
Una nuova ribellione contro la ragnatela patriarcale
- The Wom - Wednesday, April 9, 2025
Non c’è più tempo per opinioni disinformate o addirittura negazioniste: l’Italia è diventata un’appiccicosa ragnatela patriarcale, un intricato sistema che intrappola la libertà delle donne, sorretto da secoli di cultura che sottovaluta e giustifica la violenza di genere. Non c’è nessuna “emergenza femminicidi” e non ci sono “casi isolati”: queste manifestazioni violente rappresentano il culmine di una serie di comportamenti che la società normalizza e minimizza, in nome del “si è sempre fatto così, alcune cose sono sempre esistite”. Sottinteso: esisteranno per sempre. Ce lo ha raccontato Elena Cecchettin che, dopo il femminicidio della sorella Giulia nel novembre del 2023, ha puntato con forza il dito verso la comunità tutta, dalle istituzioni ai privati cittadini che, attraverso l’indifferenza, non fanno altro che schierarsi dalla parte di chi quella violenza la agisce in prima persona.
Colpa e responsabilità: c’è differenza?
Proprio questa è la differenza tra colpa e responsabilità. Certo, non tutte le persone, non tutti gli uomini sono colpevoli di femminicidio, ma tutte le persone e tutti gli uomini sono responsabili di quello che, nel loro piccolo, scelgono di fare o di non fare. E se non fai qualcosa, sei complice.
La violenza di genere si articola in diverse forme e su diversi livelli, osservarli e riconoscerli ci permette di capire dove e come possiamo agire. Fortunatamente, esistono molte rappresentazioni grafiche della cosiddetta Piramide della violenza di genere, articolata su diversi gradini, alla cui base troviamo forme di violenza di genere invisibili e spesso sottovalutate, atteggiamenti apparentemente innocui, come commenti sessisti, battutine, catcalling e contatti o attenzioni non richieste, mentre all’apice manifestazioni più evidenti come stupro e femminicidio. Ogni livello della piramide normalizza e giustifica il successivo, creando un ambiente in cui la violenza contro le donne è tollerata o addirittura attesa.
Riconoscere la propria parte di responsabilità in questo sistema è fondamentale per interrompere il ciclo di violenza che per natura si autoalimenta
Ognuno di noi ha il potere di fare la propria parte, ognuno di noi può decidere di smettere di legittimare il gradino successivo della piramide, a volte semplicemente parlandone e sensibilizzando chi quella piramide non la conosce.
Creare un vero cambiamento culturale
Parlare di patriarcato, maschilismo e violenza solo quando un’altra donna ormai è morta è una sconfitta per tutte e tutti, non ci consente di costruire un’alternativa a lungo termine, ma solo di agire nell’immediato mossi dalla pietà e dalla compassione nei confronti delle vittime e delle loro famiglie. Non si crea così un cambiamento culturale: dobbiamo essere noi i primi promotori di una cultura diversa, che non perpetui l’idea che le donne siano subordinate agli uomini, che non giustifichi i comportamenti violenti e controllanti. Solo esercitando queste consapevolezze riusciremo ad acquisire nuove libertà.
Partire dal nostro spazio privato è fondamentale perché, tristemente, le risposte istituzionali sono state finora insufficienti
Il nostro governo ha, all’alba dell’8 marzo, pensato di contribuire al dibattito in corso sul tema approvando un disegno di legge che introduce per la prima volta la definizione legale di “femminicidio” nel Codice Penale, punibile con l’ergastolo. Una ennesima misura che non affronta la natura sistemica della discriminazione di genere ma che promette punizioni, provvedimenti che notoriamente non risultano efficaci. Tale interesse della maggioranza risulta superficiale (o propagandistico), considerato che Ministri e governatori – spesso uomini, spesso bianchi, spesso immuni alla realtà e distaccati dal paese reale – continuano a negare l’esistenza stessa del patriarcato, parlando di “casi isolati”, insinuano che il problema sia l’amore malato, la gelosia, o riconducendo il problema alla convivenza di diverse etnie sul suolo Italiano.
Un pregiudizio razzista e xenofobo di cui avremmo fatto volentieri a meno. Insomma, in questo insieme di narrazioni che tentano di individualizzare ciò che è invece sistemico, culturale, secolare, diventa evidente che il primo passo dobbiamo farlo noi, per cambiare le regole non scritte di questa società.
È necessario un cambiamento culturale profondo che sfidi e smantelli le fondamenta della piramide della violenza e, di conseguenza, del patriarcato. Se eliminiamo quei primi gradini, tutto il resto crolla di conseguenza. Questo include necessariamente l’introduzione di ore dedicate all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, all’educazione al rispetto e al consenso fin dalla giovane età, senza avere paura di affrontare temi complessi.
Una nuova generazione che non abbassa la testa
A contrastare questo sistema marcio c’è una nuova generazione che non ha paura di alzare la voce, pronta a scendere in piazza e ad occupare le strade con cori e striscioni in solidarietà delle sorelle che non sono tornate a casa, che sono finite in fondo ai dirupi, in delle piccole valigie. Si tratta di ragazze e ragazzi che rifiutano con forza di essere educati al silenzio, alla sopportazione, alla vergogna, e denunciano il patriarcato per quello che è: un sistema strutturale di dominio e violenza. Si contaminano a vicenda con nuove consapevolezze, educandosi in autonomia, dal basso, nei collettivi, perché mentre loro gridano, il potere politico finge di non sentire.
Non è un caso che lo scontro generazionale sia così acceso: da un lato una gioventù sempre più consapevole, intersezionale, militante; dall’altro un establishment che si rifiuta di mettere in discussione i propri privilegi. Ma la lotta è in corso, e si sta riscrivendo il vocabolario della ribellione.
The post Una nuova ribellione contro la ragnatela patriarcale appeared first on The Wom.