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I semi della discordia
A prile del 2019, siamo nel Gujarat, uno Stato dell’India occidentale che guarda in faccia l’Oman dall’altra parte del Mar Arabico. La PepsiCo fa causa a nove contadini per aver coltivato patate “FC5”, una varietà che l’azienda aveva introdotto nel 2009 e brevettato nel 2016 perché il basso contenuto idrico la rendeva ideale per produrre patatine fritte. I contadini rispondono che si sono semplicemente scambiati dei semi, come per secoli hanno sempre fatto, e sono cresciute quelle. Il processo dura due anni e viene vinto dai contadini. Grazie all’attivista Kavitha Kuraganti viene anche revocato il brevetto a PepsiCo. Fra le varie motivazioni addotte (per lo più relative a vizi di forma), il tribunale osservò che la registrazione del seme era contraria “all’interesse pubblico”, in quanto i processi per infrazione avevano danneggiato i coltivatori di patate. Sembra una grande vittoria, non solo concreta ma anche di principio: brevettare una varietà ortofrutticola danneggia gli agricoltori locali, il materiale genetico non può essere proprietà privata. Vandana Shiva la chiamerebbe “sovranità dei semi”: il diritto dei contadini a conservare, scambiare e propagare sementi locali, liberi da brevetti e dipendenze chimico-industriali. Ma lo scorso anno i vizi di forma sono stati risolti e una parte del brevetto è stato reintegrato, a ricordare che, contro le multinazionali, i principi faticano a vincere. Una quindicina di anni prima, nel Java Orientale, in Indonesia, alcuni contadini avevano salvato dei semi da un raccolto. Li avevano selezionati, li avevano rivenduti, ed erano stati perseguiti da BY BISI (filiale del gruppo thailandese Charoen Pokphand) per “seed piracy”. Qualcuno era stato punito con il divieto di usare semi per un anno, qualcun altro condannato al carcere. Nel 2012 una coalizione di ONG e agricoltori si mosse a loro difesa, contestando il fatto che piccoli contadini potessero essere trattati come grandi aziende. Ma nel 2019 una nuova legge rese obbligatorio per tutti dichiarare eventuali nuove raccolte di semi e illegale distribuirli al di fuori di gruppi chiusi. > Per “sovranità dei semi” si intende il diritto dei contadini a conservare, > scambiare e propagare sementi locali, liberi da brevetti e dipendenze > chimico-industriali. Un diritto che è messo sempre più spesso a repentaglio da > aziende che brevettano sementi OGM. Da millenni l’agricoltura funziona così: i semi si provano, si usano, si selezionano osservando a occhio nudo quali sono più resistenti a certe malattie o insetti, quali si adattano meglio a un certo terreno. È un’attività empirica e in continua trasformazione, fatta di tentativi e scambi fra vicini, di riutilizzo di semi dell’anno prima, di conoscenze specifiche e situate, di soluzioni mai del tutto replicabili altrove, di scoperte fortuite sulle spalle di conoscenze maturate nei secoli. Circa dagli anni Ottanta, e ancor di più dall’inizio degli anni Duemila, le grandi aziende agroalimentari e farmaceutiche hanno cominciato a brevettare i semi. Come si è detto, PepsiCo, ad esempio, ha depositato sementi particolarmente adatte a produrre patatine fritte, ma ci sono innumerevoli casi simili, da cui possono scaturire infinite controversie e una messa in discussione delle pratiche stesse con cui da sempre l’agricoltura funziona. Negli anni Novanta Monsanto ha brevettato sementi OGM (Organismo Geneticamente Modificato) resistenti agli erbicidi, come i Roundup Ready, semi ingegnerizzati in modo da tollerare erbicidi a base di glifosato: quando un contadino acquistava questi semi firmava un contratto in cui si impegnava a non riutilizzarli nel raccolto successivo trovandosi poi costretto a ricomprare i semi ogni anno anziché vivere almeno in parte di eredità, come è sempre stato naturale fare. Fra il 1998 e il 2004 sempre Monsanto ha citato in giudizio l’agricoltore canadese Percy Schmeiser per aver coltivato colza OGM da loro brevettata senza aver pagato la licenza. Secondo la difesa, il polline in questione era arrivato accidentalmente e il contadino l’aveva trovato e dunque usato, senza domandarsi a chi dovesse pagare pegno, perché i semi non hanno mai avuto padroni. Data l’assenza di profitti illegittimi, Schmeiser non ha ricevuto condanne ma ha perso comunque la causa. Insomma: in qualsiasi momento un seme OGM può arrivare nel campo di un agricoltore tradizionale o biologico, portato da un impollinatore o dal vento, e se il contadino lo usa o lascia anche solo che cresca, rischia una causa. Gli impatti della digitalizzazione e brevettazione delle sementi sono tanti, variegati, complessi. C’è la contaminazione involontaria dei terreni ma anche la dipendenza economica obbligata degli agricoltori, costretti ogni anno a ricomprare i semi dalle aziende. C’è la criminalizzazione di pratiche contadine secolari e anche una pericolosissima riduzione della biodiversità: si scelgono poche varietà di semi, si piantano sempre quelle, magari perché resistenti a certi insetti o malattie, o particolarmente adatte a una data produzione. E così si impoverisce il terreno, si perdono varietà, diminuisce la resistenza dei raccolti ai cambiamenti climatici o a nuove malattie. > In qualsiasi momento un seme OGM può arrivare nel campo di un agricoltore > tradizionale o biologico, portato da un impollinatore o dal vento, e se il > contadino lo usa, o lascia anche solo che cresca, rischia una causa. Ma c’è un altro aspetto da considerare. I brevetti su cui si arricchiscono le multinazionali farmaceutiche o agroalimentari si basano su una materia prima, il seme, delle cui proprietà l’azienda in questione non ha alcun merito, mentre alla comunità che ha avuto se non altro il merito di aver trascorso secoli a studiare, coltivare e proteggere quella pianta, non arriva nulla. Non solo. Se tradizionalmente c’era bisogno di recarsi fisicamente sul campo (spesso in una foresta), per trovare una varietà vegetale con le caratteristiche che servivano e da lì ricavare un principio per un qualche farmaco su cui costruire un impero commerciale, oggi il seme fisico non è più indispensabile, ne può bastare uno digitale, ossia la rappresentazione digitale di un seme reale. Un seme digitale contiene la sequenza del DNA, metadati genetici come marcatori e fenotipi, dati agronomici e altre informazioni che consentono facilmente di riprodurre e migliorare una certa varietà; o di sfruttare gli strumenti bioinformatici per progettarne di nuove, senza alcun bisogno del seme fisico: basterà una stampa in 3D biologica del suo “gemello digitale”. “Una volta le aziende andavano in Amazzonia o Papua a prelevare materiale genetico da cui estrarre principi per brevetti. Oggi, con la digitalizzazione, tutto avviene tramite banche dati: si assemblano informazioni e si brevettano prodotti senza nemmeno toccare la fonte reale. I nuovi OGM portano brevetti e royalties, limitando il diritto degli agricoltori a conservare semi, a farsi una propria ‘banca dei semi’” mi spiega Federica Ferrario, responsabile campagne dell’associazione Terra!. Che ci siano in gioco biologi che prelevano campioni in una foresta tropicale, o che si tratti di bioinformatici in laboratorio, il risultato è sempre una forma di biocolonialismo che col tempo cambia, si affina, diventa più difficile da riconoscere e regolare. > Il Fondo Cali, approvato nel 2025, prevede che i privati che guadagnano dai > semi digitali, in particolare le aziende farmaceutiche, possano versare l’1% > del fatturato o lo 0,1% dei profitti derivanti dall’uso di queste sequenze. > Una novità importante, non fosse che si tratta di una misura non vincolante. Pochi mesi fa, alla COP 16 sulla Biodiversità, cominciata a Cali in Colombia nel novembre 2024 e terminata fra il 24 e il 27 febbraio 2025 a Roma, è stato approvato, fra critiche ed entusiasmi, il Fondo Cali. Si tratta di una microtassa volontaria sull’estrazione digitale della natura, un fondo internazionale “per la giusta ed equa condivisione dei benefici derivanti dall’uso delle informazioni di sequenza digitale sulle risorse genetiche”. In sostanza i privati che guadagnano dai semi digitali, in particolare le aziende farmaceutiche, possono versare l’1% del fatturato o lo 0,1% dei profitti derivanti dall’uso di queste DSI (Digital Sequence Information). Il fondo è gestito dalle Nazioni Unite e metà delle risorse andrà direttamente alle comunità locali. Ma, attenzione: possono, non devono. Un discrimine importante con risvolti diversi a seconda del periodo storico. È principalmente sul guadagno reputazionale che si baserebbe questo meccanismo e in anni come il 2019, in cui tutti gli occhi erano sul clima, versare qualche spicciolo avrebbe contribuito a un buon ritorno di immagine. Oggi invece il rischio che il salvadanaio rimanga quasi vuoto è alto. Ma, imperfezioni più o meno gravi a parte, il Fondo Cali arriva per rispondere a un vuoto normativo. Le informazioni genetiche digitali non sono né propriamente dati né propriamente materiale biologico: normare questo campo è molto difficile, siamo estremamente indietro, e come raccontano le associazioni che seguono da vicino il tema, fra cui WWF (World Wildlife Fund) e Terra!, le innovazioni tecnologiche complicano le cose evolvendosi con rapidità impressionante. “Non è mai esistito un meccanismo di compensazione per i benefici derivanti dall’uso dei dati genetici digitali da parte dei Paesi che li detengono. Il nuovo fondo multilaterale nato alla COP16, seppur volontario, è un primo passo per colmare questo vuoto, anche normativo: dovrebbe aiutare Stati e comunità indigene a tutelare la biodiversità e a promuovere la ricerca scientifica, è un atto di giustizia ambientale. Alcune aziende si sono dette interessate, ma restano nodi aperti: le modalità di accesso ai fondi, la governance, e soprattutto l’assenza di una gestione organica delle DSI, su cui manca ancora un accordo tra Nord e Sud globale” spiega Bernardo Tarantino, specialista Affari europei e internazionali del WWF. Ma si sono sentite anche voci più critiche, come il Centro Internazionale Crocevia che vede questo fondo come una sorta di “legalizzazione della biopirateria”, un modo per trasformare i popoli indigeni in lavoratori sottopagati della conoscenza, mentre Susana Muhamad, ministra dell’Ambiente della Colombia e guida del negoziato sulla biodiversità, lo aveva festeggiato come un compromesso necessario, l’unico possibile in un mondo in cui la tecnologia corre molto più veloce delle regole. Il problema a monte è che come società, fuori dalle aule universitarie e dall’attivismo, non è mai stata intavolata una vera discussione pubblica per stabilire se del materiale genetico possa effettivamente appartenere a un privato o se non debba invece, necessariamente, essere pubblico, gestito e protetto come bene comune. Le pratiche vanno più veloci delle leggi e il biocolonialismo ha avuto tutto il tempo per affinarsi, adattarsi ai tempi e mascherarsi. > Il “seme digitale” non solo è blindato a livello tecnologico, ma impedisce > anche la circolazione delle informazioni: si sta costruendo un vero e proprio > reame privato delle sementi. La digitalizzazione è il nodo centrale e con il rapido evolvere delle intelligenze artificiali le direzioni che può prendere il settore sono “difficili da immaginare”, mi racconta      Federica Ferrario di Terra!: “L’agricoltura intensiva fa sprofondare il settore in un sistema talmente industrializzato da dover comprare tutto in pacchetti preconfezionati: semi ibridi, sostanze chimiche, calendari precisi delle lavorazioni. Questo modello in pochi decenni ci ha portato a un impoverimento preoccupante dei suoli, che oggi dipendono da fertilizzanti chimici, con conseguenze gravi come l’inquinamento delle acque. Ma con l’introduzione degli OGM brevettati si alza ulteriormente l’asticella: il seme diventa proprietà privata. Il ‘seme digitale’ non solo è blindato a livello tecnologico, ma impedisce anche la circolazione delle informazioni: si sta costruendo un vero e proprio reame privato delle sementi. E con l’intelligenza artificiale non esiste nemmeno più il pretesto di contribuire a un fondo di compensazione per l’uso di dati genetici: le informazioni vengono raccolte e usate senza alcun rimborso, nemmeno simbolico. Questo non significa che la digitalizzazione sia da rifiutare, ma è fondamentale che i dati restino pubblici e accessibili, non proprietà esclusiva delle grandi piattaforme”. Nella sua imperfezione il Fondo Cali ci racconta che viviamo in una fase ibrida, dove la governance dei dati non è ancora chiara e l’IA (Intelligenza Artificiale), sempre più impiegata per la sua potenza ed efficienza nell’elaborare i dati, assume un ruolo sempre più importante nella gestione di miliardi di sequenze genetiche. Il rischio è duplice: da una parte un mercato delle sementi sempre più concentrato e meno vario (le aziende che possiedono gli algoritmi e i dati genetici controllano direttamente l’accesso alle sementi influenzando così la filiera agroalimentare globale), dall’altra una perdita sempre maggiore di biodiversità, di resilienza ai cambiamenti climatici, di tutele e autonomia per gli agricoltori. Già oggi, e ormai da decenni, poche multinazionali detengono una fetta enorme del settore, le sacche di resistenza e protezione della biodiversità sono sempre più assediate: dagli anni Ottanta questo è il campo di battaglia ideologico e concreto del lavoro di ambientaliste e attiviste come Vandana Shiva, soprattutto nel Sud globale. Con l’inasprirsi della crisi climatica la questione si fa ancora più urgente, abbiamo più bisogno che mai di una biodiversità in salute. Se da una parte gli OGM sono una delle frontiere esplorate per mitigare la crisi climatica, permangono profonde criticità. L’utilizzo di semi modificati può infatti sia ridurre l’uso di agrofarmaci, sia aumentare le rese e dunque limitare l’estensione delle terre coltivate. Questo potrebbe comportare minori emissioni di gas serra e maggiore tutela degli ecosistemi. Secondo uno studio dell’Università di Bonn, in Europa, l’adozione di colture GM potrebbe ridurre le emissioni agricole del 7,5% annuo (33 milioni di tonnellate di CO2) e migliorare la sostenibilità e l’autosufficienza alimentare. Ma, come spiega Federica Ferrario di Terra!, la questione non è così semplice: “Affrontare la scarsità d’acqua, la siccità e gli effetti della crisi climatica richiede adattamenti reali, che non si possono creare in laboratorio con OGM: fuori non ci sono condizioni controllate, è la biodiversità che garantisce la resilienza. Ogni territorio è diverso, bastano 400 metri perché cambi tutto; in ogni terreno tradizionalmente si usano miscugli di semi per osservare quali varietà si adattano meglio. È l’esatto contrario dell’approccio da laboratorio”. Il rischio è che varietà meno “redditizie” spariscano, perché non conviene più produrle. Ma perdere varietà vuol dire anche perdere adattabilità. “Se ho dieci varietà di fagioli che si evolvono con l’ambiente, ho una garanzia di resilienza. Se invece le conservo solo in una banca del germoplasma e le tiro fuori dopo vent’anni, saranno estranee al contesto attuale. La biodiversità non si conserva in laboratorio, perché gli ecosistemi cambiano troppo in fretta” racconta ancora Ferrario. “E in effetti dovremmo averlo imparato dopo la crisi delle patate in Irlanda fra il 1845 e il 1848”, quando l’alimentazione dell’intera isola dipendeva da un unico tipo di coltura, e quando un nuovo patogeno (la peronospora) si diffuse tra le coltivazioni, distruggendo interamente il raccolto. Morì circa un milione di persone. Le grandi aziende puntano sul seme brevettato perché garantisce profitti a breve termine, ma il prezzo, per la società e per l’ambiente, è altissimo. Con il rischio ulteriore, nel Sud globale, di perdere moltissima informazione genetica locale, e anche questa è una forma di erosione della biodiversità: selezionare vuol dire scartare, in una sorta di pericolosa eugenetica agraria, di perdita di cultura, di sapere e di varietà. Eppure decenni di biopirateria, di biocolonialismo, di concentramento di saperi, diritti, brevetti, ci hanno assuefatti a una risposta che come società non ci eravamo mai dati davvero: il materiale genetico può appartenere a un’azienda, a un privato? Gli echi delle lotte di Vandana Shiva si sentivano più forti negli anni Ottanta e Novanta, quando ancora la domanda era aperta e la consuetudine non era del tutto stabilita. Il Fondo Cali nel bene o nel male è una spinta a riportare l’attenzione sulla questione, a farci domande, a riflettere anche come società su un interrogativo che riguarda tutti ma che è rimasto confinato all’interno delle accademie o all’attivismo. Torna in mente la sentenza di quel tribunale indiano secondo cui la registrazione del seme delle patate FC5 era contraria “all’interesse pubblico”: è dall’interesse pubblico e da un’idea aggiornata di bene comune, che bisognerebbe ricostruire un dibattito. L'articolo I semi della discordia proviene da Il Tascabile.
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I n primavera inoltrata, nelle mie camminate per queste campagne dell’Agro Pontino, comincio a cercare una cresta rossa dai bordi bianchi e neri: un’upupa è inconfondibile anche per una che non sa distinguere una beccaccia da un tordo, come me. Di solito la avvisto a terra, nei campi aperti, dove cerca lombrichi o grillotalpa; se mi avvicino troppo spicca in un volo sgraziato ma coreografico, perché le ali bianche e nere, quando sono spiegate, sono bellissime. È un uccello abbastanza comune, non è una specie a rischio ma in Europa è classificata come in declino: le cause sono l’uso di pesticidi, che riducono la presenza degli insetti di cui si nutre, e la modifica delle zone rurali che erano il suo habitat naturale, con la sparizione dei muretti a secco e la contrazione dei sistemi agropastorali. Per me, che la cerco in una fascia sempre più sottile di campagne, strette fra una linea ferroviaria e l’avanzata della zona industriale, vederle tornare significa che questo ecosistema, anche se fragile e a rischio, ancora tiene, ancora è aggrappato a un equilibrio minimo. È il mio segnale positivo: mi dice che, per un’altra primavera, posso tenere anche io. Coltivare un ecosistema Un ecosistema è il complesso sistema di relazioni biotiche presenti in un determinato tipo di ambiente fisico – che sia il deserto, la foresta tropicale o la tundra – tendenzialmente percepibile come naturale, ossia non influenzato dalla presenza umana. Vengono invece definiti come ecosistemi artificiali o secondari quelli dove la presenza umana è invasiva: un ecosistema urbano, per esempio, ossia l’insieme delle relazioni biotiche presenti in un ambiente cittadino. O un ecosistema agricolo: quello che si configura in un ambiente naturale modificato dall’attività umana allo scopo di coltivare piante per la produzione di cibo o per i pascoli. > Un’agricoltura di tipo intensivo punta al massimo controllo su tutte le > variabili che possono influenzare il raccolto, e la biodiversità è intesa come > la prima variabile da controllare. È una divisione labile: la pervasività delle azioni umane non risparmia più alcun angolo di mondo ed è quindi arbitrario definire il limite oltre il quale la nostra presenza fa sconfinare un ambiente nel non-naturale. Sarebbe forse più utile smontarla, perché la separazione dell’umano rispetto al resto del mondo vivente è artificiosa e dannosa per ogni discorso ecologico, e andare piuttosto a cercare proprio quel punto in cui un ecosistema agricolo può assomigliare a un ecosistema tout court. Gli ecosistemi agricoli hanno una loro branca dell’ecologia, l’agroecologia, che ha definito una serie di pratiche utili a tutelarne e ripristinarne salute e biodiversità: non troveremo salute e biodiversità in un ambiente dove la pervasività, il peso e l’impatto della coltivazione sono talmente pesanti da ridurre ai margini o schiacciare qualunque altra forma di vita. Un’agricoltura di tipo intensivo, su larga scala, è un’agricoltura che punta al massimo controllo su tutte le variabili che possono influenzare il raccolto, ed è la biodiversità a essere intesa come la prima variabile da controllare: che si tratti di sbarazzarsi delle erbe spontanee, chiamate “infestanti”; degli insetti presenti, con metodi che difficilmente fanno distinzione fra specie dannose per il raccolto e specie utili come gli impollinatori; di regolare le componenti biochimiche del terreno, con l’uso di concimi chimici di sintesi, che vanno a compensare l’impoverimento dei suoli dovuto alle coltivazioni intensive e all’aver dismesso pratiche come la rotazione e il riposo. Questo controllo ormai viene esercitato perfino sul patrimonio genetico di un seme. Vecchi e nuovi OGM Lo sviluppo delle nuove tecniche genomiche (NGT, New Genomic Techniques) – o, in Italia, tecniche di evoluzione assistita (TEA), sigle con cui si intendono le nuove tecnologie di modifica genetica sulle sementi, per rimarcare una differenza rispetto ai precedenti OGM (Organismi Geneticamente Modificati) – segna un nuovo passo in questa direzione. > A differenza degli OGM gli NGT richiedono modifiche del DNA più precise e meno > invasive, e nell’Unione Europea c’è chi spinge perché vengano accettati alla > stregua di sementi tradizionali. La differenza si basa, sostanzialmente, su una maggiore precisione negli interventi di modifica del DNA: nei vecchi OGM le modifiche venivano spesso introdotte utilizzando geni di altri organismi – per esempio batteri resistenti a determinati erbicidi – integrati in maniera non specifica all’interno del genoma ospite, mentre nelle NGT si affidano a sistemi di editing genetico più precisi, come CRISPR-cas9, che consente di intervenire direttamente sulla sequenza di DNA in modo più mirato e preciso. Anche quando questi interventi comportano l’utilizzo di materiale genetico proveniente dall’esterno, il DNA arriva tendenzialmente da esemplari della stessa specie o di specie strettamente imparentate. Se questa sia una differenza sostanziale e sufficiente a sottrarre le nuove tecniche ai limiti imposti sugli OGM è una questione aperta: chi nell’Unione Europea sta spingendo per una deregolamentazione che permetta lo sviluppo e l’uso di sementi NGT, eliminando i divieti di coltivazione e aggirandone gli obblighi di etichettatura e tracciabilità, sostiene che questi siano semi più simili a quelli prodotti con metodi “tradizionali” che agli organismi geneticamente modificati. Ed è la strada che sta prendendo la Commissione: da metà marzo sono stati affidati al COREPER (il Comitato dei rappresentanti permanenti dei governi degli Stati membri dell’Unione Europea) i lavori di preparazione per la legge che dovrà regolamentare questo settore, per rendere più facile e veloce il processo di concessione di nuovi brevetti. Lo scopo è garantire delle coltivazioni più robuste, visto che le sementi che si stanno studiando hanno caratteristiche come la resistenza alla siccità e ad alcuni patogeni: è il caso del riso Ris8imo, una varietà sviluppata dall’Università Statale di Milano, che non viene attaccata dalla malattia fungina del brusone, attualmente in fase di sperimentazione in campo in provincia di Pavia. Nella Vision for Agricolture and Food UE – il documento di indirizzo  pubblicato lo scorso febbraio – le parole chiave con cui si apriva la strada all’utilizzo di NGT erano proprio “resistenza” e “resilienza” rispetto alle sfide climatiche e ambientali, “sicurezza” alimentare e “redditività” del settore. E sono le stesse parole che accompagnano la retromarcia rispetto ad alcune misure del Farm to Fork, come le limitazioni ai pesticidi e ai fertilizzanti chimici, e che vengono sfruttate per ammorbidire, quando proprio non eliminare, alcuni obblighi per ottenere i fondi europei di sostegno all’agricoltura, come la rotazione delle colture e la destinazione “a riposo” del 4% delle superfici agricole. Non c’è sicurezza senza biodiversità Se potessimo circoscrivere i termini “resistenza”, “resilienza”, “sicurezza” e “redditività” al piano economico della filiera agroalimentare, l’idea di progettare in laboratorio dei semi che rispondono a determinate caratteristiche richieste dal mercato sarebbe perfettamente razionale. Ma rimane razionale solo finché non ci rendiamo conto che l’esigenza di sicurezza umana non sta al di sopra della sicurezza ambientale complessiva, bensì dentro di essa e ne è totalmente dipendente. > Abbiamo la presunzione di poter creare degli organismi che siano più > resistenti alle variabili del mondo esterno di quelli che in quel mondo sono > nati, sopravvissuti ed evoluti. Questi semi vengono progettati in ambienti sterili, in un laboratorio sterile in cui ogni elemento è sotto controllo umano, in cui le forme di vita presenti sono ridotte quasi a zero. In questa situazione totalmente artificiale abbiamo la presunzione di poter creare degli organismi che siano più resistenti alle variabili del mondo esterno di quelli che in quel mondo sono nati, sopravvissuti ed evoluti nel corso della storia. Il mondo fuori dai laboratori è investito dall’intensità e dall’imprevedibilità degli effetti della crisi climatica, le cui variabili sono sempre meno controllabili: siccità, alluvioni, nuove specie invasive, desertificazione e perdita di fertilità del suolo, caldo estremo, gelate e grandinate intense fuori stagione. Il mondo esterno non assomiglia a un laboratorio, per quanto ci si sia impegnati a controllare, arare, allineare, ordinare i campi coltivati. Le interconnessioni tra gli organismi viventi sono di diversi ordini superiori a quelle calcolabili in un ambiente chiuso: queste interconnessioni rendono difficile esercitare un effettivo controllo su un ecosistema, ma allo stesso tempo gli conferiscono resistenza, ossia la capacità di resistere ai fattori di disturbo, e resilienza, la capacità, poi, di tornare in equilibrio: queste capacità sono legate a doppio filo alla biodiversità. Una superficie di ettari ed ettari coltivata con una sola varietà, con semi identici uno all’altro perché prodotti in serie, in cui si tende ad azzerare le altre forme di vita – che siano erbe spontanee o insetti o organismi del suolo –, è un ecosistema agricolo la cui biodiversità è ai minimi, in cui tutte le azioni umane sono indirizzate a rafforzare l’illusione di controllo, e in cui sotto questa illusione si muove l’imprevisto: perché la fragilità di una coltivazione così uniforme è massima; perché quella coltivazione sarà pure resistente alle variabili che abbiamo previsto, ma non all’imprevisto. Un solo insetto in grado di attaccare quella varietà distruggerà l’intera coltivazione, senza trovare alcuna resistenza, che può essere portata invece dall’alternanza di diverse coltivazioni, dalle aree destinate al riposo o alle fasce boschive, dalla presenza di predatori. > Le interconnessioni tra gli organismi viventi rendono difficile esercitare un > effettivo controllo su un ecosistema, ma allo stesso tempo gli conferiscono > resistenza e resilienza, capacità legate a doppio filo alla biodiversità. Purtroppo, molto spesso anche chi si oppone alla deregolamentazione delle NGT ne fa una questione parziale e non generale: si discute di sicurezza per la salute dei consumatori, e non di salute degli ecosistemi agricoli, e degli ecosistemi in generale, che comprende anche la salute delle persone che ci vivono dentro, che siano consumatori o no di quei prodotti. Sapere se può essere dannoso mangiare del riso geneticamente modificato – qualunque sia la tecnica e il numero di modifiche apportate – è solo una delle questioni che ci dovremmo porre prima di cominciare a coltivare quel riso. Le altre questioni riguardano a monte che tipo di agricoltura vogliamo continuare a praticare e che tipo di ecosistema agricolo vogliamo nei nostri ambienti coltivati. Nessuno tocchi gli allevamenti intensivi Il tipo di agricoltura che immagina l’Europa è contenuta nel documento di vision, che la Commissione considera una “tabella di marcia” delle politiche agricole fino al 2040. Le indicazioni contenute riflettono il cambio di indirizzo dovuto alla formazione della nuova Commissione, in seguito alle elezioni europee di giugno 2024, le proteste dei trattori (e le loro strumentalizzazioni politiche), l’aumento della diffidenza – quando non proprio avversione – per il Green deal europeo e per le misure di transizione ecologica, e l’esplosione di nuove emergenze che hanno scalzato la crisi climatica dal campo della nostra attenzione. Eppure, a gennaio del 2024 era stato avviato un dialogo strategico sul futuro dell’UE, presieduto da Peter Strohschneider (ex presidente della commissione per il futuro dell’agricoltura del governo tedesco), che coinvolgeva rappresentanti dei principali stakeholder della filiera agroalimentare, insieme a rappresentanti dell’ambientalismo e della società civile. Le raccomandazioni raccolte nel documento finale, presentato a ottobre scorso, elencavano dei punti molto chiari e, purtroppo, accolti solo in parte: fra queste ‒ oltre a segnalare una forte necessità di rivedere a favore delle aziende più piccole e più giovani i criteri di distribuzione dei sussidi destinati al comparto (previsti nella PAC, Politica Agricola Comune), alla richiesta di maggiori fondi per la transizione ecologica della filiera e un intervento più incisivo contro le pratiche commerciali sleali ‒, c’era anche una spinta per la transizione degli allevamenti intensivi e per politiche di accompagnamento alla trasformazione delle diete. Quest’ultima parte manca completamente: “le preoccupazioni della società in materia di benessere animale” vengono rimandate a un generico esame futuro. Verrebbe da chiedersi quanto tempo ancora servirà per affrontare il nodo degli allevamenti intensivi, un sistema di produzione che non è difendibile da nessun punto di vista. Né da quello del benessere animale, né da quello della salute umana, né, ancora, ambientale e nemmeno economico: se conteggiassimo i danni sanitari e ambientali provocati, e togliessimo i sussidi ricevuti, sarebbe un’attività insostenibile anche finanziariamente. > Gli allevamenti intensivi hanno cambiato anche l’agricoltura, basti pensare a > come il letame è stato sostituito da liquami altamente inquinanti e > inutilizzabili come concime. I miliardi di animali allevati e uccisi ogni anno, le tonnellate di carne che si perdono o si sprecano lungo la filiera, la quota di gas climalteranti prodotta dal settore, l’inquinamento atmosferico e di falde acquifere, le morti attuali e quelle stimate in futuro per la diffusione di nuove pandemie e per lo sviluppo di batteri resistenti agli antibiotici: ognuno di questi aspetti offre una chiave, un pezzo, che smonta la retorica secondo cui questo sarebbe un metodo di produzione efficiente, una garanzia per la sicurezza alimentare di un pianeta sempre più popolato. È stata sempre un’esigenza di controllo a indurre lo spostamento degli animali al chiuso, dai pascoli aperti ai capannoni industriali. Fuori, eventi atmosferici, assalti dei predatori e malattie sembravano incontrollabili; un luogo chiuso era un modo di tenere lontano ogni imprevisto, nutrire e ingrassare degli animali immobili secondo tempistiche perfettamente controllabili. Cambiare gli allevamenti ha significato anche cambiare agricoltura: la riduzione dei sistemi di rotazione che prevedevano anche i pascoli; la sostituzione del letame con i liquami risultanti dagli allevamenti intensivi, altamente inquinanti e inutilizzabili come concime: questo ha significato dover creare industrialmente dei fertilizzanti di sintesi per arricchire suoli sempre più poveri; la destinazione di aree sempre più vaste alla coltivazione di cereali e legumi per i mangimi, che sono fra quelle a più alta esigenza idrica. Il fatto è che questi non sono semplici errori di valutazione da correggere all’interno di un processo da perfezionare, sono piuttosto gli effetti di un processo che si basa interamente su premesse sbagliate: che la conoscenza umana permetta il controllo di ogni aspetto del reale, che gli esseri viventi che consideriamo inferiori o più semplici possano essere manipolati, bloccati, indirizzati, fatti nascere e morire secondo degli obiettivi stabiliti in modo indipendente dalla loro volontà. E invece la vita ha trovato la sua strada, in miliardi di anni di evoluzione, molti dei quali non hanno contemplato la presenza di umani, né della loro illusione di controllo, delle loro innovazioni, dei loro bilanci aziendali e piani industriali, deperibili, momentanei, illusori, ingenui e piccoli, rispetto all’ostinata volontà della vita di proseguire, e adattarsi. Un’agricoltura che comprenda i limiti Se l’agricoltura intensiva tende alla standardizzazione dei processi e all’uniformità dei prodotti, al controllo e alla riduzione della diversità in ognuna delle sue forme, le sue alternative sono difficilmente riassumibili perché la varietà di approcci, di metodi, di teorie e perfino – si può dire – di ideali a cui si ispirano è vasta: va da antiche tradizioni indigene e contadine alle nuove ricerche di scienza diffusa, dalle discipline agroecologiche ai principi della biodinamica, dalla precisa legislazione sul biologico ai sistemi autonomi di garanzia partecipata attivati dalle associazioni contadine, con tutto quello che c’è in mezzo. Può essere un limite ‒ perché è difficile immaginare, per esempio, delle politiche di sostegno che riescano a tenere dentro tutti e al tempo stesso garantire dei chiari criteri di accesso ai fondi ‒ ma è anche la sua forza. La forza della diversità – che vale per le relazioni di un ecosistema, e vale anche per la diversità di approcci, la loro adattabilità a contesti e comunità specifici, a sfide in continuo cambiamento – può essere la vera garanzia per la sovranità e la sicurezza alimentare. > Invece di rispondere alla nostra esigenza di sicurezza con dei tentativi di > dominio e controllo, dovremmo tentare di comprendere la complessità del mondo > e dei suoi ecosistemi, e comprendere che molta di questa complessità ci è > ancora sconosciuta. Perché se rispondiamo alla nostra esigenza di sicurezza con dei tentativi di dominio e controllo sempre maggiori, siamo destinati a fallire, a oltranza, aumentando il livello dei dispositivi di controllo almeno fino a che non ci renderemo conto che il controllo che pretendiamo sul mondo è un’illusione, e che invece dovremmo tentare di comprenderne la complessità per imparare ad abitarlo; e capire che molta di questa complessità ci è ancora sconosciuta. Quando ci mettiamo a manipolare la sequenza genetica di un seme, non conosciamo tutto ciò che è correlato a quella sequenza: lo studio sulle parti di DNA non direttamente coinvolte nella codifica delle proteine – definite per anni “junk DNA” – e lo studio delle interazioni fra ambiente esterno e modifiche cellulari (epigenetica) sono talmente agli inizi che non esistono basi veramente solide per affermare che le NGT permettano modifiche mirate, prevedibili e precise. Quando è stato deciso che tenere gli animali da allevamento al chiuso fosse più sicuro, non è stato considerato che un’intensità così alta di animali della stessa specie favorisce lo sviluppo di epidemie; e quando si pensava di risolvere il problema somministrando antibiotici in via preventiva, non sono state prese in adeguata considerazione conseguenze come lo sviluppo di un’antibiotico-resistenza nei batteri, né la facilità con cui i virus potevano fare un salto di specie, da bovini, suini o pollame agli umani. Abbiamo sovrastimato la nostra capacità di trovare nuovi farmaci e nuove misure di contenimento, e sottostimato quella di batteri e virus di adeguarsi e proliferare. Quando abbiamo avviato la produzione industriale di fertilizzanti chimici per ottenere raccolti sempre maggiori, sempre più velocemente, in modo sempre più intensivo, non sapevamo quasi nulla del complesso sistema di relazioni biotiche che rende possibile la fertilità dei suoli: abbiamo distrutto quell’ecosistema prima ancora di conoscerlo, prima ancora di sapere come avremmo fatto, una volta distrutto, a ripristinarlo. Per poi scoprire che i fertilizzanti chimici non funzionano più quando il suolo è ormai deserto, e che sono necessarie le relazioni fra funghi e radici per permettere alle piante di assorbire i nutrienti. Non è più ammissibile scegliere il corretto sistema di produzione sulla base di valutazioni esclusivamente economiche, mettendo a bilancio solo i costi e i profitti diretti di un’attività, senza considerare i costi indiretti che si scaricano sulla collettività – in termini di salute, di danni ecologici irreversibili, di utilizzo delle risorse – e senza considerare il valore dei servizi che un ecosistema sano porta sul lungo termine. Collaborare con un seme Sono molte le aziende che, invece, questo valore lo riconoscono e hanno scelto di portare avanti un tipo di agricoltura rigenerativa, che mira a ripristinare la salute del suolo e che può ripopolare habitat distrutti da decenni di monocolture intensive. Sono soprattutto aziende medie e piccole, o collocate in zone marginali, dove l’agricoltura su larga scala è più difficile da praticare. Il loro non è solo un metodo di coltivazione che ha eliminato i prodotti chimici di sintesi, ma è un cambio di prospettiva: dalla natura considerata come risorsa, come input di un processo di produzione a esaurimento, a un sistema circolare integrato con l’ambiente. Si passa da un tentativo di dominio a una collaborazione con gli elementi di un ecosistema. > Non è più ammissibile scegliere il corretto sistema di produzione sulla base > di valutazioni esclusivamente economiche, senza considerare i costi indiretti > che si scaricano sulla collettività. Nella provincia di Pavia, non lontano dai campi dove è in sperimentazione il Ris8imo, ho avuto modo di conoscere persone che stanno portando avanti questo approccio. Quando Roberto e Ilena hanno cominciato a occuparsi dell’azienda agricola di famiglia, una cascina dell’Ottocento, hanno deciso anche che, prima ancora che coltivare i loro campi, si sarebbero presi cura dell’ecosistema che ci vive dentro. Quella che hanno instaurato con il riso che coltivano (principalmente Carnaroli e Rosa Marchetti) è di fatto una forma di collaborazione: non delle varietà messe a punto in un laboratorio, ma rinforzate anno dopo anno direttamente in campo. Al riso il compito di adattarsi allo specifico terreno in cui cresce, alle condizioni climatiche della zona, ai patogeni che possono attaccare; a chi la coltiva il compito di selezionare a fine ciclo le piante migliori da cui raccogliere i semi per l’anno successivo. È quanto hanno fatto contadine e contadini per millenni, prima dell’avvento delle industrie sementiere: preservare i semi delle piante migliori, le più forti, per garantirsi coltivazioni sempre più resistenti. Ed è una forma di collaborazione anche quella instaurata con la biodiversità: riforestare le bordure dei campi coltivati permette la salvaguardia dei terreni dall’erosione e l’insediamento di numerose specie. Vedere tornare anfibi, uccelli, insetti, piccoli mammiferi nelle aree agricole non è solo una questione di romanticismo e di bellezza: una salamandra è un indicatore ambientale, un animale sentinella, che certifica la salute di un territorio quanto un esame di laboratorio. Spesso, chi chiede, e tenta di praticare, un’agricoltura che sa riportare la biodiversità dove questa era scomparsa, che sa curare un ecosistema che era danneggiato, dove specie animali che si erano allontanate possano trovare nuovamente posto viene accusato di ingenuità, poca concretezza, scarsa scientificità e razionalità; sarebbe però da chiedersi se non sia stato poco razionale, ma soprattutto poco lungimirante, affidarsi a un’agricoltura intensiva, estrattivista, che dietro di sé lascia suoli e falde acquifere ormai contaminati e inutilizzabili e se non lo sia continuare ad affidarsi allo stesso modello, limandone solo gli impatti più estremi. > Occorre operare un cambio di prospettiva: dalla natura considerata come > risorsa, a un sistema circolare integrato con l’ambiente; da un tentativo di > dominio a una collaborazione con gli elementi di un ecosistema. Mentre io aspetto il ritorno delle upupe, Ilena e Roberto sono in ascolto per intercettare i tarabusi, col loro canto profondo che somiglia al suono che produciamo soffiando in una bottiglia vuota: tre note basse, profonde, lievi. I tarabusi erano quasi spariti dall’Italia e hanno ripreso a nidificare fra i campi di riso dell’azienda: è difficile vederli, perché si mimetizzano fra gli steli, ma la loro presenza certifica che la strada intrapresa è quella giusta per l’ecosistema, sentire quelle tre note è un indicatore scientifico prima ancora che un momento di stupore e bellezza. Però contiene anche stupore e bellezza e forse non ci ha fatto bene escluderli da ogni discorso economico, sociale o politico, affinché questo ci sembrasse serio e credibile. Abbiamo bisogno di intravedere la bellezza che c’è nella transizione dei sistemi agricoli, e in ogni altro settore, di mostrarla a chi non si fida o teme che il cambiamento possa intaccare la sicurezza – alimentare, energetica o lavorativa –, di indicare una prospettiva che ampli i dati economici con indicatori del benessere, nostro, di specie umana, e delle altre specie, degli interi ecosistemi. Una prospettiva che sappia mostrare che la sicurezza, una sicurezza duratura e aperta al futuro, non passa dal controllo e dall’uniformazione ma dalla tutela e dal ripristino della biodiversità, dalla comprensione della complessità, dall’ammissione che fra i nostri bisogni c’è anche quello della bellezza, dello stupore, della meraviglia, del vivere non separati ma integrati in un ambiente sano, in cui la nostra salute, fisica e mentale, è intimamente connessa a quella dell’ecosistema in cui viviamo. L'articolo Salvare l’agricoltura proviene da Il Tascabile.
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