Operazione di marketing oppure passo in avanti per i diritti delle donne?
Decisamente la prima. Ecco perché
Il 14 aprile 2025, la missione NS-31 di Blue Origin ha segnato un momento
storico: per la prima volta, un equipaggio interamente femminile ha viaggiato
nello spazio a bordo del razzo New Shepard. Tra le sei partecipanti, figure di
spicco come la cantante Katy Perry, la giornalista Gayle King e Lauren Sánchez,
compagna di Jeff Bezos e promotrice dell’iniziativa. Il volo, durato circa 11
minuti, ha superato la linea di Kármán, offrendo alle passeggere alcuni minuti
di microgravità prima del rientro sulla Terra.
> Il fatto che come riportato da tutti i media ci fossero “sei donne” ha, a
> quanto pare, scatenato orgoglio e attenzione
In questo caso, però, rappresenta solo un’ennesima strategia (anche abbastanza
evidente) di pink washing, ossia, quando aziende, governi o organizzazioni
sfruttano la causa dei diritti delle donne per migliorare la propria immagine
pubblica, spesso mentre continuano a compiere azioni contraddittorie o dannose.
UN EQUIPAGGIO “STELLARE”: CHI SONO LE PROTAGONISTE
Oltre a Perry, King e Sánchez, l’equipaggio comprendeva: Aisha Bowe, ex
ingegnera della NASA e fondatrice di STEMBoard, impegnata nella promozione delle
STEM tra le giovani donne; Amanda Nguyễn, attivista per i diritti civili e
candidata al Premio Nobel per la Pace, nota per il suo impegno nella giustizia
per le vittime di violenza sessuale; Kerianne Flynn: produttrice cinematografica
focalizzata su tematiche di genere e rappresentazione femminile.
Lauren Sánchez ha sottolineato l’importanza di questa missione nel promuovere la
diversità e l’inclusione nel settore spaziale, evidenziando come ogni membro
dell’equipaggio portasse una storia unica e ispiratrice. Sarà vero? Era comunque
evitabile.
UN VIAGGIO PIÙ CHE ESCLUSIVO
Al termine del volo, Katy Perry e Gayle King hanno espresso profonda
gratitudine, baciando simbolicamente il suolo terrestre. King ha descritto
l’esperienza come “trasformativa”, mentre Perry ha dedicato il viaggio alla
figlia Daisy, sottolineando l’importanza di creare spazi per le future
generazioni di donne.
Katy Perry
Blue Origin non divulga pubblicamente il prezzo dei biglietti per i voli
suborbitali. Tuttavia, è noto che per iniziare il processo di prenotazione è
richiesto un deposito rimborsabile di 150.000 dollari. Secondo alcune stime, il
costo totale per un viaggio potrebbe superare il milione di dollari, rendendo
l’esperienza accessibile solo a una ristretta élite.
IMPATTO AMBIENTALE: TRA REALTÀ E PERCEZIONE
Contrariamente a quanto spesso si pensa, il razzo New Shepard utilizza un motore
alimentato da idrogeno e ossigeno liquidi, producendo principalmente vapore
acqueo durante il volo e minimizzando le emissioni di CO₂. Tuttavia, alcuni
esperti sottolineano che il vapore acqueo rilasciato in alta atmosfera può
contribuire all’effetto serra.
ERA DAVVERO NECESSARIO? SPOILER: NO
Questa missione solleva importanti interrogativi sull’accessibilità di tali
esperienze e soprattutto sulla necessità di tali esperienze. E non solo in
un’ottica anticapitalista, ma anche di sostegno per l’ambiente.
La nostra terra ha poco tempo, meglio non farla diventare un giocattolo per
pochi.
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Nel novembre del 2023, l’Italia è stata scossa dall’ennesimo femminicidio, il
centotreesimo di quell’anno. Giulia Cecchettin, 22 anni, è stata uccisa dall’ex
fidanzato in una sequenza di violenze pianificate e brutali. La settimana
trascorsa nella speranza di ritrovarla, viva da qualche parte, ha contribuito a
catalizzare clamore mediatico e indignazione collettiva, che non si sono spenti
con l’arresto del colpevole, Filippo Turetta. Il 3 dicembre 2024, la Corte
d’Assise di Venezia ha condannato Turetta all’ergastolo per il femminicidio
commesso, avvenuto tramite 75 coltellate. Ma il dibattito non si è mai spento.
Infatti, durante l’ultima udienza, risalente all’8 aprile, è stata esclusa
l’aggravante della crudeltà. La motivazione: le numerose coltellate sono dovute
a “inesperienza” e non a una volontà di infliggere sofferenze gratuite
In termini giuridici la “crudeltà” rappresenta un’aggravante prevista dall’art.
61 del Codice penale, che ricorre quando l’autore del reato agisce con modalità
particolarmente efferate, infliggendo sofferenze inutili alla vittima. È
un’aggravante soggettiva e complessa da provare, richiede che tale crudeltà non
sia “funzionale” all’omicidio, ma che esprima un surplus di violenza gratuita.
Nel caso Cecchettin la dinamica dei fatti, l’inseguimento, le numerose
coltellate, l’occultamento del corpo, non hanno convinto i giudici del fatto che
Turetta abbia agito con deliberata brutalità e dunque non solo per uccidere, ma
per punire, umiliare, annientare. La sentenza riconosce la volontà di possesso,
definisce il crimine come efferato, vile, riconosce la lucidità di Turetta
durante tutto l’atto, ma esclude l’aggravante della crudeltà affermando che non
si poteva desumere con certezza che Turetta volesse infliggere sofferenze
gratuite e aggiuntive. I giudici hanno ritenuto che il numero di coltellate non
fosse di per sé sufficiente a dimostrare la crudeltà, attribuendo l’elevato
numero di ferite all’inesperienza dell’imputato.
> Dunque, se scegliamo di adottare un punto di vista squisitamente giuridico, 75
> coltellate non bastano a configurare questo aggravante
Ma se scegliamo di guardare la vicenda nel suo valore simbolico, se scegliamo di
intendere la parola “crudeltà” non solo come dispositivo giuridico? Proviamoci.
OVERKILLING: CHE COS’È
A dispetto di quello che viene riportato nella sentenza, nel caso Cecchettin,
l’elevato numero di coltellate ha sollevato l’attenzione sul fenomeno
dell’overkilling (o anche surplus killing, letteralmente: un’uccisione
esagerata), ovvero l’inflizione di un numero eccessivo di ferite rispetto a
quelle necessarie per causare la morte. Questo comportamento, spesso riscontrato
nei femminicidi, indica una volontà di annientamento totale della vittima. Ce lo
raccontano bene ormai diversi studi, tra tutti uno condotto pubblicato su
ScienceDirect spiega il fenomeno addirittura da una prospettiva medico forense.
Anche in Italia il fenomeno è stato analizzato ampiamente, soprattutto in
relazione ai femminicidi: un documento dell’UILPA evidenzia che nel 2024 il
55,56% degli omicidi di donne è stato perpetrato da partner o ex partner, spesso
con modalità riconducibili all’overkilling. Inoltre, la criminologa Flaminia
Bolzan, commentando il caso Cecchettin, ha sottolineato come l’uso di un solo
coltello e la morte per dissanguamento nella seconda aggressione indichino una
premeditazione e una volontà di infliggere sofferenza, elementi tipici
dell’overkilling.
> Riconoscerlo come elemento distintivo nei femminicidi può essere fondamentale
> per comprendere la gravità e la specificità di questi crimini, andando oltre
> la semplice classificazione come omicidi (con tutte le aggravanti del caso) e
> affrontando le radici culturali e psicologiche della violenza di genere
Tutto questo configura quadri violenti ed estremamente consapevoli, esattamente
come nel caso di Turetta, che non può – e non deve – essere descritto come un
giovane inesperto, che ha inflitto 75 coltellate perchè principiante delle armi
bianche, che se avesse saputo farlo meglio avrebbe sicuramente eseguito un
lavoro più veloce e pulito.
Proteste all’indomani del femminicidio di Giulia Cecchettin
INTRODURRE IL REATO DI FEMMINICIDIO NON È ABBASTANZA
Il modo in cui questa sentenza è stata accolta ci obbliga ad interrogarci sui
provvedimenti che vengono quotidianamente presi in materia di femminicidio.
Basti pensare che il 7 marzo 2025, alla vigilia della Giornata Internazionale
dei diritti delle donne, il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di
legge che introduce il reato autonomo di femminicidio nel Codice penale
italiano.
Secondo il testo, il femminicidio è definito come l’omicidio di una donna
commesso per motivi di discriminazione o odio verso la persona offesa in quanto
donna, per reprimere l’esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà, ed è
punito con l’ergastolo. In teoria, il riconoscimento del femminicidio come
fattispecie autonoma può essere un passo avanti nella presa d’atto della
specificità di questi crimini: finalmente non si tratta più di “semplici”
omicidi, ma di atti motivati da una cultura patriarcale che non tollera
l’autonomia femminile. Giusto? Non proprio.
La proposta presentata dal governo — priva di un serio dibattito parlamentare,
senza il coinvolgimento delle associazioni che si occupano da anni di violenza
di genere — appare come un’operazione di facciata. L’ergastolo per chi commette
femminicidio rischia di essere più una bandiera ideologica che uno strumento
utile.
> Inoltre, la deterrenza della pena massima è un’illusione, come confermano
> decenni di dati: non è la punizione, ma la prevenzione che salva le vite
Insomma, che senso ha introdurre un nuovo reato se poi le misure di prevenzione
restano fragili, le denunce cadono nel vuoto e i centri antiviolenza sono
sottofinanziati? Se manca una strategia educativa nelle scuole, un progetto
culturale, allora l’intervento rischia di trasformarsi in puro simbolismo
punitivo. Non dimentichiamoci, poi, che la proposta arriva da un governo che ha
spesso minimizzato la portata sistemica della violenza di genere, che ha
smantellato il linguaggio istituzionale inclusivo, e che ha dato spazio a
narrazioni reazionarie sulle relazioni affettive, che lascia tutti i giorni
spazio ai movimenti cosiddetti “Pro-Vita”.
L’urgenza di affrontare il femminicidio è reale, ma se da un lato la risposta
deve essere strutturale e non scenografica, dall’altra dobbiamo ridare potere
alle parole che vengono usate, anche nelle sentenze. Crudeltà e inesperienza,
in questo contesto, non sono termini neutri e i cambiamenti culturali profondi,
che non possono essere delegati a un comma infilato nel codice.
I cambiamenti iniziano prepotenti dal basso e ribaltano tutto. Anche le aule di
tribunale.
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Contare è un esercizio politico e, nel caso dei femminicidi, serve ad avere
concreta percezione del fenomeno per individuarne le radici culturali: ma In
Italia, una banca dati istituzionale, pubblica e completa sui femminicidi, non
esiste
Entrambe erano studentesse universitarie e avevano 22 anni. Entrambe sono state
uccise a coltellate. Ilaria Sula e Sara Campanella sono tragicamente solo le
ultime due vittime di femminicidio: vanno ad aggiungersi alla già troppo lunga
lista delle donne uccise nel 2025. Dall’inizio dell’anno sono 19 le donne
uccise. Se ne conta una ogni cinque giorni. Secondo i dati pubblicati sul sito
del Viminale nel report del Servizio analisi criminale della direzione centrale
della polizia criminale, dal 1 gennaio al 31 marzo sono 17 le donne uccise, 14
sono state uccise in ambito familiare o affettivo, dieci dal partner o dall’ex
partner.
Nonostante questi gravi numeri, in Italia non esiste una banca dati
istituzionale sui femminicidi. I dati considerati ufficiali sono contenuti nei
report dell’Istat e in quelli del ministero dell’Interno. Tuttavia, sono
aggiornati con tempistiche diverse e non seguono gli stessi criteri.
FEMMINICIDI, COME SI CONTANO?
Ogni anno, in occasione del 25 novembre, giornata internazionale per
l’eliminazione della violenza maschile contro le donne, l’Istat pubblica il
proprio report con i dati sui femminicidi. Non basta: si tratta di un report
annuale che non riesce a monitorare in tempo reale la quotidianità.
> Il ministero dell’Interno rende pubblici i dati sugli omicidi volontari,
> classificati in base al sesso delle vittime e alla relazione con il presunto
> colpevole: il ministero dell’Interno non usa la parola femminicidio
Ma, in mancanza di dati più precisi, questi risultano comunque utili. Fino al
dicembre del 2024 l’aggiornamento di questi dati era settimanale, ma a gennaio è
diventato mensile. Da gennaio del 2025 che i dati non vengono aggiornati e d’ora
in poi, come ha annunciato il Ministero degli Interni i report diventeranno
trimestrali.
LA MANCANZA DI DATI SUL FEMMINICIDIO INVISIBILIZZA IL FENOMENO
Non avere dati sul femminicidio ne ridimensiona la portata e invisibilizza le
vittime. Come sottolinea la giornalista esperta di dati Donata Columbro, autrice
della newsletter “Ti spiego il dato”, il report del Ministero dell’Interno è
fermo a gennaio 2025: «Fino a dicembre 2024 l’aggiornamento della pagina sugli
omicidi volontari era settimanale, è diventato mensile senza alcun preavviso, ma
a febbraio e marzo i nuovi report non sono stati pubblicati».
Questo che cosa significa in concreto? «Che se a scomparire è una donna senza
fissa dimora o un* sex worker non troviamo notizie, se è una donna trans non si
parla di femminicidio». Esiste un enorme sommerso.
Continua Columbro: «Gli unici dati ufficiali che abbiamo sono quelli che
riguardano gli omicidi di genere nella pagina del ministero dell’Interno (non
aggiornata), e i dati Istat pubblicati ogni novembre. In questi ultimi però si
usa la parola femminicidio usando gli indicatori dello Statistical Framework
dell’Onu ma la classificazione dipende anche da quello che succede durante le
indagini e dalla tipologia di vittima. Per esempio, sui giornali una prostituta
uccisa raramente viene collegata al termine femminicidio, perché il modo
‘classico’ di valutarlo è quello di vedere se c’è una relazione intima tra
vittima e autore del reato. La definizione di femminicidio però è politica,
quindi i movimenti femministi comprendono tipi di violenza misogina e
patriarcale che vanno al di là della violenza intima e domestica»
Sul fronte dati la situazione non accenna a migliorare. Anzi. Lo scorso 3 aprile
il Ministero degli Interni ha affermato che «al fine di garantire un
monitoraggio costante e puntuale, l’analisi dell’andamento dei reati
riconducibili alla violenza di genere verrà pubblicata con cadenza
trimestrale». Addio ai report settimanali. A partire da quest’anno
il Viminale ha deciso di cambiare, «per ragioni organizzative e di
consolidamento dei dati», la periodicità della pubblicazione del monitoraggio
degli omicidi volontari e dei reati riconducibili alla violenza di genere: non
più ogni sette giorni, ma ogni tre mesi.
L’OSSERVATORIO NON UNA DI MENO
Se i dati istituzionali sono lacunosi, le associazioni e i movimenti femministi
si organizzano: oggi uno strumento efficace per monitorare la situazione in
Italia è il database dell’Osservatorio di Non Una Di Meno. Si tratta di dati
raccolti dal basso: «Pubblichiamo i dati raccolti non solo per mostrarli e
renderli noti, ma soprattutto per denunciare la violenza sistemica esercitata
sulla vita delle donne e di tutte le libere soggettività che si sottraggono alle
norme di genere imposte» scrive Non una di meno. I dati vengono aggiornati l’8
di ogni mese.
> Ad oggi, l’Osservatorio ha registrato 16 femminicidi, 2 suicidi di donne, 1
> suicidio di un ragazzo trans, 1 suicidio di una persona non binaria, 4 casi in
> fase di accertamento. Inoltre, ci sono almeno altri 16 tentati femminicidi
> riportati nelle cronache online di media nazionali e locali
Avere dati completi e accessibili serve a capire che cosa caratterizza questo
specifico tipo di violenza: per questo motivo l’Osservatorio prende in
considerazione anche i tentati femminicidi, il numero di figli o bambini
presenti durante il delitto o che vengono lasciati orfani dall’uccisione della
madre, le uccisioni delle sex worker, delle persone con disabilità e racconta
tutte quelle storie che rimangono fuori dai circuiti di informazione
tradizionali.
FEMMINICIDI, QUANTI SONO A LIVELLO EUROPEO?
In Italia la mancanza di dati rende difficile quantificare il fenomeno. A
livello europeo, Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, pubblica i
dati sulle donne vittime di omicidio, con la possibilità di sapere se l’autore
dell’omicidio è un partner o un ex partner, oppure un familiare. I dati su
queste due casistiche, che non esauriscono l’insieme dei femminicidi, sono però
disponibili solo per 20 Paesi e non per tutti sono aggiornati.
Nel 2021, ad esempio, le donne uccise in Italia da un partner o da un parente
erano state 0,35 ogni 100 mila abitanti donne, il sesto valore più basso sui 15
disponibili, più alto di quelli di Grecia, Paesi Bassi, Spagna, Repubblica Ceca
e Slovacchia.
> La media europea era pari a 0,39 donne uccise da un partner o da un parente
> ogni centomila abitanti. Nel 2019, ultimo anno per cui sono disponibili i dati
> di tutti e 20 i Paesi censiti, l’Italia aveva registrato 0,26 omicidi di donne
> ogni centomila, commessi da un partner o un parente.
Avevano numeri più bassi dell’Italia solo Spagna, Svezia, Grecia, Slovacchia e
Cipro. La media europea era pari, anche in quell’anno, a 0,39.
«L’Italia è fra i Paesi europei in cui il numero di femminicidi è meno
alto» aveva detto, all’indomani del dibattito sul femminicidio di Giulia
Cecchettin, la ministra alle pari opportunità Eugenia Roccella: come
riporta qui Pagella Politica, se si fanno dichiarazioni usando numeri, bisogna
avere bene a mente che cosa si sta conteggiando per evitare di fare affermazioni
scorrette o fuorvianti. «Contare è un esercizio politico» diceva Michela Murgia.
Nel caso dei femminicidi, lo è ancora di più.
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Wom.
Tre scelte possibili: solo il cognome del padre, solo il cognome della madre,
entrambi i cognomi e nell’ordine desiderato. Sono queste le opzioni fra cui oggi
possono scegliere i neogenitori in Italia. Le diverse scelte sono state rese
possibili dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 27 aprile 2022, che
ritiene discriminatoria e lesiva dell’identità del figlio la regola che
attribuisce automaticamente il cognome del padre. Tuttavia, continua a mancare
una legge in materia: le cose potrebbero cambiare con una nuova proposta.
Intanto, ecco come funziona nel resto del mondo
Dare ai figli solo il cognome della madre, come «risarcimento» dopo «secoli in
cui i figli hanno preso il cognome del padre» e «le donne hanno subito
un’ingiustizia e una discriminazione di genere». Con questo obiettivo si muove
il disegno di legge che Dario Franceschini presenterà al Senato nei prossimi
giorni. L’ex ministro della Cultura ne ha parlato lo scorso 25 marzo nel corso
dell’assemblea dei senatori dem convocata per esaminare le proposte di legge
all’esame della commissione Giustizia del Senato. Si tratta di quattro testi
presentati da Unterberger (Autonomie), Malpezzi (Pd), Maiorino (M5S) e Cucchi
(Avs) che intendono disciplinare l’attribuzione del cognome ai figli dopo la
sentenza della Corte.
COGNOME MATERNO, «UN RISARCIMENTO SIMBOLICO»
«Ai figli solo il cognome della madre» è la proposta che l’ex ministro e
senatore Pd Dario Franceschini presenterà al Senato nei prossimi giorni.
«Anziché creare infiniti problemi con la gestione dei doppi cognomi o con la
scelta tra quello del padre e quello della madre» è il motivo che porterebbe
Franceschini a presentare un nuovo testo «dopo secoli in cui i figli hanno preso
il cognome del padre, stabiliamo che dalla nuova legge prenderanno il solo
cognome della madre. È una cosa semplice ed anche un risarcimento per una
ingiustizia secolare che ha avuto non solo un valore simbolico, ma è stata una
delle fonti culturali e sociali delle disuguaglianze di genere».
> La questione non è nuova e il Parlamento ne discute da cinquant’anni, senza
> trovare la quadra. La prima proposta di legge risale al ‘79, firmataria la
> socialista Maria Magnani Noya
La Consulta si è mossa prima del legislatore, aprendo tre anni fa alla libera
scelta e dichiarando che l’attribuzione di default del cognome del padre è
contro la Costituzione.
COME SI ATTRIBUISCE IL COGNOME OGGI IN ITALIA
«Il figlio assume il cognome di entrambi i genitori nell’ordine dai medesimi
concordato, salvo che essi decidano, di comune accordo, di attribuire soltanto
il cognome di uno dei due. In mancanza di accordo sull’ordine di attribuzione
del cognome di entrambi i genitori, resta salvo l’intervento del giudice in
conformità con quanto dispone l’ordinamento giuridico». Questo dice la sentenza
della Corte Costituzionale n. 131 del 2022 che viene applicata al momento della
registrazione dei nuovi nati. Con questa storica sentenza la Consulta ha abolito
l’obbligo di trasmettere automaticamente il cognome paterno ai figli. E se non
c’è accordo tra i genitori? Interviene un giudice che tuttavia non ha però
ancora a disposizione una legge per decidere sull’attribuzione del cognome a
seguito di quella sentenza. Decide in autonomia l’ordine. A suscitare
perplessità riguardo il doppio cognome, da cui nasce anche la proposta di
Franceschini, quello che avviene nella successione.
> Ovvero: chi ha il doppio cognome li trasmette entrambi? Questa questione è
> aperta e, appunto, servirebbe una legge per regolarla. Probabilmente no, anche
> perché è possibile che sposi una persona che, a sua volta, ne ha due, ma la
> questione non è stata fissata.
SERVE UN CAMBIAMENTO CULTURALE
Secondo il report Istat “Natalità e fecondità della popolazione residente”
relativo all’anno 2023, un anno dopo la sentenza del 27 aprile 2022, i genitori
italiani non sono ancora molto propensi ad attribuire due cognomi ai propri
figli, seppure lo siano più che negli anni passati.
> La tendenza è aumentata di 3,8 punti percentuali rispetto al 2020, circa il
> 6.8% dei bimbi nati in Italia nel 2023 ha il doppio cognome, paterno e materno
Il numero più alto di piccoli che accanto al nome registra il cognome di
entrambi i genitori è nel Centro-Nord con il 7% dei nati, al sud sono appena il
4%.
Quella del doppio cognome è una battaglia femminista perché ha a che fare con la
visibilità pubblica: i cognomi raccontano storie, valori, genealogie. Per
secoli, la loro trasmissione è stata esclusivamente maschile e questo ha
significato declinare la storia attraverso la “discendenza paterna”.
> Considerare l’attribuzione del cognome materno una questione secondaria
> significa invisibilizzare le madri e non riconoscere il meccanismo omissivo
> che per secoli, di fatto, le ha cancellate dalla sfera pubblica e dalla
> visibilità sociale
COGNOME MATERNO, COME FUNZIONA NEL MONDO
Sull’attribuzione del cognome materno il mondo si muove in modo diverso. In
Spagna, ad esempio, il doppio cognome è una tradizione consolidata che risale al
XIX secolo e che si è formalizzata con il Codice civile del 1889. Questa pratica
aveva l’obiettivo di identificare le persone con maggiore precisione,
riflettendo sia la linea paterna che quella materna. Il Codice civile spagnolo,
all’articolo 109, riconosce il diritto dei genitori di determinare l’ordine dei
cognomi del figlio di comune accordo. Inoltre, una volta raggiunta la maggiore
età, il figlio o la figlia può richiedere di invertire l’ordine dei propri
cognomi. Se i genitori decidono di invertire l’ordine dei cognomi per il primo
figlio, questo cambiamento si applicherà automaticamente anche ai futuri figli
della coppia.
In Svezia di norma si usano entrambi i cognomi, nell’ordine scelto dalla coppia.
Tuttavia, se i genitori non trovano un accordo, si utilizza esclusivamente il
cognome della madre. Anche in Austria i genitori possono scegliere se il figlio
porterà il cognome del padre, della madre o un doppio cognome combinato. Se i
genitori non sono sposati e non effettuano una dichiarazione congiunta, il
bambino assume automaticamente il cognome della madre. In Belgio, invece, dal
2014 i genitori possono scegliere di attribuire al figlio il cognome del padre,
della madre o entrambi, nell’ordine desiderato. Ma in assenza di una
dichiarazione congiunta si assume automaticamente il cognome del padre. In
Danimarca la personalizzazione familiare è massima: i genitori possono
attribuire il cognome del padre, della madre o un cognome combinato.
> Se non viene fatta una scelta entro sei mesi dalla nascita, si assume il
> cognome della madre. Non solo: la legge danese permette anche l’uso di cognomi
> composti.
Nominare è fare esistere e, il cognome materno, significa riconoscere
l’esistenza delle madri di generazione in generazione.
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materno non è secondario appeared first on The Wom.
Sara Campanella e Ilaria Sula avevano ventidue anni, tante cose ancora da fare,
da desiderare. Ma non potranno farlo, perchè due uomini hanno deciso che la loro
vita andava interrotta, in quanto sfuggivano al loro controllo. Non volevano
stare con loro, o non volevano starci più, e per questo andavano punite. “Non
una di meno” diciamo dopo ogni femminicidio, sperando che sia l’ultima, sperando
di non dover aggiungere altri nomi a quelli delle sorelle morte per mano di
compagni, mariti o ex fidanzati. Eppure, ogni quarantotto ore abbiamo un nuovo
nome
Non c’è più tempo per opinioni disinformate o addirittura negazioniste: l’Italia
è diventata un’appiccicosa ragnatela patriarcale, un intricato sistema che
intrappola la libertà delle donne, sorretto da secoli di cultura che sottovaluta
e giustifica la violenza di genere. Non c’è nessuna “emergenza femminicidi” e
non ci sono “casi isolati”: queste manifestazioni violente rappresentano il
culmine di una serie di comportamenti che la società normalizza e minimizza, in
nome del “si è sempre fatto così, alcune cose sono sempre esistite”. Sottinteso:
esisteranno per sempre. Ce lo ha raccontato Elena Cecchettin che, dopo il
femminicidio della sorella Giulia nel novembre del 2023, ha puntato con forza il
dito verso la comunità tutta, dalle istituzioni ai privati cittadini che,
attraverso l’indifferenza, non fanno altro che schierarsi dalla parte di chi
quella violenza la agisce in prima persona.
COLPA E RESPONSABILITÀ: C’È DIFFERENZA?
Proprio questa è la differenza tra colpa e responsabilità. Certo, non tutte le
persone, non tutti gli uomini sono colpevoli di femminicidio, ma tutte le
persone e tutti gli uomini sono responsabili di quello che, nel loro piccolo,
scelgono di fare o di non fare. E se non fai qualcosa, sei complice.
La violenza di genere si articola in diverse forme e su diversi livelli,
osservarli e riconoscerli ci permette di capire dove e come possiamo agire.
Fortunatamente, esistono molte rappresentazioni grafiche della cosiddetta
Piramide della violenza di genere, articolata su diversi gradini, alla cui base
troviamo forme di violenza di genere invisibili e spesso sottovalutate,
atteggiamenti apparentemente innocui, come commenti sessisti, battutine,
catcalling e contatti o attenzioni non richieste, mentre all’apice
manifestazioni più evidenti come stupro e femminicidio. Ogni livello della
piramide normalizza e giustifica il successivo, creando un ambiente in cui la
violenza contro le donne è tollerata o addirittura attesa.
> Riconoscere la propria parte di responsabilità in questo sistema è
> fondamentale per interrompere il ciclo di violenza che per natura si
> autoalimenta
Ognuno di noi ha il potere di fare la propria parte, ognuno di noi può decidere
di smettere di legittimare il gradino successivo della piramide, a volte
semplicemente parlandone e sensibilizzando chi quella piramide non la conosce.
CREARE UN VERO CAMBIAMENTO CULTURALE
Parlare di patriarcato, maschilismo e violenza solo quando un’altra donna ormai
è morta è una sconfitta per tutte e tutti, non ci consente di costruire
un’alternativa a lungo termine, ma solo di agire nell’immediato mossi dalla
pietà e dalla compassione nei confronti delle vittime e delle loro famiglie. Non
si crea così un cambiamento culturale: dobbiamo essere noi i primi promotori di
una cultura diversa, che non perpetui l’idea che le donne siano subordinate agli
uomini, che non giustifichi i comportamenti violenti e controllanti. Solo
esercitando queste consapevolezze riusciremo ad acquisire nuove libertà.
> Partire dal nostro spazio privato è fondamentale perché, tristemente, le
> risposte istituzionali sono state finora insufficienti
Il nostro governo ha, all’alba dell’8 marzo, pensato di contribuire al dibattito
in corso sul tema approvando un disegno di legge che introduce per la prima
volta la definizione legale di “femminicidio” nel Codice Penale, punibile con
l’ergastolo. Una ennesima misura che non affronta la natura sistemica della
discriminazione di genere ma che promette punizioni, provvedimenti che
notoriamente non risultano efficaci. Tale interesse della maggioranza risulta
superficiale (o propagandistico), considerato che Ministri e governatori –
spesso uomini, spesso bianchi, spesso immuni alla realtà e distaccati dal paese
reale – continuano a negare l’esistenza stessa del patriarcato, parlando di
“casi isolati”, insinuano che il problema sia l’amore malato, la gelosia, o
riconducendo il problema alla convivenza di diverse etnie sul suolo Italiano.
Un pregiudizio razzista e xenofobo di cui avremmo fatto volentieri a meno.
Insomma, in questo insieme di narrazioni che tentano di individualizzare ciò che
è invece sistemico, culturale, secolare, diventa evidente che il primo passo
dobbiamo farlo noi, per cambiare le regole non scritte di questa società.
È necessario un cambiamento culturale profondo che sfidi e smantelli le
fondamenta della piramide della violenza e, di conseguenza, del patriarcato. Se
eliminiamo quei primi gradini, tutto il resto crolla di conseguenza. Questo
include necessariamente l’introduzione di ore dedicate all’educazione
sessuo-affettiva nelle scuole, all’educazione al rispetto e al consenso fin
dalla giovane età, senza avere paura di affrontare temi complessi.
UNA NUOVA GENERAZIONE CHE NON ABBASSA LA TESTA
A contrastare questo sistema marcio c’è una nuova generazione che non ha paura
di alzare la voce, pronta a scendere in piazza e ad occupare le strade con cori
e striscioni in solidarietà delle sorelle che non sono tornate a casa, che sono
finite in fondo ai dirupi, in delle piccole valigie. Si tratta di ragazze e
ragazzi che rifiutano con forza di essere educati al silenzio, alla
sopportazione, alla vergogna, e denunciano il patriarcato per quello che è: un
sistema strutturale di dominio e violenza. Si contaminano a vicenda con nuove
consapevolezze, educandosi in autonomia, dal basso, nei collettivi, perché
mentre loro gridano, il potere politico finge di non sentire.
Non è un caso che lo scontro generazionale sia così acceso: da un lato una
gioventù sempre più consapevole, intersezionale, militante; dall’altro un
establishment che si rifiuta di mettere in discussione i propri privilegi. Ma la
lotta è in corso, e si sta riscrivendo il vocabolario della ribellione.
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Una donna di 24 anni è stata arrestata in Georgia dopo un aborto spontaneo con
l’accusa di occultamento di cadavere. Dopo i medici, ora le leggi antiabortiste
prendono di mira le pazienti, anche quelle che non vogliono interrompere la
gravidanza
Selena Maria Chandler-Scott, una donna di 24 anni originaria della Georgia, è
stata arrestata dopo un aborto spontaneo. I medici l’hanno trovata priva di
sensi nel suo appartamento mentre stava avendo un’emorragia e, dopo essere stata
portata in ospedale, è stata arrestata con l’accusa di occultamento di cadavere,
per aver buttato i resti nella spazzatura. Non si conoscono ancora di preciso i
dettagli della vicenda, ma la polizia ha detto che non si è trattato di un
aborto volontario, come ha confermato l’autopsia. “Cosa si aspettavano che
facesse di preciso?”, si chiede la giornalista Jessica Valenti nella sua
newsletter Abortion Every Day. “Avrebbe dovuto chiamare la polizia dopo
l’aborto? Una camera mortuaria? A quale stadio della gravidanza le donne devono
cominciare a segnalare i propri lutti perinatali alle forze dell’ordine?”.
L’ABORTO NEGATO NEGLI USA
Al momento in Georgia è in vigore il divieto di aborto dopo le sei settimane di
gestazione, che non prevede che a essere punita sia la donna, ma il medico che
procura l’interruzione di gravidanza. Tuttavia, molte donne che hanno
complicazioni durante la gravidanza – non solo nello stato – hanno paura di
rivolgersi agli ospedali, perché hanno paura di essere accusate di essersi
procurate l’aborto da sole. Da quando infatti la Corte Suprema degli Stati Uniti
ha ribaltato la sentenza Roe v. Wade, rendendo l’aborto illegale in diversi
stati, la maggior parte delle donne che vogliono o devono interrompere la
gravidanza lo fa attraverso la pillola abortiva, spedita per posta da stati in
cui è ancora permessa. In teoria non ci sono limiti legali a questa procedura,
anche se i Repubblicani stanno facendo di tutto per scoraggiarla: hanno provato
a denunciare il servizio postale tirando in ballo una legge dell’Ottocento che
vieta l’invio di “materiali osceni” per posta, hanno provato a denunciare i
medici che inviano le pillole anche se vivono in altri stati e infine hanno
provato a far bandire, senza successo, la vendita del mifepristone dalla Corte
Suprema.
Tuttavia, il clima di paura e sospetto nelle donne non è ingiustificato. Non
solo in molti stati si sta cercando di far passare leggi che equiparano l’aborto
all’omicidio (anche laddove l’omicidio è punibile con la pena di morte, un bel
paradosso per chi si professa “a favore della vita”), ma non mancano i casi di
delazione e monitoraggio dei comportamenti delle donne: la stessa Selena Maria
Chandler-Scott sarebbe stata avvisata mentre disponeva dei resti da un suo
vicino di casa, che l’ha denunciata. Anche chi si mette in viaggio per andare ad
abortire in altri stati rischia la denuncia, con la polizia che incrocia i dati
degli spostamenti sul GPS con quelli delle app per il monitoraggio del ciclo
mestruale. Intanto, il Missouri propone di creare un registro delle donne
incinte “ad alto rischio di aborto”.
LEGGI ANCHE – Aborto: vietato in Texas dopo 6 settimane. La situazione nel mondo
UN DIVIETO CHE RIGUARDA TUTTE LE DONNE
Un’iniziativa simile ha un triste precedente nella storia: nel 1965 in Romania
il dittatore Nicolae Ceaușescu non solo vietò l’aborto, ma creò un sistema per
controllare capillarmente le donne affinché nessuna gravidanza passasse
inosservata. In pochi anni, la Romania diventò il Paese con il più alto tasso di
mortalità materna in Europa, causato nell’87% dei casi dalle complicanze degli
aborti clandestini. Qualcosa di simile sta accadendo anche negli Stati Uniti.
Sempre in Georgia si è parlato molto della morte di due donne, Amber Nicole
Thurman e Candi Miller, in seguito a un aborto farmacologico. Alla prima sarebbe
stato negato un raschiamento in ospedale per oltre venti ore, perché i medici
avevano paura di essere incriminati. La seconda in ospedale non ci è nemmeno
andata, per non essere arrestata. Il comitato sulla mortalità materna dello
stato ha decretato che queste morti erano “evitabili”. Dopo che la notizia dei
due decessi è stata divulgata alla stampa, la commissaria per la Salute pubblica
della Georgia ha licenziato tutti e trentadue i membri del comitato. In Idaho,
il programma di monitoraggio sulle morti in gravidanza è stato addirittura
eliminato in via definitiva, poco dopo l’ultima pubblicazione che ha mostrato
che la mortalità materna è raddoppiata nel giro di un anno.
C’è infatti un ultimo pezzo del puzzle che riguarda le conseguenze del divieto
d’aborto, ed è lo smantellamento delle cure ginecologiche. Negli Stati Uniti,
dove la sanità è privata, cliniche come quelle di Planned Parenthood riuscivano
a garantire questi servizi in modo gratuito e abbastanza capillare. Tuttavia,
non solo molte sono state costrette a chiudere dopo che sono entrati in vigore i
vari divieti d’aborto, ma ora quelle rimanenti si vedono tagliare tutti o quasi
tutti i fondi a causa del divieto delle iniziative di diversity voluto da Trump,
per un ammontare di 35 milioni di dollari congelati. Le cliniche non servivano
solo persone intenzionate a porre fine a una gravidanza. E al di là dei servizi,
è il personale medico a essere in crisi: come ha rilevato uno studio della
Scuola di salute pubblica di Harvard, il 93% dei ginecologi interpellati non ha
potuto garantire lo standard di cura adeguato a causa delle leggi sull’aborto.
Tra tutte spicca la testimonianza di un medico che aveva prestato servizio al
fronte in Iraq. Era più facile lì, spiega. Non aveva mai dovuto chiedere aiuto
psicologico prima d’ora.
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mette in pericolo tutte le donne appeared first on The Wom.
Proprio in questi mesi, in Brasile, nel cuore dell’Amazzonia fervono i
preparativi per la COP30, la 30esima Conferenza Internazionale sul Clima
prevista per novembre 2025 a Belém. Tutto giusto, del resto bisogna prepararsi
ad accogliere migliaia di persone da tutto il mondo, se non fosse che per fare
“bella figura” si è pensato bene di costruire un’autostrada a 4 corsie e di
disboscare tutta l’area necessaria per portare a compimento questo lavoro. Oggi
cercheremo di riavvolgere il nastro e capire cosa sta succedendo
In vista dell’arrivo della COP30 e di 50.000 delegati internazionali, tra capi
di Stato, esperti e attivisti, il Brasile ha riavviato un progetto molto
discusso che era stato sospeso: la costruzione dell’Avenida Liberdade (PA-020),
un’autostrada a quattro corsie lunga 13,3 km che percorre l’Amazzonia. Il
tracciato taglia la foresta amazzonica, attraversa tre fiumi (Aurá, Murutucu e
Pau Grande) e si avvicina pericolosamente (ovvero di soli 500 metri) al Parco
Statale di Utinga, una delle aree protette più preziose dello Stato del Pará.
I lavori procedono senza sosta, 24 ore su 24, e sono talmente mastodontici da
essere ben visibili dai satelliti.
> Ci si affanna a costruire viadotti, ponti e svincoli, mentre interi ettari di
> foresta vengono rasi al suolo
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LEGGI ANCHE – La COP16 sulla Biodiversità di Roma è stata un timido successo (e
nessuno se lo aspettava)
LE VITTIME DELLA FORESTAZIONE? NOI STESSI
Un colpo durissimo a uno degli ecosistemi più ricchi e fragili del pianeta, ma
anche a noi stessi, dato che le COP sono nate per proteggerci dai cambiamenti
climatici, limitando la quantità di anidride carbonica in atmosfera. Gli alberi
sono proprio gli organismi che in modo naturale e gratuito ci aiutano in questo
scopo.
Tra le vittime invisibili di questa idea “sensazionale” c’è un raccoglitore di
bacche di açaí, Claudio Verequete, che ha perso il suo unico mezzo di
sostentamento. Gli alberi che gli davano da vivere sono stati abbattuti, senza
alcun preavviso o risarcimento. “È stato tutto distrutto”, racconta alla BBC,
spiegando come ora la sua famiglia sopravviva con gli ultimi risparmi.
In questa situazione, il pericolo più grande è che la nuova strada, una volta
completata, diventi un corridoio per il disboscamento illegale, ripetendo quanto
accaduto con la BR-163, un’altra arteria che, invece di portare sviluppo
sostenibile, ha favorito un aumento del 400% nel tasso di deforestazione delle
aree circostanti.
LEGGI ANCHE – COP29, un buco nell’acqua? Perché i risultati dell’ultima
conferenza per il clima non sono sufficienti
LE CONTRADDIZIONI DELLA COP30
Di ironia ne resta poca e di controsensi tanti, dato che la COP30 dovrebbe
essere il luogo in cui i governi del mondo trovano soluzioni concrete per
ridurre le emissioni di CO₂, eppure si sta costruendo un’autostrada distruggendo
la foresta che ogni anno assorbe oltre 2 miliardi di tonnellate di CO₂. La
foresta amazzonica, non a caso, è chiamata “il polmone verde del pianeta”.
A questo proposito, le autorità assicurano che il progetto sarà “sostenibile”,
con corridoi ecologici per gli animali, piste ciclabili, illuminazione solare.
Ma basta questo per bilanciare la perdita di biodiversità, habitat naturali e
risorse vitali per le popolazioni locali? E soprattutto è lecito chiedersi: sarà
vero?
> Mentre il mondo si prepara a parlare di clima, il luogo simbolo di questa
> battaglia sta pagando il prezzo più alto
La scoperta amara è che, pur di accogliere migliaia di persone che oltre ad
arrivare in aereo, probabilmente non raggiungeranno alcun accordo, si rischia di
perdere proprio ciò che si dovrebbe proteggere.
Forse per la COP30 il vero banco di prova non sarà il palco delle dichiarazioni,
ma ciò che succederà sul terreno, al centro della foresta.
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Si chiama “investment gap” e riguarda il divario di genere per cui le donne, a
causa della scarsa educazione finanziaria e del tabù per cui “parlare di soldi
non è da signora”, investono meno degli uomini. Il quadro emerge chiaramente
dall’ultima indagine condotta da YouGov per la banca digitale N26, che ha
coinvolto 6.330 partecipanti in Italia, Germania, Austria, Francia e Spagna:
solo l’11% delle donne italiane intende aumentare il budget destinato agli
investimenti nel 2025 (rispetto al 21% degli uomini)
Disagio, inadeguatezza e timore: quando si tratta di denaro e finanze le donne
si sentono insicure ad occuparsene autonomamente, molto più della media della
popolazione femminile europea: solo il 43% pensa di potercela fare, contro una
media Ue del 62%. Il motivo principale è che si ritiene di non avere le
competenze necessarie. I motivi sono culturali – per gli uomini, a differenza
delle donne, il reddito ha sempre rappresentato una dimostrazione del potere e
non qualcosa di cui vergognarsi – e una scarsissima educazione finanziaria: se
le donne si sentono insicure a gestire i loro soldi è perché non è stato
insegnato loro come farlo. Da qui l’investment gap.
SOLO IL 15% DELLE DONNE ITALIANE CONSIDERA GLI INVESTIMENTI UNA PRIORITÀ
L’indagine di YouGov per la banca online N26 confermano che ancora oggi in
Italia per le donne esiste il cosiddetto investment gap, ossia il divario di
genere proprio nella gestione degli investimenti.
L’analisi evidenzia come in Italia gli obiettivi finanziari per l’anno in corso
siano piuttosto simili tra uomini e donne, che nel 2025 vogliono dare priorità
ad una gestione migliore delle loro spese e della loro pianificazione, a
risparmiare di più o più regolarmente.
> Il divario di genere persiste, invece, quando si analizza la propensione
> all’investimento: solo il 15% delle donne italiane considera gli investimenti
> una priorità
Un dato che è in linea con la media delle donne degli altri Paesi e notevolmente
inferiore rispetto al 21% registrato dagli uomini italiani, che tendono a
considerare gli investimenti non solo come uno strumento per proteggere il
proprio capitale, ma anche come una possibilità di crescita, probabilmente per
un diverso approccio alla gestione del rischio.
INSICUREZZA E PERCEZIONE DI MANCATE COMPETENZE: COSA BLOCCA LE DONNE NEGLI
INVESTIMENTI
Indagando le ragioni alla base dei dati raccolti, le donne italiane risultano
abbastanza insicure nella gestione delle loro finanze. Per le donne, d’altronde,
storicamente e culturalmente il denaro è sempre arrivato “nel nome di un uomo”:
padre, marito, fratello o figlio.
> Solo il 43% delle donne dichiara infatti di sentirsi sicura nel poter gestire
> bene il proprio denaro
Un dato significativamente inferiore rispetto alla media complessiva (62%) e il
più basso tra i Paesi intervistati, motivo che le porta a favorire opzioni meno
incerte rispetto a investimenti proattivi, che potrebbero comportare qualche
forma di rischio.
La percezione di non possedere le competenze adeguate per prendere decisioni
finanziarie consapevoli contribuisce a un approccio più cautelativo: solo il 36%
delle donne italiane ritiene di avere le conoscenze necessarie per gestire le
proprie finanze.
Un numero molto basso se confrontato con quello di Paesi come Austria (63%) e
Germania (60%). In questa cornice, è comprensibile come le donne italiane
riportino anche i livelli più alti di stress e ansia quando si parla delle
proprie finanze (quasi la metà delle intervistate, rispetto al 42% della media
complessiva).
L’EDUCAZIONE FINANZIARIA LIBERA GLI INVESTIMENTI DELLE DONNE DAGLI STEREOTIPI
Nonostante l’insicurezza percepita, il 60% delle donne italiane ha dichiarato un
forte interesse nell’acquisire maggiore educazione finanziaria e nel migliorare
le proprie competenze per gestire meglio il proprio denaro.
> Questa percentuale è superiore alla media complessiva (50%), a dimostrazione
> di una crescente consapevolezza e propensione nell’imparare a gestire le
> proprie finanze
«I nostri dati mostrano come molte donne si sentano meno sicure rispetto agli
uomini riguardo alle loro competenze finanziarie e come questa insicurezza
influenzi direttamente le nostre scelte, spingendoci a preferire opzioni più
sicure piuttosto che investimenti proattivi che potrebbero comportare dei rischi
– afferma Carina Kozole, Chief Risk Officer di N26, – L’educazione finanziaria è
la via da percorrere per colmare davvero il divario di genere negli
investimenti: oggi le donne sono più motivate a imparare e a prendere il
controllo delle proprie finanze per sentirsi più sicure e indipendenti. Per
questo dobbiamo continuare a incoraggiare le donne a guardare agli investimenti
come ad uno strumento accessibile adatto a sostenere il loro benessere e
garantire il loro futuro finanziario: mettendo a disposizione le giuste risorse
e creando spazi di dialogo, possiamo ispirare le donne a investire con fiducia e
costruire una sicurezza finanziaria duratura. Essere consapevoli della nostra
situazione finanziaria ci permette di migliorarla e di creare nuove opportunità,
utilizzando gli investimenti come uno strumento chiave in questo processo».
EFFE SUMMER CAMP, IL CAMPO ESTIVO DI EDUCAZIONE FINANZIARIA PER RAGAZZE E
ADOLESCENTI
Lo scorso 19 marzo al Senato è stato presentato il progetto EFFE Summer Camp: il
primo campo estivo di educazione finanziaria e all’imprenditorialità, totalmente
gratuito, progettato e realizzato per ragazze adolescenti.
La prima edizione si è svolta nel 2024 presso l’Università degli Studi di
Milano-Bicocca. Due nuove edizioni sono in programma per il 2025: a Milano e
a Bari. I posti disponibili sono 60 per sede, riservati a studentesse di
qualunque istituto secondario superiore, e le iscrizioni si sono ufficialmente
aperte.
EFFE Summer Camp è un percorso formativo di una settimana a tempo pieno unico in
Italia, che combina lezioni teoriche con testimonianze di imprenditrici e
imprenditori, casi di studio, giochi ed esercitazioni. La metodologia formativa
nasce dalla co-progettazione tra chi si occupa di impresa e chi si occupa di
scuola e di ricerca.
> La scelta di dedicare il campo estivo alle sole ragazze adolescenti si basa
> sull’evidenza scientifica riscontrata da numerose ricerche che in Italia
> individuano già a 15 anni un significativo gender gap a sfavore delle ragazze
> nelle competenze finanziarie
Già all’inizio del XX secolo Virginia Woolf aveva centrato la questione: «Una
ragazza dovrebbe avere una stanza tutta per sé e una rendita di 500 sterline
l’anno», scriveva in “Una stanza tutta per sé”. Oggi il bisogno persiste e la
rotta può essere assolutamente cambiata: il cambiamento è già in atto nel
settore finanziario. Nei consigli di amministrazione delle società quotate, nel
management e nell’aumento del numero delle dirigenti. Le finanze sono
assolutamente una “cosa da donna”.
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Saul Luciano Lliuya, un contadino della città andina di Huaraz, in Perù, ha
appena intentato una causa legale storica contro la compagnia energetica tedesca
RWE. L’accusa? le emissioni di CO₂ dell’azienda che avrebbero contribuito in
modo significativo alla fusione dei ghiacciai andini, mettendo così a rischio la
sua casa e la sua comunità a causa dell’innalzamento del livello del lago
Palcacocha
Una causa legale che sta già facendo la storia: per intentarla, il contadino
Saul Luciano Lliuya ha il supporto dell’associazione ambientalista Germanwatch,
insieme alla quale viene richiesto che RWE copra una quota proporzionale dei
costi (soltanto 21.000 euro) per un progetto da 3,5 milioni di dollari volto a
prevenire inondazioni catastrofiche. La richiesta si basa su dati del Carbon
Majors Database, secondo cui RWE è responsabile di quasi lo 0,5% delle emissioni
globali dall’epoca industriale.
> Si tratta chiaramente di un possibile importante precedente nella giustizia
> climatica
LEGGI ANCHE – L’allarme di Greenpeace: i sussidi alle fonti fossili continuano
ad aumentare
PERCHÉ LA CAUSA DI SAUL LUCIANO LLIUYA È IMPORTANTE IN TUTTO IL MONDO
Il procedimento è attualmente in corso in Germania e potrebbe diventare il caso
che trainerà la giurisprudenza ambientale. Infatti, se la corte riconoscesse una
correlazione diretta tra le emissioni di RWE e la minaccia per Huaraz, si
aprirebbe la possibilità di ritenere legalmente responsabili le aziende per i
danni da cambiamento climatico.
Nel 2022, alcuni esperti hanno effettuato sopralluoghi sul sito, e i loro
rapporti, pubblicati tra il 2023 e il 2024, verranno esaminati in udienza.
Queste ricerche però, secondo Lukas Arenson, vicepresidente dell’International
Permafrost Association, si sono concentrate soprattutto sul rischio valanghe,
trascurando quello più grave delle frane rocciose, che potrebbero alzare molto
velocemente il livello del lago.
Saul Luciano Lliuya insieme alla sua avvocata Roda Verheyen
I PROSSIMI STEP DEL PROCESSO
Una volta confermato che la casa di Lliuya è davvero in pericolo, il passo
successivo sarà determinare se esiste un nesso causale tra la fusione dei
ghiacciai e il cambiamento climatico di origine antropica, anche se noi già
sappiamo che è così. Inoltre, uno studio del 2021 delle Università di Oxford e
Washington ha dimostrato che la fusione di un ghiacciaio peruviano è stata
causata dal riscaldamento globale umano. Ad oggi, ciò che sappiamo è che questo
processo potrebbe richiedere altri due anni e che RWE si difende affermando che
un singolo emettitore non può essere ritenuto responsabile del riscaldamento
globale (infatti, loro sono a processo per una quota proporzionale al loro
impatto).
Saul Luciano Lliuya nei suoi terreni
> Il processo si inserisce in un contesto più ampio: quello del dibattito sulla
> giustizia climatica e sulla necessità che le grandi aziende ed i paesi
> industrializzati contribuiscano a risarcire le comunità più vulnerabili
Nel frattempo, il nostro amico Saul Luciano Lliuya non credeva nemmeno possibile
poter portare avanti una causa contro un colosso del genere, e si dice già
soddisfatto di essere arrivato a questo punto. Non sa ancora che un caso del
genere potrebbe cambiare per sempre il mondo, cambiando le modalità e il peso
con cui la giustizia affronta le responsabilità ambientali di chi inquina e
difende le vittime del cambiamento climatico.
LEGGI ANCHE – Perché la fine del Green Deal negli Stati Uniti riguarda anche
l’Europa
The post Lo storico processo di un contadino peruviano contro il colosso
energetico tedesco RWE appeared first on The Wom.
La “Festa del Papà” è spesso festeggiata con gioia, regali e sorrisi, un giorno
che sembra essere tutto dedicato a celebrare l’importanza del ruolo paterno
nella famiglia e nella società. Tuttavia, come spesso accade, anche dietro le
feste si nascondono contraddizioni e realtà complesse da affrontare.
Primariamente c’è bisogno di ricordarci più spesso che non esiste una “famiglia
standard” da festeggiare, e che ogni nucleo, grande o piccolo che sia, sa essere
famiglia a modo suo e che i modelli sociali a cui aderire restano un grande
inganno. Gli unici ingredienti che non possono mancare sono cura, affetto e
amore. Ma addentriamoci nel ruolo dei padri, e facciamolo adottando una
prospettiva femminista: possiamo davvero dire che il sistema sociale in cui
viviamo gli restituisce pieno valore? Gli dà abbastanza tempo per esercitare
cura, dare affetto e insegnare amore? O è un ruolo schiacciato dal peso di
responsabilità di eredità squisitamente patriarcali che gli tolgono il modo e la
possibilità di vivere la famiglia?
L’attuale sistema di congedi parentali, le dinamiche familiari e il mal
distribuito carico dei lavori non danneggiano le donne e le madri, ma anche gli
uomini, e in particolare i padri. In definitiva le dinamiche patriarcali, anche
quelle che si muovono all’interno delle pieghe del sistema legislativo,
danneggiano tutta la famiglia, nonostante di facciata ci raccontino che il loro
primario interesse è tutelarla. Ma quella si chiama propaganda.
> Una riflessione sul concetto di “paternità” e sulle difficoltà materiali che i
> padri incontrano, a causa di un sistema che non consente loro di scegliere
> liberamente il loro ruolo all’interno della famiglia, è necessaria per
> costruire una società più giusta, equa e solidale
IL CONGEDO DI PATERNITÀ IN ITALIA
E in questo, come spesso accade, ci viene in contro il femminismo. Ma
analizziamo la situazione della legge sul congedo di paternità del nostro paese,
tra le più arretrate d’Europa. Mentre molti Paesi europei offrono congedi di
paternità generosi, che permettono agli uomini di prendersi cura dei propri
figli durante le prime settimane o mesi di vita, in Italia il congedo di
paternità è di soli 10 giorni obbligatori (20 giorni in caso di parto plurimo)
che sono assolutamente insufficienti se consideriamo l’importanza della
costruzione dei legami e la necessità di un vero e proprio supporto alle
famiglie.
A differenza di altri Paesi dove il congedo di paternità è un diritto esteso e
universale, l’Italia non solo è indietro, ma sembra anche ignorare le evidenti e
continue richieste di cambiamento tramite mobilitazioni e petizioni online
promosse da privati e da organizzazioni per la tutela dei minori come Unicef.
Insomma la discussione sul congedo parentale, che dovrebbe essere un diritto
equo per entrambi i genitori, risulta ancora troppo marginale. E questa mancanza
di politiche adeguate unita al fatto che il congedo di paternità sia ridotto a
pochi giorni fa sì che la responsabilità della cura dei figli ricada quasi
interamente sulle madri, rafforzando l’idea che la cura domestica e familiare
sia un ruolo esclusivo e femminile.
> Non è un caso che, in un sistema del genere, la possibilità per gli uomini di
> “scegliere” di occuparsi della famiglia rimane un’utopia, mentre per le donne
> rappresenta l’unica alternativa
Quando il padre è costretto a rimanere nel suo ruolo tradizionale di
“breadwinner” (ovvero “capofamiglia”, o ancora meglio “quello che porta il pane
in tavola”) tutto il peso della cura familiare ricade sulle spalle delle madri,
che si trovano ad affrontare un triplo lavoro: quello domestico, quello
professionale e quello emotivo.
L’INGANNO DEL PATRIARCATO
Il patriarcato ci ha ingannati due volte: prima ha diviso i ruoli che occupiamo
nella società e poi ci ha fatto credere che non siano in strettissima relazione.
In estrema sintesi non ha solo imposto alle donne il carico delle responsabilità
domestiche, ma ha anche strutturato la società in modo tale che la scelta di un
uomo di farsi carico del lavoro di cura e di accudimento dei figli venga vista
come un’eccezione. Tanto che quelli che lottano per farlo vengono chiamati
“mammi”, nemmeno “padri”, perché nel patriarcato essere padre vuol dire un’altra
cosa. Questo sistema favorisce l’idea che il lavoro domestico sia inferiore, in
quando non stipendiato, e che gli uomini debbano concentrarsi su ruoli
produttivi, che li separano dalla cura della casa e dei bambini. Insomma, se
proprio vogliono avere un ruolo, che pensino ai soldi.
Anche provando a uscire dalla dinamica puramente economica, tutto ciò ricade
sulla narrazione che facciamo delle famiglie, anche attraverso prodotti mediali
e culturalo.
> Un uomo che decide di essere un padre presente nella vita quotidiana dei suoi
> figli, di occuparsi della casa e delle faccende, è ancora visto come un “padre
> eccezionale”, quasi un eroe
Ma perché? Non è normale che entrambi i genitori si prendano cura dei figli? O
della casa? Non dovrebbe essere scontato che entrambi i genitori possano godere
di un tempo sufficiente per costruire un rapporto con il proprio bambino o
bambina, senza sentirsi obbligati a “giustificarsi” per aver scelto di passare
del tempo in famiglia anziché lavorare? Il patriarcato ha reso tutto questo
qualcosa di “speciale”, mentre dovrebbe essere un diritto di base. Queste
dinamiche non solo limitano le scelte degli uomini, ma influenzano fortemente la
qualità della vita familiare tutta. Quando una parte della famiglia è costretta
a sacrificarsi per il bene del sistema, il benessere dell’intero nucleo
familiare ne risente, gli equilibri cambiano. Eppure, ciò che più colpisce è che
anche gli uomini, in fondo, sono vittime di questa imposizione sociale, che gli
impedisce di esprimere liberamente il loro desiderio di essere padri attivi,
coinvolti e presenti.
LE RISPOSTE DEL FEMMINISMO, PER TUTTI
Troppo spesso, il femminismo è visto come una lotta esclusivamente a favore
delle donne, ma questa è una visione antica oltre che riduttiva e limitante. Il
femminismo, nel suo senso più profondo, è una lotta per la libertà, per la
giustizia e per la possibilità di ogni individuo di scegliere liberamente come
vivere la propria vita, indipendentemente da quello che la società ritiene
giusto o sbagliato per te. L’unica persona a poter scegliere per te sei tu. Il
femminismo promuove una visione di equità che abbraccia i diritti di tutti i
generi in ogni momento della loro vita e qualsiasi eventualità di manifesti.
Sembra un obiettivo ambizioso, ma funziona.
> Le politiche di congedo parentale generoso e esteso non solo farebbero bene
> alle madri, ma darebbero agli uomini la possibilità di vivere il proprio ruolo
> genitoriale in modo completo, di accudire i figli e le figlie e di godere di
> un tempo di qualità con loro senza essere penalizzati nel loro percorso
> professionale
E padri più coinvolti si traducono in madri che possono conciliare lavoro e vita
privata, una distribuzione più equa dei carichi domestici e, in generale, una
maggiore equità tra i generi. In ultima analisi, il femminismo aiuta anche gli
uomini a liberarsi dalle catene del patriarcato, che li costringe a ignorare o
sopprimere le proprie emozioni, i propri desideri e le proprie capacità di cura.
Quindi, piuttosto che limitarci a un giorno in cui celebrano i padri, dovremmo
riflettere sul significato più profondo di questa festa: una celebrazione di un
modello di paternità che può e deve essere diverso, più equo e più coinvolto.
Dobbiamo rifiutare l’idea che essere padri e madri si riduca a un ruolo
tradizionale e immaginare un futuro in cui ogni padre possa essere presente
nella vita dei propri figli, nella misura che liberamente sceglie, senza pensare
solo allo stipendio e senza sentirsi vincolato dalle convenzioni patriarcali che
lo limitano.
La vera emancipazione riguarda tutti i generi e tutta la società, perché
meritiamo la possibilità di vivere pienamente. E affinchè sia così, siamo
chiamate e chiamati a contribuire a un cambiamento culturale, dicendoci che
combattere contro i ruoli di genere rigidamente imposti dalla società, alla
fine, è anche una cosa da padri.
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