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Specchi e riflessi: il nuovo volto della leadership femminile secondo Unstoppable Women
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Il 2 ottobre, all’Università IULM di Milano, la community di Unstoppable Women si è riunita per un evento dedicato alla percezione di sé, tra empowerment, immagine e intelligenza artificiale In occasione della Milano Digital Week, il 2 ottobre la community di Unstoppable Women — l’iniziativa di StartupItalia nata per dare visibilità alle donne che stanno trasformando il Paese — si è incontrata all’Università IULM di Milano per un pomeriggio di confronto e ispirazione. Il tema scelto per questa edizione, “Specchi e riflessi”, ha esplorato la percezione del sé tra mondo reale e digitale, dall’immagine riflessa nello specchio fino a quella mediata dai social network e dalle nuove tecnologie. Un dibattito corale, in cui accademiche, manager, creator e professioniste hanno discusso di identità, rappresentazione e futuro. UNSTOPPABLE WOMEN: UN MOVIMENTO NATO DA UNA DOMANDA Fondata nel 2017 da Chiara Trombetta e dal team di StartupItalia, Unstoppable Women è nata quasi per caso, da una riflessione semplice ma rivelatrice: perché, quando si pensa a un esperto o una voce autorevole nel mondo dell’innovazione, il primo nome che viene in mente è spesso quello di un uomo? Da quella conversazione è scaturito un articolo, pubblicato nel 2017, che raccoglieva “le prime cento donne da seguire” nel campo della tecnologia e dell’innovazione. > L’iniziativa ha avuto un impatto immediato, con centinaia di segnalazioni da > tutta Italia e un’ondata di storie, competenze e visioni che hanno trasformato > un elenco in una vera e propria community Oggi la rete di Unstoppable Women conta oltre 2.000 professioniste — imprenditrici, scienziate, giornaliste, sportive e attiviste — unite dall’obiettivo di riscrivere i modelli di leadership e creare connessioni intergenerazionali. “Non è una classifica, ma una lista viva, in costante evoluzione”, spiega Trombetta. “Il nostro intento è costruire uno spazio dove esperienze diverse possano incontrarsi e collaborare, non un recinto di donne, ma un movimento inclusivo che coinvolga anche gli uomini”. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Unstoppable Women (@weareunstoppablewomen) IL TEMA DELL’ANNO: LA PERCEZIONE DI SÉ L’edizione 2025 di Unstoppable Women Talk, per la prima volta ospitata all’Università IULM, ha posto al centro la percezione del sé e la relazione tra corpo, immagine e identità. L’incontro ha intrecciato prospettive diverse — dalla psicologia alla sociologia, fino alla robotica — per riflettere su come la rappresentazione di sé cambi nel mondo digitale e su come le donne possano recuperare uno sguardo autentico su di sé. “Abbiamo parlato di specchi e riflessi,” racconta Trombetta, “di come ci percepiamo, di come gli altri ci vedono e di come i social media costruiscono o distorcono quell’immagine. Ma anche di cosa accade quando davanti a noi non c’è più un essere umano, bensì una macchina”. Un dibattito che ha aperto anche alle identità ibride, umane e robotiche, mostrando come l’intelligenza artificiale stia ridefinendo non solo i confini dell’innovazione, ma anche quelli dell’empatia e del riconoscimento. Chiara Trombetta sul palco dello IULM UN NETWORK CHE GENERA VALORE REALE Negli anni, Unstoppable Women è diventata più di un osservatorio: un laboratorio di connessioni che unisce leader affermate e giovani talenti. Attraverso talk, programmi di mentoring e momenti di networking, la community promuove un modello di leadership basato su autenticità, collaborazione e visione. Tra le iniziative più apprezzate c’è Bootstrap, un format che riunisce mentor e startup in tavoli di lavoro tematici. “Ricordo una delle nostre mentor che ha incontrato, durante un tavolo di Unstoppable Women, una startup che poi ha effettivamente finanziato,” racconta Trombetta. “Sono piccole scintille che accendono connessioni concrete e fanno la differenza”. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Unstoppable Women (@weareunstoppablewomen) DATI E SFIDE ANCORA APERTE Nonostante i progressi, i numeri restano eloquenti: in Italia solo il 13% delle startup innovative è a prevalenza femminile, e questa percentuale è rimasta stabile negli ultimi anni (Fonte: Istat). Le imprese guidate da donne sono ancora una minoranza (22% del totale), e il gender pay gap si attesta intorno al 12%. “Sono dati che ci dicono quanto ci sia ancora da fare,” commenta Trombetta. “Ma ci dicono anche che le donne ci sono, eccome: serve solo dar loro visibilità.” Proprio per questo la community si aggiorna ogni 15 agosto, data simbolica che ricorda la pubblicazione del primo articolo nel 2017. Attraverso un form online, ogni donna può candidarsi o segnalare altre professioniste: una mappa sempre in costruzione del talento femminile italiano. Chiara Trombetta CHIARA TROMBETTA: “NON UNA QUESTIONE DI GENERE, MA DI APPROCCIO” Giornalista e oggi Head of Content di StartupItalia, Chiara Trombetta vede in Unstoppable Women un progetto collettivo, più che personale. “Non si tratta di opporre uomini e donne,” spiega. “Si tratta di proporre un nuovo approccio alla leadership. A volte anche dietro una donna al vertice si nascondono modelli maschili. Quello che vogliamo è superare questa dicotomia e costruire spazi dove la collaborazione prevalga sulla competizione”. Nel suo sguardo, il futuro della leadership è inclusivo, dialogico e umano. “Non vogliamo creare barriere, ma ponti. E credo che la vera forza di Unstoppable Women sia proprio questa: mettere insieme persone che vogliono cambiare il mondo, partendo dal modo in cui si guardano allo specchio”. The post Specchi e riflessi: il nuovo volto della leadership femminile secondo Unstoppable Women appeared first on The Wom.
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Taylor Swift vs Charli XCX: perché il mondo vuole vedere le donne litigare
Nel suo ultimo album The Life of a Showgirl, Taylor Swift avrebbe attaccato Charli XCX. Che la rivalità sia vera o presunta, Internet è impazzito: siamo ossessionati dalle donne che litigano The Life of a Showgirl, il nuovo album di Taylor Swift è uscito lo scorso 3 ottobre, dividendo profondamente la critica, tra chi lo considera un disco ben congeniato e frizzante, e chi non lo considera al passo con i tempi. Swift è diventata una cantante così famosa e apprezzata per essere riuscita a disseminare i testi delle sue canzoni di riferimenti alla sua vita privata, facendone una sua cifra stilistica riconoscibilissima. Ma secondo molti critici, questa sarebbe proprio la debolezza dell’ultimo album che, lungi dal raccontare un periodo felice della sua vita come lei stessa ha più volte dichiarato, risulta un lungo elenco di sassolini tolti da numerose scarpe. Tra le canzoni che non sono passate inosservate ce n’è una che riguarderebbe una “rivale” di Swift, Charli XCX. LA DISS TRACK CONTRO CHARLI XCX Tutto avrebbe avuto inizio nel 2023, quando Taylor Swift frequentava il frontman della band The 1975, Matty Healy, mentre Charli stava con il bassista George Daniel, con cui quest’anno si è sposata. Nel fortunatissimo album Brat, la popstar inglese sembrava aver lanciato una frecciatina a Swift con la canzone Sympathy Is a Knife, dove, pur senza nominarla, si augurava di non vederla più nel backstage dei concerti del suo fidanzato e diceva di “Non poter essere lei neanche provandoci, sono l’opposto, sto dall’altra parte”. Swift avrebbe risposto con Actually Romantic, canzone in cui accuserebbe Charli di averla definita “una Barbie noiosa”, di fare uso di cocaina, di aver gioito della sua rottura con Haley e di essere così ossessionata da lei al punto da scrivere una canzone che la riguarda. Swift ha spiegato che la canzone non parla nello specifico di Charli XCX, ma è “una lettera d’amore per qualcuno che mi odia”. Charli XCX I due fandom si sono subito attivati per difendere le rispettive beniamine. Qualcuno ha ricordato come, sempre in Brat, Charli XCX abbia dedicato una canzone molto più complessa alla sua eterna rivale Lorde (Girl, so Confusing), con cui alla fine ha anche collaborato. Qualcun altro ha tenuto traccia dei like sui social della popstar inglese, che avrebbe messo mi piace a dei post che prendevano in giro Taylor Swift. > Comunque la si pensi su questa vicenda, una cosa è certa: Internet è > impazzito, e il mondo non vedeva l’ora di vedere le due popstar del momento > prendersi simbolicamente per i capelli Va detto, infatti, che la rivalità tra le due era già stata alimentata a sufficienza nel 2024, quando si contrapponeva la “Brat Summer” di Charli XCX – libera, audace, disordinata – all’Eras Tour di Taylor Swift – nostalgico, serio, per alcuni addirittura reazionario. LE CATFIGHT DELLA CULTURA POP Il termine “catfight” fu utilizzato per la prima volta nel 1854 dal giurista Benjamin G. Ferris per descrivere i litigi fra le donne di religione mormona (dove la poligamia è permessa) che condividevano lo stesso marito. Dapprima usato nelle comunità fetish per descrivere le lotte fra donne messe in scena per il piacere maschile, “catfight” diventò un termine di uso comune negli anni Settanta, quando i giornali cominciarono a utilizzarlo per raccontare la rivalità tra le femministe a favore dell’Equal Rights Emendament, l’emendamento alla costituzione degli Stati Uniti che avrebbe garantito la parità di genere formale, e le donne che erano contrarie. Ma più in generale, lo stereotipo della competizione femminile – specie se l’oggetto della contesa è l’attenzione di un uomo – ha radici antichissime. Le donne che litigano hanno fatto la fortuna del cinema, della tv e più in generale della cultura pop. Che siano famose o perfette sconosciute in un reality show, il pubblico ama vedere due donne accapigliarsi e, se in alcuni casi la rivalità è autentica e ben documentata (come quella tra le attrici Bette Davis e Joan Crawford o tra Courtney Love e Madonna), in altri è alimentata dai media o del tutto inventata, come quella tra Britney Spears e Christina Aguilera negli anni ‘2000 o quella tra Jennifer Aniston e Angelina Jolie. > Spesso le catfight seguono un copione ben preciso: la brava ragazza, che ha il > favore dei media, si scontra con la vampira dark, che viene invece demonizzata Ma alla fine nessuna ne esce vincitrice: mentre le rivalità tra uomini sono spesso raccontate come competizioni fra “geni” o “artisti” dall’ego troppo ingombrante, quelle fra donne si alimentano di gossip, dispetti e meschinità che rovinano la reputazione di tutte le persone coinvolte. Come scrive Jude Ellison Sady Doyle nel libro Spezzate. Perché ci piace quando le donne sbagliano (edizioni Tlon), le donne, anche quelle famose, non hanno il privilegio di dettare la propria narrazione di sé. Ed è proprio questo il motivo che le celebrità che hanno un forte controllo del modo in cui vogliono essere percepite danno così fastidio. Nel momento in cui sfuggono alle etichette e agli schemi, la società le punisce accelerando la loro distruzione. Se poi, nel mentre, le si può anche vedere litigare con un’altra donna, lo spettacolo è assicurato. Le catfight, vere o presunte, alimentano l’idea che una donna dalla personalità ingombrante o dal grande potere mediatico basta e avanza. Mentre anche al peggiore degli uomini è sempre offerta una possibilità di redenzione, si lascia che le donne si distruggano da sole. E quando non lo fanno, la rivalità può essere anche inventata. The post Taylor Swift vs Charli XCX: perché il mondo vuole vedere le donne litigare appeared first on The Wom.
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Generazione parità: i giovani di UN Women Italy per un futuro libero dalla violenza e dai confini
Preferisci ascoltare il riassunto audio? In dieci anni oltre 350mila giovani italiani, molti dei quali donne, hanno lasciato il Paese. Per invertire la rotta, UN Women Italy ha lanciato a Roma il suo primo Comitato Giovani: un gruppo di under 35 che punta su intelligenza artificiale, tecnologia e partecipazione per costruire una società più giusta, inclusiva e libera dalla violenza di genere L’Italia continua a svuotarsi di giovani talenti. Negli ultimi dieci anni sono partiti oltre 350mila cervelli, e solo nel 2024 più di 93mila under 34 hanno scelto di vivere e lavorare all’estero. Un esodo che colpisce soprattutto le donne e il Sud, mentre le culle restano deserte: con un tasso di fecondità fermo a 1,18 figli per donna, il più basso dal 1995, mancano all’appello quasi 200mila nuovi nati rispetto al 2008. Un quadro che racconta non solo una crisi demografica, ma anche una mancanza di fiducia nel futuro. È qui che entra in gioco la società civile, con iniziative capaci di offrire nuove prospettive e strumenti di partecipazione. Da qui l’idea di creare il Comitato Giovani da parte di UN Women Italy, Comitato nazionale che sostiene in Italia la missione di UN Women, l’agenzia delle Nazioni Unite dedicata alla promozione dei diritti delle donne, dell’uguaglianza di genere e dell’empowerment femminile. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da unwomenitaly (@unwomenitaly) NASCE IL COMITATO GIOVANI DI UN WOMEN ITALY Per dare voce alle nuove generazioni e alle loro istanze, UN Women Italy ha presentato a Roma il 15 ottobre il suo Comitato Giovani, un gruppo di ragazzi e ragazze tra i 19 e i 35 anni: studenti, ricercatori, professionisti, giornalisti e attivisti uniti da un obiettivo comune: elaborare proposte concrete per affrontare le sfide della loro generazione, dalla parità di genere all’accesso al lavoro. L’evento, ospitato nella sede romana di Deloitte, ha segnato il debutto ufficiale del progetto con l’incontro “Giovani leader per la pace. Creare un futuro equo nell’era dell’AI”, che ha riunito voci provenienti dal mondo dell’accademia, delle istituzioni e del giornalismo: tra gli ospiti Alessandro Rosina, Luca Fratini, Giuseppina Muratore, Celeste Costantino, Monica D’Ascenzo, Maria Latella e Danda Santini. TECNOLOGIA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE COME LEVE DI UGUAGLIANZA Nel cuore del dibattito, l’idea che AI e tecnologia, se usate con consapevolezza, possano diventare strumenti di emancipazione e inclusione. «I giovani possono essere i veri pionieri dell’uguaglianza di genere, ponendo le basi per un futuro davvero inclusivo», ha dichiarato Darya Majidi, presidente di UN Women Italy. «Con il Comitato Giovani diamo spazio e voce a una generazione troppo spesso ignorata. L’intelligenza artificiale può aiutarci a contrastare la violenza digitale e a superare stereotipi e modelli patriarcali». L’iniziativa si inserisce nel percorso globale di Generation Equality, la campagna lanciata da UN Women nel 2021 per accelerare i progressi verso la parità di genere. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da unwomenitaly (@unwomenitaly) GIOVANI CHE PARLANO AI GIOVANI Comunicare con linguaggi nuovi e attraverso i social sarà la chiave del progetto. Il Comitato Giovani lavorerà su temi centrali come la prevenzione della violenza di genere (anche digitale), l’uguaglianza nelle scuole, nelle famiglie e nel lavoro, e l’accesso delle ragazze ai percorsi STEM. Un’attenzione speciale andrà anche al dialogo con i tanti giovani espatriati, per ricucire il legame con chi ha scelto di partire e valorizzarne competenze e visioni. L’IMPEGNO DELLE IMPRESE: LA VISIONE DI DELOITTE Accanto a UN Women Italy, Deloitte conferma il proprio impegno per la parità di genere e l’inclusione. «Per costruire un’economia competitiva e una società inclusiva dobbiamo valorizzare il talento delle donne e dei giovani», ha commentato Silvana Perfetti, Chair di Deloitte Central Mediterranean. «In un contesto sempre più segnato dall’innovazione tecnologica, promuovere l’accesso delle ragazze alle competenze STEM è essenziale per orientare la trasformazione in modo responsabile e sostenibile». La nascita del Comitato Giovani di UN Women Italy è più di un simbolo: è un invito all’azione. In un Paese che continua a perdere i suoi talenti, dare spazio alle nuove generazioni significa investire in un futuro equo, sostenibile e pacifico, dove la tecnologia diventa un ponte — non una barriera — verso la libertà e la parità. The post Generazione parità: i giovani di UN Women Italy per un futuro libero dalla violenza e dai confini appeared first on The Wom.
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Parità di genere, il punto di vista maschile nella survey L.U.I di Fondazione Libellula
I passi avanti ci sono. Ma serve fare di più, soprattutto con le giovani generazioni. La survey L.U.I. – Lavoro, Uomini, Inclusione, realizzata da Fondazione Libellula, raccoglie e registra il punto di vista maschile su parità di genere, genitorialità, molestie e discriminazioni nel contesto professionale: nonostante più del 90% degli uomini pensi che una maggiore equità dei generi sia un vantaggio per tutte le persone, i giovani sembrano essere meno sensibili al tema Oltre 6.000 risposte, di cui 2.137 da uomini lavoratori in Italia: con la survey L.U.I, Fondazione Libellula – network di aziende, persone, scuole e comunità unite dalla volontà di prevenire e contrastare la violenza di genere e ogni forma di discriminazione –  e il supporto scientifico dell’università Cattolica di Milano, accendono i riflettori sulla percezione degli uomini riguardo la parità di genere: l’indagine, infatti, rappresenta una tappa importante per superare una narrazione sbilanciata, finora centrata quasi esclusivamente sul vissuto femminile, e aprire lo spazio a una nuova alleanza tra i generi. SURVEY L.U.I. 2025: LA PARITÀ DI GENERE NON RIGUARDA SOLO LE DONNE La Survey L.U.I. 2025, presentata lo scorso 2 ottobre all’Università Cattolica del Sacro Cuore, restituisce l’immagine di un maschile in trasformazione, diviso tra aperture promettenti e resistenze profonde. Analizzare il punto di vista maschile è un tassello fondamentale perché, come sostiene Mara Ghidorzi, Gender Expert di Fondazione Libellula: > Spesso quando si parla di genere ci si concentra esclusivamente sul femminile, > dimenticando che esiste anche un genere maschile. Eppure, non può esserci > reale cambiamento senza uno sguardo condiviso Per condividere lo sguardo – e l’impegno nel cambiamento – serve prima di tutto avviare la conversazione: «Abbiamo voluto ascoltare il punto di vista degli uomini per avviare una nuova conversazione sulla parità: è evidente che su alcuni temi c’è ancora poca consapevolezza, ma siamo in una fase di cambiamento – sottolinea Ghidorzi – Un cambiamento, che come ci racconta questa Survey, va sempre guidato. Va agita una responsabilità individuale e collettiva, come persone adulte nei confronti delle nuove generazioni e come donne e uomini, nelle relazioni che sviluppiamo nei contesti lavorativi e personali». GENERAZIONI A CONFRONTO: UN CAMPANELLO D’ALLARME Come racconta la survery, se da un lato cresce il numero di uomini che si sentono coinvolti nel contrasto alla violenza e riconoscono il valore dell’equità di genere, dall’altro lato emergono segnali allarmanti: > la Generazione Z – contrariamente alle aspettative – risulta la meno sensibile > e la meno partecipe, in netto contrasto con le generazioni più adulte, che > mostrano invece maggiore consapevolezza e responsabilità In particolare, si osserva una spaccatura tra ragazze GenZ – più determinate nel richiedere spazi e diritti – e ragazzi GenZ, più tradizionalisti e intimiditi dall’emersione di nuovi modelli sia di femminilità che di mascolinità. Infatti, se gli uomini per il 77,1% concordano sul fatto che la violenza di genere li riguardi direttamente, solo il 53,8% dei giovani è concorde con questa affermazione. Allo stesso modo il 46,2% dei giovani ritiene che alcune soluzioni proposte per favorire l’equità siano discriminatorie verso gli uomini. La media maschile è del 27%. La stessa domanda fatta ai padri ha ottenuto un consenso del 26%, un dato che rappresenta a pieno la controtendenza rispetto all’idea che siano le nuove generazioni più inclini a promuovere tematiche legate all’inclusione Un dato che ribalta lo stereotipo dei giovani come avanguardia del cambiamento e accende un faro su quanto sia necessario investire in educazione, ascolto e formazione continua: > il cambiamento culturale non può essere dato per scontato. Anche i segnali più > promettenti richiedono un accompagnamento costante, fatto di educazione e > responsabilità condivisa La seconda edizione della Survey L.U.I. mostra che la strada è ancora lunga, ma traccia un punto di partenza concreto da cui ripartire: «Questi dati, per noi campanello d’allarme, sono riconducibili ad alcuni fattori non sottovalutabili, tra cui in primis il crescente divario ideologico e politico tra i giovani e le giovani under 30. Stando ai risultati delle ultime elezioni, il 34% dei ragazzi GenZ si sente affine alla destra, contro l’11% della controparte femminile. Questa polarizzazione è stata supportata da internet e dagli algoritmi, che portano i giovani maschi ad essere più esposti a contenuti sessisti, razzisti e maschilisti» si legge nel report della Fondazione. Per questo serve investire sul confronto virtuoso e sulla proposta di nuovi modelli di mascolinità: «Considerato quanto negli ultimi anni sia maturata – soprattutto nei tanti gruppi informali di uomini che si trovano a confrontarsi tra loro e con la società civile, coordinati dalla Associazione Maschile Plurale – una sensibilità sulla possibilità di costruire un nuovo modello di maschilità che si allontani da quella tossica ancora preminente in molti ambiti, è opportuno che si possa costruire un nuovo “patto generazionale”, in cui chi per sensibilità e storia personale ha avuto modo di interrogarsi sul proprio essere uomo, tenti di “provocare” le nuove generazioni utilizzando modi di comunicazione nuovi e partecipativi», sostiene Luca Milani, Full Professor dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. CONGEDO PARENTALE, SOLO IL 34,6% DEGLI UOMINI NE USUFRUISCE: MILLENIAL PIÙ CONSAPEVOLI Anche il lavoro è uno specchio di come la società si muove: il rapporto racconta il cambiamento analizzando il rapporto degli uomini con le responsabilità lavorative e familiari. I dati parlano chiaro. Solo il 18% degli uomini dichiara di sentirsi spesso costretto a sacrificare la propria carriera per prendersi cura della famiglia. Tra le donne, questa percentuale supera il 43%. Segno evidente di una disparità nella distribuzione dei carichi di cura. > La survey racconta anche che solo il 34,6% degli uomini afferma di aver > usufruito di tutto il congedo parentale Il dato sale significativamente al 56,6% per gli uomini con età compresa tra i 31 e i 40 anni, mentre si abbassa al 23% nella fascia tra i 51 e i 60 anni. Se il dato complessivo racconta come il carico di cura sia percepito ancora come una responsabilità prettamente materna, il dato generazionale mostra come i millenial siano più consapevoli delle responsabilità famigliari e delle politiche circa il congedo parentale, a differenza della Generazione X e dei Boomer che rimangono ancora legati al modello tradizionale. Tuttavia, continuano a pesare gli stereotipi: il 10% degli uomini racconta di aver sentito sul lavoro commenti negativi legati alla maternità, e il 5,4% rispetto alla paternità. A fare questi commenti? In gran parte altri uomini. PARITÀ RAGGIUNTA? PER IL 29,5 DEGLI UOMINI SÌ: MA IL PERCORSO È ANCORA LUNGO Il 29,5% degli uomini ritiene che la parità sia già stata raggiunta, con picchi tra chi ha la licenza media inferiore (33,6%). Le percentuali si abbassano tra chi lavora in piccole aziende (14,5%) o ha titoli di studio elevati (21,2%). Solo il 6,5% delle donne concorda con questa affermazione: la mancata parità continuano a subirla sulla loro pelle e sulle loro carriere. Risulta però positivo che 7 uomini su 10 riconoscano la loro condizione di privilegio, riconoscendo che la strada per l’equità di genere è ancora lunga: fondamentale, in questo percorso, il coinvolgimento del maschile in quanto alleato chiave per il raggiungimento dell’equità di genere. I presupposti sembrano esserci: il 90,5% degli uomini crede che una maggiore equità tra i generi sia un vantaggio per tutte le persone. L’aumento della visibilità delle tematiche riguardanti il gender pay gap, la violenza di genere e la discriminazione ha permesso di sviluppare maggiore consapevolezza anche tra gli uomini. COME STANNO GLI UOMINI A LAVORO? LO STEREOTIPO DELLA VIRILITÀ “IPERPRODUTTIVA” LI OPPRIME Nel contesto lavorativo, il maschile viene spesso associato all’idea di potere, controllo e maggiore produttività. Questa visione mette al centro l’autosufficienza, la virilità e la razionalità quali elementi essenziali per l’uomo in carriera: un’idealizzazione che spinge a costruire un’identità standardizzata che reprime le emozioni, non riconosce la vulnerabilità e non permette la richiesta di aiuto.  > Il 23,1% degli uomini ha lasciato un lavoro per contesti tossici, con punte > del 49,1% tra chi lavora in microimprese (1–9 dipendenti) e del 53% tra i > freelance A colpire maggiormente gli uomini sono le discriminazioni legate all’ageismo. Il 20,8% degli uomini ha dichiarato di aver subito discriminazioni per la propria età. Il 28,3% degli uomini over 60 dichiara di aver subito discriminazioni per età, una quota alta anche tra i 25–30 anni (27,5%) e i freelance (41,9%). Come si può osservare, il fenomeno è trasversale e colpisce in modi diversi a seconda del contesto lavorativo e del ruolo ricoperto. Le discriminazioni verso gli over 60 sono spesso legate a stereotipi circa la scarsa capacità di adattamento e flessibilità verso nuove tecnologie o nuove competenze. Le discriminazioni dirette ai più giovani sono invece collegate a una errata percezione di immaturità: la tendenza è quella di considerarli meno affidabili o meno capaci di gestire responsabilità rispetto a colleghi con una seniority maggiore. Il 4,9% degli uomini intervistati dichiara di essere “spesso” o “molto spesso” oggetto di battute a sfondo sessista. La percentuale è molto contenuta, ma assume un peso diverso se confrontata con quella femminile: qui la percentuale sale al 17,4%, confermando una frequenza più che triplicata.  In questo quadro è importante sottolineare che gli autori di commenti, allusioni e battute, indipendentemente dal genere della persona che li riceve, sono nella maggior parte dei casi uomini (68,8%). ACCOMPAGNARE IL CAMBIAMENTO La ricerca restituisce un quadro complesso e sfaccettato: dati incoraggianti si intrecciano a segnali di resistenza, tra nuovi modelli di paternità, scarsa consapevolezza del privilegio e pregiudizi ancora radicati. Un punto di partenza concreto per costruire un cambiamento culturale più equo e condiviso, dentro e fuori le organizzazioni. Nella prefazione del rapporto Francesca Cavallo, attivista e autrice di bestseller internazionali, indica una rotta: «Mi permetto di farvi una richiesta, mentre vi approcciate alla lettura di questo documento prezioso: leggetelo con attenzione e curiosità – scrive Cavallo – Non soffermatevi sui dati che “vi danno ragione”, ripudiando quelli che “vi danno torto”. Non siamo qui per difendere la nostra idea di mondo, ma per metterla alla prova. Perché solo così possiamo migliorare, insieme». The post Parità di genere, il punto di vista maschile nella survey L.U.I di Fondazione Libellula appeared first on The Wom.
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Festa della mamma, ma le madri in Italia sono equilibriste e lasciate sole
Sole, senza una rete di protezione, in bilico nel vuoto: le madri in Italia sono equilibriste. Un’immagine restituita dall’omonimo report di Save the Children “Le Equilibriste, la maternità in Italia”, pubblicato alla vigilia della Festa della Mamma. Ecco cosa emerge Solitudini strutturali, disparità territoriali, penalizzazioni e discriminazioni che si amplificano con la maternità: da ormai dieci anni il prezioso rapporto “Le equilibriste” ci obbliga a riflettere sulle difficoltà che le madri incontrano nel cercare, mantenere e far crescere il loro lavoro, ricordandoci che combinare maternità e lavoro costituisce ancora una sfida. I grandi temi che ostacolano il lavoro delle madri sono ancora tutti sul tavolo e la child penalty incombe sulla vita delle donne. NATALITÀ AI MINIMI STORICI, MANCA IL SUPPORTO ALLE MADRI Il 2024 ha segnato un nuovo record negativo per le nascite: appena 370.000 nuovi nati, con un calo del 2,6% rispetto all’anno precedente. Un declino che testimonia come il nostro Paese non incoraggi la genitorialità: mettere al mondo un bambino diventa una scelta controcorrente o addirittura coraggiosa. Il tasso di fecondità è sceso a 1,18 figli per donna, infrangendo il minimo storico dell’1,19 registrato nel 1995. > Al Sud la situazione peggiora ulteriormente: il calo delle nascite raggiunge > picchi del 4,2% al Sud e addirittura del 4,9% nelle Isole. Le donne italiane, > quando possono permetterselo, diventano madri sempre più tardi con un’età > media al parto che ha toccato i 32,6 anni Un dato che si spiega nei lunghi anni di studi, precariato e la sempre maggiore difficoltà ad ottenere la stabilità economica. A pesare sulle scelte personali, infatti, sono le politiche pubbliche: mancano a supporto della genitorialità. MANCANO POLITICHE ADEGUATE A SUPPORTO DELLA NATALITÀ, NON BASTANO I BONUS Tra le misure introdotte dalla Legge di Bilancio per il 2025, il rapporto ricorda il Bonus per le nuove nascite: un contributo di 1.000 euro (una tantum) per ogni figlio nato o adottato dal 1° gennaio 2025, destinato alle famiglie con un ISEE non superiore a 40.000 euro. «Non solo questa misura già introdotta da altri Governi in precedenza non ha portato alcun miglioramento nella condizione dei neogenitori o nella propensione ad avere figli, ma, visto il quadro attuale dei sostegni economici che una famiglia con figli neonati e con un ISEE fino a 40.000 euro può ricevere, l’introduzione del bonus per le nuove nascite complica tale quadro» si legge nel rapporto. Questo perché la famiglia tipo citata dovrà presentare due domande separate alla nascita del figlio: presenterà la domanda per l’Assegno unico e universale, che è un flusso mensile che durerà almeno fino ai 18 anni del figlio, e che nel primo anno è maggiorato del 50%, e poi dovrà presentare un’altra domanda per ricevere il bonus di 1000 euro, con ulteriore carico di burocrazia che richiede capacità di orientarsi e gestire informazioni e documenti non banali. Per questo motivo sarebbe stato più semplice e anche più efficace aumentare la maggiorazione dell’assegno unico universale nel primo anno di vita dei figli già stabilita nel 2023 dallo stesso Governo, cioè incrementandolo oltre il 50%, e ampliare la platea dei beneficiari dell’altra maggiorazione del 50% dell’assegno unico universale prevista per i figli tra 1 e 3 anni appartenenti a famiglie numerose (con 3 o più figli) con ISEE fino a 43.240 euro (45.939 nel 2025), estendendola alle famiglie con due o più figli, ad esempio abbassando il limite ISEE. CHE COS’È LA “CHILD PENALTY”, LA PENALIZZAZIONE CHE COLPISCE LE MADRI Se l’Italia occupa già il 96° posto su 146 Paesi per partecipazione femminile al mondo del lavoro e il 95° per divario retributivo di genere, la situazione peggiora quando una donna diventa madre. È la cosiddetta “child penalty”, la penalizzazione economica e professionale che colpisce chi sceglie la maternità. > I numeri fanno luce su una realtà inequivocabile e drammatica per le madri: > mentre il 77,8% degli uomini senza figli è occupato, tra i padri la > percentuale sale addirittura al 91,5% (92,1% per chi ha un figlio minore) Un effetto opposto rispetto alle donne: lavora il 68,9% di quelle senza figli, ma solo il 62,3% tra le madri. Mentre la paternità migliora le prospettive lavorative degli uomini, la maternità le compromette per le donne. Le disparità territoriali amplificano il problema: al Nord lavora il 74,2% delle donne con un figlio minore, percentuale che si abbassa al 44,3% al Sud, dove le opportunità lavorative sono scarse e i servizi di supporto spesso insufficienti. MADRI SINGLE, ULTERIORMENTE PENALIZZATE L’essere madre single gioca un ruolo anche sulla questione lavorativa. Le madri sole rappresentano il 9,4% delle donne occupate, con 941mila lavoratrici su un totale di quasi 10 milioni di occupate.  > Tra le madri sole lavoratrici, quasi sette su dieci (69,6%) hanno un’età > compresa tra 45 e 64 anni, superando di 11 punti percentuali le madri in > coppia in questa fascia d’età Tra di loro emerge una presenza significativa di donne di origine straniera (12%). Il loro livello di istruzione rappresenta una sfida importante, con un quarto (25,3%) che possiede un basso titolo di studio. Il 19,7% si trova in situazione di part-time involontario. Inoltre, rispetto ad altre categorie di lavoratrici, le madri single sono sovra rappresentate in professioni non qualificate, con una concentrazione particolare nei settori dell’ospitalità, della ristorazione e dei servizi alle famiglie. Il tasso di disoccupazione è massimo tra le madri single più giovani: Nel 2024, il 17,8% delle madri sole under35 con figli minori risulta disoccupata, contro il 12% tra le 35-44enni e appena il 7,1% tra le 45-54enni.  > Circa una madre single su 4 con almeno un figlio minore è inattiva (24,6%), un > valore in linea con quello registrato nel 2023 (24,5%). BASTA RINUNCIARE O SCEGLIERE: SERVONO INVESTIMENTI SULL’INFANZIA Il decimo rapporto di Save the Children non solo fotografa una realtà allarmante, ma indica anche la strada per un cambiamento. Servizi per l’infanzia accessibili e di qualità, politiche aziendali che mettano le famiglie al centro,  un sistema di welfare che riconosca il valore sociale della maternità. Il Think Tank Tortuga – gruppo di ricercatori e studiosi volontari impegnati in indagini socio-economiche – ha calcolato su incarico di Save the Children quanto potrebbero incidere positivamente gli investimenti nei servizi per l’infanzia. Riducendo del 30% i costi degli asili nido a carico delle famiglie, la child penalty passerebbe dal 33% attuale al 27,6%. Se la riduzione arrivasse al 90%, la penalizzazione scenderebbe fino al 16,8%. Come evidenzia Save the Children, per invertire la rotta, servono «politiche strutturali, integrate e durature» per sostenere le famiglie, tra cui l’ampliamento dell’offerta educativa per la prima infanzia e l’estensione dei congedi di paternità. The post Festa della mamma, ma le madri in Italia sono equilibriste e lasciate sole appeared first on The Wom.
Attualità
parità di genere
Perché non avremo una papessa (ma ne avremmo bisogno)
Ci siamo. Da mercoledì 7 maggio il Conclave si riunisce per eleggere il nuovo Papa: ben 133 cardinali sceglieranno ed eleggeranno la nuova guida della Chiesa cattolica. E, anche questa volta, la fumata bianca non riguarderà una papessa. Ecco perché e quanto, invece, ne avremmo bisogno La parità di genere è nelle agende politiche internazionali (a volte come obiettivo concreto, altre come mero pinkwashing), lo sguardo comune comincia a vedere le distorsioni di panel tutti al maschile (manels), le principali istituzioni italiane ed europee sono guidate da donne. Eppure, la Chiesa resta blindata. Le donne, con il loro lavoro (di cura e non solo), mandano avanti istituzioni ecclesiastiche, parrocchie, oratori, realtà associative cattoliche che definiscono l’ossatura della Chiesa nel mondo. Ma, quando si parla di potere, restano ai margini. «QUANDO COMANDANO LE DONNE LE COSE VANNO», MA LA CHIESA NON RICONOSCE IL LORO POTERE «Quando comandano le donne le cose vanno»: in una delle sue ultime dichiarazioni, salutando il personale del Policlinico Gemelli che lo ha avuto in cura e rivolgendosi in particolare alla rettrice dell’Università Cattolica, Papa Francesco aveva sottolineato la capacità delle donne di stare al comando e far procedere “le cose”. > Tuttavia, i vertici della Chiesa continuano a non prevedere la presenza > femminile. Un tema di discussione che ha caratterizzato lo stesso pontificato > di Papa Francesco Dopo un’iniziale apertura sull’attribuzione di una maggiore responsabilità delle donne nella Chiesa, la seconda assemblea sinodale della Chiesa italiana ha respinto il testo del documento finale predisposto dalla presidenza – che doveva essere la sintesi del confronto e delle proposte maturate nei quattro anni di lavoro del “Cammino sinodale” – e ha invece approvato a larghissima maggioranza una mozione che impegna la stessa presidenza a riscrivere da capo il documento, anestetizzando di fatto le proposte più avanzate: un maggiore riconoscimento per il ruolo delle donne, valutando anche l’accesso a nuovi ministeri e una reale apertura alle persone omosessuali e LGBQTIA+ (acronimo non utilizzato nel documento, ma ampiamente utilizzato nel dibattito e nelle proposte). CON PAPA FRANCESCO PIÙ DONNE AI VERTICI, MA NON BASTA Pur nominando diverse donne in posizione di potere all’interno del Vaticano, la maggiore apertura di Papa Francesco non ha cambiato le cose. Nell’estate del 2022 papa Francesco aveva nominato tre donne – Raffaella Petrini, Yvonne Reungoat e Maria Lia Zervino – nel dicastero per i vescovi: si tratta dell’organo della Chiesa a cui spetta il compito di scegliere i nuovi vescovi nel mondo. Ancora oggi solo gli uomini possono diventare vescovi e, prima dell’incarico attribuito da Papa Francesco, erano stati nominati soltanto uomini anche nel compito di selezione. Più recentemente è stata attribuita a suor Simona Brambilla la nomina di prefetto di dicastero, l’equivalente vaticano della carica di un ministro. Non era mai successo prima. > Per ragionare sull’ampliamento del potere delle donne durante il pontificato > di papa Francesco sono state promosse due commissioni interne, con l’obiettivo > di valutare la possibilità per le donne di diventare diacone Nessuna delle due commissioni è mai riuscita a raggiungere un punto di compromesso sulla questione. Intervistato da Norah O’ Donnel di CBS News, al pontefice è bastato pronunciare solo due lettere per chiudere la porta al diaconato femminile. «Una bambina cattolica potrà mai sperare di diventare diacono da grande?» è stato chiesto a Papa Francesco. «Se si tratta di diaconi con l’Ordine Sacro, no» ha risposto il pontefice, chiarendo: > Le donne hanno sempre avuto, direi, la funzione di diaconesse senza essere > diaconi, giusto? Le donne sono di grande servizio come donne, non come > ministri all’interno dell’Ordine Sacro. Fare spazio alle donne nella Chiesa > non significa dare loro un ministero LO SCIOPERO DELLE DONNE CATTOLICHE Non sono dello stesso parere le donne cattoliche che, per tutto il periodo quaresimale, hanno scioperato per chiedere maggiore spazio e rappresentazione nella Chiesta cattolica. «La Chiesa cattolica ha perso un tesoro incalcolabile nelle donne che, chiamate al ministero ordinato, hanno visto negarsi la loro vocazione – ha spiegato in un’intervista Kate McElwee, direttrice esecutiva della Women’s Ordination Conference – Abbiamo perso generazioni di donne che sono morte con il dolore di non essere in grado di vivere pienamente la chiamata di Dio e che hanno sperimentato la costante umiliazione di dover provare la loro umanità e il loro pari valore a un’istituzione che continuamente le sminuisce». > Per questo motivo il Catholic women strike – lo sciopero globale delle donne > cattoliche – ha invitato le donne a scioperare, sottraendo tempo, lavoro e > risorse finanziarie alla Chiesa Più spazio, potere e responsabilità. Accesso al diaconato e al papato incluso. Come riporta lo studio globale “International Survey of Catholic Women”, l’84% delle donne sostiene la volontà di riforme nella Chiesa. Due terzi delle donne cattoliche vuole riforme radicali e quasi tre su dieci ritiene che senza di queste non vi sarebbe posto per loro nella Chiesa. LA PAPESSA, TRA LEGGENDA E GERARCHIE MASCHILI «Come può un’istituzione così radicata nel tempo e nello spazio, quale è la Chiesa cattolica, come può una voce così autorevole e influente per milioni di persone, quale è quella del papa, prescindere dalla visione femminile del mondo, della fede, della dottrina?» scrive la scrittrice Viola Ardone su La Stampa. > Una papessa rimane un’utopia. Anzi, una leggenda: lo è la storia della Papessa > Giovanna, con poche prove storiche a sostegno della sua esistenza Di origine inglese, Giovanna era una giovane vissuta circa 400 anni prima in epoca carolingia. Innamorata di un coetaneo dedito agli studi, si travestì da uomo per seguire il suo amore. Entrata in un mondo esclusivamente maschile, Giovanna si trovò a suo agio e divenne una studiosa di successo. Da Atene i due si trasferirono a Roma dove Giovanna venne accolta nella curia romana. Ancora qualche anno e la donna venne eletta papa con il nome di Giovanni l’inglese. Il suo pontificato sarebbe durato solo due anni, dall’853 all’855: incinta, durante una processione da san Pietro al Laterano, la leggenda racconta che fece deviare il corteo verso san Clemente per poter partorire. I fedeli, tuttavia, si accorsero della manovra e inferociti uccisero la donna. La leggenda, nella quale confluiscono elementi tipici di una società rigidamente maschilista, venne fatta circolare con intento polemico verso il papato. Un altro domenicano, Martino di Polonia, la riprese verso il 1280 e le diede una forma più articolata. Nel secolo successivo furono, invece, i Francescani spirituali a diffondere la storia della papessa. > La storia di una reale papessa non è mai esistita e, sino a che i valori su > cui le religioni si basano avranno le loro radici nella tradizione e nella > staticità, non esisterà mai. Se la Chiesa cristallizza la sua forza nel tempo > in strutture rigidamente gerarchiche, serve cambiare tempi e gerarchie > insieme. PERCHÉ UNA PAPESSA FEMMINISTA Che cosa penserebbe una papessa di diritto all’aborto, autodeterminazione dei corpi, matrimoni egualitari, famiglie, sessualità, desiderio? Per ampliare l’orizzonte della Chiesa sui diritti non basta una papessa. Serve una papessa femminista. Un binomio, quello di religione e femminismo, più in dialogo che in contraddizione. Lo aveva già esplorato Michela Murgia in Nel pamphlet “God Save the Queer – Catechismo femminista”. «Vorrei capire, da femminista, se la fede cristiana sia davvero in contraddizione con il nostro desiderio di un mondo inclusivo e non patriarcale, o se invece non si possa mostrare addirittura un’alleata – scrive Murgia – Da cristiana confido nel fatto che anche la fede abbia bisogno della prospettiva femminista e queer, perché la rivelazione non sarà compiuta fino a quando a ogni singola persona non sarà offerta la possibilità di sentirsi addosso lo sguardo generativo di Dio mentre dichiara che quello che vede è cosa buona». Un bisogno reciproco di riconoscimento che dia il diritto a tutte le esistenze di esistere nelle loro contraddizioni: immaginare il papato di una donna – una papessa femminista – significa disegnare un mondo nuovo in cui la Chiesa si fa riferimento concreto, nello spirito e nel corpo. Istituzionale, ma nel suo farsi comunità. Gerarchica, ma in senso orizzontale. Accogliente, in tutte le contraddizioni. Come sottolinea Murgia, lo stesso Dio dei cristiani è contraddittorio: è divino ma anche umano, è uno ma anche trino, è onnipotente ma è morto in croce. Nei prossimi giorni i 133 cardinali elettori chiamati a scegliere il 267mo Romano Pontefice, nella Cappella Sistina, avranno tra le mani una scheda di forma rettangolare: sarà piegata in due e custodirà il nome dell’eletto. Non ci sarà il nome di una papessa ma – forse – quello di un nuovo papa capace finalmente di cambiare le gerarchie. D’altronde i tempi sono cambiati. E già da un po’. The post Perché non avremo una papessa (ma ne avremmo bisogno) appeared first on The Wom.
Attualità
diritti
parità di genere
Riconoscere la visibilità sociale delle madri, perché il cognome materno non è secondario
Tre scelte possibili: solo il cognome del padre, solo il cognome della madre, entrambi i cognomi e nell’ordine desiderato. Sono queste le opzioni fra cui oggi possono scegliere i neogenitori in Italia. Le diverse scelte sono state rese possibili dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 27 aprile 2022, che ritiene discriminatoria e lesiva dell’identità del figlio la regola che attribuisce automaticamente il cognome del padre. Tuttavia, continua a mancare una legge in materia: le cose potrebbero cambiare con una nuova proposta. Intanto, ecco come funziona nel resto del mondo Dare ai figli solo il cognome della madre, come «risarcimento» dopo «secoli in cui i figli hanno preso il cognome del padre» e «le donne hanno subito un’ingiustizia e una discriminazione di genere». Con questo obiettivo si muove il disegno di legge che Dario Franceschini presenterà al Senato nei prossimi giorni. L’ex ministro della Cultura ne ha parlato lo scorso 25 marzo nel corso dell’assemblea dei senatori dem convocata per esaminare le proposte di legge all’esame della commissione Giustizia del Senato. Si tratta di quattro testi presentati da Unterberger (Autonomie), Malpezzi (Pd), Maiorino (M5S) e Cucchi (Avs) che intendono disciplinare l’attribuzione del cognome ai figli dopo la sentenza della Corte. COGNOME MATERNO, «UN RISARCIMENTO SIMBOLICO» «Ai figli solo il cognome della madre» è la proposta che l’ex ministro e senatore Pd Dario Franceschini presenterà al Senato nei prossimi giorni. «Anziché creare infiniti problemi con la gestione dei doppi cognomi o con la scelta tra quello del padre e quello della madre» è il motivo che porterebbe Franceschini a presentare un nuovo testo «dopo secoli in cui i figli hanno preso il cognome del padre, stabiliamo che dalla nuova legge prenderanno il solo cognome della madre. È una cosa semplice ed anche un risarcimento per una ingiustizia secolare che ha avuto non solo un valore simbolico, ma è stata una delle fonti culturali e sociali delle disuguaglianze di genere». > La questione non è nuova e il Parlamento ne discute da cinquant’anni, senza > trovare la quadra. La prima proposta di legge risale al ‘79, firmataria la > socialista Maria Magnani Noya La Consulta si è mossa prima del legislatore, aprendo tre anni fa alla libera scelta e dichiarando che l’attribuzione di default del cognome del padre è contro la Costituzione. COME SI ATTRIBUISCE IL COGNOME OGGI IN ITALIA «Il figlio assume il cognome di entrambi i genitori nell’ordine dai medesimi concordato, salvo che essi decidano, di comune accordo, di attribuire soltanto il cognome di uno dei due. In mancanza di accordo sull’ordine di attribuzione del cognome di entrambi i genitori, resta salvo l’intervento del giudice in conformità con quanto dispone l’ordinamento giuridico». Questo dice la sentenza della Corte Costituzionale n. 131 del 2022 che viene applicata al momento della registrazione dei nuovi nati. Con questa storica sentenza la Consulta ha abolito l’obbligo di trasmettere automaticamente il cognome paterno ai figli. E se non c’è accordo tra i genitori? Interviene un giudice che tuttavia non ha però ancora a disposizione una legge per decidere sull’attribuzione del cognome a seguito di quella sentenza. Decide in autonomia l’ordine. A suscitare perplessità riguardo il doppio cognome, da cui nasce anche la proposta di Franceschini, quello che avviene nella successione. > Ovvero: chi ha il doppio cognome li trasmette entrambi? Questa questione è > aperta e, appunto, servirebbe una legge per regolarla. Probabilmente no, anche > perché è possibile che sposi una persona che, a sua volta, ne ha due, ma la > questione non è stata fissata. SERVE UN CAMBIAMENTO CULTURALE Secondo il report Istat “Natalità e fecondità della popolazione residente” relativo all’anno 2023, un anno dopo la sentenza del 27 aprile 2022, i genitori italiani non sono ancora molto propensi ad attribuire due cognomi ai propri figli, seppure lo siano più che negli anni passati. > La tendenza è aumentata di 3,8 punti percentuali rispetto al 2020, circa il > 6.8% dei bimbi nati in Italia nel 2023 ha il doppio cognome, paterno e materno Il numero più alto di piccoli che accanto al nome registra il cognome di entrambi i genitori è nel Centro-Nord con il 7% dei nati, al sud sono appena il 4%. Quella del doppio cognome è una battaglia femminista perché ha a che fare con la visibilità pubblica: i cognomi raccontano storie, valori, genealogie. Per secoli, la loro trasmissione è stata esclusivamente maschile e questo ha significato declinare la storia attraverso la “discendenza paterna”. > Considerare  l’attribuzione del cognome materno  una questione secondaria > significa invisibilizzare le madri e non riconoscere il meccanismo omissivo > che per secoli, di fatto, le ha cancellate dalla sfera pubblica e dalla > visibilità sociale COGNOME MATERNO, COME FUNZIONA NEL MONDO Sull’attribuzione del cognome materno il mondo si muove in modo diverso. In Spagna, ad esempio, il doppio cognome è una tradizione consolidata che risale al XIX secolo e che si è formalizzata con il Codice civile del 1889. Questa pratica aveva l’obiettivo di identificare le persone con maggiore precisione, riflettendo sia la linea paterna che quella materna. Il Codice civile spagnolo, all’articolo 109, riconosce il diritto dei genitori di determinare l’ordine dei cognomi del figlio di comune accordo. Inoltre, una volta raggiunta la maggiore età, il figlio o la figlia può richiedere di invertire l’ordine dei propri cognomi. Se i genitori decidono di invertire l’ordine dei cognomi per il primo figlio, questo cambiamento si applicherà automaticamente anche ai futuri figli della coppia. In Svezia di norma si usano entrambi i cognomi, nell’ordine scelto dalla coppia. Tuttavia, se i genitori non trovano un accordo, si utilizza esclusivamente il cognome della madre. Anche in Austria i genitori possono scegliere se il figlio porterà il cognome del padre, della madre o un doppio cognome combinato. Se i genitori non sono sposati e non effettuano una dichiarazione congiunta, il bambino assume automaticamente il cognome della madre. In Belgio, invece, dal 2014 i genitori possono scegliere di attribuire al figlio il cognome del padre, della madre o entrambi, nell’ordine desiderato. Ma in assenza di una dichiarazione congiunta si assume automaticamente il cognome del padre. In Danimarca la personalizzazione familiare è massima: i genitori possono attribuire il cognome del padre, della madre o un cognome combinato. > Se non viene fatta una scelta entro sei mesi dalla nascita, si assume il > cognome della madre. Non solo: la legge danese permette anche l’uso di cognomi > composti. Nominare è fare esistere e, il cognome materno, significa riconoscere l’esistenza delle madri di generazione in generazione. The post Riconoscere la visibilità sociale delle madri, perché il cognome materno non è secondario appeared first on The Wom.
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