, l’unico luogo a rimanere familiare. La pandemia e le
restrizioni imposte dai governi hanno chiuso la parabola di Greta Thunberg ma
hanno soprattutto reso ancora più difficile raccontare l’ignoto. Matteo De Giuli
e Nicolò Porcelluzzi, gli autori di Medusa (2021), denunciano espressamente la
crisi climatica come crisi dell’immaginazione, guardando all’impossibilità di
creare narrazioni capaci di comprendere il cambiamento climatico, poiché
quest’ultimo, in quanto “iperoggetto” (Timothy Morton, Iperoggetti, 2018),
evidenzia il limite umano nel concettualizzare una scala di realtà così enorme.
Il cambiamento climatico non ci sta davanti, esso ci attraversa e per questo non
riusciamo a visualizzarlo e quindi a raccontarlo. In quanto “schema
organizzativo espresso in forma di storia”, la letteratura secondo De Giuli e
Porcelluzzi deve “creare gli spazi mentali per ciò che non siamo ancora capaci
di vedere o accettare”, invece di limitarsi a “rispecchiare il presente”.
Ciò che gli scrittori non fanno più viene eseguito da eserciti di professionisti
alle dipendenze di magnati californiani narcisisti e abbronzati. A ottobre del
2021, mentre il decennio si prepara ad attraversare la sua terza e ultima
soglia, Facebook cambia nome in Meta e annuncia di voler costruire il metaverso:
uno spazio interamente sintetico in cui vivere, lavorare, socializzare,
sostitutivo del mondo condiviso che nel frattempo si è appena prosciugato. La
stessa azienda che aveva confezionato le bolle filtro si ribattezza nel momento
esatto in cui la letteratura chiede un nuovo spazio mentale per l’impensabile, e
risponde, a modo suo, con un mondo del tutto immaginario da vendere. Nonostante
il metaverso si sia poi rivelato un flop, il compito affidato alla letteratura
da De Giuli e Porcelluzzi finirà per essere raccolto da un nuovo tipo di
macchina.
L’immagine senza corpo (2022-2026)
Dal 2016 a oggi l’immagine ha smesso di mentire dentro un mondo verificabile e
si è resa così autonoma, capace di esistere indipendentemente dal mondo. A
distanza di sei anni da quell’anno surreale in cui i sogni avevano invaso la
realtà, sono le macchine, questa volta, a cominciare a sognare e a delirare. Il
2022 è l’anno di Dall-e e Midjourney, i primi sistemi di intelligenza
artificiale text-to-image in grado di generare immagini a partire da un testo
scritto. Il loro impatto, scrive Francesco D’Isa in La rivoluzione degli
algoritmi nel mondo dell’arte, è paragonabile a quello della fotografia.
Nell’articolo, D’Isa individua nella reazione della società e del mondo
dell’arte un pattern ricorrente, un processo che dallo scetticismo iniziale
evolve nella meraviglia – “quando la novità dello strumento è tale che ogni
prodotto che crea sembra straordinario” – per poi passare alla preoccupazione,
il timore che il nuovo strumento esaurisca le possibilità dell’attività creativa
umana, e approdare infine, dialetticamente, all’accettazione, in cui la
diffusione della tecnologia normalizza il proprio stesso utilizzo.
D’Isa richiama lo sprezzante giudizio di Baudelaire di fronte alla fotografia.
La “principale paura” del poeta francese era che la facilità di realizzazione di
immagini offerta dalla macchina fotografica “avrebbe moltiplicato a dismisura le
opere dozzinali, e a distanza di secoli possiamo dire che aveva perfettamente
ragione”. Ma Baudelaire negava alla fotografia lo statuto d’arte non per una
ragione di principio, bensì “banalmente” perché “non era un bravo fotografo”:
“non basta una macchina fotografica per fare un fotografo”.
> Nella reazione della società e del mondo dell’arte all’IA è individuabile un
> pattern ricorrente, un processo che dallo scetticismo iniziale evolve nella
> meraviglia per poi passare alla preoccupazione e approdare infine,
> dialetticamente, all’accettazione.
Dall-e e Midjourney, osserva D’Isa, non sono un “androide antropomorfo con una
personalità propria”, ma “modelli algoritmici” capaci di riconoscere pattern in
un’enorme quantità di dati – non diversi, sostiene, da un pennello: uno
strumento come tanti altri, carico delle contraddizioni che ne strutturano il
funzionamento. Lo sguardo malinconico di Walter Benjamin sulla perdita d’aura
dell’opera d’arte, in questa lettura, va ridimensionata: l’artista resta
“co-autore” dello strumento, ma a problematizzarsi è semmai la limitazione al
pieno utilizzo dello strumento stesso che infatti, nel caso dei Large Language
Models “opera una severa censura, vietando termini e immagini che possano
offendere più o meno chiunque” sulla base dell’intervento umano con cui è stato
programmato. “A monte di questa censura”, nota D’Isa, “non è difficile notare
una confusione tra l’idea di immagine di fantasia e reale”.
Il dibattito sulle IA, in questa fase ancora aurorale, resta concentrato su una
futile culture war mentre manca ancora una riflessione seria sulla loro impronta
materiale: “l’industria dell’AI richiede sempre più materie prime per mantenere
la sua corsa verso il progresso […] per allenare un grande modello linguistico
vengono emesse circa 300 tonnellate di CO2: una cifra considerevole e
preoccupante”, senza contare che solo chi possiede un’enorme quantità di GPU può
permettersi di allenare questi modelli, un fattore questo che esclude in
partenza i piccoli attori dalla sperimentazione d’avanguardia. L’ottimismo
critico di D’Isa non nasconde che questi strumenti non sono affatto neutrali:
chi li utilizza, in qualche misura, viene utilizzato a sua volta per gli scopi
estrattivi che caratterizzano questa nuova fase della tecnologia. Attraverso il
prompt, l’utente non impartisce ordini alla macchina: la sta allenando. In quel
momento è il modello a essere nutrito.
Quando nel 2023 nasce su Reddit il meme del Will Smith che mangia gli spaghetti
– un video generato con le prime versioni dei text-to-image, dai tratti
fortemente espressionisti, movimenti innaturali e forme grottesche in divenire
continuo – quel senso di uncanny valley non è ancora la crisi vera e propria, ma
ne è già il sintomo visibile; è il nostro primo impatto con una immagine non
umana del mondo, un’immagine che ha smesso di imitare o sostituire la realtà
perché il suo referente ha cessato di essere il mondo ed è oggi l’archivio delle
immagini umane pregresse, che è stato divorato, ricombinato e restituito senza
passare mai dal reale. Mentre l’immaginario dell’uomo entra progressivamente in
crisi, quello della macchina comincia ad assemblarsi con una logica del tutto
inumana.
La macchina resta, in questo senso, saldamente sé stessa, ed è proprio questo
aspetto, non la sua eventuale somiglianza con noi, il punto più inquietante.
Jacopo Cirillo lo nota nello stesso anno del Will Smith che mangia spaghetti,
spostando l’ultima frontiera del test di Turing verso la comicità (La comicità
artificiale, 2023): “il senso dell’umorismo, la capacità cioè di riconoscere una
porzione di mondo e di realtà in quanto ‘comica’”, rende l’uomo “l’unico animale
che ride”, ed è proprio questa capacità a determinarlo. Non ci resta che una
risata, e la speranza che gli algoritmi non imparino mai a comprendere gli
intricati metalivelli ironicamente misogini, razzisti e abilisti della migliore
stand-up comedy americana.
> Con l’IA l’immagine che ha smesso di imitare o sostituire la realtà perché il
> suo referente ha cessato di essere il mondo ed è oggi l’archivio delle
> immagini umane pregresse, che è stato divorato, ricombinato e restituito senza
> passare mai dal reale.
La distinzione tra vero e sintetico si ripercuote sulla ragione pubblica.
Nell’estratto pubblicato dal Tascabile dal libro di Gregorio Magini, Mitologia
del complottismo. Il Behemoth delle storie (2024), il complottista occupa una
delle tante posizioni nello spettro indistinto in cui siamo tutti immersi –
proprio come l’immagine sintetica non è più il falso da smascherare, ma una
posizione nello stesso flusso indistinto di immagini vere. Anche il ragionamento
perde per il proprio fuori rispetto a cui essere verificato: chiedersi chi ha
ragione e chi mente significa mancare completamente il punto della questione.
L’adesione al complottismo riposa su basi alogiche, esistenziali, emotive se
vogliamo, le stesse su cui riposa il ragionamento di buon senso, per cui pur
bollandole come teorie pseudoscientifiche o irrazionali, i complottismi non
smetteranno di diffondersi finché le loro premesse non verranno disattivate.
A darle manforte, facendo capolino nel nostro presente, il rilascio, tra la fine
del 2025 e l’inizio del 2026, di milioni di documenti del Dipartimento di
Giustizia americano sul caso Epstein. I file confermano ciò che il sospetto più
moderato aveva paventato per anni, ossia una fitta rete di complicità tra il
finanziere e un’élite politica ed economica reale, non immaginata. Nonostante
manchino prove reali del traffico di minori e persino degli atti di cannibalismo
rituale immaginati da QAnon, gli Epstein’s files hanno dato ragione anche ai
complottisti, è questo il punto della questione, che analisti e sciocchi e
creduloni siano finiti dentro lo stesso gesto di sospetto verso il potere.
Nel suo articolo Magini si poneva nel solco della soluzione comunitaria, un tic
che denuncia una certa retromania umanista della critica del presente, una
postura che guarda al passato piuttosto che prendere atto della scomparsa
dell’umanità analogica. Chiedere più socialità, in questa lettura, ignora
l’eccesso di società che già condiziona e avvelena la sfera interiore. Nel 2025,
Fabio Ciancone, esaminando l’opera della sociologa Eva Illouz in Sovrasocialità
e altre storie, aiuta il lettore ad addentrarsi nella “modernità esplosiva” in
cui anche le emozioni umane sono modellate in profondità dalle strutture
economiche e sociali. Con il venir meno dello spazio pubblico e la pervasività
dei social media, lo spaesamento individuale porta la razionalità tradizionale a
incrinarsi davanti a disuguaglianze crescenti e a una diffusa rassegnazione
politica.
Con la conversione degli smartphone in dispositivi di ripresa e trasmissione
continua, si consolida un regime di celebrità diffusa che atomizza i soggetti e
li inchioda al loro personaggio virtuale. Siamo tutti famosi e tutti più soli,
separati nelle nostre camere esistenziali, siamo diventati pixel di un unico,
grande, script pubblicitario. Posseduti da una fama inconsistente, subentrata al
crollo dell’olimpo un tempo riservato ai divi del cinema e della televisione,
spazzato via dal #MeToo e dall’avvento dello streaming, la celebrità del nostro
tempo è minima e globalmente diffusa, scrive Alessandro Lolli in Storia della
fama (2025). Intervistato sul Tascabile da Elisa Cuter, Lolli parla
esplicitamente della fine del mainstream tradizionale in favore di
“micro-celebrità” di nicchia, un’altra tessera che va ad aggiungersi al puzzle
della frantumazione dell’immaginario. Per comprendere come si sia arrivati a
questo punto bisogna guardare al passaggio dai social network ai social media.
“Il social network nasceva per parlare con gli amici, creando fama in modo quasi
inconscio. I social media richiedono invece un’intenzionalità imprenditoriale:
chi vi partecipa accetta consapevolmente di salire su un palcoscenico per un
pubblico di sconosciuti […] fare arte o comunicazione diventa simile a
un’indagine di mercato, dove bisogna differenziarsi dai competitor e studiare il
proprio target di riferimento”. Tutto ruota attorno al feedback costante, che
costringe l’utente dei social a un’autocensura preventiva pur di compiacere la
propria bolla.
> Con la conversione degli smartphone in dispositivi di ripresa e trasmissione
> continua, si consolida un regime di celebrità diffusa che atomizza i soggetti
> e li inchioda al loro personaggio virtuale. Siamo tutti famosi e tutti più
> soli, pixel di un unico, grande, script pubblicitario.
La filosofia ha sempre guardato con sospetto le immagini. Schermo, esca,
apparenza, inganno, un vocabolario che oggi descrive però qualcosa di diverso da
ciò per cui era stato pensato. Giacomo Croci, recensendo L’inquietudine
dell’immaginario. Etiche dello sguardo di Pietro Bianchi (2026), lo scrive nella
forma più netta: “la preoccupazione non è più soltanto la manipolazione ma anche
la generazione, per via d’intelligenza artificiale, di flussi continui di
immagini senza redini né referenti reali”. Secondo Bianchi viviamo ormai una
nuova modalità percettiva, che fa a meno del corpo: la vista prescinde dagli
occhi e dai nervi, perché oggi vediamo innanzitutto “con il cinema”, “con la
televisione, gli smartphone, i musei” e “le finestre”. Siamo noi stessi
immagini, immagini che producono altre immagini: è la fine dell’autorialità
dispersa nel dominio del flusso. Ma è anche la fine dell’immagine stessa.
È in questa luce che va letta, forse, la morte annunciata del meme stesso. Il
reel, secondo Alessandro Lolli, ha preso il posto del meme visivo e statico.
Nella baraonda di “sketch comici interpretati da aspiranti comedian, pubblicità
buffe di aperitivi a Catania, influencer che fanno la predica, influencer che
‘reactano’ l’influencer di prima cercando di umiliarlo, gymbro e cryptobro che
cercano di insegnarti la vita, rare footage di concerti o programmi televisivi,
interviste al man on the street e ovviamente tonnellate di AI slop”, il meme è
morto “come idea, come attore principale di Internet”, non più “parola-chiave
delle nuove culture digitali”.
Fuoriuscendo dall’anonimato autoriale dei forum e diffondendosi sui social
media, il meme è stato presto cooptato dalla pubblicità e, come già ricordato,
dalla politica. Come le altre immagini, anche il meme si inserisce negli
“interessi degli asset finanziari”, che hanno svelato secondo Hito Steyerl il
mondo dell’arte come settore economico, capace di accelerare la circolazione
delle immagini in un ecosistema che, oltre a una dimensione energivora, impatta
profondamente anche sul piano del lavoro – con artisti costretti a operare “su e
per infrastrutture produttive delle aziende del big tech”, fomentando “dinamiche
razziali/imperialiste in cui divisione e delocalizzazione di micro-task”
ricadono su “lavoratori e lavoratrici poveri e razzializzati”, come descritto da
Vincenzo Estremo in Estetica del surriscaldamento – rafforzando così,
ulteriormente, il divario di classe.
> L’epilogo di questo viaggio nel passato recente è il quadro di un’epoca in cui
> l’immagine ha decretato la morte dell’immagine stessa, indisponibile ormai
> alla contemplazione perché parte di un flusso globale di estrazione violenta
> di dati mediante la cattura dell’attenzione.
Proprio quest’anno, quasi a certificare per via finanziaria ciò che l’immagine
ha già mostrato per via teorica, l’oligopolio delle grandi piattaforme cambia
volto: al vecchio acronimo GAFAM – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft,
le compagnie che dieci anni fa avevano costruito le bolle filtro descritte da
Pietro Minto – subentra, sui mercati, il nuovo acronimo MANGOS: Meta, Anthropic,
Nvidia, Google, OpenAI, SpaceX. Non più le aziende che estraevano dati da un
mondo condiviso, ma quelle che generano mondi propri, sintetici, attraverso il
sacrificio del mondo materiale. L’epilogo di questo viaggio nel passato recente
è il quadro di un’epoca in cui l’immagine ha decretato la morte dell’immagine
stessa, indisponibile ormai alla contemplazione perché parte di un flusso
globale governato da un’oscura termodinamica, in cui il maggiore o minore calore
non segnala altro in quale settore sta avvenendo l’estrazione violenta di dati
mediante la cattura dell’attenzione.
L'articolo Divenire flusso proviene da Il Tascabile.
M. per sei mesi ha fatto la ghostwriter: ha impersonato le creator di OnlyFans
nelle conversazioni con i clienti sulla piattaforma. Io e M. ci conosciamo da un
annetto ma non sapevo niente del suo lavoro. Così, quando me l’ha raccontato al
bar, dopo essersi licenziata, ho sviluppato un interesse fortissimo, allo stesso
tempo letterario ed economico, per questa storia. Quando le chiedo se ha un nome
finto che predilige per questa intervista mi risponde “Moana”, perché
l’espressione sempre triste e malinconica di Moana Pozzi – abbinata a Moana
Pozzi – secondo lei è una buona sintesi del sex work: un lavoro che si muove tra
performance e intimità simulata, in cui il corpo diventa racconto e allo stesso
tempo strumento per l’estrazione di plusvalore. Avevo paura che questa
intervista diventasse un pezzo da cronaca pop, o una storia alla Vice: un
racconto rapido, esotizzante e moralmente ambiguo. Spero che non lo sia
diventata.
Vorrei usare la storia di M. come una lente per osservare un sistema – quello
della sessualità mediatizzata – che oggi intreccia mercato, affettività e
finzione. Ci siamo incontrati e mi ha raccontato tutto. Nell’intervista, per
indicare le persone che creano contenuti sulla piattaforma, uso principalmente
il femminile, ma ovviamente anche gli uomini fanno questo lavoro. La scelta del
femminile estensivo ha due motivazioni: la maggior parte delle creator sono
donne; l’industria di OnlyFans è costruita intorno a una precisa grammatica di
genere, che orienta non solo le pratiche di consumo, ma anche le forme di potere
e rappresentazione di chi la abita. Di questo parleremo nel corso della
conversazione.
CHE LAVORO HAI FATTO?
Non so dirti se per legge esiste un inquadramento, però ho fatto la chatter.
L’industria di OnlyFans ha tre figure principali: le creator, le agenzie e i
content manager. Le piattaforme principali su cui caricare contenuti sono
Instagram, Telegram e il profilo vero e proprio. Su OnlyFans ci sono abbonamenti
gratuiti e a pagamento, che vanno dai 5 ai 50 dollari. Dopo che l’utente si è
abbonato, può vedere il profilo della creator e chattare con lei quando vuole: i
chatter impersonificano la creator. È un lavoro a turni, per cui ogni tot i
colleghi si danno il cambio, anche in piena notte a seconda delle agenzie. Chi
finisce il turno fa un report delle chat, di quali sono le situazioni in ballo,
di cosa si è parlato fino a quel momento, di cosa il cliente ha richiesto; chi
inizia prende in carico le chat e prosegue da lì.
Esiste un gestionale, nato per profilare i clienti, che tiene traccia di tutte
le persone che interagiscono con le creator e del loro storico: dati anagrafici,
kink particolari, cosa hanno comprato e a che ora, quello che gli è stato
proposto e non hanno accettato, quanto hanno speso da quando si sono iscritti.
Oltre a questo, il gestionale traccia l’attività del chatter e tiene in ordine i
conti: vendite, percentuali di guadagno di tutte le parti in causa, indici
statistici di efficienza e capacità di vendita del chatter, che in questo modo è
spinto essere efficiente. Il chatter viene pagato un fisso all’ora, a cui si
somma una percentuale su quello che vende.
QUANT’È LA PAGA BASE?
Ci sono molte agenzie che pagano i chatter tra 1 e 3 dollari l’ora, soprattutto
quelli provenienti da Paesi in cui è radicato il lavoro povero. Nella mia
esperienza, nel migliore dei casi in Italia guadagni 5,50 euro lordi l’ora, a
cui si somma una percentuale sul venduto che, a seconda dell’agenzia, oscilla
tra il 5 e il 10% (in rari casi alcune promettono il 20%). Più o meno una volta
l’anno in programmi tipo Le Iene fanno servizi dal tono scandalistico in cui
denunciano l’esistenza dei chatter e di questo sistema. In questi servizi i
chatter sostengono di poter guadagnare anche cifre molto alte, ma nella mia
esperienza questo non è vero. Io lavoravo part-time 16 ore a settimana, può
sembrare un modo comodo di arrotondare a fine mese, ma in realtà è molto
faticoso a livello mentale. I turni di notte, soprattutto quelli del weekend,
hanno cominciato a pesarmi da subito.
TIPO?
Può sembrare un lavoro divertente, alla fine puoi farlo da casa seduto sul
divano, ma comporta un grande coinvolgimento mentale e emotivo. Per vendere devi
stare dietro a tutto quello che succede anche quando non lavori, a chi sono i
clienti e cosa è successo, andarti a rivedere lo storico e le chat dei tuoi
colleghi prima di te. Il tutto in nome dalla coerenza, non devi mai dimenticarti
che stai partecipando ad una grande farsa, dopotutto. A un certo punto ti
ritrovi a cercare costantemente nuove strategie per vendere, i miei colleghi si
scambiavano messaggi sul gruppo WhatsApp anche fuori dai propri turni: seguire
gli sviluppi di una conversazione con un cliente diventava, passami il termine,
appassionante.
CHE NE PENSI DELL’APPROCCIO DELLE IENE?
In questo lavoro non c’è niente di segreto o illegale, è tutto alla luce del
sole. Per sapere quello che sto raccontando basta fare delle ricerche su
Internet. È pieno di articoli che raccontano storie simili alla mia, spesso
hanno tagli penitenti tipo “Il chatter pentito”, o scandalistici come “Cosa c’è
dietro il mondo di OnlyFans”. Non solo, si trovano anche facilmente annunci di
agenzie che ricercano chatter con tanto di job description completa. Nonostante
questo, con i clienti non se ne può parlare: far cadere il velo su questo lavoro
comporterebbe la diffusione dell’idea che OnlyFans sia una truffa.
Il grande scandalo spesso è: c’è un uomo che parla al posto della creator. La
maggior parte dei chatter sono uomini e questa roba manda totalmente fuori di
testa il maschio etero: “Oddio, un altro uomo mi ha aiutato a segarmi”.
Peraltro, i chatter maschi secondo me sanno meglio cosa vogliono gli uomini. In
generale, chi lavora in questa industria non ci vede niente di sbagliato, sta
semplicemente fornendo un servizio specializzato su una piattaforma a pagamento.
Il cliente medio si sente molto in colpa per aver speso soldi su OnlyFans, ad
esempio su Reddit è pieno di thread di gente preoccupata del fatto che la
propria banca venga a sapere degli acquisti fatti su OnlyFans. Questo tipo di
cliente di solito è molto nervoso e suscettibile, dopotutto sta facendo una cosa
che vorrebbe tenere nascosta, e se non riceve quello che si aspetta (attenzioni,
contenuti esclusivi, trattamenti di favore), se non ottiene l’illusione di avere
un rapporto speciale con la creator, si incazza.
INTERESSANTE QUESTA COSA DEL SENSO DI COLPA.
Ci sono vari tipi di clientela. Partiamo da un presupposto: OnlyFans non è più
la piattaforma in cui una persona a caso mette la foto dei piedi e tira su due
soldi. Funziona bene soltanto per persone con una certa visibilità pregressa.
TIPO LE PORNOSTAR?
Sì tipo, però i contenuti delle pornostar stanno su altri canali più mainstream
e accessibili. Magari loro caricano su OnlyFans i contenuti esclusivi, o magari
su PornHub mettono soltanto spezzoni di video o la parte di flirt iniziale.
Un’altra categoria di creator di OnlyFans è quella delle influencer, o comunque
di persone che hanno una certa visibilità sui social, che giocano con la
fantasia della gente che la segue da tempo e che pensa “cazzo quanto vorrei
vederle le tette”. Lei si apre OnlyFans e così realizza il desiderio dei
follower di entrare nel suo privato.
DICEVAMO DELLE CATEGORIE DI CLIENTI.
Sì ecco: la prima categoria di clienti è quella dei fan, quelli che pagano
l’abbonamento contenti di farlo, di supportare l’attività della creator per
aiutarla negli studi, nelle sue passioni o per comprarsi belle cose, magari
degli outfit con cui poi girare dei contenuti. La seconda è quella del cliente
transazionale, che paga e vuole ricevere il meglio che può avere: arrivano,
poche chiacchiere, ti chiedono se hai il genere di contenuto che desiderano,
contrattano, pagano e poi scompaiono. Abbastanza facili da gestire, un po’
pretenziosi e scortesi nelle richieste. Poi ci sono quelli che si sentono in
colpa: “Non mi sono mai iscritto a OnlyFans, sei la prima, l’ho fatto solo per
te”. Sono molto indecisi e cercano spesso di mutare il rapporto economico in una
specie di flirt personale: “Ci possiamo conoscere? Se ti offrissi un caffè?”.
Questi clienti vogliono comprare porno ma devono ammantare il loro desiderio
dietro un velo di conoscenza e di rapporto diretto. Nell’approccio sono i più
simili alla vita reale. Su OnlyFans ho chattato con gente che parlava come i
tipi che becco su Hinge: niente di esplicito, come se esistesse la possibilità
di un incontro reale che però non avverrà mai. I clienti di questa terza
categoria sono i peggiori, un po’ perché ti fanno perdere un sacco di tempo, un
po’ perché si vogliono far conoscere: ti mandano un selfie, ti fanno vedere
quanto è bella la loro faccia o il loro pene, cercano di sedurti insomma.
Abbastanza ridicoli. Poi ci sono i perditempo, quelli che non compreranno mai
niente, e infine gli schiavi, una categoria di persone che sanno molto bene
quali sono i propri kink e cercano le dinamiche tipiche dei rapporti di
dominazione/sottomissione caratteristici del mondo BDSM: vorrei essere il tuo
schiavo, sono il tuo cane, sei la mia mamma.
PIÙ IN GENERALE LA VENDITA DEI CONTENUTI COME FUNZIONA?
Di base esistono due tipi di contenuti, quelli per tutti e quelli custom. I
contenuti per tutti sono quelli che la creator produce perché le va, i custom
sono contenuti personalizzati di tutti i tipi. Il primo sono i dick rating
(scritti, vocali, video, video topless, video nuda), per i quali chiediamo foto
del pene da varie angolazioni, facciamo pagare il cliente e poi scriviamo una
recensione che inviamo direttamente o che la creator legge o interpreta in
video, se le viene richiesto. Le persone che godono con la small penis
humiliation (SPH, in gergo) vogliono che tu dica loro che ce l’hanno piccolo,
che fanno schifo, che non sono veri uomini e cose del genere. Altri vogliono
essere elogiati: una roba per cui solo un uomo potrebbe pagare.
I JOI (Jerking Off Instructions) sono vere e proprie istruzioni su come
masturbarsi, customizzate in base al contenuto o a come la creator deve apparire
in video. Molto spesso terminano con un conto alla rovescia. Infine ci sono i
video custom in generale, in cui il cliente può dare un po’ le istruzioni che
gli pare, spesso chiedendo alla creator di pronunciare il suo nome, ammesso
ovviamente che lei abbia voglia di fare quella determinata pratica. Alcune
creator non fanno nemmeno il nudo, per dire. I contenuti custom costano di più
perché difficilmente possono essere rivenduti ad altri, per questo si cerca di
spingere il cliente verso contenuti più generici, che possono essere rivenduti
magari a prezzi più bassi in seguito.
QUANTO TEMPO CI METTE LA CREATOR PER REALIZZARE UN CONTENUTO?
Dipende, alcune sono molto veloci, altre ci mettono anche mesi, e questo è un
problema perché il cliente aspetta, spesso è impaziente e noi dobbiamo tenerlo
buono. Magari il cliente vede che la creator posta su Instagram, è attiva sui
suoi profili però non gli manda il video o non risponde in chat e comincia a
spazientirsi o a sentirsi scammato. Ci sono effettivamente le agenzie che
vendono contenuti che poi non arriveranno mai, alcuni clienti magari sono stati
davvero truffati una volta: il tuo compito è quello di rassicurarli e mostrarti
sempre disponibile e professionale, mentre aspetti che la vera creator produca
il custom. Questa parte del lavoro è sicuramente tra le più faticose da gestire.
POSSO CHIEDERE ALLA CREATOR ANCHE DI FARE SESSO CON ALTRE PERSONE?
Sì certo, ammesso che lei voglia. Ovviamente anche in quel caso c’è ogni tipo di
categoria: boy-girl, girl-girl, boy-girl-girl e così via. Chiedere contenuti
custom di questo tipo è complesso e costa tanto perché la creator deve trovare
la persona pronta per farlo. Il contenuto più facile da trovare è quello
girl-girl, perché le creator tra amiche non hanno problemi a girare questi
video, al contrario che con gli uomini.
E IL TUO RAPPORTO CON IL SESSO È CAMBIATO FACENDO QUESTO LAVORO?
Sì. All’inizio l’idea di fare questo lavoro ti fa ridere. Ho iniziato questa
cosa senza sapere molto di OnlyFans, ho preso il lavoro come una specie di
esperimento sociologico. Mi sono detta: mi piace fare sexting, non mi imbarazzo
facilmente, dovrebbe riuscirmi bene. La sex chat in sé è diversa dalla chat
normale, è più esplicita e a pagamento. Fare sexting con i clienti è
faticosissimo, è la cosa meno erotica che io abbia mai fatto: ovviamente non
pensavo che mi sarei eccitata facendo questo lavoro, ma ero curiosa. Alla lunga
sono sempre le stesse cose, ripetitive a seconda del tipo di cliente. A volte
facevo tre sex chat insieme. Chiaramente, il tempo è denaro anche nelle sex
chat, quindi se il cliente non viene devi fargli capire che il tempo del
giochino è finito.
Ad un certo punto questo scollamento tra quello che scrivevo e quello che
provavo mi ha destabilizzata, mi è passata la voglia di fare sexting. Nella mia
vita privata dicevo le stesse cose che al lavoro. Di base io non condanno le
fantasie delle persone, anzi, le rispetto. Ma quando ho cominciato a vedere il
mondo attraverso quella lente, è diventato pesante. Secondo me se non sei
totalmente immerso nell’ambiente diventa dissociante, è come se avessi avuto una
doppia vita per un po’. C’è da dire che, in generale, esiste pochissima
consapevolezza sessuale. Soltanto nel mondo kink e BDSM c’è una consapevolezza
diffusa su come si tratta l’altra persona, nel sesso “vanilla” spesso c’è poca
cura o consapevolezza, manca la cura dei sentimenti.
TI TURBAVA SOLO IL LATO SESSUALE?
Le cose che poi mi hanno turbata non sono quelle che mi aspettavo: non è vedere
foto di cazzi o video di mistress che rende il lavoro pesante, piuttosto la
relazione psicologica con i clienti. Molti di loro spendono soldi e instaurano
con te – con la creator – un rapporto vero e proprio. Questa relazione a una
certa è strana: loro pensano di relazionarsi con la creator (con cui forse non
hanno mai parlato), in realtà comunicano non con uno ma con tanti chatter di cui
non conoscono l’identità. Ecco, i rapporti che si creano tra creator e cliente
sono delle specie di matrioske, ci sono tanti stadi di separazione tra di loro.
Le persone chiedono consigli personali, si sfogano sui loro problemi di
famiglia, soldi e salute, dicono cose come “sono contento di averti incontrata,
sono contento che mi ascolti”.
Diventano relazioni personali, senti il peso della responsabilità. Ho chattato
quasi con piacere con alcune persone, abbiamo parlato di Palestina, di ambiente,
di politica. Alcuni clienti sanno benissimo che c’è un’agenzia, magari stanno al
gioco, altri non ne hanno idea. Gli schiavi arrivano a dei livelli di
sottomissione estremi, la padrona può decidere persino della loro vita
relazionale e impedire loro di uscire con una ragazza. Anche se la creator
magari non vorrebbe sottomettere i clienti, per le agenzie è anche una questione
economica, sottomettere e controllare il cliente porta soldi.
LE CREATOR NON PARLANO MAI COL CLIENTE?
Tendenzialmente no; se lo fanno paradossalmente è un problema, perché potrebbero
non seguire lo script e parlare in modo differente da noi. A livello mentale è
difficile gestire la chat, anche perché non è mai solo una, io ad esempio ho
gestito fino a nove creator contemporaneamente: devi “switchare” tra le varie
“personalità”, è un lavoro di scrittura vero e proprio. Alcune creator tengono
di più alla loro identità, ad altre importa solo che non fai errori grammaticali
o che non usi certe emoticon.
COM’È IL RAPPORTO DEI CLIENTI CON I SOLDI?
Ho visto gente che da quando si è iscritta ha speso fino a 10.000 dollari.
Alcuni non hanno problemi di spesa, altri sì, quindi ti chiedono di aspettare lo
stipendio per la transazione o se possono ricevere sconti. In alcuni casi si
innesca una specie di meccanismo di dipendenza. Molti clienti sono giovanissimi:
è molto più comune trovare adolescenti che come primo approccio al sesso usano
OnlyFans rispetto al boomer che uno si potrebbe immaginare. Questi ragazzi si
presentano insicuri, dicono di essere vergini, di non aver mai visto una donna
nuda e sfogano le loro fantasie sulla creator. Alcuni clienti aspettano la
paghetta dai genitori per comprare contenuti.
VOI CHATTER AVETE POTERE DI CONTRATTAZIONE SULLE VENDITE?
Sì, siamo venditori, dobbiamo studiare il cliente. Abbiamo una repository con i
contenuti e i prezzi, possiamo scegliere come venderli, che pacchetti fare, come
trattare. Dobbiamo anche dare l’impressione al cliente che quel contenuto sia
esclusivo, quindi lo sconto è anche uno strumento di finzione e di
convincimento. Per l’agenzia è sempre meglio vendere a un po’ meno che non
vendere. Di base contenuti molto vecchi o le foto possono essere svenduti. Ogni
creator ha i suoi prezzi, ma a decidere sono anche le agenzie, infatti se una
creator cambia agenzia e quella nuova fa prezzi più alti bisogna lentamente
rimodellare le tariffe senza far percepire al cliente che è cambiato qualcosa.
C’è tanto ragionamento economico dietro OnlyFans.
NELL’APPROCCIO MATERIALE AL LAVORO SECONDO TE ESISTONO CREATOR DI DESTRA E
CREATOR DI SINISTRA? TI FACCIO UN ESEMPIO: LEI [LE MOSTRO IL PROFILO DI UNA
CREATOR] È UNA FAMOSA PER ASSOCIARE AL SUO LAVORO SU ONLYFANS UNA SERIE DI
PRATICHE DI DIVULGAZIONE E DI ATTIVISMO, L’EDUCAZIONE SESSUALE, I VIDEOCORSI SU
PATREON, LE SLIDE CON LE ANALISI WOKE SUL FATTO DEL GIORNO. LA SEGUE LA PAGINA
DI NON UNA DI MENO, PER DIRE.
Lei quindi la identifichi come di sinistra. Sì capisco, ci sta. Pensa anche a
lei [mi mostra il profilo di un’altra creator], che fa l’attivista per la tutela
degli animali. Che poi è anche una questione di target e di pubblico che le
creator vogliono raggiungere. Esistono creator i cui clienti standard sono i
professori universitari.
ECCO, SE NOI TRASPORTIAMO QUESTA ATTITUDINE IDENTITARIA DA SOCIAL AL LAVORO, C’È
UNA DIFFERENZA POLITICA TRA LE CREATOR?
La mia agenzia aveva un target specifico di creator, diciamo “di sinistra”. Ci
sono tante creator che fanno attivismo, che fanno divulgazione sull’educazione
sessuale e affettiva, sull’animalismo, sul veganesimo. Altre fanno solo porno,
fanno le mistress e magari pippano un sacco di bamba. Forse la distinzione è
questa. Mettiamola così: nella prassi economica le creator donne sono più di
sinistra, i creator uomini hanno un approccio più di destra. I creator uomini
fanno quasi solo video in cui trombano altre creator, li vendono a basso prezzo
e la creator che recita con loro perde valore sul mercato della piattaforma,
perché i contenuti che sul profilo di lei stanno a una certa cifra, su quello di
lui li trovi a molto meno.
DIRESTI CHE CI SONO CREATOR E CONTENUTI “PROGRESSISTI”?
Sì, perché le creator, nella loro immagine pubblica più che nell’approccio al
lavoro, sintetizzano certi ideali. Se fai questo lavoro hai una certa attitudine
a promuovere idee che oggi si è intestata una certa parte di sinistra: la
libertà sessuale, la scelta sul proprio corpo, l’autonomia economica delle
donne. C’è molta retorica sul piacere individuale della donna, sulla libera
scelta nelle pratiche e così via. I contenuti degli uomini sono molto più
mainstream, piacciono a un pubblico più di destra. Che poi si crea un
cortocircuito: OnlyFans è una piattaforma genericamente progressista che ha un
pubblico prettamente conservatore. Le stesse persone che lo usano, in pubblico
lo condannano. In Italia Tremonti ha introdotto la tassa etica sul porno: è una
flat tax del 25% sui redditi, è tantissimo.
MA I CLIENTI DEI CREATOR UOMINI CHI SONO?
Gli uomini. Uomini che vogliono vedere le donne con cui gli uomini scopano. Non
ho mai avuto una cliente donna, al massimo uomini che fingono di essere donne
perché pensano di ricevere un trattamento di favore, ma li sgami subito. Una
donna non pagherebbe mai per un servizio del genere secondo me. C’è una parte
omosessuale maschile che non conosco, non ti posso dire niente su quella.
E LA CHAT TRA UOMINI COME FUNZIONA?
Non ho mai impersonato un creator uomo, non te lo so dire, ma sarebbe molto
interessante saperlo. Secondo me lì la chat è inesistente, ti pare che i clienti
etero ammettono di masturbarsi con altri uomini? Sbloccano il contenuto e stanno
zitti. Anche le didascalie dei contenuti dei creator uomini sono molto
incentrate su un approccio oggettificante della donna. OnlyFans è un prodotto
ideato dagli uomini per gli uomini, è un prodotto patriarcale e maschilista che
però è raccontato come uno strumento di liberazione femminile, perché serve a
far fare soldi alle donne. In parte se vuoi è vero, alcune ci guadagnano molto,
ma c’è un grosso tema di immagine pubblica. Cosa succederà a una ragazza che a
vent’anni vuole fare l’onlyfanser quando a trenta vorrà cambiare lavoro? Per un
uomo resta molto diversa la questione. Cicciolina sarà per sempre quella che si
è scopata un cavallo (falso, tra l’altro), Rocco Siffredi è un imprenditore, un
regista, persino un padre di famiglia. Molte ragazze vengono rovinate da agenzie
che svendono i loro contenuti a pochissimo e poi i clienti li diffondono su siti
gratuiti. A quel punto, da un punto di vista meramente economico, quella creator
sul mercato non vale nulla.
L'articolo Desideri contenuti proviene da Il Tascabile.
Iniziamo segnalando la presentazione di Assalto alle piattaforme di Kenobit (ed.
Agenzia X) al CSOA Forte Prenestino, il 4 Febbraio.
Nvidia ha preso molto del suo materiale di "training" da Anna's Archive; quella
che sembra essere una pratica comune questa volta è stata confermata da
documenti interni. Meraviglioso il modo in cui si sono difesi.
Dopo il blocco di Internet durante le elezioni in Uganda, e il lunghissimo
blocco di Internet in Iran, guardiamo ad alcuni report che segnalano l'utilizzo
di Bitchat, una applicazione di messaggistica che sembra interessante per casi
in cui la possibilità di comunicare via Internet è impedita. Ma non è tutto oro
quello che luccica.
Notiziole:
* Microsoft perde la causa intentata da NOYB riguardo al tracciamento di
persone minorenni tramite la sua suite Microsoft 365 Education, rivolta alle
scuole.
* la Corea del Sud fa (per prima) una legge sulla sicurezza della cosidetta
intelligenza artificiale ad alto impatto. confrontiamola con l'AI Act
europeo.
* Nel Regno Unito il dibattito sulla perdita di posti di lavoro (per la verità
ancora fenomeno la cui esistenza è dibattuta) dovuta all'intelligenza
artificiale torna a far parlare di reddito di cittadinanza.
* TikTok è passato a guida Usa, e gli effetti si vedono: la nuova privacy
policy gli consente di raccogliere più dati di quella precedente
* Il capo dell'agenzia per la cybersicurezza Usa ha caricato sul ChatGPT
pubblico dei documenti riservati dell'agenzia stessa
Infine, il quizzone: quando visitate un sito i cui server si trovano negli Usa,
come fanno i dati inviati dal vostro dispositivo a raggiungere il server?
A) con sistemi di trasmissione radio, come il Wi-Fi
B) con sistemi satellitari
C) con dei cavi
La risposta esatta è la C: dei cavi sottomarini. Questo ci permette di parlare
della continua espansione di questa infrastruttura (ormai esistono circa 600
cavi sottomarini, per un'estensione totale che supera abbondamentemente il
milione di kilometri), ma anche della crescente concentrazione. A stendere
sempre più tratte sono non tanto le imprese di telecomunicazioni, ma quelle di
contenuto, come Google, Meta, ecc. insomma, le solite.
Ascolta la puntata sul sito di Radio Onda Rossa
C hiedi chi erano i meme. Le ultime generazioni potrebbero non saperlo o averne
un’idea così diversa da mandarci in confusione. Late-zoomer e early-alpha stanno
crescendo in un ecosistema mediatico sensibilmente diverso da quello di
pochissimi anni fa e i meme sembrano aver fatto la fine dei giocattoli dei
fratelli maggiori. Quando è successo? E soprattutto, come?
Ormai quasi dieci anni fa, scrivevo La guerra dei meme per raccontare quel nuovo
fenomeno ‒ che nuovo era solo per “il mondo dei grandi” che leggono saggi ‒ e
sin dalla prima presentazione mi venne chiesto se il libro non fosse già
vecchio. Sorte comune a ogni testo che affronta i fenomeni di Internet e che
corre il rischio di scattare fotografie mosse a un paesaggio che scorre troppo
rapidamente dai finestrini del treno. Per anni ho avuto l’arroganza di
rispondere che quello era invece un video che inquadrava davanti al treno, che
il libro si stava avverando di fronte ai nostri occhi. Oggi posso serenamente
affermare che si tratta di una fotografia, spero accurata, di un paesaggio ormai
alle nostre spalle e che i meme hanno perduto la centralità che un tempo avevano
nel cuore della pop culture.
Per ricostruire ascesa e declino dei meme bisogna capire cosa sono e sono stati,
cioè cosa li ha distinti da ogni altra forma espressiva, precedente e
successiva. Per farlo occorre prima di tutto sgombrare il campo da un equivoco
colto, specialmente in un contesto come questo, da una falsa pista
interpretativa che ancora oggi li lega ad uno dei più influenti saggi del
Novecento.
Il gene egoista (1976) è un capolavoro di divulgazione scientifica che ha
accidentalmente partorito un figlioletto umanista storpio chiamato “memetica”.
Riformulando e integrando le ricerche di genetisti e biologi del decennio
precedente ‒ tra cui George C. Williams e William D. Hamilton ‒ l’autore Richard
Dawkins propone una versione del darwinismo che riesce a rispondere in modo
convincente a presunte aporie della teoria dell’evoluzione, come ad esempio i
comportamenti altruistici che osserviamo in natura. A essere egoista infatti non
è l’individuo, e neppure la specie, ma il gene che usa a diversi livelli sia le
specie sia gli individui come veicoli per moltiplicarsi.
Si scopre che il gene è quindi l’unità minima della biologia, il vero ente che
mira a riprodursi, l’attore ultimo della voluntas schopenhaueriana. Ispirato da
quest’idea dell’unità minima e spinto da una tensione ambivalente verso le
scienze umane, Dawkins decide di dedicare una dozzina di pagine del suo libro a
“la sfida formidabile costituita dal dover spiegare la cultura”. Come esiste in
biologia, questa unità minima che si replica e si ricompone in complessi sempre
diversi deve esistere anche nella cultura e la chiameremo “meme”, dalla radice
greca mimeme, “imitazione”. Vasto programma immediatamente abortito giacché
Dawkins non ci prova neanche a individuare questa unità minima e ci spiega che
“esempi di meme sono melodie, idee, frasi, mode, modi di modellare vasi o
costruire archi”. Letteralmente la qualunque.
> Per ricostruire ascesa e declino dei meme bisogna capire cosa li ha distinti
> da ogni altra forma espressiva, precedente e successiva. Per farlo occorre
> prima di tutto sgombrare il campo da una falsa pista interpretativa che ancora
> oggi li lega ad uno dei più influenti saggi del Novecento.
Se il gene è stato individuato attraverso criteri estremamente precisi, poiché
tutto ciò che è più piccolo del gene si aggrega piuttosto che replicarsi e tutto
ciò che è più grande si compone di geni medesimi e quindi si riproduce in forme
diverse, per il meme abbiamo questa parata eterogenea delle prime “cose
culturali” che gli sono venute in mente. Perché le melodie e non le note? Perché
le frasi e non le parole? O non addirittura i fonemi? Dawkins non sembra neppure
sospettare l’esistenza di tali obiezioni che invece hanno fondato le singole
scienze umane le quali, ognuna per conto proprio, si sono dedicate nei secoli
alla ricerca dei propri fondamenti, e talvolta delle proprie unità minime
(segno, parole, suono, sacro/profano, solo per dirne alcune).
Incapace di rispondere a questa domanda e addirittura ignaro della sua
esistenza, Dawkins propone una scienza memetica della cultura che si limita ad
affermare che la cultura è differenza e ripetizione, è rottura e continuità, che
le conoscenze si tramandano di generazione in generazione, ricombinandosi in
forme sempre più complesse. Ovverosia l’intuizione di “cultura” che abbiamo
tutti, professionisti e non, una delle poche cose su cui si può concordare
pacificamente a dispetto di orientamenti, scuole di pensiero e formazioni
specifiche. La pericolante “scienza memetica” che prenderà le mosse da questa
affermazione lapalissiana sarà in effetti il tentativo di dimostrare l’ovvio ad
opera per lo più di studiosi di formazione scientifica che, cimentandosi da
dilettanti nei vari campi del sapere umanistico, giungono alla conclusione che,
sì, anche qui ci troviamo davanti a un insieme di idee che si ricombinano
sincronicamente e diacronicamente.
Tutto questo sembra meno assurdo se si capisce il vero obiettivo polemico di
Dawkins e soci, cioè la religione. Più precisamente, una caricatura tanto del
pensiero religioso in sé quanto della sua influenza sul modo in cui la cultura
pensa sé stessa. Costoro sembrano immaginare che, prima della loro
interpretazione materialistica della trasmissione culturale, la visione
dominante sul tema voleva che le idee calassero dal cielo nella mente delle
persone, un miracolo continuo che solo negli anni Settanta è stato finalmente
smascherato nella sua realtà di saperi tramandati e ricombinati. Ovviamente già
Aristotele ci diceva che l’immaginazione è una facoltà chimerica, cioè memetica,
come direbbero loro, e nessuno ha mai letto la cultura come questa ripetuta
immacolata concezione di idee.
La memetica si rivela allora come strategia per attaccare un certo tipo di memi,
quelli religiosi, descritti ora con accenti dispregiativi: il meme di Dio, il
meme della resurrezione, quello del diluvio e del giudizio universale, tutta una
serie di idee false che hanno “infettato” le menti di generazioni. Dawkins in
effetti vivrà una seconda giovinezza nel mainstream a partire dagli anni Duemila
quando verrà arruolato tra i “Quattro Cavalieri del New Atheism”, in compagnia
di Daniel Dennett, Christopher Hitchens e Sam Harris, un movimento culturale che
avrà una grande influenza in quegli anni, soprattutto tra i giovani e
soprattutto su Internet. Non è un caso allora che, proprio in quegli anni, i
giovani su Internet scelgano un neologismo inventato da uno dei loro maestri per
descrivere le immagini con cui avevano preso a giocare. E lo scelgono bene. Il
concetto dietro al meme dawkinsiano, infatti, funziona tanto male come
interpretazione della cultura tutta, quanto bene per spiegare il meccanismo
dietro questo specifico artefatto digitale: i meme di Internet.
I meme di Internet sono quella classe di contenuti virali che anziché limitarsi
a riprodursi tali e quali a sé stessi, si ricompongono in forme sempre diverse a
partire da una matrice codificata. Ciò che li distingue, invece, da ogni altro
artefatto culturale umano, da quella ovvietà che Dawkins credeva di aver
scoperto nel 1972, è che nei meme questa ricombinazione controllata di
differenza e ripetizione è il senso del gioco stesso. Un’immagine diventa meme
solo nella misura in cui viene collettivamente accettata come tale, ovverosia
come template per nuove iterazioni.
> I meme di Internet sono quella classe di contenuti virali che anziché
> limitarsi a riprodursi tali e quali a sé stessi, si ricompongono in forme
> sempre diverse a partire da una matrice codificata. Ciò che li distingue è che
> nei meme questa ricombinazione controllata di differenza e ripetizione è il
> senso del gioco stesso.
L’origine di queste immagini poteva essere quanto mai varia e in definitiva
irrilevante. Partire da qui, però, ci aiuta a capire perché questa irrilevanza è
rilevante, ovverosia cosa separa il meme dal contenuto virale e dalle altre
immagini che si diffondono su Internet.
Possiamo suddividere l’origine della maggior parte dei meme in tre categorie:
frammenti di attualità, frammenti di cultura pop e immagini precedentemente
ignote. Partiamo dall’ultima che comprende opere artistiche originali e
fotografie anonime, come quelle per le agenzie di stampa. Fanno parte di questa
categoria alcuni tra i meme più antichi e famosi: i Rage Comics originali, i
vari Wojak e stock photo rese immortali dalla memificazione come il Distracted
boyfriend, l’Expanding brain e l’intera produzione di un anziano modello
ungherese, oggi noto come Hide the pain Harold. Queste immagini esistono nella
coscienza collettiva solo nella misura in cui sono riuscite a diventare meme,
segni che ne generano altri, da sole non vogliono dire nulla.
Discorso apparentemente diverso per le altre due classi che abbiamo isolato.
Tanto un Homer che indietreggia fino a scomparire nella siepe quanto un Salvini
che sbotta scocciato “Ah, no? Non posso?” avevano una vita culturale precedente
alla loro memificazione. Eppure: vi ricordate di cosa stava parlando Salvini in
quella trasmissione? Cosa ha fatto indietreggiare Homer? A quale membro del
consiglio Boromir spiega che non si può “semplicemente” camminare verso Mordor,
di quale eroe Thanos non sapeva neppure l’esistenza o gli elementi oggetto della
famosa conta manuale di Berlusconi?
Abbiamo dimenticato quasi tutte queste informazioni perché l’importanza del
canovaccio, dello schema narrativo, cioè del meme, ha superato quella del
contesto originario. Anche se alcune di queste scene si sono inizialmente
imposte all’attenzione pubblica per ciò che rappresentavano originariamente, la
memificazione le decontestualizza immediatamente.
Il contenuto virale ‒ come può essere un tormentone musicale, un gol leggendario
o anche la gaffe di un politico ‒ resta semplice contenuto virale finché
continua a parlare di sé stesso; diventa meme nella misura in cui si fa cornice
narrativa e il referente originale non conta più nulla.
L’altra cosa che smette di contare nei meme è l’autore. Se infatti è irrilevante
il contesto originario da cui emerge una nuova cornice memetica, è anche
irrilevante chi è stato il primo a scegliere di decontestualizzare quel
frammento specifico. E se talvolta la “filologia memetica” operata da pagine
come KnowYourMemes rintraccia la potenziale prima iterazione di un template, e
magari il nickname dell’Original poster, il fatto non lo rende l’autore del meme
poiché quel fotomontaggio che ha manualmente messo insieme è diventato meme solo
e soltanto perché migliaia di altre persone lo hanno riconosciuto come tale,
usandolo nelle loro reiterazioni. Ogni meme, inteso come cornice memetica, è
pertanto strutturalmente anonimo e collettivo e solo le specifiche iterazioni,
intese come singolo meme, possono avere un autore, sia esso un utente o una
pagina.
> Nei meme smette di contare l’autore. Se infatti è irrilevante il contesto
> originario da cui emerge una nuova cornice memetica, è anche irrilevante chi è
> stato il primo a scegliere di decontestualizzare quel frammento specifico.
Questa forma espressiva che sembra per sua natura anarchica e indomabile è stata
invece al centro di numerosi tentativi di cattura da parte di vari poteri. Nel
corso degli anni Dieci i meme hanno informato, strutturato e definito almeno due
movimenti dal basso, Anonymous/Occupy prima e l’Alt-Right originaria poi; sono
stati posti al centro di campagne di marketing ed elettorali, esperti di
comunicazione politica o commerciale hanno cercato in tutti i modi di capire
come sfruttare al meglio questa sorta di testimonial costo zero, queste
immaginette già note a tutti alle quali era possibile far comunicare qualsiasi
messaggio, e ci sono riusciti con esiti altalenanti. Da qualche tempo però la
febbre pare essersi esaurita e la stessa parola ricorre sempre meno, persino per
chiamare quei contenuti che sono a tutti gli effetti dei meme. Cos’è che vi
manda tutto il giorno in DM (Direct Message) il vostro bro? Come li chiamate? Ah
già… dei reel…
Al volgere del decennio, il formato di content più diffuso su Internet diventa
il video breve.
Ad aprire le danze è stato il boom in Occidente della piattaforma cinese TikTok,
specializzata esclusivamente su questo tipo di contenuti, seguita a ruota dai
reel di Instagram e da quel che resta di Facebook, che ha a sua volta
semplificato l’integrazione di video nel feed.
L’Internet delle immagini divertenti cede il passo all’Internet dei video brevi
divertenti.
Ma che c’entra questo con quel tipo preciso di contenuto divertente chiamato
meme? Fin qui abbiamo dato per scontato che questi artefatti culturali chiamati
meme fossero sempre immagini accompagnate da parole perché… era quasi sempre
così. Nulla nella nostra definizione di meme prescrive o anche solo suggerisce
il formato che dovrebbero avere questi segni che ne generano altri. Infatti, ben
prima di TikTok e dei reel, sono esistiti meme che insistevano su altri formati,
formati video, formati audio o audiovisivi; ma erano delle eccezioni che
saltavano all’occhio.
Internet era dominata da immagini + testo per le stesse ragioni per cui verrà in
seguito dominata dai video. Prima di una rivoluzione culturale, ad avere
inaugurato l’era dei meme è stata infatti una rivoluzione tecnologica, una serie
di scatti in avanti della tecnica che hanno via via composto l’ecosistema
adeguato al fiorire di questa forma espressiva. Il primo pezzo di questo
ecosistema è stato ovviamente Internet stessa, una rete globale basata sul
principio di condivisione orizzontale di informazioni. Che per un po’ di tempo è
rimasto per l’appunto un principio.
I meme iniziano a diffondersi nella prima metà degli anni Zero, non prima e non
dopo, perché in quegli anni aumenta la velocità delle connessioni e diventa
possibile scaricare, caricare e condividere immagini senza impiegare mezza
giornata. Parallelamente si diffondono competenze e strumenti: tutti imparano a
intervenire su un’immagine con un breve testo e i meme editor online rendono
questo compito ancora più elementare. L’ultimo tassello sono stati i social
network che hanno in parte alterato il primo ecosistema memetico fondato su
imageboard e forum che permettevano una circolazione centrifuga e anonima: da un
lato rendendoli un fenomeno veramente di massa, dall’altro introducendo le prime
autorialità parziali: utenti e pagine che “firmano” le loro singole iterazioni
di un meme.
> I meme iniziano a diffondersi nella prima metà degli anni Zero, non prima e
> non dopo, perché in quegli anni aumenta la velocità delle connessioni e
> diventa possibile scaricare, caricare e condividere immagini senza impiegare
> mezza giornata.
TikTok e i reel hanno condotto la stessa rivoluzione tecnologica sostituendo i
video brevi alle immagini come contenuto egemone di Internet. Trovando un
ecosistema socialmediatico già sviluppato, la rivoluzione video si è dipanata su
due vettori, uno pratico e uno più teorico. In primo luogo, proprio come accadde
per le immagini con le scritte, sono stati resi disponibili rudimentali
strumenti di video editing ‒ interni alle piattaforme come TikTok e Instagram ‒
che hanno reso l’intervento su video semplice quasi come quello sulle immagini.
Ma l’intuizione fondamentale è stata forse quella teorica, ovverosia iscrivere i
video nello stesso campionato delle immagini. Se YouTube, che esisteva già da
quindici anni, va in competizione con la televisione, i video brevissimi
occupano lo stesso spazio/tempo di fruizione delle immagini, giocano nel
campionato dello scrolling e lì stravincono contro i loro antenati fermi sulle
gambe.
Che abbiano stravinto è un dato di fatto e non è difficile capire il perché. È
in fondo già successo un secolo fa quando milioni di persone in tutto il mondo
si riversavano nei cinema piuttosto che nei musei o alle mostre fotografiche,
un’altra invenzione tutto sommato recente. La potenza dell’immagine in movimento
travolge quelle statiche, se parliamo di mera capacità di intrattenimento. Non
voglio infatti affermare un qualche primato estetico del cinema sulle arti
figurative: Kubrick e Turner hanno pari dignità, ma chi dubiterebbe mai che i
biglietti venduti nei cinema di tutto il mondo per il solo Shining superano la
somma degli ingressi alle mostre dedicate al pittore inglese tenutesi nell’arco
degli ultimi due secoli? Gli effetti di questa maggiore potenza si evincono
anche da un proporzionale impoverimento della scrittura che si accompagna ai
nuovi content in movimento.
Alla fine degli anni Dieci, proprio come le arti figurative all’avvento del
cinema, i meme si trovavano in piena fase avanguardista. Per via della natura
dichiaratamente ricombinatoria del gioco, i meme hanno preso a combinarsi in
modi imprevisti e intenzionalmente trasgressivi. Meme che combinavano più
template, meme che tradivano le aspettative intrinseche di una determinata
cornice, meme completamente surreali che si facevano beffe di ogni possibile
aspettativa interna alla forma espressiva, insomma dei metameme, meme
“consapevoli” di essere tali che incrementavano la complessità del gioco stesso,
spingendo al massimo la ricorsività. Sebbene il tipo semplice di meme, battutine
illustrate da un’immagine già nota, restassero la forma più diffusa e
riconoscibile, questi meme avanguardisti erano riusciti a guadagnarsi uno spazio
importante nella cultura di Internet, accompagnati da una sottocultura che ne
difendeva il valore artistico e stroncava le opere troppo banali, e finendo
persino adottati da attori più istituzionali, come brand, politici e personaggi
pubblici, che azzardavano occasionalmente l’uso di queste creature più
sofisticate.
Oggi, io, che facevo parte di quella sottocultura snob che schifava l’ennesimo
faccione di Messi stupito usato per raccontare qualche dinamica di coppia, mi
ritrovo a ridere dell’ennesimo montaggio di Mourinho che esulta in faccia alla
telecamera di bordo campo con sopra scritto “Quando rispondi male alla cameriera
goth per farti sputare nel caffè”. Tra Messi e Mourinho la differenza salta agli
occhi, il primo ha la strada segnata… Per quanto possa essere buffa
l’espressione che uscì a Messi in quel frangente, con la mano “da italiano” a
completare il disegno di disappunto, smette di farti ridere la terza volta che
la incontri. Discorso diverso per Mourinho, ma anche per Magnum P.I. che rompe
di continuo la quarta parete, per l’antagonista di Dexter che ti sospetta, o per
Matthew McConaughey che piange di fronte a qualsiasi video fuori luogo che ha
sostituito il vlog di sua figlia in Interstellar. Sul lungo termine, anche
questa roba annoia, come tutto, ma basta una breve disintossicazione seguita da
una battuta azzeccata e ritorna “la magia del cinema” a ripristinare almeno
parte dell’efficacia perduta.
> Alla fine degli anni Dieci, proprio come le arti figurative all’avvento del
> cinema, i meme si trovavano in piena fase avanguardista. Per via della natura
> dichiaratamente ricombinatoria del gioco, i meme hanno preso a combinarsi in
> modi imprevisti e intenzionalmente trasgressivi.
Ai più attenti di voi, non sarà sfuggito che, dopo aver annunciato che avrei
parlato della vittoria dei reel sui meme, ho citato solo meme puri in formato
reel. Il solo fatto che ho potuto evocarli nella vostra mente semplicemente
descrivendoli, significa che sono dei montaggi altamente codificati, delle
cornici memetiche in movimento. Come mai, allora, suggerisco che i meme siano
morti? I meme sono morti come idea, come attore principale di Internet, come
parola-chiave delle nuove culture digitali. Resistono come forma tra le altre.
La chiesa non è più al centro del villaggio: essi sopravvivono. Infatti, accanto
ai montaggi più codificati che possiamo senza dubbio identificare come meme, il
bro vi manda tutta un’altra serie di reel in DM: sketch comici interpretati da
aspiranti comedian, pubblicità buffe di aperitivi a Catania, influencer che
fanno la predica, influencer che “reactano” l’influencer di prima cercando di
umiliarlo, gymbro e cryptobro che cercano di insegnarti la vita, rare footage di
concerti o programmi televisivi, interviste al man on the street e ovviamente
tonnellate di AI slop, l’elefante nella stanza che non abbiamo tempo di
affrontare come si deve.
È stato importante identificare con precisione i meme propriamente detti e
distinguerli da tutti gli altri content virali altrimenti non coglieremmo la
differenza tra Mourinho che esulta sempre allo stesso modo per permetterti di
fare una battuta e un’intervista semidimenticata del giovane allenatore che per
la prima volta dà di matto in conferenza stampa e circola accanto al montaggio
di prima ma perché il bro vuole che tu riveda proprio quel momento lì.
Per non parlare della definizione ancora più ampia di Dawkins che non solo non
troverebbe differenze tra tutti questi contenuti, ma chiamerebbe meme anche la
mia caffettiera perché dialoga col design di tutte le caffettiere che l’hanno
preceduta e la seguiranno, nonché questo stesso articolo perché usa l’alfabeto e
le convenzioni del linguaggio umano.
> I meme sono morti come idea, come attore principale di Internet, come
> parola-chiave delle nuove culture digitali. Resistono come forma tra le altre.
> La chiesa non è più al centro del villaggio: essi sopravvivono.
E proprio qui cogliamo l’inversione storica che si è verificata sotto i nostri
occhi. Se fino a qualche anno fa si chiamava “meme” ogni tipo di contenuto che
circolava su Internet, oggi non vengono isolati come tali neppure i meme
propriamente detti. I termini brandizzati reel e TikTok sembrano, per ora, avere
assolto questa funzione nel linguaggio quotidiano; laddove, salendo di registro
verso una terminologia più tecnica, si è già imposto l’asso pigliatutto del
content, per un’analisi del quale rimando a questo brillante video di Patrick
Willems.
Riassumendo, la detronizzazione dei meme si è svolta in tre fasi:
1. Shift della cultura internet dalle immagini ai video;
2. Diluizione dei meme formato video in un mare magnum di content parimenti
brevi e parimenti interessanti;
3. Sostituzione terminologica.
Quale futuro per i meme quindi? Proprio mentre nella cultura generale si parla
sempre meno di meme, nell’ambiente si parla sempre più spesso di memer. Abbiamo
costeggiato più volte il tema dell’autorialità memetica senza affrontarlo come
si deve. L’autorialità memetica si dà quando un soggetto, sia esso un singolo o
un collettivo dietro una pagina, firma delle singole iterazioni di meme: non il
template in sé, che non può avere autore, ma l’unione del template con una
battuta o un altro contenuto originale. E però si nota qualcosa di singolare
nella carriera di tutti i più grandi memer che hanno calcato il palcoscenico
digitale negli ultimi quindici anni. Più crescono come memer… e più smettono di
essere memer. Il ricorso a template affermati si fa mano mano più sporadico, e
in molti casi scompare del tutto. Il memer crea una sua poetica, un suo universo
di segni ricorrenti, una memetica privata che fa tutt’uno con ciò che abbiamo
sempre chiamato cifra autoriale.
Guardiamo le pagine che hanno firmato i racconti di Divertenzio puro, raccolta
uscita a inizio 2025 che raduna i più grandi memer italiani della nostra era per
farli cimentare con la forma racconto. Già il fatto che tutti loro si siano
dimostrati all’altezza della pura parola scritta dovrebbe suggerirci qualcosa. E
quel qualcosa viene confermato se andiamo a vedere la loro produzione digitale:
quasi nessuno di loro usa meme propriamente detti se non occasionalmente.
> Quale futuro per i meme quindi? Proprio mentre nella cultura generale si parla
> sempre meno di meme, nell’ambiente si parla sempre più spesso di memer.
Prendiamo due nomi agli antipodi: Giulio Armeni (Filosofia coatta) e Filippo
Marazzi (Piastrelle Sexy). Il primo è semplicemente uno dei più grandi
vignettisti satirici italiani di tutti i tempi, al pari del miglior Altan e di
Pazienza quando calcava il genere. Genere tanto facile da improvvisare quanto
difficile da trasformare in arte. Quello che riusciva a Pazienza e Altan e
riesce ad Armeni oggi è proprio elevare la satira sopra l’attualità, oltre il
dibattito politico e la polemica del giorno, senza snaturarla del tutto. La
conferenza stampa di Giorgia Meloni risottotitolata continua a commentare la sua
azione di governo ma attraverso categorie filosofiche di più ampio respiro,
oppure è il dibattito sulla natura umana tra Chomsky e Foucault a trasformarsi
in una lettura obliqua dei temi a noi contemporanei.
Niente a che vedere con ciò che fa Marazzi, autore di brevissime prose poetiche
che sono, spesso ma non sempre, accompagnate da un’immagine distonica. Amare
riflessioni sul quotidiano, sui momenti morti dell’esistenza, illuminazioni che
ti colgono mentre fai la lavatrice vengono illustrate da miniature medievali e
dipinti ad olio. Armeni e Marazzi non condividono quasi niente né con i meme
propriamente detti, né tra di loro. E il discorso si può estendere al fiabesco
relatabile di Monica Magnani (Vabe RagaA), alla Roma mostruosa di Federico Gemma
(0ni_giri) o a quella soffocata dai luoghi comuni di Marzio Persiani (Relatable
Roma Memes), curatore della raccolta. Dove sono i meme qui? Forse in uno sguardo
sul mondo che i meme hanno insegnato loro, una delle vie maestre per l’ironia,
lo straniamento, la messa tra parentesi del mondo per un paio di generazioni. La
cultura memetica lavora qui come background condiviso, come l’arte marziale
originale di un MMA fighter che non tirerà mai più un calcio stilisticamente
perfetto come il suo taekwondo vorrebbe ma nei suoi calci senti che c’è qualcosa
in più.
L’autorialità non è quindi il terreno in cui sopravviveranno i meme, sono
piuttosto questi nuovi autori a essere il frutto di una stagione ormai conclusa.
Per un po’ continueremo a chiamarli impropriamente memer, per renderli leggibili
al grande pubblico, un’etichetta di marketing che garantisce agibilità a
festival come la Memissima di Torino e kermesse analoghe. Piano piano ci
renderemo conto che l’etichetta sta stretta a quasi tutti loro e che personalità
che non abbiamo mai identificato come memer portano addosso i segni di quella
stagione tanto quanto i primi. Stand-up comedian, youtuber, scrittori,
fumettisti: scopriremo che generazioni di artisti sono stati influenzati da
quella sottocultura senza mai fare meme per davvero, semplicemente respirandoli.
I meme invece sopravviveranno rivelandosi quello che sono sempre stati: una
forma di artigianato digitale che per sua natura spinge in direzione opposta e
contraria all’autorialità e a cui solo un accidente storico ha garantito le luci
della ribalta per un, tutto sommato, breve lasso di tempo. In un periodo in cui
la creazione di contenuti originali era troppo costosa in termini di risorse,
tempo e competenze, i meme hanno assolto il loro mandato storico, imponendosi
come forma espressiva più efficace, più fit, per tornare a Darwin. Oggi persino
l’umorismo più tipicamente memetico viene insidiato da tutti i lati dalla
cultura dei creator: se mi viene in mente una battuta che potrebbe essere
perfettamente illustrata da Di Caprio che si illumina di fronte alla TV in C’era
una volta a Hollywood, piuttosto che usare quello screenshot, mi punto una
telecamera in faccia e la recito io la scenetta di quello sbalordito che magari
ci svolto pure una carriera.
> I meme sopravviveranno rivelandosi quello che sono sempre stati: una forma di
> artigianato digitale che per sua natura spinge in direzione opposta e
> contraria all’autorialità e a cui solo un accidente storico ha garantito le
> luci della ribalta.
Certo, ci sarà sempre chi, sordo alle sirene della fama, userà la scena di Di
Caprio, questa volta sotto forma di breve clip, magari montata insieme ad altre
scene dello stesso tenore e perché no, con una bella soundtrack emotivamente
dissonante in sottofondo. Chi insomma farà meme all’altezza delle possibilità
tecniche del presente. Eppure cos’è che ti ha appena mandato il bro in DM? Ah
già… un reel.
L'articolo I meme sono morti? proviene da Il Tascabile.
Una giuria popolare di Los Angeles stabilirà se TikTok, Instagram e YouTube
abbiano causato dipendenza nei minori.
Inizierà martedì prossimo in California un processo senza precedenti, in cui una
giuria popolare dovrà stabilire se TikTok, Instagram e YouTube abbiano
consapevolmente progettato le loro applicazioni per rendere i giovani dipendenti
dai social network e se possano quindi essere ritenuti responsabili del
deterioramento della loro salute mentale.
Questo processo civile, che si terrà per diversi mesi presso la Corte Superiore
di Los Angeles, si preannuncia molto seguito. Potrebbe costituire un importante
precedente giuridico per tutta una serie di cause negli Stati Uniti contro i
giganti della tecnologia, accusati di aver deliberatamente organizzato la
dipendenza dai social network per massimizzare i propri introiti pubblicitari.
Il giudice Carolyn Kuhl è incaricato di condurre queste battaglie legali, che
dureranno diversi mesi e la cui portata andrà ben oltre Los Angeles. Un
procedimento simile sta cercando di ottenere un processo di portata nazionale
davanti a un giudice federale di Oakland, nel nord della California, a partire
dal 2026. Diversi Stati hanno anche avviato azioni legali contro le piattaforme,
come quella condotta da un procuratore di Santa Fe (Nuovo Messico) che le
ritiene responsabili di esporre i minori a predatori sessuali. Se la giuria darà
ragione a K.G.M., i giganti della tecnologia potrebbero essere costretti a
pagare ingenti danni e interessi, ma soprattutto a riprogettare completamente i
loro algoritmi e le loro applicazioni.
Articolo completo qui
Q uando si guarda Internet negli occhi, la si ammira, si cerca di trovare un
modo di renderla comprensibile, è inevitabile desiderare l’apocalisse. Questo
sentimento nasce dalla consapevolezza della crudeltà e della miseria umana messa
elegantemente in quadrati o rettangoli digitali o dall’apertura forzata a una
serie interminabile di notizie circa il diradarsi di un mondo che abbia qualcosa
di simile a quello in cui era possibile il conforto.
Tony Tulathimutte ha provato a mettersi sulla baleniera in cerca della Balena
bianca, che in questo caso è più simile a un plancton radioattivo che rende
l’acqua fosforescente, nel suo nuovo libro, Rifiuto (2025). L’autore,
considerato una stella nascente della letteratura americana, cerca di delineare
in questa raccolta di racconti come sono le scogliere del nostro mondo dopo aver
subito la marea della tecnocrazia digitale degli ultimi vent’anni, mostrandoci
un mondo denso, pervertito e depresso e mandando indietro delle analisi che non
possono che dire che siamo malati, finiti, incapaci anche dell’essenza basilare
dell’esperienza umana: stare uno con l’altro. Tulathimutte vuole creare uno
specchio del nostro tempo, lanciando il sasso e non nascondendo la mano;
un’epoca che l’autore rappresenta come governata da due comandamenti: Joker
quando dice “Basta una brutta giornata per ridurre alla follia l’uomo più
assennato del pianeta” e la profezia di Gramsci, “Il vecchio mondo sta morendo.
Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”.
Perché i personaggi di Tulathimutte sono proprio dei mostri, “che non sanno
uscire di casa” come nota Jia Tolentino nella sua recensione sul New Yorker, che
navigano in un mondo che non capiscono e che subiscono. Orchi, ma invece di
essere creati da Morgoth, sono plasmati da una serie di 1 e 0 digitati per il
“bene di tutta l’umanità” da un manipolo di nerd, che fanno microdosing della
Silicon Valley.
Il primo della lista è “Il femminista”, e qui l’autore arriva prima dei tempi
perché il racconto è dell’autunno del 2019 pubblicato sulla rivista n+1; mentre
ancora oggi, com’è giusto dopo una delle rivoluzioni sociali più importanti di
sempre, discutiamo di maschi performativi, l’assunto del racconto è un trick
assurdista classico, ossia come sarebbe se qualche uomo prendesse il femminismo
non come forza liberatrice ma come dogma religioso penitente. Il risultato è un
disastro, questa la bio in un’app di incontri del protagonista:
> He/him (ma vanno bene i pronomi che ti mettono più a tuo agio). Il consenso
> prima di tutto. Fan #1 dell’aborto. Amo i libri, il cibo thai, un bicchiere di
> vinho verde in balcone, chiacchierare per ore… i libri li ho già detti? (Emoji
> della lingua di fuori) Il mio habitat naturale sono le librerie indipendenti e
> le botteghe artigianali di quartiere, quando non sono impegnato a smantellare
> l’imperialismo eteropatriarcale. Ma non chiedo di meglio che chillare
> accoccolati sul divano per una maratona di Agnès Varda con seguito di
> discussione e… timida slinguazzata? (Faccina occhiolino) Cucino *sempre*
> (grazie Mamma!) quindi preparati ai miei brunch! Le donne trans, ovviamente,
> sono donne. Ogni razza etnia e tipo di corpo + il benvenuto ‒ ma NON ogni età.
> Il piacere è reciproco o non è piacere.
La ricerca di una donna con cui fare sesso di quest’uomo diventa sempre più
disperata e barocca, seguiamo la sua giovinezza come un incidente mortale in
autostrada, mentre Tulathimutte fa passare a questa caricatura d’uomo le
peggiori pene dell’inferno, finché non si arriva al momento “Travis Bickle”:
“Sulla scia di questo episodio [la prima scopata] cominciano le ideazioni
suicidarie, acuite dalla consapevolezza che i rifiuti, la solitudine e la
frustrazione sessuale non sono niente rispetto a secoli di oppressione
sistemica. La tristezza, ne è ben conscio, è sintomo di arroganza e privilegio;
non si merita neanche di soffrire”.
> L’autore, considerato una stella nascente della letteratura americana, cerca
> di delineare in questa raccolta di racconti come sono le scogliere del nostro
> mondo dopo aver subito la marea della tecnocrazia digitale degli ultimi
> vent’anni.
Da qui in poi, la strada per l’inferno non è solo lastricata di buone
intenzioni, ma anche di forum, post e shitstorm, passa dal trenbolone e dalla
palestra per tentare di non far vedere che ha le spalle strette, a staccarsi le
unghie fino a, errore peggiore di tutti, entrare nei subreddit e forum incel
(involuntary celibate). E qui l’autore decide di chiudere il racconto con quello
che è a tutti gli effetti “le memorie dal sottosuolo” di un maschio che si sta
convertendo all’inceldom; in questo caso è la risposta a un malcapitato capitato
in uno di questi luoghi refrattari. La critica di Tulathimutte al marxismo
culturale americano dalla prospettiva del suo nemico numero uno, ossia il
maschio in preda al suo “nucleo reazionario […] eccitato, sopraffatto,
indignato” per usare le parole dell’ultimo libro di Francesco Pacifico, La voce
del padrone (2025), è ficcante e precisa:
> Lungi da me aspettarmi che il mio femminismo profondo e privo di secondi fini
> mi valga un qualche trattamento speciale, e certo, nessuna donna in
> particolare ha il dovere di essere attratta da noi… ma il fatto che non lo sia
> neanche una, su miliardi, è sintomatico di un fallimento categorico, di una
> violazione di massa del contratto sociale perpetrata da schiere di perfide
> fighe di legno, coi loro tradimenti, coi loro silenzi, con le loro risatine,
> posta.
Il mondo in cui si muovono tutti i personaggi è lo stesso; infatti il secondo
racconto è dalla prospettiva di una donna che appare anche nel primo, Alison,
che è alle prese con una situazione, se è possibile, ancora più lancinante e
simile a una festa della crudeltà nietzschiana. Qui il palco è un gruppo
whatsapp di donne sui trent’anni estremamente woke, dove Alison vive a pezzi le
sue paturnie sentimentali. Da quelli che sembrano a tratti screen da quelle
pagine che andavano di moda nel 2015 tipo “Ed è subito ex”, Tulathimutte è bravo
a creare, come Kristoffer Borgli in Sick of Myself (2022), un quadretto innocuo
che si trasformerà in un incubo dalle tinte gotiche con un corvo che assalta un
bambino.
> I personaggi di Tulathimutte sono proprio dei mostri, “che non sanno uscire di
> casa” come nota Jia Tolentino nella sua recensione sul New Yorker, che
> navigano in un mondo che non capiscono e che subiscono.
L’autore raggiunge i suoi picchi quando decide di descrivere i birignao
depressivi della sua protagonista in preda alla sua sorte sciagurata:
> Una noiosa, piatta angoscia senza amore e senza fine: neanche paura della
> morte, solo di invecchiare e ridurre le sue già esigue speranze. Anche se ha
> la vaga intenzione di rimettersi in salute prima o poi, come quando era stata
> pescetariana qualche anno fa, a pranzo mangia sempre lo stesso panino floscio
> dal kebabbaro sotto l’ufficio invece di andare all’insalateria due isolati più
> in là, e a cena riempie una piadina ancora fredda di fesa di tacchino e
> mozzarella e uno spruzzo di maionese, la arrotola in un mesto dildo che
> peraltro è esattamente del colore della sua pelle, e se lo caccia in bocca
> quasi senza masticare. […] Quindi molla anche i podcast, e non le resta altro
> da fare che riguardarsi in streaming tutte le nove stagioni della versione
> americana di The Office, e di nuovo tutte e nove, e di nuovo, e di nuovo, ogni
> volta con quella cazzo di canzoncina che le fa crepitare gli speaker del
> laptop sino a quando sente che la retroilluminazione dello schermo le ha
> candeggiato il cervello.
Finalmente qualcuno si è reso conto che The Office era un dispositivo di
controllo di massa.
Con ogni racconto, Tulathimutte vuole alzare la posta, così dopo aver parlato
più che di due persone fallimentari di due fallimenti antropomorfi, si passa al
racconto “Ahegao” che parla di Kant, un ragazzo terminally online americano di
origine thailandese, e dell’ingloriosa vicenda associata al cercare di esplorare
la propria sessualità in un mondo che assomiglia sempre di più a un panopticon
psicosessuale. Andando avanti nel libro, l’autore sembra, cercare la storia più
metaforica, la parabola più completa della distruzione che Internet ha portato
alle relazioni sociali, o, per essere meno apocalittici, la mutazione
antropologica. La vicenda è deprimente dall’inizio e lo rimane per tutta la
durata, dal coming out via email fino alla ricerca di un partner che possa
capirlo nelle sue più recondite fantasie, fino a arrivare a quello che è uno dei
passaggi più assurdi, incredibili e convinti dell’opera: Kant, ormai disilluso,
decide di ordinare un video porno “su misura” da un creator digitale e così gli
scrive quello che a tutti gli effetti è una sceneggiatura che ha passaggi tipo
questo, un po’ Monty Python un po’ Marquis De Sade:
> Lo spettacolo del mio cazzo fa brillare una mina antiuomo dentro di te. Non è
> che ti piaccia essere umiliato in pubblico, e neanche la prospettiva di farti
> squartare il culo, sei solo così pateticamente soggiogato, smarrito in un
> nadir di degradazione e desiderio, che di colpo sei disposto a sacrificare
> ogni cosa: l’unica speranza rimasta nella tua vita è prendermi il cazzo in
> gola e ingoiare litri e litri del mio sperma immondo. La tua espressione
> dovrebbe trasmettere questo.
Dopo questa montagna russa, ci si para davanti l’unico personaggio che nasce
come vero e proprio comic relief, ossia un fuffa guru anarco-capitalista che
cerca di avere una relazione con la nostra Alison di prima, testimoniando tutto
sui social. Il risultato è il racconto più divertente della raccolta, e anche il
più breve, in cui veniamo anche ricompensati per aver subito la compagnia di
questo personaggio terribile con le ultime pagine, in cui il protagonista deve
fare i conti con i membri del subreddit dove ha pubblicato la sua storia che gli
si rivoltano contro:
> Ah ah ah ah ah, congratulazioni a tutti i fulmini di guerra che hanno postato
> il mio LinkedIn ‒ sì, mi chiamo Maximus Aurelius Horney, che mi sembra uno
> splendido omaggio a uno dei pensatori più da sballo dell’intera storia
> dell’umanità. […] Solo perché non mi vergogno di essere un ragazzo bianco NON
> VUOL DIRE che vedo le donne come “vacche da allevamento” né credo
> nell’“espulsione semitica” o nel “millenario impero anglo-scandinavo”. […]
> Tutto questo patatrac mi ha aiutato a mettere a fuoco che in questo Paese non
> c’è posto per una visione avveniristica come la mia. Quindi sparisco, come
> Tron, ditelo alla mamma, ditelo all’avvocato. [qui easter egg di Latronico in
> traduzione, ce ne sono degli altri] […] E quindi al momento i miei investibro
> stanno facendo rotta verso di me a bordo dei loro pod che si collegheranno
> formando una “Freedom Fleet” che fungerà da base operativa; mi sto accordando
> con dei contatti in un Paese in via di sviluppo perché ci fornisca pupe
> ambiziose e fighe che siano incentivate a mettere in atto il mio piano
> familiare con massima priorità […]. Scrivo da una torrida e minuscola sala
> d’attesa nell’ambasciata statunitense a Bangkok. Grazie alle competenze di
> geolocalizzazione di un intero pianeta di hater, gufi, sfigati e musoni la
> Reale marina militare statunitense ha scoperto e confiscato i nostri natanti,
> e siamo stati sequestrati contro la nostra volontà.
L’ultimo racconto vero, “Main Character”, è il più lungo e il più ambizioso per
l’utilizzo delle cornici che internet “naturalmente” dà; tutto avviene sulla
pagina di un forum in cui viene spiegato un “botgate”.
La protagonista di questa avventura, che ha i suoi colpi di scena principali
proprio nell’etere, è, sempre per mantenere la continuità dei personaggi nella
raccolta, la sorella di Kant, Bee. Il Post, che è la parte più corposa del
racconto, scritto proprio da Bee, delinea tutta la sua vita e le motivazioni che
l’hanno portata a dirottare il discorso pubblico americano su Twitter attraverso
dei bot, bot che sono già apparsi nel libro interagendo coi personaggi.
> Andando avanti nel libro, l’autore sembra, cercare la storia più metaforica,
> la parabola più completa della distruzione che Internet ha portato alle
> relazioni sociali, o, per essere meno apocalittici, la mutazione
> antropologica.
È il primo vero tentativo di Tulathimutte di creare un personaggio che possa
durare un romanzo, infatti le pagine migliori della raccolta sono quelle che
raccontano l’esperienza di essere di origine asiatica negli Stati Uniti:
> A volte penso che i ragazzi asiatici abbiano a disposizione tre strategie di
> sopravvivenza fra cui scegliere, come gli starter dei Pokemon: la prima, la
> più semplice, è assimilarsi e basta, accettando una cittadinanza di seconda
> classe in cambio dello scarno mantello di una bianchezza condizionata,
> vincolandosi a vivere come suore al cubo; questa è l’impostazione di default
> per i piccoloborghesi in ascesa che parlano come i bianchi e i cui genitori
> potevano essere immigrati già ricchi o arrivati a stare bene dopo decenni di
> duro lavoro, destinati ad andare avanti leccando il culo ai bianchi e
> riducendosi l’anima a un mozzicone a forza di lavori di merda, 20-40 anni a 12
> ore al giorno prima di rendersi conto che Cazzo che schifo, mai protagonisti,
> sempre comprimari, sempre a mangiar merda. In alternativa all’assimilazione
> c’era l’appropriazione: rintanarsi come un paguro in una cultura minoritaria
> ma popolare, a volte black, oppure gay o conservatrice, con esiti più o meno
> analoghi all’assimilazione ma se non altro col bonus di solidarietà senza
> alcuna base reale. E l’opzione tre è fare il cosplay del proprio background,
> consumandone ogni prodotto d’esportazione ‒ ramen e roti, boba e bhangra,
> mochi e manga ‒ un auto-orientalismo che nonostante la sincerità, non fa che
> affermare l’idea che esistano tratti razzialmente determinati, e che ogni
> tanto marcisce in una nostalgia falsa e reazionaria.
L’agilità con cui si muove l’autore all’interno delle nevrosi della cosiddetta
sinistra americana è impressionante; riesce a trovare tutti i tessuti molli dove
l’ideologia che ha pervaso le università americane (una parte degli studenti
progressisti, sicuramente i più rumorosi) e poi noi mostra i suoi limiti, che
Tulathimutte decide di far esplodere creando un personaggio contrarian
anarchico, disinteressato alle etichette e all’ubriacatura linguistica che ha
pervaso gli anni Dieci:
> «Io ho detto che non mi stavano ascoltando, tutte le categorie erano
> ipersemplificanti, anche “no-label” è un label, era quello che stavo cercando
> di dire, e sì lo so che le categorie sono importanti, lo so che le etichette e
> le bandiere e gli slogan sono utili come strumenti pedagogici e come
> catalizzatori motivazionali, che fa sentire meno solx conoscere altre persone
> che hanno subito più o meno quello che hai subito tu, e che senza la volontà
> politica collettiva di una classe definita da una lotta comune non avremmo
> diritti né forza negoziale eccetera, e che come se non bastasse
> l’individualismo è un mito che spaccia per libertà una fantasia di autonomia
> fatta di atomizzazione sociale e perdita di diritti – anche se minchia ci sta
> aiutando alla grande, tutta la solidarietà che stiamo sviluppando, quando poi
> alla fine ci si trova sempre paralizzati dalle lotte intestine, ottima mossa
> lottare contro il patriarcato bianco quando in ogni interazione delle culture
> wars il panico morale contro il politicamente corretto si è dimostrato lo
> strumento propagandistico più efficace contro la sinistra, l’eterno
> babauantijazz-hippie-figlideifiori-rucola-Prius-lattedisoia, efficace proprio
> perché va ad allargare tutte le crepe che è stato proprio l’identitarismo a
> creare.
La vicenda dal reale poi passa al virtuale e lì il mondo collassa, ci si
destreggia tra le piattaforme, per poi arrivare a un finale à la Borges o
Pendolo di Foucault; la fine del racconto è un’indagine in cui lo stesso autore
viene coinvolto e questo tono da metaletteratura/rottura della quarta parete
rimane per tutta la fine, anche con un capitolo che si chiama ‒ ed è
letteralmente ‒ “Sedici metafore”, una prova non eccezionale di letteratura
computazionale, e poi il racconto più deludente ossia “Re: rifiuto” in cui una
finta casa editrice rifiuta il libro che si tiene per le mani e l’autore mette
le proverbiali mani avanti rispetto a ogni critica che si potesse fare sia al
libro ma anche allo stesso racconto, per formare quello che è il rifiuto di un
rifiuto in “Rifiuto”, un finale un po’ cervellotico e non necessario per un
libro che fino a quel momento aveva mostrato, sopra tutto, un grande coraggio.
Un coraggio che è stato proprio quello di infilarsi nella cultura di Internet e
nei suoi protagonisti più atroci e umiliati per creare una raccolta che
assomiglia molto a un racconto morale; il risultato è caotico e apocalittico
come la materia che cerca di tradurre e ci vuole una forza d’animo importante
per reggere il trauma di guardare negli occhi il dio dei nostri tempi, o se
volete una distorta mente alveare. Ci sono tantissime intuizioni geniali,
principalmente quelle che nel testo si trovano sotto forma di un trattato di
sociologia, che rivelano una comprensione approfondita e lontana da stereotipi
per la materia umana, come la capacità di mostrare lo split cognitivo degli
uomini causato dalla rivoluzione femminista, l’oscurità e il Newspeak dei gruppi
whatsapp, l’impatto sulla psiche della massima di Andy Warhol rovesciata, per
usare i termini che usa Alessandro Lolli nel suo ultimo saggio, “Non più famoso
per 15 minuti globalmente, ma famoso per 15 persone per sempre” e come usare la
propria voce su Internet sia un gioco fallace, di specchi, di riconoscimenti e
di problemi inflazionati che inquinano e divertono.
> L’agilità con cui si muove l’autore all’interno delle nevrosi della cosiddetta
> sinistra americana è impressionante; riesce a trovare tutti i tessuti molli
> dove l’ideologia che ha pervaso le università americane (una parte degli
> studenti progressisti, sicuramente i più rumorosi) e poi noi mostra i suoi
> limiti.
Questo libro funziona benissimo come sintesi dell’esperienza della sua
generazione con Internet, di come questa rivoluzione tecnologica abbia impattato
un gruppo di persone già esausto, in cui non c’è speranza per niente e ‒ per
comparare un altro libro salutato come bibbia millennial ‒, mentre Vincenzo
Latronico, che qui oltre che traduttore è anche autore della postfazione, in Le
perfezioni (2022), ovvero il romanzo più venduto da Fitzcarraldo, cerca di fare
una satira dei millennials, che poi però diventa celebrazione rovesciata,
Tulathimutte cerca di raccontare l’esperienza della sua generazione trasformando
la realtà in un vicolo cieco, facendo esplodere le caricature, ma appiattendo le
complessità. Nel mondo dei millennials occidentali convivono l’ossessione per
l’acquisto di oggetti di pregio, secondo alcuni per la morte di desideri più
ambiziosi, come le padelle Le Creuset e un profondo, latente e pervertito
“nichilismo fine a sé stesso”, per usare le parole di un altro profeta nato
negli anni Ottanta, ossia Cosmo.
Per questo, quando Latronico cita nella sua postfazione Jonathan Franzen e David
Foster Wallace per parlare di realismo, quasi a suggerire che lui e Tulathimutte
siano gli eredi dell’uno e dell’altro, giustapponendo ha evidenziato, secondo
me, una differenza profonda tra il “realismo per assurdo” wallaciano e quello
tulathimuttiano: Wallace crea dei personaggi folli, pervertiti, assurdi, atroci
(ci ha scritto un intero libro), ma eleganti nella loro assurdità e quando ne
scriveva sembrava ci tenesse, anche se schifosi gli voleva bene; per
Tulathimutte i suoi personaggi sono carne da cannone, poi sono anche contento
che non ci sia quel sottotesto “volemose bene” all’americana su cui Wallace
indugia, ma a volte mi sembrava di leggere delle maledizioni contro delle
bambole voodoo.
> Nel mondo dei millennials occidentali convivono l’ossessione per l’acquisto di
> oggetti di pregio, secondo alcuni per la morte di desideri più ambiziosi, e un
> profondo, latente e pervertito “nichilismo fine a sé stesso”.
Perché l’essere naïf sul finale di Wallace lo salvava proprio da questo aspetto
nichilista di morte e disperazione che, immagino, seduca tutti gli scrittori. In
questo caso l’autore si è fatto conquistare: nel primo racconto questo è il
finale: “Nonostante la sua determinazione ricambia il sorriso e accoglie con un
cenno del capo questa vendicazione finale; poi si calca in testa il
passamontagna, sfila lo zaino dalle spalle strette, la segue all’interno”;
questo quello del secondo, quasi Cioran: “Dopo molti anni vedrà in tutta questa
saga non una tragedia ma l’inizio di un raccapricciante percorso di scoperta di
sé, al termine del quale accetterà che, volontariamente o meno, solo la scelta
di essere niente e di non provare niente le avrà permesso di vivere”; e infine
un passaggio dall’ultimo, qui invece ancora “Travis Bickle”:
> Dopo la morte di mia madre mi sono trasferitx a NYC, e non mi viene in mente
> neanche una ragione per cui dovrei uscire di casa in quest’isoletta fetida e
> afosa, coi tornelli unti di sudore genitale e sborra di topo; piena di
> tagliagole, di voragini che si spalancano all’improvviso per le strade, di
> metallo urlante, di insulti chimici, di notizie locali, di meteo, di sport. Mi
> sembrerebbe così statico, una specie di atavismo, costringere il mio involucro
> protoplasmatico ad aspettare in coda per un bagel, o a bere ghiaccio sciolto
> da un bicchiere sbeccato al bar. La rete è chiaramente meglio, senza
> lungaggini, retta dalla democrazia dell’umiliazione, tutti acquattati a
> sbirciare da una serratura o gloryhole che sia.
Il già citato regista Kristoffer Borgli, classe anche lui 1985, arriva alle
stesse conclusioni, i suoi film, in particolare proprio Sick of Myself, vogliono
la distruzione dei loro protagonisti, ci può essere salvezza dell’esperienza
umana di vivere alla fine dei tempi (come li conosciamo) solo attraverso il
fuoco purificatore.
Il millenarismo è divertente, ci fa godere (Zizek direbbe sessualmente), crea
personaggi incredibili come Kant e Bee di questo libro, ma credo che per una
generazione, anche la mia, sia la risposta a una sindrome del sopravvissuto, a
un silenzio traumatico che segue le domande “Per quanto ancora dobbiamo vivere
così?”, “Perché sopravviviamo sempre noi?” e “Qual è la prossima catastrofe?”.
Però rende le narrazioni pesanti e soprattutto in un contesto come Internet si è
sopraffatti sempre, anche se mediati dalla letteratura. Per questo, quando
leggevo dei college americani, di Twitter e di faide assurde tornavo sempre con
la mente a questo pezzo uscito su Gawker, “I Should Be Able to Mute America” in
cui l’autore, Patrick Marlborough scrive questo: “we need a way to mute America.
Why? Because America has no chill. America is exhausting. America is incapable
of letting something be simply funny instead of a dread portent of their
apocalyptic present. America is ruining the internet. America is the internet.
[…] The greatest trick America’s ever pulled on the subjects of its various
vassal states is making us feel like a participant in its grand experiment”.
L'articolo Millenarismo Millennial proviene da Il Tascabile.
Iniziamo con la multa della commissione europea ai danni di X: leggiamo le
motivazioni e cerchiamo di capire se davvero, come alcuni dicono, è cambiata la
musica per le Big Tech, con una Unione Europea più interventista.
In Irlanda la ICCL apre un procedimento contro Microsoft presso la commissione
per la protezione dei dati dell'Unione Europea per la fornitura di servizi
all'esercito israeliano, in particolare l'esteso sistema di raccolta di tutte le
intercettazioni di tutte le persone a Gaza. Quando la notizia è diventata
pubblica, la Microsoft ha interrotto l'accordo (pur mantenendo molti altri
legami con Israele).
Usare le VPN tutela la vostra privacy? Dipende dalla VPN: il caso di Urban VPN
Proxy è, come per tutte le VPN gratuite, negativo.
Anna's Archive annuncia un backup completo di Spotify, con 300TB di musica e
metadati. Si tratterebbe del più grande archivio pubblico di musica.
Notiziole
* Nuovi poteri alla polizia di Berlino, soprattutto su tematiche legate
all'acquisizione di dati, alla sorveglianza tramite malware, l'uso di bodycam
e addirittura la possibilità di usare i dati raccolti in fase di indagine per
addestrare l'intelligenza artificiale
* In India il governo lancia la app di sorveglianza obbligatoria su ogni
smartphone, ma il provvedimento dura 24 ore.
* Ennesimo ban in Russia, proibito Roblox; è un altro avanzamento per RuNet,
con crescente malcontento
* No, l'IA non vi ruberà il lavoro. L'esperimento di far gestire una
macchinetta per la vendita di bibite e snack ad un'intelligenza artificiale è
un fallimento (per la ditta) su tutta la linea: bibite vendute a zero euro
assieme a pesci vivi e cubi di metallo, crisi di identità per l'IA e il
licenziamento di un Ceo virtuale
* Ennesima frontiera dell'IoT: farsi spiare da dentro la tazza del bagno
Ascolta l'audio nel sito di Radio Onda Rossa
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“Assalto alle piattaforme” è il libro di Kenobit, uscito settimana scorsa per
Agenzia X.
Di sperimentazioni come queste ne sentivamo il bisogno e ci piace leggere la
testimonianza diretta da un artista che nei social c’è cresciuto e ad oggi
condivide una visione mondiale di “via d’uscita”.
O come dice lui nella sua newsletter:
> Parla del rapporto tossico che abbiamo con le piattaforme commerciali,
> analizza i meccanismi che ci rubano il tempo, racconta il grande inganno della
> content creation e propone un percorso concreto per smettere di sostenere il
> capitalismo digitale e rivendicare una dimensione online che non inquini il
> mondo e le nostre vite. È frutto di due anni di sperimentazione (cominciati
> proprio qui, sulla Settimana Sovversiva), tecnologica e umana, e spiega nel
> modo più semplice possibile le alternative e le pratiche che possono
> liberarci.
Leggi la recensione su cavallette.noblogs.org
In his 2020 book, “Future Politics,” British barrister Jamie Susskind wrote that
the dominant question of the 20th century was “How much of our collective life
should be determined by the state, and what should be left to the market and
civil society?” But in the early decades of this century, Susskind suggested
that we face a different question: “To what extent should our lives be directed
and controlled by powerful digital systems—and on what terms?”
Artificial intelligence (AI) forces us to confront this question. It is a
technology that in theory amplifies the power of its users: A manager, marketer,
political campaigner, or opinionated internet user can utter a single
instruction, and see their message—whatever it is—instantly written,
personalized, and propagated via email, text, social, or other channels to
thousands of people within their organization, or millions around the world. It
also allows us to individualize solicitations for political donations, elaborate
a grievance into a well-articulated policy position, or tailor a persuasive
argument to an identity group, or even a single person...